L’Alleanza Atlantica avverte la Russia e la Cina circa la tutela dei propri interessi

L’incontro di Madrid dell’Alleanza Atlantica ha sancito il cambio di impostazione e finalità dell’organizzazione di Bruxelles, ma ha, soprattutto, permesso di registrare una nuova vitalità dettata dalle contingenze del momento, che vengono assunte come scenario di lungo periodo e di difficile soluzione, per il quale occorre una presa d’atto ufficiale, che obbliga a decisioni pratiche per contrastare gli avversari. Una delle maggiori novità è l’abbandono della neutralità da parte di Svezia e Finlandia per entrare nell’Alleanza Atlantica, appianate le divergenze con la Turchia, con una tempistica piuttosto rapida se messa in relazione ai comportamenti di Erdogan, che consente un allargamento notevole dell’area delle potenziali operazioni, dove è molto rilevante la frontiera che il paese finlandese divide con la Russia, ormai accerchiata ad ovest dei suoi confini. L’importanza del ruolo, involontario, di Mosca come propulsore allo slancio dell’Alleanza Atlantica, ha consentito una presa d’atto forte sulla necessità della tutela dei confini e della conseguente integrità territoriale, nonché della sovranità dei singoli stati che appartengono all’Alleanza. Sebbene la Russia rappresenti l’emergenza più attuale, che obbliga a considerare la crisi presente come la peggiore dalla fine del secondo conflitto mondiale e, che di conseguenza rende necessario un riarmo massiccio e, probabilmente, una grande mobilitazione di militare, la visione dell’Alleanza Atlantica deve essere per forza di cose, ben più ampia. Lo scenario mondiale generale, aldilà di quello europeo, acuisce la concorrenza strategica nel contesto globale e le sfide, presenti e future sull’economia diventeranno sempre più esasperate, ma non solo: la multipolarità della scena diplomatica comprende notevoli rischi per gli assetti geopolitici, la presenza delle emergenze terroristiche e la proliferazione nucleare, costituiscono minacce sempre più concrete a cui rispondere. Se la Russia è il presente più urgente, non viene tralasciato il rapporto con la Cina, con cui necessita di trovare un dialogo per non fare finire il rapporto come con il Cremlino; tuttavia viene riconosciuto che Pechino utilizza metodi violenti e coercitivi per conseguire risultati, al suo interno, in aperto contrasto con i valori occidentali, mentre verso l’esterno utilizza, in analogia con la Russia, sistemi per influenzare i paesi occidentali ed insiste per esportare la propria influenza politica ed economica verso gli stati poveri; mentre sul tema della vicinanza con Mosca rappresenta un oggettivo pericolo per l’occidente sul quale deve essere avvisata sulle relative possibili conseguneze. Il problema dei rapporti con gli stati autoritari accompagnerà senz’altro il futuro, con temi di difficile soluzione, come la proliferazione degli armamenti, non solo quelli nucleari, ma anche quelli chimici e batteriologici ed anche le conseguenze del riscaldamento climatico: se le intenzioni sono quelle di usare la diplomazia, occorre prevedere situazioni di confronto in cui sono necessarie prese di posizione molto dure e che possano comprendere anche il potenziale uso della forza. Anche l’Africa, però rappresenta un’emergenza, perché subisce condizioni favorevoli allo sviluppo dell’estremismo che prospera grazie alle carestie ed alla crisi alimentari ed umanitarie, inoltre investire nel continente nero significa fermare l’espansione e l’ambizione proprio di Cina e Russia, che stanno progressivamente occupando gli spazi vuoti lasciati dagli occidentali. Le conclusioni del vertice riguardano la fine del progetto di instaurare rapporti amichevoli con gli eredi dei sovietici, come enunciato nel 2010 a Lisbona, l’Alleanza Atlantica diventa pienamente consapevole che attualmente Mosca agisce in maniera diretta per alterare la stabilità dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica, con modalità, anche subdole, che vanno dalla ricerca dell’instaurazione di sfere di controllo mediante aggressione, annessione e sovversione, con mezzi di guerra convenzionale, per ora, ma anche informatici. La retorica del Cremlino, che infrange in modo sistematico le regole di convivenza internazionale, non può che essere un ostacolo per qualsiasi rapporto con la Russia e la dichiarazione di disponibilità a mantenere aperti i canali di comunicazione, appare come una dichiarazione non programmatica e sostanziale, ma soltanto una formalità dovuta alla necessità diplomatica.

