La mediazione russa determina un cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh favorevole all’Azerbaigian

Alla fine la Russia è stata costretta ad un impegno in prima persona nel conflitto del Nagorno Karabakh, ma non è stato il tipo di impegno che si auguravano gli armeni. A Yerevan, infatti, fin dall’inizio del conflitto la speranza era che Mosca schierasse i suoi soldati al fianco di quelli armeni, per bilanciare l’appoggio dato dai turchi agli azeri. Così non è andata; troppi interessi contrastanti per il Cremlino per preferire una sola parte. Se fino ad oggi la Russia è stata la principale alleata degli armeni, è anche il primo fornitore di armi dell’Azerbaigian, mentre il confronto con la Turchia è giudicato potenzialmente pericoloso già ora, senza bisogno di ulteriori peggioramenti. L’unica soluzione praticabile dalla Russia è stata, quindi, un impegno diplomatico diretto a fermare i combattimenti, per evitare il proprio coinvolgimento diretto, tra l’altro sgradito ad una parte considerevole della popolazione, che non vede in maniera positiva il rischio diretto dei soldati russi, peraltro ancora impegnati in Siria. Putin ha dovuto fare di necessità virtù e conciliare i troppi aspetti negativi di un impegno militare, che poteva peggiorare il suo gradimento nella popolazione ed un esborso finanziario, che è stato giudicato come un investimento senza grandi ritorni anche in termini di prestigio internazionale. Anche l’attuale fase economica, condizionata dalla pandemia, ha determinato il rischio di perdere un cliente dell’industria delle armi, come l’Azerbaigian, come un prezzo troppo alto da pagare. Infine per i rapporti con Ankara, già molto compromessi, si è preferito non creare ulteriori peggioramenti. Mosca ha però esercitato un ruolo di mediazione, che ha permesso il raggiungimento del cessate il fuoco ed un inizio di colloqui tra due parti molto distanti. L’avanzata azera è così stata fermata con la conquista della seconda più importante del Nagorno Karabakh, distante soltanto undici chilometri dalla capitale. A seguito di questo accordo i militari armeni dovranno ritirarsi per essere sostituiti da 2.000 effettivi russi impiegati come caschi blu, per garantire il cessate il fuoco e per presidiare il corridoio che verrà creato per collegare il Nagorno Karabakh con il paese armeno. Il risultato concreto degli accordi sarà che entrambi le parte manterranno le posizioni attuali ed il Nagorno Karabakh sarà diviso in due aree che costituiranno l’Armenia del nord e l’Azerbaigian del sud, più una striscia di territorio conquistata dalle forze azere. Il capo del Cremlino afferma che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati garantirà il ritorno degli sfollati alle loro abitazioni, sia gli azeri che hanno abbandonato l’area nel 1994, dopo la guerra di quel periodo, sia gli armeni sfuggiti agli ultimi combattimenti; negli accordi rientrano anche lo scambio dei prigionieri ed il recupero delle salme dei caduti delle rispettive forze contrapposte. Se a Baku questi accordi sono vissuti con l’euforia di una vittoria militare, che ha permesso la riconquista di un territorio che è sempre stato considerato sottratto abusivamente, a Yerevan la sconfitta è stata vissuta come una capitolazione militare che ha il significato di una umiliazione nazionale; ciò ha provocato dimostrazioni da parte della popolazione, la cui gran parte si è proclamata a favore della ripresa dei combattimenti; per gli armeni si tratta di una sorta di mutilazione del territorio nazionale, vissuta con ancora più risentimento per il ruolo decisivo degli eterni nemici turchi al fianco degli azeri. Rimane il fatto che il governo armeno non ha avuto alternative ed ha effettuato l’unica scelta possibile per evitare perdite maggiori, d’altra parte l’appoggio turco all’Azerbaigian è stato determinante per le sorti del conflitto e la forza armena non poteva competere con gli armamenti forniti da Ankara. Quello che preoccupa, principalmente gli armeni, ma anche l’opinione pubblica internazionale, sarà proprio il ruolo che la Turchia vorrà interpretare a seguito di questo accordo: le minacce di Erdogan, durante le prime fasi del conflitto, di annientare gli armeni sono ben presenti nella memoria del popolo armeno e dell’opinione pubblica internazionale. La Russia è presente sul territorio con i suo contingente di caschi blu, ma sarebbe consigliabile una presenza ulteriore, meglio se dell’Unione Europea per eliminare ogni velleità del presidente turco, che alle prese con il probabile fallimento economico del paese, potrebbe, ancora una volta, cercare di distrarre l’attenzione con operazioni simbolo contro il popolo armeno. Una eventualità da evitare assolutamente, sia per la specificità del caso, sia per la deriva geopolitica che potrebbe seguirne, capace di coinvolgere il confronto religioso e sia per evitare l’ennesimo potenziale conflitto in grado di riflettersi ben oltre gli equilibri regionali.  

