Attacco informatico all’Iran

Stuxnet è il nome del virus informatico, un trojan horse, che ha messo sotto attacco il sistema informatico iraniano; ad essere colpite sono le principali industrie e società che gestiscono reti elettriche ed idriche. Il virus funziona scaricando i dati delle reti in cui si infiltra all’esterno, non solo può assumere il controllo della gestione di reti elettriche ed della gestione delle risorse idriche, in sostanza è capace di infiltrarsi nei settori essenziali della vita di tutti i giorni fino a mandare in tilt un’intero paese. Quella accaduta, seppure con tutte le smentite di rito, pare la prova generale di un possibile attacco ai reattori nucleari in via di costruzione in Iran, si tratta di un’opzione sia alternativa che complementare ad un possibile attacco militare, l’opzione più volte prevista da Israele per scongiurare la creazione della potenza atomica del regime iraniano. L’analisi del virus da parte delle maggiori industrie di sicurezza informatica pare escludere l’azione di un singolo hacker, l’elevata potenza di questo virus ne presuppone una creazione molto elaborata: il sospetto è che sia uno stato ad essere dietro a questo attacco informatico. Del resto l’uso massiccio dellapirateria informatica non è una cosa nuova, gli USA hanno accusato più volte la Cina di fare partire continuamente attacchi informatici verso industrie occidentali, ed anche nei paesi a regime dittatoriale l’applicazione di intrusioni elettroniche sono ormai divenute una prassi. Tutto questo ha generato un mercato sia civile che militare volto sia alla difesa che all’attacco delle reti informatiche, ormai imprescindibili fattori dello scacchiere diplomatico.

Unione Europea: la Francia contesta il budget degli armamenti

La Francia solleva il problema del budget militare dell’Unione Europea: a fronte del riarmo a cui si assiste sulla scena mondiale, la UE taglia la spesa per gli armamenti. La tesi francese è che questo porterà ad un ridimensionamento oltre che del peso militare, anche di quello politico, con ovvie ricadute sia in termini di prestigio, e quindi diplomatici, sia intermini economici, peraltro strettamente collegati con i primi. La Francia, forse, tende a trasferire anche in campo europeo la propria classica “grandeur” e teme che la UE prenda un posto subalterno nella scena mondiale. Da un lato questo pare essere vero, militarmente non sembra possibile competere con gli USA e con la Cina che sembrano sempre più le due superpotenze con le quali il globo deve fare i conti, se se non con investimenti pesanti e continui, che permettano di potere affrontare qualunque scenario di guerra possa presentarsi; questo è visto come condizione essenziale per potere contare sempre di più sulla scena diplomatica e quindi economica: è, infatti, ormai risaputo, che il rientro economico che deriva da interventi militari (piani e commesse di ricostruzione) si guadagna solo con il massiccio dispiegamento di forze nel teatro di guerra interessato. Il postulato è questo: a maggiori interventi militari, sostenuti da corposi investimenti, seguono commesse che ripagano, con lauto guadagno, l’intervento militare dispiegato. L’indotto perverso che si è creato di fatto è ormai questo ed è chiaro che con una riduzione del budget sia implicita anche una riduzione dei guadagni. Peraltro la scelta della UE è dettata da una politica, specialmente in una fase di crisi come l’attuale, che tende a beneficiare altri settori rispetto all’armamento, giusto o sbagliato che sia la valutazione è questa. Esisterebbe un’altra strada per cercare il prestigio internazionale senza mostrare i muscoli e sarebbe rafforzare l’azione diplomatica comune, con una sola politica estera autorevole ed univoca, ma questa ipotesi per il momento è ancora osteggiata.

Il problema curdo

Prima o poi il problema Kurdo riprenderà l’importanza che gli compete sulla scena internazionale, lo stato Curdo per ora non esiste anche se è rivendicato da tempo da una popolazione, che è a tutti gli effetti una nazione senza stato, che lotta anche con metodi non pacifici. Turchia, Siria, Iran ed Iraq, le nazioni che si dividono il territorio che potrebbe diventare il Kurdistan e sul quale vivono almeno 25 milioni di curdi  difficilmente cederanno ai tentativi di vedere nascere un nuovo stato alle loro frontiere cedendo parte delle loro sovranità. Tuttavia con la fine del regime di Saddam, la regione curda iraqena ha guadagnato sempre più autonomia forte di una ricchezza derivante dal petrolio, la visione di questi curdi non è massimalista, sono consci delle difficoltà di creare uno stato totalmente indipendente e quindi optano per un’azione a medio-lungo raggio, anche perchè le carenze interne relative alla gestione el potere sono chiaramente un’ostacolo. Si tratta di una società ancora legata ad una gestione del potere di tipo feudale, basata sui clan e sul clientelismo, inoltre praticamente non esiste un tessuto industriale ed anche le infrastrutture sono carenti. Dati questi punti di partenza   quello che si cerca è di aumentare il benessere della popolazione provata da anni di persecuzioni e di eleborare un nuovo proccio al potere cercando di scalfire l’arretrato sistema vigente. Per fare ciò l’intendimento è di organizzare una  conferenza internazionale ad Erbil, capitale della zona iraqena, dove con i rappresentanti dei curdi degli altri stati venga presentata un’istanza alla comunità internazionale per la crezione pacifica di uno stato curdo. Quello che potenzialmente potrebbe nascere sarebe uno stato crocevia di importanza mondiale sopratutto per lo snodo energetico, sia produttivo che per il trasporto del greggio, ed in ottica di stabilizzazione politica della regione  uno stato su cui puntare da parte delle Nazioni Unite che con proprie basi avrebbero accesso a veloce a potenziali focolai pericolosi per la pace.  Questo  a parte le legittime aspirazioni del popolo curdo, che dopo deceni di sofferenza nel quadro dell’autodeterminazione dei popoli

