Nucleare: discussioni e misure

In occasione dell’anniversario del tragico incidente di Chernobil, la Russia, attraverso il suo presidente Medvedev, intende promuovere un summit dei paesi del G8 per migliorare i livelli di sicurezza delle centrali nucleari. Il tema è più che mai attivo, data la situazione che si sta protraendo a Fukushima, dove continuano le emissioni nucleari, dopo l’incidente dovuto al terremoto nipponico. L’intenzione è di individuare una responsabiltà imputabile allo stato ove accadano i disastri nucleari e nel contempo creare un maggiore controllo e prevenzione sulle problematiche atomiche, che, non possono incidere solo nello stato in cui accadono. Intanto il Giappone richiede una revisione della scala con cui vengono misurati gli incidenti nucleari, giacchè ritengono che Fukushima non sia paragonabile, come pericolosità a Chernobil. La richiesta deriva dal fatto che entrambi gli incidenti sono stati classificati come grado 7, cioè il massimo previsto dalla scala. Ora secondo i giapponesi la differenza sta nel fatto che a Chernobil l’incidente fu causato da un malfunzionamento della centrale stessa, mentre a Fukushima è stato provocato da eventi esterni alla centrale cioè il terremoto e lo tsunami. La differenza rilevata dai giapponesi appare però ininfluente al fine della misurazione delle radiazioni e dei loro effetti, che sono poi quelli che incidono sulla salute delle persone. Probabilmente a Chernobil ci fu una esplosione e l’emissione conseguente fu immediata, a Fukushima, viceversa, si sta assistendo non ad una fusione quasi istantanea del nocciolo come in Ucraina, che ha prodotto da subito l’elevata emissione di radioattività, ma ad una emissione progressiva dovuta al progressivo deterioramento della centrale. I casi sono effettivamente diversi ma entrambi hanno prodotto una quantità elevata di emissioni, inoltre il fatto che il guasto sia stato provocato da elementi naturali non mette in salvo i progettisti ed i costruttori dalle deficenze della centrale nucleare. Per il Giappone avere un guasto paragonabile a Chernobil, significa un colpo clamoroso alla propria immagine di efficenza che rischia di ripercuotersi in tutta la filiera produttiva. Inoltre i lunghi silenzi del governo hanno di molto insospettito sia i cittadini giapponesi che il panorama internazionale circa il fatto che non tutto è stato detto e che elementi fondamentali della vicenda siano stati tenuti nascosti; questa richiesta di cambiamento della scala ha così generato domande sulle reali ragioni che l’hanno provocata. La questione non è da poco, perchè aggiungere un grado alla scala, potrebbe spostare i parametri di pericolosità degli impianti nucleari con ripercussioni sia in fase progettuale che in fase di prevenzione, quello che occorre, invece, è un ripensamento responsabile che permetta l’elaborazione di standard elevati e condivisi, anche mediante ispezioni di tipo internazionale.

