Iran e crisi nordafricane

Per il trentaduesimo anniversario della rivoluzione khomeinista, Ahmadineyad ha arringato una folla numerosa riunitasi per festeggiare l’avvenimento. Il nucleo centrale e di maggior rilevanza politica del capo del governo di Teheran è stato incentrato sulle rivoluzioni che stanno avvenendo in Nord Africa. Ahmadineyad ha paragonato le rivoluzioni in atto a quello avvenuto nel 1979 in Iran, con il rovesciamento di un dittatore, lo Scià di Persia, appoggiato dagli USA ad opera di un movimento teocratico. L’augurio del dittatore iraniano è stato che i popoli nordafricani possano decidere del loro futuro, meglio se va nella direzione della costruzione di stati islamici, senza influenze occidentali in special modo di USA ed Israele. Il discorso è proseguito con la glorificazione della lotta iraniana contro l’ingiustizia mondiale perpetrata da USA e sionisti. Al di là delle dichiarazioni di facciata che incedono con un ritmo da disco rotto, l’intenzione degli iraniani è di trarre un vantaggio politico nella regione nordafricana, dove conta sugli eventi in atto affinchè l’influenza americana ne esca diminuita. Quello che teme l’occidente sarebbe una vittoria per l’Iran, l’Egitto è stato fino ad ora il maggior paese arabo a relazionarsi con Israele e le relazioni sono tuttora ottime, inoltre essendo confinante con Tel Aviv ha permesso ad Israele di avere una linea di confine sicura, di cui non occuparsi in senso militare. Se questa situazione venisse capovolta Israele potrebbe avere una repubblica islamica al confine con l’Iran come alleato. In definitiva è questo che Ahmadineyad si augura ed auspica, ma una cosa sono le dichiarazioni nel giorno di festa nazionale un’altra è la realtà, seppure gli sviluppi sono incerti pare difficile che il quadro finale vada nella direzione che preferisce Teheran, troppo importante la stabilità della regione, troppo strategica la posizione dell’Egitto sullo scacchiere mondiale. Tuttavia non è credibile che Teheran si limiti alle dichiarazioni, intanto il discorso non è stato fatto solo per gli iraniani, è indirizzato a tutti i potenziali fautori della creazione di una repubblica islamica presenti nel Nord Africa ed è stato fatto con lo scopo di riscaldare gli animi in un momento particolarmente delicato, inoltre intende minacciare USA ed Israele manifestando apertamente l’interesse per la partita. L’ingerenza iraniana risulta oltremodo pericolosa se collegata a tutte le minacce proclamate contro Tel Aviv ed il concreto pericolo di uno scoppio bellico tra i due paesi. Innervosire ora Israele significa avvicinarsi pericolosamente con una torcia accesa ad una polveriera. Già nei mesi scorsi l’esercito israeliano insieme a quello statunitense hanno aumentato l’armamento, anche pesante, lungo le frontiere israeliane, ed è risaputo che un’opzione contemplata come possibile dallo stato maggiore di Tel Aviv è l’attacco militare diretto contro l’Iran mediante bombardamenti aerei, in prima istanza acui seguirebbero operazioni di terra. Potrebbe essere un’escalation dagli esiti imprevedibili che  la risoluzione della crisi egiziana potrebbe indirizzare in un senso o nell’altro.

