La ripresa del conflitto ucraino come ulteriore fattore di scontro tra la Russia con USA e Unione Europea

In un momento nel quale le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti con la Russia, sono ad un punto molto basso, un vecchio motivo di attrito si sta aggiungendo come fattore di aggravamento della crisi. Non che sul conflitto ucraino c’erano particolari illusioni di una risoluzione conveniente a tutte le parti in causa, ma la situazione di stallo autorizzava a credere che questo conflitto restasse in una situazione latente per non contribuire ad aumentare i contrasti. Al contrario la ripresa dei combattimenti, nel corso delle ultime due settimane ha registrato una intensificazione tale da essere definita come la peggiore degli ultimi mesi. Dunque dopo sette anni di combattimento e circa 14.00 vittime, secondo  la tragica statistica delle Nazioni Unite, la questione è ancora lontana da una risoluzione ed i movimenti di truppe russe prossimi al confine con l’Ucraina ed il rafforzamento della presenza dei militari di Kiev lungo la frontiera orientale, indicano che una definizione pacifica appare sempre più remota. Mosca, per giustificare le sue provocazioni, usa la solita tattica prevedibile, che consiste nell’accusare il paese ucraino di effettuare provocazioni lungo la linea di frontiera a cui è necessario rispondere con un dispiegamento militare per proteggere la Russia; ora occorre ricordare che Mosca ha sempre smentito la propria partecipazione nel conflitto nel Donbass, dove hanno agito effettivi senza divise, ma riconducibili all’esercito russo, un comportamento ambiguo che descrive bene le modalità operative di Putin e che fa parte del sistema di disinformazione per giustificare il comportamento verso l’Ucraina. Ma se il destinatario più immediato delle minacce del Cremlino è Kiev, il messaggio è rivolto anche a Bruxelles e Washington, che nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, inquadrano l’Ucraina come frontiera geostrategica per il contenimento dell’ex paese sovietico. Occorre considerare che dopo il cambio alla Casa Bianca, l’amministrazione americana è più compatta nel considerare la Russia come un avversario e meno ben disposta di quando Trump era presidente, Biden infatti ha mostrato subito la sua avversità a Putin, riportando in alto il livello dello scontro verbale. Non è un mistero che a Mosca avrebbero preferito la continuità di Trump rispetto alla situazione attuale ed una spiegazione possibile di alcuni analisti al comportamento russo in Ucraina è che Mosca non abbia una reale intenzione di forzare la situazione, quanto quella di effettuare una prova di forza con lo scopo di verificare la reazione americana. Questa interpretazione non sembra azzardata perché risponde alla logica della provocazione a cui ha abituato più volte il Cremlino, intesa come mezzo strumentale da esercitare in politica estera. Una ulteriore lettura del comportamento di Mosca è quella di esercitare, attraverso le minacce contro l’Ucraina, una pressione sugli alleati occidentali di Kiev per ottenere concessioni politiche che possano alleggerire le sanzioni a cui è sottoposta la Russia per l’annessione della Crimea. Allo stato attuale sia gli USA, che l’Unione Europea hanno assicurato il loro appoggio all’Ucraina, ma dal punto di vista militare, senza un impegno concreto, che deve andare aldilà di quello politico, Kiev sarebbe destinata a soccombere di fronte alla supremazia russa ed è difficile ipotizzare  la presenza di effettivi americani ed europei al fianco dei soldati ucraini; certamente Mosca sa che avrebbe una risultato immediato, nel caso di attacco contro l’Ucraina, ma nel medio e lungo periodo andrebbe incontro ad un isolamento internazionale e sanzioni così dure da mettere in grossa difficoltà il paese russo. Risulta più credibile un atteggiamento sempre al confine della provocazione, ma proprio per questo potenzialmente molto pericoloso perché in grado di degenerare anche per l’incidente più banale. Deve anche essere analizzato che questo attivismo russo avviene in un momento nel quale il livello delle relazioni tra Mosca e l’occidente sono particolarmente basse e destinate, al momento, ad essere sempre più deteriorate, ciò può nascondere il timore del Cremlino di un coinvolgimento sempre maggiore dell’Ucraina nel campo occidentale, che avrebbe come principale effetto quello di avere le truppe dell’Alleanza Atlantica direttamente sul confine russo. Questa eventualità può essere una soluzione per fare arretrare i russi ma anche per esasperarli in maniera pericolosa: bisogna ricordare che il primo obiettivo di Mosca è quello di mantenere l’Ucraina all’interno della sua area di influenza, ma, se questo non fosse possibile, evitare almeno che entri nell’Alleanza Atlantica. La diplomazia può assecondare questo obiettivo russo se Mosca ritira i suoi militari, veri o nascosti, dalle zone sotto la sovranità ucraina ed inizia a rispettare il diritto internazionale: questa sarà la prima base di partenza per la ripresa del dialogo.  

