La pandemia accresce la carestia alimentare mondiale

Uno degli effetti del coronavirus, oltre l’emergenza sanitaria, è l’aumento della povertà e la conseguente insufficienza alimentare per diversi paesi, che, pur in un quadro di povertà, non erano ancora stati investiti dalla carenza di cibo. L’ampiezza del problema riguarda il numero di persone che è stata toccata dalla carenza alimentare: un numero che in crescita che ammonta già a diversi milioni di persone. L’agenzia per il cibo delle Nazioni Unite, che nel 2019 ha assistito 97 milioni di persone, prevede, per il 2020, di fornire il suo aiuto a ben 138 milioni di persone. Come si vede si tratta di una dimensione enorme, la cui crescita è coincisa con lo spostamento della pandemia dai paesi ricchi a quelli poveri del mondo. L’attuale assenza del vaccino impedisce di gestire una situazione che sconfina nel caos e che potrebbe degenerare, a livello locale, in disordini ma che potrebbe investire il mondo a livello globale attraverso un massiccio aumento delle migrazioni. Specie in questo secondo caso sarebbero investiti i paesi ricchi, che hanno dimostrato una scarsa attitudine alla gestione del problema a causa anche dell’insorgere di movimenti nazionalisti, il cui scopo principale è proprio il rifiuto degli immigrati. La contrazione della ricchezza a livello globale sta generando una chiusura progressiva che alimenta l’aumento delle diseguaglianze, un fenomeno che riguarda anche i paesi ricchi, ma che ha le maggiori ripercussioni tra quelli poveri. L’assistenza alimentare non comprende solo più le nazioni poverissime, dove già le popolazioni erano vittima delle carestie alimentari per ragioni climatiche e per la presenza di conflitti armati, ma ora riguarda anche nazioni che avevano economie poco al di sopra di quella di sussistenza o che stavano attraversando una prima fase di industrializzazione. Il blocco economico imposto dalla pandemia ha provocato la contrazione della capacità di reperire i beni primari, quelli alimentari, provocando una crescente denutrizione, che deve essere combattuta prima di tutto per ragioni sanitarie e poi per motivi sociali e politici, anche di politica internazionale, come si è visto. L’agenzia delle Nazioni Unite opera, con i suoi progetti di sostegno, in 83 paesi, ma necessita di continui finanziamenti il cui fabbisogno cresce di pari passo con l’aumento dei contagi. In questo momento per sostenere lo sforzo dell’agenzia della Nazioni Unite occorre un finanziamento di 4,9 miliardi di dollari soltanto per i prossimi sei mesi; l’appello per il reperimento di questa somma è stato lanciato soprattutto verso i paesi ricchi, che avrebbero tutta la convenienza politica a sostenere questa iniziativa, ma che dovranno superare le resistenze interne spesso rappresentate dalle formazioni di destra e populiste. Il dato su cui riflettere è che entro  la fine dell’anno le persone che avranno necessità di sostegno alimentare potrebbero arrivare a ben 270 milioni, con un aumento dell’ottantadue per cento rispetto al periodo precedente l’avvento della pandemia; peraltro dal 2016, le ricadute delle crisi economiche, i cambiamenti climatici e le guerre hanno fatto registrare un aumento del 70% di chi patisce materialmente gli effetti della diminuzione o dell’assenza della disponibilità dei generi alimentari. Si comprende come in un tale scenario le ricadute della pandemia abbiano prodotto un’accelerazione della crescita della fame nel mondo. Attualmente le ricadute sanitarie della pandemia hanno i maggiori effetti sul tema della carenza alimentare nei territori dell’America latina, dove nelle aree urbane, non nelle campagne, la perdita di un numero ingente di posti di lavoro unita al calo delle rimesse degli emigranti ha provocato una elevata necessità di assistenza alimentare. Si comprende come una economia che sta tendendo alla sussistenza ponga problemi futuri anche per i paesi ricchi che detenevano grandi quote di mercato in questi territori, per i loro prodotti commerciali. Ma, per il futuro a preoccupare è il continente africano, alla vigilia della stagione dei monsoni, il settore agricolo è già compromesso dall’invasione delle locuste e la situazione della pandemia appare in crescita, nonostante il problema di reperire dati ufficiali sicuri. L’aumento del 135% delle persone africane che sono in situazione alimentare critica impone uno sforzo da parte dei paesi occidentali che non è più rinviabile, ma per essere efficace dovrà essere solo un primo passo di un progetto più ampio, basato sulla cooperazione internazionale per assicurare ai paesi africani l’indipendenza alimentare effettiva. 

