L’Iran potrebbe attaccare paesi stranieri per distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni

Lo stato di allerta mondiale potrebbe presto vedere affiancato allo scenario di guerra del fronte ucraino, anche un potenziale conflitto che coinvolgerebbe Iran, Arabia Saudita, Iraq e gli Stati Uniti. Teheran, alle prese con una delle più gravi interne della storia della repubblica islamica, a causa della morte di una sua cittadina, di origine del Kurdistan, conseguente all’arresto da parte della polizia religiosa, per avere indossato il velo in modo non corretto, avrebbe individuato in una azione militare il metodo per potere distrarre l’opinione pubblica interna dalle proteste in corso. Risulta chiaro che se ciò fosse vero, il regime teocratico disvelerebbe tutta la sua debolezza in un azzardo il cui risultato, oltre a non essere affatto scontato, potrebbe addirittura essere la causa dell’aumento delle manifestazioni di dissenso. Il governo iraniano ha più forte accusato l’Arabia Saudita, l’Iraq, gli stati europei, Israele e, naturalmente, gli Stati Uniti, di fomentare le proteste, che stanno aumentando sempre di più contro le regole imposte dal clero sciita. Nella regione del Kurdistan iraniano oltre la metà degli abitanti seguono le regole dell’islam sunnita, mentre nel Kurdistan irakeno i sunniti sono quasi la totalità: di fatto, quindi, sono nemici degli sciiti, di cui l’Iran si considera il principale rappresentante. Erbil, capitale del Kurdistan irakeno, è la sede di truppe USA ancora presenti in Iraq, ed è già stata oggetto, in passato, di attacchi iraniani tramite droni e missili, in un caso sventato proprio dagli stessi americani. Per ciò che riguarda l’Arabia Saudita, i rapporti tra i due stati sono da sempre compromessi a causa di motivi religiosi, in quanto Riyad è la massima rappresentante dei sunniti e Teheran degli sciiti ed entrambe rivendicano la supremazia religiosa nell’ambito del credo islamico. Nonostante Riyad e Washington abbiano avuto recentemente dei dissidi per la volontà saudita di ridurre la produzione del greggio, una decisione senza dubbio favorevole a Mosca, questa minaccia sta riavvicinando i due paesi, dopo una fase in cui il presidente Biden aveva espressamente affermato di volere effettuare una revisione dei rapporti bilaterali. Il pericolo di un attacco iraniano non permette agli USA di abbandonare i propri interessi strategici nella regione, incentrati sul presidio della politica antiterrorismo e della volontà di integrare sempre maggiormente Israele con i paesi dal Golfo. Washington ha già specificato pubblicamente, in caso di attacco iraniano non esiterà a rispondere direttamente in prima persona. La presa di posizione con le minacce iraniane segnano uno sviluppo ulteriore nell’alleanza tra Teheran e Mosca, dove l’Iran risulta sempre più impegnato a rifornire di armi il paese russo; tatticamente i droni di Teheran sono risultati fondamentali contro le difese ucraine ed ora la possibile fornitura di missili con gittata in grado di coprire 300 e 700 chilometri, potrebbe portare un vantaggio indiscutibile per Mosca, che, ormai, dispone di vettori troppo vecchi, imprecisi ed inefficaci. Questo fattore rischia di essere determinante per aumentare la spaccatura mondiale e l’ulteriore avversione degli USA verso il paese iraniano. In questo scenario dove il mondo appare sempre più diviso in blocchi, sarà interessante vedere come vorrà posizionarsi la Cina: se, da un lato, l’alleanza strategica con la Russia ha una funzione prettamente antiamericana, una espansione dei conflitti armati, significa una diminuzione della capacità di creare ricchezza a livello mondiale: un tema a cui Pechino è molto sensibile, per mantenere i propri livelli di crescita tali da assicurare un avanzamento del paese nella sua globalità. Un conflitto che possa coinvolgere paesi che sono compresi tra i maggiori produttori di petrolio, vuole dire uno stop praticamente sicuro per l’economia mondiale e con una contrazione notevole della capacità di spesa dei paesi più ricchi. Pechino, presumibilmente, dovrà abbandonare la sua avversione per gli USA ed impegnarsi in prima persona in negoziati, verso i quali ha finora mantenuto un atteggiamento troppo timido per non dare segni di debolezza nei confronti di Washington. Resta comunque la possibilità che la minaccia iraniana sia soltanto verbale e che Teheran non intenda mettere in pratica un uso delle armi da cui avrebbe tutto da perdere: infatti neppure questa soluzione sembra che possa essere in grado di distrarre un opinione pubblica mai così determinata, ed, anzi, un conflitto potrebbe solo peggiorare la percezione che i cittadini iraniani hanno del proprio governo; piuttosto il governo iraniano sembra volere distogliere più gli osservatori internazionali da quelli interni, ma così facendo favorisce la coalizzazione di esecutivi che non attraversavano reciproci momenti positivi, ottenendo un sempre maggiore isolamento.

