Ucraina sempre più vicina all’Alleanza Atlantica

La visita del Segretario dell’Alleanza Atlantica a Kiev ha assunto subito una notevole rilevanza, sia per il fatto in sé, che per le rassicurazioni, anche se non immediate, che il posto del paese ucraino sarà di diventare membro della coalizione occidentale. Il presidente ucraino è sembrato più concentrato sui problemi del presente, chiedendo all’Alleanza Atlantica un sempre maggiore supporto militare per permettere al suo paese di contenere la Russia e di mantenere la sua unità nazionale. La visita a Kiev del Segretario generale ha provocato dure reazioni a Mosca, che ha ricordato come proprio uno dei motivi del conflitto, anzi dell’operazione militare speciale, sia proprio impedire l’integrazione tra l’Ucraina e la NATO. Lo scopo della visita di Stoltenberg è stato quello di ribadire il sostegno all’Ucraina, di fronte all’opinione pubblica mondiale, sia in passato, che nel presente ed anche nel futuro quando ci sarà da affrontare i problemi della ricostruzione, tuttavia dietro lo scopo ufficiale, vi era la necessità di concordare con l’Ucraina la completa operabilità con l’Alleanza in termini di standard militari e dottrine strategiche, per sostituire le tecnologie sovietiche, che costituivano ancora la base delle attrezzature militari di Kiev; il tutto per garantire una risposta più efficace agli attacchi russi. Per sopperire alle carenze dei propri armamenti l’Ucraina ha ricevuto materiali ex sovietici dai paesi della Cortina di ferro, che meglio si adattavano con la tecnologia degli armamenti di Kiev, ma con l’avanzare della guerra si è proceduto ad una progressiva sostituzione con armamenti NATO, per i quali è necessario un addestramento apposito. Se la contiguità tra Ucraina e NATO è sempre più intensa sul terreno militare, il presidente ucraino ha rivendicato anche un maggiore coinvolgimento politico ed ha chiesto di essere invitato al prossimo vertice di Vilnius a luglio: cosa che è stata sancita proprio nella visita di Stoltenberg. Mosca vive con apprensione questa integrazione, ma ne è stata quasi completamente responsabile; ora c’è da capire se questa adesione potrà provocare un rallentamento o un aggravamento del conflitto: perché un conto è minacciare Kiev di non entrare nell’area di influenza occidentale ed un altro conto è combattere contro un paese sempre più dentro alla sfera occidentale. Questo passo allontana un fattore possibile di interruzione delle ostilità, che era individuato proprio in una sorta di imparzialità di Kiev, configurando il paese ucraino come una sorta di nazione cuscinetto tra occidente e Russia. Con la visita di Stoltenberg questo scenario sembra essere, ormai, senza più alcuna possibilità, anche se l’ingresso a pieno titolo nell’Alleanza Atlantica non potrà essere che rimandato, per scongiurare un ingresso diretto nel conflitto delle truppe occidentali sul terreno ucraino. Il dato fondamentale, però, è che il futuro non potrà che essere quello a meno che Mosca non riesca a vincere in maniera completa la guerra conquistando tutta l’Ucraina, senza alcuna parte esclusa: cosa che non pare possibile per come si è sviluppato il conflitto. Il futuro dovrebbe, quindi, vedere le truppe NATO proprio sul confine tra Ucraina e Russia e non soltanto più sui confini con Mosca ed i paesi baltici e con la Finlandia. Si comprende come Putin abbia già fallito ogni intento di allontanare l’Alleanza Atlantica e quindi gli USA e l’Europa dalla propria linea di confine e come si stia concretizzando proprio il suo incubo più grande, quello da scongiurare avviando l’operazione militare, che sta rovinando il paese economicamente e provocando un gran numero di vittime tra i soldati russi. Da questo progressivo avvicinamento tra Bruxelles e Kiev, Mosca esce indebolita sia sul piano interno, che su quello esterno, perché i progetti del suo leader stanno tutti fallendo ed anche una cristallizzazione che si fermi ai territori conquistati, implica l’Ucraina ormai entrata definitivamente e stabilmente dell’orbita occidentale, con tutto quello che ne conseguirà per il prestigio del presidente russso.

