Serbia e Kosovo rischiano il conflitto

I movimenti delle truppe di Serbia e Kosovo sul confine che divide i due stati preoccupano l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, che temono scontri armati tra le due parti. Il Kosovo non è riconosciuto come entità statale dalla Serbia, ma anche dalla Russia, dalla Cina e dalla Spagna, uno dei cinque paesi europei a rifiutare il riconoscimento per non alimentare, anche in maniera indiretta, la questione dell’indipendentismo catalano. La questione scatenante è dovuta alla decisione, peraltro in vigore da tempo, da parte di Pristina di rifiutare l’ingresso alle autovetture serbe, se non con la condizione di essere registrate con targhe provvisorie. Le minoranze serbe presenti nella parte settentrionale del Kosovo non hanno gradito il provvedimento e la tensione è salita fino al danneggiamento degli uffici del registro automobilistico ed al blocco di strade. L’area settentrionale kosovara non è nuova ad episodi del genere perché, essenzialmente, la minoranza serba rifiuta l’autorità del governo di Pristina; la stessa Serbia considera le frontiere con il Kosovo come semplici valichi amministrativi, proprio perché rifiuta il riconoscimento dell’indipendenza di quella che ancora considera una sua provincia. Pristina ha schierato le proprie forze speciali nelle zone a minoranza serba ed ha vietato l’ingresso sul proprio territorio alle vetture con targa serba, sostenendo che Belgrado ha attuato un provvedimento analogo, provocando, oltre i disordini e le devastazioni già citate, anche il blocco delle vie di comunicazione con il resto del paese mediante dei blocchi stradali attuati con autoarticolati dalla minoranza serba. Belgrado ha recepito lo schieramento delle truppe kosovare come una provocazione cui rispondere in modo analogo: oltre alle forze di terra serbe ormai presenti alla frontiera, la dimostrazione di forza ha compreso anche il sorvolo dei territori del Kosovo con aerei militari. La richiesta di Belgrado a Pristina è quella di ritirare il provvedimento sul divieto della circolazione delle auto con targa serba per evitare un eventuale conflitto. Risulta chiaro che queste provocazioni, che avvengono da ambo le parti, sono espedienti per innalzare in maniera strumentale, forse per questioni di politica interna, una tensione che si trascina da troppo tempo senza una definizione definitiva, capace di superare il costante stato di pericolo. La diplomazia internazionale è consapevole di una possibile deriva militare come strumento di definizione della crisi e, sia l’Unione Europea, che l’Alleanza Atlantica, si sono attivate invitando i rispettivi paesi a fermare lo stato di crisi ritirando gli schieramenti armati che si fronteggiano sulla linea di confine, sottolineando che ogni azione unilaterale sarà considerata inaccettabile. Entrambi i governi assicurano di non avere alcuna volontà di volere provocare un conflitto, ma entrambi, per il momento, non sembrano lavorare in maniera diplomatica per un confronto con la controparte; per la Serbia, che ha ufficialmente presentato la propria candidatura a diventare un paese dell’Unione Europea nel 2012, si tratta anche di una prova della propria affidabilità nei confronti di Bruxelles, che non potrà non tenere conto, in maniera negativa, di un eventuale comportamento irresponsabile da parte di Belgrado. Nella questione entra anche l’Albania, altro paese candidato all’ammissione nell’Unione Europea, con domanda ufficializzata nel 2014, che vive con preoccupazione l’escalation negativa della situazione, per i naturali legami con il Kosovo e la sua maggioranza albanese: in questo scenario si deve ricordare che Tirana è un membro effettivo dell’Alleanza Atlantica, mentre Belgrado è soltanto un membro associato; ciò pone l’organizzazione del Patto Atlantico in una posizione difficile, ragione per la quale il Segretario generale ha intensificato gli sforzi per una definizione pacifica della questione, tuttavia il pericolo della deflagrazione di un confronto militare all’interno del vecchio continente arriva in un momento storico molto delicato per l’Unione Europea a causa delle gravi difficoltà che sta attraversando il rapporto con gli Stati Uniti. L’eventuale necessità di una dissuasione di un conflitto, presumibilmente, vedrebbe Bruxelles come attore principale, senza l’adeguato appoggio di Washington: una prova a cui l’Europa, al momento, non è ancora preparata.

Per l’Europa gli USA non sono più affidabili e Biden assomiglia sempre più a Trump

