Le manovre militari dell’Alleanza Atlantica in Ucraina irritano la Russia

Le esercitazioni militari tra Ucraina, Stati Uniti ed Alleanza Atlantica, rischiano di compromettere il periodo di calma, seppure instabile, tra Mosca e Washington. La distensione che è seguita al vertice tra Putin e Biden, che si è tenuto lo scorso mese, incomincia ad essere soltanto un ricordo. Il Cremlino, infatti, avverte le manovre militari congiunte come un affronto ed una minaccia proprio perché vengono effettuate in una zona che la Russia ritiene di sua influenza esclusiva. Naturalmente ciò implica anche ragioni di politica internazionale, che riguardano l’atteggiamento espansionistico degli Stati Uniti in Ucraina: la ragione fondamentale è che Mosca rifiuta di avere truppe dell’Alleanza Atlantica sui propri confini, che è anche il motivo per cui ha sempre rifiutato la possibilità dell’ingresso di Kiev sia nell’Unione Europea, che nella stessa Alleanza Atlantica. Se nella contrarietà verso una intesa con Bruxelles ci sono anche ragioni economiche, l’avversione ad un ingresso nell’Alleanza Atlantica è giustificato dal timore di non avere più uno spazio fisico tra le guarnigioni occidentali e quelle di Mosca, con ovvie potenziali minacce ravvicinate, soprattutto di tipo missilistico, che esporrebbero il paese russo ad una costante minaccia da parte degli Stati Uniti; questa visione è di medio periodo, mentre sul breve l’esigenza funzionale agli  interessi russi è che non ci siano alleati del paese ucraino nei territori contesi con Mosca, dove continuano i combattimenti, capaci di rovesciare le sorti del conflitto. I numeri impiegati dicono che Mosca non ha torto a temere queste manovre militari ed anche ad interpretarle come una minaccia rivolta verso la Russia: infatti nel 2019, le ultime esercitazioni effettuate prima della pandemia, i paesi partecipanti furono 19 contro i 32 attuali e le navi militari impiegate sono passate da 32 a 40. Senza dubbio questo incremento è dovuto alla capacità di Biden di sapere aggregare i paesi alleati e di avere saputo focalizzare l’Ucraina come punto di interesse generale dell’Alleanza Atlantica; in questo Mosca aveva ragione a preferire Trump come inquilino della Casa Bianca ed a impegnarsi affinché venisse rieletto. Aldilà delle implicazioni di carattere politico il vero obiettivo di queste esercitazioni è quello di fornire un adeguato addestramento ai militari ucraini per quanto riguarda i metodi e le modalità di combattimento dell’Alleanza Atlantica e ciò sembra propedeutico ad un ingresso nell’alleanza occidentale più o meno ufficiale, ma comunque con l’intento di integrare le forze armate ucraine con quelle dell’Alleanza Atlantica, anche se, di fatto, queste esercitazioni si tengono fin dal 1997, ma hanno acquisito maggiore importanza dopo l’annessione del territorio ucraino della Crimea alla Russia, con una modalità condannata da gran parte della comunità internazionale. Il fatto che, gli Stati Uniti siano i grandi finanziatori delle manovre militari, deve essere associato alla disponibilità che l’Ucraina fornisce ad usare il proprio territorio come base logistica ed alla possibilità di accesso a forze straniere al suo interno. Le rimostranze russe sono state di ordine militare e geopolitico e si è sfiorato lo scontro quando una nave inglese è stata accusata di avere violato il confine delle acque territoriali della Crimea e quindi della Russia, con le forze di Mosca che hanno aperto il fuoco contro la nave dell’Alleanza Atlantica, primo episodio del genere dalla fine della guerra fredda. Si comprende come questo stato di cose può favorire incidenti che possano degenerare in situazioni ben più pesanti; paradossalmente gli scenari possibili, in questa fase storica, sembrano essere molto più pericolosi di quando era in atto la guerra fredda che si fondava sull’equilibrio del terrore e dove ciascuno dei due contendenti aveva campi ben delimitati, che non potevano essere mai stati oltrepassati. Al contrario la forte precarietà degli attuali equilibri sembra favorire una serie di conflitti a bassa intensità potenziale, ma che possono scatenare situazioni ben peggiori. Uno dei pericoli è che la Russia appare isolata, soprattutto da Pechino, che potrebbe fornire aiuti soltanto se funzionali ai suoi interessi e comunque non in modo paritario, ma tale da mettere Mosca in ruolo subordinato, questo aspetto dell’isolamento russo rischia di fare incrementare a Mosca azioni militari non classiche, ma che sono ormai entrate nella pratica moderna: l’attivismo degli hacker russi costituisce, infatti, un ulteriore terreno di scontro non convenzionale, che, però, rischia di coinvolgere le armi classiche: un pericolo in più da una nazione messa alle strette che non può più esercitare il suo ruolo di prima potenza a cui non ha però rinunciato.

