Rivolte ed emergenze profughi: le carenze operative della UE

Lo sviluppo del fronte delle crisi si allarga: dopo la chiusura senza soluzione, per adesso, di quella egiziana, anche Bahrein e Libia entrano nel club; inoltre nello Yemen, in Iran, Algeria, Tunisia ed anche Marocco le manifestazioni si succedono.  I fattori scatenanti sono stati individuati nell’eccessivo aumento dei generi alimentari, nell’aumento della povertà, nell’eccessiva corruzione e nella presa di coscenza della mancanza dei diritti civili. I regimi in carica, quando non sono caduti, hanno avviato severe repressioni sui dimostranti e sulla popolazione in generale, già fiaccata da situazioni enedemiche di povertà, aggravate dalla congiuntura economica internazionale.  Ciò sta creando un nuovo esodo verso le coste italiane ed europee, non a caso il ministro degli interni della repubblica italiana ha parlato di situazione analoga a quella conseguente alla caduta del muro di Berlino. Siamo di fronte ad un effetto a catena determinato dalla sorpresa con cui le rivolte stanno accadendo; l’impreparazione generale dell’occidente ed in particolare dell’Unione Europea, ma anche dell’Italia, in quanto stato più prossimo al nord africa, di fronte allo sviluppo della situazione rischia di generare condizioni talmente gravi da essere difficilmente risolte. Aveva già sorpreso come le rivolte erano accadute in modo così inaspettato per la diplomazia, si era assistito a governi sbigottiti per il succedersi di eventi totalmente inattesi, che cercavano di comporre la situazione con dichiarazioni di facciata a metà tra il regime in carica ed i manifestanti nell’attesa della direzione che prendevano le rivolte. Ancora peggio trovarsi impreparati di fronte ad un’emergenza che di fatto risultava annunciata. Nel momento delle manifestazioni di piazza è possibile che i controlli siano stati allentati o che la determinazione dei migranti sia cresciuta, nel mezzo le organizzazioni criminali hanno individuato occasioni di guadagno ulteriore ed hanno potenziato i loro mezzi, tutte cause conclamate ma che non era difficile immaginare. Da aggiungere le difficoltà di comunicazione e di coordinamento tra organismi centrali della UE e singoli stati, nella fattispecie l’Italia, hanno causato la situazione attuale. Impossibile tornare indietro, tuttavia il caso deve servire da lezione: la UE deve essere più presente, anche con presidi fisici nelle zone calde, deve cioè, avere un maggiore coinvolgimento operativo e non solo legislativo, devono essere migliorate e velocizzate le procedure operative per situazioni di emergenza, deve essere potenziata e forse ripensata l’intelligence per diventare capace di elaborare previsioni efficenti sulla base delle quali costruire strategie anticipate ed infine i singoli stati devono migliorare la collaborazione con la UE instaurando comunicazioni continue sulle situazioni di crisi.

I Fratelli Musulmani richiedono il riconoscimento ufficiale

La mossa ufficiale è stata avanzata, come era atteso i Fratelli Musulmani chiedono il riconoscimento come partito politico per partecipare alla costruzione del nuovo Egitto che nascerà dalla caduta di Mubarak. Il movimento presente sulla scena da diversi anni era stato messo fuori legge già da Nasser per la sua visione confessionale della società. Nelle manifestazioni di piazza il supporto logistico ai manifestanti è stato concreto, con aiuti in alimenti e medicinali. Le richieste del movimento continuano chiedendo che il processo di transizione, seppur graduale, deve avere inizio il prima possibile per portare la nazione egiziana fuori dalla situazione di stallo politico ed economico attuale. La visioned ei Fratelli Musulmani non è unita, ma è composta di tre correnti che prevedono l’applicazione integrale della sharia, la creazione di uno stato islamico confessionale ed infine la collocazione partitica che porti avanti le idee islamiche nel quadro di uno stato laico. L’ultima corrente se pur minoritaria, è quella su cui conta maggiormente la parte della società egiziana che si dichiara laica, per dialogare con il movimento islamico. D’altronde le dichiarazioni ufficiali dei Fratelli Musulmani sembrano andare in questa direzione auspicando la creazione di uno stato democratico e civile in cui portare l’islamismo nel rispetto di ogni credo religioso e politico.

