Unione Europea e Cina raggiungono un accordo per il riequilibrio delle relazioni commerciali

Parallelamente ai negoziati per l’uscita della Gran Bretagna, l’Unione Europea ha portato avanti una trattativa altrettanto complicata con la Cina, che ha avuto una durata ancora più lunga che di quella con Londra; dopo setta anni, infatti, Bruxelles e Pechino hanno concluso un accordo per riequilibrare le loro relazioni commerciali, fino ad ora sbilanciate a favore dei cinesi. La conclusione della trattativa dovrebbe permettere, finalmente, l’accesso alle aziende europee al vasto mercato cinese, eliminando anche le pratiche discriminatorie con le quali la burocrazia cinese vessava gli investitori europei. L’accordo verte su tre punti principali: l’impegno di Pechino ha garantire una maggiore trasparenza sui sussidi statali forniti alle imprese cinesi, per favorire maggiori condizioni di equità per la concorrenza, una direzione verso un diverso approccio delle istituzioni cinesi per garantire condizioni di parità tra le aziende locali e quelle europee ed, infine, un rallentamento del trasferimento tecnologico, che, fino ad ora, è stato uno dei punti di forza del sistema produttivo cinese. Indubbiamente questo accordo non risolve del tutto le problematiche del rapporto con il mondo produttivo cinese, ma rappresenta un progresso nei rapporti bilaterali, anche se dopo sette anni il risultato appare inferiore alle attese e non permette di recuperare il divario che questo tempo ha creato proprio a vantaggio di Pechino; tuttavia l’accesso ad un mercato enorme come quello cinese, soprattutto nel momento nel quale la politica economica e finanziaria del governo cinese ha voluto privilegiare il mercato interno, rappresenta una occasione troppo importante, in senso assoluto, sia in prospettiva futura, che inquadrato nell’attuale momento di difficoltà economica. Concretamente la Cina apre alla concorrenza settori come quello dei servizi cloud, della finanza, della sanità privata e dei servizi in materia ambientale e del trasporto, che erano totalmente riservate ad aziende locali; l’accordo apre anche nuove prospettive nel settore manifatturiero, che costituisce una quota di più del 50% del totale degli investimenti europei in Cina; anche nel settore dell’automobile, che rappresenta ampi margini si sviluppo grazie alla trazione elettrica, ci saranno nuove opportunità grazie alla graduale eliminazione dell’obbligo di creare società miste: particolare rilevante gli investimenti europei in Cina in questo settore rappresentano la quota del 28% del totale, destinato, quindi, a crescere con la nuova regolamentazione. Più controverse le reali applicazioni, che la Commissione europea avrebbe ottenuto dalla Cina circa il maggiore rispetto dell’ambiente e, soprattutto, a riguardo dei diritti del lavoro: già in passato Pechino si era impegnata su questi temi, senza, tuttavia, mantenere la parola data; questa volta tra le rassicurazioni verso l’Europa, la repubblica Popolare cinese ha promesso di volere adottare, seppure in maniera graduale, tutte le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, si tratta di un tema che dovrebbe essere decisivo per il raggiungimento degli accordi con la superpotenza economica cinese, sia dal punto di vista morale, che di pura convenienza economica per stabilire una parità di condizioni per l’accesso del mondo del lavoro, come componente determinante del processo economico. Queste considerazioni aprono un ragionamento complesso sulla convenienza dell’accordo con la Cina: stabilito che durante la presidenza francese nel 2022, saranno compiute ampie valutazioni sulle relazioni con il paese cinese, restano i dubbi, ampiamente espressi, per la repressione operata dal regime di Xi Jinping ad Hong Kong, nei confronti delle popolazioni degli Uiguri, del Tibet e nei confronti dell’opposizione interna, anche attraverso la persecuzione di giornalisti ed attivisti dei diritti umani. Dentro le istituzioni europee non tutti sono favorevoli a questo accordo, ad esempio il presidente del Parlamento europeo per i rapporti con la Cina, ha definito il trattato un errore strategico ed il principale alleato europeo, gli Stati Uniti, hanno espresso preoccupazione; se per l’economia l’accordo può essere considerato una opportunità, in una valutazione più generale non si può non dire che il paese con cui questo trattato è stato stipulato è una dittatura, che ha tutto l’interesse, sia economico, che politico, ad avere rapporti sempre più sicuri con il maggiore mercato del mondo ed a cercare di introdursi sempre più nella società europea. Il modello cinese è guardato con invidia da molta parte del ceto dirigente delle imprese e ciò costituisce un punto di forza per Pechino, che, al contrario, dovrebbe essere stimolata, soprattutto con la leva economica, ad avvicinarsi ai valori occidentali: non il contrario.   

