I motivi della crisi di Gerusalemme est

Ci sono una serie di fattori concomitanti che concorrono all’attuale situazione di tensione presente a Gerusalemme est; la presenza di cause che contribuiscono ad alimentare lo stato attuale è presente in maniera maggiore all’interno della parte israeliana, ma anche in quella palestinese vi sono elementi che contribuiscono a dare instabilità all’intera questione. Partendo dalle cause israeliane appare impossibile non considerare le principali responsabilità della crescita politica ed anche elettorale dell’estrema destra nazionalista, che ha fatto del proprio programma di rendere la nazione israeliana uno stato ebraico uno strumento di forzatura all’interno del dialogo politico del paese; dialogare con questa parte politica appare impossibile, se non con l’intento di usarla in maniera funzionale ai propri scopi e, quindi, cedendo di fronte alle sue richieste per assicurarsene l’appoggio. Questa strategia politica è stata alla base dell’azione di Netanyahu, che l’ha usata senza troppi scrupoli, pur, talvolta non condividendo del tutto l’impostazione della destra nazionalista, per arrivare al suo scopo fondamentale: quello di restare al potere in ogni modo. Visto da questa angolazione, il fatto di avere sacrificato i residenti arabi, legittimi abitanti delle colonie occupate, e, quindi, la soluzione dei due stati, mai del tutto ufficialmente negata, e, di conseguenza, la pace e la stabilità del paese, conferma la sua mancanza di scrupoli e l’inadeguatezza di governare un paese al centro delle grandi questioni internazionali. Si deve anche considerare il fatto contingente della attuale situazione giudiziaria di Netanyahu: essere sotto inchiesta per corruzione, frode ed abuso d’ufficio, rende necessario spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da queste questioni legali e dal fatto che l’ex premier non è stato in grado di formare il nuovo governo, rendendo evidente la sua responsabilità del continuo stato di paralisi della politica israeliana: l’aumento delle tensioni nei territori occupati e la centralità della questione di Gerusalemme est, sono considerate ottimi strumenti per operare la distrazione di massa. Nella disputa su Gerusalemme est vi è anche un grande assente: la società israeliana nel suo complesso, restia a prendere posizione e schierarsi contro le azioni provocatorie del governo di Netanyahu, rivelando, così, una certa assuefazione alla politica di omologazione operata dalla retorica della destra nazionalista ed in generale dalla tendenza degli ultimi governi israeliani; ben diverse sono state le reazioni delle chiese ortodosse e cristiane, che hanno condannato fermamente le repressioni e gli sfratti che hanno dovuto subire le famiglie palestinesi allontanate da Gerusalemme est. Pur non potendo essere inquadrate all’interno della dialettica della politica israeliana, in questo momento le leadership cristiane ed ortodosse rappresentano la voce contraria più autorevole all’operato del governo di Tel Aviv, presente in Israele. La situazione attuale sembra ricalcare quello già accaduto con l’inizio della seconda intifada, causata dall’atteggiamento provocatorio di Sharon, che ha molte analogie con quello attuale di Netanyahu. La considerazione politica più importante da fare è che se l’espropriazione del quartiere palestinese di Gerusalemme est avrà successo, la conseguenza immediata sarà la fine della possibilità della soluzione della formula dei due stati, mentre dal punto di vista legale l’azione israeliana è ancora una volta una violazione del diritto internazionale ed occorre chiedersi fino a quando la comunità internazionale intenderà non chiedere conto a Tel Aviv delle sue azioni. Da parte palestinese la mancanza più grave è stata quella di Abu Mazen e della sua parte politica di reprimere ogni dissenso, fino ad arrivare al rinvio delle elezioni per non perderle, le consultazioni elettorali palestinesi non hanno luogo da 15 anni e ciò ha impedito una normale dialettica politica tra le varie componenti palestinesi, obbligando a rivolgere il dissenso arabo soltanto contro Israele. Dal punto di vista della politica internazionale l’attuale questione rischia di ricompattare il mondo sunnita, che ha ripreso a dialogare cercando di superare le rispettive diffidenze: l’attivismo del ministro degli esteri turco ha permesso la ripresa del dialogo della Turchia con l’Arabia Saudita e con l’Egitto, malgrado le profonde differenze di visuale ed un argomento al centro dei colloqui sarà senz’altro stato la questione palestinese, che rischia di tornare prepotentemente alla ribalta, anche come fattore di coesione ulteriore del mondo sunnita: un elemento in più di preoccupazione sia per gli USA, troppo silenti fino ad ora, e per lo stesso Israele, che rischia un peggioramento dei rapporti con l’Arabia.