Crisi di Hong Kong, Cina, USA ed Europa

L’evoluzione dei fatti che riguardano la Cina, relativi non solo alla questione del dissenso interno e la relativa repressione, ma anche quelli di Hong Kong, che hanno ottenuto maggiore rilevanza dalla stampa mondiale ed il complicato rapporto con Taiwan e le relative implicazioni internazionali, pongono delle questioni pericolose per la stabilità mondiale, a cominciare dai rapporti tra Pechino e Washington, che hanno subito un netto peggioramento. Se sul fronte interno cinese, il mancato rispetto dei diritti civili è maggiormente tollerato, perfino per quanto riguarda la repressione dei musulmani cinesi, il problema di Hong Kong sembra essere più sentito in occidente. L’atteggiamento cinese di avversione al teorema di un paese due sistemi (politici) deve essere inquadrato proprio nella necessità di stroncare il dissenso interno, togliendo l’esempio di pluralismo sul suolo cinese. Questo obiettivo è ora considerato prioritario anche rispetto ai risultati economici ed alle relazioni internazionali. Gli USA valutano sanzioni contro il sistema finanziario di Hong Kong, che sul breve periodo potranno avere effetti pesanti sulla possibilità di operare sul fronte della finanza, all’interno del mercato americano, tuttavia il governo cinese ha avviato da tempo un depotenziamento di Hong Kong nel quadro generale dell’importanza finanziaria a favore di altre piazze che sono maggiormente sotto il controllo del governo centrale. L’ostinazione che Pechino percorre nell’atteggiamento contro Hong Kong rivela che, ormai, ne ha sacrificato la capacità operativa all’interno del mondo finanziario per esercitare il maggiore controllo possibile. Ciò significa anche che Pechino è disposta a valutare un potenziale impatto negativo sulla sua economia da parte dell’occidente. Per il rischio è calcolato: soltanto gli USA di Trump, che è in campagna elettorale, possono cercare di esercitare una pressione sulla Cina, mentre dall’Europa, per ora non è arrivato altro che un silenzio colpevole ed irresponsabile. Tuttavia la questione di Hong Kong, pur in tutta la sua gravità, è di minore impatto rispetto a ciò che può diventare Taiwan. La Cina considera Formosa parte integrante del suo territorio e non ha mai fatto mistero di potere considerare anche di arrivare all’opzione militare per affermare il suo potere in maniera concreta. Gli USA hanno sempre mantenuto un legame con Taiwan in maniera non ufficiale, ma negli ultimi tempi, considerando il paese strategico per i traffici navali ed essenziale dal punto di vista geopolitico, hanno aumentato i contatti, suscitando più volte l’irritazione della Cina. Washington per quanto riguarda Hong Kong ha scelto un approccio impostato sulle sanzioni economiche, ma un analogo comportamento di Pechino a Taiwan non potrebbe consentire un approccio simile; ad una prova di forza cinese gli Stati Uniti non potrebbero essere passivi. Per ora la situazione è di stallo ma quelli che si confrontano sono due leader simili, che hanno fatto del sovranismo e del nazionalismo i propri punti di forza ed entrambi non sembrano volere cedere. Ci sarebbe un terzo attore che potrebbe incidere sull’economia del dialogo, se avesse la forza di una propria politica estera e la convinzione di volere difendere i diritti a qualunque costo. L’azione americana, infatti, non si muove a garanzia dei diritti universali non rispettati dall’azione e dall’ordinamento cinese, ma da una esclusiva tutela degli interessi statunitensi: un atteggiamento che squalifica rende meno rilevante il ruolo di Washington nell’arena mondiale. Questo vuoto, se non a livello militare, potrebbe essere riempito a livello politico dall’Europa, che potrebbe investire in credibilità, una dote da spendere successivamente anche su altri piani. Occorrerebbe, però una capacità di coraggio in grado di andare contro la potenza economica cinese, ma partendo dal punto di forza di avere la consapevolezza di essere il maggiore mercato mondiale. Una politica di sanzione verso i prodotti cinesi, praticata per contrastare il mancato rispetto dei diritti civili e le repressioni operate ad Hong Kong, potrebbe costituire un freno all’attuale politica di Pechino. Ciò potrebbe anche servire per ottenere, grazie politiche fiscali europee mirate, un’autonomia da una vasta serie di prodotti cinesi la cui produzione potrebbe essere riportata sul suolo continentale favorendo un nuovo sviluppo industriale. Risulta chiaro che nella fase iniziale occorrerebbe rinunciare a vantaggi economici immediati, che potrebbero essere recuperati dalle ricadute degli effetti dell’assunzione di un nuovo ruolo politico da protagonista a livello mondiale. Sarebbe uno sviluppo molto interessante.  

