I militari americani riconoscono la minore credibilità degli USA nei confronti degli alleati

I più alti responsabili militari degli Stati Uniti, il Comandante di stato maggiore ed il Comandante del Comando centrale, responsabile delle operazioni in Afghanistan, sono comparsi di fronte al Senato a seguito della convocazione per rispondere sulla caotica fine del conflitto nel paese afghano, che ha riportato al potere i talebani, contro cui l’esercito statunitense stava combattendo dal 2001. Questo confronto tra vertici militari e legislatori americani ha messo in risalto la totale mancanza di accordo tra gli stessi militari ed il potere esecutivo, mancata concordanza che vale sia per Trump, che per Biden, esponendo sempre più il presidente democratico ad una pericolosa similitudine con il suo predecessore, dal quale tanto aveva preso le distanze in campagna elettorale. La discordanza tra i militari e la Casa Bianca mette in risalto la responsabilità di Biden nei pessimi rapporti che ha provocato con i propri alleati dell’Unione Europea, che sembra non seguire i consigli dei propri vertici militari. Le decisioni del presidente americano, il quale si è sempre assunto la responsabilità delle proprie decisioni, non hanno tenuto nella dovuta considerazione i consigli dei militari, optando per le analisi sbagliate dell’intelligence statunitense.  Il Capo di Stato maggiore è apparso rammaricato per la perdita di credibilità degli Stati Uniti da parte degli alleati europei, definendo espressamente un danno l’uscita non concordata dalla guerra afghana. Questa constatazione, che arriva in un momento di difficoltà all’interno dell’Alleanza Atlantica, alimenta la diffidenza degli europei in particolare e della Francia in particolare, a causa della variazione della politica estera americana verso una centralità spostata dall’Europa allo scenario asiatico. Perfino il Segretario della difesa, che non ha condiviso le valutazioni del Capo di Stato maggiore, ha dovuto ammettere che la credibilità americana potrà essere messa in dubbio, nonostante la personale convinzione di mantenere un valore di affidabilità elevato. Ma il maggiore danno al prestigio del presidente è venuto dal comandante del Comando centrale, che ha confermato che l’intenzione dei vertici militari americani era quella di mantenere un contingente di 2.500 effettivi, opzione rifiutata da Biden, ma che era stata concordata con Trump; tuttavia entrambi i due ultimi presidenti non hanno voluto prendere in considerazione una uscita non basata sulle date, ma su condizioni di conformità, come suggerito dai militari. La decisione errata è stata dovuta anche ad una informativa sbagliata dell’intelligence USA, che riteneva l’esercito regolare afghano in grado di controbattere all’offensiva talebana senza l’aiuto americano, deve essere però precisato che la formazione dei militari del paese afghano era assegnata all’esercito americano, che nonostante i diversi miliardi di dollari investiti non ha saputo portare ad una adeguata preparazione le forze armate di Kabul. Nonostante i giudizi negativi sulle modalità del ritiro, il capo di Stato maggiore ha riconosciuto che una permanenza dei militari americani avrebbe significato lo scontro sul terreno con i talebani ed anche subire le potenziale minacce delle formazioni dello Stato islamico presenti sul territorio afghano. Le conclusioni dei senatori USA sono state, che il fallimento afghano è stato dovuto ad accordi sciagurati presi da Trump con i talebani (visione democratica), sommati alla gestione disastrosa di Biden (visione repubblicana), il cui risultato finale sono state i 2.500 morti americani e lo spreco di 2,3 trilioni di dollari, che rappresentano un fallimento strategico degli Stati Uniti di portata epocale. Aldilà di questa analisi si deve aggiungere anche che il paese afghano ritornerà un territorio dove le formazioni terroristiche islamiche potranno riorganizzarsi senza alcun contrasto, una sorta di base da dove organizzare attentati verso i paesi occidentali, addestrare terroristi e cercare di riproporre modelli più ambiziosi, come quello dello stato islamico. La decisione di Biden, se per certi versi può essere compresa nel quadro delle ragioni di politica interna, riduce la percezione degli USA come grande potenza in grado di proteggere se stessa e l’occidente da una minaccia che torna sempre più minacciosa e, che se si dovesse verificare, non potrà che essere imputata alla pessima gestione di Biden stesso, che sarà perseguitato per questo motivo anche sui libri di storia.

Per l’Europa gli USA non sono più affidabili e Biden assomiglia sempre più a Trump

