Gli USA e l’occidente aumenteranno gli aiuti militari a Kiev per favorire la riconquista dei territori perduti

Nonostante la potenziale supremazia russa, lo scenario del conflitto ucraino appare in una costante evoluzione, che sta diventando meno positiva per Mosca. Secondo Washington l’offensiva di Kiev è costante e pianificata, grazie ai progressi ottenuti dai militari dell’Ucraina nelle azioni compiute nel sud del paese contro le truppe della Russia. Parallelamente a questi successi per Kiev la buona notizia sono i rinnovati aiuti militari, provenienti non solo dagli USA, ma anche da quei paesi che temono l’invasione russa. Dopo l’inizio delle ostilità, risalente a sei mesi prima, l’occidente intravede segnali positivi sul terreno, grazie alla riconquista di alcune città ucraine sottratte all’occupazione di Mosca; ciò permette di intravvedere uno scenario diverso da quello finora presente, dove Kiev si era limitato a resistere all’invasione russa, ma con una evoluzione verso una possibile riconquista del terreno perduto. Questa prospettiva è stata certificata dal Segretario della Difesa statunitense di fronte ai ministri della difesa dei paesi aderenti all’Alleanza Atlantica ed ai rappresentanti di cinquanta nazioni che appoggiano gli sforzi ucraini. Il teatro della riunione è stata la base militare di Ramstein, dove sono stati formalizzati gli aiuti per 675 milioni di dollari relativi ad armamenti speciali, veicoli blindati ed armi leggere; in particolare i razzi, gli obici ed i sistemi anticarro, che si stanno rivelando fondamentali per la riscossa di Kiev. Questa forniture sono necessarie per rifornire le armerie di ucraine, dopo che gli arsenali di produzione sovietica e russa stanno terminando. Gli USA hanno anche sostenuto la necessità di una maggiore partecipazione negli aiuti per l’Ucraina per conseguire l’obiettivo di sconfiggere Putin. Dal punto di vista della durata del conflitto gli analisti ipotizzano uno scenario che può contemplare una durata di più anni, ben lontano dalle previsioni di una conclusione rapida, proprio per questo è necessario implementare ed ammodernare la dotazione delle armi per l’Ucraina e formare grandi riserve di munizioni leggere e pesanti. Questo fattore è ritenuto strategico, non solo per il contenimento della Russia, ma anche per continuare il processo di riconquista dei territori ucraini sottratti da Mosca ed arrivare a condizioni favorevoli per chiudere il conflitto. Gli Stati Uniti si confermano il paese maggiormente impegnato nello sforzo finanziario per il sostegno di Kiev, l’attuale amministrazione della Casa Bianca ha sottoscritto un impegno per la fornitura di circa 13,5 miliardi di dollari di armamenti compatibili con i sistemi di artiglieria dell’Alleanza Atlantica, armi ritenute più moderne di quelle usate dai russi e che stanno fornendo i risultati sperati contro Mosca. Certamente il solo rifornimento di armamenti non è sufficiente, occorrono anche attrezzature contro il clima rigido, che i combattenti dovranno affrontare il prossimo inverno e l’addestramento, sempre più intenso dei militari ucraini all’utilizzo dei nuovi sistemi di armi, così diversi dall’impostazione degli armamenti sovietici e russi. Questa nuova svolta del conflitto, che evidenzia concrete possibilità di ribaltare un pronostico che era tutto a favore della Russia, investe tutta una serie di riflessioni a livello militare e geopolitico, sui possibili comportamenti di Mosca, che dovranno essere tenute in grande considerazione, sia dagli strateghi ucraini, che occidentali. Putin non può più tornare indietro: il suo prestigio e quello della sua cerchia di governo, sarebbe fortemente compromesso: una sconfitta in Ucraina non è stata nemmeno preventivata e già non avere risolto l’operazione militare speciale a proprio favore in poco tempo appare come un mezzo fallimento. Mosca ha sempre l’opzione nucleare, le cui conseguenze non sono prevedibili, se non in una guerra totale, in cui i cinesi difficilmente darebbero il loro appoggio. Le forniture di armi americane sono di gran lunga qualitativamente maggiori e la determinazione dei soldati russi non è paragonabile a quella degli ucraini; le sanzioni mettono a dura prova l’occidente, che tuttavia dal punto di vista energetico, seppure lentamente, stanno operando una riorganizzazione dei loro sistemi di approvvigionamento, mentre Mosca, già in default, tra poco proverà la che carenza di prodotti occidentali, sarà difficilmente rimpiazzabile con prodotti analoghi provenienti da altre zone del mondo: non si tratta di generi voluttuari, ma di prodotti senza i quali le aziende non potranno funzionare, inoltre i blocchi finanziari e la vendita delle materie energetiche a prezzi scontati ridurrà la disponibilità di manovra di una economia già in affanno prima della guerra, come quella russa. Queste prospettive rischiano di indurre Putin a gesti estremi capaci di riportare il mondo indietro di molti anni, per evitare ciò occorre accostare alle misure attuali una strategia diplomatica che possa essere una scorciatoia per consentire di terminare il conflitto.