Siria: storia e repressioni, il passato che ritorna

Nonostante la faccia rassicurante che guarda serafica dai cartelloni celebrativi, la bella moglie con l’acconciatura occidentale, che viene mandata in giro per il mondo con l’intento di rassicurare le nazioni in cui viene ospitata, Assad, il dittatore siriano, ricalca le orme del padre: brutalità e violenza cieca contro ogni opposizione. Negli anni ottanta le vittime della repressione sono state decine di migliaia, ora il figlio, dopo trenta anni, sta riprendendo le orme del genitore. Il tempo non ha annacquato il sangue della famiglia di dittatori e le variazioni epocali trascorse in questi anni, non hanno intaccato la rigida applicazione dei metodi di governo. La feroce repressione di Daraa rappresenta la continuazione ideale con la violenza paterna: ora, come allora, la giustificazione dei massacri era impedire la creazione di una enclave di musulmani estremisti. Nel paese siriano i mezzi di informazione saldamente in mano al governo presentano costantemente questo pericolo, tanto che una parte consistente della popolazione rimane fedele al governo in carica, tuttavia la portata della repressione è parsa del tutto esagerata agli osservatori internazionali. Un gruppo di paesi UE, presenterà una richiesta di condanna all’ONU, mentre gli USA hanno bloccato i beni siriani presenti sul proprio territorio. Il segnale costituisce una attenzione particolare verso cui si muove il mondo diplomatico, in questi anni la Siria è rimasta ai margini del teatro internazionale, pur conservando la propria importanza strategica, Damasco non ha fatto molto parlare di se, il giovane presidente veniva considerato protagonista di manovre debolmente riformatrici e gli USA hanno recentemente riallacciato i rapporti diplomatici. Le modalità della repressione hanno di nuovo allontanato la Siria dall’occidente, i problemi per Damasco non finiranno con il bagno di sangue, ciò che più viene temuto è di esaltare gli integralisti, finora tenuti al margine della società. Se le ribellioni sono partite per motivi economici ora rischiano di approdare verso lidi religiosi molto pericolosi per la stabilità della regione: se trent’anni prima il processo di è arrestato nel sangue non è detto che la storia si ripeta.

Sciti vs sunniti: le implicazioni di un confronto pericoloso

L’antica divisione in seno all’Islam, tra sciti e sunniti sta tornando ad essere una variabile di peso nell’analisi della politica internazionale. Le sollevazioni presenti nei paesi del golfo persico non sono solo di natura riguardante fattori politici, economici e sociali, ma si stanno sempre più connotando per il duro confronto tra le due principali visioni islamiche. L’inimicizia tra sciti e sunniti resiste anche se i seguaci delle due fazioni convivono nello stesso stato. Anzi questa appartenenza costituisce la fonte di grandi differenze nell’ambito sociale. E’ quello che succede in Arabia Saudita, Bahrein, E.A.U. e Kuwait. Sono paesi dove i sunniti sono alla guida delle amministrazioni statali e gli sciti lamentano gravi discriminazioni: da quel punto alle sollevazioni popolari il passo è stato breve. Ma la descrizione non è così semplice, perchè nell’economia dello svolgimento dei fatti entrano altri attori, che tendono ad influenzare pesantemente la situazione. Sono attori esogeni alla realtà dei paesi sopracitati, perchè si tratta di altri soggetti internazionali. Il principale elemento è costituito dalla politica estera iraniana, che attraverso la supposta tutela della popolazione scita, tenta di influenzare, o meglio di ingerire nella politica interna dei paesi del golfo. I metodi messi in campo da Teheran sono l’invio di consulenti e dei Pasdaran, per il diritto internazionale si tratta indubbiamente di azioni vietate, tanto che i paesi del golfo persico hanno più volte chiamato in causa la teoria del complotto iraniano ai loro danni. In tutto questo quadro occorre citare l’annosa rivalità tra Teheran e Riyhad, le capitali riconosciute di sciti e sunniti, per la supemazia nell’Islam. Ragioni pratiche impongono all’Iran di agire in questo modo: sfondare nel mondo sunnita significa affermare la propria influenza e potenza da fare valere come catalizzatore per aggregare sempre più soggetti intorno al proprio progetto. L’Arabia, oltre alla propria potenza può contare sul sincero appoggio americano, che conta sui sauditi come principale strumento di contenimento dell’espansionismo iraniano. Occorre ancora dire che quello che pratica Teheran non può riuscire a Riyhad, perchè i sunniti non hanno la stessa presenza numerica degli sciti sul territorio iraniano. Il sospetto, quindi, che dietro le proteste nei paesi del Golfo Persico vi sia la mano della repubblica teocratica è quasi una certezza, lo sviluppo delle cose potrebbe prendere una piega che nessuno si augura: cioè arrivare fino al punto che i due stati potrebbero avere uno scontro ufficiale e non più nascosto sotto oscure manovre, ciò significherebbe anche un coinvolgimento USA ed Israele subirebbe una pressione cui difficilmente si potrebbe arrivare ad un contenimento militare.

L’Iran dietro le repressione siriana?

