La mancata visibilità del problema basco

La decisone dell’ETA di sospendere le azioni armate pone domande circa le condizioni nelle quali è maturatala proposta, infatti il movimento indipendentista basco non versa più in ottime condizioni, l’appoggio popolare pare essere  venuto meno per l’efficace azione di Zapatero che ha saputo mettere in campo una doppia strategia tesa a limitare l’azione militare contenendola preventivamente giunta ad una politica amministrativa che ha permesso ai baschi una maggiore indipendenza, pur sempre nell’ambito statale spagnolo. Quindi la decisione appare quasi una sconfitta essendo una dichiarazione unilaterale non proveniente da accordi ufficiali. Inoltre la richiesta di coinvolgere la comunità internazionale per negoziati alla luce del sole che risolvano appunto con la via diplomatica (se di questo è corretto parlare per un territorio che  non è stato sovrano ufficilamente riconosciuto) mette in chiara luce la necessità di portare di nuovo sulla scena mondiale un conflitto che pareva ormai dimenticato proprio grazie all’azione del governo di Madrid e di cui si parlava prima. Pare la carta della disperazione per evitare una sconfitta che cancelli il problema basco, almeno nella visione dell’ETA.

Il regime iraniano condannato da Mazen

La svolta dei governanti palestinesi nei rapporti con l’Iran è una chiara presa di posizione con molteplici implicazioni; dichiarare, come ha fatto, Mazen, che il governo è illegittimo in quanto eletto in una consultazione truccata, vuole dire, prima di tutto, prendere le distanze da un nemico di Israele, nonostante abbia perorato, a parole, più volte la causa palestinese, e nel contempo prendere le distanze da un amico dei gruppi estremisti arabi che non vogliono la pace. Non è cosa da poco, con questo passo si afferma la volontà che il processo di pace inaugurato i giorni scorsi vada avanti in modo chiaro, si dice cioè, che l’autorità palestinese, non intende prendere eventuali vantaggi derivanti da un possibile scontro Israele-Iran, è quindi una posizione chiara e leale verso l’interlocutore israeliano ed anche verso il promotore statunitense. L’Iran dal canto suo procede nella sua strada di isolamento, anche l’Egitto ha manifestato contrarietà al regime di Teheran cancellando una visita diplomatica prevista, ed anche il fatto di riproporsi come sede dei negoziati non è ben visto dall’Iran che imputa al paese dei faraoni il tradimento del popolo palestinese ed in un’ottica più ampia del popolo arabo.

Verso lo stato palestinese

Nonostante le difficoltà i colloqui Israele-Palestina sono partiti da una novità enorme nella storia dei processi di pace: la constatazione di entrambi gli stati della necessità del riconoscimento reciproco della dignità di stati, questo implica, giacchè Israele è già comunque uno stato (anche senza il riconoscimento palestinese), che Israele vede come unica opportunità di pacificazione la creazione di uno stato sovrano Palestinese; va detto che questa soluzione era oramai l’unica possibile, come individuato già da tempo da numerosi esperti della questione mediorientale, ma è la prima volta che Israele esplicita in modo anche formale questa soluzione. E’ chiaro che il processo dovrà avvenire anche in senso inverso, quindi con il ricnonscimento formale dello stato israeliano da parte dei palestinesi, tutti quegli atti di guerra e verso lo stato ebraico rientreranno, in sostanza, come atti terroristici verso uno stato straniero. Si dirà che già succede ma attualmente il labile confine del mancato riconoscimento reciproco non fa rientrare gli atti terroristici e le ritorsioni militari israeliane tra atti di guerra tra due paesi sovrani, con tutto il corollario che ne consegue governato dal diritto internazionale. Ma a parte le questioni giuridiche l’importante è il comune riconoscimento della necessità della pace nella regione, fatto che sembra scontato, ma ammesso pubblicamente da due avversari di tale caratura è sicuramente un progresso. Non tutto però è rose e fiori, i gruppi estremisti palestinesi hanno già annunciato in centro comune di organizzazione per contrastare il processo di pacificazione e con quali mezzi è facile da immaginare; in questa fase oltre all’azione diplomatica, necessaria ma non sufficiente è auspicabile un aiuto internazionale ai palestinesi che intendono portare avanti la pacificazione per isolare i gruppi estremisti.