Iran, Russia e Turchia si incontrano in un vertice trilaterale

La Russia esce dall’isolamento internazionale da quando ha iniziato la guerra di aggressione contro l’Ucraina. Nella capitale iraniana Putin ha incontrato Erdogan ed il padrone di casa, il presidente dell’Iran Raisi. Oltre la scusa del negoziato per sbloccare il trasporto del grano, i tre capi di stato hanno parlato di temi circa la cooperazione tra i tre paesi per debellare definitivamente le organizzazioni terroristiche per garantire la popolazione civile nel rispetto del diritto internazionale. Risulta curioso che proprio tre paesi che continuano a violare il diritto internazionale da diverso tempo si richiamino proprio al suo rispetto. In realtà i tre paesi hanno una visione particolare del rispetto delle norme internazionali, cioè quella funzionale ai loro singoli interessi; in questa fase la Russia vuole prendere parte dell’Ucraina, se non tutta, perché la considera come zona di propria influenza, la Turchia vuole debellare le milizie curde in Siria e l’Iran sconfiggere lo Stato islamico, non in quanto tale, ma perché formato da sunniti. Erdogan e Putin hanno fatto un incontro bilaterale, che aveva come tema principale il grano, ma dove il presidente russo ha lamentato la presenza delle sanzioni, in questo caso sui fertilizzanti, che bloccano la produzione agricola, contribuendo ad aumentare i problemi della denutrizione mondiale, tuttavia la presenza della Turchia appare oltremodo singolare perché è pur sempre un componente dell’Alleanza Atlantica: è chiaro che la strategia di Erdogan ha come obiettivo una rilevanza internazionale ma è un comportamento che non può essere stato concordato con la NATO e che qualifica la Turchia come un membro sempre meno affidabile.  Nel frattempo l’Iran ha sottolineato la legittimità dell’invasione del paese ucraino da parte di Mosca, motivandola con la necessità di fermare l’avanzata occidentale e l’obiettivo americano di rendere più debole Mosca. Per l’Iran l’organizzazione di questo vertice trilaterale è la risposta alla visita di Biden ad Israele ed Arabia Saudita, storici nemici di Teheran. Uno degli altri motivi dell’incontro è stata la Siria: Russia ed Iran sostengono il regime di Assad, mentre le ambizioni della Turchia sul Kurdistan siriano sono ormai tristemente note: l’obiettivo sarebbe quello di fare terminare la guerra siriana, che, ormai, è in corso da undici anni e, proprio a questo scopo, Mosca e Teheran hanno fatto pressioni su Ankara affinché Washington non fornisca più aiuto ai ribelli che controllano le aree dove Assad non riesce a ristabilire il suo dominio. L’obiettivo minimo per la Turchia è quello di avere una striscia di territorio di trenta chilometri tra il confine turco e la zona occupata dai curdi, per raggiungere questo scopo Erdogan ha minacciato un intervento armato, a cui, però sono contrari sia la Russia, che l’Iran, favorevoli ad un ritorno nella zona della sovranità di Assad e perché sono stati entrambi sollecitati dai curdi per avere protezione da eventuali attacchi da parte di Ankara. I tre paesi formano il comitato di garanzia per la Siria, detto di Astana, e riconosciuto dalle Nazioni Unite; secondo il regime siriano la Turchia starebbe approfittando di questo ruolo per perseguire i propri fini, anziché operare per la fine del conflitto siriano. L’incontro è servito anche per cercare di aumentare di quattro volte gli scambi commerciali, da 7.500 a 30.000 milioni di dollari, tra Turchia ed Iran. Occorre ricordare che Ankara ha decisamente cambiato in positivo i suoi rapporti con l’Arabia Saudita, dopo l’omicidio sul suo territorio di un giornalista arabo di opposizione, tralasciando la questione e sviluppando accordi commerciali con i sauditi, per risollevare l’economia turca in crisi. La ripresa di queste relazioni aveva causato la protesta iraniana, che il recente vertice ha avuto come scopo anche il ristabilire contatti positivi tra i due paesi. In effetti lo sviluppo di una espansione commerciale serve ad entrambe le parti: per l’Iran è una maniera di aggirare le sanzioni e per la Turchia costituisce l’ennesimo tentativo di risollevare un’economia in grave crisi, tuttavia dal punto di vista geopolitico non si comprende se Ankara è un alleato inaffidabile dell’occidente o se questi contatti, sia con l’Iran, che con Mosca, non siano il tentativo di mantenere una sorta di collegamento con questi paesi su mandato ufficioso proprio da parte occidentale. La differenza, ovviamente, è molto rilevante e può determinare il futuro politico della Turchia.

