A due mesi dalle elezioni in Ungheria, il primo ministro in carica, Viktor Orban, deve registrare che i sondaggi indipendenti lo darebbero sconfitto dal suo principale rivale, Peter Magyar. La distanza dell’ultima rilevazione parla di una distanza di ben dieci punti percentuali, che rovescerebbe gli attuali rapporti di forza presenti nel parlamento ungherese, che al momento vedono una maggioranza qualificata di due terzi a favore del partito del primo ministro in carica. Questo dato viene smentito dai sondaggi degli istituti vicino al governo, che, al contrario, danno il partito del primo ministro in vantaggio di sei punti. Il giorno delle votazioni è fissato per il prossimo 12 Aprile e per Orban è venuto il tempo di ribadire i propri punti fondamentali del programma elettorale, esaltando ed esasperando alcuni concetti, che ritiene fondamentali per il proprio successo. Mentre il suo avversario ha promesso una maggiore adesione all’Unione Europea ed una lotta serrata alla corruzione, Orban è arrivato a sostenere che la reale minaccia per il paese ungherese non è la Russia ma la stessa Unione Europea di cui si ostina a fare parte e di cui sfrutta abbondantemente i finanziamenti che sostengono l’economia del paese ed infatti il premier ungherese, malgrado i ripetuti attacchi contro Bruxelles, non ha mai manifestato in modo chiaro la volontà di uscire dall’Unione; tuttavia non ha mancato, anche nei recenti comizi di definire l’Unione Europea come una macchina oppressiva per il suo paese, che invece, ha troppo tollerato le leggi illiberali promulgate nei suoi cinque mandati al governo, di cui gli ultimi quattro consecutivi. In realtà le condanne di Bruxelles contro le leggi illiberali, soprattutto in materia di giustizia, diritti civili e di informazione, sono sempre state insufficienti e non hanno prodotto alcun cambio di direzione, contravvenendo così alla stessa legislazione europea. L’Ungheria si conferma lo stato dell’Unione più vicino alla Russia e contro l’Ucraina ed anche particolarmente vicino alle posizioni ideologiche del Presidente americano Trump, proprio quando il recente intervento del cancelliere tedesco ha definito l’Europa completamente in disaccordo con le idee del movimento “Make American Great Again”. Budapest in questo ruolo di oppositore interno contro gli ideali europei può contare sulla Slovacchia ed in generale nei partiti sovranisti presenti in tutta Europa, che al momento sono, però, in minoranza rispetto al favore dei sentimenti europeisti. L’impressione è che Bruxelles attenda l’esito delle elezioni ungheresi, senza troppo esporsi, augurandosi nella vittoria degli avversari di Orban, che promettono una maggiore integrazione europea. Si dovesse verificare la vittoria dell’attuale primo ministro, si renderà necessario sanzionare Budapest fino a prevedere anche una possibile espulsione dall’Unione, anche se fare ciò sarà necessario cambiare le leggi vigenti. Questa eventualità impone un processo lungo, nel frattempo la severità di Bruxelles potrebbe farsi sentire con la riduzione progressiva dei finanziamenti e la riduzione della rilevanza ungherese all’interno dell’Unione; d’altronde i programmi di trovare soluzioni per accelerare le decisioni, non possono che facilitare decisioni e sanzioni pesanti contro quei membri che si allontanano troppo dagli scopi dell’Unione, sfruttandone soltanto i finanziamenti senza contribuire allo sviluppo comune. Un’Europa che deve trovare la propria dimensione di autonomia, soprattutto dagli USA, ma anche dalla Cina e capace di controllare la Russia, non può tollerare la presenza di elementi di disturbo come l’attuale Ungheria, o la Slovacchia, ed una eventuale vittoria di Orban dovrà determinare l’allontanamento di Budapest e poco importa se potrà ritornare nell’orbita russa, per l’Europa sarà un peso di meno non indifferente.
