Londra vorrebbe negoziare di nuovo le regole per l’Irlanda del Nord

Le regole della Brexit, che riguardano il transito delle merci dalla frontiera nordirlandese, sono sgradite a Londra per i problemi pratici che stanno generando e ciò ha indotto il governo britannico a chiedere a Bruxelles una modifica di questa regolamentazione. Nel suo discorso alla Camera dei Lord, il ministro per la Brexit ha espressamente affermato la necessità di modifiche essenziali per il protocollo per l’Irlanda del Nord già concordato con l’Unione Europea. La situazione istituzionale che si potrebbe creare e che è stata recepita come una possibile minaccia a Bruxelles, potrebbe essere il ricorso all’applicazione dell’articolo 16, che può permettere ad entrambe le parti il recesso dalle regole firmate e che regolano l’intera uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Una eventualità che potrebbe avere conseguenze nefaste per i rapporti tra Londra e Bruxelles e che comprende diverse possibili soluzioni: dalla rottura totale fino ad una, molto improbabile, ripresa dei negoziati. Tra le due parti, pur se entrambe hanno molto da perdere con una eventuale sospensione degli accordi faticosamente raggiunti, la Gran Bretagna appare avere maggiori svantaggi in prospettiva, con l’assenza di norme comuni per i reciproci rapporti commerciali. Se l’intenzione del ministro inglese è stata quella di minacciare un ritiro dagli accordi, l’impressione è che sia stata una mossa quasi disperata, che segnala l’incapacità di Londra di gestire una situazione liberamente sottoscritta; del resto la reazione europea è stata quella ampiamente attesa: un rifiuto a rinegoziare il protocollo, giudicando inaccettabile questa soluzione, pur dicendosi disponibile alla ricerca si soluzioni per risolvere i problemi. La posizione europea sembra essere una manifestazione di buona volontà, ma non del tutto reale, nel senso che esibire una prova di forza potrebbe essere favorevole ai britannici, viceversa un atteggiamento più fermo, nel rispetto di quanto firmato, ma comunque collaborativo espone Londra alla ricerca di soluzioni non traumatiche. Il motivo del contendere restano i controlli europei imposti alle merci in entrata dalla frontiera nordirlandese, ritenuti da Londra eccessivi; tuttavia questa scelta è stata obbligata per non introdurre i controlli doganali con quello che è uno stato non più appartenente all’Unione. Probabilmente Londra ha sottovalutato le difficoltà pratiche di questi controlli o ha provocato queste difficoltà proprio per rinegoziare l’utilizzo dell’unico contatto fisico terrestre con l’Unione; anche le spiegazioni britanniche, alla ricerca di un nuovo equilibrio, anche in aiuto di Bruxelles per proteggere il proprio mercato unico, appaiono pretestuose e sospette. La lettura più probabile è che il governo inglese patisca una situazione creata da sé stesso, che è un misto di incompetenza e sfrontatezza, dove lo scopo è quello di aggirare le norme firmate per accedere al mercato europeo da una scorciatoia, peraltro ampiamente prevista dall’Unione Europea. Una ulteriore valutazione da fare è che il protocollo che riguarda l’Irlanda del nord è il tema più delicato per i nazionalisti più estremi, che rappresentano una quota rilevante dell’elettorato di Boris Johnson e, nonostante una approvazione a grande maggioranza del parlamento inglese, restano un tema molto contestato, diventando un fattore di equilibrio degli assetti del partito conservatore. Le difficoltà del governo inglese devono tenere conto di tutte le componenti per potere mantenere il potere e la questione della Brexit è stata determinante per raggiungere il potere attraverso le ultime elezioni: un mancato appoggio delle parti più estreme dei nazionalisti può vanificare il progetto di governabilità del premier londinese. Allo stato attuale delle cose, il giudizio sul governo inglese sfiora l’inaffidabilità perché pretende di rinegoziare norme appena firmate, che non sono certo state imposte dall’Europa: l’ennesima conferma, che, malgrado tutto, l’uscita inglese dall’Europa, sul lungo periodo, non potrà essere che vantaggiosa per Bruxelles, perché, sul piano politico, quello perso è un membro che non garantisce alcuno spazio di progettualità condivisa e rappresenta una lezione che non si può non applicare ad altri membri di convenienza, come era lo stesso Regno Unito, per riportare l’Unione Europea all’interno dei suoi scopi fondativi, lasciando perdere una inclusività forzata e non giustificata dalla convenienza generale.