Cina e Russia useranno yuan e rublo per le loro transazioni di materie prime energetiche

L’atteggiamento cinese verso la Russia, circa l’invasione del paese ucraino, è stato finora ambiguo dal punto di vista politico, ma più netto dal punto di vista economico. Questa riflessione, infatti, spiega il comportamento adottato da Pechino fin dall’inizio delle ostilità verso Kiev, circa il rifiuto delle sanzioni a carico di Mosca, inteso come occasione inattesa di benefici economici per la Cina. Certo la vicinanza politica con la Russia esiste comunque, ma è da inquadrare più in funzione antiamericana, piuttosto che con motivazioni realmente condivise, se non come fatto che ha creato una sorta di precedente per una eventuale invasione di Taiwan. Questa possibilità, seppure concreta, è comunque ritenuta ancora lontana dalla maggior pare degli analisti. Tutto parte dalla necessità di Mosca di trovare altri mercati per le materie prime, dopo che, di fatto, ha perso per ritorsione, quello europeo. La Cina è sempre stata alla ricerca di forniture energetiche per sostenere una crescita necessaria ad innalzare il paese a livello di grande potenza ed a creare la ricchezza interna necessaria ad evitare troppe contestazioni al suo sistema di governo. Il paese cinese è così il mercato che serve a Mosca per vendere le sue materie prime, anche se fortemente scontate, per assenza di domanda. I due paesi hanno trovato un accordo sulle valute di cambio che esclude sia l’euro, che il dollaro, a favore di yuan e rublo: con un sistema di pagamento che prevede l’utilizzo di metà delle due valute per ogni transazione. Se per la Russia l’intento è quello di dare un segnale politico all’occidente, evitando l’utilizzo delle valute dei paesi ostili, che hanno congelato le riserve di Mosca all’estero, per la Cina l’incremento dell’uso dello yuan sul piano internazionale ha un significato economico molto rilevante, perché permette alla sua moneta di raggiungere il quinto posto dopo dollaro, euro, sterlina britannica e yen giapponese, nella classifica delle valute più utilizzate. L’ambizione è quella di superare la moneta giapponese ed avvicinarsi al podio, come strumento funzionale alla sua politica estera, nell’ottica di favorire la sua espansione nei mercati emergenti di Asia ed Africa e quindi esercitare una quota ancora maggiore di soft power in queste regioni. Il rublo, al contrario, è uscito perfino dalle venti monete più usate e, con questo accordo, potrebbe cercare di risalire la graduatoria, anche, se al momento, con il paese sottoposto alle sanzioni questa possibilità più che remota, appare irrealizzabile, anche se l’intenzione di Mosca è di stringere un accordo analogo con la Turchia, che, pur essendo membro dell’Alleanza Atlantica, non ha aderito alle sanzioni. Ankara ha motivi pratici per approfittare della svendita del gas russo perché la sua economia è in forte difficoltà ed avere accesso in maniera favorevole a materie prime energetiche potrebbe favorire uno sviluppo del suo sistema produttivo. Attualmente la posizione della Russia nei confronti della Cina, sulle forniture di materie energetiche si colloca come primo fornitore, avendo superato anche l’Arabia Saudita sulle forniture del comparto petrolifero. La bilancia commerciale, trai due stati è nettamente a favore di Mosca che esporta verso Pechino beni per 10.000 milioni di euro, di cui l’ottanta per cento è relativo al settore energetico, mentre la Cina verso la Russia esporta soltanto beni per 4.000 milioni di euro. Pechino non sembra patire questo sbilanciamento perché gli permette l’accesso a condizioni favorevoli alle risorse energetiche russe e, nello stesso tempo, non giudica anche potenzialmente conveniente l’esportazione dei suoi prodotti verso il paese ex sovietico. L’accesso agevolato alle risorse russe, favorisce invece una maggiore produttività delle aziende cinesi, che potrebbe favorirne la competizione nei confronti delle imprese occidentali, statunitensi ed europee, generando una conseguenza indiretta delle sanzioni molto pericolosa. D’altra parte interrompere la politica delle sanzioni e degli aiuti, anche militari, all’Ucraina è senz’altro impossibile, malgrado alcuni politici di schieramenti di destra, in occidente, abbiano manifestato questo proposito. L’unione e la compattezza dell’occidente è anche una tutela contro l‘espansionismo cinese, che teme più di ogni altra cosa il blocco delle sue merci ai mercati più ricchi, che continuano proprio ad essere quelli dell’occidente schierato contro la Russia.