Le implicazioni della visita cinese in Russia

La visita del presidente cinese a Mosca viene presentata dai mezzi di comunicazione di Pechino come un viaggio per la pace; in realtà questa visita ha solo una valenza per i due paesi coinvolti. La Cina cerca di accreditarsi come unico soggetto capace di produrre uno sforzo per la pace ed in grado di rompere l’egemonia americana in campo internazionale; per la Russia si tratta dell’ennesimo sforzo per uscire dall’isolamento che l’operazione militare speciale ha provocato. Dal punto di vista dei possibili risultati le probabilità sono scarse se non nulle di raggiungere la pace con un piano lacunoso ed astratto come quello cinese. La rilevanza politica è rappresentata dal fatto che Cina e Russia appaiono sempre più vicini, soprattutto in funzione anti americana, nel senso di volere creare una alternativa multipolare alla potenza di Washington; questa alleanza tra Mosca e Pechino non appare, però, paritaria: la Russia ha troppa necessità di avere il riconoscimento del principale paese alternativo agli Stati Uniti ed è chiaramente subalterna alla Cina sotto ogni punto di vista, politico, militare e, soprattutto, economico. Putin ha mostrato interesse verso i dodici punti del piano cinese, dichiarandosi disposto al negoziato; questa disponibilità, di cui occorrerebbe appurare la sincerità, nasconde un calcolo politico combinato, che ha, come fine ultimo l’aiuto materiale della Cina in forma di rifornimenti militari. Per il momento questo non pare stia avvenendo, mentre sembra fortemente sicuro che Pechino fornisca attrezzature di complemento (come componenti e schede elettroniche), senza i quali gli ordigni russi non potrebbero funzionare. Le remore cinesi restano sempre quelle di compromettere le proprie quote di mercato nei territori più redditizi per i propri prodotti: USA ed Unione Europea; tuttavia la Cina non può perdere l’occasione di insidiare Washington, che ritiene, comunque, il principale avversario. Il piano di pace proposto dalla Cina, in questo senso, rappresenta una novità perché deroga dalla regola principale della politica estera cinese: quello di non intromettersi nella politica interna degli altri paesi; infatti, se è vero, che il pronunciamento del rispetto della sovranità nazionale sembra muoversi all’interno della regola generale, il mancato riconoscimento dell’invasione russa non può non essere letto come una ingerenza, seppure non evidenziata, proprio in una questione di sovranità nazionale, sia nei confronti dell’Ucraina, che della stessa Russia; insomma l’equilibrismo cinese non può convincere ad una equidistanza soltanto annunciata tra le parti in conflitto, che non si ritrova nel documento ufficiale. Il tentativo risulta maldestro ed agisce anche contro Mosca, costretta a cedere il proprio petrolio a Pechino a prezzi decisamente inferiori, per ora ricevendo in cambio soltanto riconoscimento internazionale e poco altro. La Cina si mostra opportunista fornendo una lezione esemplare sia ai paesi occidentali, affascinati dal progetto della via della seta, che a quelli africani, più volte sfruttati dall’espansionismo di Pechino. La realtà mostra un paese di cui non ci si dovrebbe fidare, cosa che vale, peraltro anche per la Russia, divenuta ormai subalterna del paese asiatico. Il grande sospetto, che va oltre la situazione contingente, è che il sistema di potere cinese voglia continuare nel progetto di affermare il proprio sistema politico come maggiormente capace rispetto ad altri, essenzialmente la democrazia, nello sviluppare l’economia e rafforzare il proprio stato: argomenti sui quali Putin e la sua nomenclatura sono, per ora, certamente d’accordo, mentre potrà essere differente la prospettiva quando Pechino riscuoterà i crediti con Mosca. Dal punto di vista occidentale la questione sarà quella di contenere l’alleanza, perché di questo di tratta, sebbene sbilanciata, tra Russia e Cina: su Pechino dovranno essere esercitate pressioni diplomatiche affinché non siano forniti armamenti a Mosca, per evitare di aumentare le capacità belliche russe e determinare prolungamenti del conflitto; del resto su questo tema le diplomazie occidentali e quella cinese possono trovare argomenti di intesa, perché la guerra è un blocco per le rispettive economie e per Pechino l’aspetto della crescita economica rimane centrale nel proprio schema politico, allo stesso tempo per l’occidente questa esposizione così plateale della Cina, al fianco della Russia, deve rappresentare un segnale per intraprendere un opera di contenimento dell’attivismo di Pechino.  

Putin bombarda l’Ucraina, dopo la visita di Zelensky in Europa

L’accoglienza dei paesi dell’Unione Europea, tributata al presidente ucraino, Zelensky, ha provocato la dura reazione di Mosca, irritata per il trattamento da eroe della difesa della nazione aggredita. Sono, fondamentalmente, due gli aspetti che danno fastidio a Putin: il primo è la rilevanza internazionale, che la visita in Europa di Zelensky, ha permesso di dare alla questione ucraina ed alla sua invasione, permettendo di fare capire al mondo che l’Europa appoggia Kiev in maniera praticamente compatta, una rilevanza poco gradita ad un Cremlino sempre più isolato sul piano internazionale; la seconda, ben peggiore sul piano militare, è stata la promessa di ulteriori aiuti militari, che potrebbero arrivare fino agli aerei da combattimento. La ritorsione è stata un massiccio bombardamento con missili da crociera partiti dalle navi russe stanziate vicino alla Crimea e dai territori ucraini orientali, occupati dalle truppe russe. Malgrado la comunicazione del capo delle forze ucraine, nessun missile ha attraversato la Romania, paese appartenente all’Alleanza Atlantica, che è comunque stata sfiorata dal passaggio di un vettore ad appena 35 chilometri dai suoi confini, provocando l’allerta delle procedure NATO. Ad essere attraversata da almeno un missile russo è stata la nazione della Moldavia, che è paese candidato ad entrare nell’Unione Europea. Come al solito Putin minaccia da vicino l’Alleanza Atlantica, andando vicino all’errore in grado di provocare il conflitto ed invade lo spazio aereo di una nazione non coinvolta nel conflitto. D’altro lato il Cremlino ritiene le forniture e l’addestramento fornite dai paesi occidentali alle forze armate ucraine, una partecipazione indiretta al conflitto al fianco di Kiev. I bombardamenti hanno colpito, oltre la capitale Kiev, altre importanti città del paese, ed hanno avuto il duplice scopo di distruggere infrastrutture vitali, quali centrali elettriche e reti di distribuzione di energia, continuando nella politica di aggravare la situazione dei civili per generare dall’interno una contrarietà al governo ucraino in carica: tentativo fallito e con poche speranze che raggiunga l’obiettivo. L’uso massiccio di missili ha obbligato la contraerea ucraina ad un elevato quantitativo numerico di missili antiaerei, che ha intercettato ben il 70% dei missili russi, ma, nel contempo, ne ha svuotato gli arsenali, un ulteriore fattore ha contribuito a ciò: l’intercettazione dei droni di fabbricazione iraniana, che sono stati annientati all’80%. La strategia russa può essere quella di indebolire le contromisure del nemico in attesa del tanto temuto attacco di primavera. Proprio per questo motivo il viaggio di Zelensky è stato necessario per richiedere urgenti forniture di nuove armi, per l’occidente la sconfitta della Russia è necessaria per limitare il capo del Cremlino e portarlo ad eventuali trattative in posizione sfavorevole. Rimane, però, nel novero delle possibilità che il confronto tra occidente e Russia possa diventare diretto, soprattutto, se Mosca non riuscirà nei suoi intenti e si vedrà costretta ad usare le armi atomiche a corto raggio, determinando così la risposta degli Stati Uniti e dei suoi alleati.  