Com’era lecito attendersi l’accordo militare tra USA, Gran Bretagna ed Australia ha provocato profondo risentimento in Europa. Si tratta di un vero e proprio affronto a Bruxelles, tenuta all’oscuro dei termini dell’alleanza, se si inquadra nel rapporto all’interno del mondo così detto occidentale. L’irritazione maggiore si registra in Francia, che, a causa di una clausola dell’accordo, che obbliga Canberra ad acquistare i sottomarini americani a propulsione atomica, perde una sostanziosa commessa con l’Australia per la fornitura di sottomarini con alimentazione a gasolio. Particolare molto rilevante è che questo commessa era stata confermata ancora il 31 agosto scorso da un incontro in videoconferenza tra i vertici militari dei due stati, con una firma congiunta, che non faceva presagire alcun ripensamento, peraltro mai comunicato ufficialmente. Ma aldilà del legittimo risentimento francese, l’Unione Europea subisce un torto diplomatico evidente, che minaccia di avere conseguenze pesanti nel rapporto con gli Stati Uniti, ritenuti i veri responsabili della provocazione. La maggiore delusione è rappresentata del presidente Biden, che era partito con un atteggiamento profondamente differente dal suo predecessore, ma che si è rivelato, nei fatti, ancora peggiore nei confronti dei suoi alleati europei: prima il ritiro non concordato dall’Afghanistan ed ora la creazione di una alleanza che lascia fuori l’Unione Europea senza alcuna spiegazione; o meglio la spiegazione potrebbe essere la considerazione che l’Europa è ormai un teatro secondario rispetto all’Asia, vero punto focale degli interessi americani attuali. Del resto già con Obama questa supremazia della centralità asiatica rispetto al vecchio continente cominciava a delinearsi, Trump l’ha continuata e Biden la rafforza ulteriormente. Inoltre Biden sembra sommare su se stesso la volontà di spostare l’attenzione principale USA verso l’Asia, tipica di Obama, con la volontà di Trump di mettere gli Stati Uniti davanti a tutto: solo così di spiega lo sgarbo diplomatico della Casa Bianca, dove Londra e Canberra sono solo subalterni comprimari. C’è anche da tenere conto, però, della volontà di autonomia sempre maggiore dell’Unione Europea dal principale alleato, fattore, peraltro ampiamente giustificato, come dimostra questa vicenda. Un ulteriore elemento potrebbe essere stato rappresentato dalla posizione dell’Unione Europea, che pur restando fedelmente nel campo occidentale, ha cercato un punto di equilibrio tra Pechino e Washington, per evitare una degenerazione troppo pericolosa dei rapporti tra le due superpotenze. A questo punto l’intento europeo pare fallito, con la Cina che accusa apertamente USA, Gran Bretagna ed Australia di aprire una nuova stagione di incremento degli armamenti avente per obiettivo proprio il paese cinese. Il punto cruciale, adesso, della vicenda è il pessimo livello dei rapporti tra Washington e Bruxelles, che, malgrado l’assenza di dichiarazioni ufficiali, sembra ancora più basso di quando Trump era presidente; certo Biden gode di una cautela, di cui il predecessore non beneficiava, forse dovuta alla speranza di un segno tangibile di ravvedimento, ma se questa è la tattica europea le speranze sembrano vane: la strada intrapresa dalla Casa Bianca punta ad una Europa marginale come elemento geostrategico, fattore che potrebbe avere anche ricadute nei rapporti commerciali. Washington ha anche riempito il vuoto che si è creato con la Brexit ed ha operato una tattica capace di legare maggiormente Londra con la sponda opposta dell’Oceano; questo particolare non è da sottovalutare perché potrebbe inasprire i rapporti tra Regno Unito, sempre ala ricerca di espedienti favorevoli a sé stesso nella partita degli accordi post Brexit, ed Europa. Si è così verificato lo scenario che Trump aveva perseguito senza riuscire a concretizzare, adesso occorrerà vedere la capacità di reazione dell’Unione di non farsi mettere in secondo piano e conquistare quella posizione che da tempo ricerca in campo internazionale e che viene frustrata con questo accordo, che in definitiva la vede come perdente e tradita, ma nel suo stesso campo: quello occidentale. La sconfitta, cioè, è ancora più pesante perché non proviene da un avversario, che poteva essere la Russia o la stessa Cina, ma dal paese, che malgrado tutto, era ritenuto il maggiore alleato. L a cautela e la prudenza dovranno essere alla base delle prossime mosse della diplomazia europea, ma con la giusta diffidenza nei confronti di alleati inaffidabili ed anche infidi. L’autonomia politica e militare dell’Europa è sempre più importante, orami al pari della forza economica, soprattutto per gestire avversari che hanno molto in comune e non sono distanti politicamente come Cina e Russia.