Disinformazione ufficiosa ed ufficiale

Se l’Europa sta lentamente uscendo dall’emergenza della pandemia, il problema delle campagne di disinformazione, diffuse attraverso la rete, provenienti da altri stati, continua ad essere presente e rappresenta un fattore di destabilizzazione all’interno di una popolazione che non è in grado di filtrare la grande massa di informazioni a disposizione. Essenzialmente il fenomeno si può dividere in due grandi parti: la prima riguarda una propaganda non istituzionale, che si esplica attraverso l’azione di società formalmente non espressioni dei governi, ma che il loro operato rende funzionale alle istituzioni nazionali di provenienza, sebbene queste non le riconoscano ufficialmente. Il secondo filone, al contrario, si riconduce  proprio a personaggi che ricoprono cariche istituzionali e fanno la loro opera di disinformazione attraverso canali ufficiali. Del primo gruppo fanno parte organizzazioni, soprattutto, cinesi e russe, che praticano vere e proprie campagne di disinformazione con lo scopo di influenzare ed indirizzare l’opinione pubblica europea verso disposizioni favorevoli a Mosca e Pechino. La mancata provenienza da parte di canali ufficiali mette al riparo i governi russo e cinese da accuse formali, perché queste fonti sono ufficialmente disconosciute dagli esecutivi accusati di essere i mandanti delle false notizie. Oltre all’intenzione di migliorare la propria immagine in campo internazionale, le principali intenzioni sono quelle di compromettere il dibattito democratico favorendo le posizioni più estreme e quindi aumentare la divisione presente nelle società europee, dove la maggiore conseguenza è stata la nascita del sovranismo e l’antieuropeismo, che sono risultati le conseguenze più rilevanti prodotte dalle campagne di falsa informazione. Del resto già prima della pandemia l’azione incessante degli hacker si era sviluppata soprattutto in occasione degli appuntamenti elettorali per orientare il voto verso soluzioni ritenute più favorevoli per stati non democratici. La pandemia ha offerto una via ancora più facile per cercare di influenzare le opinioni pubbliche, soprattutto riguardo alle presunte reali responsabilità dei tempi, modi e cause della diffusione del contagio. L’atteggiamento cinese, in questo senso, ha destato diverse perplessità circa la provenienza del contagio ed il suo effettivo contenimento, soprattutto nelle fasi iniziali, il che ha causato un atteggiamento difensivo del governo di Pechino, spesso attuato con tattiche dubbie. Queste azioni devono essere inquadrate in politiche più ampie che possono essere considerate come veri e propri atti di ostilità verso paesi dove vigono ordinamenti di tipo democratico e dunque potenzialmente dannosi per regimi che hanno problemi con il dissenso interno. I tentativi di destabilizzazione occulta devono fare riflettere quei soggetti che sono membri dell’Unione Europea, sia a livello di singola nazione, che nel suo insieme, sulla reale lealtà di stati che tentano di boicottarli. Questo deve valere sia a livello politico che commerciale, perché stipulare accordi sempre più stretti con paesi non leali può facilitare il compito di inserimento delle organizzazioni che tentano la destabilizzazione. Per Bruxelles si sono ormai create le condizioni per attuare forme di difesa informatiche a livello comunitario, che necessitano di budget più consistenti. La prevenzione deve essere alla fonte, cioè nel contrasto di queste organizzazioni, giacché una adeguata educazione degli utilizzatori di internet è pressoché impossibile per le classi di età già oltre i quaranta anni e può essere intrapresa soltanto con una accurata formazione rivolta alle classi di età più giovani. Tuttavia l’elevata età media delle popolazioni europee e la scarsa abitudine a discernere le notizie, giunta con un uso sempre più spinto delle nuove tecnologie, anche a livello lavorativo, costituisce una facilitazione della penetrazione delle notizie false e fuorvianti. Questa condizione agevola anche le false notizie che provengono da profili istituzionali, i cui esempi più eclatanti sono il presidente USA, Trump e quello brasiliano, Bolsonaro. Spesso l’utente di internet non distingue l’opinione personale dalla falsa notizia e quello, che alla fine, è soltanto un parere, diventa una informazione fuorviante. Il tema qui è quello di usare canali istituzionali per provocare ricadute anche su stati esteri; il contrasto a queste operazioni, per certi versi, è ancora più difficile perché l’unico contrasto possibile è assicurare una risposta ufficiale contraria e puntuale, capace di coinvolgere la medesima platea di ascolto. Su questi piani si gioca la partita che riguarda la rete e la ricerca delle contromisure alla disinformazione.

