Gli USA vicini al rientro nell’accordo per il nucleare iraniano

Il trattato sul nucleare iraniano, sottoscritto nel 2015 da Iran, Unione Europea, Germania e dai membri permanenti delle Nazioni Unite: USA, Cina, Francia, Inghilterra e Russia aveva lo scopo di impedire la proliferazione degli armamenti nucleari nella Repubblica islamica, garantendo a Teheran una minore pressione delle sanzioni economiche già imposte da Washington. Con l’elezione di Trump, gli USA invertirono il proprio comportamento adottando l’abbandono unilaterale dal trattato, con il conseguente reinserimento di nuove sanzioni energetiche e finanziarie contro l’Iran e contro chi avrebbe mantenuto rapporti commerciali con Teheran. Il cambiamento di atteggiamento americano, condizionato dalla vicinanza strategica di Trump con Israele ed Arabia Saudita, fu caratterizzato dalla così detta strategia di massima pressione, che secondo l’ex presidente degli Stati Uniti, avrebbe dovuto portare ad azzerare la volontà di possedere armamenti nucleari iraniana, mediante una politica di sanzioni più dura. In realtà, Teheran, pur sottoposto ad una situazione particolarmente pesante a causa dell’aumento dell’inflazione, del deprezzamento della propria moneta e di una grave recessione, provocate dall’atteggiamento della Casa Bianca, ha intrapreso una politica di arricchimento dell’uranio, sviluppando una tecnologia, che seppure non è stata ancora in grado di arrivare alla creazione della bomba atomica, ha creato grave apprensione, sia a livello regionale, che globale. Il fallimento della strategia statunitense di Trump, e dei suoi alleati israeliani e sauditi, ha compreso anche l’innalzamento del livello della tensione causato dagli attentati in cui sono morte personalità iraniane coinvolte nei programmi di ricerca per l’arricchimento dell’uranio. Il nuovo presidente americano Biden, fin dalla campagna elettorale, ha inserito nel proprio programma di politica estera la possibilità del rientro degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano, valutando negativamente le conseguenze dell’uscita che si sono concretizzate in un isolamento internazionale degli Stati Uniti e nella maggiore precarietà degli equilibri regionali. Biden ha chiesto un cambio di atteggiamento preventivo degli iraniani, con una riduzione dell’attività nucleare, in cambio del quale l’Iran ha proposto una prima riduzione delle sanzioni, come segno tangibile di buone intenzioni per la prosecuzione delle trattative. A questo scopo sarà anche fondamentale la ripresa del dialogo tra i funzionari iraniani e l’Agenzia per la ricerca atomica, per favorire le ispezioni delle centrali nucleari; a questo scopo fin dal prossimo mese di aprile si aprirà un ciclo di incontri per stabilire reciprocamente le regole delle ispezioni; frattanto il presidente iraniano ha deciso autonomamente di sospendere le operazioni per l’arricchimento di uranio, che ha determinato il ritiro della mozione di sfiducia di alcuni paesi europei contro l’Iran, proprio presso l’Agenzia atomica. I segnali di distensione sembrano indicare la possibilità della ripresa pratica dell’accordo, grazie anche all’impulso dell’azione di stati come la Germania e la Russia, che si sono esposte per ripristinare la situazione precedente all’ascesa di Trump alla Casa Bianca, tuttavia lo sviluppo positivo potrebbe essere garantito soltanto dalla permanenza di Biden o comunque di un democratico nella più alta carica statunitense. Come dimostrato, infatti, dall’assurdo comportamento di Trump, il ritiro unilaterale dall’accordo non ha comportato alcuna sanzione per che questo ritiro ha effettuato, contravvenendo alla firma ed agli impegni assunti dal proprio, senza una violazione accertata da parte di Teheran, ma soltanto per una diversa valutazione politica dell’accordo stesso. Questa situazione, quindi può garantire quattro anni di mantenimento dell’accordo, ma non può impedire la situazione che si è creata con Trump. Nonostante questa considerazione, che deve essere tenuta comunque ben presente, bisognerà favorire in questo lasso di tempo un differente approccio con l’Iran, permettendo alla sua economia di crescere, in maniera di favorire la creazione di una rete di legami, sia diplomatici, che commerciali, in grado di garantire una differente modalità di considerare l’arma atomica da parte degli iraniani. Se Teheran si atterrà al rispetto della non proliferazione nucleare per tutto questo periodo conseguirà una credibilità sufficiente a non provocare il ritiro unilaterale, anche di fronte ad una rielezione di Trump o di un suo emulo. Pur restando  sostanziali differenze e contrasti in politica estera con l’occidente, l’obiettivo di non avere una nuova bomba atomica in una regione così delicata del mondo, deve essere conseguito con una priorità assoluta.

La Turchia rafforzando il suo controllo nel nord della Siria, vuole aumentare la sua influenza nel mondo sunnita