Pirateria somala: problema per il petrolio del mondo

L’associazione dei proprietari di petroliere Intertanko denuncia il grave pericolo presente sulle rotte del greggio, che oltre a mettere a rischio equipaggi, navi e carico, può compromettere l’economia occidentale ed in special modo quella degli USA per la mancata consegna del petrolio. Davanti alle coste somale transita più dell 40% del fabbisogno di greggio per l’intero pianeta ed il valore di ogni singolo carico varia dai 130 ai 150 milioni di euro; i riscatti vengono fissati nella misura anche di 6-7 milioni di euro. Sono cifre enormi che vanno motiplicate per la somma dei rapimenti, molti dei quali non vengono denunciati per accelerare le procedure di rilascio. La questione della pirateria somala va analizzata sotto diverse luci, prima fra tutte sotto il profilo della capacità organizzativa che comprende un dispiegamento di mezzi e di uomini non indifferente, che a monte deve per forza di  cose, avere una potenza articolata su più livelli. Sicuramente è dotata di una intelligence efficiente che fa uso di strumenti all’avanguardia e gode di una rete di informatori molto specializzata sui movimenti navali. La situazione somala, cioè dello stato Somalia, è il fattore più favorevole alla pirateria giacchè la forte instabilità dell’istituzione statale permette di creare vuoti di potere in ampie porzioni del territorio dove vanno ad insediarsi le basi fisiche dei sequestratori di petroliere. Sull’elemento territoriale ed istituzionale va ad inseririsi l’elemento religioso che si caratterizza per l’elevato grado di integralismo, a questo proposito va ricordato che la Somalia nel periodo 2004-06 è stata governata dalle Corti Islamiche, formazioni di estremisti religiosi finanziati da Iran e Libia, che, pur sconfitte dall’intervento etiope nel 2007, hanno mantenuto importante influenza sul tessuto sociale del paese. La capacità organizzativa della pirateria somala parte probabilmente anche dai finanziamenti ricevuti dalle corti islamiche ed è certamente possibile che ne sia una sua emanazione.  In relazione a questo la pirateria diretta contro le petroliere può essere concretamente inquadrata al di fuori di un mero fenomeno criminale, ma si può leggere anche in una strategia terroristica contro l’occidente, coniugando l’aspetto della resa economica con l’atto contrario al nemico dell’islam. Se il fenomeno, che come si è visto ha già una dimensione considerevole, dovesse aumentare la possibilità di conseguenti fenomeni inflattivi, dovuti al blocco ed al  rallentamento del trasporto del greggio, potrebbe avere effetti deleteri sull’economia occidentale. D’altra parte praticare rotte alternative o che prevedano una navigazione d’alto bordo, anzichè quella attuale che rasenta le coste somale, determinerebbe comunque un aggravio consistente al costo del trasporto con il conseguente innalzamento del prezzo del greggio. La questione deve essere risolta con mezzi militari di contrasto e sopratutto con un’azione coordinata e condivisa, la presenza costante delle navi militari risolve soltanto la situazione contingente ma non mette la parola fine al fenomeno. Senza un intervento militare delle Nazioni Unite sul terreno somalo, dove si trovano le basi,  la pirateria non è battibile.

Scende la produzione del grano: mondo in allarme

La grande siccità cinese, giunte agli incendi avvenuti nella scorsa estate e le inondazioni in Australia possono determinare un grande pericolo per il mondo intero: l’aumento del prezzo del grano. La produzione cinese è la prima mondiale ed è per soddisfare l’immenso mercato interno, ed  è pari al doppio della produzione americana e russa. Non potere soddisfare un mercato così grande determinerà per la Cina la necessità di rivolgersi al mercato estero che, giocoforza dovrà aumentare il prezzo per le concomitanti ragioni ambientali che ne hanno ridotto la produzione. Non che la cosa preoccupi la Cina dotata di risorse valutarie enormi capaci di soddisfare qualunque richiesta, ma le ripercussioni saranno rilevanti sia per i paesi ricchi, che vedranno aumentare l’inflazione per tutti i prodotti collegati alla materia prima e che sono una parte del paniere alimentare della loro dieta, sia per i paesi poveri che non avranno le risorse finanziarie per potere acquistare quantitativi soddisfacenti per le loro esigenze; in questo caso si va incontro ad un pericolo concreto di nuove carestie e nelle migliori ipotesi ad un aumento di casi di malnutrizione con tutti gli annessi collegati. La FAO giustamente lancia l’allarme, di cui, oltre alle implicazioni umanitarie devono considerarsi anche quelle politiche che potrebbero derivare sia dal pericolo delle carestie che dal pericolo dell’inflazione. Tuttavia alcuni analisti gettano acqua sul fuoco, la Cina dispone di grandi riserve di grano, che se gettate sul mercato interno avrebbero la funzione di calmierare i prezzi anche in ambito internazionale. La questione è comunque spinosa, gli effetti del clima stanno sempre più influenzando l’andamento della produzione agricola, mentre alcuni stati, specialmente alcuni dei più importanti in via di sviluppo, continuano a restare sulle loro posizioni circa l’inquinamento derivante dalle emissioni gassose. L’attenzione della diplomazia internazionale, specie quella appartenente alle organizzazioni sovranazionali deve maggiormente focalizzarsi su criteri ed obiettivi che riguardano lo sviluppo sostenibile creando forme di compensazione condivise per gli stati che si adoperano per la riduzione dell’inquinamento.

