Gli USA difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese

Nella questione di Taiwan si alza pericolosamente il livello dello scontro, dopo che il presidente USA ha espressamente dichiarato che le forze armate statunitensi si impegneranno direttamente nella difesa dell’isola se la Cina intenderà esercitare una opzione militare per riportare Taiwan sotto il suo governo. Biden ha equiparato l’impegno ufficiale per la difesa dei paesi che compongono l’Alleanza Atlantica, estendendolo anche a Giappone, Corea del Sud ed, appunto, Taiwan. L’intenzione dell’inquilino della Casa Bianca appare chiara: costituire un argine contro le ambizioni cinesi nella regione; la dichiarazione, tuttavia, non ha implicato la sola opzione militare, infatti, Biden ha parlato di contrastare il progetto cinese di riunificazione, prima di tutto attraverso le soluzioni diplomatiche, ma, in caso di fallimento di questa soluzione, non resterebbe alternativa ad un impegno militare diretto. In realtà questo impegno è già iniziato con l’invio di istruttori militari, che hanno il compito di formare le forze armate di Taiwan a fronteggiare una eventuale invasione di Pechino; ma il passo ulteriore di dichiarare ufficialmente la possibilità di un coinvolgimento diretto di militari statunitensi nella difesa di Taiwan, significa un avviso politico netto diretto alla Cina. Peraltro questo sviluppo rappresenta la logica conseguenza di una politica statunitense nei confronti di Taiwan, che ha sempre riguardato forniture militari, malgrado un mancato riconoscimento ufficiale a cui si è rimediato con l’invio di rappresentanze diplomatiche mascherate da rappresentanze commerciali; inoltre già con Obama si è concretizzata la centralità dell’area nella politica estera americana, a discapito di quella europea e medio orientale, questa tendenza è proseguita con Trump, mentre con Biden risulta addirittura accentuata. Il presidio delle vie commerciali marine e la supremazia americana regionale è diventata preminente, soprattutto da quando la Cina ha aumentato la sua capacità militare ed ha dispiegato la sua potenza economica, fattori che hanno determinato l’esigenza americana di operare un contenimento di Pechino con tutti i mezzi disponibili. La dichiarazione di Biden pone anche interrogativi sulle reali ragioni del repentino ritiro dall’Afghanistan: esigenza di adempiere alle promesse del programma elettorale o necessità di disporre delle forze armate statunitensi per essere schierate in altri teatri di guerra? La questione non è secondaria, perché proprio il disimpegno dal paese afghano, ricordiamolo non concordato con gli alleati, permette la grande disponibilità di effettivi militari da schierare a Taiwan. Se questa possibilità è vera, il piano di Biden per Taiwan sarebbe già avviato e pianificato da tempo. La posizione della Cina è sempre la stessa ed è dettata dalla considerazione di non tollerare alcuna ingerenza nella propria politica interna e nell’intenzione di riunificare il paese, promettendo di seguire, come ad Hong Kong, il sistema un paese due sistemi. La mancata disponibilità di Taiwan è non è stata presa bene a Pechino, che ha intensificato la pressione sull’isola con il sorvolo di circa centocinquanta aerei militari: una azione in grado potenzialmente di generare pericolosi incidenti e non solo a livello diplomatico, probabilmente è stata proprio questa iniziativa a causare la reazione pubblica di Biden. La Cina ha avvertito di non accettare compromessi sulla questione di Taiwan ed ha ammonito Washington a non mandare segnali sbagliati in aperto contrasto con l’integrità del territorio cinese e la sovranità del governo di Pechino, sui quali non saranno accettati compromessi e non esistono margini di trattativa. L’avviso del governo cinese agli Stati Uniti, per ora, è quello di non compromettere le relazioni tra i due paesi con un atteggiamento apertamente ostile. Per la soluzione della questione non si annunciano tempi rapidi e non è neppure facile fare una previsione, data l’inamovibilità delle rispettive posizioni; il pericolo di un conflitto è però concreto, con potenziali ripercussioni enormi sugli assetti commerciali che riguarderebbero tutte le economie del pianeta, anche se solo si trattasse di un irrigidimento diplomatico tra le due parti. Dopo la pandemia, per altro non ancora risolta, un possibile blocco delle vie commerciali marine potrebbe generare un nuovo blocco produttivo in grado di fermare gli scambi in maniera globale, se poi ci dovesse essere un conflitto tra le due maggiori potenze mondiali, sarebbe necessario rivedere ogni prospettiva per evitare la crisi economica totale.

