In Iran, il nuovo presidente si insedia al potere

Il presidente eletto in Iran, Ebrahim Raisi, si presenta con caratteri populisti, in questo conforme alle tendenze di molte democrazie occidentali, difensore delle classi più deboli del paese e con un ruolo da assumere come protagonista nella lotta alla corruzione, interpretati con la visuale politica dell’ultraconservatore; naturalmente anche con la ferma volontà di mantenere lo stato attuale dell’ordine presente in Iran. Anche il suo abbigliamento abituale, un lungo mantello scuro ed un turbante, denota le sue idee, che provengono dal clero sciita più tradizionalista. Questa elezione rappresenta un problema diplomatico per il paese iraniano, perché il nuovo presidente è nella lista nera di Washington a causa di accuse molto gravi consistenti nella violazione dei diritti umani, accuse sempre negate dallo stato iraniano; ma anche dal punto di vista interno, la sua vittoria elettorale, sebbene ottenuta al primo turno, è stata contraddistinta da un grande astensionismo, che pone dei dubbi, non sulla legittimità del voto, ma sull’analisi politica del clima politico interno. La quasi totale mancanza di fiducia dei ceti più progressisti, nei candidati presenti, ha determinato una astensione generalizzata dal voto della parte di popolazione alternativa ai conservatori, favorendo in maniera decisiva la vittoria di Raisi. Il nuovo presidente assumerà le sue funzioni, dopo il più moderato Hasan Rohani, che aveva saputo trovare un accordo con la comunità internazionale nel 2015, con la crisi per il programma nucleare che era in corso da dodici anni; questo elemento provoca profonde preoccupazioni per la comunità diplomatica, che teme un irrigidimento da parte di Teheran, nonostante la volontà di Biden di trovare una soluzione, dopo il ritiro unilaterale di Trump dall’accordo sul nucleare iraniano. Raisi compirà sessantuno anni il prossimo novembre, la sua formazione è un misto tra studi religiosi e di giurisprudenza ed ha iniziato, a soli venti anni, a lavorare nell’apparato legale iraniano come Procuratore Generale di una città vicina alla capitale, subito dopo la vittoria della Rivoluzione islamica, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di Procuratore Generale della nazione. Dal 2018 ricopre anche la carica di insegnante in un seminario sciita; secondo l’opinione, ampiamente diffusa, di molti operatori dell’informazione del paese è uno dei maggiori favoriti a diventare il successore della guida suprema. La provenienza dal clero e dalla parte più conservatore del paese, unita allo scarso successo elettorale complessivo e consapevole della necessità di unire un tessuto sociale lacerato sui temi delle libertà individuali, Raisi ha dovuto impegnarsi a promettere la difesa della libertà di espressione, dei diritti fondamentali e ad assicurare la trasparenza dell’azione politica. Secondo gli iraniani moderati e riformatori, il nuovo presidente, oltre ad essere un ultraconservatore, sarebbe un inesperto della gestione politica, una mancanza molto grave per ottenere una sintesi che possa permettergli di attuare una azione di governo incisiva. Ancora più gravi le accuse dell’opposizione in esilio, che accusa Raisi, nella sua funzione, occupata nel 1988, di viceprocuratore del tribunale rivoluzionario di Teheran, di avere avuto una parte attiva nelle esecuzioni di massa dei detenuti di sinistra. Il nuovo presidente iraniano ha negato di essere coinvolto in questa repressione, tuttavia si è detto d’accordo con l’ordine di Khomeini di avere disposto l’epurazione per mantenere la sicurezza della Repubblica islamica. L’impressione è che, potenzialmente, Raisi possa essere un fattore in grado di alterare i già fragili equilibri regionali, soprattutto nelle relazioni con Israele e con gli stati arabi sunniti, ma le esigenze dell’economia del paese, sempre più in grave difficoltà, possano limitarne l’azione estremista in ragione dell’esigenza di ridurre le sanzioni economiche: in quest’ottica la normalizzazione dei rapporti con gli USA , almeno sulla questione del trattato del nucleare, risulterà un obiettivo, anche se non dichiarato esplicitamente; anche perché la possibilità di sganciarsi dall’economia americana ed appoggiarsi esclusivamente a quella russa e cinese, non garantisce di superare le pesanti difficoltà economiche imposte dalle sanzioni USA e dei suoi alleati.

