Iran: la pagina web nazista

Qual’è il senso di aprire una pagina web nazista (irannazi.ir)? Non si sta parlando di skinheads ma della Repubblica Islamica Iraniana; Ahmadineyad ha più volte ribadito, suscitando sdegno più che giustificato, che l’olocausto è una finzione storica a beneficio di quella che definisce “l’entità sionista”. Nella strategia anti ebraica l’atto della pagina nazista è un salto di qualità, innazitutto perchè prima è stata vietata e poi permessa dalle autorità, che, è quasi superfluo dirlo, monitorano costantemente ed attivamente lo spazio web, poi perchè pare sancire pubblicamente la giustificazione dello sterminio di massa attuato dalla Germani nazista. L speranza è che sia solo una provocazione per addensare ancora di più i paesi e le organizzazioni che spingono contro Israele, fatto comunque di per se già grave; peggio se l’atto venisse integrato in una strategia globale di comunicazione propedeutica ad un eventuale paventato attacco missilistico cerso Israele, come più volte minacciato. Quella a cui stiamo assistendo è l’ennesima provocazione di Teheran, atti che sfiorano la bizzarria, ma che non sono certo fatti a caso o frutto di improvvisazione, siamo davanti ad atti consapevoli e voluti. Una spiegazione possibile è attirare l’attenzione internazionale per distoglierla dal fronte interno gravato dai grossi problemi con l’opposizione ed anche distogliere, almeno in parte, l’attenzione focalizzata dal programma nucleare; programma nucleare che sembra avere subito l’ennesimo stop per intrusione di virus informatici nel software che governa il sistema per l’arricchimento dell’uranio. Questi sabotaggi, peraltro mai riconosciuti come tali dall’Iran, non sono mai stati rivendicati pubblicamente, ma il maggiore indiziato è lo stato israeliano, che pare manovrare dietro le quinte l’interdizione del programma atomico islamico. In ogni siamo di fronte a movimenti che non vanno certo verso la distensione.

Il pericolo incombente del conflitto Iran-Israele

Le forze armate USA decidono di aumentare il loro deposito di armamento nel territorio israeliano. L’esercito americano mantiene depositi di armamenti pronti all’uso in determinate nazioni poste in zone sensibili, come appunto Israele, la Corea del Sud ed altre, per permettere in caso di crisi l’immediato uso della forza; si tratta di armamenti pesanti come blindati, artiglieria, carri armati, bombe di precisione e missili in grado di contrastare con una entrata in campo pressochè immediata qualunque atto ostile contro il paese minacciato, non solo possono essere impiegate anche come dispiegamento preventivo in casi in cui la situazione internazionale abbia un repentino peggioramento. Inoltre USA ed Israele hanno stretto un accordo di cooperazione che consente l’uso dei satelliti americani per la guida dei missili israeliani. I segnali sono preoccupanti, significa che l’opzione militare contro l’Iran prende sempre più corpo oppure le minacce di Teheran contro Israele sono ritenute sempre più consistenti; in entrambi le ipotesi, che possono anche essere una sola,  siamo di fatto più vicini ad un conflitto che coinvolge Israele ed Iran, e che quindi, rischia di trascinare l’intera regione in una escalation pericolosissima per l’intero pianeta. A parte la tragedia umana di un conflitto dagli esiti incerti, tra l’altro alle porte dell’europa, gli sviluppi sarebbero nerissimi per l’economia, a causa ad esempio degli oleodotti presenti sulle zone circostanti, il terrorismo che terrebbe sotto scacco buona parte del mondo eccetera, tutte cose risapute ma che è bene ricordare. Mai come ora è importante il lavoro delle diplomazie, anche quello sotto traccia, ogni possibilità di scongiurare il conflitto deve essere tentata, in questa fase storica con l’avvitamento negativo della situazione economica un conflitto di tale portata ed in questo scenario significherebbe riportare indietro le lancette dell’orologio della storia indietro di cinquant’anni.

