Cina e Russia contro l’ingerenza negli affari interni degli stati

Cina e Russia si coalizzano contro la guerra libica. I due paesi si sono astenuti in occasione del voto del consiglio di sicurezza dell’ONU sulla risoluzione 1973, in virtù della loro concezione della politica estera, che prevede la non ingerenza negli affari interni degli stati. Il protrarsi della guerra non collima con le attese dei due paesi, che avevano subordinato la loro astensione, ad una soluzione veloce del conflitto. In realtà i timori dei due stati riguardano il crescente peso politico nel quadro internazionale, che stanno assumendo i volenterosi, ed in particolare la Francia e la Gran Bretagna. Infatti, se questo interventismo negli affari interni di altri stati diventasse una consuetudine, si rischierebbe di stravolgere il sistema delle relazioni diplomatiche. Praticamente creato il precedente, le modalità di applicazione negli affari interni di altro paese potrebbero ripetersi all’infinito, generando ogni qual volta una fattispecie giuridica di diritto internazionale. A parte i dubbi giuridici, le perplessità delle due nazioni sono di carattere politico, perchè potrebbero andare ad intaccare situazioni di loro interesse peculiare. I timori sono giustificati, sopratutto per la Cina a causa dell’espansionismo economico che il colosso di Pechino sta attuando in paesi economicamente poveri, ma ricchi di materie prime. Si tratta di nazioni fortemente instabili, dove la repressione della popolazione è pratica comune, dove esistono, cioè, tutti i presupposti per un intervento basato sulle ragioni per le quali si è intervenuto in Libia. L’instaurazione di una sorta di polizia mondiale, sebbene da regolare con disposizioni ferree, non è evidentemente gradita a regimi dittatoriale o comunque dove la democrazia non è ancora compiuta, perchè potrebbe interferire con attività non propriamente democratiche di governi alleati di partner più potenti, uniti da una sorta di simbiosi reciprocamente vantaggiosa ma senza soddisfare i requisiti basilari dei diritti civili della popolazione.

Palestine excuse for terrorism

The Will of Osama Bin Laden says that the U.S. will not be peace as long as Gaza is not free. What’s unfinished creation of a Palestinian state is the stone that obstructs the gear of peace, there is no need for me to say a terrorist, but it is clear that with the death of Bin Laden, Islam does not end the problem of subversion, its because, among many reasons, not the Palestinian Arabs have their own nation. The U.S., in addition to practicing the fight against terrorism should take up the diplomatic efforts in the Middle East and resolve the problem once and for all. Not that the Obama administration did not care about the problem, but the fronts on which the workers have multiplied, not allowing the proper focus of the problem. In addition, the Israeli attitude was very stiff, looking for any kind of reason for delaying the negotiations. About the true intentions of Tel Aviv, does not seem possible not to harbor serious doubts, strong of its military arsenal, which gives him almost invincible in the region, Israelis do not intend to give in to such agreements had previously put the signature. The role of the U.S., it is interlocutory, a staunch ally of Israel, apparently meeting its moves, without sharing them. This is a serious impediment to negotiations: if the first nation in the world can not impose their point of view, not least for its own sake, something is wrong. It is not clear in fact, because there is no impetus from Washington. The creation of a Palestinian state would remove the main pretext of Islamic terrorism in the region could facilitate the relaxing cascade of positive developments for American strategy in the region. One of the reasons why Israel does not want to cede the territories are occupied by settlers, who should be in Palestinian territory, but that reason does not seem likely to block a deal so important. The most likely is that the Palestinian state at its border could become a hazard in the event of electoral victory of extremist movements, from this alliance between the PNA and Hamas has further complicated the chances of progress .. E ‘in this stage that inaction the U.S., which with all their political and moral weight, they could finally provide the solution to old problem.

