La minaccia atomica in Corea

La tensione tra le due Coree è tutt’altro che superata, siamo in presenza di una continua gara a superarsi nelle provocazioni. Nei giorni scorsi la Corea del Nord aveva espresso una dichiarazione distaccata ma che sembrava chiudere la diatriba; la Corea del Sud non ha desistito dalle manovre ma, anzi ha intensificato l’attività militare con l’uso di missili anticarro, proprio sul confine conteso. A Pyongyang questi ultimi sviluppi sono stati vissuti come una ulteriore provocazione e ne è scaturita la dichiarazione più pericolosa dall’inizio della vicenda: la Corea del Sud, ha minacciato ufficialmente l’uso dell’arma nucleare come strumento di dissuasione a possibili nuove esercitazioni. Sia gli USA che la Corea del Sud, ufficialmente non hanno dato grande peso alla possibilità di ritorsione nucleare, giustificando le esercitazioni militari come normale routine compiuta da uno stato sovrano nell’ambito dei propri confini. Tuttavia c’è da credere che la minaccia nucleare non sia affatto sottovalutata a nessuna latitudine del pianeta, mai come ora dalla fine della guerra fredda, ma senza le garanzie di allora, siamo stati così vicini ad uno scoppio di guerra non convenzionale che contempli l’uso dell’arma atomica.  Sottovalutare la minaccia non è salutare, Pyonyang è governata da un sistema fuori da ogni logica, forse solo la Cina può esercitare la sua influenza ma nel frattempo sarebbe bene che le parti avverse mantenessero un profilo il più basso possibile. L’ONU deve ora giocare un ruolo fondamentale crecando al più presto soluzione che permetta un’uscita onorevole per tutti gli attori, intavolare delle trattative che definiscano in modo definitivo la questione dei confini deve essere la prima priorità da percorrere come anticamera al problema nucleare.

Per Europa e Cina accordi sui temi economici

La Cina si adopererà per mantenere in buona salute uno dei suoi migliori clienti: l’Unione Europea. In occasione dell’apertura dei colloqui bilaterali sinoeuropei attraverso la dichiarazione ufficiale del vicepremier cinese ha affermato di appoggiare le azioni intraprese da UE e FMI per fronteggiare il debito di alcuni paesi particolarmente in difficoltà, mentre il ministro del commercio estero di Pechino ha dichiarato di prestare grande attenzione al fatto che la crisi del debito europeo sia costantemente sotto controllo. Le preoccupazioni cinesi sono legittime e duplici, la Cina ha come clienti pregiati i paesi europei, che però sono anche investitori e portatori di know-how essenziale per la crescita costante e per l’innalzamento della qualità dei prodotti locali, ma è anche creditrice in quanto detentrice di titoli emessi da tutti i paesi UE. Una situazione  di difficoltà più o meno grave dei paesi europei fa subito scattare il segnale di allarme per l’economia cinese, quindi le istituzioni devono subito attivarsi per bloccare o almeno sedare le crisi sopraggiunte. Già in passato la Cina è intervenuta direttamente per sostenere l’euro, il caso greco è solo quello più eclatante, ma in questa occasione si assiste ad una vera e propria dichiarazione di intenti, non certo disinteressata. Nel vertice bilaterale gli accordi raggiunti prevedono una collaborazione per una crescita sostenibile ma sopratutto per un approccio non protezionistico ai commerci internazionali, eventualità molto temuta dalla Cina e più volte minacciata dagli USA; guadagnare questo impegno dall’Europa significa molto per Pechino, perchè vuole dire che con la UE non si dovrebbe aprire un fronte di mancato accordo sulle tematiche del commercio estero, permettendo maggiore concentrazione sulla battaglia per l’apprezzamento della moneta cinese attualmente combattuta con Washington.

Coree fine dell'incubo?

