Due fatti sono venuti alla ribalta nella vicenda, che vede Israele impegnato nella lotta contro la popolazione palestinese di Gaza; si tratta di due fatti rilevanti sui quali l’opinione pubblica mondiale dovrebbe fare le dovute considerazione e trovare adeguate risposte verso Tel Aviv. La prima è la dichiarazione ufficiale delle Nazioni Unite, che ha dichiarato la presenza della carestia nella Striscia di Gaza, carestia che è la prima in un medio oriente, pur gravemente martoriato da catastrofi militari. Secondo le Nazioni Unite ben 514.000 persone, pari ad un quarto della popolazione, sta affrontando la mancanza alimentare, con un dato proiettato alla fine del mese di settembre che potrà arrivare a riguardare ben 641.000 persone. La particolarità della carestia di Gaza è che non è dovuta a cause metereologiche o sanitarie, ma interamente provocata dall’Uomo, cioè dall’azione compiuta e che sta compiendo l’esercito di Israele. Questo disastro umanitario era evitabile se Tel Aviv non avesse praticato l’ostruzionismo sistematico nei confronti degli aiuti inviati ai confini di Gaza. L’intenzionalità dell’azione israeliana è ancora più grave perché rientra in un piano preciso di indebolire i civili in quanto popolazione palestinese da estirpare con qualunque mezzo dal territorio della Striscia. La volontà del governo ebreo ultra ortodosso è quella di annettersi il territorio di Gaza, ed è, purtroppo, condivisa da gran parte dell’opinione pubblica di Israele. Nonostante la presenza di massicci carichi di cibo al confine il comportamento di Israele non cambia. L’Altro Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, ritiene direttamente responsabile il governo di Israele, tanto da configurare le morti causate dalla fame, come crimini di guerra per omicidio volontario. Questa considerazione introduce il secondo fatto rilevante, che riguarda la questione. Secondo un rapporto segreto delle forze armate israeliane il numero delle vittime civili della guerra di Gaza è apri all’83% delle vittime totali: come si evince da questo dato il basso numero di vittime combattenti, autorizza ad interpretare una pianificazione studiata del genocidio dei palestinesi, tanto da poter essere paragonata ai massacri del Ruanda ed all’eccidio di Mariupol. La combinazione tra fame imposta e morti per attività militare qualifica in maniera netta quale siano state le intenzioni di Netanyahu e del suo governo nei riguardi dei palestinesi: annientarne il più possibile in modo da creare le condizioni di una deportazione dalla Striscia; del resto una recente statistica ha reso pubblico il dato che ben il 79% della popolazione israeliana è d’accordo circa la repressione indiscriminata della popolazione palestinese, che è considerata come occupante abusivo e neppure degno della dignità umana. Naturalmente Netanyahu smentisce questi dati o tutt’al più li giustifica con l’azione di Hamas contro i suoi stessi cittadini, tuttavia lo schema mentale del capo del governo israeliano è sempre lo stesso; mentire spudoratamente e guadagnare tempo per raggiungere i suoi scopi, ricorrendo costantemente ad accusare di anti semitismo chi lo contraddice e rifiutando ogni lettura diversa dalla sua e da quella del proprio governo. Ora aldilà della rispettiva visione politica ed al di fuori delle ovvie ragioni israeliane, l’assenza di reazione a questi crimini perpetrati a civili innocenti e di tutte le età resterà una macchia indelebile su tutti i paesi mondiali, ma ancora di più sulle democrazie occidentali, che si sono rivelate come entità vuote ed assenti quando è necessario difendere il diritto internazionale e popolazioni inermi dalla violenza più bieca, da qualunque parte essa provenga. Solo ultimamente sono arrivate condanne fine a se stesse ed anche il riconoscimento dello stato palestinese che si annuncia numeroso alla prossima assemblea delle Nazioni Unite è un esercizio privo di conseguenze pratiche. Israele va isolato sempre più, la sua violenza deve essere contenuta con ogni mezzo e l’inizio sono sanzioni pesanti che devono condizionare una economia che non dispone di risorse proprie, l’Europa deve fare almeno questo, cercando di innescare una reazione anche in altri paesi, soprattutto quelli arabi; certo questo implicherà una reazione di Trump, ma un blocco consistente capace di isolare Tel Aviv potrà essere un deterrente tardivo ma efficace.
