La guerra contro il Papa

La guerra sotterranea che sta cercando di mettere in difficoltà Papa Francesco deriva dalla somma degli interessi dei conservatori del Vaticano, unita alle nuove destre razziste, xenofobe e populiste. La politica del Papa argentino, che si colloca per coerenza all’interno di quanto prescritto dal Vangelo, appare alla destra l’ultimo vero ostacolo culturale, che si vuole porre come argine all’influenza di quanti confluiscono nella vasta area dell’estremismo crescente occidentale. La ragione è politica ed anche culturale: con i partiti politici progressisti ormai occupati a rincorrere tendenze liberaliste ed a preoccuparsi degli aspetti della finanza, piuttosto che quelli dei diritti delle parti sociali che dovrebbero difendere, il ruolo della Chiesa ha riempito il vuoto della rappresentanza e della difesa dei valori, che corrispondono ad una parte consistente delle istanze che una volta erano proprie della sinistra. Se ciò è vero dal punto di vista politico, lo è ancora di più da quello culturale, dove l’assenza di soggetti preposti a presidiare la difesa dei diritti, ha consentito la crescita di una destra portatrice di un messaggio ambiguo, ma capace di sfruttare il disorientamento dei ceti più poveri, lasciati troppo spesso a combattere da soli e quindi senza organizzazione, le emergenze derivate dalla globalizzazione, che hanno determinato un sostanziale peggioramento della vita. La destra, quella estrema ha sfruttato questo isolamento delle parti più povere della società, per indirizzare questo scontento verso soggetti ancora più deboli e sfruttando questa situazione per favorire la crescita di anti modernismo, travestito da tutela delle tradizioni, ciò ha determinato il ritorno di un conservatorismo che pareva ormai relegato a posizioni di secondo piano. Con questo scenario presente nel mondo laico, all’interno delle istituzioni cattoliche il tentativo di creare le condizioni per ristabilire un cattolicesimo quasi pre concilio è perseguito in maniera costante. Già le dimissioni del Pontefice precedente erano state provocate da guerre interne alle più alte gerarchie della chiesa cattolica, con l’avvento di Papa Francesco il malcontento di una parte sostanziosa dell’apparato Vaticano sembra essere ancora più tangibile. I nemici di Papa Francesco provengono dalle gerarchie nominate da Papa Wojtila, che cercano di indirizzare contro l’attuale Papa gli scandali finanziari e sessuali, di cui spesso sono i responsabili. La loro visione, sociale e politica è incompatibile con le politiche ed i programmi messi in atto da Papa Francesco, da cui sono in netta controtendenza. La saldatura di questi ambienti cattolici con l’estrema destra conservatrice rappresenta la naturale conseguenza di una identità di vedute sui temi sociali e politici, che investono il futuro delle società occidentali. Non sembra casuale che l’attacco al Papa di avere coperto i reati sessuali dei sacedoti americani, arrivi contemporaneamente alla disponibilità della Chiesa italiana all’accoglienza di cento migranti, protagonisti involontari di una prova di forza conto l’Europa da parte del ministro degli interni della Repubblica italiana, uno dei maggiori seguaci europei, insieme ai cattolicissimi leader polacchi ed ungheresi, delle teorie dello stratega della campagna elettorale di Trump: Steve Bannon. Le sue posizioni sono note e si incentrano su teorie xenofobe e sovraniste che sono l’esatto contrario di come dovrebbe essere un cattolico dichiarato. Nascondere dietro l’osservanza religiosa il rifiuto dei migranti e l’assoluta ineguaglianza economica e sociale è una pratica che non può essere perseguita se il principale avversario è il Papa di Roma; quale mezzo migliore allora che quello di tentare di screditarlo con manovre però facilmente smascherabili. Sia gli avversari del Papa che provengono dall’interno delle istituzioni cattoliche, che quelli che provengono dal mondo esterno, fanno affidamento sulla scarsa preparazione ed il basso livello di chi è il destinatario di queste manovre; tuttavia, ad esempio, le ultime rivelazioni sulla presunta volontà di coprire gli scandali sessuali da parte del Pontefice, sono facilmente confutabili se si guarda da chi furono stati nominati i protagonisti di quelle nefandezze. Ma la guerra sembra appena iniziata ed è facile prevedere che gli attacchi verso il Papa aumenteranno e lo costringeranno ad impegnarsi in modo diretto contro questi avversari e ciò potrebbe essere anche un bene per fermare l’avanzata minacciosa della destra più retriva.

