Pandemia e terrorismo

Attualmente le maggiori preoccupazioni del mondo sono incentrate sulle ricadute della pandemia a livello sociale ed economico, ma le prospettive di attenzione sono scarsamente incentrate sugli sviluppi globali a vantaggio di una attenzione dei singoli stati verso la rispettiva situazione interna: si tratta di una visione comprensibile ma oltremodo ristretta, che tralascia e trascura altre emergenze a livello internazionali, i cui attori sono pronti a sfruttare questa disattenzione per volgerla a proprio vantaggio. Rientra senz’altro in questa casistica la questione del terrorismo a livello mondiale, che sembra svilupparsi maggiormente in due direzioni, soltanto apparentemente contrarie. Il riferimento è al terrorismo religioso di matrice musulmana, che, nonostante le sconfitte patite sul terreno dallo Stato islamico e da Al Qaeda, ha saputo ritagliarsi nuovi spazi, che, seppure per ora ridotti, promettono interessanti sviluppi per il radicalismo islamico. La seconda emergenza è lo sviluppo ed il consolidamento del terrorismo di matrice razzista, che si sviluppa grazie alla nuova diffusione delle idee e dei movimenti di estrema destra, spesso troppo tollerati, ma anche sostenuti da apparati governativi per ragioni funzionali. L’emergenza pandemica ha provocato un aggravamento della situazione economica a livello mondiale, la cui prima ricaduta ha riguardato, a livello mondiale, una minore attenzione ai diritti umani: questo tema è intimamente connesso con la lotta al terrorismo, perché proprio le basi culturali del rispetto dei diritti costituiscono il primo ostacolo, sia politico che pratico, per impedire la diffusione del terrorismo islamico, che ha preso di mira i vasti settori della fede musulmana, specialmente presenti in occidente, che sono collocati ai margini della società, patendo situazioni di scarsa inclusione sociale ed economica. Il terreno dello scontro si sposta dai territori mediorientali a quello dello spazio web, dove grazie alla competenza dei reclutatori nello sfruttare i social web, viene aumentato il proselitismo, con la conseguenza di creare una elevata capacità di reclutamento e potenziale mobilitazione in ogni angolo del mondo. Queste pratiche hanno avuto particolare successo nell’Asia meridionale, nel sud est del continente asiatico, in Africa orientale e meridionale, nel Sahel e nel bacino del Lago Ciad. Si tratta di territori situati in zone nevralgiche per i commerci internazionali o strategici per regolare la potenziale immigrazione verso le zone più ricche del globo. Per questi motivi è importante contrastare il fenomeno dello sviluppo del web della diffusione del proselitismo del radicalismo con strumenti culturali, in grado di fare comprendere gli errori di fondo che stanno alla base del messaggio violento, associati, però, a pratiche di aiuto concreto; questo secondo punto è più difficoltoso da attuare proprio a causa della compressione  dello sviluppo economico dovuto alla pandemia: per questo è necessario uno sforzo coordinato a livello sovranazionale e dall’intesa di più stati inquadrata in una visuale multilaterale; una necessità recepita anche dagli uffici preposti delle nazioni Unite per la lotta al terrorismo. Ma la pandemia ha favorito anche lo sviluppo di una tendenza che era registrata comunque in crescita, quella dell’estremismo di destra, e che ha saputo sviluppare temi come il negazionismo sanitario, connesso con il rifiuto delle misure di precauzione sanitarie elaborate dagli stati, convogliando la rabbia di interi settori sociali duramente provati dalla crisi e senza l’adeguato sostegno economico. L’estremismo di destra, basato anche su questioni razziali, è stato sostenuto da apparati statali in modo più o meno evidente, come accaduto negli Stati Uniti o in paesi europei, dove leggi liberticide hanno favorito le negazioni di diritti civili, politici e di espressione, creando le condizioni per una sorta di proselitismo nelle democrazie occidentali. Occorre prestare attenzione a questo tipo di terrorismo subdolo, che spesso apprezza la pratica cinese di assicurare impiego e benessere in cambio di diritti, perché costituisce un motivo di pericolo proprio per le fondamenta del pensiero occidentale. Certo l’emergenza principale si manifesta con l’attività dei gruppi della destra estrema, spesso fiancheggiati in modo semi nascosto dai partiti e movimenti sovranisti e nazionalisti, che riconoscono in questi estremismi un loro serbatoio elettorale. Questo tipo di terrorismo ha un terreno comune con il radicalismo islamico sui modi di usare le nuove tecnologie e di sfruttarle per il proprio proselitismo: una questione che pone all’ordine del giorno una modalità di regolazione dei social media, senza però sconfinare nella censura.  