Categoria: UE ed Europa
L’Unione Europea ha necessità di dotarsi di un proprio arsenale nucleare
La seconda presidenza di Trump ha evidenziato una impostazione della difesa che mette in secondo piano l’Europa, la stessa sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica come è stata conosciuta fino ad ora è fortemente messa in dubbio, il tutto giunto con le minacce tariffarie e le mire sulla Groenlandia, completamente al di fuori da ogni canone dei rapporti tra Washington e gli stati alleati. Restava soltanto il trattato nucleare START ha mantenere un certo ordine sul tema del nucleare militare, finito questo si apre il tempo dell’incertezza e per l’Europa la necessità di dotarsi di una difesa atomica autonoma. La guerra fredda ha garantito la protezione di tutta l’Europa grazie agli USA, ma ora sono mutate le condizioni: non si è più in un contesto bipolare e, soprattutto, Trump non sembra deciso ad impiegare la forza nucleare americana per difendere il vecchio continente da un potenziale attacco russo. Il primo effetto tangibile per la politica internazionale è la caduta della storica contrarietà tedesca ad opporsi ad uno scudo nucleare, sebbene non di portata nazionale, ma che riguardi l’intera Unione Europea. Anche in altri paesi europei, come Svezia e Polonia e, sicuramente, gli stati baltici aprono alla possibilità immediata di utilizzare lo scudo nucleare francese. L’esempio ucraino è esemplare, Kiev alla dissoluzione dell’Unione Sovietica era la seconda potenza atomica del mondo, proprio in virtù della vicinanza all’Europa; ceduti tutti gli ordigni atomici alla Russia, in cambio di un trattato di non aggressione evidentemente non rispettato da Mosca, ha perso la propria capacità di deterrenza dagli attacchi del Cremlino. Per l’Europa la soluzione francese e, forse, inglese, rappresenta soltanto una misura temporanea, che deve essere superata per il necessario potenziamento della difesa continentale. Per fare ciò sono necessari investimenti massicci ed una adeguata volontà politica, sia centrale, che periferica, ed un diverso atteggiamento sociale dei popoli. Abituare le persone non ad un riarmo tradizionale, ma ad essere dotati dell’arma atomica non potrà che generare forti tensioni. Dotarsi dell’arma atomica non è una cosa istantanea, sono necessari anni e competenze tecniche che potrebbero essere non presenti nell’Unione. Nell’immediato, quindi è impossibile essere del tutto indipendenti dagli Stati Uniti, che sono comunque da convincere nel proseguimento della difesa europea, ma è indispensabile partire da subito ad organizzarsi per dotarsi di una deterrenza atomica, che sicuramente contribuirà a realizzare nuovi equilibri del terrore, ma non lascerà indifesa l’Europa da minacce geopolitiche, da qualsivoglia parte provengano. Anche perché se ora lo scudo è assicurato dalla Francia, Parigi non intende offrire gratis questa protezione, richiede investimenti non soltanto a carico della repubblica francese, mantenendo l’esclusiva autorità per lanciare un attacco nucleare; tuttavia, oltre queste limitazioni, che possono apparire anche legittime, l’arsenale nucleare della Francia è di sole 290 testate atomiche, che garantiscono uno scudo limitato, se confrontate alle oltre 4.300 della Russia ed anche alle 3.700 degli USA. Ora, se si pensa agli stati potenzialmente ostili, escludendo gli USA, come Russia, Cina e Corea del Nord, senza dimenticare attori come Pakistan ed India, che potrebbero avere più di un interesse a minacciare l’Europa, la necessità di un arsenale comune dell’Unione Europea diventa, purtroppo, improrogabile e non rinviabile. L’Unione Europea, attualmente è con poca o nulla difesa contro minacce di ogni genere e non potendo contare più sulla copertura americana, è molto vulnerabile; occorre stabilire nuovi accordi con Washington che proteggano l’Europa per un tempo determinato, necessario a diventare una potenza nucleare atomica in tutto e per tutto.
Per l’Unione Europea ultime occasioni per non subire gli scenari di Trump
Lo scenario attuale obbliga l’Europa a profonde riflessioni sul suo ritardo all’interno del panorama globale, dove il gap tra gli obiettivi da raggiungere e quelli fino ad ora acquisiti si sta allargando profondamente. Se l’avanzata del commercio cinese è un fenomeno preoccupante, ma tutto sommato affrontato con strumenti a volte efficaci, il conflitto ucraino e soprattutto l’avvento di Trump hanno provocato una graduale riduzione del ruolo politico europeo, anche sul piano economico, che unito alla divisione politica interna ed alla irrilevanza militare, pone l’Unione Europea in una situazione di serio pericolo per il rischio di dissoluzione. Il fattore decisivo è il mutato atteggiamento degli USA, che si pone come avversario avente come principale obiettivo proprio la divisione dell’Unione, per evitare di avere a che fare con un soggetto coeso. Prima la minaccia dei dazi, poi l’atteggiamento ondivago sulla guerra ucraina ed infine la minaccia esplicita al territorio dell’Unione con il preciso intento di conquistare la Groenlandia, forse usando anche mezzi militari. Deve essere specificato, senza pericolo di smentita, che l’atteggiamento troppo diplomatico e conciliante dell’Unione verso Trump, non ha sortito alcuno degli effetti sperati, ma al contrario, ha favorito l’incremento delle ostilità da parte del presidente degli Stati Uniti, a causa della impressione o della certezza di avere a che fare con un interlocutore debole e diviso. Questo, in parte è vero, ed è a causa della stessa struttura poco flessibile dell’Unione, ancora troppo condizionata dal voto all’unanimità, dalla mancanza di decisioni e legislazione in grado di assicurare un governo capace di superare le singole ragioni statali, in favore di un benessere generale. Per non urtare la Casa Bianca si è sacrificato anche il dialogo con la Cina ed anche il rapporto con Mosca, incapace di sanzionare seriamente il Cremlino, mediante l’impiego delle riserve russe presenti in Europa, ha messo l’Unione in uno stato di debolezza. Ma l’atteggiamento dello Casa Bianca, che è il fattore peggiore per l’Unione, poteva essere previsto, fin dalla presidenza Obama, l’interesse USA si è maggiormente focalizzato sull’oriente e la prima presidenza Trump e l’ultima campagna elettorale presidenziale, avevano presentato delle pericolose avvisaglie sul possibile nuovo atteggiamento americano. Non si è voluto mettere in atto una autonomia in grado di consentire una emancipazione, seppure in un quadro di alleanza, dall’alleanza con gli Stati Uniti. Il mancato sviluppo di una indipendenza militare, sostenuto da una adeguata presenza di una industria bellica europea, permette ancora l’attuale sudditanza a Washington, mentre sul piano internazionale l’Unione appare troppo titubante su potenziali e più strette alleanze con partner altrettanto interessanti a sottrarsi al giogo americano come Australia, Giappone, Corea del Sud. Altrettanto necessario è ristabilire gli stretti legami con il Regno Unito, per cercare il rientro di Londra all’interno dell’Unione, così come è necessario coinvolgere il Canada come membro di Bruxelles, per allargare i confini dell’Unione oltreoceano e sul confine americano. Simili alleanze potrebbero attrarre investimenti in grado di sviluppare industrie ad alto contenuto tecnologico tali da rendere l’indipendenza dagli USA una realtà in grado di contrastare le volontà di subire dazi sui propri prodotti, anche per l’ampio territorio dove creare aree di scambio quasi del tutto impermeabili agli influssi americani ed anche cinesi. Certo l’elemento necessario, nel territorio europeo in grado di assicurare una spinta verso questa situazione consiste nella progressiva cessione di sovranità, specialmente su alcune materie decisive, come la politica estera e quindi militare, ed anche su parti della politica industriale dei singoli stati. In cambio si potrà avere la capacità di giocare un ruolo da grande potenza su di ogni scenario internazionale e favorire gli ideali democratici trattando al pari delle grandi potenze, senza subire minacce e situazioni svantaggiose, come sembra che l’immediato assicuri di verificarsi.