Pandemia, povertà e contrasto alla diseguaglianza

Gli effetti della pandemia non saranno soltanto quelli attuali, che sono ancora in corso e che sono prima di tutto di natura sanitaria. Con il solo abbassamento del contagio, non certo debellato, occorre però analizzare gli effetti, che già sono in corso, a livello economico, non solo di tipo locale ma con uno sguardo più vasto, di tipo macroeconomico. Uno degli effetti più pesanti previsti riguarda trenta milioni di persone, che vedrebbero la propria condizione peggiorare fino ad entrare nello stato di povertà estrema; questa stima, che riguarda soprattutto il continente africano, investe una moltitudine di conseguenze, che vanno ben aldilà del fondamentale aspetto morale. Una condizione così diffusa di povertà inquadrata nell’attuale contesto globalizzato non potrà non investire i flussi migratori, la maggiore facilità di reclutamento da parte di gruppi terroristici e le problematiche connesse al reperimento ed alla distribuzione delle risorse alimentari. Risulta chiaro che i paesi occidentali, specialmente quelli che si affacciano sul Mediterraneo, saranno presto sottoposti a pressioni più intense, che si rifletteranno sui rapporti tra gli stati e nelle dinamiche al loro interno; inoltre queste problematiche si sommeranno al calo del prodotto interno lordo che i paesi più ricchi stanno, peraltro già subendo. La previsione media riguarda una diminuzione circa del cinque per cento, ma per alcune nazioni questa diminuzione sarà ancora maggiore. Si capisce che le possibili conseguenze combinate dai fattori esterni ed esterni debbano essere affrontate con politiche capaci di procedere in modalità parallela e senza essere lasciate alla competenza dei singoli stati, che deve essere mitigata da organizzazioni sovranazionali, capaci di una maggiore capacità di manovra. Questo non vuole dire esautorare la sovranità dei singoli stati, che devono conservare le loro peculiarità, ma concentrare il maggior sforzo oneroso, in termini di organizzazione pratica, in organizzazioni più grandi, comunque controllate dalle singole nazioni. Il solo controllo sanitario, certamente essenziale, da solo non basta a scongiurare crisi economiche e quindi sociali; risulta essenziale la protezione dei posti di lavoro e dei redditi e quindi la capacità di spesa, specialmente a partire dai soggetti più deboli dell’insieme sociale. Questa considerazione investe a livello globale la necessità di contenere, in una prima fase, il fenomeno della diseguaglianza, per poi estendere le misure per cercare di attenuala il più possibile. Si tratta di uno sforzo enorme, che, purtroppo, non è condiviso a livello universale, sia da forze politiche, che da governi, ma che potrebbe avere effetti pratici sia dal punto di vista della politica interna, che di quella internazionale. Sul lungo periodo, cioè entro il 2030 le stime prevedono la possibilità di un aumento della povertà estrema per 130 milioni di persone, provocando uno stato di tensione sempre più alto, oltre che permanente. Secondo gli economisti delle Nazioni Unite misure di grande stimolo fiscale e monetario usate in maniera indiscriminata rischierebbero di essere deleterie, senza modalità di uso selettivo, capaci di contenere i fenomeni provocati dall’inflazione. Una iniezione di grande liquidità non orientata agli orientamenti produttivi rischierebbe di essere funzionale alla speculazione borsistica senza creare valore diffuso. Gli investimenti stanziati a seguito della pandemia devono essere orientati verso attività produttive capaci di creare lavoro e quindi reddito da redistribuire nella maniera più ampia possibile per permettere di attenuare gli effetti economici e sociale della crisi sanitaria. Ora questo è vero nelle società più evolute e complesse, ma ancora è più determinante nei paesi in via di sviluppo, che non deve vedere compressa quella tendenza economica di crescita che consente di aumentare i redditi medi pro capite, ancora troppo vicini ai redditi di sopravvivenza. Quello che è necessario comprendere è che oltre certi limiti non è più possibile comprimere i redditi dei paesi poveri, perché ciò provoca ricadute politiche in grado di compromettere equilibri già poco stabili, che si riflettono nella sfera economica e sociale globale. La pandemia, che tanti lutti e povertà ha portato sulla scena mondiale, deve essere anche una occasione per ripensare l’allocazione delle risorse globali in modo da favorire un piano complessivo di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale in grado di assicurare un livello di redistribuzione capace di intaccare le diseguaglianze, per investire nella ricerca di un livello minimo di ricchezza da assicurare per tutti.