Com’era lecito attendersi l’accordo militare tra USA, Gran Bretagna ed Australia ha provocato profondo risentimento in Europa. Si tratta di un vero e proprio affronto a Bruxelles, tenuta all’oscuro dei termini dell’alleanza, se si inquadra nel rapporto all’interno del mondo così detto occidentale. L’irritazione maggiore si registra in Francia, che, a causa di una clausola dell’accordo, che obbliga Canberra ad acquistare i sottomarini americani a propulsione atomica, perde una sostanziosa commessa con l’Australia per la fornitura di sottomarini con alimentazione a gasolio. Particolare molto rilevante è che questo commessa era stata confermata ancora il 31 agosto scorso da un incontro in videoconferenza tra i vertici militari dei due stati, con una firma congiunta, che non faceva presagire alcun ripensamento, peraltro mai comunicato ufficialmente. Ma aldilà del legittimo risentimento francese, l’Unione Europea subisce un torto diplomatico evidente, che minaccia di avere conseguenze pesanti nel rapporto con gli Stati Uniti, ritenuti i veri responsabili della provocazione. La maggiore delusione è rappresentata del presidente Biden, che era partito con un atteggiamento profondamente differente dal suo predecessore, ma che si è rivelato, nei fatti, ancora peggiore nei confronti dei suoi alleati europei: prima il ritiro non concordato dall’Afghanistan ed ora la creazione di una alleanza che lascia fuori l’Unione Europea senza alcuna spiegazione; o meglio la spiegazione potrebbe essere la considerazione che l’Europa è ormai un teatro secondario rispetto all’Asia, vero punto focale degli interessi americani attuali. Del resto già con Obama questa supremazia della centralità asiatica rispetto al vecchio continente cominciava a delinearsi, Trump l’ha continuata e Biden la rafforza ulteriormente. Inoltre Biden sembra sommare su se stesso la volontà di spostare l’attenzione principale USA verso l’Asia, tipica di Obama, con la volontà di Trump di mettere gli Stati Uniti davanti a tutto: solo così di spiega lo sgarbo diplomatico della Casa Bianca, dove Londra e Canberra sono solo subalterni comprimari. C’è anche da tenere conto, però, della volontà di autonomia sempre maggiore dell’Unione Europea dal principale alleato, fattore, peraltro ampiamente giustificato, come dimostra questa vicenda. Un ulteriore elemento potrebbe essere stato rappresentato dalla posizione dell’Unione Europea, che pur restando fedelmente nel campo occidentale, ha cercato un punto di equilibrio tra Pechino e Washington, per evitare una degenerazione troppo pericolosa dei rapporti tra le due superpotenze. A questo punto l’intento europeo pare fallito, con la Cina che accusa apertamente USA, Gran Bretagna ed Australia di aprire una nuova stagione di incremento degli armamenti avente per obiettivo proprio il paese cinese. Il punto cruciale, adesso, della vicenda è il pessimo livello dei rapporti tra Washington e Bruxelles, che, malgrado l’assenza di dichiarazioni ufficiali, sembra ancora più basso di quando Trump era presidente; certo Biden gode di una cautela, di cui il predecessore non beneficiava, forse dovuta alla speranza di un segno tangibile di ravvedimento, ma se questa è la tattica europea le speranze sembrano vane: la strada intrapresa dalla Casa Bianca punta ad una Europa marginale come elemento geostrategico, fattore che potrebbe avere anche ricadute nei rapporti commerciali. Washington ha anche riempito il vuoto che si è creato con la Brexit ed ha operato una tattica capace di legare maggiormente Londra con la sponda opposta dell’Oceano; questo particolare non è da sottovalutare perché potrebbe inasprire i rapporti tra Regno Unito, sempre ala ricerca di espedienti favorevoli a sé stesso nella partita degli accordi post Brexit, ed Europa. Si è così verificato lo scenario che Trump aveva perseguito senza riuscire a concretizzare, adesso occorrerà vedere la capacità di reazione dell’Unione di non farsi mettere in secondo piano e conquistare quella posizione che da tempo ricerca in campo internazionale e che viene frustrata con questo accordo, che in definitiva la vede come perdente e tradita, ma nel suo stesso campo: quello occidentale. La sconfitta, cioè, è ancora più pesante perché non proviene da un avversario, che poteva essere la Russia o la stessa Cina, ma dal paese, che malgrado tutto, era ritenuto il maggiore alleato. L a cautela e la prudenza dovranno essere alla base delle prossime mosse della diplomazia europea, ma con la giusta diffidenza nei confronti di alleati inaffidabili ed anche infidi. L’autonomia politica e militare dell’Europa è sempre più importante, orami al pari della forza economica, soprattutto per gestire avversari che hanno molto in comune e non sono distanti politicamente come Cina e Russia.

USA, Gran Bretagna ed Australia firmano un accordo per contenere la Cina

L’accordo firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia per la condivisione di competenze avanzate su temi riguardanti le armi nucleari, la sicurezza informatica, l’uso dei sottomarini a grandi distanze e l’intelligenza artificiale, tutte materie strettamente legate al settore militare, indica la direzione geografica e gli intenti strategici, che Washington intende privilegiare nel prossimo futuro; quello che viene ribadito è la centralità della regione dell’oceano Pacifico, dove l’intento principale è quello di contrastare e contenere l’ambizione di Pechino, che considera la regione come zona di propria influenza.  Non che quella di Biden sia una novità nella politica estera degli Stati Uniti: già Obama, di cui Biden era vicepresidente, aveva iniziato questa politica, spostando l’area di interesse americano dall’Europa all’Asia, Trump, pur con le sue contraddizioni, ha portato avanti questa strategia ed ora Biden la conferma, lasciando centrale la questione de dominio delle rotte navali, ma non solo, del pacifico. Certamente l’aumento di rilevanza e del livello di scontro, sia commerciale, che geopolitico, con la Cina, obbliga gli USA a concentrare lo sforzo maggiore su questa partita, coinvolgendo, però, altri soggetti internazionali, che sono alleati fedeli ed hanno interessi diretti nella regione, l’Australia, o il bisogno di trovare nuove soluzioni anche finanziarie, oltre che politiche, a causa dell’uscita dall’Europa. Non coinvolgere l’Unione Europea, ma soltanto due paesi che hanno un minore peso specifico internazionale, rispetto a Bruxelles, può significare che, attualmente, la Casa Bianca possa preferire un rapporto più sbilanciato a proprio favore; del resto la politica americana, nonostante le premesse di questo presidente, ha mantenuto, di fatto, le distanze con l’Europa quasi come ai tempi di Trump e la ritirata unilaterale dall’Afghanistan ne è stata l’ennesima prova. Inoltre il ritiro dal paese asiatico, ritenuto un obiettivo non strategico per gli USA, permetterà a Washington di riallocare nuove risorse finanziarie proprio per la sfida diretta con la Cina. Pechino sta espandendosi in maniera prepotente anche in Africa e Sud America, ma gli USA concentrano la propria attenzione nelle aree del Pacifico, forse anche per non ripetere gli errori di ampliare troppo le zone di azione, dove la potenza militare cinese è mostrata con maggiore arroganza, in questa ottica anche il coinvolgimento dell’India, naturale avversario cinese, nel presidio del Pacifico riapre scenari inquietanti sulle conseguenze di questi assetti internazionali. La politica USA , sulle alleanze militari coinvolge anche l’industria bellica portando scompiglio all’interno dell’alleanza con l’Europa ed in particolare con la Francia: l’accordo con l’Australia prevede la fornitura di sottomarini nucleari allo stato dell’Oceania, che ha in corso, su questo fronte, una commessa con Parigi; a causa del rallentamento della fornitura, Washington si è inserita nel rapporto commerciale e potrebbe vanificare la fornitura francese. Si comprende come l’Europa venga trattata come un alleato di secondo piano, processo iniziato da Trump irritato per lo scarso contributo economico e la volontà di Bruxelles di preferire la propria industria bellica, proprio a danno di quella americana. Per l’Unione Europea si tratta di segnali inequivocabili e bene fa la Commissione europea a cercare una propria autonomia militare, dotandosi di una prima forza di intervento rapido, primo tassello di un possibile esercito sovranazionale. L’accordo con Londra e Canberra investe, quindi, molto di più che gli aspetti geostrategici del Pacifico, che sembrano valere come tali soltanto per l’Australia, ma riguarda la visione stessa dell’Alleanza Atlantica, ridotta sempre più ad organizzazione marginale proprio per volere di Washington. La percezione è che gli Stati Uniti scelgano un approccio sempre meno condiviso della gestione della politica estera sulla materia del rapporto con la Cina, che rappresenta, al momento, il vertice dello scenario internazionale; tuttavia con coinvolgere l’Europa e la stessa Alleanza Atlantica denuncia una debolezza di fondo, che non fa che confermare la possibilità di nuovi errori tattici da parte di Washington. Se si vuole mantenere la leadership internazionale non si può privilegiare un solo luogo di confronto, ma presidiare, almeno, le zone più importanti, azione che la Cina cerca di fare, sostituendosi, talvolta, proprio agli americani. La partita è globale e come tale deve essere condotta, altrimenti la frammentazione dell’occidente sarà soltanto un vantaggio per Pechino.

