Arabia Saudita ed Israele sempre più vicine

La strategia della diplomazia saudita può segnare un punto a favore o una potenziale sconfitta il vertice, non riconosciuto ufficialmente, con il presidente israeliano ed il Segretario di stato statunitense, ormai alla fine del suo mandato? Che i contatti, ormai divenuti una alleanza ufficiosa, tra Israele ed Arabia Saudita siano cosa nota è risaputo, soprattutto in funzione anti iraniana, tuttavia il viaggio di un capo di stato israeliano accolto nella capitale saudita rappresenta una novità; anche se il segnale di smentire la veridicità dell’evento rappresenta la presenza  di un timore ancora esistente tra i politici arabi a rendere ufficiale  quello che potrebbe essere inteso come un passo ulteriore nei rapporti tra i due stati. Se l’Arabia ha mantenuto una riservatezza abbastanza esplicita, in Israele l’episodio non è stato accolto in maniera favorevole all’interno dello stesso governo in carica, per ragioni analoghe. Netanyahu, ufficialmente non ha comunicato agli altri membri del suo esecutivo, un governo non certo saldo a causa della sua composizione di compromesso, il viaggio in Arabia, peraltro subito individuato, grazie all’analisi di siti specializzati nell’analisi degli spostamenti aerei. Se per l’Arabia Saudita i timori possono coincidere con il mancato rispetto degli accordi della Lega Araba, che subordinano il riconoscimento di Israele alla nascita di uno stato palestinese entro i confini del 1967, per Tel Aviv si può intravvedere una manovra preventiva del presidente Netanyahu per anticipare accordi che la nuova amministrazione americana potrebbe non avvallare. Non è un mistero che sia Israele, che l’Arabia Saudita, avrebbero preferito una riconferma di Trump, sicuramente allineato agli interessi dei due stati e di una visione politica dove gli USA contrastavano l’azione iraniana nella regione. Una convergenza di interessi che potrebbe non coincidere con le intenzioni del nuovo presidente americano, se l’atteggiamento verso Teheran dovesse cambiare e l’accordo sul nucleare iraniano dovesse essere riconfermato, secondo quanto firmato da Obama. Anche la presenza dell’attuale Segretario di stato, non molto comprensibile se inquadrata nella scadenza del suo mandato, sembra volere conferire un valore preventivo di rottura con la politica futura degli Stati Uniti. Se i futuri rapporti diplomatici tra USA, Israele ed Arabia Saudita saranno più problematici, Trump ricorda alle due nazioni la sua personale vicinanza, anche in vista di un possibile ritorno per la competizione alla Casa Bianca tra quattro anni. In ogni caso avvalorare questo incontro, anche con tutte le smentite del caso, ha il significato di volere complicare l’azione politica futura della nuova amministrazione americana, presentando come dato acquisito un rapporto sempre più stretto tra Tel Aviv e Riyad sul quale il nuovo presidente dovrà lavorare, se vorrà dare un indirizzo diverso agli assetti regionali, per potere smorzare gli attuali potenziali pericoli di un confronto con l’Iran. Rendere ancora più pubblico il legame tra Israele ed Arabia Saudita è funzionale a Tel Aviv ad avere un rapporto quasi certificato con il massimo esponente sunnita, per presentarsi come alleato di questa parte di islam, con il duplice intento di avere il più alto numero di interlocutori possibile per tutelare i suoi interessi in patria all’interno delle gestione della questione palestinese e, nel contempo, essere un partner affidabile per gli interessi sunniti a livello regionale contro le manovre degli sciiti, quindi non solo contro l’Iran, ma anche contro Hezbollah in Libano, la Siria ed il troppo potere guadagnato contro i sunniti in Iraq. Per Riyad aumentare la vicinanza con Israele serve, oltre all’interesse comune contro Teheran, avere un sostegno contro l’avanzata della politica espansionista turca nei paesi islamici, in un confronto che si gioca tutto all’interno dell’area sunnita. Per l’Arabia Saudita esiste anche un problema, sempre più pressante, di accreditarsi presso l’opinione pubblica mondiale, dopo tutti gli investimenti e gli sforzi andati falliti a causa di una situazione interna ancora troppo grave per il continuo ricorso alla violenza, alla tortura ed alla repressione, che non permettono una considerazione adeguata di fronte agli altri paesi, se si esclude la potenza economica data dal petrolio. Riyad non può contare sull’esercizio di un proprio soft power, come ad esempio la Cina, e ciò la relega in una posizione di inferiorità e di scarsa considerazione, soprattutto in relazione ai paesi occidentali. Perdere un alleato come Trump aggraverà questa situazione diventando sempre più essenziale allacciare rapporti con più soggetti possibili, anche se scomodi come Israele.  

La mediazione russa determina un cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh favorevole all’Azerbaigian

