Israele ritarda l’annessione

La questione dell’annessione di alcuni territori palestinesi entra in una fase molto delicata e rischia di diventare una trappola per il suo principale sostenitore, il premier israeliano Netanyahu. Le implicazioni sono, come è ovvio, di carattere interno, ma la rilevanza internazionale, già molto importante è destinata a crescere, mentre esistono anche possibili ricadute sociali sugli abitanti palestinesi delle zone oggetto di annessione. Sul piano internazionale il rischio maggiore è che i rapporti, ancorché ufficiosi, faticosamente costruiti con i paesi sunniti subiscano una svolta negativa, uno sviluppo fortemente pericoloso per la tenuta dell’alleanza non ufficiale costruita contro l’Iran. Teheran rimane il pericolo principale per Israele ed il sostegno delle monarchie del Golfo è necessario non solo dal punto di vista politico ma anche da quello militare. Tuttavia la contrarietà internazionale non è limitata ai paesi sunniti, anche gli ambasciatori alle Nazioni Unite di Cina e Russia hanno manifestato la loro contrarietà all’eventuale annessione, ribadendo così la vicinanza ai palestinesi. Certamente si tratta anche di un calcolo politico che comprende l’avversione agli Stati Uniti, ma, non solo. Per Mosca, vicina alla Siria e quindi all’Iran si tratta di rendere complicata la scena internazionale per Tel Aviv. La posizione dell’Unione Europea, salvo qualche eccezione, è poi risaputa e per Israele la politica dell’annessione potrebbe significare soltanto censure politiche e sanzioni commerciali. D’altro canto il paese israeliano non si presenta compatto a questo appuntamento: se i partiti di destra ed i movimenti vicini ai coloni appoggiano il piano di Netanyahu, esiste un vasto fronte di contrari presente nella società civile di Israele a causa della valutazione delle ragioni di opportunità e convenienza, che di dichiarata contrarietà politica. Una necessità di fare in fretta le annessioni sarebbe anche dettata dalla incerta permanenza di Trump alla Casa Bianca, infatti in caso di sconfitta del presidente uscente, viene considerato altamente probabile una considerazione totalmente opposta del problema da parte dei democratici. Sul versante palestinese, a parte le ovvie minacce provenienti da Gaza, che vedrebbero un maggiore impegno dell’esercito nella repressione, con una ulteriore ricaduta negativa dell’immagine del paese, il vero rischio è l’implosione dell’Autorità palestinese, provocata dall’incapacità di difendere i territori dall’annessione; una perdita di autorevolezza, che può determinare anche la perdita di un interlocutore, che nonostante la distanza, può garantire ancora una opera di mediazione fondamentale in un momento in cui c’è forte risentimento da gran parte della società palestinese, ma anche dove si registra il possibile gradimento dei palestinesi residenti nelle colonie oggetto dell’annessione ad assumere la cittadinanza israeliana. In realtà questa eventualità non è affatto assicurata, soprattutto se la linea di creare un paese fortemente identificato con i valori ebraici dovesse avere il sopravvento. Per tutti questi motivi rispettare la data prefissata è diventato difficile, anche se sono state pensate soluzioni ad impatto minore, come una annessione di tipo simbolico in grado di ribadire la sovranità, già di fatto garantita dalla presenza dell’esercito, sui territori colonizzati. In accordo con gli Stati Uniti, Netanyahu ha deciso di sospendere l’annessione delle colonie per avere un momento più favorevole. Il rallentamento della questione pare condiviso anche dall’ambasciatore americano e quindi dall’amministrazione Trump, che ha promosso un riavvicinamento tra il premier israeliano ed il ministro della difesa, il leader del partito blu bianco, che tra due anni prenderà il posto del capo del governo. Le recenti affermazioni del capo del ministero della difesa hanno manifestato la volontà di una dilazione della data dell’annessione con la motivazione dello stato di pandemia, che sta attraversando il paese israeliano; queste affermazioni avevano irritato Netanyahu che aveva definito il ministro della difesa senza alcuna voce in capitolo sulla questione. Si comprende come il leader israeliano voglia intestarsi l’annessione, anche come motivo di distrazione dalle sue disavventure giudiziarie, tuttavia il pericolo di una nuova instabilità politica ha allertato gli USA, che ha favorito la dilazione della scadenza ed un incontro tra i due leader dei partiti di governo. Al momento sembra che i peggiori nemici dell’annessione non siano i palestinesi ma gli stessi israeliani.