Dopo il caso afghano, l’Unione Europea ha bisogno di una propria forza militare autonoma

La caduta di Kabul, dovuta alla decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal paese, decisione presa in maniera autonoma da Washington e non concordata con gli alleati, ha evidenziato lo squilibrio dei rapporti bilaterali tra USA ed Europa, con Bruxelles in evidente svantaggio e con uno stato di dipendenza sostanziale dalla Casa Bianca. Ciò pone seri interrogativi alle prospettive geopolitiche europee ed evidenzia, ancora una volta, la necessità di una forza militare autonoma europea. Nell’ultima riunione informale dei ministri degli esteri dell’Unione è stata valutata la creazione di un battaglione di intervento rapido, composto da circa 5.000 effettivi, in grado di intervenire con tempestività in eventuali teatri di crisi. Non si tratterebbe ancora di un esercito europeo, ma sarebbe un inizio verso una autonomia strategica, necessaria all’Europa per ricoprire un ruolo politico di primo piano nello scenario mondiale. Questa necessità è vista anche come un fattore aggregante tra i paesi europei, ma i paesi baltici e la Polonia, hanno sempre preferito l’organizzazione di difesa attraverso l’Alleanza Atlantica, organizzazione verso la quale, proprio per la preminenza degli USA al suo interno, diversi paesi europei hanno iniziato ad essere diffidenti. Anche se non si tratta di uscire dall’Alleanza Atlantica è stato preso atto che il suo spazio di manovra è sempre più limitato e funzionale agli interessi americani, più che di quelli collettivi; questa consapevolezza, che era già presente prima del ritiro unilaterale dall’Afghanistan e, soprattutto, per gli atteggiamenti di Trump, non è cambiata con Biden, dal quale si attendeva un cambiamento, che non è arrivato. Per superare le resistenze dei paesi scettici all’autonomia militare europea, che dovrà prevedere un impegno finanziario, il ministro degli esteri tedesco ha proposto di creare la forza di intervento rapido a maggioranza qualificata, superando la soglia dell’unanimità, con fornitura delle truppe soltanto da parte dei paesi volontari. La questione rischia così di essere l’ennesimo fattore divisivo tra europeisti convinti ed europeisti per convenienza e rappresenta un ulteriore fattore di riflessione sull’opportunità di continuare a tenere insieme nazioni che non condividono i presupposti europei e pone la concreta domanda sul senso della presenza di paesi scettici nei confronti dell’istituzione europea. Biden, sul quale erano riposte tante speranze da parte degli europei, seppure con modi differenti, sembra volere continuare, anche se in maniera attenuata, la politica di isolamento degli Stati Uniti e si rivela un partner meno affidabile del previsto: questa considerazione si associa ai temi urgenti che riguardano il terrorismo islamico presente ai confini europei, tanto in Asia, quanto in Africa. La necessità di combattere questo fenomeno, che dopo la presa dei talebani dell’Afghanistan è destinato ad un incremento, si scontra con la consapevolezza che gli europei saranno soli nella lotta ai radicali islamici per difendere la propria sicurezza. Per effettuare ciò occorre che l’Europa cambi atteggiamento verso se stessa, smettendo di considerarsi soltanto un aggregato finanziario dove il collante è solo il mercato, ma accetti di strutturare una propria politica estera slegata dall’interesse dei singoli stati, ma funzionale all’interesse generale; per fare ciò è necessario uno sforzo delle nazioni verso una cessione di quote di sovranità ed anche nuovi meccanismi di decisione, capaci di superare l’ormai assurda regola del voto all’unanimità. Come si vede, la decisione della creazione di una forza europea di intervento rapido, primo passo possibile verso l’esercito comune, investe una quantità ben maggiore e molto più importante di argomenti, in grado anche di potere variare l’attuale assetto. Potrebbe essere una prova per verificare chi realmente vuole impegnarsi nell’Europa unita e stanare i paesi pronti ad ottenere soltanto gli aspetti positivi, tra i quali quelli finanziari sono al primo posto; viceversa una rinuncia alla partecipazione dei paesi euroscettici potrebbe restringere l’estensione territoriale, ma permettere una migliore allocazione delle risorse e di piani e programmi maggiormente condivisi. Sembra arrivata l’ora di risolvere i contrasti, mai definiti, all’interno dell’Unione, soprattutto in relazione all’emergenza dettata dalla prevista rinascita del terrorismo, che avrà proprio l’Europa come uno degli obiettivi principali dei radicali islamici: di fronte a questa necessità di difesa sono necessarie decisioni veloci e condivise, che non possono comprendere inutili posizioni non concilianti con gli interessi sovranazionali; da qui si potrà l’Europa si potrà avviare verso l’avvio concreto del progetto di federazione europea.