Corea del Nord e Corea del Sud si riavvicinano

La giornata odierna registra una variazione positiva nei rapporti tra le due Coree: infatti sono state di nuovo aperte le frontiere, chiuse da tredici mesi con decisione unilaterale della Corea del Nord, per ritorsione contro quelle che erano stata giudicate, da Pyongyang, attività propagandistiche di Seul anti nordcoreane. Le attività diplomatiche sono andate avanti grazie all’impegno personale dei due leader, che fino dal mese di aprile hanno intrattenuto una relazione epistolare, proprio per migliorare i legami dei rispettivi paesi. Il primo sviluppo tangibile del miglioramento delle relazioni tra Corea del Nord e del Sud è stato individuato nella riapertura delle comunicazioni transfrontaliere tra i due paesi. Se si guarda al normale atteggiamento di Pyongyang, improntato alla diffidenza ed alla chiusura, il risultato appare molto significativo, anche se potrebbe nascondere difficoltà da parte del regime nordcoreano, che accusa gli effetti negativi della pandemia, soprattutto per gli aspetti igienico sanitari e per la difficoltà di procurarsi il sufficiente fabbisogno alimentare per la propria popolazione. Dal punto di vista ufficiale dei nordcoreani è stata data una enfasi particolare alla ripresa dei contatti, l’agenzia di stampa della Corea del Nord parla di progressi effettuati dalle due parti per la ripresa della reciproca fiducia, fornendo un chiaro attestato a Seul, certificato anche dai sicuri effetti positivi che la ripresa delle relazioni avrà sul miglioramento delle relazioni e sulle aspettative di entrambe le popolazioni della ripresa dei legami coreani. Il lavoro diplomatico ha riguardato, in special modo, la ricerca del progresso della riconciliazione per potere favorire la fiducia tra le due parti e rimettere al centro le relazioni tra i due stati. Anche da parte sudcoreana è stato sottolineato come il processo di distensione sia stato seguito in prima persona dai due leader, grazie ad un serrato scambio epistolare, avvenuto in più occasioni; questo apprezzamento pubblico da parte di Seul appare altrettanto significativo di quello di Pyongyang, occorre ricordare che la Corea del Nord fece esplodere, nel Giugno dello scorso anno, l’ufficio di collegamento interrompendo i rapporti di frontiera e ciò suscitò molto sdegno in Corea del Sud. Questa interruzione dei rapporti bloccò una attività diplomatica avviata fin dal 2018 tra il presidente Moon e Kim Jong-un, che ebbero tre incontri che permisero il raggiungimento, tra l’altro, della diminuzione delle tensioni militari. Questi ultimi sviluppi sono considerati favorevolmente dagli analisti per la creazione di una distensione, se non permanente, almeno durevole tra i due paesi: l’impegno di Seul dovrebbe favorire una collaborazione tra le due parti ed anche l’atteggiamento della Casa Bianca pare orientato a favorire il più possibile questo processo, nell’ottica di un contributo decisivo alla stabilità regionale. Già un vertice tra Moon e Biden, che si è tenuto a Washington a Maggio, ha sancito la volontà di USA e Corea del Sud di mantenere gli accordi tra le due Coree e gli Stati Uniti, proprio come segno tangibile per favorire il dialogo con la Corea del Nord. Occorre ricordare che Pyongyang si era allontanato dagli USA dopo il fallimento del tentativo di Trump di raggiungere un accordo con Kim Jong-un. Nonostante le buone notizie che forniscono questi sviluppi è inutile non nascondere almeno una piccola dose di diffidenza verso la Corea del Nord, a cui conviene certamente, come alla Corea del Sud, ritrovare un clima di distensione con il paese vicino, anche dal punto di vista economico, ma non è certamente da sottovalutare l’attuale stato di bisogno di  Pyongyang, che in questo momento vede la sua economia prostrata ed in grande difficoltà, tanto che esistono notevoli sospetti della presenza di carestie nelle zone periferiche del paese ed anche le future prospettive non lasciano spazio ad un qualche miglioramento. Il ruolo cinese deve essere ancora valutato del tutto: potrebbe essere l’ispiratore dell’attuale volontà nordcoreana, una sorta di ruolo che gli USA hanno ricoperto con Seul; per Pechino, come per Washington, non vi è alcun interesse che Pyongyang alteri i fragili equilibri regionali e potrebbe lesinare sugli aiuti proprio per favorire una pacificazione quasi obbligata per la Corea del Nord con la Corea del Sud. Limitare l’azione personalistica, individuale ed al di fuori degli schemi è un interesse comune delle due potenze avversarie, che preferiscono un confronto reciproco, senza influenze esterne, spesso non controllabili.

Corea del Nord in grave carestia alimentare, nuovo possibile fattore di instabilità nel Pacifico

Il pubblico riconoscimento da parte di Kim Jong-un della gravità della situazione alimentare della Corea del Nord costituisce un allarme da non sottovalutare. Il capo di stato di Pyongyang ha parlato di una situazione molto difficile per il reperimento degli alimentari, aggravata dal mancato rispetto del piano produttivo in agricoltura, anche a causa di danni derivati da questioni ambientali e climatiche. La produzione agricola è considerata fondamentale non solo per fare fronte alla già difficile situazione del paese ma anche per cercare di superare l’emergenza collegata alla pandemia; infatti anche se, ufficialmente, il paese nordcoreano non è stato colpito dal covid, la situazione di grave denutrizione e con un settore sanitario non all’altezza della situazione, si pensa che le vittime della pandemia ed anche lo scarso settore produttivo del paese abbiano aggravato uno stato di cose già in forte crisi. Secondo le stime la Corea del Nord ha una decina di milioni, su circa venticinque, della sua popolazione che patisce la denutrizione e ciò influisce sulla vita del paese e sulla già compromessa capacità produttiva. Pyongyang patisce uno stato di arretramento nelle strutture produttive, che gli impedisce di risollevarsi dalla crisi, a cui si deve aggiungere le sanzioni per il nucleare, che hanno messo a dura prova la capacità di sopravvivenza di interi ceti sociali. Secondo le Nazioni Unite la chiusura delle frontiere avrebbe aumentato in modo esponenziale i prezzi dei prodotti di base e la non autosufficienza alimentare del paese avrebbe prodotto uno stato di grave carestia. La penuria alimentare è stata ulteriormente aumentata da fattori climatici contingenti come i tifoni e le forti piogge degli scorsi mesi di agosto e settembre. Il quadro generale è comunque incompleto per lo scarso accesso alle notizie che il regime determina ed i pochi dati disponibili provengono da alcune organizzazioni umanitarie che ne hanno accesso comunque in maniera parziale. Il fatto che Kim Jong-un abbia denunciato pubblicamente la situazione può avere diversi significati, di cui uno è però incontrovertibile: la situazione del paese è sicuramente molto grave. Il leader coreano potrebbe avere ammesso la gravità della crisi per sperare in una attenuazione delle sanzioni o per preparare il terreno per una richiesta di aiuti rivolta prima di tutti alla Cina, l’unico alleato del paese, ma anche agli Stati Uniti. Biden non ha ancora affrontato il problema dei rapporti con la Corea del Nord ed una forma di aiuti per contenere la crisi alimentare potrebbe costituire una base di partenza per la ripresa dei rapporti bilaterali, tuttavia Kim Jong-un ha abituato ad atteggiamenti contraddittori ed il pubblico riconoscimento dello stato di crisi alimentare potrebbe essere anche usato per colpevolizzare quella parte di comunità internazionale responsabile delle sanzioni. In questa ottica la ripresa delle minacce nucleari ed i lanci di prova dei missili intercontinentali potrebbero assumere, nella mente del dittatore, nuove forme di ricatto per ottenere vantaggi. Dal punto di vista della politica interna nonostante la grave crisi, non sembra possibile una sollevazione popolare in grado di rovesciare il regime: troppo intenso il controllo e troppo fiaccata ed esausta la popolazione per affrontare una rivolta, anche perché un eventuale appoggio esterno è del tutto impossibile. Un aiuto potrebbe arrivare, sotto forma di rifornimenti dalla Corea del Sud, che potrebbe temere un afflusso ingente verso le proprie frontiere, eventualità temuta anche dalla Cina, che non gradisce la creazione di campi profughi sul proprio territorio. Per il momento per Pechino l’interesse che il regime di Kim Jong-un resti al potere è prevalente per evitare una unione delle due Coree che si potrebbe concretizzare solo sotto Seul e che porterebbe il paese unito nell’orbita americana. La soluzione più logica dovrebbe quindi essere l’arrivo di aiuti da Pechino, in un quantitativo sufficiente a scongiurare la crisi ma non a risollevare del tutto il paese, per mantenere il controllo della possibilità di sostituire il regime con un governo sempre più favorevole alla Cina, ma maggiormente controllabile. Nel confronto tra Pechino e Washington ogni possibile punto a favore deve essere mantenuto e la Corea del Nord potrebbe diventare strategica perla Cina se Pechino fosse in grado di controllarne del tutto le mosse.