Problemi relativi a volere ampliare l’Unione Europea con i paesi balcanici

La visione inclusiva della Germania, probabilmente in parte spiegabile con i vantaggi economici da ricavare per sé stessa, dei paesi balcanici all’interno dell’Unione Europa vede una accelerata da parte della cancelliera Merkel, che ha recentemente ribadito la propria posizione, pur riconoscendo che il processo di integrazione necessita ancora del raggiungimento di diverse condizioni e requisiti. Secondo la Merkel i sei paesi balcanici, che non sono ancora stati integrati nell’Unione Europea, devono potere aderire a Bruxelles perché ciò è di fondamentale importanza strategica per l’Europa e l’Unione deve essere protagonista e condurre questo processo. Questa visione è condizionata dal timore, europeo e statunitense, che la vitalità dell’azione politica e finanziaria, soprattutto della Cina, ma anche della Russia, possa portare ai confini europei delle presenze ingombranti, sia dal punto di vista geopolitico, che militare. Si tratta di una perplessità condivisibile, che, però, non può giustificare adesioni avventate perché poco convinte dei valori europei e che, di conseguenza, potrebbero trasformarsi in fattore di alterazione ulteriore dei già fragili equilibri interni all’Unione. La questione è fondamentale per la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea: le adesioni strumentali ai soli benefici economici di gran parte dei paesi dell’ex blocco sovietico, dovrebbero costituire un monito per praticare una accettazione di nuovi membri basata su criteri più selettivi e sicuri per la casa comune europea. Ormai troppe volte casi come il rifiuto della condivisione dei migranti o la promulgazione di leggi illiberali ed in palese contrasto con i principi ispiratori dell’Europa unita, hanno scatenato confronti aspri tra i membri dell’Unione, che ne hanno rallentato la vita politica. Ha Occorre ricordare anche il caso della Brexit, come monito sempre attuale di paese mai del tutto convinto del progetto europeo, ma in grado di assicurarsi, comunque, vantaggi consistenti per la propria economia. Se i dubbi inglesi erano fondati su temi utilitaristici, per i paesi balcanici il vero interrogativo è se questi popoli e, di conseguenza i governi che esprimono, hanno la maturità democratica necessaria per potere aderire all’Europa. Questo interrogativo ha tutt’ora una risposta purtroppo negativa se si pensa all’operato ed alle leggi, che calpestano i diritti civili all’interno dell’Unione, di paesi come Polonia ed Ungheria, che si sono rivelati palesemente immaturi dal punto di vista del pensiero democratico, probabilmente perché al loro interno non hanno compiuto un processo capace di elaborare i valori democratici in modo completo. La presenza, ancora troppo invadente, all’interno delle società di questi paesi della consuetudine comunista anti-libertaria sta ancora condizionando la capacità di accettare l’evoluzione sociale di quei paesi, favorendo una ideologia tipica nei modi dell’estrema destra, non distante, quindi, dalla concezione totalitaria vigente nel blocco sovietico. Se le parti dei paesi balcanici realmente favorevoli all’ingresso nell’Unione, non solo per i benefici economici, sapranno emergere e mostrare un reale cambiamento della società di quei paesi, nulla impedirà ad essi di entrare in Europa, ma per il momento i dubbi appaiono ancora molti. Sacrificare ulteriormente i valori europei, soltanto per impedire l’avanzata cinese e russa, appare una soluzione peggiore del problema, quando sarebbe, invece, opportuno interrogarsi se continuare a permettere di fare parte dell’Europa a nazioni che non stanno meritando affatto questo privilegio. Invece che una politica troppo inclusiva sarebbe preferibile attuare criteri di inclusione più stringenti, necessari ad una maggiore tutela della coesione europea. Si può obiettare che una tale politica potrebbe allontanare troppo i pretendenti all’ingresso nell’Unione fino a scelte totalmente contrarie, tuttavia l’esempio turco dice che avere impedito ad Ankara di entrare a Bruxelles ha preservato l’Europa di avere al suo interno una vera e propria dittatura, che avrebbe portato soltanto scompiglio dentro le istituzioni europee, con conseguenze del tutto destabilizzanti per la vita dell’Unione. Occorre quindi elaborare tattiche alternative ad un processo di dentro o fuori, che sappiano sorpassare i tempi ed i modi attuali di inserimento, pur non certo brevi. Una idea potrebbe essere una collaborazione basata su una sorta di federazione all’Unione degli stati non ancora membri, con possibilità per i funzionari europei di vagliare dal di dentro delle istituzioni di questi paesi la capacità della democrazia e del rispetto dei diritti, per ottenere un giudizio più diretto delle reali intenzioni degli stati candidati. Quello che serve, in conclusione, è la verifica del reale convincimento dell’adesione all’Europa, per scongiurare ingressi dovuti al recepimento esclusivo di benefici economici, ma anche evitare che membri storici dell’Unione ne possano trarre vantaggi.

