Il ritiro dei russi dal Kazakistan non è troppo sicuro

L’attuale presidente del Kazakistan ha affermato che la situazione del paese è ritornata ad essere normale ed ha nominato un nuovo primo ministro, che non ricade sotto l’influenza del precedente presidente. La stabilizzazione del paese dovrebbe portare al ritiro delle truppe straniere presenti sul territorio kazako, facenti parte dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, a cui aderiscono: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Le proteste erano iniziate il 2 Gennaio per l’aumento dei combustibili ed avevano svelato lo stato di profonda crisi sociale, politica ed economica del paese, sintomo di un malcontento generalizzato che si è manifestato in grandi proteste, stroncate violentemente dalle forze di polizia, a cui era stato concesso di sparare direttamente sulla folla. Le manifestazioni erano state derubricate in episodi di terrorismo su mandato di non bene individuate potenze straniere e sono state funzionali all’azione russa di ribadire che il paese kazako non poteva allontanarsi dall’influenza di Mosca, che, peraltro, temeva una ripetizione del caso ucraino. La repressione dei manifestanti è stata benedetta da Pechino, come mezzo per eliminare le proteste, forse un tentativo di giustificare per analogia, la propria azione ad Hong Kong e contro la popolazione musulmana cinese. Il presidente del Kazakistan ha evidenziato la necessità dell’intervento delle truppe russe e degli altri paesi alleati, per ristabilire l’ordine nel paese contro la pericolosa minaccia terroristica, non bene identificata, che minacciava di conquistare il centro economico principale del paese, Almaty; cosa che avrebbe provocato, come conseguenza, la perdita del controllo dell’intero Kazakistan. Secondo il presidente kazako le truppe straniere alleate dovrebbero abbandonare il paese entro dieci giorni. In realtà sarà interessante verificare se queste tempistiche saranno rispettate: il timore russo di una deriva del paese verso l’occidente non sembra collimare con un ritiro repentino delle truppe di Mosca, soprattutto dopo lo sforzo profuso per la repressione della protesta kazaka; una permanenza di soli dieci giorni non permetterebbe un efficace controllo dell’evoluzione di una situazione di malcontento che rappresenta ben più di una insoddisfazione economica. Definire la protesta come una emanazione studiata di un piano terroristico, senza indicarne espressamente i mandanti, significa definirla come una sorta di tentativo di sovvertimento del paese dall’interno. Che queste pulsioni siano del tutto vere ha poca importanza per la Russia, che deve ribadire il controllo pressoché totale su quella che viene ormai definita la propria area di influenza, ben delimitata e assolutamente non più soggetta a variazioni negative. Del resto lo stesso Putin ha avvallato la teoria terroristica del presidente kazako, come giustificazione all’intervento armato da lui stesso progettato. Sul totale dei 2.300 soldati impiegati, il fatto che la maggioranza fosse russa appare alquanto significativo; tuttavia le reali esigenze del paese sono ben presenti al nuovo governo del Kazakistan, che intende promuovere programmi tesi a favorire l’incremento dei redditi ed a rendere più equo un sistema fiscale dove sono presenti pesanti diseguaglianze; però di pari passo con questi propositi, viene programmato un aumento degli effettivi di polizia ed esercito per tutelare maggiormente la sicurezza del paese. Questi propositi sembrano smentire l’ipotesi terroristica, usata soltanto per la conservazione del regime e l’intervento russo, ma ammettono la presenza delle difficoltà di ordine interno, difficoltà che potrebbero, potenzialmente, rendere possibile l’allontanamento dall’area di influenza russa, soprattutto in presenza di una svolta democratica, tentativo in precedenza più volte represso a livello locale senza interventi esterni. La necessità dell’aiuto russo dimostra quanto il paese abbia le capacità e la volontà di cercare una alternativa alla situazione presente. Queste premesse pongono il paese kazako al centro dell’attenzione non solo dello scontato interesse russo, ma anche dell’occidente e del mondo intero, perché può destabilizzare la regione ed il controllo russo; ciò implica un nuovo fronte di possibile attrito con gli USA, non certo disposti ad accogliere il monito di Mosca in chiave anti ucraina, dove la tensione è destinata, anche per questo precedente, ad arrivare ad una situazione limite.

