USA e Taiwan sono più vicine: rischio o opportunità per Biden?

A pochi giorni dalla decadenza di Trump, come presidente degli Stati Uniti, l’amministrazione uscente della Casa Bianca lascia in eredità al nuovo presidente Biden un atto politico ostile verso la Cina, che non potrà non rendere complicate le relazioni tra Pechino e la nuova amministrazione di Washington. In pratica il Segretario di Stato, in uno dei suoi ultimi atti amministrativi, ha eliminato le restrizioni vigenti tra i funzionari americani e quelli di Taiwan. Sebbene gli USA non hanno mai riconosciuto formalmente Formosa, ne sono il principale alleato, cui forniscono ingenti quantità di materiale bellico, e gestiscono i rapporti con la capitale Taipei attraverso l’Istituto americano di Taiwan, denominazione dietro la quale si cela una vera e propria ambasciata statunitense ufficiosa. Anche la decisione di inviare l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite in visita a Taiwan, dopo la recente missione del Segretario alla salute degli Stati Uniti, rappresenta un motivo di profondo risentimento da parte di Pechino; d’altro canto tutti questi provvedimenti hanno l’altissimo gradimento dell’amministrazione di Taipei, che vede la fine delle discriminazioni bilaterali tra Stati Uniti e Taiwan, condizionate, proprio dalla continua pressione cinese. Per pechino Taiwan è considerata una parte non alienabile del territorio cinese ed anche se Taipei sta funzionando come uno stato indipendente, la riunificazione con la madre patria è una parte irrinunciabile del progetto cinese di esercitare in modo efficace la sua sovranità sull’isola. Per Pechino è una condizione non negoziabile per avere rapporti diplomatici con la Cina non averne con Taiwan, infatti, al momento sono soltanto sette, tra cui il Vaticano, le nazioni che hanno relazioni formali con Taipei. Donald Trump, senza spingersi a stabilire l’ufficialità dei rapporti con i passi formali, che sono richiesti a livello internazionale, ha stabilito rapporti molto cordiali, se non amichevoli, con Taiwan, che vanno inquadrati nel programma di contenimento del gigante cinese in quella che Pechino reputa la sua zona di influenza esclusiva. Come non è un mistero la collaborazione tra i militari statunitensi e quelli di Formosa, oltre alle già citate forniture di armi, al contrario i toni cinesi si sono alzati, fino a rendere pubblica la possibilità di rendere possibile una opzione armata per la riconquista dell’isola. Le questioni che ne derivano sono essenzialmente due: l’azione del Segretario di stato è stata fatta, sicuramente, senza un coordinamento con la prossima amministrazione e ad un primo esame appare come una azione di disturbo, pur se inquadrata nella logica prosecuzione politica del programma di politica estera di Trump. Non sappiamo ancora come Biden voglia impostare i rapporti sulla Cina: dal programma elettorale è apparsa una volontà di rapporti più distesi nei modi, ma più o meno coincidenti sulla volontà di identificare Pechino come il competitore principale a livello internazionale e la volontà di limitarlo il più possibile. In questo programma rientra un nuovo rapporto con l’Europa, per ridimensionare i rapporti tra Bruxelles e Pechino, ma anche contenere la potenza cinese proprio sulla linea dei suoi confini, considerando la grande importanza delle vie di comunicazione del lato asiatico dell’Oceano Pacifico, che non può essere lasciata alla gestione cinese. La questione è sia di carattere commerciale, che geopolitico. Un ampliamento del peso politico cinese, che potrebbe passare da quello economico a quello militare, non può essere tollerata, ne da un politico repubblicano e neppure da uno democratico: d’altronde già Obama aveva spostato l’attenzione principale degli Stati Uniti dall’Europa alle regioni asiatiche intorno alla Cina, ritenendo molto più importante dal punto di vista strategico per gli USA, questa regione. Il Segretario di stato uscente, apparentemente avrebbe fatto un atto a danno di Biden, ma, in realtà, potrebbe avere accelerato un processo che la nuova amministrazione americana avrebbe dovuto comunque compiere, dato che per Washington l’alleanza con Taiwan appare irrinunciabile proprio a causa delle minacce cinesi, che, se portate a compimento, priverebbero gli Stati Uniti di una posizione strategica irrinunciabile per il controllo parziale della regione. Certo è un equilibrio fortemente instabile perché soggetto a potenziali e continui incidenti, tra due parti il cui accordo su questo tema è al momento impossibile.  