Le questioni irrisolte di Londra dopo l’uscita dall’Europa

L’accordo raggiunto in extremis, tra Unione Europea e Regno Unito, aldilà delle dichiarazioni opportuniste del premier britannico, che ha sottolineato come il legame tra le due parti resterà comunque dal punto di vista emotivo, storico, culturale e strategico, segna la fine del travagliato processo di uscita di Londra dal progetto dell’Europa unita e rappresenta un fallimento per entrambe le parti, che solo il tempo dirà quali saranno gli effetti reali ed i relativi vantaggi e svantaggi. Le dichiarazioni trionfalistiche che provengono da Londra hanno soltanto un fondamento politico, naturalmente funzionale alla Brexit, grazie alla ripresa della piena sovranità di Londra, che senza i vantaggi, spesso ingiustificati, accordati da Bruxelles, avrà problemi di diversa natura sul piano economico già nel breve periodo, ma che potranno acuirsi in maniera più grave nel medio e lungo periodo e non potranno essere risolti da accordi bilaterali di piccola entità, come il recente patto commerciale tra Londra ed Ankara. Nonostante l’approvazione del testo concordato con Bruxelles sia molto probabile, la grande parte di popolazione contraria all’uscita dall’Europa è rappresentata dalla spaccatura presente nei Laburisti, che, seppure ufficialmente favorevoli, devono scontrarsi con una forte opposizione interna, a causa dell’accordo considerato fortemente sfavorevole per gli operai, dal Partito Nazionale Scozzese, dove la questione dell’uscita dal Regno Unito è tornata di attualità proprio per l’abbandono dell’Unione, dal Partito Liberal democratico ed infine dal Partito Democratico unionista. I dissidi maggiori, quelli che potrebbero dare più problemi, riguardano la questione della pesca, che ha tenuto a lungo bloccate le trattative, dove è ritenuta ancora eccessiva la presenza dei pescherecci dell’Unione nelle acque inglesi, fattore che viene percepito come una ingerenza ancora troppo forte sulla sovranità britannica; inoltre è presente e molto sentito, il problema delle esportazioni dal Regno Unito, che costituiscono una materia molto discussa fin dal 1973, anno di entrata nella Comunità Economica Europea, se Bruxelles intenderà applicare le normative europee, potrebbero verificarsi situazioni di mancata congruità, che danneggerebbero decisamente l’attività di esportazione. Queste condizioni hanno favorito nel settore un senso di sfiducia nel governo, che è accusato di scarso impegno su questi temi e, sostanzialmente, di avere tradito tutto il comparto produttivo delle esportazioni per raggiungere più in fretta il risultato della Brexit. Il peso maggiore nell’economia inglese è rappresentato dal settore dei servizi finanziari, un terziario avanzato che è prosperato proprio grazie all’integrazione europea; attualmente la borsa inglese verrà considerata alla stregua delle principali borse estere, come New York o Singapore, senza più godere dei vantaggi garantiti dall’Europa: il concreto pericolo è che su questo stato di cose non ci sia la variazione auspicata da Londra e ciò ridurrebbe di molto il giro d’affari del comparto finanziario nazionale che avrebbe sicuramente pesanti ricadute sul prodotto interno lordo nazionale. Infine la questione scozzese è il vero pericolo, perché potrebbe favorire una dissoluzione del Regno Unito, proprio a partire dal territorio scozzese, che potrebbe generare un effetto a catena con implicazioni anche per il Galles e l’Irlanda del Nord. La permanenza di Edimburgo nel Regno Unito è stata determinata, seppure con poca differenza, proprio dalla garanzia della permanenza nell’Unione Europea, venuta meno questa condizione, un nuovo referendum avrebbe un risultato probabilmente differente; proprio per questo motivo da Londra rifiutano una nuova consultazione popolare sull’argomento, decisione rafforzata dai sondaggi che danno i favorevoli all’indipendenza il 60% dell’elettorato scozzese. Oltre alla tradizionale esigenza di autonomia, l’opinione pubblica scozzese è scontenta per il trattamento che i prodotti locali diretti in Europa, subiranno in conseguenza della devoluzione inglese. Con le elezioni del parlamento scozzese previste nel 2021 un risultato fortemente favorevole agli indipendentisti metterebbe il governo di Londra in grave difficoltà. Per quanto riguarda l’esame che il Parlamento europeo si è riservato dalla lettura delle circa duemila pagine del testo dell’accordo, che verranno esaminate a partire dai primi giorni di gennaio, sono presenti diverse incognite sull’approvazione a causa dei giudizi sfavorevoli sull’accordo dovuti alla sensazione delle troppe concessioni verso Londra, soprattutto da parte di Parigi. La possibilità di un “No deal” non è completamente scongiurata: da una parte e dall’altra, ma in prospettiva i problemi di Londra sembrano troppi per un percorso agevole, anche in caso di approvazione da entrambe le parti.