Alla fine la Russia è stata costretta ad un impegno in prima persona nel conflitto del Nagorno Karabakh, ma non è stato il tipo di impegno che si auguravano gli armeni. A Yerevan, infatti, fin dall’inizio del conflitto la speranza era che Mosca schierasse i suoi soldati al fianco di quelli armeni, per bilanciare l’appoggio dato dai turchi agli azeri. Così non è andata; troppi interessi contrastanti per il Cremlino per preferire una sola parte. Se fino ad oggi la Russia è stata la principale alleata degli armeni, è anche il primo fornitore di armi dell’Azerbaigian, mentre il confronto con la Turchia è giudicato potenzialmente pericoloso già ora, senza bisogno di ulteriori peggioramenti. L’unica soluzione praticabile dalla Russia è stata, quindi, un impegno diplomatico diretto a fermare i combattimenti, per evitare il proprio coinvolgimento diretto, tra l’altro sgradito ad una parte considerevole della popolazione, che non vede in maniera positiva il rischio diretto dei soldati russi, peraltro ancora impegnati in Siria. Putin ha dovuto fare di necessità virtù e conciliare i troppi aspetti negativi di un impegno militare, che poteva peggiorare il suo gradimento nella popolazione ed un esborso finanziario, che è stato giudicato come un investimento senza grandi ritorni anche in termini di prestigio internazionale. Anche l’attuale fase economica, condizionata dalla pandemia, ha determinato il rischio di perdere un cliente dell’industria delle armi, come l’Azerbaigian, come un prezzo troppo alto da pagare. Infine per i rapporti con Ankara, già molto compromessi, si è preferito non creare ulteriori peggioramenti. Mosca ha però esercitato un ruolo di mediazione, che ha permesso il raggiungimento del cessate il fuoco ed un inizio di colloqui tra due parti molto distanti. L’avanzata azera è così stata fermata con la conquista della seconda più importante del Nagorno Karabakh, distante soltanto undici chilometri dalla capitale. A seguito di questo accordo i militari armeni dovranno ritirarsi per essere sostituiti da 2.000 effettivi russi impiegati come caschi blu, per garantire il cessate il fuoco e per presidiare il corridoio che verrà creato per collegare il Nagorno Karabakh con il paese armeno. Il risultato concreto degli accordi sarà che entrambi le parte manterranno le posizioni attuali ed il Nagorno Karabakh sarà diviso in due aree che costituiranno l’Armenia del nord e l’Azerbaigian del sud, più una striscia di territorio conquistata dalle forze azere. Il capo del Cremlino afferma che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati garantirà il ritorno degli sfollati alle loro abitazioni, sia gli azeri che hanno abbandonato l’area nel 1994, dopo la guerra di quel periodo, sia gli armeni sfuggiti agli ultimi combattimenti; negli accordi rientrano anche lo scambio dei prigionieri ed il recupero delle salme dei caduti delle rispettive forze contrapposte. Se a Baku questi accordi sono vissuti con l’euforia di una vittoria militare, che ha permesso la riconquista di un territorio che è sempre stato considerato sottratto abusivamente, a Yerevan la sconfitta è stata vissuta come una capitolazione militare che ha il significato di una umiliazione nazionale; ciò ha provocato dimostrazioni da parte della popolazione, la cui gran parte si è proclamata a favore della ripresa dei combattimenti; per gli armeni si tratta di una sorta di mutilazione del territorio nazionale, vissuta con ancora più risentimento per il ruolo decisivo degli eterni nemici turchi al fianco degli azeri. Rimane il fatto che il governo armeno non ha avuto alternative ed ha effettuato l’unica scelta possibile per evitare perdite maggiori, d’altra parte l’appoggio turco all’Azerbaigian è stato determinante per le sorti del conflitto e la forza armena non poteva competere con gli armamenti forniti da Ankara. Quello che preoccupa, principalmente gli armeni, ma anche l’opinione pubblica internazionale, sarà proprio il ruolo che la Turchia vorrà interpretare a seguito di questo accordo: le minacce di Erdogan, durante le prime fasi del conflitto, di annientare gli armeni sono ben presenti nella memoria del popolo armeno e dell’opinione pubblica internazionale. La Russia è presente sul territorio con i suo contingente di caschi blu, ma sarebbe consigliabile una presenza ulteriore, meglio se dell’Unione Europea per eliminare ogni velleità del presidente turco, che alle prese con il probabile fallimento economico del paese, potrebbe, ancora una volta, cercare di distrarre l’attenzione con operazioni simbolo contro il popolo armeno. Una eventualità da evitare assolutamente, sia per la specificità del caso, sia per la deriva geopolitica che potrebbe seguirne, capace di coinvolgere il confronto religioso e sia per evitare l’ennesimo potenziale conflitto in grado di riflettersi ben oltre gli equilibri regionali.  

