USA e Iran vicino alla ripresa dei negoziati per l’accordo sul nucleare

La possibilità della ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano entra in una fase decisiva grazie ad una serie di incontri preliminari avvenuti in maniera indiretta tra i rappresentanti di Washington e Teheran a seguito delle pressioni diplomatiche esercitate sia dalle due parti, che dall’Unione Europea. L’obiettivo è quello di ripristinare il documento firmato durante la presidenza di Obama e cancellato in maniera unilaterale da Trump, ma senza l’assenso degli altri firmatari. Per gli USA e per gli altri firmatari è importante che l’Iran rispetti l’accordo sul nucleare e per l’Iran è fondamentale che gli Stati Uniti ritirino le sanzioni e permettano la ripartenza dell’economia persiana. Se materialmente l’incontro tra le due delegazioni non c’è stato, l’impegno della diplomazia europea ha permesso concretamente il dialogo a distanza. La situazione attuale è da ascrivere alla errata strategia di Trump, che, ritirandosi dal trattato, ha favorito le condizioni per il ritorno iraniano verso l’arricchimento dell’uranio e, nel contempo, ha creato le condizioni affinché Teheran ritenga immotivato sedersi ad un tavolo con gli USA, senza che Washington ritiri le sanzioni. Da un punto di vista politico la posizione dell’Iran sarebbe ineccepibile se non fosse che anch’esso si è sostanzialmente ritirato dall’accordo arricchendo l’uranio. L’attuale situazione è di stallo: Biden rivuole l’accordo, ma non ritirerà le sanzioni fino ad un nuovo adempimento iraniano, viceversa Teheran pretende prima il ritiro delle sanzioni per sedersi di nuovo al tavolo con gli USA per poi arrivare ad assicurare l’interruzione dei processi di arricchimento dell’uranio. Questa situazione di blocco potrebbe essere rimossa da una dimostrazione di buona volontà degli statunitensi, come ha anche affermato il portavoce americano, che ritiene necessaria l’interruzione delle sanzioni per fare ripartire la trattativa; parole accolte positivamente in Iran, che fanno intravvedere una soluzione positiva. Gli ultimi incontri preliminari hanno determinato la costituzione di due gruppi di lavoro che riguarderanno, rispettivamente le modalità per interrompere le sanzioni americane e il percorso per ripristinare le condizioni dell’accordo nel paese iraniano. Washington, pur predisponendosi favorevolmente allo sviluppo della situazione, mantiene un basso profilo di fronte alle possibilità di un successo della trattativa, dato che i tempi previsti per il ripristino dell’accordo non sembrano essere brevi. Gli USA rifiutano la logica di procedere per primi nel blocco delle sanzioni per arrivare alla conseguente azione iraniana, piuttosto prediligono una modalità sincrona con Teheran nella rinuncia congiunta delle attuali condizioni. Per questo scopo è importante che le due parti stabiliscano un procedimento scandito con tempi certi nei vari passaggi, anche se è difficile prevedere una tempistica certa per arrivare alla fine del processo. L’obiettivo comune di Washington e Bruxelles è quello di arrivare ad una soluzione prima delle elezioni iraniane di giugno, affinché anche un governo di diverso indirizzo da quello attuale trovi una situazione già definita, tuttavia diversi analisti ritengono fortemente improbabile concludere il processo entro la data elettorale e ciò potrebbe causare una nuova partenza delle trattative con nuovi interpreti e condizioni. Per la Casa Bianca è importante evitare un riavvicinamento di Teheran con Pechino, causato anche dal comune interesse di indebolire il predominio della moneta americana nel mondo, fattore che è stato alla base del successo delle sanzioni americane, non solo contro l’Iran ma anche contro altri soggetti internazionali. Questo argomento, però, può essere alla base di un progetto con una scadenza medio o lunga, nell’immediato non è attuabile e le necessità del breve periodo per l’Iran sono quelle di rivitalizzare la propria economia, che sta patendo, oltre le sanzioni, la pessima congiuntura interna ed internazionale e gli effetti della pandemia. Queste ragioni pratiche potrebbero essere il fattore decisivo per dare un impulso ancora maggiore ai negoziati e risolvere per Washington una situazione che può distogliere delle attenzioni e delle risorse americane per destinarle a scenari ritenuti più decisivi, come quello del sud est asiatico, mentre per la stabilità regionale l’Iran senza atomica significherebbe anche la mancata proliferazione da parte dell’Arabia Saudita ed un atteggiamento più cauto di Israele.

La ripresa del conflitto ucraino come ulteriore fattore di scontro tra la Russia con USA e Unione Europea

