L’Iran potrebbe attaccare paesi stranieri per distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni

Lo stato di allerta mondiale potrebbe presto vedere affiancato allo scenario di guerra del fronte ucraino, anche un potenziale conflitto che coinvolgerebbe Iran, Arabia Saudita, Iraq e gli Stati Uniti. Teheran, alle prese con una delle più gravi interne della storia della repubblica islamica, a causa della morte di una sua cittadina, di origine del Kurdistan, conseguente all’arresto da parte della polizia religiosa, per avere indossato il velo in modo non corretto, avrebbe individuato in una azione militare il metodo per potere distrarre l’opinione pubblica interna dalle proteste in corso. Risulta chiaro che se ciò fosse vero, il regime teocratico disvelerebbe tutta la sua debolezza in un azzardo il cui risultato, oltre a non essere affatto scontato, potrebbe addirittura essere la causa dell’aumento delle manifestazioni di dissenso. Il governo iraniano ha più forte accusato l’Arabia Saudita, l’Iraq, gli stati europei, Israele e, naturalmente, gli Stati Uniti, di fomentare le proteste, che stanno aumentando sempre di più contro le regole imposte dal clero sciita. Nella regione del Kurdistan iraniano oltre la metà degli abitanti seguono le regole dell’islam sunnita, mentre nel Kurdistan irakeno i sunniti sono quasi la totalità: di fatto, quindi, sono nemici degli sciiti, di cui l’Iran si considera il principale rappresentante. Erbil, capitale del Kurdistan irakeno, è la sede di truppe USA ancora presenti in Iraq, ed è già stata oggetto, in passato, di attacchi iraniani tramite droni e missili, in un caso sventato proprio dagli stessi americani. Per ciò che riguarda l’Arabia Saudita, i rapporti tra i due stati sono da sempre compromessi a causa di motivi religiosi, in quanto Riyad è la massima rappresentante dei sunniti e Teheran degli sciiti ed entrambe rivendicano la supremazia religiosa nell’ambito del credo islamico. Nonostante Riyad e Washington abbiano avuto recentemente dei dissidi per la volontà saudita di ridurre la produzione del greggio, una decisione senza dubbio favorevole a Mosca, questa minaccia sta riavvicinando i due paesi, dopo una fase in cui il presidente Biden aveva espressamente affermato di volere effettuare una revisione dei rapporti bilaterali. Il pericolo di un attacco iraniano non permette agli USA di abbandonare i propri interessi strategici nella regione, incentrati sul presidio della politica antiterrorismo e della volontà di integrare sempre maggiormente Israele con i paesi dal Golfo. Washington ha già specificato pubblicamente, in caso di attacco iraniano non esiterà a rispondere direttamente in prima persona. La presa di posizione con le minacce iraniane segnano uno sviluppo ulteriore nell’alleanza tra Teheran e Mosca, dove l’Iran risulta sempre più impegnato a rifornire di armi il paese russo; tatticamente i droni di Teheran sono risultati fondamentali contro le difese ucraine ed ora la possibile fornitura di missili con gittata in grado di coprire 300 e 700 chilometri, potrebbe portare un vantaggio indiscutibile per Mosca, che, ormai, dispone di vettori troppo vecchi, imprecisi ed inefficaci. Questo fattore rischia di essere determinante per aumentare la spaccatura mondiale e l’ulteriore avversione degli USA verso il paese iraniano. In questo scenario dove il mondo appare sempre più diviso in blocchi, sarà interessante vedere come vorrà posizionarsi la Cina: se, da un lato, l’alleanza strategica con la Russia ha una funzione prettamente antiamericana, una espansione dei conflitti armati, significa una diminuzione della capacità di creare ricchezza a livello mondiale: un tema a cui Pechino è molto sensibile, per mantenere i propri livelli di crescita tali da assicurare un avanzamento del paese nella sua globalità. Un conflitto che possa coinvolgere paesi che sono compresi tra i maggiori produttori di petrolio, vuole dire uno stop praticamente sicuro per l’economia mondiale e con una contrazione notevole della capacità di spesa dei paesi più ricchi. Pechino, presumibilmente, dovrà abbandonare la sua avversione per gli USA ed impegnarsi in prima persona in negoziati, verso i quali ha finora mantenuto un atteggiamento troppo timido per non dare segni di debolezza nei confronti di Washington. Resta comunque la possibilità che la minaccia iraniana sia soltanto verbale e che Teheran non intenda mettere in pratica un uso delle armi da cui avrebbe tutto da perdere: infatti neppure questa soluzione sembra che possa essere in grado di distrarre un opinione pubblica mai così determinata, ed, anzi, un conflitto potrebbe solo peggiorare la percezione che i cittadini iraniani hanno del proprio governo; piuttosto il governo iraniano sembra volere distogliere più gli osservatori internazionali da quelli interni, ma così facendo favorisce la coalizzazione di esecutivi che non attraversavano reciproci momenti positivi, ottenendo un sempre maggiore isolamento.