Dalla sconfitta di Trump può partire la lotta al populismo

La sconfitta di Trump deve essere analizzata su di un panorama più ampio dei confini statunitensi, soprattutto dal punto di vista politico si deve guardare a come il risultato elettorale sfavorevole al campione del populismo possa avere ripercussioni a livello generale ed anche particolare nella vasta corrente mondiale, che si richiama ai valori del populismo, che, pur essendo maggiormente presente nei partiti e movimenti di estrema destra, non è di esclusivo appannaggio di questa parte politica, avendo seguaci anche in alcuni movimenti di estrema sinistra. Il primo interrogativo è se questa sconfitta possa influire, a cascata, sulle tendenze elettorali future. Un tratto distintivo di Trump al potere è stato quello di sdoganare praticamente tutti gli atteggiamenti politicamente scorretti e stigmatizzati dalle forze politiche tradizionali; deve essere però specificato che questa tendenza era già in atto e che Trump ha solo avuto il merito di aumentare a livelli fino ad allora sconosciuti, le modalità con cui superare i tabù politici, liberalizzando idee e comportamenti, che fino ad allora non erano esternate e praticate proprio per i limiti imposti dalla cultura politica vigente. La crescita di un ceto dirigente non sufficientemente preparato e avulso dalla normale dialettica politica, perché cresciuto in settori sociali caratterizzati da una visione limitata e relativa ad interessi particolari, sia di natura economica, che territoriale, ha certamente facilitato l’affermazione del populismo a livello mondiale e questa caratteristica, unita ad una legittima sfiducia nelle forze politiche tradizionali anche da parte degli elettorati che non gradiscono la svolta populista, impedisce di pensare che nel breve periodo, si possa verificare una contrazione significativa del gradimento dei valori populisti. D’altra parte l’aspetto contrario è costituito dalla capacità di mobilitazione delle forze anti populiste dovuto proprio alla profonda avversione suscitata da personaggi come Trump; questo aspetto, però, segnala una debolezza intrinseca che i partiti tradizionali dovranno superare già nell’immediato futuro: l’incapacità di suscitare consenso circa i loro aspetti programmatici, capaci per il momento, di riscuotere consensi ancora inferiori rispetto alla contrarietà al populismo, capace di aggregare e fare ritornare alle urne elettori di idee anche opposte, tipo centro destra unita con la sinistra. Su questo aspetto si evidenzia la necessità che la leadership del nuovo presidente americano non sia limitata agli Stati Uniti, ma possa rappresentare un elemento, a livello mondiale, capace di trainare quelle forze progressiste e che fanno parte dei conservatori classici, che, pur mantenendo le rispettive differenze, arrivino ad essere in grado di fare fronte comune contro l’ideologia populista. In effetti la riflessione deve vertere sulla capacità di rimanere attuali le cause che hanno favorito lo sviluppo del populismo, i cui responsabili sono ben presenti sia nei progressisti, che nei conservatori; il loro operato ha fornito sia ragioni evidenti, che percezioni sostanziali per la comprensibile crescita di movimenti che propugnano idee capaci di attecchire su ceti sociali provati dalla crisi e lasciati al di fuori del processo produttivo e della redistribuzione della ricchezza. L’inganno perpetrato a questi settori della società, purtroppo sempre più vasti, è stato quello di fomentare una lotta tra poveri (spesso con l’immigrazione, certamente non regolata, nel mirino) capace di distogliere l’attenzione della creazione di norme capaci di favorire i grandi capitali a discapito proprio degli elettori dei populisti; si è passati a combattere i grandi agglomerati finanziari per favorire l’incremento della concentrazione della ricchezza. Un altro aspetto è il dispregio dei valori dei diritti civili, che porta ad un indirizzo antidemocratico sempre più marcato nei governi populisti: questo fattore deve diventare un punto di forza nella capacità di aggregazione dei sentimenti anti populisti, ma da solo non è sufficiente per un contrasto efficace ed efficiente se non è unito ad un miglioramento delle condizioni di vita diffuse, sia praticamente che a livello percettivo dei ceti sociali che hanno abbracciato il populismo. Proprio per questo la politica di Biden dovrà essere caratterizzata da riforme in grado di interrompere il gradimento verso Trump, che ha comunque preso 70 milioni di voti, e, nel contempo, di influenzare i programmi politici degli altri leader mondiali. La sfida la populismo è soltanto iniziata.    

Gli USA dovranno cambiare atteggiamento sul commercio per cambiare la politica estera