In un momento nel quale le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti con la Russia, sono ad un punto molto basso, un vecchio motivo di attrito si sta aggiungendo come fattore di aggravamento della crisi. Non che sul conflitto ucraino c’erano particolari illusioni di una risoluzione conveniente a tutte le parti in causa, ma la situazione di stallo autorizzava a credere che questo conflitto restasse in una situazione latente per non contribuire ad aumentare i contrasti. Al contrario la ripresa dei combattimenti, nel corso delle ultime due settimane ha registrato una intensificazione tale da essere definita come la peggiore degli ultimi mesi. Dunque dopo sette anni di combattimento e circa 14.00 vittime, secondo  la tragica statistica delle Nazioni Unite, la questione è ancora lontana da una risoluzione ed i movimenti di truppe russe prossimi al confine con l’Ucraina ed il rafforzamento della presenza dei militari di Kiev lungo la frontiera orientale, indicano che una definizione pacifica appare sempre più remota. Mosca, per giustificare le sue provocazioni, usa la solita tattica prevedibile, che consiste nell’accusare il paese ucraino di effettuare provocazioni lungo la linea di frontiera a cui è necessario rispondere con un dispiegamento militare per proteggere la Russia; ora occorre ricordare che Mosca ha sempre smentito la propria partecipazione nel conflitto nel Donbass, dove hanno agito effettivi senza divise, ma riconducibili all’esercito russo, un comportamento ambiguo che descrive bene le modalità operative di Putin e che fa parte del sistema di disinformazione per giustificare il comportamento verso l’Ucraina. Ma se il destinatario più immediato delle minacce del Cremlino è Kiev, il messaggio è rivolto anche a Bruxelles e Washington, che nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, inquadrano l’Ucraina come frontiera geostrategica per il contenimento dell’ex paese sovietico. Occorre considerare che dopo il cambio alla Casa Bianca, l’amministrazione americana è più compatta nel considerare la Russia come un avversario e meno ben disposta di quando Trump era presidente, Biden infatti ha mostrato subito la sua avversità a Putin, riportando in alto il livello dello scontro verbale. Non è un mistero che a Mosca avrebbero preferito la continuità di Trump rispetto alla situazione attuale ed una spiegazione possibile di alcuni analisti al comportamento russo in Ucraina è che Mosca non abbia una reale intenzione di forzare la situazione, quanto quella di effettuare una prova di forza con lo scopo di verificare la reazione americana. Questa interpretazione non sembra azzardata perché risponde alla logica della provocazione a cui ha abituato più volte il Cremlino, intesa come mezzo strumentale da esercitare in politica estera. Una ulteriore lettura del comportamento di Mosca è quella di esercitare, attraverso le minacce contro l’Ucraina, una pressione sugli alleati occidentali di Kiev per ottenere concessioni politiche che possano alleggerire le sanzioni a cui è sottoposta la Russia per l’annessione della Crimea. Allo stato attuale sia gli USA, che l’Unione Europea hanno assicurato il loro appoggio all’Ucraina, ma dal punto di vista militare, senza un impegno concreto, che deve andare aldilà di quello politico, Kiev sarebbe destinata a soccombere di fronte alla supremazia russa ed è difficile ipotizzare  la presenza di effettivi americani ed europei al fianco dei soldati ucraini; certamente Mosca sa che avrebbe una risultato immediato, nel caso di attacco contro l’Ucraina, ma nel medio e lungo periodo andrebbe incontro ad un isolamento internazionale e sanzioni così dure da mettere in grossa difficoltà il paese russo. Risulta più credibile un atteggiamento sempre al confine della provocazione, ma proprio per questo potenzialmente molto pericoloso perché in grado di degenerare anche per l’incidente più banale. Deve anche essere analizzato che questo attivismo russo avviene in un momento nel quale il livello delle relazioni tra Mosca e l’occidente sono particolarmente basse e destinate, al momento, ad essere sempre più deteriorate, ciò può nascondere il timore del Cremlino di un coinvolgimento sempre maggiore dell’Ucraina nel campo occidentale, che avrebbe come principale effetto quello di avere le truppe dell’Alleanza Atlantica direttamente sul confine russo. Questa eventualità può essere una soluzione per fare arretrare i russi ma anche per esasperarli in maniera pericolosa: bisogna ricordare che il primo obiettivo di Mosca è quello di mantenere l’Ucraina all’interno della sua area di influenza, ma, se questo non fosse possibile, evitare almeno che entri nell’Alleanza Atlantica. La diplomazia può assecondare questo obiettivo russo se Mosca ritira i suoi militari, veri o nascosti, dalle zone sotto la sovranità ucraina ed inizia a rispettare il diritto internazionale: questa sarà la prima base di partenza per la ripresa del dialogo.  