L’interruzione dei negoziati militari coreani

Blocco ai negoziati militari tra le due Coree; i rappresentanti della parte Nord del paese abbandonano il tavolo delle trattative accusando la Corea del Sud di non volere realmente il miglioramento delle relazioni. I negoziati militari parevano aprire uno spiraglio per la definizione positiva degli incidenti bellici e diplomatici, chiudendo la pericolosa vertenza. Seul ha di fatto bloccato il negoziato con la richiesta che il Nord riconosca la propria responsabilità circa gli attacchi militari che  hanno determinato la morte di 50 civili sudcoreani oltra all’affondamento di una corvetta. Pyongyang rifiuta di ammettere la propria responsabilità restando ancorata al fatto che l’incidente è stato dovuto allo sconfinamento dei sudcoreani. Dopo un periodo di tensione diplomatica le acque parevano essersi calmate e questi negoziati militari parevano di buon auspicio, ora l’interruzione pone il problema  di ripartire da zero. Il pericolo è che dopo un periodo di relativa calma la tensione torni a salire nella regione  creando un nuovo focolaio di tensione nello scenario internazionale in un’area dove è presente il pericolo atomico. Forse proprio per scongiurare questa situazione un inviato sudcoreano per la questione nucleare è da oggi a Pechino per colloqui con il governo cinese sulle problematiche della penisola coreana.

USA: il Patriot Act è decaduto

Gli USA provano a lasciarsi alle spalle l’11 settembre.; la camera dei rappresentanti ha respinto un provvedimento che prorogava la scadenza del Patriot Act, legge promulgata dall’amministrazione Bush dopo l’attentato alle torri gemelle. La disposizione legale conferiva poteri eccezionali alle forze di sicurezza e di intelligence e violava la privacy dei cittadini consentendo intercettazioni e controlli senza le necessarie autorizzazioni inoltre consentiva l’accesso alle banche dati delle aziende. La Casa Bianca sperava di potere estendere il provvedimento fino al 2013 per rendere ancora più efficace la lotta al terrorismo, tuttavia nello spirito della politica di Obama aveva dichiarato anticipatamente di non opporsi ad ogni decisione presa dall’aula. La decisione è maturata in uno spirito bipartisan grazie al voto sia di democratici che di repubblicani. Proprio per questa ragione pare evidente l’intenzione degli americani di voltare pagina e di provare a distaccarsi dal regime della paura instaurato dall’11 settembre. Può, cioè, aprirsi un’epoca nuova inaugurata proprio dalla decisione della Camera dei Rappresentanti, dove si può ridiscutere tutta la politica estera americana e l’impegno militare che hanno contraddistinto il decennio scorso. E’ chiaro che il processo non sarà rapido ma la direzione imboccata sembra proprio questa, del resto già precedentemente la politica di Obama, all’azione militare ha affiancato in maniera consistente politiche di sostegno e cooperazione capaci di coinvolgere la popolazione di quei paesi dove l’esercito USA opera.  Già questo consisteva in una sterzata significativa alla mera operatività bellica. Inoltre il rafforzamento e potenziamento dei sistemi di intelligence a discapito del minor uso della forza ha di fatto già indicato la preferenza per una azione preventiva piuttosto che successiva della gestione delle emergenze problematiche. La riorganizzazione della visione del modo dell’affrontare i problemi, che appare non meno lungimirante, in definitiva aveva già messo le basi per la soluzione adottata dalla Camera: la nuova consapevolezza degli USA non poteva non tenere conto delle istanze provenienti dai bisogni del popolo americano.