Vaticano e Israele: rapporti difficili

Il Vaticano opera una sterzata storica sul problema palestinese esprimendo solidarietà al popolo palestinese ed affermando pubblicamente che l’occupazione israeliana genera il fondamentalismo. L’affermazione comprende due implicazioni, il riconoscimento ufficialee ribadito alla necessità di uno stato palestinese di pari dignità con lo stato ebraico, opzione peraltro da sempre caldeggiata oltretevere, e la condanna ai metodi isreaeliani che sottende ad una preoccupazione sempre crescente, oltre che di un’inasprirsi del conflitto, anche di una possibile  espansione del fondamentalismo più acceso, ipotesi molto temuta perchè compromissoria del dialogo tra le confessioni.  Il Vaticano ha più volte manifestato la preferenza per l’esistenza di due stati sovrani con Gerusalemme territorio indipendente, data la peculiarità religiosa della città, questa scelta può nascondere l’interesse a candidarsi come possibile  guida della parte cristiana, opzione però più volte osteggiata dello stato Israeliano che non intende avere come vicino di casa, in una qualche veste ufficiale un soggetto ingombrante come il Vaticano.  Le frizioni tra Israele e Vaticano non sono cosa nuova ma ora pare di essere ad un punto di svolta per quanto riguarda i rapporti diplomatici tra i due stati e la solidarietà al popolo palestinese così palesata non fa che allontanarli ulteriormente.

Le implicazioni della diminuzione dei cristiani in medioriente

Il recente incontro, alla presenza del Papa, tra rappresentanti della religione cattolica e rappresentanti islamici moderati ha rappresentato un terreno di confronto che può dare interessanti sviluppi nel quadro della ricerca della pace, sopratutto in medio oriente. L’aspetto evidenziato è la preoccupazione dell’incremento dell’esodo della popolazione cristiana dal medio oriente, la parte moderata degli islamici vede un fatto pericoloso per i delicati equilibri la diminuzione dei cristiani, preziosi alleati contro la politica di pericoloso estremismo adottata dalle parti più integraliste della religione di Maometto. Il dialogo fin qui intrapreso, pur tra mille difficoltà, ha portato prospettive  che andrebbero favorite anche a livello di organizzazioni internazionali; nel contesto politico attuale, la diplomazia internazionale deve essere obbligata a cercare tutte le strade possibili per combattere e prevenire i conflitti che hanno comunque una base di partenza nell’ambiente sociale. Gli iman delle scuole coraniche “pescano” i loro adepti nelle parti più povere e soggette a facili influenze, in quest’ottica il lavorio che può fare la parte moderata di una religione, qualunque essa sia, con opere in seno alla società civile può essere di fondamentale importanza per la costruzione reale della pace. Il dialogo quindi tra le religioni, che vuole partire da premesse di collaborazione deve essere incoraggiato ad ogni livello quale investimento sugli sviluppi di pace che può implicare. Quello che la parte islamica moderata teme è che l’emorragia dei cristiani favorisca l’avanzata di posizioni integraliste a causa della perdita di alleati preziosi. Le organizzazioni internazionali devono puntare i riflettori anche su questi fatti che possono minare la difficile pace nei territori mediorientali.

Ahmadineyad e l'inutile provocazione

Mahmud Ahmadineyad si recherà domani in visita ufficiale in Libano ospitato dagli Hezbollah, questa visita ha il sapore di una provocazione non solo per gli israeliani, che sono paese confinante con la nazione dei cedri, ma per tutto il movimento mondiale che auspica la pace in medioriente. Quale implicazioni avrà sui rapporti internazionali questa visita e perchè si è scelto di effettuarla adesso? La politica estera iraniana non gode di buona salute, dai giorni degli scontri post elezioni la condanna unanime ha colpito il paese di Teheran e la disapprovazione è ulteriormente cresciuta con il caso di Sakineh, inoltre gli exploit all’ONU del capo di stato hanno contribuito ad un isolamento sempre più marcato. Certo la questione dei reattori nucleari, purtroppo più della  repressione del dissenso, aldilà delle naturali dichiarazioni, che non hanno generato praticamente alcuna ritorsione, è quella più temuta dai paesi occidentali per le ovvie e nefaste implicazioni ed è quella che ha generato un’impennata negativa delle relazioni diplomatiche. Il capo di stato iraniano deve quindi spingere sull’acceleratore delle amicizie internazionali di cui può disporre e ricercare la maggiore esposizione mediatica possibile. Con queste premesse una visita fin sotto il confine con Israele garantisce la massima visibilità possibile, certamente per la visuale occidentale è una visibilità negativa, ma per tutti quelli che avversano il processo di pace israelo-palestinese, perchè lo giudicano perlomeno sbilanciato a favore di Gerusalemme, per i Talebani e per tutti quelli che gli appoggiano, il significato ha senz’altro accezione positiva e permette ad  Ahmadineyad di continuare il suo processo per diventare il paladino antiamericano (e antisraeliano) dei nostri giorni. Perchè fare adesso la visita in Libano? Il processo di pace tra Palestina ed Israele accusa delle battute a vuoto, invero per la maggiore rigidità Israeliana più che per gli estremisti palestinesi, e presentarsi fin sotto il filo spinato che fa da divisione con il Libano può contribuire a fare salire la tensione tra le due parti fino a bloccare addirittura definitivamente le trattative. Alla fine il risultato che pare venga ricercato è fare salire la temperatura nella regione, creare motivi ulteriori di attrito per provocare qualcosa di veramente pericoloso per tutto il pianeta; la soluzione militare è contemplata da Israele e nonostante l’opera di dissuasione statunitense il precipitarsi degli avvenimenti può portare in quella direzione, mai come ora l’opera della diplomazia deve dispiegarsi e l’ONU deve assumere sulle proprie spalle l’onere di questa prova.