Le manovre militari dell’Alleanza Atlantica in Ucraina irritano la Russia

Le esercitazioni militari tra Ucraina, Stati Uniti ed Alleanza Atlantica, rischiano di compromettere il periodo di calma, seppure instabile, tra Mosca e Washington. La distensione che è seguita al vertice tra Putin e Biden, che si è tenuto lo scorso mese, incomincia ad essere soltanto un ricordo. Il Cremlino, infatti, avverte le manovre militari congiunte come un affronto ed una minaccia proprio perché vengono effettuate in una zona che la Russia ritiene di sua influenza esclusiva. Naturalmente ciò implica anche ragioni di politica internazionale, che riguardano l’atteggiamento espansionistico degli Stati Uniti in Ucraina: la ragione fondamentale è che Mosca rifiuta di avere truppe dell’Alleanza Atlantica sui propri confini, che è anche il motivo per cui ha sempre rifiutato la possibilità dell’ingresso di Kiev sia nell’Unione Europea, che nella stessa Alleanza Atlantica. Se nella contrarietà verso una intesa con Bruxelles ci sono anche ragioni economiche, l’avversione ad un ingresso nell’Alleanza Atlantica è giustificato dal timore di non avere più uno spazio fisico tra le guarnigioni occidentali e quelle di Mosca, con ovvie potenziali minacce ravvicinate, soprattutto di tipo missilistico, che esporrebbero il paese russo ad una costante minaccia da parte degli Stati Uniti; questa visione è di medio periodo, mentre sul breve l’esigenza funzionale agli  interessi russi è che non ci siano alleati del paese ucraino nei territori contesi con Mosca, dove continuano i combattimenti, capaci di rovesciare le sorti del conflitto. I numeri impiegati dicono che Mosca non ha torto a temere queste manovre militari ed anche ad interpretarle come una minaccia rivolta verso la Russia: infatti nel 2019, le ultime esercitazioni effettuate prima della pandemia, i paesi partecipanti furono 19 contro i 32 attuali e le navi militari impiegate sono passate da 32 a 40. Senza dubbio questo incremento è dovuto alla capacità di Biden di sapere aggregare i paesi alleati e di avere saputo focalizzare l’Ucraina come punto di interesse generale dell’Alleanza Atlantica; in questo Mosca aveva ragione a preferire Trump come inquilino della Casa Bianca ed a impegnarsi affinché venisse rieletto. Aldilà delle implicazioni di carattere politico il vero obiettivo di queste esercitazioni è quello di fornire un adeguato addestramento ai militari ucraini per quanto riguarda i metodi e le modalità di combattimento dell’Alleanza Atlantica e ciò sembra propedeutico ad un ingresso nell’alleanza occidentale più o meno ufficiale, ma comunque con l’intento di integrare le forze armate ucraine con quelle dell’Alleanza Atlantica, anche se, di fatto, queste esercitazioni si tengono fin dal 1997, ma hanno acquisito maggiore importanza dopo l’annessione del territorio ucraino della Crimea alla Russia, con una modalità condannata da gran parte della comunità internazionale. Il fatto che, gli Stati Uniti siano i grandi finanziatori delle manovre militari, deve essere associato alla disponibilità che l’Ucraina fornisce ad usare il proprio territorio come base logistica ed alla possibilità di accesso a forze straniere al suo interno. Le rimostranze russe sono state di ordine militare e geopolitico e si è sfiorato lo scontro quando una nave inglese è stata accusata di avere violato il confine delle acque territoriali della Crimea e quindi della Russia, con le forze di Mosca che hanno aperto il fuoco contro la nave dell’Alleanza Atlantica, primo episodio del genere dalla fine della guerra fredda. Si comprende come questo stato di cose può favorire incidenti che possano degenerare in situazioni ben più pesanti; paradossalmente gli scenari possibili, in questa fase storica, sembrano essere molto più pericolosi di quando era in atto la guerra fredda che si fondava sull’equilibrio del terrore e dove ciascuno dei due contendenti aveva campi ben delimitati, che non potevano essere mai stati oltrepassati. Al contrario la forte precarietà degli attuali equilibri sembra favorire una serie di conflitti a bassa intensità potenziale, ma che possono scatenare situazioni ben peggiori. Uno dei pericoli è che la Russia appare isolata, soprattutto da Pechino, che potrebbe fornire aiuti soltanto se funzionali ai suoi interessi e comunque non in modo paritario, ma tale da mettere Mosca in ruolo subordinato, questo aspetto dell’isolamento russo rischia di fare incrementare a Mosca azioni militari non classiche, ma che sono ormai entrate nella pratica moderna: l’attivismo degli hacker russi costituisce, infatti, un ulteriore terreno di scontro non convenzionale, che, però, rischia di coinvolgere le armi classiche: un pericolo in più da una nazione messa alle strette che non può più esercitare il suo ruolo di prima potenza a cui non ha però rinunciato.

Per l’Europa e l’occidente è essenziale combattere il fondamentalismo islamico in Africa

I paesi occidentali temono la crescita dei movimenti radicali islamici in Africa, dove sono cresciuti gli episodi di violenza con un incremento molto rilevante, che ha contato circa 5.000 attentati con oltre 13.000 vittime, soltanto lo scorso anno. Lo spostamento di formazioni estremiste, come lo Stato islamico, dai paesi asiatici, come Siria ed Iraq, dove il fenomeno è praticamente sotto controllo, ai paesi africani, seguendo una direttrice da oriente ad occidente, pone grandi parti del continente africano sotto stretta osservazione, anche per la relativa vicinanza con l’Europa e gli ovvi contatti con temi quali l’emigrazione ed il rifornimento energetico, sempre più al centro delle problematiche europee. Non va dimenticato come, sul tema dell’emigrazione, i continui dissidi tra i membri dell’Unione Europea possano essere sfruttati come fattore di destabilizzazione dai fondamentalisti islamici, sempre più alleati delle bande dei trafficanti di uomini, sia come capacità di gestione dei flussi, che di introduzione in Europa di potenziali agenti, capaci di compiere attentati. Se i primi paesi minacciati da questi nuovi sviluppi, nell’immediato sono l’Italia e la Spagna, è ovvio che una incapacità di gestione globale da parte dell’Europa, investe proprio il vecchio continente, ancora molto diviso sulle possibili soluzioni dell’argomento. Su questo tema la nuova amministrazione americana è molto sensibile, perché basa la propria leadership atlantica sulla collaborazione con l’Europa e ritiene la sicurezza del vecchio continente un argomento centrale della propria strategia geopolitica. Probabilmente Washington, al suo interno, non vuole ripetere gli errori di valutazione compiuti da Obama, con la guerra siriana ed intende impedire uno sviluppo militare di formazioni islamiste in Africa, dove, peraltro sono già presenti ed attive, per impedire l’apertura di un nuovo fronte di impegno e, soprattutto, di pregiudicare la sicurezza europea, che implicherebbe uno sforzo ancora maggiore per gli USA.  Attualmente il punto geografico cruciale è il Shael, dove la presenza dei fondamentalisti è favorita da uno scarso presidio delle forze governative dei diversi paesi che governano l’area, oltre alla conformazione fisica del territorio, che consente una estrema libertà di movimento alle milizie islamiste. Anche la diffusione della pandemia ha favorito l’attività dei fondamentalisti, rallentando gli incontri diplomatici per la soluzione del problema, tuttavia l’assicurazione della collaborazione alla lotta al terrorismo islamico di Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mauritania e Yemen, rappresenta una ulteriore garanzia che il problema viene percepito a livello sovra continentale come urgente e molto pericoloso. L’attività di contrasto non potrà non prevedere un impegno sul campo, ma su questo versante i paesi europei sono riluttanti ad un impegno di proprio personale direttamente sul terreno africano, piuttosto si preferisce una scelta di operazioni di intelligence, in grado di anticipare le mosse dei terroristi e, soprattutto, bloccare i finanziamenti dei gruppi fondamentalisti. Questa impostazione appare però soltanto una parte della possibile soluzione del problema: infatti senza un contrasto militare diretto, appare difficile riuscire a debellare il problema del tutto, anche perché la presenza fisica delle formazioni terroriste, da una parte riesce nel proselitismo delle popolazioni della zona e con quelle che non riesce ad integrare pratica un regime di terrore, che, in ogni caso, rappresenta un punto di forza nel presidio del territorio. La sfida per gli occidentali è sapere coinvolgere gli eserciti dei paesi della fascia del Shael, almeno con finanziamenti, forniture militari ed addestramento delle truppe regolari; certamente i finanziamenti dovranno riguardare non solo l’aspetto militare ma anche, ed in maniera sostanziosa, tutto ciò che può riguardare lo sviluppo dei paesi coinvolti, in termini di infrastrutture, presidi medici e sviluppo dei settori produttivi. La questione africana, a lungo rimandata, dai paesi occidentali, si ripresenta così sotto forma di  urgenza che ha come scopo la sicurezza stessa dell’Europa e dell’occidente, ma è, allo stesso tempo, una occasione di sviluppo globale che non può essere sprecata, anche per strappare l’Africa ad una influenza cinese, ormai male sopportata dagli stessi africani.