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L’arma della fame usata da Israele
La carestia di Gaza si rivela sempre più quello che è: una variante delle armi di sterminio operate da Israele, con l’appoggio evidente degli USA, ai danni dei palestinesi di Gaza. Non è stato ritenuto sufficiente bombardare dal cielo e dalla terra la popolazione, distruggergli le abitazioni, sottoporli a carenze igieniche notevoli: l’arma della fame serve a completare l’obiettivo del genocidio, che ha come unico obiettivo rubare il territorio dei palestinesi, una variante ancora più violenta di quanto già accade nelle colonie. I palestinesi superstiti sono vittima di una tortura brutale: costretti dalla carenza alimentare sono costretti a recarsi in zone anche lontane, dove la Gaza Humanitarian Foundation, organizzazione statunitense, dovrebbe distribuire gli aiuti. I palestinesi in file obbligate, spesso con percorsi obbligati all’interno di vere e proprie gabbie, devono subire le fucilate dei soldati israeliani. Secondo alcuni degli stessi soldati, il tiro a segno sarebbe conseguenza di ordini diretti degli ufficiali israeliani, mentre altre versioni parlano di plotoni formati da soldati provenienti dalle colonie, o che comunque ne condividono le finalità, che arriverebbero a disobbedire alle direttive ufficiali per colpire i palestinesi. Queste formazioni militari, peraltro, sono ritenute responsabili di atti contro i civili come il recente fatto che ha riguardato il bombardamento della chiesa cattolica di Gaza. In ogni caso proprio per la frequenza di episodi, purtroppo sempre più ricorrente, contro la popolazione in cerca di cibo, si può ragionevolmente ipotizzare, che entrambi le possibilità siano veritiere e che ciò corrisponde ad una strategia del governo israeliano, nemmeno più troppo nascosta, di sfrattare la popolazione palestinese da Gaza per fare rientrare la striscia sotto il diretto controllo amministrativo di Tel Aviv, come già ipotizzato da Trump e da un recente filmato creato con l’intelligenza artificiale da una ministra in carica. A Gaza, quindi, i civili continuano a morire, uccisi sia dall’esercito di Israele, che dalla tattica di affamare le persone. Se sull’aspetto militare le reazioni continuano ad essere troppo tiepide, non si va aldilà di dichiarazioni scontate e senza alcun effetto, la questione della provocata carestia alimentare ha provocato una dura presa di posizione firmata da 109 organizzazioni non governative, che hanno formalmente richiesto l’invio di aiuti umanitari. Quella provocata da Israele è una vera e propria carestia di massa, che ha generato grave denutrizione in tutte le fasce di età, ma con ricadute particolarmente gravi su bambini e vecchi, spesso vittime mortali di questa orribile privazione. La richiesta è quella di aprire tutti i valichi di frontiera per permettere ai rifornimenti di cibo, acqua potabile e medicinali di raggiungere le persone, ma con modalità regolate dalle Nazioni Unite e non dai contractor americani. I rifornimenti sono già presenti al di fuori della Striscia di Gaza, ma Israele continua a bloccarli con le scuse più diverse. La colpa viene addossata ad Hamas, ma non si capisce come l’organizzazione terroristica, fortemente decimata, abbia ancora un potere così vasto e tale da potere influenzare una grande massa di rifornimenti, è chiaro che ci troviamo di fronte ad una scusa per perpetrare la carestia a danno dei civili. La denuncia delle organizzazioni non governative è successiva alla dichiarazione congiunta di 25 paesi, che hanno chiesto la fine della guerra e hanno condannato i metodi della distribuzione alimentare. A queste dichiarazioni, però, non seguono ritorsioni, come le sanzioni, in grado di colpire l’economia israeliana, come avviene per la Russia. Senza prese di posizioni con effetto pratico ogni dichiarazione non ha alcun effetto su Tel Aviv, che può continuare ad aumentare il numero del massacro fin qui portato avanti, che, secondo i numeri forniti dal Ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas, ammonta a circa 60.000 morti; mentre per i vivi si calcola che l’87,8% degli abitanti di Gaza sia stata o è sottoposta ad ordini di sgombero sotto il controllo militare israeliano, una situazione che espone una occupazione militare a carico dei civili non giustificata, se non con la ragione di provocare sofferenze in maniera deliberata e con lo scopo di annettere il territorio palestinese della striscia allo stato ebraico.
La nomina del nuovo capo di Hamas preclude la pace
La decisione, probabilmente israeliana, di eliminare il capo politico e negoziatore di Hamas, Ismail Haniye, ha provocato la sua sostituzione con Yahya Sinuar, capo militare dell’organizzazione e considerato come colui che ideato l’attacco del 7 ottobre e, per questo, maggiore ricercato dalle forze di difesa di Israele. Questo avvicendamento forzato al vertice di Hamas rappresenta una risposta verso Israele, che appare una sorta di ritorsione contro Tel Aviv e che vuole significare un netto allontanamento dalle trattative di pace ed una virata verso un atteggiamento ancora più violento nella guerra di Gaza in particolare, e comunque contro ogni possibile intesa con gli israeliani. Si allontana anche la soluzione dei due stati, perché entrambi i capi delle due parti, Sinuar e Netanyahu, ora sono concordi proprio sulla contrarietà a questa soluzione. La scelta di Hamas, può essere compresa ma non condivisa, perché significherà una pressione ancora maggiore sulla popolazione civile di Gaza, con maggiori vittime e situazioni igienico sanitarie, se possibile, ancora peggiori di quelle attuali. L’impressione è che Hamas sia caduta nella trappola israeliana, il cui intento dell’eliminazione di Haniye era proprio quello di sostituirlo con Sinuar. La svolta, con la nomina del capo militare di Hamas incrementerà ancora di più l’attività repressiva di Israele, sia a Gaza, che in Cisgiordania, dando una sorta di giustificazione ad azioni preventive militari, che potrebbero permettere la conquista si altre zone; appare chiaro, infatti, come la strage del 7 ottobre, sia ormai un pretesto per cancellare la popolazione palestinese dai territori ancora abitati dall’etnia araba, che il governo israeliano, composto in maniera consistente dai nazionalisti religiosi, considera di propria pertinenza. Netanyahu, del resto, ha sempre condotto una tattica attendista, fin dal suo insediamento del primo governo, avvenuto nel 1996. Il premier israeliano ha più volte illuso la politica internazionale, circa la possibilità della creazione di uno stato palestinese; in realtà non ha mai previsto realmente una tale soluzione ed ora approfitta di una errata, dal punto di vista politico, e soprattutto scellerata azione da parte di Hamas, per mettere la parola fine al progetto dei due stati, malgrado sia la soluzione più caldeggiata dalla maggior parte dei paesi del mondo. Questo può succedere perché gli USA continuano ad appoggiare Tel Aviv, anche malgrado i massacri insensati di civili a Gaza e l’attività portata avanti sul territorio di altri stati in dispregio di ogni norma del diritto internazionale e l’Europa, aldilà delle dichiarazioni di facciata, non ha mai intrapreso una politica concreta di sanzioni, per fermare la violenza. I palestinesi non possono certo contare sull’appoggio, portato in maniera inutile di Iran, Hezbollah ed Houti, che, anzi, rischiano con il loro atteggiamento, di provocare vittime collaterali delle loro iniziative. Gli stati arabi sunniti mantengono un atteggiamento distaccato, a causa del loro interesse di nuove relazioni con Tel Aviv e non si spingono aldilà di mere dichiarazioni di prammatica. La vicenda della nomina del capo militare di Hamas a capo politico della stessa organizzazione, peraltro, non è il risultato di una consultazione elettorale, ma di una manovra autoreferenziale della quale i palestinesi sono vittime e che, per loro e forse per il mondo, non appare una scelta conveniente. Deve essere anche valutata la possibilità di una influenza, su questa decisione, da parte degli attori più avversi ad Israele e ritenuti da Hamas, ormai gli unici alleati affidabili: Iran ed Hezbollah; nel quadro di una ritorsione, orami ritenuta sempre più probabile per l’assassinio del capo politico di Hamas, avvenuta a Teheran, la nomina del capo militare a capo politico di Hamas, potrebbe significare un maggiore impegno per Israele a Gaza, coincidente proprio con l’avvio della ritorsione iraniana. Gli israeliani potrebbero essere impegnati in modo più consistente a Gaza, attaccati a Nord da Hezbollah e colpiti dagli iraniani e dall’azioni dei droni degli Houti. Il risultato sarebbe una pressione militare, forse mai vista, a cui Israele sarebbe sottoposto. Nel mentre i mezzi navali americani sono già schierati ed il pericolo di un allargamento del conflitto è sempre più probabile e la nomina di Hamas non fa che aumentare ancora di più questa possibilità.