Biden minaccia la Russia di sanzioni, in caso di invasione dell’Ucraina

La linea americana, nei confronti della Russia era già stata tracciata, tuttavia il presidente Biden si è consultato con i suoi alleati di Regno Unito, Francia, Germania ed Italia prima di avvertire Putin che una eventuale invasione dell’Ucraina provocherebbe una ritorsione molto dura nei confronti della Russia, con conseguenze molto rilevanti sul piano dell’economia determinate da un piano di sanzioni coordinate dai paesi occidentali. La questione riporta al centro l’attività dell’Alleanza Atlantica la zona dell’Europa orientale, a causa dell’attivismo russo sempre più improntato ad un nazionalismo che non è disposto a tollerare l’invasione del proprio spazio vitale. L’avvicinamento di Kiev, sia all’Unione Europea, sia all’Alleanza Atlantica, è percepito come una minaccia della sicurezza russa, che considera il potenziale stanziamento di truppe dell’Alleanza Atlantica sui suoi confini, come una vera e propria provocazione. Per Mosca sarebbe opportuno che l’Ucraina ricadesse sotto la propria influenza o, in via secondaria, che il paese ucraino mantenesse almeno una sorta di neutralità; entrambi le soluzioni non possono essere congeniali a Kiev proprio per i comportamenti precedenti della Russia: intromissioni degli affari interni, invasione della Crimea e conflitto del Donbass, questi ultimi condotti da Mosca con mezzi subdoli, senza mai esporsi direttamente. Per Kiev l’unica maniera di tutelarsi è cercare una protezione da USA ed Europa, tutela, che, però, non può essere troppo esplicita, come l’ammissione nell’Alleanza Atlantica o nella Unione Europea, per non scatenare un aperto conflitto tra Washington, Bruxelles e Mosca. Gli USA non possono impegnarsi in maniera troppo diretta perchè considerano prioritario il fronte aperto con la Cina, diventato ormai centrale nella politica estera statunitense, proprio a scapito di quello europeo, tuttavia l’attivismo russo non può più essere tollerato perchè potrebbe mettere in discussione gli attuali assetti nell’Europa orientale. Dal punto di vista militare, per ora gli USA non intendono aggiungere effettivi ai soldati già presenti in Polonia, ma ha assicurato supporto materiale in caso di aggressione russa. Secondo i dati dei servizi segreti americani, l’intenzione di Putin sarebbe quella di schierare al confine ucraino circa 175.000 militari russi, che potrebbero iniziare l’invasione del paese ucraino all’inizio del 2022, anche se questa ipotesi è ritenuta soltanto potenziale e potrebbe rappresentare una minaccia funzionale per ottenere altri vantaggi, anche non direttamente connessi con la questione ucraina. Il dissidio tra Biden e Putin non è cosa recente, anche se durante l’invasione della Crimea, con Obama presidente e Biden vice, gli USA non opposero resistenza, il comportamento del Cremlino non è stato certo gradito, anche perchè la linea di condotta di contrasto di avvicinamento dell’Ucraina all’occidente è continuata fomentando le istanze separatiste della popolazione ucraina di origine russa, con azioni militari non dichiarate. Putin e la Russia, poi, hanno intrapreso una azione di tipo informatico, screditando la Clinton, per favorire l’elezione di Trump nel 2016, ritenuto più funzionale agli interessi russi sul piano internazionale. Biden, inoltre, ritiene che Putin abbia praticato l’omicidio in quanto mandante di avvelenamenti di oppositori e per la repressione del dissenso, tanto da evitare di invitarlo al grande vertice delle democrazie, al pari di Cina, Egitto, Turchia, Ungheria, Cuba, Venezuela, El Salvador e Guatemala. I rapporti tra i due leader, quindi, sono molto tesi, ma sono anche obbligati, non solo per l’Ucraina, ma anche per il problema del nucleare iraniano, per il terrorismo e per gli stessi delitti informatici, che sono diventati una minaccia internazionale. Il recente incontro in teleconferenza, pur avvenuto in maniera cordiale, non ha determinaot avvicinamenti tra le due posizioni: gli USA hanno confermato le minacce di dure sanzioni in caso di invasione dell’Ucraina, la Russia ha accusato gli Stati Uniti di portare avanti una politica di progressiva annessione di Kiev attraverso l’azione dell’Alleanza Atlantica. Washignton ha mantenuto la sua posizione circa la libertà di scelta dell’Ucraina di potere aderire liberamente all’Alleanza Atlantica, questione che potrebbe essere fondamentale per evitare l’invasione, dato che sarà probabilmente nell’immediato futuro la condizione di veto che porrà Putin per scongiurare l’escalation militare.

Biden e Xi Jinping si incontrano per ridurre i contrasti

Dopo due incontri telefonici Joe Biden e Xi Jinping avranno una riunione bilaterale, seppure in teleconferenza, che rappresenterà l’incontro diplomatico più importante dell’anno tra le due maggiori potenze internazionali. La crescente tensione tra i due stati condizionerà, probabilmente, questo vertice, tuttavia la necessità di arrivare ad una convivenza soddisfacente, seppure provviaioria, per entrambe le parti, dovrebbe costituire la strada per potere arrivare a quelle soluzioni minime condivise in grado di scongiurare potenziali crisi. Per il presidente degli Stati Uniti sarà la prima volta che incontrerà il suo omologo cinese da quando è stato eletto, malgrado i due leader si conoscano per precedenti incontri, quando Biden ricopriva la carica di vicepresidente americano. I temi sul tavolo restano sempre gli stessi: le reciproche relazioni commerciali ed economiche, la crescita militare cinese e le ambizioni geopolitiche di Pechino, che impediscono la necessaria collaborazione tra i due paesi più importanti del pianeta. La politica estera americana nei confronti della Cina, condotta dalla precedente amministrazione della Casa Bianca, ha operato una mistura di aggressività ed apertura, che segnalava l’evidente dilettantismo di Trump, impegnato, per lo più, a risolvere lo squilibrio commerciale favorevole al paese cinese. Con la presidenza Biden si sperava in un approccio differente, in grado di appianare le differenze attraverso una azione diplomatica accurata: ma così non è stato; il nuovo inquilino della Casa Bianca, non solo ha mantenuto le posizioni del suo predecessore, ma ha inasprito ancora di più i toni ed ha messo la questione cinese al centro della sua politica estera. La reazione della Cina, non poteva essere altrimenti, è stata quella di porsi sullo stesso piano dell’azione americana e ciò ha provocato una successione di dazi, sanzioni e notevole aggressività dialettica, che hanno provocato una situazione di costante tensione, non certo propizia ad una distensione necessaria, sopratutto in questo momento storico. Bisogna riconoscere che le ragioni statunitensi sono , però, oggettive: le ripetute violazioni dei diritti umani in Tibet e contro i musulmani cinesi, la repressione di Hong Kong, la volontà espansionista e gli attacchi informatici contro gli Usa ed altri paesi occidentali, costituiscono  delle valide ragioni per giustificare il risentimento americano; però entrambi i paesi hanno bisogno l’uno dell’altro: gli USA sono il principale mercato per la Cina e per raggiungere risultati apprezzabili per il clima è necessaria la partecipazione attiva di Pechino. Tra le due superpotenze, la questione di Taiwan è quella maggiormente urgente: una invasione da parte della Cina, che considera l’isola rientrante sotto la propria sovranità, metterebbe a rischio la pace mondiale e con essa i profitti derivanti dai traffici comerciali: questa ragione è, per il momento, la migliore assicurazione sulla pace a favore del mondo intero, ma un sempre possibile incidente, derivante dalle continue esercitazioni militari o dalla presenza delle marine da guerra nello stretto di Formosa, può causare potenziali situazioni irreparabili; sopratutto perchè connesso con questa questione vi è lo sviluppo nucleare cinese, che costituisce l’emergenza militare maggiore per gli USA. La regione indo-Pacifica rischia di diventare il teatro di un riarmo mondiale capace di fare cambiare gli equilibri attuali, portando o, megli, riportando il pianeta ad uno stato di fatto, dove la strategia della tensione e dell’equilibrio nucleare, minacciano di essere il fattore determinante delle relazioni internazionali. Il rischio è concreto, ma la ripetizione dell’equilibrio del terrore non avrebbe più un connotato di relazione ad esclusivo doppio confornto, ma potrebbe provocare un confronto multilaterale, dato dalla disponibilità dell’arma atomica a più di due soli soggetti internazionali. Innescare una corsa al riarmo atomico diffusa, significherebbe mettere in costante apprensione la pace mondiale e, di conseguenza, i traffici ed i commerci. Su questa base, conveniente alle due superpotenze e non solo, Washington e Pechino potrebbero trovare punti di intesa interessanti per sviluppare una relazione, se non proprio di amicizia, almeno di reciproca convivenza, tale da garantire una adeguata sicurezza alle relazioni diplomatiche, base necessaria per la convivenza pacifica comune. Per raggiungere questo obiettivo saranno necessari atteggiamenti pragmatici e pratici ed una elasticità, che solo una grande perizia negli affari diplomatici, potrà garantire.