Gli USA vicini al rientro nell’accordo per il nucleare iraniano

Il trattato sul nucleare iraniano, sottoscritto nel 2015 da Iran, Unione Europea, Germania e dai membri permanenti delle Nazioni Unite: USA, Cina, Francia, Inghilterra e Russia aveva lo scopo di impedire la proliferazione degli armamenti nucleari nella Repubblica islamica, garantendo a Teheran una minore pressione delle sanzioni economiche già imposte da Washington. Con l’elezione di Trump, gli USA invertirono il proprio comportamento adottando l’abbandono unilaterale dal trattato, con il conseguente reinserimento di nuove sanzioni energetiche e finanziarie contro l’Iran e contro chi avrebbe mantenuto rapporti commerciali con Teheran. Il cambiamento di atteggiamento americano, condizionato dalla vicinanza strategica di Trump con Israele ed Arabia Saudita, fu caratterizzato dalla così detta strategia di massima pressione, che secondo l’ex presidente degli Stati Uniti, avrebbe dovuto portare ad azzerare la volontà di possedere armamenti nucleari iraniana, mediante una politica di sanzioni più dura. In realtà, Teheran, pur sottoposto ad una situazione particolarmente pesante a causa dell’aumento dell’inflazione, del deprezzamento della propria moneta e di una grave recessione, provocate dall’atteggiamento della Casa Bianca, ha intrapreso una politica di arricchimento dell’uranio, sviluppando una tecnologia, che seppure non è stata ancora in grado di arrivare alla creazione della bomba atomica, ha creato grave apprensione, sia a livello regionale, che globale. Il fallimento della strategia statunitense di Trump, e dei suoi alleati israeliani e sauditi, ha compreso anche l’innalzamento del livello della tensione causato dagli attentati in cui sono morte personalità iraniane coinvolte nei programmi di ricerca per l’arricchimento dell’uranio. Il nuovo presidente americano Biden, fin dalla campagna elettorale, ha inserito nel proprio programma di politica estera la possibilità del rientro degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano, valutando negativamente le conseguenze dell’uscita che si sono concretizzate in un isolamento internazionale degli Stati Uniti e nella maggiore precarietà degli equilibri regionali. Biden ha chiesto un cambio di atteggiamento preventivo degli iraniani, con una riduzione dell’attività nucleare, in cambio del quale l’Iran ha proposto una prima riduzione delle sanzioni, come segno tangibile di buone intenzioni per la prosecuzione delle trattative. A questo scopo sarà anche fondamentale la ripresa del dialogo tra i funzionari iraniani e l’Agenzia per la ricerca atomica, per favorire le ispezioni delle centrali nucleari; a questo scopo fin dal prossimo mese di aprile si aprirà un ciclo di incontri per stabilire reciprocamente le regole delle ispezioni; frattanto il presidente iraniano ha deciso autonomamente di sospendere le operazioni per l’arricchimento di uranio, che ha determinato il ritiro della mozione di sfiducia di alcuni paesi europei contro l’Iran, proprio presso l’Agenzia atomica. I segnali di distensione sembrano indicare la possibilità della ripresa pratica dell’accordo, grazie anche all’impulso dell’azione di stati come la Germania e la Russia, che si sono esposte per ripristinare la situazione precedente all’ascesa di Trump alla Casa Bianca, tuttavia lo sviluppo positivo potrebbe essere garantito soltanto dalla permanenza di Biden o comunque di un democratico nella più alta carica statunitense. Come dimostrato, infatti, dall’assurdo comportamento di Trump, il ritiro unilaterale dall’accordo non ha comportato alcuna sanzione per che questo ritiro ha effettuato, contravvenendo alla firma ed agli impegni assunti dal proprio, senza una violazione accertata da parte di Teheran, ma soltanto per una diversa valutazione politica dell’accordo stesso. Questa situazione, quindi può garantire quattro anni di mantenimento dell’accordo, ma non può impedire la situazione che si è creata con Trump. Nonostante questa considerazione, che deve essere tenuta comunque ben presente, bisognerà favorire in questo lasso di tempo un differente approccio con l’Iran, permettendo alla sua economia di crescere, in maniera di favorire la creazione di una rete di legami, sia diplomatici, che commerciali, in grado di garantire una differente modalità di considerare l’arma atomica da parte degli iraniani. Se Teheran si atterrà al rispetto della non proliferazione nucleare per tutto questo periodo conseguirà una credibilità sufficiente a non provocare il ritiro unilaterale, anche di fronte ad una rielezione di Trump o di un suo emulo. Pur restando  sostanziali differenze e contrasti in politica estera con l’occidente, l’obiettivo di non avere una nuova bomba atomica in una regione così delicata del mondo, deve essere conseguito con una priorità assoluta.

Il primo incontro di Biden sarà con il primo ministro giapponese: chiaro segnale per la Cina

La volontà di ricevere come primo ospite di un governo straniero, il primo ministro giapponese, da parte del presidente Biden, rivela l’alto valore simbolico che la Casa Bianca conferisce all’incontro. La visita, che si svolgerà nella prima metà di Aprile, rappresenta chiaramente un segnale verso le intenzioni della politica estera della nuova amministrazione americana e, nel contempo, una sorta di avvertimento alla Cina ed alle sue intenzioni espansionistiche nei mari orientali. Il significato politico di questo invito si concretizza nel mantenimento, in prosecuzione con la politica di Obama, della priorità in politica estera dell’attenzione sulla regione asiatica dell’Oceano Pacifico, per la sua importanza economica e strategica, funzionale agli interessi americani. Il processo di rafforzamento delle relazioni tra Washington e Tokyo è centrale, per entrambe le parti, all’interno del progetto per potere arrivare alla libertà dei mari asiatici orientali. L’incontro assume anche il particolare significato di volere riportare alla normalità le attività relative alle iniziative diplomatiche statunitensi, che la pandemia ha reso certamente più difficili. Biden, già vicepresidente di Obama, ripete, con questo incontro, quanto già fatto dal suo predecessore democratico, che incontrò come primo ospite straniero l’allora primo ministro giapponese: nella ripetizione del primo vertice internazionale dopo l’elezione, si scorge che l’intenzione di Biden è quella di riprendere il discorso di Obama, sulla centralità della regione asiatica; del resto il Giappone è considerato, fino dal termine della seconda guerra mondiale, un alleato di primaria importanza per gli USA. Sul piano delle relazioni multilaterali, gli Stati Uniti, hanno indetto anche un prossimo vertice a quattro, con la partecipazione, oltre che degli USA, anche di India, Australia e dello stesso Giappone, che rimarca la volontà di porre al centro dell’azione diplomatica americana l’attenzione sulla regione asiatica orientale, procedendo in sintonia con altri partner, dell’area occidentale, interessati al contenimento cinese. Risulta molto significativo che questo vertice era stato inaugurato nel 2007, per la coordinazione degli aiuti a seguito del terremoto giapponese, ma successivamente  era stato sospeso per la volontà congiunta indiana ed australiana di non urtare la sensibilità cinese; tuttavia la crescita della spesa militare di Pechino unita alla sua volontà di esercitare il suo potere sulla zona del pacifico orientale, considerata come propria zona di influenza esclusiva, ha causato nuove riflessioni a Canberra ed a Nuova Delhi. Per l’India, poi, la rivalità mai sopita con la Cina, essenzialmente basata su argomenti geostrategici ed economici, è aumentata per i territori contesi al confine himalayano. Nuova Delhi si è così unita alle esercitazioni militari di guerra sottomarina congiunte, compiute da USA, Australia, Giappone e Canada ed ha rafforzato la sua cooperazione militare con Washington, provocando il risentimento cinese. Questo scenario, non deve essere dimenticato, si innesta sulla già preesistente guerra commerciale tra Washington e Pechino, che resta uno dei pochi punti di contatto e continuità tra la presidenza Trump e quella di Biden: appare chiaro che ciò provoca nel paese cinese sentimenti di avversione che potrebbero favorire pericolose conseguenze di carattere diplomatico e militare in grado di alterare i precari equilibri regionali. Pechino si sente anche accerchiata dalla ripresa delle attività del vertice a quattro, che ha condannato come un pericoloso multilateralismo anti cinese e ciò potrebbe accelerare alcune iniziative della Repubblica Popolare più volte minacciate, come la questione di Taiwan, sulla quale Pechino non ha mai escluso l’intervento armato per riportare l’isola sotto la piena sovranità cinese. Quindi se l’attivismo americano appare giustificato dalle stesse iniziative cinesi, l’augurio è che l’amministrazione Biden, pur ferma nei propri propositi, sia dotata di una maggiore cautela ed esperienza di quella che l’ha preceduta.  