Al Qaeda si esprime sull’Egitto

La tanto temuta entrata in campo di Al Qaeda sulla questione egiziana è è avvenuta tramite la dichiarazione della sezione iraqena che ha formalmente incitato alla guerra santa i rivoltosi egiziani. Al Qaeda è tradizionalmente nemica delle nazioni arabe che intrattengono relazioni con i paesi occidentali ed in special modo gli USA, il giudizio qaeddistas verte sulla leva del paganesimo dei governi arabi e creca di sfruttare le motivazioni sociali dei rivoltosi tentando di incanalare la protesta verso la sharia. Al Qaeda offre ai dimostranti aiuti di tipo militare ed ideologico per fomentare la piazza a favore della teocrazia. L’appello pare, però quasi di prammatica, Al Qaeda è consapevole di non avere grosso seguito  nella terra dei faraoni, il paese è molto occidentalizzato nonostante sia un paese musulmano, la parte religiosa estrema non è preponderante ed anche il partito dei Fratelli Musulmani comprende una parte, seppur minoritaria, che propende per una visione che riesca ad accomunare Islam e democrazia. Tuttavia l’appello non è da sottovalutare perchè segna l’interesse ufficiale del movimento terrorista ai moti egiziani; ciò potrebbe creare situazioni di pericolo create anche da singoli, la portata e gli effetti di una strage nella folla dei dimostranti potrebbero avere conseguenze difficilmente prevedibili.  Al Qaeda non può permettersi di lasciare scoperto, anche solo formalmente, il proprio spazio, deve comunque fare atto di presenza, speriamo si limiti alle sole dichiarazioni.

I Fratelli Musulmani: l’incognita egiziana

Uno dei protagonisti della rivoluzione egiziana è il partito dei “Fratelli Musulmani” ed è quello su cui sono puntate maggiormente le attenzioni del mondo. Messi fuori legge da Nasser la fratellanza musulmana non gode di una predominanza numerica nel panorama della rivolta ma ricopre, grazie alla propria organizzazione, una funzione determinante nella logistica dei moti di piazza fornendo medicinali e concreti aiuti ai manifestanti.  Politicamente il ruolo dei Fratelli Musulmani non è volutamente di primo piano, non tentano di capeggiare la rivolta e mantengono un basso profilo, tuttavia non intendono rinunciare ad essere parte del processo di transizione portando il loro contributo. L’atteggiamento non è frutto di un’esplicita rinuncia ad un ruolo di primo piano, ma pare una mossa calcolata per non permettere all’opinione pubblica interna ed esterna di connotare come islamica la rivolta; mantenendo un atteggiamento di retrovia l’azione della fratellanza, al momento può godere di maggiore libertà d’azione senza essere sotto la luce dei riflettori internazionali. Il tutto rientra in un piano a lungo termine per la presa del potere. Nell’immediato ed anche in periodi successivi un governo a monocolore o almeno a guida della fratellanza non può essere concepito, e di ciò i Fratelli Musulmani sono perfettamente consci, ma facendo una politica adeguata e preparando il terreno l’obiettivo può essere inquadrabile. Ma la ragione della scelta di una politica prudente proviene anche dalla divisione al suo interno della fratellanza  che al momento risulta divisa in tre grandi tronconi: il primo persegue l’instaurazione della teocrazia, il secondo il ristabilire le comunità musulmane tramite l’interpretazione fedele del corano e la terza, per ora minoritaria, che vuole coniugare uno stato democratico con la religione islamica. L’evolversi della situazione dirà con quale peso la fratellanza influenzerà il futuro dell’Egitto.