La situazione del NAgorno Karabakh resta incerta

Le ostilità, ma sarebbe più appropriato definirle guerra, nel Nagorno Karabakh sono iniziate da un mese e la triste contabilità delle vittime è tutt’altro che precisa, il numero reale e preciso dei morti non è conosciuto dai due contendenti, esiste la stima di Putin, che ha parlato di circa 5.000 vittime; gli armeni hanno aggiunto circa 1.000 caduti tra i propri combattenti e 40 civili, mentre l’Azerbaigian non ammette deceduti tra le proprie forze armate ma 60 civili morti a causa dei missili armeni. Politicamente sia l’Armenia, che l’Azerbaigian rimangono sulle rispettive posizioni, fattore che denuncia come il conflitto possa diventare una logorante guerra di posizione. Fino ad ora il confronto in Nagorno Karabakh era definito come un conflitto a bassa intensità, caratterizzato da una continua ostilità tra le parti, senza sviluppi diplomatici ma con scontri sporadici; nell’opinione pubblica internazionale non era visto come un focolaio potenzialmente più pericoloso, non si prevedeva, cioè, il passaggio a scontri continuativi e su più larga scala. Questa opinione era dovuta alla stasi internazionale sul confronto e non era previsto l’ingresso di alcun attore esterno in grado di fare salire il livello dello scontro. La situazione è mutata con la volontà turca di ristabilire la situazione antecedente al crollo dell’impero sovietico in favore degli azeri. Il sospetto che nel piano di Erdogan ci sia una sorta di parallelismo della situazione curda con quella degli armeni, che storicamente restano nemici di Ankara; ma se per i curdi sulla frontiera siriana si tratta, nell’ottica turca, di una minaccia perché in grado di risvegliare il senso di appartenenza dei cittadini turchi di etnia curdi, per l’Armenia sembra trattarsi più di un simbolo per ingraziarsi una opinione pubblica interna particolarmente sensibile alla politica ottomana del presidente turco, una causa che serve anche a distrarre i turchi dai gravi problemi economici del loro paese. L’Azerbaigian non vuole desistere dal proposito di riconquistare il territorio che reputa di propria appartenenza, ma l’Armenia non è disposta ad arretrare perché vede in una sua sconfitta il ritorno del pericolo del genocidio turco. La sensazione degli analisti è che, malgrado gli sforzi di Ankara, che hanno portato un vantaggio incontestabile agli azeri, questo sia un conflitto che nessuno possa vincere. Ciò, se possibile, aggrava la situazione delle zone di guerra, perché le potenze internazionali non pare abbiano intenzione di impegnarsi in una azione diplomatica che non presenta grandi possibilità di soluzione. Uno sviluppo che non giova neppure alle ambizioni turche, Ankara è impegnata già sia sul fronte libico e quello siriano e per un impegno prolungato anche nel Nagorno Karabakh non sembra essere sufficientemente attrezzata; se questa valutazione riguarda l’aspetto sia economico che militare, sul piano politico la conseguenza per la Turchia è un maggiore isolamento con l’aumento dei propri avversari. Nonostante questa situazione ci sono stati sforzi per il cessate il fuoco, il problema è che questa misura viene costantemente violata con accuse reciproche sulle responsabilità della ripresa dell’uso delle armi. Ci sarebbe il Gruppo di Minsk, struttura della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che dovrebbe, come compito istituzionale, trovare una via pacifica alla soluzione del Nagorno Karabakh, fin dalla sua fondazione del 1992. La guida del gruppo è composta da una presidenza a tre, espressa da Francia, USA e Russia; questa istituzione svolge un ruolo da mediatore tra le due parti e non possiede i poteri per interrompere il conflitto, inoltre per gli Azeri la Francia dovrebbe essere sostituita dalla Turchia, mentre per gli armeni dovrebbe essere compreso tra i membri dei negoziati anche un rappresentante del Nagorno Karabakh, che, però, non è riconosciuto a livello internazionale. Per queste ragioni il gruppo di Minsk pare una istituzione superata, se non altro per non avere evitato il conflitto, meglio sarebbe una pressione a livello singolo da parte degli USA, ed anche dell’Unione Europea, sulla Turchia per fermare la situazione attuale con l’intervento dei caschi blu ad assicurare la tregua. Dopo dare il via a negoziati in grado di definire una volta per tutte il problema; certo con la pandemia in corso e le imminenti elezioni americane questo auspicio pare difficile, tuttavia uscire dall’attuale situazione è necessario per evitare potenziali ricadute negative sull’intera regione.       

Dietro al confronto tra Francia e Turchia

La questione delle vignette su Maometto rischia di innescare una sorta di guerra di religione e di civiltà, che nasconde, però un confronto geopolitico che va aldilà del rapporto bipolare tre Francia e Turchia, ma che coinvolge ragioni geopolitiche, il confronto tra paesi della stessa area sunnita e, non ultimi problemi interni del paese turco. Nonostante queste analisi, che sono necessarie, è comunque doveroso fare notare che da alcun paese musulmano è stata espressa solidarietà verso il professore francese ucciso mediante decapitazione da un estremista ceceno. Questa considerazione non può non indurre a riflessioni circa la volontà di indirizzare verso un possibile scontro culturale che ha lo scopo di sollecitare l’appoggio delle classi popolari dei paesi islamici per carpirne l’appoggio; una strategia che vale soprattutto per la Turchia in difficoltà per la sua situazione economica interna, ma anche utile per altri paesi come il Pakistan o l’Iraq dove i governi in carica registrano varie difficoltà. La strategia è utile anche per cercare di destabilizzare il paese francese alimentando l’opposizione di estrema destra, ma ciò potrebbe avere pesanti ripercussioni anche per i fedeli islamici sul suolo francese. Parigi deve essere molto attente a non cadere in questa trappola che fornirebbe ulteriori argomenti al fronte islamico. Contro la Francia è in corso una inedita alleanza tra la Turchia sunnita e l’Iran sciita, che sembrano volere sfruttare l’occasione di mettere l’Arabia Saudita in difficoltà. Tra Teheran e Riyad le ragioni delle tensioni sono conosciute e si riferiscono alla ricerca della supremazia tra sciiti e sunniti, mentre il confronto tra Turchia ed Arabia verte sul confronto all’interno della parte sunnita. Anche qui la religione è un elemento ben presente, ma soltanto perché è un mezzo di dominio politico, che la politica ottomana di Ankara vuole sfruttare per insidiare l’influenza che gli arabi detengono quali custodi della Mecca. Se la Turchia è la principale interprete del boicottaggio dei prodotti francesi, i prodotti turchi sono boicottati proprio da Riyad, seppure in maniera non ufficiale, per l’alleanza tra Ankara ed il Qatar. Il provvedimento di boicottaggio dei prodotti turchi operato dall’Arabia si è diffuso in altri paesi vicini a Riyad provocando ulteriori difficoltà all’economia di Ankara già in fase calante. Al contrario l’Arabia Saudita non pratica il boicottaggio dei prodotti francesi proprio per la volontà di non apparire allineata alla Turchia e rimarcandone così la distanza. Erdogan si arroga il diritto di difendere i musulmani europei, ampliando la volontà di tutelare i turchi in Germania, ma se in questo secondo caso si tratta di una sorta di protezione diretta ai connazionali, con l’intento di diventare il paladino dei musulmani europei il progetto è più ambizioso e potrebbe anche essere inteso come una occasione per condizionare l’Unione, uno strumento da affiancare alla gestione dei profughi che percorrono la rotta balcanica. Ma ancora una volta questo ha provocato un risentimento verso Ankara che si è materializzato con messaggi di vicinanza a Macron da parte di Germania ed Italia. Nello specifico il confronto tra Ankara e Parigi si svolge per contenere l’avanzata nelle rispettive aree di influenza: la Turchia, infatti, ha operato per rafforzare la cooperazione politica, economica e militare con Algeria, Mali, Niger e Tunisia, paesi che la Francia ha sempre considerato come propria area di azione esclusiva in politica estera. Parigi ha reagito all’ingerenza turca schierandosi con Cipro e Grecia, oggetto delle manovre turche nel Mediterraneo orientale, inviando navi militari nella zona ed aumentando la fornitura di armi verso Atene. Contribuisce al confronto tra le due parti il rispettivo schieramento in Libia al fianco delle fazioni che si confrontano nella guerra civile del paese nordafricano.  Il protagonismo di Erdogan resta, comunque, un pericolo, che, meriterebbe maggiore attenzione ed impegno al fianco della Francia da parte dell’Unione Europea, sia con soluzioni diplomatiche, che con appoggio militare, anche per tutelare la Grecia e Cipro, membri di Bruxelles. La strada delle sanzioni potrebbe essere la prima da attuare per contenere l’azione turca, nonostante il possibile ricatto dei migranti verso Bruxelles. Anche dalle elezioni degli Stati Uniti dovranno arrivare risposte circa l’atteggiamento turco all’interno dell’Alleanza Atlantica e l reali  intenzioni della amministrazione che si insedierà alla Casa Bianca, se con Trump non dovrebbero esserci variazioni, con Biden è possibile una maggiore concentrazione sugli alleati europei ed una minore tolleranza verso spinte esterne, come l’acquisto di armi dalla Russia, che hanno contraddistinto l’atteggiamento turco da quando Erdogan è il presidente. In ogni caso il confronto tra Ankara e Parigi ha molto potenziale negativo che tutti gli attori dovrebbero contenere per evitare che la situazione possa degenerare.  