Aumenta lo scontro tra Occidente e Cina

I timori comuni dei membri dell’Alleanza Atlantica verso la Cina hanno prodotto una risposta del tutto prevedibile da parte di Pechino. La tattica cinese è fare diventare diffamazione tutto ciò che è contro la Repubblica Popolare, soltanto che il palcoscenico internazionale non è quello domestico, dove l’informazione è controllata e le critiche represse. Pechino nega di porre in atto sfide sistemiche contro la sicurezza internazionale, che è, ormai, l’opinione ufficiale e comune dell’occidente, o almeno dei governi occidentali, tralasciando l’influenza che vuole esercitare sui paesi in via di sviluppo, mediante una politica di crediti che si trasformano facilmente in debiti molto onerosi, le politiche finanziarie aggressive, il mancato rispetto dei diritti civili e la crescita economica ottenuta con l’assenza di garanzie per i lavoratori, un costo del lavoro molto basso ottenuto spesso con metodi che sfiorano la schiavitù. Negare ciò è scontato perché non ci si può presentare la mondo con queste caratteristiche, ma proprio il mondo globalizzato che piace ai cinesi è il principale strumento per smascherarli. Nella nota della missione diplomatica di Pechino accreditata presso l’Unione Europea si riprende l’occidente di essere ancora fermo ad una mentalità da guerra fredda, ma questa situazione è quella creata dalla stessa Cina. Che porta avanti politiche, soprattutto interne, ma anche esterne, in completo contrasto con i valori occidentali, ed è chiaro che se ogni parte è legittimo che sostenga le proprie ragioni è legittimo che l’occidente veda per se stesso la Cina attuale, come una minaccia. Pechino è diventata una delle peggiori vittime della sconfitta di Trump: con il precedente presidente USA , la dialettica di scontro era ai massimi livelli, ma senza troppe conseguenze, inoltre l’avversione di Trump per l’Europa aveva portato ai minimi storici il dialogo con gli alleati occidentali; ben diverso l’atteggiamento di Biden, che si rivela nemico ben più temibile per la Cina, proprio perché oltre a mantenere la diffidenza verso la potenza cinese è stato capace di ricompattare l’occidente verso i tradizionali legami con gli USA: un fattore che da solo indebolisce Pechino e la isola dai mercati più ricchi del mondo, una questione a cui la Cina è molto sensibile perché funzionale a quegli obiettivi di crescita economica, che sono da molto tempo  al centro degli obiettivi cinesi, anche come elemento di geopolitica. Aldilà del terreno di scontro dell’economia, che non è affatto secondario, l’unità di visione maturata nel campo occidentale contro l’autoritarismo cinese, permette agli stati occidentali di allontanarsi dalla Cina, verso cui si era pericolosamente avvicinata a causa del peggioramento delle relazioni causato da Trump. Dal punto di vista delle conseguenze il pericolo di una Cina isolata dall’occidente è quello di un ulteriore ricorso all’ampliamento degli armamenti, direzione, peraltro, già intrapresa da tempo, che però, con questi ultimi sviluppi, potrebbe indurre Pechino ad accelerare verso dimostrazioni di forza come ha più volte minacciato. SI pensi al presidio delle vie navali di quelle che ritiene acque di sua pertinenza, delle questioni delle isole contese e della vicenda più potenzialmente pericolosa costituita da Taiwan, a cui Pechino non ha mai formalmente rinunciato, considerandola parte integrante del territorio cinese.  Ancora più oltre occorre ricordare che la Cina ha sempre affermato di volere difendere i suoi interessi, se si estende questo concetto alla difesa della possibilità di effettuare investimenti considerati strategici per i suoi obiettivi, sarà interessante vedere la reazione di Pechino di fronte ad un possibile contrasto all’attivismo cinese nei paesi occidentali. La reazione più probabile passa da una guerra commerciale, che non conviene a nessuno, perché in grado di bloccare o comprimere fortemente l’economia mondiale, tuttavia quella che ha più da perdere è proprio la Cina, se si vedesse preclusi i maggiori mercati mondiali, in quel caso sembra facile prevedere l’esibizione di una prova di forza, con conseguenze anche potenzialmente irreparabili. Prima di arrivare a quel punto però dovrà esserci il lavoro delle diplomazie, con la minaccia di un possibile ritorno di Trump sulla scena statunitense, che sarà il vero ago della bilancia per tutta una serie di situazioni in grado di rovesciare l’assetto attuale e per il quale, verosimilmente, Cina, ma anche Russia lavoreranno a favore; quindi il successo dell’occidente, anche come valori pratici ed astratti, passa per il successo dell’attuale presidente americano, che deve rendere efficace il suo progetto di rafforzamento dei rapporti con l’occidente: un compito in grado di riportare la storia sui binari dai quali era uscita.    