Il regime iraniano condannato da Mazen

La svolta dei governanti palestinesi nei rapporti con l’Iran è una chiara presa di posizione con molteplici implicazioni; dichiarare, come ha fatto, Mazen, che il governo è illegittimo in quanto eletto in una consultazione truccata, vuole dire, prima di tutto, prendere le distanze da un nemico di Israele, nonostante abbia perorato, a parole, più volte la causa palestinese, e nel contempo prendere le distanze da un amico dei gruppi estremisti arabi che non vogliono la pace. Non è cosa da poco, con questo passo si afferma la volontà che il processo di pace inaugurato i giorni scorsi vada avanti in modo chiaro, si dice cioè, che l’autorità palestinese, non intende prendere eventuali vantaggi derivanti da un possibile scontro Israele-Iran, è quindi una posizione chiara e leale verso l’interlocutore israeliano ed anche verso il promotore statunitense. L’Iran dal canto suo procede nella sua strada di isolamento, anche l’Egitto ha manifestato contrarietà al regime di Teheran cancellando una visita diplomatica prevista, ed anche il fatto di riproporsi come sede dei negoziati non è ben visto dall’Iran che imputa al paese dei faraoni il tradimento del popolo palestinese ed in un’ottica più ampia del popolo arabo.

Verso lo stato palestinese

Nonostante le difficoltà i colloqui Israele-Palestina sono partiti da una novità enorme nella storia dei processi di pace: la constatazione di entrambi gli stati della necessità del riconoscimento reciproco della dignità di stati, questo implica, giacchè Israele è già comunque uno stato (anche senza il riconoscimento palestinese), che Israele vede come unica opportunità di pacificazione la creazione di uno stato sovrano Palestinese; va detto che questa soluzione era oramai l’unica possibile, come individuato già da tempo da numerosi esperti della questione mediorientale, ma è la prima volta che Israele esplicita in modo anche formale questa soluzione. E’ chiaro che il processo dovrà avvenire anche in senso inverso, quindi con il ricnonscimento formale dello stato israeliano da parte dei palestinesi, tutti quegli atti di guerra e verso lo stato ebraico rientreranno, in sostanza, come atti terroristici verso uno stato straniero. Si dirà che già succede ma attualmente il labile confine del mancato riconoscimento reciproco non fa rientrare gli atti terroristici e le ritorsioni militari israeliane tra atti di guerra tra due paesi sovrani, con tutto il corollario che ne consegue governato dal diritto internazionale. Ma a parte le questioni giuridiche l’importante è il comune riconoscimento della necessità della pace nella regione, fatto che sembra scontato, ma ammesso pubblicamente da due avversari di tale caratura è sicuramente un progresso. Non tutto però è rose e fiori, i gruppi estremisti palestinesi hanno già annunciato in centro comune di organizzazione per contrastare il processo di pacificazione e con quali mezzi è facile da immaginare; in questa fase oltre all’azione diplomatica, necessaria ma non sufficiente è auspicabile un aiuto internazionale ai palestinesi che intendono portare avanti la pacificazione per isolare i gruppi estremisti.