Le variabili e le soluzioni per il rilancio europeo
Quali scenari deve affrontare l’Unione Europea per mantenere il suo ruolo che dovrebbe ricoprire nel teatro internazionale? L’elezione di Trump, l’avanzata commerciale della Cina e la guerra in Ucraina, sui confini dell’Unione, ha accentuato quello che tutti sapevano: la progressiva diminuzione della propria grandezza economica, l’irrilevanza militare e la pochezza di una politica estera sempre troppo divisa. A questo si deve aggiungere la sottovalutazione della provenienza dei pericoli per l’Europa, che non hanno mai contemplato Washington come avversario politico, che punta alla dissoluzione dell’attuale assetto europeo. La mancanza di progressi nel rapporto con la Cina, l’immobilismo pratico nei confronti della Russia, con la vertenza sull’impiego delle riserve presenti in Europa della Banca russa ed infine una mancata risposta decisa a contrastare l’imposizione dei dazi americani, ha restituito una immagine di Bruxelles fortemente deteriorata. Non si tratta, però, di una situazione apparsa all’improvviso: la rendita di posizione garantita dai governi USA sulla difesa europea, con impegno diretto di investimenti e personale, non è stata fin qui superata, malgrado le avvisaglie già presenti fin dalle presidenze di Obama, che aveva spostato l’interesse estero americano dal vecchio continente al sud-est asiatico. Questa ragione è intimamente legata alla mancanza di una postura europea capace di rappresentare una reazione proattiva in grado di emanciparsi dall’alleato americano; da ciò deriva la necessità di una promozione di partenariati di protezione, che possa tradursi in scenari di prevenzione e deterrenza, dati anche da uno scambio più intenso di cooperazione internazionale, non solo tra soggetti statali o sovranazionali, ma anche tra soggetti privati, che ricoprono ruoli strategici in settori ben definiti. Devono essere pensate e create alleanze, sia economiche, che militari, con potenziali alleati quali Australia, Corea del Sud, Giappone e naturalmente Regno Unito. Il Canada merita un discorso a parte: grazie alla grande affinità politica e culturale, potrebbe essere protagonista di un maggiore coinvolgimento con l’Europa, fino a prevedere un ingresso di Ottawa come paese a tutti gli effetti dell’Unione Europea, con il fine di allargare la sfera di influenza d Bruxelles fino ai confini americani, proprio in ottica di contenimento degli USA, nel caso di altre presidenze con lo stile di questa ultima. In quest’ottica, con un G7, appiattito sull’unilateralismo della Casa Bianca, che ne ha fatto quasi un proprio strumento politico, trovare soluzioni alternative può rappresentare un interesse comune per tutti i paesi, che intendono combattere la sfida commerciale americana basata su dazi iniqui. La necessità di ridurre le dipendenze strategiche da beni e servizi si accoppia con la capacità di sapere attrarre investimenti tali da permettere alto sviluppo nei settori strategici attraverso la creazione e lo sviluppo di industrie locali di alto valore, come lo spazio, la difesa e l’industria medica, in grado di restituire adeguati ritorni finanziari agli investitori. Il primo passo è migliorar le procedure di governo, abbandonando il criterio dell’unanimità per decisioni a maggioranza qualificata, una maggiore selezione dei membri in entrata e di quelli già presenti, che non possono condizionare la politica comunitaria con valori palesemente contrari ai principi ispiratori ed alle nuove sfide che si stanno presentando. Il fine deve essere una organizzazione sovranazionale con progressiva cessione di sovranità, in grado di favorire una politica estera comune, una forza armata unica, con capacità di intervento rapido, per avvicinarsi progressivamente ad un soggetto sempre più univoco, capace di rappresentare le istanze di tutti i popoli europei ed anche oltre, per giocare un ruolo da grande potenza sullo scacchiere internazionale.