La Palestina alibi per il terrorismo

Il testamento di Osama Bin Laden dice che gli USA non saranno in pace finchè Gaza non sarà libera. Che l’incompiuta creazione di uno stato palestinese sia la pietra che ostacola l’ingranaggio della pace, non è necessario che lo dica un terrorista, ma è evidente che con la morte di Bin Laden, il problema dell’eversione islamica non finisce, proprio perché, tra le tante ragioni, gli arabi palestinesi non hanno una propria nazione. Gli USA, oltre a praticare la lotta al terrorismo dovrebbero riprendere in mano l’azione diplomatica nel medio oriente e risolvere una volta per tutte il problema. Non che l’amministrazione Obama non abbia a cuore il problema, ma i fronti su cui è occupata si sono moltiplicati, non permettendo l’adeguata focalizzazione del problema. Inoltre l’atteggiamento israeliano si è molto irrigidito, cercando ogni sorta di ragione per ritardare la soluzione del negoziato. Sulle reali intenzioni di Tel Aviv, non pare possibile non nutrire dei seri dubbi, forti del proprio arsenale militare, che gli consente una quasi invincibilità nella regione, gli israeliani non intendono cedere ad accordi sui quali avevano messo precedentemente la firma. Il ruolo degli USA, appare interlocutorio, fedele alleato di Israele, pare assecondarne le mosse, senza condividerle. Ciò costituisce un serio impedimento al negoziato: se la prima nazione del mondo non riesce ad imporre il proprio punto di vista, anche e soprattutto nel proprio interesse, qualcosa non quadra. Non si capisce infatti, il perché manchi l’impulso decisivo da Washington. La creazione dello stato Palestinese toglierebbe l’alibi principale al terrorismo di matrice islamica la distensione nella regione potrebbe favorire a cascata, sviluppi positivi per la strategia americana nella regione. Una delle ragioni per cui Israele non vuole cedere sono i territori occupati dai coloni, che dovrebbero rientrare nel territorio palestinese, ma tale ragione pare non verosimile per bloccare una trattativa così importante. Quello più probabile è che lo stato palestinese al proprio confine possa diventare un pericolo in caso di vittoria elettorale di movimenti con posizioni estremiste, in quest’ottica l’alleanza tra ANP ed Hamas ha ulteriormente rallentato le possibilità di passi avanti..E’ in questa fase che latitano gli USA, che con tutto il loro peso politico e morale, potrebbero fornire finalmente la soluzione all’annoso problema.

Down the prices of raw materials

The latest commodity prices, rising sharply, leading to question the health of the global economy. The sudden drop in crude oil prices returned to pre-crisis levels in Libya, has puzzled analysts. The flight of investors is largely influenced by the work of Saudi Arabia, which has raised the level of production to compensate for the lack of production in Libya, plus China’s efforts to curb the phenomenon of inflation, which is undermining development, especially inside. However, the strong decline appeared as a surprise since it could hide a future contraction of the high production would mean that a new recession. Also because it is not just the oil to suffer falling prices of gold, silver, precious metals, but also cotton and corn. In these cases it seems clear that action by the Beijing government, which has a huge availability of liquid and injected a large amount in the system, because it has generated an unexpected cooling too fast. In the absence of reliable data it seems clear that China has underestimated the effects of its anti-inflation measure triggered a process contrary. Will be to see if it is a reaction of the quota system, limited to a short period, or if we are faced with an ever declining prices. In fact if it was the effects of an ad hoc task of the Chinese government, the fall in prices should stop almost immediately, otherwise it would mean that the responsibility goes beyond Beijing at this point you could set up a contraction to low demand, which would mean a reduction in production, probably for lack of orders. In this case would frustrate the hopes of recovery.

Scendono le materie prime

Le ultime quotazioni delle materie prime, in forte discesa, portano ad interrogarsi sullo stato di salute dell’economia mondiale. L’improvviso abbassamento del prezzo del greggio, tornato ai livelli precedenti alla crisi libica, ha sconcertato gli analisti. La fuga degli investitori appare influenzata dal gran lavoro dell’Arabia Saudita, che ha innalzato il livello della produzione per compensare la mancata produzione libica, sommata all’impegno cinese per frenare il fenomeno inflattivo, che ne sta compromettendo lo sviluppo, sopratutto interno. Tuttavia la forte discesa è apparsa come una sorpresa dato che potrebbe nascondere una futura contrazione elevata della produzione che significherebbe una nuova fase di recessione. Anche perchè non è solo il petrolio ad accusare una discesa dei prezzi: oro, argento, metalli preziosi ma anche cotone e mais. Anche in questi casi appare evidente che l’azione del governo di Pechino, che ha una immensa disponibilità di liquido e ne ha iniettato un grande quantitativo nel sistema, ha generato un raffreddamento inaspettato perchè troppo veloce. In assenza di dati certi sembra evidente che la Cina ha sottovalutato gli effetti della propria misura anti inflazione innescando un processo contrario. Ora si tratterà di vedere se sarà una reazione contingente del sistema, limitata ad un periodo breve, oppure se ci troveremo davanti ad una contrazione costante dei prezzi. In realtà se si è trattato degli effetti di una operazione ad hoc del governo cinese, la discesa dei prezzi dovrebbe fermarsi quasi subito; in caso contrario vorrebbe dire che la responsabilità va oltre Pechino, a questo punto si potrebbe configurare una contrazione per scarsa domanda, il che vorrebbe dire una contrazione della produzione, probabilmente anche per mancati ordinativi. In questo caso le speranze di ripresa sarebbero frustrate.