Le forze armate turche sono penetrate in territorio siriano, senza dichiarare alcuno stato di belligeranza contro Damasco, fin dal 2016 con la ragione ufficiale di contrastare le milizie dello Stato islamico, milizie che, si sospetta, erano state utilizzate da Ankara in funzione anti Assad, con motivazioni da ricondurre anche nella contrapposizione tra sciiti e sunniti. In realtà da subito è apparso chiaro che l’obiettivo era scongiurare il pericolo curdo sulle frontiere turche; la presenza degli abitanti di queste zone, fino a quel momento era contraddistinta da una maggioranza di etnia curda e dalla presenza del Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione considerata come terroristica, non solo da Ankara, ma anche da Bruxelles e Washington. Il fatto che i curdi avessero rappresentato le truppe operative sul campo contro lo Stato islamico, fatto che ha permesso di non coinvolgere soldati occidentali direttamente sul terreno, non è bastato per guadagnare la tutela degli americani, che li hanno sacrificati ad una alleanza, come quella con la Turchia, sulla quale si nutrono molti dubbi sulla reale opportunità, visti i recenti sviluppi presi dalla presidenza Erdogan. In ogni caso i dati delle Nazioni Unite parlano di più di 150.000 curdi costretti a lasciare le proprie terre da quando nel 2018 le azioni dell’esercito turco, insieme all’esercito nazionale siriano, un insieme di milizie islamiste e contrarie al regime di Assad, si sono sviluppate nelle zone a ridosso della frontiera con il territorio di Ankara. La composizione etnica dell’esercito nazionale siriano è interessante perché è formata da circa il 90% di arabi e dal restante 10% di turkmeni e si inquadra perfettamente nella strategia turca di rimpiazzare l’originaria popolazione curda con etnie più favorevoli ad Ankara, una pratica analoga a quella esercitata da Pechino in Tibet e nello Xinjiang, dove la popolazione locale che non si è assimilata al processo di integrazione viene sostituita, mediante deportazioni e pratiche di rieducazione coatta, dall’etnia cinese Han; inoltre le milizie dell’esercito nazionale siriano, secondo diverse organizzazioni umanitarie, si sono rese colpevoli di crimini di guerra, tra cui rapimenti di funzionari curdi, che sarebbero poi finiti nelle carceri turche. Occorre ricordare che le forze militari turche occupano circa il 60% del territorio siriano che è sulla frontiera turca e la sostituzione della popolazione, con profughi siriani di etnia araba, è la logica conseguenza della strategia di rendere sicure le proprie  frontiere meridionali, un programma che ha permesso ad Erdogan di superare problemi di politica interna, quali la crisi economica e la protesta contro l’islamizzazione della società e che ha goduto, seppure con sfumature differenti, dell’appoggio sia della destra estrema al governo, che delle forze di opposizione. Dal punto di vista internazionale la presenza turca viene vista in diversi ambienti come un deterrente per la presenza e l’azione russa e degli sciiti, sostanzialmente un fattore di stabilizzazione della questione siriana. La Turchia non si è limitata ad un impegno militare, ma ha investito ingenti somme nella costruzione di infrastrutture, come scuole ed ospedali ed ha allacciato la propria rete elettrica a quella dei territori occupati, mentre la moneta circolante è diventata la lira turca. Occorre specificare che l’azione turca sta incontrando diversi pareri positivi, che devono essere collocati all’interno dei sentimenti favorevoli all’azione pan-islamica di Ankara, che sempre più coincide con il progetto di Erdogan di un nuovo corso ottomano, che veda la Turchia al centro di un sistema aldilà dei propri confini, sul qual esercitare la propria influenza, anche in alternativa nella stessa area sunnita al prestigio saudita o egiziano. I territori curdi ora occupati, secondo il diritto internazionale, non potranno entrare nella effettiva sovranità turca, tuttavia è ragionevole pensare ad una collocazione sul modello della parte turca di Cipro e dell’Azerbaijan, che sono nella sfera di influenza di Ankara. La domanda è quanto la Turchia è disposta ad andare avanti in queste pratiche e quanto ciò non sia influente sul giudizio del mantenimento di Ankara all’interno dell’Alleanza Atlantica, i cui scopi sono apparsi ormai troppo spesso in contrasto con la Turchia. Rimane la profonda valutazione negativa del comportamento di Ankara nei confronti dei curdi, quale esempio di trasgressione delle norme del diritto internazionale, al quale, prima o poi si dovrà trovare una sanzione adeguata a livello generale.  

Il primo incontro di Biden sarà con il primo ministro giapponese: chiaro segnale per la Cina