Le esercitazioni cinesi su Taiwan mettono in pericolo la pace mondiale

Sebbene Pechino non si sia mai allontanata dalla retorica di “una sola Cina”, che considera Taiwan parte della propria nazione, i limiti ufficiosi delle acque territoriali e dello spazio aereo, fino ad ora erano stati più o meno rispettati in modo continuativo. L’occasione della visita non concordata della speaker della Camera americana, Nancy Pelosi, a Taipei ha scatenato la reazione della Cina, che ha intrapreso la simulazione dell’invasione dell’isola con esercitazioni che, è stato annunciato, proseguiranno in maniera regolare. L’uso  volontario di proiettili veri aumenta il rischio di un incidente militare, che comprende la tattica volontaria di scatenare una reazione dalla parte delle forze di Taiwan, che fornirebbe a Pechino l’alibi per il tanto annunciato attacco. Nel frattempo le intenzioni cinesi sono sempre più evidenti, dato che l’annunciata fine del blocco militare dell’isola, protratto già per 72 ore e mai accaduto finora, è stato prolungato con ulteriori esercitazioni che rappresentano una dimostrazione di prova di forza e mettono in pericolo la pace in maniera consistente. La giustificazione cinese di queste esercitazioni, che, secondo Pechino, avvengono nel rispetto delle normative internazionali, risiedono nell’obiettivo di mettere sull’avviso chi nuoce alle mire di Pechino, in sostanza gli USA, ed intensificare le azioni contro quelli che sono considerati secessionisti. Le esercitazioni lambiscono il territorio della Corea del Sud ed alcuni missili cinesi sono entrati nella zona esclusiva del mare del Giappone, indirettamente l’intenzione è quella di intimidire gli alleati degli americani e dimostrare a Washington di non temere le forze armate statunitensi presenti nei paesi limitrofi alla Cina. Da parte di Tokyo ci sono state proteste ufficiali ed è stato coinvolto anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, in visita nella capitale giapponese; il pericolo di uno scontro nucleare è tornato concreto dopo decenni e la massima carica delle Nazioni Unite ha pubblicamente invitato gli stati che sono dotati dell’arma atomica ad astenersene dall’uso, per evitare una escalation nucleare. Anche Taiwan, però, ha condotto esercitazioni per la sua artiglieria, utilizzando armamenti fabbricati negli USA: ancora un fatto ulteriore che mette a rischio la pace nella regione per la possibilità che questi lanci possano colpire obiettivi di Pechino. Dal punto di vista diplomatico Pechino ha interrotto con Washington il dialogo comune sulla sicurezza, instaurato proprio per evitare incidenti militari, potenzialmente in grado di portare le due potenze al conflitto; secondo il ministero della Difesa cinese, questo fatto è la diretta conseguenza della condotta americana, che con la visita di Nancy Pelosi, ha contravvenuto ai patti tra i due paesi. In realtà la mossa americana è stata effettuata come un preciso calcolo politico, che testimonia la volontà di proteggere Taiwan da una invasione militare, che potrebbe avvicinarsi pericolosamente e che la Cina potrebbe intraprendere per l’impegno americano maggiormente concentrato sulla guerra ucraina: anche in questo caso potrebbe trattarsi di un calcolo pericoloso perché  gli USA hanno più volte dichiarato, che in caso di  invasione di Taiwan l’impegno militare di Washington sarà diretto, al contrario di quello verso Kiev, che si è limitato a forniture, anche ingenti, di armamenti. La Casa Bianca, per il momento, continua a non riconoscere ufficialmente Taiwan, anche se la visita della Speaker della Camera è un riconoscimento implicito, così come, per ora, non ha ancora messo in dubbio il principio cinese di una sola nazione, comprendente anche Taiwan; tuttavia un riconoscimento formale potrebbe essere un argine diplomatico alle mire di Pechino, anche se esistono una serie di ragionamenti da fare circa le implicazioni economiche dei rapporti tra occidente ed oriente. Anche l’Europa dovrebbe assumere un ruolo più deciso sulla questione, anziché restare sempre nelle retrovie. Interrompere i commerci dalla Cina sarebbe una decisione certamente più svantaggiosa per Pechino, soprattutto in un momento come l’attuale dove al crescita economica è fortemente contratta; è chiaro che lo sforzo diplomatico dovrebbe essere enorme, specie se affiancato alla questione del conflitto ucraino, ma Bruxelles deve trovare il modo di recitare un ruolo da protagonista in questa vicenda, se vuole aumentare il suo peso politico a livello globale. E’ giunto il momento che l’invadenza cinese venga in qualche modo contenuta e la strada diplomatica ed economica è quella che appare più percorribile.

Evitare la crisi delle democrazie per evitare l’avanzamento dei regimi autocratici

