L’attivismo paternalista egiziano con Hamas, serve a guadagnare consenso interno ed estero

L’impressione che la mediazione egiziana abbia sortito un effetto positivo sul confronto tra Israele e palestinesi di Hamas, sembra avere avuto un effetto positivo per il regime de Il Cairo. In realtà il contributo egiziano, che è stato comunque presente, ha contribuito solo in parte a fermare i bombardamenti israeliani, che duravano da 11 giorni, ed i lanci di razzi dalla striscia di Gaza; tuttavia il presidente Al Sisi ha ricevuto il pubblico apprezzamento del presidente americano, ha incontrato il presidente francese ed il ministro degli esteri egiziano ha potuto riscuotere i complimenti della Germania e dell’Unione Europea. Al regime egiziano deve essere riconosciuta una certa abilità, più che altro, per sapere utilizzato a proprio vantaggio una situazione contingente, che gli può permettere di rivendicare la propria rilevanza diplomatica nella regione, cercando di fissare un calendario per la questione della pace. Si tratta di una occasione unica per uscire da uno stato di isolamento causato dall’applicazione di pratiche sempre più repressive all’interno del proprio territorio. L’obiettivo egiziano è quello di coordinare, attraverso la sua diplomazia, la gestione della pace attuale, mediante incontri sempre più frequenti con Israele, Hamas e l’Autorità Palestinese per mantenere il cessate il fuoco grazie ad una tregua durevole e favorire la riconciliazione palestinese, come primo punto per procedere ad un eventuale dialogo con Tel Aviv. L’Egitto si è impegnato finanziariamente alla ricostruzione nella striscia di Gaza con un investimento di 500 milioni di dollari, diventando così l’interlocutore principale per Hamas, anche grazie al mantenimento dell’unico accesso non controllato da Israele, attraverso il quale fare pervenire aiuti umanitari, anche provenienti da paesi terzi. Risulta chiaro, che tutta questa strategia è funzionale ad una sorta di pulizia dell’immagine del regime, che, però, sta dimostrando di eccedere nella sua retorica paternalistica, quasi replicando l’atteggiamento tenuto in pratica, peraltro tipico dei regimi autoritari. La storia del rapporto tra Al Sisi ed Hamas ha registrato momenti di crisi proprio con la presa di potere del dittatore egiziano a causa della repressione del movimento dei Fratelli Musulmani, particolarmente vicini ad Hamas, tuttavia Il Cairo ha bisogno di Gaza  e Gaza ha bisogno de Il Cairo, ed il legame tra le due parti appare obbligato, anche se nelle carceri egiziane continuano ad essere imprigionate diverse persone che hanno collaborato con lo stesso Hamas. Su questa contraddizione il movimento islamico palestinese per il momento deve soprassedere per motivi di evidente necessità, ma è legittimo pensare, che sul lungo periodo, questa causa non potrà che essere motivo di contrasto. L’Egitto, comunque, è il socio forte dell’alleanza e può condurre i rapporti in ragione del suo appoggio ad Hamas, con l’obiettivo primario di rendere funzionale questo legame ed i suoi effetti, come garanzia per la sostenibilità della dittatura, soprattutto sul fronte interno, ma non disdegnando neppure  i risvolti positivi che possono essere guadagnati anche dall’esterno. La logica rientra in uno schema classico sempre valido per le dittature: guadagnare consenso internazionale, anche parziale, attraverso una azione diplomatica degna di una democrazia: fattore che permette di nascondere le malefatte interne ed assumere posizioni quasi essenziali, soprattutto se in determinati contesti non ci sono attori internazionali alternativi che possano e vogliano garantire il proprio impegno, come il recente scontro tra Israele e Palestina ha dimostrato. D’altra parte l’aspetto umanitario è un fattore che suscita molta sensibilità nelle democrazie, specie in quelle occidentali: se l’entità degli aiuti è innegabile, le modalità, fortemente esibite, attraverso striscioni che pubblicizzavano il regalo ai palestinesi da parte del presidente egiziano, non hanno suscitato particolari entusiasmi nella popolazione, che ancora ricorda l’opera di distruzione, operata dagli egiziani, dei tunnel palestinesi nel 2013. Ogni parte, quindi fa di necessità virtù, ma il significato di questa collaborazione è che i palestinesi non possono rifiutarla perché ne hanno estremo bisogno, mentre per l’Egitto può significare una delle ultime possibilità per cercare di migliorare la propria immagine verso l’esterno, non rendendosi conto di svolgere un ruolo che doveva essere un compito delle Nazioni Unite e delle democrazie occidentali, che, in definitiva, stanno usando Il Cairo ripagandolo con un piccolo apprezzamento, che è, in realtà, una finzione vera e propria.