La Polonia deferita per la sua riforma giudiziaria, per la UE è tempo di pensare a sanzioni anche estreme

La questione dell’indipendenza della magistratura polacca, diventa ufficialmente materia di contenzioso tra Bruxelles e Varsavia; infatti la Commissione europea ha deferito la Polonia alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, con lo scopo di tutelare l’indipendenza dei giudici della nazione polacca. L’argomento centrale della disputa è costituito dalla legge entrata in vigore in Polonia il 14 febbraio del 2020, che, secondo la Commissione europea, risulta essere incompatibile con il primato del diritto dell’Unione, perché influisce sulla necessaria indipendenza dei giudici dall’esecutivo. Particolare aggravante della norma legale in discussione è anche il divieto, per i giudici di applicare in maniera diretta le disposizioni del diritto europeo, che proprio vogliono tutelare l’indipendenza della magistratura, mediante l’attivazione di procedure disciplinari a carico dei giudici, inoltre viene previsto il divieto di demandare alla Corte del Lussemburgo le decisioni preliminari sugli argomenti dell’indipendenza della magistratura, secondo quanto previsto dai trattati sottoscritti anche da Varsavia. Se il ricorso della Commissione europea dovesse venire accolto per il governo polacco sarebbe la seconda condanna, dopo che le modalità sulla nomina dei giudici della Corte suprema della Polonia sono state ritenute in contrasto con il diritto europeo. Le giustificazioni dell’esecutivo di Varsavia vertono sul fatto di avere una maggiore efficienza nel sistema giudiziario, anche per eliminare le tracce ancora presenti della legislazione antecedente al 1989, quando il paese era governato dalla dittatura comunista. La scusa, tuttavia, appare incoerente giacché il governo in carica si appella all’eliminazione di norme vigenti sotto un regime dittatoriale, volendo sostituirle con una legge che non rispetta l’indipendenza dei magistrati, un comportamento, quindi analogo a quello che si vuole combattere. L’indipendenza dei giudici è un requisito fondamentale del diritto europeo che Varsavia ha accettato in modo volontario e non è negoziabile per Bruxelles. Ancora più grave che la violazione sullo stesso argomento sia ripetuta per la seconda volta ed a così breve distanza, visto che la prima sanzione risale soltanto al 2 marzo scorso. Una nuova condanna allontanerebbe ancora di più la Polonia ed il suo governo reazionario dai principi fondativi dell’Unione e confermerebbe, se ce ne fosse bisogno, una adesione del paese polacco dovuta al solo scopo di ottenere i vantaggi economici provenienti dall’Unione, che tanto pesano sul bilancio del paese. Il problema è risaputo: i paesi del Patto di Visegrad  non sembrano essersi ancora abituati agli ideali occidentali e sono governati da esecutivi di destra che esercitano il potere ancora con i modi e le forme comuniste in vigore quando erano sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Nelle istituzioni dei paesi ex socialisti, in particolare Polonia ed Ungheria, non vi è stata una adeguata maturazione verso il rispetto democratico dell’esercizio di governo e delle opposizioni; in pratica non solo non è stato costruito quel sistema di pesi e contrappesi, che deve garantire il confronto democratico, ma, anzi, è stata presa la direzione di distruggere tutti quei poteri che possono contrastare una azione governativa univoca, sia esso il potere giudiziario, con la sua necessaria indipendenza, sia la libertà di stampa, sempre più compressa, con la conseguente diminuzione della garanzia dei diritti civili. La domanda è se può essere tollerabile avere come membri dell’Unione Europea, nazioni così indietro nei diritti, che l’ingresso e la permanenza in Europa avrebbe dovuto, invece fare progredire e garantire. La presenza di stati nazionali che rifiutano ogni obbligo e applicazione di norme che loro stessi hanno firmato liberamente e che troppo liberamente trasgrediscono non appare più tollerabile in un consesso sovranazionale che vuole aspirare a realizzare, prima o poi, una unione politica caratterizzata dalla garanzia del diritto. Se non  si accettano queste regole minime non deve essere consentito neanche accedere ai vantaggi che l’Unione garantisce e non basta comminare multe e non permettere l’accesso ai bilanci europei, perché un ravvedimento di fronte a queste minacce è soltanto un ravvedimento non sincero, che favorisce la ripetizione della violazione alla prima occasione disponibile. Occorre avere il coraggio di definire questi paesi come pesi inutili al processo di integrazione europea e, di conseguenza, avere il coraggio di azioni drastiche come l’espulsione dall’Unione: almeno non si dilapideranno inutilmente i fondi europei in finanziamenti senza scopo alcuno.       

Cina e Russia non sono interlocutori affidabili perchè appoggiano la giunta militare del Myanmar