I dubbi sull’attentato di Mosca

Sull’attentato che ha ucciso la figlia del principale ideologo della supremazia russa sull’Eurasia, non possono non venire dubbi circa la sua strumentalità a sostegno della rivitalizzazione del consenso alla guerra contro l’Ucraina. Contribuisce a rafforzare questi dubbi anche la quasi immediata risoluzione del caso, da parte dei servizi segreti russi, avvenuta con una rapidità, che poteva essere utilizzata per sventare l’accaduto in maniera preventiva. Ad essere colpita è l’area più estremista che sostiene il presidente Putin, quella che risponde al padre della vittima he si richiama alla teoria, sviluppata con il crollo dell’impero zarista e messa da parte nel periodo comunista, di una Russia contrafforte dell’occidente liberale. Sebbene al padre della vittima, a cui poteva essere diretto l’attentato, sia stato da più parti indicato come l’ideologo di Putin, non esistono prove concrete di questo legame, tuttavia all’inquilino del Cremlino la presenza attiva di questa parte estremista dei suoi sostenitori è direttamente funzionale a quello che è sempre stato il suo programma elettorale, basato sul riportare la Russia a quello che è ritenuto il suo ruolo di grande potenza ed, attualmente, al programma militare e geopolitico di riconquistare il paese ucraino e riportarlo direttamente sotto la sua influenza, per mettere in pratica di ristabilire la zona di influenza che già apparteneva all’Unione Sovietica. La guerra contro Kiev, che doveva andare in tutt’altro modo, è anche una guerra contro l’occidente, ma per importanza Putin la ritiene obiettivo primario come più funzionale a diventare un esempio per tutti i popoli e le nazioni di quella che è ritenuta da Mosca la propria zona di influenza esclusiva: sottomettere l’Ucraina è un monito per tutti quei paesi che nutrono ambizioni di staccarsi dal dominio russo e, magari, andare verso l’occidente. Certo l’obiettivo è anche fermare l’espansione e la presenza occidentale sul confine russo, ma gli obiettivi, per forza di cosa vanno di pari passo. Il consenso generale dei russi verso l’operazione militare speciale appare sempre meno convinto, nonostante il divieto alla pubblica protesta, ci sono segnali di malessere per le sanzioni, che hanno provocato un abbassamento della qualità della vita della popolazione, e, soprattutto, la difficoltà di reperire i combattenti necessari per portare avanti il conflitto in Ucraina. L’obbligo di rivolgersi alle popolazioni più povere che forniscono militari impreparati, provenienti dalla parte orientale del paese è un segnale eloquente del rifiuto di arruolarsi e, quindi di condividere la guerra di Putin, da parte delle popolazioni russe più abbienti e colte; inoltre cresce l’ostilità dei familiari dei caduti e dei militari fatti prigionieri degli ucraini, che sempre più spesso ricorrono ad ogni mezzo per avere notizie dei loro congiunti. Putin si trova in una situazione senza via di uscita: un eventuale ritiro equivarrebbe ad una sconfitta ed una sconfitta potrebbe fare cadere tutto l’impianto di potere della Russia, questa valutazione porta a due considerazioni sull’attentato: malgrado Mosca abbia fin da subito accusato l’Ucraina, appare difficile che Kiev avere portato a compimento una operazione così difficile, senza, poi neppure rivendicarla. Esiste anche l’eventualità che l’ordigno possa essere stato collocato da terroristi russi contrari al regime di Putin, ma questa possibilità appare ancora più difficile in un regime dove il controllo degli apparati di sicurezza è molto stringente ed utilizza strumenti tecnologici di alto livello, come il riconoscimento facciale. Se si escludono queste ipotesi, quindi, non si può che presupporre un attentato provocato dallo stesso apparato russo per sollecitare un maggiore risentimento verso il paese ucraino, del resto le dichiarazioni minacciose dei sovranisti e nazionalisti presenti al funerale sono state particolarmente violente verso Kiev. Se ciò, però, dovesse essere vero, vorrebbe dire che Putin avverte cedimenti anche dalla parte più nazionalista e favorevole alla guerra dei suoi sostenitori: un fatto tanto preoccupante perché denuncia la distanza dal presidente russo dai suoi seguaci più convinti della giustezza dell’operazione militare, tanto da dovere avere bisogno di un atto provocatorio per suscitare lo sdegno necessario per il sostegno al conflitto. L’altra ipotesi è che con l’attentato si dia concretezza alla speranza di assicurare un maggiore sostegno nelle fasce di popolazione più restie alla guerra, ma comunque sensibili al nazionalismo russo. In ogni caso un gesto disperato del regime del Cremlino che segnala una crescente difficoltà sul terreno di battaglia e su quello del gradimento in patria, che potrebbe rappresentare l’inizio della fine per il capo del Cremlino e della sua banda.  

Iran, Russia e Turchia si incontrano in un vertice trilaterale

La Russia esce dall’isolamento internazionale da quando ha iniziato la guerra di aggressione contro l’Ucraina. Nella capitale iraniana Putin ha incontrato Erdogan ed il padrone di casa, il presidente dell’Iran Raisi. Oltre la scusa del negoziato per sbloccare il trasporto del grano, i tre capi di stato hanno parlato di temi circa la cooperazione tra i tre paesi per debellare definitivamente le organizzazioni terroristiche per garantire la popolazione civile nel rispetto del diritto internazionale. Risulta curioso che proprio tre paesi che continuano a violare il diritto internazionale da diverso tempo si richiamino proprio al suo rispetto. In realtà i tre paesi hanno una visione particolare del rispetto delle norme internazionali, cioè quella funzionale ai loro singoli interessi; in questa fase la Russia vuole prendere parte dell’Ucraina, se non tutta, perché la considera come zona di propria influenza, la Turchia vuole debellare le milizie curde in Siria e l’Iran sconfiggere lo Stato islamico, non in quanto tale, ma perché formato da sunniti. Erdogan e Putin hanno fatto un incontro bilaterale, che aveva come tema principale il grano, ma dove il presidente russo ha lamentato la presenza delle sanzioni, in questo caso sui fertilizzanti, che bloccano la produzione agricola, contribuendo ad aumentare i problemi della denutrizione mondiale, tuttavia la presenza della Turchia appare oltremodo singolare perché è pur sempre un componente dell’Alleanza Atlantica: è chiaro che la strategia di Erdogan ha come obiettivo una rilevanza internazionale ma è un comportamento che non può essere stato concordato con la NATO e che qualifica la Turchia come un membro sempre meno affidabile.  Nel frattempo l’Iran ha sottolineato la legittimità dell’invasione del paese ucraino da parte di Mosca, motivandola con la necessità di fermare l’avanzata occidentale e l’obiettivo americano di rendere più debole Mosca. Per l’Iran l’organizzazione di questo vertice trilaterale è la risposta alla visita di Biden ad Israele ed Arabia Saudita, storici nemici di Teheran. Uno degli altri motivi dell’incontro è stata la Siria: Russia ed Iran sostengono il regime di Assad, mentre le ambizioni della Turchia sul Kurdistan siriano sono ormai tristemente note: l’obiettivo sarebbe quello di fare terminare la guerra siriana, che, ormai, è in corso da undici anni e, proprio a questo scopo, Mosca e Teheran hanno fatto pressioni su Ankara affinché Washington non fornisca più aiuto ai ribelli che controllano le aree dove Assad non riesce a ristabilire il suo dominio. L’obiettivo minimo per la Turchia è quello di avere una striscia di territorio di trenta chilometri tra il confine turco e la zona occupata dai curdi, per raggiungere questo scopo Erdogan ha minacciato un intervento armato, a cui, però sono contrari sia la Russia, che l’Iran, favorevoli ad un ritorno nella zona della sovranità di Assad e perché sono stati entrambi sollecitati dai curdi per avere protezione da eventuali attacchi da parte di Ankara. I tre paesi formano il comitato di garanzia per la Siria, detto di Astana, e riconosciuto dalle Nazioni Unite; secondo il regime siriano la Turchia starebbe approfittando di questo ruolo per perseguire i propri fini, anziché operare per la fine del conflitto siriano. L’incontro è servito anche per cercare di aumentare di quattro volte gli scambi commerciali, da 7.500 a 30.000 milioni di dollari, tra Turchia ed Iran. Occorre ricordare che Ankara ha decisamente cambiato in positivo i suoi rapporti con l’Arabia Saudita, dopo l’omicidio sul suo territorio di un giornalista arabo di opposizione, tralasciando la questione e sviluppando accordi commerciali con i sauditi, per risollevare l’economia turca in crisi. La ripresa di queste relazioni aveva causato la protesta iraniana, che il recente vertice ha avuto come scopo anche il ristabilire contatti positivi tra i due paesi. In effetti lo sviluppo di una espansione commerciale serve ad entrambe le parti: per l’Iran è una maniera di aggirare le sanzioni e per la Turchia costituisce l’ennesimo tentativo di risollevare un’economia in grave crisi, tuttavia dal punto di vista geopolitico non si comprende se Ankara è un alleato inaffidabile dell’occidente o se questi contatti, sia con l’Iran, che con Mosca, non siano il tentativo di mantenere una sorta di collegamento con questi paesi su mandato ufficioso proprio da parte occidentale. La differenza, ovviamente, è molto rilevante e può determinare il futuro politico della Turchia.

