Il crocevia del Pakistan

La catastrofe avvenuta in Pakistan pone diversi interrogativi che vanno aldilà della sciagura umanitaria più immediata. Assodato il problema degli aiuti che sono insufficienti per fronteggiare una simile sciagura, proprio questo problema apre la strada ad aiuti paralleli provenienti da organizzazioni terroristiche già molto attive nel paese.  Il Pakistan è già terra di coltura fertile per il terrorismo islamico, anche per l’atteggiamento non troppo chiaro rinfacciato al governo, e l’occasione attuale permette alle organizzazioni terroristiche di porsi come “organizzazione umanitaria” alternativa e penetrare nel tessuto sociale ancora più a fondo. La situazione è disperata il problema principale è assicurare i servizi essenziali ad una popolazione provata da più giorni dalle enormi piogge monsoniche che, oltre a sommergere interi villaggi, hanno allagato le coltivazioni di riso, principale alimento dei pakistani compromettendo seriamente il raccolto. Il Fondo Monetario Internazionale potrebbe concedere dilazioni circa i rimborsi dei prestiti in modo da girare tali somme su soluzioni più consistenti per la popolazione, ma ciò potrebbe non bastare,  senza un aiuto consistente dalle nazioni occidentali, che sarebbe anche un’investimento in termini di sicurezza (oltre che chiaramente un dovere), si spalancherrebbero le porte per un’enorme riserva dove pescare terroristi sempre nuovi.

I costi sociali dell’unione europea

I recenti fatti connessi alle “espulsioni volontarie” operate dalla Francia verso i cittadini europei rom romeni e bulgari riportano alla ribalta la presenza di vari livelli di cittadinanza nell’unione europea.  E’ un fatto ormai acclarato che alla serie “A” appartengano i soci fondatori che hanno dato vita alla CECA più i membri più anziani, l’europa dei 12 per intenderci, nella serie “B” i paesi dell’ex blocco sovietico con maggiori capacità produttive ed infine nella serie “C” i paesi più poveri proveninenti dal COMECON e non allineati; ma nella serie “C” ci sono livelli ancora più bassi dove rientrano  appunto i rom.  Non è questa la sede per un eventuale giudizio morale o di opportunità, ma può essere la sede per una riflessione sul processo di unificazione europeo; tali fatti devono infatti fare riflettere sui tempi e sul metodo di unificazione scelto. Certamente il sogno di un’Europa unita il più possibile allargata sia dal punto di vista storico che economico è una prospettiva a lungo e giustamente inseguita da più generazioni, tuttavia le profonde diseguaglianze tra i paesi hanno fatto emergere situazioni al limite della tolleranza; questa dell’espulsione dei rom, che in una certa ottica può anche essere considerata corretta (come peraltro ammesso dal governo bulgaro), è comunque un segnale, una spia di processi malpensati ed ancor peggio governati, ed a questo proposito le dichiarazioni di facciata di Bruxelles non fanno che confermare queste sensazioni. Quello che appare che, per adesso l’unificazione sia stata funzionale a gruppi industriali di ogni grandezza, che hanno usato i vantaggi dell’europa unita per delocalizzare la propria produzione in quei paesi che garantivano oltre salari minori (molto minori) anche una deregolamentazione normativa non certo frutto di direttive comunitarie, semmai la colpa degli organismi centrali è stata proprio quella di non governare queste situazioni. Purtroppo l’impressione per il futuro è che queste patologie si acuiscano, la crisi economica impone tagli che i governi locali girano sulla spesa sociale ed anche una certa tendenza dovuta all’affermazione di partiti localistici  o comunque basati su ristrette porzioni di territorio non pare invertire queste tendenze; d’altra parte è pur vero che detrminati problemi siano reali purtroppo quello che manca è una visione ed un indirizzo comune di azione.

PIL cinese al secondo posto

Secondo il calcolo del PIL quest’anno la Cina superera’ il Giappone ed all’ottavo posto, quello dietro l’Italia, incombe il Brasile che ha gia’ lasciato dietro Canada e Russia, nono e decimo posto, a loro volta incalzate dall’India.  Quella del PIL e’ una misura universalmente accettata che rappresenta la crescita economica di un paese, tuttavia, e’ ed e’ stata molto contestata dato che il valore misurato tiene conto del dato prettamente economico senza valutare come questi risultati sono stati conseguiti. In un’ottica di relazioni internazionali segnate dal tempo della globalizzazione queste misure andrebbero riviste e corrette, la performance della Cina e’ conseguita calpestando tutti gli elementari diritti riconosciuti ai lavoratori occidentali cio’ ha creato una concorrenza sleale che ha fatto pendere la bilancia a favore di Pechino innescando un cortocircuito economico sulla dislocazione della produzione: cio’ ha determinato, tra l’altro una perdita di capacita’ produttiva e di conoscenze (si pensi alla produzione dell’elettronica) e disinvestimenti notevoli  nei  paesi occidentali. Qualcuno potra’ rispondere “e’ il mercato bellezza…”, certo e’ che vedere al secondo posto del PIL mondiale un paese dove i diritti sindacali ed anche il giusto salario non e’ riconosciuto non puo’ non far preoccupare i paesi occidentali dove e’ impensabile (nonostante qualche tentativo) regredire ad una situazione ante prima guerra mondiale per competere con lo strapotere cinese, anche perche’ un popolo impoverito non e’ piu’ un buon cliente. Cosa fare per arginare l’avanzata cinese? Se da un lato il protezionismo sovente invocato non e’ mai stato attuato per timori di ritorsione una maggiore azione comune dei paesi occidentali sarebbe auspicabile, mettere qualche bastone tra le ruote all’importazione di quelle merci prodotte senza i necessari requisiti dovrebbe essere possibile, ma cio’ non basta occorre puntare sulla maggiore qualita’ che i  prodotti occidentali per ora mantengono e per fare cio’ l’unica strada percorribile e’ la ricerca unita ad una politica fiscale intelligente che favorisca le imprese che in assoluto non spostano la produzione nella nazione cinese.

