Riconoscere Taiwan

Al momento soltanto 22 nazioni riconoscono in forma ufficiale Taiwan, a causa della contrarietà della Cina, che ritiene l’isola di Formosa un territorio facente parte della propria sovranità. L’ovvia importanza economica di Pechino sulla scena globale, impedisce, per ragioni di opportunità, le aspirazioni di Taiwan ad essere riconosciuta ufficialmente in ambito internazionale ed i contatti con gli stati esteri avvengono soltanto in maniera informale, attraverso uffici commerciali e di rappresentanza di tipo imprenditoriale; in realtà spesso questi uffici sono vere e proprie rappresentanze diplomatiche nascoste, proprio per non urtare il colosso cinese. La questione non è secondaria, dopo le minacce cinesi portate con le prove di forza mediante il sorvolo di aerei militari di Pechino sullo spazio di Taiwan e le dichiarazioni del presidente cinese, che, ancora una volta, ha parlato espressamente di necessità di congiungere il territorio di Taiwan con la madrepatria cinese secondo il metodo di uno stato due sistemi, già usato con Hong Kong, ma poi assolutamente non mantenuto. La leadership cinese ritiene di fondamentale importanza, per il suo progetto geopolitico, l’annessione di Taiwan, oltre che in ottica interna, è funzionale al progetto di dominio delle vie di comunicazione marine, ritenute sempre più essenziali per la movimentazione delle merci; tuttavia l’ottica interna è valutata molto importante dal governo di Pechino, perché è considerata una sorta di distrazione di massa dai problemi della repressione dei musulmani uiguri, della situazione di Hong Kong e di come è trattato il dissenso in generale. Il governo cinese intende usare il nazionalismo per spostare l’attenzione dai problemi interni, nei quali rientrano anche la difficile situazione debitoria degli enti locali, sui quali viene riversato l’intero debito nazionale, e gli stati di crisi di molte aziende cinesi, dei quali la bolla immobiliare rappresenta soltanto l’aspetto più evidente. Risulta chiaro che le ambizioni di Pechino in ambito regionale non sono gradite ai paesi occidentali coinvolti nell’area. L’attenzione sempre maggiore degli Stati Uniti si è concretizzata con una maggiore presenza nell’area e nella costruzione di alleanze militare in chiara funzione anticinese. Anche recentemente la notizia che istruttori militari statunitensi siano presenti a Taiwan per addestrare l’esercito locale alla guerra asimmetrica, per fronteggiare una possibile invasione cinese, ha aumentato la tensione tra le due superpotenze. La  domande centrale è se esiste una concreta possibilità di conflitto, dato che una reazione occidentale è da dare per certa in caso di invasione cinese di Taiwan. Secondo alcuni analisti una deriva militare sarebbe fortemente probabile nel caso di iniziativa bellica da parte della Cina; questa eventualità avrebbe ripercussioni enormi su tutta la scala globale dei rapporti tra gli stati ed anche dal punto di vista economico, provocando una contrazione a livello mondiale del prodotto interno lordo complessivo e dei singoli stati. Questo scenario è quindi da evitare in ogni caso, usando mezzi pacifici. Una soluzione potrebbe essere il riconoscimento da parte di più stati possibili di Taiwan come entità statale sovrana ed autonoma, un riconoscimento fatto da un elevato numero di nazioni ed effettuato con una tempistica contemporanea, obbligherebbe Pechino a prendere atto di questo nuovo stato di cose, senza avere possibilità di ritorsioni verso i paesi che volessero riconoscere Taiwan a livello internazionale. La Cina, di fronte ad una tale mobilitazione internazionale, sarebbe obbligata ad adottare un atteggiamento differente nei confronti di Taiwan e certamente più moderato. L’attuazione di questo riconoscimento in una così vasta platea non sembra essere una cosa agevole, ma merita delle considerazioni approfondite perché i suoi effetti sarebbero in grado di disinnescare la minaccia di un conflitto dagli esiti incerti e limiterebbero la dimensione internazionale di Pechino, suscitando, finalmente anche ricadute sullo stato dei diritti umani e civili del paese cinese. Anziché impegnarsi soltanto in un riarmo preventivo, che sarebbe l’unico fondamento di una pace armata, la soluzione diplomatica del riconoscimento di Taiwan potrebbe rappresentare una soluzione pacifica ed intelligente, capace di consentire una riunione del campo occidentale, ora più che mai necessaria, insieme ad un segnale molto forte nei confronti della Cina e come reazione al suo espansionismo.