Aldilà della potenza bellica della Russia o della Cina, esiste un fattore molto più preoccupante per l’occidente: la scarsa convinzione e determinazione delle sue popolazioni a contrastare una idea alternativa in senso negativo, mediante l’elemento fondante su cui si basa tutta la costruzione occidentale, circa la democrazia. Non sono in discussione le prassi attraverso cui si esercita e si mette in pratica il sistema democratico, quanto il suo mancato rinnovo e la mancanza di vitalità della pratica democratica, che, viene data come dato acquisito, senza un necessario rinnovo. Uno dei segnali più evidenti è la sempre maggiore mancata partecipazione al voto, fattore già ben presente negli Stati Uniti, che si sta imponendo anche in Europa, eleggendo i rappresentanti istituzionali con percentuali di votanti sempre più ridotte. Il fenomeno è in forte aumento e deriva dalla scarsa fiducia verso i politici, che non hanno saputo affrontare con la dovuta perizia i tempi attuali, dove le trasformazioni economiche, tecnologiche hanno portato ad un peggioramento generale delle condizioni, grazie al mancato contrasto di una diseguaglianza sempre più aumentata. La disparità economica ha portato disparità sociale con un risentimento comprensibile a cui non si è voluto mettere riparo e che rappresenta la questione centrale nel peggioramento dei sistemi democratici. Se il populismo ha avuto delle oggettive facilitazioni ad affermarsi, lasciando però più che percezioni negative dovute all’incapacità di esercitare adeguate politiche di governo, i partiti e movimenti che si sono mossi in senso opposto a questa tendenza, non hanno saputo imprimere una spinta positiva per la risoluzione dei problemi. Si è determinata una sorta di immobilità, che spesso ha costretto a collaborazioni contro natura, compromessi che non hanno fatto altro che favorire immobilità e sostanziale rinvio dei problemi. Al contrario nelle situazioni contingenti appare necessaria una velocità di decisione che è necessaria contro regimi dittatoriali o autocratici. Quando, poi questa necessità di velocità di decisione si trasferisce dall’ambito statale a quello sovranazionale i rallentamenti addirittura aumentano, bloccati da regolamenti orami superati dai tempi, con regole assurde come quelle relative all’unanimità circa ogni decisione. Certamente già in condizioni normali ciò costituisce una percezione di mancato funzionamento del sistema democratico e la sospensione, seppure leggera, dettata dalla pandemia ha evidenziato come le regole democratiche non hanno offerto alternative per affrontare l’emergenza sanitaria a decisioni prese, forzatamente, in ambiti ristretti. Con un confronto militare in atto non si può non notare come Putin ed il suo sistema autoritario sia più efficiente contro una miriade di stati con regole proprie e che necessitano di continui dibattiti parlamentari. Il problema è che si è arrivati impreparati ad una situazione come quella del conflitto ucraino, una guerra in Europa, senza una organizzazione capace di mantenere l’efficacia democratica unita alle esigenze dalla situazione. Putin ha scommesso molto su questo aspetto, in realtà ottenendo l’effetto opposto sul versante politico, mentre per l’aspetto militare il risultato appare differente, anche la Cina ha cercato, come politica funzionale ai suoi scopi, di dividere l’Unione mantenendo una critica costante ai sistemi democratici, entrambe le due potenze hanno agito anche in maniera non ortodossa mediante i sistemi informatici e finanziando gruppi populisti e contrari all’ordine democratico. Questi segnali sono stati recepiti dai governi occidentali, ma sono rimasti nel campo ristretto degli addetti ai lavori, senza diventare allarmi veri e propri per i ceti sociali, soprattutto i medi e quelli bassi, sempre più alle prese con le difficoltà economiche. Ecco perché una riduzione delle diseguaglianze insieme con il miglioramento dei servizi e quindi della qualità della vita, possono essere un metodo valido per fare apprezzare maggiormente la democrazia a chi se ne sta allontanando sempre di più ed essere propedeutica ad una azione a livello di stati per il rafforzamento dell’idea libertaria contro le dittature sempre più emergenti.

Il ministro degli esteri russo, per la prima volta dall’inizio del conflitto, presente ad un grande evento internazionale

Come prologo al G20, che si terrà il prossimo novembre a Bali in Indonesia, in questi giorni, nella stessa località si tiene il G20 che riguarda i ministri degli esteri delle prime venti economie del mondo. Si tratta di una occasione notevole, soprattutto per la Russia, che può ottenere una visibilità che gli sta mancando con il progredire del conflitto ucraino. Il ministro degli esteri di Mosca, dopo l’inizio dell’invasione chiamata operazione militare speciale, avvenuta il 24 febbraio, ha compiuto diverse missioni diplomatiche che, però, sono stati quasi esclusivamente vertici bilaterali, senza avere mai l’occasione di potere frequentare un evento multilaterale di portata mondiale. Essere presente per la Russia rappresenta un’occasione imperdibile, anche se ha sollevato parecchie critiche da parte dei paesi occidentali, che hanno boicottato i colloqui con il massimo rappresentante di politica estera di Mosca, sottolineando la necessità di non firmare alcuna dichiarazione congiunta ed arrivando ad esprimere pareri favorevoli all’esclusione della Russia da tutte le riunioni del G20. La ragione è quella di non fornire una platea così importante e che fornisce ampia risonanza internazionale ad un paese che, invadendone un altro, ha violato ogni regola del diritto internazionale. Questa opinione, largamente condivisa dai paesi occidentali non è condivisa da nazioni come Cina, Indonesia, India e Sud Africa, che hanno assunto atteggiamenti più concilianti verso Mosca, soprattutto sul tema delle sanzioni. La Russia in questo è affiancata in maniera esplicita dalla Cina nel negare la legittimità delle sanzioni economiche e politiche contro Mosca, adottate dall’occidente, perché decise al di fuori delle Nazioni Unite. Questa obiezione non pare degna di un possibile accoglimento, anche aldilà della palese violazione russa e per avere compiuto crimini di guerra contro la popolazione civile, proprio perché il meccanismo di funzionamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prevede che i membri permanenti, tra i quali ci sono Cina e Russia, possano esercitare diritto di veto sulle risoluzioni, in questo caso in aperto contrasto sull’obiettività del giudizio e sul conflitto di interessi di Mosca. Malgrado le resistenze dei colleghi occidentali il ministro russo è stato capace di attirare l’attenzione, non solo per la sua presenza, ma per l’incontro con il suo omologo cinese, dove sono stati trovati diversi punti di convergenza, soprattutto contro gli Stati Uniti, accusati di praticare una politica espressamente diretta al contenimento di Mosca e Pechino, anche mediante il sovvertimento dell’ordine mondiale. Il ministro cinese ha sottolineato come, nonostante le difficoltà, rappresentate dal peso delle rispettive sanzioni, i due paesi restino uniti in una prospettiva strategica comune, Questa dichiarazione, aldilà dell’obiettivo rappresentato dagli Stati Uniti e, quindi, di riflesso da tutto l’occidente, pone seri interrogativi sull’atteggiamento cinese circa il proseguimento del conflitto e sulla posizione di Pechino. La Cina, pur contraria, per tutelare i propri interessi commerciali, allo stato di guerra non gradisce l’invadenza di Washington circa Taiwan, un caso molto analogo ai territori dell’Ucraina orientale o della Crimea ed inoltre l’avversione è aumentata dopo gli USA hanno nuovamente accusato in modo esplicito i cinesi di praticare spionaggio industriale. Il problema, peraltro, è concreto ed ha costretto gli Stati Uniti a contrastare anche quelle aziende occidentali che collaborano con Pechino. La Cina vede in questo atteggiamento un comportamento americano analogo a quello praticato contro la Russia con l’espansione dell’Alleanza Atlantica e quindi dell’influenza USA nei paesi ex sovietici, che Mosca considerava aree di propria influenza: l’arrivo potenziale americano sui confini russi, giustifica, almeno in parte, la reazione russa. L’analogia con l’attività americana in Russia, per la Cina ha una doppia valenza e riguarda sia Taiwan che l’espansione commerciale che permette la crescita del prodotto interno lordo, ritenuta una necessità irrinunciabile per il governo della Repubblica Popolare. Se si comprendono le ragioni statunitensi per una analoga crescita dell’economia nel contesto globale, in evidente competizione proprio con la Cina, alcune ragioni potrebbero essere mitigate in ragione di togliere un sostegno, che sembra in incremento, da parte di Pechino verso Mosca. Togliere, almeno in parte, l’appoggio cinese, costringerebbe Putin a rivedere le sue posizioni nella guerra ucraina e potrebbe essere la via più veloce verso una tregua e la conseguente fine del conflitto.