Pace in medioriente: la sfida di Obama

Ora è ufficiale: Barack Obama in persona guiderà i negoziati di pace diretti tra Israele e Palestina, per il presidente USA un rilancio dell’immagine ultimamente un po appannata in patria. Dire se questa sarà la volta buona è oltremodo difficile, la situazione non è delle più semplici con la questione Iran alla ribalta, ma il solo fatto di riprendere negoziati diretti è senz’altro un’ottima premessa.  Obama gioca la carta del prestigio internazionale per ribaltare la discesa del suo appeal sul suolo americano, nonostante la sfida epocale vinta sul fronte dell’assistenza sanitaria, la situazione economica sempre più in salita ha determinato la discesa del consenso; la tattica di risollevarsi attraverso l’azione internazionale non è una novità per i leader mondiali, valga per tutti l’esempio di Gorbaciov che aveva più successo sulla scena internazionale che sul suolo patrio. E’ sicuro che Obama dovrà muoversi con i piedi di piombo, anche piccoli passi avanti nel negoziato potranno essere considerati vittorie da fare pesare sulla bilancia del consenso ma risolvere definitivamente la questione palestinese sarà un’altra storia.

La tattica di Israele con la Turchia

Dopo il deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia dovuti ai tragici fatti connessi al tentativo di forzare il blocco della striscia di Gaza, lo stato d’Israele ha puntato a rafforzare le relazioni con la repubblica Greca, tradizionale avversario della Turchia.  La mossa costituisce un classico delle relazioni internazionali, si avvicina il nemico del proprio nemico per rafforzare un legame verso un comune avversario.  Siamo nell’area immediatamente contigua al medio oriente, zona calda per definizione, il nuovo asse tra Israele e  Grecia (che ha riconosciuto Israele solo dal 1991)  rappresenta una novità nel panorama delle relazioni internazionali, sopratutto per il tradizionale rapporto di fiducia che lega Atene ai paesi arabi, i quali hanno già mosso le loro diplomazie per capire cosa sta succedendo.  D’altra parte il momento economico molto difficile della Grecia non permette di trascurare ogni strada possibile che permetta nuove opportunità, in questa ottica l’alleanza con Israele può aprire nuove ed ulteriori prospettive economiche con un nuovo partner. Israele, dal canto suo, guadagna un nuovo alleato alla sua causa e visibilità positiva in campo internazionale grazie, appunto, ad un nuovo accordo diplomatico di amicizia che rompe un isolamento relativo costituito da rapporti internazionali consolidati con sempre gli stessi partner. La Turchia per ora nono commenta questa nuova alleanza che sembra rivolta contro di lei.

Cominciamo

Inauguriamo questo blog, che si pone come una ulteriore voce nel dibattito della politica e delle relazioni internazionali, con i venti di crisi che arrivano dall’area mediorientale, un classico, si dirà.
L’ambasciatore israeliano in Italia ha detto pubblicamente di temere la terza guerra mondiale (e sappiamo che la quarta sarà combattuta con le pietre) per l’escalation che si sta producendo in Iran; l’affermazione, di per se già grave, ha avuto precedenti supporti con le analisi USA e con l’atteggiamento del regime iraniano. La querelle delle centrali atomiche di Teheran pare un espediente che vale da ambo le parti, ma se da un lato è innegabile il diritto di cercare fonti alternative nel solco dell’autodeterminazione di ogni singolo paese, dall’altro è legittimo il timore del possibile ed alternativo uso del minerale atomico; va detto che qui non siamo in presenza di dossier costruiti, come nel caso iraqeno, qui le centrali sono effettivamente in costruzione e non basta al blocco NATO la soluzione dell’intermediario russo che si prenderebbe in carico le barre esauste ma riconvertibili.Inoltre l’armamento degli ayatollah pare registrare un sensibile incremento in termini di razzi a grande gittata con una portata ben superiore per colpire il paese della stella di Davide.
Quale la soluzione, ovviamente non quella delle armi e nemmeno l’arte diplomatica di soffiare sul fuoco, può sbloccare la situazione è difficile dire ci auguriamo il dialogo costruttivo.