L’attentato di Oslo e la xenofobia europea

Il tragico attentato di Oslo è lo specchio dei problemi europei. Un paese al di sopra della media, in buona situazione economica ma alle prese con il problema dell’integrazione e della crescita della destra xenofoba. La Norvegia conta circa quattro milioni di abitanti, con la presenza di circa 150.000 musulmani, nonostante l’ottimo sistema di welfare presente, le tensioni alimentate dalla crescita dei movimenti anti immigrati hanno provocato una spaccatura all’interno del tessuto sociale. Infatti la prima attribuzione a terrorismo di matrice islamica pare naufragata a vantaggio di dinamiche interne al paese. Nonostante la situazione permanga ancora poco chiara, i motivi che sono stati elaborati a sostegno della prima tesi sono stati frutto di una visione stereotipata dell’attacco terroristico. Non che non fosse o sia possibile, ma le ragioni addotte sono parse da subito deboli. La presenza di 400 soldati norvegesi in Afghanistan o le vignette su Maometto, ragionevolmente non sembravano sufficienti a scatenare questa tragedia. La psicosi dell’attentato integralista, si è ormai impadronita della pubblica opinione, tanto da essere immediatamente tirata in causa nel caso di accadimenti di questa portata. Nei momenti immediatamente successivi all’attentato sono fiorite analisi avventate e precipitose, che non possono avere favorito una disanima fredda e ragionata dei fatti. Pur essendo ancora nell’ambito delle ipotesi, alla fine la maggiore probabilità sembra da imputarsi, appunto a dinamiche interne del paese, nell’ambito di una dialettica deteriorata, dove i capi dei gruppi di estrema destra sono stati i cattivi maestri, senza avere neppure la scusa di una situazione economica difficile. Ecco il punto dolente per l’Europa, l’affermazione di idee xenofobe, anche in società senza apparenti problemi, costituisce ormai l’allarme, non solo sociale ma sopratutto politico, che rappresenta uno degli ostacoli maggiori per l’integrazione del vecchio continente. La visione della pubblica opinione, anche di chi non condivide la xenofobia, risulta condizionata da una dicotomia nord-sud difficilmente superabile senza azioni dell’istituzione centrale. Questo caso tragico deve rappresentare uno stimolo per sviluppare gli anticorpi alla visione, sempre più imperante, anti integrazione e costituire la base di partenza per un maggiore spirito unificatore.

The point on the Libyan conflict

The evolution of the conflict Libyan seems increasingly chaotic, and the conclusion can not yet see the end. What was supposed to be a quick and easy solution to the conflict is becoming more and more a war of position and a diplomatic mess. The recent events are involved Russia, trying to make a contribution in terms of diplomacy, but even more convoluted the issue. Moscow, faithful to its doctrine of neutrality, the support continues to condemn the rebels and the official recognition of Benghazi, precisely because in a civil war, the West and some Arab countries, have preferred to one side. The reasons for Moscow may have some justification, if you think that the UN resolution, provided only the use of air power to protect civilians. The course of the conflict has also denied this direction, with France and the UK as a port flag against Gaddafi. The difficulty of flushing out the Colonel were willing conscious, especially Italy, which has tried moving into chase, to find the Rais of Tripoli an alternative solution. From contacts with the African League had also suggested a golden exile in a country that had benefited from the contributions of Gaddafi, for example, Uganda had been identified. The will of the colonel has always been opposed to this solution and the fact Tripoli has never fallen. France, perhaps tired of the conflict, has now sought a way out, which belies all the attitude taken up to now. The solution proposed to the French to stay Gaddafi in Libya, but outside of politics. It ‘just in case an impassable, which reveals the anxiety of French diplomacy. How to reconcile the persistence of Gaddafi in a country the past, even, perhaps, with elections, opponents of the Colonel to the most iron, on which, among other things, imposes even an arrest warrant by the Court in The Hague? Softer but basically in the same direction as the U.S. position, which states that only the Libyan people can decide on the permanence of Gaddafi. What appears is that after so many attempts of the willing have realized the difficulty of flushing out the Rais and then leave the hot potato to Libya itself. If the conflict were to end without a final solution to the Western powers would be a bad figure: a dramatic demonstration of their military and diplomatic failure.