La visita di Erdogan in Italia

Il presidente turco Erdogan effettua una visita in Vaticano dopo cinquantanove anni di assenza, il viaggio continua con l’incontro con il presidente della Repubblica italiana ed il capo del governo. Sulla reale necessità di ricevere un capo di stato che ha trasformato il proprio paese in una sorta di dittatura, basata sul culto della propria personalità, attraverso la negazione di ogni dissenso e la diminuzione dei diritti per la popolazione turca, ci sono grandi perplessità da più parti. Se per la visita in Vaticano si possono avere delle spiegazioni plausibili, per l’accoglienza delle istituzioni italiane non si vedono ragionevoli motivazioni per consentire ad Erdogan una visibilità internazionale. Una esplicita richiesta di Erdogan è la causa della visita in Vaticano, dove l’intenzione turca è quella di parlare principalmente della questione di Gerusalemme capitale israeliana, dopo che gli USA hanno manifestato la volontà di trasferirvi la propria ambasciata. La posizione della Santa Sede è chiara, al riguardo, e la speranza di appoggio turco su questo tema, che potrà anche verificarsi, non compenserà certamente le rimostranze che il Papa farà in privato per la situazione interna del paese e per la repressione dei curdi. Certo il Vaticano sfrutterà l’incontro per avere la massime rassicurazioni sulla sicurezza dei cristiani turchi e ciò rende maggiormente comprensibile che il Papa non abbia rifiutato l’incontro. Ma per l’Italia non sembrano esserci analoghe motivazioni se non quelle economiche. Roma ha sempre appoggiato, alla fine smentita dai fatti,la candidatura turca all’ingresso in Europa, anche quando, ad esempio, Parigi si opponeva. L’atteggiamento italiano non è sembrato sufficientemente determinato nei confronti di un capo politico che ha trasformato il suo paese da laico in confessionale, con tutte le implicazioni che comporta volere rendere preponderante il fattore religioso islamico in una società civile e politica. Roma ha continuato una sorta di linea morbida anche dopo le repressioni seguite al colpo di stato, di cui non si è mai capito la vera natura, limitandosi a condanne formali ed anche nei confronti della repressione operata ai danni dei curdi non si sono sentite particolari rimostranze. Appare significativo che quella di Erdogan è la prima visita all’estero dopo i bombardamenti contro le milizie curde presenti sul territorio siriano, che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Questo elenco dice che ce ne sarebbe abbastanza per isolare un personaggio molto pericoloso per la stabilità mondiale, la cui ambizione rischia di creare una dittatura sul modello di quella fascista sui confini dell’Europa. Nella sua politica estrema Erdogan ha sempre bisogno di riconoscimenti internazionali, sia per il suo versante interno, che per quello estero ed il fatto che sia ricevuto dopo avere infranto il diritto internazionale potrà diventare un fatto che la Turchia potrà sfruttare a proprio beneficio. Il governo italiano avrà senz’altro pensato a come incrementare il grande scambio economico tra i due paesi, che raggiunge quasi diciotto miliardi di dollari, tuttavia in un quadro più generale, quello che riguarda la politica internazionale, anche all’interno delle dinamiche europee, è impossibile che questa visita non venga percepita come un vantaggio concesso al presidente turco. Probabilmente in questo frangente sarebbe stato più auspicabile un atteggiamento più distaccato con un capo di stato che ha indirizzato il proprio paese verso una compressione notevole di quei diritti, che lo stato italiano e l’Unione Europea si sono sempre fatti portatori. Dare udienza ad Erdogan contraddice tutti i valori sui quali si fondano la Repubblica italiana e l’Europa e ciò rappresenta un fatto grave che denuncia la necessità di un coordinamento degli indirizzi di politica internazionale, che deve venire necessariamente da Bruxelles. Non si può, d’altronde, certo sperare che questa visita faccia cambiare la direzione intrapresa da Erdogan, che, al contrario, usa l’Italia per i suoi scopi di visibilità internazionale, facendo fare a Roma una pessima figura.

Il Papa teme un conflitto nucleare

La sensibilità del Papa verso la pericolosa deriva nucleare, che sta attraversando il mondo, ha provocato un accorato appello contro il pericolo di una guerra atomica. Secondo il Pontefice la rincorsa agli armamenti nucleari, che ha tradito la volontà espressa da numerosi governi contro la proliferazione nucleare, è diventata la possibile causa di un conflitto nucleare con conseguenze la cui portata potrebbe avere la dimensione della catastrofe. L’attuale situazione di tensione che si è venuta a creare con la Corea del Nord potrebbe favorire un conflitto nucleare anche per un solo fraintendimento o per un incidente; infatti il continuo stato di tensione e rispettive minacce che Pyongyang e Washington stanno portando avanti, anche contemporaneamente alle esercitazioni militari, sempre più frequenti, ha creato condizioni di estrema pericolosità e tensione, che giustificano l’allarme del Pontefice. D’altra parte quello della Corea del Nord è il solo caso, anche se il più eclatante, di potenziale pericolo per lo scoppio di un conflitto. Le continue prove di forza dirette a provocare stati esteri da parte di mezzi militari russi, il sorvolo sulla zona economica esclusiva inglese o sugli stati baltici o le manovre terrestri che hanno preoccupato la Polonia, i continui dissidi per le isole contese tra Cina e Giappone, che hanno visto manovre aeree dei rispettivi stati, la tensione tra USA ed Iran e tra Arabia ed Iran, sono tutte emergenze che coinvolgono potenze nucleari e che possono anch’esse diventare pericoli di conflitti atomici. Per il capo del Vaticano la soluzione è il disarmo nucleare, che deve passare attraverso la distruzione dell’arsenale nucleare. Questa posizione, che pare la più ragionevole, si scontra però con la tendenza sempre più estesa in diversi paesi di dotarsi dell’arma atomica e che è rinforzata anche con la ripresa del dualismo tra Stati Uniti e Russia, del nuovo confronto tra Washington e Pechino, della strategia difensiva israeliana, delle volontà del Pakistan di pareggiare l’arsenale nucleare con l’India ed anche con la volontà dell’Arabia Saudita di dotarsi di un ordigno atomico per stabilire una sorta di parità con l’Iran, suo storico nemico. Come si vede il mondo ha intrapreso una direzione contraria a quella voluta dal Papa e che suggerirebbe il puro buon senso. Purtroppo il possesso di un armamento atomico non è più così complicato ed anche le condizioni politiche generali, che non si basano su due blocchi esclusivi, non favoriscono il disarmo. Nessuno poteva immaginare una possibile nostalgia per l’equilibrio del terrore, dove i soggetti in competizione erano soltanto due, che poteva assicurare una certa stabilità, pur all’interno di una dialettica di pesante contrapposizione. Sul tema del disarmo il Vaticano sembra riversare un impegno profondo, che potrebbe anche preludere ad un ruolo diplomatico diretto nella risoluzione della crisi nordcoreana: malgrado le smentite il Vaticano ha già organizzato un convegno per favorire il disarmo nucleare, che è seguito all’intervento alle Nazioni Unite contro l aproliferazione nucleare. La linea del Papa è che i contrasti tra gli stati debbano essere risolti attraverso il dialogo ed i negoziati con ogni altra forma che possa favorire l’avvicinamento delle nazioni in contrasto. Dato l’attuale momento di mancanza di autorevolezza delle Nazioni Unite l’emergere di un soggetto neutrale come il Vaticano può rappresentare una possibile via da percorrere nell’immediato per evitare potenziali conflitti atomici e, nel lungo periodo, assumere un ruolo centrale per discorso più ampio che ritorni a trattare il disarmo totale.