Gli USA allertano le ambasciate

Gli Stati Uniti dimostrano di prendere sul serio la minaccia bombe alle ambasciate italiane dopo i recenti casi occorsi alle rappresentanze diplomatiche di Cile e Svizzera. Intensificata la vigilanza e messe in campo nuove procedure per evitare possibili attentati anche dopo i falsi allarmi registrati per le sedi delle ambasciate presso la Santa Sede di Albania e Finlandia. La pista principalmente indicata dagli inquirenti italiani riguarda il movimento anarco-insurrezionalista ed andrebbe inquadrata nel non facile momento legato all’approvazione della legge di riforma del sistema universitario, anche in funzione dei numerosi cortei che hanno percorso le maggiori città italiane. Tuttavia con l’approvazione della legge ed anche in concomitanza delle festività di fine anno l’ipotesi non sembra reggere per l’allentamento delle manifestazioni da parte dei gruppi studenteschi, che di fatto, non hanno raggiunto il loro proposito. In Italia, spesso la pista anarchica storicamente è andata bene per tutte le stagioni, salvo poi scoprire l’innocenza degli indagati. E’ vero che non siamo in presenza di attentati particolarmente gravi, come quelli che hanno segnato tristemente la storia italiana dove l’anarchismo ha costituito il capro espiatorio di ben altri colpevoli; qui siamo in presenza, in definitiva di atti poco più gravi  della pura dimostrazione contro obiettivi ben definiti, come la Svizzera, colpita per ritorsione a causa dell’estradizione di un componente del movimento anarchico. In quest’ottica la tesi del governo italiano potrebbe anche essere azzeccata, ma la domanda è perchè le bombe sono state inviate in questo momento? E perchè  insistere con questa strategia mantenendo sulla corda le legazioni diplomatiche anche con falsi allarmi? Lo scacchiere degli obiettivi colpiti o soltanto minacciati non sembra essere unito da un legame, ed il momento non è che un episodio tra i tanti di difficoltà vissuto dal paese italiano e sullo sfondo le grandi crisi mondiali appaiono molto lontane, ma lo stato di emergenza applicato dagli USA pone altre domande: è solo routine o si pensa che dietro questi attentati vi sia qualcosa di più taciuto o sconosciuto dalle autorità italiane? La galassia dei destabilizzatori è talmente vasta di possibilità che ogni ipotesi è aperta, ma il fatto è che lo stato di allerta non riguarda la sola sede di Roma, ma tutte le rappresentanze USA presenti nel pianeta; se Washington pensa di essere sotto attacco probabilmente pensa anche di esserlo per qualcosa di definito. In questo momento i punti caldi sono la Corea, l’Iran, la Palestina, i rapporti con la Cina, qualcuno di questi motivi può essere legato allo stato di allerta?

Angola: situazione sempre piu' difficile

La situazione in Angola sta precipitando, l’impasse del dopo elezioni non si sblocca quindi Laurent Gbagbo cerca di aprire un fronte esterno, accusando USA e Francia di essere dietro all’opposizione risultata vincente dalla tornata elettorale. La prima mossa e’ stata della CEDEAO, l’organizzazione economica dei paesi dell’Africa dell’ovest, che ha minacciato il ricorso alla forza militare per ristabilire la pace nel paese. Questo ipotetico intervento e’ diretto contro lo sconfitto delle elezioni, che rifiuta il verdetto del voto denunciando brogli, per Gbagbo dietro a questa minaccia vi e’ l’azione concordata di USA e Francia per favorire il suo avversario. La Francia, dal canto suo, e’ presente con 900 uomini sul territorio ivoriano, mentre sono 15.000 i cittadini francesi ivi residenti. Il ministro della difesa francese Juppe’ ha sottolineato che l’uso della forza spetta alla decisione delle Nazioni Unite, ma che i cittadini francesi presenti sul suolo della nazione africana saranno difesi militarmente in caso di bisogno.