USA: world policeman

The physical removal of the head of Al Qaeda has been a huge media impact for the U.S. and its president, but from the practical side of what it meant in the fight against terrorism? And its effects will be positive, as the U.S. has implied? The importance of bin Laden appeared to have been reduced to mere symbolic factor, a large totem pole, which from a distance, was the great father of Islamic terror. But from the point of view, beyond the ritual of video messages, which regularly attracted to the holy war, his power was negligible, even for the present feuds terrorist organization, and for obvious reasons of opportunities from hunting followed all ‘attack of September. The reactions of the more extremist Muslim world make believe that the death of their spiritual leader will not pass without retaliation for the West, the threats have been considered by the state apparatus that now have been active in preventive tactic. It was, then required the death of Bin Laden, and it was necessary to advertise in such a way? The need for accreditation of the U.S. president election internal market has definitely counted a lot, but it must have been considered very important, the fact of world-class in terms of reaffirmation of the U.S., first as a world power. There are two factors so intrinsic to the functional design of Obama to continue his political work at the head of the U.S., for renewed American global supremacy. Eliminating Osama Bin Laden from the scene, the U.S. may reassert their role as world policeman at a time when the American star fails to shine on the international stage too.

USA gendarme mondiale

L’eliminazione fisica del capo di Al Qaeda ha costituito un grosso effetto mediatico per gli USA ed il suo presidente, ma dal lato pratico cosa ha significato nella lotta la terrorismo? Ed i suoi effetti saranno positivi, come gli USA hanno sottointeso? L’importanza di Bin Laden pareva ormai essersi ridotta al puro fattore simbolico, un grande totem, che da lontano, costituiva il grande padre del terrore islamico. Ma dal punto di vista operativo, aldila dei videomessaggi di rito, che richiamavano periodicamente alla guerra santa, il suo potere era praticamente nullo, anche per le faide presenti nell’organizzazione terroristica, oltre che per ovvi motivi di opportunità derivanti dalla caccia seguita all’attentato dell’undici settembre. Le reazioni del mondo musulmano più oltranzista lasciano credere che la morte della loro guida spirituale non passerà senza ritorsioni per l’occidente; le minacce sono state prese in considerazione dagli apparati statali che da subito si sono attivati nella tattica preventiva. Era, allora necessaria la morte di Bin Laden, ed era necessario pubblicizzarla in tale maniera? L’esigenza del presidente USA di accreditarsi sul mercato elettorale interno ha di sicuro contato parecchio, ma deve essere stato valutato in maniera molto importante, anche il fatto del prestigio mondiale in funzione di riaffermazione degli USA, come prima potenza mondiale. Sono due fattori legati in modo intrinseco, funzionali al progetto di Obama di continuare la propria opera politica alla guida degli USA, per la rinnovata supremazia mondiale americana. Eliminando Osama Bin Laden dalla scena, gli USA possono riaffermare il loro ruolo di gendarme mondiale in un momento dove la stella americana non riesce troppo a brillare sulla scena internazionale.

Pakistan: Failure to ally

After a few days after the death of Bin Laden, the Western diplomacy asked about the fate of Pakistan in the fight against terrorism. As rightly pointed out the British prime minister, despite the many doubts raised the ambiguous behavior of Islamabad, it would leave the country earn the opposing forces. The story of bin Laden revealed on the surface, all the doubts related to loyalty of the Pakistani government. In reality, it understands that you have in front of a country that includes different views of sovereignty and also different levels depending on the region examined. Also if you enlarge the analysis beyond the physical territory, even in different branches of the state there is a plurality of different points of view that do not allow a homogeneous action. Certainly there are organizations which require the complete dismantling as the secret services, which are strongly suspected of having protected bin Laden, on Pakistani territory. The reality remains that the government has full sovereignty over the capital and little else, then as you move away come into play a number of alternative subjects, such as tribal organizations, which in turn administer justice according to their convenience or worse they are, in fact, allied to the Taliban forces, this is more true the closer you are, or even within, the gray area on the border with Afghanistan which is the main refuge of NATO forces come true. Pakistan is a collection of tribes and ethnic groups, which can hardly be controlled, and form the backbone of Pakistani society, at least the outside of the area around the capital. This complex mix is ​​difficult if not impossible to govern and to channel within the scheme designed by the U.S. military. But Pakistan is a sovereign state, that you can not invade and reduce under protection as happened in Afghanistan, what has so far no action has been a persuasive diplomacy that can convince the government in Islamabad to accept help on their own territory for the purposes of being able to control. Anyway, it is also understandable that the attitude of the Pakistani government is to manage a difficult territory, having to make a display of a continuous balancing act between the tactical and political between the different pressures. In conclusion with the death of Bin Laden has removed an enemy, but there was the certainty of having a non-ally at his side.

