Unione Europea: la Francia contesta il budget degli armamenti

La Francia solleva il problema del budget militare dell’Unione Europea: a fronte del riarmo a cui si assiste sulla scena mondiale, la UE taglia la spesa per gli armamenti. La tesi francese è che questo porterà ad un ridimensionamento oltre che del peso militare, anche di quello politico, con ovvie ricadute sia in termini di prestigio, e quindi diplomatici, sia intermini economici, peraltro strettamente collegati con i primi. La Francia, forse, tende a trasferire anche in campo europeo la propria classica “grandeur” e teme che la UE prenda un posto subalterno nella scena mondiale. Da un lato questo pare essere vero, militarmente non sembra possibile competere con gli USA e con la Cina che sembrano sempre più le due superpotenze con le quali il globo deve fare i conti, se se non con investimenti pesanti e continui, che permettano di potere affrontare qualunque scenario di guerra possa presentarsi; questo è visto come condizione essenziale per potere contare sempre di più sulla scena diplomatica e quindi economica: è, infatti, ormai risaputo, che il rientro economico che deriva da interventi militari (piani e commesse di ricostruzione) si guadagna solo con il massiccio dispiegamento di forze nel teatro di guerra interessato. Il postulato è questo: a maggiori interventi militari, sostenuti da corposi investimenti, seguono commesse che ripagano, con lauto guadagno, l’intervento militare dispiegato. L’indotto perverso che si è creato di fatto è ormai questo ed è chiaro che con una riduzione del budget sia implicita anche una riduzione dei guadagni. Peraltro la scelta della UE è dettata da una politica, specialmente in una fase di crisi come l’attuale, che tende a beneficiare altri settori rispetto all’armamento, giusto o sbagliato che sia la valutazione è questa. Esisterebbe un’altra strada per cercare il prestigio internazionale senza mostrare i muscoli e sarebbe rafforzare l’azione diplomatica comune, con una sola politica estera autorevole ed univoca, ma questa ipotesi per il momento è ancora osteggiata.

L'Islanda, un nuovo membro per la UE?

Probabilmente fra un anno l’Islanda potrebbe andare al referendum per entrare nell’Unione Europea; per ragioni culturali dovute all’isolamento fisico del territorio, il popolo islandese è orgoglioso del proprio isolamento, che, negli anni, tenedolo anche un poco in disparte dalla storia, lo ha preservato dalle invasioni e dalle guerre; non da quelle finanziarie, però. La grande crisi finanziaria del 2008 ha messo sotto una luce diversa  questo magnifico isolamento, per molti se ci fosse stata la protezione dell’ombrello comunitario avrebbe mitigato gli effetti nefasti del dissesto che ha duramente colpito l’isola. In Islanda esistono due grandi settori produttivi: l’agricoltura e la pesca; il primo è sempre stato considerato strategico per l’autonomia alimentare del paese, il ceto contadino è geloso custode delle tradizioni del paese e vede l’ingresso in europa come una serie di restrizioni e contingentamenti che ledono l’autonomia del settore, anche la pesca, l’altro settore trainante del paese non vede di buon occhio l’affiliazione all’unione, infatti grazie al deprezzamento della moneta locale sono aumentate le esportazioni incrementando il guadagno del comparto, anche in questo caso le quote ferre comunitarie fanno temere un calo dei guadagni. Gli europeisti portano a favore dell’ingresso in europa i benefici derivanti dai controlli finanziari, dal sostegno alla ricerca, all’energia ed alla sicurezza; ed anche per quanto riguarda le obiezioni dei settori della pesca e dell’agricoltura viene controbattutto che le decisioni di Bruxelles verrebbero comunque concordate con un commissario islandese ed inoltre l’Unione Europea a fronte di contingentamenti della produzione interverrebbe con sussidi e finanziamenti. Per L’Unione Europea si tratterebbe del ventottesimo membro, forse non strategico, ma in grado di proseguire il processo di unificazione in ambito continentale.