USA, Gran Bretagna ed Australia firmano un accordo per contenere la Cina

L’accordo firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia per la condivisione di competenze avanzate su temi riguardanti le armi nucleari, la sicurezza informatica, l’uso dei sottomarini a grandi distanze e l’intelligenza artificiale, tutte materie strettamente legate al settore militare, indica la direzione geografica e gli intenti strategici, che Washington intende privilegiare nel prossimo futuro; quello che viene ribadito è la centralità della regione dell’oceano Pacifico, dove l’intento principale è quello di contrastare e contenere l’ambizione di Pechino, che considera la regione come zona di propria influenza.  Non che quella di Biden sia una novità nella politica estera degli Stati Uniti: già Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva iniziato questa politica, spostando l’area di interesse americano dall’Europa all’Asia, Trump, pur con le sue contraddizioni, ha portato avanti questa strategia ed ora Biden la conferma, lasciando centrale la questione de dominio delle rotte navali, ma non solo, del pacifico. Certamente l’aumento di rilevanza e del livello di scontro, sia commerciale, che geopolitico, con la Cina, obbliga gli USA a concentrare lo sforzo maggiore su questa partita, coinvolgendo, però, altri soggetti internazionali, che sono alleati fedeli ed hanno interessi diretti nella regione, l’Australia, o il bisogno di trovare nuove soluzioni anche finanziarie, oltre che politiche, a causa dell’uscita dall’Europa. Non coinvolgere l’Unione Europea, ma soltanto due paesi che hanno un minore peso specifico internazionale, rispetto a Bruxelles, può significare che, attualmente, la Casa Bianca possa preferire un rapporto più sbilanciato a proprio favore; del resto la politica americana, nonostante le premesse di questo presidente, ha mantenuto, di fatto, le distanze con l’Europa quasi come ai tempi di Trump e la ritirata unilaterale dall’Afghanistan ne è stata l’ennesima prova. Inoltre il ritiro dal paese asiatico, ritenuto un obiettivo non strategico per gli USA, permetterà a Washington di riallocare nuove risorse finanziarie proprio per la sfida diretta con la Cina. Pechino sta espandendosi in maniera prepotente anche in Africa e Sud America, ma gli USA concentrano la propria attenzione nelle aree del Pacifico, forse anche per non ripetere gli errori di ampliare troppo le zone di azione, dove la potenza militare cinese è mostrata con maggiore arroganza, in questa ottica anche il coinvolgimento dell’India, naturale avversario cinese, nel presidio del Pacifico riapre scenari inquietanti sulle conseguenze di questi assetti internazionali. La politica USA , sulle alleanze militari coinvolge anche l’industria bellica portando scompiglio all’interno dell’alleanza con l’Europa ed in particolare con la Francia: l’accordo con l’Australia prevede la fornitura di sottomarini nucleari allo stato dell’Oceania, che ha in corso, su questo fronte, una commessa con Parigi; a causa del rallentamento della fornitura, Washington si è inserita nel rapporto commerciale e potrebbe vanificare la fornitura francese. Si comprende come l’Europa venga trattata come un alleato di secondo piano, processo iniziato da Trump irritato per lo scarso contributo economico e la volontà di Bruxelles di preferire la propria industria bellica, proprio a danno di quella americana. Per l’Unione Europea si tratta di segnali inequivocabili e bene fa la Commissione europea a cercare una propria autonomia militare, dotandosi di una prima forza di intervento rapido, primo tassello di un possibile esercito sovranazionale. L’accordo con Londra e Canberra investe, quindi, molto di più che gli aspetti geostrategici del Pacifico, che sembrano valere come tali soltanto per l’Australia, ma riguarda la visione stessa dell’Alleanza Atlantica, ridotta sempre più ad organizzazione marginale proprio per volere di Washington. La percezione è che gli Stati Uniti scelgano un approccio sempre meno condiviso della gestione della politica estera sulla materia del rapporto con la Cina, che rappresenta, al momento, il vertice dello scenario internazionale; tuttavia con coinvolgere l’Europa e la stessa Alleanza Atlantica denuncia una debolezza di fondo, che non fa che confermare la possibilità di nuovi errori tattici da parte di Washington. Se si vuole mantenere la leadership internazionale non si può privilegiare un solo luogo di confronto, ma presidiare, almeno, le zone più importanti, azione che la Cina cerca di fare, sostituendosi, talvolta, proprio agli americani. La partita è globale e come tale deve essere condotta, altrimenti la frammentazione dell’occidente sarà soltanto un vantaggio per Pechino.