Egitto: l’assenza di Al Qaeda

Nella rivoluzione egiziana spicca, oltre all’impreparazione americana, anche il silenzio assordante di Al Qaeda. L’Egitto non e’ solo un paese chiave per gli USA, specularmente lo e’ anche per l’organizzazione terroristica piu’ integralista e piu’ temuta. Il paese delle piramidi e’ la porta per arrivare ad Israele, e; la chiave di volta del processo di pace mediorientale, se cade questa chiave il fragile equilibrio si accartoccia su se stesso. L’ultimo attentato Qaeddista sul suolo egiziano e’ stato il tragico raid contro una chiesa cattolica di Alessandria, poi piu’ nulla, nessuna dichiarazione, nessuna presa di posizione. Il sospetto e’ che come i nemici americani anche Al Qaeda sia rimasta sorpresa dagli eventi, che i fatti si siano svolti ad una velocita’ inaspettata. Se questo fosse vero si dimostrerebbe come anche Al Qaeda abbia sottovalutato le tendenze che covavano sotto la cenere nella terra dei faraoni. E’ possibile che anche Al Qaeda, si sia concentrata troppo sulla guerra afghana tralasciando le altre aree di crisi, tralasciando opportunita’ importanti per guadagnare alla sua causa territori cosi’ decisivi e determinanti? Se non fosse fantapolitica sembrerebbe che dietro i due nemici ci sia la stessa testa; ma lasciando le ipotesi da romanzo pare piu’ verosimile una identica limitazione di visuale che non ha previsto e contemplato che Mubarak fosse messo cos’ in difficolta’ da una piazza sottovalutata. Ci puo’ essere un’altra soluzione che non e’ in definitiva in contrasto con quella precedente: Al Qaeda e’ meno forte di quello che si crede specialmente in Egitto e la situazione che si e’ venuta a creare ha generato difficolta’ alla manovra integralista, a cui probabilmente riusciva piu’ facile muoversi all’interno del regime di Mubarak, dove, contrariamente alle apparenze, poteva godere di uno spazio di manovra limitato ma certo. Se questo e’ vero si spiega la difficolta’ il silenzio attuale: Al Qaeda non riesce ad occupare in qualche modo, anche solo parzialmente, il vuoto di potere perche’ i canali che gli garantivano il movimento non ci sono piu’. In questo scenario l’esercito gioca sicuramente un ruolo fondamentale perche’ di tradizione laicista e quindi certamente non disposto bene verso integralisti religiosi. Se questa ipotesi e’ almeno verosimile la transizione verso un nuovo tipo di stato e di governo della situazione egiziana non puo’ che essere visto con speranza.

