L’Europa investe in America Latina

La UE finanzierà lancia un fondo finanziario in Uruguay per la costruzione di infrastrutture per l’America latina, l’investimento serve per dotare e migliorare le regioni più interne del continente sudamericano del sistema di collegamenti viari, necessari per uno sviluppo economico autosufficiente. L’operazione avviene è in un contesto dove la povertà  è endemica nonostante le grandi risorse presenti, non è un’investimento a fondo perduto o esclusivamente sociale, sebbene le implicazioni siano anche dare una prospettiva ai popoli di quelle zone periferiche, ma anche e probabilmente sopratutto un investimento che prevede un ritorno per l’economia europea, tramite l’attività di industrie ed aziende dell’Unione Europea. Siamo in un ambito territoriale di grandi potenzialità per le risorse naturali presenti e che ha iniziato a  registrare uno sviluppo sociale consistente ma non ancora compiuto, le possibilità di espansione di un mercato interno redditizio per la produzione in loco si sposano con i possibili ritorni sia per lo sfruttamento delle materie prime che per nuovi sbocchi dove convogliare la produzione delle aziende europee. L’investimento si muove, quindi, in un terreno alternativo dove il dragone cinese non ha ancora radicato i suoi artigli in maniera consistente, in questo quadro la mossa dell’Unione Europea è densa di significati perchè operata in un’ottica di unità di intenti lodevole, che lascia ben sperare, perlomeno nella programmazione degli investimenti, è auspicabile allargare questa unità per ottenere ancora più risultati in ambiti di più pressante risoluzione

La UE, l’ecofin ed il veto della Gran Bretagna

Ancora distanti i paesi europei sulle norme e la strategie da seguire per la definizione del patto di stabilità. La posizione di Londra è tra le più dure, il patto Parigi-Berlino, già inviso per definizione causa ragioni nazionalistiche più antiche, è visto come un trasferimento di poteri da Westmister a Bruxelles, la Gran Bretagna, tradizionalmente avversa a rinuncie di prerogative ed unioni, peraltro praticate più per necessità che per reale convinzione (vedi la UE), va verso il veto all’intesa ecofin. In casi come questo si evidenzia la mancanza normativa della UE, che non prevede sanzioni o ammonimenti, a chi vuole stare dentro l’Unione senza sostanzialmente adeguarsi alle decisioni centrali. D’altronde è già anomalo che esistano paesi dentro la UE che facciano parte della alleanza politica ma non di quella monetaria, tale fatto è un controsenso in termini, quale affidabilità può dare, in materia di politica economica comune un paese che non rientra materialmente nell’euro? Per andare avanti occorrono decisioni nette ed anche impopolari, avere paura di muoversi contro il prestigio politico, ad esempio della Gran Bretagna significa esserne in ostaggio, significa che tutte le decisioni in materia economica non saranno mai  del tutto autonome. Sarebbe necessario un out-out: o dentro con tutti gli annessi e connessi del caso o fuori del tutto; un’unione senza la moneta comune è un’unione incompleta perchè consente a chi non rientra nell’euro una libertà di manovra superiore a chi vi è dentro, facendone però ricadere i costi all’interno dell’alleanza politica. E’ il momento di rendere più forte la UE anche con decisioni forti, è necessario investire nella comunanza degli obiettivi e della condivisione totale degli scopi, nessuno è obbligato a condividerli a discapito della totalità.