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Biden, dovrà mettere riparo alla politica commerciale del suo predecessore, che ha avuto anche ricadute sulla politica estera americana. Nell’epoca della globalizzazione dividere commercio da politica estera è anacronistico, perché i due fattori vanno sempre più spesso di pari passo. Soprattutto in uno scenario mondiale dove i contrasti vengono sempre di più risolti senza ricorrere alle guerre, che vengono lasciate come ultima opzione o negli scenari secondari, la competizione commerciale, come strumento di affermazione economica e quindi politica, diventa il teatro strategico per determinare supremazie e vantaggi. Trump non ha mai capito questo punto focale, che sta caratterizzando i risultati di politica estera a livello globale; chiuso nella sua strategia isolazionista, il presidente americano in scadenza, ha condotto una politica miope fatta di dazi sulle importazioni, non selettiva dal punto di vista politico: per avvantaggiare i prodotti americani ha condotto una lotta indiscriminata contro avversari ed alleati, che ha prodotto danni politici sia nel campo avverso, sia e soprattutto in quello amico. Il successo che Trump si attribuisce in campo economico, in realtà è una bugia, dato che ha approfittato delle misure lasciate in eredità da Obama e che i suoi consiglieri sono riusciti a mantenere attive. Per Biden sarà diverso, soprattutto in relazione alle guerre commerciali che Trump lascerà al nuovo presidente e che, in qualche modo dovranno essere disinnescate. Si è detto fin dall’inizio della campagna elettorale che nessuno dei due contendenti avrebbe potuto mutare l’atteggiamento verso la Cina, ciò è vero perché c’è il continuo bisogno di condannare quella che è una dittatura, come, peraltro Pechino ha più volte dimostrato e che un inquilino della Casa Bianca proveniente dal partito democratico, dovrà sottolineare con ancora maggiore forza; tuttavia un approccio differente e più diplomatico si può sperare nel prossimo dialogo tra USA e Cina, che sappia attenuare il livello dello scontro. Ma il vero punto cruciale è l’atteggiamento che Biden vorrà tenere con l’Europa e la necessità di recuperare un rapporto che il suo predecessore ha notevolmente deteriorato. Il comportamento di Trump, unito alla situazione generata dalla pandemia, ha sottolineato come per Bruxelles l’esigenza di essere sempre più autonoma è diventata una vera e propria emergenza. Questo fattore continuerà ad essere presente anche nei rapporti con la nuova amministrazione americana, anche se, come è auspicabile, i rapporti miglioreranno. D’altra parte l’Europa non può che privilegiare il rapporto con gli Stati Uniti, rispetto a quello con la Cina, i cui modi dittatoriali al suo interno ed il mancato rispetto di prassi commerciali corrette con l’estero, condizionano le valutazioni degli stati dell’Unione. Oltre alla convergenza sulla Cina, USA ed Europa devono ripartire dalla consapevolezza che, insieme costituiscono il mercato più ricco del mondo e ciò è un fattore primario che può agire da volano per entrambi le parti. Occorre anche considerare che la Cina, che si sta vedendo precluso questo mercato, sta cercando di creare alternative, come quella recentemente firmata a cui aderiscono diversi paesi, anche dell’area occidentale, come Giappone ed Australia, oltre a vari stati asiatici, che ha creato un mercato più vasto della singola area europea, ma anche dell’unione commerciale tra USA, Canada e Messico, arrivando a sommare il 40% degli scambi globali; questa associazione non ha vincoli politici e ciò rappresenta un fattore di debolezza, ma mira ad ottenere un abbassamento dei dazi doganali di circa il 90% in venti anni, integrando anche servizi e beni degli appartenenti. Questo accordo, che evidenzia la leadership cinese, è stato possibile proprio per l’abbandono del ruolo di influenza americano nel continente asiatico. Ripetere questo errore con l’Europa, ma anche con Canada e Messico, spesso altrettanto maltrattati da Trump, potrebbe essere letale per l’economia statunitense. Dall’aspetto economico globale a quello politico il passo è breve: se Washington dovesse indebolire ulteriormente il suo peso politico internazionale, il suo declino sarebbe garantito ed una eventuale volontà di riguadagnare posizioni implicherebbe un costo finanziario e sociale molto alto. Meglio sviluppare una strategia alternativa e concorrenziale alla Cina, tramite il coinvolgimento degli alleati diretti, con strumenti che prevedano vantaggi comuni, anche oltre gli aspetti economici, e l’attrazione in questa orbita di nemici di Pechino come l’India; cercando anche di sottrarre alla Cina, dal punto di vista commerciale, paesi dell’orbita occidentale, come Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, che si sono avvicinati troppo pericolosamente a Pechino.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian può allargarsi pericolosamente

La ripresa del conflitto del Nagorno Karabakh, una guerra a bassa intensità che non si è mai fermata del tutto, potrebbe aprire un nuovo fronte in Europa ed un aggravamento delle relazioni tra Mosca ed Ankara, coinvolgendo, però, anche altri attori. I fatti recenti parlano di nuovi combattimenti con le due parti impegnate nel conflitto che si accusano reciprocamente per avere attaccato per primi. La regione, che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, era stata assegnata agli azeri, si è staccata da Baku a causa della maggioranza di abitanti armeni, aprendo un conflitto tutt’ora irrisolto, che ha prodotto oltre 20.000 morti ed un esodo imprecisato. L’ostilità tra Armenia e Azerbaigian è anche religiosa, con gli armeni che sono di confessione cristiana e gli azeri che sono musulmani sciiti, fattore che non preclude la stretta alleanza con la Turchia, formata in maggioranza da sunniti, a causa di una lingua comune. In campo internazionale l’Armenia ha un forte legame con la Russia, mentre l’Azerbaigian proprio con la Turchia; lo scenario è aggravato dai pessimi rapporti tra armeni e turchi per l’annosa questione delle stragi che i turchi hanno perpetrato ai danni degli armeni e che Ankara non ha mai voluto riconoscere. In tutti e due gli stati, al momento, vige la legge marziale, e gli scontri hanno già causato diversi morti; la situazione, dal punto di vista internazionale, potrebbe degenerare rapidamente, soprattutto dopo, che aerei delle forze armate turche sono già entrati in azione, mentre effettivi dell’esercito di Ankara sarebbero già presenti in Azerbaigian. In questo momento Putin sembrerebbe restio ad impegnarsi in nuovo conflitto, data la presenza attiva dei militari di Mosca in Siria ed in Ucraina, dove l’impegno doveva essere limitato e veloce, ma si è trasformato in una situazione senza una soluzione in tempi brevi. Il vero pericolo è un intervento più massiccio di Erdogan, che potrebbe non lasciarsi sfuggire una occasione per ribadire il suo impegno diretto nella volontà di praticare una politica estera aggressiva, che permetta al paese turco di estendere la sua area di influenza. Ad essere di fronte sono due leader che hanno un programma internazionale molto simile, basato sul rilancio internazionale dei loro paesi, con operazioni discutibili, ma che li possano fare risultare al mondo come nuovi protagonisti della scena internazionale: una strategia che deve bilanciare i problemi interni, sia in termini economici, che politici. In Siria Mosca ed Ankara sono su posizioni opposte, con i primi che appoggiano il governo di Damasco (con Assad rimasto al potere proprio grazie a Mosca) ed i secondi ancora al fianco degli estremisti islamici sunniti (soprattutto in funzione anti curda). Aldilà delle parole di prammatica il possibile confronto agita le due diplomazie: la possibilità di un rispettivo coinvolgimento, o anche solo di minacce, potrebbe compromettere il già difficile rapporto diplomatico, che andrebbe ad influire proprio su quei fronti dove i due paesi sono contrapposti: sarebbero in grado di sopportare le conseguenze di un confronto tale anche da includere diversi attori internazionali con conseguenze molto rilevanti? Nelle ultime ore l’intervento turco avrebbe provocato il movimento di mezzi pesanti della forza militare russa, che sarebbero entrati in Armenia attraverso l’Iran. La concessione del transito di materiale bellico straniero sul suo territorio, pone l’Iran come un fiancheggiatore della Russia in opposizione alla Turchia, situazione che si inquadra bene nella ostilità di Teheran contro Ankara e che ripete lo schieramento siriano, dove per Teheran l’avversione alla Turchia si basa su motivazioni geopolitiche e religiose. L’Iran non può gradire i movimenti di Ankara quasi sui suoi confini. Inoltre si registrare anche la volontà di appoggiare l’Armenia da parte dell’Egitto: ancora una volta lo schema di distrarre la popolazione dai problemi interni, con azioni internazionali, si ripete con il dittatore egiziano. Il Cairo, peraltro patisce da tempo le iniziative turche, tra cui quella in Libia, che pone Ankara in diretta concorrenza con l’Egitto per l’influenza sui sunniti, specialmente quelli sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Occorre anche ricordare che l’Armenia si era schierata con la Grecia e Cipro, nella contesa per le risorse naturali presenti in quella parte di Mediterraneo. Non bisogna sottovalutare l’evoluzione della situazione, anche per la posizione americana che non si è ancora evidenziata; la possibilità di un conflitto molto più largo di quello tra Armenia ed Azerbaigian è una possibilità potenziale, che può allargarsi molto di più, ben oltre tutti gli attori già presenti.