Iraq terreno di scontro tra USA ed Iran
L’Iraq, nonostante la sottovalutazione della stampa, è destinato a diventare un fronte molto importante del conflitto mediorientale e, specificatamente, del confronto tra USA ed Iran. La situazione, che le autorità irakene hanno definito di violazione della propria sovranità, ha visto reciproci attacchi tra Washington e Teheran, condotti proprio sul suolo dell’Iraq. L’Iran non sopporta la presenza militare americana ai suoi confini, sul suolo irakeno il regime degli Ajatollah è presente con milizie filo-iraniane, finanziate da Teheran, la cui presenza è ritenuta strategicamente importante, nel quadro delle azioni contro l’occidente ed Israele. Tra i compiti di queste milizie ci sono atti di disturbo contro le forze americane e quelle della coalizione contro i jihadisti, presenti sul suolo irakeno. Recentemente queste operazioni militari, in realtà già in corso da ottobre, hanno colpito basi americane con droni e razzi, provocando feriti nel personale statunitense e danneggiamenti delle infrastrutture delle basi. Pur senza la firma iraniana gli attacchi sono stati facilmente ricondotti a Teheran e ciò ha aggravato una situazione di contrasto capace di degenerare in maniera pericolosa. Gli USA hanno risposto, colpendo le Brigate Hezbollah, presenti sul territorio irakeno in una regione al confine con la Siria, provocando due vittime tra i miliziani; tuttavia altre vittime si sarebbero registrate in milizie scite, che sono entrate a fare parte dell’esercito regolare irakeno. Queste ritorsioni americane hanno suscitato le proteste del governo di Bagdad, che è stato eletto grazie ai voti degli sciiti irakeni e che teme la reazione dei propri sostenitori. L’accusa di violazione della sovranità nazionale, se appare giustificata contro le azioni di Washington, dovrebbe valere anche contro Teheran, in quanto mandante degli attentati contro le installazioni americane e, allargando il discorso, anche contro i turchi, che hanno condotto più volte azioni contro i curdi, cosa, peraltro imitata dagli iraniani. La realtà è che la situazione attuale in Iraq, ma anche in Siria ed in Libano, da parte degli israeliani, vede una continua violazione delle norme del diritto internazionale in una di serie di guerre non dichiarate ufficialmente, che sfuggono alla prassi prevista dalla legislazione internazionale. Questa situazione presente il rischio maggiore di una estensione del conflitto mediorientale, capace di provocare la deflagrazione di una guerra dichiarata, come fattore successivo a questi episodi, purtroppo sempre più frequenti, di conflitti a bassa intensità. Lasciare l’Iraq fuori da un conflitto appare determinante per evitare un conflitto mondiale, la posizione geografica del paese, tra le due maggiorie contrapposte potenze islamiche, porterebbe ad un confronto diretto, che avrebbe come prima conseguenza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e la possibilità, per Teheran, di avvicinare le sue basi missilistiche ad Israele. Uno dei maggiori protagonisti, per evitare questa pericolosa deriva è il primo ministro iracheno Mohamed Chia al-Soudani, che pur godendo dell’appoggio dell’elettorato sciita, ha bisogno di preservare i legami tra Bagdad e Washington. In realtà questi legami, nelle intenzioni del premier irakeno dovrebbero essere soltanto di natura diplomatica, giacché circa la presenza della coalizione militare internazionale, il capo dell’esecutivo ne ha più volte sottolineato il ritiro per favorire le condizioni di stabilità e sicurezza dell’Iraq. La questione è però di difficile soluzione: con la presenza di milizie finanziate ed addestrate nel paese, l’Iraq rischia di perdere la propria indipendenza, garantita proprio dalla presenza delle forze occidentali; se il paese irakeno cadesse nelle mani di Teheran sarebbe un grosso problema di natura geopolitica per Washington, che deve per forza mantenere il proprio presidio sul suolo irakeno, fatto rafforzato dalla questione di Gaza, che ha provocato le azioni degli Houti e l’autoproclamazione da parte di Teheran di difensore dei palestinesi, nonostante la differenza religiosa. Bagdad è diventata così una vittima indiretta della situazione che si è creata a Gaza, dopo avere attraversato tutta la fase della presenza dello Stato islamico, peraltro ancora presente in determinate zone. Per disinnescare questo rischio occorrerebbe uno sforzo diplomatico della parte più responsabile di quelle in causa: gli USA; tale sforzo diplomatico dovrebbe essere diretto, non tanto verso l’Iran, ma verso Israele per fermare la carneficina di Gaza, favorire gli aiuti alla popolazione, anche con l’utilizzo di caschi blu dell’ONU ed accelerare, anche in maniera unilaterale la soluzione dei due stati, l’unica capace di fermare l’escalation internazionale ed eliminare ogni scusa per creare i presupposti dell’instabilità regionale.