Biden visiterà l’Arabia Saudita invertendo il suo giudizio

La riapertura dei pellegrinaggi alla Mecca, dopo la sospensione di due anni per la pandemia, precede la visita del presidente americano Biden in Arabia Saudita. Il numero di pellegrini previsto è di circa un milione e la visita alla città santa dell’Islam risulta obbligatoria per i fedeli musulmani almeno una volta nella vita. Il pellegrinaggio di questi giorni è il più importante dell’anno e per la ricorrenza, il principe ereditario Mohammed Bin Salman intende sfruttarne tutte le potenzialità che può ricavare soprattutto a livello politico. Se in condizioni di normalità, per il paese arabo la ricorrenza religiosa porta un incremento dei guadagni e fornisce una legittimità maggiore a Riyadh all’interno del mondo islamico, quest’anno il pellegrinaggio potrebbe essere funzionale, se non ad una riabilitazione, almeno ad una sorta di sospensione del giudizio sul principe ereditario relativamente all’omicidio del giornalista dissidente avvenuto in Turchia, di cui Bin Salman è stato accusato di essere il mandante. Proprio per questo fatto lo stesso presidente statunitense Biden aveva descritto l’Arabia Saudita come un paria. Nel frattempo in Arabia Saudita è stato celebrato un processo dove sono stati condannati alla pena capitale per la morte del giornalista alcuni componenti dei servizi segreti, ma ciò non è servito per eliminare i dubbi sul principe ereditario, malgrado un incremento della sua attività pubblica e la concessione di alcune riforme verso le donne, che sono sembrate, per la verità, più apparenti che sostanziali; tuttavia la congiuntura internazionale con la guerra in Ucraina che ha determinato le sanzioni, soprattutto sulle forniture energetiche, impone la necessità di riprendere le relazioni con il regime saudita soprattutto per facilitare l’incremento delle forniture del petrolio di Riyadh verso gli alleati americani penalizzati dal blocco dalle importazioni dalla Russia. Si tratta di un chiaro episodio di realpolitik, che, per raggiungere obiettivi immediati, sacrifica la condanna di uno dei paesi più repressivi del mondo, che, tra l’altro, è protagonista della feroce guerra nello Yemen, dove per gli interessi sauditi sono stati sacrificati civili inermi e che ha creato una situazione igienico sanitaria tra le più gravi del mondo. Del resto un caso analogo è rappresentato dal sacrificio della causa curda, che con i suoi combattenti ha praticamente sostituito i soldati americani contro lo Stato islamico, a favore di Erdogan, un dittatore palesemente in difficoltà all’interno del suo paese, che cerca una riabilitazione internazionale con la sua azione diplomatica per la risoluzione della guerra tra Kiev e Mosca. Gli analisti internazionali prevedono che Biden, proprio per giustificare la sua visita e con essa la riabilitazione del paese arabo, sarà impegnato a lodare le riforme promesse da Bin Salman per riformare il rigido impianto statale di tipo islamista. Se queste giravolte politiche sono sempre esistite e sono state anche giustificate dalle necessità contingenti, occorre però arrivare, anche se non in maniera immediata ma progressiva, ad punto fermo dove certe nazioni che presentano determinate condizioni non possano più rientrare tra gli interlocutori affidabili. Il discorso è certamente molto ampio perché investe diversi settori, se non la totalità, degli aspetti politici ed economici che riguardano le democrazie occidentali. Il caso in questione evidenzia la peculiarità di fornire credito internazionale ad un mandante di un assassinio, un crimine compiuto sul terreno di un paese straniero ed inoltre contro la libertà di stampa, una persona che ha violato una serie di regole che non lo possono qualificare come interlocutore all’altezza degli standard richiesti, tuttavia il momento di necessità, dovuto anche ad una possibile, anche se non probabile, potenziale collaborazione con Stati nemici, obbliga il massimo rappresentante occidentale a convalidare la promessa di eventuali miglioramenti di leggi, che con ogni probabilità, saranno solo operazioni di facciata. Dal punto di vista diplomatico può rappresentare un successo, ma da quello politico, rappresenta una sorta di delegittimazione, non del singolo presidente americano, ma di tutto l’occidente. La necessità di eliminare rapporti di questo tipo, o, almeno, averli da un punto di forza, deve essere elaborata in maniera programmata e progressiva con una politica generale capace di investire sia gli aspetti politici che economici, iniziando proprio dall’interno dell’occidente, mantenendo le peculiarità dei singoli Stati ma trovando punti comuni non derogabili regolati da accordi e trattati internazionali regolarmente ratificati dai parlamenti nazionali.