L’Unione Europea teme una annessione della Bielorussia verso Mosca

La crisi conseguente al dirottamento dell’aereo diretto in Lituania, da parte del regime bielorusso ha comportato una reazione, che ha permesso di verificare una inedita identità di vedute tra i paesi europei. La durezza della risposta di Bruxelles, infatti, è stata condivisa sia da quei paesi, come quelli baltici, che temono da sempre le azioni di Mosca, sia da nazioni più propense a riprendere il dialogo con la Russia. Questa premessa, nonostante le sanzioni siano state dirette contro Minsk, è doverosa per analizzare le possibili conseguenze di questo passo diplomatico, anche per il Cremlino. Uno dei timori europei, aggravato proprio dalla questione dell’aereo irlandese costretto all’atterraggio a Minsk, è la possibilità che la Russia crei una sorta di federazione con la Bielorussia, che, in realtà, potrebbe significare l’annessione di Minsk a Mosca. Del resto la Russia starebbe progettando soluzioni analoghe anche per zone appartenenti all’Ucraina: lo scopo è quello di contenere una possibile avanzata dell’influenza occidentale ai confini dell’ex paese sovietico, che potrebbe attuarsi con l’azione economica dell’Unione Europea e di quella militare dell’Alleanza Atlantica, che già schiera dei suoi effettivi in diversi paesi appartenenti al patto di Varsavia. Le conseguenze più immediate sarebbero una chiusura ulteriore della Russia verso l’Europa ed un peggioramento ancora maggiore dei rapporti con l’occidente. Si tratta di una possibilità a cui diversi paesi europei sono contrari e che è vista come uno sviluppo troppo negativo, tale da costituire un fronte difficile da fronteggiare, in questi termini, anche per Washington, già concentrato su altre questioni. Le intenzioni di Mosca sarebbero di procedere su questa linea, se non dovessero intervenire elementi tali da distoglierla dai suoi propositi ed anche la Bielorussia, ormai isolata e con alleato solo la Russia, non vedrebbe soluzioni alternative alla rinuncia sostanziale della propria sovranità. Per Mosca, senza altre vie d’uscita, percorrere questo obiettivo è funzionale al mantenimento della sua influenza geopolitica e, sul fronte interno, una distrazione per l’opinione pubblica in una fase di stagnazione economica piuttosto grave, dove il reddito pro capite è fermo a circa 9.000 euro annui a causa dell’assenza di una politica industriale capace di diversificare la produzione nazionale per renderla maggiormente indipendente dal settore energetico e dall’incapacità di ammodernare un tessuto industriale caratterizzato da impianti troppo obsoleti. L’Europa, però non ha interesse che la Russia rimanga in una tale posizione: un paese più moderno, sia dal punto di vista dei diritti, che dalla capacità di maggiore spesa, potrebbe rappresentare un mercato potenzialmente enorme e molto vicino dal punto di vista geografico. Il primo passo è quello di creare una tendenza di maggiore distensione attraverso una maggiore cooperazione diversificando i possibili aiuti verso Mosca e verso Minsk, con il primo scopo di mantenere la sovranità della Bielorussia sul proprio territorio. Le perplessità riguardano il rapporto con i due capi di stato, che sono duramente contestati in patria; se questa prerogativa potrebbe favorire i piani europei, in realtà l’apparato repressivo assicura una permanenza al potere praticamente certa e ciò potrebbe ritorcersi contro i progetti europei, che finirebbero per finanziare regimi autoritari niente affatto disposti ad andare verso forme di maggiore democrazia. Occorre però dire che la capacità di risposta, univoca ed insolitamente veloce, dei paesi europei alla provocazione bielorussa, ha prodotta una certa impressione sia a Minsk, ma soprattutto a Mosca, dove si è registrata la capacità di produrre risposte sufficientemente dure, da parte di Bruxelles. La Russia è già soggetta ad un regime di sanzioni che ha prodotto dei risultati negativi per il Cremlino proprio in campo economico e che hanno contribuito al malcontento della popolazione. Il patto con il corpo sociale basato sull’assunto  più prosperità in campo di più autoritarismo ha provocato una erosione nel gradimento di Putin, che si è trovato alle prese con una contestazione sempre più aperta. Questo fatto ha creato grande preoccupazione al Cremlino, tanto da temere che le proteste bielorusse potessero influenzare anche il clima in Russia, mediante una crescita esponenziale del dissenso. Per ora, per contrastare il fenomeno si è pensato a soluzioni contrarie al gradimento europeo, ma se Putin vorrà uscire dalla crisi dovrà creare i presupposti per una collaborazione con l’Europa, che deve iniziare con l’attenuazione delle sanzioni e la capacità di creare le condizioni di attrarre investimenti esteri e, per fare ciò, il cambiamento della situazione politica interna è il primo passo necessario, anche se, forse, non ancora sufficiente.  