La visita del Papa in Egitto

La missione in Egitto di Papa Francesco, che diventa il ventisettesimo stato visitato dal pontefice, riveste un duplice ruolo, sia diplomatico, all’interno del dialogo delle fedi, necessario per l’attenuazione dei fondamentalisti, sia per portare alla comunità cristiana egiziana, che è la più importante del medio oriente, con i suoi quasi dieci milioni di fedeli, una vicinanza che vuole significare e sottolienare l’importanza della presenza cristiana nella regione, sopratutto dopo le persecuzioni degli islamici radicali. Il tentativo del Vaticano è quello di favorire un dialogo con l’islamismo moderato, come costruzione di un ponte interculturale basato sui rapporti interreligiosi, quale strumento di affermazione del necessario rapporto di convivenza all’insegna del reciproco rispetto e collaborazione. Gli interlocutori del Papa sono i religiosi islamici moderati, che sono storicamente radicati nel paese egiziano, grazie anche alla conduzione della più importante scuola teologica islamica, fondata nel decimo secolo e che conta circa 300.000 studenti. L’influenza di questa istituzione islamica è preponderante nel mondo confessionale arabo e rappresenta, quindi, l’interlocutore principale per chi vuole attaccare i fondamentalisti da un punto di vista teologico e dottrinale. Tuttavia la manovra del Papa rischia di focalizzare l’attenzione proprio degli islamici radicali sui rapporti con il principale esponente del cattolicesimo, individuato come fattore di contaminazione della purezza e supremazia religiosa della fede islamica su qualunque altra confessione. Ciò potrebbe portare a volere colpire gli islamici moderati egiziani come monito per chi si vuole contaminare con le altre fedi attraverso il dialogo. La strategia del Pontefice e del Vaticano è quella, non tanto di combattere entità come lo Stato islamico, ma di cercare di prevenirne di nuove; nello stesso tempo ciò vale ancheper i musulmani moderati, che nello stesso tempo, mirano a promuovere una integrazione dei tanti musulmani presenti in Europa, nei paesi di emigrazione. Questo intento ha come obiettivo anche quello di evitare la radicalizzazione al di fuori del mondo arabo, che tanta avversione ha creato ai credenti islamici non radicali. Una preoccupazione analoga vale anche per il Papa, che mira a creare una rete di protezione per i cristiani nelle regioni arabe, per evitare le persecuzioni a cui sono stati sottoposti i seguaci del cristianesimo. L’obiettivo finale e congiunto è creare o, meglio, ricreare, un regime di convivenza e reciproco rispetto, come elemento fondamentale della sicurezza reciproca e come fattore di isolamento del fenomeno radicale. Il Pontefice, proprio con la visita in Egitto, parte dalla ricerca della protezione e del rispetto dei cristiani copti, che vantano una presenza millenaria sul territorio e che rappresentano una parte importante del tessuto sociale egiziano, pur essendo minoranza religiosa. Nella strategia vaticana è importante che un paese importante come l’Egitto, da molti sempre visto come lo stato guida della regione araba, assuma un impegno formale nella protezione dei credenti cristiani, perchè ciò potrà costituire un esempio anche per altri stati di confessione islamica. Lo stato del Vaticano è però conscio che la posizione del governo de Il Cairo, riconosciuto come una dittatura da più parti, potrebbe risultare non gradito alle potenze occidentali, tuttavia, il pontefice potrebbe fare appello alla propria influenza anche per cercare di migliorare l’atteggiamento di Al-Sisi ed attenuare la violazione dei diritti civili che sta patendo il paese. D’altro canto garantire la libertà religiosa, può diventare uno strumento fondamentale per il governo egiziano al fine di riguadagnare considerazione sulla scena diplomatica e la ribalta della visita del Papa assicura una visibiltà mondiale che deve essere continuata per portare l’Egitto fuori dall’attuale isolamento. Il paese delle piramidi, che ha fallito la prova della democrazia, potrebbe diventare un laboratorio di tolleranza religiosa, esempio per tutti i paesi arabi, e ciò potrebbe costituire un punto di partenza anche per un eventuale sviluppo della democrazia, soffocata, prima dalle modalità di governo dei Fratelli musulmani e poi dalla giunta militare, ma che il reciproco rispetto religioso potrebbe fare diventare di nuovo ed in maniera estesa, una necessità del popolo egiziano, anche di quello laico.