Il punto sul conflitto libico

L’evoluzione del conflitto libico pare sempre più caotica e della conclusione non si può ancora intravedere la fine. Quello che doveva essere un conflitto veloce e di facile soluzione sta diventando sempre più una guerra di posizione ed un pasticcio diplomatico. Gli ultimi avvenimenti vedono impegnata la Russia, che cerca di portare il proprio contributo dal punto di vista diplomatico, ma che ingarbuglia ancora di più la questione. Mosca, fedele alla propria dottrina di neutralità, continua a condannare l’appoggio ed il riconoscimento ufficiale ai ribelli di Bengasi, proprio perchè nell’ambito di una guerra civile, l’occidente ed anche alcuni paesi arabi, hanno preferito una sola parte. Le ragioni di Mosca possono avere una qualche giustificazione, se si pensa che la risoluzione dell’ONU, prevedeva esclusivamente l’uso delle forza aerea per tutelare i civili. L’andamento del conflitto ha poi smentito questa direzione, con la Francia ed il Regno Unito come porta bandiera contro Gheddafi. Della difficoltà di stanare il colonnello i volenterosi erano consci, sopratutto l’Italia, che ha cercato, muovendosi sotto traccia, di trovare per il Rais di Tripoli una soluzione alternativa. Dai contatti con la Lega Africana si era anche prospettato un esilio dorato in un paese che aveva beneficiato dei contributi di Gheddafi, ad esempio era stata individuata l’Uganda. La volontà del colonnello si è sempre dimostrata contraria a questa soluzione e di fatto Tripoli non è mai caduta. La Francia, forse stanca del conflitto, ha ora tentato una via d’uscita, che smentisce tutto l’atteggiamento fino ad ora tenuto. La soluzione francese propone a Gheddafi di restare in Libia, ma al di fuori della politica. E’ una evenienza impercorribile, che rivela l’affanno della diplomazia francese. Come conciliare la permanenza di Gheddafi in un paese passato, anche, magari, con elezioni, ai più ferrei oppositori del colonnello, sul quale, tra l’altro, grava anche un mandato di cattura da parte del Tribunale de L’Aja? Più soft ma sostanzialmente nella stessa direzione la posizione USA, che afferma che soltanto il popolo libico può decidere sulla permanenza di Gheddafi. Quello che appare è che dopo tanti tentativi i volenterosi si sono resi conto della difficoltà di stanare il Rais e quindi lasciano la patata bollente alla Libia stessa. Se il conflitto dovesse finire senza una soluzione definitiva, per le potenze occidentali sarebbe una figura pessima: una dimostrazione plateale delle loro incapacità militari e diplomatiche.

The Somali crisis and the need for UN reform

Somali rebels, is affiliated with Al Qaeda, they do not like humanitarian aid, and indeed, they also said that the situation in the country just about the drought but not famine. The UN is blamed for saying what is false in order to justify the attempt to enter the area occupied by Islamic rebels. The reaction is due to the organization of the airlift by the WFP (World Food Programme), the UN specialized agency, to supply food and medical Mogadishu. In fact, drought, add terrorism as a cause of famine and malnutrition. If the operators UN, were attacked while trying to remedy the plight of the Somali people, would open up the conditions for armed intervention, covered under the umbrella of the United Nations. In fact, since the threat extremists, known for their rigid religious, lays the foundation for thinking about humanitarian intervention supported and protected by armed forces. To the west would be an opportunity to demonstrate good intentions even in countries without significant deposits of raw materials. Once again the centrality of the issue through the long and exhausting negotiations UN bureaucracies, and once again the lack of means nimble and quick procedures, preventing effective solutions. The report suggests more and more examples that clarify how urgent need to reform the United Nations, including its own military force and its departments are capable of elaboration and direct intervention. It is not the utopia of world government but the need, increasingly, to operate in a global theater that requires quick fixes to change fast. The players that move on this stage have less time to maneuver, the case of Somalia, and more generally in the Horn of Africa are examples exhaustive. The international community can not grant a terrorist group the right to life and death of an entire people, or destroys other interventions, although it can be framed in a logical meritorious rescue, have put in doubt by subsequent attitudes, that disrupt previous ones. In this context, the coordination and also the UN command, to be more proactive and decisive without further delay.