La necessità di organismo centrale che governi il mercato valutario mondiale

La priorità economica in queste ore è evitare con tutte le forze possibili una guerra valutaria che tarperebbe le ali alle possibilità di crescita dell’economia mondiale. Senza un accordo condiviso tra i protagonisti delle banche mondiali si rischia un tutto contro tutti dove tutti hanno da rimetterci, infatti anche la Cina, seppur con modalità graduali, ha affermato che procederà all’apprezzamento della propria moneta, in un quadro dello stimolo del consumo interno e della riduzione degli squilibri.  L’Europa dal canto suo deve mantenere l’unità di intenti e di manovra, voci allarmistiche sulla fine della moneta unica, oltre che, ormai, fuori dal corso della storia sono potenzialmente pericolose per la volubilità del mercato finanziario sempre molto reattivo a rumors di questo genere;  d’altro canto la moneta unica è ormai irrinunciabile costituendo uno scudo, che seppur con le proprie storture, ha impedito scenari molto più gravi ed inquietanti. Semmai quella da percorrere, ma la strada non solo è lunghissima, ma quasi fantascientifica, sarebbe la soluzione di una moneta unica globale al riparo dalle estemporaneità dei movimenti finanziari; certamente è un’idea quasi impraticabile ma rafforzare un’organismo che a livello mondiale abbia più forza di indirizzo e coordinazione delle valute non è un’idea da considerare tanto peregrina. Una Banca Mondiale, ad esempio, con compiti concreti di indirizzo e controllo potrebbe avere evitato le gravi crisi finanziarie di questi ultimi tempi, certo ci sono più avversari ad una soluzione del genere: da un lato i governi, sopratutto dei paesi emergenti che non vogliono perdere l’onda dello sviluppo di cui godono con una tutela sopra le loro azioni (e ciò è comprensibile, dato che l’azione di un’organismo centrale sarebbe probabilemente orientato non ad una politica monetaria espansiva), dall’altro gli speculatori monetari che si annidano fin dentro i gangli più profondi del potere. Quindi stante questo scenario accontentiamoci intanto di un primo accordo di massima che potrebbe vedere la luce in queste ore, sperando in ulteriori sviluppi non estemporanei ma organizzativi atti a governare in maniera più incisiva del fenomeno.

Vaticano e Israele: rapporti difficili

Il Vaticano opera una sterzata storica sul problema palestinese esprimendo solidarietà al popolo palestinese ed affermando pubblicamente che l’occupazione israeliana genera il fondamentalismo. L’affermazione comprende due implicazioni, il riconoscimento ufficialee ribadito alla necessità di uno stato palestinese di pari dignità con lo stato ebraico, opzione peraltro da sempre caldeggiata oltretevere, e la condanna ai metodi isreaeliani che sottende ad una preoccupazione sempre crescente, oltre che di un’inasprirsi del conflitto, anche di una possibile  espansione del fondamentalismo più acceso, ipotesi molto temuta perchè compromissoria del dialogo tra le confessioni.  Il Vaticano ha più volte manifestato la preferenza per l’esistenza di due stati sovrani con Gerusalemme territorio indipendente, data la peculiarità religiosa della città, questa scelta può nascondere l’interesse a candidarsi come possibile  guida della parte cristiana, opzione però più volte osteggiata dello stato Israeliano che non intende avere come vicino di casa, in una qualche veste ufficiale un soggetto ingombrante come il Vaticano.  Le frizioni tra Israele e Vaticano non sono cosa nuova ma ora pare di essere ad un punto di svolta per quanto riguarda i rapporti diplomatici tra i due stati e la solidarietà al popolo palestinese così palesata non fa che allontanarli ulteriormente.

Il pericolo della svalutazione

La situazione economica mondiale ruota intorno al problema valutario, è in atto una folle rincorsa al deprezzamento, si pensa che con una politica di svalutazione si possa produrre la medicina in grado di frenare la crisi. Se questo può essere vero, ma è solo una probabilità, nel breve periodo, nel lungo la medicina si rivelerebbe peggiore del male. Perchè insistere ancora sulla svalutazione? Sembra l’ultima spiaggia di governanti senza più risorse; il Giappone, ad esempio, che è ricorso ad una svalutazione massiccia della sua moneta per vendere quantitativi maggiori della sua merce cosa farà quando dovrà acquistare le materie prime per la sua produzione industriale? Anche gli USA sembrano indirizzati su quella strada e ciò desta preoccupazione nell’intero occidente perchè quello che si può profilare è un blocco ulteriore alla locomotiva economica, che da traino si trasformerebbe in freno. Gli USA hanno un declino industriale che dura da 40 anni ed hanno risposto alla capacità industriale cinese con la finanza, come sia finita è noto a tutti, non invertire la rotta significherebbe un pericolo latente su tutto il mondo occidentale che, dal punto di vista economico è americocentrico, ma come pagare le materie prime con un dollare deprezzato? Inoltre ciò comporterebbe la caduta di influenza di Washington e le prossime riunioni dei vari G potrebbero essere altri ad organizzarle. Gli USA tentano di bilanciare la loro debolezza pressando la Cina ad una rivalutazione della loro moneta ma è una partita persa: le grandi riserve valutarie di Pechino non danno grandi spazi di manovra su questo fronte, senza l’avvallo cinese questa strada non è percorribile, d’altronde non è la Cina la sola causa dei mali economici occidentali: infatti i governi di UE e USA farebbero meglio a cercare di risolvere il problema del deficit pubblico, non più procrastinabile, vero investimento del futuro anzichè cercare con mezzucci quali la svalutazione risultati di effimero valore.