USA, Gran Bretagna ed Australia firmano un accordo per contenere la Cina

L’accordo firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia per la condivisione di competenze avanzate su temi riguardanti le armi nucleari, la sicurezza informatica, l’uso dei sottomarini a grandi distanze e l’intelligenza artificiale, tutte materie strettamente legate al settore militare, indica la direzione geografica e gli intenti strategici, che Washington intende privilegiare nel prossimo futuro; quello che viene ribadito è la centralità della regione dell’oceano Pacifico, dove l’intento principale è quello di contrastare e contenere l’ambizione di Pechino, che considera la regione come zona di propria influenza.  Non che quella di Biden sia una novità nella politica estera degli Stati Uniti: già Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva iniziato questa politica, spostando l’area di interesse americano dall’Europa all’Asia, Trump, pur con le sue contraddizioni, ha portato avanti questa strategia ed ora Biden la conferma, lasciando centrale la questione de dominio delle rotte navali, ma non solo, del pacifico. Certamente l’aumento di rilevanza e del livello di scontro, sia commerciale, che geopolitico, con la Cina, obbliga gli USA a concentrare lo sforzo maggiore su questa partita, coinvolgendo, però, altri soggetti internazionali, che sono alleati fedeli ed hanno interessi diretti nella regione, l’Australia, o il bisogno di trovare nuove soluzioni anche finanziarie, oltre che politiche, a causa dell’uscita dall’Europa. Non coinvolgere l’Unione Europea, ma soltanto due paesi che hanno un minore peso specifico internazionale, rispetto a Bruxelles, può significare che, attualmente, la Casa Bianca possa preferire un rapporto più sbilanciato a proprio favore; del resto la politica americana, nonostante le premesse di questo presidente, ha mantenuto, di fatto, le distanze con l’Europa quasi come ai tempi di Trump e la ritirata unilaterale dall’Afghanistan ne è stata l’ennesima prova. Inoltre il ritiro dal paese asiatico, ritenuto un obiettivo non strategico per gli USA, permetterà a Washington di riallocare nuove risorse finanziarie proprio per la sfida diretta con la Cina. Pechino sta espandendosi in maniera prepotente anche in Africa e Sud America, ma gli USA concentrano la propria attenzione nelle aree del Pacifico, forse anche per non ripetere gli errori di ampliare troppo le zone di azione, dove la potenza militare cinese è mostrata con maggiore arroganza, in questa ottica anche il coinvolgimento dell’India, naturale avversario cinese, nel presidio del Pacifico riapre scenari inquietanti sulle conseguenze di questi assetti internazionali. La politica USA , sulle alleanze militari coinvolge anche l’industria bellica portando scompiglio all’interno dell’alleanza con l’Europa ed in particolare con la Francia: l’accordo con l’Australia prevede la fornitura di sottomarini nucleari allo stato dell’Oceania, che ha in corso, su questo fronte, una commessa con Parigi; a causa del rallentamento della fornitura, Washington si è inserita nel rapporto commerciale e potrebbe vanificare la fornitura francese. Si comprende come l’Europa venga trattata come un alleato di secondo piano, processo iniziato da Trump irritato per lo scarso contributo economico e la volontà di Bruxelles di preferire la propria industria bellica, proprio a danno di quella americana. Per l’Unione Europea si tratta di segnali inequivocabili e bene fa la Commissione europea a cercare una propria autonomia militare, dotandosi di una prima forza di intervento rapido, primo tassello di un possibile esercito sovranazionale. L’accordo con Londra e Canberra investe, quindi, molto di più che gli aspetti geostrategici del Pacifico, che sembrano valere come tali soltanto per l’Australia, ma riguarda la visione stessa dell’Alleanza Atlantica, ridotta sempre più ad organizzazione marginale proprio per volere di Washington. La percezione è che gli Stati Uniti scelgano un approccio sempre meno condiviso della gestione della politica estera sulla materia del rapporto con la Cina, che rappresenta, al momento, il vertice dello scenario internazionale; tuttavia con coinvolgere l’Europa e la stessa Alleanza Atlantica denuncia una debolezza di fondo, che non fa che confermare la possibilità di nuovi errori tattici da parte di Washington. Se si vuole mantenere la leadership internazionale non si può privilegiare un solo luogo di confronto, ma presidiare, almeno, le zone più importanti, azione che la Cina cerca di fare, sostituendosi, talvolta, proprio agli americani. La partita è globale e come tale deve essere condotta, altrimenti la frammentazione dell’occidente sarà soltanto un vantaggio per Pechino.

Ripensare la politica estera USA: necessità per l’occidente

L’evoluzione verso il basso della politica estera americana, culminata con la precipitosa ritirata dall’Afghanistan, è una vera e propria parabola discendente, che avvicina sempre più il paese nordamericano alla perdita della leadership mondiale. Sebbene Washington sia ancora la prima potenza mondiale il gap, non solo della Cina, con altre superpotenze sta diminuendo considerevolmente. Si è passati da uno scenario di bipolarismo negli anni Ottanta, con gli USA in competizione con l’URSS, ad una fase, seguita al crollo del gigante sovietico, di sostanziale ruolo di unica grande potenza planetaria ad un prossimo scenario multipolare, dove la Casa Bianca, difficilmente potrà influire in maniera decisiva su tutte le questioni di portata internazionali. Gli USA, probabilmente, resteranno la prima potenza mondiale, ma con la Cina molto vicino e con una serie di protagonisti regionali in grado di fare sentire il proprio ruolo in ambiti più ristretti, ma dove la specificità dell’esercizio del proprio peso rappresenterà un ostacolo a chi vorrà recitare un ruolo di supremazia planetaria. Ciò vale sia per le strategie geopolitiche, che comprendono gli assetti militari, che per quelli economici, spesso indissolubilmente legati ad equilibri di natura politica, dove è emergente anche la componente religiosa. Il declino americano è iniziato in modo evidente con Obama, che non ha voluto impegnarsi nel conflitto siriano, Trump ha continuato con la sua visione di tralasciare la politica estera, con l’idea di stornare risorse nell’economia interna, sbagliando i calcoli e la visione, che per essere i primi è necessario impegnarsi anche nei teatri esterni; alla fine è arrivato Biden, che ha vanificato anni di lotta al terrorismo, con un ritiro che doveva stabilizzare il proprio consenso, ottenendo, invece, il risultato inaspettato di una avversione generale a questa decisione anche all’interno del proprio partito. Tre presidenti, uno di seguito all’altro, hanno sbagliato perché hanno valutato troppo il peso dei sondaggi, adeguandosi alla tendenza generale della visione di breve periodo, non hanno stimolato in maniera efficace gli alleati, si sono fossilizzati su tattiche esclusivamente militari, senza considerare l’adeguata importanza delle infrastrutture sociali ed il coinvolgimento della parte buona delle popolazioni locali, atteggiamento che ha favorito una burocrazia inefficace e corrotta. Questi errori non sono stati fatti una volta sola, ma si sono ripetuti in diversi scenari di intervento e protratti nel tempo e denunciano chiaramente una inadeguatezza sia del ceto politico, che amministrativo americano: mancanze che uno stato che vuole esercitare la leadership mondiale non può permettersi; tuttavia questi errori sono ancora più gravi in una situazione internazionale molto cambiata, che ha visto arrivare nuovi competitor in grado di fare vacillare la supremazia americana. Certamente la Cina è la principale concorrente: l’avanzata sul piano dell’economia di Pechino, doveva, però, evitare agli USA di rimanere in uno stato di mancata variazione, caratterizzato dalla mancanza di lucidità e previsione, si è preferito, cioè, una navigazione di piccolo cabotaggio che ha fatto perdere di vista l’intero insieme ed ha determinato una chiusura in se stessa, che ha anche compromesso per lunghi tratti i rapporti con i principali alleati, gli europei. Ma proprio l’Europa si è rivelato un anello debole della politica estera americana, non che questo fosse un aspetto sconosciuto e che avesse anche fatto comodo agli americani, soltanto che nel contesto mutato, avere alleati sempre troppo dipendenti si è rivelato deleterio. Gli USA hanno bisogno dell’Europa e viceversa, non fosse altro per cercare di rallentare l’avanzata economica cinese, ma questo obiettivo è troppo limitante se si vuole fare prevalere i valori occidentali, ed è su questo tema che gli USA devono interrogarsi: oltrepassare i propri interessi immediati per raccogliere di più in futuro, anche dal punto di vista geostrategico, oltre che quello economico. Soltanto integrando maggiormente l’azione di USA e Europa si può riaffermare una supremazia, non più americana ma occidentale. Occorre un grande lavoro di mediazione perché le sfide e gli scenari saranno multipli e non su tutti si potrà imporre  una sintesi non sempre raggiungibile, ma questa è l’unica strada per potere cercare di contenere il terrorismo e le dittature e trovare nuove via per l’affermazione della democrazia, anche in forme diverse ma tali da superare forme dittatoriali politiche e religiose, che vogliono infiltrarsi nelle nostre imperfette democrazie.