La crisi somala e la necesità della riforma dell’ONU

I ribelli somali, affiliati ad Al Qaeda, non gradiscono gli aiuti umanitari, ed anzi, avrebbero anche affermato che la situazione presente nel paese riguarda solo la siccità ma non la carestia. L’ONU è incolpata di dire il falso per potere giustificare il tentativo di entrare nelle zone occupate dai ribelli islamici. La reazione è dovuta alla organizzazione del ponte aereo da parte del PAM (Programma Alimentare Mondiale), agenzia specializzata dell’ONU, per rifornire Mogadiscio di generi alimentari e medici. Di fatto, alla siccità, si aggiunge il terrorismo, come causa della carestia e della denutrizione. Se gli operatori dell’ONU, venissero attaccati, mentre cercano di porre riparo alle gravi condizioni del popolo somalo, si aprirebbero le condizioni per un intervento armato, coperto sotto l’ombrello delle Nazioni Unite. In verità già la minaccia degli estremisti, noti per la loro rigidità religiosa, pone le basi per pensare ad un intervento umanitario sostenuto e protetto da forze armate. Per l’occidente sarebbe l’occasione di dimostrare le buone intenzioni anche in paesi senza giacimenti di materie prime rilevanti. Ancora una volta la centralità della questione passa attraverso la lunga burocrazie e le estenuanti trattative ONU, ed ancora una volta la mancanza di mezzi agili e procedure veloci, impediscono soluzioni efficaci. La cronaca propone sempre di più esempi che chiariscono come sia necessaria una riforma urgente delle Nazioni Unite, che comprenda una propria forza militare e propri dicasteri capaci di eleborazione ed intervento diretto. Non è l’utopia del governo mondiale ma la necessità, sempre maggiore, di operare in un teatro globale che richiede soluzioni rapide a cambiamenti veloci. Gli attori che si muovono su questo palcoscenico hanno tempi ridotti di manovra, il caso somalo e più in generale del Corno d’Africa costituiscono esempi esaustivi. La comunità internazionale non può concedere ad un gruppo terroristico la facoltà di vita o di morte su di un popolo intero, altrimenti vanifica altri interventi, che seppure possono essere inquadrati in una logica meritoria di soccorso, sono messi in dubbio da atteggiamenti successivi, che inficiano quelli precedenti. In questo quadro la coordinazione ed anche il comando dell’ONU, deve essere più fattivo e determinante senza più indugi.

The emergence of the Horn of Africa and the western responsibilities

The emergence of the Horn of Africa is worsening day by day. The catastrophe was announced by meteorologists underestimated the only organizations that could provide an organizational structure to prevent the crisis: the UN and other NGOs appointed to the task. It is thus given vent to a migration of biblical proportions in the almost total indifference of the world, busy choosing where to put their guns as the war was more convenient to do. The UN has repeatedly camped on the pretext of the ongoing war in Somalia, which actually represents a large proportion of rock, but the intervention of a peacekeeping force to allow aid workers to perform their task was never taken into account. Once again the nonsense about the Western world for cooperation, development and ignores the practical implementation of resolutions that only serve to line the pockets of well-paid officials, that process pharaonic projects remain on paper. Nations in big economic trouble, such as Kenya, are forced to host giant refugee camps, without the strength to handle them. Whole peoples are dedicated exclusively to sheep migrate from one point to another in endless plains in search of water sources dried up. The level of malnutrition and exhaustion does not prevent them from giving rise to harsh contrasts for the most precious commodity: water. But it’s a vicious cycle, no water and the animals die after their men. The increase in raw materials is also affected in these archaic societies, the difficulty of growing wheat, the staple food, also urges farmers to march, helping to swell the mass of desperate hunger. It seems that the clock of history is moving backwards, no technical progress and science, these people have changed their fate, in the third millennium to die of hunger is a question about which historians will be writing mountains of books. But it is impossible not to see the culprit behind this tragedy: once again the rich part of the world has not been able to rationalize resources, even in their own interests, merely hiding behind the fences of the borders of their own borders. In a little more restrictive laws will not be enough to protect them from the pressure of desperate hunger, the emergency will also become a political matter because it comes within the boundaries of the rich world, but for now we must ask, once again, the purpose and legitimacy in the real NGO life. Without radical reform, they constitute a trinket that the whole world can no longer afford.

