Integrazione: sfida di crescita per l’Europa

Dove sta andando l’Europa sui temi dell’integrazione? La domanda è sempre più di attualità vista la direzione che si sta prendendo nelle decisioni politiche dei vari stati. E’ qui inutile fare un excursus sui fatti di attualità, che sono ben conosciuti da tutti; certo alcuni casi sono più eclatanti e mantengono su di essi i riflettori più di altri, come il caso francese sui rom o, da ultimo, l’ingresso di un partito dichiaratamente xenofobo al concorso per la formazione del nuovo governo olandese, tuttavia quella che deve essere ricuperata è una visione d’assieme capace di affrontare il problema in maniera fattiva. Infatti una continua analisi dei singoli fatti fa apparire una visione frammentata quando è necessario, invece capire i fattori comuni che portano alla radice del problema. Non si tratta di un mero esercizio accademico di materia sociologica, quello che è in gioco è il futuro della convivenza nel territorio degli stati europei, processo ineludibile e impossibile da bloccare. Gli effetti della globalizzazione, nonostante gli sforzi continueranno a riversare persone nei nostri stati con culture e tradizioni diverse con le quali si dovrà convivere; favorire i processi di integrazione dovrà sempre più essere materia di intervento nelle varie articolazioni di cui si compone uno stato, soluzioni di forza non saranno più sufficienti a governare il fenomeno come modus operandi consueto ma dovranno essere l’ultima ratio. E’ chiaro che per perseguire processi di integrazione efficienti e condivisi si dovrà investire in tempo, denaro e materiale umano, trovando sempre nuove soluzioni duttili e flessibili ma sopratutto veloci dato che la mancata integrazione genera costi indotti sempre maggiori e sempre meno sostenibili sia dal punto di vista economico che sociale. Le differenti visioni politiche destra e sinistra rischiano di fossilizzarsi in visioni opposte che non portano ad alcun risultato, se da un lato le forze conservatrici tendono ad affrontare il problema con soluzioni di forza dall’altro lato si tende a troppo permissivismo, questa visione è certamente semplicistica ma vuole inquadrare le linee guida che si sono affermate nella gestione del processo; quello che è sempre mancato è una legislazione articolata in diritti doveri che ponga al centro della questione la singola persona in quanto tale e non la massa di immigrati in quanto tale vista come un insieme informe di individui; porre al centro la persona con i suoi bisogni, la sua realtà ma anche con i suoi nuovi doveri significa stimolare la nuova realtà di cittadino all’interno del nuovo paese permettendogli la creazione di una nuova identità in cui riconoscersi. Deve essere questo il nuovo paradigma  e la nuova sfida con cui i governanti devono confrontarsi, il punto di partenza per risolvere alla radice il problema.

La situazione politica statunitense

Recenti sondaggi dicono che il 91% della popolazione di colore appoggia Barack Obama, questo risultato tiene a galla il presidente USA nella valutazione della popolarità globale nel paese, ma fa anche da contraltare all’opposizione ultraconservatrice in netta avanzata grazie al movimento del Tea-party. Quella che appare, ad un esame superficiale, è una netta spaccatura razziale che si profila nella società americana, senza generalizzare troppo è anche da dire che nella parte più povera del paese la maggioranza numerica è costituita dalla popolazione di colore che vede in Obama una possibilità di riscatto ed anche tra gli ispanici il gradimento arriva al 55%, proprio per questa ragione non paiono azzeccate le critiche che vedono in questo plebiscito un razzismo alla rovescia; del resto il  totale del gradimento per la massima carica USA è attestato ad un buon 45%, che, ovviamente, comprende anche una buona fetta della popolazione bianca. Per Obama rimane il problema del fronte interno costituito dall’america più profonda, l’america più tradizionalista che crede ovuole credere che il presidente sia un musulmano neanche nato negli stati uniti. E’ da qui che è ripartito il partito repubblicano che anzi è stato scavalcato a destra con l’ultraconservatore movimento dei Tea party. Non è cosa da sottovalutare, si è scelto di parlare direttamente alla pancia degli americani facendo leva sulle paure ataviche della parte di popolazione  più arretrata, quella che viaggia costantemente con la pistola e si identifica con le posizioni dell’estremismo religioso. Ci si muove in un sottobosco di avversione all’interventismo statale, seppure mitigato come quello americano, dove ogni mossa del governo centrale è vista come un’invasione della sfera privata; cavalcare questa tigre per ora è stato agevole da parte della Pallin e del suo alleato intrattenitore di Fox news e per ora anche il Partito Repubblicano, pur facendo buon viso a cattivo gioco, non ha difatto incanalato il fenomeno verso una gestione più decisa, anche in funzione delle imminenti elezioni di mediotermine, ma per le elezioni presidenziali i nodi verranno al pettine ed chiaro che cercare di vincere le elezioni più importanti parlando ad una sola parte della nazione è molto difficile se non impossibile.