Il mancato rispetto dei diritti umani come possibile legame tra Cina e Russia

La visita in Cina dell’Alto Commissario per le Nazioni Unite per i diritti umani, l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, ha messo in evidenza come Pechino intende il rispetto per i diritti umani e civili. L’occasione è stata il viaggio per cercare di accertare il trattamento che riceve l’etnia degli uiguri, minoranza cinese di fede musulmana, che è oggetto di rieducazione da parte delle autorità cinesi. L’indagine conoscitiva è stata dovuta alle ripetute denunce delle Organizzazioni non governative, che hanno segnalato ripetuti episodi di violenza e sopraffazione da parte delle forze di polizia; in special modo sono stati segnalati casi di repressione riguardanti numerose persone incarcerate tra cui bambini. Il regime carcerario è improntato ad una durezza inaudita, che comprende violenze psicologiche e fisiche, che, spesso, portano alla morte di persone, la cui unica colpa è quella di non integrarsi con il volere del regime cinese. Le accuse sono spesso pretestuose e costruite e prive di presupposti giuridici, nemmeno quelli della legislazione cinese. Questa lotta di Pechino contro gli uiguri si protrae da tempo e mira ad azzerare la cultura musulmana cinese, interpretata come alternativa alle finalità del partito comunista e della nazione cinese. Pechino giustifica le carceri dove vengono imprigionati gli uiguri, come centri di formazione professionale, dove il lavoro coatto delle persone incarcerate è sfruttato a costo zero per produzioni destinate anche al mercato occidentale. Ufficialmente la Cina sostiene che la gran parte di queste strutture ha cambiato destinazione o, addirittura, è stata chiusa, ma, secondo diverse Organizzazioni non governative straniere, starebbero ancora assolvendo la loro funzione originaria di prigioni per riprogrammare il popolo uiguro. L’affermazione del presidente cinese circa questa situazione, anche lo Xinjiang, la terra degli uiguri, non è stato menzionato è che lo sviluppo dei diritti umani in Cina è conforme alle condizioni nazionali. Questa affermazione implica un relativismo a proprio uso e consumo della Cina, riguardo un tema che non dovrebbe ammettere deroghe, per lo meno sugli standard minimi di base circa le libertà personali, i diritti civili e la libertà di esercitare le proprie idee politiche e religiose. Ovviamente la Cina è una dittatura autoritaria e non può permettere tali libertà, proprio perché minacciano l e basi stesse del potere del paese; piuttosto quello che si deve intendere come condizioni nazionali è la libertà di produrre e consumare, sempre nel rispetto di quanto voluto dallo stato; tutto ciò riporta all’importanza di sussistenza e sviluppo come unici diritti effettivi concessi dal partito comunista. Andare oltre questa visione significherebbe, appunto, arrivare a conseguenze disastrose per l’impianto statale cinese: replicare modelli di altri paesi viene visto come una minaccia per l’ordine costituito. Ora queste affermazioni non rappresentano alcuna novità, la mancata e funzionale considerazione del governo cinese per il rispetto dei diritti civili è risaputa, tuttavia dopo la tragica ed attuale esperienza ucraina, i rapporti con uno stato, che seppure è una superpotenza economica, andrebbero rivisti da parte dei paesi occidentali; in più il progressivo avvicinamento di Pechino a Mosca, nonostante l’aggressione a Kiev in aperta violazione di ogni norma di diritto internazionale, potrebbe favorire un inasprimento ulteriore del Cremlino, proprio sulla instaurazione dei metodi repressivi cinesi collegati alla possibile dichiarazione della legge marziale. Si verrebbero a creare i presupposti, già molto vicini, di due stati, dove i diritti civili sono fortemente trascurati, in grado di sostenersi reciprocamente ed estendere questa contiguità a motivi di ordine internazionale. La questione di Taiwan è già stata accostata per similitudine alle rivendicazioni russe su Crimea e territori ucraini al confine con Mosca. Per Cina e Russia la legittimazione del conflitto contro l’occidente assumerà il significato di giustificare la negazione delle democrazie, non solo in quanto tali, ma proprio come portatrici del rispetto dei diritti civili e politici, che rappresentano gli ostacoli per la legittimazione delle forme di stato autoritario. L’unica alternativa per l’occidente è creare una maggiore autonomia industriale ed energetica, sul lungo periodo ed immediatamente difendere la concezione democratica del rispetto dei diritti civili e delle leggi internazionali, con una difesa più concreta dell’Ucraina e con l’impegno concreto di forzare i blocchi navali che impediscono l’esportazione del grano e che favoriscono la fame nel mondo. Questo può permettere di accrescere un prestigio un poco compromesso per le nazioni occidentali, specialmente con i paesi africani e sottrarli all’influenza russa e cinese, in modo da isolare progressivamente Mosca e Pechino.