La necessità della ripresa dei rapporti diplomatici tra Arabia Saudita ed Iran

L’esigenza della ripresa di rapporti ufficiali tra Teheran e Riyad non riguardano direttamente soltanto Iran ed Arabia Saudita, ma sono essenziali per l’Iraq e lo Yemen come Stati più prossimi ed investiti dalla rivalità tra i due paesi ma anche la stabilità regionale e l’impegno statunitense nell’area per favorire la pace nell’area e le sue ripercussioni a livello mondiale. Le relazioni tra Arabia Saudita ed Iran sono state interrotte formalmente da cinque anni, ma ciò è stato soltanto il culmine di una rivalità di lungo periodo, dovuta a motivi religiosi, nell’ambito del difficile rapporto tra sunniti e sciiti, che hanno avuto conseguenze, peraltro inevitabili, sul piano politico e geostrategico. L’attuale presidenza americana ha rappresentato una inversione di tendenza rispetto a quella precedente, fortemente sbilanciata a favore dei sauditi: Biden preferisce un atteggiamento, in pratica, più equidistante, anche se ufficialmente deve essere più vicino a Riyad. In ogni caso il mutato atteggiamento della Casa Bianca, soprattutto circa l’accordo per il nucleare iraniano, ha determinato per l’Arabia Saudita la necessità di una relazione con l’Iran regolata da normali rapporti internazionali. Del resto, anche se molto caute, le dichiarazioni provenienti da ambienti diplomatici sauditi, hanno sottolineato l’importanza della predisposizione della Repubblica islamica iraniana a dialogare con il Regno saudita per mantenere la pace trai due paesi e la stabilità della regione. Riyad sembra rendersi conto che se l’accordo sul nucleare iraniano ritorna ad essere in vigore, l’Arabia Saudita, già privata del rapporto privilegiato con Trump, non può più snobbare l’importanza dei rapporti diplomatici con Teheran. Certamente il rapporto diplomatico sarà tutto da costruire e nel migliore dei casi, potrà essere una sorta di tregua tra due nemici, che hanno una visione opposta del rispettivo ruolo regionale, tuttavia entrambi i paesi sono consci che un rapporto bilaterale ben definito all’interno della consuetudine del diritto internazionale, rappresenta il punto di partenza essenziale per una convivenza pacifica, che diventa sempre più irrinunciabile; questo nonostante esistano in entrambi i paesi forze che lavorano per un esito negativo, con lo scopo di rafforzare i settori più tradizionalisti, in politica estera, dei due paesi. Oltre i rapporti bilaterali che riguardano strettamente i due stati, la ripresa ufficiale dei contatti potrà e dovrà avere conseguenze, si spera positive, su paesi terzi come Yemen e Iraq.  Lo stato yemenita è attraversato da un conflitto che è in corso dal 2015 e che ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie; le milizie dei ribelli sono di religione sciita e, quindi, ideologicamente vicini a Teheran, nonostante non dispongano di un armamento avanzato, l’esercito saudita, pur avvantaggiato da un equipaggiamento più evoluto, non è riuscito ad arrivare alla vittoria: questa situazione, collocata nel dualismo tra sauditi ed iraniani, è stata vissuta internamente, ma non pubblicamente, a Riyad come una sorta di sconfitta proprio nei confronti dell’Iran, seppure in modo indiretto; per questa ragione l’Arabia Saudita ha bisogno di uscire da questo conflitto senza compromettere la propria posizione internazionale  e un negoziato per riallacciare i rapporti con il paese iraniano, potrebbe contenere anche temi relativi a questi aspetti. Anche l’Iraq rappresenta un punto centrale nel rapporto trai due stati, la nazione irakena è composta da sunniti, che sono in maggioranza e sono legati a Riyad e da sciiti, minoranza al potere vicina a Teheran. La differenza religiosa ha prodotto contrasti profondi che si sono duplicati nei rapporti politici; l’Iraq ha attraversato periodi molto complicati dopo la caduta di Saddam Hussein e l’avanzata dello Stato islamico e cerca di raggiungere un complicato equilibrio per affrontare un processo di pace interna, che necessita di essere patrocinato da Arabia Saudita ed Iran in condizioni di accordo reciproco, oltre che degli Stati Uniti. Come si vede la necessità della ripresa di un rapporto diplomatico tra i due principali paesi islamici risulta essere essenziale per gli equilibri che vanno aldilà dello specifico rapporto bilaterale, ma investe gli assetti regionali; in questo quadro l’ostacolo principale potrebbe ancora essere la ripresa dell’accordo sul nucleare iraniano, tuttavia un arresto dei processi di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran, dovrebbe risultare conveniente anche per Riyad, a questo scopo il ruolo di USA , Europa, Cina e Russia potrà essere decisivo solo se queste potenze vorranno guardare all’interesse complessivo piuttosto che a quello funzionale a singoli interessi di parte: un accordo tra Iran ed Arabia Saudita è senz’altro una occasione da sfruttare per tutto il mondo.  

