Se gli USA si allontanano dall’Italia (e dall’Europa)

Secondo fonti del partito democratico e di alcuni organi di stampa americani, esisterebbe un concreto pericolo, che l’Italia possa allontanarsi dalla sfera di influenza statunitense, per avvicinarsi in maniera considerevole verso Mosca. Questo timore sarebbe giustificato dall’atteggiamento del presidente Trump, che pare mantenere un certo distacco verso l’Europa ed il paese italiano , in particolare, dove la carica di ambasciatore a Roma è tuttora vacante. Questo fatto rappresenta un segnale preoccupante per la evidente diminuita considerazione, di cui l’Italia sembra essere oggetto dall’amministrazione Trump. Occorre ricordare, che, storicamente, la penisola italiana è sempre stata al centro dell’attenzione di Washington, sia per la sua posizione geografica, anche nell’ambito tattico dell’alleanza atlantica, che per i legami politici obbligati dagli scenari internazionali. Il cambiamento di direzione imposto da Trump alla politica estera americana, pur attenuato dai contrappesi previsti dal sistema politico statunitense, ha allentato i rapporti con l’Europa e, quindi, anche con l’Italia. La Casa Bianca sembra perseguire un piano che vuole dividere i paesi dell’Unione, per ottenere un risultato che provochi una debolezza, sopratutto economica, di Bruxelles: per fare questo Trump non esita a mantenere atteggiamenti scarsamente collaborativi e fortemente critici verso i paesi europei; non è un caso, infatti, che abbia gradito l’uscita della Gran Bretagna, cogliendo in questo fatto soltanto l’angolazione di proprio interesse, consistente nella debolezza intrinseca dell’Unione Europea. Quello che il presidente degli USA non valuta, o non ritiene dannoso per la geopolitica americana, è di provocare un progressivo allontanamento dell’Europa dagli Stati Uniti, che potrebbe generare un nuovo sentimento nel vecchio continente, capace di fare finalmente emergere l’unione come soggetto politico internazionale rilevante, oppure provocare nuovi assetti capaci di alterare gli equilibri presenti. Il problema europeo è che Bruxelles non si è ancora dotata di una politica estera unitaria, così come è assente un forza militare comune, in un quadro generale dove le singole politiche statali sono ancora preponderanti nei confronti del centro. In Francia la sconfitta elettorale della destra ha allontanato il pericolo di una deriva anti europea, in Germania la Merkel appare saldamente al comando del paese e ciò gli permette, tra l’altro, di essere una voce autorevole contro il presidente americano, la Gran Bretagna, pur nel disastro dell’uscita dall’Europa, resta un punto fermo nella politica statunitense, ma l’Italia appare il paese che può più soffrire dell’atteggiamento di Trump. In una fase politica interna particolarmente difficile, contraddistinta da irresponsabilità politiche irragionevoli, che sono trasversali a tutti i partiti presenti sulla scena, il pericolo di un avvicinamento alla Russia si presenta sempre più concreto, sopratutto se a vincere le probabili imminenti elezioni saranno i partiti anti sistema. In queste formazioni politiche la Russia appare un potenziale alleato migliore che gli USA, perchè il modo di amministrare il potere di Putin viene percepito come stabilizzatore dell’ordine interno e protagonista di quello internazionale, interpretato secondo valori ritenuti più affini al sentire comune più tradizionale dei valori europei. Se la contraddizione di ammirare Mosca appare evidente per essere una democrazia incompiuta, con tutto quello che ne comporta, è anche vero che il vuoto che gli USA stanno lasciando può essere riempito soltanto con un nuovo soggetto, se l’Unione Europea non è in grado di dominare il proprio destino. Appare chiaro come tutti i difetti che l’infrastruttura politica di Bruxelles contiene al suo interno e che non sono stati affatto corretti, possano favorire degli spostamenti degli equilibri capaci di danneggiare anche l’Europa dal di dentro. Se la preoccupazione dei democratici americani dovesse concretizzarsi vorrebbe, però, dire che l’Italia sarebbe costretta ad affrontare un cambio di direzione epocale, tale da alterare lo status quo del paese, con il pericolo di ripercussioni nell’ambito dell’Unione: una situazione sicuramente da evitare, rinforzando le isitutzioni centrali europee, anche come antidoto a pericolose alterazioni degli scenari internazionali. Se la vicinanza con gli USA è destinata a diventare lontananza non deve essere sostituita con un sostegno di un altro soggetto, ma soltanto con una maggiore consapevolezza delle potenzialità europee, che dovranno essere stimolate con un atteggiamento nuovo dai soci forti dell’Unione; viceversa il declino europeo aprirà a scenari di declino mondiale sui temi dei diritti.

Il caso del ricercatore italiano ucciso in Egitto e la condiscendenza occidentale verso i regimi arabi