USA e Vaticano cercano di migliorare le loro relazioni

Nell’occasione del viaggio a Roma per il G20, il presidente americano Joe Biden inserisce anche una visita in Vaticano per incontrare Papa Francesco; l’incontro è molto rilevante perché vede il confronto tra i due maggiori leader cattolici mondiali. Biden è alla prima visita, come presidente statunitense, in Vaticano, ma l’incontro con il pontefice non è una novità in quanto è stato preceduto da due visite nel ruolo di vice presidente, durante la permanenza alla Casa Bianca di Obama. Biden è il secondo presidente cattolico USA, dopo Kennedy ed arriva in Vaticano dopo la presidenza di Trump, che era stata caratterizzata da profondi contrasti con Bergoglio dal punto di vista ideologico e politico circa temi ritenuti fondamentali dal Papa, come rispetto dei diritti umani, ambiente e trattamento degli immigrati. Questi argomenti saranno proprio al centro dell’agenda ufficiale dell’incontro, che tratterà anche di pandemia e di aiuto per i più poveri. Esiste anche un’altra rilevanza, non certo secondaria, di questo incontro: l’attuale pontificato non ha buoni rapporti con la maggior parte dei cardinali e dei vescovi statunitensi, che mantengono posizioni tradizionaliste su diversi argomenti di natura sociale e che si sono troppo spesso trovati allineati alle posizioni ultraconservatrici di Trump. Questa frattura ha generato profondi contrasti fino ad immaginare possibili scismi all’interno della chiesa cattolica. La mancata rielezione di Trump, ha significato per Papa Francesco, oltre che l’eliminazione dalla scena politica di un tenace avversario, anche del maggiore alleato per il clero ultraconservatore americano, che si trova senza la propria maggiore protezione politica; è possibile che il Papa cerchi un appoggio determinante su questo tema dal Presidente americano, che dovrà sostenere questa posizione con politiche, se non proprio allineate ai desideri del Vaticano, almeno più incisive sui temi della lotta alla povertà, dell’ambiente e del trattamento degli immigrati.  Sulla sincerità religiosa di Biden non esistono dubbi: il presidente USA è un cattolico praticante e si riconosce nella politica riformista del Concilio Vaticano secondo, tuttavia alcune sue idee lo pongono, anch’esso, ad una enorme distanza da Bergoglio, soprattutto per il suo parere favorevole all’aborto. Maggiori possibilità di avvicinamento ci potranno essere sui temi ambientali se Biden si avvicinerà ai contenuti dell’enciclica sull’ambiente “Laudato Sii” non accolta troppo favorevolmente negli Stati Uniti; peraltro il tema ambientale è centrale nel viaggio in Europa di Biden, perché dopo il G20 in Italia, e dopo la visita in Vaticano, il presidente americano si recherà a Glasgow al vertice sui cambiamenti climatici. Una posizione più vicina a quella del Papa sui temi ambientali sancita in maniera ufficiale in un vertice mondiale, potrebbe testimoniare una vicinanza eloquente tra i due leader, con l’aspettativa di nuove e più avanzate posizioni degli USA sui cambiamenti climatici ed il rispetto dell’ambiente, anche viste le conseguenze che il riscaldamento globale ha provocato in tutto il mondo, dove sempre più spesso si registrano calamità naturali. Malgrado questi possibili punti d’incontro le differenze tra Biden ed il Papa restano molto forti sul tema dell’accoglienza degli immigrati: le recenti vicende al confine americano ed il trattamento riservato agli haitiani che cercavano di entrare nel territorio statunitense hanno evidenziato che la mancanza di una sostanziale differenza con l’azione di Trump contraddistinta dal continuo respingimento dei profughi, inoltre il pontificato di Bergoglio è sempre stato incentrato sulla difesa dei più deboli e l’abbandono dell’Afghanistan, che ha gettato il paese nel caos e lo ha riportato indietro di anni, voluto proprio da Biden è stato accolto in modo molto contrariato dal Papa. L’impressione è che tra i due, sia Biden ad avere bisogno di un appoggio morale e di una vicinanza politica con il Pontefice, per poterla spendere in patria, dove i sondaggi dicono che il gradimento del presidente è ai minimi storici. Certamente anche Bergoglio ha bisogno di un alleato importante nella partita che sta giocando negli USA contro il clero conservatore, ma l’immagine in patria di Biden necessita di ritrovare un apprezzamento che sta continuando a subire una erosione di consensi e per fermarla l’appoggio del Papa è giudicato fondamentale.