Verso l’accordo UE-Libia per l’emigrazione

La Ue e la Libia hanno emanato un comunicato congiunto che annuncia la probabilità di una cooperazione per una fattiva soluzione del problema dell’emigrazione clandestina transitante dalle coste libiche. Il problema è spinoso quanto risaputo, da un lato la Libia usa la regolazione del flusso migratorio clandestino con l’intento di fare pressione sui paesi europei per strappare contratti e consenso internazionale, dall’altro lato del mediterraneo l’Europa si trova ad affrontare per provare a regolamentarlo, se non proprio a limitarlo, l’ormai principale canale via mare attraverso il quale i clandestini sbarcano sul vecchio continente. Le implicazioni sociali che ruotano agli accordi con la Libia sono più di una: innazitutto il trattamento riservato alla popolazione clandestina riservato dalle forze di Tripoli, è infatti risaputo con quali metodi vengono trattati i migranti e quindi la domanda che si deve fare la UE è se è moralmente lecito trattare da pari a pari con un governo che, perlomeno non usa metodi ortodossi, come più volte provato? E’ chiaro che si guarda la questione soltanto da questo punto di vista la risposta non può che essere negativa, ma esiste la questione pratica del rischio di essere inondati da carrette del mare con il povero carico di esseri umani allo sbaraglio. Gli stati devono governare questa questione anche perchè gli esecutivi sono sempre più sottoposti a pressioni da parte di gruppi certamente non disposti bene verso l’emigrazione clandestina, il problema è un serbatoio di voti potenziale e quindi la soluzione migliore è una gestione almeno regolata se non del tutto almeno nelle parti fondamentali direttamente dalla UE. Quello che viene previsto però prevede un piano che cerca di andare alla fonte dell’emigrazione, infatti lo stanziamento iniziale di 5 miliardi di euro per i paesi africani è destinato ad iniziare un programma di sviluppo che cerchi di favorire concrete possibilità di lavoro per i possibili migranti nei loro stessi paesi, questa via è l’unica percorribile anche se occorrerà controllarela destinazione effettiva dei finaziamenti. Per quanto riguarda la richiesta di Gheddati di 5 miliardi per stoppare i clandestini, è definitivamente tramontata, la Libia si accontenterà di 50 milioni di euro con l’impegno di un trattamento più umano dei migranti. Le premesse sono buone vedremo gli sviluppi.

La Cina sempre più attiva nella UE

La Cina continua la sua politica di espansione economica in Europa, forte della propria grande capacità di liquidità il colosso di Pechino approffitta delle debolezze create dalla crisi finaziaria dei membri UE. Dopo avere acquistato titoli di stato spagnoli ora tocca a quelli greci, la difficoltà di Atene è nota: la situazione di crisi costringe la Grecia ad essere una facile preda di chi dispone di ingenti quantitativi di liquidità; per la Cina è un’ulteriore occasione per entrare dalla porta di servizio nella zona di influenza dell’euro, la strategia non è casuale, il dibattito che imperversa sulla svalutazione della moneta cinese impone a Pechino strategie alternative per la propria politica economica e la leva della rivalutazione va azionata piano per non compromettere l’alto tasso di esportabilità delle proprie merci. Insinuarsi fin dentro l’euro permette al dragone cinese di combattere la battaglia economica dal di dentro della moneta più forte manovrando discrete fette di debito pubblico nella valuta più apprezzata e nel contempo anche il rapporto con il dollaro viene influenzato indirettamente. Non basta, l’accordo con la Grecia prevede anche l’uso del porto del Pireo come server della marina mercantile cinese, un concreto punto d’appoggio gestito direttamente nel cuore dell’europa, che facilita ancora di più il movemento delle merci prodotte da Pechino, una soluzione logistica di primordine. Quindi dopo l’azione in Africa per accaparrasi le materie prime, che continua con accordi favoriti dalla povertà dei paesi africani oggetto di attenzione, ora, complice la crisi finaziaria, si agisce direttamente sul vecchio continente, continuando l’operazione di colonizzazione economica del mondo. Di fronte a questo sviluppo l’Unione Europea appare impreparata ed al solito divisa, la mancanza di una azione comune e condivisa non si è accusata mai come ora, tanto che pare ormai insufficiente anche una singola azione comunitaria ancorchè condotta con tutti i requisiti necessari, è ormai evidente la necessità di un accordo più stringente con gli USA per limitare l’espansionismo cinese, in questo quadro dovrebbero essere riconsiderate le politiche eccessivamente liberistiche fin qui adottate per considerare di intraprendere una qualche strategia protezionistica.