Gli ostacoli sulla pace ucraina
Con gli indici di gradimento in calo e la difficoltà economica autoimposta a causa dei dazi, il presidente USA Trump, deve cercare di risollevare il proprio apprezzamento con qualche risultato da ottenere in politica internazionale. L’obiettivo sarebbe quello di ottenere un qualche accordo per la guerra ucraina, se non la pace definitiva, almeno una tregua iniziale che possa permettere una adeguata evoluzione dei negoziati. Da più parti si rilevano segnali di ottimismo, dagli stessi negoziatorio americani, al leader finlandese a quello turco ed in una certa misura perfino dal presidente ungherese; tuttavia l’ambasciatore russo del Regno Unito ha affermato che non vi è alcun testo di pace con Kiev ma solo la resa del paese ucraino. Nel piano concordato tra USA ed Europa vi sarebbe un grado vicino all’ottanta per cento dei punti presentati, con la possibilità della variazione della legge marziale per consentire lo svolgimento delle elezioni. Resta, però, l’impedimento più grande, che riguarda la volontà russa di avere l’intera regione del Donbass. Per Putin solo questa condizione gli permetterebbe di avere la cosa che più si avvicina alla vittoria, peraltro senza che questa conquista sia ottenuta militarmente. Questo obiettivo è inconciliabile con il sentire comune del popolo ucraino, che, in un recente sondaggio ha espresso una percentuale del 75% sfavorevole al ritiro da terre, il Donbass, che ritiene parte del territorio nazionale. Questo sta alla base del rifiuto di Zelensky di cedere anche alle richieste americane, che vedono nella cessione del Donbass la ragione principale per una fine delle ostilità. Washington considera una soluzione alternativa, che preveda che il Donbass diventi una zona demilitarizzata, senza la presenza di truppe russe ed ucraine, Kiev potrebbe accettare questo modello soltanto con la presenza nel Donbass di una presenza militare straniera; questa opzione è rifiutata da Mosca, che potrebbe accettare soltanto la presenza della propria polizia e della Guardia Nazionale al posto dell’esercito russo: una soluzione totalmente sgradita a Kiev. Un ulteriore punto di attrito è il progetto di congelare l’attuale linea del fronte, come presentato congiuntamente da Unione Europea ed Ucraina, per la Russia ancora troppo indietro nell’espansione verso ovest, questa soluzione equivarrebbe all’ammissione di una sconfitta, nonostante l’ingente sforzo militare ed il gran numero di caduti, si parla di un milione di militari russi circa, l’Armata rossa sta faticando ed avanza lentamente, mentre le previsioni per l’economia russa per il 2026 parlano apertamente di possibile collasso. Esiste, poi, il problema della volontà di Kiev di garantirsi una assicurazione per il dopoguerra, quando e come ci sarà; per l’Ucraina la soluzione migliore sarebbe l’adesione all’Alleanza Atlantica, capace di scongiurare ogni possibile nuova velleità di Mosca, tuttavia la Russia rifiuta categoricamente questa soluzione, per cui gli ucraini rivendicano l’adozione di un meccanismo pari all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, anche al di fuori della stessa Alleanza Atlantica. Kiev ha bisogno di garanzie concrete dopo che la propria indipendenza e sovranità, sottoscritte da USA e Russia nel 1994, nel memorandum di Budapest non sono state rispettate, come non è stato rispettato l’accordo che stabiliva che la Russia non avrebbe mai potuto invadere l’Ucraina, dopo che Kiev aveva restituito tutte le testate atomiche a Mosca, dopo la dissoluzione dell’URSS. C’è poi la questione dei beni russi presenti in Europa, che secondo Bruxelles, devono essere utilizzati per la ricostruzione dell’Ucraina e che, al contrario gli USA vorrebbero gestire: il piano dell’Unione è l’ingresso a Bruxelles nel 2027 di Kiev e questo fatto, che la maggioranza degli ucraini approva, può risultare un ostacolo necessario ma di difficile accettazione da parte del Cremlino.
Su Gaza L ‘Unione Europea conferma la propria irrilevanza
Dopo una pessima figura per la trattiva con Trump sul tema dei dazi, peraltro non ancora formalmente chiusa ed anzi con nuove minacce da parte del presidente americano, l’Unione Europea colleziona una nuova performance negativa di fronte all’opinione pubblica internazionale. Nemmeno la più sfrenata arroganza da parte di Netanyahu, che ha affermato di volere occupare e quindi annettersi la striscia di Gaza, ha saputo produrre una reaziona, anche piccola, da parte di Bruxelles. Si è assistito alla debolezza contrapposte alla forza, la scelta di non reagire a tanta sfrontatezza. Eppure la pressione internazionale, con la volontà di riconoscere la Palestina come stato, poteva rappresentare una occasione per dimostrare una qualche vitalità, soprattutto perché, a questo livello, il riconoscimento palestinese è poco più di una manifestazione di volontà di fare pressione ad Israele, senza effetti pratici immediati, se non quelli mediatici; tuttavia nelle istituzioni comunitarie vige il silenzio ed anche l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Kaja Kallas, non ha espresso alcun commento e l’ultimo messaggio apparso sul social network X è quello di condanna ad Hamas con la richiesta del rilascio degli ostaggi. Nel silenzio generale degli organi di governo dell’Unione Europea, quello che traspare è la volontà di non interferire con un governo israeliano, che rappresenta ciò che c’è di più lontano dai valori europei. La carneficina ed il genocidio perpetrato da Tel Aviv, attraverso le armi e la fame usata come arma, dovrebbero scandalizzare in automatico ogni democrazia e fare scattare isolamento e sanzioni economiche e politiche per Israele, almeno al pari di quanto, giustamente, applicato alla Russia: quale sono le differenze delle sofferenze imposte alla popolazione civile? Non basta che uno sia uno stato riconosciuto ed un altro un territorio sprovvisto di riconoscimento unanime; la sofferenza delle persone imposta da regimi invasori dovrebbe suscitare gli stessi sentimenti. Al