La Cina spera nella sconfitta di Trump, ma i rapporti bilaterali potranno avere poche variazioni

Nel paese cinese è in corso un dibattito su come saranno i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi. Gli analisti politici e la pubblica opinione della Cina sembrano concordi nel preferire non tanto la vittoria di Biden, quanto la sconfitta di Trump; se le due cose sono intimamente legate, ed una è la conseguenza dell’altra, per i cinesi sembra essenziale che Trump non venga rieletto e poco importa che la vittoria vada allo sfidante del partito democratico, perché ritengono qualsiasi alternativa migliore dell’attuale inquilino della Casa Bianca. In realtà, come si vedrà più avanti, le cose per la Cina, sostanzialmente cambieranno poco. Pechino ritiene Trump un politico troppo imprevedibile, difficilmente gestibile nella consuetudine dei normali rapporti internazionali. Trump, che, peraltro, ha un’ottima impressione del presidente cinese, non possiede un ragionamento politico lineare, si lascia troppo guidare dai sentimenti del momento ed è circondato da consiglieri inesperti e troppo inclini a non contraddirlo. Certamente la sua visione internazionale ha provocato nel paese americano, un odio verso la Cina, che, però, è stato facile sviluppare grazie alla precedente politica di Obama. Il predecessore di Trump, pur con modi differenti, ha messo al primo posto la questione della supremazia delle vie di comunicazioni marine, fondamentali per il trasporto delle merci, presenti nei mari cinesi, che Pechino ritiene facenti parte della sua zona di influenza esclusiva. Inoltre la questione della crescente volontà cinese di competere, non solo più a livello economico, ma anche geopolitico e quindi militare, con gli USA, per diventare la prima potenza mondiale, ha provocato una reazione trasversale negativa in entrambi gli schieramenti politici. L’azione, certo dissestata, di Trump si può collocare nella continuità della politica inaugurata da Obama. Certamente i modi di Trump non hanno certo facilitato il dialogo tra i due paesi, che, anzi si sono allontanati come non mai. Un cambio alla Casa Bianca è ritenuto preferibile, almeno per quanto riguarda le possibilità e le modalità di un dialogo che appare comunque difficile per i presupposti contingenti presenti. Quello che la Cina può aspettarsi da una vittoria di Biden è soltanto un atteggiamento più diplomatico nelle relazioni bilaterali, ma sui temi generali di discussione i margini per delle convergenze sono pochi. Sicuramente si potranno trovare delle intese sul cambiamento climatico ed anche sulla questione del nucleare iraniano, ciò potrà favorire una distensione, ma oltre sarà praticamente impossibile andare. C’è un indizio molto indicativo di come il partito democratico intende affrontare la Cina, infatti dal suo programma elettorale è scomparso il principio di una sola Cina: ne consegue che l’appoggio a Taiwan, peraltro fondamentale per gli USA dal punto di vista strategico, continuerà; così come quello ad Hong Kong, la cui opposizione è stata praticamente cancellata dalla legge liberticida. Avere un antagonista appartenente al Partito Democratico, anzi, potrebbe essere peggiore di fronteggiare Trump sulla questione dei diritti civili negati dal governo cinese; l’attuale presidente non si è mai mostrato troppo sensibile a questo tema al quale gran parte della sua formazione politica non pare interessata, viceversa la base elettorale di Biden potrebbe esigere una posizione ferma dal suo candidato nel caso venisse eletto. Una impressione è che Biden possa sembrare ai cinesi più arrendevole, ma questa impressione, sempre che sia vera, appare totalmente errata, perché la via dei rapporti tra USA e Cina nell’immediato futuro non potrà cambiare dagli standard attuali. Se ci sono margini per riprendere i negoziati sull’Accordo di cooperazione economica trans-pacifica e l’Associazione transatlantica per il commercio e gli investimenti, questo non vuole dire che Biden, se eletto, potrà transigere sul tema dei diritti, che, anzi, potrebbe diventare centrale nel rapporto con la Cina. Soprattutto la questione delle vie marittime e dell’appoggio agli alleati americani dell’area non potrà essere negoziabile e questo aspetto promette di continuare ad essere un grande ostacolo nei rapporti bilaterali, un ostacolo che resterà di tipo sostanziale nonostante la previsione di un possibile miglioramento dei rapporti formali.   