Guerra di aiuti in Pakistan: le alternative alle soluzioni militari

La UE annuncia che il finanziamentoper gli aiuti umanitari per il Pakistan ammonta a 150 milioni di euro; tale finanziamento, sollecitato dall’ONU per fronteggiare l’emergenza va aldilà del puro aiuto umanitario. Siamo in uno stato diviso in tre, la parte al confine dell’Afghanistan risulta praticamente sotto il controllo diretto dei Talebani, la parte mediana è sottoposta ad una sorta di regime misto, dove il conflitto tra forze regolari e ribelli è una costante, infine nella sola zona della capitale vi è una autorità assoluta del governo in carica. I recenti disastri naturali hanno fornito ad Al Qaeda una nuova strategia per aumentare il proprio consenso: mediante il proprio braccio umanitario, missioni organizzatissime fornite di personale medico, cucine da campo e sostanziosi aiuti umanitari, i qaeddisti  hanno operato fattivamente portando concreti aiuti alle popolazioni colpite dagli eventi atmosferici, chiaramente insieme agli aiuti è arrivata anche la propaganda, che ha avuto gioco facile in territori già profondamente influenzati dall’estremismo islamico. La nuova strategia è però anche il segnale della necessità del cambio dei metodi dei Talebani, probabilmente il lavoro voluto da Obama, incentrato non solo sull’azione militare, ma anche sulla ricerca del consenso sul territorio, deve avere dato i suoi frutti. In quest’ottica deve leggersi la ricerca di finanziamenti occidentali da indirizzare verso il Pakistan, l’azione sociale è giustamente vista come complementare all’azione militare, oramai non più sufficiente da sola. L’importanza strategica della posizione del paese confinante con l’Afghanistan è sempre più vista come determinante  per l’esito della guerra ed anche i recenti sconfinamenti delle truppe NATO sul suolo di Islamabad lo testimonia.

Ritorna il G7

La politica valutaria cinese sarà oggetto della resurrezione del G7, infatti un nuovo vertice delle sette potenze economiche si terrà a porte chiuse per elaborare strategie di contrasto alla direzione intrapresa da Pechino in materia monetaria. Si tratta di un fatto per certi versi eccezionale dato che verranno esclusi i restanti paesi componenti il G20 e non sarà nemmeno previsto un incontro successivo con il titolare economico del governo Cinese. Sembrava ormai impossibile escludere da vertici economici i paesi emergenti: non solo la Cina, ma anche Brasile ed India, tuttavia l’urgenza di contrastare gli effetti svalutativi della moneta cinese ha impresso una sterzata di fatto antiglobalizzazione da parte dei vecchi poteri economici. Sembra il boomerang che si abbatte contro chi ha decantato la globalizzazione (forse pensata a senso unico), ed anche questa riunione ristretta ne è la prova; cosa si vuole e cosa significa questo vertice ristretto? Si vuole riportare le leve del comando economico del pianeta in mano ai vecchi padroni o piuttosto è l’estremo tentativo degli stessi di preservare un potere ormai sfuggitogli dalle mani? L’azione monetaria cinese con le svalutazioni che l’ha contraddistinta intende imprimere una spinta alle esportazioni che l’occidente non può più contenere, l’invasione dei prodotti cinesi ha di fatto contribuito, in una congiuntura caratterizzata dalle crisi finanziarie, a comprimere le produzioni nazionali e le loro esportazioni mettendo in ginocchio interi comparti, questa situazione va inquadrata nel peggiore momento economico e sociale per l’occidente ed è logico che i governi le provino tutte per limitare le perdite. La minaccia è una introduzione dei dazi sui prodotti cinesi a cui però seguirebbe una risposta di Pechino altrettanto dura dal lato monetario  andando ad innescare probabilmente un aumento dei prezzi delle materie prime di cui si avvantaggerebbero i paesi produttori, è alla fine questo il timore maggiore che deve avere spinto il G7 a riformarsi; difficile dire cosa accadrà, il filo su cui si cammina è sottile ed ogni decisione non condivisa a livello planetario rischia di innescare turbolenze difficili da governare, speriamo che in questo scenario l’Europa, con le sue divisioni non faccia il vaso di coccio tra i vasi di ferro.

