La Cina programma il periodo che dovrà seguire la pandemia

Nel tempo della pandemia, con le previsioni di crescita economica negativa, come fattore comune degli stati mondiali, la Cina annuncia un dato atteso quantificato in un sei per cento positivo, un valore, in senso assoluto, che potrebbe apparire limitato, ma, che se tiene conto della congiuntura mondiale condizionata dal Covid-19, indica la chiara intenzione di Pechino di abbandonare le difficoltà del periodo ed avviare l’economia cinese verso una normalità, che potrebbe contribuire alla crescita economica generale. Certo questo dato rappresenta una previsione, che potrebbe non essere raggiunta, proprio per le condizioni delle altre economie, che potrebbero continuare ad avere difficoltà produttive e scarse capacitò di assorbire le merci provenienti dal paese cinese; tuttavia la sede dove è stato dato l’annuncio della previsione di crescita, il discorso di apertura della sessione annuale del parlamento cinese, il Congresso del popolo, davanti ai 3.000 delegati riuniti, ha assunto un particolare significato di solennità, anche perché alla fine della sessione sarà annunciato il quattordicesimo piano quinquennale in materia economica, che fornirà ulteriori indicazioni sulle intenzioni cinesi circa la propria economia. Il ritorno ad annunciare previsioni di crescita, dopo che nello scorso anno Pechino non aveva espresso obiettivi ed aveva concluso con una crescita del 2,3%, molto contenuta per la superpotenza cinese, significa che l’intenzione di Pechino è quella di tornare ad essere protagonista dell’economia mondiale; si deve tenere conto anche che secondo gli analisti la Cina non avrebbe espresso neppure quest’anno un dato ufficiale, al contrario avere reso pubblico il dato del 6%, rappresenta una sfida sia verso l’esterno, che verso l’interno, per potere raggiungere quelle riforme ritenute essenziali per raggiungere gli obiettivi di sviluppo quantitativo e qualitativo, che sono stati prefissati. Il primo ministro della Repubblica Popolare cinese ha espresso l’intenzione di ridurre la disoccupazione portandola al valore del 5,5% mediante la creazione di undici milioni di posti di lavoro e l’aumento del 7% della spesa destinata alla ricerca per raggiungere l’indipendenza tecnologica, soprattutto in settori strategici, come quello dei semiconduttori, dove la Cina possiede le materie prime, ma non ancora la conoscenza sufficiente per colmare il divario produttivo con USA e Taiwan. Che il momento programmatico sia cruciale per il paese cinese si capisce anche dalle intenzioni di Pechino sull’energia, dove, grazie alla continua diffusione del nucleare si vuole diminuire l’impatto delle materie prime inquinanti, anche se il carbone non verrà abbandonato del tutto, anzi si pensa di raggiungere il picco di emissioni nel 2030, per poi diminuire gradualmente a favore della maggiore pratica di energia pulita. Dal punto di vista sociale la Cina deve combattere l’invecchiamento della popolazione con nuovi programmi di natalità che arrivino a superare il divieto di due bambini per famiglia, ma, nel contempo viene confermata l’intenzione di aumentare l’età pensionabile, con l’innovazione di garantire ai meno abbienti una pensione minima. La volontà cinese di competere nell’arena internazionale da protagonista, impone la previsione di un aumento delle spese militari, calcolato nel 6,8% per investire nell’ammodernamento dell’arsenale militare: questo aumento è guardato con preoccupazione dagli analisti perché potrebbe significare, tra l’altro, la manifestazione della volontà di azioni specifiche contro Taiwan, più volte rivendicata come appartenente alla madre patria cinese, ed i territori al confine con l’India, teatro di scontri ripetuti; resta anche il problema del presidio delle vie commerciali nei mari cinesi, settori geografici considerati come zone di influenza esclusiva della Cina ma presidiate anche dagli USA a supporto dei suoi alleati. Sullo sfondo la questione della crescita militare cinese si incrocia con le problematiche di Hong Kong, per la quale Pechino ha previsto una drastica riduzione della possibilità di autonomia anche attraverso la revisione della legge elettorale e di un controllo militare sempre più serrato. Quello che traspare dai possibili sviluppi delle intenzioni cinesi è un mondo in uno stato ancora più precario e di insicurezza continua, che potrà essere mitigato da un approccio diplomatico generale a discapito delle situazioni conflittuali, anche se proprio dai temi del commercio mondiale potrebbero provenire le situazioni di contrasto notevole.