Ripensare la politica estera USA: necessità per l’occidente

L’evoluzione verso il basso della politica estera americana, culminata con la precipitosa ritirata dall’Afghanistan, è una vera e propria parabola discendente, che avvicina sempre più il paese nordamericano alla perdita della leadership mondiale. Sebbene Washington sia ancora la prima potenza mondiale il gap, non solo della Cina, con altre superpotenze sta diminuendo considerevolmente. Si è passati da uno scenario di bipolarismo negli anni Ottanta, con gli USA in competizione con l’URSS, ad una fase, seguita al crollo del gigante sovietico, di sostanziale ruolo di unica grande potenza planetaria ad un prossimo scenario multipolare, dove la Casa Bianca, difficilmente potrà influire in maniera decisiva su tutte le questioni di portata internazionali. Gli USA, probabilmente, resteranno la prima potenza mondiale, ma con la Cina molto vicino e con una serie di protagonisti regionali in grado di fare sentire il proprio ruolo in ambiti più ristretti, ma dove la specificità dell’esercizio del proprio peso rappresenterà un ostacolo a chi vorrà recitare un ruolo di supremazia planetaria. Ciò vale sia per le strategie geopolitiche, che comprendono gli assetti militari, che per quelli economici, spesso indissolubilmente legati ad equilibri di natura politica, dove è emergente anche la componente religiosa. Il declino americano è iniziato in modo evidente con Obama, che non ha voluto impegnarsi nel conflitto siriano, Trump ha continuato con la sua visione di tralasciare la politica estera, con l’idea di stornare risorse nell’economia interna, sbagliando i calcoli e la visione, che per essere i primi è necessario impegnarsi anche nei teatri esterni; alla fine è arrivato Biden, che ha vanificato anni di lotta al terrorismo, con un ritiro che doveva stabilizzare il proprio consenso, ottenendo, invece, il risultato inaspettato di una avversione generale a questa decisione anche all’interno del proprio partito. Tre presidenti, uno di seguito all’altro, hanno sbagliato perché hanno valutato troppo il peso dei sondaggi, adeguandosi alla tendenza generale della visione di breve periodo, non hanno stimolato in maniera efficace gli alleati, si sono fossilizzati su tattiche esclusivamente militari, senza considerare l’adeguata importanza delle infrastrutture sociali ed il coinvolgimento della parte buona delle popolazioni locali, atteggiamento che ha favorito una burocrazia inefficace e corrotta. Questi errori non sono stati fatti una volta sola, ma si sono ripetuti in diversi scenari di intervento e protratti nel tempo e denunciano chiaramente una inadeguatezza sia del ceto politico, che amministrativo americano: mancanze che uno stato che vuole esercitare la leadership mondiale non può permettersi; tuttavia questi errori sono ancora più gravi in una situazione internazionale molto cambiata, che ha visto arrivare nuovi competitor in grado di fare vacillare la supremazia americana. Certamente la Cina è la principale concorrente: l’avanzata sul piano dell’economia di Pechino, doveva, però, evitare agli USA di rimanere in uno stato di mancata variazione, caratterizzato dalla mancanza di lucidità e previsione, si è preferito, cioè, una navigazione di piccolo cabotaggio che ha fatto perdere di vista l’intero insieme ed ha determinato una chiusura in se stessa, che ha anche compromesso per lunghi tratti i rapporti con i principali alleati, gli europei. Ma proprio l’Europa si è rivelato un anello debole della politica estera americana, non che questo fosse un aspetto sconosciuto e che avesse anche fatto comodo agli americani, soltanto che nel contesto mutato, avere alleati sempre troppo dipendenti si è rivelato deleterio. Gli USA hanno bisogno dell’Europa e viceversa, non fosse altro per cercare di rallentare l’avanzata economica cinese, ma questo obiettivo è troppo limitante se si vuole fare prevalere i valori occidentali, ed è su questo tema che gli USA devono interrogarsi: oltrepassare i propri interessi immediati per raccogliere di più in futuro, anche dal punto di vista geostrategico, oltre che quello economico. Soltanto integrando maggiormente l’azione di USA e Europa si può riaffermare una supremazia, non più americana ma occidentale. Occorre un grande lavoro di mediazione perché le sfide e gli scenari saranno multipli e non su tutti si potrà imporre  una sintesi non sempre raggiungibile, ma questa è l’unica strada per potere cercare di contenere il terrorismo e le dittature e trovare nuove via per l’affermazione della democrazia, anche in forme diverse ma tali da superare forme dittatoriali politiche e religiose, che vogliono infiltrarsi nelle nostre imperfette democrazie.