L’introduzione del welfare nei paesi poveri, come fattore di stabilità mondiale

Se uno dei problemi mondiali è costituito dalla stabilità, non solo quella tra gli stati intesa come rapporti internazionale, ma anche quella tra le popolazioni occorre agire sui profondi squilibri presenti dovuti all’aumento delle diseguaglianze. Questo fenomeno non riguarda solo i paesi poveri, dove naturalmente è acuito da circostanze contingenti, ma anche quelli più ricchi, evidenziando una trasversalità del fenomeno a livello mondiale. Appare ovvio che, oltre alle ricadute all’interno dei singoli confini nazionali, l’impatto della povertà e della diseguaglianza, che si registra a livello internazionale, incide su aspetti prettamente economici, come la produzione, la distribuzione ed il consumo delle merci fino al problema generale delle migrazioni, che tanti problemi politici continua a generare a livello planetario. I dati mondiali sulla protezione sociale dicono che oltre la metà della popolazione totale della Terra non dispone di alcuna forma di protezione relativa all’assistenza sanitaria, a tutele per le invalidità sopraggiunte o a servizi per la famiglia e sostegni economici per l’integrazione o la sostituzione di redditi insufficienti. L’insieme di questi sostegni potrebbe essere un fattore decisivo proprio contro la povertà e la diseguaglianza, anche in considerazione del fatto che, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia delle Nazioni Unite, il solo 45% della popolazione mondiale usufruisce di qualche forma di prestazione assistenziale e di questo 45% soltanto il 29% dispone di forme complete di strumenti sociali. Se il dato mondiale della corresponsione di reddito in forma di pensione riguarda circa il 60%, la situazione che si registra nei paesi dove il reddito medio è più basso e l’assicurazione pensionistica riguarda soltanto il 20% delle persone. Se la vecchiaia appare poco tutelata, anche l’infanzia non presenta aiuti adeguati: infatti la percentuale di paesi che dichiarano di avere qualche forma di assistenza per i bambini si attesta al di sotto del 60% della totalità delle nazioni e con consistenti differenze tra i paesi ricchi da quelli poveri. Questo scenario è stato aggravato con la pandemia, esasperando sicuramente le situazioni più critiche, ma anche nei paesi più sviluppati l’evento inaspettato ha costituito una sorpresa troppo grande per elaborare in modo veloce delle contromisure sociali in grado di fornire risposte per attutire gli effetti economici e sanitari della crisi. Secondo le stime delle Nazioni Unite la somma necessaria ai paesi in via di sviluppo per assicurare i servizi sanitari integrati da una sorta di reddito minimo si aggira sui 1.200 miliardi di euro, una percentuale che si aggira attorno al 4% del prodotto interno lordo di questi paesi e che rappresenta un impegno finanziario non sostenibile da economie sottosviluppate. Questa situazione di necessità non rappresenta però una emergenza contingente dovuta alla pandemia, ma è un aggravamento di situazioni già presenti, dovute, oltre alle crisi ricorrenti, anche al mancato rispetto degli impegni presi dalla comunità internazionale e, quindi, dai paesi ricchi, di fornire aiuti concreti ai paesi in via di sviluppo. La mancanza del rispetto di questi impegni formali, che erano tanto politici, quanto giuridici, pone i paesi ricchi in grave difetto oltre che morale anche di ordine pratico, quando si evidenzia l’incapacità della gestione dei fenomeni migratori, non solo quelli causati da guerre o carestie, ma anche e soprattutto circa il rifiuto dei migranti così detti economici. Infatti se i conflitti ed anche le carestie prevedono un altro tipo di impegno, che, peraltro dovrebbe essere dovuto e ricercato in maniera assidua e non soltanto funzionale agli interessi particolari, la mitigazione dei fattori che determinano i flussi migratori di tipo economico, potrebbe essere operata in maniera efficace in maniera tale da almeno ridurre la quantità delle persone costrette ad abbandonare il loro paese per la povertà, con interventi mirati e coordinati tali da permettere lo sviluppo di attività economiche in grado di assicurare il sostentamento delle popolazioni. Il sostegno sociale è una parte integrante ed essenziale di questi aiuti perché permette una maggiore indipendenza delle fasce di popolazione in età produttiva e ne costituisce una integrazione di reddito, diretta o indiretta, che può liberare risorse umane ed anche generare occasioni di lavoro da immettere nel bilancio totale degli occupati. La coordinazione deve partire dalle Organizzazioni internazionali, ma gli stati ricchi devono prevedere un contributo adeguato, che deve essere considerato un investimento per la loro stessa stabilità.