Anni duri per L’Europa

La politica di contenimento del deficit pubblico che si sta cercando di intraprendere parte da un principio inequivocabilmente giusto e corretto. La crisi greca ha scottato troppo i governanti di eurolandia per non lasciare il segno. La strada che si sta per iniziare a percorrere prevede uno stravolgimento del modo di pensare e costruire i bilanci pubblici, si dovrà trattare di un capovolgimento addirittura della filosofia di costruire i budget dei capitoli di spesa. Non dovranno più essere previsti sforamenti delle previsioni, non solo, se ci saranno, le nazioni “colpevoli” saranno sanzionate mediante il prelievo da un fondo creato preventivamente con questo scopo esclusivo. La cosa non è da poco, significa limitare l’azione dei governi, che non potranno più, ad esempio, prevedere politiche di espansione economica per contrastare periodi di depressione mediante lavori pubblici, ci sarà una contrazione dell’emissione dei certificati del tesoro, che anzi dovranno essere uno strumento destinato a morire per non favorire l’incremento del debito. Si capisce come la resistenza di paesi che tradizionalmente usano questi strumenti per governare la propria economia sia strenua, ma il processo è ineluttabile, potrà avere delle attenuazioni, come la prevista riduzione della multa in caso di assenza o poca entità del debito privato, ma non potrà essere fermato, semmai essere soltanto frenato. Chiaramente ci saranno ricadute forti sulla vita dei cittadini, i governi dovranno ragranellare più soldi possibile per fare fronte ai nuovi limiti imposti, la prima via è senz’altro un’ulteriore contenimento della spesa pubblica, ma con quali implicazioni sul tessuto sociale? La seconda è un aumento obbligato delle tasse, anche qui si cammina sulla lama di un coltello: la classe media ha subito compressioni tali da chiedersi quale sia attualmente il suo perimetro, d’altro canto la tassazione ulteriore delle imprese avrebbe come unico risultato la compressione dei già scarsi posti di lavoro e neppure il tanto decantato aumento della produttività non sarebbe che una panacea perchè sottoposto a tasse crescenti. Resterebbero le rendite, capitolo non ancora troppo toccato in tutta l’unione, forse sarà il momento che cadrà questa fortezza, staremo a vedere. Esauriti questi strumenti consueti ci si dovrà affidare all’abilità dei politici, che dovranno essere sempre più bravi a creare politiche economiche con pochi mezzi, sperando non incorrano nella tentazione di gettarsi in alchimie quali l’uso di strumenti finanziari d’azzardo. La speranza è di una politica economica continentale sempre più con una guida centrale che coordini dall’alto l’azione economica dei singoli governi con provvedimenti di indirizzo chiari ed univoci.

