Ahmadineyad e l'inutile provocazione

Mahmud Ahmadineyad si recherà domani in visita ufficiale in Libano ospitato dagli Hezbollah, questa visita ha il sapore di una provocazione non solo per gli israeliani, che sono paese confinante con la nazione dei cedri, ma per tutto il movimento mondiale che auspica la pace in medioriente. Quale implicazioni avrà sui rapporti internazionali questa visita e perchè si è scelto di effettuarla adesso? La politica estera iraniana non gode di buona salute, dai giorni degli scontri post elezioni la condanna unanime ha colpito il paese di Teheran e la disapprovazione è ulteriormente cresciuta con il caso di Sakineh, inoltre gli exploit all’ONU del capo di stato hanno contribuito ad un isolamento sempre più marcato. Certo la questione dei reattori nucleari, purtroppo più della  repressione del dissenso, aldilà delle naturali dichiarazioni, che non hanno generato praticamente alcuna ritorsione, è quella più temuta dai paesi occidentali per le ovvie e nefaste implicazioni ed è quella che ha generato un’impennata negativa delle relazioni diplomatiche. Il capo di stato iraniano deve quindi spingere sull’acceleratore delle amicizie internazionali di cui può disporre e ricercare la maggiore esposizione mediatica possibile. Con queste premesse una visita fin sotto il confine con Israele garantisce la massima visibilità possibile, certamente per la visuale occidentale è una visibilità negativa, ma per tutti quelli che avversano il processo di pace israelo-palestinese, perchè lo giudicano perlomeno sbilanciato a favore di Gerusalemme, per i Talebani e per tutti quelli che gli appoggiano, il significato ha senz’altro accezione positiva e permette ad  Ahmadineyad di continuare il suo processo per diventare il paladino antiamericano (e antisraeliano) dei nostri giorni. Perchè fare adesso la visita in Libano? Il processo di pace tra Palestina ed Israele accusa delle battute a vuoto, invero per la maggiore rigidità Israeliana più che per gli estremisti palestinesi, e presentarsi fin sotto il filo spinato che fa da divisione con il Libano può contribuire a fare salire la tensione tra le due parti fino a bloccare addirittura definitivamente le trattative. Alla fine il risultato che pare venga ricercato è fare salire la temperatura nella regione, creare motivi ulteriori di attrito per provocare qualcosa di veramente pericoloso per tutto il pianeta; la soluzione militare è contemplata da Israele e nonostante l’opera di dissuasione statunitense il precipitarsi degli avvenimenti può portare in quella direzione, mai come ora l’opera della diplomazia deve dispiegarsi e l’ONU deve assumere sulle proprie spalle l’onere di questa prova.

Il regime iraniano condannato da Mazen

La svolta dei governanti palestinesi nei rapporti con l’Iran è una chiara presa di posizione con molteplici implicazioni; dichiarare, come ha fatto, Mazen, che il governo è illegittimo in quanto eletto in una consultazione truccata, vuole dire, prima di tutto, prendere le distanze da un nemico di Israele, nonostante abbia perorato, a parole, più volte la causa palestinese, e nel contempo prendere le distanze da un amico dei gruppi estremisti arabi che non vogliono la pace. Non è cosa da poco, con questo passo si afferma la volontà che il processo di pace inaugurato i giorni scorsi vada avanti in modo chiaro, si dice cioè, che l’autorità palestinese, non intende prendere eventuali vantaggi derivanti da un possibile scontro Israele-Iran, è quindi una posizione chiara e leale verso l’interlocutore israeliano ed anche verso il promotore statunitense. L’Iran dal canto suo procede nella sua strada di isolamento, anche l’Egitto ha manifestato contrarietà al regime di Teheran cancellando una visita diplomatica prevista, ed anche il fatto di riproporsi come sede dei negoziati non è ben visto dall’Iran che imputa al paese dei faraoni il tradimento del popolo palestinese ed in un’ottica più ampia del popolo arabo.

Verso lo stato palestinese

Nonostante le difficoltà i colloqui Israele-Palestina sono partiti da una novità enorme nella storia dei processi di pace: la constatazione di entrambi gli stati della necessità del riconoscimento reciproco della dignità di stati, questo implica, giacchè Israele è già comunque uno stato (anche senza il riconoscimento palestinese), che Israele vede come unica opportunità di pacificazione la creazione di uno stato sovrano Palestinese; va detto che questa soluzione era oramai l’unica possibile, come individuato già da tempo da numerosi esperti della questione mediorientale, ma è la prima volta che Israele esplicita in modo anche formale questa soluzione. E’ chiaro che il processo dovrà avvenire anche in senso inverso, quindi con il ricnonscimento formale dello stato israeliano da parte dei palestinesi, tutti quegli atti di guerra e verso lo stato ebraico rientreranno, in sostanza, come atti terroristici verso uno stato straniero. Si dirà che già succede ma attualmente il labile confine del mancato riconoscimento reciproco non fa rientrare gli atti terroristici e le ritorsioni militari israeliane tra atti di guerra tra due paesi sovrani, con tutto il corollario che ne consegue governato dal diritto internazionale. Ma a parte le questioni giuridiche l’importante è il comune riconoscimento della necessità della pace nella regione, fatto che sembra scontato, ma ammesso pubblicamente da due avversari di tale caratura è sicuramente un progresso. Non tutto però è rose e fiori, i gruppi estremisti palestinesi hanno già annunciato in centro comune di organizzazione per contrastare il processo di pacificazione e con quali mezzi è facile da immaginare; in questa fase oltre all’azione diplomatica, necessaria ma non sufficiente è auspicabile un aiuto internazionale ai palestinesi che intendono portare avanti la pacificazione per isolare i gruppi estremisti.