L’Europa sotto attacco del terrorismo islamico

La ripresa del terrore islamico dentro i confini dell’Europa trova i paesi europei sorpresi ed impreparati, concentrati sulla pandemia e sui suoi effetti sanitari ed economici. L’impressione è che gli stati europei abbiano sottovalutato la minaccia e le connessioni indirette degli attentati con la politica estera ed il protagonismo di alcuni soggetti internazionali, come la Turchia. L’iniziale convinzione, ormai accettata da diverso tempo, che la sconfitta militare dello Stato islamico abbia generato un risentimento generalizzato capace di creare quelli che sono stati definiti i “lupi solitari”, estremisti che agiscono da soli dietro un proprio personale impulso contro l’occidente, sembra essere sempre meno certa a favore della possibile presenza di un disegno superiore, pensato ed organizzato in quella zona grigia dei contatti tra stati e movimenti terroristici. Il fine attuale delle provocazioni attuate con le condanne a morte eseguite nei luoghi di culto cristiani o nelle piazze e strade occidentali sembra essere quello di provocare una reazione contro i musulmani europei in grado di provocare una sollevazione generale, anche a livello internazionale degli stati musulmani contro l’Europa. L’ambizione di guidare questa guerra di religione, ma anche di civiltà è stata pubblicamente riconosciuta dal presidente turco Erdogan, che ha definito il trattamento dei musulmani in Europa paragonabile a quello riservato da Hitler agli ebrei. La portata di questa affermazione si commenta da sola, ma rileva la chiara intenzione di fare presa su di una popolazione con scarso spirito critico e vogliosa di riconoscersi in un elemento religioso comune come strumento di riscossa anche sociale. Questo non vale solo in Turchia, ma per il governo di Ankara può essere un mezzo per esercitare una supremazia geopolitica funzionale anche agli obiettivi geopolitici turchi, soprattutto per rendere legittima, alla platea musulmana dei fedeli in generale, ma anche ai governi dei paesi musulmani, la volontà di esercitare un ruolo di guida capace di unire la moltitudine dei fedeli musulmani, ora divisi; tuttavia non pare possibile che ad Ankara ci sia il mandante diretto di una strategia terroristica, che equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra, quello che sembra più probabile è la voglia di sfruttare gli eventi per volgerli a proprio vantaggio. La sorpresa è la mancanza di coordinazione a livello politico degli occidentali, che anche nei settori più progressisti continuano a mantenere una sorta di rivalità nazionale con schermaglie del tutto inutili. Appare singolare, ad esempio, la reazione del Washington Post all’uccisione da parte dei francesi del terrorista ceceno protagonista della decapitazione del professore di storia parigino, accusando il governo della Francia di avere preso di mira i gruppi musulmani. Questo esempio dimostra come una certa parte progressista sia ancora ferma a posizioni di principio, che male si conciliano con le esigenze pratiche della difesa dei valori occidentali. Quello che bisognerebbe fare, sul piano culturale innanzitutto, dovrebbe essere coinvolgere la parte dell’islam moderata e che è già riuscita ad integrarsi in occidente; certo questo non può bastare perché si tratta di una parte minoritaria, che ha comunque, qualche timore ad esporsi contro quella che, piace o non piace, è la parte maggioritaria dell’islam. In questa fase, oltre a non derogare dai principi democratici, soprattutto in una eventuale fase repressiva, occorre una azione preventiva decisa capace di stroncare sul nascere ogni atto terroristico, unita ad un controllo serrato di tutte quelle possibili fonti terroristiche, come moschee radicali e gruppi estremisti, che trovano spazio nei luoghi più degradati delle nostre società. Lo snellimento delle operazioni giudiziarie è un altro presupposto essenziale, insieme all’emanazione di leggi che rendano difficoltoso un certo tipo di proselitismo, a questo proposito le prediche dei luoghi di culto dovrebbero essere sempre nella lingua nazionale. Necessario è anche ridurre le occasioni di contestazione, sia nazionali, che internazionali: la questione delle vignette, sebbene debba essere assicurata la libertà di stampa è un esempio di come dare dei presupposti, certamente sbagliati, all’azione terroristica; ciò vuole dire che ogni singolo membro della società deve essere conscio di doversi impegnare in prima persona per tutelare gli interessi dei valori occidentali, anche rinunciando a parte delle sue prerogative. L’importante è che la battaglia contro il terrorismo mantenga comunque ed in ogni caso le sue peculiarità del rispetto dei diritti civili, quale tratto distintivo; questo è il punto da cui partire per non provocare un confronto di civiltà altrimenti destinato a peggiorare e da cui   noi occidentali siamo quelli che hanno più da perdere.

