Unione Europea e Cina raggiungono un accordo per il riequilibrio delle relazioni commerciali

Parallelamente ai negoziati per l’uscita della Gran Bretagna, l’Unione Europea ha portato avanti una trattativa altrettanto complicata con la Cina, che ha avuto una durata ancora più lunga che di quella con Londra; dopo setta anni, infatti, Bruxelles e Pechino hanno concluso un accordo per riequilibrare le loro relazioni commerciali, fino ad ora sbilanciate a favore dei cinesi. La conclusione della trattativa dovrebbe permettere, finalmente, l’accesso alle aziende europee al vasto mercato cinese, eliminando anche le pratiche discriminatorie con le quali la burocrazia cinese vessava gli investitori europei. L’accordo verte su tre punti principali: l’impegno di Pechino ha garantire una maggiore trasparenza sui sussidi statali forniti alle imprese cinesi, per favorire maggiori condizioni di equità per la concorrenza, una direzione verso un diverso approccio delle istituzioni cinesi per garantire condizioni di parità tra le aziende locali e quelle europee ed, infine, un rallentamento del trasferimento tecnologico, che, fino ad ora, è stato uno dei punti di forza del sistema produttivo cinese. Indubbiamente questo accordo non risolve del tutto le problematiche del rapporto con il mondo produttivo cinese, ma rappresenta un progresso nei rapporti bilaterali, anche se dopo sette anni il risultato appare inferiore alle attese e non permette di recuperare il divario che questo tempo ha creato proprio a vantaggio di Pechino; tuttavia l’accesso ad un mercato enorme come quello cinese, soprattutto nel momento nel quale la politica economica e finanziaria del governo cinese ha voluto privilegiare il mercato interno, rappresenta una occasione troppo importante, in senso assoluto, sia in prospettiva futura, che inquadrato nell’attuale momento di difficoltà economica. Concretamente la Cina apre alla concorrenza settori come quello dei servizi cloud, della finanza, della sanità privata e dei servizi in materia ambientale e del trasporto, che erano totalmente riservate ad aziende locali; l’accordo apre anche nuove prospettive nel settore manifatturiero, che costituisce una quota di più del 50% del totale degli investimenti europei in Cina; anche nel settore dell’automobile, che rappresenta ampi margini si sviluppo grazie alla trazione elettrica, ci saranno nuove opportunità grazie alla graduale eliminazione dell’obbligo di creare società miste: particolare rilevante gli investimenti europei in Cina in questo settore rappresentano la quota del 28% del totale, destinato, quindi, a crescere con la nuova regolamentazione. Più controverse le reali applicazioni, che la Commissione europea avrebbe ottenuto dalla Cina circa il maggiore rispetto dell’ambiente e, soprattutto, a riguardo dei diritti del lavoro: già in passato Pechino si era impegnata su questi temi, senza, tuttavia, mantenere la parola data; questa volta tra le rassicurazioni verso l’Europa, la repubblica Popolare cinese ha promesso di volere adottare, seppure in maniera graduale, tutte le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, si tratta di un tema che dovrebbe essere decisivo per il raggiungimento degli accordi con la superpotenza economica cinese, sia dal punto di vista morale, che di pura convenienza economica per stabilire una parità di condizioni per l’accesso del mondo del lavoro, come componente determinante del processo economico. Queste considerazioni aprono un ragionamento complesso sulla convenienza dell’accordo con la Cina: stabilito che durante la presidenza francese nel 2022, saranno compiute ampie valutazioni sulle relazioni con il paese cinese, restano i dubbi, ampiamente espressi, per la repressione operata dal regime di Xi Jinping ad Hong Kong, nei confronti delle popolazioni degli Uiguri, del Tibet e nei confronti dell’opposizione interna, anche attraverso la persecuzione di giornalisti ed attivisti dei diritti umani. Dentro le istituzioni europee non tutti sono favorevoli a questo accordo, ad esempio il presidente del Parlamento europeo per i rapporti con la Cina, ha definito il trattato un errore strategico ed il principale alleato europeo, gli Stati Uniti, hanno espresso preoccupazione; se per l’economia l’accordo può essere considerato una opportunità, in una valutazione più generale non si può non dire che il paese con cui questo trattato è stato stipulato è una dittatura, che ha tutto l’interesse, sia economico, che politico, ad avere rapporti sempre più sicuri con il maggiore mercato del mondo ed a cercare di introdursi sempre più nella società europea. Il modello cinese è guardato con invidia da molta parte del ceto dirigente delle imprese e ciò costituisce un punto di forza per Pechino, che, al contrario, dovrebbe essere stimolata, soprattutto con la leva economica, ad avvicinarsi ai valori occidentali: non il contrario.