Gli USA inviano il Segretario della sanità a Taiwan

Dal 1979 gli Stati Uniti non inviano un funzionario di rango elevato a Taiwan, con cui non intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali, ma la decisione di Trump di inviare il Segretario alla salute degli USA, crea un nuovo punto di attrito nel già difficile rapporto con la Cina. L’atteggiamento ufficiale americano è molto cauto con Taiwan, tuttavia esistono sull’isola uffici di istituzioni americane che operano formalmente come vere e proprie rappresentanze diplomatiche. Per ora la volontà di Washington, che è stata una costante nelle varie amministrazioni succedute, anche di segno politico diverso, è stata improntata alla cautela per non urtare la Cina, con la quale si voleva comunque intrattenere un rapporto cordiale. La svolta nazionalista della Cina e la volontà di affermarsi come potenza mondiale, ma soprattutto avendo come obiettivo la riunificazione territoriale per esercitare la sua influenza nelle vie marittime, sta cambiando forzatamente le intenzioni statunitensi. Al programma americano di supremazia economica e commerciale, che ha anche portato alle sanzioni verso Pechino, si aggiungono le esigenze elettorali di Trump, in questo momento dato sfavorito dai sondaggi. Per l’inquilino della Casa Bianca è importante mettere Biden in una sorta di posizione di debolezza nei confronti della Cina, come fattore pericoloso per gli USA in caso di vittoria del candidato democratico. Risulta anche vero che dopo l’atteggiamento cinese verso Hong Kong, le minacce già fatte verso Taiwan, assumono una valenza particolare. Ad una eventuale invasione militare cinese dell’isola di Formosa gli Stati Uniti non potrebbero restare inerti; tenendo presente questa riflessione l’invio di un membro di alto rango del governo americano, rientrerebbe in una azione diplomatica preventiva: una sorta di avvertimento alla Cina ed alle sue eventuali intenzioni circa azioni militari. Un’altra causa della decisione americana, certamente non in contrasto con le precedenti, è quella di sottolineare l’atteggiamento di Taiwan e le differenze con la Cina riguardo alla pandemia, così da sotto intendere la cattiva gestione, ed anche oltre, della diffusione del virus. Questo aspetto è funzionale a Trump per cercare di allontanare la sua cattiva gestione della pandemia negli Stati Uniti, facendo ricadere sulla Cina la responsabilità iniziale della crisi medica. Ora la pessima gestione del presidente americano sulla diffusione del virus è più che un dato di fatto a prescindere da dove è venuto il virus e pur essendo presenti molti dubbi sui silenzi cinesi all’inizio della pandemia. Una volontà di tutelare Taiwan è certamente condivisibile, sia per il mantenimento dei diritti democratici, soprattutto dopo che sono cancellati da Hong Kong, sia per limitare l’azione cinese in campo internazionale e sia per preservare la possibilità della percorrenza delle vie marittime commerciali, però sono i tempi di questa azione ad essere sospetti, perché coincidono con uno dei momenti di massima difficoltà di Trump in patria: sia dal punto dell’immagine interna, sia per le difficoltà elettorali. Quanto all’obiezione di una possibile debolezza di Biden nei confronti della Cina, questa non sembra possibile perché la strada dei rapporti con la Cina sembra segnata a prescindere da quale sarà il prossimo presidente americano ed a quale partito apparterrà. Certamente potranno esserci modalità differenti circa il rapporto con la Cina, ma ormai la contrapposizione è troppo elevata e gli interessi troppo contrastanti per arrivare, almeno nel medio periodo, a rapporti più distesi. Per altro i rapporti distesi sono rimasti tali finché la Cina non ha espresso la volontà di aumentare le proprie ambizioni da grande potenza, quindi la possibilità di un atteggiamento differente da parte degli USA, semplicemente non può essere contemplata. Una delle riflessioni che si impone ancora una volta su questa vicenda è la conferma della inadeguatezza di Trump a ricoprire la carica politica più importante del mondo, perché la sua visione è troppo limitata agli interessi interni americani, senza contemplare i benefici indiretti di una corretta gestione della diplomazia della prima potenza mondiale, ma non solo, oltre ad una visione politica così limitata c’è anche un chiaro elemento di interesse personale che sembra essere in grado di essere messo in primo piano rispetto alla sua stessa politica governativa: una pessima qualità per chi è il presidente degli Stati Uniti.