Il Papa riunisce i sindaci contro il cambiamento climatico

L’evento voluto da Papa Francesco, che ha riunito diversi sindaci del mondo, riveste una importanza quasi storica, per il volere del capo della chiesa cattolica di instaurare un dialogo con che amministra le città e quindi è la prima autorità pubblica a diretto contatto con i problemi più immediati della popolazione. Si tratta dell’inaugurazione di una dialettica nuova, che rappresenta una novità rilevante nel panorama dei rapporti del Vaticano con gli enti pubblici; infatti vengono scavalcate le autorità statali, per approfondire la conoscenza ed il dibattito con gli enti più periferici. Non si tratta di una deviazione dai normali rapporti diplomatici che il Vaticano, in quanto entità statale sovrana, intrattiene con le altre nazioni in conformità al diritto internazionale, quanto, piuttosto uno scambio, per ora a livello non formale, su temi concreti ma sempre con rappresentanti eletti di istituzioni locali. Questo fattore, dell’elezione popolare, legittima i sindaci come portatori delle volontà e delle esperienze locali, ed in un certo modo ne abilita la missione extraterritoriale, per lo meno sul piano consultivo. Del resto lo stesso pontefice ha attribuito particolare importanza alle percezioni ed ai sentimenti di quelle che ha chiamato le periferie del mondo, mostrandosi più avanti di tante istituzioni nazionali, ancora ferme ad una visione troppo centrale del potere, che fa cadere dall’alto le decisioni prese sulle comunità locali, senza, spesso, ascoltarne le opinioni ed i disagi. Erano presenti più di 60 sindaci, che rappresentavano metropoli, come città più piccole, invitate davanti al Papa proprio per essere sollecitate a lavorare nelle loro comunità, dove gli effetti di una disposizione possono trovare effettiva applicazione. Questo elemento, nella volontà del Pontefice, viene contrapposto alla mera emanazione di un qualsiasi principio da parte di una entità centrale, che può rimanere disatteso senza la collaborazione delle autorità periferiche. Si tratta di una visione che dovrebbe essere scontata, ma che nel mondo attuale, regolato da sistemi politici sempre meno disposti al decentramento a vantaggio di decisioni imposte dal centro, appare una specie di rivoluzione. Con questa modalità il Papa mira ad inaugurare una fase nuova dei rapporti, per lo meno della chiesa di Roma, capace di privilegiare le comunità locali; sicuramente questo è soltanto l’inizio, perché le difficoltà organizzative appaiono enormi e, tuttavia, viene aperta una strada che promette di potere rovesciare i rapporti di forza dei tanti centri, non solo politici, ma anche economici, finanziari e morali, che regolano le comunità più lontane. Il percorso non sarà certo facile, perché non potrà non essere ostacolato da queste entità che tendono ad accentrare il potere decisionale sottraendolo alle istituzioni periferiche, ma questa impostazione potrà soltanto piacere a chi invoca, e sono tanti, una maggiore diffusione della democrazia partecipativa, che auspica un maggiore coinvolgimento proprio di chi sta lontano, in tutti i sensi, dai grandi centri decisionali. In particolare Papa Francesco ha richiesto agli amministratori locali presenti in Vaticano di influenzare le decisioni sul vertice che tratterà il tema del clima, che le Nazioni Unite terranno a Parigi entro la fine dell’anno. Le posizioni del Pontefice sui problemi ambientali sono note fino dall’ultima enciclica, dove ha condannato la pericolosità dei cambiamenti climatici voluti da aziende e spesso sostenuti dai governi, che hanno generato povertà e diseguaglianza sociale , con l’emergere di fenomeni di grandi fasce di miseria che si addensano proprio intorno ai centri urbani, spesso favoriti da migrazioni forzate e comunque che avvengono con la speranza di migliorare la propria posizione sociale. Ciò comporta una seria di conseguenze che abbracciano vasti tipi di degrado sociale: dalla criminalità, allo sfruttamento, alla prostituzione ed alla dipendenza dalle droghe. Le modalità affrontate da Francesco nell’analisi del degrado ambientale sfociano, così, in quello sociale, in maniera naturale, come ovvia conseguenza di uno sfruttamento incondizionato delle risorse del pianeta, che avviene anche grazie all’ingiusto trattamento riservato agli esseri umani. La visione del Papa coniuga difesa dell’ambiente anche come mezzo di difesa della società, soprattutto della parte più povera, ma che non è un solo e semplice enunciato, quanto vero e proprio programma con obiettivi da raggiungere, per i quali è necessario un coinvolgimento dal basso capace di includere e sensibilizzare più persone possibili.