La Corea del Nord rompe il preoccupante  silenzio dall’inizio delle esercitazioni della Corea del Sud e dichiara, attraverso l’agenzia KCNA, che alle manovre militari di Seul non vale la pena di reagire. Sembra così concludersi positivamente il pericoloso tira e molla seguito al bombardamento dell’isola sudcoreana sul confine dei due stati effettuato da Pyongyang. Evidentemente si tratta di una vittoria della diplomazia che ha operato alacremente al di fuori dei riflettori, tutto il mondo tira un sospiro di sollievo ma le questioni di fondo risultano ancora sul tappeto. L’atomica nordcoreana, il sempre maggiore peso cinese, il controllo delle vie di comunicazione e trasporto marine, il tutto inquadrato nella contrapposizione di alleanze ed equlibri che ruota intorno al rapporto conflittuale tra USA e Cina, con la UE spettatore interessato. La fine della vicenda, se vera fine è stata, segna un punto a favore della collaborazione tra gli stati e l’ONU, che hanno fattivamente collaborato per scongiurare il pericolo di un conflitto sui cui esiti non si potevano prevedere le conseguenze. Molto importante l’azione della Russia, che pur non essendo coinvolta in modo diretto, come USA e Cina, ha voluto assumere un ruolo di protagonista nella soluzione della questione. Probabilmente la molla che ha fatto scattare un impegno tanto fattivo è stato anche il pericolo che l’ago della bilancia si spostasse a favore di uno dei contendenti maggiori che stavano dietro le due Coree, compromettendo così l’equilibrio attuale. In questo momento storico così particolare se lo status quo subisce variazioni di così grande portata, come sarebbe potuto accadere in uno scenario possibile, rischia di innescare una reazione a catena sullo scenario internazionale di portata non facilmente quantificabile. Più defilata la posizione della UE, che ha assunto un ruolo quasi subalterno nella questione, d’accordo che le due Coree sono lontane, ma uno scenario globale come l’attuale richiede un impegno ed una presenza di maggiore peso in tutti i punti caldi ed i nodi cruciali del panorama complessivo.

Israele si sente accerchiato e teme sempre di più l'atomica iraniana

La politica estera Israeliana ha cercato di attivare una sorta di cintura di sicurezza intessendo buone relazioni con i governi di Turchia, Egitto e Giordania, tuttavia gli analisti rilevano che questi buoni rapporti si fermano al livello istituzionale senza incontrare il favore delle rispettive popolazioni. Si tratta di un problema non da poco per il paese della stella di David, giacchè l’intensificarsi della delaicizzazione di questi paesi favorisce partiti e movimenti di stampo religioso. La questione palestinese ha una grande presa su società sempre più islamizzate, dalle più tiepide fino a quelle più integraliste. Con la Turchia, unico paese di religione islamica con il quale esiste un accordo di mutua cooperazione per la difesa, il nocciolo della questione è l’esercito della mezzaluna che sta perdendo quote consistenti di potere all’interno delle istituzioni turche. Le forze armate di Ankara sono tradizionalmente laiche e vedono di buon occhio la collaborazione con Israele anche per gli avanzati strumenti e metodi che l’esercito israeliano condivide con loro, ma il crescente peso politico di partiti a componente religiosa sta rosicchiando sempre più peso specifico nell’importanza politica generale. In Libano la fazione dei cristiano maroniti sembra propendere verso un’alleanza non strategica ma tattica con gli Hezbollah, questo determinerebbe la fine dei rapporti con . Sono tutti segnali che innervosiscono Tel Aviv e contribuiscono a generare un pericoloso senso di accerchiamento in una fase molto difficile contrassegnata dal pericolo nucleare iraniano. Il rischio di conflitto aleggia sempre, la situazione iraniana non si sblocca nonostante le sanzioni ONU e la condanna internazionale, Israele teme concretamente l’atomica iraniana ed un possibile uso contro i suoi territori, ciò rende pericolosamente instabile il suo atteggiamento combatutto tra cautela e voglia di intervento. Fino ad ora si è preferito esercitare mezzi di contrasto alternativi come la guerra elettronica ed il sostegno agli oppositori del regime degli Ayatollah, ma l’accumulo di armamenti pesanti alla frontiera insieme all’esercito USA è un fatto concreto. D’altra parte proprio gli USA pensano di dotare uno scudo nucleare per i paesi arabi propri alleati in caso di avvenuta costruzione dell’atomica di Teheran. Dunque in mancanza di successo, come pare, della soluzione diplomatica si passa alla fase della minaccia militare, è un passo rischioso che si gioca su equlibrismi fortemente instabili, meglio sarebbe avesse successo la carta dell’opposizione interna che, però al momento non pare in grado di rovesciare un regime che gode di grande capacità di controllo interno ed anche di consistente appoggio popolare. La vicenda è ora aperta a tutte le soluzioni speriamo prevalga l’equilibrio e la ponderazione.