La deriva di Netanyahu
L’affermazione del premier israeliano Netanyahu, che si è detto contrario alla formazione di uno stato palestinese, dopo la fine della guerra, espressa in modo così esplicito, chiarisce ulteriormente la strategia del governo israeliano sulla reale intenzione dell’espansione sui territori rimasti ai palestinesi. Evidentemente le rassicurazioni sulla permanenza a Gaza dei suoi abitanti, anche se decimati, sono solo state solo formali; il rischio concreto è che, poi, queste intenzioni riguardino anche la Cisgiordania. Netanyahu continua da affermare che la guerra sarà ancora molto lunga, ma si tratta di una tattica evidentemente attendista, che aspetta l’esito delle prossime consultazioni americane: infatti una vittoria di Trump, favorirebbe l’esecutivo al potere a Tel Aviv ed allontanerebbe i guai giudiziari del premier israeliano. La prospettiva, però, include uno stato di guerra permanente, con il rischio di allargarsi in maniera più grave su più fronti e coinvolgere più attori, come già avviene, ma in maniera più massiccia. Questo atteggiamento ha suscitato profonde critiche dagli USA, secondo Biden la situazione israeliana può essere normalizzata soltanto con la creazione di uno stato palestinese, argomento sostenuto anche dagli stati arabi, con l’Arabia Saudita che ha posto questa condizione per il riconoscimento dello stato di Israele; ma anche soltanto la proposta di un cessate il fuoco è stata respinta dall’esecutivo di Tel Aviv, con la motivazione che rappresenterebbe una dimostrazione di debolezza nei confronti dei terroristi. All’interno del rifiuto della creazione di uno stato palestinese, vi è anche il rifiuto di conferire il controllo di Gaza all’Autorità nazionale palestinese. Con queste premesse sono, però, lecite alcune domande. La prima è che le elezioni presidenziali negli USA si terranno il prossimo novembre: fino ad allora con Biden in carica la distanza fra Tel Aviv e Washington rischia di accentuarsi sempre di più ed il rischi per Netanyahu è quello di vedere l’appoggio americano ridursi, una eventualità mai accaduta nella storia dei rapporti tra i due paesi, che potrebbe indebolire la leadership nel paese ed anche la capacità militare; certamente Biden deve calcolare bene fino a che punto può spingersi, per non prendere decisioni con ricadute sul suo consenso elettorale, ma la prospettiva di un indebolimento di Israel sul piano internazionale appare molto concreta. La guerra di Gaza ha provocato un allargamento del conflitto concreto, che ha saputo coinvolgere altri attori, tanto che la situazione di conflitto regionale è ormai un fatto acclarato. Il quesito riguarda la responsabilità di Israele per la reazione ai fatti del 7 ottobre, nei riguardi della sfera internazionale. La situazione che si è venuta a creare con gli attacchi degli Houti nel Mar Rosso, che ha provocato gravi danni economici al commercio internazionale, l’intervento palese dell’Iran, con reciproche minacce con Israele e la questione degli Hezbollah, che hanno provocato il coinvolgimento del Libano e della Siria, ha delineato in modo netto una situazione che era, grave, ma ancora a livello contenuto. Il peggioramento ha portato e porterà al coinvolgimento anche di attori non ancora direttamente presenti sullo scenario medio orientale, con un incremento della presenza degli armamenti e delle azioni militari, tale da rendere fortemente instabile la situazione. Un incidente oltre che possibile è altamente probabile e ciò potrebbe scatenare un conflitto, non più per interposta persona, ma con il coinvolgimento diretto, ad esempio di Israele contro l’Iran; questa eventualità appare più vicina di sempre e le esplicite minacce non aiutano a favorire una soluzione diplomatica. La questione centrale è se l’occidente ed anche il mondo intero può permettersi che esista una nazione con una persona del tipo di Netanyahu al potere, certamente Israele è sovrano al suo interno, ma non ha saputo dirimere la situazione giudiziaria di un uomo che resta al potere con tattiche spregiudicate, che usano indifferentemente l’estrema destra ultranazionalista, le tattiche attendiste, le false promesse e la condotta violenta, più vicina all’associazione terroristica che vuole combattere, piuttosto che ha quella di uno stato democratico. L’opinione pubblica israeliana sembra succube di questo personaggio e le poche voci di dissenso non bastano a fermare questa deriva. Pur essendo legittimo combattere Hamas i modi non sono quelli giusti, oltre ventimila vittime sono un bilancio troppo elevato, che nasconde l’intenzione di una annessione di Gaza, come nuova terra per i coloni; questo scenario avrebbe effetti catastrofici, che soltanto la pressione internazionale, anche con l’uso di sanzioni, e l’attività diplomatica può evitare. Anche perché una volta presa Gaza il passaggio alla Cisgiordania sarebbe soltanto una conseguenza, come una conseguenza logica sarebbe la guerra totale.