Unione Europea in difficoltà con i nuovi flussi migratori dall’Afghanistan

Unione Europea in allarme per le possibili conseguenze, soprattutto a livello interno, delle migrazioni provenienti dall’Afghanistan, che si preannunciano numericamente molto consistenti. Potenzialmente si prevede una situazione molto complicata da gestire: nell’immediato a preoccupare è la gestione dei flussi migratori, ma molto più preoccupante è giudicata l’evoluzione dei rapporti tra gli stati europei, molti dei quali hanno già affermato di non avere intenzione di ospitare profughi ed anzi di operare respingimenti e rimpatri. Sul breve termine l’intenzione di Bruxelles è quella di rafforzare il sostegno economico alle nazioni che saranno immediatamente coinvolte nei movimenti migratori, con l’intenzione di favorire la permanenza in quei paesi immediatamente coinvolti, ma si tratta, evidentemente, di una soluzione che non ha una visione di lungo periodo; lo scopo è quello di prendere tempo per elaborare tattiche e strategie capaci di conciliare le esigenze di tutti i membri europei, trascurando, però, i principi di solidarietà tra gli stati, alla base della permanenza stessa all’interno dell’Unione. Il paese con il maggiore numero di afghani sul proprio territorio è la Germania, che si è detta indisponibile ad incrementare i migranti provenienti da questo paese. Al momento i ministri degli esteri dei paesi europei, con l’esclusione di Bulgheria ed Ungheria, hanno firmato una dichiarazione, insieme agli USA, che dovrebbe permettere a tutti i cittadini afghani che hanno intenzione di abbandonare il loro paese di poterlo fare, attraverso i confini dei paesi confinanti, ma si tratta di una dichiarazione di principio, che non prevede una soluzione materiale per il ricovero e l’assistenza dei migranti in fuga dai talebani. Una posizione ipocrita, anche se le responsabilità americane sono evidenti: il comportamento di Washington, oltre ad abbandonare i civili afghani alla dittatura religiosa dei talebani, espone prima i paesi confinanti e l’Europa dopo, ad un impatto migratorio notevole, che è la tragica replica di quanto avvenuto con la Siria, quando l’ignavia dell’amministrazione Obama ha permesso una guerra tragica, che si è allargata a gran parte del Medioriente. L’Europa rischia una nuova sospensione del trattato di Schengen e su questo elemento Biden dovrebbe riflettere molto, dopo quello che sembrava un atteggiamento favorevole con i vecchi alleati. Queste considerazioni devono tenere conto della questione all’interno dell’Europa, rappresentata dalle prossime elezioni tedesche, che decideranno il successore della cancelliera Merkel: a Berlino il dibattito sulle scelte dell’Alleanza Atlantica si è rivelato molto critico con Washington e ciò potrebbe diventare un problema per Biden, che potrebbe acuirsi con la questione migratoria. Come al solito Bruxelles segue Berlino e, seppure in maniera meno dura, condanna l’azione americana, confortata dai dati che la ritirata USA produrrà: si stima che i 12 milioni della popolazione afghana che aveva già difficoltà a reperire generi alimentari con il vecchio regime, aumenterà fino a 18 milioni di abitanti, con i talebani al governo. L’emergenza migratoria, così, non sarà solo politica ma anche alimentare e la relativa breve distanza, 4.500 chilometri, che separa il paese afghano dall’Europa si trasformerà in una nuova rotta dei profughi.  In questo scenario il ruolo di paesi come Iran e Pakistan, diventa cruciale per offrire sostegno ai migranti ed evitare pericolosi sviluppi dei rapporti interni all’Europa. Al momento l’Iran ospita almeno 3,5 milioni di profughi e per questo motivo Bruxelles finanzia Teheran con circa 15 milioni di euro, se il ruolo iraniano diventerà ancora più importante per ridurre la pressione migratoria, oltre ad un aumento, necessario, dei finanziamenti, non è escluso che Teheran non possa pretendere anche una revisione delle sanzioni, provocando una collisione tra Europa ed USA: un argomento che la Casa Bianca non dovrebbe sottovalutare. Importante è anche il ruolo pakistano, che ospita altri 3 milioni di rifugiati ed ha già ricevuto 20 milioni di euro nel 2020 e 7, fino ad ora, nel 2021. La concomitanza dei finanziamenti inadeguati delle Nazioni Unite, impone per l’Europa ad innalzare i finanziamenti verso i paesi che gli permettono di alleviarne la pressione migratoria. Certo una tattica unicamente impostata in questo modo espone Bruxelles a potenziali ricatti e la debolezza internazionale dell’Unione non aiuta a superare questo pericolo: una ragione in più per impostare in modo differente la politica europea, in maniera di diventare soggetto politico di prima grandezza, oltre il ruolo prettamente economico attuale.   