In attesa dei negoziati

Il grave attentato sulla strada di Hebron ai danni di civili israeliani getta da subito una luce sinistra sui negoziati di pace ancora da aprire. La condanna unanime da parte delle autorità israeliana e palestinese appare un qualcosa di più di un atto dovuto, la sintonia delle dichiarazioni ed il subitaneo intervento dei servizi di sicurezza dell’ANP concretizzatosi con l’arresto di numerosi membri di Hamas nella zona dell’attentato dimostrano che nella regione esiste effettivamente una volontà comune per almeno cercare una via che porti alla pacificazione. Il problema è ancora una volta un’altro, capire cioè a chi non interessa raggiungere una situazione di normalità nella zona. Come al solito gli estremisti di entrambi i campi hanno gli stessi interessi: mantenere una forte destabilizzazione sul territorio fondata sul terrore, esasperando gli animi e tirando per la giacca i loro governanti; questa tattica, peraltro comune, si fonda sull’attesa degli sviluppi futuri che potrebbe avere l’escalation israeliana contro l’Iran con tutto quello che ne potrebbe conseguire. Mettere ora dei punti fermi con accordi ratificati potrebbe escludere vantaggi contingenti e sopratutto maggiori che potrebbero presentarsi per l’una o per l’altra parte. Mettere i bastoni tra le ruote ai negoziati in questo momento significa questo, aspettare e vedere che cosa succederà. Purtroppo ne consegue una facile previsione: gli atti intimidatori, da ambo le parti, in questa ottica non potranno che aumentare.

Pace in medioriente: la sfida di Obama

Ora è ufficiale: Barack Obama in persona guiderà i negoziati di pace diretti tra Israele e Palestina, per il presidente USA un rilancio dell’immagine ultimamente un po appannata in patria. Dire se questa sarà la volta buona è oltremodo difficile, la situazione non è delle più semplici con la questione Iran alla ribalta, ma il solo fatto di riprendere negoziati diretti è senz’altro un’ottima premessa.  Obama gioca la carta del prestigio internazionale per ribaltare la discesa del suo appeal sul suolo americano, nonostante la sfida epocale vinta sul fronte dell’assistenza sanitaria, la situazione economica sempre più in salita ha determinato la discesa del consenso; la tattica di risollevarsi attraverso l’azione internazionale non è una novità per i leader mondiali, valga per tutti l’esempio di Gorbaciov che aveva più successo sulla scena internazionale che sul suolo patrio. E’ sicuro che Obama dovrà muoversi con i piedi di piombo, anche piccoli passi avanti nel negoziato potranno essere considerati vittorie da fare pesare sulla bilancia del consenso ma risolvere definitivamente la questione palestinese sarà un’altra storia.

La tattica di Israele con la Turchia

Dopo il deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia dovuti ai tragici fatti connessi al tentativo di forzare il blocco della striscia di Gaza, lo stato d’Israele ha puntato a rafforzare le relazioni con la repubblica Greca, tradizionale avversario della Turchia.  La mossa costituisce un classico delle relazioni internazionali, si avvicina il nemico del proprio nemico per rafforzare un legame verso un comune avversario.  Siamo nell’area immediatamente contigua al medio oriente, zona calda per definizione, il nuovo asse tra Israele e  Grecia (che ha riconosciuto Israele solo dal 1991)  rappresenta una novità nel panorama delle relazioni internazionali, sopratutto per il tradizionale rapporto di fiducia che lega Atene ai paesi arabi, i quali hanno già mosso le loro diplomazie per capire cosa sta succedendo.  D’altra parte il momento economico molto difficile della Grecia non permette di trascurare ogni strada possibile che permetta nuove opportunità, in questa ottica l’alleanza con Israele può aprire nuove ed ulteriori prospettive economiche con un nuovo partner. Israele, dal canto suo, guadagna un nuovo alleato alla sua causa e visibilità positiva in campo internazionale grazie, appunto, ad un nuovo accordo diplomatico di amicizia che rompe un isolamento relativo costituito da rapporti internazionali consolidati con sempre gli stessi partner. La Turchia per ora nono commenta questa nuova alleanza che sembra rivolta contro di lei.

Cominciamo

Inauguriamo questo blog, che si pone come una ulteriore voce nel dibattito della politica e delle relazioni internazionali, con i venti di crisi che arrivano dall’area mediorientale, un classico, si dirà.
L’ambasciatore israeliano in Italia ha detto pubblicamente di temere la terza guerra mondiale (e sappiamo che la quarta sarà combattuta con le pietre) per l’escalation che si sta producendo in Iran; l’affermazione, di per se già grave, ha avuto precedenti supporti con le analisi USA e con l’atteggiamento del regime iraniano. La querelle delle centrali atomiche di Teheran pare un espediente che vale da ambo le parti, ma se da un lato è innegabile il diritto di cercare fonti alternative nel solco dell’autodeterminazione di ogni singolo paese, dall’altro è legittimo il timore del possibile ed alternativo uso del minerale atomico; va detto che qui non siamo in presenza di dossier costruiti, come nel caso iraqeno, qui le centrali sono effettivamente in costruzione e non basta al blocco NATO la soluzione dell’intermediario russo che si prenderebbe in carico le barre esauste ma riconvertibili.Inoltre l’armamento degli ayatollah pare registrare un sensibile incremento in termini di razzi a grande gittata con una portata ben superiore per colpire il paese della stella di Davide.
Quale la soluzione, ovviamente non quella delle armi e nemmeno l’arte diplomatica di soffiare sul fuoco, può sbloccare la situazione è difficile dire ci auguriamo il dialogo costruttivo.