Coree fine dell'incubo?

La Corea del Nord rompe il preoccupante  silenzio dall’inizio delle esercitazioni della Corea del Sud e dichiara, attraverso l’agenzia KCNA, che alle manovre militari di Seul non vale la pena di reagire. Sembra così concludersi positivamente il pericoloso tira e molla seguito al bombardamento dell’isola sudcoreana sul confine dei due stati effettuato da Pyongyang. Evidentemente si tratta di una vittoria della diplomazia che ha operato alacremente al di fuori dei riflettori, tutto il mondo tira un sospiro di sollievo ma le questioni di fondo risultano ancora sul tappeto. L’atomica nordcoreana, il sempre maggiore peso cinese, il controllo delle vie di comunicazione e trasporto marine, il tutto inquadrato nella contrapposizione di alleanze ed equlibri che ruota intorno al rapporto conflittuale tra USA e Cina, con la UE spettatore interessato. La fine della vicenda, se vera fine è stata, segna un punto a favore della collaborazione tra gli stati e l’ONU, che hanno fattivamente collaborato per scongiurare il pericolo di un conflitto sui cui esiti non si potevano prevedere le conseguenze. Molto importante l’azione della Russia, che pur non essendo coinvolta in modo diretto, come USA e Cina, ha voluto assumere un ruolo di protagonista nella soluzione della questione. Probabilmente la molla che ha fatto scattare un impegno tanto fattivo è stato anche il pericolo che l’ago della bilancia si spostasse a favore di uno dei contendenti maggiori che stavano dietro le due Coree, compromettendo così l’equilibrio attuale. In questo momento storico così particolare se lo status quo subisce variazioni di così grande portata, come sarebbe potuto accadere in uno scenario possibile, rischia di innescare una reazione a catena sullo scenario internazionale di portata non facilmente quantificabile. Più defilata la posizione della UE, che ha assunto un ruolo quasi subalterno nella questione, d’accordo che le due Coree sono lontane, ma uno scenario globale come l’attuale richiede un impegno ed una presenza di maggiore peso in tutti i punti caldi ed i nodi cruciali del panorama complessivo.

Israele si sente accerchiato e teme sempre di più l'atomica iraniana

La politica estera Israeliana ha cercato di attivare una sorta di cintura di sicurezza intessendo buone relazioni con i governi di Turchia, Egitto e Giordania, tuttavia gli analisti rilevano che questi buoni rapporti si fermano al livello istituzionale senza incontrare il favore delle rispettive popolazioni. Si tratta di un problema non da poco per il paese della stella di David, giacchè l’intensificarsi della delaicizzazione di questi paesi favorisce partiti e movimenti di stampo religioso. La questione palestinese ha una grande presa su società sempre più islamizzate, dalle più tiepide fino a quelle più integraliste. Con la Turchia, unico paese di religione islamica con il quale esiste un accordo di mutua cooperazione per la difesa, il nocciolo della questione è l’esercito della mezzaluna che sta perdendo quote consistenti di potere all’interno delle istituzioni turche. Le forze armate di Ankara sono tradizionalmente laiche e vedono di buon occhio la collaborazione con Israele anche per gli avanzati strumenti e metodi che l’esercito israeliano condivide con loro, ma il crescente peso politico di partiti a componente religiosa sta rosicchiando sempre più peso specifico nell’importanza politica generale. In Libano la fazione dei cristiano maroniti sembra propendere verso un’alleanza non strategica ma tattica con gli Hezbollah, questo determinerebbe la fine dei rapporti con . Sono tutti segnali che innervosiscono Tel Aviv e contribuiscono a generare un pericoloso senso di accerchiamento in una fase molto difficile contrassegnata dal pericolo nucleare iraniano. Il rischio di conflitto aleggia sempre, la situazione iraniana non si sblocca nonostante le sanzioni ONU e la condanna internazionale, Israele teme concretamente l’atomica iraniana ed un possibile uso contro i suoi territori, ciò rende pericolosamente instabile il suo atteggiamento combatutto tra cautela e voglia di intervento. Fino ad ora si è preferito esercitare mezzi di contrasto alternativi come la guerra elettronica ed il sostegno agli oppositori del regime degli Ayatollah, ma l’accumulo di armamenti pesanti alla frontiera insieme all’esercito USA è un fatto concreto. D’altra parte proprio gli USA pensano di dotare uno scudo nucleare per i paesi arabi propri alleati in caso di avvenuta costruzione dell’atomica di Teheran. Dunque in mancanza di successo, come pare, della soluzione diplomatica si passa alla fase della minaccia militare, è un passo rischioso che si gioca su equlibrismi fortemente instabili, meglio sarebbe avesse successo la carta dell’opposizione interna che, però al momento non pare in grado di rovesciare un regime che gode di grande capacità di controllo interno ed anche di consistente appoggio popolare. La vicenda è ora aperta a tutte le soluzioni speriamo prevalga l’equilibrio e la ponderazione.