Unione Europea e Regno Unito: le implicazioni di un accordo in definizione

La prosecuzione dei negoziati per la gestione della situazione dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea stanno proseguendo con l’attenzione del Parlamento europeo, che rimane fermo sulla sua richiesta di potere disporre del testo finale al più presto, per potere valutare tutti gli aspetti tecnici e legali di una questione che promette di essere di difficile comprensione anche per i burocrati più esperti di Bruxelles. Senza avere a disposizione del testo finale la ratifica potrebbe slittare dopo il 31 dicembre 2020 e superare, quindi, i termini previsti dell’accordo transitorio; in quel caso si farebbe più concreta la possibilità di un accordo definitivo ed i rapporti tra le due parti sarebbero regolati dall’accordo mondiale sul commercio, con la conseguenza di mettere a repentaglio un giro d’affari, che solo per le importazioni e le esportazioni si aggira su circa 500.000 milioni di euro annuali. Se gli aspetti circa la regolamentazione per la garanzia delle misure sulla concorrenza competitiva, stanno procedendo verso una definizione, che potrebbe garantire l’accesso alle società inglesi al mercato europeo in maniera praticamente senza limitazioni, rimane il punto più difficile da risolvere: quello delle quote della pesca. Si tratta di una materia simbolo per il governo conservatore, con un impatto sul prodotto interno lordo del Regno Unito pressoché ininfluente, ma che nell’immaginario collettivo della parte favorevole all’uscita dall’Unione, rappresenta il massimo esercizio della propria sovranità, insieme alla volontà di gestire in maniera totalmente autonoma l’immigrazione. Sulla pesca la richiesta europea è di potere disporre di un periodo di transizione, dai sei ai dieci anni, per potere permettere l’accesso della flotta europea, ma che riguarda in maggiore misura i pescherecci provenienti dalla Francia, alle acque britanniche, che assicurano un pescato del 50% alle imbarcazioni dell’Unione. L’obiettivo di Londra è una negoziazione anno per anno, che non permette una programmazione industriale all’Europa e soprattutto conferisce un indubbio vantaggio agli inglesi, che avrebbero la possibilità di ridurre in maniera sostanziale le quote di accesso e perfino di ridurle del tutto. Si tratta di una prospettiva non accettabile dall’Unione e che provocherebbe una riduzione pressoché automatica dell’accesso dei prodotti inglesi al mercato europeo in maniera proporzionale alla quota dei diritti del pescato ridotta da Londra.  Se questi dubbi reciproci non dovessero essere risolti per il termine convenuto, un eventuale accordo potrebbe entrare in vigore in modo provvisorio dal primo dell’anno e poi essere votato successivamente dal parlamento europeo. Questa eventualità non è però gradita alla Commissione europea, che teme un controllo preventivo sulle sue decisioni, una decisione certamente democratica ma in grado di rallentare decisioni che richiedono una velocità maggiore di decisione, anche perché l’accordo con il Regno Unito, nella sua procedura, dovrebbe costituire un precedente per altre situazioni analoghe. Se in questa decisione si comprende la necessità e l’urgenza della decisione, tuttavia il timore della Commissione non appare giustificato per quanto riguarda il futuro, quanto, piuttosto, la necessità di un processo chiaro e normato adeguatamente, che possa conciliare la necessità della velocità di decisione, con la necessaria condivisione con il parlamento, che è sempre l’organo di rappresentanza eletto dai cittadini europei.  Tornando al negoziato occorre anche fare attenzione agli equilibri che un accordo privilegiato con il Regno Unito andrebbe a toccare: altri paesi che hanno accordi separati con Bruxelles potrebbero richiedere di rinegoziare i termini di collaborazione. Occorre ricordare che nessuna nazione può godere di un accesso al mercato europeo, il più ricco del mondo, senza quote e tariffe e questo privilegio sarebbe accordato agli inglesi per la prima volta: se i vantaggi economici possono essere considerevoli, dal punto di vista politico questa concessione appare una sorta di sconfitta, perché non sanziona chi ha voluto abbandonare l’Europa in nome di un sovranismo che è in pieno contrasto con i principi europei; la volontà di salvare posti di lavoro e quote di mercato rappresenta una giustificazione sufficiente, anche in ragione del valore degli scambi, ma deve essere l’unica eccezione per non svilire il peso ed il prestigio dell’Unione Europea; poi se il Regno Unito continuerà a proseguire nella sua intransigenza, meglio abbandonare ogni trattativa perché le ripercussioni negative saranno maggiori per Londra, che dovrà tornare a trattare da posizioni di inferiorità.

L’Europa cerca di superare l’ostracismo di Polonia ed Ungheria

La vicenda dell’ostracismo di Polonia ed Ungheria verso i fondi comuni europei ha anche dei risvolti positivi. Il primo è che finalmente la posizione di Varsavia e Budapest appare in tutto il suo contrasto circa l’appartenenza all’Unione Europea: una adesione di comodo per reperire in modo facile somme che altrimenti non potrebbero essere disponibili per i due paesi ma barattate con una adesione ipocrita ai valori europei ed una incapacità ancora maggiore al loro recepimento ed adattamento. Individuare la volontà di comprimere i diritti civili, limitare la libertà di stampa e perfino della magistratura appare fin troppo facile, dato il prolungato atteggiamento in questo senso dei due paesi. La conclusione più logica è che Poloni ed Ungheria non possiedono i requisiti necessari per continuare a restare nell’Unione, con tutti gli annessi e connessi e la cui principale conseguenza è il taglio dei contributi finanziari a loro favore, mentre sul medio periodo si evidenzia la necessità di valutare con un attento esame l’effettiva esistenza dei requisiti politici necessari per potere restare all’interno di Bruxelles. Il secondo risvolto positivo, che deriva da questa situazione incresciosa, è che, finalmente, sta prendendo forma una risposta degli altri stati dell’Unione, evidentemente la maggioranza, con il chiaro scopo di creare una risposta efficace contro chi vuole immobilizzare le politiche di Bruxelles per perseguire i soli propri scopi; una reazione che deve servire di monito a chi intendesse usare l’Unione come proprio bancomat, senza una adeguata presa in carico dei doveri, peraltro concordati all’ingresso nell’organizzazione sovranazionale. Ad esempio l’atteggiamento di rifiuto verso la solidarietà comune, che hanno complicato in precedenza le crisi dei migranti, non dovranno più ripetersi. Nello specifico della attuale situazione di stallo, dove il voto unanime è necessario, il rischio è quello di un bilancio comunitario provvisorio, che inizialmente bloccherà diverse attività europee, ma che, successivamente potrà essere aggirato con l’istituzione di un fondo di recupero collocato all’interno dell’ordinamento giuridico dell’Unione e con la adesione dei soli paesi intenzionati ad aderirvi; in questo modo per Polonia ed Ungheria lo svantaggio sarebbe doppio: perderebbero i contributi europei a causa del nuovo regolamento sul mancato rispetto dello stato di diritto ed i paesi partecipanti a questo fondo potranno decidere di decurtare dall’importo totale le somme destinate a Varsavia e Budapest, oppure lasciarle integrate nello stesso importo totale ma redistribuite tra i paesi aderenti. Una ulteriore aggravante sarebbe di tipo politico perché i due paesi potrebbero essere costretti a rinegoziare la propria appartenenza all’Unione, in una condizione di grande difficoltà economica dato il perdurare degli effetti della pandemia sull’economia, da affrontare senza gli aiuti europei. Un risultato che avrebbe la stessa valenza di una punizione; certo si tratterebbe di una soluzione estemporanea, ma che potrebbe essere adottata in maniera analoga per altri eventuali casi o, ancora meglio, diventare una norma automatica nel caso di mancato rispetto dei diritti, per consentire un procedimento di adozione delle misure più snello e veloce ed in grado di non bloccare situazioni contingenti, specialmente quelle di emergenza come l’attuale. Dal punto di vista morale il comportamento dei due paesi è fortemente censurabile e va a costituire un precedente molto negativo sul loro curriculum europeo, di cui si dovrà tenere conto in una eventuale fase di rinegoziazione sui criteri di appartenenza, mettendo dei vincoli stringenti su pericolosi atteggiamenti negativi circa il mantenimento e l’applicazione dei diritti, anche se ciò dovrà diventare una regola universale da non trasgredire mai per potere mantenere lo status di membro dell’Unione. I membri europei sembrano finalmente avere capito che abdicare o anche solo soprassedere su questi argomenti ha una valenza fortemente negativa anche sul piano economico, perché non permette quella unità di intenti necessaria e fa apparire l’Unione poco coesa e possibile preda di potenze poco o niente democratiche; nello stesso tempo la tutela dei diritti, che come abbiamo visto, non è più così scontata, proprio per la presenza di membri con requisiti insufficienti, ritorna centrale nel progetto comune europeo: una caratteristica essenziale per competere nel mercato globale con posizioni da veri leader mondiali, perché c’è sempre più bisogno dei valori fondanti dell’Europa.