Gli USA temono l’aumento dell’arsenale nucleare cinese

La difficoltà, già accentuata dalle rispettive posizioni in campo geopolitico e commerciale, tra gli USA e la Cina, rischia un pericoloso peggioramento per le preoccupazioni manifestate da Washington per la proliferazione nucleare portata avanti da Pechino, nel quadro del potenziamento delle armi atomiche dell’esercito cinese. Le aspirazioni da grande potenza della Cina, secondo il presidente ed il governo comunisti, possono concretizzarsi anche attraverso l’incremento dell’arsenale nucleare, che è diventato centrale nella politica tattica militare del paese. Gli analisti americani hanno individuato la costruzione di una serie di silos per il lancio delle testate nucleari, dislocate in diverse regioni cinesi. Attualmente le testate nucleari di Pechino sarebbero stimate in circa 350 unità, una quantità ancora molto inferiore alla disponibilità di paesi come Stati Uniti e Russia, in particolare Washington sarebbe in possesso di circa 4.000 testate, pari al 90% di tutte le armi nucleari presenti sul pianeta; tuttavia, secondo il Pentagono, l’incremento cinese sarebbe notevole, dato che fino ad un anno prima le teste cinesi erano 200: un aumento, quindi, di 150 unità in 365 giorni. Un aspetto che preoccupa il Congresso americano sono le modalità di segretezza con cui la Cina procede nel suo piano di sviluppo degli armamenti nucleari, materia che Pechino ritiene strategica per potere competere a livello globale, soprattutto con gli USA, ma anche con avversari regionali come l’India. Questa situazione, che pone la Cina al centro dell’attenzione della politica internazionale, arriva nel momento in cui Mosca e Washington si accingono ad incontrarsi per i negoziati su come evitare una nuova rincorsa agli armamenti nucleari. Se, alle già presenti difficoltà tra le maggiori potenze nucleari per trovare una soluzione alla non proliferazione delle armi atomiche, si aggiunge il crescente attivismo cinese, si può comprendere come la situazione futura sia potenzialmente molto pericolosa. In presenza di un terzo attore che incrementa il proprio arsenale al di fuori di ogni regola, sia Usa che Russia potrebbero sentirsi prive di vincoli e sviluppare nuovi armamenti. La tattica cinese è ormai prevedibile, le accuse agli Usa sono ormai una noiosa ripetizione: quella di vedere un nemico immaginario per distogliere l’attenzione dalle sue problematiche interne. La Cina si dice disponibile a colloqui bilaterali sul tema della sicurezza strategica a condizione che si tengano su basi di uguaglianza e ciò appare impossibile dato il grande squilibrio degli arsenali atomici a favore di Washington. Se gli USA vedono un reale potenziale pericolo, le singole ragioni cinesi, osservate da un osservatore neutrale, appaiono giustificate in ragione della volontà di recuperare almeno parte del terreno perduto sugli armamenti nucleari; rovesciando la visuale è lecito domandarsi come gli Stati Uniti, ma anche la Russia (sempre in vantaggio sulla Cina), risponderebbero ad una richiesta di Pechino di diminuire il proprio arsenale. La questione è che si è usciti da una logica di diminuzione generale delle testate nucleari, perché queste armi, in questo momento storico, rappresentano di nuovo, come durante la guerra fredda, un deterrente psicologico per un equilibrio, però di gestione molto più difficile in un mondo non più bipolare ma multipolare, anche se caratterizzato da due potenze principali, comunque contornate da potenze regionali di grande rilevanza strategica. La vera sfida sarebbe quella di includere la Cina in colloqui a livello mondiale sul tema del disarmo, ma non come comprimario, bensì con la giusta dignità di grande potenza che Pechino desidera a livello politico; ciò, sicuramente, non risolverà il problema della proliferazione ma potrebbe permettere l’avvio di un dialogo su questo tema, anche con lo scopo di migliorare le rispettive relazioni. Vista con la visuale occidentale la proliferazione nucleare cinese non può non essere un fattore altamente preoccupante, dato che si tratta comunque di una paese governato da una dittatura e che tramite il soft power esercitato in altre zone del mondo ha evidenziato una volontà di esportare il proprio modello politico; certamente ciò non può funzionare con l’occidente ed il sospetto che dietro l’aumento del proprio arsenale militare ci sia l’intenzione di esercitare una pressione è quasi una certezza. Ma proprio per questo è importante scongiurare ogni possibile deriva ed l’ulteriore peggioramento delle relazioni: altrimenti il rischio di situazioni tese sarà sempre più probabile.

La Cina produce la prima risposta all’occidente sorvolando i cieli di Taiwan

La prova di forza dell’aeronautica militare cinese sui cieli di Taiwan rappresenta la risposta più coerente agli intendimenti di Pechino circa ciò che è stato concordato dalle potenze occidentali al G7. Il monito dei leader occidentali verso il paese cinese che evidenziava l’importanza della pace e della stabilità sullo stretto di Taiwan, anche attraverso una risoluzione pacifica della controversia, è stato recepito, come era facile immaginare, come una intromissione negli affari interni di Pechino, che ha sempre considerato Formosa come parte integrante del proprio territorio: una questione dove altri stati, soprattutto gli USA, non devono inserirsi. La tensione per Taiwan, il cui governo non è formalmente riconosciuto da Washington, aveva già subito un notevole incremento con le visite di funzionari governativi americani e gli aiuti militari arrivati dagli Stati Uniti, che sono, di fatto, il principale alleato di Taipei. La Cina non ha mai gradito questi sviluppi e l’atteggiamento avverso che si è sviluppato dai paesi occidentali ha determinato la volontà di eseguire una prova di forza. Pechino ha impiegato ben ventotto aerei che sarebbero penetrati nella zona di identificazione aerea di Taiwan. Il temuto risentimento contro l’occidente ha, così, immediatamente espresso quella che per gli occidentali e gli USA in particolare, non può che essere inteso se non come una provocazione. Sarebbe, in sostanza, partita una escalation tra le due parti di tipo militare, senza passare da un confronto politico o di contrasto economico. Inutile dire che il potenziale pericoloso che può scaturire dall’azione cinese si annuncia come drammatico. Uno scenario possibile è che la Cina metta in atto le minacce più volte ripetute di prendere in considerazione l’opzione militare per risolvere la questione di Taiwan, se questa ipotesi dovesse diventare concreta per gli USA sarebbe impossibile non schierarsi alla difesa di Taipei, con un eventuale coinvolgimento di altre forze occidentali o della stessa Alleanza Atlantica. D’altra parte la Cina non può derogare dal proposito che ha pubblicamente annunciato al mondo, che è quello di impedire ogni tentativo di infrangere la propria sovranità e sicurezza. Ciò coinvolge, oltre a Taiwan, anche Hong Kong e la questione degli Uiguri. Si tratta di difendere, oltre i propri interessi strategici, la propria immagine di aspirante potenza mondiale di primo livello, che rientra nelle ambizioni e nei progetti cinesi. L’errore di Pechino è stato quello di volere rapportarsi con l democrazie occidentali senza considerare minimamente il loro punto di vista e cercare di imporre il proprio con l’utilizzo del soft power e della forza economica, senza riuscire nell’intento. Per dialogare con le democrazie occidentali, che sono anche il mercato più ricco del mondo e perciò essenziali alla Cina stessa, l’esibizione di forza all’interno del paese cinese e l’atteggiamento neocolonialista nei paesi in via di sviluppo non può essere accettato e i partner europei degli USA non aspettavano altro che un presidente capace di compattare questa contrarietà; contrarietà che non è solo politica ma anche economica: lo strapotere cinese è male tollerato dagli occidentali, che usano anche la violazione dei diritti politici e civili per sanzionare Pechino e tentare di ridurne il peso economico. Alla fine la questione, anche geopolitica, rischia di ridursi a questo elemento, che è però in grado di trascinare ad effetti gravissimi il rapporto tra le due parti. L’avviso della Cina è chiaro e sarà impossibile non tenerne conto.    