Nello Yemen uno scambio di prigionieri potrebbe aprire la strada a nuovi negoziati

Con lo scambio dei prigionieri tra i ribelli sciiti ed il governo dello Yemen, che riguarda circa 1000 combattenti per parte, le Nazioni Unite cercano di favorire la reciproca fiducia tra le due parti per promuovere dei negoziati che hanno come obiettivo di terminare una guerra sanguinosa, che va avanti da ben sei anni.  Lo scambio sta procedendo, come confermato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, ma le operazioni non sono brevi, tuttavia permetteranno il ricongiungimento dei combattenti alle loro famiglie; questo aspetto è visto come essenziale per riportare il clima necessario per procedere, poi sulla strada della diplomazia al posto di quella delle armi.  Tra i militari che saranno interessati dalla liberazione ci sono soldati sauditi ed anche sudanesi, in quanto il paese africano appoggia la coalizione, con a capo l’Arabia Saudita, che fin dal 2015, sostiene il governo che i ribelli Huti, di religione sciita, hanno estromesso dalla conduzione del paese. L’attuale situazione contingente, con la pandemia che ha colpito a livello globale, ha portato come conseguenza diretta sul conflitto yemenita le ricadute della diminuzione degli aiuti umanitari in uno scenario già compromesso, oltre che dalla guerra, da una situazione sanitaria molto grave, cui si devono sommare le condizioni di carestia alimentare che sta patendo la popolazione. Queste condizioni generali, insieme al sostanziale stallo dei combattimenti, che non ha favorito nessuno dei due contendenti, ha favorito lo scambio dei prigionieri già concordato a Stoccolma. I numeri specifici di questo scambio riguardano il rilascio di 681 combattenti dei ribelli sciiti, contro 400 militari delle forze che appoggiano il governo, più i diciannove combattenti stranieri, di cui quindici sauditi e quattro sudanesi. L’attività della Croce rossa ha permesso materialmente lo scambio grazie a visite mediche, forniture sanitarie e di vestiario oltre a somme di denaro necessarie per il ritorno alle rispettive abitazioni. Nel frattempo gli Huti hanno rilasciato tre persone statunitensi che erano ostaggio delle milizie sciite. Il conflitto yemenita non gode dell’esposizione mediatica della guerra siriana o di quella condotta contro lo Stato islamico, tuttavia proprio secondo le Nazioni Unite risulta essere la peggiore crisi umanitaria del mondo. La povertà del paese, che attraversava una situazione complicata già in tempo di pace, ha favorito la rapida discesa della qualità della vita creata dal conflitto ed aggravata dalla situazione sanitaria ed alimentare conseguente, in questo scenario la particolare violenza esercitata dalla coalizione contro i ribelli, ha colpito spesso i civili provocando morti e feriti anche attraverso il bombardamento indiscriminato di scuole ed ospedali. Particolarmente violenta è stata l’azione delle forze armate saudite, che hanno dimostrato la loro totale mancanza di rispetto verso la popolazione; malgrado questo accanimento la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non è riuscita ad avere ragione dei ribelli. L’azione delle Nazioni Unite si è concentrata su due strade: la prima quella diplomatica per fare cessare le ostilità, mentre nel contempo veniva praticata anche una seconda soluzione di ordine pratico, mediante la creazione di corridoi umanitari, che ha portato, anche se in modo parziale, sollievo alle sofferenze della popolazione. Anche attraverso la mediazione tra le due parti, le Nazioni Unite hanno fermato offensive militari, risultando decisive per la tutela dei civili. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2216 del 2015 hanno chiesto ai ribelli Huti il disarmo ed il ritiro dalle regioni conquistate, ma senza offrire nulla in cambio del territorio preso; per la visione dei ribelli è necessario mantenere il controllo su porzioni consistenti di territorio, anche per evitare l’accerchiamento e prevenire nuovi attacchi militari. Anche se la situazione resta grave episodi come quello dello scambio di prigionieri rappresentano importanti novità per l’apertura di negoziati in grado di portare ad una pace, che resterebbe, comunque, precaria per la presenza della radicalizzazione del conflitto su basi etniche, religiose e geopolitiche, tuttavia lo stato di prostrazione del paese da elemento negativo può diventare la causa determinante della necessità dello stop delle armi per permettere al paese, qualunque sarà la sua forma di stato e qualunque sarà la sua eventuale divisione, di tentare di risollevarsi tramite la via pacifica. Sarebbe necessario però, un maggiore coinvolgimento delle grandi potenze al fianco della Nazioni Unite per favorire questa soluzione.