Negli USA il partito repubblicano è diviso dopo i fatti di Washington

I disordini di Washington, aldilà della evidente gravità dei fatti, che ha rovinato il prestigio americano e potrà influenzare i giudizi dei paesi esteri verso qualsiasi decisione statunitense in politica estera, portano alla ribalta un problema interno, che era rimasto nascosto nel dibattito politico americano, perché in parte sottovalutato ed in parte rimasto in posizione meno importante rispetto ai comportamenti anomali di Trump. Finita in malo modo quella che probabilmente è stata la peggiore presidenza mai vista a Washington, si apre il problema del futuro immediato ed anche a più lungo termine del partito repubblicano. In questa fase storica le scorie della presidenza Trump lasciano una formazione profondamente divisa tra repubblicani classici, che prediligono un modello di destra liberista, ma sempre e comunque all’interno del rispetto delle leggi del paese e populisti, che vogliono imporre una visione retrograda del paese, frutto della preminenza della ideologia del Tea party, che si è impossessata del partito, e che rifiutano le leggi democratiche, come ampiamente dimostrato, facilmente suggestionabili da un misto di motivazioni religiose e razziste, contornata da incredibili teorie cospirazioniste, elaborate da abili manipolatori politici, con la sola finalità di reperire facile consenso. L’obiezione principale a queste tesi è, che, comunque Trump ha ottenuto il record dei voti per un candidato repubblicano e che quelli che hanno dato l’assalto al parlamento americano e coloro che condividono questa aggressione, non costituiscono il totale del suo elettorato: ciò è vero e costituisce proprio la base della pericolosa divisione del partito repubblicano. Attualmente il rischio di scissione è molto concreto: esiste una frattura tra la leadership del partito, che ha subito e sopportato Trump a causa della propria incapacità di esprimere un candidato proprio ed alternativo, ed una parte consistente della base, che si è radicalizzata verso le ideologie populiste; questa radicalizzazione non è nata dal nulla, la così detta America profonda aveva ed ha caratteristiche che rendevano facile la conquista da parte di un leader come Trump, irrispettoso delle regole democratiche, vissute come una prevaricazione da parte delle élite politiche e finanziare, percepite, spesso non a torto, come responsabili della diseguaglianza profonda presente nelle regioni più arretrate del paese.  Anche sul piano numerico dei deputati e senatori eletti al parlamento statunitense, su un totale di 262 membri, 147 si sono pronunciati contro la ratifica dell’elezione di Biden: schierandosi con Trump hanno espresso, per convinzione o opportunità, la loro adesione all’ala populista del partito, facendo una sorta di gioco d’azzardo sul loro futuro politico; infatti, se da un lato, questo appoggio può costituire un investimento, nel caso di una ricandidatura di Trump, anche al di fuori del partito repubblicano, al contrario, verosimilmente, ne chiude ogni possibilità all’interno della formazione repubblicana classica. La domanda, però è se queste due parti potranno avere una riconciliazione; Trump e quindi il suo elettorato non pare intenzionato a perdonare il comportamento del partito da quella che considera una debolezza verso il presidente eletto, il partito, però, non potrà mai perdonare a Trump l’atto finale della sua presidenza, rappresentato dall’assoluto disprezzo verso le regole democratiche americane. Il presidente uscente sembra avere promessa una sua ricandidatura tra quattro anni, che se si concretizzerà, non potrà essere all’interno dell’attuale perimetro, quindi l’ipotesi di una rottura del bipartitismo americano sembra diventare una possibilità; tuttavia, se per Biden le cose appaiono al momento più semplici, anche il partito democratico rischia di patire forti tensioni tra la parte più moderata e l’ala sinistra, che ha accresciuto il suo peso. La riflessione è doverosa, soprattutto in un momento di difficoltà del sistema americano, perché occorre prevedere i possibili scenari futuri, tra i quali il bisogno di alleanze al di fuori dei movimenti politici canonici, con la conseguenza di una difficile governabilità del paese più importante del mondo sullo scenario internazionale. La prospettiva deve preparare gli altri attori  internazionali ad una eventualità di instabilità interna degli Stati Uniti, che non potrà non riflettersi nel mantenimento ed alla variazione degli  equilibri internazionali futuri.    

L’accordo tra Marocco ed Israele minaccia la stabilità del Sahara occidentale ed è una trappola per Biden

L’ennesimo accordo di una amministrazione scaduta, lascia pesanti questioni in eredità al nuovo inquilino della Casa Bianca e gli impone una serie di obblighi economici e politici, che potrebbero non essere condivisi. Il quarto stato arabo che accetta di stabilire rapporti con Israele, grazie alla mediazione americana, dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan è il Marocco, che ottiene il riconoscimento della propria sovranità sul Sahara occidentale, l’ex colonia spagnola abbandonata da Madrid nel 1975. Per raggiungere il successo diplomatico con gli Emirati Arabi Uniti, gli USA si sono impegnati a finanziare l’esercito emiratino con un programma di riarmo del costo di 19.100 milioni di euro, per il Bahrain il costo è politico per favorire i rapporti con l’Arabia Saudita, mentre per il Sudan si tratta di un impegno che riguarda entrambi gli aspetti, trattandosi della promessa, non ancora concretizzata, di revocare le sanzioni di Washington verso il paese africano, che erano state inflitte per colpire il precedente regime dittatoriale. Per Rabat il vantaggio è quello di vedersi riconosciuta la sovranità sul Sahara occidentale, poco importa se, per ora, questo riconoscimento avviene solo dagli Stati Uniti, unico paese della comunità internazionale ad effettuarlo; Trump ha parlato espressamente come la soluzione del governo del Marocco sia l’unica proposta percorribile nell’ambito della ricerca di un processo di pace duraturo. Questo apprezzamento consente al Marocco di superare gli accordi del 1991, firmati con il Fronte Polisario presso le Nazioni Unite, che prevedevano un referendum per l’autodeterminazione delle popolazioni del Sahara occidentale. Ciò potrebbe aggravare una situazione di crisi ripresa dallo scorso 12 novembre, con un confronto tra l’esercito marocchino e gli attivisti per l’indipendenza, dopo ventinove anni di tregua. Occorre ricordare che il Sahara occidentale è il territorio non indipendente più grande del pianeta e la autoproclamata Repubblica araba Sahrawi ha il riconoscimento di 76 nazioni e dell’Unione Africana e detiene lo status di osservatore alle Nazioni Unite. Si comprende come la tattica di Trump miri a dividere l’Unione Africana e lasciare a Biden una grave responsabilità, anche perché la decisione a favore del Marocco interrompe una linea che gli USA mantenevano da tempo bei confronti della questione. Se Biden decidesse di avvallare la decisione di Trump andrebbe contro agli ambienti diplomatici americani al contrario una revoca del riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, implicherebbe un raffreddamento nei rapporti tra Rabat e Tel Aviv. La prova che l’incertezza regni anche in Marocco, aldilà delle dichiarazioni di soddisfazione, è che per ora Rabat non intende aprire alcuna rappresentanza diplomatica in Israele, quasi ad attendere gli sviluppi della nuova politica estera americana. Una ragione ulteriore, poi, è l’atteggiamento da tenere con i palestinesi, apparsi da subito molto adirati. Il Marocco ha specificato da subito che non intende mutare il proprio atteggiamento favorevole sulla soluzione di un territorio e due stati, incompatibile con la visione di Netanyahu. Il premier israeliano al momento sembra essere il vero vincitore, portando un nuovo accordo con uno stato arabo come sua personale vittoria, in un momento molto difficile sul fronte interno, dove il paese rischia la quarta elezione politica in poco tempo. Trump continua a giocare per sé stesso, sacrificando per i propri scopi la politica estera statunitense in un momento di passaggio di consegne: quella che il presidente uscente ritiene vincente è la tattica di lasciare una situazione molto difficile da gestire per quella che dovrà essere la politica estera democratica, con l’atteggiamento di diversi stati alleati potenzialmente negativo con il nuovo presidente. Il disegno è ampio e mira, innanzitutto a creare una rete di stati legati al vecchio presidente in vista di una possibile ricandidatura tra quattro anni, lasciando situazioni di difficile soluzione per il nuovo inquilino della Casa Bianca, che presuppongono il fatto di lasciare inalterate le decisioni in essere, con la contrarietà del partito democratico, o viceversa di ribaltarle, ma dovendo affrontare l’avversione di chi dovrà subire queste decisioni contrarie. Un tranello che appare creato ad arte per delegittimare il nuovo presidente o di fronte agli alleati stranieri o di fronte al proprio elettorato. In conclusione bisogna ricordare che Trump non ha ancora formalmente riconosciuto la sconfitta e minaccia di portare il paese più importante del mondo verso un caos istituzionale, che potrebbe avere ripercussioni molto gravi per il mondo intero.  