L’emergenza del Corno d’Africa e le reponsabilità occidentali

L’emergenza del Corno d’Africa si aggrava giorno per giorno. La catastrofe annunciata dai metereologi è stata sottovalutata dalle uniche organizzazioni che potevano dare un assetto organizzativo per prevenire la crisi: l’ONU e le altre ONG deputate al compito. Si è dato così sfogo ad una migrazione di proporzione biblica nella quasi totale indifferenza del mondo, occupato a scegliere dove mettere i propri cannoni, quale guerra era più conveniente fare. L’ONU ha più volte accampato la scusa della guerra in corso in Somalia, che effettivamente rappresenta uno scoglio di grosse proporzioni, ma l’intervento di una forza di pace, per permettere agli operatori umanitari di svolgere il loro compito non è mai stata presa in considerazione. Ancora una volta il mondo occidentale parla a vanvera di cooperazione, sviluppo e tralascia la messa in pratica di propositi che servono solo a riempire le tasche di funzionari ben pagati, che elaborano faraonici progetti che restano sulla carta. Nazioni in grossa difficoltà economica, come il Kenya, sono costretti ad ospitare campi profughi giganteschi, senza avere la forza di gestirli. Popoli interi dediti esclusivamente alla pastorizia migrano da un punto all’altro di pianure sconfinate alla ricerca di fonti d’acqua prosciugate. Il livello di denutrizione e di prostrazione non impedisce loro di dare vita a duri contrasti per il bene più prezioso: l’acqua. Ma è un circolo vizioso, senza acqua gli animali muoiono e dopo di loro gli uomini. L’aumento delle materie prime incide anche in queste società arcaiche, la difficoltà di coltivare il grano, l’alimento base, spinge anche i coltivatori a mettersi in marcia, contribuendo ad ingrossare la massa dei disperati per fame. Sembra che l’orologio della storia si muova all’indietro, nessun progresso tecnico e scientifico, per questi popoli ha cambiato il loro destino, nel terzo millennio morire ancora di fame è un interrogativo su cui gli storici avranno da scrivere montagne di libri. Ma è impossibile non vedere il colpevole che sta dietro a questa tragedia: ancora una volta la parte ricca del mondo non ha saputo razionalizzare le risorse, anche nel proprio interesse, limitandosi a trincerarsi dietro gli steccati delle frontiere dei propri confini. Tra poco non basteranno più le leggi restrittive per proteggerli dalla pressione dei disperati per fame, l’emergenza diventerà anche fatto politico perchè arriverà dentro ai confini del mondo ricco; ma per ora bisogna interrogarsi, ancora una volta, sugli scopi e la reale legittimità in vita delle ONG. Senza una riforma radicale, esse costituiscono un orpello che l’intero mondo non può più permettersi.

A woman foreign minister in Pakistan

The office of Foreign Minister of Pakistan, vacant since February, and ‘was, for the first time, a woman, Hina Rabbani Khar, who with his 34 years turns out to be the minister most’ young team of government. The new minister happens to Shah Mehmud Qureshi and is’ regarded as a capable person with deep knowledge of issues relating to diplomatic own country. The government post and ‘already’ started with the trip to Indonesia to attend a summit of the Association of Sed-East Asia, where he will meet ‘, among others, the Chinese Foreign Minister Yang JECH and even Hillary Clinton. Agenda of future meetings of the new charge of the department of Foreign Affairs of Pakistan, there are crucial issues for the interest of the whole international scene. The theme most ‘burning is the normalization of relations with the U.S., deterioratisi occurred after the operation in Pakistan that led to the death of Bin Laden. The episode is, however, the tip of the iceberg of difficult relations with the United States, which have more ‘frequently noted Pakistan’s double game apparatus, especially by the secret services. The U.S. still feel they have recovered the relationship with the Pakistanis, also because ‘it still needs as allies in the fight against the Taliban stationed on the Afghan border. Another important issue that the new minister will have to ‘address and’ made up of the negotiations with India, Pakistan’s historic enemy to leave permanently the state of permanent tension between the two states. The talks are scheduled for July 26 in New Delhi.