Il ministro degli esteri russo, per la prima volta dall’inizio del conflitto, presente ad un grande evento internazionale

Come prologo al G20, che si terrà il prossimo novembre a Bali in Indonesia, in questi giorni, nella stessa località si tiene il G20 che riguarda i ministri degli esteri delle prime venti economie del mondo. Si tratta di una occasione notevole, soprattutto per la Russia, che può ottenere una visibilità che gli sta mancando con il progredire del conflitto ucraino. Il ministro degli esteri di Mosca, dopo l’inizio dell’invasione chiamata operazione militare speciale, avvenuta il 24 febbraio, ha compiuto diverse missioni diplomatiche che, però, sono stati quasi esclusivamente vertici bilaterali, senza avere mai l’occasione di potere frequentare un evento multilaterale di portata mondiale. Essere presente per la Russia rappresenta un’occasione imperdibile, anche se ha sollevato parecchie critiche da parte dei paesi occidentali, che hanno boicottato i colloqui con il massimo rappresentante di politica estera di Mosca, sottolineando la necessità di non firmare alcuna dichiarazione congiunta ed arrivando ad esprimere pareri favorevoli all’esclusione della Russia da tutte le riunioni del G20. La ragione è quella di non fornire una platea così importante e che fornisce ampia risonanza internazionale ad un paese che, invadendone un altro, ha violato ogni regola del diritto internazionale. Questa opinione, largamente condivisa dai paesi occidentali non è condivisa da nazioni come Cina, Indonesia, India e Sud Africa, che hanno assunto atteggiamenti più concilianti verso Mosca, soprattutto sul tema delle sanzioni. La Russia in questo è affiancata in maniera esplicita dalla Cina nel negare la legittimità delle sanzioni economiche e politiche contro Mosca, adottate dall’occidente, perché decise al di fuori delle Nazioni Unite. Questa obiezione non pare degna di un possibile accoglimento, anche aldilà della palese violazione russa e per avere compiuto crimini di guerra contro la popolazione civile, proprio perché il meccanismo di funzionamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prevede che i membri permanenti, tra i quali ci sono Cina e Russia, possano esercitare diritto di veto sulle risoluzioni, in questo caso in aperto contrasto sull’obiettività del giudizio e sul conflitto di interessi di Mosca. Malgrado le resistenze dei colleghi occidentali il ministro russo è stato capace di attirare l’attenzione, non solo per la sua presenza, ma per l’incontro con il suo omologo cinese, dove sono stati trovati diversi punti di convergenza, soprattutto contro gli Stati Uniti, accusati di praticare una politica espressamente diretta al contenimento di Mosca e Pechino, anche mediante il sovvertimento dell’ordine mondiale. Il ministro cinese ha sottolineato come, nonostante le difficoltà, rappresentate dal peso delle rispettive sanzioni, i due paesi restino uniti in una prospettiva strategica comune, Questa dichiarazione, aldilà dell’obiettivo rappresentato dagli Stati Uniti e, quindi, di riflesso da tutto l’occidente, pone seri interrogativi sull’atteggiamento cinese circa il proseguimento del conflitto e sulla posizione di Pechino. La Cina, pur contraria, per tutelare i propri interessi commerciali, allo stato di guerra non gradisce l’invadenza di Washington circa Taiwan, un caso molto analogo ai territori dell’Ucraina orientale o della Crimea ed inoltre l’avversione è aumentata dopo gli USA hanno nuovamente accusato in modo esplicito i cinesi di praticare spionaggio industriale. Il problema, peraltro, è concreto ed ha costretto gli Stati Uniti a contrastare anche quelle aziende occidentali che collaborano con Pechino. La Cina vede in questo atteggiamento un comportamento americano analogo a quello praticato contro la Russia con l’espansione dell’Alleanza Atlantica e quindi dell’influenza USA nei paesi ex sovietici, che Mosca considerava aree di propria influenza: l’arrivo potenziale americano sui confini russi, giustifica, almeno in parte, la reazione russa. L’analogia con l’attività americana in Russia, per la Cina ha una doppia valenza e riguarda sia Taiwan che l’espansione commerciale che permette la crescita del prodotto interno lordo, ritenuta una necessità irrinunciabile per il governo della Repubblica Popolare. Se si comprendono le ragioni statunitensi per una analoga crescita dell’economia nel contesto globale, in evidente competizione proprio con la Cina, alcune ragioni potrebbero essere mitigate in ragione di togliere un sostegno, che sembra in incremento, da parte di Pechino verso Mosca. Togliere, almeno in parte, l’appoggio cinese, costringerebbe Putin a rivedere le sue posizioni nella guerra ucraina e potrebbe essere la via più veloce verso una tregua e la conseguente fine del conflitto.