L’Europa impreparata di fronte alla pandemia

La necessità di limitare la pandemia costringe i governi europei ad andare verso la chiusura sempre più intensa delle normali attività sociali, in questo quadro anche l’Unione Europea cerca di inserirsi provando ad effettuare una coordinazione tra i governi nazionali, un tentativo lodevole, che, ancora una volta, denuncia la necessità di una maggiore integrazione politica, ma che, al momento, è soltanto una iniziativa estemporanea. Il calo dei contagi dell’estate non è stato sfruttato per una riorganizzazione sanitaria sia a livello statale, che sovranazionale: un grave errore in un regime di libera circolazione tra gli stati europei. L’aumento esponenziale dei contagi è dovuto ad un eccessivo allentamento delle regole di convivenza con la pandemia e l’assenza di un sistema di tracciamento dei contagiati, senza una coordinazione tra gli stati. Il blocco delle attività sportive, della ristorazione e di altre attività ritenute sacrificabili ha generato proteste ma provocherà anche una serie di rimborsi che potevano essere destinati ad altri scopi. La sensazione è che i governi degli stati europei stiano improvvisando soluzioni provvisorie troppo funzionali al periodo brevissimo, senza una prospettiva di periodo maggiore; è vero che ci troviamo di fronte ancora ad un problema ancora troppo poco conosciuto, ma le ripercussioni minacciano di essere ancora più gravi delle previsioni fatte fino a poche settimane fa. La prima questione è quella relativa alla salute dei cittadini: il covid-19 impatta sia sulle conseguenze dirette dei contagi, che sulla cura delle malattie che continuano ad essere presenti, ma a cui non viene assicurata l’attenzione dovuta; esiste una sorta di esclusività delle cure verso il covid-19, che ha compresso l’assistenza verso gli altri problemi di salute, una situazione già vissuta nella prima fase della pandemia, ma che non doveva ripetersi alla ripresa dei contagi. Uno dei problemi è sicuramente la preoccupazione per gli aspetti dell’economia, cioè nell’immediato conciliare le esigenze sanitarie con quelle economiche, ma nel breve periodo assicurare la tenuta economica dei paesi, mediante la produzione ed il mantenimento dei posti di lavoro. Attualmente gli esecutivi sembrano indirizzati a mantenere attivi i settori del primario, del secondario e di alcune parti del terziario avanzato, che si può permettere il proseguimento dell’attività attraverso lo smart working, a discapito dei settori della ristorazione, della cultura e dello sport (senza, però toccare i campionati professionistici). Questa visione può essere giustificata dalla volontà di evitare la circolazione delle persone per impedire la diffusione del virus, ma propone una visione sbilanciata della società del lavoro, una sorta di visione ancorata ancora all’importanza della fabbrica; tuttavia si può controbattere che la quota di prodotto interno lordo prodotta dai settori a cui è permesso lavorare è maggiore, quindi più significativa dei settori chiusi; così, però, si rovescia anche il problema: se a chi viene impedito di lavorare si assicura, seppure indirettamente, una maggiore tutela sanitaria, chi si reca nei luoghi di lavoro (cosa che non vale per lo smart working) ha più possibilità di contrarre contagio. Certo questo ragionamento è un estremo, perché non per tutti i settori la chiusura è totale e la preservazione dal virus che ne consegue non è comunque assoluta; tuttavia, aldilà della difficoltà del problema, quello che passa è una gestione contradditoria, ma che segnala la necessità di formare regole preventive al manifestarsi di fenomeni estremi come questa pandemia. Ciò vale sia a livello statale, che a livello europeo, una dimensione che non può essere esentata proprio per ragioni politiche ma soprattutto pratiche, data la libera circolazione delle persone e delle merci. Al momento si procede con aggiustamenti provvisori, che non possono essere soddisfacenti per tutti, ma che devono essere la base su cui ragionare per provvedimenti istituzionalizzati successivi. Un altro elemento di discordia è la frequentazione scolastica, che poi è legata al sistema dei trasporti e delle reti di comunicazione digitale. Come si vede assicurare il diritto all’istruzione investe altri settori, che necessitano di nuove regolamentazioni e nuovo impulso, i cui benefici resteranno a disposizione della società nel momento in cui la pandemia sarà superata. Perché quello che la pandemia ha evidenziato, oltre le emergenze sanitarie ed economiche, è stata l’impreparazione generale dovuta ad investimenti sbagliati e spesso improduttivi, che hanno caratterizzato l’intera Europa. Sono elementi da tenere conto nell’immediato, ma soprattutto per il futuro, un futuro da programmare già da ora, in parallelo alla gestione dell’emergenza.   

La situazione del NAgorno Karabakh resta incerta

Le ostilità, ma sarebbe più appropriato definirle guerra, nel Nagorno Karabakh sono iniziate da un mese e la triste contabilità delle vittime è tutt’altro che precisa, il numero reale e preciso dei morti non è conosciuto dai due contendenti, esiste la stima di Putin, che ha parlato di circa 5.000 vittime; gli armeni hanno aggiunto circa 1.000 caduti tra i propri combattenti e 40 civili, mentre l’Azerbaigian non ammette deceduti tra le proprie forze armate ma 60 civili morti a causa dei missili armeni. Politicamente sia l’Armenia, che l’Azerbaigian rimangono sulle rispettive posizioni, fattore che denuncia come il conflitto possa diventare una logorante guerra di posizione. Fino ad ora il confronto in Nagorno Karabakh era definito come un conflitto a bassa intensità, caratterizzato da una continua ostilità tra le parti, senza sviluppi diplomatici ma con scontri sporadici; nell’opinione pubblica internazionale non era visto come un focolaio potenzialmente più pericoloso, non si prevedeva, cioè, il passaggio a scontri continuativi e su più larga scala. Questa opinione era dovuta alla stasi internazionale sul confronto e non era previsto l’ingresso di alcun attore esterno in grado di fare salire il livello dello scontro. La situazione è mutata con la volontà turca di ristabilire la situazione antecedente al crollo dell’impero sovietico in favore degli azeri. Il sospetto che nel piano di Erdogan ci sia una sorta di parallelismo della situazione curda con quella degli armeni, che storicamente restano nemici di Ankara; ma se per i curdi sulla frontiera siriana si tratta, nell’ottica turca, di una minaccia perché in grado di risvegliare il senso di appartenenza dei cittadini turchi di etnia curdi, per l’Armenia sembra trattarsi più di un simbolo per ingraziarsi una opinione pubblica interna particolarmente sensibile alla politica ottomana del presidente turco, una causa che serve anche a distrarre i turchi dai gravi problemi economici del loro paese. L’Azerbaigian non vuole desistere dal proposito di riconquistare il territorio che reputa di propria appartenenza, ma l’Armenia non è disposta ad arretrare perché vede in una sua sconfitta il ritorno del pericolo del genocidio turco. La sensazione degli analisti è che, malgrado gli sforzi di Ankara, che hanno portato un vantaggio incontestabile agli azeri, questo sia un conflitto che nessuno possa vincere. Ciò, se possibile, aggrava la situazione delle zone di guerra, perché le potenze internazionali non pare abbiano intenzione di impegnarsi in una azione diplomatica che non presenta grandi possibilità di soluzione. Uno sviluppo che non giova neppure alle ambizioni turche, Ankara è impegnata già sia sul fronte libico e quello siriano e per un impegno prolungato anche nel Nagorno Karabakh non sembra essere sufficientemente attrezzata; se questa valutazione riguarda l’aspetto sia economico che militare, sul piano politico la conseguenza per la Turchia è un maggiore isolamento con l’aumento dei propri avversari. Nonostante questa situazione ci sono stati sforzi per il cessate il fuoco, il problema è che questa misura viene costantemente violata con accuse reciproche sulle responsabilità della ripresa dell’uso delle armi. Ci sarebbe il Gruppo di Minsk, struttura della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che dovrebbe, come compito istituzionale, trovare una via pacifica alla soluzione del Nagorno Karabakh, fin dalla sua fondazione del 1992. La guida del gruppo è composta da una presidenza a tre, espressa da Francia, USA e Russia; questa istituzione svolge un ruolo da mediatore tra le due parti e non possiede i poteri per interrompere il conflitto, inoltre per gli Azeri la Francia dovrebbe essere sostituita dalla Turchia, mentre per gli armeni dovrebbe essere compreso tra i membri dei negoziati anche un rappresentante del Nagorno Karabakh, che, però, non è riconosciuto a livello internazionale. Per queste ragioni il gruppo di Minsk pare una istituzione superata, se non altro per non avere evitato il conflitto, meglio sarebbe una pressione a livello singolo da parte degli USA, ed anche dell’Unione Europea, sulla Turchia per fermare la situazione attuale con l’intervento dei caschi blu ad assicurare la tregua. Dopo dare il via a negoziati in grado di definire una volta per tutte il problema; certo con la pandemia in corso e le imminenti elezioni americane questo auspicio pare difficile, tuttavia uscire dall’attuale situazione è necessario per evitare potenziali ricadute negative sull’intera regione.       

