La tattica israeliana per il riconoscimento della Palestina

Israele ottiene dalla Germania che non ci sarà nessun riconoscimento ufficiale, da parte dello stato tedesco, di uno stato palestinese autoproclamato. Netanyahu teme molto che una eventuale proclamazione unilaterale da parte dell’ANP provochi una serie di riconoscimenti statali, che obblighino Israele nell’angolo; per Tel Aviv vorrebbe dire essere scavalcato nel ruolo di protagonista assoluto ed unico gestore della situazione. L’appoggio tedesco garantisce ad Israele un partner di primaria importanza e permette di risolvere un antico contrasto con la Germania. La Merkel ha espressamente dichiarato che il presupposto per il riconoscimento dello stato palestinese deve essere una soluzione condivisa tra ANP ed Israele. Incassato questo successo Israele non ha in realtà, battuto la pista giusta. L’accordo con la Germania assicura una visibilità notevole, tuttavia non è un paese arabo e l’influenza tedesca sulla regione è pressochè nulla. Netanyahu insiste nella sua strategia che non pone al centro delle trattative i paesi confinanti con l’area israelo-palestinese, continuare ad evitare interlocutori arabi o comunque favorevoli alla costruzione di uno stato palestinese non fa partire alcuna trattativa costruttiva sull’annoso problema. Tel Aviv gioca una partita soltanto dove è facile ottenere risultati, ciò fa parte del più complesso programma che intende rimandare sine die la questione palestinese in attesa di eventi più favorevoli. Il punto debole è che questa strategia è stata elaborata prima delle rivolte arabe, quando Israele poteva contare su punti fermi di sicuro affidamento. Il ribaltamento della situazione in Egitto, la rivolta in Siria ed in Giordania, dovrebbero avere cambiato i piani di Israele, che, invece procede imperterrito sulla condotta intrapresa. La mancanza di flessibilità nella diplomazia israeliana potrebbe creare un grave fattore, dannoso per la stabilità regionale e per lo stesso destino della nazione della stella di Davide.

La guerra segreta di Israele all’Iran

Nei giorni scorsi una vettura con due cittadini sudanesi ed in territorio sudanese è stata colpita da un attacco aereo ad opera di un velivolo non identificato. La diplomazia sudanese ha affermato di essere certa che l’aereo era israeliano. Dal canto suo Israele nega ogni addebito
ma diversi elementi confermerebbero questa pista. Il traffico d’armi dall’Iran ad Hamas attraversa il terrritorio sudanese, dopo essere partito dal porto di Bandar Habbas; già nel 2009 un convoglio era stato attaccato dal cielo al confine tra Sudan ed Egitto, con 119 vittime.
La finalità di questi raid è di bloccare il traffico d’armi sofisticate con cui l’Iran rifornisce Hamas; la capacità militare e tecnologica israeliana può arrivare facilmente a colpire obiettivi fuori dal suo territorio grazie alla disponibilità di droni, aerei senza pilota, che vengono guidati dalle basi dell’esercito della stella di David.
La guerra sotterranea con l’Iran, raprresenta uno dei fronti, “caldi”, di Tel Aviv, che monitora continuamente le vie battute dai fornitori d’armi; tuttavia la priorità è sabotare il programma nucleare di Teheran con attacchi informatici che bloccano i programmi iraniani e con attentati le cui vittime sono esperti nucleari che collaborano con la repubblica teocratica.