USA e Cina verso la nuova guerra fredda

Dunque il destino del mondo è quello di vivere una nuova guerra fredda, che rischia di protrarsi molti anni. Però le analogie con il conflitto a distanza tra USA ed URSS sono molto poche, a parte il confronto tra una democrazia ed un regime non democratico. Dal punto di vista economico tra la Pechino attuale e la Mosca degli anni che vanno dal secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino, non ci sono similitudini. Ora la Cina sta giocando un ruolo praticamente paritario con gli USA sulla scena economica, ed anzi questa competizione è ritenuta la vera causa del confronto a distanza. Certamente esistono i problemi legati alla svolta sempre più autoritaria di Pechino, con l’intensificazione della repressione dei musulmani, la sempre maggiore negazione dei diritti civili ed umanitari e la lotta con il dissenso ingaggiata ad Hong Kong, effettuata, tra l’altro, con il mancato rispetto di un trattato internazionale. Ma se la controparte è rappresentata da Trump e dalla sua politica di supremazia americana, soprattutto in economia, questi argomenti, seppure validi e condivisibili, paiono una sorta di pretesto per inasprire il rapporto con Pechino. Sicuramente il comportamento cinese è deprecabile, fatto di provocazioni, di un uso sempre più consistente dello spionaggio industriale, di comportamenti equivoci, come nel caso della pandemia partita proprio dai territori della Cina. Washington ha sfruttato tutto questo contesto, non agendo da prima potenza mondiale, cercando di coinvolgere gli alleati sul piano politico per un contrasto efficace, basato su programmi e principi, ma ha dato l’impressione di volere tutelare la sua supremazia economica per esclusivi vantaggi nazionali. Trump invidia al presidente cinese la grande autonomia e la capacità decisionale praticamente illimitata e questo non ne fa il campione degli interessi del campo occidentale, anche perché predilige i risultati economici rispetto a quelli politici, come il rispetto dei diritti, proprio come succede a Pechino. Questa è anche la ragione del timido atteggiamento degli europei verso l’attuale amministrazione della Casa Bianca, che, inoltre, sono lontani in senso geografico, dalle dispute che hanno maggiormente coinvolto paesi del campo occidentale, come Giappone, Australia o anche l’India nei confronti di Pechino. Al contrario nelle popolazioni di USA e Cina esiste un dato comune molto sconfortante: in entrambi i popoli ed in maniera simmetrica vi è una avversione verso l’altro paese (66% degli americani hanno una opinione sfavorevole sulla Cina, bilanciata dal 62% dei cinesi che hanno la medesima opinione verso gli USA), che rappresenta un elemento che non può essere tenuto in considerazione ed anche sfruttato dalle rispettive amministrazioni. Una prova è che il concorrente di Trump alle prossime elezioni presidenziali americane, Joe Biden, ha già espresso tutta la sua contrarietà alla politica cinese; l’unica speranza è che sposti l’attenzione dall’economia a temi politici di più ampio respiro. Tuttavia il problema contingente è che le due economie sono fortemente interconnesse, infatti da entrambe le parti vi è bisogno di materie prime e prodotti lavorati che sono prodotte dal paese avversario; Trump ha adottato la strategia dei dazi commerciali (peraltro imposti anche agli alleati) per ridurre il divario della bilancia commerciale con la Cina, una strategia miope, che non ha tenuto conto della bilancia commerciale globale degli Stati Uniti e che ha innescato analoghe contromisure cinesi. Procedere su questa strada non conviene a nessuno dei due contendenti, ma restano le incognite militari legate agli aspetti geopolitici, che sono in stretta relazione con le vie di comunicazioni marittime delle merci nei mari del Pacifico e del confronto sulla crescita degli armamenti. La situazione attuale, pur con un livello di pericolosità elevato, non sembra potere trasformarsi in un conflitto armato, anche se le occasioni potenziali di scontri non mancano, quanto assestarsi su di un conflitto non tradizionale basato sull’uso delle tecnologie per influenzare le rispettive opinioni pubbliche, un incremento dello spionaggio ed, eventualmente, lo sfruttamento di conflitti locali a bassa intensità. Se questo può sembrare un buon segnale per la pace mondiale, ma non per tutti, è anche vero che è la situazione migliore per mantenere alto il livello di una guerra che si può definire fredda, con tutti i rischi del caso: dal ritorno dell’equilibrio del terrore e della proliferazione nucleare, fino a pesanti ripercussioni mondiali sull’economia, con aumento dei prezzi e limitazione della circolazione di prodotti e servizi e quindi ritorno di fenomeni come quello dell’inflazione.  Non è facile dirimere questa situazione, soprattutto pensando alla costante mancanza di diritti nel paese cinese e nella volontà di Pechino di esportare il proprio modello, un pericolo dal quale l’Europa deve assolutamente preservarsi.