Europa sotto scacco

Tralasciando le prediche coraniche, i berberi con i loro cavalli, le hostess, la tenda, insomma tutto quello che non è stato e tutto quello che è stato definito folklore il punto cruciale della visita del leader libico è stato, di fatto, il prezzo richiesto all’Unione Europea per bloccare il traffico di migranti che hanno proprio in Libia una delle basi di partenza principali per raggiungere il lato meridionale dell’europa; mai in un caso come questo è appropriato parlare di prezzo, d’altronde gli arabi sono ottimi mercanti, dato che anche l’importo finale è già stato deciso: 5 miliardi di euro affinchè l’Europa non diventi nera, non dalla rabbia, come probabilmente è già successo, ma nera nei suoi abitanti che dovrebbero diventare la maggioranza se la Libia aprisse i suoi cancelli. A parte la portata culturale della minaccia, che finirà per alimentare le parti politiche più retrive con tutte le conseguenze possibili e facilmente immaginabili, il ricatto ha un suo perchè: il movimento migratorio è stimato attualmente nel tre percento  della popolazione mondiale ed è un numero destinato probabilmente a crescere data la crisi mondiale ed il sempre crescente fattore di destabilizzazione politica e sociale della maggior parte delle aree interessate al fenomeno. Va detto che la UE ha già avviato progetti pilota proprio con la Libia per contrastare l’emigrazione clandestina del valore di 50 milioni di euro annui, ma ora Gheddafi alza il prezzo per fermare quella che sembra una vera e propria bomba ad orologeria puntata verso l’Europa, che deve prendere al più presto iniziative tese a non restare sotto scacco del capo di stato libico. Difficile dire cosa si potrà fare, già è difficile dover ammettere solo di trattare con un regime che non tiene in alcuna considerazione i più elementari diritti dei migranti, come più volte accertato, ma la realpolitik la fa da padrona, tenendo conto che si deve trattare anche con uno dei maggiori fornitori di energia (da cui l’Italia dipende e con cui giocoforza deve fare i conti), l’impressione è che la sparata sia stata alta per ricavare ancora qualcosa da mettere nel budget degli investimenti interni di cui la Libia ha bisogno per accrescere le sue infrastrutture, tuttavia la prossima riunione UE dovrà per forza mettere in conto strategie e soldi per fronteggiare il problema.

In attesa dei negoziati

Il grave attentato sulla strada di Hebron ai danni di civili israeliani getta da subito una luce sinistra sui negoziati di pace ancora da aprire. La condanna unanime da parte delle autorità israeliana e palestinese appare un qualcosa di più di un atto dovuto, la sintonia delle dichiarazioni ed il subitaneo intervento dei servizi di sicurezza dell’ANP concretizzatosi con l’arresto di numerosi membri di Hamas nella zona dell’attentato dimostrano che nella regione esiste effettivamente una volontà comune per almeno cercare una via che porti alla pacificazione. Il problema è ancora una volta un’altro, capire cioè a chi non interessa raggiungere una situazione di normalità nella zona. Come al solito gli estremisti di entrambi i campi hanno gli stessi interessi: mantenere una forte destabilizzazione sul territorio fondata sul terrore, esasperando gli animi e tirando per la giacca i loro governanti; questa tattica, peraltro comune, si fonda sull’attesa degli sviluppi futuri che potrebbe avere l’escalation israeliana contro l’Iran con tutto quello che ne potrebbe conseguire. Mettere ora dei punti fermi con accordi ratificati potrebbe escludere vantaggi contingenti e sopratutto maggiori che potrebbero presentarsi per l’una o per l’altra parte. Mettere i bastoni tra le ruote ai negoziati in questo momento significa questo, aspettare e vedere che cosa succederà. Purtroppo ne consegue una facile previsione: gli atti intimidatori, da ambo le parti, in questa ottica non potranno che aumentare.