Il possibile procedimento contro il principe ereditario saudita in Germania, come nuova forma di lotta contro i crimini contro l’umanità

La denuncia dell’associazione Reporter senza frontiere, depositata in Germania, con un dossier di 500 pagine, contro il principe ereditario Mohamed bin Salman ed altri membri della sua cerchia, accusati per l’omicidio del giornalista, avverso al regime, Jamal Khasoggi, avvenuto in Turchia nel 2018, diventa un’arma giuridica dell’occidente contro l’Arabia Saudita. Questa iniziativa arriva dopo che il presidente Biden ha tolto il segreto al dossier della CIA, voluto da Trump, sulle responsabilità effettive, come mandante dell’omicidio del giornalista. La quasi contemporaneità delle due iniziative dimostra come il legame tra USA ed Unione Europea si è rinsaldato con il nuovo inquilino della Casa Bianca. In realtà manca ancora il pronunciamento del pubblico ministero del tribunale dove è stata presentata la denuncia, ma il proseguimento dell’azione legale è dato per scontato, anche se la Germania non ha alcun legame con la vicenda, i tribunali tedeschi dovrebbero dichiararsi competenti sui fatti per effettuare un procedimento contro presunti crimini contro l’umanità, grazie alla conformità delle leggi tedesche ed al principio del diritto internazionale della giurisdizione internazionale. Deve essere specificato che si tratterà soltanto di una azione senza alcun effetto pratico, dato che è scontato il rifiuto, in caso di condanna, di estradizione da parte dell’Arabia Saudita, che ha espresso molto chiaramente il proprio atteggiamento sulla vicenda condannando, prima alla pena di morte, poi commutata in pene detentive, imputati di cui non sono state fornite le generalità, il che potrebbe volere dire che la condanna è stata emessa contro nessuno e soltanto per salvare le apparenze per i rapporti con l’occidente; tuttavia il valore politico di effettuare soltanto un procedimento contro una delle massime cariche saudite per violazioni contro l’umanità, assume un chiaro significato di discredito verso il principe ereditario, che lo squalifica nei rapporti di tipo diplomatico che intenderà intraprendere con altri soggetti internazionali. La Germania può essere una sorta di capofila per i paesi occidentali nella tutela dei crimini contro l’umanità, usati in maniera funzionale come azione diplomatica e quale discriminante dei rapporti internazionali; certamente si è all’inizio di un processo di questo tipo, del quale si dovrà valutare attentamente le implicazioni e le ricadute sui rapporti commerciali ed economici tra gli stati. A questo proposito deve essere considerato con attenzione l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti: Washington ha reso pubblico il rapporto che svela la responsabilità del principe ereditario, ma non ha emesso alcun procedimento o sanzione contro di lui, limitandosi a esprimere il proprio diniego dai rapporti istituzionali con il principe e considerando legittimo come interlocutore soltanto il regnante attuale. Si tratta di una posizione dettata dalla necessità di mantenere gli attuali legami con il regno Saudita, basati su reciproca convenienza di carattere geopolitico, tuttavia nel caso il principe ereditario diventasse il legittimo, per le leggi saudite, nuovo sovrano del paese, il problema non potrebbe essere di facile soluzione. Quello che appare è che si sta provando a gestire con una nuova metodologia, situazioni purtroppo già ben presenti da tempo, ma la domanda è se queste pratiche potranno valere a livello universale o se saranno usate solo per casi sporadici, secondo le esigenze contingenti o le convenienze del momento. Ad esempio il caso più eclatante è la Cina, che, malgrado le difficoltà attuali, intrattiene rapporti commerciali con tutto l’occidente, ma ha anche comportamenti sicuramente colpevoli verso gli Uiguri, contro i quali è in atto una feroce repressione che alcuni giudicano come un vero e proprio genocidio, così come nei confronti della protesta di Hong Kong, senza contare l’atteggiamento verso il Tibet ed il dissenso interno; tutto materiale sufficiente per una serie di processi per crimini contro l’umanità. Queste considerazioni valgono per molti altri stati, compresi la Russia e l’Iran, con il quale l’occidente cerca di riallacciare i rapporti sul nucleare interrotti da Trump. La questione è molto ampia ed ha ostacoli non facilmente sormontabili, ma, in questo momento, è importante sottolineare l’inizio di pratiche giurisdizionali, la cui applicazione potrebbe rappresentare il futuro della lotta ai crimini contro l’umanità: un percorso difficile ma che merita di essere sviluppato e collegato ai rapporti tra gli stati, proprio per emarginare ed isolare quei soggetti internazionali responsabili di queste violazioni.    