La grana laicità per Sarkozy

All’interno del partito del presidente Sarkozy infuria il dibattito sul laicismo. La politica intrapresa dall’UMP per ricercare una propria via alla laicità dello stato è andata a cozzare contro l’emorragia di voti nella recente tornata amministrativa, a favore dell’estrema destra di Marine Le Pen. In realtà la debacle è stata causata dal grande tasso di astensionismo giunto alla scarsa efficacia del programma di governo sul fronte interno, nei temi economici e sociali. Tuttavia la paura di perdere ulteriori consensi, ha scatenato il dibattito all’interno del partito; quello affrontato è uno scenario con una lama a doppio taglio, perchè, se da un lato, le istanze della società civile francese, anche in ambito conservatore, vanno nella direzione di una domanda di maggiore divisione tra stato e religione, quindi una progressiva laicizzazione, dall’altro lato nelle regioni più interne e maggiormente tradizionaliste, un processo che favorisca un atteggiamento più laico dello stato, appare come una abdicazione di fronte all’avanzata della religione musulmana, che ormai conta cinque milioni di fedeli nel territorio francese. D’altro canto anche l’elettorato musulmano rappresenta una grossa fetta di votanti a cui il processo di laicizzazione potrebbe non essere gradito, proprio per le norme concrete che si intendono proporre (valga per tutti l’esempio di vietare le manifestazioni di culto al di fuori delle aree religiose). L’UMP, appare quindi, in un vero e proprio “cul de sac”, in vista delle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Sarkozy, con questo tema, pensava di sfondare nell’area di centro sinistra, proponendo una immagine nuova del suo partito; l’avanzata di Marine Le Pen lo costringerà a rivedere i propri piani.

La Cina alza ancora i tassi d’interesse

Ulteriore innalzamento dei tassi di interesse in Cina nel tentativo di raffreddare ancora il fenomeno inflattivo andato ben oltre le previsioni elaborate dal governo di Pechino. Quello che viene temuto è lo scoppio di una bolla speculativa che trascini l’economia cinese in un vortice pericoloso per tutta l’impalcatura della struttura produttiva. Dove non riescono i governi, pare che sia l’economia stessa a regolare il sistema, la misura appare un apprezzamento della moneta cinese, proprio quello che è stato sempre rifiutato da Pechino ai governo occidentali. L’economia globale ha così la meglio sui programmi degli economisti cinesi, che puntavano a mantenere basso il valore dello yuan, per mantenere alto il livello delle esportazioni; ma il punto a cui è arrivata l’economia cinese non permette il valore artefatto della moneta, pena una inflazione pericolosa. Sul fronte dell’espansionismo cinese continua la strategia che punta ad aumentare la propria influenza mediante prestiti superconvenienti a stati in difficoltà. L’ultima frontiera sono i paesi del pacifico, gli stati arcipelago, che non godono di floridezza economica ed i prestiti cinesi, particolarmente convenienti, sono un vero e proprio toccasana.

Nuovi ingressi nella coalizione dei volenterosi

Il secondo paese arabo, dopo il Qatar, entra a far parte della coalizione dei volenterosi, si tratta della Giordania, che sta partecipando all’azione con un proprio velivolo.
Secondo fonti non ufficiali, anche aerei degli Emirati Arabi Uniti si sarebbero levati in volo sulla Libia. I nuovi membri dell’alleanza sono particolarmente significativi perchè assicurano all’operazione un ulteriore assenso proveniente dai pesi islamici e pongono Gheddafi ancora più nell’angolo dell’isolamento.
Sul fronte puramente militare la difficoltà che patiscono i piloti alleati è quella di distinguere gli appartenenti dei due schieramenti, perchè le truppe lealiste hanno ora montato le mitragliatrici sui pick up, proprio come i ribelli.
Intanto il tiepido atteggiamento USA riguardo all’appoggio armato dipende dalla perplessità per la composizione del governo dei ribelli; gli americani temono che dietro i rivoltosi possano esserci elementi provenienti da flenge estremiste. Perplessità condivisa con la Turchia, a cui Bengasi attribuisce scarso impegno nella battaglia. Se questo è vero, per Ankara è anche una occasione per pesare di più nell’area del Mediterraneo, la Turchia sta, infatti, praticando una tattica avvolgente per ergersi a punto di riferimento dei paesi musulmani dell’area, discorso che porta avanti, in Libia, praticando una sorta di stop and go degli aiuti militari per accrescere la sua capacità
di influenza.

Es posible que la tibieza de los ataques de la OTAN contra Gadafi se deba a la falta de confianza que Estados Unidos tiene en el gobierno rebelde. A Bengasi ha llegado un enviado de la Casa Blanca para tratar de averiguar quién está al mando de la revolución. El Consejo Nacional de Transición –principal órgano rebelde- ha recibido el reconocimiento de Francia, Italia y Qatar. EE.UU. afirma que aún no tiene suficiente información para dar este paso.