Biden visiterà l’Arabia Saudita invertendo il suo giudizio

La riapertura dei pellegrinaggi alla Mecca, dopo la sospensione di due anni per la pandemia, precede la visita del presidente americano Biden in Arabia Saudita. Il numero di pellegrini previsto è di circa un milione e la visita alla città santa dell’Islam risulta obbligatoria per i fedeli musulmani almeno una volta nella vita. Il pellegrinaggio di questi giorni è il più importante dell’anno e per la ricorrenza, il principe ereditario Mohammed Bin Salman intende sfruttarne tutte le potenzialità che può ricavare soprattutto a livello politico. Se in condizioni di normalità, per il paese arabo la ricorrenza religiosa porta un incremento dei guadagni e fornisce una legittimità maggiore a Riyadh all’interno del mondo islamico, quest’anno il pellegrinaggio potrebbe essere funzionale, se non ad una riabilitazione, almeno ad una sorta di sospensione del giudizio sul principe ereditario relativamente all’omicidio del giornalista dissidente avvenuto in Turchia, di cui Bin Salman è stato accusato di essere il mandante. Proprio per questo fatto lo stesso presidente statunitense Biden aveva descritto l’Arabia Saudita come un paria. Nel frattempo in Arabia Saudita è stato celebrato un processo dove sono stati condannati alla pena capitale per la morte del giornalista alcuni componenti dei servizi segreti, ma ciò non è servito per eliminare i dubbi sul principe ereditario, malgrado un incremento della sua attività pubblica e la concessione di alcune riforme verso le donne, che sono sembrate, per la verità, più apparenti che sostanziali; tuttavia la congiuntura internazionale con la guerra in Ucraina che ha determinato le sanzioni, soprattutto sulle forniture energetiche, impone la necessità di riprendere le relazioni con il regime saudita soprattutto per facilitare l’incremento delle forniture del petrolio di Riyadh verso gli alleati americani penalizzati dal blocco dalle importazioni dalla Russia. Si tratta di un chiaro episodio di realpolitik, che, per raggiungere obiettivi immediati, sacrifica la condanna di uno dei paesi più repressivi del mondo, che, tra l’altro, è protagonista della feroce guerra nello Yemen, dove per gli interessi sauditi sono stati sacrificati civili inermi e che ha creato una situazione igienico sanitaria tra le più gravi del mondo. Del resto un caso analogo è rappresentato dal sacrificio della causa curda, che con i suoi combattenti ha praticamente sostituito i soldati americani contro lo Stato islamico, a favore di Erdogan, un dittatore palesemente in difficoltà all’interno del suo paese, che cerca una riabilitazione internazionale con la sua azione diplomatica per la risoluzione della guerra tra Kiev e Mosca. Gli analisti internazionali prevedono che Biden, proprio per giustificare la sua visita e con essa la riabilitazione del paese arabo, sarà impegnato a lodare le riforme promesse da Bin Salman per riformare il rigido impianto statale di tipo islamista. Se queste giravolte politiche sono sempre esistite e sono state anche giustificate dalle necessità contingenti, occorre però arrivare, anche se non in maniera immediata ma progressiva, ad punto fermo dove certe nazioni che presentano determinate condizioni non possano più rientrare tra gli interlocutori affidabili. Il discorso è certamente molto ampio perché investe diversi settori, se non la totalità, degli aspetti politici ed economici che riguardano le democrazie occidentali. Il caso in questione evidenzia la peculiarità di fornire credito internazionale ad un mandante di un assassinio, un crimine compiuto sul terreno di un paese straniero ed inoltre contro la libertà di stampa, una persona che ha violato una serie di regole che non lo possono qualificare come interlocutore all’altezza degli standard richiesti, tuttavia il momento di necessità, dovuto anche ad una possibile, anche se non probabile, potenziale collaborazione con Stati nemici, obbliga il massimo rappresentante occidentale a convalidare la promessa di eventuali miglioramenti di leggi, che con ogni probabilità, saranno solo operazioni di facciata. Dal punto di vista diplomatico può rappresentare un successo, ma da quello politico, rappresenta una sorta di delegittimazione, non del singolo presidente americano, ma di tutto l’occidente. La necessità di eliminare rapporti di questo tipo, o, almeno, averli da un punto di forza, deve essere elaborata in maniera programmata e progressiva con una politica generale capace di investire sia gli aspetti politici che economici, iniziando proprio dall’interno dell’occidente, mantenendo le peculiarità dei singoli Stati ma trovando punti comuni non derogabili regolati da accordi e trattati internazionali regolarmente ratificati dai parlamenti nazionali.

Il ritiro dei russi dal Kazakistan non è troppo sicuro

L’attuale presidente del Kazakistan ha affermato che la situazione del paese è ritornata ad essere normale ed ha nominato un nuovo primo ministro, che non ricade sotto l’influenza del precedente presidente. La stabilizzazione del paese dovrebbe portare al ritiro delle truppe straniere presenti sul territorio kazako, facenti parte dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, a cui aderiscono: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Le proteste erano iniziate il 2 Gennaio per l’aumento dei combustibili ed avevano svelato lo stato di profonda crisi sociale, politica ed economica del paese, sintomo di un malcontento generalizzato che si è manifestato in grandi proteste, stroncate violentemente dalle forze di polizia, a cui era stato concesso di sparare direttamente sulla folla. Le manifestazioni erano state derubricate in episodi di terrorismo su mandato di non bene individuate potenze straniere e sono state funzionali all’azione russa di ribadire che il paese kazako non poteva allontanarsi dall’influenza di Mosca, che, peraltro, temeva una ripetizione del caso ucraino. La repressione dei manifestanti è stata benedetta da Pechino, come mezzo per eliminare le proteste, forse un tentativo di giustificare per analogia, la propria azione ad Hong Kong e contro la popolazione musulmana cinese. Il presidente del Kazakistan ha evidenziato la necessità dell’intervento delle truppe russe e degli altri paesi alleati, per ristabilire l’ordine nel paese contro la pericolosa minaccia terroristica, non bene identificata, che minacciava di conquistare il centro economico principale del paese, Almaty; cosa che avrebbe provocato, come conseguenza, la perdita del controllo dell’intero Kazakistan. Secondo il presidente kazako le truppe straniere alleate dovrebbero abbandonare il paese entro dieci giorni. In realtà sarà interessante verificare se queste tempistiche saranno rispettate: il timore russo di una deriva del paese verso l’occidente non sembra collimare con un ritiro repentino delle truppe di Mosca, soprattutto dopo lo sforzo profuso per la repressione della protesta kazaka; una permanenza di soli dieci giorni non permetterebbe un efficace controllo dell’evoluzione di una situazione di malcontento che rappresenta ben più di una insoddisfazione economica. Definire la protesta come una emanazione studiata di un piano terroristico, senza indicarne espressamente i mandanti, significa definirla come una sorta di tentativo di sovvertimento del paese dall’interno. Che queste pulsioni siano del tutto vere ha poca importanza per la Russia, che deve ribadire il controllo pressoché totale su quella che viene ormai definita la propria area di influenza, ben delimitata e assolutamente non più soggetta a variazioni negative. Del resto lo stesso Putin ha avvallato la teoria terroristica del presidente kazako, come giustificazione all’intervento armato da lui stesso progettato. Sul totale dei 2.300 soldati impiegati, il fatto che la maggioranza fosse russa appare alquanto significativo; tuttavia le reali esigenze del paese sono ben presenti al nuovo governo del Kazakistan, che intende promuovere programmi tesi a favorire l’incremento dei redditi ed a rendere più equo un sistema fiscale dove sono presenti pesanti diseguaglianze; però di pari passo con questi propositi, viene programmato un aumento degli effettivi di polizia ed esercito per tutelare maggiormente la sicurezza del paese. Questi propositi sembrano smentire l’ipotesi terroristica, usata soltanto per la conservazione del regime e l’intervento russo, ma ammettono la presenza delle difficoltà di ordine interno, difficoltà che potrebbero, potenzialmente, rendere possibile l’allontanamento dall’area di influenza russa, soprattutto in presenza di una svolta democratica, tentativo in precedenza più volte represso a livello locale senza interventi esterni. La necessità dell’aiuto russo dimostra quanto il paese abbia le capacità e la volontà di cercare una alternativa alla situazione presente. Queste premesse pongono il paese kazako al centro dell’attenzione non solo dello scontato interesse russo, ma anche dell’occidente e del mondo intero, perché può destabilizzare la regione ed il controllo russo; ciò implica un nuovo fronte di possibile attrito con gli USA, non certo disposti ad accogliere il monito di Mosca in chiave anti ucraina, dove la tensione è destinata, anche per questo precedente, ad arrivare ad una situazione limite.