Gli USA difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese

Nella questione di Taiwan si alza pericolosamente il livello dello scontro, dopo che il presidente USA ha espressamente dichiarato che le forze armate statunitensi si impegneranno direttamente nella difesa dell’isola se la Cina intenderà esercitare una opzione militare per riportare Taiwan sotto il suo governo. Biden ha equiparato l’impegno ufficiale per la difesa dei paesi che compongono l’Alleanza Atlantica, estendendolo anche a Giappone, Corea del Sud ed, appunto, Taiwan. L’intenzione dell’inquilino della Casa Bianca appare chiara: costituire un argine contro le ambizioni cinesi nella regione; la dichiarazione, tuttavia, non ha implicato la sola opzione militare, infatti, Biden ha parlato di contrastare il progetto cinese di riunificazione, prima di tutto attraverso le soluzioni diplomatiche, ma, in caso di fallimento di questa soluzione, non resterebbe alternativa ad un impegno militare diretto. In realtà questo impegno è già iniziato con l’invio di istruttori militari, che hanno il compito di formare le forze armate di Taiwan a fronteggiare una eventuale invasione di Pechino; ma il passo ulteriore di dichiarare ufficialmente la possibilità di un coinvolgimento diretto di militari statunitensi nella difesa di Taiwan, significa un avviso politico netto diretto alla Cina. Peraltro questo sviluppo rappresenta la logica conseguenza di una politica statunitense nei confronti di Taiwan, che ha sempre riguardato forniture militari, malgrado un mancato riconoscimento ufficiale a cui si è rimediato con l’invio di rappresentanze diplomatiche mascherate da rappresentanze commerciali; inoltre già con Obama si è concretizzata la centralità dell’area nella politica estera americana, a discapito di quella europea e medio orientale, questa tendenza è proseguita con Trump, mentre con Biden risulta addirittura accentuata. Il presidio delle vie commerciali marine e la supremazia americana regionale è diventata preminente, soprattutto da quando la Cina ha aumentato la sua capacità militare ed ha dispiegato la sua potenza economica, fattori che hanno determinato l’esigenza americana di operare un contenimento di Pechino con tutti i mezzi disponibili. La dichiarazione di Biden pone anche interrogativi sulle reali ragioni del repentino ritiro dall’Afghanistan: esigenza di adempiere alle promesse del programma elettorale o necessità di disporre delle forze armate statunitensi per essere schierate in altri teatri di guerra? La questione non è secondaria, perché proprio il disimpegno dal paese afghano, ricordiamolo non concordato con gli alleati, permette la grande disponibilità di effettivi militari da schierare a Taiwan. Se questa possibilità è vera, il piano di Biden per Taiwan sarebbe già avviato e pianificato da tempo. La posizione della Cina è sempre la stessa ed è dettata dalla considerazione di non tollerare alcuna ingerenza nella propria politica interna e nell’intenzione di riunificare il paese, promettendo di seguire, come ad Hong Kong, il sistema un paese due sistemi. La mancata disponibilità di Taiwan è non è stata presa bene a Pechino, che ha intensificato la pressione sull’isola con il sorvolo di circa centocinquanta aerei militari: una azione in grado potenzialmente di generare pericolosi incidenti e non solo a livello diplomatico, probabilmente è stata proprio questa iniziativa a causare la reazione pubblica di Biden. La Cina ha avvertito di non accettare compromessi sulla questione di Taiwan ed ha ammonito Washington a non mandare segnali sbagliati in aperto contrasto con l’integrità del territorio cinese e la sovranità del governo di Pechino, sui quali non saranno accettati compromessi e non esistono margini di trattativa. L’avviso del governo cinese agli Stati Uniti, per ora, è quello di non compromettere le relazioni tra i due paesi con un atteggiamento apertamente ostile. Per la soluzione della questione non si annunciano tempi rapidi e non è neppure facile fare una previsione, data l’inamovibilità delle rispettive posizioni; il pericolo di un conflitto è però concreto, con potenziali ripercussioni enormi sugli assetti commerciali che riguarderebbero tutte le economie del pianeta, anche se solo si trattasse di un irrigidimento diplomatico tra le due parti. Dopo la pandemia, per altro non ancora risolta, un possibile blocco delle vie commerciali marine potrebbe generare un nuovo blocco produttivo in grado di fermare gli scambi in maniera globale, se poi ci dovesse essere un conflitto tra le due maggiori potenze mondiali, sarebbe necessario rivedere ogni prospettiva per evitare la crisi economica totale.