La volontà di ricevere come primo ospite di un governo straniero, il primo ministro giapponese, da parte del presidente Biden, rivela l’alto valore simbolico che la Casa Bianca conferisce all’incontro. La visita, che si svolgerà nella prima metà di Aprile, rappresenta chiaramente un segnale verso le intenzioni della politica estera della nuova amministrazione americana e, nel contempo, una sorta di avvertimento alla Cina ed alle sue intenzioni espansionistiche nei mari orientali. Il significato politico di questo invito si concretizza nel mantenimento, in prosecuzione con la politica di Obama, della priorità in politica estera dell’attenzione sulla regione asiatica dell’Oceano Pacifico, per la sua importanza economica e strategica, funzionale agli interessi americani. Il processo di rafforzamento delle relazioni tra Washington e Tokyo è centrale, per entrambe le parti, all’interno del progetto per potere arrivare alla libertà dei mari asiatici orientali. L’incontro assume anche il particolare significato di volere riportare alla normalità le attività relative alle iniziative diplomatiche statunitensi, che la pandemia ha reso certamente più difficili. Biden, già vicepresidente di Obama, ripete, con questo incontro, quanto già fatto dal suo predecessore democratico, che incontrò come primo ospite straniero l’allora primo ministro giapponese: nella ripetizione del primo vertice internazionale dopo l’elezione, si scorge che l’intenzione di Biden è quella di riprendere il discorso di Obama, sulla centralità della regione asiatica; del resto il Giappone è considerato, fino dal termine della seconda guerra mondiale, un alleato di primaria importanza per gli USA. Sul piano delle relazioni multilaterali, gli Stati Uniti, hanno indetto anche un prossimo vertice a quattro, con la partecipazione, oltre che degli USA, anche di India, Australia e dello stesso Giappone, che rimarca la volontà di porre al centro dell’azione diplomatica americana l’attenzione sulla regione asiatica orientale, procedendo in sintonia con altri partner, dell’area occidentale, interessati al contenimento cinese. Risulta molto significativo che questo vertice era stato inaugurato nel 2007, per la coordinazione degli aiuti a seguito del terremoto giapponese, ma successivamente  era stato sospeso per la volontà congiunta indiana ed australiana di non urtare la sensibilità cinese; tuttavia la crescita della spesa militare di Pechino unita alla sua volontà di esercitare il suo potere sulla zona del pacifico orientale, considerata come propria zona di influenza esclusiva, ha causato nuove riflessioni a Canberra ed a Nuova Delhi. Per l’India, poi, la rivalità mai sopita con la Cina, essenzialmente basata su argomenti geostrategici ed economici, è aumentata per i territori contesi al confine himalayano. Nuova Delhi si è così unita alle esercitazioni militari di guerra sottomarina congiunte, compiute da USA, Australia, Giappone e Canada ed ha rafforzato la sua cooperazione militare con Washington, provocando il risentimento cinese. Questo scenario, non deve essere dimenticato, si innesta sulla già preesistente guerra commerciale tra Washington e Pechino, che resta uno dei pochi punti di contatto e continuità tra la presidenza Trump e quella di Biden: appare chiaro che ciò provoca nel paese cinese sentimenti di avversione che potrebbero favorire pericolose conseguenze di carattere diplomatico e militare in grado di alterare i precari equilibri regionali. Pechino si sente anche accerchiata dalla ripresa delle attività del vertice a quattro, che ha condannato come un pericoloso multilateralismo anti cinese e ciò potrebbe accelerare alcune iniziative della Repubblica Popolare più volte minacciate, come la questione di Taiwan, sulla quale Pechino non ha mai escluso l’intervento armato per riportare l’isola sotto la piena sovranità cinese. Quindi se l’attivismo americano appare giustificato dalle stesse iniziative cinesi, l’augurio è che l’amministrazione Biden, pur ferma nei propri propositi, sia dotata di una maggiore cautela ed esperienza di quella che l’ha preceduta.  

Il possibile procedimento contro il principe ereditario saudita in Germania, come nuova forma di lotta contro i crimini contro l’umanità

La denuncia dell’associazione Reporter senza frontiere, depositata in Germania, con un dossier di 500 pagine, contro il principe ereditario Mohamed bin Salman ed altri membri della sua cerchia, accusati per l’omicidio del giornalista, avverso al regime, Jamal Khasoggi, avvenuto in Turchia nel 2018, diventa un’arma giuridica dell’occidente contro l’Arabia Saudita. Questa iniziativa arriva dopo che il presidente Biden ha tolto il segreto al dossier della CIA, voluto da Trump, sulle responsabilità effettive, come mandante dell’omicidio del giornalista. La quasi contemporaneità delle due iniziative dimostra come il legame tra USA ed Unione Europea si è rinsaldato con il nuovo inquilino della Casa Bianca. In realtà manca ancora il pronunciamento del pubblico ministero del tribunale dove è stata presentata la denuncia, ma il proseguimento dell’azione legale è dato per scontato, anche se la Germania non ha alcun legame con la vicenda, i tribunali tedeschi dovrebbero dichiararsi competenti sui fatti per effettuare un procedimento contro presunti crimini contro l’umanità, grazie alla conformità delle leggi tedesche ed al principio del diritto internazionale della giurisdizione internazionale. Deve essere specificato che si tratterà soltanto di una azione senza alcun effetto pratico, dato che è scontato il rifiuto, in caso di condanna, di estradizione da parte dell’Arabia Saudita, che ha espresso molto chiaramente il proprio atteggiamento sulla vicenda condannando, prima alla pena di morte, poi commutata in pene detentive, imputati di cui non sono state fornite le generalità, il che potrebbe volere dire che la condanna è stata emessa contro nessuno e soltanto per salvare le apparenze per i rapporti con l’occidente; tuttavia il valore politico di effettuare soltanto un procedimento contro una delle massime cariche saudite per violazioni contro l’umanità, assume un chiaro significato di discredito verso il principe ereditario, che lo squalifica nei rapporti di tipo diplomatico che intenderà intraprendere con altri soggetti internazionali. La Germania può essere una sorta di capofila per i paesi occidentali nella tutela dei crimini contro l’umanità, usati in maniera funzionale come azione diplomatica e quale discriminante dei rapporti internazionali; certamente si è all’inizio di un processo di questo tipo, del quale si dovrà valutare attentamente le implicazioni e le ricadute sui rapporti commerciali ed economici tra gli stati. A questo proposito deve essere considerato con attenzione l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti: Washington ha reso pubblico il rapporto che svela la responsabilità del principe ereditario, ma non ha emesso alcun procedimento o sanzione contro di lui, limitandosi a esprimere il proprio diniego dai rapporti istituzionali con il principe e considerando legittimo come interlocutore soltanto il regnante attuale. Si tratta di una posizione dettata dalla necessità di mantenere gli attuali legami con il regno Saudita, basati su reciproca convenienza di carattere geopolitico, tuttavia nel caso il principe ereditario diventasse il legittimo, per le leggi saudite, nuovo sovrano del paese, il problema non potrebbe essere di facile soluzione. Quello che appare è che si sta provando a gestire con una nuova metodologia, situazioni purtroppo già ben presenti da tempo, ma la domanda è se queste pratiche potranno valere a livello universale o se saranno usate solo per casi sporadici, secondo le esigenze contingenti o le convenienze del momento. Ad esempio il caso più eclatante è la Cina, che, malgrado le difficoltà attuali, intrattiene rapporti commerciali con tutto l’occidente, ma ha anche comportamenti sicuramente colpevoli verso gli Uiguri, contro i quali è in atto una feroce repressione che alcuni giudicano come un vero e proprio genocidio, così come nei confronti della protesta di Hong Kong, senza contare l’atteggiamento verso il Tibet ed il dissenso interno; tutto materiale sufficiente per una serie di processi per crimini contro l’umanità. Queste considerazioni valgono per molti altri stati, compresi la Russia e l’Iran, con il quale l’occidente cerca di riallacciare i rapporti sul nucleare interrotti da Trump. La questione è molto ampia ed ha ostacoli non facilmente sormontabili, ma, in questo momento, è importante sottolineare l’inizio di pratiche giurisdizionali, la cui applicazione potrebbe rappresentare il futuro della lotta ai crimini contro l’umanità: un percorso difficile ma che merita di essere sviluppato e collegato ai rapporti tra gli stati, proprio per emarginare ed isolare quei soggetti internazionali responsabili di queste violazioni.    