Con Biden l’Alleanza Atlantica troverà nuovo slancio

In politica estera una delle ricadute più rilevanti della sconfitta elettorale di Trump, sarà la possibile rinascita dell’Alleanza Atlantica, come strumento ritrovato della politica occidentale. L’atteggiamento del presidente eletto Biden è certamente di natura opposta a quello del suo predecessore, tuttavia resteranno attuali alcune critiche che Trump ha fatto ai suoi partner europei, specialmente sulla natura degli investimenti finanziari in armamenti. Se la richiesta della misura del due per cento del prodotto interno lordo sembra che sarà confermata dal nuovo inquilino della Casa Bianca, almeno nelle intenzioni, sarà interessante vedere come sarà valutata anche la destinazione della spesa: Trump aveva come obiettivo quello di rafforzare più l’industria americana, che gli equipaggiamenti e la decisione europea di finanziare la propria industria degli armamenti, seppure sempre nel perimetro dell’Alleanza Atlantica, doveva essere fortemente osteggiata dagli Stati Uniti nel loro ruolo di maggiore azionista dell’organizzazione. D’altro canto la volontà di distacco di Trump dall’Alleanza Atlantica, cosa che, probabilmente, non sarebbe mai stata concessa dal Congresso americano, aveva favorito la nascita di una discussione all’interno degli stati dell’Unione Europea, per la creazione di una forza armata comune: uno strumento essenziale per praticare una propria politica estera e propedeutico ad una unione politica più stringente. L’intenzione non era certo quella di uscire dall’Alleanza Atlantica, ma un soggetto di tale peso avrebbe o avrà la possibilità di esercitare un peso politico diverso nel rapporto con Washington. Questa determinazione non dovrà venire meno anche con la presenza di Biden nel ruolo di presidente degli USA, ma, anzi, dovrà esserne sfruttata la migliore disposizione e il maggiore tatto politico per iniziare a ripensare l’Alleanza Atlantica nel quadro di assetti geopolitici profondamente cambiati, di cui Trump non ha tenuto sostanzialmente conto. Riconciliare l’Unione Europea con gli Stati Uniti può passare da un diverso ruolo dell’Alleanza Atlantica, non più maggiormente funzionale agli interessi statunitensi, ma come garante dei valori occidentali nei teatri già presenti e che emergeranno dai confronti globali. Per il momento però, occorre prepararsi ai possibili danni che Trump vorrà lasciare per mettere in difficoltà l’organizzazione, a cominciare dalla volontà di ritirare soldati americani da scenari essenziali per la sicurezza mondiale, come l’Afghanistan; questi giorni che restano al presidente uscente potrebbero essere usati per mettere l’Alleanza Atlantica in grave svantaggio e con la necessità futura di ripartire da un punto più difficile per la ricostruzione. Passando ai casi specifici più rilevanti sarà interessante vedere come si vorrà impostare il rapporto con la Cina, che emerge sempre più come principale avversario, anche in ragione non solo del fatto degli ingenti investimenti in armamenti ma come competitore globale nell’industria e nella tecnologia. Se per quanto riguarda gli Stati Uniti la politica di duro confronto con Pechino non dovrebbe subire sostanziali mutamenti, per una Alleanza Atlantica riveduta e corretta, si potrebbero creare spazi per smorzare gli scontri sul piano diplomatico, grazie ad un possibile maggiore peso dell’Europa. Questo non vuole dire abdicare alle esigenze occidentali ma soltanto creare la possibilità di un diverso approccio. Un altro caso che dovrà essere trattato con urgenza è il ruolo della Turchia all’interno dell’alleanza: Ankara ha optato per una politica che non è stata conforme agli accordi transatlantici, stipulando accordi di fornitura di armamenti dalla Russia; fattore che non può essere disgiunto da una politica estera della Turchia condotta in aperto contrasto con gli interessi americani ed europei. L’atteggiamento che si vorrà tenere con Ankara segnerà una linea di condotta che dovrà essere poi mantenuta in maniera coerente all’interno dei rapporti trai membri. Infine la scadenza, il 5 febbraio, del trattato del 2010 per limitare le testate nucleari, firmato con la Russia, rappresenta una urgenza non procrastinabile, anche per la disponibilità del presidente russo ad un rinnovo, che potrebbe aprire la strada ad un nuovo tipo di rapporti con Mosca. La necessità di un maggiore uso della diplomazia sembra condivisa sia dal nuovo presidente che dai membri europei, questa impostazione sarà essenziale per approcciare  le situazioni di crisi in maniera più ragionata, senza però abdicare alla necessità del presidio e delle azioni dove sarà necessario per il mantenimento della pace e la tutela degli interessi occidentali.     