Biden non cambia la politica americana nei confronti della Cina

Come ampiamente annunciato già nella campagna elettorale, il nuovo presidente americano, Biden, ha mantenuto le promesse, fin dall’inizio del suo mandato, su quale piano si svolgeranno le relazioni con la Cina. La prima prova pratica è stata la prima conversazione telefonica con il capo dello stato cinese, Xi Jinping, dove il nuovo inquilino della Casa Bianca ha espresso tutte le proprie preoccupazioni per il comportamento di Pechino sia nella politica interna, con violazioni ripetute dei diritti umani, politici e civili, che nella politica estera, dove la Cina ha dimostrato più volte, attraverso una politica aggressiva, una volontà sempre maggiore di esercitare una influenza nel contesto internazionale. Questa linea che Biden ha adottato non sembra discostarsi, se non per le differenti modalità di espressione, da quella tenuta dal suo predecessore: la scelta sembra obbligata dai difficili rapporti che continuano tra i due paesi dovuti ai contrasti in materia commerciale e geostrategica. Alcuni passaggi di quella che è stata la prima conversazione tra i due uomini politici, dopo l’elezione di Biden, sono anche stati cordiali, come è dovuto dal protocollo, ma la dichiarazione ufficiale della Casa Bianca, al termine del colloquio ha evidenziato la preoccupazione statunitense per le pratiche economiche scorrette di Pechino, le repressioni adi Hong Kong, le ripetute e gravi violazioni dei diritti nei confronti della popolazione musulmana della provincia dello Xinjiang e le minacce verso l’autonomia di Taiwan. Si tratta di un insieme di argomenti tali da costituire un dossier particolarmente voluminoso per l’amministrazione americana, che rappresenta un ostacolo non molto sormontabile, a relazioni normali con il paese cinese e che conferma tutte le difficoltà già registrate da Obama e Trump; peraltro Biden, avendo già ricoperto il ruolo di vicepresidente, conosce bene queste problematiche, così come conosce altrettanto bene il presidente cinese fin dal 2011. Nello specifico la dichiarazione di Biden che ha affermato di considerare prioritaria la sicurezza, la salute e lo stile di vita del popolo americano ed in relazione a ciò di impegnarsi a cooperare con la Cina in relazione a quanto ciò soddisfi gli interessi degli USA e dei suoi alleati, deve essere letta come una sorta di avvertimento verso Pechino, anche in ragione di nuove relazioni con gli abituali alleati degli Stati Uniti, i cui rapporti con Trump si erano deteriorati. Considerando prioritari i normali legami transatlantici, Washington sembra volere avvertire il paese cinese che le collaborazioni con l’Europa per la Repubblica popolare non saranno più le stesse. Biden vuole tornare a riempire quei vuoti creati da Trump che avevano permesso alla Cina di insinuarsi nei rapporti con gli stati europei grazie alla sua grande capacità finanziaria e, se l’Europa sarà il primo obiettivo da recuperare per gli Stati Uniti, appare impossibile  non pensare che questa direzione sarà seguita anche per i paesi asiatici e per quelli africani, nei primi l’azione americana sarà necessaria per contenere l’espansionismo cinese, soprattutto in quello che considera il proprio spazio di influenza naturale, nei secondi per limitare una presenza che è già male tollerata, particolare che consente uno spazio di inserimento non secondario. Sul lato dei rapporti commerciali bilaterali, proprio per tutte queste considerazioni e per le valutazioni negative circa le condotte commerciali cinesi, è praticamente certo che gli USA manterranno le sanzioni commerciali contro Pechino, al massimo queste sanzioni potrebbero essere usate come scambio per ottenere il cambio di atteggiamento cinese su specifiche questioni sulle quali sarà possibile trattare, comunque problematiche circa la condotta cinese nel commercio e nelle licenze industriali, non certo materie considerate non trattabili da Pechino come la questione di Taiwan. Ma su questo fronte non c’è spazio di trattativa neppure per Washington: uno dei primi passi della nuova amministrazione americana è stato quello di ricevere il rappresentante di Taiwan negli USA, fatto che ha costituito un segnale inequivocabile per i cinesi, oltre che una novità nelle relazioni tra i due paesi. Proprio su Taiwan si registra la maggiore vicinanza di vedute tra Democratici e Repubblicani e ciò costituisce un ulteriore argomento di importanza nella valutazione americana della questione di Taiwan e ne determina l’argomento che potrebbe essere il più importante per capire l’evoluzione dei rapporti tra USA e Cina.

Gli Stati Uniti rientrano nel Consiglio per i diritti umani dell’ONU: dichiarazione politica di Biden