Calcio e diritti umani: il caso delle vittime in Qatar

Esiste un problema morale che investe il calcio internazionale: l’organizzazione dei mondiali del 2022 in Qatar. Secondo una inchiesta del quotidiano “Guardian”, le vittime tra gli operai che lavorano alla costruzione degli stadi, sarebbero già arrivate a 6.500. Sulla triste contabilità non giungono commenti dagli atleti e dai dirigenti, che tacciono su di un’ecatombe al loro servizio. Le condizioni di lavoro, disumane al limite dello schiavismo, che riguardano lavoratori non tutelati e mossi esclusivamente dal bisogno, dovrebbero essere sufficienti per mobilitare i miliardari che saranno i protagonisti degli incontri di gioco, che si svolgeranno su strutture costruite sul sangue degli operai provenienti da Nepal, India, Bangladesh, Pakistan, Filippine e Kenya. Questi lavoratori sono privati di ogni diritto, perfino quello di licenziarsi, perché viene loro ritirato il passaporto e le condizioni igieniche in cui vengono fatti vivere, sono esse stesse una causa che contribuisce all’incremento del numero dei decessi. La media di due vittime al giorno, potrebbe essere addirittura una stima effettuata per difetto, perché le autorità non permettono la circolazione delle notizie e forniscono la cifra ufficiale di appena 37 vittime a causa degli incidenti sul lavoro. Certo la strategia di non volere ricomprendere tra i morti coloro che sono deceduti per infarto, stress, caldo ed altre patologie, seppure direttamente collegate all’attività nei cantieri, riduce il conto totale, ma la scarsa considerazione dei lavoratori stranieri, sacrificati allo svolgimento della manifestazione calcistica resta una grossa macchia sull’intero movimento calcistico internazionale. Occorre ricordare che, comunque, lo sforzo costruttivo riguarda non solo la costruzione degli impianti sportivi, ma anche tutta una serie di infrastrutture che serviranno per lo svolgimento pratico del mondiale, come strade, aeroporti, sistemi di comunicazione integrati ed hotel per accogliere le delegazioni delle squadre impegnate nelle gare. Se le smentite del Qatar possono apparire scontate in una logica di un paese che non è una democrazia, meno coerente appare il comportamento dei vertici del calcio mondiale, peraltro già avvisati da una stima, peraltro superata, del 2013, effettuata da parte di una organizzazione sindacale internazionale, che parlava di una previsione di 4.000 vittime; così come tacciono le associazioni dei calciatori: una omertà incomprensibile ed ingiustificata, se non dalla visione finanziaria del ritorno dell’investimento di un mondiale giocato a quelle latitudini. Il 2022 è molto vicino, ma una reazione giustificata, in un mondo ideale, potrebbe essere il boicottaggio degli atleti e delle nazioni ad un mondiale viziato da una situazione di partenza così pesante: una reazione che potrebbe essere compresa e capita dalla grande parte dei tifosi ed appassionati di calcio. La dirigenza internazionale, frattanto, potrebbe, almeno, effettuare una inchiesta sulle reali condizioni di lavoro di chi finora è stato impiegato nella costruzione di una manifestazione, che potrebbe ritorcersi proprio contro il calcio mondiale. Anche gli sponsor dovrebbero valutare il loro appoggio a questi mondiali, la sensibilità dei consumatori è molto aumentata di fronte a certe tematiche ed anche la risposta dei telespettatori potrebbe subire una diminuzione, che potrebbe avere spiegazioni coerenti con le reazioni a questo stato di cose. In ogni caso lo sport non doveva essere mischiato con pratiche di così basso livello per il rispetto dei diritti umani.    