La tragica uccisione del ricercatore italiano in Egitto deve obbligare a farre molte considerazioni nei rapporti che gli stati occidentali intrattengono con nazioni guidate da regimi autoritari, considerazioni sia di ordine morale, che politico. Lo scandalo suscitato, giustamente, in Italia per la morte del cittadino italiano, avvenuta in modo barbaro e violento è molto forte, ma non sembra accompagnata, ne ora e, sopratutto prima, da valutazioni analoghe per gli episodi che riguardano i dissidenti locali, di cui spesso non viene neppure ritrovato il cadavere. Il caso egiziano è l’esempio di un certo atteggiamento utilitaristico tenuto dai governi occidentali, dopo che sono fallite le primavere arabe e che hanno preso il sopravvento le tendenze più estremiste dei movimenti islamisti. L’arrivo al potere, tramite regolari elezioni, di partiti politici formati da personale non abituato ad operare in condizioni democratiche e profondamente influenzati, anche dal punto di vsita politico, da una religiosità invadente, ha determinato una situazione dove il mancato rispetto delle regole democratiche era la norma, non vi era, cioè, il necessario rispetto delle minoranze, che si pretendeva di assoggettare, in sostanza, alla legge islamica. Naturalmente ciò non era condiviso da una parte consistente della società egiziana, tra cui i militari, che hanno sempre detenuto il monopolio della forza e non era, altresì, approvato dalle potenze occidentali, giustamente preoccupate dal radicalismo dilagante. La soluzione è stata quella di avere favorito l’ascesa di un regime militare autoritario al posto di un religioso autoritario, questo è stato funzionale agli interessi occidentali, ma non allo sviluppo della democrazia in una nazione da sempre considerata una guida nel mondo arabo, come l’Egitto. L’occidente , come aveva sbagliato a valutare in modo totalmente positivo le primavere arabe, non considerando cioè i loro possibili sviluppi, condizionati dall’assenza di riferimenti precisi circa il funzionamento della democrazia, ha sottovalutato i modi con cui il regime militare avrebbe esercitato il proprio potere, che di fatto, ha usurpato. Il ricorso alla repressione in modo totale della giunta militare guidata da Al-Sisi, doveva suscitare maggiore sdegno e grandi proteste nei governi occidentali, anche tramite una pressione diplomatica forte, capace di imporre sanzioni e restringere le forniture militari, attraverso le quali il regime si mantiene in vita. Doveva essere particolarmente indicativo il fatto che i bersagli della repressione violenta non erano soltanto i fanatici religiosi, ma anche i partiti laici, gli unici che potevano assicurare una transizione democratica al paese e, per questo, ugualmente pericolosi, come gli integralisti islamici, per il regime militare. Il risultato è stato che l’Egitto si trova in una condizione repressiva ed autoritaria probabilmente superiore a quella subita da Mubarak, ed ha, quindi, peggiorato la propria situazione. Il caso del ricercatore italiano rappresenta una questione particolare perchè la vittima è straniera, ma i rappresentanti delle organizzazioni dei diritti umani denunciano come la normalità il ricorso alla violenza contro gli oppositori interni, mediante l’uso consueto di tortura ed assassinio. Fatte salve queste considerazioni la domanda che i governi occidentali devono farsi è se sia ancora lecito intrattenere normali rapporti diplomatici o addirittura legami di alleanza con governi fortemente in contrasto con le regole democratiche. La questione, naturalmente, non riguarda soltanto l’Egitto, ma anche gli stati del Golfo, con l’Arabia Saudita prima degli altri, la Turchia ed altri. Al di fuori di una logica puramente strumentale agli interessi occidentali, inquadrata in un regime esclusivo di real politik, la contraddizione appare più che evidente. Se non si possono superare tutte queste remore, sempre che esistano nei pensieri di chi governa, ci si dovrebbe adoperare per una attenuazione della limitazione dei diritti, passo da individuare come punto di partenza per un discorso più allargato. Il problema è che non si individuano, a livello globale, obiettivi di lungo periodo ma la politica estera occidentale si adagia nella via più comoda per conseguire risultati immediati di modesta entità, in una visione più simile a quella economica rispetto a quella politica. La convinzione che l’Egitto sia una diga contro l’integralismo ha fatto passare sotto silenzio, brutalità e violenze incompatibili con gli ideali democratici che dovrebbero essere alla base dei governi occidentali; tuttavia, nello specifico caso del ricercatore italiano, il governo di Roma, non ha compiuto i dovuti passi per proteggere la sua stessa sovranità violata dalla barbarie esercitata contro un suo cittadino. Il basso profilo scelto dall’esecutivo italiano appare in linea con un comportamento diplomatico che non vuole turbare i rapporti consolidati, ma ciò, sopratutto nel lungo periodo, costituisce un elemento di debolezza per l’autorevolezza di una nazione; non prendere le necessarie contromisure di tipo sanzionatorio verso il regime egiziano, rappresenterebbe, non soltanto, un passo dovuto ma obbligato per tutelare gli interessi italiani e non prestarsi ad essere connivente con un regime che fatto dell’uso della violenza lo strumento quasi esclusivo attraverso il quale regola l’opposizione politica. Occorre mandare segnali forti a questi stati, che usando la vicinanza con l’occidente come mezzo di comodo per apparire quello che non sono, si autorappresentano come governi democratici, degni di stare nel consesso internazionale. L’Egitto e non solo, meritano sanzioni esemplari per i loro comportamenti, a cominciare dall’allontanamento dei loro diplomatici, fino ad incorrere in sanzioni di tipo economico. Fino ad allora l’occidente sarà complice della brutalità e della violenza con le quali questi regimi soffocano ogni forma di dissenso.