Le implicazioni della diminuzione dei cristiani in medioriente

Il recente incontro, alla presenza del Papa, tra rappresentanti della religione cattolica e rappresentanti islamici moderati ha rappresentato un terreno di confronto che può dare interessanti sviluppi nel quadro della ricerca della pace, sopratutto in medio oriente. L’aspetto evidenziato è la preoccupazione dell’incremento dell’esodo della popolazione cristiana dal medio oriente, la parte moderata degli islamici vede un fatto pericoloso per i delicati equilibri la diminuzione dei cristiani, preziosi alleati contro la politica di pericoloso estremismo adottata dalle parti più integraliste della religione di Maometto. Il dialogo fin qui intrapreso, pur tra mille difficoltà, ha portato prospettive  che andrebbero favorite anche a livello di organizzazioni internazionali; nel contesto politico attuale, la diplomazia internazionale deve essere obbligata a cercare tutte le strade possibili per combattere e prevenire i conflitti che hanno comunque una base di partenza nell’ambiente sociale. Gli iman delle scuole coraniche “pescano” i loro adepti nelle parti più povere e soggette a facili influenze, in quest’ottica il lavorio che può fare la parte moderata di una religione, qualunque essa sia, con opere in seno alla società civile può essere di fondamentale importanza per la costruzione reale della pace. Il dialogo quindi tra le religioni, che vuole partire da premesse di collaborazione deve essere incoraggiato ad ogni livello quale investimento sugli sviluppi di pace che può implicare. Quello che la parte islamica moderata teme è che l’emorragia dei cristiani favorisca l’avanzata di posizioni integraliste a causa della perdita di alleati preziosi. Le organizzazioni internazionali devono puntare i riflettori anche su questi fatti che possono minare la difficile pace nei territori mediorientali.

Afghanistan: prove di exit strategy

La nuova linea della NATO in Afghanistan è la ricerca del dialogo con i Talebani, senza però rinunciare all’opzione militare. Si tratta di un primo passo avanti nel difficile processo di pacificazione nazionale che il nuovo corso che l’amministrazione Obama cerca di perseguire anche in funzione di un progressivo e possibile sganciamento dalla palude afghana. A facilitare la decisione di trattare con i Talebani è anche il nuovo atteggiamento della popolazione afghana, sempre più provata dal conflitto all’interno del proprio paese, infatti ad ogni livello sociale sta maturando il convincimento che i Talebani sono parte integrante del paese ed anche il loro punto di vista va considerato, anche nell’ottica di un governo democratico come ambisce ad essere la nuova nazione afghana. Certo mancando la sconfitta militare ed assodata la situazione di stallo la ricerca di soluzioni alternative più che una scelta è un bisogno, ma ammettere la necessità della ricerca del dialogo è comunque un passo avanti nella ricerca di una possibile soluzione definitiva. Militarmente, nonostante tutti gli sforzi compiuti ed il dispigo di mezzi ed investimenti profusi appare ormai impossibile conseguire il successo, d’altronde la storia è con i talebani, si sono dimostrati invicibili con l’esercito sovietico ed anche ora, con quello americano sono sostanzialmente in vantaggio. Nonostante questo la Nato non rinuncia all’opzione militare cercando, prima di arrivare ad una qualche forma di accordo, di infliggere più perdite possibili ai Talebani con lo scopo di farli arrivare alle trattative il più deboli possibile per assicurare a Karzai di trattare da migliori posizioni. La via della trattativa non è comunque facile, i Talebani non sono un blocco monolitico, vi sono differenze causate dall’appartenenza tribale ma sopratutto diversità di vedute causate dalle differenze di età: più concilianti i vecchi capi, tra cui reduci anche dalla prigionia di Guantanamo, più intransigenti le nuove leve perchè ancora più permeate dagli insegnamenti, sempre più estremisti, delle scuole coraniche, unica possibilità di formazione culturale in tutti questi anni. In questo quadro di difficile gestione la NATO e gli USA giocano la carta della ragionevolezza sperando di aprire  la porta della strategia di uscita.