Tra le due Coree si aggrava la situazione

Sale al tensione tra le due Coree e si fa frenetica l’attività diplomatica per evitare il precipitarsi della situazione. La Corea del Nord ha dichiarato che se ci saranno le esercitazioni nel mar Giallo, già programmate per la scorsa settimana e rinviate per il maltempo, la risposta sarà dura ed il disastro sarà inevitabile. Seul da parte sua non arretra e conferma le manovre sul confine fissato dall’ONU dopo la guerra di Corea terminata nel 1953, questo, peraltro è il motivo del contendere: Pyongyang ha scatenato la bagarre  perchè non riconosce l’assegnazione alla parte Sud dell’isola di Yenpyeong (quella cannoneggiata) e di altre piccole isole. Nelle acque di queste isole la Corea del Sud ha effettuato le precedenti manovre militari dove avrebbe, secondo Pyongyang, sconfinato nelle acque territoriali del Nord, da qui la ritorsione militare. Quello che si rischia è ben più di qualche colpo di cannone, in questo momento nella zona ci sono concentrate consistenti forze militari in stato di emergenza e mobilitate per l’azione. La preoccupazione delle diplomazie è tangibile, tanto da fare muovere la Russia, l’ONU, la Cina egli USA, tutti però, sulle rispettive poszioni. In questo momento la più attiva pare Mosca che cerca di scongiurare le esercitazioni del mar Giallo  per guadagnare tempo per una pausa di riflessione che coinvolga direttamente i due paesi in un negoziato magari sotto l’egida dell’ONU.

Giappone: riassetto delle forze armate

Con le mutate condizioni dello scenario internazionale e la fine della guerra fredda cambia la strategia militare del Giappone. Ormai il possibile nemico sta nella regione asiatica infatti sono la Cina e la Corea del Nord a preoccupare l’impero del sol levante. L’alleanza che si muove con Tokyo comprende, oltre agli USA, il maggiore alleato, anche Corea del Sud ed Australia. Il punto cruciale e’ la questione del Mar Giallo ed i paesi che si muovono in abbinata con la Repubblica Popolare Cinese, la questione non investe la sola difesa nazionale ma anche il problema delle rotte commerciali attraverso le quali si muovono le merci. In questo quadro, anche per razionalizzare le disponibilita’ di bilancio, il Giappone cambia la composizione della propria forza militare riducendo le armate terrestri a favore di un rafforzamento dell’aviazione ma soprattutto della marina, incrementando non solo gli effettivi ma i mezzi da impiegare. Occorrono infatti nuove navi ma soprattutto aumentare il numero dei sommergibili che consentono un pattugliamento piu’ agile ed un impiego piu’ veloce in caso di emergenza di impiego. L’aumentata attenzione verso le vie del mare segnala che il livello di guardia dei nipponici e’ ben oltre la soglia della normalita’;  la crisi delle due Coree ha solo accelerato un processo gia’ in corso, l’incremento sempre maggiore dell’importanza e della potenza cinese tenevano gia’ sotto pressione Tokyo, che gia’ da tempo pensava questa strategia militare. La regione asiatica e’ cosi’ ora un campo aperto a sviluppi che possono prevedere un piccolo equilibrio del terrore dove si fronteggiano la Cina ed i suoi alleati, Corea del Nord, Birmania ed altri (dotati di armi nucleari) da una parte opposti ad USA, Giappone, Corea del Sud fino all’Australia. La partita si gioca su di un terreno cruciale per il trasporto delle merci verso mercati in forte espansione in grado di condizionare una parte importante della ricchezza mondiale