Cina: seconda economia del mondo

La Cina si avvicina al vertice dell’economia mondiale insediandosi al secondo posto, raggiunto grazie al sorpasso sul Giappone, che da ora è la terza economia mondiale. Non che per il paese del sol levante la situazione non sia positiva, tuttavia il boom dell’industria manifatturiera cinese è stata la ragione che ha determinato il nuovo podio. Nonostante il passaggio al numero tre in classifica il Giappone vede di buon occhio e considera di buon auspicio l’incremento cinese, anche per le sostanziose implicazioni nella regione del sud est asiatico, che stimolata dalla locomotiva di Pechino si candida ad essere una zona chiave per l’economia mondiale. I numeri cinesi però non sono tutti positivi la redistribuzione del reddito presenta elevate discrepanze e la qualità del rispetto dei diritti dei lavoratori è questione quotidiana di dissidi interni. A livello statale l’economia cinese ha valori altissimi, grande produttività, elevate riserve liquide e basso rapporto deficit/PIl, tuttavia se queste condizioni economiche restano nell’ambito dei livelli generali dello stato senza scendere alla popolazione appaiono soltanto fredde statistiche e danno la misura della stortura del sistema che si è venuto a creare. I successi economici non bastano a diventare una nazione con peso politico internazionale, in questo senso la Cina è ancora una grande incompiuta: senza che sia intrapresa una riforma sul tema dei diritti civili e politici, il precorso di trasformazione del paese resta troncato a metà. D’altro canto i dirigenti cinesi negli ultimi anni si sono preoccupati di trasformare l’economia sfruttando il gran numero di braccia a disposizione, puntando alla massima resa ottenuta senza l’applicazione, anzi stroncandola, dei diritti sociali. I primi scioperi cinesi, di cui si da poca o nulla pubblicità, segnalano che si è passati oltre alla prima fase della industrializzazione selvaggia; anche nella repubblica popolare si sta sviluppando un movimento che ha avuto il suo culmine con la consegna del premio Nobel per la pace ad un dissidente cinese. Nonostante l’aspetto granitico del sistema le prime crepe si stanno aprendo con le prime concessioni sulla legislazione del diritto del lavoro, specialmente in tema di sicurezza. Non è ancora molto ma il percorso pare inesorabile.

Afghanistan, Pakistan ed India: il punto della situazione

I delicati equlibri al confine tra Afghanistan e Pakistan sono oggetto di sviluppi giudicati importanti dagli analisti internazionali. La situazione interna ad Islamabad è in continua evoluzione, dopo le dimissioni del governo un nuovo esecutivo ha già prestato giuramento, ma il segnale è è di forte instabilità ed il paese appare sempre più in preda a divisioni profonde. La situazione preoccupa gli Stati Uniti, che hanno focalizzato la lotta al terrorismo lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, regione dove trovano rifugio le bande dei Talebani. Inoltre le relazioni tra Pakistan ed USA, che sono da tempo tese per l’atteggiamento giudicato ambiguo dei pakistani, sono in questi giorni aggravate dal caso di un diplomatico statunitense imprigionato per avere ucciso due cittadini pakistani (l’accusato afferma di avere agito per legittima difesa). Intanto gli USA in Afghanistan continuano, oltre a quello militare, il lavoro diplomatico congiunto con il governo di Karzai per ridurre la minaccia talebana, in vista del ritiro definitivo delle truppe previsto per il 2015. La situazione afghana è lontana da essere risolta, tanto che una possibilità è di mantenere basi permanenti per affiancare l’esercito nazionale. I talebani dal canto loro pongono come condizione per l’avvio dei colloqui il ritiro immediato delle truppe. La situazione è di stallo ma nello scenario  irrompe l’India, che teme di essere coinvolta all’interno del proprio territorio da uno sconfinamento del fenomeno delle milizie talebane, favorite da possibili accordi da cui potrebbero trarre vantaggi. Per prevenire questo pericolo l’India lancia una strategia diplomatica che prevede trattative con il Pakistan, tradizionale avversario. La ripresa dei rapporti tra i due stati è una nota positiva nella situazione della regione ed è vista molto favorevolmente dagli Stati Uniti, che sperano di avere benefici indiretti dalla ripresa delle relazioni in un clima di distensione a distanza di due anni dagli attentati di Mumbai, dietro i quali l’India aveva visto la mano dei servizi pakistani.