La repressione in Myanmar sta assumendo dimensioni sempre maggiori, sia per la violenza messa in atto, che per la tragica contabilità delle vittime, tra cui anche bambini e minorenni. L’entità della forza messa in campo dai militari, funzionale ad una repressione, che ha come obiettivo quello di cancellare ogni forma di dissidenza, rivela un timore che ha generato una reazione oltre ogni ragionevole aspettativa soprattutto nei modi. La paura dei militari è senz’altro dovuta al percorso democratico che il paese aveva intrapreso e che minacciava l’autonomia delle forze armate, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario; la struttura produttiva dell’ex Birmania, infatti è praticamente totalmente gestita dai militari, che, nelle varie forze armate, si dividono le varie industrie del paese. Si comprende come ciò determini una forte diseguaglianza ed il tessuto produttivo sia condizionato da una burocrazia con alto tasso di corruzione. E’ possibile che anche la piccola cessione di potere politico, avvenuta con il parziale ripristino democratico, abbia avuto, tra le altre, anche la conseguenza di un aumento del controllo sulla gestione dell’economia: ciò è stato vissuto da parte dei militari come una invasione di campo che ne ha provocato la reazione rabbiosa e la cancellazione, mediante futili motivi, degli asseti democratici. L’Unione Europea, tramite l’Alto rappresentante per la politica estera, ha condannato la violenza spietata delle forze armane birmane, contro il proprio stesso popolo, che ha assunto proporzioni ancora maggiori, rispetto ai giorni passati; Bruxelles ha anche detto di stare lavorando per fermare la violenza. Pure il presidente USA, Biden, ha condannato l’esercito del Myanmar per avere provocato morti inutili ed ha preannunciato sanzioni contro l’esercito e la giunta militare della ex Birmania, colpevole anche del colpo di stato che ha destituito il governo legittimamente eletto. Dunque le reazioni occidentali, contro i militari del Myanmar, da parte dei due maggiori soggetti occidentali, sono state veloci e molto rilevanti dal punto di vista diplomatico a cui, sicuramente, seguiranno delle sanzioni che andranno a colpire, dal punto di vista commerciale e finanziario le ricchezze gestite dalle forze armate; tuttavia esiste un motivo di preoccupazione altrettanto grave, perché accentua la sempre maggiore differenza tra la parte occidentale con la Cina e la Russia. L’alto valore simbolico dell’appoggio dichiarato alla giunta militare del Myanmar da parte di Pechino e Mosca, sembra essere un fattore di non ritorno per la Cina e la Russia in relazione alla possibilità di instaurare un dialogo su basi comuni con USA ed Europa. I due paesi, uno ex comunista ed uno dichiaratamente comunista, ma con un particolare apprezzamento al mercato senza diritti per i lavoratori, si avvicinano sempre di più, scoprendo sempre maggiori affinità nella negazione dei diritti civili e riconoscendo meriti anche agli altri soggetti internazionali che intraprendono questo percorso. Appoggiare una dittatura sanguinosa ha un significato particolare, che va oltre l’intenzione di cooptare un paese nella propria zona di influenza, e che vuole affermare il diritto di un governo di reprimere in qualsiasi modo il dissenso interno: una situazione comune sia per la Cina, che per la Russia. Il messaggio che deve arrivare a Washington e Bruxelles è semplicemente questo, ma si deve tenere conto che per la Cina, dal punto di vista della politica estera si tratta di rompere il proprio tabù della non ingerenza negli affari interni: appoggiando in maniera manifesta la giunta golpista, mette in chiaro la propria posizione di ritenere legittima qualsiasi forma di repressione che viene usata per contenere ed annullare il dissenso interno. Se questo è vero, e non vi è alcun elemento per potere ritenere il contrario, sia Pechino, che Mosca, hanno compiuto un avanzamento dal quale non sembra possano ritornare indietro e, a questo punto, l’occidente deve riflettere su qualunque contatto e rapporto intenda tenere e mantenere con questi due paesi. La via diplomatica è sempre la migliore, ma di fronte a provocazioni del genere un deciso allontanamento, anche nelle relazioni commerciali ed economiche, sembra essere la soluzione migliore, anche per sfuggire a qualsiasi forma di contaminazione, seppure apparentemente conveniente economicamente, proveniente dai due paesi. L’uso del soft power cinese e la politica dei vaccini della Russia non devono condizionare il giudizio su due governi che approvano ed appoggiano la repressione violenta come forma di politica contro il dissenso: meglio ricercare una propria autonomia nel campo occidentale e non correre alcun rischio derivante dal rapporto con queste nazioni.  

La via spagnola ed olandese per l’autonomia strategica e produttiva dell’Unione Europea, come alternativa alle visioni francese e tedesca

Dopo i quattro anni di Trump è in corso di miglioramento, per tornare sui livelli precedenti al penultimo inquilino della Casa Bianca, il rapporto tra USA ed Unione Europea, che rappresenta il fulcro della strategia nel campo occidentale di Washington. I ripetuti incontri, quelli già effettuati ed i prossimi, segnalano una volontà comune di entrambe le parti di rinsaldare i rapporti, soprattutto in una fase mondiale molto delicata e segnata dal peggioramento dei rapporti con la Cina, la Russia (che afferma la necessità strategica di tagliare i legami con Bruxelles), la Turchia, l’Iran ed altre situazioni potenzialmente pericolose ed in grado di variare profondamente gli assetti e gli equilibri attuali. Nonostante l’importanza riconosciuta da tutti i membri dell’Unione, circa il rinnovato legame con gli Stati Uniti, in Europa continua il dibattito, già obbligatoriamente iniziato durante la presidenza Trump, della necessità di una maggiore autonomia della principale organizzazione del vecchio continente, per raggiungere lo scopo di incidere in maniera efficace negli scenari mondiali con una capacità autonoma strategica e militare, ma da integrare, soprattutto con l’arrivo della pandemia, in una indipendenza produttiva, sia nella materia della medicina, che delle telecomunicazioni e di altre capacità industriali da conquistare per arrivare ad una posizione di autonomia ed indipendenza da altri soggetti: siano alleati o avversari. La questione non ha facile soluzione, perché la visione dei membri dell’Unione non è univoca e le decisioni, che dovrebbero essere rapide, sono condizionate da meccanismi di unanimità, che costituiscono il mezzo per esercitare veti e reciproci ricatti funzionali all’interesse dei singoli stati a svantaggio dell’interesse comune dell’Unione. Sostanzialmente sono due gli orientamenti maggiori, che si differenziano per il diverso atteggiamento su questo tema, centrale per lo sviluppo dell’Europa. Da una parte quello guidato dalla Germania, che propendono per la continuazione della protezione americana, attraverso l’Alleanza Atlantica e, dall’altra, l’idea francese, che ritiene essenziale trovare una autonomia europea, seppure, sempre all’interno del campo occidentale. La visione tedesca pare condizionata troppo dall’interesse particolare di Berlino, che non vuole cedere sovranità per tutelare la sua indipendenza economica, con la quale condiziona e comanda, come azionista di maggioranza l’Unione. Il parere di Parigi ricalca la grandeur francese e la vuole trasportare in Europa per fare del vecchio continente un protagonista in grado di incidere autonomamente sui temi globali. Occorre anche dire che se con la presidenza Biden si ritorna ad una situazione gradita alla Germania, l’esperienza Trump ha messo in rilievo che non esistono rendite di posizione acquisite e la necessità di una autonomia strategica europea diventa irrinunciabile se Washington adotta comportamenti di isolamento anche dai suoi abituali alleati. Dunque in questa fase la Germania può avere un atteggiamento attendista, ma resta vero, che anche con una situazione ottimale come quella presente, l’Unione si muove senza una propria identità da spendere sullo scenario internazionale, perché sempre sotto la tutela americana e questo vuole dire rinunciare a vantaggi e la possibilità di sottolineare in modo efficace la propria posizione. Di fronte a queste due tendenze i governi di Spagna ed Olanda cercano una via alternativa che possa consentire l’intervento nelle questioni globali, certamente attraverso una forza armata comune, ma anche con una capacità autonoma nel settore industriale, da perseguire non più con l’unanimità, ma con la maggioranza delle adesioni degli stati membri, cioè attraverso una nuova definizione di sovranità, che possa consentire risposte rapide e sganciate dalle organizzazioni sovranazionali in cui l’Europa è inserita, ma che spesso, hanno interessi contrastanti con Bruxelles e funzionali agli interessi del momento dei partner maggiori. Si tratta di una soluzione tutta da percorrere, ma che traccia una via chiara, anche nei confronti di chi rimane in Europa soltanto per avere i finanziamenti, senza condividerne gli scopi. La rinuncia a parti consistenti di sovranità appare un requisito imprescindibile ed in aperto contrasto con le visioni francesi e tedesche ed anche i rapporti tra stati settentrionali con quelli mediterranei sono un ostacolo perché conflittuali nei rispettivi interessi, tuttavia cominciare a discutere di una opportunità che sia anche in grado di sovvertire le gerarchie attuali, appare come una opportunità unica ed irrinunciabile per fare del mercato più ambito del mondo anche un indiscusso protagonista, capace di diffondere ed affermare la propria visione in competizione con i soggetti internazionali che ne hanno ora il monopolio.     