Gli USA difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese

Nella questione di Taiwan si alza pericolosamente il livello dello scontro, dopo che il presidente USA ha espressamente dichiarato che le forze armate statunitensi si impegneranno direttamente nella difesa dell’isola se la Cina intenderà esercitare una opzione militare per riportare Taiwan sotto il suo governo. Biden ha equiparato l’impegno ufficiale per la difesa dei paesi che compongono l’Alleanza Atlantica, estendendolo anche a Giappone, Corea del Sud ed, appunto, Taiwan. L’intenzione dell’inquilino della Casa Bianca appare chiara: costituire un argine contro le ambizioni cinesi nella regione; la dichiarazione, tuttavia, non ha implicato la sola opzione militare, infatti, Biden ha parlato di contrastare il progetto cinese di riunificazione, prima di tutto attraverso le soluzioni diplomatiche, ma, in caso di fallimento di questa soluzione, non resterebbe alternativa ad un impegno militare diretto. In realtà questo impegno è già iniziato con l’invio di istruttori militari, che hanno il compito di formare le forze armate di Taiwan a fronteggiare una eventuale invasione di Pechino; ma il passo ulteriore di dichiarare ufficialmente la possibilità di un coinvolgimento diretto di militari statunitensi nella difesa di Taiwan, significa un avviso politico netto diretto alla Cina. Peraltro questo sviluppo rappresenta la logica conseguenza di una politica statunitense nei confronti di Taiwan, che ha sempre riguardato forniture militari, malgrado un mancato riconoscimento ufficiale a cui si è rimediato con l’invio di rappresentanze diplomatiche mascherate da rappresentanze commerciali; inoltre già con Obama si è concretizzata la centralità dell’area nella politica estera americana, a discapito di quella europea e medio orientale, questa tendenza è proseguita con Trump, mentre con Biden risulta addirittura accentuata. Il presidio delle vie commerciali marine e la supremazia americana regionale è diventata preminente, soprattutto da quando la Cina ha aumentato la sua capacità militare ed ha dispiegato la sua potenza economica, fattori che hanno determinato l’esigenza americana di operare un contenimento di Pechino con tutti i mezzi disponibili. La dichiarazione di Biden pone anche interrogativi sulle reali ragioni del repentino ritiro dall’Afghanistan: esigenza di adempiere alle promesse del programma elettorale o necessità di disporre delle forze armate statunitensi per essere schierate in altri teatri di guerra? La questione non è secondaria, perché proprio il disimpegno dal paese afghano, ricordiamolo non concordato con gli alleati, permette la grande disponibilità di effettivi militari da schierare a Taiwan. Se questa possibilità è vera, il piano di Biden per Taiwan sarebbe già avviato e pianificato da tempo. La posizione della Cina è sempre la stessa ed è dettata dalla considerazione di non tollerare alcuna ingerenza nella propria politica interna e nell’intenzione di riunificare il paese, promettendo di seguire, come ad Hong Kong, il sistema un paese due sistemi. La mancata disponibilità di Taiwan è non è stata presa bene a Pechino, che ha intensificato la pressione sull’isola con il sorvolo di circa centocinquanta aerei militari: una azione in grado potenzialmente di generare pericolosi incidenti e non solo a livello diplomatico, probabilmente è stata proprio questa iniziativa a causare la reazione pubblica di Biden. La Cina ha avvertito di non accettare compromessi sulla questione di Taiwan ed ha ammonito Washington a non mandare segnali sbagliati in aperto contrasto con l’integrità del territorio cinese e la sovranità del governo di Pechino, sui quali non saranno accettati compromessi e non esistono margini di trattativa. L’avviso del governo cinese agli Stati Uniti, per ora, è quello di non compromettere le relazioni tra i due paesi con un atteggiamento apertamente ostile. Per la soluzione della questione non si annunciano tempi rapidi e non è neppure facile fare una previsione, data l’inamovibilità delle rispettive posizioni; il pericolo di un conflitto è però concreto, con potenziali ripercussioni enormi sugli assetti commerciali che riguarderebbero tutte le economie del pianeta, anche se solo si trattasse di un irrigidimento diplomatico tra le due parti. Dopo la pandemia, per altro non ancora risolta, un possibile blocco delle vie commerciali marine potrebbe generare un nuovo blocco produttivo in grado di fermare gli scambi in maniera globale, se poi ci dovesse essere un conflitto tra le due maggiori potenze mondiali, sarebbe necessario rivedere ogni prospettiva per evitare la crisi economica totale.