I difensori di Assange

Vladimir Putin si arruola tra i difensori di Assange, tacciando gli USA di non essere una democrazia, concetto che sa tanto di pensiero sovietico (di cui Putin era funzionario, KGB per la precisione); il fatto apre una riflessione più ampia sulla diffusione dei file e le ragioni di chi difende  Wikileaks in nome della libertà di stampa. Dato per scontato che la libertà di stampa è proprio uno dei capisaldi della democrazia (su cui Putin e  la Russia dovrebbero riflettere, sopratutto dopo i recenti casi di uccisione e pestaggi dei giornalisti), nel quadro più ampio delle relazioni internazionali si deve operare una riflessione con alcuni distinguo. Nella diffusione dei file riservati siamo in presenza di un’azione a senso unico contro gli Stati Uniti, non è una valutazione è un fatto concreto, l’unica diplomazia colpita è quella americana, non esistono file riservati analoghi di alcun altro paese che Wikileaks disveli. Se fossimo in presenza di una associazione che si muove con i principi con cui afferma di muoversi Wikileaks non pare dovrebbe esserci un solo paese sotto attacco, questa non è un’osservazione da poco, fornire una risposta concreta soltanto a questa riflessione chiarirebbe molte domande in un solo colpo. Frattanto Assange è diventato una sorta di paladino degli hacker, sui quali esercita giustamente il fascino del pirata informatico, piedistallo su cui è salito grazie ai media, che non hanno mai approfondito la questione in maniera appropriata. D’altro canto è comprensibile che i giornalisti si siano buttati a peso morto su questa quantità di dati, ma finito l’entusiasmo iniziale sono mancate le giuste riflessioni, si va avanti sulla cronaca e non si scava dietro la notizia; con l’arresto dell’australiano si spera di capire di più sulla strategia di Wikileaks.

Ancora su Wikileaks

Lo stillicidio di informazioni che Wikileaks sta rilasciando genera più di un sospetto, quale può essere il motivo di questa parsimonia di notizie, quali le intenzioni di mettere in circolo informazioni se non già risapute perlomeno intuite? Nel caso italiano, ad esempio, i dossier erano costituiti da articoli di giornale rilevati secondo le percezioni e le intenzioni dell’addetto di ambasciata che compilava i fascicoli. L’attesa generata induceva ad aspettarsi rivelazioni su trame e colpi di stato, invece ci troviamo a notizie buone per la stampa, che contrabbanda come colpi di scena. Se dal punto di vista del corretto comportamento, della prassi diplomatica  si possono ammettere comportamenti non consoni, che in quest’ottica generano corrette reprimende, ma la pratica non detta dell’azione diplomatica  prevede per ogni cancelleria, ambasciata e consolato niente di meno che quello che wikileaks fa passare come rivelazioni sconvolgenti. L’ultimo file che ha generato dure reazioni è quello degli obiettivi sensibili messi sotto sorveglianza dagli USA in territorio straniero senza, però avvisare i governi competenti per territorialità. E’ chiaro che la pratica non è ortodossa, e le reazioni sono giuste e comprensibili, ma se si guarda alla  realtà delle cose il lavoro sottotraccia è uso comune nell’azione dei governi. Resta il fatto che gli USA, oltre a non fidarsi dei propri alleati più stretti, si pensi al caso della Gran Bretagna, continua a perseguire la missione che si è autoaffidata di gendarme del mondo, è probabile che ciò sia un retaggio della vecchia amministrazione Bush, peraltro non toccata dai file di Wikileaks, se non di striscio, che Obama non è ancora riuscito a correggere. L’accanimento di Assange contro il governo Obama e la segretaria di stato Clinton appare più di una spia, con l’arresto del capo di Wikileaks si spera venga fatta maggiore chiarezza sugli scopi dell’organizzazione dell’australiano.