La nuova minaccia della Corea del Nord proviene dal mare

Con il solito tono trionfale Pyongyang ha annunciato la riuscita del test missilistico effettuato mediante il lancio da un sottomarino, si tratterebbe di una nuova tipologia di vettore balistico la cui costruzione rientrerebbe nel programma nordcoreano della costruzione di armi sempre più avanzate. Secondo la retorica del regime l’apparato missilistico sarebbe dotato di sofisticate tecnologie per la guida ed il controllo e rappresenterebbe l’evoluzione dell’armamento lanciato circa cinque anni fa, nel primo test relativo ad un armamento balistico mare terra. Questo armamento potrebbe rappresentare una minaccia strategica per la regione ed anche oltre, perché il missile sarebbe in grado di superare agevolmente la distanza della penisola coreana. La capacità di mobilità assicurata da una rampa di lancio non fissa e collocata su di un sottomarino rappresenta un potenziale offensivo in grado, potenzialmente, di colpire diversi obiettivi e la possibilità di armarlo con testate nucleari aumenta la minaccia della pericolosità della Corea del Nord, non nello scenario regionale, ma anche in quello globale. Tuttavia secondo alcuni analisti il fatto che sia stato usato lo stesso sottomarino impiegato nel test di cinque anni prima, potrebbe indicare che i progressi fatti in fase di lancio siano stati molto scarsi e non abbastanza compensati dall’aumento della pericolosità del nuovo vettore missilistico; in effetti per potere esercitare una pressione con un’arma del genere, non pare sufficiente il solo potenziale del missile, ma anche la capacità della base di lancio: la somma di questi due fattori può fornire il reale potenziale della minaccia, inoltre sembrerebbe che il sottomarino usato come rampa di lancio abbia la capacità di lanciare un solo missile balistico alla volta e non abbia la capacità di operare in modo continuativo in immersione, avendo la necessità di emergere con frequenza. Se queste notizie sono veritiere la capacità operativa e, quindi, strategica del mezzo subacqueo sarebbe notevolmente ridotta, soprattutto se confrontata con le possibilità, ad esempio, dei sottomarini nucleari americani, che verranno forniti all’Australia. In ogni caso anche un solo lancio, se gestito bene può colpire obiettivi sensibili o avere la capacità di alterare equilibri che, al momento appaiono molto fragili; tuttavia con un mezzo che ha queste limitazioni non si può sperare di condurre un conflitto, perché una eventuale reazione di apparati militari più organizzati sarebbe in grado di stroncare ogni velleità del paese nordcoreano. La situazione deve essere inquadrata più in termini politici che militari, anche tenendo in considerazione tutti gli elementi dello scenario. Il lancio del missile avviene in un momento difficile perché entrambi i due paesi coreani sono protagonisti di una forte politica di riarmo, che genera una sorta di equilibrio del terrore tra i due stati, dove le provocazioni possono creare incidenti capaci di pericolose reazioni; inoltre il dialogo tra Washington e Pyongyang subisce una fase di stallo da ormai troppo tempo. Come sempre, in questi casi, occorre chiedersi perché la Corea del Nord ha effettuato il lancio proprio ora; le ragioni possono essere multiple, sicuramente lo stato di bisogno della Corea del Nord, sempre in una situazione di grave crisi economica ed umanitaria, potrebbe fare pensare all’ennesimo espediente per cercare di ottenere aiuti attraverso l’unico mezzo conosciuto, che è quello della minaccia e del ricatto, che, peraltro, non hai funzionato troppo, almeno dal lato occidentale, mentre per quello che riguarda la Cina l’atteggiamento di Pechino, ha sempre tenuto un andamento non lineare; se questa considerazione è vera, appare, comunque, una sola parte della risposta, mentre un’altra possibile va, probabilmente, ricercata nel confronto tra Cina ed USA, dove la Corea del Nord potrebbe cercare di ritagliarsi un posto importante vicino a Pechino; occorre ricordare che i recenti sviluppi degli assetti del Pacifico, vedono la Cina in una posizione di isolamento contro l’unione di potenze occidentali. In questo quadro un ruolo da protagonista ingovernabile di Pyongyang, potrebbe essere funzionale a Pechino, che bisogna ricordare è l’unico alleato del paese nordcoreano e che non pare avere avuto reazioni al lancio missilistico. L’attuale scenario del Pacifico potrebbe favorire un ruolo da variabile impazzita per la Corea del Nord e garantire il proseguo della dittatura di Pyongyang, proprio per l’utilità funzionale agli scopi cinesi: un progetto di breve periodo probabilmente ritenuto sufficiente, per adesso, da Kim Jong-un.

Riconoscere Taiwan

Al momento soltanto 22 nazioni riconoscono in forma ufficiale Taiwan, a causa della contrarietà della Cina, che ritiene l’isola di Formosa un territorio facente parte della propria sovranità. L’ovvia importanza economica di Pechino sulla scena globale, impedisce, per ragioni di opportunità, le aspirazioni di Taiwan ad essere riconosciuta ufficialmente in ambito internazionale ed i contatti con gli stati esteri avvengono soltanto in maniera informale, attraverso uffici commerciali e di rappresentanza di tipo imprenditoriale; in realtà spesso questi uffici sono vere e proprie rappresentanze diplomatiche nascoste, proprio per non urtare il colosso cinese. La questione non è secondaria, dopo le minacce cinesi portate con le prove di forza mediante il sorvolo di aerei militari di Pechino sullo spazio di Taiwan e le dichiarazioni del presidente cinese, che, ancora una volta, ha parlato espressamente di necessità di congiungere il territorio di Taiwan con la madrepatria cinese secondo il metodo di uno stato due sistemi, già usato con Hong Kong, ma poi assolutamente non mantenuto. La leadership cinese ritiene di fondamentale importanza, per il suo progetto geopolitico, l’annessione di Taiwan, oltre che in ottica interna, è funzionale al progetto di dominio delle vie di comunicazione marine, ritenute sempre più essenziali per la movimentazione delle merci; tuttavia l’ottica interna è valutata molto importante dal governo di Pechino, perché è considerata una sorta di distrazione di massa dai problemi della repressione dei musulmani uiguri, della situazione di Hong Kong e di come è trattato il dissenso in generale. Il governo cinese intende usare il nazionalismo per spostare l’attenzione dai problemi interni, nei quali rientrano anche la difficile situazione debitoria degli enti locali, sui quali viene riversato l’intero debito nazionale, e gli stati di crisi di molte aziende cinesi, dei quali la bolla immobiliare rappresenta soltanto l’aspetto più evidente. Risulta chiaro che le ambizioni di Pechino in ambito regionale non sono gradite ai paesi occidentali coinvolti nell’area. L’attenzione sempre maggiore degli Stati Uniti si è concretizzata con una maggiore presenza nell’area e nella costruzione di alleanze militare in chiara funzione anticinese. Anche recentemente la notizia che istruttori militari statunitensi siano presenti a Taiwan per addestrare l’esercito locale alla guerra asimmetrica, per fronteggiare una possibile invasione cinese, ha aumentato la tensione tra le due superpotenze. La  domande centrale è se esiste una concreta possibilità di conflitto, dato che una reazione occidentale è da dare per certa in caso di invasione cinese di Taiwan. Secondo alcuni analisti una deriva militare sarebbe fortemente probabile nel caso di iniziativa bellica da parte della Cina; questa eventualità avrebbe ripercussioni enormi su tutta la scala globale dei rapporti tra gli stati ed anche dal punto di vista economico, provocando una contrazione a livello mondiale del prodotto interno lordo complessivo e dei singoli stati. Questo scenario è quindi da evitare in ogni caso, usando mezzi pacifici. Una soluzione potrebbe essere il riconoscimento da parte di più stati possibili di Taiwan come entità statale sovrana ed autonoma, un riconoscimento fatto da un elevato numero di nazioni ed effettuato con una tempistica contemporanea, obbligherebbe Pechino a prendere atto di questo nuovo stato di cose, senza avere possibilità di ritorsioni verso i paesi che volessero riconoscere Taiwan a livello internazionale. La Cina, di fronte ad una tale mobilitazione internazionale, sarebbe obbligata ad adottare un atteggiamento differente nei confronti di Taiwan e certamente più moderato. L’attuazione di questo riconoscimento in una così vasta platea non sembra essere una cosa agevole, ma merita delle considerazioni approfondite perché i suoi effetti sarebbero in grado di disinnescare la minaccia di un conflitto dagli esiti incerti e limiterebbero la dimensione internazionale di Pechino, suscitando, finalmente anche ricadute sullo stato dei diritti umani e civili del paese cinese. Anziché impegnarsi soltanto in un riarmo preventivo, che sarebbe l’unico fondamento di una pace armata, la soluzione diplomatica del riconoscimento di Taiwan potrebbe rappresentare una soluzione pacifica ed intelligente, capace di consentire una riunione del campo occidentale, ora più che mai necessaria, insieme ad un segnale molto forte nei confronti della Cina e come reazione al suo espansionismo.