Londra vorrebbe negoziare di nuovo le regole per l’Irlanda del Nord

Le regole della Brexit, che riguardano il transito delle merci dalla frontiera nordirlandese, sono sgradite a Londra per i problemi pratici che stanno generando e ciò ha indotto il governo britannico a chiedere a Bruxelles una modifica di questa regolamentazione. Nel suo discorso alla Camera dei Lord, il ministro per la Brexit ha espressamente affermato la necessità di modifiche essenziali per il protocollo per l’Irlanda del Nord già concordato con l’Unione Europea. La situazione istituzionale che si potrebbe creare e che è stata recepita come una possibile minaccia a Bruxelles, potrebbe essere il ricorso all’applicazione dell’articolo 16, che può permettere ad entrambe le parti il recesso dalle regole firmate e che regolano l’intera uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Una eventualità che potrebbe avere conseguenze nefaste per i rapporti tra Londra e Bruxelles e che comprende diverse possibili soluzioni: dalla rottura totale fino ad una, molto improbabile, ripresa dei negoziati. Tra le due parti, pur se entrambe hanno molto da perdere con una eventuale sospensione degli accordi faticosamente raggiunti, la Gran Bretagna appare avere maggiori svantaggi in prospettiva, con l’assenza di norme comuni per i reciproci rapporti commerciali. Se l’intenzione del ministro inglese è stata quella di minacciare un ritiro dagli accordi, l’impressione è che sia stata una mossa quasi disperata, che segnala l’incapacità di Londra di gestire una situazione liberamente sottoscritta; del resto la reazione europea è stata quella ampiamente attesa: un rifiuto a rinegoziare il protocollo, giudicando inaccettabile questa soluzione, pur dicendosi disponibile alla ricerca si soluzioni per risolvere i problemi. La posizione europea sembra essere una manifestazione di buona volontà, ma non del tutto reale, nel senso che esibire una prova di forza potrebbe essere favorevole ai britannici, viceversa un atteggiamento più fermo, nel rispetto di quanto firmato, ma comunque collaborativo espone Londra alla ricerca di soluzioni non traumatiche. Il motivo del contendere restano i controlli europei imposti alle merci in entrata dalla frontiera nordirlandese, ritenuti da Londra eccessivi; tuttavia questa scelta è stata obbligata per non introdurre i controlli doganali con quello che è uno stato non più appartenente all’Unione. Probabilmente Londra ha sottovalutato le difficoltà pratiche di questi controlli o ha provocato queste difficoltà proprio per rinegoziare l’utilizzo dell’unico contatto fisico terrestre con l’Unione; anche le spiegazioni britanniche, alla ricerca di un nuovo equilibrio, anche in aiuto di Bruxelles per proteggere il proprio mercato unico, appaiono pretestuose e sospette. La lettura più probabile è che il governo inglese patisca una situazione creata da sé stesso, che è un misto di incompetenza e sfrontatezza, dove lo scopo è quello di aggirare le norme firmate per accedere al mercato europeo da una scorciatoia, peraltro ampiamente prevista dall’Unione Europea. Una ulteriore valutazione da fare è che il protocollo che riguarda l’Irlanda del nord è il tema più delicato per i nazionalisti più estremi, che rappresentano una quota rilevante dell’elettorato di Boris Johnson e, nonostante una approvazione a grande maggioranza del parlamento inglese, restano un tema molto contestato, diventando un fattore di equilibrio degli assetti del partito conservatore. Le difficoltà del governo inglese devono tenere conto di tutte le componenti per potere mantenere il potere e la questione della Brexit è stata determinante per raggiungere il potere attraverso le ultime elezioni: un mancato appoggio delle parti più estreme dei nazionalisti può vanificare il progetto di governabilità del premier londinese. Allo stato attuale delle cose, il giudizio sul governo inglese sfiora l’inaffidabilità perché pretende di rinegoziare norme appena firmate, che non sono certo state imposte dall’Europa: l’ennesima conferma, che, malgrado tutto, l’uscita inglese dall’Europa, sul lungo periodo, non potrà essere che vantaggiosa per Bruxelles, perché, sul piano politico, quello perso è un membro che non garantisce alcuno spazio di progettualità condivisa e rappresenta una lezione che non si può non applicare ad altri membri di convenienza, come era lo stesso Regno Unito, per riportare l’Unione Europea all’interno dei suoi scopi fondativi, lasciando perdere una inclusività forzata e non giustificata dalla convenienza generale.

Problemi relativi a volere ampliare l’Unione Europea con i paesi balcanici

La visione inclusiva della Germania, probabilmente in parte spiegabile con i vantaggi economici da ricavare per sé stessa, dei paesi balcanici all’interno dell’Unione Europa vede una accelerata da parte della cancelliera Merkel, che ha recentemente ribadito la propria posizione, pur riconoscendo che il processo di integrazione necessita ancora del raggiungimento di diverse condizioni e requisiti. Secondo la Merkel i sei paesi balcanici, che non sono ancora stati integrati nell’Unione Europea, devono potere aderire a Bruxelles perché ciò è di fondamentale importanza strategica per l’Europa e l’Unione deve essere protagonista e condurre questo processo. Questa visione è condizionata dal timore, europeo e statunitense, che la vitalità dell’azione politica e finanziaria, soprattutto della Cina, ma anche della Russia, possa portare ai confini europei delle presenze ingombranti, sia dal punto di vista geopolitico, che militare. Si tratta di una perplessità condivisibile, che, però, non può giustificare adesioni avventate perché poco convinte dei valori europei e che, di conseguenza, potrebbero trasformarsi in fattore di alterazione ulteriore dei già fragili equilibri interni all’Unione. La questione è fondamentale per la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea: le adesioni strumentali ai soli benefici economici di gran parte dei paesi dell’ex blocco sovietico, dovrebbero costituire un monito per praticare una accettazione di nuovi membri basata su criteri più selettivi e sicuri per la casa comune europea. Ormai troppe volte casi come il rifiuto della condivisione dei migranti o la promulgazione di leggi illiberali ed in palese contrasto con i principi ispiratori dell’Europa unita, hanno scatenato confronti aspri tra i membri dell’Unione, che ne hanno rallentato la vita politica. Ha Occorre ricordare anche il caso della Brexit, come monito sempre attuale di paese mai del tutto convinto del progetto europeo, ma in grado di assicurarsi, comunque, vantaggi consistenti per la propria economia. Se i dubbi inglesi erano fondati su temi utilitaristici, per i paesi balcanici il vero interrogativo è se questi popoli e, di conseguenza i governi che esprimono, hanno la maturità democratica necessaria per potere aderire all’Europa. Questo interrogativo ha tutt’ora una risposta purtroppo negativa se si pensa all’operato ed alle leggi, che calpestano i diritti civili all’interno dell’Unione, di paesi come Polonia ed Ungheria, che si sono rivelati palesemente immaturi dal punto di vista del pensiero democratico, probabilmente perché al loro interno non hanno compiuto un processo capace di elaborare i valori democratici in modo completo. La presenza, ancora troppo invadente, all’interno delle società di questi paesi della consuetudine comunista anti-libertaria sta ancora condizionando la capacità di accettare l’evoluzione sociale di quei paesi, favorendo una ideologia tipica nei modi dell’estrema destra, non distante, quindi, dalla concezione totalitaria vigente nel blocco sovietico. Se le parti dei paesi balcanici realmente favorevoli all’ingresso nell’Unione, non solo per i benefici economici, sapranno emergere e mostrare un reale cambiamento della società di quei paesi, nulla impedirà ad essi di entrare in Europa, ma per il momento i dubbi appaiono ancora molti. Sacrificare ulteriormente i valori europei, soltanto per impedire l’avanzata cinese e russa, appare una soluzione peggiore del problema, quando sarebbe, invece, opportuno interrogarsi se continuare a permettere di fare parte dell’Europa a nazioni che non stanno meritando affatto questo privilegio. Invece che una politica troppo inclusiva sarebbe preferibile attuare criteri di inclusione più stringenti, necessari ad una maggiore tutela della coesione europea. Si può obiettare che una tale politica potrebbe allontanare troppo i pretendenti all’ingresso nell’Unione fino a scelte totalmente contrarie, tuttavia l’esempio turco dice che avere impedito ad Ankara di entrare a Bruxelles ha preservato l’Europa di avere al suo interno una vera e propria dittatura, che avrebbe portato soltanto scompiglio dentro le istituzioni europee, con conseguenze del tutto destabilizzanti per la vita dell’Unione. Occorre quindi elaborare tattiche alternative ad un processo di dentro o fuori, che sappiano sorpassare i tempi ed i modi attuali di inserimento, pur non certo brevi. Una idea potrebbe essere una collaborazione basata su una sorta di federazione all’Unione degli stati non ancora membri, con possibilità per i funzionari europei di vagliare dal di dentro delle istituzioni di questi paesi la capacità della democrazia e del rispetto dei diritti, per ottenere un giudizio più diretto delle reali intenzioni degli stati candidati. Quello che serve, in conclusione, è la verifica del reale convincimento dell’adesione all’Europa, per scongiurare ingressi dovuti al recepimento esclusivo di benefici economici, ma anche evitare che membri storici dell’Unione ne possano trarre vantaggi.