La strategia italiana per la Siria

La posizione italiana, relativamente alla Siria, sembra iniziare a delinearsi. Il governo di Roma vede positivamente una collaborazione tra Russia, Iran ed Egitto, che possa perseguire entrambi gli obiettivi della fine del conflitto siriano, congiunto a quello della sconfitta dello Stato islamico. L’Italia è direttamente interessata alla definizione del conflitto siriano, per fermare l’esodo dei profughi causati dalla guerra, dei quali, gran parte sono andati ad alimentare il traffico degli esseri umani attraverso le rotte libiche e da li fino sulle coste italiane. Più complessa appare la fiducia che Roma ripone in una collaborazione tra Mosca, Teheran ed Il Cairo; il calcolo sembra ardito, ma ha una sua logica che si esplica su più piani. Il primo è quello di creare una sorta di equilibrio nelle forze che possono gestire il futuro della Siria, infatti, da una parte, se Russia ed Iran mirano a mantenere lo status quo, cioè la presenza di Assad al potere, anche in maniera attenuata rispetto alla situazione precedente al conflitto, l’Egitto è una potenza sunnita, che potrebbe bilanciare le aspettative degli oppositori del despota di Damasco, inoltre il regime militare egiziano offre una adeguata garanzia contro l’estremismo islamico che governa il califfato, avendo dato prova di grande avversione a movimenti come i Fratelli musulmani, ben più moderati dello Stato islamico. Il Cairo non è sospettato neppure di avere finanziato le forze integraliste, come accade per Turchia ed Arabia Saudita e per tutte queste ragioni è quindi ritenuto da Roma un interlocutore affidabile, sia nella lotta al terrorismo, che nella risoluzione della questione siriana. Più difficile spiegare l’avvicinamento a Mosca, nonostante anche per Washington si sia preso atto che la Russia può giocare un ruolo fondamentale contro la presenza dello Stato islamico in Siria. L’atteggiamento degli Stati Uniti è ancora molto dubbio in merito alle reali intenzioni di Putin, che cercherebbe di allontanare la questione ucraina dall’attenzione mondiale con il suo impegno siriano; tuttavia è incontestabile che uno schieramento russo direttamente sul campo potrebbe significare un deciso arretramento delle forze del califfato, dopo che gli USA hanno praticamente fallito con i piani di addestramento ed armamento degli oppositori laici, che si sono rivelati inadatti al combattimento e di entità numerica scarsa. Appurato che il presidio del territorio è decisivo, come nelle guerre del secolo scorso, la necessità di contingenti di terra, in aiuto ai curdi, può essere assicurata da tuppe scelte di Mosca, da effettivi iraniani e da soldati egiziani. Su questo punto l’Italia preferisce non esprimere opinioni dirette, avendo improntato la propria azione ad una direzione essenzialmente diplomatica, ma, resta implicito, che il gradimento alla soluzione prospettata non può non comprendere l’uso della forza in combattimenti di terra, che, quando avverrà, rappresenterà uno sviluppo del conflitto in senso internazionale in maniera definita. Un ulteriore punto di analisi della tendenza italiana riguarda l’aspetto economico che contribuisce a favorire questa soluzione. Per Roma le sanzioni a Mosca hanno significato una riduzione significativa delle proprie esportazioni e tentare di cercare una modalità, che può essere utile anche agli USA, per fare riammettere la Russia nel consesso internazionale rappresenta il duplice vantaggio di un ritorno economico ed il raggiungimento di una posizione considerevole dal punto di vista diplomatico, anche in ottica dell’ambizione di Roma di ottenere un seggio provvisiorio nelle Nazioni Unite, obiettivo che si vuole raggiungere anche attraverso un maggiore impegno nelle forze di pace impegnate nei punti caldi del pianeta. Altrettanti interessi economici sono molto importanti nelle relazioni con Iran ed Egitto. Si tratta di due stati che hanno obiettivi similari, per quanto riguarda l’accesso alla scena diplomatica, trattandosi di stati governati da regimi non democratici, che hanno la necessità di rompere l’isolamento. L’attuale fase storica, dominata dal pericolo del terrorismo sunnita, può favorire l’apporto che queste due nazioni possono dare contro il califfato, che è la più pericolosa organizzazione presente sulla scena, se adeguatamente presentate da un membro del consesso internazionale, come l’Italia, al di sopra di ogni sospetto della ricerca di un ruolo di protagonista di primo piano; anzi il fatto di essere una media potenza può favorire il ruolo che Roma vuole darsi. Certamente anche in questo caso l’aspetto economico connesso non è secondario, la presenza italiana nei due paesi è destinata a crescere in modo esponenziale ed i legami economici possono favorire quelli diplomatici in modo da consolidare la posizione italiana come quella di interlocutore nella veste di mediatore tra queste nazioni e le grandi potenze. Forse sarà più complicato giocare questa strategia all’interno dell’Alleanza Atlantica, dove la visione americana è quella principale ed è ancora di cautela verso la Russia e l’Iran e mantiene molte riserve verso il regime egiziano, nonostante i legami con Il Cairo siano rimasti molto solidi. Roma dovrà assicurare Washington che il suo comportamento non sarà in contrasto con le intenzioni della Casa Bianca, ma dovrà accreditare la propria posizione di potenziale facilitatrice del superamento dei contrasti con il Cremlino, che rappresenta l’ostacolo maggiore nella soluzione della crisi siriana per uno scenario senza Assad.

Per l’Italia è necessario mantenere il Senato con proprie prerogative a garanzia della democrazia dello stato

Uno dei temi attualmente centrali nella politica italiana è costituito dalla riforma costituzionale che il governo in carica vuole portare a compimento e che riguarda la variazione del bicameralismo perfetto, con la declassazione del Senato della Repubblica. Alla base del procedimento ci sono ragioni di opportunità politica, tese a sveltire l’iter dell’approvazione delle leggi e motivazioni di contenimento dei costi della politica. Il nuovo Senato, dovrebbe essere composto da personale eletto indirettamente e facente parte degli enti regionali e locali ed avrebbe funzioni, per lo più consultive. Il dibattito intorno a queste intenzioni è serrato ed il progetto di riforma è contestato sia dall’opposizione, che da parti consistenti della stessa maggioranza. La nuova normativa, come è concepita appare una riduzione della democrazia, perché consegna troppo potere ad una sola camera ed elimina un contrappeso rappresentato dallo stesso Senato, di fronte ad una concentrazione troppo elevata di prerogative decisionali. Occorre ricordare anche che il tutto dovrebbe avvenire in un contesto elettorale bloccato dalle segreterie dei partiti, che decidono le candidature praticamente certe di essere elette, senza che l’elettore possa esercitare una preferenza nominativa. A poco può valere l’obiezione che le liste elettorali possono essere decise da eventuali primarie, non regolate da leggi dello stato ed attuate in maniera troppo incerta ed incontrollata, per garantire un reale esercizio democratico. La storia recente della politica italiana ha portato a capo del governo, ben tre persone di seguito al di fuori del processo elettorale; seppure queste investiture sono avvenute nel rispetto formale della legge, la violazione morale, e quindi non perseguibile, della democrazia è stata cosa evidente. Del resto i principali soggetti politici italiani, i partiti, esercitano la loro attività senza che vi sia una legge che ne regoli e disciplini il loro funzionamento, che avviene, spesso, con modalità dove l’esercizio democratico appare molto limitato. In questa situazione ogni istituzione che perda potere non può che rappresentare un segnale di allarme per la vita democratica del paese. Il rischio concreto è quello di concentrare nelle mani di pochi nominati il potere legislativo ed anche il controllo sull’attività di governo. Proprio per queste ragioni sarebbe importante mantenere al Senato della Repubblica delle prerogative peculiari, certamente differenti da quelle della Camera, che restino a garanzia del presidio democratico del paese. Per prima cosa il Senato deve continuare ad essere elettivo e poi deve avere delle funzioni proprie, che siano però rilevanti e non le stesse, come è attualmente, della camera. In sostanza si dovrebbe passare da un bicameralismo perfetto ad un bicameralismo asimmetrico, dove il Senato possa legiferare su alcuni questioni particolari ed a esso riservate, possa esercitare un controllo politico sui disegni di legge decisi dal governo, per evitare una concentrazione troppo elevata della potestà dell’esecutivo, che spesso sottrae alle Camere il ruolo di legislatore, possa avere un ruolo di rilievo con i rapporti con gli enti locali e continui a fare parte del collegio che elegge il Presidente della Repubblica ed i giudici costituzionali. Riguardo al problema dei costi, esso è facilmente risolvibile comprimendo le spese sia della Camera, che del Senato ed, eventualmente, riducendone i componenti in entrambi i rami del parlamento. L’importante è che venga garantita al Senato una sopravvivenza in grado di garantire la democrazia della vita politica complessiva del paese e non sia ridotto a mero organo istituzionale completamente svuotato di poteri, per asservire un progetto che mira a comprimere il livello della democrazia del paese.