USA, Gran Bretagna ed Australia firmano un accordo per contenere la Cina

L’accordo firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia per la condivisione di competenze avanzate su temi riguardanti le armi nucleari, la sicurezza informatica, l’uso dei sottomarini a grandi distanze e l’intelligenza artificiale, tutte materie strettamente legate al settore militare, indica la direzione geografica e gli intenti strategici, che Washington intende privilegiare nel prossimo futuro; quello che viene ribadito è la centralità della regione dell’oceano Pacifico, dove l’intento principale è quello di contrastare e contenere l’ambizione di Pechino, che considera la regione come zona di propria influenza.  Non che quella di Biden sia una novità nella politica estera degli Stati Uniti: già Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva iniziato questa politica, spostando l’area di interesse americano dall’Europa all’Asia, Trump, pur con le sue contraddizioni, ha portato avanti questa strategia ed ora Biden la conferma, lasciando centrale la questione de dominio delle rotte navali, ma non solo, del pacifico. Certamente l’aumento di rilevanza e del livello di scontro, sia commerciale, che geopolitico, con la Cina, obbliga gli USA a concentrare lo sforzo maggiore su questa partita, coinvolgendo, però, altri soggetti internazionali, che sono alleati fedeli ed hanno interessi diretti nella regione, l’Australia, o il bisogno di trovare nuove soluzioni anche finanziarie, oltre che politiche, a causa dell’uscita dall’Europa. Non coinvolgere l’Unione Europea, ma soltanto due paesi che hanno un minore peso specifico internazionale, rispetto a Bruxelles, può significare che, attualmente, la Casa Bianca possa preferire un rapporto più sbilanciato a proprio favore; del resto la politica americana, nonostante le premesse di questo presidente, ha mantenuto, di fatto, le distanze con l’Europa quasi come ai tempi di Trump e la ritirata unilaterale dall’Afghanistan ne è stata l’ennesima prova. Inoltre il ritiro dal paese asiatico, ritenuto un obiettivo non strategico per gli USA, permetterà a Washington di riallocare nuove risorse finanziarie proprio per la sfida diretta con la Cina. Pechino sta espandendosi in maniera prepotente anche in Africa e Sud America, ma gli USA concentrano la propria attenzione nelle aree del Pacifico, forse anche per non ripetere gli errori di ampliare troppo le zone di azione, dove la potenza militare cinese è mostrata con maggiore arroganza, in questa ottica anche il coinvolgimento dell’India, naturale avversario cinese, nel presidio del Pacifico riapre scenari inquietanti sulle conseguenze di questi assetti internazionali. La politica USA , sulle alleanze militari coinvolge anche l’industria bellica portando scompiglio all’interno dell’alleanza con l’Europa ed in particolare con la Francia: l’accordo con l’Australia prevede la fornitura di sottomarini nucleari allo stato dell’Oceania, che ha in corso, su questo fronte, una commessa con Parigi; a causa del rallentamento della fornitura, Washington si è inserita nel rapporto commerciale e potrebbe vanificare la fornitura francese. Si comprende come l’Europa venga trattata come un alleato di secondo piano, processo iniziato da Trump irritato per lo scarso contributo economico e la volontà di Bruxelles di preferire la propria industria bellica, proprio a danno di quella americana. Per l’Unione Europea si tratta di segnali inequivocabili e bene fa la Commissione europea a cercare una propria autonomia militare, dotandosi di una prima forza di intervento rapido, primo tassello di un possibile esercito sovranazionale. L’accordo con Londra e Canberra investe, quindi, molto di più che gli aspetti geostrategici del Pacifico, che sembrano valere come tali soltanto per l’Australia, ma riguarda la visione stessa dell’Alleanza Atlantica, ridotta sempre più ad organizzazione marginale proprio per volere di Washington. La percezione è che gli Stati Uniti scelgano un approccio sempre meno condiviso della gestione della politica estera sulla materia del rapporto con la Cina, che rappresenta, al momento, il vertice dello scenario internazionale; tuttavia con coinvolgere l’Europa e la stessa Alleanza Atlantica denuncia una debolezza di fondo, che non fa che confermare la possibilità di nuovi errori tattici da parte di Washington. Se si vuole mantenere la leadership internazionale non si può privilegiare un solo luogo di confronto, ma presidiare, almeno, le zone più importanti, azione che la Cina cerca di fare, sostituendosi, talvolta, proprio agli americani. La partita è globale e come tale deve essere condotta, altrimenti la frammentazione dell’occidente sarà soltanto un vantaggio per Pechino.

