Per la Siria potrebbero ripartire le trattative di pace

La pandemia ha rallentato i combattimenti in Siria e ciò ha favorito le due parti, il regime di Damasco ed i ribelli, ad intraprendere una ripresa dei negoziati di pace per porre fine ad un conflitto che è in corso da più di nove anni. Le Nazioni Unite, attraverso l’attuale mediatore, hanno annunciato un incontro a Ginevra, appena le condizioni sanitarie lo potranno permettere. Ciò significa che entrambe le parti intendono, in maniera congiunta, riprendere la strada del dialogo. Ciò potrebbe favorire anche la ripresa del cammino del Comitato costituzionale siriano, l’organismo formato da rappresentanti del governo di Assad, da componenti che sostengono i ribelli e da membri della società civile, che deve costruire i presupposti per una potenziale consultazione elettorale. Attualmente un accordo tra la Russia e la Turchia mantiene la sospensione delle ostilità, che è stata più o meno mantenuta. Le posizioni di Mosca ed Ankara, con i primi sostenitori del governo di Assad ed i secondi dei ribelli islamici, affiancati in ottica di contenimento delle forze curde, saranno fondamentali per capire come si potrà sviluppare un eventuale percorso di pace. Negli attori in campo rientrano anche l’Iran e gli Hezbollah, le forze siriane democratiche, appoggiate in maniera sempre meno intensa dagli Stati Uniti e la popolazione curda, che con le sue milizie ha avuto un ruolo fondamentale contro lo Stato islamico, ma, che dopo l’abbandono dell’appoggio degli USA, si sono riavvicinati al regime siriano, sulla base di comuni interessi contro la Turchia e le milizie ad essa alleate. Finito il sogno di uno stato curdo libero ed indipendente, frustrato dal cambio di atteggiamento di Washington per mantenere dentro l’Alleanza Atlantica un membro non certo fedele come il paese turco. Una ripresa delle trattative per la pace è anche una speranza per una popolazione martoriata da una situazione sanitaria, igienica ed economica molto precaria, già prima della pandemia, le cui vittime denunciate, peraltro sono state soltanto sessantaquattro. Una ulteriore variabile che peserà sullo sviluppo dei negoziati saranno i rapporti che Mosca e Washington vorranno instaurare sull’argomento. Bisogna ricordare che le Nazioni Unite riportano sotto la propria autorità un negoziato, che era uscito dal suo ambito, sostituito dal processo negoziale di Astana in Kazakistan, voluto da Mosca e Teheran, in appoggio del regime ed Ankara in rappresentanza di soltanto una parte dei ribelli. L’intento del negoziato di Astana era limitato al mantenimento dei confini stabiliti dalla posizione delle forze in campo, ma senza alcun contenuto politico in grado di consentire un assetto futuro stabile del paese siriano. Non vi era, cioè, una legittimità garantita soltanto dal patrocinio delle Nazioni Unite. Certamente questo è funzionale all’interesse concreto e pratico di Mosca a guidare gli investimenti necessari alla ricostruzione del paese attraverso fondi assicurati dalla stessa Russia e da finanziamenti provenienti dalla cooperazione internazionale. Naturalmente l’obiettivo politico principale del Cremlino è quello di consentire ad Assad il mantenimento del potere, nel ruolo, però, di subalterno di Mosca in ogni senso ed il mezzo economico per perseguire questo fine deve sostituire quello garantito dall’uso delle armi, ancora meglio se con il benestare delle Nazioni Unite. In ogni caso una pace sulla quale è lecito avere dei dubbi è meglio della continuazione di una guerra già troppo lunga; quello che dispiace è il ruolo delle Nazioni Unite che arrivano a suggellare uno stato di cose non voluto e non condiviso dal Palazzo di vetro, l’atteggiamento americano pavido ed opportunista ed anche non riconoscente con chi ha combattuto sul terreno al suo posto. Comunque vada la conclusione della guerra siriana, sempre che ci sia, non lascerà miglioramenti ne per il popolo del paese, ne per gli equilibri internazionali e neppure per la diffusione dei diritti civili e democratici.  

