Siria, ONU e aspetti conseguenti

Il regime siriano accusa i primi scricchiolii dopo le dimissioni di membri del partito di governo appartenenti alla regione di Deraa, teatro delle violente repressioni. Si parla anche di scontri armati avvenuti tra diversi reparti dell’esercito, dovuti ad opinioni contrastanti sulla feroce modalità dei metodi usati per sedare la rivolta. Per la prima volta il regime siriano accusa, quindi dei dissidi, che provengono dal suo interno, è questo l’elemento nuovo che compare sulla scena di Damasco; ciò può volere dire che anche per il più granitico dei regimi si stanno creando delle crepe che ne possono inficiare il futuro. Intanto, sul piano internazionale, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, boccia la richiesta proveniente da Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo, per una risoluzione che impedisca alle forze armate siriane di usare violenza sulla popolazione civile. Si sarebbe trattato di una risoluzione analoga alla numero 1973, che riguarda la Libia. Sono, tuttavia, presenti delle differenze con il paese affacciato sulla sponda sud del Mediterraneo, in quanto in Siria, per il momento, non esistono due forze contrapposte, che combattono per il potere; non esiste, cioè, una guerra civile, ma soltanto rivolte tutto sommato circoscritte. Questo non allevia la gravità della repressione, ma permette di essere un argomento usato da alcuni paesi componenti del Consiglio di Sicurezza per bocciare la richiesta di una risoluzione riguardante la Siria. Infatti la ragione con cui Cina, Russia e Libano hanno respinto la risoluzione si basa proprio sul fatto di evitare una possibile guerra civile nel paese siriano. Se pare scontato il giudizio di Cina e Russia, rimaste scottate dalla loro stessa astensione, che ha permesso di approvare la risoluzione 1973 e quindi la guerra in Libia, che viola la propria concezione di politica estera, dove si rifiuta la pratica dell’ingerenza negli affari interni degli altri paesi, meno comprensibile appare la scelta libanese, unico paese arabo nel consiglio, che non è in rapporti propriamente definibili come amichevoli con la Siria. In realtà esiste una ragione politica dietro la scelta del Libano, che risulta essere condivisa anche da altre nazioni, tra cui, per un caso curioso delle relazioni internazionali, anche da Israele: il mondo può permettersi una guerra in Libia, le rivolte nei paesi arabi, ma non può non sapere in quali mani potrebbe finire la SIria, che rappresenta la chiave della pace nella regione. Se per alcuni siriani, il regime di Assad è deplorevole per molti motivi, per l’estero, pur con tutte le riserve a riguardo, la continuità di Damasco, offre una elevata percentuale di mantenimento dello status quo regionale e quindi scongiura la possibilità del deterioramento della situazione. In un momento di rivolgimenti epocale, come quello attuale, nessun schieramento di qualsivoglia indirizzo, può permettersi che cada un tassello nel complicato incastro del panorama internazionale. Il conto di tutto questo equilibrio per i dimostranti di Daraa.

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