Aumenta lo scontro tra Occidente e Cina

I timori comuni dei membri dell’Alleanza Atlantica verso la Cina hanno prodotto una risposta del tutto prevedibile da parte di Pechino. La tattica cinese è fare diventare diffamazione tutto ciò che è contro la Repubblica Popolare, soltanto che il palcoscenico internazionale non è quello domestico, dove l’informazione è controllata e le critiche represse. Pechino nega di porre in atto sfide sistemiche contro la sicurezza internazionale, che è, ormai, l’opinione ufficiale e comune dell’occidente, o almeno dei governi occidentali, tralasciando l’influenza che vuole esercitare sui paesi in via di sviluppo, mediante una politica di crediti che si trasformano facilmente in debiti molto onerosi, le politiche finanziarie aggressive, il mancato rispetto dei diritti civili e la crescita economica ottenuta con l’assenza di garanzie per i lavoratori, un costo del lavoro molto basso ottenuto spesso con metodi che sfiorano la schiavitù. Negare ciò è scontato perché non ci si può presentare la mondo con queste caratteristiche, ma proprio il mondo globalizzato che piace ai cinesi è il principale strumento per smascherarli. Nella nota della missione diplomatica di Pechino accreditata presso l’Unione Europea si riprende l’occidente di essere ancora fermo ad una mentalità da guerra fredda, ma questa situazione è quella creata dalla stessa Cina. Che porta avanti politiche, soprattutto interne, ma anche esterne, in completo contrasto con i valori occidentali, ed è chiaro che se ogni parte è legittimo che sostenga le proprie ragioni è legittimo che l’occidente veda per se stesso la Cina attuale, come una minaccia. Pechino è diventata una delle peggiori vittime della sconfitta di Trump: con il precedente presidente USA , la dialettica di scontro era ai massimi livelli, ma senza troppe conseguenze, inoltre l’avversione di Trump per l’Europa aveva portato ai minimi storici il dialogo con gli alleati occidentali; ben diverso l’atteggiamento di Biden, che si rivela nemico ben più temibile per la Cina, proprio perché oltre a mantenere la diffidenza verso la potenza cinese è stato capace di ricompattare l’occidente verso i tradizionali legami con gli USA: un fattore che da solo indebolisce Pechino e la isola dai mercati più ricchi del mondo, una questione a cui la Cina è molto sensibile perché funzionale a quegli obiettivi di crescita economica, che sono da molto tempo  al centro degli obiettivi cinesi, anche come elemento di geopolitica. Aldilà del terreno di scontro dell’economia, che non è affatto secondario, l’unità di visione maturata nel campo occidentale contro l’autoritarismo cinese, permette agli stati occidentali di allontanarsi dalla Cina, verso cui si era pericolosamente avvicinata a causa del peggioramento delle relazioni causato da Trump. Dal punto di vista delle conseguenze il pericolo di una Cina isolata dall’occidente è quello di un ulteriore ricorso all’ampliamento degli armamenti, direzione, peraltro, già intrapresa da tempo, che però, con questi ultimi sviluppi, potrebbe indurre Pechino ad accelerare verso dimostrazioni di forza come ha più volte minacciato. SI pensi al presidio delle vie navali di quelle che ritiene acque di sua pertinenza, delle questioni delle isole contese e della vicenda più potenzialmente pericolosa costituita da Taiwan, a cui Pechino non ha mai formalmente rinunciato, considerandola parte integrante del territorio cinese.  Ancora più oltre occorre ricordare che la Cina ha sempre affermato di volere difendere i suoi interessi, se si estende questo concetto alla difesa della possibilità di effettuare investimenti considerati strategici per i suoi obiettivi, sarà interessante vedere la reazione di Pechino di fronte ad un possibile contrasto all’attivismo cinese nei paesi occidentali. La reazione più probabile passa da una guerra commerciale, che non conviene a nessuno, perché in grado di bloccare o comprimere fortemente l’economia mondiale, tuttavia quella che ha più da perdere è proprio la Cina, se si vedesse preclusi i maggiori mercati mondiali, in quel caso sembra facile prevedere l’esibizione di una prova di forza, con conseguenze anche potenzialmente irreparabili. Prima di arrivare a quel punto però dovrà esserci il lavoro delle diplomazie, con la minaccia di un possibile ritorno di Trump sulla scena statunitense, che sarà il vero ago della bilancia per tutta una serie di situazioni in grado di rovesciare l’assetto attuale e per il quale, verosimilmente, Cina, ma anche Russia lavoreranno a favore; quindi il successo dell’occidente, anche come valori pratici ed astratti, passa per il successo dell’attuale presidente americano, che deve rendere efficace il suo progetto di rafforzamento dei rapporti con l’occidente: un compito in grado di riportare la storia sui binari dai quali era uscita.    