Pakistan e talebani: un rapporto con potenziali ricadute

La soddisfazione dei leader pachistani perché i talebani hanno rotto le catene della schiavitù, è l’ennesima conferma di come Islamabad sia un paese poco affidabile nella lotta al terrorismo ed un alleato con ben altri scopi, rispetto agli Stati Uniti. Si tratta di notizie non nuove, ma che assumono un rilievo differente con la caduta di Kabul in mano alle forze islamiste radicali. Il sostegno dei servizi segreti del Pakistan è stato continuo e costante e parallelo alla lotta condotta con Washington contro Al Qaeda, ma è venuto il momento di chiarire, sia all’interno di Islamabad, che degli Stati Uniti i rapporti di collaborazione reciproca ed il futuro delle relazioni tra i due paesi. La Casa Bianca lo deve al proprio paese, ma anche agli alleati occidentali, che hanno sempre seguito l’impegno in Afghanistan, con la minaccia presente dell’atteggiamento pachistano; certamente il pericolo da valutare è quello di lasciare troppo spazio alla Cina nel Pakistan, nel caso di peggioramento delle relazioni: ma questo è un rischio da calcolare, anche per mettere in crisi Pechino, verso la quale l’atteggiamento pachistano, nella questione afghana, non potrà certo cambiare. Occorre, però, compiere anche una analisi all’interno dello stesso Pakistan, che, come primo e più immediato problema si trova a fronteggiare un ingente esodo di profughi in fuga dall’estremismo islamico, dopo avere vissuto notevoli miglioramenti, grazie all’intervento americano; questo aspetto è strettamente collegato alle probabili rimostranze internazionali per il mancato rispetto dei diritti umani, della discriminazione femminile e per la vicinanza a gruppi islamisti radicali e violenti. Queste considerazioni devono, per forza, essere presenti nelle valutazioni che Islamabad deve compiere nei confronti del rapporto costi e benefici, relativo al legame con i talebani, che è considerato strategico in funzione anti indiana: un governo afghano favorevole al Pakistan, in questa ottica, è giudicato estremamente funzionale agli interessi della politica geostrategica del paese; tuttavia ciò ha permesso lo sviluppo di un movimento talebano pachistano, giudicato da diversi analisti un possibile fattore di destabilizzazione nazionale, proprio in funzione dell’accresciuto potere dei talebani afghani. L’impressione è che il Pakistan abbia perso il controllo su di un fenomeno che credeva di sapere controllare e che ora obbliga il governo a fare concrete riflessioni, sia sui rapporti con il nuovo assetto afghano, sia sui problemi interni, sia sulla dialettica con gli Stati Uniti. Sulla provenienza tribale dei talebani afghani è bene rilevare che la componente Pashtun è maggioritaria, ma è anche ben presente sul territorio pachistano. La questione allarma, e non poco, gli altri principali alleati di Islamabad, oltre, naturalmente i già citati Stati Uniti; Arabia Saudita e Cina temono concretamente l’esportazione del terrorismo, peraltro già diffuso oltre l’ambito regionale con la cacciata dei talebani dal governo afghano avvenuta nel 2001. Il timore concreto è che l’entusiasmo per la presa del potere dei talebani in Afghanistan, possa funzionare da stimolo nei gruppi islamisti radicali operanti in altri paesi; da qui le probabili pressioni di Pechino e Riyad su Islamabad affinché impedisca l’appoggio del nuovo potere afghano a gruppi armati con obiettivi potenziali fuori dai confini di Kabul. Appare evidente come queste pressioni possano concretizzarsi in provvedimenti di natura economica, capaci di mettere in grande difficoltà un paese con gravi deficit sui propri dati economici. Per tutte queste ragioni l’entusiasmo per la conquista di Kabul e del paese afghano da parte dei talebani è stato ufficialmente contenuto, tanto da effettuare un riconoscimento ufficiale dei talebani, sui quali rimane la definizione di gruppo terrorista da parte delle Nazioni Unite. Il governo di Islamabad, circa il riconoscimento dei talebani, sembra orientato ad una consultazione che dovrà comprendere, non solo i poteri regionali del paese, ma anche le autorità internazionali. Aldilà di queste considerazioni, che paiono viziate da ipocrisia, il ruolo del Pakistan resta centrale sull’influenza del nuovo governo di Kabul, quando si sarà riuscito a formarlo, ma soprattutto nei rapporti con i talebani e, di conseguenza, sui rapporti che Islamabad potrà avere con l’intera comunità internazionale.