Dietro al confronto tra Francia e Turchia

La questione delle vignette su Maometto rischia di innescare una sorta di guerra di religione e di civiltà, che nasconde, però un confronto geopolitico che va aldilà del rapporto bipolare tre Francia e Turchia, ma che coinvolge ragioni geopolitiche, il confronto tra paesi della stessa area sunnita e, non ultimi problemi interni del paese turco. Nonostante queste analisi, che sono necessarie, è comunque doveroso fare notare che da alcun paese musulmano è stata espressa solidarietà verso il professore francese ucciso mediante decapitazione da un estremista ceceno. Questa considerazione non può non indurre a riflessioni circa la volontà di indirizzare verso un possibile scontro culturale che ha lo scopo di sollecitare l’appoggio delle classi popolari dei paesi islamici per carpirne l’appoggio; una strategia che vale soprattutto per la Turchia in difficoltà per la sua situazione economica interna, ma anche utile per altri paesi come il Pakistan o l’Iraq dove i governi in carica registrano varie difficoltà. La strategia è utile anche per cercare di destabilizzare il paese francese alimentando l’opposizione di estrema destra, ma ciò potrebbe avere pesanti ripercussioni anche per i fedeli islamici sul suolo francese. Parigi deve essere molto attente a non cadere in questa trappola che fornirebbe ulteriori argomenti al fronte islamico. Contro la Francia è in corso una inedita alleanza tra la Turchia sunnita e l’Iran sciita, che sembrano volere sfruttare l’occasione di mettere l’Arabia Saudita in difficoltà. Tra Teheran e Riyad le ragioni delle tensioni sono conosciute e si riferiscono alla ricerca della supremazia tra sciiti e sunniti, mentre il confronto tra Turchia ed Arabia verte sul confronto all’interno della parte sunnita. Anche qui la religione è un elemento ben presente, ma soltanto perché è un mezzo di dominio politico, che la politica ottomana di Ankara vuole sfruttare per insidiare l’influenza che gli arabi detengono quali custodi della Mecca. Se la Turchia è la principale interprete del boicottaggio dei prodotti francesi, i prodotti turchi sono boicottati proprio da Riyad, seppure in maniera non ufficiale, per l’alleanza tra Ankara ed il Qatar. Il provvedimento di boicottaggio dei prodotti turchi operato dall’Arabia si è diffuso in altri paesi vicini a Riyad provocando ulteriori difficoltà all’economia di Ankara già in fase calante. Al contrario l’Arabia Saudita non pratica il boicottaggio dei prodotti francesi proprio per la volontà di non apparire allineata alla Turchia e rimarcandone così la distanza. Erdogan si arroga il diritto di difendere i musulmani europei, ampliando la volontà di tutelare i turchi in Germania, ma se in questo secondo caso si tratta di una sorta di protezione diretta ai connazionali, con l’intento di diventare il paladino dei musulmani europei il progetto è più ambizioso e potrebbe anche essere inteso come una occasione per condizionare l’Unione, uno strumento da affiancare alla gestione dei profughi che percorrono la rotta balcanica. Ma ancora una volta questo ha provocato un risentimento verso Ankara che si è materializzato con messaggi di vicinanza a Macron da parte di Germania ed Italia. Nello specifico il confronto tra Ankara e Parigi si svolge per contenere l’avanzata nelle rispettive aree di influenza: la Turchia, infatti, ha operato per rafforzare la cooperazione politica, economica e militare con Algeria, Mali, Niger e Tunisia, paesi che la Francia ha sempre considerato come propria area di azione esclusiva in politica estera. Parigi ha reagito all’ingerenza turca schierandosi con Cipro e Grecia, oggetto delle manovre turche nel Mediterraneo orientale, inviando navi militari nella zona ed aumentando la fornitura di armi verso Atene. Contribuisce al confronto tra le due parti il rispettivo schieramento in Libia al fianco delle fazioni che si confrontano nella guerra civile del paese nordafricano.  Il protagonismo di Erdogan resta, comunque, un pericolo, che, meriterebbe maggiore attenzione ed impegno al fianco della Francia da parte dell’Unione Europea, sia con soluzioni diplomatiche, che con appoggio militare, anche per tutelare la Grecia e Cipro, membri di Bruxelles. La strada delle sanzioni potrebbe essere la prima da attuare per contenere l’azione turca, nonostante il possibile ricatto dei migranti verso Bruxelles. Anche dalle elezioni degli Stati Uniti dovranno arrivare risposte circa l’atteggiamento turco all’interno dell’Alleanza Atlantica e l reali  intenzioni della amministrazione che si insedierà alla Casa Bianca, se con Trump non dovrebbero esserci variazioni, con Biden è possibile una maggiore concentrazione sugli alleati europei ed una minore tolleranza verso spinte esterne, come l’acquisto di armi dalla Russia, che hanno contraddistinto l’atteggiamento turco da quando Erdogan è il presidente. In ogni caso il confronto tra Ankara e Parigi ha molto potenziale negativo che tutti gli attori dovrebbero contenere per evitare che la situazione possa degenerare.  