L’Alleanza Atlantica cerca la riorganizzazione dopo la presidenza Trump

Chiusa la parentesi di Trump, l’Alleanza Atlantica cerca la riorganizzazione interna, soprattutto finanziaria, per potere tornare ad essere un soggetto di principale importanza in uno scenario mondiale giudicato altamente instabile. La congiuntura che offre l’insediamento alla Casa Bianca di Biden appare particolarmente favorevole per stimolare un approccio differente da parte dei membri dell’Alleanza Atlantica, dopo che con il presidente precedente si era arrivati al rischio concreto di un ridimensionamento del principale sistema di difesa occidentale. La prima proposta che dovrebbe arrivare dal Segretario generale sarà quella di aumentare il budget dell’organizzazione, una soluzione che solo all’apparenza ricalca quanto a lungo inseguito prima da Obama e poi da Trump. Entrambi i predecessori di Biden non sono riusciti nell’intento perché la richiesta era di una semplice maggiorazione della contribuzione, senza incentivi e corrispettivi per gli stati europei. La novità della nuova proposta si basa, innanzitutto su di una quota contributiva fissata sul prodotto interno lordo di ogni singolo paese; l’ammontare totale dovrà finanziare un fondo comune dal quale attingere per il finanziamento delle missioni, fino ad ora, invece, finanziate dalle casse di ogni singolo stato. Verrebbe, così, introdotta una mutualità che favorirebbe una maggiore integrazione e una più consistente partecipazioni alle attività dell’Alleanza Atlantica: questa impostazione andrebbe a rappresentare una innovazione particolarmente importante anche in ottica di maggiore condivisione degli obiettivi, abbattendo le difficoltà di carattere organizzativo. Una maggiore distribuzione dei costi permetterebbe una maggiore partecipazione operativa di ogni singolo stato e potrebbe consentire l’effettuazione di test periodici in grado di individuare e correggere i punti deboli del sistema difensivo occidentale. Incrementare le esercitazioni comuni, grazie al superamento dell’ostacolo dei costi, significherebbe una maggiore integrazione operativa tra le forze armate dei paesi membri, permettendo anche una interscambiabilità, che, secondo le previsioni, potrebbe diventare un elemento essenziale per il presidio dei teatri delle operazioni. Finita la guerra fredda dove il nemico era solo l’Unione Sovietica ed i paesi dell’Europa orientale, l’evoluzione della politica internazionale ha presentato una varietà di scenari che i soli Stati Uniti non possono più presidiare da soli. Un ruolo che si prefigura sempre più importante sarà quello di presidiare le infrastrutture di ogni membro, che nei nuovi conflitti, anche non dichiarati, rappresentano in maniera sempre maggiore gli obiettivi potenziali tattici e strategici, dove colpire da parte degli avversari. In quest’ottica si pensa anche a coinvolgimenti di capitale privato, proprio perché le industrie con le loro conoscenze rappresentano obiettivi sensibili. Per perseguire tutti questi fattori si pensa anche ad un rafforzamento dell’articolo 5 del trattato transatlantico, che prevede la difesa reciproca in caso di aggressione: si comprende che per una maggiore sicurezza, estesa anche oltre quella militare, la richiesta di un aumento del budget possa essere recepita come legittima. Esiste una potenziale controindicazione a questo piano ambizioso: la volontà europea di una forza comune, che, seppure debba essere integrata nell’Alleanza Atlantica, dovrebbe avere, anche, nel contempo, un carattere di indipendenza; ciò è stato pensato proprio in concomitanza con la presidenza Trump, che pareva volere accantonare, o almeno ridurre, l’esperienza atlantica. Il problema non è soltanto di integrazione militare ma di spesa in armamenti, che l’Europa ha pensato di destinare all’industria continentale, evitando le spese presso le industrie statunitensi. Aldilà delle buone intenzioni del Segretario generale i temi del dibattito non potranno discostarsi dalle intenzioni di dove la spesa in armi verrà fatta. Un eventuale mantenimento della volontà europea dovrà comunque prevedere una essenziale integrazione dei sistemi di armamento, che investe i brevetti e le licenze di costruzione. Resta il fatto che i presupposti di partenza, soprattutto politici, siano oltremodo positivi e ciò potrebbe aiutare in modo determinante il superamento delle differenze presenti di natura pratica a vantaggio di una programmazione più condivisa per raggiungere gli obiettivi prefissati degli scopi difensivi dell’Alleanza Atlantica.