L’Alleanza Atlantica avverte la Russia e la Cina circa la tutela dei propri interessi

L’incontro di Madrid dell’Alleanza Atlantica ha sancito il cambio di impostazione e finalità dell’organizzazione di Bruxelles, ma ha, soprattutto, permesso di registrare una nuova vitalità dettata dalle contingenze del momento, che vengono assunte come scenario di lungo periodo e di difficile soluzione, per il quale occorre una presa d’atto ufficiale, che obbliga a decisioni pratiche per contrastare gli avversari. Una delle maggiori novità è l’abbandono della neutralità da parte di Svezia e Finlandia per entrare nell’Alleanza Atlantica, appianate le divergenze con la Turchia, con una tempistica piuttosto rapida se messa in relazione ai comportamenti di Erdogan, che consente un allargamento notevole dell’area delle potenziali operazioni, dove è molto rilevante la frontiera che il paese finlandese divide con la Russia, ormai accerchiata ad ovest dei suoi confini. L’importanza del ruolo, involontario, di Mosca come propulsore allo slancio dell’Alleanza Atlantica, ha consentito una presa d’atto forte sulla necessità della tutela dei confini e della conseguente integrità territoriale, nonché della sovranità dei singoli stati che appartengono all’Alleanza. Sebbene la Russia rappresenti l’emergenza più attuale, che obbliga a considerare la crisi presente come la peggiore dalla fine del secondo conflitto mondiale e, che di conseguenza rende necessario un riarmo massiccio e, probabilmente, una grande mobilitazione di militare, la visione dell’Alleanza Atlantica deve essere per forza di cose, ben più ampia. Lo scenario mondiale generale, aldilà di quello europeo, acuisce la concorrenza strategica nel contesto globale e le sfide, presenti e future sull’economia diventeranno sempre più esasperate, ma non solo: la multipolarità della scena diplomatica comprende notevoli rischi per gli assetti geopolitici, la presenza delle emergenze terroristiche e la proliferazione nucleare, costituiscono minacce sempre più concrete a cui rispondere. Se la Russia è il presente più urgente, non viene tralasciato il rapporto con la Cina, con cui necessita di trovare un dialogo per non fare finire il rapporto come con il Cremlino; tuttavia viene riconosciuto che Pechino utilizza metodi violenti e coercitivi per conseguire risultati, al suo interno, in aperto contrasto con i valori occidentali, mentre verso l’esterno utilizza, in analogia con la Russia, sistemi per influenzare i paesi occidentali ed insiste per esportare la propria influenza politica ed economica verso gli stati poveri; mentre sul tema della vicinanza con Mosca rappresenta un oggettivo pericolo per l’occidente sul quale deve essere avvisata sulle relative possibili conseguneze. Il problema dei rapporti con gli stati autoritari accompagnerà senz’altro il futuro, con temi di difficile soluzione, come la proliferazione degli armamenti, non solo quelli nucleari, ma anche quelli chimici e batteriologici ed anche le conseguenze del riscaldamento climatico: se le intenzioni sono quelle di usare la diplomazia, occorre prevedere situazioni di confronto in cui sono necessarie prese di posizione molto dure e che possano comprendere anche il potenziale uso della forza. Anche l’Africa, però rappresenta un’emergenza, perché subisce condizioni favorevoli allo sviluppo dell’estremismo che prospera grazie alle carestie ed alla crisi alimentari ed umanitarie, inoltre investire nel continente nero significa fermare l’espansione e l’ambizione proprio di Cina e Russia, che stanno progressivamente occupando gli spazi vuoti lasciati dagli occidentali. Le conclusioni del vertice riguardano la fine del progetto di instaurare rapporti amichevoli con gli eredi dei sovietici, come enunciato nel 2010 a Lisbona, l’Alleanza Atlantica diventa pienamente consapevole che attualmente Mosca agisce in maniera diretta per alterare la stabilità dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica, con modalità, anche subdole, che vanno dalla ricerca dell’instaurazione di sfere di controllo mediante aggressione, annessione e sovversione, con mezzi di guerra convenzionale, per ora, ma anche informatici. La retorica del Cremlino, che infrange in modo sistematico le regole di convivenza internazionale, non può che essere un ostacolo per qualsiasi rapporto con la Russia e la dichiarazione di disponibilità a mantenere aperti i canali di comunicazione, appare come una dichiarazione non programmatica e sostanziale, ma soltanto una formalità dovuta alla necessità diplomatica.