Aumenta lo scontro tra Occidente e Cina

I timori comuni dei membri dell’Alleanza Atlantica verso la Cina hanno prodotto una risposta del tutto prevedibile da parte di Pechino. La tattica cinese è fare diventare diffamazione tutto ciò che è contro la Repubblica Popolare, soltanto che il palcoscenico internazionale non è quello domestico, dove l’informazione è controllata e le critiche represse. Pechino nega di porre in atto sfide sistemiche contro la sicurezza internazionale, che è, ormai, l’opinione ufficiale e comune dell’occidente, o almeno dei governi occidentali, tralasciando l’influenza che vuole esercitare sui paesi in via di sviluppo, mediante una politica di crediti che si trasformano facilmente in debiti molto onerosi, le politiche finanziarie aggressive, il mancato rispetto dei diritti civili e la crescita economica ottenuta con l’assenza di garanzie per i lavoratori, un costo del lavoro molto basso ottenuto spesso con metodi che sfiorano la schiavitù. Negare ciò è scontato perché non ci si può presentare la mondo con queste caratteristiche, ma proprio il mondo globalizzato che piace ai cinesi è il principale strumento per smascherarli. Nella nota della missione diplomatica di Pechino accreditata presso l’Unione Europea si riprende l’occidente di essere ancora fermo ad una mentalità da guerra fredda, ma questa situazione è quella creata dalla stessa Cina. Che porta avanti politiche, soprattutto interne, ma anche esterne, in completo contrasto con i valori occidentali, ed è chiaro che se ogni parte è legittimo che sostenga le proprie ragioni è legittimo che l’occidente veda per se stesso la Cina attuale, come una minaccia. Pechino è diventata una delle peggiori vittime della sconfitta di Trump: con il precedente presidente USA , la dialettica di scontro era ai massimi livelli, ma senza troppe conseguenze, inoltre l’avversione di Trump per l’Europa aveva portato ai minimi storici il dialogo con gli alleati occidentali; ben diverso l’atteggiamento di Biden, che si rivela nemico ben più temibile per la Cina, proprio perché oltre a mantenere la diffidenza verso la potenza cinese è stato capace di ricompattare l’occidente verso i tradizionali legami con gli USA: un fattore che da solo indebolisce Pechino e la isola dai mercati più ricchi del mondo, una questione a cui la Cina è molto sensibile perché funzionale a quegli obiettivi di crescita economica, che sono da molto tempo  al centro degli obiettivi cinesi, anche come elemento di geopolitica. Aldilà del terreno di scontro dell’economia, che non è affatto secondario, l’unità di visione maturata nel campo occidentale contro l’autoritarismo cinese, permette agli stati occidentali di allontanarsi dalla Cina, verso cui si era pericolosamente avvicinata a causa del peggioramento delle relazioni causato da Trump. Dal punto di vista delle conseguenze il pericolo di una Cina isolata dall’occidente è quello di un ulteriore ricorso all’ampliamento degli armamenti, direzione, peraltro, già intrapresa da tempo, che però, con questi ultimi sviluppi, potrebbe indurre Pechino ad accelerare verso dimostrazioni di forza come ha più volte minacciato. SI pensi al presidio delle vie navali di quelle che ritiene acque di sua pertinenza, delle questioni delle isole contese e della vicenda più potenzialmente pericolosa costituita da Taiwan, a cui Pechino non ha mai formalmente rinunciato, considerandola parte integrante del territorio cinese.  Ancora più oltre occorre ricordare che la Cina ha sempre affermato di volere difendere i suoi interessi, se si estende questo concetto alla difesa della possibilità di effettuare investimenti considerati strategici per i suoi obiettivi, sarà interessante vedere la reazione di Pechino di fronte ad un possibile contrasto all’attivismo cinese nei paesi occidentali. La reazione più probabile passa da una guerra commerciale, che non conviene a nessuno, perché in grado di bloccare o comprimere fortemente l’economia mondiale, tuttavia quella che ha più da perdere è proprio la Cina, se si vedesse preclusi i maggiori mercati mondiali, in quel caso sembra facile prevedere l’esibizione di una prova di forza, con conseguenze anche potenzialmente irreparabili. Prima di arrivare a quel punto però dovrà esserci il lavoro delle diplomazie, con la minaccia di un possibile ritorno di Trump sulla scena statunitense, che sarà il vero ago della bilancia per tutta una serie di situazioni in grado di rovesciare l’assetto attuale e per il quale, verosimilmente, Cina, ma anche Russia lavoreranno a favore; quindi il successo dell’occidente, anche come valori pratici ed astratti, passa per il successo dell’attuale presidente americano, che deve rendere efficace il suo progetto di rafforzamento dei rapporti con l’occidente: un compito in grado di riportare la storia sui binari dai quali era uscita.    