Gli USA dovranno cambiare atteggiamento sul commercio per cambiare la politica estera

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Biden, dovrà mettere riparo alla politica commerciale del suo predecessore, che ha avuto anche ricadute sulla politica estera americana. Nell’epoca della globalizzazione dividere commercio da politica estera è anacronistico, perché i due fattori vanno sempre più spesso di pari passo. Soprattutto in uno scenario mondiale dove i contrasti vengono sempre di più risolti senza ricorrere alle guerre, che vengono lasciate come ultima opzione o negli scenari secondari, la competizione commerciale, come strumento di affermazione economica e quindi politica, diventa il teatro strategico per determinare supremazie e vantaggi. Trump non ha mai capito questo punto focale, che sta caratterizzando i risultati di politica estera a livello globale; chiuso nella sua strategia isolazionista, il presidente americano in scadenza, ha condotto una politica miope fatta di dazi sulle importazioni, non selettiva dal punto di vista politico: per avvantaggiare i prodotti americani ha condotto una lotta indiscriminata contro avversari ed alleati, che ha prodotto danni politici sia nel campo avverso, sia e soprattutto in quello amico. Il successo che Trump si attribuisce in campo economico, in realtà è una bugia, dato che ha approfittato delle misure lasciate in eredità da Obama e che i suoi consiglieri sono riusciti a mantenere attive. Per Biden sarà diverso, soprattutto in relazione alle guerre commerciali che Trump lascerà al nuovo presidente e che, in qualche modo dovranno essere disinnescate. Si è detto fin dall’inizio della campagna elettorale che nessuno dei due contendenti avrebbe potuto mutare l’atteggiamento verso la Cina, ciò è vero perché c’è il continuo bisogno di condannare quella che è una dittatura, come, peraltro Pechino ha più volte dimostrato e che un inquilino della Casa Bianca proveniente dal partito democratico, dovrà sottolineare con ancora maggiore forza; tuttavia un approccio differente e più diplomatico si può sperare nel prossimo dialogo tra USA e Cina, che sappia attenuare il livello dello scontro. Ma il vero punto cruciale è l’atteggiamento che Biden vorrà tenere con l’Europa e la necessità di recuperare un rapporto che il suo predecessore ha notevolmente deteriorato. Il comportamento di Trump, unito alla situazione generata dalla pandemia, ha sottolineato come per Bruxelles l’esigenza di essere sempre più autonoma è diventata una vera e propria emergenza. Questo fattore continuerà ad essere presente anche nei rapporti con la nuova amministrazione americana, anche se, come è auspicabile, i rapporti miglioreranno. D’altra parte l’Europa non può che privilegiare il rapporto con gli Stati Uniti, rispetto a quello con la Cina, i cui modi dittatoriali al suo interno ed il mancato rispetto di prassi commerciali corrette con l’estero, condizionano le valutazioni degli stati dell’Unione. Oltre alla convergenza sulla Cina, USA ed Europa devono ripartire dalla consapevolezza che, insieme costituiscono il mercato più ricco del mondo e ciò è un fattore primario che può agire da volano per entrambi le parti. Occorre anche considerare che la Cina, che si sta vedendo precluso questo mercato, sta cercando di creare alternative, come quella recentemente firmata a cui aderiscono diversi paesi, anche dell’area occidentale, come Giappone ed Australia, oltre a vari stati asiatici, che ha creato un mercato più vasto della singola area europea, ma anche dell’unione commerciale tra USA, Canada e Messico, arrivando a sommare il 40% degli scambi globali; questa associazione non ha vincoli politici e ciò rappresenta un fattore di debolezza, ma mira ad ottenere un abbassamento dei dazi doganali di circa il 90% in venti anni, integrando anche servizi e beni degli appartenenti. Questo accordo, che evidenzia la leadership cinese, è stato possibile proprio per l’abbandono del ruolo di influenza americano nel continente asiatico. Ripetere questo errore con l’Europa, ma anche con Canada e Messico, spesso altrettanto maltrattati da Trump, potrebbe essere letale per l’economia statunitense. Dall’aspetto economico globale a quello politico il passo è breve: se Washington dovesse indebolire ulteriormente il suo peso politico internazionale, il suo declino sarebbe garantito ed una eventuale volontà di riguadagnare posizioni implicherebbe un costo finanziario e sociale molto alto. Meglio sviluppare una strategia alternativa e concorrenziale alla Cina, tramite il coinvolgimento degli alleati diretti, con strumenti che prevedano vantaggi comuni, anche oltre gli aspetti economici, e l’attrazione in questa orbita di nemici di Pechino come l’India; cercando anche di sottrarre alla Cina, dal punto di vista commerciale, paesi dell’orbita occidentale, come Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, che si sono avvicinati troppo pericolosamente a Pechino.

La mediazione russa determina un cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh favorevole all’Azerbaigian