Questione palestinese: il Vaticano riconosce la soluzione dei due stati

L’annuncio che lo Stato della Città del Vaticano ha raggiunto un accordo con lo Stato della Palestina, come è stata definita dai documenti ufficiali l’entità palestinese, che riconosce la soluzione dei due stati, cioè la coesistenza sullo stesso territorio di Israele e Palestina rimette al centro del dibattito internazionale la questione palestinese da una visuale differente. La portata del documento è molto rilevante per lo scenario internazionale, in quanto è un riconoscimento dello stato palestinese ad esercitare la propria sovranità entro i confini stabiliti dalla risoluzione dell’ONU del 1947; ciò è stato esplicitamente affermato dal Segretario vaticano per i rapporti con gli stati, ed ha quindi valore di ufficialità da parte dello Stato della Città del Vaticano. L’accordo tra le due parti prevede l’assicurazione della attività della chiesa cattolica in Palestina ed il reciproco riconoscimento e sarà firmato in un prossimo futuro. L’intento della chiesa di Roma è quello di favorire il riconoscimento della sovranità ed indipendenza dello stato palestinese e di diventare un esempio da seguire per altri stati cattolici; gli effetti di questo accordo, non si limitano, infatti, al rapporto bilaterale tra le due parti, ma, proprio per il peso morale e l’autorevolezza della Chiesa cattolica, aprono una via da seguire, che può consentire il progressivo riconoscimento dell’esercizio della sovranità palestinese da parte di un sempre maggiore numero di soggetti internazionali. Anche la circostanza che il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, sarà ricevuto in udienza ufficiale dal Papa, rappresenta una ulteriore prova delle intenzioni vaticane; tuttavia ancora maggiore significato è rappresentato dalla canonizzazione di due religiose nate in Palestina, che diventeranno le prime sante nate nella terra di Gesù Cristo. Sebbene questo atto sia di natura religiosa, la coincidenza con il raggiungimento dell’accordo con la Palestina, riveste anche un valore politico non indifferente e diventa uno strumento attraverso il quale il Vaticano riconosce implicitamente l’importanza della relazione con i palestinesi. L’auspicio della Chiesa cattolica romana va nella direzione di essere decisiva per arrivare alla soluzione dei due stati, che permetterebbe di mettere fine all’annoso problema tra Israele e palestinesi e si colloca nel solco della visione statunitense portata avanti con molta difficoltà e senza risultati apprezzabili dall’amministrazione di Obama, attraverso l’opera del Segretario di stato , Kerry. Per gli Stati Uniti la mossa del Vaticano costituisce un aiuto ed un incentivo a riprendere l’opera di convincimento su Tel Aviv. Ma Israele, non ha risposto certo con entusiasmo all’iniziativa sottoscritta dal Vaticano, purtroppo però ancora una volta le argomentazioni portate a supportare la propria contrarietà non costituiscono un valido contributo al dibattito sull’argomento. La motivazione, che qualunque atto o azione tendente a riconoscere il diritto ai palestinesi ad esercitare la propria sovranità, sia una minaccia per la pace è diventato, ormai un ritornello senza alcun senso costruttivo. Tel Aviv non può pensare di giustificare di fronte al mondo la violazione di accordi internazionali, quelli del 1947, con lo scopo di accrescere il proprio territorio sottraendolo ai palestinesi, giustificandoli come iniziative di pace. In realtà una delle parti che attentano alla pace è proprio lo stato israeliano, che non riconoscendo la necessità della creazione di uno stato palestinese, alimenta la violenza araba, che diventa così, strumento funzionale al mantenimento dello status quo, da cui proprio Israele raccoglie i vantaggi maggiori. Ma l’annuncio del Vaticano è la conferma di quanto la tendenza mondiale sia quella di volere arrivare alla soluzione dei due stati, che è anche la migliore possibile per gli equilibri regionali. Sul piano delle relazioni internazionali il riconoscimento della chiesa di Roma rappresenta l’ennesima sconfitta ed un ulteriore motivo di isolamento per lo stato israeliano, che vede sempre più aumentare la propria solitudine nel difendere la sua ingiustificata incapacità di accettare la soluzione dei due stati. Questo favore internazionale, sempre più marcato, affinché la Palestina diventi uno stato indipendente non potrà che tradursi, se la posizione di Israele non cambierà in maniera sincera, in iniziative sanzionatorie anche di tipo economico, come quella pensata dell’Unione Europea di boicottare i prodotti provenienti dalle colonie, che avranno per Tel Aviv costi sempre più alti.

La Turchia irritata con il Vaticano per il ricordo del genocidio armeno

In un anno caratterizzato dalle sempre maggiori persecuzioni ai cristiani, il discorso del Pontefice sulla triste ricorrenza del centenario del genocidio armeno, ha un duplice significato. Il primo è quello letterale di commemorare una pagina della storia, che alcuni, prima fra tutti la nazione della Turchia, rifiutano di ammettere e cercano di affermare definizioni alternative che hanno il solo significato di volere alterare i fatti storici. Il secondo è partire dallo spunto della ricorrenza per creare una analogia con i fatti attuali e ricordare al mondo le responsabilità, che hanno portato all’intolleranza religiosa verso i seguaci della religione cristiana. Risulta significativo che il governo de l’Ankara, che si è subito irritato, convocando il nunzio apostolico, cioè l’ambasciatore del Vaticano, sia uno degli stati più morbidi verso il califfato. A lungo la Turchia ha tenuto una posizione non chiara nei confronti dello Stato islamico, di cui, probabilmente, all’inizio è stata anche un finanziatore, con il solo obiettivo di manovrare gli integralisti, per fare cadere il regime di Assad, in modo da influenzare il territorio siriano, sia in funzione geopolitica, che anti curda. Il paese turco è attraversato da una grossa spaccatura interna, dove la maggioranza politica, che sostiene Erdogan, asseconda una trasformazione in senso confessionale del paese, che coincide con il progetto di creare di nuovo una sorta di impero ottomano, seppure sotto altre forme, consistente nell’estensione dell’area di influenza dell’Ankara, che dovrebbe diventare una specie di capofila del mondo sunnita, per lo meno nei territori limitrofi. La Turchia è stata sostenuta in questo progetto da una buona crescita economica, a cui, però, non ha corrisposto una altrettanto riuscita della politica estera. Prima il fallimento dei Fratelli musulmani in Egitto, su cui la Turchia aveva speso molto della sua influenza, poi la resistenza di Damasco, che è sfociato nel fenomeno dello Stato islamico, mai combattuto con l’adeguato impegno richiesto da Washington, hanno messo i piani dell’Ankara in seria difficoltà, costringendo il paese ad una notevole riduzione di visibilità sulla scena internazionale. Anche dal punto di vista della politica interna, le grandi contestazioni e la ripresa di un terrorismo anti sistema, hanno contribuito a portare difficoltà alla maggioranza politica, nel frattempo attraversata da pericolosi scandali interni per motivi di corruzione. Sullo sfondo, poi, resta sempre il rifiuto di Bruxelles ad ammettere la Turchia nell’Unione Europea per più di una mancanza negli standard richiesti di cui uno è proprio il mancato riconoscimento del genocidio armeno e che costituisce una delusione politica mai rimarginata. Non tutto il popolo turco sostiene questa impostazione, gli ambienti laici sono profondamente contrari alla deriva confessionale del paese, ma la promulgazione di leggi liberticide, che hanno soffocato la libertà di stampa e di espressione rende sempre più difficile contrastare un potere che viene sempre più accumulato in una sola parte, senza che l’esistenza di contrappesi possa assicurare la normale vita democratica del paese. Per tutti questi motivi il discorso del Papa, che aveva obiettivi più ampi che il giusto ricordo storico, hanno infastidito l’Ankara, che, per altro, temeva questa possibile direzione già in anticipo: infatti le pressioni sul Vaticano, in corrispondenza dell’avvicinarsi della ricorrenza pare siano state diverse e tutte con l’obiettivo di non portare in una tribuna così amplificata, come Piazza San Pietro, l’attenzione su quanto perpetrato dall’impero ottomano un secolo prima. Il contrasto che, presumibilmente potrà nascere tra le due entità statali porrà la Turchia in una luce ancora più negativa nei confronti dell’occidente, ma potrà anche esasperare quelle divisioni, su base religiosa, sulle quali sono stati costruiti i contrasti portati avanti da tutti gli integralisti e da parte di alcuni stati sunniti, che hanno identificata il cristianesimo come un tutt’uno con l’ovest del mondo ed i suoi valori. Il pericolo concreto è che le parole del Papa siano strumentalizzate nella bieca propaganda radicale per mere ragioni strategiche.