Gli USA vogliono imporre le sanzioni all’Iran e si isolano dalla scena diplomatica

La questioni delle sanzioni all’Iran è sempre stato un punto fermo del programma politico di Trump, ora, alla vigilia delle elezioni presidenziali, quando la campagna elettorale si sta intensificando, il presidente statunitense rimette al centro del dibattito internazionale l’intenzione di ripristinare in maniera completa le sanzioni contro Teheran. Questa volontà è stata annunciata dal Segretario di stato americano, giustificandola con la risoluzione numero 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo l’interpretazione americana, l’Iran non avrebbe rispettato gli impegni presi con la firma dell’accordo sul nucleare, accordo dal quale gli USA si sono ritirati in maniera unilaterale. La notifica alle Nazioni Unite, avvenuta il 20 agosto scorso, della volontà statunitense avrebbe, secondo la Casa Bianca, attivato il processo di ripristino delle sanzioni con effetto dal 19 settembre 2020. La coincidenza con la campagna elettorale appare evidente, tuttavia questa intenzione pone gli Stati Uniti in un ulteriore stato di isolamento, che aggrava la posizione americana all’interno del panorama diplomatico. La reazione più eloquente è quella dell’Unione Europea, che denuncia l’illegittimità degli USA nel volere riapplicare le sanzioni. Si tratta di una illegittimità in contraddizione con il diritto internazionale, in quanto gli americani non possono riapplicare le sanzioni di un trattato dal quale si sono ritirati e, quindi, di cui non sono più sottoscrittori. Il dispregio del diritto, piegato alle necessità contingenti di politica interna, peraltro di una sola parte del paese, evidenzia come l’atteggiamento dell’amministrazione in carica sia un misto di imperizia e dilettantismo, dai quali, per l’ennesima volta, il paese ne esce malissimo. Infatti, se le reazioni di Cina, Russia e dello stesso Iran sono contrarie per ragioni di interessi politici nazionali, la posizione dell’Europa si distingue come un progressivo allontanamento dagli Stati Uniti per lo meno se al comando resterà questo presidente. Lo scontro non è solo sul provvedimento dell’applicazione delle sanzioni sulla base di un accordo dal quale Washington si è ritirato in modo unilaterale, ma anche sulla minaccia americana di applicare sanzioni a quelli stati che non si adegueranno alla decisione della Casa Bianca. L’atteggiamento americano è anche una sfida alle Nazioni Unite, uno scontro frontale che può avere conseguenze pesanti sugli equilibri della politica internazionale; infatti le minacce di sanzionare gli altri stati, che non vorranno adeguarsi alla decisione degli USA è una potenziale conseguenza della quasi certa decisione delle Nazioni Unite di non volere adempiere all’attuazione delle sanzioni. Si capisce che una diplomazia ormai costituita solo da minacce e che rifiuta ogni dialogo ed anche l’applicazione delle normali norme di comportamento rappresenta un segnale di debolezza, sia sul breve che sul medio periodo. Ma si tratta anche dell’abdicazione formale al ruolo di grande potenza da parte di un paese che si sta ripiegando sempre di più su se stesso in un momento dove il bisogno di fare fronte comune delle democrazie occidentali contro Cina e Russia appare una esigenza non più rinviabile. Non solo anche il programma “Prima l’America”, lo slogan che accompagna l’azione politica di Trump, sembra essere tradito da questo eccesso di protagonismo che è certamente contro gli interessi degli Stati Uniti. Washington non può proporsi contro l’espansionismo cinese o l’attivismo russo in maniera singolare, perché ha bisogno dell’azione congiunta dell’Europa, che, viene data sempre come sicura, ma a torto: infatti non si può pretendere che il maggiore alleato americano, già insofferente per l’azione di Trump, subisca in maniera passiva queste imposizioni; dal punto di vista commerciale l’Unione Europea non può tollerare di essere sottoposta a sanzioni in maniera illegale e la conseguenza non potrà che essere un irrigidimento dei rapporti anche su temi dove gli interessi americani avevano trovato un’intesa con l’Europa, come gli scenari degli sviluppi delle telecomunicazioni, con l’esclusione della tecnologia cinese. Questo caso mette ancora una volta in risalto come l’Europa debba trovare una modalità per essere sempre più indipendente dagli altri attori internazionali; se nei confronti di Cina e Russia c’è una distanza enorme su temi come i diritti umani, le violazioni informatiche ed anche i rapporti commerciali, che li pone sempre più come interlocutori inaffidabili; gli Stati Uniti, malgrado le politiche di Trump, restavano ancora gli interlocutori naturali, tuttavia la Casa Bianca sembra volere esercitare un ruolo sempre più egemone, che non può essere tollerato dall’Europa. Se le elezioni presidenziali americane non daranno un risultato diverso da quello prodotto quattro anni prima, le distanze con Trump sono destinate ad aumentare: a quel punto Washington potrebbe diventare non tanto diversa da Pechino o da Mosca.