Alla fine la Russia è stata costretta ad un impegno in prima persona nel conflitto del Nagorno Karabakh, ma non è stato il tipo di impegno che si auguravano gli armeni. A Yerevan, infatti, fin dall’inizio del conflitto la speranza era che Mosca schierasse i suoi soldati al fianco di quelli armeni, per bilanciare l’appoggio dato dai turchi agli azeri. Così non è andata; troppi interessi contrastanti per il Cremlino per preferire una sola parte. Se fino ad oggi la Russia è stata la principale alleata degli armeni, è anche il primo fornitore di armi dell’Azerbaigian, mentre il confronto con la Turchia è giudicato potenzialmente pericoloso già ora, senza bisogno di ulteriori peggioramenti. L’unica soluzione praticabile dalla Russia è stata, quindi, un impegno diplomatico diretto a fermare i combattimenti, per evitare il proprio coinvolgimento diretto, tra l’altro sgradito ad una parte considerevole della popolazione, che non vede in maniera positiva il rischio diretto dei soldati russi, peraltro ancora impegnati in Siria. Putin ha dovuto fare di necessità virtù e conciliare i troppi aspetti negativi di un impegno militare, che poteva peggiorare il suo gradimento nella popolazione ed un esborso finanziario, che è stato giudicato come un investimento senza grandi ritorni anche in termini di prestigio internazionale. Anche l’attuale fase economica, condizionata dalla pandemia, ha determinato il rischio di perdere un cliente dell’industria delle armi, come l’Azerbaigian, come un prezzo troppo alto da pagare. Infine per i rapporti con Ankara, già molto compromessi, si è preferito non creare ulteriori peggioramenti. Mosca ha però esercitato un ruolo di mediazione, che ha permesso il raggiungimento del cessate il fuoco ed un inizio di colloqui tra due parti molto distanti. L’avanzata azera è così stata fermata con la conquista della seconda più importante del Nagorno Karabakh, distante soltanto undici chilometri dalla capitale. A seguito di questo accordo i militari armeni dovranno ritirarsi per essere sostituiti da 2.000 effettivi russi impiegati come caschi blu, per garantire il cessate il fuoco e per presidiare il corridoio che verrà creato per collegare il Nagorno Karabakh con il paese armeno. Il risultato concreto degli accordi sarà che entrambi le parte manterranno le posizioni attuali ed il Nagorno Karabakh sarà diviso in due aree che costituiranno l’Armenia del nord e l’Azerbaigian del sud, più una striscia di territorio conquistata dalle forze azere. Il capo del Cremlino afferma che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati garantirà il ritorno degli sfollati alle loro abitazioni, sia gli azeri che hanno abbandonato l’area nel 1994, dopo la guerra di quel periodo, sia gli armeni sfuggiti agli ultimi combattimenti; negli accordi rientrano anche lo scambio dei prigionieri ed il recupero delle salme dei caduti delle rispettive forze contrapposte. Se a Baku questi accordi sono vissuti con l’euforia di una vittoria militare, che ha permesso la riconquista di un territorio che è sempre stato considerato sottratto abusivamente, a Yerevan la sconfitta è stata vissuta come una capitolazione militare che ha il significato di una umiliazione nazionale; ciò ha provocato dimostrazioni da parte della popolazione, la cui gran parte si è proclamata a favore della ripresa dei combattimenti; per gli armeni si tratta di una sorta di mutilazione del territorio nazionale, vissuta con ancora più risentimento per il ruolo decisivo degli eterni nemici turchi al fianco degli azeri. Rimane il fatto che il governo armeno non ha avuto alternative ed ha effettuato l’unica scelta possibile per evitare perdite maggiori, d’altra parte l’appoggio turco all’Azerbaigian è stato determinante per le sorti del conflitto e la forza armena non poteva competere con gli armamenti forniti da Ankara. Quello che preoccupa, principalmente gli armeni, ma anche l’opinione pubblica internazionale, sarà proprio il ruolo che la Turchia vorrà interpretare a seguito di questo accordo: le minacce di Erdogan, durante le prime fasi del conflitto, di annientare gli armeni sono ben presenti nella memoria del popolo armeno e dell’opinione pubblica internazionale. La Russia è presente sul territorio con i suo contingente di caschi blu, ma sarebbe consigliabile una presenza ulteriore, meglio se dell’Unione Europea per eliminare ogni velleità del presidente turco, che alle prese con il probabile fallimento economico del paese, potrebbe, ancora una volta, cercare di distrarre l’attenzione con operazioni simbolo contro il popolo armeno. Una eventualità da evitare assolutamente, sia per la specificità del caso, sia per la deriva geopolitica che potrebbe seguirne, capace di coinvolgere il confronto religioso e sia per evitare l’ennesimo potenziale conflitto in grado di riflettersi ben oltre gli equilibri regionali.  