Il Vaticano appoggerebbe un eventuale intervento militare internazionale contro lo Stato islamico

Allarmato per le crescenti persecuzioni contro i cristiani ad opera dello Stato islamico e per quanto avvenuto in Pakistan, lo Stato della Città del Vaticano diviene sostenitore di un intervento militare, teso a garantire la libertà religiosa ed i diritti civili, non solo dei cristiani, ma anche degli appartenenti alle altre religioni, tra cui gli stessi musulmani moderati, oggetto di violenze da parte del califfato, per favorire la pacifica convivenza tra persone di fede differente. La forma dell’ipotetico intervento andrebbe inquadrata in un sistema di forze internazionale, con una consistente partecipazione di paesi musulmani, con il chiaro scopo di delegittimare le ragioni che stanno alla base dello Stato islamico. Si tratta della stessa visione del Presidente statunitense Obama, che, pur basandosi su presupposti corretti, non avendo avuto una risposta adeguata dai paesi sunniti, non ha permesso l’adeguata risposta alle violenze del califfato. Tuttavia l’importanza, non solo teorica, di costituire una alleanza non soltanto occidentale, risulta preminente nelle intenzioni del Vaticano, per non trasformare un potenziale intervento armato in guerra di religione, aspetto che potrebbe essere sfruttato moralmente dal califfato. Sebbene la via prioritaria indicata da Roma sia il raggiungimento di una soluzione politica, senza l’uso della violenza, la nuova posizione del Vaticano rappresenta un grande elemento di novità a livello internazionale, per una entità statale, che ha sempre fatto ricercato la conclusione dei contrasti internazionali attraverso modalità pacifiche e negoziali, come il proprio punto di vista assoluto. Tuttavia la constatazione che l’aumento delle violenze per motivi religiosi è arrivato ad livello troppo elevato e troppo a lungo protratto nel tempo, ha permesso di rompere un vero e proprio tabù per l’istituzione che rappresenta la chiesa cattolica; tale atteggiamento deve essere inteso anche come una sorta di pressione sulle potenze mondiali ad intervenire per fare cessare le sofferenze della popolazione civile, che troppo spesso , sono legate intimamente a motivi di appartenenza religiosa. L’eccessiva impronta confessionale data ai conflitti, come quello nel medio oriente, ma non solo, ha determinato il ritorno a pratiche quasi medioevali, che attraverso l’uso smodato della violenza, miravano a rendere omogenei, nel senso religioso, interi territori, attraverso i quali esercitare il controllo politico, proprio in nome della divinità. Queste pratiche sono state usate anche dagli stessi cristiani in tempi remoti, ma ormai quella che si è affermata è una tendenza che favorisce la pacifica convivenza e la collaborazione tra appartenenti di fedi diverse. Queste condizioni sono state però rovesciate dall’impostazione su cui si basa l’esercizio del potere, tramite cui viene amministrata la legge, dallo Stato islamico. La legge coranica, elevata a legge fondamentale dell’entità statale autodefinita califfato, viene interpretata in maniera del tutto errata, secondo diverse autorità religiose sunnite, tra cui una delle più autorevoli, quella de Il Cairo, stravolgendo il messaggio del testo sacro dell’Islam. La commistione tra elementi religiosi e tecniche del terrorismo, coniugate con la dimensione dello spettacolo a misura dei social network, ha evidentemente creato un soggetto nuovo, con il quale si è resa evidente la caratteristica dell’impossibilità di ogni forma di dialogo. Sotto certi aspetti la nuova posizione del Vaticano è una sorta di resa e di sconfitta alla constatazione della necessità di procedere per vie militari alla risoluzione delle persecuzioni, perché contraddice lo spirito del Vangelo e tutta l’impostazione della chiesa cattolica, improntata alla pace come fattore distintivo delle relazioni internazionali. Resta da vedere, però, come si vuole considerare il califfato, che pur esercitando una sorta di sovranità su di un’area territoriale, non si può certo definire uno stato; il rilievo maggiore è come anche il Vaticano sia obbligato a riconoscere che non vi sia alcuna alternativa a violenze di questo tipo, che affrontarle sullo stesso terreno. Ora il pericolo concreto potrebbe essere rappresentato dal voluto travisamento della posizione del Vaticano, da parte dello Stato islamico, per trascinare questa necessità per riportare, per ragioni propagandistiche, il tutto su di un parallelo con le guerre di religione e fornire, così, un appiglio ideologico ai fanatici dell’integralismo islamico.