Le manovre militari dell’Alleanza Atlantica in Ucraina irritano la Russia

Le esercitazioni militari tra Ucraina, Stati Uniti ed Alleanza Atlantica, rischiano di compromettere il periodo di calma, seppure instabile, tra Mosca e Washington. La distensione che è seguita al vertice tra Putin e Biden, che si è tenuto lo scorso mese, incomincia ad essere soltanto un ricordo. Il Cremlino, infatti, avverte le manovre militari congiunte come un affronto ed una minaccia proprio perché vengono effettuate in una zona che la Russia ritiene di sua influenza esclusiva. Naturalmente ciò implica anche ragioni di politica internazionale, che riguardano l’atteggiamento espansionistico degli Stati Uniti in Ucraina: la ragione fondamentale è che Mosca rifiuta di avere truppe dell’Alleanza Atlantica sui propri confini, che è anche il motivo per cui ha sempre rifiutato la possibilità dell’ingresso di Kiev sia nell’Unione Europea, che nella stessa Alleanza Atlantica. Se nella contrarietà verso una intesa con Bruxelles ci sono anche ragioni economiche, l’avversione ad un ingresso nell’Alleanza Atlantica è giustificato dal timore di non avere più uno spazio fisico tra le guarnigioni occidentali e quelle di Mosca, con ovvie potenziali minacce ravvicinate, soprattutto di tipo missilistico, che esporrebbero il paese russo ad una costante minaccia da parte degli Stati Uniti; questa visione è di medio periodo, mentre sul breve l’esigenza funzionale agli  interessi russi è che non ci siano alleati del paese ucraino nei territori contesi con Mosca, dove continuano i combattimenti, capaci di rovesciare le sorti del conflitto. I numeri impiegati dicono che Mosca non ha torto a temere queste manovre militari ed anche ad interpretarle come una minaccia rivolta verso la Russia: infatti nel 2019, le ultime esercitazioni effettuate prima della pandemia, i paesi partecipanti furono 19 contro i 32 attuali e le navi militari impiegate sono passate da 32 a 40. Senza dubbio questo incremento è dovuto alla capacità di Biden di sapere aggregare i paesi alleati e di avere saputo focalizzare l’Ucraina come punto di interesse generale dell’Alleanza Atlantica; in questo Mosca aveva ragione a preferire Trump come inquilino della Casa Bianca ed a impegnarsi affinché venisse rieletto. Aldilà delle implicazioni di carattere politico il vero obiettivo di queste esercitazioni è quello di fornire un adeguato addestramento ai militari ucraini per quanto riguarda i metodi e le modalità di combattimento dell’Alleanza Atlantica e ciò sembra propedeutico ad un ingresso nell’alleanza occidentale più o meno ufficiale, ma comunque con l’intento di integrare le forze armate ucraine con quelle dell’Alleanza Atlantica, anche se, di fatto, queste esercitazioni si tengono fin dal 1997, ma hanno acquisito maggiore importanza dopo l’annessione del territorio ucraino della Crimea alla Russia, con una modalità condannata da gran parte della comunità internazionale. Il fatto che, gli Stati Uniti siano i grandi finanziatori delle manovre militari, deve essere associato alla disponibilità che l’Ucraina fornisce ad usare il proprio territorio come base logistica ed alla possibilità di accesso a forze straniere al suo interno. Le rimostranze russe sono state di ordine militare e geopolitico e si è sfiorato lo scontro quando una nave inglese è stata accusata di avere violato il confine delle acque territoriali della Crimea e quindi della Russia, con le forze di Mosca che hanno aperto il fuoco contro la nave dell’Alleanza Atlantica, primo episodio del genere dalla fine della guerra fredda. Si comprende come questo stato di cose può favorire incidenti che possano degenerare in situazioni ben più pesanti; paradossalmente gli scenari possibili, in questa fase storica, sembrano essere molto più pericolosi di quando era in atto la guerra fredda che si fondava sull’equilibrio del terrore e dove ciascuno dei due contendenti aveva campi ben delimitati, che non potevano essere mai stati oltrepassati. Al contrario la forte precarietà degli attuali equilibri sembra favorire una serie di conflitti a bassa intensità potenziale, ma che possono scatenare situazioni ben peggiori. Uno dei pericoli è che la Russia appare isolata, soprattutto da Pechino, che potrebbe fornire aiuti soltanto se funzionali ai suoi interessi e comunque non in modo paritario, ma tale da mettere Mosca in ruolo subordinato, questo aspetto dell’isolamento russo rischia di fare incrementare a Mosca azioni militari non classiche, ma che sono ormai entrate nella pratica moderna: l’attivismo degli hacker russi costituisce, infatti, un ulteriore terreno di scontro non convenzionale, che, però, rischia di coinvolgere le armi classiche: un pericolo in più da una nazione messa alle strette che non può più esercitare il suo ruolo di prima potenza a cui non ha però rinunciato.