La feroce repressione siriana ha determinato la dura condanna di Obama, che ha colto dietro l’azione di Assad la mano del regime iraniano. Quella siriana è una vicenda che rappresenta un tassello in un puzzle molto più ampio. Dell’importanza della posizione geostrategica della Siria tutti sono consapevoli, mentre quella che sta emergendo è una alleanza, che si sta dimostrando molto stretta e per conseguenza molto temuta tra Damasco e Teheran. Per quest’ultima il legame con il regime siriano in carica è addirittura vitale, per la strategia diplomatica che è stata elaborata. L’Iran attraverso la Siria, punta al Libano, dove deve mantenere vivo il proprio rapporto con Hezbollah, che ha sua volta rappresenta uno dei principali strumenti di pressione regionali che Teheran usa per cercare di affermare la propria leadership sia nella parte di mondo islamico dove esercita la propria influenza, sia come capofila contro Israele. Per l’Iran il regime siriano, deve essere ben saldo, come per gli USA deve essere saldo quello dell’Arabia Saudita, sullo scacchiere regionale nessuno è disposto a sacrificare la propria regina. Assad appare in grossa difficoltà, anche per lui vale la regola che dice che più aumentano le repressioni, più un regime è in difficoltà. Il livello attuale della violenza esercitata è un indicatore che non mente, Damasco pare controllare in modo difficoltoso la protesta, per questo si pensa a consulenze iraniane sui modi di reprimerle. Del resto il silenzio della stampa governativa della repubblica teocratica sui fatti siriani appare molto eloquente, sopratutto in rapporto all’enfasi che gli stessi organi dedicavano alle rivolte del Mediterraneo del Sud, dove speravano, pare senza successo, di inserirsi. E’ evidente che dietro si muove un duello tra USA ed Iran, chi si ggiudica la Siria altera i precari equilibri regionali, con, sullo sfondo, la questione israelo-palestinese.

Voto finlandese e deficenze UE

La Finlandia ha appena il tre per cento di immigrati eppure l’ultradestra ha ottenuto alle elezioni un successo politico rilevante; la ragione è che, per chi ha votato questo schieramento, la minaccia non proviene da un altro continente ma proprio dall’Europa. La situazione debitoria di Grecia, Irlanda e Portogallo peserà inevitabilmente sulla totalità dell’Unione Europea, il salvataggio doveroso da parte di Bruxelles prima o poi andrà ad impattare sui bilanci dei singoli stati. E’ questa la leva principale che ha permesso di rovesciare i pronostici elettorali in uno dei paesi famosi per il proprio welfare. Appare chiaro il timore di una fetta consistente del popolo finlandese di perdere i propri diritti, guadagnati con una regolare tassazione ed una condotta lineare di bilancio, a favore di nazioni contraddistinte da allegre amministrazioni dei propri conti. Questa è una stortura evidente dei sistemi dell’Unione Europea, che non ha saputo esercitare un efficace controllo preventivo sull’andamento dei suoi soci; ma oltre alle mancanze di Bruxelles occorre rilevare le furbizie degli stati, che hanno sempre contrastato l’azione regolatrice degli organismi centrali. Questo risultato elettorale finlandese appare come una legge del contrappasso, dato che va in direzione completamente contraria delle intenzioni dei fondatori dell’Europa unita. Il problema non deve essere sottovalutato perchè presenta due aspetti strettamente correlati: da un lato l’ingresso in Europa ha favorito comportamenti fuori dalle regole, proprio perchè la UE garantisce una copertura piuttosto solida tramite gli ammortizzatori che il proprio ombrello garantisce; ma la presenza di stati che hanno esagerato favorisce la crescita degli euroscettici, non senza alcune ragioni. Il dato è importante e può essere gravido di conseguenze, perchè mancando la convinzione nell’istituzione europea il passaggio logico successivo è la mancanza di coesione, che favorisce i fenomeni come quello finlandese.