Pakistan: il non-alleato

Dopo alcuni giorni dalla morte di Bin Laden, la diplomazia occidentale si interroga sul destino del Pakistan, nel quadro della lotta la terrorismo. Come giustamente ha osservato il premier inglese, nonostante i molti dubbi suscitati dall’ambiguo comportamento di Islamabad, abbandonare il paese significherebbe farlo guadagnare alle forze avverse. La vicenda di Bin Laden ha fatto emergere sulla superficie, tutti i dubbi legati alla fedeltà del governo pakistano. In realtà si conosce bene di avere di fronte un paese che comprende visioni differenti ed anche livelli di sovranità diversi a seconda della regione esaminata. Inoltre se si allarga l’analisi oltre il territorio fisico, anche nelle diverse branchie dello stato esiste una pluralità di diversi punti di vista che non consentono una azione omogenea. Certo esistono organizzazioni di cui pretendere il completo smantellamento come i servizi segreti, che sono fortemente sospettati di avere protetto Bin Laden, sul territorio pakistano. La realtà continua ad essere che il governo ha piena sovranità sulla capitale e su poco altro, poi man mano che ci si allontana entrano in gioco una serie di soggetti alternativi, come le organizzazioni tribali, che di volta in volta amministrano la giustizia secondo la loro convenienza o peggio sono, di fatto, alleati alle forze talebane, Questo è più vero più si è vicini, o addirittura entro, quella zona grigia al confine con l’Afghanistan che costituisce il principale rifugio delle forze avvere alla NATO. Il Pakistan costituisce un insieme di tribù ed etnie, che difficilmente possono essere controllate e che rappresentano la struttura portante della società pakistana, almeno quella al di fuori della zona attorno alla capitale. Questo insieme complesso risulta difficile da governare ed addirittura impossibile da incanalare entro lo schema militare pensato dagli USA. Ma il Pakistan è uno stato sovrano, che non si può invadere e ridurre sotto tutela come è successo per l’Afghanistan, quello che finora è mancata è stata una azione convincente della diplomazia che sappia convincere il governo di Islamabad ad accettare un aiuto sul proprio territorio con il fine di poterlo controllare. D’altronde è anche comprensibile l’atteggiamento del governo pakistano che si trova a gestire un territorio difficile, dovendo fare sfoggio continuo di un equilibrismo tattico-politico tra le diverse pressioni. In conclusione con la morte di Bin Laden si è eliminato un nemico ma si è avuta la certezza di avere al fianco un non-alleato.

Il mancato rispetto delle regole e l’esportazione della democrazia, il caso di Bin Laden

Le modalità di azione dell’intervento americano nell’operazione che ha portato alla morte di Bin Laden sono state contraddistinte, nel caso di mancata comunicazione al Pakistan, come è stato detto, da una palese violazione del diritto internazionale. L’azione militare compiuta in territorio straniero, senza autorizzazione, costituisce il mancato rispetto delle prerogative dello stato sovrano. E’ pur vero che per gli USA si è trattato di un atto di guerra, nell’ambito di un conflitto globale, dove, in un certo senso, la realtà ha superato la regolamentazione del diritto. Tuttavia ciò che è accaduto crea un precedente pericoloso che soltanto poche voci hanno denunciato. Certamente non si tratta della prima operazione militare che uno stato compie sul territorio di un’altra nazione, ma la dimensione mediatica che ne ha messo in risalto l’importanza simbolica, ha creato, intanto la pubblica ammissione del fatto da parte degli USA e con questa l’elevazione a fatto pubblico. La mancanza di segretezza è stata sacrificata al sentimento di rivalsa americano contro la mente dell’attentato delle torri gemelle, e le scene di giubilo viste negli USA, fanno comprendere, in parte, la scelta di Obama. Ma questa scelta, che ha concesso molto alla sfera emotiva, resta in contrasto con i rapporti giuridici che regolano i rapporti tra gli stati. Il Pakistan, nel caso specifico, non ne esce bene, vede violato il proprio territorio con un’azione successivamente troppo pubblicizzata, quindi diventa vittima e per di più dileggiata agli occhi del mondo intero. Quello che si imputa agli USA è la mancata segretezza che è la prima regola in queste situazioni. Ciò offre il fianco a diversi motivi di critica, anche collegati al più volte dichiarato obiettivo americano di esportare la democrazia nel mondo. Dopo le rivelazioni di Wikileaks, che se vere confermerebbero pratiche terribili all’interno del carcere di Guantanamo, la vicenda della morte di Bin Laden, può essere letta come uno strumento poco ortodosso per portare il sentimento democratico nelle nazioni oppresse. Se le ragioni operative si scontrano con le norme giuridiche, queste situazioni, oltre ad essere ridotte al minimo, non devono godere di pubblicità. Il contrasto tra esportazione di regole certe e mancato rispetto delle stesse appare stridente e può rendere poco credibile l’azione americana.