L’attivismo paternalista egiziano con Hamas, serve a guadagnare consenso interno ed estero
L’impressione che la mediazione egiziana abbia sortito un effetto positivo sul confronto tra Israele e palestinesi di Hamas, sembra avere avuto un effetto positivo per il regime de Il Cairo. In realtà il contributo egiziano, che è stato comunque presente, ha contribuito solo in parte a fermare i bombardamenti israeliani, che duravano da 11 giorni, ed i lanci di razzi dalla striscia di Gaza; tuttavia il presidente Al Sisi ha ricevuto il pubblico apprezzamento del presidente americano, ha incontrato il presidente francese ed il ministro degli esteri egiziano ha potuto riscuotere i complimenti della Germania e dell’Unione Europea. Al regime egiziano deve essere riconosciuta una certa abilità, più che altro, per sapere utilizzato a proprio vantaggio una situazione contingente, che gli può permettere di rivendicare la propria rilevanza diplomatica nella regione, cercando di fissare un calendario per la questione della pace. Si tratta di una occasione unica per uscire da uno stato di isolamento causato dall’applicazione di pratiche sempre più repressive all’interno del proprio territorio. L’obiettivo egiziano è quello di coordinare, attraverso la sua diplomazia, la gestione della pace attuale, mediante incontri sempre più frequenti con Israele, Hamas e l’Autorità Palestinese per mantenere il cessate il fuoco grazie ad una tregua durevole e favorire la riconciliazione palestinese, come primo punto per procedere ad un eventuale dialogo con Tel Aviv. L’Egitto si è impegnato finanziariamente alla ricostruzione nella striscia di Gaza con un investimento di 500 milioni di dollari, diventando così l’interlocutore principale per Hamas, anche grazie al mantenimento dell’unico accesso non controllato da Israele, attraverso il quale fare pervenire aiuti umanitari, anche provenienti da paesi terzi. Risulta chiaro, che tutta questa strategia è funzionale ad una sorta di pulizia dell’immagine del regime, che, però, sta dimostrando di eccedere nella sua retorica paternalistica, quasi replicando l’atteggiamento tenuto in pratica, peraltro tipico dei regimi autoritari. La storia del rapporto tra Al Sisi ed Hamas ha registrato momenti di crisi proprio con la presa di potere del dittatore egiziano a causa della repressione del movimento dei Fratelli Musulmani, particolarmente vicini ad Hamas, tuttavia Il Cairo ha bisogno di Gaza e Gaza ha bisogno de Il Cairo, ed il legame tra le due parti appare obbligato, anche se nelle carceri egiziane continuano ad essere imprigionate diverse persone che hanno collaborato con lo stesso Hamas. Su questa contraddizione il movimento islamico palestinese per il momento deve soprassedere per motivi di evidente necessità, ma è legittimo pensare, che sul lungo periodo, questa causa non potrà che essere motivo di contrasto. L’Egitto, comunque, è il socio forte dell’alleanza e può condurre i rapporti in ragione del suo appoggio ad Hamas, con l’obiettivo primario di rendere funzionale questo legame ed i suoi effetti, come garanzia per la sostenibilità della dittatura, soprattutto sul fronte interno, ma non disdegnando neppure i risvolti positivi che possono essere guadagnati anche dall’esterno. La logica rientra in uno schema classico sempre valido per le dittature: guadagnare consenso internazionale, anche parziale, attraverso una azione diplomatica degna di una democrazia: fattore che permette di nascondere le malefatte interne ed assumere posizioni quasi essenziali, soprattutto se in determinati contesti non ci sono attori internazionali alternativi che possano e vogliano garantire il proprio impegno, come il recente scontro tra Israele e Palestina ha dimostrato. D’altra parte l’aspetto umanitario è un fattore che suscita molta sensibilità nelle democrazie, specie in quelle occidentali: se l’entità degli aiuti è innegabile, le modalità, fortemente esibite, attraverso striscioni che pubblicizzavano il regalo ai palestinesi da parte del presidente egiziano, non hanno suscitato particolari entusiasmi nella popolazione, che ancora ricorda l’opera di distruzione, operata dagli egiziani, dei tunnel palestinesi nel 2013. Ogni parte, quindi fa di necessità virtù, ma il significato di questa collaborazione è che i palestinesi non possono rifiutarla perché ne hanno estremo bisogno, mentre per l’Egitto può significare una delle ultime possibilità per cercare di migliorare la propria immagine verso l’esterno, non rendendosi conto di svolgere un ruolo che doveva essere un compito delle Nazioni Unite e delle democrazie occidentali, che, in definitiva, stanno usando Il Cairo ripagandolo con un piccolo apprezzamento, che è, in realtà, una finzione vera e propria.