Dal Nagorno Karabakh possibilità di allargamento del conflitto da locale in regionale

Nella guerra del Nagorno Karabakh l’Armenia sembra essere in posizione sfavorevole rispetto all’Azerbaigian, che può godere dell’alleanza di una Turchia determinata a recitare il suo ruolo di nuovo protagonista ottomano. Il Nagorno Karabakh ha una popolazione di circa 150.000 abitanti, la cui maggioranza è di etnia armena e proprio per questo motivo è alla ricerca dell’autodeterminazione.  Per la Turchia non si tratta di essere scesa in guerra soltanto per appoggiare il paese turcofono dell’Azerbaigian, quanto di ribadire, soprattutto per l’opinione pubblica interna, la volontà di giocare un ruolo che oltrepassa quello della potenza regionale, ma anche di testare la reazione della Russia ad una invasione del suo spazio vitale o della zona di influenza che Mosca ritiene di sua esclusiva competenza. Occorre ricordare che la Russia è legata all’Armenia da una alleanza molto stretta, che potrebbe obbligarla ad intervenire in prima persona nel conflitto. La strategia di Erdogan appare quella di provocare le intenzioni di Mosca nell’ambito delle questioni regionali, soprattutto in ragione del fatto che la Russia vende armi all’Armenia, ma, contemporaneamente, le vende anche all’Azerbaigian, elemento che pare stia effettivamente considerando il comportamento russo. Il Cremlino, infatti, ha scelto molto responsabilmente, la via diplomatica ottenendo una tregua, che, però, non sembra del tutto rispettata. Le accuse di violazione sono reciproche, anche perché avvengono in una situazione fortemente condizionata da reciproca avversione che si è concretizzato in trenta anni di scontri. L’entrata in campo della Turchia sembra essere una provocazione apparentemente incomprensibile verso Mosca, perché il teatro dei combattimenti è contiguo ad una zona attraversata dal gasdotto turco costruito per il trasporto del gas russo verso il ricco mercato europeo. Oltre i motivi geopolitici, esiste una volontà di Ankara di incidere sui rapporti economici con Mosca per condizionare il ricco mercato del gas? La domanda è legittima per una economia in fase di recessione, come quella turca, che deve risollevare il gradimento del governo nel suo mercato politico interno, ma anche sostenere le spese per la sua politica estera espansionista. A sua volta, la Russia ha problemi di ordine interno non meno gravi, con il calo dei consensi di Putin, che ha registrato per la prima volta cali preoccupanti, oltre che i difficili rapporti con una opposizione sempre più crescente. In politica estera la questione bielorussa preoccupa non poco il Cremlino, già provato dall’impegno in Siria che non ha suscitato entusiasmi tra la popolazione e la questione dei territori russi in Ucraina, che minaccia contraccolpi diplomatici sempre più rilevanti. Considerando questi elementi la scelta della Turchia di appoggiare, se non di iniziare, il conflitto nel Nagorno Karabakh, può essere identificato come un elemento strategico all’interno di una dialettica non sempre univoca, ma che sembra volere verificare le reali intenzioni russe nella regione. Occorre non dimenticare che i rapporti trai due paesi attraversano sempre più spesso delle fasi di avvicinamento ed allontanamento repentine, secondo le reciproche convenienze, che spesso appaiono in contrasto. Risulta verificato che la Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica, ha acquistato, contro il volere della stessa Alleanza Atlantica, apparati di difesa russa in aperto contrasto con la politica e le direttive di Bruxelles; ma poi si è schierata contro il regime siriano sostenuto dai russi, perché sciita, ma non solo, appoggiando gli integralisti islamici sunniti, usati anche contro i curdi, principali alleati degli americani contro lo Stato islamico. Le ripetute violazioni agli interessi dell’Alleanza Atlantica non hanno comunque prodotto alcuna reazione contro Ankara, che si è sentita legittimata a procedere sulla strada dell’arroganza e della violazione del diritto internazionale, praticamente senza sanzioni da parte della comunità internazionale. Attualmente il teatro di scontro del Nagorno Karabakh evidenzia ancora una volta come sia necessario fermare la Turchia, incominciando da sanzioni economiche molto pesanti per limitarne il raggio d’azione, anche perché le conseguenze, già pur gravi dell’attuale conflitto, possono diventare ancora peggiori, se la guerra potrà diventare uno scontro regionale alle porte dell’Europa, ma anche sul confine iraniano, con un impegno diretto che la Russia non potrà rinviare ancora per molto se la situazione non sarà stabilizzata, anche attraverso l’abbandono della presenza di Ankara.  