Le giuste sanzioni contro la Cina e il comportamento diplomatico incoerente dell’Unione Europea

La feroce repressione dei cinesi turcofoni di religione islamica, etnia di maggioranza della regione cinese dello Xinjiang, ha provocato delle sanzioni da parte dell’Unione Europea; le sanzioni colpiscono quattro cittadini e funzionari della Repubblica Popolare cinese per protratte violazioni dei diritti umani perpetrate attraverso la deportazione di massa, arresti arbitrari e trattamenti degradanti, tenute contro cittadini cinesi di etnia uigura. La politica di assimilazione, senza rispetto alcuno dei diritti umanitari, del governo cinese di questa parte di popolazione è in atto da tempo, ma le sanzioni europee arrivano soltanto ora ed hanno la particolarità di essere le prime dai tempi dei massacri di Tiananmen avvenuti nel 1998. In tutto questo periodo la Cina ha assunto un ruolo di partner strategico nell’economia europea, che era meglio non contraddire. In realtà queste ultime sanzioni emesse sono comunque più simboliche, che efficaci, dato, appunto, che hanno colpito soltanto quattro cittadini cinesi e non la Cina in quanto entità nazionale; tuttavia è implicito che il messaggio per Pechino sia stato di una pesante critica alla sua sovranità: un insulto inconcepibile per il governo cinese, che ritiene i propri affari interni come materia inviolabile. La risposta ufficiale della Cina è stata una rappresaglia non proporzionata, che ha voluto colpire direttamente le istituzioni europee, sanzionando dieci persone, che comprendono parlamentari e funzionari di Bruxelles. L’Unione Europea ha applicato in modo coerente quanto già applicato alla Russia e ad altri paesi per le repressioni che hanno provocato le violazioni dei diritti umani. All’azione europea si sono affiancati gli USA ed il Regno Unito, che non hanno voluto mancare all’occasione di mostrare a Pechino la rinnovata coesione occidentale, soprattutto per Washington è essenziale dimostrarsi in prima linea contro quello che ritiene il maggiore avversario sistemico di questa fase storica, sia per ragioni economiche che geostrategiche. Il compattamento occidentale ha provocato una maggiore vicinanza tra Cina e Russia, con Mosca ora, però, in condizione subalterna a Pechino, mentre non si può non rilevare che l’attivismo cinese ha attirato in una personale zona di influenza i nemici degli USA, tra gli altri Iran e Corea del Nord, con i quali intrattiene rapporti commerciali malgrado le sanzioni americane ed europee. Circa le sanzioni europee occorre fare alcune riflessioni, essendo giusta la decisione di Bruxelles in senso assoluto, occorrerà verificare come evolverà questa situazione di tensione diplomatica, se, cioè, avrà ricadute anche sui troppi rapporti commerciali che intercorrono tra le due parti e che, senz’altro, convengono all’Europa, ma di più e per svariate ragioni, tra cui non solo quelle economiche, convengono di più alla Cina. La situazione che si è venuta a creare nel campo occidentale e, soprattutto, con il cambio alla Casa Bianca, potrebbe allentare i legami, da parte di Bruxelles, con la Cina e così permettere una maggiore autonomia, economica e produttiva a favore dell’Europa. Se si vuole percorrere la strada della tutela dei diritti umani, anche al di fuori dei propri territori, diminuire i rapporti commerciali con la Cina ed il suo modo di essere, cioè prenderne le distanze in maniera significativa e non solo simbolica, appare un percorso obbligato. Se le intenzioni ed anche i comportamenti europei circa la tutela dei diritti sembrano doverose e condivisibili, meno limpido appare, però, l’avvicinamento con la Turchia, che ha certamente delle ragioni strumentali sulle quali non si può che dare un giudizio fortemente negativo. Finanziare Ankara per mantenere sul suo territorio i profughi diretti in Europa, può essere una ragione di ordine pratico ma che è in antitesi con la volontà di difendere i diritti umani: una contraddizione troppo evidente per non guardare con occhi diversi anche le sanzioni cinesi; oltretutto riavvicinarsi ad un regime che massacra i curdi, verso i quali l’Europa, ma anche l’occidente intero, dovrebbe avere solo sentimenti di gratitudine e quindi di protezione e che va verso il disconoscimento del trattato di Istanbul contro la violenza femminile, appare un controsenso anche senza volere ergersi a difensori dei diritti umani. La percezione è quella di una istituzione europea con un atteggiamento ondivago, che non riesce a mantenere una linea retta, un comportamento coerente con quanto si prefigge: secondo ciò la Turchia dovrebbe avere lo stesso trattamento della Cina e sarebbe ancora poco (peraltro le sanzioni contro la Cina sono, è già stato detto, poco più che simboliche). La speranza è quella di non andare incontro ad una delusione, che per l’argomento trattato, potrebbe avere conseguenze sulla fiducia dei cittadini, non recuperabili.       