Biden deve diventare protagonista nella questione israelo-palestinese
Le sollecitazioni della sinistra del partito democratico, verso il presidente degli Stati Uniti, per una presa di posizione differente verso Israele, rappresentano una novità a livello istituzionale, dovuta alla crescente rilevanza nel partito ed al contributo fornito per l’elezione di Biden alla massima carica americana. Sono una novità istituzionale per la numerosa presenza in parlamento della sinistra, ma non sono una novità nel dibattito politico statunitense, perché una consistente quota sociale di elettori democratici si è sempre espressa contro le violenze di entrambe le parti, ma con particolare attenzione verso Israele a causa del mancato rispetto degli accordi, della negazione della soluzione dei due stati e della violenza, che ha causato spesso vittime tra i civili. Biden, però, si è ritrovato con una situazione creata da Trump, che ha avuto vita facile per la mancanza di vincoli lasciati da Obama. Il precedente presidente americano ha privilegiato il rapporto con Netanyahu, sia per affinità personale, che politica, indirizzando la politica americana in maniera totalmente sbilanciata verso Israele, fornendo la sua legittimazione agli insediamenti delle colonie e riconoscendo Gerusalemme come capitale dello stato israeliano. La crisi irrisolta della politica di Israele, che deve continuamente fare ricorso ad elezioni i cui risultati restano inalterati e non permettono una risoluzione della situazione, non aiuta il paese, ma nemmeno i suoi alleati, dove, gli USA restano i principali, anche dopo il cambio alla Casa Bianca. Netanyahu è un politico spregiudicato e sta usando la situazione contingente per impedire di essere sfrattato dal governo e di essere travolto da una situazione giudiziaria sempre più compromessa. Biden, già nelle sue intenzioni durante le elezioni, ha fatto lo stesso errore di Obama: privilegiare l’impegno nel sud est asiatico ritenuto più importante e strategico, sia dal punto di vista geopolitico, che da quello economico, tralasciando l’attenzione sulla situazione mediorientale e compiendo così un errore di valutazione importante. La repressione israeliana contro la striscia di Gaza ha provocato un maggiore impegno finanziario iraniano, che permette al gruppo terroristico di disporre di armamenti avanzati, come dimostrato in questi giorni e, soprattutto il fatto di essere finito sotto l’influenza di Teheran. L’atteggiamento di Israele sta compattando il mondo sunnita a seguito dell’attivismo turco: Ankara, pur rientrando nell’Alleanza Atlantica, si sta muovendo in maniera autonoma con finalità spesso in contrasto con gli interessi occidentali. L’Europa conferma la propria piccolezza politica ed i suoi stessi leader appaiono confusi ed impegnati in dichiarazioni di sola prammatica. Il quadro generale non è quindi dei migliori per il Presidente USA, tuttavia la situazione, proprio perché così incerta, obbliga la prima potenza mondiale ad assumere una posizione netta e non titubante: è un atto dovuto di fronte allo scenario internazionale, ma anche una risposta alle pressioni di una parte consistente e politicamente rilevante del suo partito, che comprende anche parte del centro. Negli USA il riconoscimento con Israele dei cittadini americani di religione ebraica è in discesa e ciò può favorire un maggiore convincimento verso un’azione capace di tutelare i diritti di entrambe le parti ed assumere una condanna permanente verso le violenze che comprendono i civili. Quello che è mancato finora a Biden è stata un’azione diplomatica capace di andare oltre i soliti interlocutori, ma in grado di coinvolgere anche Hamas, che sebbene sia considerata un’organizzazione terroristica è una parte direttamente in causa del conflitto. Le implicazioni della vicenda israelo-palestinese devono restare centrali nella politica americana, proprio per prevenire situazioni analoghe a quelle vissute in Siria e recentemente in Turchia, dove l’assenza americana ha permesso il sopraggiungere di nuovi protagonisti, capaci di cambiare gli assetti e gli equilibri regionali. L’azione di Iran, Turchia e Russia è contraria agli interessi americani, occidentali e, sul lungo periodo agli stessi israeliani e palestinesi; rilanciare la soluzione dei due stati, attraverso la pressione su Tel Aviv per indurla a rispettare gli accordi e porre fine alla politica degli insediamenti e dello scarso rispetto dei cittadini arabi dello stato di Israele, resta la maggiore assicurazione per disinnescare Hamas e chi lo finanzia e dare finalmente una stabilità alla regione; del resto proprio tra gli ebrei del mondo cresce il favore verso questa soluzione e se Biden saprà farsene interprete, potrà scrivere sul proprio curriculum un risultato finora mai raggiunto che sarà il fattore più importante in politica estera della sua azione presidenziale.
I motivi della crisi di Gerusalemme est
Ci sono una serie di fattori concomitanti che concorrono all’attuale situazione di tensione presente a Gerusalemme est; la presenza di cause che contribuiscono ad alimentare lo stato attuale è presente in maniera maggiore all’interno della parte israeliana, ma anche in quella palestinese vi sono elementi che contribuiscono a dare instabilità all’intera questione. Partendo dalle cause israeliane appare impossibile non considerare le principali responsabilità della crescita politica ed anche elettorale dell’estrema destra nazionalista, che ha fatto del proprio programma di rendere la nazione israeliana uno stato ebraico uno strumento di forzatura all’interno del dialogo politico del paese; dialogare con questa parte politica appare impossibile, se non con l’intento di usarla in maniera funzionale ai propri scopi e, quindi, cedendo di fronte alle sue richieste per assicurarsene l’appoggio. Questa strategia politica è stata alla base dell’azione di Netanyahu, che l’ha usata senza troppi scrupoli, pur, talvolta non condividendo del tutto l’impostazione della destra nazionalista, per arrivare al suo scopo fondamentale: quello di restare al potere in ogni modo. Visto da questa angolazione, il fatto di avere sacrificato i residenti arabi, legittimi abitanti delle colonie occupate, e, quindi, la soluzione dei due stati, mai del tutto ufficialmente negata, e, di conseguenza, la pace e la stabilità del paese, conferma la sua mancanza di scrupoli e l’inadeguatezza di governare un paese al centro delle grandi questioni internazionali. Si deve anche considerare il fatto contingente della attuale situazione giudiziaria di Netanyahu: essere sotto inchiesta per corruzione, frode ed abuso d’ufficio, rende necessario spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da queste questioni legali e dal fatto che l’ex premier non è stato in grado di formare il nuovo governo, rendendo evidente la sua responsabilità del continuo stato di paralisi della politica israeliana: l’aumento delle tensioni nei territori occupati e la centralità della questione di Gerusalemme est, sono considerate ottimi strumenti per operare la distrazione di massa. Nella disputa su Gerusalemme est vi è anche un grande assente: la società israeliana nel suo complesso, restia a prendere posizione e schierarsi