L’Europa sotto attacco del terrorismo islamico

La ripresa del terrore islamico dentro i confini dell’Europa trova i paesi europei sorpresi ed impreparati, concentrati sulla pandemia e sui suoi effetti sanitari ed economici. L’impressione è che gli stati europei abbiano sottovalutato la minaccia e le connessioni indirette degli attentati con la politica estera ed il protagonismo di alcuni soggetti internazionali, come la Turchia. L’iniziale convinzione, ormai accettata da diverso tempo, che la sconfitta militare dello Stato islamico abbia generato un risentimento generalizzato capace di creare quelli che sono stati definiti i “lupi solitari”, estremisti che agiscono da soli dietro un proprio personale impulso contro l’occidente, sembra essere sempre meno certa a favore della possibile presenza di un disegno superiore, pensato ed organizzato in quella zona grigia dei contatti tra stati e movimenti terroristici. Il fine attuale delle provocazioni attuate con le condanne a morte eseguite nei luoghi di culto cristiani o nelle piazze e strade occidentali sembra essere quello di provocare una reazione contro i musulmani europei in grado di provocare una sollevazione generale, anche a livello internazionale degli stati musulmani contro l’Europa. L’ambizione di guidare questa guerra di religione, ma anche di civiltà è stata pubblicamente riconosciuta dal presidente turco Erdogan, che ha definito il trattamento dei musulmani in Europa paragonabile a quello riservato da Hitler agli ebrei. La portata di questa affermazione si commenta da sola, ma rileva la chiara intenzione di fare presa su di una popolazione con scarso spirito critico e vogliosa di riconoscersi in un elemento religioso comune come strumento di riscossa anche sociale. Questo non vale solo in Turchia, ma per il governo di Ankara può essere un mezzo per esercitare una supremazia geopolitica funzionale anche agli obiettivi geopolitici turchi, soprattutto per rendere legittima, alla platea musulmana dei fedeli in generale, ma anche ai governi dei paesi musulmani, la volontà di esercitare un ruolo di guida capace di unire la moltitudine dei fedeli musulmani, ora divisi; tuttavia non pare possibile che ad Ankara ci sia il mandante diretto di una strategia terroristica, che equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra, quello che sembra più probabile è la voglia di sfruttare gli eventi per volgerli a proprio vantaggio. La sorpresa è la mancanza di coordinazione a livello politico degli occidentali, che anche nei settori più progressisti continuano a mantenere una sorta di rivalità nazionale con schermaglie del tutto inutili. Appare singolare, ad esempio, la reazione del Washington Post all’uccisione da parte dei francesi del terrorista ceceno protagonista della decapitazione del professore di storia parigino, accusando il governo della Francia di avere preso di mira i gruppi musulmani. Questo esempio dimostra come una certa parte progressista sia ancora ferma a posizioni di principio, che male si conciliano con le esigenze pratiche della difesa dei valori occidentali. Quello che bisognerebbe fare, sul piano culturale innanzitutto, dovrebbe essere coinvolgere la parte dell’islam moderata e che è già riuscita ad integrarsi in occidente; certo questo non può bastare perché si tratta di una parte minoritaria, che ha comunque, qualche timore ad esporsi contro quella che, piace o non piace, è la parte maggioritaria dell’islam. In questa fase, oltre a non derogare dai principi democratici, soprattutto in una eventuale fase repressiva, occorre una azione preventiva decisa capace di stroncare sul nascere ogni atto terroristico, unita ad un controllo serrato di tutte quelle possibili fonti terroristiche, come moschee radicali e gruppi estremisti, che trovano spazio nei luoghi più degradati delle nostre società. Lo snellimento delle operazioni giudiziarie è un altro presupposto essenziale, insieme all’emanazione di leggi che rendano difficoltoso un certo tipo di proselitismo, a questo proposito le prediche dei luoghi di culto dovrebbero essere sempre nella lingua nazionale. Necessario è anche ridurre le occasioni di contestazione, sia nazionali, che internazionali: la questione delle vignette, sebbene debba essere assicurata la libertà di stampa è un esempio di come dare dei presupposti, certamente sbagliati, all’azione terroristica; ciò vuole dire che ogni singolo membro della società deve essere conscio di doversi impegnare in prima persona per tutelare gli interessi dei valori occidentali, anche rinunciando a parte delle sue prerogative. L’importante è che la battaglia contro il terrorismo mantenga comunque ed in ogni caso le sue peculiarità del rispetto dei diritti civili, quale tratto distintivo; questo è il punto da cui partire per non provocare un confronto di civiltà altrimenti destinato a peggiorare e da cui   noi occidentali siamo quelli che hanno più da perdere.

L’Europa impreparata di fronte alla pandemia

La necessità di limitare la pandemia costringe i governi europei ad andare verso la chiusura sempre più intensa delle normali attività sociali, in questo quadro anche l’Unione Europea cerca di inserirsi provando ad effettuare una coordinazione tra i governi nazionali, un tentativo lodevole, che, ancora una volta, denuncia la necessità di una maggiore integrazione politica, ma che, al momento, è soltanto una iniziativa estemporanea. Il calo dei contagi dell’estate non è stato sfruttato per una riorganizzazione sanitaria sia a livello statale, che sovranazionale: un grave errore in un regime di libera circolazione tra gli stati europei. L’aumento esponenziale dei contagi è dovuto ad un eccessivo allentamento delle regole di convivenza con la pandemia e l’assenza di un sistema di tracciamento dei contagiati, senza una coordinazione tra gli stati. Il blocco delle attività sportive, della ristorazione e di altre attività ritenute sacrificabili ha generato proteste ma provocherà anche una serie di rimborsi che potevano essere destinati ad altri scopi. La sensazione è che i governi degli stati europei stiano improvvisando soluzioni provvisorie troppo funzionali al periodo brevissimo, senza una prospettiva di periodo maggiore; è vero che ci troviamo di fronte ancora ad un problema ancora troppo poco conosciuto, ma le ripercussioni minacciano di essere ancora più gravi delle previsioni fatte fino a poche settimane fa. La prima questione è quella relativa alla salute dei cittadini: il covid-19 impatta sia sulle conseguenze dirette dei contagi, che sulla cura delle malattie che continuano ad essere presenti, ma a cui non viene assicurata l’attenzione dovuta; esiste una sorta di esclusività delle cure verso il covid-19, che ha compresso l’assistenza verso gli altri problemi di salute, una situazione già vissuta nella prima fase della pandemia, ma che non doveva ripetersi alla ripresa dei contagi. Uno dei problemi è sicuramente la preoccupazione per gli aspetti dell’economia, cioè nell’immediato conciliare le esigenze sanitarie con quelle economiche, ma nel breve periodo assicurare la tenuta economica dei paesi, mediante la produzione ed il mantenimento dei posti di lavoro. Attualmente gli esecutivi sembrano indirizzati a mantenere attivi i settori del primario, del secondario e di alcune parti del terziario avanzato, che si può permettere il proseguimento dell’attività attraverso lo smart working, a discapito dei settori della ristorazione, della cultura e dello sport (senza, però toccare i campionati professionistici). Questa visione può essere giustificata dalla volontà di evitare la circolazione delle persone per impedire la diffusione del virus, ma propone una visione sbilanciata della società del lavoro, una sorta di visione ancorata ancora all’importanza della fabbrica; tuttavia si può controbattere che la quota di prodotto interno lordo prodotta dai settori a cui è permesso lavorare è maggiore, quindi più significativa dei settori chiusi; così, però, si rovescia anche il problema: se a chi viene impedito di lavorare si assicura, seppure indirettamente, una maggiore tutela sanitaria, chi si reca nei luoghi di lavoro (cosa che non vale per lo smart working) ha più possibilità di contrarre contagio. Certo questo ragionamento è un estremo, perché non per tutti i settori la chiusura è totale e la preservazione dal virus che ne consegue non è comunque assoluta; tuttavia, aldilà della difficoltà del problema, quello che passa è una gestione contradditoria, ma che segnala la necessità di formare regole preventive al manifestarsi di fenomeni estremi come questa pandemia. Ciò vale sia a livello statale, che a livello europeo, una dimensione che non può essere esentata proprio per ragioni politiche ma soprattutto pratiche, data la libera circolazione delle persone e delle merci. Al momento si procede con aggiustamenti provvisori, che non possono essere soddisfacenti per tutti, ma che devono essere la base su cui ragionare per provvedimenti istituzionalizzati successivi. Un altro elemento di discordia è la frequentazione scolastica, che poi è legata al sistema dei trasporti e delle reti di comunicazione digitale. Come si vede assicurare il diritto all’istruzione investe altri settori, che necessitano di nuove regolamentazioni e nuovo impulso, i cui benefici resteranno a disposizione della società nel momento in cui la pandemia sarà superata. Perché quello che la pandemia ha evidenziato, oltre le emergenze sanitarie ed economiche, è stata l’impreparazione generale dovuta ad investimenti sbagliati e spesso improduttivi, che hanno caratterizzato l’intera Europa. Sono elementi da tenere conto nell’immediato, ma soprattutto per il futuro, un futuro da programmare già da ora, in parallelo alla gestione dell’emergenza.   