Con Biden l’Alleanza Atlantica troverà nuovo slancio

In politica estera una delle ricadute più rilevanti della sconfitta elettorale di Trump, sarà la possibile rinascita dell’Alleanza Atlantica, come strumento ritrovato della politica occidentale. L’atteggiamento del presidente eletto Biden è certamente di natura opposta a quello del suo predecessore, tuttavia resteranno attuali alcune critiche che Trump ha fatto ai suoi partner europei, specialmente sulla natura degli investimenti finanziari in armamenti. Se la richiesta della misura del due per cento del prodotto interno lordo sembra che sarà confermata dal nuovo inquilino della Casa Bianca, almeno nelle intenzioni, sarà interessante vedere come sarà valutata anche la destinazione della spesa: Trump aveva come obiettivo quello di rafforzare più l’industria americana, che gli equipaggiamenti e la decisione europea di finanziare la propria industria degli armamenti, seppure sempre nel perimetro dell’Alleanza Atlantica, doveva essere fortemente osteggiata dagli Stati Uniti nel loro ruolo di maggiore azionista dell’organizzazione. D’altro canto la volontà di distacco di Trump dall’Alleanza Atlantica, cosa che, probabilmente, non sarebbe mai stata concessa dal Congresso americano, aveva favorito la nascita di una discussione all’interno degli stati dell’Unione Europea, per la creazione di una forza armata comune: uno strumento essenziale per praticare una propria politica estera e propedeutico ad una unione politica più stringente. L’intenzione non era certo quella di uscire dall’Alleanza Atlantica, ma un soggetto di tale peso avrebbe o avrà la possibilità di esercitare un peso politico diverso nel rapporto con Washington. Questa determinazione non dovrà venire meno anche con la presenza di Biden nel ruolo di presidente degli USA, ma, anzi, dovrà esserne sfruttata la migliore disposizione e il maggiore tatto politico per iniziare a ripensare l’Alleanza Atlantica nel quadro di assetti geopolitici profondamente cambiati, di cui Trump non ha tenuto sostanzialmente conto. Riconciliare l’Unione Europea con gli Stati Uniti può passare da un diverso ruolo dell’Alleanza Atlantica, non più maggiormente funzionale agli interessi statunitensi, ma come garante dei valori occidentali nei teatri già presenti e che emergeranno dai confronti globali. Per il momento però, occorre prepararsi ai possibili danni che Trump vorrà lasciare per mettere in difficoltà l’organizzazione, a cominciare dalla volontà di ritirare soldati americani da scenari essenziali per la sicurezza mondiale, come l’Afghanistan; questi giorni che restano al presidente uscente potrebbero essere usati per mettere l’Alleanza Atlantica in grave svantaggio e con la necessità futura di ripartire da un punto più difficile per la ricostruzione. Passando ai casi specifici più rilevanti sarà interessante vedere come si vorrà impostare il rapporto con la Cina, che emerge sempre più come principale avversario, anche in ragione non solo del fatto degli ingenti investimenti in armamenti ma come competitore globale nell’industria e nella tecnologia. Se per quanto riguarda gli Stati Uniti la politica di duro confronto con Pechino non dovrebbe subire sostanziali mutamenti, per una Alleanza Atlantica riveduta e corretta, si potrebbero creare spazi per smorzare gli scontri sul piano diplomatico, grazie ad un possibile maggiore peso dell’Europa. Questo non vuole dire abdicare alle esigenze occidentali ma soltanto creare la possibilità di un diverso approccio. Un altro caso che dovrà essere trattato con urgenza è il ruolo della Turchia all’interno dell’alleanza: Ankara ha optato per una politica che non è stata conforme agli accordi transatlantici, stipulando accordi di fornitura di armamenti dalla Russia; fattore che non può essere disgiunto da una politica estera della Turchia condotta in aperto contrasto con gli interessi americani ed europei. L’atteggiamento che si vorrà tenere con Ankara segnerà una linea di condotta che dovrà essere poi mantenuta in maniera coerente all’interno dei rapporti trai membri. Infine la scadenza, il 5 febbraio, del trattato del 2010 per limitare le testate nucleari, firmato con la Russia, rappresenta una urgenza non procrastinabile, anche per la disponibilità del presidente russo ad un rinnovo, che potrebbe aprire la strada ad un nuovo tipo di rapporti con Mosca. La necessità di un maggiore uso della diplomazia sembra condivisa sia dal nuovo presidente che dai membri europei, questa impostazione sarà essenziale per approcciare  le situazioni di crisi in maniera più ragionata, senza però abdicare alla necessità del presidio e delle azioni dove sarà necessario per il mantenimento della pace e la tutela degli interessi occidentali.     