Londra aumenterà il suo arsenale nucleare

Fin dal suo arrivo al potere Boris Johnson ha avuto l’intenzione di effettuare una revisione della sicurezza del Regno Unito di fronte ai mutamenti della scena politica internazionale ed alle nuove minacce che derivano dalla variazione degli interessi geostrategici che sono seguiti ai diversi assetti di potere, causati soprattutto dalla globalizzazione. Su questa intenzione ha influito l’uscita dall’Unione Europea, che ha richiesto un nuovo disegno della strategia di difesa da parte di Londra. Nonostante la pandemia abbia rallentato questo processo le minacce principali che il governo inglese valuta come più pericolose restano la Russia e la Cina, ed entrambe sono potenze nucleari. Questa considerazione è alla base della nuova volontà inglese di cambiare la sua politica di non proliferazione nucleare e di andare verso un rafforzamento dell’arsenale atomico. Pur restando all’interno dell’Alleanza Atlantica, come uno dei principali membri, l’uscita da Bruxelles, obbliga Londra ad agire come uno dei principali paesi con una strategia di difesa non coordinata ad altre organizzazioni sovranazionali, ma basata sulla propria indipendenza e singolarità. Ciò non vuole dire che Londra non intenda collaborare con gli alleati occidentali, ma che, in prima battuta, in caso di minacce, voglia disporre di una autonomia decisionale e di disponibilità di armi tale da rispondere anche da sola ad attacchi potenziali. La previsione è quella di aumentare le proprie testate nucleari da 180 a 260, per incrementare anche una deterrenza preventiva, che ricorda la strategia della guerra fredda, qui, però, applicata oltre la logica bipolare. Londra si impegna a non utilizzare le armi atomiche contro quegli stati che hanno firmato nel 1968 il Trattato di non proliferazione nucleare, tuttavia questo impegno potrà essere rivisto in caso di minacce nei suoi confronti da parte di paesi con arsenali contenenti analoghe armi atomiche, chimiche, biologiche o comunque di capacità comparabile derivanti dal progresso tecnologico futuro. Il Regno Unito individua come principali minacce Cina e Russia, però verso Pechino l’atteggiamento di Londra pare più cauto: anche se la Repubblica Popolare è vista come una sfida di sistema ai valori e principi britannici, le relazioni commerciali tra le due parti devono continuare fino a che la reciproca collaborazione potrà essere compatibile con gli interessi inglesi e ciò non deve precludere a sfide comuni come quella contro il cambiamento climatico. Peggiori si configurano le relazioni con Mosca, con la quale il terreno di scontro è stato sull’attività dei servizi segreti russi sul suolo inglese, più volte implicati in violazioni, omicidi ed attentati, secondo Londra. Su questo versante l’aumento dell’arsenale nucleare non sembra essere uno strumento diretto a scongiurare la volontà russa di operare con i suoi metodi discutibili, tuttavia è innegabile una valenza di deterrenza ì, anche simbolica, che Londra vuole assumere per avvertire i propri rivali. Se la volontà di effettuare una proliferazione nucleare è sempre una cattiva notizia, anche per gli USA, Washington non può, però, non apprezzare la volontà espressa da Londra di una maggiore collaborazione e cooperazione, soprattutto dopo la sostituzione del presidente Trump, una personalità che ha spesso causato scontri con i primi ministri inglesi, con Biden, ritenuto un interlocutore più affidabile. La decisione di aumentare l’arsenale nucleare ha prodotto pesanti critiche nel Regno Unito, perché interrompe una lunga serie di primi ministri, sia conservatori, che laburisti, che si sono impegnati nella riduzione degli ordigni atomici. Un’ultima considerazione è ancora necessaria: che una personalità controversa e spesso imprevedibile come Boris Johnson abbia a disposizione un arsenale nucleare ancora più grande, non è una buona notizia per gli assetti mondiali ed i loro equilibri; infine la credibilità di uno dei membri del trattato sul nucleare iraniano, che aumenta la sua potenza atomica assume un significato molto equivoco: se Teheran dicesse che vuole la bomba atomica a scopo di deterrenza contro quelle che ritiene minacce, cosa potrebbe controbattere Londra?