La nuova amministrazione americana continua il suo programma di interruzione rispetto alla politica del predecessore, con lo scopo di fare rientrare gli Stati Uniti all’interno della dialettica mondiale delle relazioni internazionali, con un ruolo centrale. Abbandonare l’isolamento che Trump aveva imposto alla sua stessa nazione è diventato il primo e più urgente obiettivo per la politica diplomatica del nuovo presidente. In questo contesto si colloca il ritorno di Washington nel Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, che era stato abbandonato perché accusato di una politica persecutoria nei confronti di Israele; in realtà, sebben e questa motivazione era alla base della decisione, la percezione fu che l’amministrazione della Casa Bianca di allora, avesse preso l’occasione anche per non entrare in contrasto con stati a cui si era avvicinata e che praticavano la violazione dei diritti umani in maniera sempre più palese. Secondo il nuovo presidente USA l’importanza del l’azione del comitato è quella di essere un canale preferenziale per l’accertamento della violazione dei diritti umani in qualunque parte del globo si verifichino. A questo proposito il Segretario di stato americano ha dichiarato che la mancanza ella leadership americana all’interno del comitato ha creato un vuoto di potere, che è stato vantaggioso per i paesi autoritari. Per il nuovo presidente americano è essenziale che gli Stati Uniti facciano emergere come centrale nella loro attività internazionale la difesa della democrazia, i diritti umani e l’uguaglianza e l’attività di enti multilaterali, come l’organismo preposto delle Nazioni Unite, sarà fondamentale a questo fine, anche per la comune azione con gli alleati americani. In queste intenzioni vi è un chiaro programma che dovrebbe rilanciare la stretta collaborazione con gli alleati tradizionali, soprattutto quelli europei, ma non solo, che sono stati trascurati ed allontanati da una politica isolazionista e poco lungimirante, come quella di Trump. Il recupero del valore dell’alleanza con l’Europa appare centrale, soprattutto a livello emotivo ed ideale, sul rilancio della centralità dei temi della democrazia e del rispetto dei diritti a livello globale rappresenta una priorità sia dal punto di vista politico, che da quello programmatico, perché costituisce anche un legame di più alta caratura da contrapporre alla vicinanza che si è creata tra il vecchio continente con la Cina, ed in parte, anche con la Russia, determinata proprio come reazione all’allontanamento voluto da Trump. Avere il sostegno dell’Unione Europea e degli inglesi su queste tematiche rappresenta una sorta di ritorno del blocco atlantico da contrapporre all’espansionismo cinese ed all’attivismo russo, che sono le emergenze più immediate con cui confrontarsi. La novità di riconoscere l’importanza di un organismo quale il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, non è inattesa, ma rappresenta comunque un segnale forte che il nuovo presidente americano ha voluto dare insieme alle dichiarazioni molto nette circa la assoluta mancanza di sentimenti democratici del leader cinese, le proteste per l’atteggiamento di Mosca che ha represso le manifestazioni contro il presidente Putin ed il ritiro del sostegno militare all’Arabia Saudita nella guerra contro i ribelli yemeniti. Si tratta, evidentemente, di un programma politico, che andrà a riguardare i rapporti politici, militari ed economici, che gli americani intenderanno intraprendere con gli stati illiberali e le loro strategie internazionali: un approccio completamente differente da quello precedente, del quale, tuttavia, dovrà conservare alcune finalità, come il rapporto con Pechino. Biden ha assicurato di non volere alcun tipo di conflitto con la Cina, ma una distensione dei rapporti, già difficili, lasciati da Trump, appare impossibile, proprio per l’impostazione di fondo che la nuova politica estera americana si è data. Se la discriminante del rispetto dei diritti umani diventa fondamentale sarà impossibile un rapporto sereno con la Cina, per cui diventeranno inevitabili le ricadute sui rispettivi interessi geopolitici, come il presidio delle vie del mare del pacifico, la tutela degli stati minacciati da Pechino ed i rapporti commerciali tra le due parti, tutte potenziali ragioni che potrebbero portare ad uno stato di guerra fredda. Di fronte a questo pericolo potenziale sarà importante valutare la risposta degli alleati, soprattutto quelli europei, che hanno un maggiore peso politico: una occasione per l’Unione Europea di essere effettivamente la rappresentante del rispetto dei diritti e di interpretare questo ruolo con maggiore coraggio, soprattutto di fronte alle violazioni più gravi, prendendo iniziative diplomatiche forti, anche attraverso sanzioni economiche severe, sapendo che da ora l’appoggio americano non mancherà, se non altro per reciproci interessi.

