Coree fine dell'incubo?

La Corea del Nord rompe il preoccupante  silenzio dall’inizio delle esercitazioni della Corea del Sud e dichiara, attraverso l’agenzia KCNA, che alle manovre militari di Seul non vale la pena di reagire. Sembra così concludersi positivamente il pericoloso tira e molla seguito al bombardamento dell’isola sudcoreana sul confine dei due stati effettuato da Pyongyang. Evidentemente si tratta di una vittoria della diplomazia che ha operato alacremente al di fuori dei riflettori, tutto il mondo tira un sospiro di sollievo ma le questioni di fondo risultano ancora sul tappeto. L’atomica nordcoreana, il sempre maggiore peso cinese, il controllo delle vie di comunicazione e trasporto marine, il tutto inquadrato nella contrapposizione di alleanze ed equlibri che ruota intorno al rapporto conflittuale tra USA e Cina, con la UE spettatore interessato. La fine della vicenda, se vera fine è stata, segna un punto a favore della collaborazione tra gli stati e l’ONU, che hanno fattivamente collaborato per scongiurare il pericolo di un conflitto sui cui esiti non si potevano prevedere le conseguenze. Molto importante l’azione della Russia, che pur non essendo coinvolta in modo diretto, come USA e Cina, ha voluto assumere un ruolo di protagonista nella soluzione della questione. Probabilmente la molla che ha fatto scattare un impegno tanto fattivo è stato anche il pericolo che l’ago della bilancia si spostasse a favore di uno dei contendenti maggiori che stavano dietro le due Coree, compromettendo così l’equilibrio attuale. In questo momento storico così particolare se lo status quo subisce variazioni di così grande portata, come sarebbe potuto accadere in uno scenario possibile, rischia di innescare una reazione a catena sullo scenario internazionale di portata non facilmente quantificabile. Più defilata la posizione della UE, che ha assunto un ruolo quasi subalterno nella questione, d’accordo che le due Coree sono lontane, ma uno scenario globale come l’attuale richiede un impegno ed una presenza di maggiore peso in tutti i punti caldi ed i nodi cruciali del panorama complessivo.

Solo risposte comuni possono risolvere i problemi economici del mondo

La città di Buenos Aires è assediata da oltre 13.000 persone, che si sono accampate in un terreno coincidente con lo spazio del parco Indoamericano. Si tratta perlopiù di immigrati boliviani e paraguaiani che reclamano migliori condizioni di vita. Le dimostrazioni sono avvenute in coincidenza del progetto di urbanizzazione di uno spazio molto vasto ai confini della Città denominato “Villa Miseria”. Il progetto potrebbe essere una valvola di sfogo lavorativo per l’asfittica economia argentina. Questo è uno dei tanti casi di povertà presenti nel mondo che rischia di sfociare in disordini, anche gravi. La progressiva riduzione dei sistemi di welfare giunta ad una massa di immigrazione sempre più numerosa genera, in una congiuntura economica negativa, situazioni di sempre maggiore emergenza. Negli effetti della globalizzazione, arrivata troppo veloce per la scarsa elasticità dei sistemi economici e burocratici degli stati, non si sono presentati contrappesi di autoregolazione ma soltanto un flusso di stravolgimenti del sistema quo ante. Le crisi economiche, che si succedono, determinano sempre nuovi scenari a cui non si è preparati, pare di essere sempre un passo indietro allo svolgersi degli eventi. Occorre ripensare i modi di produzione e di consumo, rivedendo la corsa all’illusione consumista; interrompere la spirale che avvolge il sistema mondo in modo sempre più stretto. Ma se la globalizzazione è un fenomeno per definizione, appunto, globale, la risposta degli stati non può essere molteplice, occorrono soluzioni sempre più univoche che uniformino le modalità di affrontare i problemi. Chiaramente è utopico pretendere una sola ed unica risposta, perchè le differenze e le esigenze degli attori sono talmente tante e di genere diverso che risulta impossibile ottenere una singolarità economica e normativa conveniente alla totalità. Ma esistono oraganizzazioni sovrastatali che devono acquisire sempre più peso grazie alla contribuzione di idee e sostentamenti di un numero sempre più vasto di paesi. Ma è necessario anche il loro proprio impulso a favorirne la sempre maggiore importanza e peso specifico nello scenario politico ed economico. Si deve anche superare la logica dei blocchi perchè questa non esiste di fronte allo scenario dell’economia globale, una maggiore cooperazione può diffondere un maggiore benessere generale ed una maggiore attenzione allo sfruttamento delle risorse e dell’ambiente. Situazioni come quella di Buenos Aires è una delle tante spie che segnalano la necessità di cambiare modo di affrontare la questione.