Rivolte e rivolte, i diversi atteggiamenti occidentali

Quali sono i reali sentimenti dei governi dell’occidente verso la primavera araba e cosa gli è più conveniente? Il discorso è complesso, rotto il sistema di equilibrio dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, che assicurava approvigionamenti energetici e controllo delle frontiere, mediante accordi con i dittatori caduti, i maggiori disagi si sono accusati per le nazioni affacciate sulla sponda nord dello stesso mare, i quali hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Infatti nonostante si sia rotta l’impalcatura su cui si reggevano varie convenienze, hanno dovuto piegare le loro necessità ai discorsi di prammatica sulla democrazia, per salvare la faccia di fronte sopratutto alle proprie opinioni pubbliche. Le reazioni dei paesi occidentali a questi sconvolgimenti sono state differenti, ma tutte improntate ad un sostegno sostanziale, seppure in forme diverse, agli insorti. La questione della rilevanza geopolitica della sponda sud del Mediterraneo ha impegnato gli USA limitato, che hanno cercato di essere comunque ai margini del problema, lasciandone la gestione principalmente all’Europa; questo atteggiamento ha rivelato il valore strategico decisamente meno importante per Washington, che di fatto ha delegato le questioni più spinose ai suoi principali alleati. Non così per la situazione del Golfo Persico, dove gli USA hanno tutto l’interesse che venga mantenuto lo status quo. Il regime presente in Arabia Saudita è ugualmente illiberale e dittatoriale di quelli presenti nella sponda araba del Mediterraneo, ma costituisce una roccaforte essenziale nello scacchiere strategico statunitense per la protezione di Israele e per arginare i continui tentativi espansionistici del regime iraniano. In buona sostanza, contando anche il fatto che Riyad è il maggiore produttore di greggio mondiale, l’Arabia Saudita è uno degli stati più funzionali all’occidente. Di conseguenza anche gli stati della regione collegati con la monarchia saudita non possono aspirare, tramite il dare sfogo alle proteste, di cambiare la situazione. Per l’appoggio dei sauditi, gli USA puntano su diversi fattori, uno dei più significativi è rappresentato dalla contrapposizione religiosa con Teheran, che costituisce uno dei caposaldi dell’inimicizia tra le due nazioni. Per gli americani i Sauditi pur essendo non certo moderati, rappresentano un alleato fedele su cui contare in modo assoluto e continuato a patto di non ingerire nei loro affari interni, infatti, aldilà di dichiarazioni scontate non si è visto attivismo alcuno per le dure repressioni effettuate nei paesi del golfo persico. E’ vero che non sono manifestazioni in nome della democrazia come nella sponda sud del Mediterraneo, ma piuttosto sollevazioni di sciti contro il potere esercitato dai sunniti, tuttavia, nelle rivendicazioni ci sono anche elementi di matrice sociale sicuramente condivisibili. Gli USA non hanno un buon rapporto con gli sciti, ma non denunciarne la repressione è una ragione di mancata coerenza con i valori democratici che intendono esportare. In conclusione tutte le repressioni sono uguali, ma purtroppo alcune sono funzionali e necessarie per mantenere certe posizioni.

Per i ribelli libici in arrivo istruttori militari

Francia, Italia e Regno Unito invieranno istruttori militari per assistere e formare le truppe dei ribelli libici. La ragione di tale invio consiste, prima di tutto, nell’organizzazione della protezione dei civili e poi nell’assistenza formativa e logistica. Secondo dichiarazioni ufficiali si tratterebbe di pochi effettivi, tuttavia esiste il dubbio che questa sia la premessa per uno sbarco di forze di terra in Libia. L’ipotesi è tuttora scartata dalla NATO, che in questo senso non ha la copertura della risoluzione 1973 dell’ONU, che non intende aprire un nuovo fronte in terra islamica, dopo Iraq ed Afghanistan. Tuttavia la stagnazione del conflitto potrebbe accelerare la decisione singola di qualche nazione per muoversi al di fuori del quadro dell’Alleanza Atlantica e della risoluzione ONU. Più volte la Francia, ben conscia dell’insufficienza della sola azione aerea, ha sollecitato l’intervento con truppe terrestri al fianco dei ribelli per arrivare ad una soluzione più veloce del conflitto. L’entrata in guerra di truppe terrestri pone dei seri dubbi sulle reazioni dei paesi islamici, specialmente i più integralisti, che potrebbero interpretarla come una invasione del suolo musulmano da parte di eserciti cristiani. Questa evenienza è molto temuta dai governi occidentali perchè in questa fase di rivolte presenti nei paesi arabi, si punta ad evitare nel maggior modo possibile le ingerenze o comunque argomenti che possano dare l’occasione di ulteriori motivi di attrito. Frattanto gli USA stanno per varare un finanziamento di 17 milioni di euro a favore dei ribelli, i quali hanno affermato di avere ricevuto un quantitativo di armi da fornitori non ben precisati.