Israele si sente accerchiato e teme sempre di più l'atomica iraniana

La politica estera Israeliana ha cercato di attivare una sorta di cintura di sicurezza intessendo buone relazioni con i governi di Turchia, Egitto e Giordania, tuttavia gli analisti rilevano che questi buoni rapporti si fermano al livello istituzionale senza incontrare il favore delle rispettive popolazioni. Si tratta di un problema non da poco per il paese della stella di David, giacchè l’intensificarsi della delaicizzazione di questi paesi favorisce partiti e movimenti di stampo religioso. La questione palestinese ha una grande presa su società sempre più islamizzate, dalle più tiepide fino a quelle più integraliste. Con la Turchia, unico paese di religione islamica con il quale esiste un accordo di mutua cooperazione per la difesa, il nocciolo della questione è l’esercito della mezzaluna che sta perdendo quote consistenti di potere all’interno delle istituzioni turche. Le forze armate di Ankara sono tradizionalmente laiche e vedono di buon occhio la collaborazione con Israele anche per gli avanzati strumenti e metodi che l’esercito israeliano condivide con loro, ma il crescente peso politico di partiti a componente religiosa sta rosicchiando sempre più peso specifico nell’importanza politica generale. In Libano la fazione dei cristiano maroniti sembra propendere verso un’alleanza non strategica ma tattica con gli Hezbollah, questo determinerebbe la fine dei rapporti con . Sono tutti segnali che innervosiscono Tel Aviv e contribuiscono a generare un pericoloso senso di accerchiamento in una fase molto difficile contrassegnata dal pericolo nucleare iraniano. Il rischio di conflitto aleggia sempre, la situazione iraniana non si sblocca nonostante le sanzioni ONU e la condanna internazionale, Israele teme concretamente l’atomica iraniana ed un possibile uso contro i suoi territori, ciò rende pericolosamente instabile il suo atteggiamento combatutto tra cautela e voglia di intervento. Fino ad ora si è preferito esercitare mezzi di contrasto alternativi come la guerra elettronica ed il sostegno agli oppositori del regime degli Ayatollah, ma l’accumulo di armamenti pesanti alla frontiera insieme all’esercito USA è un fatto concreto. D’altra parte proprio gli USA pensano di dotare uno scudo nucleare per i paesi arabi propri alleati in caso di avvenuta costruzione dell’atomica di Teheran. Dunque in mancanza di successo, come pare, della soluzione diplomatica si passa alla fase della minaccia militare, è un passo rischioso che si gioca su equlibrismi fortemente instabili, meglio sarebbe avesse successo la carta dell’opposizione interna che, però al momento non pare in grado di rovesciare un regime che gode di grande capacità di controllo interno ed anche di consistente appoggio popolare. La vicenda è ora aperta a tutte le soluzioni speriamo prevalga l’equilibrio e la ponderazione.