L’Italia vuole il blocco navale della Libia

Quello pensato dal governo italiano per contrastare gli sbarchi di immigrati appare una soluzione che, invece di risolvere il problema, rappresenta una soluzione buona per il consenso interno e non sia realmente efficace nell’affrontare il problema. In sostanza Roma intende chiedere al Consiglio di sicurezza dell’ONU di prendere in considerazione la misura di effettuare un blocco navale della Libia. Aldilà di cosa decideranno le Nazioni Unite, questo ipotetico provvedimento appare inadeguato ed impossibile da realizzare. Come sarà possibile controllare tutta la costa libica, senza contare che molte imbarcazioni dirette in Italia partono anche da altri stati nordafricani, quali saranno i provvedimenti che si useranno con i natanti catturati e quale sorta toccherà alle persone a bordo delle imbarcazioni che riusciranno a sfuggire al blocco? Inoltre le ragioni dei disperati che affrontano diverse migliaia di chilometri in più anni possono cambiare soltanto con la presenza di un blocco navale? Per chi arriva in Libia quale destino si prepara? Le ovvie risposte a queste domande rendono il provvedimento pensato dal governo italiano inadatto, ma vi sono anche altre ragioni di carattere internazionale che dovrebbero fare riflettere. La disponibilità assicurata dal governo illegittimo di Tripoli, che ha scalzato il governo legittimamente eletto, fuggito a Tobruk, dovrebbe rendere sospettosi su questa apertura. L’esecutivo che si è insediato a Tripoli è filo islamista, pur non essendo sulle posizioni estreme dello Stato islamico, ha molti esponenti, che, si ritiene, siano parte attiva nel traffico degli esseri umani ed ha tutto l’interesse a trovare un riconoscimento internazionale, dato che non è riconosciuto da alcuno stato. L’Italia porterà questa proposta anche di fronte al Consiglio d’Europa per l’immigrazione, con l’aggiunta della creazione di una polizia europea capace di contrastare il traffico umano. Queste risposte appaiono improntate ad un tono forte, con l’ovvio intento di accontentare, almeno parzialmente il malcontento interno sia italiano che europeo, nei confronti dell’immigrazione da parte dei sempre più forti movimenti populisti, ed appaiono pensati sull’onda della necessità di fare fronte ad imminenti consultazioni elettorali o contrasti con stati più influenti. Appare logico che il contrasto ai trafficanti di esseri umani deve essere una mossa necessaria, ma da sola non basta se il problema non viene risolto alla radice, dove nasce l’esigenza della fuga, per la presenza di guerre e carestie. Il problema è troppo complesso per essere risolto con una sola azione di forza, che può risolvere, in parte, l’urgenza contingente, ma non può sul medio e lungo periodo avere effetti efficaci. L’esigenza italiana è comprensibile, perché con gli accordi europei in vigore l’immigrato può richiedere asilo soltanto nel primo paese di arrivo e la situazione attuale italiana è destinata a diventare insostenibile, ma la resistenza dei paesi del nord alla divisione degli immigrati indica una rigidità difficile da superare. In sostanza l’Europa appare disposta ad aumentare il budget dell’operazione Triton, ma non di fare diventare quella italiana, Mare Nostrum, che ha permesso un maggiore numero di salvataggi, come una iniziativa dell’Unione. Certo con Triton allargata si potranno fare un numero maggiore di salvataggi di quelli attuali, ma mai come quelli che riusciva a fare la Marina italiana da sola. Per questa ragione Bruxelles dovrebbe approvare le norme più stringenti proposte dall’Italia, che mirano a ridurre l’arrivo del numero dei migranti, ma non ha permettere quelle, che sostanzialmente costringerebbero in forma ufficiale i paesi del nord a farsene anche carico. In questa partita la posizione della Libia appare fondamentale: già detto della disponibilità del governo non riconosciuto di Tobruk, che è, quindi, non considerabile, l’auspicio del governo italiano è quello di una costituzione di un esecutivo di unità nazionale che costituisca la sintesi dei due governi attuali. Il processo, sempre che arrivi ad una conclusione appare molto lungo, con tempi incompatibili per le urgenze attuali. Anche perché, quello che dovrebbe preoccupare l’Europa è anche la sorte di chi arriva nel paese libico, dove le condizioni umane dei migranti sono al limite della sopravvivenza e condizionate da violenze e sfruttamento. Questo è un effetto collaterale della pessima gestione del dopo Gheddafi, che le nazioni europee dovrebbero ricordare quando pensano alla gestione dell’immigrazione. D’altro canto sarebbe necessario anche un maggiore impegno per stabilizzare il paese libico, non solo per l’emergenza attuale, ma anche in prospettiva futura, per la presenza dello Stato islamico in riva al Mediterraneo. Tornando alla questione dell’immigrazione le proposte che sembrano prendere campo costituiscono soltanto un dispositivo di difesa inattuale in un contesto che si è voluto globalizzato soltanto per i settori che garantivano una convenienza adeguata. Rimane impossibile ignorare le motivazioni per cui le grandi masse sono costrette a spostarsi e forse andrebbero prese in considerazione soluzioni capaci di garantire l’accoglienza in forma liberalizzata, coniugate alla capacità di progettare nuove forme di economia in grado di sostenere anche il fenomeno della diminuzione delle nascite, molto presente in Europa. Sapendo però gestire i traffici migratori con la capacità di individuare i soggetti pericolosi e non cercare di impedire in modo indiscriminato la fuga da condizioni di vita proibitive.