Dopo il cambio di presidente la Cina avverte gli USA

Il Presidente cinese Xi Jinping è intervenuto all’incontro inaugurale che apriva l’edizione in versione virtuale del World Economic Forum. Il discorso del massimo esponente della Cina si è incentrato sull’esigenza di evitare una nuova guerra fredda, senza però citare in maniera esplicita il vero destinatario del messaggio: il nuovo presidente degli Stati Uniti. Per arrivare a ciò il presidente cinese ha confermato la sua difesa del multilateralismo, quello economico non certo quello dei diritti, una maggiore cooperazione globale da testare nel momento attuale della pandemia ed ha sottolineato la necessità di una maggiore importanza del ruolo dell’associazione del G20 per governare ed indirizzare il sistema globale dell’economia globale, soprattutto nella fase complicata della ripresa dalla crisi causata dall’emergenza sanitaria. Il capo dello stato della Cina non si è contraddetto presentando la sua visione dirigistica sul governo del mondo, profondamente incentrato sugli aspetti economici a discapito, come è normale, dei temi legati ai diritti civili e politici. Un messaggio che Trump, al netto degli interessi contrastanti dei due paesi, avrebbe anche potuto apprezzare; tuttavia per Biden ci sono forti elementi di contrasto di cui Xi Jinping è ben consapevole: se già il precedente inquilino della Casa Bianca non gradiva l’eccessivo presenzialismo cinese sulla scena internazionale, sostenuto da un grande riarmo, Biden ha un atteggiamento differente rispetto ai diritti, che costituisce l’aspetto maggiormente contrastante per Pechino. Il presidente cinese sembra volere anticipare questo pericolo con l’avvertimento di non provare ad intimidire o minacciare il proprio paese con sanzioni o provvedimenti tesi a contrastare lo sviluppo economico della Cina, che potrebbero portare a situazioni di scontro o anche di un contrasto più strutturato, una sorta di nuova guerra fredda in grado di bloccare l’economia globale. Questa è certamente una minaccia, ma anche una situazione molto temuta in un paese dove il problema della crescita è vissuto sempre con molta apprensione. Rispetto a quattro anni fa Xi Jinping prova un approccio differente con l’appena insediato presidente degli Stati Uniti: se per Trump il messaggio iniziale era stato di collaborazione, con Biden c’è un avvertimento a non seguire la politica isolazionista ed arrogante del suo predecessore. La lettura che se ne trae è che il presidente cinese si stia muovendo su due piani: uno interno, per dimostrare al popolo cinese la sua volontà di affermazione del paese nel contesto internazionale ed uno esterno per sottolineare la crescita della Cina, che non accetta più un ruolo di subalternità nei confronti degli USA. Il ruolo che Xi Jinping si è costruito, quello di difensore dell’economia aperta, senza barriere commerciali, per gli investimenti e gli scambi tecnologici, non è più credibile, nonostante abbia provato a ribadire la correttezza di queste ragioni, in contrasto, però, con la coerenza di una nazione che ha fatto come elemento di forza della sua forza produttiva il basso costo del lavoro, peraltro senza alcuna garanzia legale e quindi fattore di scorretta concorrenza, il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei brevetti e la non reciprocità degli scambi, alterando il mercato degli investimenti con pratiche scorrette verso i paesi poveri. Anche l’ultima parte dell’appello del presidente cinese rappresenta una evidente contraddizione: viene richiamata la necessità, per favorire la crescita, di abbandonare i pregiudizi ideologici nel rispetto delle differenze culturali, storiche e sociali di ciascun paese, senza però citare la repressione del dissenso, pratica comune in Cina ed a Hong Kong, ed i ripetuti tentativi di cancellare le peculiarità tradizionali e religiose come avviene in Tibet e nei confronti dei cinesi musulmani. Paradossalmente le dichiarazioni di Xi Jinping possono costituire per Biden una agenda programmatica per regolarsi con la Cina, d’altra parte già in campagna  elettorale il nuovo presidente non sembrava volere prendere una posizione troppo diversa da Trump nei confronti di Pechino, se a queste dichiarazioni seguirà un comportamento opposto, come sembra ragionevole pensare, per Biden il confronto con la Cina sarà un argomento costantemente all’ordine del giorno: sul breve periodo sarà importante cambiare i toni del confronto, anche se i temi non potranno variare sarà necessario evitare pericolosi confronti, che potrebbero degenerare; occorre ricordare la centralità delle alleanze e del quadro strategico nel pacifico orientale per Washington, come fonte di possibile conflitto, tuttavia il periodo iniziale dovrà servire a costruire un dialogo senza che gli USA arretrino di fronte alla necessità della difesa dei valori democratici ed anzi, ne siano i più strenui difensori: ciò sarà il punto di partenza per le relazioni con la Cina dopo l’uscita di scena di Trump.

USA e Taiwan sono più vicine: rischio o opportunità per Biden?

A pochi giorni dalla decadenza di Trump, come presidente degli Stati Uniti, l’amministrazione uscente della Casa Bianca lascia in eredità al nuovo presidente Biden un atto politico ostile verso la Cina, che non potrà non rendere complicate le relazioni tra Pechino e la nuova amministrazione di Washington. In pratica il Segretario di Stato, in uno dei suoi ultimi atti amministrativi, ha eliminato le restrizioni vigenti tra i funzionari americani e quelli di Taiwan. Sebbene gli USA non hanno mai riconosciuto formalmente Formosa, ne sono il principale alleato, cui forniscono ingenti quantità di materiale bellico, e gestiscono i rapporti con la capitale Taipei attraverso l’Istituto americano di Taiwan, denominazione dietro la quale si cela una vera e propria ambasciata statunitense ufficiosa. Anche la decisione di inviare l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite in visita a Taiwan, dopo la recente missione del Segretario alla salute degli Stati Uniti, rappresenta un motivo di profondo risentimento da parte di Pechino; d’altro canto tutti questi provvedimenti hanno l’altissimo gradimento dell’amministrazione di Taipei, che vede la fine delle discriminazioni bilaterali tra Stati Uniti e Taiwan, condizionate, proprio dalla continua pressione cinese. Per pechino Taiwan è considerata una parte non alienabile del territorio cinese ed anche se Taipei sta funzionando come uno stato indipendente, la riunificazione con la madre patria è una parte irrinunciabile del progetto cinese di esercitare in modo efficace la sua sovranità sull’isola. Per Pechino è una condizione non negoziabile per avere rapporti diplomatici con la Cina non averne con Taiwan, infatti, al momento sono soltanto sette, tra cui il Vaticano, le nazioni che hanno relazioni formali con Taipei. Donald Trump, senza spingersi a stabilire l’ufficialità dei rapporti con i passi formali, che sono richiesti a livello internazionale, ha stabilito rapporti molto cordiali, se non amichevoli, con Taiwan, che vanno inquadrati nel programma di contenimento del gigante cinese in quella che Pechino reputa la sua zona di influenza esclusiva. Come non è un mistero la collaborazione tra i militari statunitensi e quelli di Formosa, oltre alle già citate forniture di armi, al contrario i toni cinesi si sono alzati, fino a rendere pubblica la possibilità di rendere possibile una opzione armata per la riconquista dell’isola. Le questioni che ne derivano sono essenzialmente due: l’azione del Segretario di stato è stata fatta, sicuramente, senza un coordinamento con la prossima amministrazione e ad un primo esame appare come una azione di disturbo, pur se inquadrata nella logica prosecuzione politica del programma di politica estera di Trump. Non sappiamo ancora come Biden voglia impostare i rapporti sulla Cina: dal programma elettorale è apparsa una volontà di rapporti più distesi nei modi, ma più o meno coincidenti sulla volontà di identificare Pechino come il competitore principale a livello internazionale e la volontà di limitarlo il più possibile. In questo programma rientra un nuovo rapporto con l’Europa, per ridimensionare i rapporti tra Bruxelles e Pechino, ma anche contenere la potenza cinese proprio sulla linea dei suoi confini, considerando la grande importanza delle vie di comunicazione del lato asiatico dell’Oceano Pacifico, che non può essere lasciata alla gestione cinese. La questione è sia di carattere commerciale, che geopolitico. Un ampliamento del peso politico cinese, che potrebbe passare da quello economico a quello militare, non può essere tollerata, ne da un politico repubblicano e neppure da uno democratico: d’altronde già Obama aveva spostato l’attenzione principale degli Stati Uniti dall’Europa alle regioni asiatiche intorno alla Cina, ritenendo molto più importante dal punto di vista strategico per gli USA, questa regione. Il Segretario di stato uscente, apparentemente avrebbe fatto un atto a danno di Biden, ma, in realtà, potrebbe avere accelerato un processo che la nuova amministrazione americana avrebbe dovuto comunque compiere, dato che per Washington l’alleanza con Taiwan appare irrinunciabile proprio a causa delle minacce cinesi, che, se portate a compimento, priverebbero gli Stati Uniti di una posizione strategica irrinunciabile per il controllo parziale della regione. Certo è un equilibrio fortemente instabile perché soggetto a potenziali e continui incidenti, tra due parti il cui accordo su questo tema è al momento impossibile.  