contrario mentre in fasce sempre più numerose di popolazione questo accade, lo stesso non vale per i governi e le istituzioni, soprattutto quelle dell’Unione Europea, che con questo atteggiamento possono solo riscuotere una delegittimazione delle loro figure ed una percezione di inutilità delle figure collegiali e, in ultima analisi, della stessa Unione. Occorre capire quali sono i motivi che tengono in ostaggio Bruxelles anche di fronte all’evidenza di una mostruosità di tale genere. Se per stati come la Germania, che, peraltro, ha mostrato aperture al riconoscimento della Palestina ed ha condannato Israele (e per questo è stata accusata di nazismo), si può comprendere la naturale ritrosia a criticare lo stato ebraico, meno comprensibile è l’atteggiamento di una organizzazione sovranazionale come l’Unione; tanto più che la condanna all’attuale governo israeliano non avrebbe certo critiche antisemite, ma si richiamerebbe al diritto internazionale, che dovrebbe essere universalmente riconosciuto. Una motivazione potrebbe risiedere nell’atteggiamento di Bruxelles completamente subalterno a Washington, una sorta di preoccupazione a non contrastare Trump, che appoggia in pieno l’operato di Tel Aviv, per non suscitare contrasti con gli USA per preservare una sorta di canale preferenziale nelle relazioni con la Casa Bianca; tuttavia questa pare, come ormai appurato, soltanto una illusione, in cui crede solo l’Europa. Esiste il timore di compromettere le relazioni economiche, quelle che hanno imposto i dazi, o forse quelle militari, dove l’Alleanza Atlantica è sempre più contestata dal presidente USA. Queste ragioni appaiono già poco solide, se queste relazioni fossero effettivamente forti, ma nell’attuale stato di cose si rivelano soltanto scuse non credibili. Il problema è che dentro l’Unione non esistono regole certe di natura politica e neppure indirizzi univoci capaci di derivare dalle ragioni fondative dell’Europa unita, che, infatti, unita non è. La sovranità troppo limitata di Bruxelles, l’assenza di una politica estera unitaria, la mancanza di una forza armata comune, rappresentano ostacoli insormontabili per diventare un attore mondiale rilevante ed anche la mancata cancellazione del voto a maggioranza assoluta, anziché la presenza del principio di maggioranza relativa, consente a stati parassiti di condizionare troppo la vita dell’Unione, che si conferma soltanto una unione basata sull’economia ma incapace di produrre progressi al proprio interno nel campo della politica e per questo condannata ad essere irrilevante.
Ora più che mai l’Europa deve essere autonoma
Aldilà degli inqualificabili comportamenti del nuovo Presidente degli USA e del suo vice, la sorpresa dell’Europa, per la nuova situazione, non può essere affatto giustificata. La sensazione si spaesamento e di urgenza, per essere esclusa dalle trattative tra Casa Bianca e Cremlino, proprio per il volere di Trump, per la questione ucraina è un colpo notevole all’autorevolezza di Bruxelles ed a poco sembrano valere le ragioni e le richieste di sedere al tavolo delle trattative, nonostante possa esistere la possibilità di alzare le spese per la difesa ed in misura minore l’invio di un contingente di pace formato da militari europei. L’Unione Europea aveva l’esperienza della prima presidenza di Trump, dove era già stata enunciata l’inutilità dell’Alleanza Atlantica e con essa la fine del sistema occidentale, come era da sempre conosciuto, ed del periodo successivo: i quattro anni della presidenza Biden, dove si poteva arrivare ad un punto avanzato, se non definitivo, di una forza militare comune europea, in grado di garantire la difesa autonome dell’Europa; al contrario si è preferito rinviare il problema, sperando nell’elezione di un esponente democratico, che potesse portare avanti la politica occidentale, come è stata fin dopo la seconda guerra mondiale. Una difesa dell’Europa fondamentalmente delegata alla presenza statunitense, capace di supplire alle mancanze europee. Ora non è più così e la politica di difesa militare è soltanto il problema più immediato, che è legato intimamente alla mancanza di una politica estera comune ed a intenti unitari anche in tema di economia, che rende l’Unione debole di fronte alle minacce dei dazi americani. Una serie di problemi capaci di accomunare l’intera Unione Europea alla Gran Bretagna, che si è risvegliata più lontana della tradizionale alleanza con Washington e ben più vicina ai timori di Bruxelles. L’Europa tenta di ripartire con la proposta della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di non conteggiare nelle restrizioni di bilancio la quota di denaro destinata alle spese militari. Pur trattandosi di materia molto delicata, per le varie sensibilità delle nazioni componenti l’Unione, questa soluzione appare un punto di partenza, ancorché tardiva, per una politica di difesa potenziata, alla quale dovranno seguire politiche di integrazione efficaci delle singole forze armate verso un esercito comune, capace di difendere il territorio dell’Unione anche senza l’appoggio degli USA. Si tratta di un obiettivo ambizioso ma quanto mai necessario: Washington, fin dai tempi di Obama, ha diretto il proprio sguardo verso le sue esigenze di presidio dell’Oceano Pacifico, nell’ottica della competizione con la Cina ed ora Trump ha deciso di accelerare in questa direzione e ciò spiega il suo impegno nell’immediato coinvolgimento della Russia per la definizione della questione ucraina; tuttavia una trattativa dove una parte in guerra è esclusa è una trattativa che parte male e bene ha fatto l’Europa a rivendicare la presenza di Kiev al tavolo di qualunque negoziato ed anche della propria presenza, proprio come garanzia dell’Ucraina e di se stessa. Una Ucraina sconfitta precederebbe soltanto una possibile avanzata russa sicuramente verso i paesi baltici, la Polonia e la Romania, che è poi il vero progetto di Putin per ridare lo status di grande potenza alla Russia. Trump ha una visione contraria alle democrazie