La necessità di un nuovo soggetto sovranazionale contro le alterazioni degli equilibri globali

Sul piano militare l’appoggio dell’aviazione americana ai combattenti curdi ed alle forze regolari irakene, si è rivelato, come da copione, decisivo per fare arretrare l’esercito dello stato islamico dell’Iraq e del Levante. I buoni risultati, che hanno permesso la difesa di infrastrutture strategiche fondamentali per il paese, hanno sottolineato come la strategia voluta da Obama non possa essere breve ma deve intendersi a lungo termine, per la sconfitta totale delle milizie sunnite. Su questo punto sta aumentando l’intesa tra i paesi occidentali per la fornitura di armi ai combattenti curdi, che si stanno rivelando essenziali per il contenimento degli integralisti. Per la Casa Bianca, che ha sempre smentito l’impiego sul terreno di effettivi statunitensi, i curdi sono essenziali negli scontri di terra e la sinergia con l’aviazione a stelle e strisce, supportata da una fiducia reciproca che risale ai tempi della sconfitta di Saddam Hussein, è diventata l’arma decisiva contro le bandiere nere dei sunniti. La vittoria militare, anche se ancora lontana definitivamente, sembra ora essere alla portata, anche se, al momento, pare impossibile debellare del tutto le milizie integraliste, perché godono dell’appoggio della popolazione sunnita, esclusa dall’amministrazione del potere nel paese irakeno, dalla sciagurata politica dell’ex premier Al Maliki, che aveva conferito i posti di comando in modo esclusivo agli sciiti, in reazione al periodo di Saddam, dove erano i sunniti ad avere la gestione totale del paese. Questo particolare deve diventare fondamentale nella gestione della crisi, fin da subito, per favorire un politica di dialogo tesa a recuperare quella parte di società sunnita più moderata che possa essere coinvolta nel dialogo tra le diverse componenti del paese, sia che il futuro riguardi un Iraq ancora unito, sia che contempli una divisione tendente a creare tre distinte entità statali autonome, anche per favorirne la pacifica convivenza. Uno dei problemi maggiormente evidenziati in questa crisi irakena è stata l’avanzata dell’intolleranza religiosa, che si è manifestata con persecuzioni violente, conversioni forzate e fuga di massa delle popolazioni perseguitate. Su questo argomento non poteva mancare il commento della massima autorità religiosa della chiesa cattolica, Papa Francesco, che ha richiesto un intervento delle Nazioni Unite per fermare questi fenomeni senza i bombardamenti. Purtroppo le aspettative del pontefice, in linea con le prerogative della sua carica, nell’immediato devono essere disattese, anche in ragione della grande disponibilità finanziaria di cui lo stato islamico dell’Iraq e del Levante è riuscito ad avvalersi, che gli concede una grande capacità di azione militare, grazie ai mezzi di cui dispone. Contro un soggetto del genere non si possono imporre sanzioni o sedersi al tavolo delle trattative e la potenzialità di destabilizzazione dello stesso ordine mondiale insita in questa organizzazione è tale che non permette propositi pacifisti, che escludano cioè l’uso delle armi. Resta però importante l’appello di una autorità mondiale del calibro del Papa, affinché le Nazioni Unite si adoperino per una soluzione del problema; in verità l’ONU dovrebbe anche esercitare una azione preventiva, ma nessuna delle due opzioni pare essere stata assolta in questa come in altre crisi. Senza un intervento degli USA, a cui si deve riconoscere almeno la volontà di riparare in qualche modo al modo miope con cui è stata gestita l’intera operazione irakena, le conseguenze, sia per la regione, che per gli interi equilibri mondiali correrebbero pericoli ancora più seri. Questo particolare evidenzia in modo ancora più netto come l’ONU necessiti di una profonda riorganizzazione, che sappia fronteggiare almeno i grandi pericoli per il pianeta. Il terrorismo internazionale ha avuto una tale evoluzione che, come pericolo, si articola su più piani: dalla piccola cellula, talvolta costituita da una singola unità, fino a veri e propri eserciti capaci di conquistare interi territori, capaci di riempire vuoti di potere creati da congiunture politiche ed economiche. Occorre ricordare come lo stato islamico dell’Iraq e del Levante abbia saputo sfruttare la dissoluzione della Siria e l’incertezza della sovranità dello stato irakeno sui propri territori. Questa lezione deve servire per prevenire altre situazioni analoghe, che possono assumere caratteristiche similari: si pensi all’Afghanistan, al Pakistan ed a diversi stati africani. Le condizioni sono sempre contraddistinte da entità statali che non hanno il pieno controllo dei propri territori, dove si rifugiano gruppi contrari all’ordine costituito; spesso questi movimenti sono in grado di gestire le risorse naturali ricavandone proventi da reinvestire in armi o sono finanziati da paesi stranieri che pensano di usarli per destabilizzare avversari. Ancora una volta i gruppi estremisti che vogliono ricreare il califfato rappresentano un esempio calzante, in quanto sono stati finanziati da paesi sunniti per togliere influenza all’Iran, ma sono poi sfuggiti al controllo degli stessi finanziatori, che ora devono impegnarsi a salvaguardare le proprie frontiere. L’evoluzione a cui si è assistito quindi necessita di correttivi pensati su scala globale, sia come scenari, che come approccio delle relazioni tra i soggetti statali interessati a non vedere sovvertito l’ordine in cui operano. Si tratta di una sfida ben più difficile che affrontare militarmente gli estremisti islamici, perché coinvolge attori con interessi opposti e può toccare equilibri ed alleanze, che nel breve e medio possono trarre vantaggio da situazioni contingenti anche dubbie, ma che nel lungo periodo possono assumere direzioni del tutto opposte. In questo senso la creazione di una organizzazione sovranazionale che abbia come obiettivo la salvaguardia della pace, attraverso mezzi e strumenti sufficientemente adatti, sia politici, che militari, in grado, cioè, di esercitare un uso coercitivo della forza, appare una esigenza non più rimandabile, specialmente in un contesto multipolare, che presenta sempre più variabili di difficile gestione.

