Palestina: Al Fatah ed Hamas riuniti

I principali movimenti palestinesi Al Fatah e Hamas sono venuti ad un accordo per rimuovere gli ostacoli all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al Fatah, del presidente Habbas, controlla la Cisgiordania e Hamas ha invece il predominio sulla striscia di Gaza, la divisione è stato uno dei principali ostacoli alla nascita dello stato palestinese, a causa delle profonde divisioni sulle rispettive visioni. Uno dei principali motivi di discordia è stato quello di attribuire ad Hamas di subire le influenze iraniane. Al Fatah ha individuato nella repubblica teocratica il responsabile dietro le azioni più violente di Hamas contro Israele, ritenendole profondamente deleterie nel quadro del processo di pace. Il solco tra i due movimenti ha costituito spesso fonte di aspri confronti, spesso sfociati nella violenza. La divisione è stata anche uno strumento con cui Israele ha esercitato la propria supremazia nella lotta contro i palestinesi. Ora, tramite la mediazione egiziana, a cui conviene avere al confine uno stato legittimo e sotto il controllo delle proprie legittime autorità, le due parti si incontrano cercando di arrivare ad un accordo che permetta di raggiungere la riconciliazione bloccata da più di due anni. La comprensione che soltanto superando le divisioni è possibile arrivare ad uno stato palestinese, sta dietro la volontà dei due schieramenti di arrivare ad un accordo, con la prospettiva di presentarsi uniti alle trattative per la nascita dello stato, davanti ad Israele. Il primo passo sarà quello di costituire un governo unitario che porti la Palestina a nuove elezioni, da cui dovrà nascere l’esecutivo che, verosimilmente, dovrà condurre le trattative per la nascita della tanto agognata nazione palestinese. Si suppone che Israele non accoglierà favorevolmente la richiesta al suo interno, malgrado dovrà fare buon viso a cattivo gioco, quello che viene a mancare è uno strumento importante, basato sulla divisione dei palestinesi, che permetteva un ampio spazio di manovra di fronte al problema palestinese.

Cina ed USA si incontrano sul tema dei diritti

Partono oggi gli incontri bilaterali tra Cina ed USA sul tema dei diritti umani. L’incontro è stato sollecitato dagli USA, che vedono una pericolosa recrudescenza della repressione verso gli oppositori nello stato cinese. Gli USA arrivano a questo summit in una posizione di debolezza, le rivelazioni di wikileaks, sul trattamento e sui modi di reclusione dei detenuti di Guantanamo, hanno aperto uno squarcio sconcertante per la nazione che si è più volte posta come esportatrice di democrazia nel mondo. L’intento americano è quello di fare scendere la violenza e l’intensità della repressione di Pechino, che avviene, sostanzialmente per un motivo preventivo; infatti la paura dell’estendersi fino all’estremo levante del continente asiatico del vento della primavera araba si coniuga alla difficile situazione cinese dovuta, nel momento attuale, all’aumento inflattivo dei prezzi, che sta generando, nella terra del comunismo egualitario, un profondo divario tra ceti ricchi e poveri. Questa situazione viene vissuta con viva apprensione dalle dirigenza cinese, che ha basato la propria politica statale sul principio dell’armonia totale, ormai oggettivamente molto difficile da mantenere. Sul tutto aleggia poi il problema dei diritti civili, con il quale il Partito Comunista Cinese ha da sempre un rapporto molto difficoltoso. La Cina ha sempre affermato di non tollerare ingerenze sulla propria politica interna, atteggiamento che bilancia affermando di non volere ingerire in campo internazionale (assunto opinabile giacchè la Cina, attraverso la propria ingente liquidità interviene molto sulla politica interna di diversi stati, ad esempio di molte nazioni africane), ma il fatto che abbia accettato di partecipare a questo vertice su di questo esplicito argomento rappresenta quindi una novità. Quello che appare, con l’accettazione dell’incontro, sembra essere un riconoscimento implicito del problema; la Cina è conscia di essere al centro dell’attenzione internazionale per le repressioni che infligge al suo popolo e ciò risulta essere controproducente anche dal lato economico. Ma l’ulteriore novità è che gli USA non partono da una posizione tale da potere effettuare i rilievi che intende fare alla Cina. La situazione rischia di creare un’impasse, uno stallo dove entrambi i soggetti possono rinfacciare all’altro la scarsa autorità in tema di diritti umani. La questione non è irrilevante, ormai le superpotenze sono solo due, la Russia è retrocessa e la UE non ha mai assunto quel ruolo da protagonista sulla scena internazionale tale da permettergli di relazionarsi alla pari con i due colossi.
Se la credibilità americana subisce una defaillance come quella creata da wikileaks, non vi è un interlocutore accreditato per addebitare alla Cina i propri metodi repressivi. Tra l’altro non è da escludere che Pechino abbia accettato il confronto proprio in questo momento di difficoltà per Washington. Tuttavia per la Cina appare impossibile procrastinare un cambio di direzione al proprio interno, la forte sperequazione dei redditi è già fonte di profondi dissidi sociali e la questione dei diritti civili deve essere affrontata in una qualche maniera positiva, concedendo almeno alcune prerogative fondamentali legate alla cittadinanza. In questa ottica, se ci sarà una revisione della politica interna, la Cina potrà rappresentare un interessante laboratorio sociale.