L’Alleanza Atlantica offre garanzie a Finlandia e Svezia, anche per rafforzare l’Unione Europea

La questione dell’adesione all’Alleanza Atlantica, da parte di Finlandia e Svezia, continua ad essere un problema per l’avversione della Turchia, che richiede contropartite da parte di Helsinki e Stoccolma, che non possono essere garantite dai vertici dell’Alleanza; nonostante questa consapevolezza il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Stoltenberg, si è detto ottimista e fiducioso al riguardo della conclusione positiva del processo di adesione. Le dichiarazioni di ottimismo sono avvenute durante il vertice con la Presidente della Commissione e del Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, nell’ambito della firma della terza dichiarazione di aiuto a favore del sostegno militare all’Ucraina; tuttavia, nonostante la fiducia nell’inclusione nell’Alleanza di Finlandia e Svezia, la situazione di stallo non è stata sbloccata. La conclusione positiva del processo di adesione all’Alleanza Atlantica viene vista in un’ottica di importanza storica e politica molto rilevante, per la tradizione di neutralità dei due paesi e per la loro posizione strategica, all’interno della contrapposizione alle velleità russe contro l’Europa: proprio per queste valutazioni la ratifica dell’adesione è stata firmata da 28 membri e rifiutata soltanto da Turchia ed Ungheria. Le ragioni dei due stati contrari sono differenti: Ankara non gradisce il rifugio fornito dai paesi nordici ad esponenti curdi, andando, quindi, a sindacare ragioni di politica interna degli stati candidati, mentre su Budapest il sospetto è l’atteggiamento favorevole al presidente russo, più volte manifestato ed origine di profondi dissidi anche in ambito dell’Unione Europea. La Svezia e la Finlandia hanno cercato di compiere atti che potessero soddisfare la Turchia: come la limitazione delle attività dei curdi sui loro territori, inoltre Stoccolma ha revocato il divieto della vendita di armi ad Ankara ed ha preso la distanza dalle milizie curdo-siriane, come richiesto dalla Turchia, nonostante il ruolo riconosciuto dai paesi occidentali per la lotta contro lo Stato islamico; tuttavia queste aperture non bastano al presidente Erdogan, che, probabilmente, non può fare concessioni invise al proprio elettorato fino a dopo le elezioni del prossino Giugno. In ogni caso, come ribadito dai vertici della NATO, il rischio di attacco militare russo contro Finlandia e Svezia non è ritenuto possibile proprio per le garanzie fornite fintanto che i due paesi non saranno membri dell’Alleanza; di fatto, quindi, le due nazioni godono già della protezione dell’Alleanza Atlantica a tutti gli effetti come se ne facessero parte in maniera formale ed un eventuale attacco militare implica già una automatica risposta della NATO. L’ultima dichiarazione congiunta tra Unione Europea ed Alleanza Atlantica, ribadisce gli intenti di quelle firmate nel 2016 e nel 2018, ma avviene nel contesto della guerra di aggressione perpetrata dalla Russia e rafforza la posizione di Finlandia e Svezia nel settore euro-atlantico, portando una sostanziale novità politica che, nell’immediato è in funzione anti russa, ma nel futuro promette di avere ulteriori sviluppi oltre quelli militari. La dichiarazione del 2023, quindi, conferma il concetto strategico dell’Alleanza Atlantica, che definisce l’Unione Europea come alleato unico ed essenziale e, su queste basi, ne richiede una integrazione ancora più potenziata, soprattutto nel quadro della strategia comune della difesa e della sicurezza internazionale. Molto importante è il giudizio favorevole verso uno sviluppo autonomo delle strutture di difesa militare dell’Unione Europea, pur sempre all’interno dell’Alleanza Atlantica, tema più volte messo in discussione dal precedente presidente degli Stati Uniti, Trump. Se queste considerazioni hanno un carattere funzionale maggiormente attinente alla situazione contingente, relativa al conflitto della Russia con l’Ucraina, sono stati espressi anche giudizi, in special modo dalla presidente della Commissione dell’Unione Europea, Ursula Von der Leyen, relativi a potenziali situazioni già presenti, ma, che, per il momento, si limitano a conflitti di tipo commerciale, come i rapporti con la Cina. L’evidente volontà di Pechino di rimodellare l’ordine internazionale a proprio vantaggio, deve mettere in allarme i paesi democratici, che potrebbero rischiare di vedere alterate le loro peculiarità del modo di governare. Solo una maggiore integrazione politica e la creazione di una forza militare autonoma dell’Europa può garantire una capacità di deterrenza da minacce armate o anche da ribaltamenti della politica americana, non più stabile come una volta, possa provocare un decremento del proprio preso all’interno dell’Alleanza Atlantica, dovuto a tendenza isolazioniste già viste nel recente passato statunitense.