La Turchia impiega mercenari musulmani in Nagorno Karabakh

La Turchia, in appoggio all’Azerbaigian, cerca di connotare il conflitto in atto anche come guerra di religione; infatti potrebbe essere interpretata in questo senso la presenza di mercenari islamici provenienti dal nord del paese settentrionale. Questo elemento religioso potrebbe avere una doppia valenza: da una parte di ordine pratico e militare per impiegare mercenari già addestrati alla guerriglia e determinati contro il nemico cristiano, dall’all’altra parte darebbero un significato alla presenza turca di una sorta di rappresentanza islamica nel conflitto, funzionale alle intenzioni di Ankara di accreditarsi come rappresentante e difensore della religione islamica. Il contingente siriano sarebbe composto da circa 4000 uomini, che starebbero già combattendo al fianco degli effettivi azerbaigiani. Questa presenza potrebbe essere letta anche in contrapposizione alla volontà egiziana di schierarsi con l’Armenia ed aprire una competizione dal significato religioso come fattore geopolitico; tuttavia l’appoggio turco prevede anche l’impiego di effettivi dell’esercito di Ankara e l’utilizzo di droni ed aerei militari.  L’intenzione di Erdogan è quella di ottenere la vittoria dell’Azerbaigian e di conseguenza occupare la regione e favorire il ritorno del circa milione di azeri che sono stati costretti ad abbandonare il territorio a maggioranza armena. Con questa vittoria il presidente turco cerca di ottenere un argomento spendibile a suo favore, sia sul piano nazionale, che in quello internazionale, per risollevare il suo progetto di rendere la Turchia una protagonista regionale. L’allargamento in territori che la Russia reputa di sua influenza, indica che la Russia sia diventata il bersaglio da colpire approfittando delle difficoltà interne di Mosca e dei suoi difficili impegni negli scenari internazionali. Il fatto che        Erdogan voglia sfruttare il conflitto, sempre latente e mai definito, del Nagorno Karabakh, significa che la Turchia vuole estendere la sua influenza in una zona islamica, seppure a maggioranza sciita, dove viene parlata una lingua molto affine al turco; quindi un carattere culturale, oltre che religioso. La visione turca prevede una stabilità della zona raggiunta a danno dell’Armenia, alleata di Mosca. Il rischio di Erdogan, appare tutt’altro che calcolato, anzi sembra un azzardo quasi disperato, che rivela come la sua gestione del potere non sia così salda come vuole fare credere. L’ingresso diretto sulla scena della Russia è un evento che ha molte probabilità di verificarsi e che provocherebbe un conflitto tra Mosca ed Ankara; le possibilità di successo di Erdogan possono verificarsi soltanto se questa eventualità non si verificasse e perché ciò accada l’Azerbaigian deve riportare al più presto sotto il suo controllo il Nagorno Karabakh terminando le ostilità. Un possibile intervento russo a conflitto terminato non avrebbe la giustificazione di difendere gli armeni e sarebbe più complicato dal punto di vista operativo. Le prossime ore saranno decisive per lo sviluppo dei combattimenti; intanto questa situazione dimostra ancora una volta come Erdogan sia un politico inaffidabile e spregiudicato, pronto ad inserire la religione per favorire i suoi scopi, senza tenere conto delle implicazioni possibili. Un bene che un paese così non sia entrato in Europa.  

Gli USA vogliono imporre le sanzioni all’Iran e si isolano dalla scena diplomatica

La questioni delle sanzioni all’Iran è sempre stato un punto fermo del programma politico di Trump, ora, alla vigilia delle elezioni presidenziali, quando la campagna elettorale si sta intensificando, il presidente statunitense rimette al centro del dibattito internazionale l’intenzione di ripristinare in maniera completa le sanzioni contro Teheran. Questa volontà è stata annunciata dal Segretario di stato americano, giustificandola con la risoluzione numero 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo l’interpretazione americana, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi con la firma dell’accordo sul nucleare, accordo dal quale gli USA si sono ritirati in maniera unilaterale. La notifica alle Nazioni Unite, avvenuta il 20 agosto scorso, della volontà statunitense avrebbe, secondo la Casa Bianca, attivato il processo di ripristino delle sanzioni con effetto dal 19 settembre 2020. La coincidenza con la campagna elettorale appare evidente, tuttavia questa intenzione pone gli Stati Uniti in un ulteriore stato di isolamento, che aggrava la posizione americana all’interno del panorama diplomatico. La reazione più eloquente è quella dell’Unione Europea, che denuncia l’illegittimità degli USA nel volere riapplicare le sanzioni. Si tratta di una illegittimità in contraddizione con il diritto internazionale, in quanto gli americani non possono riapplicare le sanzioni di un trattato dal quale si sono ritirati e, quindi, di cui non sono più sottoscrittori. Il dispregio del diritto, piegato alle necessità contingenti di politica interna, peraltro di una sola parte del paese, evidenzia come l’atteggiamento dell’amministrazione in carica sia un misto di imperizia e dilettantismo, dai quali, per l’ennesima volta, il paese ne esce malissimo. Infatti, se le reazioni di Cina, Russia e dello stesso Iran sono contrarie per ragioni di interessi politici nazionali, la posizione dell’Europa si distingue come un progressivo allontanamento dagli Stati Uniti per lo meno se al comando resterà questo presidente. Lo scontro non è solo sul provvedimento dell’applicazione delle sanzioni sulla base di un accordo dal quale Washington si è ritirato in modo unilaterale, ma anche sulla minaccia americana di applicare sanzioni a quelli stati che non si adegueranno alla decisione della Casa Bianca. L’atteggiamento americano è anche una sfida alle Nazioni Unite, uno scontro frontale che può avere conseguenze pesanti sugli equilibri della politica internazionale; infatti le minacce di sanzionare gli altri stati, che non vorranno adeguarsi alla decisione degli USA è una potenziale conseguenza della quasi certa decisione delle Nazioni Unite di non volere adempiere all’attuazione delle sanzioni. Si capisce che una diplomazia ormai costituita solo da minacce e che rifiuta ogni dialogo ed anche l’applicazione delle normali norme di comportamento rappresenta un segnale di debolezza, sia sul breve che sul medio periodo. Ma si tratta anche dell’abdicazione formale al ruolo di grande potenza da parte di un paese che si sta ripiegando sempre di più su se stesso in un momento dove il bisogno di fare fronte comune delle democrazie occidentali contro Cina e Russia appare una esigenza non più rinviabile. Non solo anche il programma “Prima l’America”, lo slogan che accompagna l’azione politica di Trump, sembra essere tradito da questo eccesso di protagonismo che è certamente contro gli interessi degli Stati Uniti. Washington non può proporsi contro l’espansionismo cinese o l’attivismo russo in maniera singolare, perché ha bisogno dell’azione congiunta dell’Europa, che, viene data sempre come sicura, ma a torto: infatti non si può pretendere che il maggiore alleato americano, già insofferente per l’azione di Trump, subisca in maniera passiva queste imposizioni; dal punto di vista commerciale l’Unione Europea non può tollerare di essere sottoposta a sanzioni in maniera illegale e la conseguenza non potrà che essere un irrigidimento dei rapporti anche su temi dove gli interessi americani avevano trovato un’intesa con l’Europa, come gli scenari degli sviluppi delle telecomunicazioni, con l’esclusione della tecnologia cinese. Questo caso mette ancora una volta in risalto come l’Europa debba trovare una modalità per essere sempre più indipendente dagli altri attori internazionali; se nei confronti di Cina e Russia c’è una distanza enorme su temi come i diritti umani, le violazioni informatiche ed anche i rapporti commerciali, che li pone sempre più come interlocutori inaffidabili; gli Stati Uniti, malgrado le politiche di Trump, restavano ancora gli interlocutori naturali, tuttavia la Casa Bianca sembra volere esercitare un ruolo sempre più egemone, che non può essere tollerato dall’Europa. Se le elezioni presidenziali americane non daranno un risultato diverso da quello prodotto quattro anni prima, le distanze con Trump sono destinate ad aumentare: a quel punto Washington potrebbe diventare non tanto diversa da Pechino o da Mosca.