Le banche nel mirino di Wikileaks

La crisi finanziaria attuale ha tra i maggiori responsabili il settore bancario; la massa di prestiti immessi nel sistema varia da quattro volte il pil dell’Irlanda in crisi alle cinque volte della più solida Gran Bretagna. La situazione economica non pare in via di rapida risoluzione, non basta la locomotiva tedesca a trainare un sistema in difficoltà generale e purtroppo alcuni esperti come Strauss Kahn prevedono una nuova crisi finanziaria che riguarderà principalmente le banche. La grande esposizione bancaria potrebbe creare l’accartocciamento del sistema e generare una crisi a cascata che coinvolgerebbe, dopo le banche, tutti i settori produttivi a causa del blocco del credito. E’ una visione catastrofica, che contempla se non un blocco totale, una paralisi del sistema economico a livello mondiale. In questo scenario futuribile, ma purtroppo possibile, si innesta la strategia di Wikileaks, che non a caso, minaccia nuove rivelazioni  proprio sul sistema bancario. Il tempismo perfetto suscita più di un sospetto sulla volontà destabilizzatrice dell’australiano. Dopo le minacce e le attese per i primi file, rivelatesi poi poco più di una bolla di sapone non appaiono credibili le intenzioni di Assange come novello Robin Hood, eroe disinteressato contro il sistema; minacce come le sue, anche se infondate, possono provocare durante l’attesa dei documenti pesanti passivi borsistici, a chi conviene in questo momento una speculazione del genere? Una volta per risollevare l’economia si diceva che occorreva ricorrere alla guerra, ora questo non basta più per smaltire il surplus di produzione e peraltro è praticamente impossibile, per fortuna,  praticare azioni militari di eserciti regolari sui territori dei paesi ricchi, che al massimo patiscono azioni terroristiche; l’opzione  militare è ancora utilizzata per i paesi poveri. Le possibilità della tecnologia consentono operazioni più fini che non lo spargimento di sangue, chi sta dietro a Wikileaks pare più interessato a praticare il dissesto politico e finanziario, la guerra reale a certe latitudini non è più conveniente, più redditizio è spostare informazioni con la conseguenza di permettere determinate azioni convenienti a determinate lobby piuttosto che ad altre, siamo in un quadro ancora troppo oscuro per chi sta fuori ma le prossime vicende dovrebbero alzare la nebbia almeno un poco.

I governi con il fiato sospeso.