L’Alleanza Atlantica incrementa la sua Forza di intervento rapido

Il vertice dell’Alleanza Atlantica di Madrid si annuncia come quello più difficile della sua storia; finito il dualismo della guerra fredda, con un mondo bipolare, che si basava sull’equilibrio del terrore, l’accelerazione dell’evoluzione contingente obbliga l’alleanza militare occidentale a pensare ed agire in maniera preventiva e più incisiva di una volta. La deterrenza nucleare non basta più in uno scenario dove si è tornati a modelli di guerra tradizionale, che non si immaginava più potessero verificarsi. Se sullo sfondo resta la questione cinese e quella del terrorismo islamico, che sta sfruttando la maggiore attenzione sulla guerra ucraina per riguadagnare consensi tra le popolazioni sempre più povere, l’urgenza di contenere la Russia è la questione più urgente, sia dal punto di vista politico, che da quello militare. Una eventuale affermazione di Mosca creerebbe un precedente deleterio per la scena mondiale, con il mancato rispetto del diritto internazionale come metodo di affermazione dei progetti degli stati più forti: significherebbe un concreto pericolo per le democrazie, con governi sempre più obbligati a risposte rapide e non mediate dalla logica parlamentare e, di conseguenza, ancora più delegittimati. La tentazione di esecutivi quasi autocratici sarebbe un logico risultato in una situazione dove l’assenteismo e la sfiducia del corpo elettorale segnalano un progressivo distacco dalle istituzioni. Non è impossibile che all’interno del progetto di Putin, un risultato accessorio al risultato della riconquista dell’Ucraina, sia proprio quello di indebolire le democrazie occidentali, obiettivo, peraltro, percorso più volte con l’intrusione degli hacker russi, sia in fase di ricorrenza elettorale, sia nel tentare di indirizzare verso i sovranismi il gradimento delle opinioni pubbliche occidentali. In questo quadro generale, che è forse meno urgente della guerra in atto, ma è ugualmente importante, l’Alleanza Atlantica intende prendere come ulteriore misura per contenere Mosca, oltre a continuare a rifornire di armi sempre più sofisticate Kiev, cambiare profondamente l’assetto della forza di intervento rapido, che passerà da 40.000 a 300.000 unità; ciò non vuole dire, per ora, che tutti gli effettivi saranno concentrati nelle zone limitrofe alla Russia, tuttavia, la richiesta di protezione attiva da parte dei paesi baltici e di Polonia, Romania e Bulgaria, in questa fase determina un incremento dei soldati dell’Alleanza in questi territori, oltre ad una capacità di mobilitazione maggiore in caso di bisogno. In termini pratici non si tratta di reclutare nuove unità di militari, ma di contribuire con soldati già addestrati, appartenenti agli eserciti nazionali che compongono l’Alleanza Atlantica, e pronti al combattimento con un sistema di presenze a rotazione. Dal punto di vista politico si tratta di un chiaro segnale a Putin, che vede così incrementare la presenza degli avversari proprio sui confini russi: un risultato ottenuto soltanto con i suoi calcoli completamente errati: quello che occorrerà verificare sarà se il Cremlino saprà contenere la propria contrarietà senza eccedere con le provocazioni: la probabilità di un incidente sarà sempre più possibile se Mosca continuerà a sorvolare con i suoi mezzi aerei i cieli dei paesi baltici. Al punto in cui si è sviluppata la situazione militare in Ucraina, la misura adottata dall’Alleanza Atlantica appare necessaria ma avvicina ancora di più un potenziale scontro con le forze militari russe, anche perché da Mosca procedono a fare coincidere gli incontri dei leader occidentali con atti completamente al di fuori delle normali logiche militari, come colpire in maniera indiscriminata obiettivi di esclusiva natura civile, provocando morti e devastazione gratuite, che hanno il solo scopo di terrorizzare la popolazione ucraina, ma anche di rendere pubblica la minaccia verso gli occidentali. Se questa pratica tragica, rivela una debolezza intrinseca della Russia, sia militare, che politica, l’impressione è che Putin si sia reso conto di non potere portare a termine il proprio obiettivo e che quindi intensificherà la violenza malgrado tutto: si tratta di una tattica già sperimentata in Siria, dove però gli avversari erano molto più deboli e meno organizzati; se la forza militare russa è stata sopravvalutata dallo stesso Cremlino, ciò potrebbe portare a rifiutare ogni compromesso verso la pace trascinando l’occidente in guerra in  maniera deliberata, proprio perché Putin, a questo punto, non può permettersi di uscire sconfitto. Agli USA va ascritto, comunque, un errore analogo a quello di non essere intervenuti in Siria, cioè quello di non avere coinvolto l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica o in qualche altra forma di protezione: Putin, in quel caso, probabilmente non si sarebbe mosso.

Il problema del grano ucraino usato dalla Russia per i suoi fini.