Il premio Sacharov all’opposizione Bielorussa

Il Premio Sacharov, istituito dal 1988 dal Parlamento europeo, con lo scopo di riconoscere persone ed organizzazioni che si sono distinte nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali e già conferito, tra gli altri a Nelson Mandela, è stato assegnato per il 2020 all’opposizione presente in Bielorussia, a seguito delle iniziative intraprese contro il dittatore Lukashenko. Non è la prima volta che l’azione contro il dittatore di Minsk, viene premiata con il premio Sacharov, infatti già nel 2004 il riconoscimento venne assegnato all’Associazione bielorussa dei giornalisti e nel 2006 all’esponente politico Aleksander Milinkevich. Nello specifico l’edizione 2020 del premio è stata assegnata al Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa, il gruppo che doveva essere il garante per la riuscita della transizione di poteri. Fin dalla sua costituzione il Consiglio di coordinamento è stato perseguito dal governo di Minsk per l’accusa di incitamento a disordini sociali e di pregiudicare la sicurezza nazionale: ragioni che ne hanno decretato la natura incostituzionale. La candidata alternativa a Lukashenko, Svjatlana Tichanovskaja, è considerata la guida morale del Consiglio, per la sua azione politica contro la dittatura, fattore che per cui è stata obbligata all’esilio in Lituania; sconfitta nelle elezioni farsa del 9 agosto, con una percentuale ufficiale di voti a favore di Lukashenko di circa il 90%, la candidata è stata minacciata personalmente, così come la sua famiglia e l’altra leader del movimento Maria Kolesnikova è stata incarcerata dallo scorso 8 settembre. Le elezioni sono state palesemente truccate, con un risultato che è in contrasto con tutti i sondaggi al di fuori di quelli del regime e con una percentuale che è stata una manifestazione di arroganza, ma anche di stupidità, del regime. Le manifestazioni che sono seguite alla proclamazione della vittoria di Lukashenko sono state imponenti, tanto da fare capire come il dittatore di Minsk non sia più sopportato dalla cittadinanza ed abbia effettuato un vero e proprio colpo di stato, anche secondo le leggi in vigore; purtroppo il gran numero di dimostranti presenti nelle strade ha causato la repressione, confermando ancora una volta come il regime di Minsk sia, oltre che illegittimo, profondamente autoritario. Il conferimento del premio Sacharov, tuttavia, arriva in ritardo rispetto alla reazione dei leader dell’Unione Europea alle repressioni bielorusse: infatti Bruxelles ha impiegato un mese e mezzo per non riconoscere Lukashenko come legittimo vincitore della competizione elettorale, ed è stato necessario anche attendere due mesi per emettere sanzioni contro quaranta funzionari del regime. Differente, invece, l’atteggiamento del Parlamento europeo che ha mostrato sin dall’inizio della repressione il sostegno alla candidata sconfitta. Il sospetto è che i singoli paesi europei abbaiano tardato ad assumere una posizione di condanna esplicita per non aggravare i rapporti già difficili con la Russia, principale alleato di Minsk. La posizione di Mosca è quella di essere totalmente al fianco di Lukashenko, anche se costituisce un alleato scomodo, proprio per le modalità attuate nella repressione. La Russia ha la necessità di non essere contagiata dalle proteste in un momento in cui il gradimento verso Putin è in costante discesa, soprattutto per una condizione economica peggiorata, che si aggiunge al continuo scontento per lo scarso rispetto dei diritti civili; ma per Mosca è importante anche mantenere un controllo, anche se indiretto, su di un paese considerato come propria zona di influenza esclusiva: quello che teme maggiormente il Cremlino è che con un cambio di governo la Bielorussia possa entrare nell’orbita dell’Unione Europea, come già accaduto per altri stati ex sovietici.  Per l’Europa, ancora una volta, occorre scegliere se avere un atteggiamento pragmatico o tralasciare le ragioni di real politik  per difendere i diritti. L’assegnazione del premio Sacharov, resta comunque, una presa di posizione piuttosto netta, che potrebbe essere seguita da un atteggiamento più severo verso la Bielorussia, se non ci fosse l’ingombrante presenza russa dietro Minsk; certamente anche il fatto di essere parte in causa di un possibile spostamento verso Bruxelles con un ricambio degli assetti di potere a Minsk, complica la condotta che l’Europa deve tenere, perché può facilmente essere accusata di difendere i diritti con secondi fini, tuttavia i fatti seguiti alle elezioni bielorusse non sono contestabili, tanto è vero che la stessa Russia è stata in imbarazzo, almeno nelle fasi immediatamente successive alle prime repressioni, a difendere Lukashenko. Il premio Sacharov serve comunque a mantenere al centro dell’attenzione la situazione di Minsk.  