Con Biden l’Alleanza Atlantica troverà nuovo slancio

In politica estera una delle ricadute più rilevanti della sconfitta elettorale di Trump, sarà la possibile rinascita dell’Alleanza Atlantica, come strumento ritrovato della politica occidentale. L’atteggiamento del presidente eletto Biden è certamente di natura opposta a quello del suo predecessore, tuttavia resteranno attuali alcune critiche che Trump ha fatto ai suoi partner europei, specialmente sulla natura degli investimenti finanziari in armamenti. Se la richiesta della misura del due per cento del prodotto interno lordo sembra che sarà confermata dal nuovo inquilino della Casa Bianca, almeno nelle intenzioni, sarà interessante vedere come sarà valutata anche la destinazione della spesa: Trump aveva come obiettivo quello di rafforzare più l’industria americana, che gli equipaggiamenti e la decisione europea di finanziare la propria industria degli armamenti, seppure sempre nel perimetro dell’Alleanza Atlantica, doveva essere fortemente osteggiata dagli Stati Uniti nel loro ruolo di maggiore azionista dell’organizzazione. D’altro canto la volontà di distacco di Trump dall’Alleanza Atlantica, cosa che, probabilmente, non sarebbe mai stata concessa dal Congresso americano, aveva favorito la nascita di una discussione all’interno degli stati dell’Unione Europea, per la creazione di una forza armata comune: uno strumento essenziale per praticare una propria politica estera e propedeutico ad una unione politica più stringente. L’intenzione non era certo quella di uscire dall’Alleanza Atlantica, ma un soggetto di tale peso avrebbe o avrà la possibilità di esercitare un peso politico diverso nel rapporto con Washington. Questa determinazione non dovrà venire meno anche con la presenza di Biden nel ruolo di presidente degli USA, ma, anzi, dovrà esserne sfruttata la migliore disposizione e il maggiore tatto politico per iniziare a ripensare l’Alleanza Atlantica nel quadro di assetti geopolitici profondamente cambiati, di cui Trump non ha tenuto sostanzialmente conto. Riconciliare l’Unione Europea con gli Stati Uniti può passare da un diverso ruolo dell’Alleanza Atlantica, non più maggiormente funzionale agli interessi statunitensi, ma come garante dei valori occidentali nei teatri già presenti e che emergeranno dai confronti globali. Per il momento però, occorre prepararsi ai possibili danni che Trump vorrà lasciare per mettere in difficoltà l’organizzazione, a cominciare dalla volontà di ritirare soldati americani da scenari essenziali per la sicurezza mondiale, come l’Afghanistan; questi giorni che restano al presidente uscente potrebbero essere usati per mettere l’Alleanza Atlantica in grave svantaggio e con la necessità futura di ripartire da un punto più difficile per la ricostruzione. Passando ai casi specifici più rilevanti sarà interessante vedere come si vorrà impostare il rapporto con la Cina, che emerge sempre più come principale avversario, anche in ragione non solo del fatto degli ingenti investimenti in armamenti ma come competitore globale nell’industria e nella tecnologia. Se per quanto riguarda gli Stati Uniti la politica di duro confronto con Pechino non dovrebbe subire sostanziali mutamenti, per una Alleanza Atlantica riveduta e corretta, si potrebbero creare spazi per smorzare gli scontri sul piano diplomatico, grazie ad un possibile maggiore peso dell’Europa. Questo non vuole dire abdicare alle esigenze occidentali ma soltanto creare la possibilità di un diverso approccio. Un altro caso che dovrà essere trattato con urgenza è il ruolo della Turchia all’interno dell’alleanza: Ankara ha optato per una politica che non è stata conforme agli accordi transatlantici, stipulando accordi di fornitura di armamenti dalla Russia; fattore che non può essere disgiunto da una politica estera della Turchia condotta in aperto contrasto con gli interessi americani ed europei. L’atteggiamento che si vorrà tenere con Ankara segnerà una linea di condotta che dovrà essere poi mantenuta in maniera coerente all’interno dei rapporti trai membri. Infine la scadenza, il 5 febbraio, del trattato del 2010 per limitare le testate nucleari, firmato con la Russia, rappresenta una urgenza non procrastinabile, anche per la disponibilità del presidente russo ad un rinnovo, che potrebbe aprire la strada ad un nuovo tipo di rapporti con Mosca. La necessità di un maggiore uso della diplomazia sembra condivisa sia dal nuovo presidente che dai membri europei, questa impostazione sarà essenziale per approcciare  le situazioni di crisi in maniera più ragionata, senza però abdicare alla necessità del presidio e delle azioni dove sarà necessario per il mantenimento della pace e la tutela degli interessi occidentali.     