La Cina vittima collaterale del conflitto ucraino

L’aggressione della nuova “Unione Sovietica” di Putin ai danni dell’Ucraina, che ha violato ogni regola del diritto internazionale, ha provocato un senso di confusione per Pechino, la cui preoccupazione principale resta la propria crescita economica, che, però, non può essere svincolata da uno stato di stabilità globale. Il primo risultato del Cremlino è stato quello di compattare il fronte occidentale ed ancora di più l’Unione Europea, che sta trovando, pur tra molte difficoltà, una unità di intenti quasi sconosciuta e non certamente prevedibile in tempi relativamente così brevi. Questo dato è il contrario di quanto sempre perseguito dai russi, dagli stessi cinesi ed anche dagli USA, perlomeno quelli guidati da Trump. Per tutti questi soggetti era prioritario operare per ottenere una divisione sempre più profonda tra gli stati europei in modo da trattare con le singole nazioni invece che con tutto il blocco dell’Unione. Per questo scopo questi attori internazionali, che temevano un nuovo soggetto di grandi proporzioni sulla scena globale con proprie capacità politiche ed anche militari e non solo economiche, hanno più volte messo in atto operazioni, anche illegali come attività informatiche illecite, finanziamenti a partiti e movimenti sovranisti locali ed una politica diplomatica intensa rivolta a sfruttare le divisioni degli stati dell’Unione. L’invasione criminale dell’Ucraina ha apparentemente superato ogni tentativo di divisione faticosamente perseguite, finendo per danneggiare per primi, oltre ai russi, proprio ai cinesi, che, d’ora in poi, dovranno adattarsi alla nuova situazione. Pechino, pur affermando la sua fedeltà a Mosca e denunciando, seppure in modo alternato, le colpe dell’Alleanza Atlantica, si è detta molto preoccupata per la situazione di guerra ed ha annunciato la propria volontà di fornire un contributo per la risoluzione della crisi. La maggiore preoccupazione espressa appare quella per le sanzioni economiche contro la Russia, che costituisce una aggravante alla situazione pandemica, per la ripresa economica globale. Occorre anche ricordare che la Cina era, prima dell’inizio del conflitto, il principale partner commerciale di Kiev, e non gradirebbe perdere questo primato, soprattutto se l’Ucraina, una volta finito il conflitto, andasse a gravitare nell’orbita di Bruxelles. I diplomatici cinesi si sforzano con una sorta di equidistanza, che afferma che l’integrità di ogni paese dovrebbe essere tutelata, così come le preoccupazioni di sicurezza di ogni nazione: questo atteggiamento fornisce la percezione di una politica presa alla sprovvista ed ancora indecisa su quale atteggiamento prendere in maniera definitiva. La vicinanza con la Russia non deve essere data per scontata, perché è troppa la distanza ed i rispettivi interessi non sono coincidenti, ma è solo funzionale contro gli Stati Uniti ed, in maniera minore l’Europa. Pechino non può, proprio per non compromettere i suoi piani di crescita economica, avviare nuovi contrasti con Washington, che potrebbero riflettersi sui rapporti commerciali con gli USA, così come non può andare contro l’Europa, che rappresenta il mercato più ricco dove fare arrivare i propri prodotti. Probabilmente dal punto di vista politico l’azione di Putin non dispiace ai cinesi, perché, malgrado le smentite, possono leggere analogie con Taiwan, ma al momento perfino questa questione sembra passare in secondo piano rispetto alla mancata ripartenza dell’economia globale. Una ulteriore preoccupazione per la Cina è la capacità espressa dall’Europa di elaborare strategie per sopperire in un futuro non troppo lontano alle forniture energetiche russe e la ritrovata sintonia con gli USA , che può costituire un punto di partenza per alleanze commerciali più strette, che determinerebbero una minore capacità di movimento commerciale cinese verso quelli che sono i mercati più ricchi del pianeta. Non si sa se nell’incontro tra Putin e Xi Jingping in occasione dell’inaugurazione delle recenti olimpiadi invernali, il leader russo avesse informato quello cinese, ma è sicuro che per gli sviluppi che la guerra ha provocato il risentimento cinese è elevato, anche se non può essere espresso. Studi e piani della Cina sono stati vanificati da una decisione folle che sta determinando per la Cina un futuro commerciale difficoltoso e, però, su questa ragione si può pensare che Pechino non trascurerà ogni sforzo per fermare un conflitto, che la vede come la maggiore vittima collaterale.

Sull’Ucraina la Cina valuta il comportamento USA, per Taiwan e le contese commerciali

Che l’invasione dell’Ucraina sia avvenuta dopo la fine dei giochi olimpici cinesi non è stato un caso: Putin ha rischiato un fallimento dell’azione per le condizioni metereologiche avverse ai mezzi pesanti, pur di mantenere la promessa fatta al leader cinese ed in omaggio all’alleanza che si sta sviluppando tra i due paesi basata sugli scambi commerciali, in primo luogo sulla vendita del gas russo ai cinesi, ma soprattutto sull’intesa politica che si sta sviluppando circa il progetto di un nuovo ordine mondiale, basato su valori alternativi a quelli delle democrazie occidentali e fondato sulla repressione dei diritti civili. La mancata condanna cinese, peraltro scontata e largamente prevista, contro l’aggressione russa rappresenta una sorta di avvertimento per Taiwan, da sempre nelle mire del governo di Pechino, che sostiene il progetto di un’unica patria. Il momento potrebbe essere propizio per una invasione dell’isola, con gli stati occidentali impreparati all’azione di Putin a cui non hanno sostanzialmente opposto resistenza: tali condizioni potrebbero ripetersi anche per Taiwan, che nulla potrebbe, come nulla può Kiev, ad una invasione da parte di una potenza così manifestamente superiore. Esistono, però, delle controindicazioni pratiche per la Cina, che mettono in risalto delle differenze con la situazione che si sta sviluppando in Europa. La prima di tutte è che il principale obiettivo di Pechino continua ad essere la crescita economica ed i contraccolpi economici di una invasione ridurrebbero di molto il prodotto interno lordo cinese, sulla cui crescita si concentrano gli sforzi del governo comunista, anche in ragione della contrazione della crescita mondiale dovuta alla pandemia. Per quanto riguarda la guerra Ucraina, Pechino ha sostituito proprio la Russia come primo partner commerciale di Kiev per l’interessa che riguarda la via della seta e sicuramente non gradisce gli attuali sviluppi anche se, forse viene valutato che con un governo filorusso, potrebbe avere ancora maggiore libertà di movimento. Circa Taiwan alcuni mezzi di stampa funzionali alla propaganda governativa hanno definito l’isola il Donbass cinese, cominciando a preparare una sorta di giustificazione preventiva ad una eventuale invasione militare. Non vale neanche più credere che la Cina non oserà attaccare Taiwan per non intraprendere una azione di difficile gestione e con conseguenze non facili da pronosticare, proprio perché circa Putin si credeva la stessa cosa, ed è stata smentita in maniera clamorosa. E’ anche vero, però, che a differenza dell’Ucraina, a Taiwan sono presenti già militari americani, che rendono lo scenario più complicato nel caso di un attacco ed anche la presenza costante della marina americana, sia nella stessa Taiwan, che in Corea del Sud e Giappone presuppone un impegno militare diretto, che unito a presumibili sanzioni, potrebbe complicare molto più che a Putin una azione militare. Quello di un impegno diretto americano nella zona del Pacifico si spiega con la dottrina internazionale inaugurata da Obama di giudicare maggiormente importante, per gli Stati Uniti, il sud est asiatico, proprio in funzione delle vie di comunicazione delle merci ed a causa di ciò che è stata trascurata la Siria, c’è stato il disimpegno dal medio oriente e dall’Afghanistan e sostanzialmente anche dall’Europa, tuttavia sono legittimi sostanziosi dubbi sulla reale volontà e capacità di condurre un conflitto da parte dell’attuale presidente americano , che non pare  intenzionato ad intraprendere azioni militari. Sia come sia, la reazione americana sull’Ucraina sarà profondamente studiata da Pechino per intraprendere strategie, che non riguarderanno soltanto la potenziale invasione di Taiwan, ma anche i rapporti stessi con gli USA, soprattutto circa i dossier che hanno prodotto i contrasti più profondi tra i due paesi. Una apparente arrendevolezza degli americani, anche dal punto di vista delle sanzioni contro la Russia, potrebbe autorizzare Pechino a comportamenti sempre più spregiudicati nelle battaglie commerciali e nei rapporti con gli altri stati, sia europei che africani, dove la Cina punta a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Per Washington un monito concreto per valutare molto bene le sue mosse e le loro conseguenze a livello globale e non solo limitate alla Russia.