Iran: la pagina web nazista

Qual’è il senso di aprire una pagina web nazista (irannazi.ir)? Non si sta parlando di skinheads ma della Repubblica Islamica Iraniana; Ahmadineyad ha più volte ribadito, suscitando sdegno più che giustificato, che l’olocausto è una finzione storica a beneficio di quella che definisce “l’entità sionista”. Nella strategia anti ebraica l’atto della pagina nazista è un salto di qualità, innazitutto perchè prima è stata vietata e poi permessa dalle autorità, che, è quasi superfluo dirlo, monitorano costantemente ed attivamente lo spazio web, poi perchè pare sancire pubblicamente la giustificazione dello sterminio di massa attuato dalla Germani nazista. L speranza è che sia solo una provocazione per addensare ancora di più i paesi e le organizzazioni che spingono contro Israele, fatto comunque di per se già grave; peggio se l’atto venisse integrato in una strategia globale di comunicazione propedeutica ad un eventuale paventato attacco missilistico cerso Israele, come più volte minacciato. Quella a cui stiamo assistendo è l’ennesima provocazione di Teheran, atti che sfiorano la bizzarria, ma che non sono certo fatti a caso o frutto di improvvisazione, siamo davanti ad atti consapevoli e voluti. Una spiegazione possibile è attirare l’attenzione internazionale per distoglierla dal fronte interno gravato dai grossi problemi con l’opposizione ed anche distogliere, almeno in parte, l’attenzione focalizzata dal programma nucleare; programma nucleare che sembra avere subito l’ennesimo stop per intrusione di virus informatici nel software che governa il sistema per l’arricchimento dell’uranio. Questi sabotaggi, peraltro mai riconosciuti come tali dall’Iran, non sono mai stati rivendicati pubblicamente, ma il maggiore indiziato è lo stato israeliano, che pare manovrare dietro le quinte l’interdizione del programma atomico islamico. In ogni siamo di fronte a movimenti che non vanno certo verso la distensione.

Il pericolo incombente del conflitto Iran-Israele

Le forze armate USA decidono di aumentare il loro deposito di armamento nel territorio israeliano. L’esercito americano mantiene depositi di armamenti pronti all’uso in determinate nazioni poste in zone sensibili, come appunto Israele, la Corea del Sud ed altre, per permettere in caso di crisi l’immediato uso della forza; si tratta di armamenti pesanti come blindati, artiglieria, carri armati, bombe di precisione e missili in grado di contrastare con una entrata in campo pressochè immediata qualunque atto ostile contro il paese minacciato, non solo possono essere impiegate anche come dispiegamento preventivo in casi in cui la situazione internazionale abbia un repentino peggioramento. Inoltre USA ed Israele hanno stretto un accordo di cooperazione che consente l’uso dei satelliti americani per la guida dei missili israeliani. I segnali sono preoccupanti, significa che l’opzione militare contro l’Iran prende sempre più corpo oppure le minacce di Teheran contro Israele sono ritenute sempre più consistenti; in entrambi le ipotesi, che possono anche essere una sola,  siamo di fatto più vicini ad un conflitto che coinvolge Israele ed Iran, e che quindi, rischia di trascinare l’intera regione in una escalation pericolosissima per l’intero pianeta. A parte la tragedia umana di un conflitto dagli esiti incerti, tra l’altro alle porte dell’europa, gli sviluppi sarebbero nerissimi per l’economia, a causa ad esempio degli oleodotti presenti sulle zone circostanti, il terrorismo che terrebbe sotto scacco buona parte del mondo eccetera, tutte cose risapute ma che è bene ricordare. Mai come ora è importante il lavoro delle diplomazie, anche quello sotto traccia, ogni possibilità di scongiurare il conflitto deve essere tentata, in questa fase storica con l’avvitamento negativo della situazione economica un conflitto di tale portata ed in questo scenario significherebbe riportare indietro le lancette dell’orologio della storia indietro di cinquant’anni.

Vaticano e Israele: rapporti difficili

Il Vaticano opera una sterzata storica sul problema palestinese esprimendo solidarietà al popolo palestinese ed affermando pubblicamente che l’occupazione israeliana genera il fondamentalismo. L’affermazione comprende due implicazioni, il riconoscimento ufficialee ribadito alla necessità di uno stato palestinese di pari dignità con lo stato ebraico, opzione peraltro da sempre caldeggiata oltretevere, e la condanna ai metodi isreaeliani che sottende ad una preoccupazione sempre crescente, oltre che di un’inasprirsi del conflitto, anche di una possibile  espansione del fondamentalismo più acceso, ipotesi molto temuta perchè compromissoria del dialogo tra le confessioni.  Il Vaticano ha più volte manifestato la preferenza per l’esistenza di due stati sovrani con Gerusalemme territorio indipendente, data la peculiarità religiosa della città, questa scelta può nascondere l’interesse a candidarsi come possibile  guida della parte cristiana, opzione però più volte osteggiata dello stato Israeliano che non intende avere come vicino di casa, in una qualche veste ufficiale un soggetto ingombrante come il Vaticano.  Le frizioni tra Israele e Vaticano non sono cosa nuova ma ora pare di essere ad un punto di svolta per quanto riguarda i rapporti diplomatici tra i due stati e la solidarietà al popolo palestinese così palesata non fa che allontanarli ulteriormente.