USA e Iran vicino alla ripresa dei negoziati per l’accordo sul nucleare

La possibilità della ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano entra in una fase decisiva grazie ad una serie di incontri preliminari avvenuti in maniera indiretta tra i rappresentanti di Washington e Teheran a seguito delle pressioni diplomatiche esercitate sia dalle due parti, che dall’Unione Europea. L’obiettivo è quello di ripristinare il documento firmato durante la presidenza di Obama e cancellato in maniera unilaterale da Trump, ma senza l’assenso degli altri firmatari. Per gli USA e per gli altri firmatari è importante che l’Iran rispetti l’accordo sul nucleare e per l’Iran è fondamentale che gli Stati Uniti ritirino le sanzioni e permettano la ripartenza dell’economia persiana. Se materialmente l’incontro tra le due delegazioni non c’è stato, l’impegno della diplomazia europea ha permesso concretamente il dialogo a distanza. La situazione attuale è da ascrivere alla errata strategia di Trump, che, ritirandosi dal trattato, ha favorito le condizioni per il ritorno iraniano verso l’arricchimento dell’uranio e, nel contempo, ha creato le condizioni affinché Teheran ritenga immotivato sedersi ad un tavolo con gli USA, senza che Washington ritiri le sanzioni. Da un punto di vista politico la posizione dell’Iran sarebbe ineccepibile se non fosse che anch’esso si è sostanzialmente ritirato dall’accordo arricchendo l’uranio. L’attuale situazione è di stallo: Biden rivuole l’accordo, ma non ritirerà le sanzioni fino ad un nuovo adempimento iraniano, viceversa Teheran pretende prima il ritiro delle sanzioni per sedersi di nuovo al tavolo con gli USA per poi arrivare ad assicurare l’interruzione dei processi di arricchimento dell’uranio. Questa situazione di blocco potrebbe essere rimossa da una dimostrazione di buona volontà degli statunitensi, come ha anche affermato il portavoce americano, che ritiene necessaria l’interruzione delle sanzioni per fare ripartire la trattativa; parole accolte positivamente in Iran, che fanno intravvedere una soluzione positiva. Gli ultimi incontri preliminari hanno determinato la costituzione di due gruppi di lavoro che riguarderanno, rispettivamente le modalità per interrompere le sanzioni americane e il percorso per ripristinare le condizioni dell’accordo nel paese iraniano. Washington, pur predisponendosi favorevolmente allo sviluppo della situazione, mantiene un basso profilo di fronte alle possibilità di un successo della trattativa, dato che i tempi previsti per il ripristino dell’accordo non sembrano essere brevi. Gli USA rifiutano la logica di procedere per primi nel blocco delle sanzioni per arrivare alla conseguente azione iraniana, piuttosto prediligono una modalità sincrona con Teheran nella rinuncia congiunta delle attuali condizioni. Per questo scopo è importante che le due parti stabiliscano un procedimento scandito con tempi certi nei vari passaggi, anche se è difficile prevedere una tempistica certa per arrivare alla fine del processo. L’obiettivo comune di Washington e Bruxelles è quello di arrivare ad una soluzione prima delle elezioni iraniane di giugno, affinché anche un governo di diverso indirizzo da quello attuale trovi una situazione già definita, tuttavia diversi analisti ritengono fortemente improbabile concludere il processo entro la data elettorale e ciò potrebbe causare una nuova partenza delle trattative con nuovi interpreti e condizioni. Per la Casa Bianca è importante evitare un riavvicinamento di Teheran con Pechino, causato anche dal comune interesse di indebolire il predominio della moneta americana nel mondo, fattore che è stato alla base del successo delle sanzioni americane, non solo contro l’Iran ma anche contro altri soggetti internazionali. Questo argomento, però, può essere alla base di un progetto con una scadenza medio o lunga, nell’immediato non è attuabile e le necessità del breve periodo per l’Iran sono quelle di rivitalizzare la propria economia, che sta patendo, oltre le sanzioni, la pessima congiuntura interna ed internazionale e gli effetti della pandemia. Queste ragioni pratiche potrebbero essere il fattore decisivo per dare un impulso ancora maggiore ai negoziati e risolvere per Washington una situazione che può distogliere delle attenzioni e delle risorse americane per destinarle a scenari ritenuti più decisivi, come quello del sud est asiatico, mentre per la stabilità regionale l’Iran senza atomica significherebbe anche la mancata proliferazione da parte dell’Arabia Saudita ed un atteggiamento più cauto di Israele.