occidentali, ritenendo i loro valori superati, ma si tratta di una visione di brevissimo periodo nei confronti di quello che è ancora il mercato più ricco. Bruxelles deve sapersi muovere con questa consapevolezza, arrivando anche a ristabilire legami, che potrebbero andare oltre quelli commerciali, con altri soggetti molto importanti sullo scenario internazionale, certo la Cina, ma anche l’India ed il Brasile fino alle repubbliche centro asiatiche, spesso desiderose di allontanarsi proprio dalla Russia. Il primo passo, però, deve essere un coinvolgimento totale dei membri dell’Unione, senza effettuare riunioni ristrette che lascino fuori paesi direttamente coinvolti nelle situazioni contingenti, come i paesi baltici nella riunione convocata da Macron. Per fare ciò, oltre a quello già detto in precedenza, l’Unione si deve dotare di regolamenti più veloci capaci di superare l’assurdo criterio della totalità dei voti per l’approvazione di leggi e decisioni comunitarie e della capacità di espulsione dei paesi contrari alla direzione unitaria della politica europea, come l’Ungheria. L’adesione dell’Ucraina all’Unione è un fatto dovuto ed una assicurazione contro le politiche di Putin, ma deve essere sostenuta da una forza armata capace di sganciarsi dagli USA, una Alleanza Atlantica meno dipendente da Washington, anche nella capacità di produrre gli armamenti che potrebbe usare.
Il bombardamento russo svela la debolezza di Mosca
La ritorsione di Mosca, all’invasione ucraina all’invasione del territorio russo, si è concretizzata con attacchi aerei su ben quindici provincie di Kiev. Sono stati almeno 17 i bombardieri strategici russi impegnati nell’offensiva aerea, che ha avuto come obiettivo principale quello di colpire l’infrastruttura energetica ucraina. La stima dei missili russi utilizzati oltrepassa due centinaia, che hanno avuto come bersagli le città ed i territori circostanti di Leopoli, Dnipro, Cherkassy e Kiev. I nuovi danni provocati alle infrastrutture energetiche si devono sommare ad una situazione già difficile in questo settore, preso di mira come bersaglio strategico in vista della stagione invernale. Secondo alcuni analisti, l’incremento su larga scala dei bombardamenti, sarebbe una risposta all’invasione del territorio russo, ed in parte l’azione di Mosca può essere letta anche in questo modo, ma risulta indubbio che la strategia rientri nella volontà di colpire il sistema energetico ucraino, per rendere più difficile la situazione della popolazione; in ogni caso, come rilevato dal presidente ucraino, la necessità di eliminare le restrizioni alle armi occidentali risulta ormai improcrastinabile. Non si può organizzare una difesa adeguata senza colpire i depositi di approvvigionamento che l’armata russa utilizza sul proprio territorio, interrompere le linee di rifornimento appare come la migliore difesa preventiva. La richiesta ucraina, rivolta soprattutto a Francia, Regno Unito e Stati Uniti, appare giustificata dalla preponderanza della forza aerea russa, che, al momento, è l’unico fattore capace di fare la differenza. Fermare le incursioni di Mosca sui cieli ucraini e la protezione fornita dall’alto alle forze russe che occupano i territori ucraini, rappresenterebbe la soluzione capace di rovesciare le forze del conflitto ed arrivare ad eventuali trattative in maniera molto diversa per Kiev. Se si analizza quella che è stata definita la risposta russa all’invasione del suo territorio, la prima domanda legittima da farsi è come mai Mosca non abbia scelto di operare una azione equivalente nella provincia di Kursk contro le forze occupanti ucraine e riprendere il proprio territorio. Sul terreno l’avanzata di soldati ucraini più esperti, contro le truppe di leva russe, è stata abbastanza agevole ed a portato alla conquista di circa mille chilometri quadrati, con ventotto centri abitati, che ha costretto le autorità russe ha sfollare circa 121.000 civili. Una situazione che non si verificava dalla seconda guerra mondiale, tuttavia, la scelta del Cremlino è stata quella di mantenere le posizioni nel Donbass, senza spostare militari più qualificati per la riconquista del terreno perduto, ed anche la scelta di impiegare i bombardamenti direttamente in Ucraina solleva qualche dubbio. Gli interrogativi riguardano la capacità di mobilitazione delle truppe russe, intendendo militari scelti ed addestrati, che sembra essere arrivata alla fine delle proprie disponibilità, così come gli arsenali di missile ed ordigni per i bombardamenti, sui quali si è dovuto operare una scelta che ha tralasciato i territori occupati della provincia di Kursk. L’occasione per l’occidente, se si vuole avere qualche probabilità che si arrivi a delle trattative, sembra che debba essere sfruttata e ciò si può fare soltanto con un incremento delle forniture militari, soprattutto nel settore antiaereo, e nella fine della restrizione dell’uso delle armi occidentali contro il territorio di Mosca. Quello che deve passare, sia tra i governi, che tra i parlamenti occidentali, è l’idea che l’utilizzo delle armi occidentali usate solo sul territorio ucraino ne dimezza l’efficacia, diventando anche un inutile dispendio economico. Il concetto di guerra di difesa non implica l’utilizzo di armamenti soltanto sul territorio da difendere, ma anche sui territori da cui provengono gli attacchi, anche se questi sono sotto altra sovranità. Al momento le regole occidentali favoriscono Mosca, che, occorre, ricordarlo è quel soggetto che ha infranto ogni regola del diritto internazionale, e proprio per questo va fermata il prima possibile rendendola la più inoffensiva possibile. Le forze del Cremlino appaiono stanche e vulnerabili, come ha dimostrato la manovra ucraina nella provincia di Kursk e si basano principalmente sul predominio aereo; infrangendo questo predominio la Russia dovrà arretrare e sedersi al tavolo della trattativa non certo da un punto di forza. L’occidente ha il dovere di aiutare l’Ucraina perché quello è il migliore aiuto verso se stesso.