Per Schengen ammessa solo la Croazia, escluse Romania e Bulgaria

La conclusione dell’iter di adesione all’area di Schengen, iniziato nel 2016, termina un processo che è stato contraddistinto da crisi causate dall’attraversamento della via balcanica da oltre un milione di migranti. Il comportamento dei croati, particolarmente violento, ha provocato le critiche della Commissione europea, oltre che di numerose associazioni per i diritti umani. Zagabria deve controllare il secondo confine terrestre più esteso dell’Unione con mezzi limitati, ma questo non giustifica un approccio basato su metodi repressivi, che non giustificano, secondo ben otto organizzazioni non governative molto rilevanti, l’ammissione allo spazio di Schengen, inoltre viene condannata la scarsa sensibilità di Bruxelles per la protezione ed il rispetto dei diritti civili. L’ammissione all’area di Schengen dovrebbe portare benefici sostanziali nel campo del turismo e dei trasporti al paese croato e sarebbe auspicabile che la Commissione europea chiedesse espressamente, in cambio di queste facilitazioni un maggiore impegno nel campo della tutela dei diritti dei migranti ed anche una maggiore disponibilità verso l’accoglienza di quote di migranti, temi verso i quali Zagabria non si è mostrata troppo sensibile fino ad ora.  Se la Croazia ha ottenuto la tanto agognata ammissione a Schengen, Romania e Bulgaria risultano ancora bloccate da veti determinati da motivi funzionali ad altri stati e che sono influenzati da esclusivi interessi di parte, mascherati da ragioni di interessi superiori. La Presidentessa del parlamento europeo e la Commissaria per gli affari interni si sono pronunciate in maniera molto delusa sull’esclusione di Bucarest dall’area di Schengen, richiesta dal paese romeno da undici anni. I grandi responsabili del rifiuto stanno a Vienna e a L’Aja, anche se l’Olanda sembrava più propensa ad un parere favorevole, poi negato all’ultimo. La Romania pareva soddisfare i criteri per l’ammissione a Schengen, come era stato, effettivamente giudicato dalla Commissione ed anche dai deputati del parlamento europeo.  In realtà i veri motivi del rifiuto austriaco sarebbero economici, il governo di Vienna ha denunciato, già in passato, pressioni da parte delle autorità romene sulle aziende austriache ed anche la questione della compagnia di stato petrolifera di Bucarest, che appartiene alla compagnia austriaca è causa di tensione tra i due paesi. In realtà i motivi che sono stati presentati per giustificare il rifiuto di Vienna sono stati relativi ai migranti illegali presenti in Austria nel numero di 75.000, ina quantità dichiarata ingestibile; tuttavia i traffici migratori verso il paese austriaco arrivano per lo più da Croazia e d Ungheria, ma Romania e Bulgaria vengono incolpati per ragioni di politica interna, cioè per soddisfare l’elettorato di destra e per fare notare all’Unione che l’Austria ha molte più richieste di asilo di quante può sostenere. Ancora una volta, quindi, l’Austria si distingue per praticare una politica egoista, che rischia di compromettere i già precari equilibri della coesione europea, piegando gli interessi comunitari ai propri singoli tornaconto; così anche il veto alla Bulgaria, sempre responsabilità di austriaci ed olandesi, rischia di indirizzare il paese bulgaro verso posizioni sempre più vicine alla Russia. L’Olanda motiva il suo no per la mancanza delle condizioni minime del funzionamento dello stato di diritto, un difetto più volte rilevato e segnalato dagli olandesi, per cui l’opposizione all’ingresso della Bulgaria nell’area di Schengen, da parte di Amsterdam, era un fatto atteso; quasi inaspettato, al contrario, il veto proveniente dall’Austria, che ha associato le ragioni relative alle questioni migratorie valevoli per la Romania anche alla nazione bulgara. A questo rifiuto il governo di Sofia ha minacciato ritorsioni contro i due paesi, evidenziando, ancora una volta, come il meccanismo dell’unanimità sia oramai non solo superato ma evidentemente dannoso per la politica dell’Unione. Dal punto di vista strategico, la mancata ammissione della Bulgaria a Schengen, rappresenta un errore grossolano, perché avviene in un paese profondamente bloccato da una crisi istituzionale, dovuta al mancato accordo per la formazione del governo, fin dall’esito elettorale dello scorso ottobre, da parte delle forze di maggioranza filoccidentali e ciò non può che favorire le forze contro l’Unione Europea, che, nello stesso tempo, simpatizzano apertamente per Putin. Austria ed Olanda, quindi, con il rifiuto verso Bulgaria e Romania si assumono la responsabilità del rischio di fare diminuire le simpatie europee in territori contigui al conflitto: una conseguenza non valutata attentamente o soltanto superata da banali interessi di parte.  