I cristiani scappano dall'Iraq

Tragli effetti della guerra iraqena e dell’escalation di violenza nel paese diBagdad vi è la crescente intolleranza religiosa perpetrata ai danni della minoranza crisitiana. La dimensione dell’abbandono del paese ha assunto proporzioni di esodo a causa del grande numero di persone costrette ad abbandonare la propria nazione per la persecuzione degl integralisti islamici. A parte l’episodio più eclatante dell’attacco operato da Al Qaeda lo scorso 31 ottobre alla chiesa di Bagdad, la vita dei cristiani in Iraq è ogni giorno più difficile, paradossalmente erano più protetti con il sanguinario regime precedente.  Questo spaccato inquietante mostra come potrebbe essere, ed in parte è già, un paese sotto il potere della parte più integralista  di una religione, che cerca di imporre con la violenza la propria visione. Siamo in un laboratorio politico e sociale dove si vede un sviluppo futuro possibile del decorso storico. Il dovere degli stati, ma sopratutto delle organizzazioni sovranazionali è impedire che questa possibilità diventi realtà, l’azione delle sole organizzazioni umanitarie non basta ad imporre la via democratica, come non bastano le sole armi e forse non basta neanche l’azione congiunta senza un sostegno fattivo delle democrazie in termini di soldi, tempo ed intenzioni. Quello che è davanti è il pericolo di radicalizzare lo scontro di civiltà, di ritornare alla divisione tra crociati ed ottomani, senza favorire le parti meno estreme si impone soltanto la via della violenza e non quella del dialogo, un confronto continuo tra chi vuole collaborare con buone intenzioni è la sola via d’uscita.

La battaglia per i diritti sconosciuta in patria

Dopo la sedia vuota di Liu Xiaobo, un’altra sedia non è stata occupata, se non dalla bandiera cubana, infatti Guillermo Farinas non ha potuto ritirare il premio Sakharov 2010 per la libertà di pensiero, nonostante l le molte pressioni del presidente del Parlamento Europeo Buzek. Cuba ha trattenuto il dissidente bloccando il permesso di espatrio. I regimi assoluti sono sempre più messi in difficoltà dalle premiazioni di rilevanza internazionale che costituiscono una cassa di risonanza enorme e permettono di focalizzare le problematiche dei diritti umani sulle quali i governi e  le pubbliche opinioni dei paesi occidentali sono molto sensibili. Ma se all’esterno le situazioni sono conosciute, grazie alla grande pubblicità mediatica, all’interno dei paesi di origine dei premiati, quelli oggetto di critiche per la mancanza dei diritti, la pubblica opinione interna è tenuta pressochè all’oscuro. Molti cinesi non conoscono la vicenda del premio Nobel, proprio grazie a quei diritti che sono negati e per la cui denuncia vengono assegnati i premi riferiti alle battaglie dei diritti umani. La censura operata è feroce, il controllo delle fonti d’informazione provenienti dall’esterno è serrato, ma c’è anche un’azione più subdola, che i governi degli stati dittatoriali hanno imparato bene dal capitalismo: l’introduzione di un sempre maggiore livello di consumismo teso ad addormentare le coscienze. Non è un caso che Cuba abbia aperto da poco il proprio mercato ai beni di consumo una volta vietati e che la Cina sia ormai il paradiso dei centri commerciali. La popolazione reduce da anni di povertà e penuria è stata frastornata con un’invasione di prodotti, peraltro costruiti a prezzi insostenibili sul piano dei diritti, che ha sortito il sonno della ragione. La nuova condizione sociale associata al più stretto controllo statale si è così rivelata una miscela letale che non permette di prendere coscienza dell’azione dei pochi che si battono per i diritti di tutti.