Le implicazioni dell’accordo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti

Il principale significato dell’accordo, che formalizza una situazione già esistente ma ufficiosa, tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, è quello di anticipare la possibile sconfitta di Trump e prevenire un nuovo accordo sul nucleare iraniano, che potrebbe rientrare nei piani di Biden nel ruolo di nuovo presidente degli Stati Uniti. La sicurezza nazionale israeliana vale molto di più che l’espansione in Cisgiordania, peraltro solo momentaneamente sospesa. L’interesse di prepararsi ad una possibile ritorno dell’Iran sulla scena diplomatica è condiviso con gli stati sunniti del golfo già da tempo, ma un accordo ufficiale rappresenta una novità di rilievo. Intanto perché rappresenta, probabilmente, solo un primo episodio al quale ne seguiranno altri: infatti ci sono grandi possibilità che Tel Aviv stringerà relazioni diplomatiche anche con l’Oman e con il Bahrain, dove è presente la sede della quinta flotta degli USA; i due paesi hanno espresso le loro congratulazioni con gli Emirati Arabi Uniti per l’accordo che rappresenta un rafforzamento della stabilità regionale. Lo stesso Netanyahu ha definito come circolo della pace della regione quella alleanza informale che sta diventando ufficiale tra Israele e monarchie del Golfo. In effetti la sorpresa per questi accordi non è giustificata perché rappresenta la naturale evoluzione di rapporti che si sono instaurati e sviluppati con il denominatore comune di creare un’alleanza in ottica anti iraniana. Al momento Teheran subisce le sanzioni americane ed è anche in difficoltà per la questione libanese, che vede Hezbollah, suo principale alleato, in netto calo di consensi anche tra gli stessi sciiti del Libano. Un cambio al vertice della Casa Bianca potrebbe migliorare la condizione iraniana, anche se non è scontato, con una direzione diversa della politica estera degli Stati Uniti: questo scenario obbliga Israele e gli stati del Golfo ad ufficializzare i rispettivi rapporti per facilitare la velocità e la coordinazione di eventuali risposte diplomatiche che si dovessero rendere necessarie. Apparentemente ad avere i maggiori svantaggi, perlomeno nell’immediato, sarebbero i palestinesi che vedono rompersi ufficialmente l’ostilità contro gli israeliani da parte del mondo arabo; in realtà Tel Aviv ha già accordi con Egitto e Giordania e da tempo i leader sunniti del Golfo mantengono soltanto un atteggiamento di facciata nei confronti della questione palestinese, a favore, appunto, di una condotta più pragmatica e funzionale ai propri interessi più immediati e diretti. Un ulteriore obiettivo degli accordi, oltre al già citato Iran, sarebbe anche la Turchia, che si sta proponendo come alternativa sunnita alle monarchie del Golfo, per guidare politicamente i fedeli islamici sunniti. Non è un mistero che Erdogan stia da tempo tentando di allargare l’influenza turca, cercando di replicare in versione moderna l’esperienza dell’impero ottomano. Ankara, infatti, non ha accolto bene la notizia dell’accordo, ma la sua reazione, basata sul tradimento della causa palestinese, ne scopre l’ipocrisia e le scarse argomentazioni a disposizione; la Turchia, un tempo vicina ad Israele, vede aumentare il peso politico delle diplomazie del Golfo capaci di portare, certamente per un vantaggio comune, il paese israeliano dalla propria parte. Ma internamente ai protagonisti di questo accordo non tutto è senza problemi: sul lato arabo il protagonismo del principe degli Emirati Arabi Uniti, segnala la crescita di un nuovo protagonista politico rispetto alla posizione del principe ereditario dell’Arabia Saudita, compromesso in varie vicende lesive del proprio prestigio, tuttavia questa contrapposizione potrebbe complicare i legami con Israele della totalità dei paesi del Golfo, anche se è più probabile che gli interessi geopolitici comuni avranno la meglio. Dal lato israeliano, a parte i problemi con i palestinesi, si deve registrare la contrarietà dei coloni e dei partiti che li sostengono per avere interrotto il processo di annessione delle colonie, il solo programma elettorale che ha consentito a Netanyahu la sua longevità politica, nonostante i diversi problemi giudiziari. Tuttavia i partiti di destra che sostengono i coloni, sembrano diventare più marginali nell’ottica degli interessi della sicurezza nazionale e l’apparente voltafaccia del presidente israeliano sembra essere l’ennesima mossa di grande esperienza politica.