La tragedia dei migranti nel Mediterraneo come fallimento dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite

La situazione delle migrazioni, che partono dalla Libia verso l’Italia, attraversando il braccio di mare, che divide i due paesi si fa sempre più problematica per le conseguenze umanitarie ed evidenzia, come il paese italiano sia lasciato solo ad affrontare questa emergenza. Attualmente è in vigore il dispositivo di contrasto Triton, che si basa, non sull’aiuto delle persone in fuga, ma sul controllo delle frontiere comunitarie ed ha un budget insufficiente per gestire il fenomeno. Precedentemente Roma aveva affrontato il problema con l’operazione “Mare Nostrum”, che era a totale carico dell’Italia. Grazie all’impegno ed all’investimento economico italiano le disgrazie, seppure presenti erano state minori rispetto alle attuali misure prese dall’Unione Europea. Il flusso dei migranti, complice la situazione di assoluta mancanza di controllo in Libia, è aumentato e si calcola che soltanto nell’ultima settimana la Guardia Costiera italiana ha tratto in salvo circa 10.000 persone. Si tratta di operazioni che avvengono al di fuori di quanto pensato da Bruxelles, a totale carico dell’Italia. Nel 2014, l’agenzia dell’ONU per gli immigrati ed i rifugiati ha valutato che oltre 210.000 migranti hanno attraversato il Mediterraneo e che 3.500 abbiano perso la vita; tuttavia questo secondo dato è una valutazione al ribasso, perché si basa sui corpi recuperati e le testimonianze dei sopravvissuti, mentre è ragionevole ritenere che di alcuni naufragi non si sia avuta notizia. La situazione è ritenuta molto grave dalle Nazioni Unite che hanno fatto appello agli altri paesi europei ad aiutare l’Italia, non solo nel controllo delle frontiere, ma, soprattutto, nell’assistenza ai migranti. Il problema esiste fin dalla presenza al governo della Libia del Colonnello Gheddafi, che dosava la quantità dei migranti, per fare pressione sull’Italia e sull’Europa, per aiuti economici e riconoscimento politico. Dopo la caduta del regime di Tripoli, la Libia è sprofondata nel caos istituzionale e non esiste una autorità capace di gestire il fenomeno sulle coste africane; d’altro canto il fenomeno della migrazione è aumentato a causa delle guerre e delle carestie e per il fatto di essere una fonte di sicuro reddito per le organizzazioni che gestiscono i traffici umani, tra cui si sono inseriti gli integralisti islamici. I migranti sono soggetti a violenze di ogni genere ed una particolare attenzione va rivolta ai bambini, che affrontano senza familiari il viaggio della speranza. L’organizzazione “Save the children” parla di un gran numero di vittime minorenni. Inoltre vi è il pericolo che in mezzo ai disperati che attraversano il Mediterraneo per sfuggire alla fame ed alle violenze delle guerre vi siano potenziali terroristi infiltrati. Resta il fatto che la questione più urgente da affrontare è una pianificazione dei soccorsi che non può essere affidata soltanto all’Italia, perché è un problema che travalica anche i confini comunitari, ma deve essere condiviso da tutta l’Unione Europea e dalla stessa ONU, che devono essere in grado di mobilitare e mettere in campo una task force in grado di gestire il primo livello di emergenza. Connesso però a questo vi è la necessità di arrivare ad una pacificazione della Libia per operare sul suo territorio e con la sua autorizzazione e collaborazione, inviando dei Caschi Blu in grado di approntare campi profughi per fornire l’assistenza necessaria a chi giunge sul suo territorio dopo viaggi estenuanti. Purtroppo questo caso rappresenta l’ennesimo fallimento politico degli enti sovranazionali: l’Europa è impegnata soltanto nella ricerca della stabilità finanziaria e non riesce ad avere una sufficiente organizzazione, che discenda dalle decisioni della politica per sapere fare fronte all’emergenza, che non è solo di un suo membro, ma che nel tempo si riflette su tutti gli altri. Le Nazioni Unite si limitano, come orami da troppo tempo, alle dichiarazioni di buone intenzioni, a cui non segue alcun comportamento pratico. Comportamenti come questi delegittimano sia Bruxelles che New York, come sede del Palazzo di vetro, e fanno sorgere la domanda su quale sia la reale utilità di questi enti, che continuano a tradire i loro principi ispiratori.

La politica estera italiana più propensa ad usare l’opzione del dialogo rispetto a quella militare