contro le azioni provocatorie del governo di Netanyahu, rivelando, così, una certa assuefazione alla politica di omologazione operata dalla retorica della destra nazionalista ed in generale dalla tendenza degli ultimi governi israeliani; ben diverse sono state le reazioni delle chiese ortodosse e cristiane, che hanno condannato fermamente le repressioni e gli sfratti che hanno dovuto subire le famiglie palestinesi allontanate da Gerusalemme est. Pur non potendo essere inquadrate all’interno della dialettica della politica israeliana, in questo momento le leadership cristiane ed ortodosse rappresentano la voce contraria più autorevole all’operato del governo di Tel Aviv, presente in Israele. La situazione attuale sembra ricalcare quello già accaduto con l’inizio della seconda intifada, causata dall’atteggiamento provocatorio di Sharon, che ha molte analogie con quello attuale di Netanyahu. La considerazione politica più importante da fare è che se l’espropriazione del quartiere palestinese di Gerusalemme est avrà successo, la conseguenza immediata sarà la fine della possibilità della soluzione della formula dei due stati, mentre dal punto di vista legale l’azione israeliana è ancora una volta una violazione del diritto internazionale ed occorre chiedersi fino a quando la comunità internazionale intenderà non chiedere conto a Tel Aviv delle sue azioni. Da parte palestinese la mancanza più grave è stata quella di Abu Mazen e della sua parte politica di reprimere ogni dissenso, fino ad arrivare al rinvio delle elezioni per non perderle, le consultazioni elettorali palestinesi non hanno luogo da 15 anni e ciò ha impedito una normale dialettica politica tra le varie componenti palestinesi, obbligando a rivolgere il dissenso arabo soltanto contro Israele. Dal punto di vista della politica internazionale l’attuale questione rischia di ricompattare il mondo sunnita, che ha ripreso a dialogare cercando di superare le rispettive diffidenze: l’attivismo del ministro degli esteri turco ha permesso la ripresa del dialogo della Turchia con l’Arabia Saudita e con l’Egitto, malgrado le profonde differenze di visuale ed un argomento al centro dei colloqui sarà senz’altro stato la questione palestinese, che rischia di tornare prepotentemente alla ribalta, anche come fattore di coesione ulteriore del mondo sunnita: un elemento in più di preoccupazione sia per gli USA, troppo silenti fino ad ora, e per lo stesso Israele, che rischia un peggioramento dei rapporti con l’Arabia.
La Turchia rafforzando il suo controllo nel nord della Siria, vuole aumentare la sua influenza nel mondo sunnita
Le forze armate turche sono penetrate in territorio siriano, senza dichiarare alcuno stato di belligeranza contro Damasco, fin dal 2016 con la ragione ufficiale di contrastare le milizie dello Stato islamico, milizie che, si sospetta, erano state utilizzate da Ankara in funzione anti Assad, con motivazioni da ricondurre anche nella contrapposizione tra sciiti e sunniti. In realtà da subito è apparso chiaro che l’obiettivo era scongiurare il pericolo curdo sulle frontiere turche; la presenza degli abitanti di queste zone, fino a quel momento era contraddistinta da una maggioranza di etnia curda e dalla presenza del Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione considerata come terroristica, non solo da Ankara, ma anche da Bruxelles e Washington. Il fatto che i curdi avessero rappresentato le truppe operative sul campo contro lo Stato islamico, fatto che ha permesso di non coinvolgere soldati occidentali direttamente sul terreno, non è bastato per guadagnare la tutela degli americani, che li hanno sacrificati ad una alleanza, come quella con la Turchia, sulla quale si nutrono molti dubbi sulla reale opportunità, visti i recenti sviluppi presi dalla presidenza Erdogan. In ogni caso i dati delle Nazioni Unite parlano di più di 150.000 curdi costretti a lasciare le proprie terre da quando nel 2018 le azioni dell’esercito turco, insieme all’esercito nazionale siriano, un insieme di milizie islamiste e contrarie al regime di Assad, si sono sviluppate nelle zone a ridosso della frontiera con il territorio di Ankara. La composizione etnica dell’esercito nazionale siriano è interessante perché è formata da circa il 90% di arabi e dal restante 10% di turkmeni e si inquadra perfettamente nella strategia turca di rimpiazzare l’originaria popolazione curda con etnie più favorevoli ad Ankara, una pratica analoga a quella esercitata da Pechino in Tibet e nello Xinjiang, dove la popolazione locale che non si è assimilata al processo di integrazione viene sostituita, mediante deportazioni e pratiche di rieducazione coatta, dall’etnia cinese Han; inoltre le milizie dell’esercito nazionale siriano, secondo diverse organizzazioni umanitarie, si sono rese colpevoli di crimini di guerra, tra cui rapimenti di funzionari curdi, che sarebbero poi finiti nelle carceri turche. Occorre ricordare che le forze militari turche occupano circa il 60% del territorio siriano che è sulla frontiera turca e la sostituzione della popolazione, con profughi siriani di etnia araba, è la logica conseguenza della strategia di rendere sicure le proprie frontiere meridionali, un programma che ha permesso ad Erdogan di superare problemi di politica interna, quali la crisi economica e la protesta contro l’islamizzazione della società e che ha goduto, seppure con sfumature differenti, dell’appoggio sia della destra estrema al governo, che delle forze di opposizione. Dal punto di vista internazionale la presenza turca viene vista in diversi ambienti come un deterrente per la presenza e l’azione russa e degli sciiti, sostanzialmente un fattore di stabilizzazione della questione siriana. La Turchia non si è limitata ad un impegno militare, ma ha investito ingenti somme nella costruzione di infrastrutture, come scuole ed ospedali ed ha allacciato la propria rete elettrica a quella dei territori occupati, mentre la moneta circolante è diventata la lira turca. Occorre specificare che l’azione turca sta incontrando diversi pareri positivi, che devono essere collocati all’interno dei sentimenti favorevoli all’azione pan-islamica di Ankara, che sempre più coincide con il progetto di Erdogan di un nuovo corso ottomano, che veda la Turchia al centro di un sistema aldilà dei propri confini, sul qual esercitare la propria influenza, anche in alternativa nella stessa area sunnita al prestigio saudita o egiziano. I territori curdi ora occupati, secondo il diritto internazionale, non potranno entrare nella effettiva sovranità turca, tuttavia è ragionevole pensare ad una collocazione sul modello della parte turca di Cipro e dell’Azerbaijan, che sono nella sfera di influenza di Ankara. La domanda è quanto la Turchia è disposta ad andare avanti in queste pratiche e quanto ciò non sia influente sul giudizio del mantenimento di Ankara all’interno dell’Alleanza Atlantica, i cui scopi sono apparsi ormai troppo spesso in contrasto con la Turchia. Rimane la profonda valutazione negativa del comportamento di Ankara nei confronti dei curdi, quale esempio di trasgressione delle norme del diritto internazionale, al quale, prima o poi si dovrà trovare una sanzione adeguata a livello generale.