I militari americani riconoscono la minore credibilità degli USA nei confronti degli alleati

I più alti responsabili militari degli Stati Uniti, il Comandante di stato maggiore ed il Comandante del Comando centrale, responsabile delle operazioni in Afghanistan, sono comparsi di fronte al Senato a seguito della convocazione per rispondere sulla caotica fine del conflitto nel paese afghano, che ha riportato al potere i talebani, contro cui l’esercito statunitense stava combattendo dal 2001. Questo confronto tra vertici militari e legislatori americani ha messo in risalto la totale mancanza di accordo tra gli stessi militari ed il potere esecutivo, mancata concordanza che vale sia per Trump, che per Biden, esponendo sempre più il presidente democratico ad una pericolosa similitudine con il suo predecessore, dal quale tanto aveva preso le distanze in campagna elettorale. La discordanza tra i militari e la Casa Bianca mette in risalto la responsabilità di Biden nei pessimi rapporti che ha provocato con i propri alleati dell’Unione Europea, che sembra non seguire i consigli dei propri vertici militari. Le decisioni del presidente americano, il quale si è sempre assunto la responsabilità delle proprie decisioni, non hanno tenuto nella dovuta considerazione i consigli dei militari, optando per le analisi sbagliate dell’intelligence statunitense.  Il Capo di Stato maggiore è apparso rammaricato per la perdita di credibilità degli Stati Uniti da parte degli alleati europei, definendo espressamente un danno l’uscita non concordata dalla guerra afghana. Questa constatazione, che arriva in un momento di difficoltà all’interno dell’Alleanza Atlantica, alimenta la diffidenza degli europei in particolare e della Francia in particolare, a causa della variazione della politica estera americana verso una centralità spostata dall’Europa allo scenario asiatico. Perfino il Segretario della difesa, che non ha condiviso le valutazioni del Capo di Stato maggiore, ha dovuto ammettere che la credibilità americana potrà essere messa in dubbio, nonostante la personale convinzione di mantenere un valore di affidabilità elevato. Ma il maggiore danno al prestigio del presidente è venuto dal comandante del Comando centrale, che ha confermato che l’intenzione dei vertici militari americani era quella di mantenere un contingente di 2.500 effettivi, opzione rifiutata da Biden, ma che era stata concordata con Trump; tuttavia entrambi i due ultimi presidenti non hanno voluto prendere in considerazione una uscita non basata sulle date, ma su condizioni di conformità, come suggerito dai militari. La decisione errata è stata dovuta anche ad una informativa sbagliata dell’intelligence USA, che riteneva l’esercito regolare afghano in grado di controbattere all’offensiva talebana senza l’aiuto americano, deve essere però precisato che la formazione dei militari del paese afghano era assegnata all’esercito americano, che nonostante i diversi miliardi di dollari investiti non ha saputo portare ad una adeguata preparazione le forze armate di Kabul. Nonostante i giudizi negativi sulle modalità del ritiro, il capo di Stato maggiore ha riconosciuto che una permanenza dei militari americani avrebbe significato lo scontro sul terreno con i talebani ed anche subire le potenziale minacce delle formazioni dello Stato islamico presenti sul territorio afghano. Le conclusioni dei senatori USA sono state, che il fallimento afghano è stato dovuto ad accordi sciagurati presi da Trump con i talebani (visione democratica), sommati alla gestione disastrosa di Biden (visione repubblicana), il cui risultato finale sono state i 2.500 morti americani e lo spreco di 2,3 trilioni di dollari, che rappresentano un fallimento strategico degli Stati Uniti di portata epocale. Aldilà di questa analisi si deve aggiungere anche che il paese afghano ritornerà un territorio dove le formazioni terroristiche islamiche potranno riorganizzarsi senza alcun contrasto, una sorta di base da dove organizzare attentati verso i paesi occidentali, addestrare terroristi e cercare di riproporre modelli più ambiziosi, come quello dello stato islamico. La decisione di Biden, se per certi versi può essere compresa nel quadro delle ragioni di politica interna, riduce la percezione degli USA come grande potenza in grado di proteggere se stessa e l’occidente da una minaccia che torna sempre più minacciosa e, che se si dovesse verificare, non potrà che essere imputata alla pessima gestione di Biden stesso, che sarà perseguitato per questo motivo anche sui libri di storia.

Per l’Europa gli USA non sono più affidabili e Biden assomiglia sempre più a Trump