La pandemia favorisce il fenomeno delle spose bambine

Oltre gli effetti sanitari provocati dalla pandemia, si è parlato più volte delle ricadute sull’economia, facendo rilevare le pesanti contrazioni del prodotto interno lordo degli stati più avanzati. Evidentemente il problema esiste e provoca problemi sociali, che, per ora, solo ammortizzatori sociali elaborati soltanto nei paesi più evoluti ne hanno permesso il contenimento. La crisi economica dei paesi più ricchi provoca effetti nelle economie più povere, in paesi dove il reddito a disposizione delle fasce più deboli della società si aggira sul limite della sopravvivenza. L’effetto combinato della crisi delle economie più ricche, che provocano la diminuzione delle commesse e degli aiuti presso i paesi più poveri ha generato una riduzione della ricchezza nelle nazioni che è andata ad impattare direttamente sui redditi delle famiglie, riducendo in maniera consistente una quantità finanziaria disponibile spesso già insufficiente. L’aumento esponenziale delle diseguaglianze in società non strutturate per una mobilitazione sociale ha provocato altri effetti per contenere la scarsa capacità di spesa. Uno di questi è l’aumento del fenomeno delle spose bambine, che provengono dalle famiglie più povere in stato di indigenza grave. Questa consuetudine è   presente in Asia e riguarda un numero sempre maggiore di adolescenti comprese nella fascia di età tra i 9 ed i 14 anni, ma secondo le Nazioni Unite i casi arrivano a riguardare ragazze fino ai 18 anni; le stesse Nazioni Unite stimano che il grave problema riguardi circa 12 milioni di bambine. L’azione di associazioni umanitarie ed organizzazioni non governative aveva ridotto il fenomeno grazie ad una azione che favoriva l’accesso all’istruzione ed a servizi sanitari più evoluti per le ragazze asiatiche. Tuttavia l’incremento della povertà causato dalla pandemia ha associato un processo culturale mai cancellato con la situazione di bisogno di tante famiglie, a cui deve essere sommato lo stato di difficoltà finanziaria delle associazioni umanitarie e non governative, che non possono disporre della liquidità necessaria per assolvere ai loro compiti. Il fenomeno sembra essere sottovalutato dagli stati occidentali, impegnati nelle problematiche interne inerenti alle crisi sanitarie ed ai problemi economici, ma rappresenta un elemento che, oltre alla gravità intrinseca del problema, contribuisce al mantenimento un clima che implica una serie di cause culturali che possono andare a favorire lo sviluppo di situazioni favorevoli al radicalismo. Occorre ricordare che la pratica del matrimonio precoce è tipica di molti paesi islamici interessati dall’estremismo ed intaccare il matrimonio precoce potrebbe significare intaccare il radicalismo nelle sue basi culturali. Oltre questa visione deve essere ben presente la necessità di innalzare i redditi delle famiglie più povere per diminuire la povertà che genera diseguaglianza e, nello specifico, traumi derivanti da violenze e gravidanze indesiderate nelle spose bambine, anche perché questa pratica non avviene solo nelle comunità islamiche ma anche in quelle indù e cristiane. L’azione delle associazioni umanitarie e dei movimenti non governativi è essenziale per continuare a lottare per la diminuzione delle spose bambine ed anche le Nazioni Unite dovrebbero incrementare la loro azione in attesa della sconfitta della pandemia; proprio per questo sarebbe importante che istituzioni come l’Unione Europea mettessero nei loro programmi gli investimenti necessari per intervenire in prima persona e per supportare chi già opera sul campo.

La pandemia blocca l’istruzione nel mondo

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha lanciato un allarme circa la situazione della scuola; si tratta di un allarma e livello mondiale causato dalla chiusura degli istituti scolastici ed università, che riguarda oltre 160 nazioni mondiali, pari ad un miliardo di studenti, di cui più di 40 milioni di bambini. La mancata possibilità della frequenza scolastica, soprattutto nelle fasce di età che riguardano le scuole dell’infanzia, delle elementari e delle scuole medie, significa un deficit che va da quello dell’apprendimento a quello della socialità e della capacità di stare insieme, che sarà potenzialmente capace di creare grandi deficit relazionali negli adulti di domani. Un ulteriore aspetto è legato alla scuola come strumento sociale anche di ammortizzatore nei confronti delle famiglie che non possono contare su di un aiuto nella custodia dei figli. Questa mancanza rischia di provocare la perdita di entrate economiche, se un genitore deve abbandonare il lavoro. Le soluzioni di emergenza con la didattica a distanza hanno evidenziato che questa scelta ha solo parzialmente riempito le lacune provocate dall’insegnamento diretto, sia per la poca preparazione dei docenti a questa soluzione improvvisa, sia per le difficoltà tecnologiche ed anche per la diseguale distribuzione degli strumenti informatici nelle famiglie. Tuttavia l’invito del segretario delle Nazioni Unite ad una riapertura degli istituti scolastici, compatibilmente con il controllo della possibile trasmissione del virus, pone delle domande sulla opportunità di questa scelta senza una adeguata sicurezza circa il controllo della diffusione del virus e delle sue cure. Il pericolo di una maggiore diffusione del contagio o di un ritorno dello stesso nei paesi dove i numeri della pandemia sono calati, secondo alcuni virologi, sembrerebbe proprio legato alle fasce più giovani della popolazione, che potrebbero agire come veicolo preferenziale del virus. Se non vi è certezza assoluta di queste ipotesi, non vi è nemmeno la sicurezza contraria. La scelta, al momento, sembra limitarsi esclusivamente su limitare gli effetti immediati della pandemia con il prezzo da pagare in termini di mancata istruzione ed anche di perdita di socializzazione della popolazione più giovane. Si tratta di un dilemma terribile, che investe l’economia nel breve e nel lunghissimo periodo, una scelta che non può essere tutta da una parte piuttosto che dall’altra. Le soluzioni che devono essere trovate devono essere per forza delle mediazioni, capaci anche di trovare soluzioni immediate che potrebbero anche non essere più valide nello stesso breve periodo. Quello che manca per stabilizzare la situazione, ma non solo per quanto riguarda l’istruzione, è avere un metodo di esame sicuro ed a prezzo accessibile, una cura certa ed un vaccino senza controindicazioni, che possa essere diffuso a livello mondiale, quindi con un costo minimo. Al momento queste tre condizioni non sembrano essere vicine, quindi occorre sforzarsi per trovare soluzioni temporanee. D’altra parte i pericoli denunciati dalle Nazioni Unite sono senz’altro veri e certi: una crisi educativa avrebbe il risultato di aumentare le diseguaglianze sia tra stati ricchi con quelli poveri, sia all’interno delle stesse nazioni progredite, con gli studenti appartenenti ai ceti alti certamente favoriti rispetto a quelli dei ceti medi e poveri. Soltanto soluzioni temporanee, ma chissà per quanto, elaborate dai governi locali o sovranazionali, quando questi hanno la possibilità di fornire indirizzi politici, possono creare dei presupposti, comunque temporanei e mai definitivi, perché la didattica in classe non è sostituibile, per limitare i danni dell’attuale situazione. I rimedi sono già stati usati, anche se in modo limitato, l’incremento della didattica a distanza, che deve però essere intervallato da periodi ritorni in classe (con tutte le precauzioni possibili) necessita di contributi per l’acquisto di apparecchiature informatiche per le famiglie (ostacolo non difficile da superare, grazie al costo sempre minore delle apparecchiature informatiche), ma soprattutto con la maggiore diffusione delle reti di trasporto informatiche, sia nella diffusione della fibra ottica, che nell’accelerazione del servizio 5G. Quello che la pandemia ha evidenziato è stata l’impreparazione, a livello generale ma soprattutto dei paesi poveri circa il ritardo delle infrastrutture di comunicazione, sempre più essenziali allo sviluppo sociale ed economico, inteso come fattore capace di limitare gli effetti dell’isolamento sull’istruzione ma anche come moltiplicatore della capacità produttiva.