Il difficile processo di ammissione dei paesi balcanici nell’Unione Europea

La strategia dell’Unione Europea avanza piano e con diversi dubbi circa l’ammissione dei paesi balcanici all’interno della propria organizzazione. L’intenzione principale è quella di sottrarre le nazioni balcaniche dalla potenziale influenza russa, che costringerebbe l’Europa ad una ulteriore presenza di Mosca sui propri confini; dall’altro lato, però, continuano i dubbi sull’esistenza delle condizioni richieste da Bruxelles ed anche sulla reale opportunità di allargare i membri dell’unione a paesi non troppo convinti dei principi europei e ambiziosi principalmente di entrare nel mercato più ricco del mondo e di usufruire delle ricche sovvenzioni dell’Unione Europea. Il rapporto costi benefici dell’ammissione di Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia si concentra proprio sul dilemma tra l’esigenza di sottrarre all’influenza russa paesi dove la simpatia per Mosca è comunque presente ed elevata e la gestione di paesi che potrebbe assomigliare al rapporto con quelli del patto di Visegrad. Con le attuali norme europee basate sull’unanimità delle decisioni, consentire l’ingresso di nuovi membri, dei quali non si hanno le più complete garanzie, appare un rischio tale in grado di indebolire ancora di più i precari equilibri che governano l’Unione; diverso sarebbe il caso dove il criterio dell’unanimità fosse superata da quello della maggioranza, in grado di rendere impossibile il blocco delle decisioni e consentire una governabilità dell’ente sovranazionale più veloce e non bloccato da esigenze contingenti, anche e soprattutto politiche, dei singoli soggetti statali. Per il momento, quindi, si procede lentamente, con aiuti per combattere la crisi energetica ed altre concessioni pratiche, ma di importanza minore, come l’estensione del roaming telefonico; oltre ad una dichiarazione formale in cui l’Ue ha ribadito “il suo impegno totale e inequivocabile per la prospettiva europea di tutte le paesi dei Balcani occidentali». Tuttavia questi piccoli progressi devono essere visti con un’ottica positiva, perché il vertice tra i paesi candidati e la presidente della Commissione ha prodotto una intenzione di affrontare insieme le difficoltà prodotte dalla guerra ucraina e buone prospettive, seppure nel medio periodo, sul futuro dei rapporti tra le parti. Anche il Presidente del Consiglio europeo ha usato parole di ottimismo per l’entrata in Europa dei paesi baltici, ma con una tempistica non immediata, confermando ancora l’ipotesi di un iter non certo breve, ma, apparentemente, ineluttabile. Per alcuni paesi l’integrazione potrebbe essere più vicina ed, effettivamente, per Albania, Montenegro e Macedonia del Nord, il fatto di essere già membri dell’Alleanza Atlantica costituisce un fattore preferenziale per l’ammissione a Bruxelles, anche se sono ancora presenti ostacoli circa i requisiti richiesti dall’Unione e sui quali queste nazioni si sono impegnate a lavorare per raggiungere gli standard richiesti. Il percorso della Bosnia appare più lungo a causa della sua instabilità costituzionale, che ha assunto una cronicità, che costituisce un motivo di rallentamento decisivo per il percorso di ammissione. La questione del Kosovo risulta ancora più complicata, perché il paese balcanico al momento è conscio di non potere neppure avviare un processo di ammissione perché deve risolvere i problemi del riconoscimento internazionale per la sua dichiarazione di  indipendenza unilaterale ed il mancato riconoscimento di Serbia, la Federazione Russa e, soprattutto di 5 membri dell’UE (Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania), e la Repubblica Popolare Cinese; in Europa l’ostacolo maggiore è rappresentato da Madrid, che rifiuta il riconoscimento paragonando la secessione del Kosovo a quella tentata dalla catalogna. Il caso più complesso è però rappresentato dalla Serbia, che afferma di volere procedere verso l’ammissione all’Unione, ma, nel contempo, mantenere i propri legami con la Russia, che non sono solo politici, ma anche culturali e religiosi. Con la svolta della guerra ucraina e l’atteggiamento già da lungo mantenuto da Putin, di profonda contrarietà nel rispetto dei diritti civili e politici ed il profondo contrasto al dissenso, per Bruxelles la condotta di Belgrado non è accettabile e la profonda distanza che si è creata tra l’Unione, profondamente filoatlantica, e la Russia, al momento appare come un ostacolo insuperabile. Senza un allineamento alla politica estera europea la Serbia non ha alcuna possibilità di entrare in Europa, ma questo risultato sarebbe fortemente sfavorevole per l’Unione, che potrebbe vedere sorgere nel centro del mare adriatico perfino una base per la flotta russa: cosa che non deve assolutamente accadere.  