Gli USA dovranno cambiare atteggiamento sul commercio per cambiare la politica estera

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Biden, dovrà mettere riparo alla politica commerciale del suo predecessore, che ha avuto anche ricadute sulla politica estera americana. Nell’epoca della globalizzazione dividere commercio da politica estera è anacronistico, perché i due fattori vanno sempre più spesso di pari passo. Soprattutto in uno scenario mondiale dove i contrasti vengono sempre di più risolti senza ricorrere alle guerre, che vengono lasciate come ultima opzione o negli scenari secondari, la competizione commerciale, come strumento di affermazione economica e quindi politica, diventa il teatro strategico per determinare supremazie e vantaggi. Trump non ha mai capito questo punto focale, che sta caratterizzando i risultati di politica estera a livello globale; chiuso nella sua strategia isolazionista, il presidente americano in scadenza, ha condotto una politica miope fatta di dazi sulle importazioni, non selettiva dal punto di vista politico: per avvantaggiare i prodotti americani ha condotto una lotta indiscriminata contro avversari ed alleati, che ha prodotto danni politici sia nel campo avverso, sia e soprattutto in quello amico. Il successo che Trump si attribuisce in campo economico, in realtà è una bugia, dato che ha approfittato delle misure lasciate in eredità da Obama e che i suoi consiglieri sono riusciti a mantenere attive. Per Biden sarà diverso, soprattutto in relazione alle guerre commerciali che Trump lascerà al nuovo presidente e che, in qualche modo dovranno essere disinnescate. Si è detto fin dall’inizio della campagna elettorale che nessuno dei due contendenti avrebbe potuto mutare l’atteggiamento verso la Cina, ciò è vero perché c’è il continuo bisogno di condannare quella che è una dittatura, come, peraltro Pechino ha più volte dimostrato e che un inquilino della Casa Bianca proveniente dal partito democratico, dovrà sottolineare con ancora maggiore forza; tuttavia un approccio differente e più diplomatico si può sperare nel prossimo dialogo tra USA e Cina, che sappia attenuare il livello dello scontro. Ma il vero punto cruciale è l’atteggiamento che Biden vorrà tenere con l’Europa e la necessità di recuperare un rapporto che il suo predecessore ha notevolmente deteriorato. Il comportamento di Trump, unito alla situazione generata dalla pandemia, ha sottolineato come per Bruxelles l’esigenza di essere sempre più autonoma è diventata una vera e propria emergenza. Questo fattore continuerà ad essere presente anche nei rapporti con la nuova amministrazione americana, anche se, come è auspicabile, i rapporti miglioreranno. D’altra parte l’Europa non può che privilegiare il rapporto con gli Stati Uniti, rispetto a quello con la Cina, i cui modi dittatoriali al suo interno ed il mancato rispetto di prassi commerciali corrette con l’estero, condizionano le valutazioni degli stati dell’Unione. Oltre alla convergenza sulla Cina, USA ed Europa devono ripartire dalla consapevolezza che, insieme costituiscono il mercato più ricco del mondo e ciò è un fattore primario che può agire da volano per entrambi le parti. Occorre anche considerare che la Cina, che si sta vedendo precluso questo mercato, sta cercando di creare alternative, come quella recentemente firmata a cui aderiscono diversi paesi, anche dell’area occidentale, come Giappone ed Australia, oltre a vari stati asiatici, che ha creato un mercato più vasto della singola area europea, ma anche dell’unione commerciale tra USA, Canada e Messico, arrivando a sommare il 40% degli scambi globali; questa associazione non ha vincoli politici e ciò rappresenta un fattore di debolezza, ma mira ad ottenere un abbassamento dei dazi doganali di circa il 90% in venti anni, integrando anche servizi e beni degli appartenenti. Questo accordo, che evidenzia la leadership cinese, è stato possibile proprio per l’abbandono del ruolo di influenza americano nel continente asiatico. Ripetere questo errore con l’Europa, ma anche con Canada e Messico, spesso altrettanto maltrattati da Trump, potrebbe essere letale per l’economia statunitense. Dall’aspetto economico globale a quello politico il passo è breve: se Washington dovesse indebolire ulteriormente il suo peso politico internazionale, il suo declino sarebbe garantito ed una eventuale volontà di riguadagnare posizioni implicherebbe un costo finanziario e sociale molto alto. Meglio sviluppare una strategia alternativa e concorrenziale alla Cina, tramite il coinvolgimento degli alleati diretti, con strumenti che prevedano vantaggi comuni, anche oltre gli aspetti economici, e l’attrazione in questa orbita di nemici di Pechino come l’India; cercando anche di sottrarre alla Cina, dal punto di vista commerciale, paesi dell’orbita occidentale, come Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, che si sono avvicinati troppo pericolosamente a Pechino.