Per l’Europa e l’occidente è essenziale combattere il fondamentalismo islamico in Africa

I paesi occidentali temono la crescita dei movimenti radicali islamici in Africa, dove sono cresciuti gli episodi di violenza con un incremento molto rilevante, che ha contato circa 5.000 attentati con oltre 13.000 vittime, soltanto lo scorso anno. Lo spostamento di formazioni estremiste, come lo Stato islamico, dai paesi asiatici, come Siria ed Iraq, dove il fenomeno è praticamente sotto controllo, ai paesi africani, seguendo una direttrice da oriente ad occidente, pone grandi parti del continente africano sotto stretta osservazione, anche per la relativa vicinanza con l’Europa e gli ovvi contatti con temi quali l’emigrazione ed il rifornimento energetico, sempre più al centro delle problematiche europee. Non va dimenticato come, sul tema dell’emigrazione, i continui dissidi tra i membri dell’Unione Europea possano essere sfruttati come fattore di destabilizzazione dai fondamentalisti islamici, sempre più alleati delle bande dei trafficanti di uomini, sia come capacità di gestione dei flussi, che di introduzione in Europa di potenziali agenti, capaci di compiere attentati. Se i primi paesi minacciati da questi nuovi sviluppi, nell’immediato sono l’Italia e la Spagna, è ovvio che una incapacità di gestione globale da parte dell’Europa, investe proprio il vecchio continente, ancora molto diviso sulle possibili soluzioni dell’argomento. Su questo tema la nuova amministrazione americana è molto sensibile, perché basa la propria leadership atlantica sulla collaborazione con l’Europa e ritiene la sicurezza del vecchio continente un argomento centrale della propria strategia geopolitica. Probabilmente Washington, al suo interno, non vuole ripetere gli errori di valutazione compiuti da Obama, con la guerra siriana ed intende impedire uno sviluppo militare di formazioni islamiste in Africa, dove, peraltro sono già presenti ed attive, per impedire l’apertura di un nuovo fronte di impegno e, soprattutto, di pregiudicare la sicurezza europea, che implicherebbe uno sforzo ancora maggiore per gli USA.  Attualmente il punto geografico cruciale è il Shael, dove la presenza dei fondamentalisti è favorita da uno scarso presidio delle forze governative dei diversi paesi che governano l’area, oltre alla conformazione fisica del territorio, che consente una estrema libertà di movimento alle milizie islamiste. Anche la diffusione della pandemia ha favorito l’attività dei fondamentalisti, rallentando gli incontri diplomatici per la soluzione del problema, tuttavia l’assicurazione della collaborazione alla lotta al terrorismo islamico di Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mauritania e Yemen, rappresenta una ulteriore garanzia che il problema viene percepito a livello sovra continentale come urgente e molto pericoloso. L’attività di contrasto non potrà non prevedere un impegno sul campo, ma su questo versante i paesi europei sono riluttanti ad un impegno di proprio personale direttamente sul terreno africano, piuttosto si preferisce una scelta di operazioni di intelligence, in grado di anticipare le mosse dei terroristi e, soprattutto, bloccare i finanziamenti dei gruppi fondamentalisti. Questa impostazione appare però soltanto una parte della possibile soluzione del problema: infatti senza un contrasto militare diretto, appare difficile riuscire a debellare il problema del tutto, anche perché la presenza fisica delle formazioni terroriste, da una parte riesce nel proselitismo delle popolazioni della zona e con quelle che non riesce ad integrare pratica un regime di terrore, che, in ogni caso, rappresenta un punto di forza nel presidio del territorio. La sfida per gli occidentali è sapere coinvolgere gli eserciti dei paesi della fascia del Shael, almeno con finanziamenti, forniture militari ed addestramento delle truppe regolari; certamente i finanziamenti dovranno riguardare non solo l’aspetto militare ma anche, ed in maniera sostanziosa, tutto ciò che può riguardare lo sviluppo dei paesi coinvolti, in termini di infrastrutture, presidi medici e sviluppo dei settori produttivi. La questione africana, a lungo rimandata, dai paesi occidentali, si ripresenta così sotto forma di  urgenza che ha come scopo la sicurezza stessa dell’Europa e dell’occidente, ma è, allo stesso tempo, una occasione di sviluppo globale che non può essere sprecata, anche per strappare l’Africa ad una influenza cinese, ormai male sopportata dagli stessi africani.