La Commissione Europea propone un regolamento sanzionatorio contro la violazione dei diritti umani

La proposta della Commissione Europea, per la creazione di una black-list dell’Unione allo scopo di sanzionare persone fisiche o giuridiche, che hanno perpetrato la violazione dei diritti umani, segna un capitolo nuovo dell’atteggiamento delle istituzioni europee di fronte al mancato rispetto dei diritti. Dal punto di vista normativo il progetto che riguarda il regolamento da adottare prende spunto da una legge già approvata dagli USA nel 2012, durante la presidenza Obama. I provvedimenti sanzionatori potranno essere adottati contro individui ed imprese a prescindere dal paese di origine, quindi anche appartenenti a nazioni che intrattengono con l’Unione normali rapporti diplomatici. Pur essendo già un argomento oggetto di trattativa, la situazione legata all’avvelenamento dell’oppositore russo, Navalni, ha messo l’argomento al centro del dibattito europeo. La misura che rappresenta la maggiore novità all’interno del regolamento sarà l’interdizione a livello europeo e, quindi, non più statale, dell’ingresso nel territorio comunitario della persona sanzionata. Naturalmente le opzioni di sanzione riguarderanno anche la possibilità di intervenire sui patrimoni e sui beni, presenti nella UE, dei soggetti che avranno infranto il rispetto dei diritti umani. Il regolamento dovrebbe riuscire a garantire una maggiore flessibilità nel perseguire i responsabili di violazione dei diritti umani, categoria di reati che non è ricompresa a livello individuale nelle liste presenti all’interno degli organi comunitari, che, attualmente, prevedono le black-list per i reati di terrorismo, uso di armi chimiche e reati informatici. Il divieto di ingresso nella UE, rappresenta un nuovo strumento sanzionatorio, che si aggiunge alla immobilizzazione dei beni, fino ad ora unica possibilità di intervenire contro le violazioni. L’approvazione del regolamento contro le violazioni dei diritti umani, dovrà raggiungere l’unanimità del Consiglio dell’Unione e ciò rappresenterà una prova tangibile della volontà di tutti i paesi europei di difendere i diritti civili e quindi i principi fondativi della stessa Unione. Si tratterà di una indicazione indiscutibile sulla reale volontà degli stati europei e, specialmente, di alcune determinate nazioni, che al loro interno non stanno garantendo i diritti politici e civili in maniera compiuta. Il voto dei singoli stati dovrà essere una materia da esaminare in modo attento ed il risultato finale dirà quale sarà la direzione vorrà prendere l’Europa. L’approvazione non pare scontata, sia per ragioni politiche, relative, appunto, all’atteggiamento di alcuni paesi, sia per ragioni di opportunità circa gli interessi economici che potranno essere colpiti e le relative risposte verso le aziende europee, oggetto di ritorsione. L’argomento dovrebbe, comunque, interessare uno spettro più ampio, proprio oltre le persone e le aziende ma comprendere gli stati colpevoli di violazione dei diritti umani. Se l’adozione del regolamento sanzionatorio diventerà realtà, sarà stato percorso soltanto  il primo tratto nella lotta contro il mancato rispetto dei diritti umani, la battaglia di civiltà per essere pienamente efficace dovrebbe prevedere di ingaggiare una lotta contro i regimi statali colpevoli del mancato rispetto dei diritti umani. Questo versante, al momento appare soltanto una ambizione difficilmente percorribile, proprio per ragioni diplomatiche ed economiche; tuttavia il pericolo di non transigere sul rispetto dei diritti pone l’Europa al rischio concreto di potere subire una sorte simile; per il momento nella maggioranza dei paesi europei i diritti sono garantiti, ma la stessa presenza di stati all’interno dell’Unione dove le garanzie sono diminuite, rappresenta un monito, che deve essere tenuto ben presente. Inoltre i legami economici con stati che sono regimi politici, certo la Cina, ma anche altri, presuppongono contatti sempre più stretti, che prevedono forme di presenza sul  territorio europeo di rappresentanti di queste nazioni. Se la soluzione non può essere l’autarchia, pretendere un maggiore rispetto dei diritti come base contrattuale potrebbe cominciare ad essere un mezzo efficace per obbligare alcuni regimi, almeno ad un diverso atteggiamento su questo tema. Occorre, però, cominciare dal fronte interno: la permanenza all’interno dell’Unione di paesi che hanno governi che hanno nel proprio programma politico la compressione dei diritti deve diventare una questione primaria e con una soluzione non più rimandabile perché la tolleranza è durata per troppo tempo.    

Dal Nagorno Karabakh possibilità di allargamento del conflitto da locale in regionale