Il possibile procedimento contro il principe ereditario saudita in Germania, come nuova forma di lotta contro i crimini contro l’umanità

La denuncia dell’associazione Reporter senza frontiere, depositata in Germania, con un dossier di 500 pagine, contro il principe ereditario Mohamed bin Salman ed altri membri della sua cerchia, accusati per l’omicidio del giornalista, avverso al regime, Jamal Khasoggi, avvenuto in Turchia nel 2018, diventa un’arma giuridica dell’occidente contro l’Arabia Saudita. Questa iniziativa arriva dopo che il presidente Biden ha tolto il segreto al dossier della CIA, voluto da Trump, sulle responsabilità effettive, come mandante dell’omicidio del giornalista. La quasi contemporaneità delle due iniziative dimostra come il legame tra USA ed Unione Europea si è rinsaldato con il nuovo inquilino della Casa Bianca. In realtà manca ancora il pronunciamento del pubblico ministero del tribunale dove è stata presentata la denuncia, ma il proseguimento dell’azione legale è dato per scontato, anche se la Germania non ha alcun legame con la vicenda, i tribunali tedeschi dovrebbero dichiararsi competenti sui fatti per effettuare un procedimento contro presunti crimini contro l’umanità, grazie alla conformità delle leggi tedesche ed al principio del diritto internazionale della giurisdizione internazionale. Deve essere specificato che si tratterà soltanto di una azione senza alcun effetto pratico, dato che è scontato il rifiuto, in caso di condanna, di estradizione da parte dell’Arabia Saudita, che ha espresso molto chiaramente il proprio atteggiamento sulla vicenda condannando, prima alla pena di morte, poi commutata in pene detentive, imputati di cui non sono state fornite le generalità, il che potrebbe volere dire che la condanna è stata emessa contro nessuno e soltanto per salvare le apparenze per i rapporti con l’occidente; tuttavia il valore politico di effettuare soltanto un procedimento contro una delle massime cariche saudite per violazioni contro l’umanità, assume un chiaro significato di discredito verso il principe ereditario, che lo squalifica nei rapporti di tipo diplomatico che intenderà intraprendere con altri soggetti internazionali. La Germania può essere una sorta di capofila per i paesi occidentali nella tutela dei crimini contro l’umanità, usati in maniera funzionale come azione diplomatica e quale discriminante dei rapporti internazionali; certamente si è all’inizio di un processo di questo tipo, del quale si dovrà valutare attentamente le implicazioni e le ricadute sui rapporti commerciali ed economici tra gli stati. A questo proposito deve essere considerato con attenzione l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti: Washington ha reso pubblico il rapporto che svela la responsabilità del principe ereditario, ma non ha emesso alcun procedimento o sanzione contro di lui, limitandosi a esprimere il proprio diniego dai rapporti istituzionali con il principe e considerando legittimo come interlocutore soltanto il regnante attuale. Si tratta di una posizione dettata dalla necessità di mantenere gli attuali legami con il regno Saudita, basati su reciproca convenienza di carattere geopolitico, tuttavia nel caso il principe ereditario diventasse il legittimo, per le leggi saudite, nuovo sovrano del paese, il problema non potrebbe essere di facile soluzione. Quello che appare è che si sta provando a gestire con una nuova metodologia, situazioni purtroppo già ben presenti da tempo, ma la domanda è se queste pratiche potranno valere a livello universale o se saranno usate solo per casi sporadici, secondo le esigenze contingenti o le convenienze del momento. Ad esempio il caso più eclatante è la Cina, che, malgrado le difficoltà attuali, intrattiene rapporti commerciali con tutto l’occidente, ma ha anche comportamenti sicuramente colpevoli verso gli Uiguri, contro i quali è in atto una feroce repressione che alcuni giudicano come un vero e proprio genocidio, così come nei confronti della protesta di Hong Kong, senza contare l’atteggiamento verso il Tibet ed il dissenso interno; tutto materiale sufficiente per una serie di processi per crimini contro l’umanità. Queste considerazioni valgono per molti altri stati, compresi la Russia e l’Iran, con il quale l’occidente cerca di riallacciare i rapporti sul nucleare interrotti da Trump. La questione è molto ampia ed ha ostacoli non facilmente sormontabili, ma, in questo momento, è importante sottolineare l’inizio di pratiche giurisdizionali, la cui applicazione potrebbe rappresentare il futuro della lotta ai crimini contro l’umanità: un percorso difficile ma che merita di essere sviluppato e collegato ai rapporti tra gli stati, proprio per emarginare ed isolare quei soggetti internazionali responsabili di queste violazioni.    