Il problema della riforma del Consiglio di sicurezza dell’ONU

Il dibattito intorno alla riforma del Consiglio di sicurezza, organo centrale dell’ONU, sta entrando in una fase centrale, per le continue sollecitazioni al cambiamento dei seggi permanenti. Fermo alla situazione determinatasi alla fine della seconda guerra mondiale, la composizione del Consiglio di sicurezza, appare ormai datata, di fronte all’evoluzione del mondo. Il principale alfiere della determinazione del cambiamento è lo stato del Brasile, che rivendica un seggio permanente, che comprende il diritto di veto, nel Consiglio di sicurezza. In realtà non è il solo paese a rivendicare maggiore importanza internazionale attraverso l’ingresso nel Consiglio, infatti anche India e Sud Africa spingono per riuscire ad entrare nell’organismo centrale dell’ONU. Le richieste non sono destinate ad essere soddisfatte, almeno in tempi brevi, perchè da un lato vi è la resistenza di chi già siede nel Consiglio e vede messa in discussione il proprio potere d’influenza, mentre dall’altro ci sono altri paesi che cercano di entrare nel Consiglio come la Germania. Il problema è che la struttura ristretta del Consiglio, cinque membri fissi più dieci a rotazione, non risponde più non solo all’evoluzione politica ed economica del pianeta, ma non è più rispondente neppure all’allargamento della forma democratica in sempre più nazioni del mondo. Se si vuole dare valore all’organizzazione sovranazionale in ambito diplomatico, occorre allargare il più possibile la partecipazione ed i criteri di democraticità. E’ pur vero che ciò può creare un rallentamento delle decisioni, finanche a paralizzarle, ma non si può prescindere da questo criterio se si vuole dare valore ed efficacia alle risoluzioni ONU. Piuttosto, pur rimanendo validi i suddetti valori, occorre elaborare metodologie alternative come un Consiglio di sicurezza con membri a rotazione alternata, dove cioè, su di un totale di membri, poniamo quindici, la variazione dei seggi cambia per cinque seggi alla volta, dopo che sono stati in carica per un tempo x. E’ chiaro che finchè la turnazione non sarà a regime i primi 5 membri resteranno in carica per x-1/3 di x, i secondi cinque per x-2/3 di x ed i terzi cinque per x. La difficoltà sta nell’individuare un criterio di turnazione e l’istituzione di un organismo di controllo. Gli attuali stati membri del Consiglio, difficilmente potranno cedere così tanto, ma è inevitabile che un tale potere di veto subisca delle limitazioni in un mondo così cambiato.