Com’era lecito attendersi l’accordo militare tra USA, Gran Bretagna ed Australia ha provocato profondo risentimento in Europa. Si tratta di un vero e proprio affronto a Bruxelles, tenuta all’oscuro dei termini dell’alleanza, se si inquadra nel rapporto all’interno del mondo così detto occidentale. L’irritazione maggiore si registra in Francia, che, a causa di una clausola dell’accordo, che obbliga Canberra ad acquistare i sottomarini americani a propulsione atomica, perde una sostanziosa commessa con l’Australia per la fornitura di sottomarini con alimentazione a gasolio. Particolare molto rilevante è che questo commessa era stata confermata ancora il 31 agosto scorso da un incontro in videoconferenza tra i vertici militari dei due stati, con una firma congiunta, che non faceva presagire alcun ripensamento, peraltro mai comunicato ufficialmente. Ma aldilà del legittimo risentimento francese, l’Unione Europea subisce un torto diplomatico evidente, che minaccia di avere conseguenze pesanti nel rapporto con gli Stati Uniti, ritenuti i veri responsabili della provocazione. La maggiore delusione è rappresentata del presidente Biden, che era partito con un atteggiamento profondamente differente dal suo predecessore, ma che si è rivelato, nei fatti, ancora peggiore nei confronti dei suoi alleati europei: prima il ritiro non concordato dall’Afghanistan ed ora la creazione di una alleanza che lascia fuori l’Unione Europea senza alcuna spiegazione; o meglio la spiegazione potrebbe essere la considerazione che l’Europa è ormai un teatro secondario rispetto all’Asia, vero punto focale degli interessi americani attuali. Del resto già con Obama questa supremazia della centralità asiatica rispetto al vecchio continente cominciava a delinearsi, Trump l’ha continuata e Biden la rafforza ulteriormente. Inoltre Biden sembra sommare su se stesso la volontà di spostare l’attenzione principale USA verso l’Asia, tipica di Obama, con la volontà di Trump di mettere gli Stati Uniti davanti a tutto: solo così di spiega lo sgarbo diplomatico della Casa Bianca, dove Londra e Canberra sono solo subalterni comprimari. C’è anche da tenere conto, però, della volontà di autonomia sempre maggiore dell’Unione Europea dal principale alleato, fattore, peraltro ampiamente giustificato, come dimostra questa vicenda. Un ulteriore elemento potrebbe essere stato rappresentato dalla posizione dell’Unione Europea, che pur restando fedelmente nel campo occidentale, ha cercato un punto di equilibrio tra Pechino e Washington, per evitare una degenerazione troppo pericolosa dei rapporti tra le due superpotenze. A questo punto l’intento europeo pare fallito, con la Cina che accusa apertamente USA, Gran Bretagna ed Australia di aprire una nuova stagione di incremento degli armamenti avente per obiettivo proprio il paese cinese. Il punto cruciale, adesso, della vicenda è il pessimo livello dei rapporti tra Washington e Bruxelles, che, malgrado l’assenza di dichiarazioni ufficiali, sembra ancora più basso di quando Trump era presidente; certo Biden gode di una cautela, di cui il predecessore non beneficiava, forse dovuta alla speranza di un segno tangibile di ravvedimento, ma se questa è la tattica europea le speranze sembrano vane: la strada intrapresa dalla Casa Bianca punta ad una Europa marginale come elemento geostrategico, fattore che potrebbe avere anche ricadute nei rapporti commerciali. Washington ha anche riempito il vuoto che si è creato con la Brexit ed ha operato una tattica capace di legare maggiormente Londra con la sponda opposta dell’Oceano; questo particolare non è da sottovalutare perché potrebbe inasprire i rapporti tra Regno Unito, sempre ala ricerca di espedienti favorevoli a sé stesso nella partita degli accordi post Brexit, ed Europa. Si è così verificato lo scenario che Trump aveva perseguito senza riuscire a concretizzare, adesso occorrerà vedere la capacità di reazione dell’Unione di non farsi mettere in secondo piano e conquistare quella posizione che da tempo ricerca in campo internazionale e che viene frustrata con questo accordo, che in definitiva la vede come perdente e tradita, ma nel suo stesso campo: quello occidentale. La sconfitta, cioè, è ancora più pesante perché non proviene da un avversario, che poteva essere la Russia o la stessa Cina, ma dal paese, che malgrado tutto, era ritenuto il maggiore alleato. L a cautela e la prudenza dovranno essere alla base delle prossime mosse della diplomazia europea, ma con la giusta diffidenza nei confronti di alleati inaffidabili ed anche infidi. L’autonomia politica e militare dell’Europa è sempre più importante, orami al pari della forza economica, soprattutto per gestire avversari che hanno molto in comune e non sono distanti politicamente come Cina e Russia.

USA, Gran Bretagna ed Australia firmano un accordo per contenere la Cina

L’accordo firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia per la condivisione di competenze avanzate su temi riguardanti le armi nucleari, la sicurezza informatica, l’uso dei sottomarini a grandi distanze e l’intelligenza artificiale, tutte materie strettamente legate al settore militare, indica la direzione geografica e gli intenti strategici, che Washington intende privilegiare nel prossimo futuro; quello che viene ribadito è la centralità della regione dell’oceano Pacifico, dove l’intento principale è quello di contrastare e contenere l’ambizione di Pechino, che considera la regione come zona di propria influenza.  Non che quella di Biden sia una novità nella politica estera degli Stati Uniti: già Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva iniziato questa politica, spostando l’area di interesse americano dall’Europa all’Asia, Trump, pur con le sue contraddizioni, ha portato avanti questa strategia ed ora Biden la conferma, lasciando centrale la questione de dominio delle rotte navali, ma non solo, del pacifico. Certamente l’aumento di rilevanza e del livello di scontro, sia commerciale, che geopolitico, con la Cina, obbliga gli USA a concentrare lo sforzo maggiore su questa partita, coinvolgendo, però, altri soggetti internazionali, che sono alleati fedeli ed hanno interessi diretti nella regione, l’Australia, o il bisogno di trovare nuove soluzioni anche finanziarie, oltre che politiche, a causa dell’uscita dall’Europa. Non coinvolgere l’Unione Europea, ma soltanto due paesi che hanno un minore peso specifico internazionale, rispetto a Bruxelles, può significare che, attualmente, la Casa Bianca possa preferire un rapporto più sbilanciato a proprio favore; del resto la politica americana, nonostante le premesse di questo presidente, ha mantenuto, di fatto, le distanze con l’Europa quasi come ai tempi di Trump e la ritirata unilaterale dall’Afghanistan ne è stata l’ennesima prova. Inoltre il ritiro dal paese asiatico, ritenuto un obiettivo non strategico per gli USA, permetterà a Washington di riallocare nuove risorse finanziarie proprio per la sfida diretta con la Cina. Pechino sta espandendosi in maniera prepotente anche in Africa e Sud America, ma gli USA concentrano la propria attenzione nelle aree del Pacifico, forse anche per non ripetere gli errori di ampliare troppo le zone di azione, dove la potenza militare cinese è mostrata con maggiore arroganza, in questa ottica anche il coinvolgimento dell’India, naturale avversario cinese, nel presidio del Pacifico riapre scenari inquietanti sulle conseguenze di questi assetti internazionali. La politica USA , sulle alleanze militari coinvolge anche l’industria bellica portando scompiglio all’interno dell’alleanza con l’Europa ed in particolare con la Francia: l’accordo con l’Australia prevede la fornitura di sottomarini nucleari allo stato dell’Oceania, che ha in corso, su questo fronte, una commessa con Parigi; a causa del rallentamento della fornitura, Washington si è inserita nel rapporto commerciale e potrebbe vanificare la fornitura francese. Si comprende come l’Europa venga trattata come un alleato di secondo piano, processo iniziato da Trump irritato per lo scarso contributo economico e la volontà di Bruxelles di preferire la propria industria bellica, proprio a danno di quella americana. Per l’Unione Europea si tratta di segnali inequivocabili e bene fa la Commissione europea a cercare una propria autonomia militare, dotandosi di una prima forza di intervento rapido, primo tassello di un possibile esercito sovranazionale. L’accordo con Londra e Canberra investe, quindi, molto di più che gli aspetti geostrategici del Pacifico, che sembrano valere come tali soltanto per l’Australia, ma riguarda la visione stessa dell’Alleanza Atlantica, ridotta sempre più ad organizzazione marginale proprio per volere di Washington. La percezione è che gli Stati Uniti scelgano un approccio sempre meno condiviso della gestione della politica estera sulla materia del rapporto con la Cina, che rappresenta, al momento, il vertice dello scenario internazionale; tuttavia con coinvolgere l’Europa e la stessa Alleanza Atlantica denuncia una debolezza di fondo, che non fa che confermare la possibilità di nuovi errori tattici da parte di Washington. Se si vuole mantenere la leadership internazionale non si può privilegiare un solo luogo di confronto, ma presidiare, almeno, le zone più importanti, azione che la Cina cerca di fare, sostituendosi, talvolta, proprio agli americani. La partita è globale e come tale deve essere condotta, altrimenti la frammentazione dell’occidente sarà soltanto un vantaggio per Pechino.