Arabia Saudita ed Israele sempre più vicine

La strategia della diplomazia saudita può segnare un punto a favore o una potenziale sconfitta il vertice, non riconosciuto ufficialmente, con il presidente israeliano ed il Segretario di stato statunitense, ormai alla fine del suo mandato? Che i contatti, ormai divenuti una alleanza ufficiosa, tra Israele ed Arabia Saudita siano cosa nota è risaputo, soprattutto in funzione anti iraniana, tuttavia il viaggio di un capo di stato israeliano accolto nella capitale saudita rappresenta una novità; anche se il segnale di smentire la veridicità dell’evento rappresenta la presenza  di un timore ancora esistente tra i politici arabi a rendere ufficiale  quello che potrebbe essere inteso come un passo ulteriore nei rapporti tra i due stati. Se l’Arabia ha mantenuto una riservatezza abbastanza esplicita, in Israele l’episodio non è stato accolto in maniera favorevole all’interno dello stesso governo in carica, per ragioni analoghe. Netanyahu, ufficialmente non ha comunicato agli altri membri del suo esecutivo, un governo non certo saldo a causa della sua composizione di compromesso, il viaggio in Arabia, peraltro subito individuato, grazie all’analisi di siti specializzati nell’analisi degli spostamenti aerei. Se per l’Arabia Saudita i timori possono coincidere con il mancato rispetto degli accordi della Lega Araba, che subordinano il riconoscimento di Israele alla nascita di uno stato palestinese entro i confini del 1967, per Tel Aviv si può intravvedere una manovra preventiva del presidente Netanyahu per anticipare accordi che la nuova amministrazione americana potrebbe non avvallare. Non è un mistero che sia Israele, che l’Arabia Saudita, avrebbero preferito una riconferma di Trump, sicuramente allineato agli interessi dei due stati e di una visione politica dove gli USA contrastavano l’azione iraniana nella regione. Una convergenza di interessi che potrebbe non coincidere con le intenzioni del nuovo presidente americano, se l’atteggiamento verso Teheran dovesse cambiare e l’accordo sul nucleare iraniano dovesse essere riconfermato, secondo quanto firmato da Obama. Anche la presenza dell’attuale Segretario di stato, non molto comprensibile se inquadrata nella scadenza del suo mandato, sembra volere conferire un valore preventivo di rottura con la politica futura degli Stati Uniti. Se i futuri rapporti diplomatici tra USA, Israele ed Arabia Saudita saranno più problematici, Trump ricorda alle due nazioni la sua personale vicinanza, anche in vista di un possibile ritorno per la competizione alla Casa Bianca tra quattro anni. In ogni caso avvalorare questo incontro, anche con tutte le smentite del caso, ha il significato di volere complicare l’azione politica futura della nuova amministrazione americana, presentando come dato acquisito un rapporto sempre più stretto tra Tel Aviv e Riyad sul quale il nuovo presidente dovrà lavorare, se vorrà dare un indirizzo diverso agli assetti regionali, per potere smorzare gli attuali potenziali pericoli di un confronto con l’Iran. Rendere ancora più pubblico il legame tra Israele ed Arabia Saudita è funzionale a Tel Aviv ad avere un rapporto quasi certificato con il massimo esponente sunnita, per presentarsi come alleato di questa parte di islam, con il duplice intento di avere il più alto numero di interlocutori possibile per tutelare i suoi interessi in patria all’interno delle gestione della questione palestinese e, nel contempo, essere un partner affidabile per gli interessi sunniti a livello regionale contro le manovre degli sciiti, quindi non solo contro l’Iran, ma anche contro Hezbollah in Libano, la Siria ed il troppo potere guadagnato contro i sunniti in Iraq. Per Riyad aumentare la vicinanza con Israele serve, oltre all’interesse comune contro Teheran, avere un sostegno contro l’avanzata della politica espansionista turca nei paesi islamici, in un confronto che si gioca tutto all’interno dell’area sunnita. Per l’Arabia Saudita esiste anche un problema, sempre più pressante, di accreditarsi presso l’opinione pubblica mondiale, dopo tutti gli investimenti e gli sforzi andati falliti a causa di una situazione interna ancora troppo grave per il continuo ricorso alla violenza, alla tortura ed alla repressione, che non permettono una considerazione adeguata di fronte agli altri paesi, se si esclude la potenza economica data dal petrolio. Riyad non può contare sull’esercizio di un proprio soft power, come ad esempio la Cina, e ciò la relega in una posizione di inferiorità e di scarsa considerazione, soprattutto in relazione ai paesi occidentali. Perdere un alleato come Trump aggraverà questa situazione diventando sempre più essenziale allacciare rapporti con più soggetti possibili, anche se scomodi come Israele.  

La mediazione russa determina un cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh favorevole all’Azerbaigian