La politica estera italiana pensa ad una serie di soluzioni diplomatiche, prima di utilizzare le opzioni militari, seppure previste come soluzioni estreme. Sul contrasto al terrorismo il Ministro degli esteri italiano ha affermato che esiste anche l’opzione militare, d’altronde Roma fa parte della coalizione che si è formata contro lo Stato islamico, ma soluzioni ad ampio spettro, del tipo di quelle adoperate per le guerre contro l’Iraq, che hanno previsto un grande dispiegamento di mezzi, vengono ritenute controproducenti, perché portano un alto livello di destabilizzazione all’interno dei paesi dove vengono messe in atto. L’Italia sembra avere imparato la lezione irakena, che ha liberato una nazione dalla dittatura, per poi consegnarla ad una instabilità politica esasperata, che, di fatto ha reso estreme le differenze all’interno del paese, contribuendo a generare il fenomeno del califfato. Se proprio devono essere usati degli interventi militari devono essere brevi e circoscritti e soprattutto sostenuti da un adeguato impiego di azioni diplomatiche. L’obiettivo è di aprire dei dialoghi tra le parti in conflitto più moderate, per favorire terreni di intesa capaci di superare il confronto armato. Se questa esigenza è tipica di una media potenza, come è il paese italiano, che non dispone di una grande disponibilità di uomini e mezzi, anche gli Stati Uniti del Presidente Obama, sembrano allinearsi verso la ricerca del dialogo come uno degli strumenti principali delle relazioni internazionali, anche con quei soggetti abitualmente su posizioni contrarie. Certo esistono dei casi limite, purtroppo sempre più frequenti, dove non lo strumento del dialogo non è possibile, come, appunto lo Stato islamico, Al Qaeda, Boko Haram e tutta la galassia di gruppi terroristici estremisti di ambito confessionale. Ma anche contro questi nemici è necessaria, a complemento dell’uso della forza, la tattica del dialogo, che deve investire le parti moderate della società islamica e sapere coinvolgere gli stati, dove la religione è elemento preponderante, a combattere, non solo a parole, contro le forze estremiste. Si tratta di tattiche che richiedono lungo tempo e grandi sforzi, ma che se riescono a raggiungere l’obiettivo prefissato, possono garantire una maggiore stabilità e durata del risultato finale. Nello specifico, il Ministro degli esteri italiano è conscio del problema del conflitto all’interno del mondo islamico e delle sue conseguenze, ma la soluzione non è quella di alimentare il confronto, quanto quella di mediare tra le parti, per fare cessare i confronti armati. L’Italia ricopre la carica di Alto Commissario per la politica estera dell’Unione Europea, questo fatto giunto alla capacità di mediazione del paese italiano, può favorire un ruolo per Roma, che, partendo dalle retrovie, sappia diventare protagonista, per soluzioni delle varie crisi improntate alla negoziazione, pur restando nel quadro della politica estera comunitaria e dell’Alleanza Atlantica. La politica del dialogo non deve essere portata avanti soltanto con le trattative ufficiali, ma soprattutto , attraverso la cooperazione e gli aiuti internazionali, veri strumenti concreti, capaci di vincere la diffidenza e conquistare la fiducia delle popolazioni. La politica estera italiana deve trovare anche il modo di assicurare una efficace protezione alle popolazioni di religione cristiana, che, secondo le statistiche, sono le più perseguitate: anche in questo caso è necessario favorire il dialogo con iniziative capaci di coinvolgere le autorità religiose e politiche per favorire la pacifica convivenza.

Alcune idee per migliorare la vita politica italiana

Dietro la grande situazione di illegalità che sta attraversando l’Italia, in balia di una corruzione sempre più diffusa, vi sono certamente lacune nel controllo, situazioni di comodo che convengono alla maggior parte delle componenti politiche, ma soprattutto un impianto elettorale che non impedisce la diffusione del malcostume. L’attuale scenario, compreso in una situazione economica in grave depressione, ha allontanato sempre di più i cittadini dalla politica, sia attiva, che passiva, per la delusione del comportamento che riguarda tutte le forze politiche italiane, vecchie e nuove. I provvedimenti del governo, che paiono costruiti in ossequio ad una logica rigorista, ma incapace di costruire basi salde per gli investimenti indispensabili per la ripresa economica, hanno contribuito anch’essi, ad una sostanziale indifferenza generalizzata, che si è concretizzata con affluenze alle urne sempre più basse. Il segnale è eloquente, ma non viene raccolto dagli esponenti politici, specialmente quelli vincenti, che si nascondono dietro a regole elettorali inadatte a recepire il fenomeno dell’astensione, perché, semplicemente non lo contemplano. A ciò si deve aggiungere la mancata diffusione di principi che impediscono la rotazione negli incarichi politici ed anche il divieto di ricoprire più cariche pubbliche. Il risultato è la ripetizione degli incarichi politici per diversi anni alle stesse persone, quando queste non si tramandano la carica pubblica di padre in figlio, come se fosse un diritto familiare acquisito. Per troncare questo sistema, che determina il blocco delle politica in Italia e favorisce la corruzione, occorre costruire norme che impediscano la candidatura quando si ricopre un altro incarico, il divieto ad interrompere un mandato elettivo per candidarsi ad altra carica, la rotazione della copertura degli incarichi politici grazie al blocco dei mandati, che non dovrebbero essere più di due consecutivi nella stessa carica, a cui fare seguire un intervallo di almeno una legislatura di incandidabilità. Per recepire il fenomeno dell’astensionismo, che può anche soltanto essere il rifiuto di esercitare l’elettorato attivo per mancanza di offerta in cui riconoscersi, occorre introdurre una quota fisiologica del 10-15% di elettori che rifiutano di votare, sotto la quale diminuire proporzionalmente il numero degli eletti in base ai votanti. Gli scranni vuoti rappresenterebbero l’astensionismo e spingerebbero i politici ad azioni più incisive e condivise per ridurlo. Sulle ragioni dell’opportunità di una rotazione che sappia coinvolgere un numero maggiore di cittadini per amministrare la cosa pubblica appare evidente che un maggiore ricambio, cioè nel caso italiano di un ricambio pressoché completo, potrebbe impedire la creazione della rete clientelare, che è il fattore strutturale della corruzione capace di drenare risorse allo sviluppo. Tuttavia questi temi non sembrano essere recepiti dalla classe politica, si parla di leggi elettorali, ma non di ricambio del personale politico. Del resto il rifiuto, che viene da parti politiche opposte, di rinunciare ad esercitare l’opzione della scelta dei candidati, dimostra che il paese italiano più che essere governato, risulta essere in ostaggio dei partiti. Proprio dalla costituzione del partito, come forma politica vitale cui la costituzione conferisce il potere di determinare la politica italiana, occorrerebbe partire per una revisione dell’amministrazione della cosa pubblica. Se i partiti nella loro competizione sono soggetti a regole democratiche, non esiste alcuna legge che ne regoli il loro funzionamento interno; si è così assistito ai partiti personalistici, nei quali la linea politica è decisa esclusivamente dal capo, che ne è spesso fondatore e finanziatore, circondato da un apparato consenziente appiattito sulla linea ufficiale, per ragioni che spesso coincidono con la convenienza, e dove non vi è dibattito alcuno, ai partiti dove il potere è esercitato da forme di direttorio, fino a quelli falsamente democratici, dove le false tessere permettono a comitati d’affari di dettarne la linea. Senza una regolamentazione della vita dei partiti, che devono assumere una rilevanza non più privatistica, non vi è garanzia di democrazia effettiva. Se il partito è il nucleo da cui parte l’esercizio della vita pubblica deve essere soggetto a pratiche analoghe a quelle che andrà ad esercitare nei luoghi deputati al dibattito democratico, in caso contrario, come accade puntualmente, siamo di fronte ad un organismo inaffidabile teatro di lotte intestine e prevaricatrici, che si riflettono nella competizione democratica e nel suo esercizio. Senza queste basi di partenza qualsiasi politico prenda il potere, lo fa in una falsa democrazia che non garantisce il puntuale controllo degli atti politici e la loro condotta. Si è quindi di fronte alla necessità di spingersi aldilà delle pieghe in cui la democrazia matura si è adagiata, perdendo spesso il suo significato originario: quello della partecipazione e della reale rappresentanza. Perdendo di vista queste caratteristiche si rischia un autoritarismo mascherato che può degenerare in peggio, ma senza mai darlo a vedere.

