La Turchia impiega mercenari musulmani in Nagorno Karabakh

La Turchia, in appoggio all’Azerbaigian, cerca di connotare il conflitto in atto anche come guerra di religione; infatti potrebbe essere interpretata in questo senso la presenza di mercenari islamici provenienti dal nord del paese settentrionale. Questo elemento religioso potrebbe avere una doppia valenza: da una parte di ordine pratico e militare per impiegare mercenari già addestrati alla guerriglia e determinati contro il nemico cristiano, dall’all’altra parte darebbero un significato alla presenza turca di una sorta di rappresentanza islamica nel conflitto, funzionale alle intenzioni di Ankara di accreditarsi come rappresentante e difensore della religione islamica. Il contingente siriano sarebbe composto da circa 4000 uomini, che starebbero già combattendo al fianco degli effettivi azerbaigiani. Questa presenza potrebbe essere letta anche in contrapposizione alla volontà egiziana di schierarsi con l’Armenia ed aprire una competizione dal significato religioso come fattore geopolitico; tuttavia l’appoggio turco prevede anche l’impiego di effettivi dell’esercito di Ankara e l’utilizzo di droni ed aerei militari.  L’intenzione di Erdogan è quella di ottenere la vittoria dell’Azerbaigian e di conseguenza occupare la regione e favorire il ritorno del circa milione di azeri che sono stati costretti ad abbandonare il territorio a maggioranza armena. Con questa vittoria il presidente turco cerca di ottenere un argomento spendibile a suo favore, sia sul piano nazionale, che in quello internazionale, per risollevare il suo progetto di rendere la Turchia una protagonista regionale. L’allargamento in territori che la Russia reputa di sua influenza, indica che la Russia sia diventata il bersaglio da colpire approfittando delle difficoltà interne di Mosca e dei suoi difficili impegni negli scenari internazionali. Il fatto che        Erdogan voglia sfruttare il conflitto, sempre latente e mai definito, del Nagorno Karabakh, significa che la Turchia vuole estendere la sua influenza in una zona islamica, seppure a maggioranza sciita, dove viene parlata una lingua molto affine al turco; quindi un carattere culturale, oltre che religioso. La visione turca prevede una stabilità della zona raggiunta a danno dell’Armenia, alleata di Mosca. Il rischio di Erdogan, appare tutt’altro che calcolato, anzi sembra un azzardo quasi disperato, che rivela come la sua gestione del potere non sia così salda come vuole fare credere. L’ingresso diretto sulla scena della Russia è un evento che ha molte probabilità di verificarsi e che provocherebbe un conflitto tra Mosca ed Ankara; le possibilità di successo di Erdogan possono verificarsi soltanto se questa eventualità non si verificasse e perché ciò accada l’Azerbaigian deve riportare al più presto sotto il suo controllo il Nagorno Karabakh terminando le ostilità. Un possibile intervento russo a conflitto terminato non avrebbe la giustificazione di difendere gli armeni e sarebbe più complicato dal punto di vista operativo. Le prossime ore saranno decisive per lo sviluppo dei combattimenti; intanto questa situazione dimostra ancora una volta come Erdogan sia un politico inaffidabile e spregiudicato, pronto ad inserire la religione per favorire i suoi scopi, senza tenere conto delle implicazioni possibili. Un bene che un paese così non sia entrato in Europa.