La speculazione sul grano ucraino, per diminuire le carenze delle riserve dei paesi africani, nasconde una serie di problematiche che la rendono funzionale ad una serie di interessi contrastanti, non solo delle parti in causa, ma anche di attori internazionali, come la Turchia, che perseguono proprie finalità. La stampa russa dice che Mosca ed Ankara, grazie all’intervento di mediazione delle Nazioni Unite, avrebbero raggiunto un preliminare accordo per permettere l’esportazione del geno di Kiev attraverso un corridoio marittimo con partenza dal porto di Odessa. La prima condizione posta è lo sminamento del porto di Odessa, formalmente per garantire la massima sicurezza alle navi in uscita verso il Mar Nero, tuttavia l’intenzione del Cremlino appare evidente: liberare dalla minaccia degli ordigni marini il litorale di Odessa per preparare e favorire uno sbarco dei militari russi; inoltre un’altra regola imposta da Mosca è quella di ispezionare le navi mercantili per evitare eventuali trasporti di armi per le forze armate ucraine. I timori di Kiev non possono essere altro che fondati, Putin intende usare le future carestie in maniera strumentale per rimuovere le legittime difese ucraine di Odessa, si tratta di un metodo usato più volte dal Cremlino, che ormai è totalmente inattendibile sulle proprie promesse. Anche la Turchia di muove in maniera analoga: la pessima situazione economica impone strategie di distrazione verso il popolo turco, l’attivismo internazionale è funzionale a coprire la pessima amministrazione dell’economia del paese, per cercare una rilevanza diplomatica, che serve anche a coprire la sconfitta morale data dalla volontà statunitense di includere nell’Alleanza Atlantica i paesi di Svezia e Finlandia, a cui Ankara è contraria perché li ritiene rifugio di curdi. L’appoggio turco nel negoziato sul grano è fondamentale per un paese ormai isolato sulla scena internazionale come la Russia e proprio attraverso Ankara, Mosca cerca anche di addossare un eventuale fallimento del progetto all’opposizione dell’Ucraina, certamente non convinta dall’eventualità di sguarnire Odessa dalle difese marittime, in questo caso per il Cremlino sarebbe una naturale conseguenza addebitare la responsabilità a Kiev del mancato rifornimento di cereali verso i paesi africani; anche se l’evidenza dei fatti è sotto gli occhi di tutti occorre ricordare che gran parte dei paesi africani ed asiatici non hanno preso una posizione ufficiale contro Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina e probabilmente non riconoscerebbero la responsabilità russa delle mancate forniture di grano. Insieme a questa tattica, Putin sostiene che non può ricadere sull’operazione militare speciale la colpa del deficit alimentare, ma che ciò, oltre ad essere iniziato con l’epidemia del corona virus, è da addebitare alle sanzioni occidentali a carico della Russia. I numeri delle mancate esportazioni dicono, però, tutt’altro: l’Ucraina, prima del conflitto, deteneva una quota di mercato pari al dieci per cento del totale mondiale di grano e mais, una quota molto rilevante in una congiuntura alimentare globale già difficile a causa di scarsità delle acque per irrigazione e carestie. Attualmente sono 22,5 milioni di tonnellate di cereali, che sono bloccate da quando è cominciato il conflitto. I mezzi che consentono di fare uscire dal paese le derrate alimentari sono soltanto quelli su rotaia, specialmente attraverso la Polonia, ma esistono difficoltà oggettive che ne limitano i quantitativi di trasporto, tra cui la ridotta capienza dei treni e lo scartamento ridotto delle ferrovie ucraine, che costringe ad effettuare il trasbordo dei cereali, una volta arrivati in Europa. Il presidente ucraino ha previsto che, in caso di continuazione del conflitto, la quantità di cereali bloccati, potrebbe salire in autunno a circa 75 milioni di tonnellate ed ha ammesso che sono necessari corridoi marittimi per l’esportazione: al momento i colloqui di Kiev sull’argomento sono in corso non solo con la Turchia e Nazioni Unite, ma anche con Regno Unito, Polonia e nazioni baltiche, proprio per ridurre il trasporto su rotaia. Resta, comunque, l’assenza di un dialogo con la Russia, che, nemmeno, la gravità del problema della fame nel mondo, riesce a sbloccare. Al contrario, proprio questo argomento poteva costituire una base di partenza per sviluppare un discorso comune per avviarsi sulla strada, se non della pace, almeno del cessate il fuoco, ma la tracotanza russa ancora una volta ha mostrato la sua vera intenzione di non fermarsi di fronte a nulla per raggiungere i propri obiettivi illegali, secondo i principi del diritto internazionale.

