L’introduzione del welfare nei paesi poveri, come fattore di stabilità mondiale

Se uno dei problemi mondiali è costituito dalla stabilità, non solo quella tra gli stati intesa come rapporti internazionale, ma anche quella tra le popolazioni occorre agire sui profondi squilibri presenti dovuti all’aumento delle diseguaglianze. Questo fenomeno non riguarda solo i paesi poveri, dove naturalmente è acuito da circostanze contingenti, ma anche quelli più ricchi, evidenziando una trasversalità del fenomeno a livello mondiale. Appare ovvio che, oltre alle ricadute all’interno dei singoli confini nazionali, l’impatto della povertà e della diseguaglianza, che si registra a livello internazionale, incide su aspetti prettamente economici, come la produzione, la distribuzione ed il consumo delle merci fino al problema generale delle migrazioni, che tanti problemi politici continua a generare a livello planetario. I dati mondiali sulla protezione sociale dicono che oltre la metà della popolazione totale della Terra non dispone di alcuna forma di protezione relativa all’assistenza sanitaria, a tutele per le invalidità sopraggiunte o a servizi per la famiglia e sostegni economici per l’integrazione o la sostituzione di redditi insufficienti. L’insieme di questi sostegni potrebbe essere un fattore decisivo proprio contro la povertà e la diseguaglianza, anche in considerazione del fatto che, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia delle Nazioni Unite, il solo 45% della popolazione mondiale usufruisce di qualche forma di prestazione assistenziale e di questo 45% soltanto il 29% dispone di forme complete di strumenti sociali. Se il dato mondiale della corresponsione di reddito in forma di pensione riguarda circa il 60%, la situazione che si registra nei paesi dove il reddito medio è più basso e l’assicurazione pensionistica riguarda soltanto il 20% delle persone. Se la vecchiaia appare poco tutelata, anche l’infanzia non presenta aiuti adeguati: infatti la percentuale di paesi che dichiarano di avere qualche forma di assistenza per i bambini si attesta al di sotto del 60% della totalità delle nazioni e con consistenti differenze tra i paesi ricchi da quelli poveri. Questo scenario è stato aggravato con la pandemia, esasperando sicuramente le situazioni più critiche, ma anche nei paesi più sviluppati l’evento inaspettato ha costituito una sorpresa troppo grande per elaborare in modo veloce delle contromisure sociali in grado di fornire risposte per attutire gli effetti economici e sanitari della crisi. Secondo le stime delle Nazioni Unite la somma necessaria ai paesi in via di sviluppo per assicurare i servizi sanitari integrati da una sorta di reddito minimo si aggira sui 1.200 miliardi di euro, una percentuale che si aggira attorno al 4% del prodotto interno lordo di questi paesi e che rappresenta un impegno finanziario non sostenibile da economie sottosviluppate. Questa situazione di necessità non rappresenta però una emergenza contingente dovuta alla pandemia, ma è un aggravamento di situazioni già presenti, dovute, oltre alle crisi ricorrenti, anche al mancato rispetto degli impegni presi dalla comunità internazionale e, quindi, dai paesi ricchi, di fornire aiuti concreti ai paesi in via di sviluppo. La mancanza del rispetto di questi impegni formali, che erano tanto politici, quanto giuridici, pone i paesi ricchi in grave difetto oltre che morale anche di ordine pratico, quando si evidenzia l’incapacità della gestione dei fenomeni migratori, non solo quelli causati da guerre o carestie, ma anche e soprattutto circa il rifiuto dei migranti così detti economici. Infatti se i conflitti ed anche le carestie prevedono un altro tipo di impegno, che, peraltro dovrebbe essere dovuto e ricercato in maniera assidua e non soltanto funzionale agli interessi particolari, la mitigazione dei fattori che determinano i flussi migratori di tipo economico, potrebbe essere operata in maniera efficace in maniera tale da almeno ridurre la quantità delle persone costrette ad abbandonare il loro paese per la povertà, con interventi mirati e coordinati tali da permettere lo sviluppo di attività economiche in grado di assicurare il sostentamento delle popolazioni. Il sostegno sociale è una parte integrante ed essenziale di questi aiuti perché permette una maggiore indipendenza delle fasce di popolazione in età produttiva e ne costituisce una integrazione di reddito, diretta o indiretta, che può liberare risorse umane ed anche generare occasioni di lavoro da immettere nel bilancio totale degli occupati. La coordinazione deve partire dalle Organizzazioni internazionali, ma gli stati ricchi devono prevedere un contributo adeguato, che deve essere considerato un investimento per la loro stessa stabilità.