Cina e Russia non sono interlocutori affidabili perchè appoggiano la giunta militare del Myanmar

La repressione in Myanmar sta assumendo dimensioni sempre maggiori, sia per la violenza messa in atto, che per la tragica contabilità delle vittime, tra cui anche bambini e minorenni. L’entità della forza messa in campo dai militari, funzionale ad una repressione, che ha come obiettivo quello di cancellare ogni forma di dissidenza, rivela un timore che ha generato una reazione oltre ogni ragionevole aspettativa soprattutto nei modi. La paura dei militari è senz’altro dovuta al percorso democratico che il paese aveva intrapreso e che minacciava l’autonomia delle forze armate, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario; la struttura produttiva dell’ex Birmania, infatti è praticamente totalmente gestita dai militari, che, nelle varie forze armate, si dividono le varie industrie del paese. Si comprende come ciò determini una forte diseguaglianza ed il tessuto produttivo sia condizionato da una burocrazia con alto tasso di corruzione. E’ possibile che anche la piccola cessione di potere politico, avvenuta con il parziale ripristino democratico, abbia avuto, tra le altre, anche la conseguenza di un aumento del controllo sulla gestione dell’economia: ciò è stato vissuto da parte dei militari come una invasione di campo che ne ha provocato la reazione rabbiosa e la cancellazione, mediante futili motivi, degli asseti democratici. L’Unione Europea, tramite l’Alto rappresentante per la politica estera, ha condannato la violenza spietata delle forze armane birmane, contro il proprio stesso popolo, che ha assunto proporzioni ancora maggiori, rispetto ai giorni passati; Bruxelles ha anche detto di stare lavorando per fermare la violenza. Pure il presidente USA, Biden, ha condannato l’esercito del Myanmar per avere provocato morti inutili ed ha preannunciato sanzioni contro l’esercito e la giunta militare della ex Birmania, colpevole anche del colpo di stato che ha destituito il governo legittimamente eletto. Dunque le reazioni occidentali, contro i militari del Myanmar, da parte dei due maggiori soggetti occidentali, sono state veloci e molto rilevanti dal punto di vista diplomatico a cui, sicuramente, seguiranno delle sanzioni che andranno a colpire, dal punto di vista commerciale e finanziario le ricchezze gestite dalle forze armate; tuttavia esiste un motivo di preoccupazione altrettanto grave, perché accentua la sempre maggiore differenza tra la parte occidentale con la Cina e la Russia. L’alto valore simbolico dell’appoggio dichiarato alla giunta militare del Myanmar da parte di Pechino e Mosca, sembra essere un fattore di non ritorno per la Cina e la Russia in relazione alla possibilità di instaurare un dialogo su basi comuni con USA ed Europa. I due paesi, uno ex comunista ed uno dichiaratamente comunista, ma con un particolare apprezzamento al mercato senza diritti per i lavoratori, si avvicinano sempre di più, scoprendo sempre maggiori affinità nella negazione dei diritti civili e riconoscendo meriti anche agli altri soggetti internazionali che intraprendono questo percorso. Appoggiare una dittatura sanguinosa ha un significato particolare, che va oltre l’intenzione di cooptare un paese nella propria zona di influenza, e che vuole affermare il diritto di un governo di reprimere in qualsiasi modo il dissenso interno: una situazione comune sia per la Cina, che per la Russia. Il messaggio che deve arrivare a Washington e Bruxelles è semplicemente questo, ma si deve tenere conto che per la Cina, dal punto di vista della politica estera si tratta di rompere il proprio tabù della non ingerenza negli affari interni: appoggiando in maniera manifesta la giunta golpista, mette in chiaro la propria posizione di ritenere legittima qualsiasi forma di repressione che viene usata per contenere ed annullare il dissenso interno. Se questo è vero, e non vi è alcun elemento per potere ritenere il contrario, sia Pechino, che Mosca, hanno compiuto un avanzamento dal quale non sembra possano ritornare indietro e, a questo punto, l’occidente deve riflettere su qualunque contatto e rapporto intenda tenere e mantenere con questi due paesi. La via diplomatica è sempre la migliore, ma di fronte a provocazioni del genere un deciso allontanamento, anche nelle relazioni commerciali ed economiche, sembra essere la soluzione migliore, anche per sfuggire a qualsiasi forma di contaminazione, seppure apparentemente conveniente economicamente, proveniente dai due paesi. L’uso del soft power cinese e la politica dei vaccini della Russia non devono condizionare il giudizio su due governi che approvano ed appoggiano la repressione violenta come forma di politica contro il dissenso: meglio ricercare una propria autonomia nel campo occidentale e non correre alcun rischio derivante dal rapporto con queste nazioni.  