Cina e Russia verso una alleanza contro gli USA

Russia e Cina sembrano sempre più vicini ed il loro legame si rinsalda grazie al nemico comune, gli Stati Uniti. Se Mosca evitare l’allargamento dell’Alleanza Atlantica è diventato una esigenza nazionale, per Pechino il contenimento di Washington sul piano internazionale diventa un programma ancora più ambizioso, perché è il chiaro segnale di contenere gli USA, utilizzando anche una questione apparentemente lontana e senza importanza strategica per gli interessi cinesi. Sembra che la direzione intrapresa sia quella di una alleanza sempre più stretta tra le due superpotenze, che hanno interessi coincidenti per unirsi contro gli americani. Appare particolarmente significativo che il primo incontro in presenza, da oltre due anni, con un leader straniero, Xi Jingping lo abbia riservato proprio a Putin nel momento di massima tensione della Russia con gli Stati Uniti e forse alla vigilia di una possibile invasione dei militari di Mosca in Ucraina. Alla base di questa collaborazione sempre più intensa, non vi è solo l’avversione agli Stati Uniti, ma anche una più ampia convergenza contro i moti popolari in nome di maggiori garanzie a favore dei diritti, che hanno contraddistinto i due paesi. Una visione nettamente opposta agli ideali democratici occidentali, che si pone come un vero e proprio scontro di civiltà, capace di portare grande instabilità nel mondo. Sia Mosca che Pechino, sono stati condannati più volte dall’occidente, per il loro atteggiamento antidemocratico, che hanno perpetrato con repressioni di massa e lotta violenta contro il dissenso: per questo comune atteggiamento nella politica interna verso gli oppositori, un reciproco sostegno, inquadrato come legame internazionale, serve a giustificare il loro operato proprio sulla scena mondiale. Per la Cina la vicinanza della Russia riveste anche un particolare significato, perché Mosca riconosce il diritto cinese a rivendicare una sola Cina, contro quindi le aspirazioni di Taiwan, peraltro sempre più vicino agli Stati Uniti per ovvi motivi di necessità. La versione ufficiale del progressivo avvicinamento dei due paesi è la realizzazione del vero multilateralismo, cioè una collaborazione paritaria dei due paesi ad una alleanza più stretta, che sembra sempre più prossima; tuttavia l’alleanza tra Cina e Russia non potrà che essere asimmetrica più il tempo andrà avanti. Esiste un evidente vantaggio di posizioni tra Pechino e Mosca, a tutto vantaggio per la prima, sia dal punto di vista economico, dove Mosca non può competere con la differenziazione produttiva cinese, perché ha ancora una economia basata esclusivamente sulle risorse naturali, sia dal punto di vista militare, che da quello geopolitico. L’impressione è che Mosca sia ben conscia di questa differenza, che nel futuro potrà creare attriti non da poco, ma, al momento, abbia la necessità di avere al suo fianco il maggiore paese in grado di contrastare gli Stati Uniti, soprattutto nel caso di un effettivo intervento militare nel paese ucraino. Certo anche economicamente Mosca deve garantirsi mercati alternativi di fronte alla possibilità di incorrere in sanzioni economiche ed a questo scopo ha aperto all’aumento della quantità di gas destinato proprio alla fornitura della Cina. Sebbene questa possibile alleanza apra a scenari di forte preoccupazione, si può leggere anche come una necessità dei due stati di sorreggersi simultaneamente e di evitare una sorta di isolamento, che stanno già patendo per le loro azioni repressive all’interno delle loro nazioni. La riprovazione internazionale, maggiormente proveniente dalla parte occidentale, ma non solo, è una fonte di grande preoccupazione, soprattutto per la Cina e le ricadute economiche che l’ostracismo verso Pechino può produrre. Per la Russia è molto sentita la necessità di potere contare su alleanze con altri paesi e la prossima tappa potrebbe essere rappresentata dall’Iran, tuttavia si tratta di una tattica che accentua il legame con stati dove la repressione è la politica di comune esercizio e ciò non fa che allontanare Mosca dall’Europa il partner economico di cui ha maggiore bisogno, per risollevare la propria economia disastrata, anche se il legame energetico con i paesi dell’Unione appare di difficile dissoluzione, per le reciproche necessità. Più preoccupante sarà vedere la reazione degli Stati Uniti: le conseguenze che si rischiano di generare sono fortemente preoccupanti, non solo per dossier ucraino, ma anche per quello di Taiwan e per lo stesso nucleare iraniano.   