Il difficile dialogo tra Russia ed Ucraina

Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense “Washington Post”, l’amministrazione della Casa Bianca avrebbe esortato, in maniera informale, l’esecutivo di Kiev a dimostrarsi disponibile affinché l’Ucraina possa iniziare un percorso che possa portare a colloqui con il governo russo. Secondo l’esecutivo americano esisterebbe il concreto pericolo, per il paese ucraino, di perdere il sostegno e gli aiuti di altre nazioni; secondo alcuni analisti la sollecitazione statunitense è solo propedeutica ad un eventuale diminuzione del volume degli aiuti, soprattutto militari, in previsione di possibili cambiamenti degli assetti politici e di indirizzo di alcuni paesi ed anche degli stessi Stati Uniti, che con le prossime elezioni di medio termine, potrebbero cambiare la composizione del potere legislativo. Insieme alle preoccupazioni di natura politica, vi sono anche quelle di natura economica, per i costi indotti dalla guerra e dal suo prolungamento, specialmente nel comparto energetico, ma non solo: infatti se i maggiori costi di produzione influiscono sull’andamento della crescita dei paesi ricchi, nei paesi poveri la preoccupazione è relativa alla mancanza di cibo, provocata dal blocco delle esportazioni del grano ucraino. Per ora queste tendenze, pur emergenti, restano minoritarie, ma le difficoltà economiche, unite al cambiamento della tendenza di alcuni governi, malgrado le smentite, potrebbero favorire una diminuzione degli aiuti in armi, anche in nome di una idea pacifista distorta, perché indirettamente nettamente favorevole a Mosca. Il presidente ucraino finora, però, non si è mostrato disponibile a cambiare il suo atteggiamento di chiusura totale a meno di non dovere trattare con un nuovo governo russo, insediato dopo la deposizione di Putin; questa eventualità appare molto remota, se non del tutto irrealizzabile, per il ferreo controllo che il presidente russo mantiene sull’apparato burocratico e di governo della Russia. La posizione ucraina, peraltro, è comprensibile: il paese è stato invaso e bombardato e trascinato in un conflitto che prodotto morte e distruzione all’interno del suo territorio, di cui ha perso porzioni consistenti; le condizioni di Kiev non riguardano solo il rifiuto di trattare con l’inquilino del Cremlino, ma comprendono anche il ritiro e la restituzione dei territori occupati con un congruo risarcimento dei danni subiti dalle azioni militari russe. Lo stesso Putin, che aveva mostrato buone intenzioni, a parole, sulla possibilità di un negoziato, mantiene un atteggiamento del tutto opposto a quello di Kiev e pretende, come punto di partenza, di mantenere i territori conquistati ed annessi con i falsi referendum e lasciando gli attuali confini inalterati. La situazione appare senza via di uscita, le posizioni sono troppo contrapposte e, tuttavia, il solo fatto che si inizi a parlare di dialogo, ancorché per ora impossibile, può significare una piccola speranza. Se l’Ucraina ha necessità di tutto il sostegno possibile ha comunque dimostrato di avere maggiore determinazione rispetto alle forze armate russe ed ha costretto Mosca a, praticamente, esaurire il suo arsenale, che necessita di essere ricostituito; la situazione interna del paese russo non è delle migliori: la crisi economica ed il malcontento, pur non sfociando in grandi proteste, non consentono di costituire una forza combattente con una convinzione pari a quella ucraina, questa guerra non è sentita come propria dal popolo russo, che ne rifugge o la accetta con rassegnazione. Questi elementi uniti anche al fatto che il Cremlino sta iniziando a subire le pressioni della Cina, contraria al proseguimento di un conflitto che comprime la crescita economica globale e quindi anche le esportazioni cinesi, indicano che la via del dialogo può essere più probabile di quanto le condizioni attuali ne consentano uno sviluppo positivo. Fermare le armi dovrà essere il primo passo necessario, ma ciò non sarà sufficiente se non sarà creata una rete mondiale capace di fare recedere le due parti dalle rispettive posizioni, sempre, però, tenendo presenti le ragioni dell’Ucraina che è il paese che è stato aggredito. Occorre che la Russia si renda conto di essere uno stato sempre più isolato ed in questo sarà fondamentale l’azione di Pechino, che, finora ha sostenuto politicamente Mosca: se ciò avverrà Putin dovrà accettare un suo ridimensionamento sul piano internazionale, recuperabile soltanto cedendo davanti alle richieste di Kiev. Il percorso non agevole e nemmeno breve, ma, al momento, pare l’unica via percorribile.

Il pericolo nucleare e l’evoluzione del conflitto

La sola minaccia di una soluzione, che possa prevedere l’utilizzo dell’arma nucleare, apre a scenari completamente nuovi per la guerra ucraina, con fasi che potrebbero spostare il conflitto dai combattimenti tradizionali. L’Alleanza Atlantica ritiene remota una risposta diretta con l’utilizzo delle armi atomiche, in risposta ad un eventuale di bombe nucleari tattiche, cioè con un raggio di circa un chilometro e mezzo, seppure promette conseguenze molto gravi per Mosca; d’altra parte il Cremlino ha specificato più volte che l’utilizzo di ordigni atomici è previsto soltanto in caso di invasione del suolo russo, anche se i referendum farsa lo hanno ampliato, inglobando il territorio conteso con Kiev. L’attuale fase del conflitto vede, da una parte l’avanzata terrestre delle truppe ucraine, che procedono in maniera sistematica nella riconquista di quanto conquistato dai russi e dalla parte di Mosca l’utilizzo massiccio di missili a lunga gittata, che sono dirette per lo più contro infrastrutture civili, con il chiaro obiettivo di stancare ulteriormente la popolazione. Dall’esame dei razzi che hanno colpito l’Ucraina sembra però, che Mosca stia esaurendo il suo arsenale di questi armamenti e ciò, se da un lato può essere interpretato come notizia positiva, dall’altra parte apre alla possibilità che la Russia possa utilizzare altri tipi di armamenti; per ora insieme ai razzi a lunga gittata vengono usati i droni kamikaze di fabbricazione iraniana, che consentono di ottenere grandi risultati, che grazie al loro costo ridotto, ne permettono un grande utilizzo con un raggiungimento degli obiettivi pressoché sicuro. Per ora l’Ucraina ha potuto poco contro queste due armi usate insieme, ma le forniture di batterie antimissili da parte di alcuni paesi europei e di dispositivi in grado di alterare le frequenze di funzionamento dei droni, hanno concrete possibilità di ridurre le potenzialità offensive di Mosca sul suolo di Kiev. Sul terreno per ora la Russia ha soltanto messo in campo i coscritti, soggetti ad arruolamento forzato, con pochissimo addestramento e senza esperienza di combattimento, il cui sacrificio ha il solo scopo di preservare le truppe più addestrate. Questo aspetto crea profondo malcontento in Russia e nelle caserme si moltiplicano i casi di insubordinazione, che rischiano di compromettere il potere centrale. Questo fattore, unito allo sviluppo negativo del conflitto ed anche alle difficoltà dovute alle sanzioni, potrebbe portare all’uso degli ordigni atomici, tuttavia questa decisione, oltre ad implicazioni militari, avrebbe ancora di più conseguenze politiche di ordine interno ed esterno. Si può inquadrare in questo contesto l’annunciata fine del reclutamento forzato, una volta raggiunta la cifra di 300.000 uomini e quella che è sembrata l’intenzione di dare una sorta di stop al conflitto, avente come scopo il mantenimento delle posizioni attuali, fatto tutt’altro che scontato. L’attuale obiettivo russo sembra essere  quello di guadagnare tempo e mantenere le posizioni in attesa di una necessaria riorganizzazione delle forze armate e del loro arsenale, l’introduzione della legge marziale nei territori annessi, deve essere letta in questo senso: creare le condizioni per retrocedere il meno possibile, anche nella speranza dell’arrivo del clima rigido, che non favorirebbe l’avanzata ucraina. L’impossibilità di negoziati per la chiusura di entrambe le parti non deve scoraggiare l’azione diplomatica, comunque difficile, che deve procedere per piccoli obiettivi, come lo scambio dei prigionieri e la ricerca di fasi di tregua del conflitto: si tratta di una base di partenza necessaria per permettere un colloquio indiretto tra le parti, che, in questa fase, non può che essere percorsa da Organizzazioni internazionali o da paesi ed istituzioni neutrali ed in grado di favorire qualsiasi rapporto tra i paesi belligeranti. Il rischio nucleare resta il pericolo maggiore, ma disinnescare le rivendicazioni di paesi che entrano in aperta violazione del diritto internazionale appare una esigenza altrettanto fondamentale per perseguire la pace mondiale, che deve essere l’obiettivo principale. La soluzione della crisi ucraina sembra sempre più lontana, anche perché l’uso delle armi e della loro fornitura è una esigenza irrinunciabile sia per Kiev, che per tutto l’occidente, che con una sconfitta del paese ucraino vedrebbe arrivare pericolosamente vicino alle su frontiere il pericolo della Russia di Putin. Una situazione in grado di allargare a tutta l’Europa un conflitto disastroso.  

