La Cina di fronte alle nuove sfide per la sua economia

La necessità per la Cina di aumentare la propria autosufficienza sarà il tema centrale del quinto plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. I 376 membri, 346 uomini e 30 donne, che compongono il Comitato Centrale dovranno tracciare la strada per l’economia cinese del futuro, condizionata sia dalla pandemia, che dai rapporti con gli Stati Uniti e cercare soluzioni per raggiungere quanto indicato dal Presidente Xi Jinping. I politici cinesi sono ormai arrivati alla conclusione che chiunque sarà il vincitore della competizione elettorale americana, l’ostracismo commerciale degli USA contro la Cina continuerà; questo fattore unito alla pandemia potrebbe rafforzare la tendenza mondiale alla deglobalizzazione, che rappresenta il vero pericolo per la crescita economica cinese. Per ora la Cina ha risposto bene, in termini di crescita del prodotto interno lordo, ma sta crescendo nel mondo una avversione alle pratiche commerciali cinesi, alla politica repressiva nel suo territorio ed anche all’invadenza nei paesi stranieri, sia europei che africani, tendente a condizionare la politica economica ed anche politica dei paesi dove opera Pechino, mediante l’uso della grande liquidità, che si trasforma in crediti spesso strumento di ricatto.  Se l’economia è l’interesse principale nel breve periodo, la Cina, sul medio periodo, vuole essere un leader globale anche sul piano internazionale: per questa ragione il Comitato Centrale deve elaborare un piano quinquennale, fino al 2025, per lo sviluppo economico, ed uno di più lungo periodo, fino al 2035, che consenta di preservare l’economia del paese, tenendo conto delle tensione di tipo geopolitico e di fronte ad un previsto calo delle esportazioni, proprio in funzione di accrescere il prestigio internazionale del paese. La prima necessità è quella di ridurre le esportazioni a basso valore e puntare su una maggiore crescita della domanda interna, fino ad ora il vero punto debole dell’economia cinese. Si tratta della soluzione della “doppia circolazione”, un modello che prevede un minore affidamento sulla domanda esterna, compensato da una maggiore capacità di approvvigionamento delle materie prime, innovazioni tecnologiche e produzioni di maggiore valore. Un peso maggiore del ciclo domestico permetterebbe di prevenire e ridurre i rischi strategici connessi con le congiunture internazionali. D’altro canto la Cina ha margini di miglioramento enorme su questo versante, sia per la grande entità del suo mercato interno, che per il basso grado di incidenza attuale della domanda interna. Da questo punto di vista l’attuale contingenza dettata dalla pandemia rappresenta un ottimo test per questi programmi: il prodotto interno lordo cinese è cresciuto lo stesso nonostante la presenza del covid-19, al contrario della maggiore parte delle economie mondiali, proprio grazie alla spinta della domanda interna, favorita anche da politiche fiscali apposite. L’intento della crescita interna non prevede certo l’abbandono delle esportazioni, tuttavia la tendenza appare già in atto, dato che la quota del commercio estero del prodotto interno lordo è passata dal 50% del 2008 alla quota attuale del 30%. Su questa contrazione ha pesato anche la diminuzione della manodopera a basso costo della Cina, che anche per le produzioni a marchio cinese ha iniziato ad utilizzare lavoratori di altri paesi. Ma, nonostante una maggiore specializzazione tra i lavoratori cinesi ed anche una produzione di maggiore valore aggiunto, la situazione delle zone rurali, caratterizzate da un arretramento ancora preoccupante e con un incremento di povertà, e quindi di disuguaglianza, dovuto alla pandemia, rispetto alle città, rappresenta un freno per gli obiettivi del Partito Comunista. La quota di commercio interno che contribuisce al prodotto interno lordo è ancora troppo insufficiente, essendo del 38,8% rispetto al 68% degli USA. Un semplice aumento delle retribuzioni provocherebbe inflazione e limiterebbe la spinta delle esportazioni; piuttosto viene individuata la leva fiscale per ridurre le diseguaglianze e permettere una redistribuzione adeguata della ricchezza in grado di permettere l’innalzamento della domanda interna, anche tramite un più facile accesso all’istruzione, alla sanità ed a politiche abitative adeguate. Queste politiche potranno incontrare la resistenza dei ceti conservatori della società cinese, tuttavia la necessità di una crescita più omogenea del popolo cinese è la condizione essenziale per abbattere quelle differenze che non permettono l’adeguato innalzamento della domanda interna e, di conseguenza della crescita del paese. Sarà, però interessante vedere se con una crescita economica più diffusa per il popolo cinese non cresceranno quei bisogni legati ad una maggiore diffusione dei diritti sociali, che hanno finora provocato le manifestazioni contro il potere.