Il segretario della difesa USA in Arabia Saudita

Il viaggio del segretario della difesa USA in Arabia Saudita, nasconde le preoccupazioni della superpotenza americana per i sommovimenti presenti nella regione. La maggiore preoccupazione riguarda i fatti yemeniti, dove dietro le rivolte potrebbe nascondersi una azione di Al Qaeda, che nello stato riscuote diverso successo. Una presa di posizione dei qaeddisti nello Yemen, od anche l’estendersi della propria influenza sul territorio, provocherebbe una pericolosa minaccia per gli alleati USA e per la stessa flotta americana presente nel Bahrein. La particolare vicinanza con l’Arabia Saudita con lo Yemen, mette lo stato di Ryad in posizione particolarmente pericolosa in caso di sollevazione guidata da Al Qaeda, che vede la monarchia regnante con grande avversione. Inoltre dell’aggravarsi della tensione nella regione si potrebbe avvantaggiare l’Iran, tradizionale nemico dei sauditi. Una destabilizzazione della regione creerebbe sicuramente una pericolosa falla nel sistema geodiplomatico statunitense, che ritiene la regione un punto chiave della propria strategia internazionale, oltre che determinante per l’economia mondiale essendo l’Arabia Saudita il più grande esportatore di greggio.

La diseguaglianza pericolo per la stabilità

Nel villaggio globale del mondo, le analisi finanziarie devono vertere su temi generali. Il direttore dell’FMI ha rilevato come la fragilità della ripresa economica mondiale contraddistingua la fase attuale e come questo fatto, da cui conseguono le forti disegualglianze sociali, possa innescare una nuova crisi innescata sulla prima. Il tasso molto elevato della disoccupazione dei paesi sviluppati fa il paio con una eccessiva produttività delle economie in via di sviluppo, che cercano di spingere sull’acceleratore della crescita creando al loro interno fenomeni inflattivi, l’associazione di questi fenomeni può creare un surplus delle merci, generando uno stallo dei consumi che potrebbe costituire un freno alla debole ripresa. Il fattore delle disuguaglianze sociali può essere la leva su cui agire per rialzare il tasso dei consumi, mediante una sua riduzione. Inoltre quello che viene maggiormente temuto è l’innescarsi di un circolo, non certo virtuoso, dove il fenomeno delle diseguaglianze socioeconomiche vada ad incidere sulla stabilità politica dei singoli stati. Anche nazioni di sicura democrazia possono essere protagoniste di fenomeni destabilizzanti legati alla situazione economica.

In Libia continua lo stallo, ma ora i ribelli vendono il petrolio

La NATO afferma di avere distrutto il 30% dell’arsenale di Gheddafi, ciò significa che il 70% è ancora in mano al colonnello; il che significa che una parte consistente è ancora a disposizione delle forze lealiste. I soli raid aerei non bastano a sbloccare la situazione di stallo, i limiti della risoluzione 1973 impongono che l’uso della forza aerea deve garantire l’imparzialità tra i contendenti, quindi l’intervento NATO non può spingersi oltre. La conseguenza diretta è che senza intervento con truppe di terra non può esserci lo sblocco della situazione, almeno in senso militare. L’eventualità è però ritenuta remota, lo sforzo economico e sopratutto politico richiede un investimento troppo elevato per essere portato a termine. Resta la strada diplomatica, ma il percorso è ancora troppo accidentato per prospettare una risoluzione in tempi brevi. Intanto La parte est del paese prova a trovare una via propria allo sviluppo economico: attraverso il Qatar è stata infatti avviata la vendita del petrolio proveniente dai giacimenti che si trovano nei territori occupati dai ribelli. E’ una piccola svolta nello sviluppo del conflitto, un tentativo di normalità che significa anche sottrarre una quota sostanziale del potere di Gheddafi.