Gli USA temono l’aumento dell’arsenale nucleare cinese

La difficoltà, già accentuata dalle rispettive posizioni in campo geopolitico e commerciale, tra gli USA e la Cina, rischia un pericoloso peggioramento per le preoccupazioni manifestate da Washington per la proliferazione nucleare portata avanti da Pechino, nel quadro del potenziamento delle armi atomiche dell’esercito cinese. Le aspirazioni da grande potenza della Cina, secondo il presidente ed il governo comunisti, possono concretizzarsi anche attraverso l’incremento dell’arsenale nucleare, che è diventato centrale nella politica tattica militare del paese. Gli analisti americani hanno individuato la costruzione di una serie di silos per il lancio delle testate nucleari, dislocate in diverse regioni cinesi. Attualmente le testate nucleari di Pechino sarebbero stimate in circa 350 unità, una quantità ancora molto inferiore alla disponibilità di paesi come Stati Uniti e Russia, in particolare Washington sarebbe in possesso di circa 4.000 testate, pari al 90% di tutte le armi nucleari presenti sul pianeta; tuttavia, secondo il Pentagono, l’incremento cinese sarebbe notevole, dato che fino ad un anno prima le teste cinesi erano 200: un aumento, quindi, di 150 unità in 365 giorni. Un aspetto che preoccupa il Congresso americano sono le modalità di segretezza con cui la Cina procede nel suo piano di sviluppo degli armamenti nucleari, materia che Pechino ritiene strategica per potere competere a livello globale, soprattutto con gli USA, ma anche con avversari regionali come l’India. Questa situazione, che pone la Cina al centro dell’attenzione della politica internazionale, arriva nel momento in cui Mosca e Washington si accingono ad incontrarsi per i negoziati su come evitare una nuova rincorsa agli armamenti nucleari. Se, alle già presenti difficoltà tra le maggiori potenze nucleari per trovare una soluzione alla non proliferazione delle armi atomiche, si aggiunge il crescente attivismo cinese, si può comprendere come la situazione futura sia potenzialmente molto pericolosa. In presenza di un terzo attore che incrementa il proprio arsenale al di fuori di ogni regola, sia Usa che Russia potrebbero sentirsi prive di vincoli e sviluppare nuovi armamenti. La tattica cinese è ormai prevedibile, le accuse agli Usa sono ormai una noiosa ripetizione: quella di vedere un nemico immaginario per distogliere l’attenzione dalle sue problematiche interne. La Cina si dice disponibile a colloqui bilaterali sul tema della sicurezza strategica a condizione che si tengano su basi di uguaglianza e ciò appare impossibile dato il grande squilibrio degli arsenali atomici a favore di Washington. Se gli USA vedono un reale potenziale pericolo, le singole ragioni cinesi, osservate da un osservatore neutrale, appaiono giustificate in ragione della volontà di recuperare almeno parte del terreno perduto sugli armamenti nucleari; rovesciando la visuale è lecito domandarsi come gli Stati Uniti, ma anche la Russia (sempre in vantaggio sulla Cina), risponderebbero ad una richiesta di Pechino di diminuire il proprio arsenale. La questione è che si è usciti da una logica di diminuzione generale delle testate nucleari, perché queste armi, in questo momento storico, rappresentano di nuovo, come durante la guerra fredda, un deterrente psicologico per un equilibrio, però di gestione molto più difficile in un mondo non più bipolare ma multipolare, anche se caratterizzato da due potenze principali, comunque contornate da potenze regionali di grande rilevanza strategica. La vera sfida sarebbe quella di includere la Cina in colloqui a livello mondiale sul tema del disarmo, ma non come comprimario, bensì con la giusta dignità di grande potenza che Pechino desidera a livello politico; ciò, sicuramente, non risolverà il problema della proliferazione ma potrebbe permettere l’avvio di un dialogo su questo tema, anche con lo scopo di migliorare le rispettive relazioni. Vista con la visuale occidentale la proliferazione nucleare cinese non può non essere un fattore altamente preoccupante, dato che si tratta comunque di una paese governato da una dittatura e che tramite il soft power esercitato in altre zone del mondo ha evidenziato una volontà di esportare il proprio modello politico; certamente ciò non può funzionare con l’occidente ed il sospetto che dietro l’aumento del proprio arsenale militare ci sia l’intenzione di esercitare una pressione è quasi una certezza. Ma proprio per questo è importante scongiurare ogni possibile deriva ed l’ulteriore peggioramento delle relazioni: altrimenti il rischio di situazioni tese sarà sempre più probabile.