Europa e rom: il summit bulgaro-romeno

I capi di stato di Romania e Bulgaria hanno dato vita ad un summit sul problema dei rimpatri dei rom in relazione all’entrata in vigore dei loro paesi all’accordo di Schengen. Si tratta del primo incontro del genere trai due paesi coinvolti nei rimpatri forzati decisi dal governo francese. I due capi di stato hanno concordato che stabilire una espulsione sulla base del criterio etnico è inaccettabile, ed inoltre la questione delle minoranze non può essere una materia ostativa all’adesione del trattato di libera circolazione, ma il problema dei rom rimane , l’auspicio è una soluzione a livello europeo che preveda progetti di lavoro, assistenza medica e scolarizzazione dei minori, con le istituzioni comunitarie direttamente coinvolte. Il presidente bulgaro ha sottolineato che quando il rom è stanziale non può essere ritenuto nomade per il solo fatto di appartenere all’etnia rom. Sostanzialmente è stato un incontro positivo a cui occorrerà verificare se le istanze dei due stati saranno recepite dalla UE; politicamente invece si hanno avuti due giudizi differenti causati dall’appartenza partitica dei due presidenti: il premier bulgaro, di provenienza centro-destra ha specificato di non avere avuto problemi con Sarkozy, mentre il premier romeno, di centro-sinistra, ha criticato l’operato francese.

Al Qaeda versus Francia (ed Europa)

Il rapimento del personale francese della società AREVA, che gestisce le miniere di uranio del Niger, è un colpo strategico non solo all’economia di Parigi, ma anche agli altri paesi europei a cui la Francia vende l’energia elettrica (Italia,  Spagna, Inghilterra e Germania). Questo atto terroristico appare avere come scopo minacciare il cuore economico dell’Unione Europea attraverso il principale produttore di energia nucleare, il fatto ha anche valenza simbolica si cerca di colpire un produttore di energia nucleare come l’occidente che, di fatto concorre, all’impedimento per fare partire l’Iran con i reattori nucleari. La situazione della scelta dell’obiettivo deve fare riflettere, Al Qaeda non ha colpito a caso: in questo momento la Francia appare debole nel teatro internazionale per i fatti delle espulsioni dei rom, ed una ulteriore esposizione sulla scena mondiale ne fa un soggetto debole in un momento dove occorrerebbe un basso profilo e non essere al centro della scena. Nonostante il riserbo mantenuto filtrano notizie su di una azione militare condotta da forze francesi d’elite  su suolo straniero, l’intervento, peraltro autorizzato per la prima volta in 25 anni, dal Niger, mette la Francia in una sovraesposizione mediatica in questo momento non opportuna. Intanto sul territorio nazionale la nazione transalpina vive una in uno stato di psicosi da attacco terroristico, le minacce di Al Qaeda sono ritenute reali e tutti i dispositivi di controllo sono allertati al massimo grado dopo gli avvertimenti seguiti al fallito attacco compiuto con la Mauritania contro la base qaeddista in Mali. E’ comunque chiaro che la Francia, pur essendo l’obiettivo principale, non è il solo, l’uranio scarseggia e le miniere del Niger che riforniscono i reattori francesi sono spesso oggetto di attacchi da parte della guerriglia quindi  tendono, in ultima analisi a creare problemi ad uno dei motori dell’economia europea. Questo fatto segna un cambio strategico delle azioni terroristiche alzando il livello degli obiettivi e le conseguenze delle azioni, per ora i tentati sabotaggi sono ancora marginali ma non è da escludere un’escalation verso obiettivi più ambiziosi come gli oleodotti che numerosi attraversano zone che possono finire sotto il controllo o comunque permettere l’azione dei qaeddisti.