سيتعين على الولايات المتحدة تغيير موقفها من التجارة لتغيير سياستها الخارجية

سيتعين على الرئيس الأمريكي المنتخب بايدن حماية السياسة التجارية لسلفه ، والتي كان لها أيضًا تأثير على السياسة الخارجية الأمريكية. في عصر العولمة ، أصبح فصل التجارة عن السياسة الخارجية مفارقة تاريخية ، لأن هذين العاملين يسيران جنبًا إلى جنب بشكل متزايد. خاصة في السيناريو العالمي حيث يتم حل النزاعات بشكل متزايد دون اللجوء إلى الحروب ، والتي تُترك كخيار أخير أو في سيناريوهات ثانوية ، تصبح المنافسة التجارية ، كأداة للتأكيد الاقتصادي وبالتالي السياسي ، المسرح الاستراتيجي لتحديد السيادة و مزايا. لم يفهم ترامب أبدًا هذه النقطة المحورية ، والتي تميز إنجازات السياسة الخارجية على مستوى العالم ؛ في إطار استراتيجيته الانعزالية ، أجرى الرئيس الأمريكي المنتهي الصلاحية سياسة قصيرة النظر تتكون من تعريفات جمركية على الواردات ، وليست انتقائية من وجهة نظر سياسية: من أجل الاستفادة من المنتجات الأمريكية ، شن حربًا عشوائية ضد الخصوم والحلفاء ، مما تسبب في أضرار. السياسيين في المجال المعاكس ، وقبل كل شيء في المجال الصديق. النجاح الذي ينسبه ترامب لنفسه في المجال الاقتصادي هو في الواقع كذبة ، بالنظر إلى أنه استغل الإجراءات التي ورثها أوباما وأن مستشاريه تمكنوا من الحفاظ على نشاطهم. بالنسبة لبايدن ، سيكون الأمر مختلفًا ، خاصة فيما يتعلق بالحروب التجارية التي سيتركها ترامب للرئيس الجديد والتي سيتعين نزع فتيلها بطريقة ما. لقد قيل منذ بداية الحملة الانتخابية أنه لا يمكن لأي من المتنافسين تغيير الموقف تجاه الصين ، وهذا صحيح لأن هناك حاجة مستمرة لإدانة ما هو ديكتاتورية ، كما فعلت بكين مرارًا وتكرارًا. ثبت وأن مستأجر البيت الأبيض من الحزب الديمقراطي سيتعين عليه التأكيد بقوة أكبر ؛ ومع ذلك ، يمكن أن نأمل في اتباع نهج مختلف وأكثر دبلوماسية في الحوار المقبل بين الولايات المتحدة والصين ، والذي سيكون قادرًا على التخفيف من مستوى الصدام. لكن النقطة الحاسمة الحقيقية هي الموقف الذي سيرغب بايدن في التحلي به مع أوروبا والحاجة إلى استعادة العلاقة التي تدهورت إلى حد كبير مع سلفه. أكد سلوك ترامب ، جنبًا إلى جنب مع الموقف الناجم عن الوباء ، كيف أصبحت حاجة بروكسل إلى الاستقلالية المتزايدة حالة طوارئ حقيقية. وسيظل هذا العامل حاضرًا أيضًا في العلاقات مع الإدارة الأمريكية الجديدة ، حتى لو تحسنت العلاقات كما هو مأمول. من ناحية أخرى ، لا يمكن لأوروبا إلا إعطاء الأولوية للعلاقات مع الولايات المتحدة ، على العلاقات مع الصين ، التي تشترط طرقها الديكتاتورية داخليًا وعدم احترام الممارسات التجارية الصحيحة مع الدول الأجنبية تقييماتها. اتحاد. بالإضافة إلى التقارب بشأن الصين ، يجب أن تبدأ الولايات المتحدة وأوروبا من الوعي بأنهما يشكلان معًا أغنى سوق في العالم وهذا عامل أساسي يمكن أن يكون بمثابة قوة دافعة لكلا الطرفين. كما يجب أن يؤخذ في الاعتبار أن الصين ، التي ترى نفسها مغلقة أمام هذا السوق ، تحاول إيجاد بدائل ، مثل تلك التي تم التوقيع عليها مؤخرًا والتي تلتزم بها دول مختلفة ، بما في ذلك المنطقة الغربية ، مثل اليابان وأستراليا ، وكذلك العديد من الدول الآسيوية. أنشأت سوقًا أكبر من المنطقة الأوروبية الوحيدة ، ولكن أيضًا الاتحاد التجاري بين الولايات المتحدة وكندا والمكسيك ، مما أضاف ما يصل إلى 40 ٪ من التجارة العالمية ؛ هذه الجمعية ليس لها قيود سياسية وهذا يمثل عامل ضعف ، لكنها تهدف إلى الحصول على تخفيض في الرسوم الجمركية بحوالي 90٪ في عشرين سنة ، وكذلك دمج خدمات وسلع الأعضاء. هذا الاتفاق ، الذي يسلط الضوء على القيادة الصينية ، أصبح ممكنا على وجه التحديد من خلال التخلي عن دور النفوذ الأمريكي في القارة الآسيوية. إن تكرار هذا الخطأ مع أوروبا ، ولكن أيضًا مع كندا والمكسيك ، والذي غالبًا ما يسيء إليه ترامب ، قد يكون قاتلًا للاقتصاد الأمريكي. من الجانب الاقتصادي العالمي إلى الجانب السياسي ، فإن الخطوة قصيرة: إذا كانت واشنطن ستزيد من إضعاف وزنها السياسي الدولي ، فسيكون تراجعها مضمونًا وأي استعداد لاستعادة مناصب سيعني تكلفة مالية واجتماعية باهظة للغاية. من الأفضل تطوير إستراتيجية بديلة وتنافسية للصين ، من خلال إشراك الحلفاء المباشرين ، بأدوات توفر منافع مشتركة ، حتى تتجاوز الجوانب الاقتصادية ، وجذب أعداء بكين مثل الهند في هذا الفلك ؛ تحاول أيضًا الابتعاد عن الصين ، من وجهة نظر تجارية ، دول المدار الغربي ، مثل كوريا الجنوبية واليابان وأستراليا ونيوزيلندا ، والتي اقتربت بشكل خطير جدًا من بكين.