L’Islanda, un nuovo membro per la UE?

Probabilmente fra un anno l’Islanda potrebbe andare al referendum per entrare nell’Unione Europea; per ragioni culturali dovute all’isolamento fisico del territorio, il popolo islandese è orgoglioso del proprio isolamento, che, negli anni, tenedolo anche un poco in disparte dalla storia, lo ha preservato dalle invasioni e dalle guerre; non da quelle finanziarie, però. La grande crisi finanziaria del 2008 ha messo sotto una luce diversa  questo magnifico isolamento, per molti se ci fosse stata la protezione dell’ombrello comunitario avrebbe mitigato gli effetti nefasti del dissesto che ha duramente colpito l’isola. In Islanda esistono due grandi settori produttivi: l’agricoltura e la pesca; il primo è sempre stato considerato strategico per l’autonomia alimentare del paese, il ceto contadino è geloso custode delle tradizioni del paese e vede l’ingresso in europa come una serie di restrizioni e contingentamenti che ledono l’autonomia del settore, anche la pesca, l’altro settore trainante del paese non vede di buon occhio l’affiliazione all’unione, infatti grazie al deprezzamento della moneta locale sono aumentate le esportazioni incrementando il guadagno del comparto, anche in questo caso le quote ferre comunitarie fanno temere un calo dei guadagni. Gli europeisti portano a favore dell’ingresso in europa i benefici derivanti dai controlli finanziari, dal sostegno alla ricerca, all’energia ed alla sicurezza; ed anche per quanto riguarda le obiezioni dei settori della pesca e dell’agricoltura viene controbattutto che le decisioni di Bruxelles verrebbero comunque concordate con un commissario islandese ed inoltre l’Unione Europea a fronte di contingentamenti della produzione interverrebbe con sussidi e finanziamenti. Per L’Unione Europea si tratterebbe del ventottesimo membro, forse non strategico, ma in grado di proseguire il processo di unificazione in ambito continentale.

Europa e rom: il summit bulgaro-romeno

I capi di stato di Romania e Bulgaria hanno dato vita ad un summit sul problema dei rimpatri dei rom in relazione all’entrata in vigore dei loro paesi all’accordo di Schengen. Si tratta del primo incontro del genere trai due paesi coinvolti nei rimpatri forzati decisi dal governo francese. I due capi di stato hanno concordato che stabilire una espulsione sulla base del criterio etnico è inaccettabile, ed inoltre la questione delle minoranze non può essere una materia ostativa all’adesione del trattato di libera circolazione, ma il problema dei rom rimane , l’auspicio è una soluzione a livello europeo che preveda progetti di lavoro, assistenza medica e scolarizzazione dei minori, con le istituzioni comunitarie direttamente coinvolte. Il presidente bulgaro ha sottolineato che quando il rom è stanziale non può essere ritenuto nomade per il solo fatto di appartenere all’etnia rom. Sostanzialmente è stato un incontro positivo a cui occorrerà verificare se le istanze dei due stati saranno recepite dalla UE; politicamente invece si hanno avuti due giudizi differenti causati dall’appartenza partitica dei due presidenti: il premier bulgaro, di provenienza centro-destra ha specificato di non avere avuto problemi con Sarkozy, mentre il premier romeno, di centro-sinistra, ha criticato l’operato francese.