La sinistra che scompare

La debacle del partito socialdemocratico svedese è l’ennesima spia della difficoltà dei partiti laburisti e di sinistra nell’arena politica europea. La sconfitta in Svezia è solo la punta dell’iceberg, ma molto significativa essendo maturata nella patria del modello svedese quello della socialdemocrazia per antonomasia. Il dato è comune nell’area europea, infatti solo sei paesi su ventisette sono governati da partiti o coalizioni di sinistra, quali sono le cause comuni che hanno caratterizzato questo trend continentale? La politica economica delle coalizioni di centro sinistra è stata caratterizzata dall’antitesi delle teorie redistributive del reddito prediligendo vie a metà tra il vantaggio dei grandi gruppi finanziario-industriali e le privatizzazioni spinte, generando ulteriore diseguaglianza sociale anzichè esercitare una azione mitigatrice sulla forbice dei redditi. Tali effetti sono stati amplificati da una delle più grosse crisi economiche avvenute negli ultimi decenni. Lapercezione degli elettori di sinistra (o centrosinistra) è stata un misto di delusione per aspettative non rispettate, l’imperizia dei governanti che in alcuni casi  hanno rasentato il dilettantismo e per l’evidente tradimento dei programmi elettorali. Anche la situazione sociale non è stata governata a sufficienza, non sono stati cioè capiti quei problemi e quelle istanze legate all’immigrazione, talvolta clandestina, e con la connessa criminalità che ha infestato l’Europa, si è preferito proseguire una politica quasi permissiva senza risolvere con il giusto rigore e con una azione politica univoca il crescente disagio della cittadinanza indigena. Con questi presupposti per le coalizioni avversarie è stato facile inserirsi nelle maglie dell’elettorato deluso e spostare a destra la barra dell’Europa,  con conseguenze non troppo positive anche per l’Unione, giacchè le posizioni dei partiti di centrodestra, sopratutto dei nuovi membri, non sono mai state tradizionalmente europeiste.

Diplomazia dilettante?

Uno spettro di diplomazia si aggira per l’Unione Europea, il trattamento della questione dei rimpatri dei rom, per il quale in questa sede non si vuole dare un giudizio di merito, con le discussioni aspre ed il dibattito non certo diplomatico che ne è seguito sparge sale sulle ferite aperte del gestione dei rapporti tra gli stati membri e tra gli stessi stati e le istituzioni internazionali. Per prima cosa lo spettacolo è stato indecoroso, non è ammissibile un metodo tale della gestione della controversia, non è possibile che manchi una forma istituzionale che permetta di dirimere la questione nel rispetto dei modi e delle forme che dovrebbero caratterizzare i rapporti internazionali, non solo, tali forme dovrebbere essere un dato di fatto certo tra paesi di una stessa organizzazione internazionale e tra di essi e le proprie figure istituzionali. Viene il dubbio di essere davanti ad una mancanza di conoscenza conclamata, non solo delle forme ma anche del protocollo che deve essere seguito in tali occasioni.  Ne consegue un sospetto atroce: a chi è in mano la diplomazia comuntaria per i rapporti al proprio interno? Siamo davanti ad una accozzaglia di dilettanti incapaci di mantenere su di una via consueta i rapporti diplomatici? Il sospetto è legittimo, ma esiste anche un’altra possibilità si vuole seguire una tattica di rottura che implichi scenari futuri? Una tattica politica che voglia delegittimare le istituzioni europee per carpirne le competenze e favorire determinate spinte contrarie al centralismo? La questione è di fondamentale importanza per la funzione politica dell’Unione, è chiaro che i paesi membri sono 27 e le risultanze elettorali dei singoli paesi sono diverse e non è stata ancora metabolizzata nelle nazioni la spinta europeista che dovrebbe accelerare il processo di unione, ma è ora di fare chiarezza sul dove si vuole andare, cioè su quale ruolo e funzione deve assumere l’Europa di fronte agli scenari mondiali ed alla velocità di cambiamento che contraddistingue la fase storica attuale; rapportarsi in questi modi, seppure di fronte ad una questione come quella dei rom che implica diritti fondamentali del cittadino europeo e che dunque,  giustifica battaglie di principio (vale per entrambe le parti), non è un segnale incoraggiante.