Il mancato rispetto dei diritti umani come possibile legame tra Cina e Russia

La visita in Cina dell’Alto Commissario per le Nazioni Unite per i diritti umani, l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, ha messo in evidenza come Pechino intende il rispetto per i diritti umani e civili. L’occasione è stata il viaggio per cercare di accertare il trattamento che riceve l’etnia degli uiguri, minoranza cinese di fede musulmana, che è oggetto di rieducazione da parte delle autorità cinesi. L’indagine conoscitiva è stata dovuta alle ripetute denunce delle Organizzazioni non governative, che hanno segnalato ripetuti episodi di violenza e sopraffazione da parte delle forze di polizia; in special modo sono stati segnalati casi di repressione riguardanti numerose persone incarcerate tra cui bambini. Il regime carcerario è improntato ad una durezza inaudita, che comprende violenze psicologiche e fisiche, che, spesso, portano alla morte di persone, la cui unica colpa è quella di non integrarsi con il volere del regime cinese. Le accuse sono spesso pretestuose e costruite e prive di presupposti giuridici, nemmeno quelli della legislazione cinese. Questa lotta di Pechino contro gli uiguri si protrae da tempo e mira ad azzerare la cultura musulmana cinese, interpretata come alternativa alle finalità del partito comunista e della nazione cinese. Pechino giustifica le carceri dove vengono imprigionati gli uiguri, come centri di formazione professionale, dove il lavoro coatto delle persone incarcerate è sfruttato a costo zero per produzioni destinate anche al mercato occidentale. Ufficialmente la Cina sostiene che la gran parte di queste strutture ha cambiato destinazione o, addirittura, è stata chiusa, ma, secondo diverse Organizzazioni non governative straniere, starebbero ancora assolvendo la loro funzione originaria di prigioni per riprogrammare il popolo uiguro. L’affermazione del presidente cinese circa questa situazione, anche lo Xinjiang, la terra degli uiguri, non è stato menzionato è che lo sviluppo dei diritti umani in Cina è conforme alle condizioni nazionali. Questa affermazione implica un relativismo a proprio uso e consumo della Cina, riguardo un tema che non dovrebbe ammettere deroghe, per lo meno sugli standard minimi di base circa le libertà personali, i diritti civili e la libertà di esercitare le proprie idee politiche e religiose. Ovviamente la Cina è una dittatura autoritaria e non può permettere tali libertà, proprio perché minacciano l e basi stesse del potere del paese; piuttosto quello che si deve intendere come condizioni nazionali è la libertà di produrre e consumare, sempre nel rispetto di quanto voluto dallo stato; tutto ciò riporta all’importanza di sussistenza e sviluppo come unici diritti effettivi concessi dal partito comunista. Andare oltre questa visione significherebbe, appunto, arrivare a conseguenze disastrose per l’impianto statale cinese: replicare modelli di altri paesi viene visto come una minaccia per l’ordine costituito. Ora queste affermazioni non rappresentano alcuna novità, la mancata e funzionale considerazione del governo cinese per il rispetto dei diritti civili è risaputa, tuttavia dopo la tragica ed attuale esperienza ucraina, i rapporti con uno stato, che seppure è una superpotenza economica, andrebbero rivisti da parte dei paesi occidentali; in più il progressivo avvicinamento di Pechino a Mosca, nonostante l’aggressione a Kiev in aperta violazione di ogni norma di diritto internazionale, potrebbe favorire un inasprimento ulteriore del Cremlino, proprio sulla instaurazione dei metodi repressivi cinesi collegati alla possibile dichiarazione della legge marziale. Si verrebbero a creare i presupposti, già molto vicini, di due stati, dove i diritti civili sono fortemente trascurati, in grado di sostenersi reciprocamente ed estendere questa contiguità a motivi di ordine internazionale. La questione di Taiwan è già stata accostata per similitudine alle rivendicazioni russe su Crimea e territori ucraini al confine con Mosca. Per Cina e Russia la legittimazione del conflitto contro l’occidente assumerà il significato di giustificare la negazione delle democrazie, non solo in quanto tali, ma proprio come portatrici del rispetto dei diritti civili e politici, che rappresentano gli ostacoli per la legittimazione delle forme di stato autoritario. L’unica alternativa per l’occidente è creare una maggiore autonomia industriale ed energetica, sul lungo periodo ed immediatamente difendere la concezione democratica del rispetto dei diritti civili e delle leggi internazionali, con una difesa più concreta dell’Ucraina e con l’impegno concreto di forzare i blocchi navali che impediscono l’esportazione del grano e che favoriscono la fame nel mondo. Questo può permettere di accrescere un prestigio un poco compromesso per le nazioni occidentali, specialmente con i paesi africani e sottrarli all’influenza russa e cinese, in modo da isolare progressivamente Mosca e Pechino.

La responsabilità della Russia nell’aumento della fame nel mondo

Una delle ricadute internazionali più importanti che si verificherà con l’invasione dell’Ucraina consiste nel blocco della esportazione e produzione di grano. Nei paesi ricchi questo fatto si traduce con un sostanzioso contributo dell’aumento dell’inflazione, causata dalla maggiorazione delle materie prime destinate all’industria alimentare. La problematica è molto sentita ed i governi dei paesi industrializzati hanno dei margini di manovra per cercare di limitare i danni, soprattutto per le fasce di popolazione più povera. Ben altro ordine di problemi, però, si verifica per i paesi poveri o anche per quelli la cui ricchezza nazionale si è fortemente ridotta per la somma delle contingenze della pandemia ed ora della guerra. Diversi paesi africani, ad esempio, stanno finendo le riserve di grano e la prospettiva di ragioni aggiuntive alle già presenti per determinare nuove carestie, si fa sempre più concreta. Mosca invadendo il paese ucraino e sottoponendo i porti di Kiev, da dove transitano le esportazioni di grano, sta creando i presupposti per generare una crisi alimentare globale; occorre ricordare che questo fattore va ad aggravare situazioni precedenti già difficili a causa della penuria di acqua e di situazioni politiche fortemente instabili, che non consentono, di fatto, una autonomia alimentare per molti paesi. Risulta difficile credere che questi risultati siano solamente effetti collaterali di una guerra pensata male e condotta peggio. Sembra più facile credere ad un piano politico funzionale a creare una situazione favorevole per il Cremlino nei confronti dell’Europa. Putin si deve essere ispirato ai vari dittatori, che hanno usato l’emigrazione verso il continente europeo, come forma di pressione su Bruxelles: la tattica è risultata quasi sempre vincente, perché ha creato divisioni profonde tra i membri dell’Unione, specialmente sulle modalità e quantità di accoglienza. Sicuramente agli strateghi russi non può essere sfuggita questa eventualità, che può diventare un’arma puntata direttamente verso l’Europa, tuttavia le implicazioni vanno oltre le ragioni geopolitiche e contingenti alla guerra stessa: la responsabilità di affamare milioni di persone non deve essere sottovalutata dai nemici di Putin e della Russia, come sta avvenendo attualmente, con questo fattore che sembra sottovalutato e a cui non viene dato il necessario risalto politico e giornalistico.  La questione è prima di tutto umanitaria: bloccare le esportazioni del grano ucraino, provoca la privazione degli alimenti di base di gran parte dei paesi poveri, innescando processi di scarsità alimentare, che possono portare alla denutrizione, con il conseguente peggioramento delle condizioni igienico sanitarie, ma anche collegate alla stabilità politica, in molti casi già precaria di diversi paesi poveri. Come se ne deduce le implicazioni hanno una gravità così intensa da non essere da meno della situazione attuale sui campi di battaglia ucraini, con il gran numero di morti e sfollati che l’invasione russa ha generato. Quello che rischia di materializzarsi è un numero di vittime addirittura molto superiore a quelle del computo dell’operazione militare speciale; in questo triste conteggio dovranno, infatti, essere inclusi i deceduti per carenze alimentari, quelli per gli effetti delle condizioni igienico sanitarie conseguenti alla denutrizione, quelli relativi ai probabili moti popolari per la mancanza di cibo ed, infine, le vittime delle migrazioni causate dalla impossibilità di nutrirsi. Quindi se Mosca dovrà rispondere ai tribunali internazionali per le atrocità commesse dai suoi soldati, altresì dovrà rispondere presso le stesse sedi di essere stata la causa di avere affamato milioni di persone, con tutte le conseguenze sopra esposte. Pur comprendendo che le cancellerie mondiali si stanno concentrando sui crimini in territorio ucraino, la questione della responsabilità di affamare i paesi poveri non sembra trattata in maniera adeguata e con la giusta rilevanza. Occorre che i paesi occidentali, parallelamente al necessario aiuto militare a Kiev, inizino a pensare a strategie che possano permettere al paese ucraino di esportare quello che sono riusciti a produrre ed a raccogliere, integrando con aiuti alimentari i paesi che saranno maggiormente colpiti dalla carestia alimentare: questo con il duplice scopo di annullare o almeno attenuare gli effetti della strategia di Putin, scongiurando gli effetti negativi sui paesi europei e di creare le condizioni per combattere in maniera efficace la fame nel mondo. Ciò servirà anche a dare una nuova immagine dell’occidente per contrastare le azioni russe e cinesi nei paesi africani.