La Cina promulga la legge illiberale contro Hong Kong

La Cina ha paura delle spinte democratiche di Hong Kong, paura che riguarda sia la ex colonia britannica, che il resto del paese. Per Pechino è fondamentale potere disporre di una stabilità politica per non avere ripercussioni sul piano economico e su quello sociale. Il timore di emulazioni su di un territorio alle prese con vaste aree di dissidenza, ha accelerato l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale, che entra così in vigore quasi in occasione del ventitreesimo anniversario del passaggio della ex colonia sotto la sovranità di Pechino. Poco importa se i patti con Londra erano differenti: la tanto decantata formula un paese, due sistemi, finisce con la promulgazione di questa legge. Nei suoi circa settanta articoli ci sono tutte le formule legali per stroncare ogni velleità democratica. I 162 membri della parte legislativa del parlamento cinese, il Congresso nazionale del popolo, hanno approvato all’unanimità la legge in omaggio ai voleri del leader della Cina, che ora ha tutte le coperture legali per potere agire contro chi reclama riforme democratiche e contro chi si oppone al governo in carica, palesemente filocinese. Nella legge viene espressamente la pena dell’ergastolo ed anche la possibilità di essere giudicati non più ad Hong Kong ma sul territorio cinese. Si comprende come l’intenzione sia quella di imporre una deterrenza preventiva contro il dissenso. La Cina continua a considerare la questione di Hong Kong come un fattore esclusivamente interno, paragonando la situazione dell’ex colonia inglese alla medesima necessità di stroncare le resistenze delle popolazioni islamiche cinesi o anche la questione tibetana. Occorre riconoscere quello che è ovvio: la gravità della mancanza delle garanzie dei diritti umani è il triste dato comune, su cui dovrebbero riflettere molti stati, prima di accettare con troppa facilità i finanziamenti cinesi, tuttavia Hong Kong è tutt’altro che una mera questione interna come afferma Pechino, il trattato di cessione, che la Cina ha firmato, prevedeva fino al 2047 l’applicazione del modello uno stato due sistemi, contravvenire a ciò comporta un difetto anche verso il Regno Unito, l’altro firmatario dell’accordo. Il primo effetto, che deve essere inquadrato in una manovra di ritorsione verso Pechino, è stata l’azione degli Stati Uniti, che hanno iniziato a revocare lo status speciale di cui Hong Kong gode dal 1992 e concesso da Washington per favorire il commercio, specialmente finanziario. Lo stato cinese ha sempre usato l’ex colonia, proprio in virtù di questo status, per effettuare le proprie transazioni commerciali e finanziarie verso l’estero e questi divieti colpiscono Pechino in un settore particolarmente delicato in un momento difficile. Ciò ha aumentato la tensione tra Cina ed USA, mentre il paese cinese è stato sollecitato da più parti a trovare una soluzione in grado di mantenere gli impegni internazionali presi; mentre le Nazioni Unite hanno manifestato preoccupazione per la violazione dei diritti umani. Il Regno Unito valuta da tempo la concessione di tre milioni di passaporti inglesi a cittadini di Hong Kong che hanno i requisiti per richiederli; la possibilità di diventare cittadini inglesi è stata mantenuta anche con il passaggio dell’ex colonia, grazie al riconoscimento dello status di cittadino delle dipendenze britanniche. Il nuovo percorso legale, elaborato dal premier inglese, prevede che il visto possa essere esteso da sei a dodici mesi. Potenzialmente ciò significa che le autorità cinesi potrebbero arrestare cittadini britannici e sottoporli a procedimenti legali e pene anche al di fuori di Hong Kong. Ciò potrebbe innescare contenziosi internazionali in grado di sviluppare conflitti diplomatici molto pesanti e con conseguenze difficili da prevedere. Altre reazioni molto dure sono arrivate da Taiwan, che è parte in causa perché la Cina considera Formosa parte del proprio territorio, Giappone, Corea del Sud ed Unione Europea. Nonostante ciò la Cina è disposta a sacrificare i vantaggi finanziari e correre il rischio di difficili rapporti con Londra, per estirpare il dissenso e garantire la stabilità politica autoritaria. Si tratta di un altro esempio di come si muove la Cina, un esempio che nessun stato occidentale, ma anche africano dovrebbe tenere bene presente quando stipula contratti con Pechino. Il destino è di avere a che fare in maniera sempre più stretta con un paese dove il rispetto dei diritti e della democrazia non è contemplato: si tratta di un interlocutore che non è affidabile.  