Lo sfruttamento riguarda dieci milioni di minorenni

Lo sfruttamento delle persone nel mondo riguarda oltre 40 milioni di persone, superiore al numero di abitanti di paesi come Canada e Polonia o Iraq. Si tratta di un fenomeno che, per lo più rimane nascosto ed alimenta lo sfruttamento del lavoro minorile o la tratta degli esseri umani, impiegati come schiavi in diversi settori produttivi, non solo in paesi senza alcuna tutela dei diritti, ma anche in democrazie occidentali. Certamente una delle cause di incremento di questo fenomeno sono le forzate emigrazioni delle popolazioni colpite da guerre, carestie e difficile situazione politica degli stati di provenienza. Queste emigrazioni, che avvengono senza alcuna tutela e protezioni da parte dei paesi ricchi, che anzi spesso le osteggiano in diversi modi, e delle organizzazioni internazionali mettono in condizione di debolezza persone abbandonate a se stesse e facile preda delle organizzazioni malavitose. Quindi sulla questione politica, ma anche sanitaria, si va ad innestare una questione legale che riguarda tutti, perché, oltre a favorire lo sfruttamento delle persone, favorisce la crescita delle organizzazioni criminali, che trovano con facilità una manodopera a costi bassissimi o nulli. Dei 40 milioni di persone che riempiono le statistiche dello sfruttamento, si stima che quelle sotto i 18 anni, i minorenni, siano circa dieci milioni, una percentuale, quindi, del 25%. Questo dato rende ancora più grave la rilevanza del fenomeno, soprattutto se si pensa che l’impiego che riguarda la maggioranza di questi minori è connesso con lo sfruttamento sessuale. La pandemia ed il conseguente lockdown, ha creato un incremento della domanda di servizi a contenuto erotico, con il consumo cresciuto anche del 30% in alcuni stati europei; questi servizi, profondamente connessi con il crimine cibernetico, impiegano sempre più minorenni, con una prevalenza, di circa il 68% del totale, un dato però fermo al 2016 per l’Europa, di persone di sesso femminile. Che il dato del 68% femminile del totale degli sfruttati minorenni non sia più stato aggiornato da quattro anni rappresenta un fattore eloquente anche per quanto riguarda le possibilità e le volontà di contrasto del fenomeno; occorre anche ricordare che la chiusura imposta dalle istituzioni delle scuole, seppure giustificata, ha eliminato un fattore di controllo e prevenzione sociale, che ha favorito l’utilizzo dei minorenni in impieghi nel lavoro sommerso ed illegale. La pandemia ha comunque accentuato un fenomeno già presente, che ha le sue basi in quelle comunità etniche dove gli introiti finanziari si basano sull’illegalità e che sfruttano lo stato di necessità e l’assoluta debolezza, rappresentata dal fatto di essere al di fuori dei propri paesi, delle vittime. L’aspetto dello sfruttamento minorile, pur se presente anche nelle nazionalità dell’Unione, ha logicamente una provenienza connessa con l’immigrazione, specialmente quella clandestina e la presenza dei movimenti contrari agli stranieri, sposta l’attenzione politica che sarebbe necessaria per la tutela dei minori a causa anche dei sempre minori investimenti in prevenzione e controllo, basata sulla rete che possono fornire gli enti locali, che si sono visti decurtare i contributi centrali. Sebbene il caso dello sfruttamento sessuale sia il più increscioso, per gli ovvi risvolti morali, i settori coinvolti sono anche altri e comprendono anche il commercio, la ristorazione ed il terziario. Risulta così essenziale che a livello europeo occorrano leggi preventive e repressive del fenomeno, ma anche un maggiore coordinamento delle polizie nazionali e, soprattutto, un atteggiamento univoco verso la questione migratoria, di cui questo fenomeno fa parte ed è ricompreso. Tollerare in Europa, che dovrebbe essere la patria del diritto, simili violazioni significa screditare l’intero impianto legale del vecchio continente. Non è facile conciliare le diverse posizioni sui migranti, ma, almeno, assumere una posizione unitaria sulle violazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, anche di chi proviene dall’estero in maniera non legale, dovrebbe rappresentare un punto sul quale l’unità di vedute dovrebbe essere garantita. La questione rientra anche nel contrasto alle organizzazioni che sfruttano il traffico di esseri umani prima, durante e dopo l’arrivo dei migranti, guadagnando da proventi illeciti e quindi rinforzandosi sempre di più con maggiori entrate economiche. Legislazioni più severe con pene maggiori e prevenzione con strutture adeguate e capaci di intercettare i casi specifici saranno anche un investimento contro la malavita interna e proveniente dall’estero.      