In attesa dei negoziati

Il grave attentato sulla strada di Hebron ai danni di civili israeliani getta da subito una luce sinistra sui negoziati di pace ancora da aprire. La condanna unanime da parte delle autorità israeliana e palestinese appare un qualcosa di più di un atto dovuto, la sintonia delle dichiarazioni ed il subitaneo intervento dei servizi di sicurezza dell’ANP concretizzatosi con l’arresto di numerosi membri di Hamas nella zona dell’attentato dimostrano che nella regione esiste effettivamente una volontà comune per almeno cercare una via che porti alla pacificazione. Il problema è ancora una volta un’altro, capire cioè a chi non interessa raggiungere una situazione di normalità nella zona. Come al solito gli estremisti di entrambi i campi hanno gli stessi interessi: mantenere una forte destabilizzazione sul territorio fondata sul terrore, esasperando gli animi e tirando per la giacca i loro governanti; questa tattica, peraltro comune, si fonda sull’attesa degli sviluppi futuri che potrebbe avere l’escalation israeliana contro l’Iran con tutto quello che ne potrebbe conseguire. Mettere ora dei punti fermi con accordi ratificati potrebbe escludere vantaggi contingenti e sopratutto maggiori che potrebbero presentarsi per l’una o per l’altra parte. Mettere i bastoni tra le ruote ai negoziati in questo momento significa questo, aspettare e vedere che cosa succederà. Purtroppo ne consegue una facile previsione: gli atti intimidatori, da ambo le parti, in questa ottica non potranno che aumentare.

Pace in medioriente: la sfida di Obama

Ora è ufficiale: Barack Obama in persona guiderà i negoziati di pace diretti tra Israele e Palestina, per il presidente USA un rilancio dell’immagine ultimamente un po appannata in patria. Dire se questa sarà la volta buona è oltremodo difficile, la situazione non è delle più semplici con la questione Iran alla ribalta, ma il solo fatto di riprendere negoziati diretti è senz’altro un’ottima premessa.  Obama gioca la carta del prestigio internazionale per ribaltare la discesa del suo appeal sul suolo americano, nonostante la sfida epocale vinta sul fronte dell’assistenza sanitaria, la situazione economica sempre più in salita ha determinato la discesa del consenso; la tattica di risollevarsi attraverso l’azione internazionale non è una novità per i leader mondiali, valga per tutti l’esempio di Gorbaciov che aveva più successo sulla scena internazionale che sul suolo patrio. E’ sicuro che Obama dovrà muoversi con i piedi di piombo, anche piccoli passi avanti nel negoziato potranno essere considerati vittorie da fare pesare sulla bilancia del consenso ma risolvere definitivamente la questione palestinese sarà un’altra storia.

La tattica di Israele con la Turchia

Dopo il deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia dovuti ai tragici fatti connessi al tentativo di forzare il blocco della striscia di Gaza, lo stato d’Israele ha puntato a rafforzare le relazioni con la repubblica Greca, tradizionale avversario della Turchia.  La mossa costituisce un classico delle relazioni internazionali, si avvicina il nemico del proprio nemico per rafforzare un legame verso un comune avversario.  Siamo nell’area immediatamente contigua al medio oriente, zona calda per definizione, il nuovo asse tra Israele e  Grecia (che ha riconosciuto Israele solo dal 1991)  rappresenta una novità nel panorama delle relazioni internazionali, sopratutto per il tradizionale rapporto di fiducia che lega Atene ai paesi arabi, i quali hanno già mosso le loro diplomazie per capire cosa sta succedendo.  D’altra parte il momento economico molto difficile della Grecia non permette di trascurare ogni strada possibile che permetta nuove opportunità, in questa ottica l’alleanza con Israele può aprire nuove ed ulteriori prospettive economiche con un nuovo partner. Israele, dal canto suo, guadagna un nuovo alleato alla sua causa e visibilità positiva in campo internazionale grazie, appunto, ad un nuovo accordo diplomatico di amicizia che rompe un isolamento relativo costituito da rapporti internazionali consolidati con sempre gli stessi partner. La Turchia per ora nono commenta questa nuova alleanza che sembra rivolta contro di lei.