I fronti diplomatici USA in Cina e penisola Araba

Due fronti internazionali occupano le forze diplomatiche USA, in questo momento, da un lato la Cina e dall’altro i paesi Arabi più ricchi. La questione con la Cina nasce dalla mancata sanzione ufficiale da parte di Pechino alla Corea del Nord; Obama ha necessità di risolvere al più presto la questione delle due Coree perchè non può permettersi un coinvolgimento troppo lungo, sia per il tempo che economicamente, in un possibile conflitto in cui è finito controvoglia trascinato da Corea del Sud e Giappone, partner essenziali per la bandiera a stelle e strisce. Gli USA contavano più sul lavoro diplomatico, che sull’uso della forza, e sull’appoggio del più grande partner dei nordcoreani: la Cina.  Pechino ha mantenuto un basso profilo, pur condannando l’aggressione all’isola sudcoreana non è andata, ufficialmente, oltre le dichiarazioni di facciata contro l’episodio bellico. L’impressione è che la Cina lavori sottotraccia perchè in Corea del Nord è in atto una transizione dinastica al potere (unico caso al mondo di dinastia comunista), Pechino considera la Corea del Nord un punto chiave per il proprio scacchiere di alleanze, giacchè bilancia l’alleanza della Corea del Sud con gli USA. Non si tratta solo di geopolitica e di alleanza militare, si tratta sopratutto di un’alleanza in chiave economica, la Cina non vuole ai suoi confini un concorrente economico agguerrito come potrebbe essere la Corea unita. Gli USA, in questo momento, hanno esigenze più urgenti distogliere l’attenzione dai teatri di Iraq ed Afghanistan non rientrava nei piani e si trovano coinvolti in una contesa di cui non avevano bisogno. Per questo motivo l’atteggiamento pacato di Pechino non è risultato gradito ad Obama. Ma non c’è solo la Cina a preoccupare Washington, indagini accurate sui movimenti di denaro dagli stati arabi più ricchi (E.A.U. ed Arabia in particolare) verso Iraq, Afghanistan ma sopratutto Pakistan hanno individuato il principale canale di finanziamento dei gruppi terroristici. La grande massa di rimesse di lavoratori emigrati nei paesi ricchi produce un flusso costante di denaro, ma i dati numerici effettivi delle transazioni verso il Pakistan sono il doppio di quelle ufficiali, è chiaro che si tratta di fondi occulti che vanno nella quasi totalità dei gruppi terroristici dell’Islam estremo. Non solo, è praticamente accertato il finanziamento diretto con passaggio di capitali, ma anche di armi e know-how dall’Iran verso i gruppi terroristici quali Hezbollah, Al Qaeda ed anche quelli dell’America Latina. Bloccare o almeno limitare questi flussi vuole dire restringere le possibilità di manovra dei gruppi terroristici ed indirizzare le guerre in corso verso la parola fine.