Il nuovo governo israeliano verso l’annessione degli insediamenti

La ricorrenza dei settantadue anni di vita di Israele è imminente, mentre il prossimo mese sarà il cinquantatreesimo anniversario dell’occupazione da parte dell’esercito israeliano dei territori palestinesi, dopo la guerra dei sei giorni. Attualmente la vita politica a Tel Aviv sta vivendo un momento difficile, che segue la ripetizione delle elezioni a causa dei risultati ripetuti che non hanno consentito la formazione di un governo di maggioranza. L’accordo di emergenza nazionale tra i conservatori ed il partito di centro ha prodotto un’alternanza di governo che fa prevedere esiti incerti, sensazione aggravata dalla crisi economica e sanitaria, anche causata dalla pandemia, che sta attraversando il paese. Sul piano della politica interna, ma che coincide anche con quella internazionale, i partiti dell’esecutivo in carica hanno firmato un patto che contiene l’impegno di promuovere l’annessione di parte della Cisgiordania dal prossimo primo luglio. Il programma effettivo prevede l’annessione della maggior parte possibile di territorio, con il minor numero di arabi residenti. Si tratta di una vera e propria violazione del diritto interazionale già in origine, ma che si aggraverebbe con la probabile instaurazione di un regime di apartheid, nei confronti dei cittadini palestinesi presenti nei territori annessi. Se l’annessione di fatto, come è attualmente, viene trasformata in annessione di diritto, il significato legale è quello di rendere valida una norma retroattiva che sancisce la legittimità degli insediamenti dei coloni israeliani costruiti su territori non appartenenti allo stato di Israele. Dal punto di vista quantitativo la porzione di territorio sottratto alla Cisgiordania con questa politica di annessione è pari a circa un terzo dei territori palestinesi. E’ stata offerta la possibilità della creazione di uno stato palestinese nei restanti territori della Cisgiordania, possibilità però respinta dai funzionari palestinesi.  Se gli Stati Uniti si sono dichiarati, da tempo, pronti ad appoggiare l’annessione, nella comunità internazionale la maggior parte dei paesi è contraria a questa opzione considerando illegittima la volontà israeliana. Oltre ai paesi della Lega Araba e delle stesse Nazioni Unite ad opporsi in maniera molto netta è l’Unione Europea, che ribadisce la propria posizione in netto contrasto con gli USA, un motivo di ulteriore distanza con l’amministrazione Trump. La posizione di Bruxelles verso l’annessione, non solo quella israeliana, ma ogni tipo di annessione, è di considerarla una grave violazione del diritto internazionale; secondo alcuni analisti ciò potrebbe provocare un peggioramento dei rapporti bilaterali, anche a causa delle intenzioni europee di attuare delle nuove sanzioni contro Tel Aviv. L’adozione di nuove sanzioni, seppur probabile, non è scontata per l’opposizione di stati europei tradizionalmente alleati di Israele come la Bulgaria, l’Ungheria, la Romania e la Repubblica Ceca, tuttavia il peso politico di stati come Francia, Belgio, Svezia o Irlanda, che sono fermamente contrari all’annessione potrebbe portare alla sospensione dell’accordo strategico di associazione con l’UE dello Stato israeliano, che regola le relazioni economiche e commerciali tra le due parti: un grande problema per Tel Aviv, perché l’Unione è il suo principale partner commerciale. All’interno del caso politico dell’annessione, rischiano quindi di acuirsi o nascere casi particolari derivanti dalle diverse visioni, che possono alterare gli equilibri internazionali. Se il contrasto tra Europa ed Usa, già citato, è cosa risaputa, la diatriba all’interno dell’Unione rischia di rappresentare un ulteriore motivo di scontro tra i membri di Bruxelles, in un periodo molto particolare, che richiede il massimo grado di concordia possibile. Resta la posizione palestinese, che giudica, come è scontato, illegittima ed irricevibile la questione dell’annessione, minacciando, se attuata, di considerare non validi tutti gli accordi firmati con Israele e gli Stati Uniti”. I leader palestinesi minacciano anche di incorporare e di integrare la questione dell’annessione nelle accuse dell’indagine della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nonostante la tragedia della pandemia, che occupa la scena internazionale, Israele riesce ancora una volta ad emergere ed a distinguersi, grazie alla pericolosità della gestione dei territori da parte di un esecutivo non adatto e non all’altezza di una visione più lungimirante e con obiettivi di lungo periodo, che non riguardano solo questioni interne, ma di respiro più ampio, cioè di rilevanza internazionale perché in grado di produrre pericolose ripercussioni sugli equilibri internazionali.