Coree fine dell'incubo?

La Corea del Nord rompe il preoccupante  silenzio dall’inizio delle esercitazioni della Corea del Sud e dichiara, attraverso l’agenzia KCNA, che alle manovre militari di Seul non vale la pena di reagire. Sembra così concludersi positivamente il pericoloso tira e molla seguito al bombardamento dell’isola sudcoreana sul confine dei due stati effettuato da Pyongyang. Evidentemente si tratta di una vittoria della diplomazia che ha operato alacremente al di fuori dei riflettori, tutto il mondo tira un sospiro di sollievo ma le questioni di fondo risultano ancora sul tappeto. L’atomica nordcoreana, il sempre maggiore peso cinese, il controllo delle vie di comunicazione e trasporto marine, il tutto inquadrato nella contrapposizione di alleanze ed equlibri che ruota intorno al rapporto conflittuale tra USA e Cina, con la UE spettatore interessato. La fine della vicenda, se vera fine è stata, segna un punto a favore della collaborazione tra gli stati e l’ONU, che hanno fattivamente collaborato per scongiurare il pericolo di un conflitto sui cui esiti non si potevano prevedere le conseguenze. Molto importante l’azione della Russia, che pur non essendo coinvolta in modo diretto, come USA e Cina, ha voluto assumere un ruolo di protagonista nella soluzione della questione. Probabilmente la molla che ha fatto scattare un impegno tanto fattivo è stato anche il pericolo che l’ago della bilancia si spostasse a favore di uno dei contendenti maggiori che stavano dietro le due Coree, compromettendo così l’equilibrio attuale. In questo momento storico così particolare se lo status quo subisce variazioni di così grande portata, come sarebbe potuto accadere in uno scenario possibile, rischia di innescare una reazione a catena sullo scenario internazionale di portata non facilmente quantificabile. Più defilata la posizione della UE, che ha assunto un ruolo quasi subalterno nella questione, d’accordo che le due Coree sono lontane, ma uno scenario globale come l’attuale richiede un impegno ed una presenza di maggiore peso in tutti i punti caldi ed i nodi cruciali del panorama complessivo.