La situazione di Cuba sempre più difficile, tra repressione e nuove sanzioni

Le proteste avvenute a Cuba lo scorso 11 luglio, hanno provocato una forte repressione che ha avuto come conseguenza una serie di processi sommari, senza garanzie giuridiche; gli imputati sono tutti manifestanti ai quali sono stati contestati i reati di disordine pubblico e istigazione alla criminalità, nonostante la grande maggioranza degli indagati non si sia resa colpevole di atti violenti. Le condanne inflitte vanno dai dieci ai dodici mesi di reclusione e sono il risultato di processi dove è stato impossibile assicurare la scelta dei difensori con la conseguenza dell’impossibilità della preparazione di una strategia di difesa adeguata.  Il fatto che il numero dei detenuti non sia stato comunicato in forma ufficiale dalle autorità rende l’idea di come il regime cubano intenda operare con modalità autoritarie con il solo scopo di soffocare la protesta; fonti ufficiose parlano di più di mezzo migliaio di arresti, a cui sono seguiti alcuni rilasci, detenzioni domiciliari in attesa del processo ed un numero imprecisato di persone che restano nei luoghi di detenzione per le quali il processo è previsto in tempi più rapidi. Le garanzie delle autorità, sul rispetto delle garanzie procedurali, non rassicurano gli arrestati e le loro famiglie e neppure l’opinione pubblica internazionale, che teme, attraverso questi procedimenti, una ripresa dell’attività repressiva del regime. Dal punto di vista pratico i pochi giorni ipotizzabili che trascorreranno tra arresto e sentenza non permettono una difesa adeguata e questa circostanza sembra essere un mezzo funzionale ad esercitare una repressione con parvenza legale. Le autorità giudiziarie cubane hanno annunciato pene possibili fino a venti anni di reclusione per coloro coinvolti in saccheggi ed atti violenti, ma sembra facile fare rientrare in questa casistica anche manifestanti non violenti, ma comunque contrari alla politica del governo. Lo stesso regime è, però, ad un punto cruciale: la minaccia dei processi serve a calmare le proteste, ma se seguirà l’attuazione delle minacce, appare inevitabile un aumento della protesta nelle piazze, a cui il governo non potrebbe fare fronte se non con metodi repressivi, scatenando lo sdegno internazionale ed il possibile incremento delle sanzioni; viceversa un atteggiamento più conciliante potrebbe permettere una via d’uscita onorevole al regime. Una delle maggiori cause di arresto è stata quella che ha riguardato coloro sorpresi a filmare le repressioni: questo elemento pone l’attenzione sull’abitudine alla censura del governo cubano, malgrado il cambio al potere avvenuto dopo la dinastia dei Castro.  Tutti questi elementi hanno contribuito ad una maggiore attenzione degli USA, con l’amministrazione Biden che ha intensificato la pressione su Cuba con sanzioni dirette contro il ministro della difesa e l’unità speciale che si è distinta nella repressione delle recenti manifestazioni; l’atteggiamento di Biden, tuttavia, non è una prosecuzione dell’atteggiamento di Obama, basata sul disgelo tra le due parti, ma, piuttosto, ha punti di contatto con quanto fatto da Trump, che aveva ristabilito le restrizioni su viaggi e commercio e mantenute dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Resta pur vero che Biden deve trovare una mediazione tra il suo stesso partito, dove i membri dei movimenti cubano-americani  chiedono sanzioni ancora più pesanti e la sinistra del partito che vorrebbe provvedimenti sanzionatori più attenuati per ridurre le difficoltà della popolazione. Il presidente statunitense, con il suo staff, a questo proposito, starebbe lavorando a soluzioni in grado di alleviare le ricadute delle sanzioni sui cubani, come fare in modo che le rimesse degli emigranti possano arrivare a destinazione, rendendo impossibile la confisca del regime. Un ulteriore provvedimento è quello di cercare di favorire un accesso libero alle comunicazioni attraverso un uso di internet privo di censura . Le reazioni del governo cubano hanno sfiorato l’ovvietà con le accuse agli Stati Uniti di avere organizzato le proteste, malgrado una situazione economica e sociale sicuramente molto critica, che obbliga i cubani a condizioni di vita molto difficili, nonostante le tante attese generate da quello che doveva essere la fine della dinastia Castrista.