Gli USA e l’occidente aumenteranno gli aiuti militari a Kiev per favorire la riconquista dei territori perduti

Nonostante la potenziale supremazia russa, lo scenario del conflitto ucraino appare in una costante evoluzione, che sta diventando meno positiva per Mosca. Secondo Washington l’offensiva di Kiev è costante e pianificata, grazie ai progressi ottenuti dai militari dell’Ucraina nelle azioni compiute nel sud del paese contro le truppe della Russia. Parallelamente a questi successi per Kiev la buona notizia sono i rinnovati aiuti militari, provenienti non solo dagli USA, ma anche da quei paesi che temono l’invasione russa. Dopo l’inizio delle ostilità, risalente a sei mesi prima, l’occidente intravede segnali positivi sul terreno, grazie alla riconquista di alcune città ucraine sottratte all’occupazione di Mosca; ciò permette di intravvedere uno scenario diverso da quello finora presente, dove Kiev si era limitato a resistere all’invasione russa, ma con una evoluzione verso una possibile riconquista del terreno perduto. Questa prospettiva è stata certificata dal Segretario della Difesa statunitense di fronte ai ministri della difesa dei paesi aderenti all’Alleanza Atlantica ed ai rappresentanti di cinquanta nazioni che appoggiano gli sforzi ucraini. Il teatro della riunione è stata la base militare di Ramstein, dove sono stati formalizzati gli aiuti per 675 milioni di dollari relativi ad armamenti speciali, veicoli blindati ed armi leggere; in particolare i razzi, gli obici ed i sistemi anticarro, che si stanno rivelando fondamentali per la riscossa di Kiev. Questa forniture sono necessarie per rifornire le armerie di ucraine, dopo che gli arsenali di produzione sovietica e russa stanno terminando. Gli USA hanno anche sostenuto la necessità di una maggiore partecipazione negli aiuti per l’Ucraina per conseguire l’obiettivo di sconfiggere Putin. Dal punto di vista della durata del conflitto gli analisti ipotizzano uno scenario che può contemplare una durata di più anni, ben lontano dalle previsioni di una conclusione rapida, proprio per questo è necessario implementare ed ammodernare la dotazione delle armi per l’Ucraina e formare grandi riserve di munizioni leggere e pesanti. Questo fattore è ritenuto strategico, non solo per il contenimento della Russia, ma anche per continuare il processo di riconquista dei territori ucraini sottratti da Mosca ed arrivare a condizioni favorevoli per chiudere il conflitto. Gli Stati Uniti si confermano il paese maggiormente impegnato nello sforzo finanziario per il sostegno di Kiev, l’attuale amministrazione della Casa Bianca ha sottoscritto un impegno per la fornitura di circa 13,5 miliardi di dollari di armamenti compatibili con i sistemi di artiglieria dell’Alleanza Atlantica, armi ritenute più moderne di quelle usate dai russi e che stanno fornendo i risultati sperati contro Mosca. Certamente il solo rifornimento di armamenti non è sufficiente, occorrono anche attrezzature contro il clima rigido, che i combattenti dovranno affrontare il prossimo inverno e l’addestramento, sempre più intenso dei militari ucraini all’utilizzo dei nuovi sistemi di armi, così diversi dall’impostazione degli armamenti sovietici e russi. Questa nuova svolta del conflitto, che evidenzia concrete possibilità di ribaltare un pronostico che era tutto a favore della Russia, investe tutta una serie di riflessioni a livello militare e geopolitico, sui possibili comportamenti di Mosca, che dovranno essere tenute in grande considerazione, sia dagli strateghi ucraini, che occidentali. Putin non può più tornare indietro: il suo prestigio e quello della sua cerchia di governo, sarebbe fortemente compromesso: una sconfitta in Ucraina non è stata nemmeno preventivata e già non avere risolto l’operazione militare speciale a proprio favore in poco tempo appare come un mezzo fallimento. Mosca ha sempre l’opzione nucleare, le cui conseguenze non sono prevedibili, se non in una guerra totale, in cui i cinesi difficilmente darebbero il loro appoggio. Le forniture di armi americane sono di gran lunga qualitativamente maggiori e la determinazione dei soldati russi non è paragonabile a quella degli ucraini; le sanzioni mettono a dura prova l’occidente, che tuttavia dal punto di vista energetico, seppure lentamente, stanno operando una riorganizzazione dei loro sistemi di approvvigionamento, mentre Mosca, già in default, tra poco proverà la che carenza di prodotti occidentali, sarà difficilmente rimpiazzabile con prodotti analoghi provenienti da altre zone del mondo: non si tratta di generi voluttuari, ma di prodotti senza i quali le aziende non potranno funzionare, inoltre i blocchi finanziari e la vendita delle materie energetiche a prezzi scontati ridurrà la disponibilità di manovra di una economia già in affanno prima della guerra, come quella russa. Queste prospettive rischiano di indurre Putin a gesti estremi capaci di riportare il mondo indietro di molti anni, per evitare ciò occorre accostare alle misure attuali una strategia diplomatica che possa essere una scorciatoia per consentire di terminare il conflitto.