La caduta dello spirito di Schengen

A Francia ed Italia, si affianca anche la Germania per richiedere una riforma del trattato di Schengen. Quello che viene richiesto alla UE è che in particolari casi avvenga la sospensione della libera circolazione entro i confini dell’Unione. Le dichiarazioni ufficiali parlano di volontà di affermare lo spirito del trattato, ma che con questi sviluppi storici, il trattato stesso rischia la morte. Viene quindi individuata la necessità di una riforma per mantenere viva la libera circolazione, ma solo con specificati requisiti. E’ la bandiera bianca dell’Europa di fronte allo sviluppo delle migrazioni come effetto più ampio della globalizzazione. Di fronte all’impreparazione ed all’incapacità di gestire il fenomeno le nazioni si limitano a chiudersi in se stesse, aspettando che passi, in qualche modo, il problema. Non pare l’atteggiamento giusto cui orientarsi al problema. Nel fatto contingente, si possono anche capire le ragioni della sospensione della libera circolazione, ma ciò non deve essere una variazione strutturale ma, appunto contingente, un punto da cui ripartire per elaborare un approccio di diversa natura al problema più ampio. Abdicare sul tema della libera circolazione delle persone significa ammettere il fallimento dello spirito di Schengen, che rappresenta, insieme all’euro, la moneta unica comune, l’elemento unificante del continente europeo, attraverso lo strumento politico dell’Unione Europea. Esistono ragioni elettorali che condizionano purtroppo, la visione d’insieme, sia Francia, con Sarkozy, pressato dal Fronte Nazionale di Marine Le Pen, sia l’Italia, con Berlusconi, schiacciato dalla volontà della Lega Nord, non possono avere un indirizzo scevro da ragioni di pura contabilità politica. Sul piano comunitario si paga l’immobilità degli organismi centrali che non hanno preso di petto la questione, determinando soluzioni ricercate al di fuori dell’ambito comunitario, da parte dei singoli soggetti statali. Senza alcun cambiamento l’Unione Europea è destinata al declino delle sue funzioni, regredendo nella sua funzione essenziale, che è quella di coordinare i problemi a livello superiore dei singoli stati, nell’ottica unificatrice del continente in soggetto di diritto internazionale con prerogative ben definite, tali, cioè, da interpretare il ruolo di soggetto primario nell’ambito mondiale.