Le minacce informatiche fattore di destabilizzazione

Se tra le grandi potenze, almeno per il momento, l’ipotesi di una guerra convenzionale pare scongiurata, il confronto tra avversari è spostato su metodologie alternative, certo meno cruente, ma, che se inquadrate nell’attuale contesto, possono produrre gravi conseguenze. Aldilà degli sgarbi e delle lotte in campo commerciale, che pure rappresentano momenti di elevata tensione, la questione degli attacchi informatici verso paesi stranieri o organizzazioni sovranazionali, è la vera emergenza attuale del confronto tra gli stati. Con la recente pandemia si sono moltiplicati gli attacchi verso strutture sanitarie e centri di ricerca, soprattutto per rubare informazioni sullo stato di avanzamento della ricerca per vaccini e farmaci contro il Covid-19.  La portata di questi attacchi contro gli Stati Uniti potrebbe compromettere il funzionamento delle strutture sanitarie americane, per cui si comprende la grande preoccupazione con cui vengono seguiti questi casi. Gli USA hanno accusato principalmente hacker cinesi ed iraniani di questi ripetuti attacchi, tuttavia i pericoli vengono anche da personale russo, come già accaduto in precedenza nei casi di competizioni elettorali. Il recente sfogo di Angela Merkel contro l’ingerenza informatica di Mosca, ha dimostrato come lo scorretto comportamento informatico possa danneggiare atteggiamenti positivi vero paesi che si rendono protagonisti di pratiche non corrette. Il problema è stato rilevato anche dal Segretario dell’Alleanza Atlantica dopo i ripetuti casi di sabotaggio informatico, che l’istituzione di Bruxelles ha dovuto subire e contro cui si è dovuta cautelare. Quello che emerge è che se non è presente una alleanza formale ed ufficiale contro gli Stati Uniti, ed in parte anche contro i suoi alleati, l’azione di Mosca, Pechino e Teheran sembra muoversi in modo univoco nell’ambito della guerra informatica. L’intento è apparso chiaro soprattutto nell’occasione di elezioni: l’azione degli hacker hanno promosso azioni per favorire partiti sovranisti ed antisistema in maniera funzionale ad interessi particolari, che tendevano cioè a dividere le alleanze sovranazionali ed a facilitare lo spazio di manovra di movimenti che hanno nel loro programma politico l’intenzione di contenere l’influenza di organizzazioni sovranazionali. Il caso dei tentativi ripetuti boicottaggi di partiti favorevoli ad una maggiore integrazione europea e, quindi, indirettamente alla stessa Unione Europea, segnala il progetto di ottenere una divisione degli stati per avere un rapporto di tipo bilaterale e quindi con minore potere contrattuale, rispetto ad accordi da stipulare con Bruxelles, che è funzionale a Mosca, ma non solo. Il controllo delle reti informatiche assume così un valore fondamentale in un quadro generale dove il ricorso diretto alle armi è ormai visto come l’ultima opzione praticabile. Su questa riflessione diventa centrale lo sviluppo tecnologico della rete 5G, sulla quale la Cina sviluppato grandi investimenti per vendere e diffondere la propria infrastruttura al resto del mondo. Ma oltre la semplice costruzione di apparecchiature, si deve operare una riflessione profonda sulla volontà cinese di trasformare la rete internet verso nuovi parametri più stringenti e controllabili in aperto contrasto con gli standard di apertura, libertà e pluralismo, che hanno contraddistinto l’uso della rete fin dalla sua nascita. L’approccio cinese è condizionato da una visione che coincide con la visione politica che Pechino ha delle libertà individuali e dei diritti: sotto questo aspetto la nuova rete che la Cina per ora propone non fornisce le garanzie di pluralismo attuali, compresse da uno uso eccessivo del controllo e della censura. Se queste condizioni diventassero lo standard vigente, le questioni delle intrusioni degli hacker sarebbero superate da una sorta di legalità tecnologica data dalla nuova impostazione dei parametri della navigazione. Certamente ciò potrebbe essere allettante anche per altri governi, perfino nell’area occidentale, ma barattare un maggiore controllo interno con la possibilità di essere sottomessi, dal punto di vista informatico, ad una sola potenza deve fare operare una riflessione profonda sull’acquisto di tecnologie costruite per essere pronte a venire impostate in specifiche modalità. Viste con questa ottica e con i numerosi precedenti le pressioni americane per sviluppare propri apparati per la rete 5G e la ricerca di imporre ai suoi alleati occidentali il rifiuto delle apparecchiature cinese è condivisibile. Però l’Europa dovrebbe essere in grado di recitare un proprio ruolo autonomo, anche dal punto di vista prettamente costruttivo, della tecnologia 5G e soprattutto essere in grado di imporre la volontà del mantenimento degli standard attuali di libertà dell’uso della rete internet mondiale.