La direzione della Turchia

La vittoria dei SI nel referendum turco pone la questione all’ordine del giorno per l’Europa e per la scena internazionale. Le modifiche che verranno introdotte sono in gran parte in linea con i principi del diritto occidentale ed è buona cosa l’affrancarsi da una sempre incombente “tutela” di tipo militare, tuttavia esiste l’introduzione di una norma che porta sotto il controllo dell’esecutivo il potere giudiziario, tale norma, denuncia l’opposizione, potrebbe indirizzare le sentenze verso direzioni obbligate e con un partito islamico al potere la laicità del paese sarebbe in pericolo. A questo punto è lecito domandarsi se la Turchia è veramente più vicina all’Europa o se, se ne sia allontanata ulteriormente. E’ chiaro che il paese sarà ancora di più sotto la lente della UE ed i prossimi atti saranno determinanti per l’ingresso nell’unione. Ma intanto la Turchia, in campo economico si muove in modo vivace verso oriente, si è  infatti creata una sorta di economia ottomana, come è stata chiamata, che vede larghe intese commerciali di Ankara con Iran, Iraq e Siria, gli scambi coinvolgono ogni sorta di merce ed hanno dato alla Turchia un forte impulso alla propria crescita. Per l’europa potrebbe trattarsi di una porta su territori non ancora troppo battuti ma caratterizzati da una buona fase di sviluppo; ma tutto è in mano alla politica ed alla società turca, se manterranno una forte connotazione laica potranno ambire ad essere membri di quell’europa  che tanto desiderano.

Dove va l'Unione Europea?

La recente relazione di Barroso sullo stato della UE pone diverse considerazioni sugli sviluppi del ruolo e delle potenzialità che il fututo potrà riservare all’unione nel suo complesso e quindi anche alla sorte dei paesi membri. E’ stato rilevato, sostanzialmente, che, sul piano internazionale l’Unione è di fatto incompiuta mancando una politica diplomatica comune al posto della quale ci sono 27, tante quanti sono i paesi membri, politiche internazionali diverse che nella migliore delle ipotesi trovano solo alcuni punti di contatto e nella peggiori sono ddirittura antitetiche; è chiaro che così la UE fa la figura del nano politico imbrigliato in esteuanti trattative delle trattative, ne consegue che il prestigio è solo di facciata ma non ha alcun peso effettivo sulle questioni inernazionali. Questa lacuna deriva prima di tutto da un buco normativo che non si è saputo colmare creando all’interno della UE apparati autonomi e liberi di manovra, cioè figure anche collegiali capaci di imporre una visione ed una capacità di azione comunitaria in barba alle istanze periferiche, sia pure provenienti dai paesi più importanti. Tale lacuna è stata chiaramente voluta grazie ale ragioni più disparate: la gelosia della propria libertà di azione di paesi di grande tradizione diplomatica, le tendenze elettorali provenienti a quei paesi che usciti dai blocchi sovietici vedevano o vedono l’esistenza di una struttura sovranazionale anzichè come una opportunità come un pericolo alla riacquistata autonomia e non ultime le tendenze localistiche che percepiscono come mancanza di autonomia l’azione comunitaria dotata di visione dall’alto che trascurerebbe le esigenze particolaristiche. Questa debolezza internazionale, che potrebbe avere dei benefici indotti, ha invece delle ricadute (costi per mancati benefici) negative direttamente sulle economie continentali. Occorre qui considerare che l’azione della politica internazionale non è solo un mero esercizio diplomatico fine a se stesso, che cioè non conferisce soltanto prestigio da spendere in congressi e relazioni, ma può costituire un vlano economico fin troppo rilevante, il corollario di contratti e convenzioni economiche che stanno dietro ad accordi internazionali è il motore che muove la moderna diplomazia e quindi non è ammissibile che un soggetto importante come la UE resti al palo, l’urgenza di dotarsi di una politica internazionale univoca è un’esigenza improcrastinabile sopratutto se giunta alla determinazione più volte sottolineata da Barroso della necessità di passare dalla fase di unione monetaria, ormai metabolizzata, alla fase di unione economica e finanziaria per aumentare in modo sostanziale il benessere sociale ed economico dei cittadini del’unione e pesare finalmente con il livello che gli compete sullo scenario internazionale.