Cina e Russia useranno yuan e rublo per le loro transazioni di materie prime energetiche

L’atteggiamento cinese verso la Russia, circa l’invasione del paese ucraino, è stato finora ambiguo dal punto di vista politico, ma più netto dal punto di vista economico. Questa riflessione, infatti, spiega il comportamento adottato da Pechino fin dall’inizio delle ostilità verso Kiev, circa il rifiuto delle sanzioni a carico di Mosca, inteso come occasione inattesa di benefici economici per la Cina. Certo la vicinanza politica con la Russia esiste comunque, ma è da inquadrare più in funzione antiamericana, piuttosto che con motivazioni realmente condivise, se non come fatto che ha creato una sorta di precedente per una eventuale invasione di Taiwan. Questa possibilità, seppure concreta, è comunque ritenuta ancora lontana dalla maggior pare degli analisti. Tutto parte dalla necessità di Mosca di trovare altri mercati per le materie prime, dopo che, di fatto, ha perso per ritorsione, quello europeo. La Cina è sempre stata alla ricerca di forniture energetiche per sostenere una crescita necessaria ad innalzare il paese a livello di grande potenza ed a creare la ricchezza interna necessaria ad evitare troppe contestazioni al suo sistema di governo. Il paese cinese è così il mercato che serve a Mosca per vendere le sue materie prime, anche se fortemente scontate, per assenza di domanda. I due paesi hanno trovato un accordo sulle valute di cambio che esclude sia l’euro, che il dollaro, a favore di yuan e rublo: con un sistema di pagamento che prevede l’utilizzo di metà delle due valute per ogni transazione. Se per la Russia l’intento è quello di dare un segnale politico all’occidente, evitando l’utilizzo delle valute dei paesi ostili, che hanno congelato le riserve di Mosca all’estero, per la Cina l’incremento dell’uso dello yuan sul piano internazionale ha un significato economico molto rilevante, perché permette alla sua moneta di raggiungere il quinto posto dopo dollaro, euro, sterlina britannica e yen giapponese, nella classifica delle valute più utilizzate. L’ambizione è quella di superare la moneta giapponese ed avvicinarsi al podio, come strumento funzionale alla sua politica estera, nell’ottica di favorire la sua espansione nei mercati emergenti di Asia ed Africa e quindi esercitare una quota ancora maggiore di soft power in queste regioni. Il rublo, al contrario, è uscito perfino dalle venti monete più usate e, con questo accordo, potrebbe cercare di risalire la graduatoria, anche, se al momento, con il paese sottoposto alle sanzioni questa possibilità più che remota, appare irrealizzabile, anche se l’intenzione di Mosca è di stringere un accordo analogo con la Turchia, che, pur essendo membro dell’Alleanza Atlantica, non ha aderito alle sanzioni. Ankara ha motivi pratici per approfittare della svendita del gas russo perché la sua economia è in forte difficoltà ed avere accesso in maniera favorevole a materie prime energetiche potrebbe favorire uno sviluppo del suo sistema produttivo. Attualmente la posizione della Russia nei confronti della Cina, sulle forniture di materie energetiche si colloca come primo fornitore, avendo superato anche l’Arabia Saudita sulle forniture del comparto petrolifero. La bilancia commerciale, trai due stati è nettamente a favore di Mosca che esporta verso Pechino beni per 10.000 milioni di euro, di cui l’ottanta per cento è relativo al settore energetico, mentre la Cina verso la Russia esporta soltanto beni per 4.000 milioni di euro. Pechino non sembra patire questo sbilanciamento perché gli permette l’accesso a condizioni favorevoli alle risorse energetiche russe e, nello stesso tempo, non giudica anche potenzialmente conveniente l’esportazione dei suoi prodotti verso il paese ex sovietico. L’accesso agevolato alle risorse russe, favorisce invece una maggiore produttività delle aziende cinesi, che potrebbe favorirne la competizione nei confronti delle imprese occidentali, statunitensi ed europee, generando una conseguenza indiretta delle sanzioni molto pericolosa. D’altra parte interrompere la politica delle sanzioni e degli aiuti, anche militari, all’Ucraina è senz’altro impossibile, malgrado alcuni politici di schieramenti di destra, in occidente, abbiano manifestato questo proposito. L’unione e la compattezza dell’occidente è anche una tutela contro l‘espansionismo cinese, che teme più di ogni altra cosa il blocco delle sue merci ai mercati più ricchi, che continuano proprio ad essere quelli dell’occidente schierato contro la Russia.