La nuova minaccia della Corea del Nord proviene dal mare

Con il solito tono trionfale Pyongyang ha annunciato la riuscita del test missilistico effettuato mediante il lancio da un sottomarino, si tratterebbe di una nuova tipologia di vettore balistico la cui costruzione rientrerebbe nel programma nordcoreano della costruzione di armi sempre più avanzate. Secondo la retorica del regime l’apparato missilistico sarebbe dotato di sofisticate tecnologie per la guida ed il controllo e rappresenterebbe l’evoluzione dell’armamento lanciato circa cinque anni fa, nel primo test relativo ad un armamento balistico mare terra. Questo armamento potrebbe rappresentare una minaccia strategica per la regione ed anche oltre, perché il missile sarebbe in grado di superare agevolmente la distanza della penisola coreana. La capacità di mobilità assicurata da una rampa di lancio non fissa e collocata su di un sottomarino rappresenta un potenziale offensivo in grado, potenzialmente, di colpire diversi obiettivi e la possibilità di armarlo con testate nucleari aumenta la minaccia della pericolosità della Corea del Nord, non nello scenario regionale, ma anche in quello globale. Tuttavia secondo alcuni analisti il fatto che sia stato usato lo stesso sottomarino impiegato nel test di cinque anni prima, potrebbe indicare che i progressi fatti in fase di lancio siano stati molto scarsi e non abbastanza compensati dall’aumento della pericolosità del nuovo vettore missilistico; in effetti per potere esercitare una pressione con un’arma del genere, non pare sufficiente il solo potenziale del missile, ma anche la capacità della base di lancio: la somma di questi due fattori può fornire il reale potenziale della minaccia, inoltre sembrerebbe che il sottomarino usato come rampa di lancio abbia la capacità di lanciare un solo missile balistico alla volta e non abbia la capacità di operare in modo continuativo in immersione, avendo la necessità di emergere con frequenza. Se queste notizie sono veritiere la capacità operativa e, quindi, strategica del mezzo subacqueo sarebbe notevolmente ridotta, soprattutto se confrontata con le possibilità, ad esempio, dei sottomarini nucleari americani, che verranno forniti all’Australia. In ogni caso anche un solo lancio, se gestito bene può colpire obiettivi sensibili o avere la capacità di alterare equilibri che, al momento appaiono molto fragili; tuttavia con un mezzo che ha queste limitazioni non si può sperare di condurre un conflitto, perché una eventuale reazione di apparati militari più organizzati sarebbe in grado di stroncare ogni velleità del paese nordcoreano. La situazione deve essere inquadrata più in termini politici che militari, anche tenendo in considerazione tutti gli elementi dello scenario. Il lancio del missile avviene in un momento difficile perché entrambi i due paesi coreani sono protagonisti di una forte politica di riarmo, che genera una sorta di equilibrio del terrore tra i due stati, dove le provocazioni possono creare incidenti capaci di pericolose reazioni; inoltre il dialogo tra Washington e Pyongyang subisce una fase di stallo da ormai troppo tempo. Come sempre, in questi casi, occorre chiedersi perché la Corea del Nord ha effettuato il lancio proprio ora; le ragioni possono essere multiple, sicuramente lo stato di bisogno della Corea del Nord, sempre in una situazione di grave crisi economica ed umanitaria, potrebbe fare pensare all’ennesimo espediente per cercare di ottenere aiuti attraverso l’unico mezzo conosciuto, che è quello della minaccia e del ricatto, che, peraltro, non hai funzionato troppo, almeno dal lato occidentale, mentre per quello che riguarda la Cina l’atteggiamento di Pechino, ha sempre tenuto un andamento non lineare; se questa considerazione è vera, appare, comunque, una sola parte della risposta, mentre un’altra possibile va, probabilmente, ricercata nel confronto tra Cina ed USA, dove la Corea del Nord potrebbe cercare di ritagliarsi un posto importante vicino a Pechino; occorre ricordare che i recenti sviluppi degli assetti del Pacifico, vedono la Cina in una posizione di isolamento contro l’unione di potenze occidentali. In questo quadro un ruolo da protagonista ingovernabile di Pyongyang, potrebbe essere funzionale a Pechino, che bisogna ricordare è l’unico alleato del paese nordcoreano e che non pare avere avuto reazioni al lancio missilistico. L’attuale scenario del Pacifico potrebbe favorire un ruolo da variabile impazzita per la Corea del Nord e garantire il proseguo della dittatura di Pyongyang, proprio per l’utilità funzionale agli scopi cinesi: un progetto di breve periodo probabilmente ritenuto sufficiente, per adesso, da Kim Jong-un.