Le giuste sanzioni contro la Cina e il comportamento diplomatico incoerente dell’Unione Europea

La feroce repressione dei cinesi turcofoni di religione islamica, etnia di maggioranza della regione cinese dello Xinjiang, ha provocato delle sanzioni da parte dell’Unione Europea; le sanzioni colpiscono quattro cittadini e funzionari della Repubblica Popolare cinese per protratte violazioni dei diritti umani perpetrate attraverso la deportazione di massa, arresti arbitrari e trattamenti degradanti, tenute contro cittadini cinesi di etnia uigura. La politica di assimilazione, senza rispetto alcuno dei diritti umanitari, del governo cinese di questa parte di popolazione è in atto da tempo, ma le sanzioni europee arrivano soltanto ora ed hanno la particolarità di essere le prime dai tempi dei massacri di Tiananmen avvenuti nel 1998. In tutto questo periodo la Cina ha assunto un ruolo di partner strategico nell’economia europea, che era meglio non contraddire. In realtà queste ultime sanzioni emesse sono comunque più simboliche, che efficaci, dato, appunto, che hanno colpito soltanto quattro cittadini cinesi e non la Cina in quanto entità nazionale; tuttavia è implicito che il messaggio per Pechino sia stato di una pesante critica alla sua sovranità: un insulto inconcepibile per il governo cinese, che ritiene i propri affari interni come materia inviolabile. La risposta ufficiale della Cina è stata una rappresaglia non proporzionata, che ha voluto colpire direttamente le istituzioni europee, sanzionando dieci persone, che comprendono parlamentari e funzionari di Bruxelles. L’Unione Europea ha applicato in modo coerente quanto già applicato alla Russia e ad altri paesi per le repressioni che hanno provocato le violazioni dei diritti umani. All’azione europea si sono affiancati gli USA ed il Regno Unito, che non hanno voluto mancare all’occasione di mostrare a Pechino la rinnovata coesione occidentale, soprattutto per Washington è essenziale dimostrarsi in prima linea contro quello che ritiene il maggiore avversario sistemico di questa fase storica, sia per ragioni economiche che geostrategiche. Il compattamento occidentale ha provocato una maggiore vicinanza tra Cina e Russia, con Mosca ora, però, in condizione subalterna a Pechino, mentre non si può non rilevare che l’attivismo cinese ha attirato in una personale zona di influenza i nemici degli USA, tra gli altri Iran e Corea del Nord, con i quali intrattiene rapporti commerciali malgrado le sanzioni americane ed europee. Circa le sanzioni europee occorre fare alcune riflessioni, essendo giusta la decisione di Bruxelles in senso assoluto, occorrerà verificare come evolverà questa situazione di tensione diplomatica, se, cioè, avrà ricadute anche sui troppi rapporti commerciali che intercorrono tra le due parti e che, senz’altro, convengono all’Europa, ma di più e per svariate ragioni, tra cui non solo quelle economiche, convengono di più alla Cina. La situazione che si è venuta a creare nel campo occidentale e, soprattutto, con il cambio alla Casa Bianca, potrebbe allentare i legami, da parte di Bruxelles, con la Cina e così permettere una maggiore autonomia, economica e produttiva a favore dell’Europa. Se si vuole percorrere la strada della tutela dei diritti umani, anche al di fuori dei propri territori, diminuire i rapporti commerciali con la Cina ed il suo modo di essere, cioè prenderne le distanze in maniera significativa e non solo simbolica, appare un percorso obbligato. Se le intenzioni ed anche i comportamenti europei circa la tutela dei diritti sembrano doverose e condivisibili, meno limpido appare, però, l’avvicinamento con la Turchia, che ha certamente delle ragioni strumentali sulle quali non si può che dare un giudizio fortemente negativo. Finanziare Ankara per mantenere sul suo territorio i profughi diretti in Europa, può essere una ragione di ordine pratico ma che è in antitesi con la volontà di difendere i diritti umani: una contraddizione troppo evidente per non guardare con occhi diversi anche le sanzioni cinesi; oltretutto riavvicinarsi ad un regime che massacra i curdi, verso i quali l’Europa, ma anche l’occidente intero, dovrebbe avere solo sentimenti di gratitudine e quindi di protezione e che va verso il disconoscimento del trattato di Istanbul contro la violenza femminile, appare un controsenso anche senza volere ergersi a difensori dei diritti umani. La percezione è quella di una istituzione europea con un atteggiamento ondivago, che non riesce a mantenere una linea retta, un comportamento coerente con quanto si prefigge: secondo ciò la Turchia dovrebbe avere lo stesso trattamento della Cina e sarebbe ancora poco (peraltro le sanzioni contro la Cina sono, è già stato detto, poco più che simboliche). La speranza è quella di non andare incontro ad una delusione, che per l’argomento trattato, potrebbe avere conseguenze sulla fiducia dei cittadini, non recuperabili.       

Il primo incontro di Biden sarà con il primo ministro giapponese: chiaro segnale per la Cina