Sono ore di attesa nelle cancellerie dei paesi Europei, la minaccia di Wikileaks allunga la sua ombra con la concreta possibilità di rivelare documenti scottanti e compromettenti circa l’azione politica, diplomatica e militare nei confronti di altri stati sovrani in associazione con gli USA. Boutade, minaccia vana o rischio reale? Dai primi movimenti delle personalità più autorevoli dei governi traspare una sincera preoccupazione, sintomo di uno stato di agitazione di chi ha qualcosa da nacondere o di cui vergognarsi. Più volte articoli provenineti da più parti hanno scritto di accordi sottobanco, di operazioni militari oltre il limite della legalità, di manovre per favorire persone od organizzazioni che facevano comodo a certe tendenze politiche o spingevano situazioni contingenti verso la soluzione voluta, ma erano congetture basate su informazioni limitate oppure sul collegamento di fatti reali, che però, potevano apparire avulsi dal contesto in cui erano inseriti, se non collegati ad arte; ora saremmo di fronte a documenti ufficiali segretati e coperti dalla massima riservatezza, prove inconfutabili di manovre oscure sempre sospettate ma mai dimostrate. Non che sia una novità, il corso della storia è costellato di questi episodi, solo che in questo momento storico è maturata una coscienza critica dell’opinione pubblica che non potrebbe tollerare certi metodi. Le conseguenze sono di portata difficilmente immaginabili, non perchè non si verificherebbero, ma perchè quello che potrebbe seguire è realmente difficile da quantificare. Dire che cadrebbero governi non è un’ipotesi peregrina, ma sarebbe, in definitiva il male minore, quello che si dovrebbe temere è la fine di alleanze, il crollo borsistico, l’accartocciarsi di castelli finanziari e finanche l’esplosione di conflitti. A chi giova tutto ciò? Perchè divulgare ora documenti tanto compromettenti (sempre che sia vero)? Ed anche la sola minaccia così gravida di conseguenze, a chi fa comodo? Se fossimo in un romanzo di Fleming, dietro di sarebbe la Spectre di turno, ma adesso chi è questa Spectre? Oppure è possibile che dietro ci sia solo chi dice di esserci? Potremmo essere in presenza di una reale volontà di fare chiarezza e pulizia di una politica distorta per avviare una fase nuova caratterizzata dalla chiarezza e dalla correttezza? Sono domande alle quali ora è impossibile dare risposta perchè se si conoscesse la soluzione si intuirebbe facilmente la direzione verso cui andare. E’ chiaro che lo stato di allarme che si sta registrando segnala che qualcosa prima è successo ma, forse, ancora peggio, qualcosa può succedere. Dovremo attendere poco.

NATO: exit strategy per l'Afghanistan

Il progetto di exit strategy della NATO dall’Afghanistan fa un passo ulteriore verso l’attuazione. Dal 2011 al 2014 lo stato di Karzai, pur supportato dalla presenza di truppe seppure ridotta, dovrà essere in grado da solo di badare alla propria sicurezza. Sarà un ritiro graduale attuato progressivamente controllando distretto per distretto  l’attuazione della misure di sicurezza, della preparazione e del controllo del territorio dei militari afgani. La NATO e gli USA cercano così di dare efficacia alla concretizzazione della tanto agognata exit strategy, richiesta a gran voce oltre che dall’opione pubblica anche dalle esigenze di bilancio ed organizzative della nuova struttura dell’alleanza atlantica. Il ritiro sarà attuato con una doppia azione: militare e diplomatica. L’azione militare dovrà intensificare sopratutto la repressione nelle zone al confine con il Pakistan, dove si annidano e rifugiano le parti più estremiste dei talebani, ma si dovrà anche incrementare l’autosufficienza delle forze armate afgane, verificando anche le possibili di infiltrazioni di elementi avversi e la loro neutralizzazione. Sul fronte diplomatico l’azione dovrà muovere in più di una direzione: verso l’esterno, promuovendo il contatto con le parti più radicali per cercare una qualche forma di collaborazione ed irregimentazione nell’alveo dello stato afgano e verso l’interno coinvolgendo la società afgana ad una maggiore collaborazione con lo stato centrale. Giustamente non sono obiettivi di facile portata  e per questo è stata prevista una scadenza a medio lungo termine, l’obiettivo del 2014 è comunque ambizioso e di difficile realizzazione compiuta, si tratterà di decidere al momento della scadenza se la data sarà inderogabile oppure no. Comunque è già previsto un numero di truppe che continueranno a prestare assistenza allo stato afgano, si dovrà verificare, in base all’avanzamento del progetto, se questa previsione sarà sufficiente o se sarà necessario l’incremento della forza militare. Fondamentale sarà la risposta dei primi distretti che saranno lasciati interamente alle forze locali, se la metodologia della strategia d’uscita sarà positiva si potrà continuare su quei binari viceversa saranno necessari aggiustamenti alla strategia applicata. In ogni caso la ricerca di un uscita è da considerarsi positiva sopratutto se inquadrata nella nuova organizzazione NATO che prevede un maggiore uso della diplomazia per la risoluzione dei conflitti, su questo campo siamo certi che non ci sarà l’exit strategy.