Riconoscere Taiwan

Al momento soltanto 22 nazioni riconoscono in forma ufficiale Taiwan, a causa della contrarietà della Cina, che ritiene l’isola di Formosa un territorio facente parte della propria sovranità. L’ovvia importanza economica di Pechino sulla scena globale, impedisce, per ragioni di opportunità, le aspirazioni di Taiwan ad essere riconosciuta ufficialmente in ambito internazionale ed i contatti con gli stati esteri avvengono soltanto in maniera informale, attraverso uffici commerciali e di rappresentanza di tipo imprenditoriale; in realtà spesso questi uffici sono vere e proprie rappresentanze diplomatiche nascoste, proprio per non urtare il colosso cinese. La questione non è secondaria, dopo le minacce cinesi portate con le prove di forza mediante il sorvolo di aerei militari di Pechino sullo spazio di Taiwan e le dichiarazioni del presidente cinese, che, ancora una volta, ha parlato espressamente di necessità di congiungere il territorio di Taiwan con la madrepatria cinese secondo il metodo di uno stato due sistemi, già usato con Hong Kong, ma poi assolutamente non mantenuto. La leadership cinese ritiene di fondamentale importanza, per il suo progetto geopolitico, l’annessione di Taiwan, oltre che in ottica interna, è funzionale al progetto di dominio delle vie di comunicazione marine, ritenute sempre più essenziali per la movimentazione delle merci; tuttavia l’ottica interna è valutata molto importante dal governo di Pechino, perché è considerata una sorta di distrazione di massa dai problemi della repressione dei musulmani uiguri, della situazione di Hong Kong e di come è trattato il dissenso in generale. Il governo cinese intende usare il nazionalismo per spostare l’attenzione dai problemi interni, nei quali rientrano anche la difficile situazione debitoria degli enti locali, sui quali viene riversato l’intero debito nazionale, e gli stati di crisi di molte aziende cinesi, dei quali la bolla immobiliare rappresenta soltanto l’aspetto più evidente. Risulta chiaro che le ambizioni di Pechino in ambito regionale non sono gradite ai paesi occidentali coinvolti nell’area. L’attenzione sempre maggiore degli Stati Uniti si è concretizzata con una maggiore presenza nell’area e nella costruzione di alleanze militare in chiara funzione anticinese. Anche recentemente la notizia che istruttori militari statunitensi siano presenti a Taiwan per addestrare l’esercito locale alla guerra asimmetrica, per fronteggiare una possibile invasione cinese, ha aumentato la tensione tra le due superpotenze. La  domande centrale è se esiste una concreta possibilità di conflitto, dato che una reazione occidentale è da dare per certa in caso di invasione cinese di Taiwan. Secondo alcuni analisti una deriva militare sarebbe fortemente probabile nel caso di iniziativa bellica da parte della Cina; questa eventualità avrebbe ripercussioni enormi su tutta la scala globale dei rapporti tra gli stati ed anche dal punto di vista economico, provocando una contrazione a livello mondiale del prodotto interno lordo complessivo e dei singoli stati. Questo scenario è quindi da evitare in ogni caso, usando mezzi pacifici. Una soluzione potrebbe essere il riconoscimento da parte di più stati possibili di Taiwan come entità statale sovrana ed autonoma, un riconoscimento fatto da un elevato numero di nazioni ed effettuato con una tempistica contemporanea, obbligherebbe Pechino a prendere atto di questo nuovo stato di cose, senza avere possibilità di ritorsioni verso i paesi che volessero riconoscere Taiwan a livello internazionale. La Cina, di fronte ad una tale mobilitazione internazionale, sarebbe obbligata ad adottare un atteggiamento differente nei confronti di Taiwan e certamente più moderato. L’attuazione di questo riconoscimento in una così vasta platea non sembra essere una cosa agevole, ma merita delle considerazioni approfondite perché i suoi effetti sarebbero in grado di disinnescare la minaccia di un conflitto dagli esiti incerti e limiterebbero la dimensione internazionale di Pechino, suscitando, finalmente anche ricadute sullo stato dei diritti umani e civili del paese cinese. Anziché impegnarsi soltanto in un riarmo preventivo, che sarebbe l’unico fondamento di una pace armata, la soluzione diplomatica del riconoscimento di Taiwan potrebbe rappresentare una soluzione pacifica ed intelligente, capace di consentire una riunione del campo occidentale, ora più che mai necessaria, insieme ad un segnale molto forte nei confronti della Cina e come reazione al suo espansionismo.

USA, Gran Bretagna ed Australia firmano un accordo per contenere la Cina

L’accordo firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia per la condivisione di competenze avanzate su temi riguardanti le armi nucleari, la sicurezza informatica, l’uso dei sottomarini a grandi distanze e l’intelligenza artificiale, tutte materie strettamente legate al settore militare, indica la direzione geografica e gli intenti strategici, che Washington intende privilegiare nel prossimo futuro; quello che viene ribadito è la centralità della regione dell’oceano Pacifico, dove l’intento principale è quello di contrastare e contenere l’ambizione di Pechino, che considera la regione come zona di propria influenza.  Non che quella di Biden sia una novità nella politica estera degli Stati Uniti: già Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva iniziato questa politica, spostando l’area di interesse americano dall’Europa all’Asia, Trump, pur con le sue contraddizioni, ha portato avanti questa strategia ed ora Biden la conferma, lasciando centrale la questione de dominio delle rotte navali, ma non solo, del pacifico. Certamente l’aumento di rilevanza e del livello di scontro, sia commerciale, che geopolitico, con la Cina, obbliga gli USA a concentrare lo sforzo maggiore su questa partita, coinvolgendo, però, altri soggetti internazionali, che sono alleati fedeli ed hanno interessi diretti nella regione, l’Australia, o il bisogno di trovare nuove soluzioni anche finanziarie, oltre che politiche, a causa dell’uscita dall’Europa. Non coinvolgere l’Unione Europea, ma soltanto due paesi che hanno un minore peso specifico internazionale, rispetto a Bruxelles, può significare che, attualmente, la Casa Bianca possa preferire un rapporto più sbilanciato a proprio favore; del resto la politica americana, nonostante le premesse di questo presidente, ha mantenuto, di fatto, le distanze con l’Europa quasi come ai tempi di Trump e la ritirata unilaterale dall’Afghanistan ne è stata l’ennesima prova. Inoltre il ritiro dal paese asiatico, ritenuto un obiettivo non strategico per gli USA, permetterà a Washington di riallocare nuove risorse finanziarie proprio per la sfida diretta con la Cina. Pechino sta espandendosi in maniera prepotente anche in Africa e Sud America, ma gli USA concentrano la propria attenzione nelle aree del Pacifico, forse anche per non ripetere gli errori di ampliare troppo le zone di azione, dove la potenza militare cinese è mostrata con maggiore arroganza, in questa ottica anche il coinvolgimento dell’India, naturale avversario cinese, nel presidio del Pacifico riapre scenari inquietanti sulle conseguenze di questi assetti internazionali. La politica USA , sulle alleanze militari coinvolge anche l’industria bellica portando scompiglio all’interno dell’alleanza con l’Europa ed in particolare con la Francia: l’accordo con l’Australia prevede la fornitura di sottomarini nucleari allo stato dell’Oceania, che ha in corso, su questo fronte, una commessa con Parigi; a causa del rallentamento della fornitura, Washington si è inserita nel rapporto commerciale e potrebbe vanificare la fornitura francese. Si comprende come l’Europa venga trattata come un alleato di secondo piano, processo iniziato da Trump irritato per lo scarso contributo economico e la volontà di Bruxelles di preferire la propria industria bellica, proprio a danno di quella americana. Per l’Unione Europea si tratta di segnali inequivocabili e bene fa la Commissione europea a cercare una propria autonomia militare, dotandosi di una prima forza di intervento rapido, primo tassello di un possibile esercito sovranazionale. L’accordo con Londra e Canberra investe, quindi, molto di più che gli aspetti geostrategici del Pacifico, che sembrano valere come tali soltanto per l’Australia, ma riguarda la visione stessa dell’Alleanza Atlantica, ridotta sempre più ad organizzazione marginale proprio per volere di Washington. La percezione è che gli Stati Uniti scelgano un approccio sempre meno condiviso della gestione della politica estera sulla materia del rapporto con la Cina, che rappresenta, al momento, il vertice dello scenario internazionale; tuttavia con coinvolgere l’Europa e la stessa Alleanza Atlantica denuncia una debolezza di fondo, che non fa che confermare la possibilità di nuovi errori tattici da parte di Washington. Se si vuole mantenere la leadership internazionale non si può privilegiare un solo luogo di confronto, ma presidiare, almeno, le zone più importanti, azione che la Cina cerca di fare, sostituendosi, talvolta, proprio agli americani. La partita è globale e come tale deve essere condotta, altrimenti la frammentazione dell’occidente sarà soltanto un vantaggio per Pechino.