Il fallimento della politica estera europea

La politica estera europea è travolta dagli eventi; già senza casi particolari la gestione era piuttosto travagliata, ma con le rivolte arabe e successivamente con la guerra libica: le incogruenze delle visioni dei singoli stati sono emerse in tutta la loro diversità. Ciò ha determinato una serie di riesami su tutta una serie di questioni internazionali che possono mettere a dura prova lo spirito stesso del trattato di Lisbona. L’assenza di una visione comune unitaria, giunta all’incapacità manifesta di produrre una sintesi sufficientemente rappresentativa della visione generale, capace di trovare dei punti d’intesa, provoca una mancanza di direzione che si concretizza in una somma vettoriale di azioni e reazioni che spesso sono uguali e contrarie e che comunicano, in definitiva, l’immobilismo risultante dall’incapacità del burosauro di Bruxelles. La mancanza di un’agilità nella risposta ai fatti diplomatici, a causa delle lunghe trattative, che spesso finiscono in un nulla di fatto, fanno mancare quella velocità di azione che è un requisito sempre più necessario per fare fronte all’esigenze diplomatiche che si succedono nell’attualità. La guerra di Libia ha provocato fratture difficili da sanare tra Francia, Regno Unito e Germania, tuttavia può essere anche un fattore di riflessione per ripensare radicalmente l’impostazione della politica estera europea. Uno delle cause più rilevanti della mancata unitarietà nella politica estera è la questione turca: Ankara stufa di aspettare l’ingresso in Europa ha rimodellato la propria politica estera volgendo ad est le proprie attenzioni; fuori dall’orbita europea, perchè rifutata, la Tuechia è stata capace di creare una fitta rete di rapporti sia politici, che economici con paesi come Iran, Iraq, Siria ed altri. Questa capacità turca poteva essere sfruttata a vantaggio dell’Unione Europea con maggiore lungimiranza. Un’altro aspetto saliente è il rapporto con la Cina: per convenienza economica l’aspetto dei diritti umani e della repressione non viene mai toccato, non si elabora una strategia comune per obbligare il gigante cinese ad un cambio di rotta, che tra l’altro sarebbe anche conveniente dal punto di vista economico, dato che Pechino opera tramite una concorrenza distorta data dai bassi salari. La mancata visione comune diplomatica si riflette anche nella materia economica, dove nel commercio estero, si procede in ordine sparso. Senza una soluzione che contempli maggiore unitarietà nella politica estera, la UE è un organismo zoppo e non in grado di stare sul teatro che conta delle problematiche mondiali.

Il ruolo dell’Unione Africana nella crisi libica

L’Unione Africana è l’ultima frontiera per la salvezza di Gheddafi. Negli scorsi anni la politica del colonnello nel continente africano è stata quella di portare un fiume di denaro che ha permesso diversi investimenti. Si è trattato spesso di interventi populisti capace di colpire al cuore le masse africane. La costruzione della Moschea Nazionale Gheddafi, in Uganda è un esempio magnificamente calzante; l’edificio è capace di ospitare 30.000 fedeli, costruito a Kampala in Uganda, fu inaugurato in pompa magna dal colonello con un suo discorso davati a 10.000 persone. Grazie alla grande liquidità il leader libico ha investito ingenti capitali in circa 21 paesi africani, contribuendo allo sviluppo economico di settori chiave quali le telecomunicazioni e l’agricoltura. Questo ha contribuito a fare di Gheddafi un capo di stato molto amato nel continente africano, grazie anche alla sua figura ed alla sua capacità di comunicatore, per le masse dei cittadini africani è il capo di stato capace di tenere testa all’occidente colonialista e sfruttatore delle materie prime africane. In un certo senso l’Unione Africana è stata costretta a prendere parte favorevolmente alla risoluzione 1973, costretta dagli eventi, in realtà la posizione è sempre stata tiepida e sostanzialmente concretizzata con un appoggio attestato sulle condizioni del minimo sindacale. Questo anche per le divisioni interne della stessa UA, dove non tutti i membri erano favorevoli all’appoggio all’istituzione della zona di non volo. La proposta della UA è quella di un cessate il fuoco a cui far seguire elezioni democratiche; è un obiettivo difficilmente percorribile specialmente nella seconda parte perchè si parla di una nazione che non ha mai conosciuto alcuna organizzazione sociale se non i clan tribali. Un problema da risolvere per la UA è anche uno dei paletti posti dai ribelli: l’uscita di scena della famiglia Gheddafi è ritenuta requisito essenziale per avviare qualsiasi forma di trattativa; peraltro è evidente che solo l’Unione Africana può convincere il colonnello ad accettare una uscita di scena onorevole che contempli l’esilio. L’Uganda si è offerta di ospitare Gheddafi, è una strada da percorrere per fermare il conflitto.