Nucleare: discussioni e misure

In occasione dell’anniversario del tragico incidente di Chernobil, la Russia, attraverso il suo presidente Medvedev, intende promuovere un summit dei paesi del G8 per migliorare i livelli di sicurezza delle centrali nucleari. Il tema è più che mai attivo, data la situazione che si sta protraendo a Fukushima, dove continuano le emissioni nucleari, dopo l’incidente dovuto al terremoto nipponico. L’intenzione è di individuare una responsabiltà imputabile allo stato ove accadano i disastri nucleari e nel contempo creare un maggiore controllo e prevenzione sulle problematiche atomiche, che, non possono incidere solo nello stato in cui accadono. Intanto il Giappone richiede una revisione della scala con cui vengono misurati gli incidenti nucleari, giacchè ritengono che Fukushima non sia paragonabile, come pericolosità a Chernobil. La richiesta deriva dal fatto che entrambi gli incidenti sono stati classificati come grado 7, cioè il massimo previsto dalla scala. Ora secondo i giapponesi la differenza sta nel fatto che a Chernobil l’incidente fu causato da un malfunzionamento della centrale stessa, mentre a Fukushima è stato provocato da eventi esterni alla centrale cioè il terremoto e lo tsunami. La differenza rilevata dai giapponesi appare però ininfluente al fine della misurazione delle radiazioni e dei loro effetti, che sono poi quelli che incidono sulla salute delle persone. Probabilmente a Chernobil ci fu una esplosione e l’emissione conseguente fu immediata, a Fukushima, viceversa, si sta assistendo non ad una fusione quasi istantanea del nocciolo come in Ucraina, che ha prodotto da subito l’elevata emissione di radioattività, ma ad una emissione progressiva dovuta al progressivo deterioramento della centrale. I casi sono effettivamente diversi ma entrambi hanno prodotto una quantità elevata di emissioni, inoltre il fatto che il guasto sia stato provocato da elementi naturali non mette in salvo i progettisti ed i costruttori dalle deficenze della centrale nucleare. Per il Giappone avere un guasto paragonabile a Chernobil, significa un colpo clamoroso alla propria immagine di efficenza che rischia di ripercuotersi in tutta la filiera produttiva. Inoltre i lunghi silenzi del governo hanno di molto insospettito sia i cittadini giapponesi che il panorama internazionale circa il fatto che non tutto è stato detto e che elementi fondamentali della vicenda siano stati tenuti nascosti; questa richiesta di cambiamento della scala ha così generato domande sulle reali ragioni che l’hanno provocata. La questione non è da poco, perchè aggiungere un grado alla scala, potrebbe spostare i parametri di pericolosità degli impianti nucleari con ripercussioni sia in fase progettuale che in fase di prevenzione, quello che occorre, invece, è un ripensamento responsabile che permetta l’elaborazione di standard elevati e condivisi, anche mediante ispezioni di tipo internazionale.

Siria: storia e repressioni, il passato che ritorna

Nonostante la faccia rassicurante che guarda serafica dai cartelloni celebrativi, la bella moglie con l’acconciatura occidentale, che viene mandata in giro per il mondo con l’intento di rassicurare le nazioni in cui viene ospitata, Assad, il dittatore siriano, ricalca le orme del padre: brutalità e violenza cieca contro ogni opposizione. Negli anni ottanta le vittime della repressione sono state decine di migliaia, ora il figlio, dopo trenta anni, sta riprendendo le orme del genitore. Il tempo non ha annacquato il sangue della famiglia di dittatori e le variazioni epocali trascorse in questi anni, non hanno intaccato la rigida applicazione dei metodi di governo. La feroce repressione di Daraa rappresenta la continuazione ideale con la violenza paterna: ora, come allora, la giustificazione dei massacri era impedire la creazione di una enclave di musulmani estremisti. Nel paese siriano i mezzi di informazione saldamente in mano al governo presentano costantemente questo pericolo, tanto che una parte consistente della popolazione rimane fedele al governo in carica, tuttavia la portata della repressione è parsa del tutto esagerata agli osservatori internazionali. Un gruppo di paesi UE, presenterà una richiesta di condanna all’ONU, mentre gli USA hanno bloccato i beni siriani presenti sul proprio territorio. Il segnale costituisce una attenzione particolare verso cui si muove il mondo diplomatico, in questi anni la Siria è rimasta ai margini del teatro internazionale, pur conservando la propria importanza strategica, Damasco non ha fatto molto parlare di se, il giovane presidente veniva considerato protagonista di manovre debolmente riformatrici e gli USA hanno recentemente riallacciato i rapporti diplomatici. Le modalità della repressione hanno di nuovo allontanato la Siria dall’occidente, i problemi per Damasco non finiranno con il bagno di sangue, ciò che più viene temuto è di esaltare gli integralisti, finora tenuti al margine della società. Se le ribellioni sono partite per motivi economici ora rischiano di approdare verso lidi religiosi molto pericolosi per la stabilità della regione: se trent’anni prima il processo di è arrestato nel sangue non è detto che la storia si ripeta.