Le manovre militari dell’Alleanza Atlantica in Ucraina irritano la Russia

Le esercitazioni militari tra Ucraina, Stati Uniti ed Alleanza Atlantica, rischiano di compromettere il periodo di calma, seppure instabile, tra Mosca e Washington. La distensione che è seguita al vertice tra Putin e Biden, che si è tenuto lo scorso mese, incomincia ad essere soltanto un ricordo. Il Cremlino, infatti, avverte le manovre militari congiunte come un affronto ed una minaccia proprio perché vengono effettuate in una zona che la Russia ritiene di sua influenza esclusiva. Naturalmente ciò implica anche ragioni di politica internazionale, che riguardano l’atteggiamento espansionistico degli Stati Uniti in Ucraina: la ragione fondamentale è che Mosca rifiuta di avere truppe dell’Alleanza Atlantica sui propri confini, che è anche il motivo per cui ha sempre rifiutato la possibilità dell’ingresso di Kiev sia nell’Unione Europea, che nella stessa Alleanza Atlantica. Se nella contrarietà verso una intesa con Bruxelles ci sono anche ragioni economiche, l’avversione ad un ingresso nell’Alleanza Atlantica è giustificato dal timore di non avere più uno spazio fisico tra le guarnigioni occidentali e quelle di Mosca, con ovvie potenziali minacce ravvicinate, soprattutto di tipo missilistico, che esporrebbero il paese russo ad una costante minaccia da parte degli Stati Uniti; questa visione è di medio periodo, mentre sul breve l’esigenza funzionale agli  interessi russi è che non ci siano alleati del paese ucraino nei territori contesi con Mosca, dove continuano i combattimenti, capaci di rovesciare le sorti del conflitto. I numeri impiegati dicono che Mosca non ha torto a temere queste manovre militari ed anche ad interpretarle come una minaccia rivolta verso la Russia: infatti nel 2019, le ultime esercitazioni effettuate prima della pandemia, i paesi partecipanti furono 19 contro i 32 attuali e le navi militari impiegate sono passate da 32 a 40. Senza dubbio questo incremento è dovuto alla capacità di Biden di sapere aggregare i paesi alleati e di avere saputo focalizzare l’Ucraina come punto di interesse generale dell’Alleanza Atlantica; in questo Mosca aveva ragione a preferire Trump come inquilino della Casa Bianca ed a impegnarsi affinché venisse rieletto. Aldilà delle implicazioni di carattere politico il vero obiettivo di queste esercitazioni è quello di fornire un adeguato addestramento ai militari ucraini per quanto riguarda i metodi e le modalità di combattimento dell’Alleanza Atlantica e ciò sembra propedeutico ad un ingresso nell’alleanza occidentale più o meno ufficiale, ma comunque con l’intento di integrare le forze armate ucraine con quelle dell’Alleanza Atlantica, anche se, di fatto, queste esercitazioni si tengono fin dal 1997, ma hanno acquisito maggiore importanza dopo l’annessione del territorio ucraino della Crimea alla Russia, con una modalità condannata da gran parte della comunità internazionale. Il fatto che, gli Stati Uniti siano i grandi finanziatori delle manovre militari, deve essere associato alla disponibilità che l’Ucraina fornisce ad usare il proprio territorio come base logistica ed alla possibilità di accesso a forze straniere al suo interno. Le rimostranze russe sono state di ordine militare e geopolitico e si è sfiorato lo scontro quando una nave inglese è stata accusata di avere violato il confine delle acque territoriali della Crimea e quindi della Russia, con le forze di Mosca che hanno aperto il fuoco contro la nave dell’Alleanza Atlantica, primo episodio del genere dalla fine della guerra fredda. Si comprende come questo stato di cose può favorire incidenti che possano degenerare in situazioni ben più pesanti; paradossalmente gli scenari possibili, in questa fase storica, sembrano essere molto più pericolosi di quando era in atto la guerra fredda che si fondava sull’equilibrio del terrore e dove ciascuno dei due contendenti aveva campi ben delimitati, che non potevano essere mai stati oltrepassati. Al contrario la forte precarietà degli attuali equilibri sembra favorire una serie di conflitti a bassa intensità potenziale, ma che possono scatenare situazioni ben peggiori. Uno dei pericoli è che la Russia appare isolata, soprattutto da Pechino, che potrebbe fornire aiuti soltanto se funzionali ai suoi interessi e comunque non in modo paritario, ma tale da mettere Mosca in ruolo subordinato, questo aspetto dell’isolamento russo rischia di fare incrementare a Mosca azioni militari non classiche, ma che sono ormai entrate nella pratica moderna: l’attivismo degli hacker russi costituisce, infatti, un ulteriore terreno di scontro non convenzionale, che, però, rischia di coinvolgere le armi classiche: un pericolo in più da una nazione messa alle strette che non può più esercitare il suo ruolo di prima potenza a cui non ha però rinunciato.

Per l’Europa e l’occidente è essenziale combattere il fondamentalismo islamico in Africa