La volontà di ricevere come primo ospite di un governo straniero, il primo ministro giapponese, da parte del presidente Biden, rivela l’alto valore simbolico che la Casa Bianca conferisce all’incontro. La visita, che si svolgerà nella prima metà di Aprile, rappresenta chiaramente un segnale verso le intenzioni della politica estera della nuova amministrazione americana e, nel contempo, una sorta di avvertimento alla Cina ed alle sue intenzioni espansionistiche nei mari orientali. Il significato politico di questo invito si concretizza nel mantenimento, in prosecuzione con la politica di Obama, della priorità in politica estera dell’attenzione sulla regione asiatica dell’Oceano Pacifico, per la sua importanza economica e strategica, funzionale agli interessi americani. Il processo di rafforzamento delle relazioni tra Washington e Tokyo è centrale, per entrambe le parti, all’interno del progetto per potere arrivare alla libertà dei mari asiatici orientali. L’incontro assume anche il particolare significato di volere riportare alla normalità le attività relative alle iniziative diplomatiche statunitensi, che la pandemia ha reso certamente più difficili. Biden, già vicepresidente di Obama, ripete, con questo incontro, quanto già fatto dal suo predecessore democratico, che incontrò come primo ospite straniero l’allora primo ministro giapponese: nella ripetizione del primo vertice internazionale dopo l’elezione, si scorge che l’intenzione di Biden è quella di riprendere il discorso di Obama, sulla centralità della regione asiatica; del resto il Giappone è considerato, fino dal termine della seconda guerra mondiale, un alleato di primaria importanza per gli USA. Sul piano delle relazioni multilaterali, gli Stati Uniti, hanno indetto anche un prossimo vertice a quattro, con la partecipazione, oltre che degli USA, anche di India, Australia e dello stesso Giappone, che rimarca la volontà di porre al centro dell’azione diplomatica americana l’attenzione sulla regione asiatica orientale, procedendo in sintonia con altri partner, dell’area occidentale, interessati al contenimento cinese. Risulta molto significativo che questo vertice era stato inaugurato nel 2007, per la coordinazione degli aiuti a seguito del terremoto giapponese, ma successivamente  era stato sospeso per la volontà congiunta indiana ed australiana di non urtare la sensibilità cinese; tuttavia la crescita della spesa militare di Pechino unita alla sua volontà di esercitare il suo potere sulla zona del pacifico orientale, considerata come propria zona di influenza esclusiva, ha causato nuove riflessioni a Canberra ed a Nuova Delhi. Per l’India, poi, la rivalità mai sopita con la Cina, essenzialmente basata su argomenti geostrategici ed economici, è aumentata per i territori contesi al confine himalayano. Nuova Delhi si è così unita alle esercitazioni militari di guerra sottomarina congiunte, compiute da USA, Australia, Giappone e Canada ed ha rafforzato la sua cooperazione militare con Washington, provocando il risentimento cinese. Questo scenario, non deve essere dimenticato, si innesta sulla già preesistente guerra commerciale tra Washington e Pechino, che resta uno dei pochi punti di contatto e continuità tra la presidenza Trump e quella di Biden: appare chiaro che ciò provoca nel paese cinese sentimenti di avversione che potrebbero favorire pericolose conseguenze di carattere diplomatico e militare in grado di alterare i precari equilibri regionali. Pechino si sente anche accerchiata dalla ripresa delle attività del vertice a quattro, che ha condannato come un pericoloso multilateralismo anti cinese e ciò potrebbe accelerare alcune iniziative della Repubblica Popolare più volte minacciate, come la questione di Taiwan, sulla quale Pechino non ha mai escluso l’intervento armato per riportare l’isola sotto la piena sovranità cinese. Quindi se l’attivismo americano appare giustificato dalle stesse iniziative cinesi, l’augurio è che l’amministrazione Biden, pur ferma nei propri propositi, sia dotata di una maggiore cautela ed esperienza di quella che l’ha preceduta.  

La Cina programma il periodo che dovrà seguire la pandemia

Nel tempo della pandemia, con le previsioni di crescita economica negativa, come fattore comune degli stati mondiali, la Cina annuncia un dato atteso quantificato in un sei per cento positivo, un valore, in senso assoluto, che potrebbe apparire limitato, ma, che se tiene conto della congiuntura mondiale condizionata dal Covid-19, indica la chiara intenzione di Pechino di abbandonare le difficoltà del periodo ed avviare l’economia cinese verso una normalità, che potrebbe contribuire alla crescita economica generale. Certo questo dato rappresenta una previsione, che potrebbe non essere raggiunta, proprio per le condizioni delle altre economie, che potrebbero continuare ad avere difficoltà produttive e scarse capacitò di assorbire le merci provenienti dal paese cinese; tuttavia la sede dove è stato dato l’annuncio della previsione di crescita, il discorso di apertura della sessione annuale del parlamento cinese, il Congresso del popolo, davanti ai 3.000 delegati riuniti, ha assunto un particolare significato di solennità, anche perché alla fine della sessione sarà annunciato il quattordicesimo piano quinquennale in materia economica, che fornirà ulteriori indicazioni sulle intenzioni cinesi circa la propria economia. Il ritorno ad annunciare previsioni di crescita, dopo che nello scorso anno Pechino non aveva espresso obiettivi ed aveva concluso con una crescita del 2,3%, molto contenuta per la superpotenza cinese, significa che l’intenzione di Pechino è quella di tornare ad essere protagonista dell’economia mondiale; si deve tenere conto anche che secondo gli analisti la Cina non avrebbe espresso neppure quest’anno un dato ufficiale, al contrario avere reso pubblico il dato del 6%, rappresenta una sfida sia verso l’esterno, che verso l’interno, per potere raggiungere quelle riforme ritenute essenziali per raggiungere gli obiettivi di sviluppo quantitativo e qualitativo, che sono stati prefissati. Il primo ministro della Repubblica Popolare cinese ha espresso l’intenzione di ridurre la disoccupazione portandola al valore del 5,5% mediante la creazione di undici milioni di posti di lavoro e l’aumento del 7% della spesa destinata alla ricerca per raggiungere l’indipendenza tecnologica, soprattutto in settori strategici, come quello dei semiconduttori, dove la Cina possiede le materie prime, ma non ancora la conoscenza sufficiente per colmare il divario produttivo con USA e Taiwan. Che il momento programmatico sia cruciale per il paese cinese si capisce anche dalle intenzioni di Pechino sull’energia, dove, grazie alla continua diffusione del nucleare si vuole diminuire l’impatto delle materie prime inquinanti, anche se il carbone non verrà abbandonato del tutto, anzi si pensa di raggiungere il picco di emissioni nel 2030, per poi diminuire gradualmente a favore della maggiore pratica di energia pulita. Dal punto di vista sociale la Cina deve combattere l’invecchiamento della popolazione con nuovi programmi di natalità che arrivino a superare il divieto di due bambini per famiglia, ma, nel contempo viene confermata l’intenzione di aumentare l’età pensionabile, con l’innovazione di garantire ai meno abbienti una pensione minima. La volontà cinese di competere nell’arena internazionale da protagonista, impone la previsione di un aumento delle spese militari, calcolato nel 6,8% per investire nell’ammodernamento dell’arsenale militare: questo aumento è guardato con preoccupazione dagli analisti perché potrebbe significare, tra l’altro, la manifestazione della volontà di azioni specifiche contro Taiwan, più volte rivendicata come appartenente alla madre patria cinese, ed i territori al confine con l’India, teatro di scontri ripetuti; resta anche il problema del presidio delle vie commerciali nei mari cinesi, settori geografici considerati come zone di influenza esclusiva della Cina ma presidiate anche dagli USA a supporto dei suoi alleati. Sullo sfondo la questione della crescita militare cinese si incrocia con le problematiche di Hong Kong, per la quale Pechino ha previsto una drastica riduzione della possibilità di autonomia anche attraverso la revisione della legge elettorale e di un controllo militare sempre più serrato. Quello che traspare dai possibili sviluppi delle intenzioni cinesi è un mondo in uno stato ancora più precario e di insicurezza continua, che potrà essere mitigato da un approccio diplomatico generale a discapito delle situazioni conflittuali, anche se proprio dai temi del commercio mondiale potrebbero provenire le situazioni di contrasto notevole.  