Una donna ministro degli esteri in Pakistan

La carica di ministro degli esteri del Pakistan, vacante da febbraio, e’ stata, per la prima volta, ad una donna: Hina Khar Rabbani, che con i suoi 34 anni risulta essere anche il ministro piu’ giovane della compagine governativa. La nuova ministro succede a Shah Mehmud Qureshi ed e’ ritenuta una persona capace con profonda conoscenza delle problematiche diplomatiche inerenti al proprio paese. L’incarico governativo e’ gia’ iniziato con il viaggio in Indonesia per la partecipazione al vertice dell’Associazione del Sed Est Asiatico, dove incontrera’, tra gli altri, il ministro degli esteri cinese Yang Jechi ed anche Hillary Clinton. Sull’agenda degli appuntamenti futuri della nuova titolare del dicastero degli esteri pakistano, ci sono temi cruciali per l’interesse dell’intero panorama internazionale. Il tema piu’ scottante costituisce la normalizzazione dei rapporti con gli USA, deterioratisi dopo l’operazione avvenuta in territorio pakistano che ha portato alla morte di Bin Laden. L’episodio costituisce, comunque la punta dell’iceberg dei difficili rapporti con gli Stati Uniti, che hanno piu’ volte rilevato il doppio gioco dell’apparato pakistano, sopratutto da parte dei servizi segreti. Gli USA ritengono ancora recuperabile il rapporto con i pakistani, anche perche’ ne hanno ancora esigenza come alleati nella lotta contro i talebani di stanza al confine afghano. Un altro tema importante che il nuovo ministro dovra’ affrontare e’ costituito dalla trattativa con l’India, storico nemico pakistano per lasciare definitivamente lo stato di tensione permanente tra i due stati. I colloqui sono previsti per il 26 luglio a Nuova Delhi.

The U.S. wants peace between Turkey and Israel

The U.S. push for peace in relations between Israel and Turkey. Considered fundamental in the Middle East chessboard the two countries broke off diplomatic relations after the incidents created by the Israeli military against the Turkish peace activists, who wanted to force the blockade of the Gaza Strip to deliver humanitarian aid to the Palestinian people. After this incident, refusing to come to Turkey, from Brussels to join the European Union, the Ankara has carved out its own space as a protagonist in the Middle East, both politically and economically, becoming the reference country in the region. While remaining a staunch U.S. ally, Turkey has established trade agreements with Iran and Syria, and has undertaken initiatives in the area and beyond political influence, as demonstrated on the occasion of the Libyan war activism. We can say without a shadow of a doubt that Turkey has escaped the American umbrella, citing a growing personality and initiative. At the regional boards of no reports of peace, good first between the two countries, represents a clear obstacle in the American plans, especially in this historical phase. Tel Aviv is essentially subjected to a siege, for now is not dangerous, but as to keep pressure on the Israeli system, already apprehensive about the developments of the Arab spring. Driving with Hezbollah in Lebanon and Syria in an uproar, in fact the only peaceful border with Jordan is. The U.S. has every interest in normalizing relations between the two countries, considered necessary because Turkish bases, in case of worsening the situation for Israel. The use by Turkish refusal would cause enormous logistical problems for American troops, in the worst case expected: the Iranian attack on Israel. The hypothesis is certainly remote, because such a war would cover a wider involvement of countries, however, is covered by U.S. planners is that those Israelis, but for the first turkish support is crucial. E ‘for this reason that the U.S. diplomats, are trying all possible ways to seek peace between the two nations.