I paesi occidentali temono la crescita dei movimenti radicali islamici in Africa, dove sono cresciuti gli episodi di violenza con un incremento molto rilevante, che ha contato circa 5.000 attentati con oltre 13.000 vittime, soltanto lo scorso anno. Lo spostamento di formazioni estremiste, come lo Stato islamico, dai paesi asiatici, come Siria ed Iraq, dove il fenomeno è praticamente sotto controllo, ai paesi africani, seguendo una direttrice da oriente ad occidente, pone grandi parti del continente africano sotto stretta osservazione, anche per la relativa vicinanza con l’Europa e gli ovvi contatti con temi quali l’emigrazione ed il rifornimento energetico, sempre più al centro delle problematiche europee. Non va dimenticato come, sul tema dell’emigrazione, i continui dissidi tra i membri dell’Unione Europea possano essere sfruttati come fattore di destabilizzazione dai fondamentalisti islamici, sempre più alleati delle bande dei trafficanti di uomini, sia come capacità di gestione dei flussi, che di introduzione in Europa di potenziali agenti, capaci di compiere attentati. Se i primi paesi minacciati da questi nuovi sviluppi, nell’immediato sono l’Italia e la Spagna, è ovvio che una incapacità di gestione globale da parte dell’Europa, investe proprio il vecchio continente, ancora molto diviso sulle possibili soluzioni dell’argomento. Su questo tema la nuova amministrazione americana è molto sensibile, perché basa la propria leadership atlantica sulla collaborazione con l’Europa e ritiene la sicurezza del vecchio continente un argomento centrale della propria strategia geopolitica. Probabilmente Washington, al suo interno, non vuole ripetere gli errori di valutazione compiuti da Obama, con la guerra siriana ed intende impedire uno sviluppo militare di formazioni islamiste in Africa, dove, peraltro sono già presenti ed attive, per impedire l’apertura di un nuovo fronte di impegno e, soprattutto, di pregiudicare la sicurezza europea, che implicherebbe uno sforzo ancora maggiore per gli USA.  Attualmente il punto geografico cruciale è il Shael, dove la presenza dei fondamentalisti è favorita da uno scarso presidio delle forze governative dei diversi paesi che governano l’area, oltre alla conformazione fisica del territorio, che consente una estrema libertà di movimento alle milizie islamiste. Anche la diffusione della pandemia ha favorito l’attività dei fondamentalisti, rallentando gli incontri diplomatici per la soluzione del problema, tuttavia l’assicurazione della collaborazione alla lotta al terrorismo islamico di Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mauritania e Yemen, rappresenta una ulteriore garanzia che il problema viene percepito a livello sovra continentale come urgente e molto pericoloso. L’attività di contrasto non potrà non prevedere un impegno sul campo, ma su questo versante i paesi europei sono riluttanti ad un impegno di proprio personale direttamente sul terreno africano, piuttosto si preferisce una scelta di operazioni di intelligence, in grado di anticipare le mosse dei terroristi e, soprattutto, bloccare i finanziamenti dei gruppi fondamentalisti. Questa impostazione appare però soltanto una parte della possibile soluzione del problema: infatti senza un contrasto militare diretto, appare difficile riuscire a debellare il problema del tutto, anche perché la presenza fisica delle formazioni terroriste, da una parte riesce nel proselitismo delle popolazioni della zona e con quelle che non riesce ad integrare pratica un regime di terrore, che, in ogni caso, rappresenta un punto di forza nel presidio del territorio. La sfida per gli occidentali è sapere coinvolgere gli eserciti dei paesi della fascia del Shael, almeno con finanziamenti, forniture militari ed addestramento delle truppe regolari; certamente i finanziamenti dovranno riguardare non solo l’aspetto militare ma anche, ed in maniera sostanziosa, tutto ciò che può riguardare lo sviluppo dei paesi coinvolti, in termini di infrastrutture, presidi medici e sviluppo dei settori produttivi. La questione africana, a lungo rimandata, dai paesi occidentali, si ripresenta così sotto forma di  urgenza che ha come scopo la sicurezza stessa dell’Europa e dell’occidente, ma è, allo stesso tempo, una occasione di sviluppo globale che non può essere sprecata, anche per strappare l’Africa ad una influenza cinese, ormai male sopportata dagli stessi africani.

Aumenta lo scontro tra Occidente e Cina

I timori comuni dei membri dell’Alleanza Atlantica verso la Cina hanno prodotto una risposta del tutto prevedibile da parte di Pechino. La tattica cinese è fare diventare diffamazione tutto ciò che è contro la Repubblica Popolare, soltanto che il palcoscenico internazionale non è quello domestico, dove l’informazione è controllata e le critiche represse. Pechino nega di porre in atto sfide sistemiche contro la sicurezza internazionale, che è, ormai, l’opinione ufficiale e comune dell’occidente, o almeno dei governi occidentali, tralasciando l’influenza che vuole esercitare sui paesi in via di sviluppo, mediante una politica di crediti che si trasformano facilmente in debiti molto onerosi, le politiche finanziarie aggressive, il mancato rispetto dei diritti civili e la crescita economica ottenuta con l’assenza di garanzie per i lavoratori, un costo del lavoro molto basso ottenuto spesso con metodi che sfiorano la schiavitù. Negare ciò è scontato perché non ci si può presentare la mondo con queste caratteristiche, ma proprio il mondo globalizzato che piace ai cinesi è il principale strumento per smascherarli. Nella nota della missione diplomatica di Pechino accreditata presso l’Unione Europea si riprende l’occidente di essere ancora fermo ad una mentalità da guerra fredda, ma questa situazione è quella creata dalla stessa Cina. Che porta avanti politiche, soprattutto interne, ma anche esterne, in completo contrasto con i valori occidentali, ed è chiaro che se ogni parte è legittimo che sostenga le proprie ragioni è legittimo che l’occidente veda per se stesso la Cina attuale, come una minaccia. Pechino è diventata una delle peggiori vittime della sconfitta di Trump: con il precedente presidente USA , la dialettica di scontro era ai massimi livelli, ma senza troppe conseguenze, inoltre l’avversione di Trump per l’Europa aveva portato ai minimi storici il dialogo con gli alleati occidentali; ben diverso l’atteggiamento di Biden, che si rivela nemico ben più temibile per la Cina, proprio perché oltre a mantenere la diffidenza verso la potenza cinese è stato capace di ricompattare l’occidente verso i tradizionali legami con gli USA: un fattore che da solo indebolisce Pechino e la isola dai mercati più ricchi del mondo, una questione a cui la Cina è molto sensibile perché funzionale a quegli obiettivi di crescita economica, che sono da molto tempo  al centro degli obiettivi cinesi, anche come elemento di geopolitica. Aldilà del terreno di scontro dell’economia, che non è affatto secondario, l’unità di visione maturata nel campo occidentale contro l’autoritarismo cinese, permette agli stati occidentali di allontanarsi dalla Cina, verso cui si era pericolosamente avvicinata a causa del peggioramento delle relazioni causato da Trump. Dal punto di vista delle conseguenze il pericolo di una Cina isolata dall’occidente è quello di un ulteriore ricorso all’ampliamento degli armamenti, direzione, peraltro, già intrapresa da tempo, che però, con questi ultimi sviluppi, potrebbe indurre Pechino ad accelerare verso dimostrazioni di forza come ha più volte minacciato. SI pensi al presidio delle vie navali di quelle che ritiene acque di sua pertinenza, delle questioni delle isole contese e della vicenda più potenzialmente pericolosa costituita da Taiwan, a cui Pechino non ha mai formalmente rinunciato, considerandola parte integrante del territorio cinese.  Ancora più oltre occorre ricordare che la Cina ha sempre affermato di volere difendere i suoi interessi, se si estende questo concetto alla difesa della possibilità di effettuare investimenti considerati strategici per i suoi obiettivi, sarà interessante vedere la reazione di Pechino di fronte ad un possibile contrasto all’attivismo cinese nei paesi occidentali. La reazione più probabile passa da una guerra commerciale, che non conviene a nessuno, perché in grado di bloccare o comprimere fortemente l’economia mondiale, tuttavia quella che ha più da perdere è proprio la Cina, se si vedesse preclusi i maggiori mercati mondiali, in quel caso sembra facile prevedere l’esibizione di una prova di forza, con conseguenze anche potenzialmente irreparabili. Prima di arrivare a quel punto però dovrà esserci il lavoro delle diplomazie, con la minaccia di un possibile ritorno di Trump sulla scena statunitense, che sarà il vero ago della bilancia per tutta una serie di situazioni in grado di rovesciare l’assetto attuale e per il quale, verosimilmente, Cina, ma anche Russia lavoreranno a favore; quindi il successo dell’occidente, anche come valori pratici ed astratti, passa per il successo dell’attuale presidente americano, che deve rendere efficace il suo progetto di rafforzamento dei rapporti con l’occidente: un compito in grado di riportare la storia sui binari dai quali era uscita.    