Nella guerra del Nagorno Karabakh l’Armenia sembra essere in posizione sfavorevole rispetto all’Azerbaigian, che può godere dell’alleanza di una Turchia determinata a recitare il suo ruolo di nuovo protagonista ottomano. Il Nagorno Karabakh ha una popolazione di circa 150.000 abitanti, la cui maggioranza è di etnia armena e proprio per questo motivo è alla ricerca dell’autodeterminazione.  Per la Turchia non si tratta di essere scesa in guerra soltanto per appoggiare il paese turcofono dell’Azerbaigian, quanto di ribadire, soprattutto per l’opinione pubblica interna, la volontà di giocare un ruolo che oltrepassa quello della potenza regionale, ma anche di testare la reazione della Russia ad una invasione del suo spazio vitale o della zona di influenza che Mosca ritiene di sua esclusiva competenza. Occorre ricordare che la Russia è legata all’Armenia da una alleanza molto stretta, che potrebbe obbligarla ad intervenire in prima persona nel conflitto. La strategia di Erdogan appare quella di provocare le intenzioni di Mosca nell’ambito delle questioni regionali, soprattutto in ragione del fatto che la Russia vende armi all’Armenia, ma, contemporaneamente, le vende anche all’Azerbaigian, elemento che pare stia effettivamente considerando il comportamento russo. Il Cremlino, infatti, ha scelto molto responsabilmente, la via diplomatica ottenendo una tregua, che, però, non sembra del tutto rispettata. Le accuse di violazione sono reciproche, anche perché avvengono in una situazione fortemente condizionata da reciproca avversione che si è concretizzato in trenta anni di scontri. L’entrata in campo della Turchia sembra essere una provocazione apparentemente incomprensibile verso Mosca, perché il teatro dei combattimenti è contiguo ad una zona attraversata dal gasdotto turco costruito per il trasporto del gas russo verso il ricco mercato europeo. Oltre i motivi geopolitici, esiste una volontà di Ankara di incidere sui rapporti economici con Mosca per condizionare il ricco mercato del gas? La domanda è legittima per una economia in fase di recessione, come quella turca, che deve risollevare il gradimento del governo nel suo mercato politico interno, ma anche sostenere le spese per la sua politica estera espansionista. A sua volta, la Russia ha problemi di ordine interno non meno gravi, con il calo dei consensi di Putin, che ha registrato per la prima volta cali preoccupanti, oltre che i difficili rapporti con una opposizione sempre più crescente. In politica estera la questione bielorussa preoccupa non poco il Cremlino, già provato dall’impegno in Siria che non ha suscitato entusiasmi tra la popolazione e la questione dei territori russi in Ucraina, che minaccia contraccolpi diplomatici sempre più rilevanti. Considerando questi elementi la scelta della Turchia di appoggiare, se non di iniziare, il conflitto nel Nagorno Karabakh, può essere identificato come un elemento strategico all’interno di una dialettica non sempre univoca, ma che sembra volere verificare le reali intenzioni russe nella regione. Occorre non dimenticare che i rapporti trai due paesi attraversano sempre più spesso delle fasi di avvicinamento ed allontanamento repentine, secondo le reciproche convenienze, che spesso appaiono in contrasto. Risulta verificato che la Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica, ha acquistato, contro il volere della stessa Alleanza Atlantica, apparati di difesa russa in aperto contrasto con la politica e le direttive di Bruxelles; ma poi si è schierata contro il regime siriano sostenuto dai russi, perché sciita, ma non solo, appoggiando gli integralisti islamici sunniti, usati anche contro i curdi, principali alleati degli americani contro lo Stato islamico. Le ripetute violazioni agli interessi dell’Alleanza Atlantica non hanno comunque prodotto alcuna reazione contro Ankara, che si è sentita legittimata a procedere sulla strada dell’arroganza e della violazione del diritto internazionale, praticamente senza sanzioni da parte della comunità internazionale. Attualmente il teatro di scontro del Nagorno Karabakh evidenzia ancora una volta come sia necessario fermare la Turchia, incominciando da sanzioni economiche molto pesanti per limitarne il raggio d’azione, anche perché le conseguenze, già pur gravi dell’attuale conflitto, possono diventare ancora peggiori, se la guerra potrà diventare uno scontro regionale alle porte dell’Europa, ma anche sul confine iraniano, con un impegno diretto che la Russia non potrà rinviare ancora per molto se la situazione non sarà stabilizzata, anche attraverso l’abbandono della presenza di Ankara.  

L’Unione Europea ricattata da Polonia ed Ungheria

Una ammissione incondizionata di paesi non abituati allo stato di diritto rischia di bloccare gli aiuti economici contro la pandemia in Europa. Se il problema è quello di non scegliere tra economia e salute, con tutto ciò che comporta, analogamente non di dovrebbe scegliere tra economia e diritto. Al contrario la strategia messa in campo dagli stati del Patto di Visegrad, sembra contraddire questo secondo assunto. La volontà di bloccare gli aiuti economici per i paesi più colpiti dal virus, se non in cambio di un allentamento  delle misure di monitoraggio sull’applicazione e sulla vigenza dello stato di diritto. Questa crisi nella sede delle istituzioni europee potrebbe portare effetti negativi, direttamente sugli stati coinvolti dalla pandemia, ma che non potrebbero poi non avere ripercussioni da una contrazione ancora maggiore dell’economia; occorre ricordare come le entrate che provengono dai contributi dell’Unione, siano un capitolo importante delle voci di bilancio degli stati che appartenevano al Patto di Varsavia. Appare chiaro come la strategia dei paesi orientali sia contraddistinta da un elemento di miopia politica e visione sul medio e lungo periodo. Nonostante questa evidenza le posizioni rigide degli esecutivi di Polonia ed Ungheria, in particolare, non sembrano presentare possibilità negoziali. A livello istituzionale lo scontro è tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione e le trattative stanno già rallentando la distribuzione dei fondi con le previsioni più ottimistiche che dicono che prima della fine di Ottobre l’accordo non potrà essere raggiunto, con la conseguenza diretta della possibilità di ritardare oltre il primo gennaio del prossimo anno l’entrata in vigore dei nuovi bilanci. Politicamente la posizione della Germania appare molto delicata, perché deve mediare tra le necessità dell’economia della zona euro e quelle dell’applicazione dello stato di diritto in tutto il territorio dell’Unione ed un cedimento di fronte ad un meccanismo difeso da Berlino significherebbe un indebolimento della leadership tedesca. Nel dialogo istituzionale entra anche la Commissione europea come mediatore tra Parlamento e Consiglio, ma i principali gruppi parlamentari, popolare, socialista, liberale e verde, condividono l’impegno di non approvare il piano finanziario fino a quando non ci sarà un accordo sul monitoraggio dell’applicazione dello stato di diritto. La partita dei fondi europei riguarda il fondo di recupero, che ha una dotazione di 750.000 milioni di euro. Si capisce come la minaccia della mancata ratifica in alcuni parlamenti di queste disposizioni sugli aiuti economici, senza una revisione del monitoraggio dello stato di diritto, rappresenti un ricatto che mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’Europa; se non fosse per le ricadute finanziarie proprio su quei paesi restii ad approvarla, questa strategia potrebbe sembrare essere stata costruita come un piano apposito per determinare grossi problemi all’impianto istituzionale europeo. Bisogna ricordare come il Parlamento stia richiedendo che la possibilità del taglio dei fondi sia estesa oltre la cattiva gestione delle risorse, in modo da riguardare finalmente anche la violazione dei diritti fondamentali dell’Unione. Il Parlamento vede nell’attuale atteggiamento tedesco, qualificato come titubante, il principale ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo, perché l’attività Germania come presidente di turno non sembra del tutto determinata a raggiungere il necessario consenso in Consiglio. Tuttavia, nonostante gli aspetti fortemente problematici della situazione, la cosa positiva è che si stia creando un clima che oltrepassa le buone intenzioni per assumere un carattere pratico e politico nelle istituzioni europee, per affermare l’importanza fondamentale dei principi fondativi dell’Europa. Ciò rappresenta un punto di partenza per chi vuole fare rispettare il diritto e non vuole arrendersi a soluzioni di compromesso in nome dell’economia. Per ora, però, la posizione tedesca si nota per una mancanza di determinazione che ne mette in dubbio le reali intenzioni di fronte agli interessi economici, con la sensazione di prediligere questi ultimi. La necessità di una presa di posizione forte e determinata da parte del maggiore azionista europeo è, invece, una necessità inderogabile all’interno dell’attuale dibattito, che non potrà non avere un risultato ancora più severo della semplice riduzione dei contributi, per arrivare fino all’espulsione di chi usa l’Europa solo per avere finanziamenti senza rispettare gli oneri nei confronti degli altri paesi ed il diritto al loro interno, perché ciò è incompatibile con la permanenza nelle istituzioni europee.