In Italia, la democrazia è in pericolo?

Le riforme che si stanno concretizzando in Italia, presentano aspetti che si possono definire allarmanti per la democrazia. Dietro alle critiche ad un personale politico effettivamente poco affidabile, vi è il rischio di una diminuzione sensibile della democrazia, un aspetto da non sottovalutare per tutto il movimento dei paesi dell’Unione Europea. Perché, con tutto il rispetto, vi è una grande differenza di peso tra paesi come l’Ungheria e l’Italia. La situazione di Roma è ben più grave dei pericoli minacciati dal populismo perché la forza politica che maggiormente promuove queste riforme si definisce come progressista. Siamo in una sede istituzionale e non in una tribuna elettorale, dove i candidati fanno promesse, in Italia si è passati all’azione, continuando una linea che aveva già compresso le prerogative democratiche dell’esercizio delle funzioni elettorali, attraverso l’applicazione di una legge che impedisce la scelta del candidato da parte del cittadino elettore, consentendogli di votare la sola lista elettorale. Questo aspetto ha scatenato nel tempo le rimostranze di diversi settori politici e della società civile, che sono sfociati in un ricorso presso la Corte Costituzionale, che lo ha accolto. La modifica della legge elettorale vigente prevede di aggirare l’ostacolo con piccoli collegi, espediente che consente ai partiti di mantenere il potere di nomina dei candidati. Poco importa se alcune forze politiche, tra cui quella al governo, usino il metodo delle consultazioni primarie per permettere ad iscritti e simpatizzanti una scelta preventiva per determinare i candidati. Si tratta pur sempre di una procedura al di fuori della legge, che, in linea teorica, può essere gestita, soprattutto in caso di contestazioni, da elementi del partito in questione, chiaramente fuori dal recinto istituzionale. Il potere di nomina dei partiti costituiva, quindi, già una alterazione palese del procedimento democratico, che poteva indicare l’embrione di una evoluzione in senso oligarchico della gestione del potere, in mano ad organismi, i partiti, che non devono rispondere ad alcuna disciplina sancita dalla legge, che ne vigili il corretto comportamento democratico al loro interno. Si è, cioè, di fronte ad un paradosso costituito dall’anomalia, che il potere in democrazia è gestito da organismi che al loro interno possono essere regolati da normative palesemente opposte alle procedura democratiche. Il vento riformista applaudito da tutti, sia all’interno del paese, che all’esterno, ha cercato di avere un consenso ampio , non tanto dalla società civile, quanto dai partiti stessi, che pur su posizioni politiche anche opposte, stanno trovando accordi che gli permettano di non rinunciare al loro potere di indirizzo. Il vecchio adagio che dice che per non cambiare niente occorre cambiare tutto esplica bene l’attuale situazione italiana. Il sistema politico dell’Italia si basa su di un bicameralismo perfetto che prevede eguali funzioni per i due rami del parlamento. Si è discusso molto su questa peculiarità, che prevede un raddoppio delle spese ed un rallentamento del processo legislativo, questione di primaria importanza in un mondo dove la velocità di decisione costituisce un fattore di sempre maggiore importanza. Le critiche di cui sopra, sono condivisibili, tuttavia, una delle ragioni dei padri costituenti, per il bicameralismo perfetto, è stata quella di assicurare un reciproco controllo delle due camere per sorvegliare il funzionamento democratico delle istituzioni. Se vi è una necessità di cambiare le modalità dell’iter legislativo perché non cambiare le competenze e le attribuzioni delle due camere pensando a specializzazioni particolari in alcuni ambiti precisi e mantenendo così il Senato come organo elettivo, anziché farne un consesso di nominati con poca valenza politica? Inoltre se il problema sono i costi, questione che effettivamente esiste, perché non abbassare contemporaneamente quelli di entrambi i rami del parlamento fino a raggiungere il budget desiderato? A queste domande non sembrano intravedersi risposte adeguate, se non l’intento di abbassare il tasso di democrazia nel paese. A rafforzare questa ipotesi vi è anche il quorum di voti che permetterebbe, sostanzialmente, ad una minoranza di governare. Occorre ricordare come gli ultimi tre presidenti del Consiglio, e quindi i relativi governi non siano stati frutto di elezioni, neppure con il tanto, giustamente, vituperato sistema elettorale condannato dalla Corte costituzionale, ma siano stati il prodotto di accordi partitici favoriti dal Presidente della Repubblica. L’ultimo governo, poi costituisce un caso ancora a parte: l’attuale primo ministro italiano non è stato eletto, se non, come segretario del suo partito, in una elezione primaria, che ha visto la partecipazione di circa il 2% del corpo elettorale italiano, con una affluenza molto bassa anche tra gli iscritti ed i simpatizzanti del partito. Forte di questa investitura ha rovesciato un governo guidato da un esponente del suo stesso partito, in maniera improvvisa e per certi versi inaspettata. Questo biglietto da visita non presenta in modo qualificato, per l’aspetto della democrazia, l’attuale presidente del Consiglio italiano. Da più parti è stato rilevato come l’attuale governo italiano porti avanti una politica, in tema di esercizio democratico, molto rispondente alle volontà della troika europea ed addirittura agli intendimenti di una famosa agenzia di rating americana, che rilevò come il processo democratico dei paesi occidentali, specialmente di quelli del sud Europa, fosse deleterio per l’economia. Certamente le necessità di velocizzare il processo legislativo è un aspetto condivisibile, mentre non è assolutamente condivisibile porre in essere aggiustamenti del sistema politico che comprimono la democrazia. Quello che appare è che si pensi di dare precedenza, nella migliore delle ipotesi, alla condizione economica della popolazione sacrificando gli aspetti democratici in ragione di un maggiore decisionismo. Non si comprende, però, come questi aspetti non possano essere coniugati, procedendo con una effettiva razionalizzazione dell’intero sistema, sia politico che economico. La discussione è sicuramente troppo vasta per essere esaurita in poche righe, ma devono essere considerati una moltitudine di soggetti che possono alterare sia l’effettiva democrazia, che la percezione di essa; organi di stampa, agenzie di rating, soggetti emergenti dotati di grande visibilità possono realmente distorcere la prospettiva di una effettiva vigenza della democrazia. Il problema non è da sottovalutare perché la platea è ormai assuefatta ad un consumismo che toglie ogni elemento critico ed è perciò più facilmente plasmabile; infatti i modi del governare fatti di slogan assolvono questo compito secondo la logica dello sfruttamento dell’ignoranza. In questo contesto l’eliminazione di fonti di pluralismo istituzionale, come il Senato, ma anche le Province, fatta salva la necessità della loro modifica, rappresentano un chiaro segno di decadimento democratico, che occorre combattere per non incorrere in una pericolosa deriva.