La situazione del NAgorno Karabakh resta incerta

Le ostilità, ma sarebbe più appropriato definirle guerra, nel Nagorno Karabakh sono iniziate da un mese e la triste contabilità delle vittime è tutt’altro che precisa, il numero reale e preciso dei morti non è conosciuto dai due contendenti, esiste la stima di Putin, che ha parlato di circa 5.000 vittime; gli armeni hanno aggiunto circa 1.000 caduti tra i propri combattenti e 40 civili, mentre l’Azerbaigian non ammette deceduti tra le proprie forze armate ma 60 civili morti a causa dei missili armeni. Politicamente sia l’Armenia, che l’Azerbaigian rimangono sulle rispettive posizioni, fattore che denuncia come il conflitto possa diventare una logorante guerra di posizione. Fino ad ora il confronto in Nagorno Karabakh era definito come un conflitto a bassa intensità, caratterizzato da una continua ostilità tra le parti, senza sviluppi diplomatici ma con scontri sporadici; nell’opinione pubblica internazionale non era visto come un focolaio potenzialmente più pericoloso, non si prevedeva, cioè, il passaggio a scontri continuativi e su più larga scala. Questa opinione era dovuta alla stasi internazionale sul confronto e non era previsto l’ingresso di alcun attore esterno in grado di fare salire il livello dello scontro. La situazione è mutata con la volontà turca di ristabilire la situazione antecedente al crollo dell’impero sovietico in favore degli azeri. Il sospetto che nel piano di Erdogan ci sia una sorta di parallelismo della situazione curda con quella degli armeni, che storicamente restano nemici di Ankara; ma se per i curdi sulla frontiera siriana si tratta, nell’ottica turca, di una minaccia perché in grado di risvegliare il senso di appartenenza dei cittadini turchi di etnia curdi, per l’Armenia sembra trattarsi più di un simbolo per ingraziarsi una opinione pubblica interna particolarmente sensibile alla politica ottomana del presidente turco, una causa che serve anche a distrarre i turchi dai gravi problemi economici del loro paese. L’Azerbaigian non vuole desistere dal proposito di riconquistare il territorio che reputa di propria appartenenza, ma l’Armenia non è disposta ad arretrare perché vede in una sua sconfitta il ritorno del pericolo del genocidio turco. La sensazione degli analisti è che, malgrado gli sforzi di Ankara, che hanno portato un vantaggio incontestabile agli azeri, questo sia un conflitto che nessuno possa vincere. Ciò, se possibile, aggrava la situazione delle zone di guerra, perché le potenze internazionali non pare abbiano intenzione di impegnarsi in una azione diplomatica che non presenta grandi possibilità di soluzione. Uno sviluppo che non giova neppure alle ambizioni turche, Ankara è impegnata già sia sul fronte libico e quello siriano e per un impegno prolungato anche nel Nagorno Karabakh non sembra essere sufficientemente attrezzata; se questa valutazione riguarda l’aspetto sia economico che militare, sul piano politico la conseguenza per la Turchia è un maggiore isolamento con l’aumento dei propri avversari. Nonostante questa situazione ci sono stati sforzi per il cessate il fuoco, il problema è che questa misura viene costantemente violata con accuse reciproche sulle responsabilità della ripresa dell’uso delle armi. Ci sarebbe il Gruppo di Minsk, struttura della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che dovrebbe, come compito istituzionale, trovare una via pacifica alla soluzione del Nagorno Karabakh, fin dalla sua fondazione del 1992. La guida del gruppo è composta da una presidenza a tre, espressa da Francia, USA e Russia; questa istituzione svolge un ruolo da mediatore tra le due parti e non possiede i poteri per interrompere il conflitto, inoltre per gli Azeri la Francia dovrebbe essere sostituita dalla Turchia, mentre per gli armeni dovrebbe essere compreso tra i membri dei negoziati anche un rappresentante del Nagorno Karabakh, che, però, non è riconosciuto a livello internazionale. Per queste ragioni il gruppo di Minsk pare una istituzione superata, se non altro per non avere evitato il conflitto, meglio sarebbe una pressione a livello singolo da parte degli USA, ed anche dell’Unione Europea, sulla Turchia per fermare la situazione attuale con l’intervento dei caschi blu ad assicurare la tregua. Dopo dare il via a negoziati in grado di definire una volta per tutte il problema; certo con la pandemia in corso e le imminenti elezioni americane questo auspicio pare difficile, tuttavia uscire dall’attuale situazione è necessario per evitare potenziali ricadute negative sull’intera regione.