Unione Europea in difficoltà con i nuovi flussi migratori dall’Afghanistan

Unione Europea in allarme per le possibili conseguenze, soprattutto a livello interno, delle migrazioni provenienti dall’Afghanistan, che si preannunciano numericamente molto consistenti. Potenzialmente si prevede una situazione molto complicata da gestire: nell’immediato a preoccupare è la gestione dei flussi migratori, ma molto più preoccupante è giudicata l’evoluzione dei rapporti tra gli stati europei, molti dei quali hanno già affermato di non avere intenzione di ospitare profughi ed anzi di operare respingimenti e rimpatri. Sul breve termine l’intenzione di Bruxelles è quella di rafforzare il sostegno economico alle nazioni che saranno immediatamente coinvolte nei movimenti migratori, con l’intenzione di favorire la permanenza in quei paesi immediatamente coinvolti, ma si tratta, evidentemente, di una soluzione che non ha una visione di lungo periodo; lo scopo è quello di prendere tempo per elaborare tattiche e strategie capaci di conciliare le esigenze di tutti i membri europei, trascurando, però, i principi di solidarietà tra gli stati, alla base della permanenza stessa all’interno dell’Unione. Il paese con il maggiore numero di afghani sul proprio territorio è la Germania, che si è detta indisponibile ad incrementare i migranti provenienti da questo paese. Al momento i ministri degli esteri dei paesi europei, con l’esclusione di Bulgheria ed Ungheria, hanno firmato una dichiarazione, insieme agli USA, che dovrebbe permettere a tutti i cittadini afghani che hanno intenzione di abbandonare il loro paese di poterlo fare, attraverso i confini dei paesi confinanti, ma si tratta di una dichiarazione di principio, che non prevede una soluzione materiale per il ricovero e l’assistenza dei migranti in fuga dai talebani. Una posizione ipocrita, anche se le responsabilità americane sono evidenti: il comportamento di Washington, oltre ad abbandonare i civili afghani alla dittatura religiosa dei talebani, espone prima i paesi confinanti e l’Europa dopo, ad un impatto migratorio notevole, che è la tragica replica di quanto avvenuto con la Siria, quando l’ignavia dell’amministrazione Obama ha permesso una guerra tragica, che si è allargata a gran parte del Medioriente. L’Europa rischia una nuova sospensione del trattato di Schengen e su questo elemento Biden dovrebbe riflettere molto, dopo quello che sembrava un atteggiamento favorevole con i vecchi alleati. Queste considerazioni devono tenere conto della questione all’interno dell’Europa, rappresentata dalle prossime elezioni tedesche, che decideranno il successore della cancelliera Merkel: a Berlino il dibattito sulle scelte dell’Alleanza Atlantica si è rivelato molto critico con Washington e ciò potrebbe diventare un problema per Biden, che potrebbe acuirsi con la questione migratoria. Come al solito Bruxelles segue Berlino e, seppure in maniera meno dura, condanna l’azione americana, confortata dai dati che la ritirata USA produrrà: si stima che i 12 milioni della popolazione afghana che aveva già difficoltà a reperire generi alimentari con il vecchio regime, aumenterà fino a 18 milioni di abitanti, con i talebani al governo. L’emergenza migratoria, così, non sarà solo politica ma anche alimentare e la relativa breve distanza, 4.500 chilometri, che separa il paese afghano dall’Europa si trasformerà in una nuova rotta dei profughi.  In questo scenario il ruolo di paesi come Iran e Pakistan, diventa cruciale per offrire sostegno ai migranti ed evitare pericolosi sviluppi dei rapporti interni all’Europa. Al momento l’Iran ospita almeno 3,5 milioni di profughi e per questo motivo Bruxelles finanzia Teheran con circa 15 milioni di euro, se il ruolo iraniano diventerà ancora più importante per ridurre la pressione migratoria, oltre ad un aumento, necessario, dei finanziamenti, non è escluso che Teheran non possa pretendere anche una revisione delle sanzioni, provocando una collisione tra Europa ed USA: un argomento che la Casa Bianca non dovrebbe sottovalutare. Importante è anche il ruolo pakistano, che ospita altri 3 milioni di rifugiati ed ha già ricevuto 20 milioni di euro nel 2020 e 7, fino ad ora, nel 2021. La concomitanza dei finanziamenti inadeguati delle Nazioni Unite, impone per l’Europa ad innalzare i finanziamenti verso i paesi che gli permettono di alleviarne la pressione migratoria. Certo una tattica unicamente impostata in questo modo espone Bruxelles a potenziali ricatti e la debolezza internazionale dell’Unione non aiuta a superare questo pericolo: una ragione in più per impostare in modo differente la politica europea, in maniera di diventare soggetto politico di prima grandezza, oltre il ruolo prettamente economico attuale.   