Biden e Xi Jinping si incontrano per ridurre i contrasti

Dopo due incontri telefonici Joe Biden e Xi Jinping avranno una riunione bilaterale, seppure in teleconferenza, che rappresenterà l’incontro diplomatico più importante dell’anno tra le due maggiori potenze internazionali. La crescente tensione tra i due stati condizionerà, probabilmente, questo vertice, tuttavia la necessità di arrivare ad una convivenza soddisfacente, seppure provviaioria, per entrambe le parti, dovrebbe costituire la strada per potere arrivare a quelle soluzioni minime condivise in grado di scongiurare potenziali crisi. Per il presidente degli Stati Uniti sarà la prima volta che incontrerà il suo omologo cinese da quando è stato eletto, malgrado i due leader si conoscano per precedenti incontri, quando Biden ricopriva la carica di vicepresidente americano. I temi sul tavolo restano sempre gli stessi: le reciproche relazioni commerciali ed economiche, la crescita militare cinese e le ambizioni geopolitiche di Pechino, che impediscono la necessaria collaborazione tra i due paesi più importanti del pianeta. La politica estera americana nei confronti della Cina, condotta dalla precedente amministrazione della Casa Bianca, ha operato una mistura di aggressività ed apertura, che segnalava l’evidente dilettantismo di Trump, impegnato, per lo più, a risolvere lo squilibrio commerciale favorevole al paese cinese. Con la presidenza Biden si sperava in un approccio differente, in grado di appianare le differenze attraverso una azione diplomatica accurata: ma così non è stato; il nuovo inquilino della Casa Bianca, non solo ha mantenuto le posizioni del suo predecessore, ma ha inasprito ancora di più i toni ed ha messo la questione cinese al centro della sua politica estera. La reazione della Cina, non poteva essere altrimenti, è stata quella di porsi sullo stesso piano dell’azione americana e ciò ha provocato una successione di dazi, sanzioni e notevole aggressività dialettica, che hanno provocato una situazione di costante tensione, non certo propizia ad una distensione necessaria, sopratutto in questo momento storico. Bisogna riconoscere che le ragioni statunitensi sono , però, oggettive: le ripetute violazioni dei diritti umani in Tibet e contro i musulmani cinesi, la repressione di Hong Kong, la volontà espansionista e gli attacchi informatici contro gli Usa ed altri paesi occidentali, costituiscono  delle valide ragioni per giustificare il risentimento americano; però entrambi i paesi hanno bisogno l’uno dell’altro: gli USA sono il principale mercato per la Cina e per raggiungere risultati apprezzabili per il clima è necessaria la partecipazione attiva di Pechino. Tra le due superpotenze, la questione di Taiwan è quella maggiormente urgente: una invasione da parte della Cina, che considera l’isola rientrante sotto la propria sovranità, metterebbe a rischio la pace mondiale e con essa i profitti derivanti dai traffici comerciali: questa ragione è, per il momento, la migliore assicurazione sulla pace a favore del mondo intero, ma un sempre possibile incidente, derivante dalle continue esercitazioni militari o dalla presenza delle marine da guerra nello stretto di Formosa, può causare potenziali situazioni irreparabili; sopratutto perchè connesso con questa questione vi è lo sviluppo nucleare cinese, che costituisce l’emergenza militare maggiore per gli USA. La regione indo-Pacifica rischia di diventare il teatro di un riarmo mondiale capace di fare cambiare gli equilibri attuali, portando o, megli, riportando il pianeta ad uno stato di fatto, dove la strategia della tensione e dell’equilibrio nucleare, minacciano di essere il fattore determinante delle relazioni internazionali. Il rischio è concreto, ma la ripetizione dell’equilibrio del terrore non avrebbe più un connotato di relazione ad esclusivo doppio confornto, ma potrebbe provocare un confronto multilaterale, dato dalla disponibilità dell’arma atomica a più di due soli soggetti internazionali. Innescare una corsa al riarmo atomico diffusa, significherebbe mettere in costante apprensione la pace mondiale e, di conseguenza, i traffici ed i commerci. Su questa base, conveniente alle due superpotenze e non solo, Washington e Pechino potrebbero trovare punti di intesa interessanti per sviluppare una relazione, se non proprio di amicizia, almeno di reciproca convivenza, tale da garantire una adeguata sicurezza alle relazioni diplomatiche, base necessaria per la convivenza pacifica comune. Per raggiungere questo obiettivo saranno necessari atteggiamenti pragmatici e pratici ed una elasticità, che solo una grande perizia negli affari diplomatici, potrà garantire.