La Corea del Sud inizia le esercitazioni per i civili

In un clima surreale di apprensione e paura la Corea del Sud ha iniziato le esercitazioni di difesa civile, preparatorie ad un eventuale attacco proveniente dalla parte Nord del paese. La decisione di effettuare le esercitazioni non solo ai militari ma anche ai civili è una spia dei sentimenti che albergano nelle coscienze dei governanti di Seoul, la minaccia di un conflitto è tenuta in grande considerazione e molto temuta dal paese, inoltre si temono le reazioni di Pyongyang anche alle continue pressioni provenienti dall’occidente per il problema atomica. La situazione tra le due Coree è di stasi, ma la tensione rimane alta lungo la frontiera e nelle sale diplomatiche; il lavorio sottotraccia di USA e Cina continua alacremente per scongiurare il conflitto, ma le difficoltà restano, sullo sfondo la situazione tra i due paesi non migliora anche perchè non vengono intrattenute relazioni diplomatiche dirette.

Birmania: nuovo socio del club nucleare?

La riduzione dei costi e la disponibilità tecnologica rischiano di favorire la proliferazione nucleare nel pianeta. L’ultima entrata nel club dell’atomica potrebbe essere la Birmania, dove, secondo fonti riservate USA, si sta lavorando per costruire un nuovo ordigno nucleare con il concorso di esperti nordcoreani e russi. La Birmania è retta da una giunta militare ed i diritti civili non sono rispettati tanto da sottoporre il paese  a sanzioni da parte di Stati Uniti ed Europa (che ha mantenuto gli aiuti umanitari). Sulla scena internazionale la Birmania è quasi sempre stata ai margini ed è salita alla ribalta per la vicenda del premio Nobel per la pace 1991 Aung San Suu Kyi relegata per anni agli arresti e liberata solo a Novembre di quest’anno. La creazione di una bomba atomica  può essere intesa come volontà di accreditarsi come potenza emergente, la nazione è ricca di materie prime come gas e petrolio ed ha avviato fruttuose collaborazioni economiche con Cina ed India, la sua posizione geografica con i suoi porti permette di essere una testa di ponte verso l’oceano indiano, un punto chiave per il trasporto delle merci. I due giganti economici competono direttamente per accapparrarsi le risorse birmane, ma la Cina appare in vantaggio per la grande liquidità immessa nel sistema birmano, consentendo la creazione di importanti infrastrutture; mentre la Russia ha commerci sostanziosi sul capitolo armamenti, per i quali gli stanziamenti della giunta sono notevoli. Per tutti questi motivi la preoccupazione degli USA è comprensibile, potrebbe trovarsi di fronte un paese avverso in una zona chiave del pianeta, dotato di un’arma di distruzione di massa, per di più alleato alla Corea del Nord. Il quadro generale pare influenzato dalla Cina, che sta materialmente dietro questi paesi, la strategia di Pechino cerca di aumentare sempre di più la propria sfera d’influenza nella regione asiatica, sia dal punto di vista politico che economico, le nazioni di questa zona sono considerate strategiche sia per le risorse che come mercato economico per la produzione e la vendita di beni, favorire un’atomica ulteriore nella regione significa mettere una barriera agli Stati Uniti, in un momento particolare  per il paese a stelle e strisce impegnato su più fronti. Questa debolezza causata dai troppi impegni sullo scacchiere internazionale favorisce manovre alternative agli avversari degli americani che mettono in campo strategie e minacce sempre nuove nella guerra per il predominio economico.