Sciti vs sunniti: le implicazioni di un confronto pericoloso

L’antica divisione in seno all’Islam, tra sciti e sunniti sta tornando ad essere una variabile di peso nell’analisi della politica internazionale. Le sollevazioni presenti nei paesi del golfo persico non sono solo di natura riguardante fattori politici, economici e sociali, ma si stanno sempre più connotando per il duro confronto tra le due principali visioni islamiche. L’inimicizia tra sciti e sunniti resiste anche se i seguaci delle due fazioni convivono nello stesso stato. Anzi questa appartenenza costituisce la fonte di grandi differenze nell’ambito sociale. E’ quello che succede in Arabia Saudita, Bahrein, E.A.U. e Kuwait. Sono paesi dove i sunniti sono alla guida delle amministrazioni statali e gli sciti lamentano gravi discriminazioni: da quel punto alle sollevazioni popolari il passo è stato breve. Ma la descrizione non è così semplice, perchè nell’economia dello svolgimento dei fatti entrano altri attori, che tendono ad influenzare pesantemente la situazione. Sono attori esogeni alla realtà dei paesi sopracitati, perchè si tratta di altri soggetti internazionali. Il principale elemento è costituito dalla politica estera iraniana, che attraverso la supposta tutela della popolazione scita, tenta di influenzare, o meglio di ingerire nella politica interna dei paesi del golfo. I metodi messi in campo da Teheran sono l’invio di consulenti e dei Pasdaran, per il diritto internazionale si tratta indubbiamente di azioni vietate, tanto che i paesi del golfo persico hanno più volte chiamato in causa la teoria del complotto iraniano ai loro danni. In tutto questo quadro occorre citare l’annosa rivalità tra Teheran e Riyhad, le capitali riconosciute di sciti e sunniti, per la supemazia nell’Islam. Ragioni pratiche impongono all’Iran di agire in questo modo: sfondare nel mondo sunnita significa affermare la propria influenza e potenza da fare valere come catalizzatore per aggregare sempre più soggetti intorno al proprio progetto. L’Arabia, oltre alla propria potenza può contare sul sincero appoggio americano, che conta sui sauditi come principale strumento di contenimento dell’espansionismo iraniano. Occorre ancora dire che quello che pratica Teheran non può riuscire a Riyhad, perchè i sunniti non hanno la stessa presenza numerica degli sciti sul territorio iraniano. Il sospetto, quindi, che dietro le proteste nei paesi del Golfo Persico vi sia la mano della repubblica teocratica è quasi una certezza, lo sviluppo delle cose potrebbe prendere una piega che nessuno si augura: cioè arrivare fino al punto che i due stati potrebbero avere uno scontro ufficiale e non più nascosto sotto oscure manovre, ciò significherebbe anche un coinvolgimento USA ed Israele subirebbe una pressione cui difficilmente si potrebbe arrivare ad un contenimento militare.

L’Iran dietro le repressione siriana?