NATO: la nuova organizzazione

La nuova strategia della NATO prende corpo: fine definitiva della guerra fredda con la Russia e coinvolgimento di Mosca come nuovo socio, determinante per i nuovi scenari che si sono creati. Infatti le cause fondative dell’alleanza atlantica sono in definitiva venute meno, nuovi attori sono alla ribalta, nuovi problemi sono da risolvere e sopratutto da prevenire. Non si e’ piu’ nel campo ben delimitato dell’equilibrio del terrore, l’atomica non e’ piu’ prerogativa di due sole superpotenze. I cambiamenti economici hanno determinato nuove possibilita’ e nuove potenzialita’ sia nel campo diplomatico che in quello delle possibili minacce per gli stati. La globalizzazione ha colpito anche sullo scenario dei rapporti tra le nazioni che non camminano piu’ su binari ben definiti ma sono condizionati ora da variabili molteplici che possono comprendere anche variabili impazzite. La NATO prende atto di questo nuovo stato di cose e comprende che la sua stessa organizzazione deve farsi piu’ flessibile e duttile per sapere affrontare con sempre maggiore capacita’ di risposta la maggior parte di evenienze insorgenti e  verificabili. Quindi la Russia come alleato strategico per combattere la proliferazione nucleare, il terrorismo, gli attacchi cibernetici, ma non solo, anche maggiore coinvolgimento della UE, dove 21 paesi su 27 sono membri della stessa NATO, alleggerimento della struttura militare a favore dell’intelligence e di un corpo diplomatico capace di un intervento ancora piu’ importante di quello armato perche’ preventivo ma anche capace di concludere le operazioni belliche con trattati ben definiti in grado di chiudere le parentesi guerresche dando stabilita’ condivisa ai territori coinvolti. E’ una vera e propria chiave di volta del concepire l’azione dell’alleanza atlantica perche’ non mette piu’ al centro della propria azione il ricorso alla forza militare, che deve cosi’ diventare opzione ultima, ma che prevede l’azione continua della politica per dirimere le questioni di coinvolgimento; e’ un passo avanti enorme nel teatro mondiale delle relazioni internazionali. Questo non vuole dire sganciamento o disimpegno della NATO e neanche rinchiudersi dentro i propri confini, ancorche’ allargati, significa comprendere che il pericolo si muove a macchia di leopardo, non siamo piu’ spesso ad un nemico certo e visibile, ma siamo di fronte a sigle ed organizzazioni, dietro cui, ma non sempre, si muovono stati e gruppi di potere, non facilmente individuabili, dove gli atti ostili non sono supportati da dichiarazioni o atti di guerra tradizionali, ma da atti terroristici o ancora da attacchi informatici capaci di paralizzare interi paesi ed atti di pirateria praticati con le tecniche della guerriglia. Ecco perche’ e’ da accogliere positivamente la riforma della NATO, perche’ e’ orientata a rispondere a queste emergenze con la flessibilita’ necessaria ad agire in un mondo in continua trasformazione ed evoluzione.