L’Alleanza Atlantica incrementa la sua Forza di intervento rapido

Il vertice dell’Alleanza Atlantica di Madrid si annuncia come quello più difficile della sua storia; finito il dualismo della guerra fredda, con un mondo bipolare, che si basava sull’equilibrio del terrore, l’accelerazione dell’evoluzione contingente obbliga l’alleanza militare occidentale a pensare ed agire in maniera preventiva e più incisiva di una volta. La deterrenza nucleare non basta più in uno scenario dove si è tornati a modelli di guerra tradizionale, che non si immaginava più potessero verificarsi. Se sullo sfondo resta la questione cinese e quella del terrorismo islamico, che sta sfruttando la maggiore attenzione sulla guerra ucraina per riguadagnare consensi tra le popolazioni sempre più povere, l’urgenza di contenere la Russia è la questione più urgente, sia dal punto di vista politico, che da quello militare. Una eventuale affermazione di Mosca creerebbe un precedente deleterio per la scena mondiale, con il mancato rispetto del diritto internazionale come metodo di affermazione dei progetti degli stati più forti: significherebbe un concreto pericolo per le democrazie, con governi sempre più obbligati a risposte rapide e non mediate dalla logica parlamentare e, di conseguenza, ancora più delegittimati. La tentazione di esecutivi quasi autocratici sarebbe un logico risultato in una situazione dove l’assenteismo e la sfiducia del corpo elettorale segnalano un progressivo distacco dalle istituzioni. Non è impossibile che all’interno del progetto di Putin, un risultato accessorio al risultato della riconquista dell’Ucraina, sia proprio quello di indebolire le democrazie occidentali, obiettivo, peraltro, percorso più volte con l’intrusione degli hacker russi, sia in fase di ricorrenza elettorale, sia nel tentare di indirizzare verso i sovranismi il gradimento delle opinioni pubbliche occidentali. In questo quadro generale, che è forse meno urgente della guerra in atto, ma è ugualmente importante, l’Alleanza Atlantica intende prendere come ulteriore misura per contenere Mosca, oltre a continuare a rifornire di armi sempre più sofisticate Kiev, cambiare profondamente l’assetto della forza di intervento rapido, che passerà da 40.000 a 300.000 unità; ciò non vuole dire, per ora, che tutti gli effettivi saranno concentrati nelle zone limitrofe alla Russia, tuttavia, la richiesta di protezione attiva da parte dei paesi baltici e di Polonia, Romania e Bulgaria, in questa fase determina un incremento dei soldati dell’Alleanza in questi territori, oltre ad una capacità di mobilitazione maggiore in caso di bisogno. In termini pratici non si tratta di reclutare nuove unità di militari, ma di contribuire con soldati già addestrati, appartenenti agli eserciti nazionali che compongono l’Alleanza Atlantica, e pronti al combattimento con un sistema di presenze a rotazione. Dal punto di vista politico si tratta di un chiaro segnale a Putin, che vede così incrementare la presenza degli avversari proprio sui confini russi: un risultato ottenuto soltanto con i suoi calcoli completamente errati: quello che occorrerà verificare sarà se il Cremlino saprà contenere la propria contrarietà senza eccedere con le provocazioni: la probabilità di un incidente sarà sempre più possibile se Mosca continuerà a sorvolare con i suoi mezzi aerei i cieli dei paesi baltici. Al punto in cui si è sviluppata la situazione militare in Ucraina, la misura adottata dall’Alleanza Atlantica appare necessaria ma avvicina ancora di più un potenziale scontro con le forze militari russe, anche perché da Mosca procedono a fare coincidere gli incontri dei leader occidentali con atti completamente al di fuori delle normali logiche militari, come colpire in maniera indiscriminata obiettivi di esclusiva natura civile, provocando morti e devastazione gratuite, che hanno il solo scopo di terrorizzare la popolazione ucraina, ma anche di rendere pubblica la minaccia verso gli occidentali. Se questa pratica tragica, rivela una debolezza intrinseca della Russia, sia militare, che politica, l’impressione è che Putin si sia reso conto di non potere portare a termine il proprio obiettivo e che quindi intensificherà la violenza malgrado tutto: si tratta di una tattica già sperimentata in Siria, dove però gli avversari erano molto più deboli e meno organizzati; se la forza militare russa è stata sopravvalutata dallo stesso Cremlino, ciò potrebbe portare a rifiutare ogni compromesso verso la pace trascinando l’occidente in guerra in  maniera deliberata, proprio perché Putin, a questo punto, non può permettersi di uscire sconfitto. Agli USA va ascritto, comunque, un errore analogo a quello di non essere intervenuti in Siria, cioè quello di non avere coinvolto l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica o in qualche altra forma di protezione: Putin, in quel caso, probabilmente non si sarebbe mosso.

Il problema del grano ucraino usato dalla Russia per i suoi fini.