Gli USA vicini al rientro nell’accordo per il nucleare iraniano

Il trattato sul nucleare iraniano, sottoscritto nel 2015 da Iran, Unione Europea, Germania e dai membri permanenti delle Nazioni Unite: USA, Cina, Francia, Inghilterra e Russia aveva lo scopo di impedire la proliferazione degli armamenti nucleari nella Repubblica islamica, garantendo a Teheran una minore pressione delle sanzioni economiche già imposte da Washington. Con l’elezione di Trump, gli USA invertirono il proprio comportamento adottando l’abbandono unilaterale dal trattato, con il conseguente reinserimento di nuove sanzioni energetiche e finanziarie contro l’Iran e contro chi avrebbe mantenuto rapporti commerciali con Teheran. Il cambiamento di atteggiamento americano, condizionato dalla vicinanza strategica di Trump con Israele ed Arabia Saudita, fu caratterizzato dalla così detta strategia di massima pressione, che secondo l’ex presidente degli Stati Uniti, avrebbe dovuto portare ad azzerare la volontà di possedere armamenti nucleari iraniana, mediante una politica di sanzioni più dura. In realtà, Teheran, pur sottoposto ad una situazione particolarmente pesante a causa dell’aumento dell’inflazione, del deprezzamento della propria moneta e di una grave recessione, provocate dall’atteggiamento della Casa Bianca, ha intrapreso una politica di arricchimento dell’uranio, sviluppando una tecnologia, che seppure non è stata ancora in grado di arrivare alla creazione della bomba atomica, ha creato grave apprensione, sia a livello regionale, che globale. Il fallimento della strategia statunitense di Trump, e dei suoi alleati israeliani e sauditi, ha compreso anche l’innalzamento del livello della tensione causato dagli attentati in cui sono morte personalità iraniane coinvolte nei programmi di ricerca per l’arricchimento dell’uranio. Il nuovo presidente americano Biden, fin dalla campagna elettorale, ha inserito nel proprio programma di politica estera la possibilità del rientro degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano, valutando negativamente le conseguenze dell’uscita che si sono concretizzate in un isolamento internazionale degli Stati Uniti e nella maggiore precarietà degli equilibri regionali. Biden ha chiesto un cambio di atteggiamento preventivo degli iraniani, con una riduzione dell’attività nucleare, in cambio del quale l’Iran ha proposto una prima riduzione delle sanzioni, come segno tangibile di buone intenzioni per la prosecuzione delle trattative. A questo scopo sarà anche fondamentale la ripresa del dialogo tra i funzionari iraniani e l’Agenzia per la ricerca atomica, per favorire le ispezioni delle centrali nucleari; a questo scopo fin dal prossimo mese di aprile si aprirà un ciclo di incontri per stabilire reciprocamente le regole delle ispezioni; frattanto il presidente iraniano ha deciso autonomamente di sospendere le operazioni per l’arricchimento di uranio, che ha determinato il ritiro della mozione di sfiducia di alcuni paesi europei contro l’Iran, proprio presso l’Agenzia atomica. I segnali di distensione sembrano indicare la possibilità della ripresa pratica dell’accordo, grazie anche all’impulso dell’azione di stati come la Germania e la Russia, che si sono esposte per ripristinare la situazione precedente all’ascesa di Trump alla Casa Bianca, tuttavia lo sviluppo positivo potrebbe essere garantito soltanto dalla permanenza di Biden o comunque di un democratico nella più alta carica statunitense. Come dimostrato, infatti, dall’assurdo comportamento di Trump, il ritiro unilaterale dall’accordo non ha comportato alcuna sanzione per che questo ritiro ha effettuato, contravvenendo alla firma ed agli impegni assunti dal proprio, senza una violazione accertata da parte di Teheran, ma soltanto per una diversa valutazione politica dell’accordo stesso. Questa situazione, quindi può garantire quattro anni di mantenimento dell’accordo, ma non può impedire la situazione che si è creata con Trump. Nonostante questa considerazione, che deve essere tenuta comunque ben presente, bisognerà favorire in questo lasso di tempo un differente approccio con l’Iran, permettendo alla sua economia di crescere, in maniera di favorire la creazione di una rete di legami, sia diplomatici, che commerciali, in grado di garantire una differente modalità di considerare l’arma atomica da parte degli iraniani. Se Teheran si atterrà al rispetto della non proliferazione nucleare per tutto questo periodo conseguirà una credibilità sufficiente a non provocare il ritiro unilaterale, anche di fronte ad una rielezione di Trump o di un suo emulo. Pur restando  sostanziali differenze e contrasti in politica estera con l’occidente, l’obiettivo di non avere una nuova bomba atomica in una regione così delicata del mondo, deve essere conseguito con una priorità assoluta.

La Turchia rafforzando il suo controllo nel nord della Siria, vuole aumentare la sua influenza nel mondo sunnita