Le conseguenze internazionali del ritorno al potere dei talebani

Appare fin troppo ovvio dichiarare che la riconquista di Kabul e dell’intero Afghanistan è una sconfitta occidentale tra le più pesanti e con pericolose ripercussioni sugli equilibri che vanno aldilà di quelli regionali, perché riguardano gli aspetti generali del terrorismo e delle questioni geopolitiche. E’ un fatto che per arrivare a questa conclusione era meglio non iniziare neanche una occupazione che ha comportato un tragico bilancio di vittime e spese finanziarie letteralmente sprecate con una ritirata con la quale i militari ed i politici americani dovranno fare i conti per anni. C’è un concorso di fatti sottovalutati che ha contribuito ad una gestione approssimativa, che è alla base del fallimento; intanto l’approccio iniziale di USA e Gran Bretagna, orientato ad una operazione più che altro militare, sembra la tragica ripetizione di quanto accaduto in Iran; al contrario gli altri alleati europei avrebbero preferito un approccio più da missione di pace, ma non sono riusciti ad imporre la propria visione, giocando ruoli importanti, ma sostanzialmente di secondo piano. La questione del ritiro è stata una sorta di accordo tacito tra la Casa Bianca, già con Trump e poi con Biden, con l’opinione pubblica americana, che ormai non comprendeva l’occupazione afghana a causa dei tanti morti tra i soldati americani ed i tanti soldi pubblici spesi in questa lunga avventura. I politici americani non sono riusciti, anche per loro stessa scarsa convinzione, a convincere la maggioranza della popolazione americana della necessità di presidiare uno stato, che in mano ai talebani, diventerà la base di diversi gruppi terroristici, che avranno a disposizione un proprio territorio per formare nuove generazioni di terroristi, che avranno come obiettivo l’occidente. Sottovalutare questo pericolo è molto pericoloso, ma ormai sarà meglio pensare alle contromisure adeguate per  il contenimento di quella che minaccia di diventare una delle prossime emergenze più gravi. A questo proposito deve essere valutata la presenza di alleati non proprio fedeli come il Pakistan, all’interno della questione: i rapporti con i talebani del governo pachistano sono certi, come sicuro è il coinvolgimento con Al Qaeda, la formazione terroristica che si pronostica avrà i maggiori vantaggi dal ritorno dei talebani al potere. Alcuni analisti hanno parlato di tattica di Biden per lasciare la gestione del problema alla Cina: non ci sono conferme o smentite ufficiali, ma questa tesi appare poco probabile, innanzitutto perché il dogma di Pechino in politica estera resta quello di non intromettersi nelle questioni interne, poi ci sono segnali inequivocabili, che, al contrario dimostrerebbero come la Cina sia pronta a sfruttare il disimpegno americano a proprio favore. La prima è lo storico legame con il Pakistan, nato in funzione anti indiana, secondo i talebani, pur essendo musulmani sunniti, non hanno mai condannato le persecuzioni di Pechino contro gli uiguri, i musulmani cinesi. La Cina può arrivare, con l’aiuto pachistano, ad offrire la propria tecnologia ad un paese arretrato in cambio di una pace regionale e della concessione di entrare nel territorio afghano con l’accordo di una non aggressione reciproca, inoltre il prestigio conseguente alla sostituzione degli americani è considerata una questione di prestigio per i cinesi, che, potrebbero anche esportare il proprio sistema politico, più facilmente in una dittatura seppure religiosa. Anche l’atteggiamento della Russia sarà da seguire: Mosca è una delle poche capitali che non intende chiudere le sue rappresentanze diplomatiche, proprio per allacciare legami di amicizia con i talebani, considerati potenziali alleati contro gli USA. Quindi sia Cina che Russia vorrebbero riempire il vuoto lasciato da Washington, proprio in funzione antiamericana;  tuttavia il comportamento dei talebani non è mai lineare: in questa fase hanno bisogno di risorse estere e di riconoscimenti internazionali, che non potranno certamente arrivare dall’occidente, ma una volta che il loro potere riuscisse ad assestarsi l’atteggiamento verso potenziali nuovi alleati potrebbe subire variazioni provenienti dalla loro visione religiosa integralista. Il problema più immediato è però di natura umanitaria: la popolazione sta andando verso lo stremo e la minaccia di carestie e situazioni sanitarie molto gravi è quasi una certezza, mentre la questione dei profughi rappresenta una ulteriore minaccia per la stabilità dell’Europa, che presto dovrà affrontare tra gli stati membri di Bruxelles una massa di richiedenti rifugio, che minaccia di innescare nuove tensioni su argomenti di competenza comune, ma rifiutati da alcuni stati: un problema, che collegato alla nuova minaccia terroristica può portare ad uno stato di grave crisi all’interno dell’Unione.  