Alcune riflessioni sulla transizione egiziana

Le condizioni di salute di Mubarak si aggravano, secondo alcuni bollettini medici il dittatore egiziano sarebbe in coma. Se la notizia fosse vera si potrebbero interpretare i fatti degli ultimi giorni alla luce ed in funzione proprio delle condizioni mediche di Mubarak. Il capo di stato dell’Egitto, è risaputo, è affetto da una forma di neoplasia e la tarda età non ne facilita il recupero. Prima dei moti di piazza Taharir il successore designato era il figlio, tuttavia il regime non era compatto nell’accettare questa successione. Si può ipotizzare che la ragione vera della transizione sia stata l’aggravarsi delle condizioni mediche del capo supremo e non i moti di piazza? Ergo i moti di piazza sono stati indirizzati perchè la testa del regime non comandava più tutto l’apparato statale? L’Egitto è sempre stato un paese dal controllo pressante sulla vita dei cittadini e sugli oppositori, riflettendo sui recenti avvenimenti pare difficile che il malcontento, che esisteva in maniera consistente per le condizioni politiche ed economiche, sia esploso in maniera autonoma e senza imbeccata alcuna. Del resto il ruolo dell’esercito è stato determinante nella riuscita dei moti di piazza e nella caduta del regime, non vedere un qualche disegno dietro gli avvenimenti che si sono succeduti a velocità sostenuta sembra francamente improbabile. Si può ragionevolmente pensare che la soluzione attuale sia stata pianificata per evitare uno sbocco non gradito a settori dell’establishment egiziano, un passaggio quasi dolce verso un potere differente da quello di Mubarak o del suo entourage. In sostanza la protesta, che ripetiamo covava sotto la cenere, è stata innescata ad orologeria contro un potere inviso non solo al popolo. E’ chiaro che l’indiziato principale sono le forze armate che ora si trovano in mano le chiavi per gestire il processo di transizione. Attualmente, quindi i militari sono il potere in Egitto e si sono ritrovati in mano questo potere in modo automatico senza colpo ferire, un poco troppo casuale per essere vero.

Egitto: esercito ed incognite della transizione

La pace del mondo e’ in mano alle forze armate egiziane; e’ questo che la transizione di potere da Mubarak ha di fatto stabilito: consegnare il potere al paese e con esso l’accesso ad Israele ed il rispetto degli accordi di Camp David ai detentori del potere militare egiziano. Le forze armate egiziane hanno rappresentato sotto il regime di Mubarak un ceto influente che ha goduto di parecchi favori, tuttavia il grado di collusione con il regime caduto non ha consentito un suo mantenimento al potere, troppo forte la spinta popolare, troppo poco conveniente tenere in vita una dittatura, che con l’avanzare dell’eta’ del suo leader rischiava una caduta ancor piu’ rovinosa con conseguenze nefaste per l’apparato militare. Meglio un ragionamento da realpolitik: assicurare un passaggio indolore restandone dietro come garanti. Per l’occidente che l’esercito egiziano abbia in mano le chiavi della transizione e’ un’assicurazione: la struttura portante sia dei vertici che dei livelli inferiori e’ di matrice laica e soprattutto riconoscente agli USA per il contributo annuo in contante che consente il rinnovo degli armamenti. Non esiste, quindi il pericolo di una creazione, perlomeno immediata, di uno stato anti occidentale. Cio’ per il momento placa in qualche modo anche Israele, anche se sullo sfondo il rischio della riapertura del valico che collega l’Egitto alla striscia di Gaza, richiesta proveniente da diverse parti, tra cui i Fratelli Musulmani, ha gia’ messo in stato di allerta le forze di sicurezza di Tel Aviv.  Qualche dubbio in piu’ suscita in diversi osservatori la reale capacita’ della gestione della transizione verso la democrazia di un apparato che ha poca confidenza con essa; la struttura militare egiziana ha attraversato diverse fasi, dalla caduta del regno, all’alleanza con l’URSS, fino alla svolta atlantica con la sottoscrizione degli accordi di Camp David. In tutti questi passaggi le forze armate hanno sempre garantito il loro appoggio al regime in carica con il tacito assenso dato grazie alle guarentigie riconosciute, ma mai sono state un soggetto con iniziative proprie e con una autonoma direzione; hanno certo contato molto nell’establishment egiziano, ma su di un piano subalterno. Ora hanno in mano il pallino del gioco senza alcuna autorita’ politica che gli copra le spalle, sono anzi loro la principale autorita’ politica. Questo cambio di prospettiva presenta molte incognite, prima fra tutte la reale capacita’ organizzativa della gestione della transizione. Finita l’euforia della festa si dovranno mettere d’accordo le varie anime della piazza ed arrivare alle elezioni e dopo ci sara’ da valutare il gradimento del vincitore. Non solo, oltre al fronte interno, occorrera’ gestire anche il fronte internazionale, la posizione geografica dell’Egitto al confine con Israele porra’ il paese, in questa fase di incertezza, all’attenzione delle nazioni interessate, con richieste di favori e scambi di relazioni che occorrera’ gestire nella maniera migliore e possibilmente senza sbilanciarsi senza la previsione di chi uscira’ vincitore. Per il momento la soluzione e’ comunque di gran lunga la migliore, in attesa degli eventi.