Alla fine la Russia è stata costretta ad un impegno in prima persona nel conflitto del Nagorno Karabakh, ma non è stato il tipo di impegno che si auguravano gli armeni. A Yerevan, infatti, fin dall’inizio del conflitto la speranza era che Mosca schierasse i suoi soldati al fianco di quelli armeni, per bilanciare l’appoggio dato dai turchi agli azeri. Così non è andata; troppi interessi contrastanti per il Cremlino per preferire una sola parte. Se fino ad oggi la Russia è stata la principale alleata degli armeni, è anche il primo fornitore di armi dell’Azerbaigian, mentre il confronto con la Turchia è giudicato potenzialmente pericoloso già ora, senza bisogno di ulteriori peggioramenti. L’unica soluzione praticabile dalla Russia è stata, quindi, un impegno diplomatico diretto a fermare i combattimenti, per evitare il proprio coinvolgimento diretto, tra l’altro sgradito ad una parte considerevole della popolazione, che non vede in maniera positiva il rischio diretto dei soldati russi, peraltro ancora impegnati in Siria. Putin ha dovuto fare di necessità virtù e conciliare i troppi aspetti negativi di un impegno militare, che poteva peggiorare il suo gradimento nella popolazione ed un esborso finanziario, che è stato giudicato come un investimento senza grandi ritorni anche in termini di prestigio internazionale. Anche l’attuale fase economica, condizionata dalla pandemia, ha determinato il rischio di perdere un cliente dell’industria delle armi, come l’Azerbaigian, come un prezzo troppo alto da pagare. Infine per i rapporti con Ankara, già molto compromessi, si è preferito non creare ulteriori peggioramenti. Mosca ha però esercitato un ruolo di mediazione, che ha permesso il raggiungimento del cessate il fuoco ed un inizio di colloqui tra due parti molto distanti. L’avanzata azera è così stata fermata con la conquista della seconda più importante del Nagorno Karabakh, distante soltanto undici chilometri dalla capitale. A seguito di questo accordo i militari armeni dovranno ritirarsi per essere sostituiti da 2.000 effettivi russi impiegati come caschi blu, per garantire il cessate il fuoco e per presidiare il corridoio che verrà creato per collegare il Nagorno Karabakh con il paese armeno. Il risultato concreto degli accordi sarà che entrambi le parte manterranno le posizioni attuali ed il Nagorno Karabakh sarà diviso in due aree che costituiranno l’Armenia del nord e l’Azerbaigian del sud, più una striscia di territorio conquistata dalle forze azere. Il capo del Cremlino afferma che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati garantirà il ritorno degli sfollati alle loro abitazioni, sia gli azeri che hanno abbandonato l’area nel 1994, dopo la guerra di quel periodo, sia gli armeni sfuggiti agli ultimi combattimenti; negli accordi rientrano anche lo scambio dei prigionieri ed il recupero delle salme dei caduti delle rispettive forze contrapposte. Se a Baku questi accordi sono vissuti con l’euforia di una vittoria militare, che ha permesso la riconquista di un territorio che è sempre stato considerato sottratto abusivamente, a Yerevan la sconfitta è stata vissuta come una capitolazione militare che ha il significato di una umiliazione nazionale; ciò ha provocato dimostrazioni da parte della popolazione, la cui gran parte si è proclamata a favore della ripresa dei combattimenti; per gli armeni si tratta di una sorta di mutilazione del territorio nazionale, vissuta con ancora più risentimento per il ruolo decisivo degli eterni nemici turchi al fianco degli azeri. Rimane il fatto che il governo armeno non ha avuto alternative ed ha effettuato l’unica scelta possibile per evitare perdite maggiori, d’altra parte l’appoggio turco all’Azerbaigian è stato determinante per le sorti del conflitto e la forza armena non poteva competere con gli armamenti forniti da Ankara. Quello che preoccupa, principalmente gli armeni, ma anche l’opinione pubblica internazionale, sarà proprio il ruolo che la Turchia vorrà interpretare a seguito di questo accordo: le minacce di Erdogan, durante le prime fasi del conflitto, di annientare gli armeni sono ben presenti nella memoria del popolo armeno e dell’opinione pubblica internazionale. La Russia è presente sul territorio con i suo contingente di caschi blu, ma sarebbe consigliabile una presenza ulteriore, meglio se dell’Unione Europea per eliminare ogni velleità del presidente turco, che alle prese con il probabile fallimento economico del paese, potrebbe, ancora una volta, cercare di distrarre l’attenzione con operazioni simbolo contro il popolo armeno. Una eventualità da evitare assolutamente, sia per la specificità del caso, sia per la deriva geopolitica che potrebbe seguirne, capace di coinvolgere il confronto religioso e sia per evitare l’ennesimo potenziale conflitto in grado di riflettersi ben oltre gli equilibri regionali.  

La situazione del NAgorno Karabakh resta incerta

Le ostilità, ma sarebbe più appropriato definirle guerra, nel Nagorno Karabakh sono iniziate da un mese e la triste contabilità delle vittime è tutt’altro che precisa, il numero reale e preciso dei morti non è conosciuto dai due contendenti, esiste la stima di Putin, che ha parlato di circa 5.000 vittime; gli armeni hanno aggiunto circa 1.000 caduti tra i propri combattenti e 40 civili, mentre l’Azerbaigian non ammette deceduti tra le proprie forze armate ma 60 civili morti a causa dei missili armeni. Politicamente sia l’Armenia, che l’Azerbaigian rimangono sulle rispettive posizioni, fattore che denuncia come il conflitto possa diventare una logorante guerra di posizione. Fino ad ora il confronto in Nagorno Karabakh era definito come un conflitto a bassa intensità, caratterizzato da una continua ostilità tra le parti, senza sviluppi diplomatici ma con scontri sporadici; nell’opinione pubblica internazionale non era visto come un focolaio potenzialmente più pericoloso, non si prevedeva, cioè, il passaggio a scontri continuativi e su più larga scala. Questa opinione era dovuta alla stasi internazionale sul confronto e non era previsto l’ingresso di alcun attore esterno in grado di fare salire il livello dello scontro. La situazione è mutata con la volontà turca di ristabilire la situazione antecedente al crollo dell’impero sovietico in favore degli azeri. Il sospetto che nel piano di Erdogan ci sia una sorta di parallelismo della situazione curda con quella degli armeni, che storicamente restano nemici di Ankara; ma se per i curdi sulla frontiera siriana si tratta, nell’ottica turca, di una minaccia perché in grado di risvegliare il senso di appartenenza dei cittadini turchi di etnia curdi, per l’Armenia sembra trattarsi più di un simbolo per ingraziarsi una opinione pubblica interna particolarmente sensibile alla politica ottomana del presidente turco, una causa che serve anche a distrarre i turchi dai gravi problemi economici del loro paese. L’Azerbaigian non vuole desistere dal proposito di riconquistare il territorio che reputa di propria appartenenza, ma l’Armenia non è disposta ad arretrare perché vede in una sua sconfitta il ritorno del pericolo del genocidio turco. La sensazione degli analisti è che, malgrado gli sforzi di Ankara, che hanno portato un vantaggio incontestabile agli azeri, questo sia un conflitto che nessuno possa vincere. Ciò, se possibile, aggrava la situazione delle zone di guerra, perché le potenze internazionali non pare abbiano intenzione di impegnarsi in una azione diplomatica che non presenta grandi possibilità di soluzione. Uno sviluppo che non giova neppure alle ambizioni turche, Ankara è impegnata già sia sul fronte libico e quello siriano e per un impegno prolungato anche nel Nagorno Karabakh non sembra essere sufficientemente attrezzata; se questa valutazione riguarda l’aspetto sia economico che militare, sul piano politico la conseguenza per la Turchia è un maggiore isolamento con l’aumento dei propri avversari. Nonostante questa situazione ci sono stati sforzi per il cessate il fuoco, il problema è che questa misura viene costantemente violata con accuse reciproche sulle responsabilità della ripresa dell’uso delle armi. Ci sarebbe il Gruppo di Minsk, struttura della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che dovrebbe, come compito istituzionale, trovare una via pacifica alla soluzione del Nagorno Karabakh, fin dalla sua fondazione del 1992. La guida del gruppo è composta da una presidenza a tre, espressa da Francia, USA e Russia; questa istituzione svolge un ruolo da mediatore tra le due parti e non possiede i poteri per interrompere il conflitto, inoltre per gli Azeri la Francia dovrebbe essere sostituita dalla Turchia, mentre per gli armeni dovrebbe essere compreso tra i membri dei negoziati anche un rappresentante del Nagorno Karabakh, che, però, non è riconosciuto a livello internazionale. Per queste ragioni il gruppo di Minsk pare una istituzione superata, se non altro per non avere evitato il conflitto, meglio sarebbe una pressione a livello singolo da parte degli USA, ed anche dell’Unione Europea, sulla Turchia per fermare la situazione attuale con l’intervento dei caschi blu ad assicurare la tregua. Dopo dare il via a negoziati in grado di definire una volta per tutte il problema; certo con la pandemia in corso e le imminenti elezioni americane questo auspicio pare difficile, tuttavia uscire dall’attuale situazione è necessario per evitare potenziali ricadute negative sull’intera regione.       