Le sanzioni contro la Russia come metodo politico dell’Unione Europea

L’Unione Europea intende applicare per la prima volta il provvedimento legislativo ispirato alla legge americana, che consente di colpire le violazioni dei diritti umani senza alcuna limitazione geografica. Destinataria delle valutazioni conseguenti all’applicazione della normativa sarà la Russia, che sarà colpita da un regime di sanzioni proprio a causa della violazione dei diritti umani avvenuta a causa dell’attività del governo di Mosca. La risposta di Bruxelles vuole essere una reazione alle provocazioni del Cremlino circa le repressioni delle proteste avvenute sulle piazze russe ed al trattamento recentemente riservato all’Alto rappresentante europeo durante la sua visita nella capitale della Russia. Se i fatti contingenti, che hanno provocato la reazione europea sono quelli sopracitati, anche la volontà europea di definire i prossimi rapporti con il paese russo ha contribuito con un peso rilevante, sulle ragioni che hanno provocato la determinazione dell’Unione di emettere le sanzioni contro Mosca. Quello che è in corso tra Unione Europea e Russia è un confronto non certo pacifico, determinato dal rifiuto di Mosca di rispettare le decisioni della Corte europea dei diritti umani, sia in senso generale, che particolare, soprattutto se riferita al trattamento riservato in modo plateale ai dissidenti più famosi; tuttavia le misure che saranno adottate saranno molto circoscritte ed andranno a colpire un numero limitato di alti funzionari del paese russo, senza toccare le cariche statali più elevate. Si tratta, evidentemente, più di un atto politico, che veramente sanzionatorio, una sorta di segnale verso i prossimi comportamenti di Mosca, un avvertimento diretto contro il Cremlino ma anche per dimostrare il sostegno alla politica americana del nuovo presidente, che ha reso centrale nella sua politica la lotta in difesa dei diritti umani, che deve intendersi non solo a livello generale, ma anche come strumento di pressione politica nei confronti degli avversari principali: la Russi a, appunto, e la Cina. Una maggiore valutazione della misura europea, potrà comunque essere meglio valutata quando i rappresentanti dei ventisette paesi emetteranno la lista dettagliata dei funzionari che saranno colpiti dalle sanzioni. I paesi europei sono consapevoli della necessità di non compromettere in maniera irreparabile i rapporti con Mosca, giacché la continuazione del dialogo su temi quali il cambiamento climatico e l’accordo con l’Iran per il nucleare, restano temi centrali nelle rispettive agende politiche; inoltre la vicinanza geografica impone comunque una maggiore cautela nelle rispettive relazioni; da qui deriva la necessità di un comportamento il più uniforme possibile tra i ventisette stati europei, per evitare divisioni, che potrebbero costituire occasioni da sfruttare, non solo per la Russia, ma anche per altri possibili paesi avversari. Questi fattori aiutano a capire la scelta di un approccio morbido su un tema comunque diventato centrale nella politica europea, ma la cui applicazione deve essere deve essere ponderata in relazione alle situazioni contingenti ed in special modo, in questa fase, deve essere prevalente l’esigenza del mantenimento dei contatti diplomatici, proprio come strumento fondamentale di risoluzione dei contrasti. Appare evidente come le difficoltà presenti siano cause ostative a questi processi, tra cui la prima fra tutte è la sostanziale ingerenza in affari interni dello stato russo, tuttavia nel modello internazionale, che sta emergendo con sempre maggiore forza, la necessità del rispetto dei diritti umani ha assunto una importanza sempre maggiore, che travalica la propria importanza peculiare per investire tematiche molto più vaste, come il rispetto delle minoranze politiche ed etniche fino ad arrivare ad essere un fattore di perequazione commerciale ed industriale in un mondo sempre più globalizzato. L’esempio cinese, che propugna un globalismo commerciale, con tutti i vantaggi del caso, non può essere disgiunto dal rispetto dei diritti, intesi anche come fattore capace di evitare le distorsioni delle produzioni perseguite senza il rispetto dei lavoratori, sia nei diritti, che nelle tutele, che nelle adeguate forme salariali, che possono alterare le forme di concorrenza, attraverso l’abbassamento del costo del lavoro raggiunto sia con un uso strumentale del mancato rispetto dei diritti, inteso sia come mezzo politico, che come messo di produzione. Le due dimensioni non sono slegate e spesso sommate in maniera intrinseca e proprio per questo l’Unione deve usare il favorevole momento politico della presenza di un presidente USA particolarmente sensibile all’argomento, per diventare una protagonista nella difesa dei diritti.

La difficile relazione tra Unione Europea e Russia

Le relazioni tra Unione Europea e Russia sembrano vicine ad un punto di rottura, anche se la situazione appare tutt’altro che irrimediabile, come hanno dimostrato le dichiarazioni contrastanti del ministro degli esteri russe, minacciose contro Bruxelles, e quelle del suo portavoce, che le ha, in parte smentite. L’attuale stato, molto problematico, tra le due parti, è dovuto alla risposta repressiva da parte della polizia russa nei confronti delle manifestazioni avvenute nelle piazze del paese russo da parte dell’opposizione. Le dure critiche dell’Unione verso il Cremlino hanno provocato una strategia di Mosca che ha come obiettivo quello di anticipare le possibili mosse ufficiali di Bruxelles. Alla concreta possibilità che l’Europa voglia imporre nuove sanzioni alla Russia, il governo di Mosca potrebbe controbattere con la rottura totale delle relazioni diplomatiche. La minaccia rivela lo stato di assoluto timore di Mosca per sanzioni che potrebbero riguardare settori nevralgici per l’economia russa e ne mette in risalto una debolezza diplomatica, che consegue ad una crisi interna sempre più grave. La possibilità di una rinuncia unilaterale alle relazioni con l’Europa appare come un tentativo estremo di evitare un isolamento che sarebbe il risultato di nuove sanzioni da parte europea; questo fattore si unisce anche alla necessità di dimostrare una potenza ed un peso internazionali, che appaiono in declino, soprattutto nello scenario continentale. Per Putin appare fondamentale riguadagnare posizioni all’estero per rinforzare la propria posizione in patria e questo intendimento potrebbe essere compromesso con una condanna internazionale non solo a parole, ma perseguita con fatti concreti come delle nuove sanzioni, che andrebbero ad aggiungersi a quelle già presenti. In realtà le minacce russe hanno evidenziato come le istituzioni europee si siano trovate impreparate alla reazione di Mosca ed abbiano reagito con preoccupazione ma anche con risentimento verso l’Alto rappresentante per la politica estera e sicurezza dell’Unione, a causa di una condotta contraddittoria nella recente visita nella capitale russa. Le critiche all’Alto rappresentante sono giustificate per mancanza di un atteggiamento più deciso nei colloqui con il ministro degli esteri russi, che ha reso evidenti le perplessità sull’incarico conferito; tuttavia senza le minacce russe, probabilmente queste critiche non sarebbero emerse in maniera così netta, tanto da determinare anche la richiesta delle dimissioni proprio da parte di alcuni paesi europei. Peraltro le minacce di Putin hanno sortito l’effetto di una posizione ufficiale europea tendente a scongiurare la rottura delle relazioni diplomatiche, soluzione maggiormente voluta dallo stato tedesco. Il risultato del capo del Cremlino dovrebbe però essere provvisorio, appare impossibile, infatti che l’Europa limiti la sua condanna alle repressioni russe senza il seguito di fatti concreti, anche in ragione della presenza sulla scena internazionale del nuovo presidente americano, che ha rivendicato un maggiore ruolo per gli USA nei confronti del rispetto dei diritti. Il coordinamento tra Washington e Bruxelles non può non passare per una condanna verso Mosca, ma è legittimo pensare che in questo frangente la Casa Bianca lasci l’iniziativa all’Europa, che deve stabilizzare le proprie posizioni di autonomia faticosamente acquisite durante la presidenza Trump. L’intenzione di Biden è lasciare autonomia politica all’Unione per instaurare un rapporto paritario nel quadro di collaborazione e difesa comune, che, tra gli altri, ha proprio nella Russia uno degli obiettivi principali. Il compito europeo quindi sarà di mantenere la propria fermezza contro le repressioni russe, senza tralasciare una soluzione diplomatica soddisfacente per entrambe le parti, ma che non deve risultare come subalterna alle minacce di Mosca.   