La violazione bielorussa e la posizione tattica di Mosca

La risposta europea all’atto ostile e contrario al diritto internazionale compiuto dalla Bielorussia non si è fatta attendere proprio perché è stata considerata essenziale una risposta forte ed adeguata sia contro lo stato autore della violazione, sia per prevenire eventuali possibili imitatori: troppo rischioso interrompere lo stato di diritto nei cieli del mondo. La Bielorussia sarà così sottoposta ad un isolamento ancora maggiore, attraverso l’inasprimento delle sanzioni economiche, aumentando la lista delle personalità del paese sottoposte e da sottoporre a sanzioni ed infine vietare alla compagnia di bandiera di sorvolare il territorio europeo e chiedendo, altresì, alle compagnie europee di non sorvolare lo spazio aereo bielorusso. L’azione di Minsk di dirottare un aereo di linea, da Atene a Vilnius, con l’uso di aerei militari appare senza precedenti e la sua gravità pone il regime della Bielorussia sempre più ai margini del consesso internazionale. Le modalità con cui è stata condotta l’azione sono superate solo dall’arroganza dei modi e si rivelano analoghe a metodologie che stanno assumendo modalità sempre più comuni negli stati autocratici e nelle dittature. Collegare Minsk a Mosca sembra quasi un passo obbligato: la pratica di impiegare di militari senza insegne, come è accaduto in Crimea e continua ad accadere al confine ucraino è fortemente simile all’azione di Minsk, in più in entrambi i paesi la repressione delle opposizioni è diventato un fatto comune, attraverso il quale eliminare ogni voce contraria al regime al potere; del resto il legame tra i due paesi si è rinforzato, anche recentemente , proprio alla lotta comune al dissenso: se per Minsk è questione di sopravvivenza del ceto politico al potere, per Mosca è essenziale eliminare ogni voce contraria nei pressi dei propri confini. Il Cremlino ha imparato dalla lezione ucraina di non potere sostenere altri punti deboli alla sua frontiera, sia per mantenere la sua zona di influenza, sia per non alimentare e dare coraggio alla propria opposizione interna. Non sembra possibile credere che l’atto bielorusso non abbia avuto il beneplacito da Mosca, proprio perché va interpretato anche come un chiaro messaggio verso l’Europa, sempre più intesa come origine dell’avversione ai regimi nell’orbita russa. Però questo atto di estrema violazione di un aeromobile straniero, equivalente ad un atto di guerra contro uno stato sovrano, rivela un calcolo errato che è anche sintomo di una paura, che sembra imprigionare il regime di Minsk: si tratta, infatti, di una sorta di atto disperato, di cui, forse, non si sono valutate le ricadute. Se la Bielorussia è uno stato satellite della Russia, le prime reazioni sono, ovviamente, dirette contro Minsk, ma il passo seguente sarà quello di pensare bene ai rapporti, già molto difficili, tra Bruxelles e Mosca. La tattica di portare la tensione fin quasi al punto di rottura è una costante del Cremlino e l’azione della Bielorussa potrebbe essere vista come una sorta di test della risposta europea in termini di unità politica e di velocità; se questo è vero la Russia ha avuto la risposta che temeva: malgrado tutte le divisioni su diversi temi, che attraversano l’Europa, Bruxelles ha saputo produrre una reazione adeguata al torto subito, che è solo un primo provvedimento a cui, verosimilmente, ne seguiranno altri. L’errore di Minsk e, di conseguenza, di Mosca è stato sperare di spaccare i ventisette paesi membri per trovare una incrinatura in cui potere introdursi. Il danno economico per la Bielorussia sarà pesante, mentre sul piano politico rimane il giudizio di paese inaffidabile come deve essere per ogni dittatura, ma per Mosca la situazione diplomatica non potrà che peggiorare: l’azzardo dell’ennesima infrazione del diritto internazionale, questa volta perpetrato direttamente contro i paesi europei non potrà che peggiorare le relazioni bilaterali, già messe a dura prova con i provvedimenti contro i massimi rappresentanti istituzionali dell’Unione. La realtà è che si sta procedendo di nuovo verso una marcata divisione tra blocco occidentale e blocco orientale, se nel primo il ruolo USA, con Biden presidente, sta privilegiando una nuova collaborazione con gli europei, nel secondo la preminenza cinese obbliga la Russia a cercare di trovare un ruolo di maggiore importanza e l’unico spazio dove trovarlo è appunto in Europa, esasperando i rapporti con Bruxelles, anche con un significato antiamericano, ma comunque subalterno a Pechino. Il quesito è se Putin, che ha basato molto sul nazionalismo, riuscirà a mantenere il suo potere con questi metodi o se oltrepassare di continuo i limiti della legge internazionali, non siano il segnale dell’inizio della sua fine politica.  