La decisione su Santa Sofia, segnale di difficoltà per Erdogan

La decisione del presidente turco Erdogan sull’edificio di Santa Sofia, pur se sancita dagli organi costituzionali del paese, ha tutte le sembianze di un mezzo per risolvere problemi interni, piuttosto che prediligere la politica estera ed il dialogo interconfessionale. Intanto il segnale è unicamente a favore della parte più estrema del radicalismo turco e delinea la direzione che Erdogan intende mantenere, sia nella politica interna, che in quella estera. La questione è fondamentale se inquadrata nella reale posizione della Turchia nel campo occidentale, sia dal punto di vista militare, con il riferimento al rapporto conflittuale con l’Alleanza Atlantica prima di tutto, ma anche dal punto di vista politico in generale, rispetto agli interessi occidentali. Ankara ha patito il rifiuto dell’Unione Europea ad essere ammessa come membro, ma la motivazione appare sempre più giustificata e giusta da parte di Bruxelles; la Turchia, occorre ricordarlo, non è stata ammessa per la mancanza dei requisiti essenziali in materia di rispetto dei diritti, ma, pur lamentando l’iniquità di questa decisione, non si è avvicinata agli standard europei. Al contrario ha iniziato un processo di graduale islamizzazione della vita politica, che ha ulteriormente compresso i diritti civili ed ha impostato sulla persona del presidente la centralità del potere. Un paese sostanzialmente corrotto, che patisce una crisi economica (arrivata dopo un periodo di sviluppo) importante e dove il potere usa uno schema classico quando gli affari interni vanno male: distogliere l’opinione pubblica con temi alternativi e di politica estera. Non per niente Erdogan si è concentrato sulla lotta ai curdi, appoggiando anche milizie islamiche radicali, che combattevano con lo Stato islamico ed aggravando il rapporto con gli Stati Uniti, da ultimo l’avventura libica ha posto la Turchia in aperto contrasto con l’Unione Europea. La questione di Santa Sofia sembra inserirsi in questo quadro ed in questa strategia, tuttavia il contrasto, almeno direttamente, non è con una o più nazioni, ma con autorità religiose che hanno rilevanza ed importanza da non sottovalutare. L’aperta ostilità degli ortodossi può avere delle ripercussioni con i rapporti non proprio cordiali con la Russia è stata integrata dalla dichiarazione di Papa Francesco, che ha espresso dolore personale. Il Vaticano aveva optato per una condotta ispirata alla cautela, in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale turca e per questo era stato fatto oggetto di pesanti critiche proprio dalle chiese ortodosse. Probabilmente l’azione del Papa è stata rimandata fino all’ultimo per preservare il dialogo con Erdogan sulle questioni legate all’accoglienza dei migranti, la gestione del terrorismo, lo status di Gerusalemme, i conflitti in Medio Oriente ed anche il dialogo interreligioso, strumento ritenuto fondamentale per i contatti tra i popoli. Il contatto tra Vaticano e Turchia finora è sopravvissuto perfino alle critiche per il genocidio armeno che il Papa ha espresso più volte, tuttavia la questione di Santa Sofia investe non solo il cattolicesimo ma tutti gli appartenenti alla religione cristiana e le conseguenze potrebbero essere negative nel proseguimento degli stessi rapporti tra cristianità ed islam, che superano, per le loro ricadute, di gran lunga i contatti tra Erdogan e Papa Francesco. Non per niente la trasformazione in moschea di Santa Sofia è vista con preoccupazione anche dai musulmani più moderati, che vivono in Europa. Il fattore interreligioso dovrebbe essere quello di maggiore preoccupazione per Erdogan, dato che ufficialmente non vi sono state critiche da parte di USA, Russia (fattore da valutare con attenzione per l’importanza della comunità ortodossa nel paese e nell’appoggio a Putin) ed Unione Europea. La sensazione è che ciò sia stato dettato dalla volontà di non incrinare ulteriormente il rapporto con la Turchia, malgrado tutto ancora considerata fondamentale negli equilibri geopolitici regionali. Tuttavia la mossa di Santa Sofia sembra essere l’ultima trovata a disposizione di Erdogan per potere usare la religione come strumento di propaganda politica nei confronti di una opinione pubblica che non sembra più appoggiare la sua politica neo-ottomana, a causa di una spesa pubblica sempre più ingente, soprattutto nella spesa militare, ma che non porta miglioramenti sensibili in campo economico alla popolazione turca. Se viene a mancare il sostegno dell’economia, anche a causa di una inflazione in costante aumento, può essere possibile che i settori scontenti per la crescente povertà si saldino con quella parte della società che non condivide politicamente la direzione intrapresa dal presidente turco, ed anzi la contesta apertamente, aprendo uno stato di crisi politica difficilmente di nuovo gestibile con la sola repressione.