Obiettivi di breve e medio termine dell’incremento dell’armamento cinese

Il recente rapporto del Pentagono sull’incremento dell’arsenale militare nucleare cinese, espone dati molto preoccupanti, che riguardano una previsione di circa nuove mille testate entro dieci anni. Questo dato significa che la capacità tecnologica di Pechino è cresciuta tanto da permettere il raggiungimento di una produzione di ordigni nucleari in numero sempre maggiore, integrate anche da altre tecnologie all’avanguardia per scopi bellici. La Cina ritiene che aumentare il proprio arsenale atomico sia un elemento fondamentale nel quadro delle proprie ambizioni geopolitiche e, che, l’attuale differenza con gli Stati Uniti sia da colmare assolutamente, anche nel quadro della rincorsa al ruolo di prima potenza mondiale. Attualmente la stima americana parla di 200 testate nucleari disponibili per Pechino, con la prospettiva di arrivare a 700 testate nel 2027, per arrivare a 1000 nel 2030. Inoltre devono essere considerati i progressi cinesi nella tecnologia dei missili ipersonici, che portano la Cina ad uno stato molto avanzato nella capacità di sviluppare tecnologia militare di avanguardia. Queste considerazioni mettono in evidenza la necessità statunitense di adeguare i propri armamenti per mantenere la supremazia militare, anche in relazione all’accresciuta importanza nella politica USA del sud est asiatico: ma ciò porta alla ribalta il problema della rincorsa agli armamenti, che genera insicurezza ancora maggiore sullo scacchiere internazionale. Una delle preoccupazioni maggiori americane è data dalla capacità tecnologica cinese di costruire missili balistici intercontinentali che hanno il potenziale di raggiungere obiettivi a distanza di migliaia di chilometri. La strategia cinese, oltre all’obiettivo a medio termine di insediare il primato americano, nel breve termine per Pechino la crescita degli armamenti serve a ribadire il proprio atteggiamento sulla volontà di scoraggiare gli Stati Uniti ed i suoi alleati occidentali a non intraprendere alcuna azione militare per mettere in atto la protezione di Taiwan. La questione di Formosa, infatti, resta centrale nell’attuale momento politico internazionale e la decisione dell’invio della prima delegazione ufficiale da parte dell’Unione Europea ha provocato il forte risentimento cinese. Il Giappone, da parte sua, ha denunciato la circumnavigazione della sua principale isola, da parte di navi militari cinesi e russe, formalmente impegnate in manovre militari congiunte, in realtà percepite da Tokyo come una esplicita minaccia per non intervenire nella questione di Taiwan. Questi comportamenti cinesi sono percepiti come una minaccia per la stabilità globale, soprattutto per la posizione strategica che Pechino ha assunto lo stato, così detto di contrattacco di preallarme, che prevede un contrattacco missilistico immediato non solo in caso di attacco effettivo, ma anche di attacco potenziale o solo di minaccia incombente. La preoccupazione per l’atteggiamento cinese non riguarda solo gli Stati Uniti, ma soprattutto i paesi vicini, in prima fila il già citato Giappone, che ha avviato un programma di spesa militare, che riguarda il due per cento del proprio prodotto interno lordo, una quota mai stanziata da Tokyo e che denuncia la volontà nipponica di recitare un ruolo di primo piano nel contenimento della prepotenza cinese.  Pechino potrebbe accusare la pressione che si sta creando intorno all’isola che considera una prosecuzione del proprio territorio e quindi della propria sovranità, pressione, che, per altro la Cina stessa ha contribuito a creare con le azioni intimidatorie, come il sorvolo di centinaia di aerei militari sul cielo di Taiwan. Si comprende, come anche le iniziative diplomatiche, come quella di Bruxelles, potrebbero contribuire a cambiare in peggio l’attuale condizione di precario equilibrio, ma restano in maggiore evidenza le possibili conseguenze di potenziali minacce armate sfuggite al controllo o errori umani in grado di scatenare reazioni inconsulte; l’attuale alta concentrazione di armamenti è destinata a salire, così come gli attori sul palcoscenico ed il pericolo derivante da un riarmo incontrollato, rappresentano tutti fattori di una situazione dove l’opzione militare può assumere una consistenza molto probabile. Per ora, tuttavia, la predominanza dei mezzi militari americani può consentire di ipotizzare che la Cina possa esercitare soltanto azioni di disturbo, dove comunque l’incidente è sempre verificabile, ma che sono molto meno pericolose di un ipotetico attacco diretto, come lo stesso presidente cinese ha più volte minacciato. Il tempo che resta, quindi, all’incremento effettivo dell’arsenale nucleare cinese, andrebbe usato per lasciare il posto all’azione diplomatica o ad esercitare la pressione commerciale, alla quale Pechino è molto sensibile, per penalizzare l’economia cinese: ma bisogna essere in grado di farlo e, soprattutto, di fare le adeguate rinunce; ma per il mantenimento di una democrazia nell’area questo appare essenziale.