La via giudiziaria, metodo più efficace contro gli stati che non rispettano i principi dell’Unione Europea

l’Unione Europea finalmente si muove per sanzionare quegli stati che deviano dai principi fondamentali, da loro stessi sottoscritti al momento dell’adesione, della casa comune europea. Si tratta di un provvedimento tardivo, effettuato dopo anni di provocazioni verso Bruxelles e tutti quei paesi che hanno fatto del rispetto dei principi fondamentali dell’Unione il loro tratto distintivo all’interno dell’organizzazione sovranazionale; tuttavia si tratta anche di un inizio con un significato che travalica la sentenza singola e vale da monito ed avvertimento per altre nazioni, che intendono solamente godere dei vantaggi, specialmente economici, dell’appartenenza all’Unione Europea. La strategia di Bruxelles è stata quella della via giudiziaria, nonostante la presenza del famoso articolo 7 del Trattato dell’Unione, che consente la sospensione del diritto di voto nelle istituzioni europee del paese che viola i valori fondamentali dell’UE inclusi nell’articolo 2 del Trattato.  Contro l’applicazione di questa sanzione, però, Ungheria e Polonia possono contare sull’alleanza di diversi stati, che condividono con i due paesi gli interessi economici derivanti dall’appartenenza all’Unione. Per Bruxelles, quindi, la via giudiziaria è stata una soluzione obbligata ma che si è rivelata efficace. Nello specifico l’azione della Corte di giustizia europea è stata attuata contro il provvedimento legislativo ungherese che prevedeva la chiusura di una università con una legge ad hoc. Ciò è stato considerato incompatibile con il diritto comunitario; la legge del governo di Budapest era costruita appositamente per vietare l’attività ed espellere dal territorio statale l’Università dell’Europa centrale, presente in Ungheria dal 1991. Questa università è stata costituita dal miliardario George Soros, di origine ungherese e osteggiato dai partiti e movimenti sovranisti. Il verdetto della Corte ha accettato il ricorso della Commissione europea contro la legge ungherese per violazioni sulle norme europee circa la libertà delle istituzioni, il mancato rispetto degli articoli della Carta dei diritti fondamentali che sanciscono la libertà di creare centri di istruzione e la relativa libertà di insegnamento ed infine anche la violazione delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio sulla libera fornitura di servizi. La decisione della Corte permetterà alla Commissione europea di richiedere formalmente al paese ungherese di abrogare o modificare la legge contestata, eliminando comunque gli articoli che hanno determinato la chiusura dell’istituzione universitaria; nel caso che il governo di Budapest non segua quanto disposto dalla Corte la Commissione potrà presentare una nuova denuncia con la finalità di proporre pesanti sanzioni finanziarie contro l’Ungheria. Questo caso ha un significato importante per la Commissione europea perché, nello specifico segna un metodo, che sembra rivelarsi efficace, contro quei paesi che hanno intrapreso il mancato rispetto dei diritti come metodo di governo; peraltro le disposizioni della Corte avevano già fermato la riforma giudiziaria prevista in Polonia, che metteva in pericolo l’indipendenza del potere giudiziario. Se la strada giudiziaria ha effetti pratici, resta, comunque, vincolata ad un procedimento giuridico, che può avere effetti non certi, cioè per il momento rappresenta il migliore strumento disponibile, ma non può sostituire del tutto un adeguato processo politico, capace di regolare in maniera definitiva ed automatica il mancato rispetto dei diritti fondamentali da parte di governi autoritari. L’Unione, purtroppo, è ancora condizionata dalla necessità dell’unanimità degli stati: un sistema che condiziona e blocca le decisioni del parlamento europeo e rallenta l’azione della Commissione, chiamata, spesso a decisioni che la contingenza dei tempi vorrebbe molto veloci. Questa impostazione dovrebbe essere superata, anche in un’ottica di maggiore integrazione europea, certo pagando la perdita di una quota di sovranità dei singoli stati; ma, alla fine, il punto cruciale è proprio quello della sovranità delle singole nazioni, questione che, se non sarà superata, potrebbe bloccare qualunque avanzamento verso una maggiore integrazione. Appare compito del parlamento europeo procedere verso una riforma che possa svincolare le decisioni ed anche le sanzioni in maniera maggioritaria in maniera da superare l’attuale logica che prevede il requisito dell’unanimità, confidando che la maggioranza degli stati sia sempre fedele ai principi costitutivi dell’Unione Europea.