Le implicazioni della diminuzione dei cristiani in medioriente

Il recente incontro, alla presenza del Papa, tra rappresentanti della religione cattolica e rappresentanti islamici moderati ha rappresentato un terreno di confronto che può dare interessanti sviluppi nel quadro della ricerca della pace, sopratutto in medio oriente. L’aspetto evidenziato è la preoccupazione dell’incremento dell’esodo della popolazione cristiana dal medio oriente, la parte moderata degli islamici vede un fatto pericoloso per i delicati equilibri la diminuzione dei cristiani, preziosi alleati contro la politica di pericoloso estremismo adottata dalle parti più integraliste della religione di Maometto. Il dialogo fin qui intrapreso, pur tra mille difficoltà, ha portato prospettive  che andrebbero favorite anche a livello di organizzazioni internazionali; nel contesto politico attuale, la diplomazia internazionale deve essere obbligata a cercare tutte le strade possibili per combattere e prevenire i conflitti che hanno comunque una base di partenza nell’ambiente sociale. Gli iman delle scuole coraniche “pescano” i loro adepti nelle parti più povere e soggette a facili influenze, in quest’ottica il lavorio che può fare la parte moderata di una religione, qualunque essa sia, con opere in seno alla società civile può essere di fondamentale importanza per la costruzione reale della pace. Il dialogo quindi tra le religioni, che vuole partire da premesse di collaborazione deve essere incoraggiato ad ogni livello quale investimento sugli sviluppi di pace che può implicare. Quello che la parte islamica moderata teme è che l’emorragia dei cristiani favorisca l’avanzata di posizioni integraliste a causa della perdita di alleati preziosi. Le organizzazioni internazionali devono puntare i riflettori anche su questi fatti che possono minare la difficile pace nei territori mediorientali.

Ahmadineyad e l'inutile provocazione

Mahmud Ahmadineyad si recherà domani in visita ufficiale in Libano ospitato dagli Hezbollah, questa visita ha il sapore di una provocazione non solo per gli israeliani, che sono paese confinante con la nazione dei cedri, ma per tutto il movimento mondiale che auspica la pace in medioriente. Quale implicazioni avrà sui rapporti internazionali questa visita e perchè si è scelto di effettuarla adesso? La politica estera iraniana non gode di buona salute, dai giorni degli scontri post elezioni la condanna unanime ha colpito il paese di Teheran e la disapprovazione è ulteriormente cresciuta con il caso di Sakineh, inoltre gli exploit all’ONU del capo di stato hanno contribuito ad un isolamento sempre più marcato. Certo la questione dei reattori nucleari, purtroppo più della  repressione del dissenso, aldilà delle naturali dichiarazioni, che non hanno generato praticamente alcuna ritorsione, è quella più temuta dai paesi occidentali per le ovvie e nefaste implicazioni ed è quella che ha generato un’impennata negativa delle relazioni diplomatiche. Il capo di stato iraniano deve quindi spingere sull’acceleratore delle amicizie internazionali di cui può disporre e ricercare la maggiore esposizione mediatica possibile. Con queste premesse una visita fin sotto il confine con Israele garantisce la massima visibilità possibile, certamente per la visuale occidentale è una visibilità negativa, ma per tutti quelli che avversano il processo di pace israelo-palestinese, perchè lo giudicano perlomeno sbilanciato a favore di Gerusalemme, per i Talebani e per tutti quelli che gli appoggiano, il significato ha senz’altro accezione positiva e permette ad  Ahmadineyad di continuare il suo processo per diventare il paladino antiamericano (e antisraeliano) dei nostri giorni. Perchè fare adesso la visita in Libano? Il processo di pace tra Palestina ed Israele accusa delle battute a vuoto, invero per la maggiore rigidità Israeliana più che per gli estremisti palestinesi, e presentarsi fin sotto il filo spinato che fa da divisione con il Libano può contribuire a fare salire la tensione tra le due parti fino a bloccare addirittura definitivamente le trattative. Alla fine il risultato che pare venga ricercato è fare salire la temperatura nella regione, creare motivi ulteriori di attrito per provocare qualcosa di veramente pericoloso per tutto il pianeta; la soluzione militare è contemplata da Israele e nonostante l’opera di dissuasione statunitense il precipitarsi degli avvenimenti può portare in quella direzione, mai come ora l’opera della diplomazia deve dispiegarsi e l’ONU deve assumere sulle proprie spalle l’onere di questa prova.