Gli USA difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese

Nella questione di Taiwan si alza pericolosamente il livello dello scontro, dopo che il presidente USA ha espressamente dichiarato che le forze armate statunitensi si impegneranno direttamente nella difesa dell’isola se la Cina intenderà esercitare una opzione militare per riportare Taiwan sotto il suo governo. Biden ha equiparato l’impegno ufficiale per la difesa dei paesi che compongono l’Alleanza Atlantica, estendendolo anche a Giappone, Corea del Sud ed, appunto, Taiwan. L’intenzione dell’inquilino della Casa Bianca appare chiara: costituire un argine contro le ambizioni cinesi nella regione; la dichiarazione, tuttavia, non ha implicato la sola opzione militare, infatti, Biden ha parlato di contrastare il progetto cinese di riunificazione, prima di tutto attraverso le soluzioni diplomatiche, ma, in caso di fallimento di questa soluzione, non resterebbe alternativa ad un impegno militare diretto. In realtà questo impegno è già iniziato con l’invio di istruttori militari, che hanno il compito di formare le forze armate di Taiwan a fronteggiare una eventuale invasione di Pechino; ma il passo ulteriore di dichiarare ufficialmente la possibilità di un coinvolgimento diretto di militari statunitensi nella difesa di Taiwan, significa un avviso politico netto diretto alla Cina. Peraltro questo sviluppo rappresenta la logica conseguenza di una politica statunitense nei confronti di Taiwan, che ha sempre riguardato forniture militari, malgrado un mancato riconoscimento ufficiale a cui si è rimediato con l’invio di rappresentanze diplomatiche mascherate da rappresentanze commerciali; inoltre già con Obama si è concretizzata la centralità dell’area nella politica estera americana, a discapito di quella europea e medio orientale, questa tendenza è proseguita con Trump, mentre con Biden risulta addirittura accentuata. Il presidio delle vie commerciali marine e la supremazia americana regionale è diventata preminente, soprattutto da quando la Cina ha aumentato la sua capacità militare ed ha dispiegato la sua potenza economica, fattori che hanno determinato l’esigenza americana di operare un contenimento di Pechino con tutti i mezzi disponibili. La dichiarazione di Biden pone anche interrogativi sulle reali ragioni del repentino ritiro dall’Afghanistan: esigenza di adempiere alle promesse del programma elettorale o necessità di disporre delle forze armate statunitensi per essere schierate in altri teatri di guerra? La questione non è secondaria, perché proprio il disimpegno dal paese afghano, ricordiamolo non concordato con gli alleati, permette la grande disponibilità di effettivi militari da schierare a Taiwan. Se questa possibilità è vera, il piano di Biden per Taiwan sarebbe già avviato e pianificato da tempo. La posizione della Cina è sempre la stessa ed è dettata dalla considerazione di non tollerare alcuna ingerenza nella propria politica interna e nell’intenzione di riunificare il paese, promettendo di seguire, come ad Hong Kong, il sistema un paese due sistemi. La mancata disponibilità di Taiwan è non è stata presa bene a Pechino, che ha intensificato la pressione sull’isola con il sorvolo di circa centocinquanta aerei militari: una azione in grado potenzialmente di generare pericolosi incidenti e non solo a livello diplomatico, probabilmente è stata proprio questa iniziativa a causare la reazione pubblica di Biden. La Cina ha avvertito di non accettare compromessi sulla questione di Taiwan ed ha ammonito Washington a non mandare segnali sbagliati in aperto contrasto con l’integrità del territorio cinese e la sovranità del governo di Pechino, sui quali non saranno accettati compromessi e non esistono margini di trattativa. L’avviso del governo cinese agli Stati Uniti, per ora, è quello di non compromettere le relazioni tra i due paesi con un atteggiamento apertamente ostile. Per la soluzione della questione non si annunciano tempi rapidi e non è neppure facile fare una previsione, data l’inamovibilità delle rispettive posizioni; il pericolo di un conflitto è però concreto, con potenziali ripercussioni enormi sugli assetti commerciali che riguarderebbero tutte le economie del pianeta, anche se solo si trattasse di un irrigidimento diplomatico tra le due parti. Dopo la pandemia, per altro non ancora risolta, un possibile blocco delle vie commerciali marine potrebbe generare un nuovo blocco produttivo in grado di fermare gli scambi in maniera globale, se poi ci dovesse essere un conflitto tra le due maggiori potenze mondiali, sarebbe necessario rivedere ogni prospettiva per evitare la crisi economica totale.

La nuova minaccia della Corea del Nord proviene dal mare

Con il solito tono trionfale Pyongyang ha annunciato la riuscita del test missilistico effettuato mediante il lancio da un sottomarino, si tratterebbe di una nuova tipologia di vettore balistico la cui costruzione rientrerebbe nel programma nordcoreano della costruzione di armi sempre più avanzate. Secondo la retorica del regime l’apparato missilistico sarebbe dotato di sofisticate tecnologie per la guida ed il controllo e rappresenterebbe l’evoluzione dell’armamento lanciato circa cinque anni fa, nel primo test relativo ad un armamento balistico mare terra. Questo armamento potrebbe rappresentare una minaccia strategica per la regione ed anche oltre, perché il missile sarebbe in grado di superare agevolmente la distanza della penisola coreana. La capacità di mobilità assicurata da una rampa di lancio non fissa e collocata su di un sottomarino rappresenta un potenziale offensivo in grado, potenzialmente, di colpire diversi obiettivi e la possibilità di armarlo con testate nucleari aumenta la minaccia della pericolosità della Corea del Nord, non nello scenario regionale, ma anche in quello globale. Tuttavia secondo alcuni analisti il fatto che sia stato usato lo stesso sottomarino impiegato nel test di cinque anni prima, potrebbe indicare che i progressi fatti in fase di lancio siano stati molto scarsi e non abbastanza compensati dall’aumento della pericolosità del nuovo vettore missilistico; in effetti per potere esercitare una pressione con un’arma del genere, non pare sufficiente il solo potenziale del missile, ma anche la capacità della base di lancio: la somma di questi due fattori può fornire il reale potenziale della minaccia, inoltre sembrerebbe che il sottomarino usato come rampa di lancio abbia la capacità di lanciare un solo missile balistico alla volta e non abbia la capacità di operare in modo continuativo in immersione, avendo la necessità di emergere con frequenza. Se queste notizie sono veritiere la capacità operativa e, quindi, strategica del mezzo subacqueo sarebbe notevolmente ridotta, soprattutto se confrontata con le possibilità, ad esempio, dei sottomarini nucleari americani, che verranno forniti all’Australia. In ogni caso anche un solo lancio, se gestito bene può colpire obiettivi sensibili o avere la capacità di alterare equilibri che, al momento appaiono molto fragili; tuttavia con un mezzo che ha queste limitazioni non si può sperare di condurre un conflitto, perché una eventuale reazione di apparati militari più organizzati sarebbe in grado di stroncare ogni velleità del paese nordcoreano. La situazione deve essere inquadrata più in termini politici che militari, anche tenendo in considerazione tutti gli elementi dello scenario. Il lancio del missile avviene in un momento difficile perché entrambi i due paesi coreani sono protagonisti di una forte politica di riarmo, che genera una sorta di equilibrio del terrore tra i due stati, dove le provocazioni possono creare incidenti capaci di pericolose reazioni; inoltre il dialogo tra Washington e Pyongyang subisce una fase di stallo da ormai troppo tempo. Come sempre, in questi casi, occorre chiedersi perché la Corea del Nord ha effettuato il lancio proprio ora; le ragioni possono essere multiple, sicuramente lo stato di bisogno della Corea del Nord, sempre in una situazione di grave crisi economica ed umanitaria, potrebbe fare pensare all’ennesimo espediente per cercare di ottenere aiuti attraverso l’unico mezzo conosciuto, che è quello della minaccia e del ricatto, che, peraltro, non hai funzionato troppo, almeno dal lato occidentale, mentre per quello che riguarda la Cina l’atteggiamento di Pechino, ha sempre tenuto un andamento non lineare; se questa considerazione è vera, appare, comunque, una sola parte della risposta, mentre un’altra possibile va, probabilmente, ricercata nel confronto tra Cina ed USA, dove la Corea del Nord potrebbe cercare di ritagliarsi un posto importante vicino a Pechino; occorre ricordare che i recenti sviluppi degli assetti del Pacifico, vedono la Cina in una posizione di isolamento contro l’unione di potenze occidentali. In questo quadro un ruolo da protagonista ingovernabile di Pyongyang, potrebbe essere funzionale a Pechino, che bisogna ricordare è l’unico alleato del paese nordcoreano e che non pare avere avuto reazioni al lancio missilistico. L’attuale scenario del Pacifico potrebbe favorire un ruolo da variabile impazzita per la Corea del Nord e garantire il proseguo della dittatura di Pyongyang, proprio per l’utilità funzionale agli scopi cinesi: un progetto di breve periodo probabilmente ritenuto sufficiente, per adesso, da Kim Jong-un.