Le tattiche terroristiche dei talebani in Afghanistan

In Afghanistan la tattica dei talebani muta operatività; le martellanti azioni dell’esercito alleato che hanno colpito le basi logistiche dei terroristi hanno inflitto gravi perdite di uomini e mezzi, costringendo i comandanti a rivedere le proprie tattiche di contrasto. Le tecniche di guerriglia classica, quella che ha sconfitto l’URSS ed ha tenuto in scacco la NATO in questi anni, non garantiscono più gli antichi successi. L’impiego sempre più massiccio di forze speciali da parte della NATO ha permesso di riscuotere successi che hanno costretto i Talebani a rinculare, con la maggior parte degli effettivi, nella zona montuosa a cavallo con il Pakistan, che permette di operare in una zona praticamente inespugnabile ma limita di molto l’azione militare. Per ovviare a questi ostacoli contingenti, i talebani puntano su azioni terroristiche dove vengono impiegati singoli kamikaze, che compiono i loro attentati su bersagli spesso simbolici, che permettono una grande risonanza mediatica. Inoltre gli attentati raggiungono lo scopo di creare terrore e paura nella popolazione afghana, inducendola a non collaborare con la NATO ed il governo legittimo. La diffusione della paura consente ai talebani di tenere sotto pressione la società civile, impedendo quello sviluppo normale che costituisce l’obiettivo del governo. La NATO e gli USA hanno elaborato strategie per contrastare questa escalation del terrore intensificando l’uso dell’intelligence e cercando di prevenire il possibile favore popolare alle formazioni talebane con l’incremento di azioni mirate sulla vita civile della cittadinanza come l’aumento di ospedali e luoghi di cura e scuole per proporre questi presidi civili, anche visti in ottica di luoghi di aggregazione, come alternative ai luoghi tradizionalmente radicati nella società e di matrice islamica estrema. L’uso del mezzo terroristico segna una debacle della potenza talebana nella società afghana perchè segnala il ricorso ad una lotta clandestina e non più in campo aperto come fino a poco tempo prima. Certamente così non è in tutte le zone afghane, ma dove accade, aldilà delle tragedie provocate dagli atti in se stessi, significa che il giovane stato afghano sta lentamente prendendo possesso del proprio territorio.

Considerazioni sugli sviluppi dei problemi energetici

La decisione di Roma di rinunciare al programma nucleare, segue la riduzione giapponese dovuta al disastro di Fukushima. Nel mondo la tragedia nipponica ha innescato una rincorsa a rivedere l’approvigionamento energetico che punta al nucleare. I grandi costi di gestione e sopratutto di smaltimento delle scorie radioattive e l’impatto emotivo, ma anche economico-politico generato dalla gestione della crisi nucleare ha provocato nelle opinioni pubbliche un deciso ripensamento per la generazione di energia elettrica attraverso l’atomo. Il momento per affrontare questo tema è tuttavia uno dei meno adatti dal punto di vista economico, grazie all’innalzamento dei prezzi del greggio dovuti alla congiuntura militare e politica presente nei paesi arabi. Questi due fatti sommati insieme, il disastro nucleare giapponese e l’innalzamento del prezzo del petrolio, impongono alcune riflessioni sul futuro dell’approvigionamento energetico, essenziale per il mantenimento del livello produttivo mondiale. In primo luogo lo sfruttamento delle energie alternative non è proceduto in maniera univoca in tutto il globo, per mancanza di volontà spesso legata a ragioni lobbistiche riguardanti le compagnie petrolifere. Ciò ha creato anche ricadute in senso ambientale. In secondo luogo non vi è stato un avanzamento della ricerca per trovare fonti alternative con cui rimpiazzare sia petrolio ( o comunque gas) che atomo. Il mancato sviluppo della fusione fredda ha costituito un freno ad una speranza che si stava concretizzando. Stante queste condizioni l’unica strada appare la razionalizzazione dei consumi, anche in ottica di possibili esaurimenti dei giacimenti fossili; quello che occorrerebbe creare dovrebbe essere una sorta di agenzia sovranazionale, emanazione dell’ONU, in grado di monitorare a livello mondiale i consumi per diminuire gli sprechi ed ottimizzare le risorse secondo le reali necessità dei singoli paesi. Questa agenzia dovrebbe essere anche in grado di comminare multe ed incentivare piani di sviluppo di sfruttamento delle energie rinovabili ed alternative e di finanziare progetti di ricerca ad hoc. Non è un’eventualità facile da verificarsi, ma è una soluzione concreta da prendere in considerazione da parte di tutte le nazioni.