USA e Cina verso la nuova guerra fredda

Dunque il destino del mondo è quello di vivere una nuova guerra fredda, che rischia di protrarsi molti anni. Però le analogie con il conflitto a distanza tra USA ed URSS sono molto poche, a parte il confronto tra una democrazia ed un regime non democratico. Dal punto di vista economico tra la Pechino attuale e la Mosca degli anni che vanno dal secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino, non ci sono similitudini. Ora la Cina sta giocando un ruolo praticamente paritario con gli USA sulla scena economica, ed anzi questa competizione è ritenuta la vera causa del confronto a distanza. Certamente esistono i problemi legati alla svolta sempre più autoritaria di Pechino, con l’intensificazione della repressione dei musulmani, la sempre maggiore negazione dei diritti civili ed umanitari e la lotta con il dissenso ingaggiata ad Hong Kong, effettuata, tra l’altro, con il mancato rispetto di un trattato internazionale. Ma se la controparte è rappresentata da Trump e dalla sua politica di supremazia americana, soprattutto in economia, questi argomenti, seppure validi e condivisibili, paiono una sorta di pretesto per inasprire il rapporto con Pechino. Sicuramente il comportamento cinese è deprecabile, fatto di provocazioni, di un uso sempre più consistente dello spionaggio industriale, di comportamenti equivoci, come nel caso della pandemia partita proprio dai territori della Cina. Washington ha sfruttato tutto questo contesto, non agendo da prima potenza mondiale, cercando di coinvolgere gli alleati sul piano politico per un contrasto efficace, basato su programmi e principi, ma ha dato l’impressione di volere tutelare la sua supremazia economica per esclusivi vantaggi nazionali. Trump invidia al presidente cinese la grande autonomia e la capacità decisionale praticamente illimitata e questo non ne fa il campione degli interessi del campo occidentale, anche perché predilige i risultati economici rispetto a quelli politici, come il rispetto dei diritti, proprio come succede a Pechino. Questa è anche la ragione del timido atteggiamento degli europei verso l’attuale amministrazione della Casa Bianca, che, inoltre, sono lontani in senso geografico, dalle dispute che hanno maggiormente coinvolto paesi del campo occidentale, come Giappone, Australia o anche l’India nei confronti di Pechino. Al contrario nelle popolazioni di USA e Cina esiste un dato comune molto sconfortante: in entrambi i popoli ed in maniera simmetrica vi è una avversione verso l’altro paese (66% degli americani hanno una opinione sfavorevole sulla Cina, bilanciata dal 62% dei cinesi che hanno la medesima opinione verso gli USA), che rappresenta un elemento che non può essere tenuto in considerazione ed anche sfruttato dalle rispettive amministrazioni. Una prova è che il concorrente di Trump alle prossime elezioni presidenziali americane, Joe Biden, ha già espresso tutta la sua contrarietà alla politica cinese; l’unica speranza è che sposti l’attenzione dall’economia a temi politici di più ampio respiro. Tuttavia il problema contingente è che le due economie sono fortemente interconnesse, infatti da entrambe le parti vi è bisogno di materie prime e prodotti lavorati che sono prodotte dal paese avversario; Trump ha adottato la strategia dei dazi commerciali (peraltro imposti anche agli alleati) per ridurre il divario della bilancia commerciale con la Cina, una strategia miope, che non ha tenuto conto della bilancia commerciale globale degli Stati Uniti e che ha innescato analoghe contromisure cinesi. Procedere su questa strada non conviene a nessuno dei due contendenti, ma restano le incognite militari legate agli aspetti geopolitici, che sono in stretta relazione con le vie di comunicazioni marittime delle merci nei mari del Pacifico e del confronto sulla crescita degli armamenti. La situazione attuale, pur con un livello di pericolosità elevato, non sembra potere trasformarsi in un conflitto armato, anche se le occasioni potenziali di scontri non mancano, quanto assestarsi su di un conflitto non tradizionale basato sull’uso delle tecnologie per influenzare le rispettive opinioni pubbliche, un incremento dello spionaggio ed, eventualmente, lo sfruttamento di conflitti locali a bassa intensità. Se questo può sembrare un buon segnale per la pace mondiale, ma non per tutti, è anche vero che è la situazione migliore per mantenere alto il livello di una guerra che si può definire fredda, con tutti i rischi del caso: dal ritorno dell’equilibrio del terrore e della proliferazione nucleare, fino a pesanti ripercussioni mondiali sull’economia, con aumento dei prezzi e limitazione della circolazione di prodotti e servizi e quindi ritorno di fenomeni come quello dell’inflazione.  Non è facile dirimere questa situazione, soprattutto pensando alla costante mancanza di diritti nel paese cinese e nella volontà di Pechino di esportare il proprio modello, un pericolo dal quale l’Europa deve assolutamente preservarsi.