Se Trump fonda un partito, gli assetti politici USA potrebbero cambiare

Nonostante tutte le obiezioni sollevate da Trump le elezioni americane si sarebbero svolte senza vizi tali da essere invalidate. Sono numerose, infatti, le autorità elettorali americane che stanno certificando il risultato ed in un recente comunicato congiunto hanno affermato di non avere trovato prove evidenti di schede elettorali modificate, smarrite o di voti contraffatti. Si è arrivato a proclamare le ultime elezioni come quelle maggiormente sicure di quelle fino ad ora disputate nella storia statunitense. Questo giudizio contraddice tutte le accuse provenienti dallo sconfitto, che continua ad ostinarsi in una guerra personale, che danneggia solo il paese. In realtà questa tattica era stata ampiamente annunciata ancora prima del voto, durante la campagna elettorale, con la volontà di non riconoscere comunque la sconfitta a priori; Trump resta comunque il candidato repubblicano che ha preso più voti in una competizione elettorale, anche se ciò non è stato sufficiente per vincere; questo grande risultato ha però rinforzato la convinzione dell’ormai ex presidente di continuare la campagna di denigrazione dell’avversario e del sistema elettorale, che gli aveva permesso, quattro anni prima, di raggiungere la Casa Bianca. Il sospetto è che Trump, con questo atteggiamento, si sita preparando le condizioni più favorevoli al suo futuro da ex presidente, assicurandosi ricchi compensi per la stesura di libri e la partecipazione retribuita a conferenze e convegni: un modo per rimanere, in qualche modo, comunque al centro della scena funzionale alla preparazione della competizione elettorale del 2024, nella quale sembra volersi ripresentare. Anagraficamente questo è certamente possibile, Trump fra quattro anni avrà 78 anni, mentre politicamente la questione pone questioni più complicate. La candidatura, senz’altro ingombrante, andrebbe ad aumentare i pretendenti alle primarie, in un partito dove il magnate americano è stato sopportato, più che apprezzato, da una parte considerevole, sia nella base, che, soprattutto, dalla dirigenza del partito che si richiama ai valori classici dei repubblicani, sovvertiti dall’ondata populista iniziata con la contaminazione del tea party. In questo periodo che segue ai risultati elettorali, la gran parte  dell’establishment del partito repubblicano non ha seguito Trump nella sua tattica di delegittimazione degli esiti del voto, ma ha mostrato un atteggiamento insofferente verso questo tradimento della prassi, tanto da essere minacciata, oltre che da Trump stesso, anche dai figli dell’ex presidente. Questa situazione apre a nuovi scenari possibili all’interno della politica statunitense, che vanno dal possibile tentativo di Trump di impossessarsi dell’organizzazione repubblicana fino alla fondazione di un proprio partito personale e familiare. Il grande risultato elettorale conseguito può essere anche interpretato come un consenso espresso principalmente verso la propria persona, più che come espressione del voto verso il partito repubblicano, questo assunto possiede certamente un fondamento di verità ed è ciò su cui si fondano le premesse per la fondazione di un partito di Trump, sganciato dai repubblicani. Per la politica USA potrebbe essere uno shock a causa della possibile scomparsa del partito repubblicano, soprattutto se non sarà in grado di esprimere un candidato adeguato al confronto con l’ex presidente. C’è da dire che la radicalizzazione delle posizioni politiche lascerebbe poco spazio ad un partito repubblicano senza la presenza di Trump, se non verso il centro della scena politica statunitense, un centro al momento occupato dalla figura di Biden, ma non da tutto il partito democratico dove si conta una robusta presenza della sinistra, che ha taciuto finora per potere raggiungere il solo obiettivo della sconfitta di Trump. Da quando Biden assumerà la presidenza sarà inevitabile che la sinistra dei democratici, anche con svariate ragioni, faccia valere le sue legittime pretese, dato che è stata una parte essenziale per portare il candidato democratico alla vittoria, soprattutto ricordando che il mancato appoggio della sinistra ad Hillary Clinton determinò proprio la vittoria del magnate Trump. Un possibile partito dell’ex presidente interessa così anche i democratici, dato che non è scontata la coesistenza pacifica tra i moderati e la sinistra. Lo scenario politico americano potrebbe così trasformarsi da bipartitico a tripartitico (analogamente a quanto accaduto in Inghilterra, anche se con presupposti differenti), dove i moderati dei due attuali partiti, dovrebbero trovare un terreno comune per cercare di prevalere. In ogni caso Trump, se così sarà, rappresenterà un ulteriore elemento di novità.    