Il problema della frontiera Irlandese come fattore di destabilizzazione

Il controverso problema della frontiera irlandese, nel quadro dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, è stato subito al centro di preoccupazioni da entrambe le parti; la questione del ripristino della frontiera tra le i due stati sull’isola d’Irlanda riguardava e riguarda lo storico problema del conflitto tra repubblicani e monarchici e tra cattolici e protestanti: avere superato la linea di confine è stato uno dei fatti determinanti per il termine del conflitto. L’abbandono di Londra a Bruxelles avrebbe voluto come logica conseguenza il ripristino della frontiera tra Eire ed Irlanda del Nord, con tutte le conseguenze temute e scongiurate da quando è stato firmato il trattato di pace; tuttavia Bruxelles non poteva tollerare una strada preferenziale al commercio inglese, da ambo i lati, attraverso Dublino. La soluzione è stata quella di istituire dei controlli doganali in due strutture portuali nordirlandesi per non ricomprendere Belfast all’interno dell’Inghilterra, evitando anche la dicitura Gran Bretagna perché l’Irlanda del Nord è collocata al di fuori del trattato della Brexit. Una soluzione che la premier londinese precedente aveva fortemente evitato, ma che Boris Johnson non ha potuto che accettare di fronte alle richieste di Bruxelles per accelerare il negoziato. Di fatto il mare d’Irlanda è la frontiera con l’Unione Europea e su quel confine devono essere espletate le pratiche commerciali tra le due parti sovrane. Dal punto di vista pratico l’errore compiuto dall’Europa per tutelarsi contro la predita di quantitativi di vaccini, poi subito rientrato con il riconoscimento dello sbaglio da parte di Bruxelles, ha soltanto esasperato una situazione già molto critica, che ha registrato problemi all’approvvigionamento alimentare e nei confronti dei prodotti deperibili e di animali, per la lungaggine delle pratiche burocratiche. Queste difficoltà hanno determinato criticità per le catene dei supermercati alla prese con scarsi ed insufficienti rifornimenti. C’è anche stata la percezione che il premier britannico volesse sfruttare la situazione creata da queste difficoltà per superare la frontiera del mare d’Irlanda, proponendo ai ministri delle due nazioni irlandesi di concordare le pratiche doganali per velocizzarle, cosa che ha provocato la reazione europea, che si è concretizzata con la minaccia di una azione legale, che avrebbe visto Londra sicuramente sconfitta. Tutta questa situazione ha determinato un grave stato di tensione, alimentato dai movimenti politici filo-britannici, ma anche da quelli unionisti, che si è concretizzato nelle minacce ai funzionari doganali, tanto da determinare la risoluzione del ritiro, per ora temporaneo, del personale doganale di entrambe le parti. Occorre ricordare e sottolineare che la decisione della creazione della frontiera sul mare d’Irlanda è stato un provvedimento che i nordirlandesi hanno esclusivamente dovuto accettare, senza alcuna modalità democratica, subendo una gestione organizzativa, che ha avuto delle ricadute sociali e che ha modificato in peggio i loro standard di vita. Anche in sede parlamentare, a Londra, parte della stessa maggioranza conservatrice, che sostiene il premier inglese, sta chiedendo in maniera pressante la rinegoziazione della parte di accordo che riguarda la frontiera sul mare d’Irlanda o di rinunciarvi in maniera unilaterale. Per la capitale inglese, pur non trattandosi di una sorpresa, l’alto livello dello scontento non era previsto, maggiori problemi erano pronosticati dall’atteggiamento della Scozia o del Galles, che, tuttavia, sembrano solo rimandati. Il quesito della Brexit, ha polarizzato l’attenzione sull’Inghilterra e sulle sue ragioni predominanti, ma non ha tenuto conto di questioni delicate alla sua periferia, che investono, oltre alle esigenze pratiche, anche equilibri politici, che sono stati raggiunti con difficoltà e che non devono subire alterazioni per non ritornare a situazioni ad alto tasso di rischio sociale. Se Londra ha la parte più grossa della responsabilità a causa del suo agire per niente lungimirante e ripiegato da una voglia di sovranità fuori dal tempo, anche l’Europa, seppure in maniera minore, è apparsa forse troppo arroccata sulle sue posizioni e non ha cercato una modifica al negoziato capace di trovare una sintesi in grado di risolvere una situazione potenzialmente in grado di portare sconvolgimenti sull’isola irlandese. Resta la preoccupazione per il possibile disfacimento del Regno Unito, dopo Scozia e Galles, l’ipotesi di una Irlanda unita esce rafforzata dai problemi causati dalla Brexit e Londra rischia di rimanere confinata nei limiti dell’Inghilterra: un fattore preoccupante per gli equilibri occidentali.