Ricatto sul burka per la Francia

Con il ricatto di non vietare il burka in Francia, Al Qaeda fa un salto di qualità nella propria strategia terroristica; infatti oltre alle azioni militari contro obiettivi sensibili, alle normali richieste economiche di riscatto ora siamo alle richieste sul fronte della legislazione di un singolo paese sovrano. Il dibattito sull’uso del burka, non solo sul suolo francese ma in tutto il mondo occidentale, è materia di discussione anche accesa, non solo tra occidentali e musulmani, ma anche tra gli stessi occidentali: vietare un capo di vestiario può ledere o meno i diritti soggettivi della persona o, a sua volta, proteggere il diritto generale, secondo i diversi punti di vista. La questione non è semplice, visto che coinvolge valutazioni di diversi livelli è non è qui la sede per approfondirli. Il problema è l’ingerenza diretta nell’elaborazione delle leggi di uno stato, giuste o sbagliate che siano, da parte di un soggetto non solo esterno, ma neanche dotato di autorità internazionale riconosciuta; il fatto, poi, che sia una entità terroristica è solo un’aggravante in più. Non è certamente pensabile che la Francia possa, non solo cedere, ma neppure fare concessioni o deroghe, in forza di questo ricatto, alla legge che sta elaborando. Il rischio di creare un precedente da applicare in successive azioni terroristiche anche ad altri stati occidentali è concreto, anche se è chiaro che ogni stato è sovrano sul proprio suolo, la sola possibilità che si creino ulteriori evenienze di questo tipo vorrebbe dire mettere sotto continuo attacco l’intero sistema legislativo occidentale. E’ certamente un’eventualità remota ma non così impossibile, si tratta cioè di un pericolo altrettanto grave di azioni terroristiche cruente, anche se più sottile; ed è questa sottigliezza che determina il salto di qualità, sembra che la regia del movimento terroristico di Al Qaeda o sia cambiata o comunque si sia evoluta. Occorre ricordare lo sforzo in aiuti umanitari compiuto sotto il proprio nome in Pakistan, prima novità messa sullo scacchiere, ora con la richiesta di fermare una legge di uno stato sovrano un’altro passo in avanti si è compiuto. Il compito degli analisti è studiare questa evoluzione e prevedere i futuri sviluppi, il compito degli stati e delle organizzazioni internazionali è di non lasciare sola la Francia in questo frangente ed elaborare una strategia finalmente vincente del fenomeno terroristico.