In Iran, il nuovo presidente si insedia al potere

Il presidente eletto in Iran, Ebrahim Raisi, si presenta con caratteri populisti, in questo conforme alle tendenze di molte democrazie occidentali, difensore delle classi più deboli del paese e con un ruolo da assumere come protagonista nella lotta alla corruzione, interpretati con la visuale politica dell’ultraconservatore; naturalmente anche con la ferma volontà di mantenere lo stato attuale dell’ordine presente in Iran. Anche il suo abbigliamento abituale, un lungo mantello scuro ed un turbante, denota le sue idee, che provengono dal clero sciita più tradizionalista. Questa elezione rappresenta un problema diplomatico per il paese iraniano, perché il nuovo presidente è nella lista nera di Washington a causa di accuse molto gravi consistenti nella violazione dei diritti umani, accuse sempre negate dallo stato iraniano; ma anche dal punto di vista interno, la sua vittoria elettorale, sebbene ottenuta al primo turno, è stata contraddistinta da un grande astensionismo, che pone dei dubbi, non sulla legittimità del voto, ma sull’analisi politica del clima politico interno. La quasi totale mancanza di fiducia dei ceti più progressisti, nei candidati presenti, ha determinato una astensione generalizzata dal voto della parte di popolazione alternativa ai conservatori, favorendo in maniera decisiva la vittoria di Raisi. Il nuovo presidente assumerà le sue funzioni, dopo il più moderato Hasan Rohani, che aveva saputo trovare un accordo con la comunità internazionale nel 2015, con la crisi per il programma nucleare che era in corso da dodici anni; questo elemento provoca profonde preoccupazioni per la comunità diplomatica, che teme un irrigidimento da parte di Teheran, nonostante la volontà di Biden di trovare una soluzione, dopo il ritiro unilaterale di Trump dall’accordo sul nucleare iraniano. Raisi compirà sessantuno anni il prossimo novembre, la sua formazione è un misto tra studi religiosi e di giurisprudenza ed ha iniziato, a soli venti anni, a lavorare nell’apparato legale iraniano come Procuratore Generale di una città vicina alla capitale, subito dopo la vittoria della Rivoluzione islamica, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di Procuratore Generale della nazione. Dal 2018 ricopre anche la carica di insegnante in un seminario sciita; secondo l’opinione, ampiamente diffusa, di molti operatori dell’informazione del paese è uno dei maggiori favoriti a diventare il successore della guida suprema. La provenienza dal clero e dalla parte più conservatore del paese, unita allo scarso successo elettorale complessivo e consapevole della necessità di unire un tessuto sociale lacerato sui temi delle libertà individuali, Raisi ha dovuto impegnarsi a promettere la difesa della libertà di espressione, dei diritti fondamentali e ad assicurare la trasparenza dell’azione politica. Secondo gli iraniani moderati e riformatori, il nuovo presidente, oltre ad essere un ultraconservatore, sarebbe un inesperto della gestione politica, una mancanza molto grave per ottenere una sintesi che possa permettergli di attuare una azione di governo incisiva. Ancora più gravi le accuse dell’opposizione in esilio, che accusa Raisi, nella sua funzione, occupata nel 1988, di viceprocuratore del tribunale rivoluzionario di Teheran, di avere avuto una parte attiva nelle esecuzioni di massa dei detenuti di sinistra. Il nuovo presidente iraniano ha negato di essere coinvolto in questa repressione, tuttavia si è detto d’accordo con l’ordine di Khomeini di avere disposto l’epurazione per mantenere la sicurezza della Repubblica islamica. L’impressione è che, potenzialmente, Raisi possa essere un fattore in grado di alterare i già fragili equilibri regionali, soprattutto nelle relazioni con Israele e con gli stati arabi sunniti, ma le esigenze dell’economia del paese, sempre più in grave difficoltà, possano limitarne l’azione estremista in ragione dell’esigenza di ridurre le sanzioni economiche: in quest’ottica la normalizzazione dei rapporti con gli USA , almeno sulla questione del trattato del nucleare, risulterà un obiettivo, anche se non dichiarato esplicitamente; anche perché la possibilità di sganciarsi dall’economia americana ed appoggiarsi esclusivamente a quella russa e cinese, non garantisce di superare le pesanti difficoltà economiche imposte dalle sanzioni USA e dei suoi alleati.

Corea del Nord e Corea del Sud si riavvicinano

La giornata odierna registra una variazione positiva nei rapporti tra le due Coree: infatti sono state di nuovo aperte le frontiere, chiuse da tredici mesi con decisione unilaterale della Corea del Nord, per ritorsione contro quelle che erano stata giudicate, da Pyongyang, attività propagandistiche di Seul anti nordcoreane. Le attività diplomatiche sono andate avanti grazie all’impegno personale dei due leader, che fino dal mese di aprile hanno intrattenuto una relazione epistolare, proprio per migliorare i legami dei rispettivi paesi. Il primo sviluppo tangibile del miglioramento delle relazioni tra Corea del Nord e del Sud è stato individuato nella riapertura delle comunicazioni transfrontaliere tra i due paesi. Se si guarda al normale atteggiamento di Pyongyang, improntato alla diffidenza ed alla chiusura, il risultato appare molto significativo, anche se potrebbe nascondere difficoltà da parte del regime nordcoreano, che accusa gli effetti negativi della pandemia, soprattutto per gli aspetti igienico sanitari e per la difficoltà di procurarsi il sufficiente fabbisogno alimentare per la propria popolazione. Dal punto di vista ufficiale dei nordcoreani è stata data una enfasi particolare alla ripresa dei contatti, l’agenzia di stampa della Corea del Nord parla di progressi effettuati dalle due parti per la ripresa della reciproca fiducia, fornendo un chiaro attestato a Seul, certificato anche dai sicuri effetti positivi che la ripresa delle relazioni avrà sul miglioramento delle relazioni e sulle aspettative di entrambe le popolazioni della ripresa dei legami coreani. Il lavoro diplomatico ha riguardato, in special modo, la ricerca del progresso della riconciliazione per potere favorire la fiducia tra le due parti e rimettere al centro le relazioni tra i due stati. Anche da parte sudcoreana è stato sottolineato come il processo di distensione sia stato seguito in prima persona dai due leader, grazie ad un serrato scambio epistolare, avvenuto in più occasioni; questo apprezzamento pubblico da parte di Seul appare altrettanto significativo di quello di Pyongyang, occorre ricordare che la Corea del Nord fece esplodere, nel Giugno dello scorso anno, l’ufficio di collegamento interrompendo i rapporti di frontiera e ciò suscitò molto sdegno in Corea del Sud. Questa interruzione dei rapporti bloccò una attività diplomatica avviata fin dal 2018 tra il presidente Moon e Kim Jong-un, che ebbero tre incontri che permisero il raggiungimento, tra l’altro, della diminuzione delle tensioni militari. Questi ultimi sviluppi sono considerati favorevolmente dagli analisti per la creazione di una distensione, se non permanente, almeno durevole tra i due paesi: l’impegno di Seul dovrebbe favorire una collaborazione tra le due parti ed anche l’atteggiamento della Casa Bianca pare orientato a favorire il più possibile questo processo, nell’ottica di un contributo decisivo alla stabilità regionale. Già un vertice tra Moon e Biden, che si è tenuto a Washington a Maggio, ha sancito la volontà di USA e Corea del Sud di mantenere gli accordi tra le due Coree e gli Stati Uniti, proprio come segno tangibile per favorire il dialogo con la Corea del Nord. Occorre ricordare che Pyongyang si era allontanato dagli USA dopo il fallimento del tentativo di Trump di raggiungere un accordo con Kim Jong-un. Nonostante le buone notizie che forniscono questi sviluppi è inutile non nascondere almeno una piccola dose di diffidenza verso la Corea del Nord, a cui conviene certamente, come alla Corea del Sud, ritrovare un clima di distensione con il paese vicino, anche dal punto di vista economico, ma non è certamente da sottovalutare l’attuale stato di bisogno di  Pyongyang, che in questo momento vede la sua economia prostrata ed in grande difficoltà, tanto che esistono notevoli sospetti della presenza di carestie nelle zone periferiche del paese ed anche le future prospettive non lasciano spazio ad un qualche miglioramento. Il ruolo cinese deve essere ancora valutato del tutto: potrebbe essere l’ispiratore dell’attuale volontà nordcoreana, una sorta di ruolo che gli USA hanno ricoperto con Seul; per Pechino, come per Washington, non vi è alcun interesse che Pyongyang alteri i fragili equilibri regionali e potrebbe lesinare sugli aiuti proprio per favorire una pacificazione quasi obbligata per la Corea del Nord con la Corea del Sud. Limitare l’azione personalistica, individuale ed al di fuori degli schemi è un interesse comune delle due potenze avversarie, che preferiscono un confronto reciproco, senza influenze esterne, spesso non controllabili.