Il governo di Netanyahu verso la sfiducia
Israele rischia di andare alle elezioni per la quarta volta in due anni: la preoccupante eventualità è dovuta alla decisione del leader del partito Blu Bianco, al governo, seppure controvoglia, con Netanyahu, di votare la sfiducia all’esecutivo, presentata dal partito di opposizione che si è formato dalla scissione del partito Blu Bianco proprio a causa della decisione di creare il governo di coalizione attualmente al potere. Sono passati appena sette mesi dall’insediamento dell’attuale esecutivo basato su equilibri troppo fragili e sul quale Netanyahu a costruito la sua ennesima tattica di sopravvivenza politica, con il chiaro intento di sfuggire alle imputazioni di frode, corruzione ed abuso di potere, che hanno generato ben tre distinte procedure giudiziarie. L’accusa politica a Netanyahu, che, invece, ha determinato il voto favorevole alla sfiducia, riguarda il mancato rispetto degli impegni concordati per mantenere in vita il governo di coalizione. Il leader del partito Bul Bianco, l’ex capo di stato maggiore israeliano, ha tuttavia lasciato una possibilità per evitare la caduta del governo: permettere di approvare la finanziaria nei tempi prestabiliti. Questa mossa rappresenta un vero e proprio ultimatum per Netanyahu, dato che la mancata approvazione entro il 23 dicembre del bilancio dello stato, provocherà lo scioglimento del parlamento israeliano. Il significato è quello di smascherare il capo del governo, mettendo in chiaro le sue reali intenzioni di procrastinare la durata del governo o optare per una nuova tornata elettorale in grado di rinviare i guai giudiziari. Il tentativo di Netanyahu, di mantenere in vita il governo è apparso un puro esercizio di retorica: appellandosi ai compiti da portare a termine, impossibili da completare in un clima elettorale, la sua volontà di mantenere in vita il governo non è apparsa del tutto convinta, d’altra parte già dall’ultima campagna elettorale la distanza tra i due schieramenti era molto ampia e solo la necessità di non apparire di fronte all’elettorato come formazioni politiche irresponsabili, aveva portato i partiti che formano l’esecutivo ad appoggiare un governo in cui non avevano creduto in maniera convinta. Netanyahu potrebbe cogliere anche una opportunità politica da nuove elezioni, soprattutto da quegli ambienti che vedono in modo positivo il suo attivismo in politica estera, capace di fare uscire Israele dall’isolamento regionale grazie agli accordi con gli stati arabi, non solo in funzione anti iraniana, ma anche con potenziali sviluppi commerciali capaci di aprire nuovi mercati alle esportazioni israeliane; occorrerà verificare, però, anche il peso della crescente opposizione a questi contatti ed il sempre attuale problema delle colonie. Il cambiamento che si verificherà nell’amministrazione americana, sarà un ulteriore fattore che potrebbe essere decisivo in un eventuale nuovo voto. Per l’attuale premier israeliano nuove elezioni sembrano comunque un azzardo, un rischio non proprio calcolato, perché il voto della sfiducia del principale partito del paese impedirebbe ulteriori alleanze politiche, seppure in un quadro elettorale che rischia di essere ancora una volta bloccato. Ci sono anche ragioni pratiche che impediscono il prosieguo della collaborazione: il partito Blu Bianco ha più volte sottolineato come il premier ha bloccato il rinnovo delle più alte cariche dello stato ed ha condotto le recenti azioni di politica estera, come l’incontro con il principe ereditario saudita, molto criticato in tutto il mondo per le sue azioni, senza avvertire gli alleati. Il comportamento di Netanyahu non è però nuovo e non sfugge ad una sua logica già applicata nei confronti dei palestinesi, fatta di rinvii funzionali e strategie di stop and go nelle trattative finalizzate a guadagnare tempo per approfittare di occasioni migliori. Anche questa volta il premier ha continuato con un comportamento analogo, impiegato però in politica interna, sottraendosi agli impegni presi con i partner di governo e confermando la totale inaffidabilità verso altri soggetti che non siano sé stesso; la principale congiuntura internazionale data dal cambio alla Casa Bianca, minaccia di essere l’ostacolo peggiore sul suo cammino, anche se è vero che è riuscito a sopravvivere ad Obama, dimostrando, alla fine la sua accortezza tattica. In un paese sempre più spaccato e con le inchieste giudiziarie in corso, la caduta del governo e le successive elezioni potrebbero mettere fine alla carriera politica di Benyamin Netanyahu; sempre che non trovi l’ennesimo espediente per restare.