Se cade l’Ucraina, la Russia potrebbe avanzare verso i paesi NATO
Il mancato successo della contro avanzata di Kiev ha provocato i giustificati allarmi per un attacco di Mosca verso i paesi europei ed appartenenti all’Alleanza Atlantica; secondo i tedeschi un successo in Ucraina potrebbe portare i russi a decidere una avanzata verso un paese vicino della Russia: i maggiori indiziati sono i paesi baltici, ma anche in Polonia la tensione è in aumento. Queste analisi non rappresentano una novità: il ministero della Difesa tedesco, ha da tempo elaborato una previsione di un possibile attacco al fianco orientale dell’Alleanza Atlantica, che potrebbe avvenire entro il 2025. La condizione necessaria perché questa previsione possa avverarsi è la vittoria russa in Ucraina, nel febbraio 2024 è prevista una forte mobilitazione, capace di portare al fronte 200.000 soldati, per poi lanciare una offensiva primaverile decisiva per le sorti del conflitto a favore di Mosca. Se questo scenario dovesse avverarsi, Putin potrebbe decidere di avanzare verso obiettivi contigui, anche se restano alcuni dubbi sulle reali capacità di reintegrare rapidamente gli arsenali russi. Anche la possibilità di una avanzata soltanto parziale avvantaggerebbe il Cremlino, perché potrebbe convincere Kiev alla decisione di concedere qualcosa alla Russia per evitare la perdita completa dei territori contesi, mentre l’Unione Europea potrebbe ammorbidire il proprio atteggiamento per evitare l’arrivo di un gran numero di rifugiati, in grado di destabilizzare i fragili equilibri interni. L’utilizzo di forme di guerra ibrida come attacchi informatici, verso Bruxelles e la ricerca di pretesti con i paesi baltici, completerebbero l’azione russa; in particolare Mosca, potrebbe ripetere la tattica operata prima della guerra in Ucraina, quando furono sobillate le popolazione russe nelle zone di confine, cosa che potrebbe di nuovo accadere con i russi residenti in Estonia, Lettonia, Lituania ed anche Finlandia e Polonia; ciò rappresenterebbe la scusa per effettuare manovre congiunte, sui confini di questi stati, coinvolgendo anche l’esercito bielorusso. Questi pericoli sono ben presenti nella visione dell’Alleanza Atlantica, un ulteriore fattore di preoccupazione, rispetto all’Ucraina, è che, in un potenziale attacco russo, vi è una variabile geografica importante costituita dalla regione di Kaliningrad, territorio russo compreso tra Polonia e Lituania, senza continuità territoriale con la madrepatria. Per Mosca, dal punto di vista strategico la conquista del così detto corridoio di Suwalki, che collega direttamente i paesi baltici agli alleati della NATO, sarebbe prioritario. Schierare truppe e missili a corto e medio raggio nella regione di Kaliningrad permetterebbe al Cremlino di lanciare un’offensiva, che in grado di vittoria unirebbe la regione isolata all’alleato bielorusso. La coincidenza delle elezioni presidenziali americane è ritenuta un altro fattore a favore di Putin: la Russia, potrebbe attaccare nel momento elettorale o di passaggio dei poteri, compromettendo i tempi di reazione della maggiore forza militare dell’Alleanza Atlantica; anche una possibile elezione di Trump viene vista come una facilitazione per i russi, che potrebbe portare ad un disimpegno americano perfino all’interno della NATO, senza che l’Unione Europea sia ancora in grado di sostenere l’attacco di Mosca. Su questo tema il ritardo di Bruxelles è sconfortante, la mancanza di un esercito comune, unito alla mancanza di una azione comune in politica estera, lascia la UE disorganizzata di fronte alle emergenze mondiali e, in più, la continua divisione tra gli stati membri crea una mancanza di coesione fortemente deleteria ad un progetto di difesa comune non dipendente dalla presenza USA. Parlando di numeri la previsione è di uno schieramento di circa 70.000 militari russi sul territorio bielorusso, al confine con gli stati baltici entro il marzo 2025, a questo contingente l’Alleanza Atlantica ha già previsto una risposta sostanziosa di circa 300.000 uomini a protezione del corridoio lituano, per difendere l’integrità degli paesi baltici, ma si tratta di numeri ingenti, che potrebbero riaprire la strada alla coercizione obbligatoria del servizio militare, che molti stati prevedono di ripristinare, proprio per controbilanciare i numeri russi. Il fenomeno della guerra incentrato sui modelli della prima e seconda guerra mondiale, che sembrava superato dallo schieramento degli armamenti super tecnologici, sembra possa ritornare prepotentemente sovvertendo ogni previsione. Per evitare questo scenario è importante sostenere l’Ucraina in tutto e per tutto per contenere le ambizioni di Putin ed impedire la terza guerra mondiale.