Le forze armate turche sono penetrate in territorio siriano, senza dichiarare alcuno stato di belligeranza contro Damasco, fin dal 2016 con la ragione ufficiale di contrastare le milizie dello Stato islamico, milizie che, si sospetta, erano state utilizzate da Ankara in funzione anti Assad, con motivazioni da ricondurre anche nella contrapposizione tra sciiti e sunniti. In realtà da subito è apparso chiaro che l’obiettivo era scongiurare il pericolo curdo sulle frontiere turche; la presenza degli abitanti di queste zone, fino a quel momento era contraddistinta da una maggioranza di etnia curda e dalla presenza del Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione considerata come terroristica, non solo da Ankara, ma anche da Bruxelles e Washington. Il fatto che i curdi avessero rappresentato le truppe operative sul campo contro lo Stato islamico, fatto che ha permesso di non coinvolgere soldati occidentali direttamente sul terreno, non è bastato per guadagnare la tutela degli americani, che li hanno sacrificati ad una alleanza, come quella con la Turchia, sulla quale si nutrono molti dubbi sulla reale opportunità, visti i recenti sviluppi presi dalla presidenza Erdogan. In ogni caso i dati delle Nazioni Unite parlano di più di 150.000 curdi costretti a lasciare le proprie terre da quando nel 2018 le azioni dell’esercito turco, insieme all’esercito nazionale siriano, un insieme di milizie islamiste e contrarie al regime di Assad, si sono sviluppate nelle zone a ridosso della frontiera con il territorio di Ankara. La composizione etnica dell’esercito nazionale siriano è interessante perché è formata da circa il 90% di arabi e dal restante 10% di turkmeni e si inquadra perfettamente nella strategia turca di rimpiazzare l’originaria popolazione curda con etnie più favorevoli ad Ankara, una pratica analoga a quella esercitata da Pechino in Tibet e nello Xinjiang, dove la popolazione locale che non si è assimilata al processo di integrazione viene sostituita, mediante deportazioni e pratiche di rieducazione coatta, dall’etnia cinese Han; inoltre le milizie dell’esercito nazionale siriano, secondo diverse organizzazioni umanitarie, si sono rese colpevoli di crimini di guerra, tra cui rapimenti di funzionari curdi, che sarebbero poi finiti nelle carceri turche. Occorre ricordare che le forze militari turche occupano circa il 60% del territorio siriano che è sulla frontiera turca e la sostituzione della popolazione, con profughi siriani di etnia araba, è la logica conseguenza della strategia di rendere sicure le proprie  frontiere meridionali, un programma che ha permesso ad Erdogan di superare problemi di politica interna, quali la crisi economica e la protesta contro l’islamizzazione della società e che ha goduto, seppure con sfumature differenti, dell’appoggio sia della destra estrema al governo, che delle forze di opposizione. Dal punto di vista internazionale la presenza turca viene vista in diversi ambienti come un deterrente per la presenza e l’azione russa e degli sciiti, sostanzialmente un fattore di stabilizzazione della questione siriana. La Turchia non si è limitata ad un impegno militare, ma ha investito ingenti somme nella costruzione di infrastrutture, come scuole ed ospedali ed ha allacciato la propria rete elettrica a quella dei territori occupati, mentre la moneta circolante è diventata la lira turca. Occorre specificare che l’azione turca sta incontrando diversi pareri positivi, che devono essere collocati all’interno dei sentimenti favorevoli all’azione pan-islamica di Ankara, che sempre più coincide con il progetto di Erdogan di un nuovo corso ottomano, che veda la Turchia al centro di un sistema aldilà dei propri confini, sul qual esercitare la propria influenza, anche in alternativa nella stessa area sunnita al prestigio saudita o egiziano. I territori curdi ora occupati, secondo il diritto internazionale, non potranno entrare nella effettiva sovranità turca, tuttavia è ragionevole pensare ad una collocazione sul modello della parte turca di Cipro e dell’Azerbaijan, che sono nella sfera di influenza di Ankara. La domanda è quanto la Turchia è disposta ad andare avanti in queste pratiche e quanto ciò non sia influente sul giudizio del mantenimento di Ankara all’interno dell’Alleanza Atlantica, i cui scopi sono apparsi ormai troppo spesso in contrasto con la Turchia. Rimane la profonda valutazione negativa del comportamento di Ankara nei confronti dei curdi, quale esempio di trasgressione delle norme del diritto internazionale, al quale, prima o poi si dovrà trovare una sanzione adeguata a livello generale.  

Il primo incontro di Biden sarà con il primo ministro giapponese: chiaro segnale per la Cina

La volontà di ricevere come primo ospite di un governo straniero, il primo ministro giapponese, da parte del presidente Biden, rivela l’alto valore simbolico che la Casa Bianca conferisce all’incontro. La visita, che si svolgerà nella prima metà di Aprile, rappresenta chiaramente un segnale verso le intenzioni della politica estera della nuova amministrazione americana e, nel contempo, una sorta di avvertimento alla Cina ed alle sue intenzioni espansionistiche nei mari orientali. Il significato politico di questo invito si concretizza nel mantenimento, in prosecuzione con la politica di Obama, della priorità in politica estera dell’attenzione sulla regione asiatica dell’Oceano Pacifico, per la sua importanza economica e strategica, funzionale agli interessi americani. Il processo di rafforzamento delle relazioni tra Washington e Tokyo è centrale, per entrambe le parti, all’interno del progetto per potere arrivare alla libertà dei mari asiatici orientali. L’incontro assume anche il particolare significato di volere riportare alla normalità le attività relative alle iniziative diplomatiche statunitensi, che la pandemia ha reso certamente più difficili. Biden, già vicepresidente di Obama, ripete, con questo incontro, quanto già fatto dal suo predecessore democratico, che incontrò come primo ospite straniero l’allora primo ministro giapponese: nella ripetizione del primo vertice internazionale dopo l’elezione, si scorge che l’intenzione di Biden è quella di riprendere il discorso di Obama, sulla centralità della regione asiatica; del resto il Giappone è considerato, fino dal termine della seconda guerra mondiale, un alleato di primaria importanza per gli USA. Sul piano delle relazioni multilaterali, gli Stati Uniti, hanno indetto anche un prossimo vertice a quattro, con la partecipazione, oltre che degli USA, anche di India, Australia e dello stesso Giappone, che rimarca la volontà di porre al centro dell’azione diplomatica americana l’attenzione sulla regione asiatica orientale, procedendo in sintonia con altri partner, dell’area occidentale, interessati al contenimento cinese. Risulta molto significativo che questo vertice era stato inaugurato nel 2007, per la coordinazione degli aiuti a seguito del terremoto giapponese, ma successivamente  era stato sospeso per la volontà congiunta indiana ed australiana di non urtare la sensibilità cinese; tuttavia la crescita della spesa militare di Pechino unita alla sua volontà di esercitare il suo potere sulla zona del pacifico orientale, considerata come propria zona di influenza esclusiva, ha causato nuove riflessioni a Canberra ed a Nuova Delhi. Per l’India, poi, la rivalità mai sopita con la Cina, essenzialmente basata su argomenti geostrategici ed economici, è aumentata per i territori contesi al confine himalayano. Nuova Delhi si è così unita alle esercitazioni militari di guerra sottomarina congiunte, compiute da USA, Australia, Giappone e Canada ed ha rafforzato la sua cooperazione militare con Washington, provocando il risentimento cinese. Questo scenario, non deve essere dimenticato, si innesta sulla già preesistente guerra commerciale tra Washington e Pechino, che resta uno dei pochi punti di contatto e continuità tra la presidenza Trump e quella di Biden: appare chiaro che ciò provoca nel paese cinese sentimenti di avversione che potrebbero favorire pericolose conseguenze di carattere diplomatico e militare in grado di alterare i precari equilibri regionali. Pechino si sente anche accerchiata dalla ripresa delle attività del vertice a quattro, che ha condannato come un pericoloso multilateralismo anti cinese e ciò potrebbe accelerare alcune iniziative della Repubblica Popolare più volte minacciate, come la questione di Taiwan, sulla quale Pechino non ha mai escluso l’intervento armato per riportare l’isola sotto la piena sovranità cinese. Quindi se l’attivismo americano appare giustificato dalle stesse iniziative cinesi, l’augurio è che l’amministrazione Biden, pur ferma nei propri propositi, sia dotata di una maggiore cautela ed esperienza di quella che l’ha preceduta.  