L’Iraq lasciato solo

Il ritiro puntuale e come promesso da Obama dei soldati USA dall’Iraq pone dinanzi al mondo gravi scenari per la nascente democrazia di Bagdad. Quella lasciata da soldati USA è un’impresa fallita, un’abbozzo di democrazia, un parto malriuscito. La mossa di Obama è comprensibile, oltre la promessa elettorale, si è trovato ad affrontare una guerra non sua ne più del paese, tuttavia appare lo stesso pilatesca, l’Iraq attuale non è nemmeno definibile come democrazia incompiuta, invero la reale forma di stato presente nel paese non è neppure definibile, siamo in un paese dove le elezioni non hanno raggiunto il loro scopo di garantire una minima governabilità, un paese lacerato da guerre intestine di clan, un paese diviso dalla religione e sopratutto un paese arretrato dove non esiste alcuna classe dirigente nemmeno potenziale. Se il lavoro americano, e senz’altro per l’amministrazione Bush lo era, doveva essere l’eliminazione di Saddam Hussein, allora la missione è stata compiuta, ma se si doveva esportare democrazia, come più volte proclamato, allora il fallimento è totale.  Intanto è da chiedersi se gli iraqeni erano pronti ad un processo così sconvolgente del loro modo di vita, vista la situazione sociale presente nel paese, il processo non è stato graduale, la popolazione è stata tenuta per troppo tempo in uno stato di arretratezza e la mancanza di strutture adeguate ha fatto il resto. D’altra parte lo sforzo anche economico, oltre che di vite umane, non era più sostenibile in un quadro mondiale di depressione, tuttavia quello che appare è che sia stato consumato un pasto gigantesco e che una volta finito si levi il disturbo.  La necessità ora è di ripensare tutta l’azione ed il modo di riaggiustare almeno la situazione, in quest’ottica è impossibile non pensare ad un ruolo più determinante da parte delle organizzazioni internazionali che devono guidare ed indirizzare il processo troncato dael reitnro USA.

Rimpiangere la guerra fredda?

La questione nucleare in Iran, ma non solo anche in Pakistan, India ed Israele continuerà a tenere il mondo con il fiato sospeso, anche se alla notizia non viene data abbastanza enfasi. Nessuno avrebbe pensato di rimpiangere i tempi della guerra fredda: situazione di stallo continuamente bloccata ma con parti certe e governi sicuri nei due schieramenti. Ora, invece, siamo in presenza di regimi poco stabili con una forte opposizione interna, inoltre nel caso del Pakistan abbiamo una nazione prostrata da una catastrofe metereologica che ne determina un facile luogo di coltura di terroristi. E’ vero che si tratta di arsenali in divenire, non siamo ancora alla contrapposizione delle due superpotenze degli anni 70 e 80, ma la rincorsa al nucleare da parte di questi paesi è un fatto ormai acclarato. La questione iraniana è quella sotto la lente di ingrandimento:  stime americane ritengono che la teocrazia di Teheran raggiungerà la tecnologia necessaria in tre anni e di conseguenza gli USA intendono usare questo tempo per dissuadere  Ahmadinejad all’opzione nucleare (o a sperare che il suo regime finisca), questa ipotesi non basta ad Israele che teme di essere il principale bersaglio dell’escalation nucleare ed ha già pronto un piano militare preventivo contro i siti nucleari iraniani. Non basta, nell’area Araba del petrolio l’innalzarsi della tensione che potrebbe sfociare in una guerra locale non è ben visto: paesi come gli Emirati Arabi Uniti non vedono di buon occhio una guerra che gli obbligherebbe a schierarsi contro Israele e quindi di fatto contro gli USA e preferirebbero una soluzione preventiva, da non trascurare anche l’aspetto energetico che un possibile conflitto potrebbe dare alle dinamiche dei prezzi del greggio, considerando la capacità produttiva iraniana coinvolta. Si rischia un effetto domino di portata planetaria capace di sovvertire l’attuale ordine mondiale, ora come non mai il lavoro delle diplomazie sarà essenziale.

La tattica francese

Accerchiata sulla scena europea per la questione dei rimpatri dei rom, la Francia passa al contrattacco sul piano internazionale con una manovra avvolgente contro la stessa UE che la contrasta, seppur blandamente, sullo spinoso caso dei gitani. Infatti l’ultima mossa del ministero degli esteri francese è quello di sollecitare l’Unione Europea ad un maggiore attivismo nella ripresa dei negoziati rilanciati da Obama. La Francia si fa forza anche del suo ruolo di maggiore finanziatore degli aiuti ai Palestinesi per fare leva su di un maggiore coinvolgimento della UE, infatti tale ruolo sembra dare ai francesi una maggiore responsabilità morale, quasi di guida nel nuovo processo di distensione, almeno dal lato europeo dell’oceano; il tempismo della manovra è quanto meno singolare in un momento che il prestigio internazionale è sottozero ed anche in patria numerosi sondaggi sono negativi per Sarkozy proprio a causa dei rimpatri dei rom. La mossa che doveva fare rialzare l’apprezzamento nella nazione della politica presidenziale si è rivelata un boomerang trasformandosi in un flop interno ed esterno; quindi l’azione diplomatica attuale deve leggersi in una duplice chiave: recuperare consenso sulla scena internazionale e distogliere lo sguardo dalle vicende interne, impresa improba.