Ripensare la politica estera USA: necessità per l’occidente

L’evoluzione verso il basso della politica estera americana, culminata con la precipitosa ritirata dall’Afghanistan, è una vera e propria parabola discendente, che avvicina sempre più il paese nordamericano alla perdita della leadership mondiale. Sebbene Washington sia ancora la prima potenza mondiale il gap, non solo della Cina, con altre superpotenze sta diminuendo considerevolmente. Si è passati da uno scenario di bipolarismo negli anni Ottanta, con gli USA in competizione con l’URSS, ad una fase, seguita al crollo del gigante sovietico, di sostanziale ruolo di unica grande potenza planetaria ad un prossimo scenario multipolare, dove la Casa Bianca, difficilmente potrà influire in maniera decisiva su tutte le questioni di portata internazionali. Gli USA, probabilmente, resteranno la prima potenza mondiale, ma con la Cina molto vicino e con una serie di protagonisti regionali in grado di fare sentire il proprio ruolo in ambiti più ristretti, ma dove la specificità dell’esercizio del proprio peso rappresenterà un ostacolo a chi vorrà recitare un ruolo di supremazia planetaria. Ciò vale sia per le strategie geopolitiche, che comprendono gli assetti militari, che per quelli economici, spesso indissolubilmente legati ad equilibri di natura politica, dove è emergente anche la componente religiosa. Il declino americano è iniziato in modo evidente con Obama, che non ha voluto impegnarsi nel conflitto siriano, Trump ha continuato con la sua visione di tralasciare la politica estera, con l’idea di stornare risorse nell’economia interna, sbagliando i calcoli e la visione, che per essere i primi è necessario impegnarsi anche nei teatri esterni; alla fine è arrivato Biden, che ha vanificato anni di lotta al terrorismo, con un ritiro che doveva stabilizzare il proprio consenso, ottenendo, invece, il risultato inaspettato di una avversione generale a questa decisione anche all’interno del proprio partito. Tre presidenti, uno di seguito all’altro, hanno sbagliato perché hanno valutato troppo il peso dei sondaggi, adeguandosi alla tendenza generale della visione di breve periodo, non hanno stimolato in maniera efficace gli alleati, si sono fossilizzati su tattiche esclusivamente militari, senza considerare l’adeguata importanza delle infrastrutture sociali ed il coinvolgimento della parte buona delle popolazioni locali, atteggiamento che ha favorito una burocrazia inefficace e corrotta. Questi errori non sono stati fatti una volta sola, ma si sono ripetuti in diversi scenari di intervento e protratti nel tempo e denunciano chiaramente una inadeguatezza sia del ceto politico, che amministrativo americano: mancanze che uno stato che vuole esercitare la leadership mondiale non può permettersi; tuttavia questi errori sono ancora più gravi in una situazione internazionale molto cambiata, che ha visto arrivare nuovi competitor in grado di fare vacillare la supremazia americana. Certamente la Cina è la principale concorrente: l’avanzata sul piano dell’economia di Pechino, doveva, però, evitare agli USA di rimanere in uno stato di mancata variazione, caratterizzato dalla mancanza di lucidità e previsione, si è preferito, cioè, una navigazione di piccolo cabotaggio che ha fatto perdere di vista l’intero insieme ed ha determinato una chiusura in se stessa, che ha anche compromesso per lunghi tratti i rapporti con i principali alleati, gli europei. Ma proprio l’Europa si è rivelato un anello debole della politica estera americana, non che questo fosse un aspetto sconosciuto e che avesse anche fatto comodo agli americani, soltanto che nel contesto mutato, avere alleati sempre troppo dipendenti si è rivelato deleterio. Gli USA hanno bisogno dell’Europa e viceversa, non fosse altro per cercare di rallentare l’avanzata economica cinese, ma questo obiettivo è troppo limitante se si vuole fare prevalere i valori occidentali, ed è su questo tema che gli USA devono interrogarsi: oltrepassare i propri interessi immediati per raccogliere di più in futuro, anche dal punto di vista geostrategico, oltre che quello economico. Soltanto integrando maggiormente l’azione di USA e Europa si può riaffermare una supremazia, non più americana ma occidentale. Occorre un grande lavoro di mediazione perché le sfide e gli scenari saranno multipli e non su tutti si potrà imporre  una sintesi non sempre raggiungibile, ma questa è l’unica strada per potere cercare di contenere il terrorismo e le dittature e trovare nuove via per l’affermazione della democrazia, anche in forme diverse ma tali da superare forme dittatoriali politiche e religiose, che vogliono infiltrarsi nelle nostre imperfette democrazie.

