Ripensare la politica estera USA: necessità per l’occidente

L’evoluzione verso il basso della politica estera americana, culminata con la precipitosa ritirata dall’Afghanistan, è una vera e propria parabola discendente, che avvicina sempre più il paese nordamericano alla perdita della leadership mondiale. Sebbene Washington sia ancora la prima potenza mondiale il gap, non solo della Cina, con altre superpotenze sta diminuendo considerevolmente. Si è passati da uno scenario di bipolarismo negli anni Ottanta, con gli USA in competizione con l’URSS, ad una fase, seguita al crollo del gigante sovietico, di sostanziale ruolo di unica grande potenza planetaria ad un prossimo scenario multipolare, dove la Casa Bianca, difficilmente potrà influire in maniera decisiva su tutte le questioni di portata internazionali. Gli USA, probabilmente, resteranno la prima potenza mondiale, ma con la Cina molto vicino e con una serie di protagonisti regionali in grado di fare sentire il proprio ruolo in ambiti più ristretti, ma dove la specificità dell’esercizio del proprio peso rappresenterà un ostacolo a chi vorrà recitare un ruolo di supremazia planetaria. Ciò vale sia per le strategie geopolitiche, che comprendono gli assetti militari, che per quelli economici, spesso indissolubilmente legati ad equilibri di natura politica, dove è emergente anche la componente religiosa. Il declino americano è iniziato in modo evidente con Obama, che non ha voluto impegnarsi nel conflitto siriano, Trump ha continuato con la sua visione di tralasciare la politica estera, con l’idea di stornare risorse nell’economia interna, sbagliando i calcoli e la visione, che per essere i primi è necessario impegnarsi anche nei teatri esterni; alla fine è arrivato Biden, che ha vanificato anni di lotta al terrorismo, con un ritiro che doveva stabilizzare il proprio consenso, ottenendo, invece, il risultato inaspettato di una avversione generale a questa decisione anche all’interno del proprio partito. Tre presidenti, uno di seguito all’altro, hanno sbagliato perché hanno valutato troppo il peso dei sondaggi, adeguandosi alla tendenza generale della visione di breve periodo, non hanno stimolato in maniera efficace gli alleati, si sono fossilizzati su tattiche esclusivamente militari, senza considerare l’adeguata importanza delle infrastrutture sociali ed il coinvolgimento della parte buona delle popolazioni locali, atteggiamento che ha favorito una burocrazia inefficace e corrotta. Questi errori non sono stati fatti una volta sola, ma si sono ripetuti in diversi scenari di intervento e protratti nel tempo e denunciano chiaramente una inadeguatezza sia del ceto politico, che amministrativo americano: mancanze che uno stato che vuole esercitare la leadership mondiale non può permettersi; tuttavia questi errori sono ancora più gravi in una situazione internazionale molto cambiata, che ha visto arrivare nuovi competitor in grado di fare vacillare la supremazia americana. Certamente la Cina è la principale concorrente: l’avanzata sul piano dell’economia di Pechino, doveva, però, evitare agli USA di rimanere in uno stato di mancata variazione, caratterizzato dalla mancanza di lucidità e previsione, si è preferito, cioè, una navigazione di piccolo cabotaggio che ha fatto perdere di vista l’intero insieme ed ha determinato una chiusura in se stessa, che ha anche compromesso per lunghi tratti i rapporti con i principali alleati, gli europei. Ma proprio l’Europa si è rivelato un anello debole della politica estera americana, non che questo fosse un aspetto sconosciuto e che avesse anche fatto comodo agli americani, soltanto che nel contesto mutato, avere alleati sempre troppo dipendenti si è rivelato deleterio. Gli USA hanno bisogno dell’Europa e viceversa, non fosse altro per cercare di rallentare l’avanzata economica cinese, ma questo obiettivo è troppo limitante se si vuole fare prevalere i valori occidentali, ed è su questo tema che gli USA devono interrogarsi: oltrepassare i propri interessi immediati per raccogliere di più in futuro, anche dal punto di vista geostrategico, oltre che quello economico. Soltanto integrando maggiormente l’azione di USA e Europa si può riaffermare una supremazia, non più americana ma occidentale. Occorre un grande lavoro di mediazione perché le sfide e gli scenari saranno multipli e non su tutti si potrà imporre  una sintesi non sempre raggiungibile, ma questa è l’unica strada per potere cercare di contenere il terrorismo e le dittature e trovare nuove via per l’affermazione della democrazia, anche in forme diverse ma tali da superare forme dittatoriali politiche e religiose, che vogliono infiltrarsi nelle nostre imperfette democrazie.