La speculazione sul grano ucraino, per diminuire le carenze delle riserve dei paesi africani, nasconde una serie di problematiche che la rendono funzionale ad una serie di interessi contrastanti, non solo delle parti in causa, ma anche di attori internazionali, come la Turchia, che perseguono proprie finalità. La stampa russa dice che Mosca ed Ankara, grazie all’intervento di mediazione delle Nazioni Unite, avrebbero raggiunto un preliminare accordo per permettere l’esportazione del geno di Kiev attraverso un corridoio marittimo con partenza dal porto di Odessa. La prima condizione posta è lo sminamento del porto di Odessa, formalmente per garantire la massima sicurezza alle navi in uscita verso il Mar Nero, tuttavia l’intenzione del Cremlino appare evidente: liberare dalla minaccia degli ordigni marini il litorale di Odessa per preparare e favorire uno sbarco dei militari russi; inoltre un’altra regola imposta da Mosca è quella di ispezionare le navi mercantili per evitare eventuali trasporti di armi per le forze armate ucraine. I timori di Kiev non possono essere altro che fondati, Putin intende usare le future carestie in maniera strumentale per rimuovere le legittime difese ucraine di Odessa, si tratta di un metodo usato più volte dal Cremlino, che ormai è totalmente inattendibile sulle proprie promesse. Anche la Turchia di muove in maniera analoga: la pessima situazione economica impone strategie di distrazione verso il popolo turco, l’attivismo internazionale è funzionale a coprire la pessima amministrazione dell’economia del paese, per cercare una rilevanza diplomatica, che serve anche a coprire la sconfitta morale data dalla volontà statunitense di includere nell’Alleanza Atlantica i paesi di Svezia e Finlandia, a cui Ankara è contraria perché li ritiene rifugio di curdi. L’appoggio turco nel negoziato sul grano è fondamentale per un paese ormai isolato sulla scena internazionale come la Russia e proprio attraverso Ankara, Mosca cerca anche di addossare un eventuale fallimento del progetto all’opposizione dell’Ucraina, certamente non convinta dall’eventualità di sguarnire Odessa dalle difese marittime, in questo caso per il Cremlino sarebbe una naturale conseguenza addebitare la responsabilità a Kiev del mancato rifornimento di cereali verso i paesi africani; anche se l’evidenza dei fatti è sotto gli occhi di tutti occorre ricordare che gran parte dei paesi africani ed asiatici non hanno preso una posizione ufficiale contro Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina e probabilmente non riconoscerebbero la responsabilità russa delle mancate forniture di grano. Insieme a questa tattica, Putin sostiene che non può ricadere sull’operazione militare speciale la colpa del deficit alimentare, ma che ciò, oltre ad essere iniziato con l’epidemia del corona virus, è da addebitare alle sanzioni occidentali a carico della Russia. I numeri delle mancate esportazioni dicono, però, tutt’altro: l’Ucraina, prima del conflitto, deteneva una quota di mercato pari al dieci per cento del totale mondiale di grano e mais, una quota molto rilevante in una congiuntura alimentare globale già difficile a causa di scarsità delle acque per irrigazione e carestie. Attualmente sono 22,5 milioni di tonnellate di cereali, che sono bloccate da quando è cominciato il conflitto. I mezzi che consentono di fare uscire dal paese le derrate alimentari sono soltanto quelli su rotaia, specialmente attraverso la Polonia, ma esistono difficoltà oggettive che ne limitano i quantitativi di trasporto, tra cui la ridotta capienza dei treni e lo scartamento ridotto delle ferrovie ucraine, che costringe ad effettuare il trasbordo dei cereali, una volta arrivati in Europa. Il presidente ucraino ha previsto che, in caso di continuazione del conflitto, la quantità di cereali bloccati, potrebbe salire in autunno a circa 75 milioni di tonnellate ed ha ammesso che sono necessari corridoi marittimi per l’esportazione: al momento i colloqui di Kiev sull’argomento sono in corso non solo con la Turchia e Nazioni Unite, ma anche con Regno Unito, Polonia e nazioni baltiche, proprio per ridurre il trasporto su rotaia. Resta, comunque, l’assenza di un dialogo con la Russia, che, nemmeno, la gravità del problema della fame nel mondo, riesce a sbloccare. Al contrario, proprio questo argomento poteva costituire una base di partenza per sviluppare un discorso comune per avviarsi sulla strada, se non della pace, almeno del cessate il fuoco, ma la tracotanza russa ancora una volta ha mostrato la sua vera intenzione di non fermarsi di fronte a nulla per raggiungere i propri obiettivi illegali, secondo i principi del diritto internazionale.

Il mancato rispetto dei diritti umani come possibile legame tra Cina e Russia

La visita in Cina dell’Alto Commissario per le Nazioni Unite per i diritti umani, l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, ha messo in evidenza come Pechino intende il rispetto per i diritti umani e civili. L’occasione è stata il viaggio per cercare di accertare il trattamento che riceve l’etnia degli uiguri, minoranza cinese di fede musulmana, che è oggetto di rieducazione da parte delle autorità cinesi. L’indagine conoscitiva è stata dovuta alle ripetute denunce delle Organizzazioni non governative, che hanno segnalato ripetuti episodi di violenza e sopraffazione da parte delle forze di polizia; in special modo sono stati segnalati casi di repressione riguardanti numerose persone incarcerate tra cui bambini. Il regime carcerario è improntato ad una durezza inaudita, che comprende violenze psicologiche e fisiche, che, spesso, portano alla morte di persone, la cui unica colpa è quella di non integrarsi con il volere del regime cinese. Le accuse sono spesso pretestuose e costruite e prive di presupposti giuridici, nemmeno quelli della legislazione cinese. Questa lotta di Pechino contro gli uiguri si protrae da tempo e mira ad azzerare la cultura musulmana cinese, interpretata come alternativa alle finalità del partito comunista e della nazione cinese. Pechino giustifica le carceri dove vengono imprigionati gli uiguri, come centri di formazione professionale, dove il lavoro coatto delle persone incarcerate è sfruttato a costo zero per produzioni destinate anche al mercato occidentale. Ufficialmente la Cina sostiene che la gran parte di queste strutture ha cambiato destinazione o, addirittura, è stata chiusa, ma, secondo diverse Organizzazioni non governative straniere, starebbero ancora assolvendo la loro funzione originaria di prigioni per riprogrammare il popolo uiguro. L’affermazione del presidente cinese circa questa situazione, anche lo Xinjiang, la terra degli uiguri, non è stato menzionato è che lo sviluppo dei diritti umani in Cina è conforme alle condizioni nazionali. Questa affermazione implica un relativismo a proprio uso e consumo della Cina, riguardo un tema che non dovrebbe ammettere deroghe, per lo meno sugli standard minimi di base circa le libertà personali, i diritti civili e la libertà di esercitare le proprie idee politiche e religiose. Ovviamente la Cina è una dittatura autoritaria e non può permettere tali libertà, proprio perché minacciano l e basi stesse del potere del paese; piuttosto quello che si deve intendere come condizioni nazionali è la libertà di produrre e consumare, sempre nel rispetto di quanto voluto dallo stato; tutto ciò riporta all’importanza di sussistenza e sviluppo come unici diritti effettivi concessi dal partito comunista. Andare oltre questa visione significherebbe, appunto, arrivare a conseguenze disastrose per l’impianto statale cinese: replicare modelli di altri paesi viene visto come una minaccia per l’ordine costituito. Ora queste affermazioni non rappresentano alcuna novità, la mancata e funzionale considerazione del governo cinese per il rispetto dei diritti civili è risaputa, tuttavia dopo la tragica ed attuale esperienza ucraina, i rapporti con uno stato, che seppure è una superpotenza economica, andrebbero rivisti da parte dei paesi occidentali; in più il progressivo avvicinamento di Pechino a Mosca, nonostante l’aggressione a Kiev in aperta violazione di ogni norma di diritto internazionale, potrebbe favorire un inasprimento ulteriore del Cremlino, proprio sulla instaurazione dei metodi repressivi cinesi collegati alla possibile dichiarazione della legge marziale. Si verrebbero a creare i presupposti, già molto vicini, di due stati, dove i diritti civili sono fortemente trascurati, in grado di sostenersi reciprocamente ed estendere questa contiguità a motivi di ordine internazionale. La questione di Taiwan è già stata accostata per similitudine alle rivendicazioni russe su Crimea e territori ucraini al confine con Mosca. Per Cina e Russia la legittimazione del conflitto contro l’occidente assumerà il significato di giustificare la negazione delle democrazie, non solo in quanto tali, ma proprio come portatrici del rispetto dei diritti civili e politici, che rappresentano gli ostacoli per la legittimazione delle forme di stato autoritario. L’unica alternativa per l’occidente è creare una maggiore autonomia industriale ed energetica, sul lungo periodo ed immediatamente difendere la concezione democratica del rispetto dei diritti civili e delle leggi internazionali, con una difesa più concreta dell’Ucraina e con l’impegno concreto di forzare i blocchi navali che impediscono l’esportazione del grano e che favoriscono la fame nel mondo. Questo può permettere di accrescere un prestigio un poco compromesso per le nazioni occidentali, specialmente con i paesi africani e sottrarli all’influenza russa e cinese, in modo da isolare progressivamente Mosca e Pechino.