L’economia causa scatenante delle rivoluzioni?

Anche in Bolivia, paese non sottoposto a dittatura, il popolo protesta nelle strade, la causa è l’aumento del costo della vita e del trasporto pubblico. La protesta ha sorpreso l’opinione pubblica perchè se è vero che gli aumenti sono consistenti, il presidente Morales ha sempre riscosso un buon apprezzamento nel paese, ma ora si trova ad affrontare la prima vera crisi con la sua popolazione. Il fattore economico è sempre più la causa scatenante delle rivolte popolari sia che lo stato sia una dittatura che una democrazia. In nord africa la popolazione ha sopportato anni di dittatura ma per arrivare a ribellarsi sono dovute intervenire cause di tipo economico. La recessione, si può dire, che ha avuto un effetto rivoluzionario facendo oltrepassare la misura della sopportazione.  Può esistere un effetto domino di reazione alla congiutura economica giunta alla mancata capacità di gestione della crisi da parte dei governi anche in paesi dove non vigono regimi dittatoriali? Ci può essere una ribellione, anche  non in forme violente, nei paesi più ricchi ma che comunque patiscono una crisi economica anche per ripartizioni del reddito poco eque?  La questione non è di poco conto, la stabilità politica è ormai un elemento assodato nelle analisi economiche e d’altronde le crisi creano impasse economici di portata rilevante, ad esempio per l’Egitto si è parlato di una perdita di 10 milioni di euro al giorno. Tuttavia azzardando una previsione i paesi che appaiono a maggiore rischio sono quelli dove i beni primari costituiscono la base essenziale del consumo: un aumento consistente determina erosione di una parte del reddito. Sono nazioni che sono rimaste in mezzo al guado dello sviluppo o che soffrono di endemiche situazioni di difficoltà. L’occidente per il momento, nonostante un abbassamento del tenore di vita generalizzato è ancora dotato di strumenti e riserve che consentono di mantenere a livello di guardia il controllo dello scontento. In realtà la condizione economica è si causa scatenante delle rivolte ma da sola non basta, la situazione politica e del trattamento dei diritti è il vero retroterra delle rivoluzioni specialmente nel mondo globalizzato che gode di accesso alle informazioni.