Biden deve diventare protagonista nella questione israelo-palestinese

Le sollecitazioni della sinistra del partito democratico, verso il presidente degli Stati Uniti, per una presa di posizione differente verso Israele, rappresentano una novità a livello istituzionale, dovuta alla crescente rilevanza nel partito ed al contributo fornito per l’elezione di Biden alla massima carica americana. Sono una novità istituzionale per la numerosa presenza in parlamento della sinistra, ma non sono una novità nel dibattito politico statunitense, perché una consistente quota sociale di elettori democratici si è sempre espressa contro le violenze di entrambe le parti, ma con particolare attenzione verso Israele a causa del mancato rispetto degli accordi, della negazione della soluzione dei due stati e della violenza, che ha causato spesso vittime tra i civili. Biden, però, si è ritrovato con una situazione creata da Trump, che ha avuto vita facile per la mancanza di vincoli lasciati da Obama. Il precedente presidente americano ha privilegiato il rapporto con Netanyahu, sia per affinità personale, che politica, indirizzando la politica americana in maniera totalmente sbilanciata verso Israele, fornendo la sua legittimazione agli insediamenti delle colonie e riconoscendo Gerusalemme come capitale dello stato israeliano. La crisi irrisolta della politica di Israele, che deve continuamente fare ricorso ad elezioni i cui risultati restano inalterati e non permettono una risoluzione della situazione, non aiuta il paese, ma nemmeno i suoi alleati, dove, gli USA restano i principali, anche dopo il cambio alla Casa Bianca. Netanyahu è un politico spregiudicato e sta usando la situazione contingente per impedire di essere sfrattato dal governo e di essere travolto da una situazione giudiziaria sempre più compromessa. Biden, già nelle sue intenzioni durante le elezioni, ha fatto lo stesso errore di Obama: privilegiare l’impegno nel sud est asiatico ritenuto più importante e strategico, sia dal punto di vista geopolitico, che da quello economico, tralasciando l’attenzione sulla situazione mediorientale e compiendo così un errore di valutazione importante. La repressione israeliana contro la striscia di Gaza ha provocato un maggiore impegno finanziario iraniano, che permette al gruppo terroristico di disporre di armamenti avanzati, come dimostrato in questi giorni e, soprattutto il fatto di essere finito sotto l’influenza di Teheran. L’atteggiamento di Israele sta compattando il mondo sunnita a seguito dell’attivismo turco: Ankara, pur rientrando nell’Alleanza Atlantica, si sta muovendo in maniera autonoma con finalità spesso in contrasto con gli interessi occidentali. L’Europa conferma la propria piccolezza politica ed i suoi stessi leader appaiono confusi ed impegnati in dichiarazioni di sola prammatica. Il quadro generale non è quindi dei migliori per il Presidente USA, tuttavia la situazione, proprio perché così incerta, obbliga la prima potenza mondiale ad assumere una posizione netta e non titubante: è un atto dovuto di fronte allo scenario internazionale, ma anche una risposta alle pressioni di una parte consistente e politicamente rilevante del suo partito, che comprende anche parte del centro. Negli USA il riconoscimento con Israele dei cittadini americani di religione ebraica è in discesa e ciò può favorire un maggiore convincimento verso un’azione capace di tutelare i diritti di entrambe le parti ed assumere una condanna permanente verso le violenze che comprendono i civili. Quello che è mancato finora a Biden è stata un’azione diplomatica capace di andare oltre i soliti interlocutori, ma in grado di coinvolgere anche Hamas, che sebbene sia considerata un’organizzazione terroristica è una parte direttamente in causa del conflitto. Le implicazioni della vicenda israelo-palestinese devono restare centrali nella politica americana, proprio per prevenire situazioni analoghe a quelle vissute in Siria e recentemente in Turchia, dove l’assenza americana ha permesso il sopraggiungere di nuovi protagonisti, capaci di cambiare gli assetti e gli equilibri regionali. L’azione di Iran, Turchia e Russia è contraria agli interessi americani, occidentali e, sul lungo periodo agli stessi israeliani e palestinesi; rilanciare la soluzione dei due stati, attraverso la pressione su Tel Aviv per indurla a rispettare gli accordi e porre fine alla politica degli insediamenti e dello scarso rispetto dei cittadini arabi dello stato di Israele, resta la maggiore assicurazione per disinnescare Hamas e chi lo finanzia e dare finalmente una stabilità alla regione; del resto proprio tra gli ebrei del mondo cresce il favore verso questa soluzione e se Biden saprà farsene interprete, potrà scrivere sul proprio curriculum un risultato finora mai raggiunto che sarà il fattore più importante in politica estera della sua azione presidenziale.

La questione della pesca nel canale della Manica, primo caso di contrasto del dopo Brexit

Il primo vero contrasto, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si svolge sulla materia della pesca e sull’accesso a porzioni di mare, ritenute riservate da alcuni soggetti; in particolare il problema è sorto tra la Francia e l’isola di Jersey, che, seppure, non rientra nel Regno Unito è rappresentata da Londra nelle relazioni con l’estero: le isole del canale, infatti, sono dipendenze autonome inglesi ed hanno amministrazioni proprie. Appare significativo che il primo conflitto diplomatico, dagli accordi tra Londra e Bruxelles, riguardi proprio la materia della pesca, che è stato uno degli ostacoli più duri del negoziato e comunque uno degli ultimi ad essere definito. L’amministrazione di Jersey ha praticato una serie di restrizioni contro i pescherecci francesi, ritardando il rilascio delle licenze di pesca, introducendo delle limitazioni e dei controlli ai pescatori francesi, come il numero di giorni nei quali esercitare l’attività, quali tipi di prede possano essere catturate e con quali attrezzi; in sostanza, secondo Parigi, si è voluto introdurre degli elementi di novità, che hanno lo scopo di intralciare l’attività di pesca francese e che sono in netto contrasto degli accordi sulla pesca stipulati tra Regno Unito ed Unione Europea. L’impressione è che l’amministrazione di Jersey abbia voluto approfittare dell’inizio del periodo che segue l’accordo, forse interpretato come una fase interlocutoria e di incertezza, per contrastare i pescatori francesi, che sono i principali frequentatori delle sue acque; tuttavia ad ogni azione corrisponde una reazione e quella della Francia è stata di minacciare l’interruzione della fornitura della corrente elettrica, che giunge sull’isola di Jersey con cavi sottomarini provenienti dal paese francese. La minaccia di Parigi è stata recepita come sproporzionata dall’isola di Jersey, nonostante l’azione della dipendenza britannica fosse in palese violazione degli accordi post Brexit, e ciò ha provocato l’invio di due motovedette della marina militare di Londra, fatto che ha contribuito ad innalzare la tensione tra le due parti; ma, se da un lato, Londra ha mostrato la forza, giustificando la presenza delle sue navi militari solo come misura precauzionale e con lo scopo di monitorare la situazione, dall’altro ha voluto bilanciare con un atteggiamento diplomatico coincidente con la necessità di ridurre le tensioni mediante un dialogo costruttivo tra Francia e l’amministrazione di Jersey. La difesa della pesca deve restare un punto fermo nell’atteggiamento post Brexit da parte del governo londinese, giacché proprio tra i pescatori inglesi vi furono i maggiori sostenitori dell’uscita dall’Europa a causa degli interessi del comparto della pesca inglese. La Francia, altresì, ma espresso la totale determinazione possibile affinché l’accordo sulla pesca, tema altrettanto sentito in terra francese, sia rispettato ed attuato in modo conforme a quanto sancito dagli accordi firmati dopo la Brexit, mentre Parigi non ha voluto commentare le minacce dell’interruzione dell’energia elettrica verso Jersey, fatto, che, forse, permette di stabilire che la ritorsione potesse essere fuori misura, rispetto agli ostacoli contro i pescatori francesi. La questione pone in rilievo come il rapporto tra Regno Unito ed Unione Europea dopo la firma degli accordi conseguenti alla Brexit, non sia ancora del tutto definita ed inoltre come il silenzio di Bruxelles su questa specifica vicenda colga le istituzioni centrali europee del tutto impreparate di fronte a fatti particolari che riguardano la materia del trattato; anche l’atteggiamento francese, la minaccia di interrompere l’energia elettrica non sembra potere essere condivisa dall’Unione, pone l’attenzione su possibili azioni dei singoli stati per difendere le violazioni dei diritti dei cittadini in quanto cittadini nazionali, in questo caso francesi, piuttosto che nell’accezione di cittadini europei. La distinzione non è di poco conto perché segnala, che in prima istanza, il singolo stato sembra preferire agire in prima persona, piuttosto che ricorrere a Bruxelles; sarebbe interessante conoscere le ragioni di questo tipo di reazione, se sono cioè riconducibili ad una scarsa fiducia della risposta europea, sia per i tempi di reazione, che per l’effettiva efficacia o se sono dovute alla necessità di evidenziare una capacità di azione nazionale superiore a quella comunitaria, funzionale ad affermare la politica del governo in carica. IL fatto saliente è che l’Europa, una volta firmato l’accordo lo dia come vigente senza considerare le eventuali eccezioni come in questo caso. Comunque sempre meglio che il Regno Unito che ha colto l’occasione per mostrare i muscoli: una chiara ammissione di inadeguatezza del governo di Londra.