Si complica la situazione diplomatica russa

La dichiarazione del ministro della difesa russo, relativa al contrasto del trasporto delle armi a favore dell’Ucraina, rischia di essere un ulteriore elemento in grado di elevare la tensione tra Mosca e Bruxelles. Il massimo esponente del dicastero della difesa di Mosca ha espressamente dichiarato che ogni mezzo dell’Alleanza Atlantica che trasporterà armi e munizioni per l’esercito ucraino, sarà distrutto; i convogli che arriveranno nel paese ucraino trasportando armamenti saranno considerati obiettivi legittimi. Queste affermazioni, pur non rappresentando una novità, perché alcuni convogli sarebbero già stati colpiti, sono molto gravi perché rivolte direttamente all’Alleanza Atlantica, che non può reagire passivamente alla minaccia di essere diventata un bersaglio esplicito. Per il momento siamo ancora alla fase delle minacce, che, in un certo senso, è una situazione politica, seppure al limite; molto diverso potrebbe essere il caso di un convoglio dell’Alleanza Atlantica colpito dai russi, soprattutto dopo queste minacce. Certamente non è da prefigurare una rinuncia di Bruxelles alle forniture di armi a Kiev, anche in ragione dei sostanziosi stanziamenti già previsti da Biden ed, insieme, non si può certo pensare ad eventuali rappresaglie, nel caso un convoglio venga colpito. Con la situazione attuale l’eventuale rappresaglia sarebbe demandata allo stesso esercito ucraino e non eseguita direttamente dalle forze dell’Alleanza Atlantica, tuttavia è facile individuare, da parte di Mosca, occasioni per minacciare membri della NATO, che confinano con l’Ucraina ed aumentare le possibilità di uno scontro capace di scatenare il terzo conflitto mondiale. Mosca, peraltro, ha già più volte minacciato Polonia, Romania, Bulgaria ed i paesi baltici perché ospitano basi militari americane e la ricerca strumentale di un incidente sarebbe una mossa funzionale per proclamarsi paese aggredito. Nel frattempo Helsinki ha nuovamente denunciato un episodio di sconfinamento di un velivolo militare russo, che si è addentrato nel territorio finlandese per almeno cinque chilometri; questa violazione del confine, rappresenta il secondo episodio in poco meno di un mese e mira a minacciare lo stato nordico per la sua volontà di abbandonare il suo status di paese neutrale per entrare nell’Alleanza Atlantica. Come si vede, anche su questo fronte Mosca è sempre vicino a creare un incidente in grado di fare precipitare lo stato attuale delle cose verso conseguenze ancora più gravi. La tattica russa, probabilmente rientra in un tentativo di logoramento, che pare un calcolo sbagliato, come quello che la NATO e l’Unione Europea si sarebbero divise e che ha portato il paese russo a diventare una sorta di paria internazionale.  Dal punto di vista diplomatico si moltiplicano le azioni e le dichiarazioni contro l’aggressione di Mosca: il primo ministro portoghese, annunciando una sua visita a Kiev, ha richiesto una maggiore capacità di reazione all’Unione Europea, soprattutto sul tema delle emergenze che riguardano il popolo ucraino, ma anche per il sostegno finanziario e militare, anche in maniera indipendente dal processo di adesione all’Unione. Durante la visita del primo ministro giapponese a Roma, Giappone ed Italia hanno ribadito la necessità della difesa dell’ordine mondiale, basato sulle regole del diritto internazionale, una implicita condanna per Mosca, ma anche un avvertimento per la Cina, perché le regole internazionali devono valere anche per le questioni marittime, alle quali Tokyo è particolarmente sensibile per le violazioni di Pechino nel mare limitrofo. Il timore del Giappone e di altri soggetti internazionali, è che la violazione del diritto internazionale perpetrata dalla Russia, costituisca un esempio per risolvere altre questioni internazionali con l’utilizzo del mezzo militare, anziché con la diplomazia. Mosca ha violato una consuetudine che potrebbe essere ancora infranta con modalità analoghe ed è un compito della comunità internazionale impegnarsi affinché ciò non si ripeta; questo tema sarà centrale per molto tempo e dovrà riguardare anche una necessaria revisione del funzionamento delle Nazioni Unite, troppo condizionate dai veti dei membri permanenti; un analogo problema che riguarda l’Unione Europea vincolata alla regola dell’unanimità nelle decisioni dei provvedimenti. Il tema delle decisioni degli organismi sovranazionali diventa sempre più centrale nel contrasto di azioni di paesi dove la democrazia è poca o nulla e l’autoritarismo ha il vantaggio della velocità delle decisioni.