Il possibile procedimento contro il principe ereditario saudita in Germania, come nuova forma di lotta contro i crimini contro l’umanità

La denuncia dell’associazione Reporter senza frontiere, depositata in Germania, con un dossier di 500 pagine, contro il principe ereditario Mohamed bin Salman ed altri membri della sua cerchia, accusati per l’omicidio del giornalista, avverso al regime, Jamal Khasoggi, avvenuto in Turchia nel 2018, diventa un’arma giuridica dell’occidente contro l’Arabia Saudita. Questa iniziativa arriva dopo che il presidente Biden ha tolto il segreto al dossier della CIA, voluto da Trump, sulle responsabilità effettive, come mandante dell’omicidio del giornalista. La quasi contemporaneità delle due iniziative dimostra come il legame tra USA ed Unione Europea si è rinsaldato con il nuovo inquilino della Casa Bianca. In realtà manca ancora il pronunciamento del pubblico ministero del tribunale dove è stata presentata la denuncia, ma il proseguimento dell’azione legale è dato per scontato, anche se la Germania non ha alcun legame con la vicenda, i tribunali tedeschi dovrebbero dichiararsi competenti sui fatti per effettuare un procedimento contro presunti crimini contro l’umanità, grazie alla conformità delle leggi tedesche ed al principio del diritto internazionale della giurisdizione internazionale. Deve essere specificato che si tratterà soltanto di una azione senza alcun effetto pratico, dato che è scontato il rifiuto, in caso di condanna, di estradizione da parte dell’Arabia Saudita, che ha espresso molto chiaramente il proprio atteggiamento sulla vicenda condannando, prima alla pena di morte, poi commutata in pene detentive, imputati di cui non sono state fornite le generalità, il che potrebbe volere dire che la condanna è stata emessa contro nessuno e soltanto per salvare le apparenze per i rapporti con l’occidente; tuttavia il valore politico di effettuare soltanto un procedimento contro una delle massime cariche saudite per violazioni contro l’umanità, assume un chiaro significato di discredito verso il principe ereditario, che lo squalifica nei rapporti di tipo diplomatico che intenderà intraprendere con altri soggetti internazionali. La Germania può essere una sorta di capofila per i paesi occidentali nella tutela dei crimini contro l’umanità, usati in maniera funzionale come azione diplomatica e quale discriminante dei rapporti internazionali; certamente si è all’inizio di un processo di questo tipo, del quale si dovrà valutare attentamente le implicazioni e le ricadute sui rapporti commerciali ed economici tra gli stati. A questo proposito deve essere considerato con attenzione l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti: Washington ha reso pubblico il rapporto che svela la responsabilità del principe ereditario, ma non ha emesso alcun procedimento o sanzione contro di lui, limitandosi a esprimere il proprio diniego dai rapporti istituzionali con il principe e considerando legittimo come interlocutore soltanto il regnante attuale. Si tratta di una posizione dettata dalla necessità di mantenere gli attuali legami con il regno Saudita, basati su reciproca convenienza di carattere geopolitico, tuttavia nel caso il principe ereditario diventasse il legittimo, per le leggi saudite, nuovo sovrano del paese, il problema non potrebbe essere di facile soluzione. Quello che appare è che si sta provando a gestire con una nuova metodologia, situazioni purtroppo già ben presenti da tempo, ma la domanda è se queste pratiche potranno valere a livello universale o se saranno usate solo per casi sporadici, secondo le esigenze contingenti o le convenienze del momento. Ad esempio il caso più eclatante è la Cina, che, malgrado le difficoltà attuali, intrattiene rapporti commerciali con tutto l’occidente, ma ha anche comportamenti sicuramente colpevoli verso gli Uiguri, contro i quali è in atto una feroce repressione che alcuni giudicano come un vero e proprio genocidio, così come nei confronti della protesta di Hong Kong, senza contare l’atteggiamento verso il Tibet ed il dissenso interno; tutto materiale sufficiente per una serie di processi per crimini contro l’umanità. Queste considerazioni valgono per molti altri stati, compresi la Russia e l’Iran, con il quale l’occidente cerca di riallacciare i rapporti sul nucleare interrotti da Trump. La questione è molto ampia ed ha ostacoli non facilmente sormontabili, ma, in questo momento, è importante sottolineare l’inizio di pratiche giurisdizionali, la cui applicazione potrebbe rappresentare il futuro della lotta ai crimini contro l’umanità: un percorso difficile ma che merita di essere sviluppato e collegato ai rapporti tra gli stati, proprio per emarginare ed isolare quei soggetti internazionali responsabili di queste violazioni.