Dietro al confronto tra Francia e Turchia

La questione delle vignette su Maometto rischia di innescare una sorta di guerra di religione e di civiltà, che nasconde, però un confronto geopolitico che va aldilà del rapporto bipolare tre Francia e Turchia, ma che coinvolge ragioni geopolitiche, il confronto tra paesi della stessa area sunnita e, non ultimi problemi interni del paese turco. Nonostante queste analisi, che sono necessarie, è comunque doveroso fare notare che da alcun paese musulmano è stata espressa solidarietà verso il professore francese ucciso mediante decapitazione da un estremista ceceno. Questa considerazione non può non indurre a riflessioni circa la volontà di indirizzare verso un possibile scontro culturale che ha lo scopo di sollecitare l’appoggio delle classi popolari dei paesi islamici per carpirne l’appoggio; una strategia che vale soprattutto per la Turchia in difficoltà per la sua situazione economica interna, ma anche utile per altri paesi come il Pakistan o l’Iraq dove i governi in carica registrano varie difficoltà. La strategia è utile anche per cercare di destabilizzare il paese francese alimentando l’opposizione di estrema destra, ma ciò potrebbe avere pesanti ripercussioni anche per i fedeli islamici sul suolo francese. Parigi deve essere molto attente a non cadere in questa trappola che fornirebbe ulteriori argomenti al fronte islamico. Contro la Francia è in corso una inedita alleanza tra la Turchia sunnita e l’Iran sciita, che sembrano volere sfruttare l’occasione di mettere l’Arabia Saudita in difficoltà. Tra Teheran e Riyad le ragioni delle tensioni sono conosciute e si riferiscono alla ricerca della supremazia tra sciiti e sunniti, mentre il confronto tra Turchia ed Arabia verte sul confronto all’interno della parte sunnita. Anche qui la religione è un elemento ben presente, ma soltanto perché è un mezzo di dominio politico, che la politica ottomana di Ankara vuole sfruttare per insidiare l’influenza che gli arabi detengono quali custodi della Mecca. Se la Turchia è la principale interprete del boicottaggio dei prodotti francesi, i prodotti turchi sono boicottati proprio da Riyad, seppure in maniera non ufficiale, per l’alleanza tra Ankara ed il Qatar. Il provvedimento di boicottaggio dei prodotti turchi operato dall’Arabia si è diffuso in altri paesi vicini a Riyad provocando ulteriori difficoltà all’economia di Ankara già in fase calante. Al contrario l’Arabia Saudita non pratica il boicottaggio dei prodotti francesi proprio per la volontà di non apparire allineata alla Turchia e rimarcandone così la distanza. Erdogan si arroga il diritto di difendere i musulmani europei, ampliando la volontà di tutelare i turchi in Germania, ma se in questo secondo caso si tratta di una sorta di protezione diretta ai connazionali, con l’intento di diventare il paladino dei musulmani europei il progetto è più ambizioso e potrebbe anche essere inteso come una occasione per condizionare l’Unione, uno strumento da affiancare alla gestione dei profughi che percorrono la rotta balcanica. Ma ancora una volta questo ha provocato un risentimento verso Ankara che si è materializzato con messaggi di vicinanza a Macron da parte di Germania ed Italia. Nello specifico il confronto tra Ankara e Parigi si svolge per contenere l’avanzata nelle rispettive aree di influenza: la Turchia, infatti, ha operato per rafforzare la cooperazione politica, economica e militare con Algeria, Mali, Niger e Tunisia, paesi che la Francia ha sempre considerato come propria area di azione esclusiva in politica estera. Parigi ha reagito all’ingerenza turca schierandosi con Cipro e Grecia, oggetto delle manovre turche nel Mediterraneo orientale, inviando navi militari nella zona ed aumentando la fornitura di armi verso Atene. Contribuisce al confronto tra le due parti il rispettivo schieramento in Libia al fianco delle fazioni che si confrontano nella guerra civile del paese nordafricano.  Il protagonismo di Erdogan resta, comunque, un pericolo, che, meriterebbe maggiore attenzione ed impegno al fianco della Francia da parte dell’Unione Europea, sia con soluzioni diplomatiche, che con appoggio militare, anche per tutelare la Grecia e Cipro, membri di Bruxelles. La strada delle sanzioni potrebbe essere la prima da attuare per contenere l’azione turca, nonostante il possibile ricatto dei migranti verso Bruxelles. Anche dalle elezioni degli Stati Uniti dovranno arrivare risposte circa l’atteggiamento turco all’interno dell’Alleanza Atlantica e l reali  intenzioni della amministrazione che si insedierà alla Casa Bianca, se con Trump non dovrebbero esserci variazioni, con Biden è possibile una maggiore concentrazione sugli alleati europei ed una minore tolleranza verso spinte esterne, come l’acquisto di armi dalla Russia, che hanno contraddistinto l’atteggiamento turco da quando Erdogan è il presidente. In ogni caso il confronto tra Ankara e Parigi ha molto potenziale negativo che tutti gli attori dovrebbero contenere per evitare che la situazione possa degenerare.  