Biden non cambia la politica americana nei confronti della Cina

Come ampiamente annunciato già nella campagna elettorale, il nuovo presidente americano, Biden, ha mantenuto le promesse, fin dall’inizio del suo mandato, su quale piano si svolgeranno le relazioni con la Cina. La prima prova pratica è stata la prima conversazione telefonica con il capo dello stato cinese, Xi Jinping, dove il nuovo inquilino della Casa Bianca ha espresso tutte le proprie preoccupazioni per il comportamento di Pechino sia nella politica interna, con violazioni ripetute dei diritti umani, politici e civili, che nella politica estera, dove la Cina ha dimostrato più volte, attraverso una politica aggressiva, una volontà sempre maggiore di esercitare una influenza nel contesto internazionale. Questa linea che Biden ha adottato non sembra discostarsi, se non per le differenti modalità di espressione, da quella tenuta dal suo predecessore: la scelta sembra obbligata dai difficili rapporti che continuano tra i due paesi dovuti ai contrasti in materia commerciale e geostrategica. Alcuni passaggi di quella che è stata la prima conversazione tra i due uomini politici, dopo l’elezione di Biden, sono anche stati cordiali, come è dovuto dal protocollo, ma la dichiarazione ufficiale della Casa Bianca, al termine del colloquio ha evidenziato la preoccupazione statunitense per le pratiche economiche scorrette di Pechino, le repressioni adi Hong Kong, le ripetute e gravi violazioni dei diritti nei confronti della popolazione musulmana della provincia dello Xinjiang e le minacce verso l’autonomia di Taiwan. Si tratta di un insieme di argomenti tali da costituire un dossier particolarmente voluminoso per l’amministrazione americana, che rappresenta un ostacolo non molto sormontabile, a relazioni normali con il paese cinese e che conferma tutte le difficoltà già registrate da Obama e Trump; peraltro Biden, avendo già ricoperto il ruolo di vicepresidente, conosce bene queste problematiche, così come conosce altrettanto bene il presidente cinese fin dal 2011. Nello specifico la dichiarazione di Biden che ha affermato di considerare prioritaria la sicurezza, la salute e lo stile di vita del popolo americano ed in relazione a ciò di impegnarsi a cooperare con la Cina in relazione a quanto ciò soddisfi gli interessi degli USA e dei suoi alleati, deve essere letta come una sorta di avvertimento verso Pechino, anche in ragione di nuove relazioni con gli abituali alleati degli Stati Uniti, i cui rapporti con Trump si erano deteriorati. Considerando prioritari i normali legami transatlantici, Washington sembra volere avvertire il paese cinese che le collaborazioni con l’Europa per la Repubblica popolare non saranno più le stesse. Biden vuole tornare a riempire quei vuoti creati da Trump che avevano permesso alla Cina di insinuarsi nei rapporti con gli stati europei grazie alla sua grande capacità finanziaria e, se l’Europa sarà il primo obiettivo da recuperare per gli Stati Uniti, appare impossibile  non pensare che questa direzione sarà seguita anche per i paesi asiatici e per quelli africani, nei primi l’azione americana sarà necessaria per contenere l’espansionismo cinese, soprattutto in quello che considera il proprio spazio di influenza naturale, nei secondi per limitare una presenza che è già male tollerata, particolare che consente uno spazio di inserimento non secondario. Sul lato dei rapporti commerciali bilaterali, proprio per tutte queste considerazioni e per le valutazioni negative circa le condotte commerciali cinesi, è praticamente certo che gli USA manterranno le sanzioni commerciali contro Pechino, al massimo queste sanzioni potrebbero essere usate come scambio per ottenere il cambio di atteggiamento cinese su specifiche questioni sulle quali sarà possibile trattare, comunque problematiche circa la condotta cinese nel commercio e nelle licenze industriali, non certo materie considerate non trattabili da Pechino come la questione di Taiwan. Ma su questo fronte non c’è spazio di trattativa neppure per Washington: uno dei primi passi della nuova amministrazione americana è stato quello di ricevere il rappresentante di Taiwan negli USA, fatto che ha costituito un segnale inequivocabile per i cinesi, oltre che una novità nelle relazioni tra i due paesi. Proprio su Taiwan si registra la maggiore vicinanza di vedute tra Democratici e Repubblicani e ciò costituisce un ulteriore argomento di importanza nella valutazione americana della questione di Taiwan e ne determina l’argomento che potrebbe essere il più importante per capire l’evoluzione dei rapporti tra USA e Cina.