Gli Stati Uniti in bilico

La fine delle elezioni americane non è coincisa con la proclamazione del vincitore e ciò rischia di precipitare il paese in una crisi istituzionale peggiore anche di quella del 1974, culminata nelle dimissioni del presidente Nixon. Il primo rischio concreto è la paralisi istituzionale del paese fino al 14 dicembre, giorno in cui si riunirà il collegio elettorale per la ratifica del vincitore delle elezioni; fino ad ora questa riunione è stata una prassi formale, un passaggio istituzionale per la nomina del presidente, ma con la situazione attuale caratterizzata dalla strategia di Trump di esercitare ricorsi legali contro i risultati di alcuni stati. Questo comportamento è coerente con la storia del presidente americano, che, durante la sua vita professionale, ha intentato circa 1.600 cause legali, ricorrendo alla giustizia una volta ogni undici giorni; il ricorso alla giustizia, di solito procede parallelamente con una tattica di logoramento e rinvii, un vero e proprio insieme di tecniche per ritardare la definizione della causa, che hanno lo scopo di rimandare l’accadimento di  situazioni  potenzialmente sfavorevoli ai suoi obiettivi. Se questa è stata la condotta che ha contraddistinto la sua attività professionale, appare ragionevole credere che ciò sarà applicato anche per mantenere quella che è considerata la carica più importante del paese. Appare ovvio che Trump non voglia rendere un buon servizio al proprio paese, ma soltanto a se stesso; ciò rappresenta l’apice di una presidenza di pessimo valore e il punto peggiore, se possibile, di un anno già segnato dai più gravi disordini razziali dal 1968 e dalla pessima gestione della pandemia, che ha provocato ben 233.000 deceduti, un valore in netto contrasto con l’immagine degli USA, che lo stesso Trump vuole presentare; del resto anche la dichiarazione in cui si è proclamato vincitore della contesa elettorale e la definizione data al conteggio dei voti postali, possibilità riconosciuta ampiamente dalla legge in vigore, come una frode e la volontà di richiedere alla Corte Suprema, da lui precedentemente modellata a sua misura, non fa che confermare la pochezza del personaggio e la sua inadeguatezza a ricoprire il ruolo di presidente americano. Tuttavia, pur se attualmente in svantaggio, la sua sconfitta non è ancora sicura e l’esito del voto è effettivamente ancora in bilico, malgrado sconfitte in stati importanti dove Trump aveva costruito la propria vittoria nelle scorse elezioni. La partita si gioca tutta sui numeri dei grandi elettori visto che Biden con i suoi 69,5 milioni di voti è diventato il candidato presidente più votato in assoluto nella storia degli Stati Uniti, ma questa supremazia potrebbe non bastare e Trump potrebbe ripetere la performance delle scorse elezioni, quando diventò prevalse, nonostante i due milioni di voti in più della Clinton. Il clima di radicalizzazione della politica americana, con la divisione che da politica è diventata sociale, sta provocando una pericolosa deriva nel paese statunitense, che si presenta alla conclusione delle elezioni sempre più diviso e con il concreto pericolo che il confronto si sposti nelle vie e nelle piazze. I rispettivi sostenitori hanno già dato il via a manifestazioni di sostegno al proprio candidato e già alcuni scontri si sono verificati, sedati dalle forze dell’ordine. La condotta di Trump, che non sembra rassegnarsi alla possibile sconfitta, rischia di coinvolgere nel confronto i tanti gruppi autonomi dotati di armi, che lo sostengono e che si sentono defraudati della vittoria del proprio candidato. Lo scenario è quello di un paese spaccato dove potrebbe crearsi una spirale di violenza; se non fosse per la complessità delle strutture democratiche americane si potrebbero concretizzare tutti gli elementi per una sorta di guerra civile. Sul piano politico il Partito Repubblicano ha ottenuto un buon successo, che non permetterebbe a Biden di avere la maggioranza nei due rami del parlamento e questo dato politico, in contrasto con la possibile sconfitta di Trump, apre un solco tra la struttura dei repubblicani ed il loro candidato, che in questi anni è stato subito da buona parte del partito, talvolta in completo disaccordo con la politica ed i comportamenti del Presidente. Per i repubblicani, che in diversi casi hanno condannato la tattica usata da Trump per contestare il conteggio dei voti, potrebbe finalmente essere l’occasione per riorganizzare il partito secondo una politica più tradizionale e consona dei valori del partito, accantonando gli estremismi del Tea party, che hanno portato Trump fino alla Casa Bianca. Sarebbe un primo passo per la riconciliazione del paese e per permettere agli Stati Uniti una politica più consona al suo ruolo di prima potenza mondiale.