Nello Yemen uno scambio di prigionieri potrebbe aprire la strada a nuovi negoziati

Con lo scambio dei prigionieri tra i ribelli sciiti ed il governo dello Yemen, che riguarda circa 1000 combattenti per parte, le Nazioni Unite cercano di favorire la reciproca fiducia tra le due parti per promuovere dei negoziati che hanno come obiettivo di terminare una guerra sanguinosa, che va avanti da ben sei anni.  Lo scambio sta procedendo, come confermato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, ma le operazioni non sono brevi, tuttavia permetteranno il ricongiungimento dei combattenti alle loro famiglie; questo aspetto è visto come essenziale per riportare il clima necessario per procedere, poi sulla strada della diplomazia al posto di quella delle armi.  Tra i militari che saranno interessati dalla liberazione ci sono soldati sauditi ed anche sudanesi, in quanto il paese africano appoggia la coalizione, con a capo l’Arabia Saudita, che fin dal 2015, sostiene il governo che i ribelli Huti, di religione sciita, hanno estromesso dalla conduzione del paese. L’attuale situazione contingente, con la pandemia che ha colpito a livello globale, ha portato come conseguenza diretta sul conflitto yemenita le ricadute della diminuzione degli aiuti umanitari in uno scenario già compromesso, oltre che dalla guerra, da una situazione sanitaria molto grave, cui si devono sommare le condizioni di carestia alimentare che sta patendo la popolazione. Queste condizioni generali, insieme al sostanziale stallo dei combattimenti, che non ha favorito nessuno dei due contendenti, ha favorito lo scambio dei prigionieri già concordato a Stoccolma. I numeri specifici di questo scambio riguardano il rilascio di 681 combattenti dei ribelli sciiti, contro 400 militari delle forze che appoggiano il governo, più i diciannove combattenti stranieri, di cui quindici sauditi e quattro sudanesi. L’attività della Croce rossa ha permesso materialmente lo scambio grazie a visite mediche, forniture sanitarie e di vestiario oltre a somme di denaro necessarie per il ritorno alle rispettive abitazioni. Nel frattempo gli Huti hanno rilasciato tre persone statunitensi che erano ostaggio delle milizie sciite. Il conflitto yemenita non gode dell’esposizione mediatica della guerra siriana o di quella condotta contro lo Stato islamico, tuttavia proprio secondo le Nazioni Unite risulta essere la peggiore crisi umanitaria del mondo. La povertà del paese, che attraversava una situazione complicata già in tempo di pace, ha favorito la rapida discesa della qualità della vita creata dal conflitto ed aggravata dalla situazione sanitaria ed alimentare conseguente, in questo scenario la particolare violenza esercitata dalla coalizione contro i ribelli, ha colpito spesso i civili provocando morti e feriti anche attraverso il bombardamento indiscriminato di scuole ed ospedali. Particolarmente violenta è stata l’azione delle forze armate saudite, che hanno dimostrato la loro totale mancanza di rispetto verso la popolazione; malgrado questo accanimento la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non è riuscita ad avere ragione dei ribelli. L’azione delle Nazioni Unite si è concentrata su due strade: la prima quella diplomatica per fare cessare le ostilità, mentre nel contempo veniva praticata anche una seconda soluzione di ordine pratico, mediante la creazione di corridoi umanitari, che ha portato, anche se in modo parziale, sollievo alle sofferenze della popolazione. Anche attraverso la mediazione tra le due parti, le Nazioni Unite hanno fermato offensive militari, risultando decisive per la tutela dei civili. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2216 del 2015 hanno chiesto ai ribelli Huti il disarmo ed il ritiro dalle regioni conquistate, ma senza offrire nulla in cambio del territorio preso; per la visione dei ribelli è necessario mantenere il controllo su porzioni consistenti di territorio, anche per evitare l’accerchiamento e prevenire nuovi attacchi militari. Anche se la situazione resta grave episodi come quello dello scambio di prigionieri rappresentano importanti novità per l’apertura di negoziati in grado di portare ad una pace, che resterebbe, comunque, precaria per la presenza della radicalizzazione del conflitto su basi etniche, religiose e geopolitiche, tuttavia lo stato di prostrazione del paese da elemento negativo può diventare la causa determinante della necessità dello stop delle armi per permettere al paese, qualunque sarà la sua forma di stato e qualunque sarà la sua eventuale divisione, di tentare di risollevarsi tramite la via pacifica. Sarebbe necessario però, un maggiore coinvolgimento delle grandi potenze al fianco della Nazioni Unite per favorire questa soluzione.