La feroce repressione siriana ha determinato la dura condanna di Obama, che ha colto dietro l’azione di Assad la mano del regime iraniano. Quella siriana è una vicenda che rappresenta un tassello in un puzzle molto più ampio. Dell’importanza della posizione geostrategica della Siria tutti sono consapevoli, mentre quella che sta emergendo è una alleanza, che si sta dimostrando molto stretta e per conseguenza molto temuta tra Damasco e Teheran. Per quest’ultima il legame con il regime siriano in carica è addirittura vitale, per la strategia diplomatica che è stata elaborata. L’Iran attraverso la Siria, punta al Libano, dove deve mantenere vivo il proprio rapporto con Hezbollah, che ha sua volta rappresenta uno dei principali strumenti di pressione regionali che Teheran usa per cercare di affermare la propria leadership sia nella parte di mondo islamico dove esercita la propria influenza, sia come capofila contro Israele. Per l’Iran il regime siriano, deve essere ben saldo, come per gli USA deve essere saldo quello dell’Arabia Saudita, sullo scacchiere regionale nessuno è disposto a sacrificare la propria regina. Assad appare in grossa difficoltà, anche per lui vale la regola che dice che più aumentano le repressioni, più un regime è in difficoltà. Il livello attuale della violenza esercitata è un indicatore che non mente, Damasco pare controllare in modo difficoltoso la protesta, per questo si pensa a consulenze iraniane sui modi di reprimerle. Del resto il silenzio della stampa governativa della repubblica teocratica sui fatti siriani appare molto eloquente, sopratutto in rapporto all’enfasi che gli stessi organi dedicavano alle rivolte del Mediterraneo del Sud, dove speravano, pare senza successo, di inserirsi. E’ evidente che dietro si muove un duello tra USA ed Iran, chi si ggiudica la Siria altera i precari equilibri regionali, con, sullo sfondo, la questione israelo-palestinese.

Voto finlandese e deficenze UE

La Finlandia ha appena il tre per cento di immigrati eppure l’ultradestra ha ottenuto alle elezioni un successo politico rilevante; la ragione è che, per chi ha votato questo schieramento, la minaccia non proviene da un altro continente ma proprio dall’Europa. La situazione debitoria di Grecia, Irlanda e Portogallo peserà inevitabilmente sulla totalità dell’Unione Europea, il salvataggio doveroso da parte di Bruxelles prima o poi andrà ad impattare sui bilanci dei singoli stati. E’ questa la leva principale che ha permesso di rovesciare i pronostici elettorali in uno dei paesi famosi per il proprio welfare. Appare chiaro il timore di una fetta consistente del popolo finlandese di perdere i propri diritti, guadagnati con una regolare tassazione ed una condotta lineare di bilancio, a favore di nazioni contraddistinte da allegre amministrazioni dei propri conti. Questa è una stortura evidente dei sistemi dell’Unione Europea, che non ha saputo esercitare un efficace controllo preventivo sull’andamento dei suoi soci; ma oltre alle mancanze di Bruxelles occorre rilevare le furbizie degli stati, che hanno sempre contrastato l’azione regolatrice degli organismi centrali. Questo risultato elettorale finlandese appare come una legge del contrappasso, dato che va in direzione completamente contraria delle intenzioni dei fondatori dell’Europa unita. Il problema non deve essere sottovalutato perchè presenta due aspetti strettamente correlati: da un lato l’ingresso in Europa ha favorito comportamenti fuori dalle regole, proprio perchè la UE garantisce una copertura piuttosto solida tramite gli ammortizzatori che il proprio ombrello garantisce; ma la presenza di stati che hanno esagerato favorisce la crescita degli euroscettici, non senza alcune ragioni. Il dato è importante e può essere gravido di conseguenze, perchè mancando la convinzione nell’istituzione europea il passaggio logico successivo è la mancanza di coesione, che favorisce i fenomeni come quello finlandese.