Pakistan e talebani: un rapporto con potenziali ricadute

La soddisfazione dei leader pachistani perché i talebani hanno rotto le catene della schiavitù, è l’ennesima conferma di come Islamabad sia un paese poco affidabile nella lotta al terrorismo ed un alleato con ben altri scopi, rispetto agli Stati Uniti. Si tratta di notizie non nuove, ma che assumono un rilievo differente con la caduta di Kabul in mano alle forze islamiste radicali. Il sostegno dei servizi segreti del Pakistan è stato continuo e costante e parallelo alla lotta condotta con Washington contro Al Qaeda, ma è venuto il momento di chiarire, sia all’interno di Islamabad, che degli Stati Uniti i rapporti di collaborazione reciproca ed il futuro delle relazioni tra i due paesi. La Casa Bianca lo deve al proprio paese, ma anche agli alleati occidentali, che hanno sempre seguito l’impegno in Afghanistan, con la minaccia presente dell’atteggiamento pachistano; certamente il pericolo da valutare è quello di lasciare troppo spazio alla Cina nel Pakistan, nel caso di peggioramento delle relazioni: ma questo è un rischio da calcolare, anche per mettere in crisi Pechino, verso la quale l’atteggiamento pachistano, nella questione afghana, non potrà certo cambiare. Occorre, però, compiere anche una analisi all’interno dello stesso Pakistan, che, come primo e più immediato problema si trova a fronteggiare un ingente esodo di profughi in fuga dall’estremismo islamico, dopo avere vissuto notevoli miglioramenti, grazie all’intervento americano; questo aspetto è strettamente collegato alle probabili rimostranze internazionali per il mancato rispetto dei diritti umani, della discriminazione femminile e per la vicinanza a gruppi islamisti radicali e violenti. Queste considerazioni devono, per forza, essere presenti nelle valutazioni che Islamabad deve compiere nei confronti del rapporto costi e benefici, relativo al legame con i talebani, che è considerato strategico in funzione anti indiana: un governo afghano favorevole al Pakistan, in questa ottica, è giudicato estremamente funzionale agli interessi della politica geostrategica del paese; tuttavia ciò ha permesso lo sviluppo di un movimento talebano pachistano, giudicato da diversi analisti un possibile fattore di destabilizzazione nazionale, proprio in funzione dell’accresciuto potere dei talebani afghani. L’impressione è che il Pakistan abbia perso il controllo su di un fenomeno che credeva di sapere controllare e che ora obbliga il governo a fare concrete riflessioni, sia sui rapporti con il nuovo assetto afghano, sia sui problemi interni, sia sulla dialettica con gli Stati Uniti. Sulla provenienza tribale dei talebani afghani è bene rilevare che la componente Pashtun è maggioritaria, ma è anche ben presente sul territorio pachistano. La questione allarma, e non poco, gli altri principali alleati di Islamabad, oltre, naturalmente i già citati Stati Uniti; Arabia Saudita e Cina temono concretamente l’esportazione del terrorismo, peraltro già diffuso oltre l’ambito regionale con la cacciata dei talebani dal governo afghano avvenuta nel 2001. Il timore concreto è che l’entusiasmo per la presa del potere dei talebani in Afghanistan, possa funzionare da stimolo nei gruppi islamisti radicali operanti in altri paesi; da qui le probabili pressioni di Pechino e Riyad su Islamabad affinché impedisca l’appoggio del nuovo potere afghano a gruppi armati con obiettivi potenziali fuori dai confini di Kabul. Appare evidente come queste pressioni possano concretizzarsi in provvedimenti di natura economica, capaci di mettere in grande difficoltà un paese con gravi deficit sui propri dati economici. Per tutte queste ragioni l’entusiasmo per la conquista di Kabul e del paese afghano da parte dei talebani è stato ufficialmente contenuto, tanto da effettuare un riconoscimento ufficiale dei talebani, sui quali rimane la definizione di gruppo terrorista da parte delle Nazioni Unite. Il governo di Islamabad, circa il riconoscimento dei talebani, sembra orientato ad una consultazione che dovrà comprendere, non solo i poteri regionali del paese, ma anche le autorità internazionali. Aldilà di queste considerazioni, che paiono viziate da ipocrisia, il ruolo del Pakistan resta centrale sull’influenza del nuovo governo di Kabul, quando si sarà riuscito a formarlo, ma soprattutto nei rapporti con i talebani e, di conseguenza, sui rapporti che Islamabad potrà avere con l’intera comunità internazionale.