Ahmadineyad e l’inutile provocazione

Mahmud Ahmadineyad si recherà domani in visita ufficiale in Libano ospitato dagli Hezbollah, questa visita ha il sapore di una provocazione non solo per gli israeliani, che sono paese confinante con la nazione dei cedri, ma per tutto il movimento mondiale che auspica la pace in medioriente. Quale implicazioni avrà sui rapporti internazionali questa visita e perchè si è scelto di effettuarla adesso? La politica estera iraniana non gode di buona salute, dai giorni degli scontri post elezioni la condanna unanime ha colpito il paese di Teheran e la disapprovazione è ulteriormente cresciuta con il caso di Sakineh, inoltre gli exploit all’ONU del capo di stato hanno contribuito ad un isolamento sempre più marcato. Certo la questione dei reattori nucleari, purtroppo più della  repressione del dissenso, aldilà delle naturali dichiarazioni, che non hanno generato praticamente alcuna ritorsione, è quella più temuta dai paesi occidentali per le ovvie e nefaste implicazioni ed è quella che ha generato un’impennata negativa delle relazioni diplomatiche. Il capo di stato iraniano deve quindi spingere sull’acceleratore delle amicizie internazionali di cui può disporre e ricercare la maggiore esposizione mediatica possibile. Con queste premesse una visita fin sotto il confine con Israele garantisce la massima visibilità possibile, certamente per la visuale occidentale è una visibilità negativa, ma per tutti quelli che avversano il processo di pace israelo-palestinese, perchè lo giudicano perlomeno sbilanciato a favore di Gerusalemme, per i Talebani e per tutti quelli che gli appoggiano, il significato ha senz’altro accezione positiva e permette ad  Ahmadineyad di continuare il suo processo per diventare il paladino antiamericano (e antisraeliano) dei nostri giorni. Perchè fare adesso la visita in Libano? Il processo di pace tra Palestina ed Israele accusa delle battute a vuoto, invero per la maggiore rigidità Israeliana più che per gli estremisti palestinesi, e presentarsi fin sotto il filo spinato che fa da divisione con il Libano può contribuire a fare salire la tensione tra le due parti fino a bloccare addirittura definitivamente le trattative. Alla fine il risultato che pare venga ricercato è fare salire la temperatura nella regione, creare motivi ulteriori di attrito per provocare qualcosa di veramente pericoloso per tutto il pianeta; la soluzione militare è contemplata da Israele e nonostante l’opera di dissuasione statunitense il precipitarsi degli avvenimenti può portare in quella direzione, mai come ora l’opera della diplomazia deve dispiegarsi e l’ONU deve assumere sulle proprie spalle l’onere di questa prova.

USA e Cina ed il Nobel per la pace.

L’assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiabao segna un nuovo capitolo nello scontro sotterraneo tra USA e Cina; è lampante che dietro la premiazione ci sia la mano statunitense che tenta in tutti i modi di screditare il più diretto concorrente economico ma anche politico; tramontato l’astro prima sovietico e poi russo, retrocesso da superpotenza a grande potenza, la corsa per la supremazia mondiale è ormai tra americani e cinesi. Certo i primi godono ancora della supremazia politica, ma i secondi forti e consapevoli della potenza economica stanno facendo passi avanti conquistando consensi in quelle aree del pianeta che prima erano iscritti al club dei non allineati, sono paesi possessori di materie prime vitali per il prosieguo dell’economia cinese. La strategia americana è di compattare il più possibile i paesi occidentali in un’alleanza non scritta contro la politica economica cinese, il primo passo di questa alleanza è stato la ricostituzione del G7 in un’ottica di contrasto al deprezzamento della valuta cinese. Un’altro aspetto, e qui entriamo nell’assegnazione del Nobel, è quello di rimarcare su scala mondiale il mancato rispetto dei diritti umani, da notare che la Repubblica Popolare Cinese non è più rappresentata come stato comunista, e ci mancherebbe, ma come regime capitalista (forse il sogno dei capitalisti), capace di mobilitare un’enorme forza lavoro a costo contenuto ma sopratutto senza le tutele ed il reticolo di leggi e protezioni che tutelano i lavoratori occidentali, facendo, però lievitare il costo della produzione. Siamo, cioè, davanti ad una globalizzazione sbilanciata che da un po di tempo presenta il conto ai paesi occidentali, gli USA e l’Europa devono contenere l’emorragia dei posti di lavoro, peraltro dovuta non solo al problema della delocalizzazione del lavoro, ed è normale, oltre che comprensibile, che si difendano alzando in ogni modo l’attenzione verso le politiche cinesi  e la speranza è che accendendo i riflettori sui casi più famosi ed eclatanti ci sia una ricaduta positiva anche nel riconsiderare una legislazione del lavoro troppo sfavorevole agli ultimi anelli della catena. Che poi questo sia vantaggioso oltre che dal punto di vista economico anche da quello della giustizia sociale e che realmente importi ad USA ed Europa è tutto un’altro discorso.