Il sud del mondo nuovo motore economico del pianeta

Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale annunciano l’avvento dei nuovi ricchi: infatti, secondo le recenti statistiche dei due enti, il motore economico del pianeta si sposta verso sud. Complice la recente crisi finanziaria che ha favorito la stagnazione economica dei paesi cosidetti ricchi sono sempre più i paesi emergenti ad interpretare il ruolo di locomotiva economica, sono loro a trainare il pianeta. Le cause che hanno generato la crescita economica sono un mix di fattori tecnologici, sociali e politici  infatti il progresso tecnologico giunto alla crescita numerica della classe media ha generato un circolo economico virtuoso tra produzione e consumi, politicamente, poi, si è cercato una maggiore integrazione tra i sud del mondo, favorita anche da politiche del credito in grado di sostenere la crescita infrastrutturale, volano essenziale per la produzione e la circolazione delle merci. E’ chiaro che questi aspetti genereranno ulteriore ricchezza favorendo una maggiore diffusione del benessere facendo intravedere l’inizio della fine della povertà nelle nazioni meno sviluppate. Si deve tenere presente che ci sono diversi aspetti da mitigare come le varie e pesanti differenze sia sociali che economiche presenti negli strati sociali di questi paesi, queste discrepanze favoriscono un mercato del lavoro eccessivamente deregolamentato che non tiene conto delle esigenze di sicurezza dei lavoratori e generano, in un quadro di mercato globale, fenomeni di concorrenza sleale verso la produzione di quei  paesi  dove le leggi sul lavoro sono molto più ferree. Un’altro aspetto riguarda la qualità della vita in relazione ai fenomeni di inquinamento favoriti dalle legislazioni vigenti nei paesi in via di sviluppo per favorire la spinta dell’industrializzazione; i governanti di questi paesi dovranno studiare metodi di allineamento agli standard occidentali per rendere migliore l’ambiente anche tenendo conto di una sempre maggiore integrazione della totalità degli stati mondiali; il fenomeno è ineludibile ma un governo sopra le parti che ne gestisca lo sviluppo potrebbe accelerare questo processo ed è in quest’ottica che deve auspicarsi un coinvolgimento più massiccio di organizzazioni come l’ONU, che potrebbero cogliere l’occasione per aumentare concretamente il proprio prestigio.

Europa e debito pubblico

La UE prova a trovare un’intesa sul debito pubblico, quello che si delinea, aldilà degli interessi comuni sui quali esistono dichiarazioni di facciata, è uno scontro tra Germania e Francia. La prima è paladina della politica del rigore, anche in forza di un’exploit economico che, giunto ad una poltica economica afficace,  ne ha sostanzialmente sistemato i conti; dall’altra parte Parigi guida le fila dei paesi maggiormente indebitati che con i loro bilanci pesano negativamente sul bilancio complessivo dell’unione. E’ una battaglia innanzitutto sui principi di gestione del debito, quelle che si fronteggiano sono due visioni diametralmente opposte di intendere un bilancio statale. La visone tedesca tende verso un’operatività di manovra ben delineata, con paletti e staccati sicuri fuori dai quali il movimento finaziario non deve mai uscire, appare una politica di più lungo periodo che può garantire stabilità e margini di progresso per un ente sovranazionale che assomma dentro di se ben ventisette economie differenti con le proprie peculiarità e distorsioni, è chiaro che una regolazione ferrea appare come l’unico mezzo di governo per evitare pericolosi dissesti. I contrari alla posizione tedesca vogliono mani più libere nella gestione del debito pubblico per avere maggiore elasticità nell’affrontare le evenienze economiche man mano che si presentano, vogliono in sostanza un approccio diametralmente opposto alla rigidità auspicata da Berlino, tale visione è chiaramente più funzionale alle situazioni contingenti ma non può essere ricompresa in una visione a 360 gradi come dovrebbe imporre un quadro di alleanza basata non solo su di un lato politico ma sopratutto economico. Molto del futuro dell’europa si gioca su di questa contrapposizione, la continua evoluzione dell’economia globale impone scelte nette e veloci, la politica economica del vecchio continente deve dare risposte più rapide ma l’autoregolamentazione comune e condivisa pare essere la strada maestra per indicare quell’univocità dell’azione economica, che ormai pare improcrastinabile nell’agglomerato di nazioni  che si chiama Unione Europea.

NATO e Pakistan ai ferri corti

Sale la tensione tra Pakistan e NATO, durante una azione contro ribelli afgani al confine con lo stato di Islamabad due elicotteri Apache avrebbero sconfinato  per colpire gli insorti frattanto riparati oltre la linea di demarcazione tra i due stati. Il Pakistan con questo incidente coglie l’occasione per rivendicare una azione coordinata con la NATO nell’azione militare contro i fondamentalisti islamici, ma tale richiesta non pare avere seguito, l’organizzazione di Bruxelles non ha mai mostrato eccessiva fiducia nel governo pakistano, preferendo tenerlo ai margini delle manovre; infatti le risposte alle proteste del ministro degli esteri pakistani sono state di circostanza, Bruxelles afferma di avere operato nel quadro del mandato affidato all’organizzazione atlantica, suscitando le ire del Pakistan che ha minacciato di passare alle vie di fatto nel caso di una ripetizione dell’evento. L’incidente ha in sostanza, dimostrato ancora una volta la scarsa fiducia di cui gode il Pakistan in seno alla NATO: con questo governo soltanto un paese tollerato.