La debacle occidentale

Occorre fare una riflessione sul ruolo dell’occidente alla luce degli sviluppi dei recenti e meno recenti avanzamenti della situazione mondiale. Appare ormai chiaro che il ruolo centrale della parte occidentale del pianeta, fino ad ora nel suo insieme, USA ed alleati, non è più al centro della scena globale. Una serie di fatti e di fattori hanno decretato che non vi è più un solo centro politico ed economico su cui gravita il resto del mondo. Ciò implica che l’occidente, e con ciò si deve intendere USA e UE, non sono più da soli sul gradino più alto come potere d’influenza e di indirizzo. Quella che appare  è una situazione dove si stanno sviluppando più centri capaci di indicare la direzione agli altri paesi, quello che si viene a creare, si passi il paragone, è un insieme di forze vettoriali che spingono in direzioni differenti con angolature differenti e le risultanti si ottengono incrociando molte variabili.  Ritornando alla difficoltà occidentale occorre specificare che le cause del declino sono frutto di previsioni  e politiche poco lungimiranti. La costante afgana è una di queste, il teatro della lotta ad AlQaeda ha di fatto perdere la visone d’insieme agli USA che concentrandosi con sforzi immani in questo conflitto ha perduto la visuale d’insieme della politica internazionale dando per scontate ed assodate situazioni che non erano più tali. E’ certo che le rivolte nella sponda sud del Mediterraneo non sono state previste dalla diplomazia occidentale ed ancora adesso la direzione degli esperti di politica estera USA e UE è traballante tra dichiarazioni di principio ed attesa di come andrà a finire per omaggiare il vincitore di turno sperando che il nuovo status quo non differisca di molto dallo status quo ante. L’Egitto è molto più importante dell’Afghanistan per la pace mondiale, è l’unico stato arabo che è riuscito a dialogare con Israele ed a mettere l’uno di fronte all’altro leader isreaeliani con leader arabi. Le istanze democratiche del popolo egiziano sono da supportare in maniera che la transizione avvenga in modalità non contagiate da impulsi estremisti. L’occidente dovrebbe prodigarsi con aiuti e supporti affinchè ciò avvenga, ma quello che si nota è una statica immobilità degli USA ed un atteggiamento pilatesco della UE. Non intervenire gettando sul piatto tutto il peso diplomatico possibile non è accettabile, l’occidente non è la Cina che può permettersi un atteggiamento distaccato, il Mediterraneo è praticamente Europa e non può essere abbandonato all’integralismo religioso o all’instabilità politica. E’ interesse di tutto il mondo occidentale che la regione goda della massima stabilità, le rivolte possono essere un’opportunità di sviluppo comune a patto che non prendano direzioni pericolose. Passa anche da qui la riscossa della diplomazia occidentale che ultimamente non pare al passo con la storia.

L’evoluzione della crisi egiziana

La situazione egiziana continua a mantenersi fluida ed aperta ad ogni soluzione, il clima di incertezza è il vero padrone della scena e la soluzione decisiva appare ancora lontana. La vicenda pare, per ora vivere un momento di stallo, non si presentano occasioni decisiva per risolvere l’impasse. Il problema di fondo appare la spaccatura della popolazione egiziana, chi risalta maggiormente è chi fa più rumore ed occupa le piazze ma esistono settori della società che paiono restii al cambiamento. La transizione non è vista in egual modo da tutti, c’è una gran parte della società egiziana che teme che il nuovo sistema non garantisca la stabilità attuale e porti il paese ad una deriva pericolosa. Tra questi settori ancora favorevoli a Mubarak ci sono i copti, circa il 10% della popolazione, che temono di perdere quel poco di protezione che il vecchio regime  assicurava e guardano con paura alla possibile ascesa dei Fratelli Mussumani. Tuttavia la situazione attuale non può durare a lungo, il blocco dell’attività economica in un paese già in difficoltà non è ulteriormente sopportabile, inoltre la pressione degli USA per una risoluzione pacifica, ma che non contrasti con gli equlibri della situazione internazionale, pone la soluzione non più procrstinabile. Al momento sono due gli scenari più probabili: governo di unità nazionale con elezioni liber e democratiche in un tempo ragionevolmente breve o titolarità solo nominale di Mubarak fino a Settembre con elezioni subito dopo. In ogni caso il vecchio dittatore non è più compreso nel governo del paese, il pericolo di una sorta di balcanizzazione in salsa egizia è uno dei problemi che paiono di più spaventare l’opinione pubblica interna ed esterna. Il grna merito di Mubarak fino ad ora è aver saputo governare e tenere unito un paese con forti tendenze opposte, un paese contraddistinto da differenze anche rilevanti che lasciate senza freni potrebbero lacerare la nazione. Il ruolo chiave dell’Egitto nella regione per la pace è stato finora di grande stabilizzazione se dovesse invertirsi questa tendenza sarebbe da ridiscutere tutto la situazione in un’area della più calde del pianeta.