Afghanistan, Al Qaeda e l’impasse occidentale

Mentre la guerra in Afghanistan la guerra ristagna pare ormai doveroso chiedersi con chi l’occidente sta combattendo? Il nemico appare multiforme e sfuggente e come giustamente ha detto Chomsky non ha volto ne capi: siamo cioè alla ripetizione delle tattiche di guerriglia applicate alla tecnologia odierna con però delle variazioni sostanziali sul giudizio degli avversari; anche il paragone con il Vietnam appare ormai datato, in quel conflitto la dualità USA-Vietcong era chiara, veniva anche letta come guerra imperialista tanto da guadagnare simpatie per gli invasi anche in occidente, c’erano, cioè, ruoli ben definti (anche se i risultati militari erano sostanzialmente gli stessi). Ora è difficile anche da parte dei più antiamericani che sia presente un sostegno verso i Talebani, peraltro negazione di qualsiasi diritto umano, semmai sono presenti posizioni contro la guerra ma quasi nessuno in occidente riconosce dignità morale ai combattenti contro l’alleanza occidentale, ciò ha determinato la mancata comprensione del fenomeno e la mancata lettura sociale del territorio. E questo è il grande errore, in cui incorse anche l’URSS, che ha generato la situazione di stallo ed è quello che ha causato, inizialmente la sola azione militare che avrebbe dovuto essere rapida ed risolutiva, mentre si privilegiava la battaglia sul campo non si investiva in intelligence e non si penetrava in quel tessuto sociale così permeato dalla cultura talebana. Poi si è corsi ai ripari, ma, a parte il prezzo pagato in vite umane ed investimenti economici (che forse convenivano a qualcuno) il gap da coprire era e rimane enorme; così ora si trovano intere fette di territorio che di fatto costituiscono enclavi talebane difficili da penetrare e riconvertire in modo pacifico favorendo l’azione occidentale. In questo quadro l’azione di Al Qaeda è risultata facile: grande disposizione di risorse economiche ed enormi capacità motivazionali nell’indirizzare masse analfabeti e poverissime, la scelta dell’Afghanistan da parte dei dirigenti qaeddisti è stata dovuta ad un mix di condizioni presenti sul territorio: popolazione poverissima e facilmente assoggettabile alle idee estremiste, presenza di una elite estremista già affermata, i Talebani, con la quale stringere facilmente alleanza, il tutto su di un territorio fisico particolarmente favorevole ad un attore che deve nascondersi e muoversi in modo agile e veloce contro un colosso forte ma lento sopratutto nei tempi di azione.

Francia-Romania, e la UE?

Continua il braccio di ferro tra la Francia e la Romania per il rimpatrio dei cittadini rom e gli sviluppi del caso sono la richiesta francese all’Unione Europea di impegnarsi affinchè Bucarest usi i fondi destinati a all’inserimento ed all’aiuto della popolazione più disagiata. La Francia tenta  un’ingerenza negli affari interni romeni attraverso la UE? La minaccia di limitare gli accordi di Schengen per la popolazione romena verso la Francia è concreta, d’altra parte la politica oltralpe pare volere colmare anche una lacuna non tanto normativa, quanto “governativa” e di intervento dell’Unione Europea che fino ad ora si distinta con un comportamento pilatesco. D’altra parte il problema della popolazione rom appare difficilmente risolvibile senza intervento super partes: la Francia è determinata nell’eliminare i campi abusivi, trincerandosi dietro anche a ragioni umanitarie condivisibili quali il traffico di esseri umani preda di organizzazioni malavitose e pratiche per la politica del governo Sarkozy che punta, oltre ad eliminare una criminalità indiscutibile, ad accrescere il proprio consenso con operazioni tutto sommato facili (e che consentono anche risparmi economici da gettare sul piatto della bilancia in un momento come questo); in Romania, invece, i rom non sono ben visti e pare di capire che il governo di quel paese preferisca avere i suoi cittadini gitani all’estero ed occuparsi di altre questioni investendo in maniera diversa i fondi che arrivano. In questo quadro l’azione diretta della UE pare doverosa, non solo per assumere il mero ruolo di arbitro della questione, quanto per dirigere e governare in maniera fattiva il problema, banco di prova per problematiche emergenti sempre più simili.