Il regime iraniano condannato da Mazen

La svolta dei governanti palestinesi nei rapporti con l’Iran è una chiara presa di posizione con molteplici implicazioni; dichiarare, come ha fatto, Mazen, che il governo è illegittimo in quanto eletto in una consultazione truccata, vuole dire, prima di tutto, prendere le distanze da un nemico di Israele, nonostante abbia perorato, a parole, più volte la causa palestinese, e nel contempo prendere le distanze da un amico dei gruppi estremisti arabi che non vogliono la pace. Non è cosa da poco, con questo passo si afferma la volontà che il processo di pace inaugurato i giorni scorsi vada avanti in modo chiaro, si dice cioè, che l’autorità palestinese, non intende prendere eventuali vantaggi derivanti da un possibile scontro Israele-Iran, è quindi una posizione chiara e leale verso l’interlocutore israeliano ed anche verso il promotore statunitense. L’Iran dal canto suo procede nella sua strada di isolamento, anche l’Egitto ha manifestato contrarietà al regime di Teheran cancellando una visita diplomatica prevista, ed anche il fatto di riproporsi come sede dei negoziati non è ben visto dall’Iran che imputa al paese dei faraoni il tradimento del popolo palestinese ed in un’ottica più ampia del popolo arabo.

Verso lo stato palestinese

Nonostante le difficoltà i colloqui Israele-Palestina sono partiti da una novità enorme nella storia dei processi di pace: la constatazione di entrambi gli stati della necessità del riconoscimento reciproco della dignità di stati, questo implica, giacchè Israele è già comunque uno stato (anche senza il riconoscimento palestinese), che Israele vede come unica opportunità di pacificazione la creazione di uno stato sovrano Palestinese; va detto che questa soluzione era oramai l’unica possibile, come individuato già da tempo da numerosi esperti della questione mediorientale, ma è la prima volta che Israele esplicita in modo anche formale questa soluzione. E’ chiaro che il processo dovrà avvenire anche in senso inverso, quindi con il ricnonscimento formale dello stato israeliano da parte dei palestinesi, tutti quegli atti di guerra e verso lo stato ebraico rientreranno, in sostanza, come atti terroristici verso uno stato straniero. Si dirà che già succede ma attualmente il labile confine del mancato riconoscimento reciproco non fa rientrare gli atti terroristici e le ritorsioni militari israeliane tra atti di guerra tra due paesi sovrani, con tutto il corollario che ne consegue governato dal diritto internazionale. Ma a parte le questioni giuridiche l’importante è il comune riconoscimento della necessità della pace nella regione, fatto che sembra scontato, ma ammesso pubblicamente da due avversari di tale caratura è sicuramente un progresso. Non tutto però è rose e fiori, i gruppi estremisti palestinesi hanno già annunciato in centro comune di organizzazione per contrastare il processo di pacificazione e con quali mezzi è facile da immaginare; in questa fase oltre all’azione diplomatica, necessaria ma non sufficiente è auspicabile un aiuto internazionale ai palestinesi che intendono portare avanti la pacificazione per isolare i gruppi estremisti.