Solo risposte comuni possono risolvere i problemi economici del mondo

La città di Buenos Aires è assediata da oltre 13.000 persone, che si sono accampate in un terreno coincidente con lo spazio del parco Indoamericano. Si tratta perlopiù di immigrati boliviani e paraguaiani che reclamano migliori condizioni di vita. Le dimostrazioni sono avvenute in coincidenza del progetto di urbanizzazione di uno spazio molto vasto ai confini della Città denominato “Villa Miseria”. Il progetto potrebbe essere una valvola di sfogo lavorativo per l’asfittica economia argentina. Questo è uno dei tanti casi di povertà presenti nel mondo che rischia di sfociare in disordini, anche gravi. La progressiva riduzione dei sistemi di welfare giunta ad una massa di immigrazione sempre più numerosa genera, in una congiuntura economica negativa, situazioni di sempre maggiore emergenza. Negli effetti della globalizzazione, arrivata troppo veloce per la scarsa elasticità dei sistemi economici e burocratici degli stati, non si sono presentati contrappesi di autoregolazione ma soltanto un flusso di stravolgimenti del sistema quo ante. Le crisi economiche, che si succedono, determinano sempre nuovi scenari a cui non si è preparati, pare di essere sempre un passo indietro allo svolgersi degli eventi. Occorre ripensare i modi di produzione e di consumo, rivedendo la corsa all’illusione consumista; interrompere la spirale che avvolge il sistema mondo in modo sempre più stretto. Ma se la globalizzazione è un fenomeno per definizione, appunto, globale, la risposta degli stati non può essere molteplice, occorrono soluzioni sempre più univoche che uniformino le modalità di affrontare i problemi. Chiaramente è utopico pretendere una sola ed unica risposta, perchè le differenze e le esigenze degli attori sono talmente tante e di genere diverso che risulta impossibile ottenere una singolarità economica e normativa conveniente alla totalità. Ma esistono oraganizzazioni sovrastatali che devono acquisire sempre più peso grazie alla contribuzione di idee e sostentamenti di un numero sempre più vasto di paesi. Ma è necessario anche il loro proprio impulso a favorirne la sempre maggiore importanza e peso specifico nello scenario politico ed economico. Si deve anche superare la logica dei blocchi perchè questa non esiste di fronte allo scenario dell’economia globale, una maggiore cooperazione può diffondere un maggiore benessere generale ed una maggiore attenzione allo sfruttamento delle risorse e dell’ambiente. Situazioni come quella di Buenos Aires è una delle tante spie che segnalano la necessità di cambiare modo di affrontare la questione.

Le banche nel mirino di Wikileaks

La crisi finanziaria attuale ha tra i maggiori responsabili il settore bancario; la massa di prestiti immessi nel sistema varia da quattro volte il pil dell’Irlanda in crisi alle cinque volte della più solida Gran Bretagna. La situazione economica non pare in via di rapida risoluzione, non basta la locomotiva tedesca a trainare un sistema in difficoltà generale e purtroppo alcuni esperti come Strauss Kahn prevedono una nuova crisi finanziaria che riguarderà principalmente le banche. La grande esposizione bancaria potrebbe creare l’accartocciamento del sistema e generare una crisi a cascata che coinvolgerebbe, dopo le banche, tutti i settori produttivi a causa del blocco del credito. E’ una visione catastrofica, che contempla se non un blocco totale, una paralisi del sistema economico a livello mondiale. In questo scenario futuribile, ma purtroppo possibile, si innesta la strategia di Wikileaks, che non a caso, minaccia nuove rivelazioni  proprio sul sistema bancario. Il tempismo perfetto suscita più di un sospetto sulla volontà destabilizzatrice dell’australiano. Dopo le minacce e le attese per i primi file, rivelatesi poi poco più di una bolla di sapone non appaiono credibili le intenzioni di Assange come novello Robin Hood, eroe disinteressato contro il sistema; minacce come le sue, anche se infondate, possono provocare durante l’attesa dei documenti pesanti passivi borsistici, a chi conviene in questo momento una speculazione del genere? Una volta per risollevare l’economia si diceva che occorreva ricorrere alla guerra, ora questo non basta più per smaltire il surplus di produzione e peraltro è praticamente impossibile, per fortuna,  praticare azioni militari di eserciti regolari sui territori dei paesi ricchi, che al massimo patiscono azioni terroristiche; l’opzione  militare è ancora utilizzata per i paesi poveri. Le possibilità della tecnologia consentono operazioni più fini che non lo spargimento di sangue, chi sta dietro a Wikileaks pare più interessato a praticare il dissesto politico e finanziario, la guerra reale a certe latitudini non è più conveniente, più redditizio è spostare informazioni con la conseguenza di permettere determinate azioni convenienti a determinate lobby piuttosto che ad altre, siamo in un quadro ancora troppo oscuro per chi sta fuori ma le prossime vicende dovrebbero alzare la nebbia almeno un poco.

I governi con il fiato sospeso.