L’Unione Europea apre a Ucraina e Moldova
Con un negoziato, che si potrebbe definire alternativo, l’Ungheria di Orban, optando per l’astensione costruttiva, come è stata fantasiosamente definita, ha permesso al Consiglio europeo di procedere con l’apertura dei negoziati per l’adesione all’Unione di Moldavia ed Ucraina. Dopo le ripetute minacce il presidente ungherese si è assentato dalla votazione, con una novità procedurale senza precedenti, che ha permesso di raggiungere il risultato approvato da ventisei paesi europei, che comprende anche l’avvio della candidatura della Georgia ed il rinvio a marzo della valutazione dell’iter di adesione della Bosnia-Erzegovina. Orban, unico leader europeo ad incontrare Putin dall’inizio del conflitto ucraino, si è sempre detto contrario all’inizio del processo di adesione di Kiev, sostenendo che non soddisfa le condizioni per entrare nella UE, tuttavia, a parte le affinità con il regime di russo e quindi politiche, Budapest potrebbe temere di condividere le risorse europee, che, di fatto, mantengono finanziariamente il paese magiaro, con i nuovi membri, con un conseguente decremento delle entrate provenienti da Bruxelles. Naturalmente l’astensione di Orban non è stata gratis: aldilà della minaccia di una richiesta di finanziamento di 50 miliardi per il funzionamento dell’amministrazione ungherese per il 2024, il presidente Orban si è “accontentato” dello sblocco di 10 miliardi di finanziamento, che erano stati bloccati per la violazione di diritti fondamentali da parte del governo di Budapest; diritti che non saranno certo ripristinati ed anche questo fatto costituirà un ulteriore pericoloso precedente per il funzionamento della politica europea, superabile, come sempre con la fine del voto all’unanimità, meccanismo da correggere sempre più urgentemente. L’impostazione del vertice è stata tutta rivolta al risultato, dove, appunto, si è preferito creare pericolosi precedenti per raggiungere lo scopo prefissato, con una visione politica, che ha dovuto necessariamente sacrificare qualcosa, ma che ha portato un risultato giustamente festeggiato. Se il processo andrà a buon fine la valenza politica sarà di sicuro successo, oltre che per l’allargamento della casa comune europea, anche per il contenimento geostrategico delle ambizioni russe. Non è altresì da sottovalutare il fatto di avere accolto le ambizioni della Georgia, che potrebbe diventare membro europeo senza continuità geografica con gli altri paesi membri e che potrà costituire un avamposto dell’Unione capace di attrarre altri paesi della regione. La decisione rafforza la credibilità ed il prestigio europeo, permettendo di interrompere l’offuscamento diplomatico, che Bruxelles ha dimostrato con decisioni non sempre troppo congruenti con i propri principi. Il presidente Zelensky, ha scongiurato una vittoria indiretta per Putin, che avrebbe alzato il morale di Mosca in caso di rifiuto verso l’Ucraina. L’apertura a Kiev significa un risultato politico inequivocabile a livello globale, che compensa, almeno in parte, il rifiuto del Congresso americano a sbloccare i 60 miliardi di dollari per gli aiuti militari; del resto la situazione ucraina nel conflitto con la Russia è di stallo, il fronte è immobile e non si sono registrati i progressi che il governo di Kiev aveva promesso all’occidente, mentre le armate russe sembrano resistere nelle loro posizioni. La decisione europea, unita alla promessa consistente da parte di alcuni singoli stati europei della fornitura di aiuti militari, può risollevare il morale ucraino; l’impegno di Kiev e di Mosca nei prossimi mesi invernali, dovrebbe essere quello di mantenere le posizioni e prepararsi per operazioni decisive quando le condizioni metereologiche potranno migliorare. In questo periodo l’impegno europeo può essere più incisivo anche in campo diplomatico, nonostante Putin abbia dichiarato che l’isolamento occidentale non ha prodotto grandi ripercussioni sull’economia russa e non abbia ulteriore necessità di mobilitare nuovo personale militare; queste dichiarazioni vanno interpretate in parte come giustificate dalle imminenti elezioni russe e d in parte dalla capacità di Mosca di essere stata capace di ritagliarsi un dialogo con potenze sia avverse agli USA, come l’Iran, che vicine a Washington, come l’Arabia. L’Europa, quindi deve sapere interpretare un ruolo sempre più autonomo dagli USA, anche in preparazione di una malaugurata rielezione di Trump, di cui l’ammissione di Ucraina, Moldova ed anche Georgia, deve essere letto come un processo facente parte di un piano superiore capace di addensare i paesi europei in senso sempre più federale e politico con autonomia in politica estera e dotato di un esercito proprio, capace, cioè, di superare la logica finanziaria per potere interpretare realmente il ruolo di un soggetto internazionale di primaria importanza.