Gli Stati più pericolosi del pianeta

La società inglese Maplecroft, specializzata nella valutazione del rischio terroristico, ha stilato una classifica dei paesi in cui il rischio di attentati è massimo. Somalia, Pakistan, Iraq ed Afghanistan, Palestina e Yemen stanno in cima a questa speciale classifica. Ci troviamo di fronte a stati fortemente destabilizzati con governi privi di autorità su grandi parti del territorio statale, coinvolti in guerre endemiche difficile da risolvere. In questi stati il terrorismo è in perenne stato di coltura, con il ricambio continuo assicurato grazie ad una azione incessante del proselitismo in ragione della forte penetrazione tra la popolazione dell’islamismo più estremo, che funziona da aggregatore sociale in un ambiente dove è quasi sempre l’unica organizzazione sociale presente. Siamo in stati dove la condizione sociale ed economica generale, anche in presenza di risorse rilevanti, sfiora la povertà quasi assoluta, con governi che sopravvivono grazie agli aiuti internazionali  e che sono spesso corrotti ed inefficaci, incapaci di intraprendere una politica che tenti almeno un qualche tipo di soluzione per risolvere problemi ormai endemici. Una caratteristica comune di questi paesi è la divisione estrema, spesso di matrice tribale, che contraddistingue la difficoltà di risolvere la questione interna di ogni singolo paese; spesso ci si trova di fronte a rivalità ormai incacrenite dallo scorrere della storia, acuite sempre di più da fattori di origine sia interna che esterna. La condizione di vita è di perenne tensione, le popolazioni sono fiaccate da continui atti di guerriglia, spesso urbana, che si concreta con attentati che sovente hanno le dimensioni della strage. Questi stati sono un pericolo oltre che per se stessi ed i loro abitanti anche per la comunità internazionale, non è un caso che sono scenario di guerre che assorbono ingenti costi umani ed economici. Quello che manca è l’azione più pressante delle organizzazioni internazionali sia in fase di intervento che di coordinamento dei processi di pace, ci si basa ancora sulla politica del gendarme planetario, gli USA, che ormai faticano ad assolvere questo compito per svariate ragioni, è ora che l’ONU si doti di mezzi sia militari che diplomatici efficaci per assolvere il suo ruolo.

La necessità di organismo centrale che governi il mercato valutario mondiale

La priorità economica in queste ore è evitare con tutte le forze possibili una guerra valutaria che tarperebbe le ali alle possibilità di crescita dell’economia mondiale. Senza un accordo condiviso tra i protagonisti delle banche mondiali si rischia un tutto contro tutti dove tutti hanno da rimetterci, infatti anche la Cina, seppur con modalità graduali, ha affermato che procederà all’apprezzamento della propria moneta, in un quadro dello stimolo del consumo interno e della riduzione degli squilibri.  L’Europa dal canto suo deve mantenere l’unità di intenti e di manovra, voci allarmistiche sulla fine della moneta unica, oltre che, ormai, fuori dal corso della storia sono potenzialmente pericolose per la volubilità del mercato finanziario sempre molto reattivo a rumors di questo genere;  d’altro canto la moneta unica è ormai irrinunciabile costituendo uno scudo, che seppur con le proprie storture, ha impedito scenari molto più gravi ed inquietanti. Semmai quella da percorrere, ma la strada non solo è lunghissima, ma quasi fantascientifica, sarebbe la soluzione di una moneta unica globale al riparo dalle estemporaneità dei movimenti finanziari; certamente è un’idea quasi impraticabile ma rafforzare un’organismo che a livello mondiale abbia più forza di indirizzo e coordinazione delle valute non è un’idea da considerare tanto peregrina. Una Banca Mondiale, ad esempio, con compiti concreti di indirizzo e controllo potrebbe avere evitato le gravi crisi finanziarie di questi ultimi tempi, certo ci sono più avversari ad una soluzione del genere: da un lato i governi, sopratutto dei paesi emergenti che non vogliono perdere l’onda dello sviluppo di cui godono con una tutela sopra le loro azioni (e ciò è comprensibile, dato che l’azione di un’organismo centrale sarebbe probabilemente orientato non ad una politica monetaria espansiva), dall’altro gli speculatori monetari che si annidano fin dentro i gangli più profondi del potere. Quindi stante questo scenario accontentiamoci intanto di un primo accordo di massima che potrebbe vedere la luce in queste ore, sperando in ulteriori sviluppi non estemporanei ma organizzativi atti a governare in maniera più incisiva del fenomeno.