Sono ore di attesa nelle cancellerie dei paesi Europei, la minaccia di Wikileaks allunga la sua ombra con la concreta possibilità di rivelare documenti scottanti e compromettenti circa l’azione politica, diplomatica e militare nei confronti di altri stati sovrani in associazione con gli USA. Boutade, minaccia vana o rischio reale? Dai primi movimenti delle personalità più autorevoli dei governi traspare una sincera preoccupazione, sintomo di uno stato di agitazione di chi ha qualcosa da nacondere o di cui vergognarsi. Più volte articoli provenineti da più parti hanno scritto di accordi sottobanco, di operazioni militari oltre il limite della legalità, di manovre per favorire persone od organizzazioni che facevano comodo a certe tendenze politiche o spingevano situazioni contingenti verso la soluzione voluta, ma erano congetture basate su informazioni limitate oppure sul collegamento di fatti reali, che però, potevano apparire avulsi dal contesto in cui erano inseriti, se non collegati ad arte; ora saremmo di fronte a documenti ufficiali segretati e coperti dalla massima riservatezza, prove inconfutabili di manovre oscure sempre sospettate ma mai dimostrate. Non che sia una novità, il corso della storia è costellato di questi episodi, solo che in questo momento storico è maturata una coscienza critica dell’opinione pubblica che non potrebbe tollerare certi metodi. Le conseguenze sono di portata difficilmente immaginabili, non perchè non si verificherebbero, ma perchè quello che potrebbe seguire è realmente difficile da quantificare. Dire che cadrebbero governi non è un’ipotesi peregrina, ma sarebbe, in definitiva il male minore, quello che si dovrebbe temere è la fine di alleanze, il crollo borsistico, l’accartocciarsi di castelli finanziari e finanche l’esplosione di conflitti. A chi giova tutto ciò? Perchè divulgare ora documenti tanto compromettenti (sempre che sia vero)? Ed anche la sola minaccia così gravida di conseguenze, a chi fa comodo? Se fossimo in un romanzo di Fleming, dietro di sarebbe la Spectre di turno, ma adesso chi è questa Spectre? Oppure è possibile che dietro ci sia solo chi dice di esserci? Potremmo essere in presenza di una reale volontà di fare chiarezza e pulizia di una politica distorta per avviare una fase nuova caratterizzata dalla chiarezza e dalla correttezza? Sono domande alle quali ora è impossibile dare risposta perchè se si conoscesse la soluzione si intuirebbe facilmente la direzione verso cui andare. E’ chiaro che lo stato di allarme che si sta registrando segnala che qualcosa prima è successo ma, forse, ancora peggio, qualcosa può succedere. Dovremo attendere poco.

NATO: exit strategy per l'Afghanistan

Il progetto di exit strategy della NATO dall’Afghanistan fa un passo ulteriore verso l’attuazione. Dal 2011 al 2014 lo stato di Karzai, pur supportato dalla presenza di truppe seppure ridotta, dovrà essere in grado da solo di badare alla propria sicurezza. Sarà un ritiro graduale attuato progressivamente controllando distretto per distretto  l’attuazione della misure di sicurezza, della preparazione e del controllo del territorio dei militari afgani. La NATO e gli USA cercano così di dare efficacia alla concretizzazione della tanto agognata exit strategy, richiesta a gran voce oltre che dall’opione pubblica anche dalle esigenze di bilancio ed organizzative della nuova struttura dell’alleanza atlantica. Il ritiro sarà attuato con una doppia azione: militare e diplomatica. L’azione militare dovrà intensificare sopratutto la repressione nelle zone al confine con il Pakistan, dove si annidano e rifugiano le parti più estremiste dei talebani, ma si dovrà anche incrementare l’autosufficienza delle forze armate afgane, verificando anche le possibili di infiltrazioni di elementi avversi e la loro neutralizzazione. Sul fronte diplomatico l’azione dovrà muovere in più di una direzione: verso l’esterno, promuovendo il contatto con le parti più radicali per cercare una qualche forma di collaborazione ed irregimentazione nell’alveo dello stato afgano e verso l’interno coinvolgendo la società afgana ad una maggiore collaborazione con lo stato centrale. Giustamente non sono obiettivi di facile portata  e per questo è stata prevista una scadenza a medio lungo termine, l’obiettivo del 2014 è comunque ambizioso e di difficile realizzazione compiuta, si tratterà di decidere al momento della scadenza se la data sarà inderogabile oppure no. Comunque è già previsto un numero di truppe che continueranno a prestare assistenza allo stato afgano, si dovrà verificare, in base all’avanzamento del progetto, se questa previsione sarà sufficiente o se sarà necessario l’incremento della forza militare. Fondamentale sarà la risposta dei primi distretti che saranno lasciati interamente alle forze locali, se la metodologia della strategia d’uscita sarà positiva si potrà continuare su quei binari viceversa saranno necessari aggiustamenti alla strategia applicata. In ogni caso la ricerca di un uscita è da considerarsi positiva sopratutto se inquadrata nella nuova organizzazione NATO che prevede un maggiore uso della diplomazia per la risoluzione dei conflitti, su questo campo siamo certi che non ci sarà l’exit strategy.