Dopo il cambio di presidente la Cina avverte gli USA

Il Presidente cinese Xi Jinping è intervenuto all’incontro inaugurale che apriva l’edizione in versione virtuale del World Economic Forum. Il discorso del massimo esponente della Cina si è incentrato sull’esigenza di evitare una nuova guerra fredda, senza però citare in maniera esplicita il vero destinatario del messaggio: il nuovo presidente degli Stati Uniti. Per arrivare a ciò il presidente cinese ha confermato la sua difesa del multilateralismo, quello economico non certo quello dei diritti, una maggiore cooperazione globale da testare nel momento attuale della pandemia ed ha sottolineato la necessità di una maggiore importanza del ruolo dell’associazione del G20 per governare ed indirizzare il sistema globale dell’economia globale, soprattutto nella fase complicata della ripresa dalla crisi causata dall’emergenza sanitaria. Il capo dello stato della Cina non si è contraddetto presentando la sua visione dirigistica sul governo del mondo, profondamente incentrato sugli aspetti economici a discapito, come è normale, dei temi legati ai diritti civili e politici. Un messaggio che Trump, al netto degli interessi contrastanti dei due paesi, avrebbe anche potuto apprezzare; tuttavia per Biden ci sono forti elementi di contrasto di cui Xi Jinping è ben consapevole: se già il precedente inquilino della Casa Bianca non gradiva l’eccessivo presenzialismo cinese sulla scena internazionale, sostenuto da un grande riarmo, Biden ha un atteggiamento differente rispetto ai diritti, che costituisce l’aspetto maggiormente contrastante per Pechino. Il presidente cinese sembra volere anticipare questo pericolo con l’avvertimento di non provare ad intimidire o minacciare il proprio paese con sanzioni o provvedimenti tesi a contrastare lo sviluppo economico della Cina, che potrebbero portare a situazioni di scontro o anche di un contrasto più strutturato, una sorta di nuova guerra fredda in grado di bloccare l’economia globale. Questa è certamente una minaccia, ma anche una situazione molto temuta in un paese dove il problema della crescita è vissuto sempre con molta apprensione. Rispetto a quattro anni fa Xi Jinping prova un approccio differente con l’appena insediato presidente degli Stati Uniti: se per Trump il messaggio iniziale era stato di collaborazione, con Biden c’è un avvertimento a non seguire la politica isolazionista ed arrogante del suo predecessore. La lettura che se ne trae è che il presidente cinese si stia muovendo su due piani: uno interno, per dimostrare al popolo cinese la sua volontà di affermazione del paese nel contesto internazionale ed uno esterno per sottolineare la crescita della Cina, che non accetta più un ruolo di subalternità nei confronti degli USA. Il ruolo che Xi Jinping si è costruito, quello di difensore dell’economia aperta, senza barriere commerciali, per gli investimenti e gli scambi tecnologici, non è più credibile, nonostante abbia provato a ribadire la correttezza di queste ragioni, in contrasto, però, con la coerenza di una nazione che ha fatto come elemento di forza della sua forza produttiva il basso costo del lavoro, peraltro senza alcuna garanzia legale e quindi fattore di scorretta concorrenza, il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei brevetti e la non reciprocità degli scambi, alterando il mercato degli investimenti con pratiche scorrette verso i paesi poveri. Anche l’ultima parte dell’appello del presidente cinese rappresenta una evidente contraddizione: viene richiamata la necessità, per favorire la crescita, di abbandonare i pregiudizi ideologici nel rispetto delle differenze culturali, storiche e sociali di ciascun paese, senza però citare la repressione del dissenso, pratica comune in Cina ed a Hong Kong, ed i ripetuti tentativi di cancellare le peculiarità tradizionali e religiose come avviene in Tibet e nei confronti dei cinesi musulmani. Paradossalmente le dichiarazioni di Xi Jinping possono costituire per Biden una agenda programmatica per regolarsi con la Cina, d’altra parte già in campagna  elettorale il nuovo presidente non sembrava volere prendere una posizione troppo diversa da Trump nei confronti di Pechino, se a queste dichiarazioni seguirà un comportamento opposto, come sembra ragionevole pensare, per Biden il confronto con la Cina sarà un argomento costantemente all’ordine del giorno: sul breve periodo sarà importante cambiare i toni del confronto, anche se i temi non potranno variare sarà necessario evitare pericolosi confronti, che potrebbero degenerare; occorre ricordare la centralità delle alleanze e del quadro strategico nel pacifico orientale per Washington, come fonte di possibile conflitto, tuttavia il periodo iniziale dovrà servire a costruire un dialogo senza che gli USA arretrino di fronte alla necessità della difesa dei valori democratici ed anzi, ne siano i più strenui difensori: ciò sarà il punto di partenza per le relazioni con la Cina dopo l’uscita di scena di Trump.