Riconoscere Taiwan

Al momento soltanto 22 nazioni riconoscono in forma ufficiale Taiwan, a causa della contrarietà della Cina, che ritiene l’isola di Formosa un territorio facente parte della propria sovranità. L’ovvia importanza economica di Pechino sulla scena globale, impedisce, per ragioni di opportunità, le aspirazioni di Taiwan ad essere riconosciuta ufficialmente in ambito internazionale ed i contatti con gli stati esteri avvengono soltanto in maniera informale, attraverso uffici commerciali e di rappresentanza di tipo imprenditoriale; in realtà spesso questi uffici sono vere e proprie rappresentanze diplomatiche nascoste, proprio per non urtare il colosso cinese. La questione non è secondaria, dopo le minacce cinesi portate con le prove di forza mediante il sorvolo di aerei militari di Pechino sullo spazio di Taiwan e le dichiarazioni del presidente cinese, che, ancora una volta, ha parlato espressamente di necessità di congiungere il territorio di Taiwan con la madrepatria cinese secondo il metodo di uno stato due sistemi, già usato con Hong Kong, ma poi assolutamente non mantenuto. La leadership cinese ritiene di fondamentale importanza, per il suo progetto geopolitico, l’annessione di Taiwan, oltre che in ottica interna, è funzionale al progetto di dominio delle vie di comunicazione marine, ritenute sempre più essenziali per la movimentazione delle merci; tuttavia l’ottica interna è valutata molto importante dal governo di Pechino, perché è considerata una sorta di distrazione di massa dai problemi della repressione dei musulmani uiguri, della situazione di Hong Kong e di come è trattato il dissenso in generale. Il governo cinese intende usare il nazionalismo per spostare l’attenzione dai problemi interni, nei quali rientrano anche la difficile situazione debitoria degli enti locali, sui quali viene riversato l’intero debito nazionale, e gli stati di crisi di molte aziende cinesi, dei quali la bolla immobiliare rappresenta soltanto l’aspetto più evidente. Risulta chiaro che le ambizioni di Pechino in ambito regionale non sono gradite ai paesi occidentali coinvolti nell’area. L’attenzione sempre maggiore degli Stati Uniti si è concretizzata con una maggiore presenza nell’area e nella costruzione di alleanze militare in chiara funzione anticinese. Anche recentemente la notizia che istruttori militari statunitensi siano presenti a Taiwan per addestrare l’esercito locale alla guerra asimmetrica, per fronteggiare una possibile invasione cinese, ha aumentato la tensione tra le due superpotenze. La  domande centrale è se esiste una concreta possibilità di conflitto, dato che una reazione occidentale è da dare per certa in caso di invasione cinese di Taiwan. Secondo alcuni analisti una deriva militare sarebbe fortemente probabile nel caso di iniziativa bellica da parte della Cina; questa eventualità avrebbe ripercussioni enormi su tutta la scala globale dei rapporti tra gli stati ed anche dal punto di vista economico, provocando una contrazione a livello mondiale del prodotto interno lordo complessivo e dei singoli stati. Questo scenario è quindi da evitare in ogni caso, usando mezzi pacifici. Una soluzione potrebbe essere il riconoscimento da parte di più stati possibili di Taiwan come entità statale sovrana ed autonoma, un riconoscimento fatto da un elevato numero di nazioni ed effettuato con una tempistica contemporanea, obbligherebbe Pechino a prendere atto di questo nuovo stato di cose, senza avere possibilità di ritorsioni verso i paesi che volessero riconoscere Taiwan a livello internazionale. La Cina, di fronte ad una tale mobilitazione internazionale, sarebbe obbligata ad adottare un atteggiamento differente nei confronti di Taiwan e certamente più moderato. L’attuazione di questo riconoscimento in una così vasta platea non sembra essere una cosa agevole, ma merita delle considerazioni approfondite perché i suoi effetti sarebbero in grado di disinnescare la minaccia di un conflitto dagli esiti incerti e limiterebbero la dimensione internazionale di Pechino, suscitando, finalmente anche ricadute sullo stato dei diritti umani e civili del paese cinese. Anziché impegnarsi soltanto in un riarmo preventivo, che sarebbe l’unico fondamento di una pace armata, la soluzione diplomatica del riconoscimento di Taiwan potrebbe rappresentare una soluzione pacifica ed intelligente, capace di consentire una riunione del campo occidentale, ora più che mai necessaria, insieme ad un segnale molto forte nei confronti della Cina e come reazione al suo espansionismo.