La mancata visibilità del problema basco

La decisone dell’ETA di sospendere le azioni armate pone domande circa le condizioni nelle quali è maturatala proposta, infatti il movimento indipendentista basco non versa più in ottime condizioni, l’appoggio popolare pare essere  venuto meno per l’efficace azione di Zapatero che ha saputo mettere in campo una doppia strategia tesa a limitare l’azione militare contenendola preventivamente giunta ad una politica amministrativa che ha permesso ai baschi una maggiore indipendenza, pur sempre nell’ambito statale spagnolo. Quindi la decisione appare quasi una sconfitta essendo una dichiarazione unilaterale non proveniente da accordi ufficiali. Inoltre la richiesta di coinvolgere la comunità internazionale per negoziati alla luce del sole che risolvano appunto con la via diplomatica (se di questo è corretto parlare per un territorio che  non è stato sovrano ufficilamente riconosciuto) mette in chiara luce la necessità di portare di nuovo sulla scena mondiale un conflitto che pareva ormai dimenticato proprio grazie all’azione del governo di Madrid e di cui si parlava prima. Pare la carta della disperazione per evitare una sconfitta che cancelli il problema basco, almeno nella visione dell’ETA.

Europa sotto scacco

Tralasciando le prediche coraniche, i berberi con i loro cavalli, le hostess, la tenda, insomma tutto quello che non è stato e tutto quello che è stato definito folklore il punto cruciale della visita del leader libico è stato, di fatto, il prezzo richiesto all’Unione Europea per bloccare il traffico di migranti che hanno proprio in Libia una delle basi di partenza principali per raggiungere il lato meridionale dell’europa; mai in un caso come questo è appropriato parlare di prezzo, d’altronde gli arabi sono ottimi mercanti, dato che anche l’importo finale è già stato deciso: 5 miliardi di euro affinchè l’Europa non diventi nera, non dalla rabbia, come probabilmente è già successo, ma nera nei suoi abitanti che dovrebbero diventare la maggioranza se la Libia aprisse i suoi cancelli. A parte la portata culturale della minaccia, che finirà per alimentare le parti politiche più retrive con tutte le conseguenze possibili e facilmente immaginabili, il ricatto ha un suo perchè: il movimento migratorio è stimato attualmente nel tre percento  della popolazione mondiale ed è un numero destinato probabilmente a crescere data la crisi mondiale ed il sempre crescente fattore di destabilizzazione politica e sociale della maggior parte delle aree interessate al fenomeno. Va detto che la UE ha già avviato progetti pilota proprio con la Libia per contrastare l’emigrazione clandestina del valore di 50 milioni di euro annui, ma ora Gheddafi alza il prezzo per fermare quella che sembra una vera e propria bomba ad orologeria puntata verso l’Europa, che deve prendere al più presto iniziative tese a non restare sotto scacco del capo di stato libico. Difficile dire cosa si potrà fare, già è difficile dover ammettere solo di trattare con un regime che non tiene in alcuna considerazione i più elementari diritti dei migranti, come più volte accertato, ma la realpolitik la fa da padrona, tenendo conto che si deve trattare anche con uno dei maggiori fornitori di energia (da cui l’Italia dipende e con cui giocoforza deve fare i conti), l’impressione è che la sparata sia stata alta per ricavare ancora qualcosa da mettere nel budget degli investimenti interni di cui la Libia ha bisogno per accrescere le sue infrastrutture, tuttavia la prossima riunione UE dovrà per forza mettere in conto strategie e soldi per fronteggiare il problema.