Si complica la situazione diplomatica russa

La dichiarazione del ministro della difesa russo, relativa al contrasto del trasporto delle armi a favore dell’Ucraina, rischia di essere un ulteriore elemento in grado di elevare la tensione tra Mosca e Bruxelles. Il massimo esponente del dicastero della difesa di Mosca ha espressamente dichiarato che ogni mezzo dell’Alleanza Atlantica che trasporterà armi e munizioni per l’esercito ucraino, sarà distrutto; i convogli che arriveranno nel paese ucraino trasportando armamenti saranno considerati obiettivi legittimi. Queste affermazioni, pur non rappresentando una novità, perché alcuni convogli sarebbero già stati colpiti, sono molto gravi perché rivolte direttamente all’Alleanza Atlantica, che non può reagire passivamente alla minaccia di essere diventata un bersaglio esplicito. Per il momento siamo ancora alla fase delle minacce, che, in un certo senso, è una situazione politica, seppure al limite; molto diverso potrebbe essere il caso di un convoglio dell’Alleanza Atlantica colpito dai russi, soprattutto dopo queste minacce. Certamente non è da prefigurare una rinuncia di Bruxelles alle forniture di armi a Kiev, anche in ragione dei sostanziosi stanziamenti già previsti da Biden ed, insieme, non si può certo pensare ad eventuali rappresaglie, nel caso un convoglio venga colpito. Con la situazione attuale l’eventuale rappresaglia sarebbe demandata allo stesso esercito ucraino e non eseguita direttamente dalle forze dell’Alleanza Atlantica, tuttavia è facile individuare, da parte di Mosca, occasioni per minacciare membri della NATO, che confinano con l’Ucraina ed aumentare le possibilità di uno scontro capace di scatenare il terzo conflitto mondiale. Mosca, peraltro, ha già più volte minacciato Polonia, Romania, Bulgaria ed i paesi baltici perché ospitano basi militari americane e la ricerca strumentale di un incidente sarebbe una mossa funzionale per proclamarsi paese aggredito. Nel frattempo Helsinki ha nuovamente denunciato un episodio di sconfinamento di un velivolo militare russo, che si è addentrato nel territorio finlandese per almeno cinque chilometri; questa violazione del confine, rappresenta il secondo episodio in poco meno di un mese e mira a minacciare lo stato nordico per la sua volontà di abbandonare il suo status di paese neutrale per entrare nell’Alleanza Atlantica. Come si vede, anche su questo fronte Mosca è sempre vicino a creare un incidente in grado di fare precipitare lo stato attuale delle cose verso conseguenze ancora più gravi. La tattica russa, probabilmente rientra in un tentativo di logoramento, che pare un calcolo sbagliato, come quello che la NATO e l’Unione Europea si sarebbero divise e che ha portato il paese russo a diventare una sorta di paria internazionale.  Dal punto di vista diplomatico si moltiplicano le azioni e le dichiarazioni contro l’aggressione di Mosca: il primo ministro portoghese, annunciando una sua visita a Kiev, ha richiesto una maggiore capacità di reazione all’Unione Europea, soprattutto sul tema delle emergenze che riguardano il popolo ucraino, ma anche per il sostegno finanziario e militare, anche in maniera indipendente dal processo di adesione all’Unione. Durante la visita del primo ministro giapponese a Roma, Giappone ed Italia hanno ribadito la necessità della difesa dell’ordine mondiale, basato sulle regole del diritto internazionale, una implicita condanna per Mosca, ma anche un avvertimento per la Cina, perché le regole internazionali devono valere anche per le questioni marittime, alle quali Tokyo è particolarmente sensibile per le violazioni di Pechino nel mare limitrofo. Il timore del Giappone e di altri soggetti internazionali, è che la violazione del diritto internazionale perpetrata dalla Russia, costituisca un esempio per risolvere altre questioni internazionali con l’utilizzo del mezzo militare, anziché con la diplomazia. Mosca ha violato una consuetudine che potrebbe essere ancora infranta con modalità analoghe ed è un compito della comunità internazionale impegnarsi affinché ciò non si ripeta; questo tema sarà centrale per molto tempo e dovrà riguardare anche una necessaria revisione del funzionamento delle Nazioni Unite, troppo condizionate dai veti dei membri permanenti; un analogo problema che riguarda l’Unione Europea vincolata alla regola dell’unanimità nelle decisioni dei provvedimenti. Il tema delle decisioni degli organismi sovranazionali diventa sempre più centrale nel contrasto di azioni di paesi dove la democrazia è poca o nulla e l’autoritarismo ha il vantaggio della velocità delle decisioni.