L’accusa dell’India di terrorismo ai militari italiani è pericolosa per i rapporti internazionali

La vicenda dei fucilieri di marina italiani, tenuti prigionieri in India, per un controverso caso di omicidio di marinai indiani, scambiati per pirati, ha preso uno sviluppo inatteso. Le autorità indiane hanno deciso che i due militari saranno giudicati in base alla legge vigente in quel paese sull’attività terroristica; un disposto legale chiamato, per l’appunto, anti terrorismo. La prima anomalia evidente è quella di giudicare un tragico incidente come atto terroristico, ma la seconda, ben più grave sul piano del diritto e dei rapporti internazionali, è quella di mettere sul banco degli imputati, neppure troppo indirettamente , un altro paese, l’Italia, come mandante dell’atto terroristico stesso. Partiamo dalla descrizione di atto terroristico, che è quell’atto o azione violenta volta a propagandare un messaggio politico contro le istituzioni di un paese ed è caratterizzata da un aspetto ideologico ben preciso. Non si capisce, quindi, quale intenzione ideologica possa avere mosso l’Italia a compiere un atto tendente ad influenzare lo stato indiano. L’accusa indiana, è evidente, rappresenta un mero pretesto per coprire vicende politiche interne, che hanno assunto il carattere di faide e che non hanno nulla a che vedere, ne con il diritto internazionale ed, a questo punto, neppure con la legislazione indiana, che, oltre tutto, non era attrezzata a gestire la vicenda, avendo costituito un tribunale speciale per dirimerla, del tutto assente nelle leggi del paese fino a questo momento. D’altra parte proprio la gestione della vicenda da parte dell’India, che non ha assicurato, ne sembra assicurare attualmente la certezza del diritto, sollevando continuamente eccezioni e utilizzando continui rinvii, pone il paese indiano come non affidabile anche in una ottica di futuri accordi di qualsiasi tipo, ivi compresi quelli commerciali. In una visione futura appare essenziale, per la comunità internazionale tutta, che la vicenda rientri nell’alveo del diritto internazionale e che l’India sia costretta con tutti i mezzi, pacifici si intende, a riportare la questioni nelle sedi opportune, che non sono il suo precario tribunale speciale, per non creare un pericoloso precedente, che potrebbe essere sfruttato in diverse future occasioni singole e peculiari e potrebbe diventare causa di degenerazione di rapporti internazionali con conseguenze anche gravi. Va riconosciuto che in tutto questo tempo l’Italia ha avuto un comportamento ben poco oltre il dilettantismo, contraddistinto da un attendismo giustificato probabilmente soltanto dalla paura di vedersi interrompere accordi commerciali in un momento di grave crisi. Tuttavia anche le istituzioni sovranazionali, per prime le Nazioni Unite, hanno sottovalutato la vicenda esitando ad un intervento diretto che potesse fare sentire tutto il peso dell’influenza del Palazzo di vetro. Per questo atteggiamento si può pensare al paese indiano come uno dei principali che richiedono la riforma del Consiglio di sicurezza, in cui l’India ambisce ad un posto permanente, che alla luce dei fatti sembra tutt’altro che meritato. Pare probabile che i vertici dell’ONU non abbiano voluto interferire per non avere possibili successive ritorsioni in caso di successo delle iniziative indiane. Un altro soggetto che è rimasto troppo silente è l’Unione Europea, troppo preoccupata ad imporre vincoli di bilancio tremendi con effetti deleteri sui suoi cittadini, anziché fare rispettare i suoi diritti, che sono anche quelli dell’Italia, in campo internazionale. C’è voluto che l’arroganza indiana passasse un limite posto ben oltre la ragionevolezza perché finalmente lo sdegno di Roma e di Bruxelles prendesse corpo: in questo momento quello che l’India sta rischiando è di rimanere penalizzata nelle sue tante iniziative internazionali che gli sono necessarie per incrementare il suo prodotto interno lordo, ma questo moralmente non basta, se non si aggiunge la condanna di altri stati all’attentato delle regole comuni di convivenza dei rapporti internazionali che Nuova Delhi sta portando avanti. Quello in gioco va ben oltre l’accertamento della verità di un episodio drammatico, peraltro segnato da ambiguità investigative e di gestione della polizia indiana, che dovrà comunque esserci, ma con tutte le specificità e le particolarità che il caso stesso impone per gli attori coinvolti.