Unione Europea in difficoltà con i nuovi flussi migratori dall’Afghanistan

Unione Europea in allarme per le possibili conseguenze, soprattutto a livello interno, delle migrazioni provenienti dall’Afghanistan, che si preannunciano numericamente molto consistenti. Potenzialmente si prevede una situazione molto complicata da gestire: nell’immediato a preoccupare è la gestione dei flussi migratori, ma molto più preoccupante è giudicata l’evoluzione dei rapporti tra gli stati europei, molti dei quali hanno già affermato di non avere intenzione di ospitare profughi ed anzi di operare respingimenti e rimpatri. Sul breve termine l’intenzione di Bruxelles è quella di rafforzare il sostegno economico alle nazioni che saranno immediatamente coinvolte nei movimenti migratori, con l’intenzione di favorire la permanenza in quei paesi immediatamente coinvolti, ma si tratta, evidentemente, di una soluzione che non ha una visione di lungo periodo; lo scopo è quello di prendere tempo per elaborare tattiche e strategie capaci di conciliare le esigenze di tutti i membri europei, trascurando, però, i principi di solidarietà tra gli stati, alla base della permanenza stessa all’interno dell’Unione. Il paese con il maggiore numero di afghani sul proprio territorio è la Germania, che si è detta indisponibile ad incrementare i migranti provenienti da questo paese. Al momento i ministri degli esteri dei paesi europei, con l’esclusione di Bulgheria ed Ungheria, hanno firmato una dichiarazione, insieme agli USA, che dovrebbe permettere a tutti i cittadini afghani che hanno intenzione di abbandonare il loro paese di poterlo fare, attraverso i confini dei paesi confinanti, ma si tratta di una dichiarazione di principio, che non prevede una soluzione materiale per il ricovero e l’assistenza dei migranti in fuga dai talebani. Una posizione ipocrita, anche se le responsabilità americane sono evidenti: il comportamento di Washington, oltre ad abbandonare i civili afghani alla dittatura religiosa dei talebani, espone prima i paesi confinanti e l’Europa dopo, ad un impatto migratorio notevole, che è la tragica replica di quanto avvenuto con la Siria, quando l’ignavia dell’amministrazione Obama ha permesso una guerra tragica, che si è allargata a gran parte del Medioriente. L’Europa rischia una nuova sospensione del trattato di Schengen e su questo elemento Biden dovrebbe riflettere molto, dopo quello che sembrava un atteggiamento favorevole con i vecchi alleati. Queste considerazioni devono tenere conto della questione all’interno dell’Europa, rappresentata dalle prossime elezioni tedesche, che decideranno il successore della cancelliera Merkel: a Berlino il dibattito sulle scelte dell’Alleanza Atlantica si è rivelato molto critico con Washington e ciò potrebbe diventare un problema per Biden, che potrebbe acuirsi con la questione migratoria. Come al solito Bruxelles segue Berlino e, seppure in maniera meno dura, condanna l’azione americana, confortata dai dati che la ritirata USA produrrà: si stima che i 12 milioni della popolazione afghana che aveva già difficoltà a reperire generi alimentari con il vecchio regime, aumenterà fino a 18 milioni di abitanti, con i talebani al governo. L’emergenza migratoria, così, non sarà solo politica ma anche alimentare e la relativa breve distanza, 4.500 chilometri, che separa il paese afghano dall’Europa si trasformerà in una nuova rotta dei profughi.  In questo scenario il ruolo di paesi come Iran e Pakistan, diventa cruciale per offrire sostegno ai migranti ed evitare pericolosi sviluppi dei rapporti interni all’Europa. Al momento l’Iran ospita almeno 3,5 milioni di profughi e per questo motivo Bruxelles finanzia Teheran con circa 15 milioni di euro, se il ruolo iraniano diventerà ancora più importante per ridurre la pressione migratoria, oltre ad un aumento, necessario, dei finanziamenti, non è escluso che Teheran non possa pretendere anche una revisione delle sanzioni, provocando una collisione tra Europa ed USA: un argomento che la Casa Bianca non dovrebbe sottovalutare. Importante è anche il ruolo pakistano, che ospita altri 3 milioni di rifugiati ed ha già ricevuto 20 milioni di euro nel 2020 e 7, fino ad ora, nel 2021. La concomitanza dei finanziamenti inadeguati delle Nazioni Unite, impone per l’Europa ad innalzare i finanziamenti verso i paesi che gli permettono di alleviarne la pressione migratoria. Certo una tattica unicamente impostata in questo modo espone Bruxelles a potenziali ricatti e la debolezza internazionale dell’Unione non aiuta a superare questo pericolo: una ragione in più per impostare in modo differente la politica europea, in maniera di diventare soggetto politico di prima grandezza, oltre il ruolo prettamente economico attuale.