In Francia alcuni militari parlano di soluzione armata per evitare la deriva della società

Una lettera provocatoria scritta ad una rivista francese ultraconservatrice e firmata da generali in pensione, ma anche da ufficiali e militari in attività, mette in apprensione la Francia democratica e segnala una nuova possibile strategia della destra estrema di indirizzare il dibattito politico verso forme che si pensava ormai non più utilizzabili. I destinatari della missiva sono tutti i rappresentanti della classe politica del paese francese, che vengono avvertiti del rischio di disintegrazione della nazione e della sua società, fino a prefigurare una potenziale guerra civile. L’analisi della situazione da parte dei militari autori della lettera, presenta una valutazione molto grave dell’attuale situazione politica e sociale francese, definita apocalittica, causata da fattori di profonda capacità di disgregazione, come l’islamismo e quelle che vengono definite le orde delle periferie, ma anche le rivolte di matrice populista, come quella dei gruppi definiti giubbotti gialli, che hanno prodotto gravi rivolte contro le forze dell’ordine. La conclusione è che l’attuale società ha prodotto un lassismo troppo pericoloso per i valori del paese e che la situazione attuale pare senza ritorno ai militari, se non attraverso un’azione  delle forze armate. L’intenzione è quella di proteggere i valori della civiltà nazionale, messi in pericolo dal multiculturalismo, e quindi proteggere i cittadini francesi sul loro territorio nazionale e prevenire una guerra civile che potrebbe stravolgere il paese. Si tratta, chiaramente di una visione troppo conservatrice ed estremista, che mette in risalto una interpretazione dell’attuale momento francese in una direzione estremamente nazionalista; tuttavia, seppure in modo inquietante, ciò rappresenta un segnale inequivocabile della presenza di un malessere sulle cui cause, non sui modi di risoluzione, ci possono essere delle condivisioni. Quello che è in contraddizione con lo spirito democratico francese è non sapere proporre metodi alternativi al ricorso alla forza per non risolvere problemi, come la mancata integrazione della società musulmana, spesso relegata nei ghetti delle periferie, spesso causati proprio da quei settori politici che condividono le argomentazioni della lettera. A questo proposito risulta significativo l’appoggio dato ai militari autori della missiva, da parte della leader della maggiore formazione di estrema destra francese, che ne ha condiviso le preoccupazioni ed ha fatto un invito alla condivisione nella lotta politica, seppure in maniera pacifica: che gli argomenti fossero comuni non sorprende, ma che una possibile svolta militare potesse diventare strumento politico di un partito, sebbene di estrema destra, rappresenta un fattore preoccupante sia come fattore interno alla politica francese, che come fattore dentro all’Unione Europea. Ora ciò rappresenta un vuoto nella legislazione di Bruxelles che deve essere riempito nel più breve tempo possibile, in modo da mettere fuori legge quelle formazioni politiche, anche se elette in modo democratico, che pensino di appoggiare ed usare in maniera strumentale un eventuale aiuto fornito dalle forze armate al di fuori dei loro compiti istituzionali. Se il problema è anche dell’Europa, in primo luogo, investe la Francia, che ora deve dimostrare di sapere governare questa ribellione finché è ancora alle prime fasi, effettuando una accurata selezione dei vertici delle proprie forze armate, per dissipare ogni dubbio sulla propria tenuta democratica. Parigi, dopo Berlino, rappresenta il membro più importane dell’Unione e non si può tollerare una Francia sotto minaccia: in concreto il paese francese non è, sia detto con tutto il rispetto, l’Ungheria o un altro dei paesi dell’ex blocco sovietico, che spesso alimentano dubbi sulla reale capacità democratica e sui veri motivi per cui aderiscono a Bruxelles, la Francia è uno dei fondatori dell’Unione Europea ed uno dei leader proprio in virtù della riconosciuta adesione ai valori democratici fondativi degli ideali europei. Certamente il sentimento dei militari che hanno scritto la preoccupante lettera è minoritario nel paese francese e nelle stesse forze armate, ma l’appoggio così esibito della leader della maggiore forza di estrema destra, che è comunque arrivata al ballottaggio per diventare presidente, rappresenta un fatto che non può preoccupare i democratici di tutta Europa e che rappresenta un motivo per cui Bruxelles deve intervenire al più presto per evitare che altri, in altri paesi, seguano questa situazione sconsiderata.