Crisi di Hong Kong, Cina, USA ed Europa

L’evoluzione dei fatti che riguardano la Cina, relativi non solo alla questione del dissenso interno e la relativa repressione, ma anche quelli di Hong Kong, che hanno ottenuto maggiore rilevanza dalla stampa mondiale ed il complicato rapporto con Taiwan e le relative implicazioni internazionali, pongono delle questioni pericolose per la stabilità mondiale, a cominciare dai rapporti tra Pechino e Washington, che hanno subito un netto peggioramento. Se sul fronte interno cinese, il mancato rispetto dei diritti civili è maggiormente tollerato, perfino per quanto riguarda la repressione dei musulmani cinesi, il problema di Hong Kong sembra essere più sentito in occidente. L’atteggiamento cinese di avversione al teorema di un paese due sistemi (politici) deve essere inquadrato proprio nella necessità di stroncare il dissenso interno, togliendo l’esempio di pluralismo sul suolo cinese. Questo obiettivo è ora considerato prioritario anche rispetto ai risultati economici ed alle relazioni internazionali. Gli USA valutano sanzioni contro il sistema finanziario di Hong Kong, che sul breve periodo potranno avere effetti pesanti sulla possibilità di operare sul fronte della finanza, all’interno del mercato americano, tuttavia il governo cinese ha avviato da tempo un depotenziamento di Hong Kong nel quadro generale dell’importanza finanziaria a favore di altre piazze che sono maggiormente sotto il controllo del governo centrale. L’ostinazione che Pechino percorre nell’atteggiamento contro Hong Kong rivela che, ormai, ne ha sacrificato la capacità operativa all’interno del mondo finanziario per esercitare il maggiore controllo possibile. Ciò significa anche che Pechino è disposta a valutare un potenziale impatto negativo sulla sua economia da parte dell’occidente. Per il rischio è calcolato: soltanto gli USA di Trump, che è in campagna elettorale, possono cercare di esercitare una pressione sulla Cina, mentre dall’Europa, per ora non è arrivato altro che un silenzio colpevole ed irresponsabile. Tuttavia la questione di Hong Kong, pur in tutta la sua gravità, è di minore impatto rispetto a ciò che può diventare Taiwan. La Cina considera Formosa parte integrante del suo territorio e non ha mai fatto mistero di potere considerare anche di arrivare all’opzione militare per affermare il suo potere in maniera concreta. Gli USA hanno sempre mantenuto un legame con Taiwan in maniera non ufficiale, ma negli ultimi tempi, considerando il paese strategico per i traffici navali ed essenziale dal punto di vista geopolitico, hanno aumentato i contatti, suscitando più volte l’irritazione della Cina. Washington per quanto riguarda Hong Kong ha scelto un approccio impostato sulle sanzioni economiche, ma un analogo comportamento di Pechino a Taiwan non potrebbe consentire un approccio simile; ad una prova di forza cinese gli Stati Uniti non potrebbero essere passivi. Per ora la situazione è di stallo ma quelli che si confrontano sono due leader simili, che hanno fatto del sovranismo e del nazionalismo i propri punti di forza ed entrambi non sembrano volere cedere. Ci sarebbe un terzo attore che potrebbe incidere sull’economia del dialogo, se avesse la forza di una propria politica estera e la convinzione di volere difendere i diritti a qualunque costo. L’azione americana, infatti, non si muove a garanzia dei diritti universali non rispettati dall’azione e dall’ordinamento cinese, ma da una esclusiva tutela degli interessi statunitensi: un atteggiamento che squalifica rende meno rilevante il ruolo di Washington nell’arena mondiale. Questo vuoto, se non a livello militare, potrebbe essere riempito a livello politico dall’Europa, che potrebbe investire in credibilità, una dote da spendere successivamente anche su altri piani. Occorrerebbe, però una capacità di coraggio in grado di andare contro la potenza economica cinese, ma partendo dal punto di forza di avere la consapevolezza di essere il maggiore mercato mondiale. Una politica di sanzione verso i prodotti cinesi, praticata per contrastare il mancato rispetto dei diritti civili e le repressioni operate ad Hong Kong, potrebbe costituire un freno all’attuale politica di Pechino. Ciò potrebbe anche servire per ottenere, grazie politiche fiscali europee mirate, un’autonomia da una vasta serie di prodotti cinesi la cui produzione potrebbe essere riportata sul suolo continentale favorendo un nuovo sviluppo industriale. Risulta chiaro che nella fase iniziale occorrerebbe rinunciare a vantaggi economici immediati, che potrebbero essere recuperati dalle ricadute degli effetti dell’assunzione di un nuovo ruolo politico da protagonista a livello mondiale. Sarebbe uno sviluppo molto interessante.