Afghanistan: prove di exit strategy

La nuova linea della NATO in Afghanistan è la ricerca del dialogo con i Talebani, senza però rinunciare all’opzione militare. Si tratta di un primo passo avanti nel difficile processo di pacificazione nazionale che il nuovo corso che l’amministrazione Obama cerca di perseguire anche in funzione di un progressivo e possibile sganciamento dalla palude afghana. A facilitare la decisione di trattare con i Talebani è anche il nuovo atteggiamento della popolazione afghana, sempre più provata dal conflitto all’interno del proprio paese, infatti ad ogni livello sociale sta maturando il convincimento che i Talebani sono parte integrante del paese ed anche il loro punto di vista va considerato, anche nell’ottica di un governo democratico come ambisce ad essere la nuova nazione afghana. Certo mancando la sconfitta militare ed assodata la situazione di stallo la ricerca di soluzioni alternative più che una scelta è un bisogno, ma ammettere la necessità della ricerca del dialogo è comunque un passo avanti nella ricerca di una possibile soluzione definitiva. Militarmente, nonostante tutti gli sforzi compiuti ed il dispigo di mezzi ed investimenti profusi appare ormai impossibile conseguire il successo, d’altronde la storia è con i talebani, si sono dimostrati invicibili con l’esercito sovietico ed anche ora, con quello americano sono sostanzialmente in vantaggio. Nonostante questo la Nato non rinuncia all’opzione militare cercando, prima di arrivare ad una qualche forma di accordo, di infliggere più perdite possibili ai Talebani con lo scopo di farli arrivare alle trattative il più deboli possibile per assicurare a Karzai di trattare da migliori posizioni. La via della trattativa non è comunque facile, i Talebani non sono un blocco monolitico, vi sono differenze causate dall’appartenenza tribale ma sopratutto diversità di vedute causate dalle differenze di età: più concilianti i vecchi capi, tra cui reduci anche dalla prigionia di Guantanamo, più intransigenti le nuove leve perchè ancora più permeate dagli insegnamenti, sempre più estremisti, delle scuole coraniche, unica possibilità di formazione culturale in tutti questi anni. In questo quadro di difficile gestione la NATO e gli USA giocano la carta della ragionevolezza sperando di aprire  la porta della strategia di uscita.

Ritorna il G7

La politica valutaria cinese sarà oggetto della resurrezione del G7, infatti un nuovo vertice delle sette potenze economiche si terrà a porte chiuse per elaborare strategie di contrasto alla direzione intrapresa da Pechino in materia monetaria. Si tratta di un fatto per certi versi eccezionale dato che verranno esclusi i restanti paesi componenti il G20 e non sarà nemmeno previsto un incontro successivo con il titolare economico del governo Cinese. Sembrava ormai impossibile escludere da vertici economici i paesi emergenti: non solo la Cina, ma anche Brasile ed India, tuttavia l’urgenza di contrastare gli effetti svalutativi della moneta cinese ha impresso una sterzata di fatto antiglobalizzazione da parte dei vecchi poteri economici. Sembra il boomerang che si abbatte contro chi ha decantato la globalizzazione (forse pensata a senso unico), ed anche questa riunione ristretta ne è la prova; cosa si vuole e cosa significa questo vertice ristretto? Si vuole riportare le leve del comando economico del pianeta in mano ai vecchi padroni o piuttosto è l’estremo tentativo degli stessi di preservare un potere ormai sfuggitogli dalle mani? L’azione monetaria cinese con le svalutazioni che l’ha contraddistinta intende imprimere una spinta alle esportazioni che l’occidente non può più contenere, l’invasione dei prodotti cinesi ha di fatto contribuito, in una congiuntura caratterizzata dalle crisi finanziarie, a comprimere le produzioni nazionali e le loro esportazioni mettendo in ginocchio interi comparti, questa situazione va inquadrata nel peggiore momento economico e sociale per l’occidente ed è logico che i governi le provino tutte per limitare le perdite. La minaccia è una introduzione dei dazi sui prodotti cinesi a cui però seguirebbe una risposta di Pechino altrettanto dura dal lato monetario  andando ad innescare probabilmente un aumento dei prezzi delle materie prime di cui si avvantaggerebbero i paesi produttori, è alla fine questo il timore maggiore che deve avere spinto il G7 a riformarsi; difficile dire cosa accadrà, il filo su cui si cammina è sottile ed ogni decisione non condivisa a livello planetario rischia di innescare turbolenze difficili da governare, speriamo che in questo scenario l’Europa, con le sue divisioni non faccia il vaso di coccio tra i vasi di ferro.