Iran, sale la tensione

Dopo l’attentato che provocò 12 morti a Teheran durante una sfilata militare, il ministro Moslehi ha chiaramente detto che la mano terrorista è stata armata dalle principali  potenze internazionali, intendendo con questa definizione Stati Uniti e Regno Unito, i paesi normalmente accusati di finanziare i gruppi di opposizione presenti nella repubblica islamica. Queste dichiarazioni fanno il paio con quelle del capo di stato iraniano che ha accusato dalla tribuna dell’ONU Netanyahu di essere un assassino, stravolgendo ogni protocollo dipolmatico. Si tratta di dichiarazioni concertate che vanno inquadrate nell’evoluzione che è stata presa dalla situazione internazionale, dove lo stato Iraniano appare sempre più isolato sul piano delle relazioni internazionali, sopratutto dopo le dichiarazioni di Fidel Castro, del presidente ANP e di quello egiziano che hanno sostanzialmente preso le distanze da Ahmadinhejad.  L’accusa è pesante, a niente è valso il messaggio di cordoglio della segretario di stato Clinton, che ha condannato l’attentato, il clima di accerchiamento in cui è maturata la strage a provocato  sostanzialmente la dura ed esplicita dichiarazione. Quanto ci possa essere di vero è impossibile dire, l’opposizione al regime iraniano è sicuramente finanziata se non direttamente da paesi avversi almeno da organizzazioni ad esso collegati, ed è in uno stato di esasperazione dopo i drammatici fatti seguiti alle proteste avvenute dopo le elezioni. Il regime, d’altro canto, sfrutta e sfrutterà ogni episodio per cavalcare gli scenari sia interni che esterni a suo favore in un quadro che comprende, non dimentichiamolo, la possibilità non certo velata di una guerra con Israele a causa della costruzione dei reattori atomici.

La politica estera di Obama

Barack Obama ha tenuto il suo primo discorso all’ONU cercando di portare sulla scena delle nazioni unite il suo credo diplomatico , la sua teoria del mondo come visione globale. Tale politica è una sorta di novità rispetto alle concezioni di chi lo ha preceduto, come ad esempio i due Bush, che vedevano gli USA posizionati all’interno dell’assemblea dell’ONU come una sorta di “primus inter pares”, un membro sostanzialmente di maggiore importanza e maggior peso nelle decisioni e nell’indirizzo della politica della massima organizzazione internazionale. Obama pare voglia contraddistinguersi per un profilo più basso e coinvolgere maggiormente sia l’ONU che gli altri paesi nella gestione dei problemi e conflitti internazionali, è chiaro che questa nuova rotta è dovuta non solo all’esclusiva visione di Obama ma anche alla situazione interna contingente degli USA. Il presidente americano infatti, nonostante i successi ottenuti con la riforma della sanità ed il rispetto del rimpatrio dei primi contingenti dall’Iraq, deve combattere con una accanita opposizione interna che non permette una sostanziosa distrazione delle forze verso scenari internazionali. Obama usa anche argomenti pesanti per coinvolgere maggiormente gli altri paesi nell’azione comune, in special modo l’Unione Europea, sostenendo che la risoluzione del problema afgano, proprio per la contiguità territoriale è un problema più importante per il vecchio continente che per otlreoceano.  Con le altre superpotenze l’amministazione americana ha intrapreso un politica di dialogo che rinnega lo scontro: con la Russia sono stati intrapresi rapporti più distesi ed anche con la Cina, malgrado le differenze in materia economica si vanno cercando intese sempre più proficue. Resta il nodo Iran, anche alla luce dell’atteggiamento di Turchia e Brasile, storici alleati USA, che non hanno condannato il regime di Teheran, anche in virtù di intensi accordi commerciali che intercorrono tra questi paesi. Comunque la politica americana pare ora tendere alla ricerca di una pacificazione condivisa tra i componenti del mondo, certo affermarlo non basta ma è già un grosso passo avanti.

Al Qaeda versus Francia (ed Europa)

Il rapimento del personale francese della società AREVA, che gestisce le miniere di uranio del Niger, è un colpo strategico non solo all’economia di Parigi, ma anche agli altri paesi europei a cui la Francia vende l’energia elettrica (Italia,  Spagna, Inghilterra e Germania). Questo atto terroristico appare avere come scopo minacciare il cuore economico dell’Unione Europea attraverso il principale produttore di energia nucleare, il fatto ha anche valenza simbolica si cerca di colpire un produttore di energia nucleare come l’occidente che, di fatto concorre, all’impedimento per fare partire l’Iran con i reattori nucleari. La situazione della scelta dell’obiettivo deve fare riflettere, Al Qaeda non ha colpito a caso: in questo momento la Francia appare debole nel teatro internazionale per i fatti delle espulsioni dei rom, ed una ulteriore esposizione sulla scena mondiale ne fa un soggetto debole in un momento dove occorrerebbe un basso profilo e non essere al centro della scena. Nonostante il riserbo mantenuto filtrano notizie su di una azione militare condotta da forze francesi d’elite  su suolo straniero, l’intervento, peraltro autorizzato per la prima volta in 25 anni, dal Niger, mette la Francia in una sovraesposizione mediatica in questo momento non opportuna. Intanto sul territorio nazionale la nazione transalpina vive una in uno stato di psicosi da attacco terroristico, le minacce di Al Qaeda sono ritenute reali e tutti i dispositivi di controllo sono allertati al massimo grado dopo gli avvertimenti seguiti al fallito attacco compiuto con la Mauritania contro la base qaeddista in Mali. E’ comunque chiaro che la Francia, pur essendo l’obiettivo principale, non è il solo, l’uranio scarseggia e le miniere del Niger che riforniscono i reattori francesi sono spesso oggetto di attacchi da parte della guerriglia quindi  tendono, in ultima analisi a creare problemi ad uno dei motori dell’economia europea. Questo fatto segna un cambio strategico delle azioni terroristiche alzando il livello degli obiettivi e le conseguenze delle azioni, per ora i tentati sabotaggi sono ancora marginali ma non è da escludere un’escalation verso obiettivi più ambiziosi come gli oleodotti che numerosi attraversano zone che possono finire sotto il controllo o comunque permettere l’azione dei qaeddisti.