Il cotone esempio di risorsa che scarseggia

Il cotone raggiunge il record del prezzo dal 1860, il periodo della guerra civile americana. Gli USA sono il maggiore esportatore di cotone del pianeta ed hanno venduto l’intero raccolto dello scorso anno, intaccando le scorte. L’aumento del prezzo del cotone è salito del 150% dall’inizio del 2010 in concomitanza con la ripresa della domanda per il tessile. Le cause dell’aumento del prezzo non sono di natura metereologica ma è dovuto essenzialmente a due fattori: le restrizioni indiane  all’export e la elevata domanda proveniente dal mercato cines La disponibilità di valuta di Pechino non ferma  la corsa all’acquisto nonostante il prezzo elevato per mantenere alto il livello di produzione, ciò andrà sicuramente ad incidere sui prezzi finali dei prodotti finali contribuendo ad innalzare il fenomeno inflattivo. L’esempio del cotone e della sua filiera è l’ennesima prova della trasformazione del mercato mondiale con l’immissione dei mercati emergenti sui beni di consumo. La reazione del sistema mondiale della produzione e del consumo non è stato di autoregolamentazione, nonostante l’ingresso di nuovi soggetti produttori e l’allargamento del numero dei consumatori la risposta a livello mondo non è stata elastica, è rimasta sostanzialmente ancorata a prassi e metodi anteriori allo stravolgimento mondiale, senza razionalizzare le materie prime e costruire un sistema di consumi sostenibile e condiviso. E’ chiaro che i paesi in via di sviluppo non possono gradire ne condividere una soluzione del genere perchè si sono affacciati al largo consumo da poco tempo, tuttavia le materie prime, non solo il cotone, non sono infinite e ripensare la catena produttiva e di consumo non è più procrastinabile. Ricercare e praticare una soluzione a livello generale è molto difficile però bisogna conciliare le esigenze del pianeta con quelle dei produttori, dei consumatori e del ciclo economico generale; le variabili in gioco sono diverse e difficilmente conciliabili, tuttavia è urgente razionalizzare le risorse ripensando a livello globale i tempi ed i modi della produzione: sarà la sfida decisiva per la vivibilità del pianeta e per  la sua sostenibilità.

Iran e crisi nordafricane

Per il trentaduesimo anniversario della rivoluzione khomeinista, Ahmadineyad ha arringato una folla numerosa riunitasi per festeggiare l’avvenimento. Il nucleo centrale e di maggior rilevanza politica del capo del governo di Teheran è stato incentrato sulle rivoluzioni che stanno avvenendo in Nord Africa. Ahmadineyad ha paragonato le rivoluzioni in atto a quello avvenuto nel 1979 in Iran, con il rovesciamento di un dittatore, lo Scià di Persia, appoggiato dagli USA ad opera di un movimento teocratico. L’augurio del dittatore iraniano è stato che i popoli nordafricani possano decidere del loro futuro, meglio se va nella direzione della costruzione di stati islamici, senza influenze occidentali in special modo di USA ed Israele. Il discorso è proseguito con la glorificazione della lotta iraniana contro l’ingiustizia mondiale perpetrata da USA e sionisti. Al di là delle dichiarazioni di facciata che incedono con un ritmo da disco rotto, l’intenzione degli iraniani è di trarre un vantaggio politico nella regione nordafricana, dove conta sugli eventi in atto affinchè l’influenza americana ne esca diminuita. Quello che teme l’occidente sarebbe una vittoria per l’Iran, l’Egitto è stato fino ad ora il maggior paese arabo a relazionarsi con Israele e le relazioni sono tuttora ottime, inoltre essendo confinante con Tel Aviv ha permesso ad Israele di avere una linea di confine sicura, di cui non occuparsi in senso militare. Se questa situazione venisse capovolta Israele potrebbe avere una repubblica islamica al confine con l’Iran come alleato. In definitiva è questo che Ahmadineyad si augura ed auspica, ma una cosa sono le dichiarazioni nel giorno di festa nazionale un’altra è la realtà, seppure gli sviluppi sono incerti pare difficile che il quadro finale vada nella direzione che preferisce Teheran, troppo importante la stabilità della regione, troppo strategica la posizione dell’Egitto sullo scacchiere mondiale. Tuttavia non è credibile che Teheran si limiti alle dichiarazioni, intanto il discorso non è stato fatto solo per gli iraniani, è indirizzato a tutti i potenziali fautori della creazione di una repubblica islamica presenti nel Nord Africa ed è stato fatto con lo scopo di riscaldare gli animi in un momento particolarmente delicato, inoltre intende minacciare USA ed Israele manifestando apertamente l’interesse per la partita. L’ingerenza iraniana risulta oltremodo pericolosa se collegata a tutte le minacce proclamate contro Tel Aviv ed il concreto pericolo di uno scoppio bellico tra i due paesi. Innervosire ora Israele significa avvicinarsi pericolosamente con una torcia accesa ad una polveriera. Già nei mesi scorsi l’esercito israeliano insieme a quello statunitense hanno aumentato l’armamento, anche pesante, lungo le frontiere israeliane, ed è risaputo che un’opzione contemplata come possibile dallo stato maggiore di Tel Aviv è l’attacco militare diretto contro l’Iran mediante bombardamenti aerei, in prima istanza acui seguirebbero operazioni di terra. Potrebbe essere un’escalation dagli esiti imprevedibili che  la risoluzione della crisi egiziana potrebbe indirizzare in un senso o nell’altro.