Rivolte e rivolte, i diversi atteggiamenti occidentali

Quali sono i reali sentimenti dei governi dell’occidente verso la primavera araba e cosa gli è più conveniente? Il discorso è complesso, rotto il sistema di equilibrio dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, che assicurava approvigionamenti energetici e controllo delle frontiere, mediante accordi con i dittatori caduti, i maggiori disagi si sono accusati per le nazioni affacciate sulla sponda nord dello stesso mare, i quali hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Infatti nonostante si sia rotta l’impalcatura su cui si reggevano varie convenienze, hanno dovuto piegare le loro necessità ai discorsi di prammatica sulla democrazia, per salvare la faccia di fronte sopratutto alle proprie opinioni pubbliche. Le reazioni dei paesi occidentali a questi sconvolgimenti sono state differenti, ma tutte improntate ad un sostegno sostanziale, seppure in forme diverse, agli insorti. La questione della rilevanza geopolitica della sponda sud del Mediterraneo ha impegnato gli USA limitato, che hanno cercato di essere comunque ai margini del problema, lasciandone la gestione principalmente all’Europa; questo atteggiamento ha rivelato il valore strategico decisamente meno importante per Washington, che di fatto ha delegato le questioni più spinose ai suoi principali alleati. Non così per la situazione del Golfo Persico, dove gli USA hanno tutto l’interesse che venga mantenuto lo status quo. Il regime presente in Arabia Saudita è ugualmente illiberale e dittatoriale di quelli presenti nella sponda araba del Mediterraneo, ma costituisce una roccaforte essenziale nello scacchiere strategico statunitense per la protezione di Israele e per arginare i continui tentativi espansionistici del regime iraniano. In buona sostanza, contando anche il fatto che Riyad è il maggiore produttore di greggio mondiale, l’Arabia Saudita è uno degli stati più funzionali all’occidente. Di conseguenza anche gli stati della regione collegati con la monarchia saudita non possono aspirare, tramite il dare sfogo alle proteste, di cambiare la situazione. Per l’appoggio dei sauditi, gli USA puntano su diversi fattori, uno dei più significativi è rappresentato dalla contrapposizione religiosa con Teheran, che costituisce uno dei caposaldi dell’inimicizia tra le due nazioni. Per gli americani i Sauditi pur essendo non certo moderati, rappresentano un alleato fedele su cui contare in modo assoluto e continuato a patto di non ingerire nei loro affari interni, infatti, aldilà di dichiarazioni scontate non si è visto attivismo alcuno per le dure repressioni effettuate nei paesi del golfo persico. E’ vero che non sono manifestazioni in nome della democrazia come nella sponda sud del Mediterraneo, ma piuttosto sollevazioni di sciti contro il potere esercitato dai sunniti, tuttavia, nelle rivendicazioni ci sono anche elementi di matrice sociale sicuramente condivisibili. Gli USA non hanno un buon rapporto con gli sciti, ma non denunciarne la repressione è una ragione di mancata coerenza con i valori democratici che intendono esportare. In conclusione tutte le repressioni sono uguali, ma purtroppo alcune sono funzionali e necessarie per mantenere certe posizioni.

Per i ribelli libici in arrivo istruttori militari

Francia, Italia e Regno Unito invieranno istruttori militari per assistere e formare le truppe dei ribelli libici. La ragione di tale invio consiste, prima di tutto, nell’organizzazione della protezione dei civili e poi nell’assistenza formativa e logistica. Secondo dichiarazioni ufficiali si tratterebbe di pochi effettivi, tuttavia esiste il dubbio che questa sia la premessa per uno sbarco di forze di terra in Libia. L’ipotesi è tuttora scartata dalla NATO, che in questo senso non ha la copertura della risoluzione 1973 dell’ONU, che non intende aprire un nuovo fronte in terra islamica, dopo Iraq ed Afghanistan. Tuttavia la stagnazione del conflitto potrebbe accelerare la decisione singola di qualche nazione per muoversi al di fuori del quadro dell’Alleanza Atlantica e della risoluzione ONU. Più volte la Francia, ben conscia dell’insufficienza della sola azione aerea, ha sollecitato l’intervento con truppe terrestri al fianco dei ribelli per arrivare ad una soluzione più veloce del conflitto. L’entrata in guerra di truppe terrestri pone dei seri dubbi sulle reazioni dei paesi islamici, specialmente i più integralisti, che potrebbero interpretarla come una invasione del suolo musulmano da parte di eserciti cristiani. Questa evenienza è molto temuta dai governi occidentali perchè in questa fase di rivolte presenti nei paesi arabi, si punta ad evitare nel maggior modo possibile le ingerenze o comunque argomenti che possano dare l’occasione di ulteriori motivi di attrito. Frattanto gli USA stanno per varare un finanziamento di 17 milioni di euro a favore dei ribelli, i quali hanno affermato di avere ricevuto un quantitativo di armi da fornitori non ben precisati.