Il dibattito per le prsidenziali USA: triste simbolo della politica americana

Il dibattito per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti ha evidenziato la trasformazione della politica americana, ormai lontanissima dalle caratteristiche che vedevano i suoi due partiti maggiori su posizioni similari e con poche differenze. La personalizzazione della politica, a discapito dei programmi, si è affermata parallelamente alla progressiva radicalizzazione delle posizioni più estreme, basate sempre più su preconcetti ed idee politicamente scorrette. Il populismo sempre più esasperato ha provocato un arretramento dei modi del confronto, causato anche da uno svuotamento della politica e, soprattutto, del valore dei politici, allineati sempre più verso valori bassi. Questo processo ha riguardato entrambi gli schieramenti, anche se in maniera più netta il Partito Repubblicano, che è stato svuotato dal suo interno dal suo aspetto conservatore per abbracciare i temi di movimenti come il Tea Party, di cui Trump è il tragico prodotto. Nei democratici questa involuzione è stata più sfumata, ma l’impressione di essere un partito legato alla finanza ed ai grandi interessi economici ha determinato la diserzione dalle urne dei suoi elettori determinando la sconfitta di una candidata impresentabile come la Clinton. La moderazione dei democratici ha creato una spaccatura con la sinistra del partito, che appare tenuto insieme soltanto dalla legittima contrarietà alla figura del presidente in carica. Con queste premesse il dibattito tra i due candidati ha rispettato le previsioni di un confronto dove sono mancate le analisi sui rispettivi programmi a favore di una serie di insulti e sgarbi reciproci, che non hanno dato niente al dibattito generale e nessuna indicazione per chi deve ancora decidere. Trump ha accusato di più la sopportazione dello sfidante ed ha avuto momenti di grande difficoltà, mentre Biden ha dimostrato, andando contro il pronostico, un notevole autocontrollo, che lo ha consentito una prova, alla fine, migliore di quella dell’avversario. Occorre però ribadire che i due hanno intrapreso un duello personale, senza spiegare come intendono governare e con quali programmi, uno spettacolo indegno per la carica che andranno a ricoprire, del tutto inutile per gli elettori e per l’opinione pubblica internazionale. Certamente il rifiuto di Trump di condannare i suprematisti bianchi, se è una chiamata al voto di una certa parte dell’America profonda, dall’altra può costituire un richiamo ai seggi per gli afroamericani, spesso assenti, in favore di Joe Biden; ma la cosa più inquietante rimane il possibile rifiuto di una sconfitta da parte del presidente in carica: uno scenario mai visto nella politica americana, che evoca una situazione di estremo pericolo proprio per la presenza di una radicalizzazione così esasperata. Le reti ed i giornali progressisti hanno dato la vittoria a Biden per il suo autocontrollo da politico espero di fronte alle provocazioni gratuite di Trump, in maniera speculare i  media  conservatori hanno dato la vittoria a Trump, ma, in realtà, entrambe le parti sono coscienti che il dibattito non ha spostato un solo voto, anche se alcune analisi dicono che la maggioranza degli spettatori era democratica ed anche gli indecisi erano superiori ai repubblicani davanti alle televisioni e proprio tra i telespettatori indecisi si sarebbe registrato un maggiore favore verso Biden. Si tratta però di dati non sicuri, al contrario della raccolta dei finanziamenti per le rispettive campagne elettorali, dove Biden è in netto vantaggio, cosa che, peraltro, non gli assicura la vittoria, così come i sondaggi che lo danno avanti: il ricordo della sconfitta della superfavorita Clinton è un monito sempre presente.

Gli USA vogliono imporre le sanzioni all’Iran e si isolano dalla scena diplomatica

La questioni delle sanzioni all’Iran è sempre stato un punto fermo del programma politico di Trump, ora, alla vigilia delle elezioni presidenziali, quando la campagna elettorale si sta intensificando, il presidente statunitense rimette al centro del dibattito internazionale l’intenzione di ripristinare in maniera completa le sanzioni contro Teheran. Questa volontà è stata annunciata dal Segretario di stato americano, giustificandola con la risoluzione numero 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo l’interpretazione americana, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi con la firma dell’accordo sul nucleare, accordo dal quale gli USA si sono ritirati in maniera unilaterale. La notifica alle Nazioni Unite, avvenuta il 20 agosto scorso, della volontà statunitense avrebbe, secondo la Casa Bianca, attivato il processo di ripristino delle sanzioni con effetto dal 19 settembre 2020. La coincidenza con la campagna elettorale appare evidente, tuttavia questa intenzione pone gli Stati Uniti in un ulteriore stato di isolamento, che aggrava la posizione americana all’interno del panorama diplomatico. La reazione più eloquente è quella dell’Unione Europea, che denuncia l’illegittimità degli USA nel volere riapplicare le sanzioni. Si tratta di una illegittimità in contraddizione con il diritto internazionale, in quanto gli americani non possono riapplicare le sanzioni di un trattato dal quale si sono ritirati e, quindi, di cui non sono più sottoscrittori. Il dispregio del diritto, piegato alle necessità contingenti di politica interna, peraltro di una sola parte del paese, evidenzia come l’atteggiamento dell’amministrazione in carica sia un misto di imperizia e dilettantismo, dai quali, per l’ennesima volta, il paese ne esce malissimo. Infatti, se le reazioni di Cina, Russia e dello stesso Iran sono contrarie per ragioni di interessi politici nazionali, la posizione dell’Europa si distingue come un progressivo allontanamento dagli Stati Uniti per lo meno se al comando resterà questo presidente. Lo scontro non è solo sul provvedimento dell’applicazione delle sanzioni sulla base di un accordo dal quale Washington si è ritirato in modo unilaterale, ma anche sulla minaccia americana di applicare sanzioni a quelli stati che non si adegueranno alla decisione della Casa Bianca. L’atteggiamento americano è anche una sfida alle Nazioni Unite, uno scontro frontale che può avere conseguenze pesanti sugli equilibri della politica internazionale; infatti le minacce di sanzionare gli altri stati, che non vorranno adeguarsi alla decisione degli USA è una potenziale conseguenza della quasi certa decisione delle Nazioni Unite di non volere adempiere all’attuazione delle sanzioni. Si capisce che una diplomazia ormai costituita solo da minacce e che rifiuta ogni dialogo ed anche l’applicazione delle normali norme di comportamento rappresenta un segnale di debolezza, sia sul breve che sul medio periodo. Ma si tratta anche dell’abdicazione formale al ruolo di grande potenza da parte di un paese che si sta ripiegando sempre di più su se stesso in un momento dove il bisogno di fare fronte comune delle democrazie occidentali contro Cina e Russia appare una esigenza non più rinviabile. Non solo anche il programma “Prima l’America”, lo slogan che accompagna l’azione politica di Trump, sembra essere tradito da questo eccesso di protagonismo che è certamente contro gli interessi degli Stati Uniti. Washington non può proporsi contro l’espansionismo cinese o l’attivismo russo in maniera singolare, perché ha bisogno dell’azione congiunta dell’Europa, che, viene data sempre come sicura, ma a torto: infatti non si può pretendere che il maggiore alleato americano, già insofferente per l’azione di Trump, subisca in maniera passiva queste imposizioni; dal punto di vista commerciale l’Unione Europea non può tollerare di essere sottoposta a sanzioni in maniera illegale e la conseguenza non potrà che essere un irrigidimento dei rapporti anche su temi dove gli interessi americani avevano trovato un’intesa con l’Europa, come gli scenari degli sviluppi delle telecomunicazioni, con l’esclusione della tecnologia cinese. Questo caso mette ancora una volta in risalto come l’Europa debba trovare una modalità per essere sempre più indipendente dagli altri attori internazionali; se nei confronti di Cina e Russia c’è una distanza enorme su temi come i diritti umani, le violazioni informatiche ed anche i rapporti commerciali, che li pone sempre più come interlocutori inaffidabili; gli Stati Uniti, malgrado le politiche di Trump, restavano ancora gli interlocutori naturali, tuttavia la Casa Bianca sembra volere esercitare un ruolo sempre più egemone, che non può essere tollerato dall’Europa. Se le elezioni presidenziali americane non daranno un risultato diverso da quello prodotto quattro anni prima, le distanze con Trump sono destinate ad aumentare: a quel punto Washington potrebbe diventare non tanto diversa da Pechino o da Mosca.