La sinistra che scompare

La debacle del partito socialdemocratico svedese è l’ennesima spia della difficoltà dei partiti laburisti e di sinistra nell’arena politica europea. La sconfitta in Svezia è solo la punta dell’iceberg, ma molto significativa essendo maturata nella patria del modello svedese quello della socialdemocrazia per antonomasia. Il dato è comune nell’area europea, infatti solo sei paesi su ventisette sono governati da partiti o coalizioni di sinistra, quali sono le cause comuni che hanno caratterizzato questo trend continentale? La politica economica delle coalizioni di centro sinistra è stata caratterizzata dall’antitesi delle teorie redistributive del reddito prediligendo vie a metà tra il vantaggio dei grandi gruppi finanziario-industriali e le privatizzazioni spinte, generando ulteriore diseguaglianza sociale anzichè esercitare una azione mitigatrice sulla forbice dei redditi. Tali effetti sono stati amplificati da una delle più grosse crisi economiche avvenute negli ultimi decenni. Lapercezione degli elettori di sinistra (o centrosinistra) è stata un misto di delusione per aspettative non rispettate, l’imperizia dei governanti che in alcuni casi  hanno rasentato il dilettantismo e per l’evidente tradimento dei programmi elettorali. Anche la situazione sociale non è stata governata a sufficienza, non sono stati cioè capiti quei problemi e quelle istanze legate all’immigrazione, talvolta clandestina, e con la connessa criminalità che ha infestato l’Europa, si è preferito proseguire una politica quasi permissiva senza risolvere con il giusto rigore e con una azione politica univoca il crescente disagio della cittadinanza indigena. Con questi presupposti per le coalizioni avversarie è stato facile inserirsi nelle maglie dell’elettorato deluso e spostare a destra la barra dell’Europa,  con conseguenze non troppo positive anche per l’Unione, giacchè le posizioni dei partiti di centrodestra, sopratutto dei nuovi membri, non sono mai state tradizionalmente europeiste.

La lotta alla povertà dell’ONU

L’ONU si riunisce per ridurre la povertà mondiale, obiettivo ambizioso ed istituzionale per le nazioni unite. Il progetto, in realtà, coinvolge più obiettivi, dato che la povertà nel suo complesso è una somma di più fattori. Molto passa dalla riduzione della fame nel mondo attraverso la quale si combattono diverse malattie che flagellano le parti più povere del pianeta. Altre aree d’intervento riguardano la riduzione della malaria, dell’AIDS e della mortalità infantile. Ma a lato di queste emergenze, di natura medica, per sconfiggere la povertà mondiale occorre agire sugli ostacoli sociali che frenano lo sviluppo: la parità dei sessi, la mancanza endemica di scolarizzazione e la scarsità di infrastrutture che consentano uno sviluppo economico tale da consentire una qualche forma di autosufficienza e di ingresso nel mercato mondiale delle merci e della produzione in modo degno e non subalterno. E’ chiaro che gli obiettivi sono ambiziosi, ancorchè doverosi, e necessitano di finanziamenti cospicui, si parla di mille miliardi di dollari, è impensabile che in tempi di crisi economica, come l’attuale fase storica, il budget sia sostenuto soltanto dai paesi ricchi, per questo il segretatio generale dell’ONU, Ban Ki-Moon ed i suoi funzionari pensano a modi di finanziamento innovativi capaci di innescare un circolo virtuoso. I mezzi individuati sono lo sviluppo delle reti di comunicazioni, con internet e la telefonia mobile in modo di incrementare le comunicazioni anche in funzione commerciale, la tassazione dei trasporti e lo sviluppo di flussi turistici verso nuove mete sconosciute presenti nei paesi in via di sviluppo. La sfida è ambiziosa, l’augurio è che si arrivi a risultati tangibili anche in un’ottica di pacificazione mondiale da ottenere attraverso lo sviluppo economico.