Corea del Nord in grave carestia alimentare, nuovo possibile fattore di instabilità nel Pacifico

Il pubblico riconoscimento da parte di Kim Jong-un della gravità della situazione alimentare della Corea del Nord costituisce un allarme da non sottovalutare. Il capo di stato di Pyongyang ha parlato di una situazione molto difficile per il reperimento degli alimentari, aggravata dal mancato rispetto del piano produttivo in agricoltura, anche a causa di danni derivati da questioni ambientali e climatiche. La produzione agricola è considerata fondamentale non solo per fare fronte alla già difficile situazione del paese ma anche per cercare di superare l’emergenza collegata alla pandemia; infatti anche se, ufficialmente, il paese nordcoreano non è stato colpito dal covid, la situazione di grave denutrizione e con un settore sanitario non all’altezza della situazione, si pensa che le vittime della pandemia ed anche lo scarso settore produttivo del paese abbiano aggravato uno stato di cose già in forte crisi. Secondo le stime la Corea del Nord ha una decina di milioni, su circa venticinque, della sua popolazione che patisce la denutrizione e ciò influisce sulla vita del paese e sulla già compromessa capacità produttiva. Pyongyang patisce uno stato di arretramento nelle strutture produttive, che gli impedisce di risollevarsi dalla crisi, a cui si deve aggiungere le sanzioni per il nucleare, che hanno messo a dura prova la capacità di sopravvivenza di interi ceti sociali. Secondo le Nazioni Unite la chiusura delle frontiere avrebbe aumentato in modo esponenziale i prezzi dei prodotti di base e la non autosufficienza alimentare del paese avrebbe prodotto uno stato di grave carestia. La penuria alimentare è stata ulteriormente aumentata da fattori climatici contingenti come i tifoni e le forti piogge degli scorsi mesi di agosto e settembre. Il quadro generale è comunque incompleto per lo scarso accesso alle notizie che il regime determina ed i pochi dati disponibili provengono da alcune organizzazioni umanitarie che ne hanno accesso comunque in maniera parziale. Il fatto che Kim Jong-un abbia denunciato pubblicamente la situazione può avere diversi significati, di cui uno è però incontrovertibile: la situazione del paese è sicuramente molto grave. Il leader coreano potrebbe avere ammesso la gravità della crisi per sperare in una attenuazione delle sanzioni o per preparare il terreno per una richiesta di aiuti rivolta prima di tutti alla Cina, l’unico alleato del paese, ma anche agli Stati Uniti. Biden non ha ancora affrontato il problema dei rapporti con la Corea del Nord ed una forma di aiuti per contenere la crisi alimentare potrebbe costituire una base di partenza per la ripresa dei rapporti bilaterali, tuttavia Kim Jong-un ha abituato ad atteggiamenti contraddittori ed il pubblico riconoscimento dello stato di crisi alimentare potrebbe essere anche usato per colpevolizzare quella parte di comunità internazionale responsabile delle sanzioni. In questa ottica la ripresa delle minacce nucleari ed i lanci di prova dei missili intercontinentali potrebbero assumere, nella mente del dittatore, nuove forme di ricatto per ottenere vantaggi. Dal punto di vista della politica interna nonostante la grave crisi, non sembra possibile una sollevazione popolare in grado di rovesciare il regime: troppo intenso il controllo e troppo fiaccata ed esausta la popolazione per affrontare una rivolta, anche perché un eventuale appoggio esterno è del tutto impossibile. Un aiuto potrebbe arrivare, sotto forma di rifornimenti dalla Corea del Sud, che potrebbe temere un afflusso ingente verso le proprie frontiere, eventualità temuta anche dalla Cina, che non gradisce la creazione di campi profughi sul proprio territorio. Per il momento per Pechino l’interesse che il regime di Kim Jong-un resti al potere è prevalente per evitare una unione delle due Coree che si potrebbe concretizzare solo sotto Seul e che porterebbe il paese unito nell’orbita americana. La soluzione più logica dovrebbe quindi essere l’arrivo di aiuti da Pechino, in un quantitativo sufficiente a scongiurare la crisi ma non a risollevare del tutto il paese, per mantenere il controllo della possibilità di sostituire il regime con un governo sempre più favorevole alla Cina, ma maggiormente controllabile. Nel confronto tra Pechino e Washington ogni possibile punto a favore deve essere mantenuto e la Corea del Nord potrebbe diventare strategica perla Cina se Pechino fosse in grado di controllarne del tutto le mosse.