Le banche nel mirino di Wikileaks

La crisi finanziaria attuale ha tra i maggiori responsabili il settore bancario; la massa di prestiti immessi nel sistema varia da quattro volte il pil dell’Irlanda in crisi alle cinque volte della più solida Gran Bretagna. La situazione economica non pare in via di rapida risoluzione, non basta la locomotiva tedesca a trainare un sistema in difficoltà generale e purtroppo alcuni esperti come Strauss Kahn prevedono una nuova crisi finanziaria che riguarderà principalmente le banche. La grande esposizione bancaria potrebbe creare l’accartocciamento del sistema e generare una crisi a cascata che coinvolgerebbe, dopo le banche, tutti i settori produttivi a causa del blocco del credito. E’ una visione catastrofica, che contempla se non un blocco totale, una paralisi del sistema economico a livello mondiale. In questo scenario futuribile, ma purtroppo possibile, si innesta la strategia di Wikileaks, che non a caso, minaccia nuove rivelazioni  proprio sul sistema bancario. Il tempismo perfetto suscita più di un sospetto sulla volontà destabilizzatrice dell’australiano. Dopo le minacce e le attese per i primi file, rivelatesi poi poco più di una bolla di sapone non appaiono credibili le intenzioni di Assange come novello Robin Hood, eroe disinteressato contro il sistema; minacce come le sue, anche se infondate, possono provocare durante l’attesa dei documenti pesanti passivi borsistici, a chi conviene in questo momento una speculazione del genere? Una volta per risollevare l’economia si diceva che occorreva ricorrere alla guerra, ora questo non basta più per smaltire il surplus di produzione e peraltro è praticamente impossibile, per fortuna,  praticare azioni militari di eserciti regolari sui territori dei paesi ricchi, che al massimo patiscono azioni terroristiche; l’opzione  militare è ancora utilizzata per i paesi poveri. Le possibilità della tecnologia consentono operazioni più fini che non lo spargimento di sangue, chi sta dietro a Wikileaks pare più interessato a praticare il dissesto politico e finanziario, la guerra reale a certe latitudini non è più conveniente, più redditizio è spostare informazioni con la conseguenza di permettere determinate azioni convenienti a determinate lobby piuttosto che ad altre, siamo in un quadro ancora troppo oscuro per chi sta fuori ma le prossime vicende dovrebbero alzare la nebbia almeno un poco.

Cosa c'e' dietro ad Assange?

I primi file confidenziali di Wikileaks non hanno detto nulla che gia’ non si sapeva, al di la’ delle dichiarazioni di facciata in onore di segreti di pulcinella, cara ad una visione ipocrita e vecchia dell’azione diplomatica,  e’ stato tutt’altro che l’undici settembre della diplomazia mondiale. Giudizi gia’ letti su tutti i giornali, su cui non vale la pena soffermarsi. E’ importante, invece, riflettere su una frase particolare di Assange, che afferma che nessun altro governo americano ha contrastato la liberta’ di stampa come ha fatto Obama. L’affermazione e’ particolarmente forte, ma anche indicativa di qualcosa che puo’ star dietro a tutto il polverone alzato. Prima cosa, i file diffusi, ormai e’ acclarato, non danneggiano alcuno, se non la Clinton, come capo della diplomazia americana, ma soltanto perche’ i giudizi della sua amministrazione sono stati resi pubblici, ma si tratta di giudizi che tutte le cancellerie e le organizzazioni diplomatiche hanno nei loro archivi, e’ il loro lavoro emettere giudizi per le loro alte cariche, quindi fino a qui nulla di strano. Seconda cosa, non vengono praticamente toccate, almeno fino ad ora, le precedenti amministrazioni repubblicane, ed anche nei casi dei file riguardanti la tortura, niente di nuovo, esistevano gia’ abbondanti inchieste giornalistiche. Terza cosa il clamore mediatico sollevato, ha creato una attesa anche spasmodica nei governi e nelle opinioni pubbliche, attesa giustificata per quello promesso, ma delusa per quello ottenuto, puo’ trattarsi di un metodo di ricatto verso qualcuno? Si tenga conto che si dice di altri file riservati pronti ad essere messi in rete, ma perche’ bruciare l’effetto come ormai e’ stato fatto con autentiche bolle di sapone? La vittima principale e’ chiaro e’ la macchina ed il modo di intendere la politica internazionale di Obama, forse Assange e’ indirizzato da qualcuno che si muove dentro gli USA ed ha interessi opposti al presidente statunitense? Nel caso dei file della tortura l’autore dell’esportazione dei file riservati dovrebbe essere stato un caporale dei marine, chi conosce l’ordine gerarchico dei gradi militari sa bene che il grado di caporale e’ uno dei piu’  bassi della scala e non puo’ certo avere accesso a tali informazioni scritte nero su bianco. Per adesso la talpa negli archivi diplomatici non si conosce ancora, ma va da se che non puo’ essere stato l’equivalente di un caporale. La vicenda Wikileaks e’ ben lungi dalla soluzione, ma una soluzione verosimile potrebbe essere una macchinazione, forse lobbistica, ai danni del presidente Obama e della sua concezione di politica estera, tesa al coinvolgimento sempre piu’ intenso di tutti gli stati nella gestione delle relazione internazionale, che prevede per gli USA non piu’ il ruolo di gendarme del mondo in solitaria.