La Cina spera nella sconfitta di Trump, ma i rapporti bilaterali potranno avere poche variazioni

Nel paese cinese è in corso un dibattito su come saranno i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi. Gli analisti politici e la pubblica opinione della Cina sembrano concordi nel preferire non tanto la vittoria di Biden, quanto la sconfitta di Trump; se le due cose sono intimamente legate, ed una è la conseguenza dell’altra, per i cinesi sembra essenziale che Trump non venga rieletto e poco importa che la vittoria vada allo sfidante del partito democratico, perché ritengono qualsiasi alternativa migliore dell’attuale inquilino della Casa Bianca. In realtà, come si vedrà più avanti, le cose per la Cina, sostanzialmente cambieranno poco. Pechino ritiene Trump un politico troppo imprevedibile, difficilmente gestibile nella consuetudine dei normali rapporti internazionali. Trump, che, peraltro, ha un’ottima impressione del presidente cinese, non possiede un ragionamento politico lineare, si lascia troppo guidare dai sentimenti del momento ed è circondato da consiglieri inesperti e troppo inclini a non contraddirlo. Certamente la sua visione internazionale ha provocato nel paese americano, un odio verso la Cina, che, però, è stato facile sviluppare grazie alla precedente politica di Obama. Il predecessore di Trump, pur con modi differenti, ha messo al primo posto la questione della supremazia delle vie di comunicazioni marine, fondamentali per il trasporto delle merci, presenti nei mari cinesi, che Pechino ritiene facenti parte della sua zona di influenza esclusiva. Inoltre la questione della crescente volontà cinese di competere, non solo più a livello economico, ma anche geopolitico e quindi militare, con gli USA, per diventare la prima potenza mondiale, ha provocato una reazione trasversale negativa in entrambi gli schieramenti politici. L’azione, certo dissestata, di Trump si può collocare nella continuità della politica inaugurata da Obama. Certamente i modi di Trump non hanno certo facilitato il dialogo tra i due paesi, che, anzi si sono allontanati come non mai. Un cambio alla Casa Bianca è ritenuto preferibile, almeno per quanto riguarda le possibilità e le modalità di un dialogo che appare comunque difficile per i presupposti contingenti presenti. Quello che la Cina può aspettarsi da una vittoria di Biden è soltanto un atteggiamento più diplomatico nelle relazioni bilaterali, ma sui temi generali di discussione i margini per delle convergenze sono pochi. Sicuramente si potranno trovare delle intese sul cambiamento climatico ed anche sulla questione del nucleare iraniano, ciò potrà favorire una distensione, ma oltre sarà praticamente impossibile andare. C’è un indizio molto indicativo di come il partito democratico intende affrontare la Cina, infatti dal suo programma elettorale è scomparso il principio di una sola Cina: ne consegue che l’appoggio a Taiwan, peraltro fondamentale per gli USA dal punto di vista strategico, continuerà; così come quello ad Hong Kong, la cui opposizione è stata praticamente cancellata dalla legge liberticida. Avere un antagonista appartenente al Partito Democratico, anzi, potrebbe essere peggiore di fronteggiare Trump sulla questione dei diritti civili negati dal governo cinese; l’attuale presidente non si è mai mostrato troppo sensibile a questo tema al quale gran parte della sua formazione politica non pare interessata, viceversa la base elettorale di Biden potrebbe esigere una posizione ferma dal suo candidato nel caso venisse eletto. Una impressione è che Biden possa sembrare ai cinesi più arrendevole, ma questa impressione, sempre che sia vera, appare totalmente errata, perché la via dei rapporti tra USA e Cina nell’immediato futuro non potrà cambiare dagli standard attuali. Se ci sono margini per riprendere i negoziati sull’Accordo di cooperazione economica trans-pacifica e l’Associazione transatlantica per il commercio e gli investimenti, questo non vuole dire che Biden, se eletto, potrà transigere sul tema dei diritti, che, anzi, potrebbe diventare centrale nel rapporto con la Cina. Soprattutto la questione delle vie marittime e dell’appoggio agli alleati americani dell’area non potrà essere negoziabile e questo aspetto promette di continuare ad essere un grande ostacolo nei rapporti bilaterali, un ostacolo che resterà di tipo sostanziale nonostante la previsione di un possibile miglioramento dei rapporti formali.