Il Vaticano protagonista per la pace in Palestina

L’invito rivolto da Papa Francesco, hai rappresentanti politici di Israele e Palestina, affinché si rechino in Vaticano per risolvere l’annosa controversia, riveste un valore epocale nella diplomazia mondiale. Nonostante l’impresa sia improba, a causa dei ripetuti fallimenti dei negoziati, il fatto che ad irrompere sulla scena delle relazioni internazionali, nella questione più annosa e difficile, sia lo stato della Città del Vaticano, rappresenta una autentica rivoluzione per i rapporti fra gli stati ed in modo speciale, entra nel merito della questione con l’intento chiaro di risolverla. La posizione di neutralità tra i contendenti che il Vaticano offre, l’assoluta imparzialità ed il chiaro disinteresse, se non quello di conseguire finalmente la pace in una zona del mondo molto travagliata e che ha riflessi sugli equilibri internazionali, rappresentano le migliori garanzie per intavolare una trattativa definitiva, che possa conseguire il risultato desiderato dalla maggioranza del pianeta. Francesco ha usato tutto il suo carisma e l’influenza di cui ormai gode a livello mondiale, per lanciare una proposta che non potrà non essere ascoltata. Intanto perché rappresenta una occasione immediata per riprendere un dialogo compromesso, ma soprattutto, perché chi osasse non cogliere questa opportunità vedrebbe ridotta di molto la propria considerazione politica e diplomatica. Certamente per i palestinesi sarà più facile accettare, giacché possono arrivare a sedere ad un tavolo delle trattative con la dignità di una nazione, grazie all’intenzione del Pontefice di trattare allo stesso livello le due delegazioni, inoltre Papa Francesco ha riconosciuto come l’esigenza della creazione dello stato della Palestina sia una esigenza inderogabile ed improcrastinabile. Viceversa non sarà così agevole per l’attuale governo di Tel Aviv, sempre che ne abbia davvero realmente intenzione, rifiutare una tale proposta: l’isolamento di Israele dal consesso internazionale ha ormai raggiunto i livelli di guardia e mancare questo appuntamento significherebbe ammettere che l’esecutivo israeliano non ha mai avuto realmente intenzione di arrivare ad un accordo con i palestinesi, come oramai la maggior parte del mondo sospetta, primi fra tutti gli Stati Uniti, principale alleato dello stato della stella di David. Certamente la proposta del Vescovo di Roma è arrivata inattesa al governo di Israele e chissà se gradita ed obbliga Tel Aviv a rallentare, se non rivedere totalmente la propria politica degli insediamenti. Infatti sembra realmente improbabile che il Vaticano possa accettare di condurre una trattativa senza segni tangibili di buona volontà tra le parti. Se per i palestinesi sarà più facile adeguarsi a queste condizioni, lo stato israeliano dovrà mediare perfino all’interno del proprio governo, dove convivono partiti favorevoli al dialogo, con altri, fautori della chiusura totale, praticanti attivi della politica delle colonie, che tanto terreno ha sottratto in maniera illegale ai palestinesi e resta il principale ostacolo reale alla ripresa dei negoziati. Per i rappresentanti della Palestina sarà facile rimanere sulle proprie posizioni riguardo alla divisione dei territori e basterà non esercitare atti di violenza contro lo stato di Israele, per essere, agli occhi del mondo, un interlocutore affidabile. In quest’ottica il legame rinsaldato tra le due anime del movimento palestinese, quella più moderata dell’OLP e quella più estrema di Hamas, potrà permettere un maggiore controllo contro atti nocivi alla trattativa. Ora si tratterà di vedere se il premier israeliano continuerà nella sua strategia del rinvio, che gli ha permesso di aumentare gli insediamenti, o se dovrà cambiare linea di condotta. Se non altro la proposta del Papa avrà il merito di fare chiarezza sulle reali intenzioni di Tel Aviv, esponendola, in caso di mancata partecipazione all’invito vaticano, ad una assunzione di responsabilità che potrebbe rivelarsi un peso troppo grosso per il già fragile esecutivo di Israele. In ogni caso con la sua proposta Papa Francesco pare irrompere sulla scena internazionale come un sicuro protagonista, potenzialmente spendibile per altre questioni difficili, dove la posta in gioco sia la pace e la stabilità.