Pirateria somala: problema per il petrolio del mondo

L’associazione dei proprietari di petroliere Intertanko denuncia il grave pericolo presente sulle rotte del greggio, che oltre a mettere a rischio equipaggi, navi e carico, può compromettere l’economia occidentale ed in special modo quella degli USA per la mancata consegna del petrolio. Davanti alle coste somale transita più dell 40% del fabbisogno di greggio per l’intero pianeta ed il valore di ogni singolo carico varia dai 130 ai 150 milioni di euro; i riscatti vengono fissati nella misura anche di 6-7 milioni di euro. Sono cifre enormi che vanno motiplicate per la somma dei rapimenti, molti dei quali non vengono denunciati per accelerare le procedure di rilascio. La questione della pirateria somala va analizzata sotto diverse luci, prima fra tutte sotto il profilo della capacità organizzativa che comprende un dispiegamento di mezzi e di uomini non indifferente, che a monte deve per forza di  cose, avere una potenza articolata su più livelli. Sicuramente è dotata di una intelligence efficiente che fa uso di strumenti all’avanguardia e gode di una rete di informatori molto specializzata sui movimenti navali. La situazione somala, cioè dello stato Somalia, è il fattore più favorevole alla pirateria giacchè la forte instabilità dell’istituzione statale permette di creare vuoti di potere in ampie porzioni del territorio dove vanno ad insediarsi le basi fisiche dei sequestratori di petroliere. Sull’elemento territoriale ed istituzionale va ad inseririsi l’elemento religioso che si caratterizza per l’elevato grado di integralismo, a questo proposito va ricordato che la Somalia nel periodo 2004-06 è stata governata dalle Corti Islamiche, formazioni di estremisti religiosi finanziati da Iran e Libia, che, pur sconfitte dall’intervento etiope nel 2007, hanno mantenuto importante influenza sul tessuto sociale del paese. La capacità organizzativa della pirateria somala parte probabilmente anche dai finanziamenti ricevuti dalle corti islamiche ed è certamente possibile che ne sia una sua emanazione.  In relazione a questo la pirateria diretta contro le petroliere può essere concretamente inquadrata al di fuori di un mero fenomeno criminale, ma si può leggere anche in una strategia terroristica contro l’occidente, coniugando l’aspetto della resa economica con l’atto contrario al nemico dell’islam. Se il fenomeno, che come si è visto ha già una dimensione considerevole, dovesse aumentare la possibilità di conseguenti fenomeni inflattivi, dovuti al blocco ed al  rallentamento del trasporto del greggio, potrebbe avere effetti deleteri sull’economia occidentale. D’altra parte praticare rotte alternative o che prevedano una navigazione d’alto bordo, anzichè quella attuale che rasenta le coste somale, determinerebbe comunque un aggravio consistente al costo del trasporto con il conseguente innalzamento del prezzo del greggio. La questione deve essere risolta con mezzi militari di contrasto e sopratutto con un’azione coordinata e condivisa, la presenza costante delle navi militari risolve soltanto la situazione contingente ma non mette la parola fine al fenomeno. Senza un intervento militare delle Nazioni Unite sul terreno somalo, dove si trovano le basi,  la pirateria non è battibile.