La presidenza di Biden non sarà di transizione

Già durante la campagna elettorale una eventuale elezione di Joe Biden era stata classificata come un mandato di transizione, sia per l’età del candidato, sia per la figura, ritenuta di compromesso tra le varie correnti del partito democratico, inserita nella competizione elettorale con lo scopo di togliere Trump dalla Casa Bianca. Questa interpretazione rivelava una sottovalutazione del candidato democratico, che, dopo l’elezione ed i primi cento giorni nella carica presidenziale ha evidenziato una azione che vuole essere incisiva e lasciare il segno nella politica americana, cioè, tutt’altro che un mandato di transizione. La volontà di lanciare un piano molto ambizioso per riformare gli Stati Uniti e realizzare una politica molto forte sul Welfare, mettono in risalto l’intenzione di esercitare una azione intenzionata a realizzare un cambiamento epocale. La riforma del paese americano, tuttavia, non è il solo strumento caratterizzante che Biden intende usare per connotare la sua presidenza; parallelamente all’attenzione alla politica interna, il presidente statunitense ha posto l’accento anche sulla politica estera, riportando al centro dell’attenzione discorsi da guerra fredda, questa volta non rivolti contro l’Unione Sovietica ma contro la Cina. Contro Pechino sono state rivolte parole che nessuno dei predecessori di Biden ha mai usato e gli attacchi sono stati portati direttamente contro il presidente cinese ed i principali dirigenti cinesi. Il punto centrale è che la classe dirigente cinese sostenga il mancato funzionamento della democrazia e porti avanti, in modi subdoli, che vanno dall’impiego di grandi risorse finanziarie all’estero e da un uso del soft power, una sorta di convincimento sulla bontà del sistema cinese all’estero. Una delle ragioni che Biden ha evidenziato è la necessità del troppo tempo per raggiungere il potere attraverso mezzi democratici, un ostacolo per arrivare ai troppo ambiziosi obiettivi dei progetti cinesi. Dal punto di vista politico la critica appare corretta, anche se si deve evidenziare che per la Cina la questione di uno sviluppo in senso democratico del proprio sistema politico non è mai stata all’ordine del giorno, proprio per una avversione naturale della forza politica egemone: il Partito Comunista cinese, che ha scelto la via autoritaria proprio come sistema centrale, attraverso il quale perseguire gli obiettivi di crescita nazionale, favorito da un sistema senza regole a tutela dei diritti e del lavoro. Questa modalità ha favorito la crescita economica in un sistema di competizione sbilanciato a favore di Pechino, ma che è piaciuto a molti imprenditori occidentali, quindi anche americani. La critica di Biden, quindi è indirettamente rivolta a quegli industriali, che, per il loro guadagno hanno permesso la crescita della Cina anche a discapito degli USA e rappresenta la volontà di riportare nel campo occidentale larghe fette di produzione e ciò è sicuramente la peggiore minaccia per Pechino, perché l’attacca dal punto di vista economico; proprio per questo bisogna attendersi il proseguimento della diatriba commerciale su livelli sempre maggiori. La volontà di impedire che la Cina diventi la nazione più importante del mondo, proprio a discapito degli USA, ma anche imponendo il proprio sistema politico, diventa così una parte rilevante del programma politico di Biden e funzionale a questo scopo è anche il mantenimento di una presenza forte nell’Oceano Pacifico, oltre che in Europa, proprio per presidiare obiettivi cinesi come Taiwan, sia che per tutelare le rotte commerciali marittime, in una parte del mondo che la Cina ritiene la propria zona di influenza esclusiva. Biden attua una strategia complessiva, che va in senso contrario alla politica di Trump: grandi piani di sviluppo sul suolo americano, estremizzazione della dialettica con la Cina, individuata come avversario numero uno in campo geopolitico ed economico, tattica funzionale ad aggregare la popolazione americana in senso nazionalistico ed a contenere il principale competitore ed, infine, rimettere la centro della politica estera l’alleanza con l’Europa e le altre potenze occidentali in un quadro di unione basata su interessi comuni, dove prevalgono gli obiettivi generali, ma funzionali anche a quelli singoli. Si tratta di un progetto ambizioso, tutt’altro che di transizione, che se portato a compimento, anche parziale, potrà fornire molte possibilità a Biden per una nuova elezione, presumibilmente in un rinnovato duello con Trump.