Gli USA temono l’aumento dell’arsenale nucleare cinese

La difficoltà, già accentuata dalle rispettive posizioni in campo geopolitico e commerciale, tra gli USA e la Cina, rischia un pericoloso peggioramento per le preoccupazioni manifestate da Washington per la proliferazione nucleare portata avanti da Pechino, nel quadro del potenziamento delle armi atomiche dell’esercito cinese. Le aspirazioni da grande potenza della Cina, secondo il presidente ed il governo comunisti, possono concretizzarsi anche attraverso l’incremento dell’arsenale nucleare, che è diventato centrale nella politica tattica militare del paese. Gli analisti americani hanno individuato la costruzione di una serie di silos per il lancio delle testate nucleari, dislocate in diverse regioni cinesi. Attualmente le testate nucleari di Pechino sarebbero stimate in circa 350 unità, una quantità ancora molto inferiore alla disponibilità di paesi come Stati Uniti e Russia, in particolare Washington sarebbe in possesso di circa 4.000 testate, pari al 90% di tutte le armi nucleari presenti sul pianeta; tuttavia, secondo il Pentagono, l’incremento cinese sarebbe notevole, dato che fino ad un anno prima le teste cinesi erano 200: un aumento, quindi, di 150 unità in 365 giorni. Un aspetto che preoccupa il Congresso americano sono le modalità di segretezza con cui la Cina procede nel suo piano di sviluppo degli armamenti nucleari, materia che Pechino ritiene strategica per potere competere a livello globale, soprattutto con gli USA, ma anche con avversari regionali come l’India. Questa situazione, che pone la Cina al centro dell’attenzione della politica internazionale, arriva nel momento in cui Mosca e Washington si accingono ad incontrarsi per i negoziati su come evitare una nuova rincorsa agli armamenti nucleari. Se, alle già presenti difficoltà tra le maggiori potenze nucleari per trovare una soluzione alla non proliferazione delle armi atomiche, si aggiunge il crescente attivismo cinese, si può comprendere come la situazione futura sia potenzialmente molto pericolosa. In presenza di un terzo attore che incrementa il proprio arsenale al di fuori di ogni regola, sia Usa che Russia potrebbero sentirsi prive di vincoli e sviluppare nuovi armamenti. La tattica cinese è ormai prevedibile, le accuse agli Usa sono ormai una noiosa ripetizione: quella di vedere un nemico immaginario per distogliere l’attenzione dalle sue problematiche interne. La Cina si dice disponibile a colloqui bilaterali sul tema della sicurezza strategica a condizione che si tengano su basi di uguaglianza e ciò appare impossibile dato il grande squilibrio degli arsenali atomici a favore di Washington. Se gli USA vedono un reale potenziale pericolo, le singole ragioni cinesi, osservate da un osservatore neutrale, appaiono giustificate in ragione della volontà di recuperare almeno parte del terreno perduto sugli armamenti nucleari; rovesciando la visuale è lecito domandarsi come gli Stati Uniti, ma anche la Russia (sempre in vantaggio sulla Cina), risponderebbero ad una richiesta di Pechino di diminuire il proprio arsenale. La questione è che si è usciti da una logica di diminuzione generale delle testate nucleari, perché queste armi, in questo momento storico, rappresentano di nuovo, come durante la guerra fredda, un deterrente psicologico per un equilibrio, però di gestione molto più difficile in un mondo non più bipolare ma multipolare, anche se caratterizzato da due potenze principali, comunque contornate da potenze regionali di grande rilevanza strategica. La vera sfida sarebbe quella di includere la Cina in colloqui a livello mondiale sul tema del disarmo, ma non come comprimario, bensì con la giusta dignità di grande potenza che Pechino desidera a livello politico; ciò, sicuramente, non risolverà il problema della proliferazione ma potrebbe permettere l’avvio di un dialogo su questo tema, anche con lo scopo di migliorare le rispettive relazioni. Vista con la visuale occidentale la proliferazione nucleare cinese non può non essere un fattore altamente preoccupante, dato che si tratta comunque di una paese governato da una dittatura e che tramite il soft power esercitato in altre zone del mondo ha evidenziato una volontà di esportare il proprio modello politico; certamente ciò non può funzionare con l’occidente ed il sospetto che dietro l’aumento del proprio arsenale militare ci sia l’intenzione di esercitare una pressione è quasi una certezza. Ma proprio per questo è importante scongiurare ogni possibile deriva ed l’ulteriore peggioramento delle relazioni: altrimenti il rischio di situazioni tese sarà sempre più probabile.