Negli USA il partito repubblicano è diviso dopo i fatti di Washington

I disordini di Washington, aldilà della evidente gravità dei fatti, che ha rovinato il prestigio americano e potrà influenzare i giudizi dei paesi esteri verso qualsiasi decisione statunitense in politica estera, portano alla ribalta un problema interno, che era rimasto nascosto nel dibattito politico americano, perché in parte sottovalutato ed in parte rimasto in posizione meno importante rispetto ai comportamenti anomali di Trump. Finita in malo modo quella che probabilmente è stata la peggiore presidenza mai vista a Washington, si apre il problema del futuro immediato ed anche a più lungo termine del partito repubblicano. In questa fase storica le scorie della presidenza Trump lasciano una formazione profondamente divisa tra repubblicani classici, che prediligono un modello di destra liberista, ma sempre e comunque all’interno del rispetto delle leggi del paese e populisti, che vogliono imporre una visione retrograda del paese, frutto della preminenza della ideologia del Tea party, che si è impossessata del partito, e che rifiutano le leggi democratiche, come ampiamente dimostrato, facilmente suggestionabili da un misto di motivazioni religiose e razziste, contornata da incredibili teorie cospirazioniste, elaborate da abili manipolatori politici, con la sola finalità di reperire facile consenso. L’obiezione principale a queste tesi è, che, comunque Trump ha ottenuto il record dei voti per un candidato repubblicano e che quelli che hanno dato l’assalto al parlamento americano e coloro che condividono questa aggressione, non costituiscono il totale del suo elettorato: ciò è vero e costituisce proprio la base della pericolosa divisione del partito repubblicano. Attualmente il rischio di scissione è molto concreto: esiste una frattura tra la leadership del partito, che ha subito e sopportato Trump a causa della propria incapacità di esprimere un candidato proprio ed alternativo, ed una parte consistente della base, che si è radicalizzata verso le ideologie populiste; questa radicalizzazione non è nata dal nulla, la così detta America profonda aveva ed ha caratteristiche che rendevano facile la conquista da parte di un leader come Trump, irrispettoso delle regole democratiche, vissute come una prevaricazione da parte delle élite politiche e finanziare, percepite, spesso non a torto, come responsabili della diseguaglianza profonda presente nelle regioni più arretrate del paese.  Anche sul piano numerico dei deputati e senatori eletti al parlamento statunitense, su un totale di 262 membri, 147 si sono pronunciati contro la ratifica dell’elezione di Biden: schierandosi con Trump hanno espresso, per convinzione o opportunità, la loro adesione all’ala populista del partito, facendo una sorta di gioco d’azzardo sul loro futuro politico; infatti, se da un lato, questo appoggio può costituire un investimento, nel caso di una ricandidatura di Trump, anche al di fuori del partito repubblicano, al contrario, verosimilmente, ne chiude ogni possibilità all’interno della formazione repubblicana classica. La domanda, però è se queste due parti potranno avere una riconciliazione; Trump e quindi il suo elettorato non pare intenzionato a perdonare il comportamento del partito da quella che considera una debolezza verso il presidente eletto, il partito, però, non potrà mai perdonare a Trump l’atto finale della sua presidenza, rappresentato dall’assoluto disprezzo verso le regole democratiche americane. Il presidente uscente sembra avere promessa una sua ricandidatura tra quattro anni, che se si concretizzerà, non potrà essere all’interno dell’attuale perimetro, quindi l’ipotesi di una rottura del bipartitismo americano sembra diventare una possibilità; tuttavia, se per Biden le cose appaiono al momento più semplici, anche il partito democratico rischia di patire forti tensioni tra la parte più moderata e l’ala sinistra, che ha accresciuto il suo peso. La riflessione è doverosa, soprattutto in un momento di difficoltà del sistema americano, perché occorre prevedere i possibili scenari futuri, tra i quali il bisogno di alleanze al di fuori dei movimenti politici canonici, con la conseguenza di una difficile governabilità del paese più importante del mondo sullo scenario internazionale. La prospettiva deve preparare gli altri attori  internazionali ad una eventualità di instabilità interna degli Stati Uniti, che non potrà non riflettersi nel mantenimento ed alla variazione degli  equilibri internazionali futuri.