Israele mette in atto la politica di prevenzione in Libano e Siria

Pur non essendoci conferme ufficiali da alcuna parte, l’aviazione israeliana avrebbe compiuto i giorni scorsi una di quelle azioni definite come politica di prevenzione dal governo. Infrangendo i canoni del diritto internazionale Tel Aviv, ha compiuto, come già avvenuto in passato, una azione militare in territorio straniero senza la preventiva dichiarazione di guerra. In effetti il comportamento che sta seguendo il raid aereo è quello di assoluto silenzio, che non prevede ne smentite ne conferme, comportamento che collima con quello delle parti colpite, che non hanno denunciato alcuna violazione della propria sovranità, in quanto impegnate in azioni comunque al di fuori della normale prassi. Il fatto si può riassumere come una operazione volta ad impedire il rifornimento di materiale militare, dalla Siria alla fazione di Hezbollah presente nel Libano meridionale; gli armamenti distrutti dell’azione militare, dovrebbero essere stati missili antiaerei avanzati, i SA-17 russi ed apparecchiature elettroniche anti droni. Per gli hezbollah si tratta di armi tattiche, che dovevano contrastare i frequenti voli di controllo che l’aviazione militare israeliana compie proprio nella parte sud del Libano, dove sono situati i campi dei miliziani islamici. Israele si trova ora, così impegnato nella parte settentrionale del suo territorio, con un dispiegamento militare importante, che comprende, oltre alla flotta aerea, il dispiegamento delle batterie “Iron Dome”. Questo stato di allerta indica la profonda preoccupazione con cui Tel Aviv segue l’evolversi della guerra civile siriana, sopratutto in relazione alle possibili destinazioni degli arsenali di armi chimiche; a questo riguardo il monitoraggio delle agenzie governative israeliane si è intensificato ed anche l’azione che sarebbe avvenuta in territorio siriano, con il bombardamento di un centro di ricerca governativo, situato nel Golan meridionale, si inquadra in questa strategia di difesa preventiva. I diplomatici di Israele avrebbero comunque avvertito preventivamente degli attacchi, sia gli USA, che la Russia, i primi in quanto alleati ed i secondi come uno degli ultimi stati in buoni rapporti con Assad e, sopratutto, con una flotta navale di stanza a Tartus, porto del Mediterraneo. Nella dottrina di autodifesa israeliana, non è questo il primo caso di politica preventiva, la Siria è già stata colpita nel 2007, con la distruzione di un reattore nucleare, a cui il paese arabo non ha opposto altro che il proprio silenzio, mentre, recentemente, nell’ottobre scorso ad essere distrutta fu una fabbrica di armi nel Sudan, che protestò per la violazione del proprio spazio aereo ed ancora prima, sempre nel paese africano, nell’aprile 2011 ad essere colpito fu un convoglio diretto a Gaza, che trasportava armi per i miliziani di Hamas. In tutti questi casi Israele ha mantenuto un atteggiamento distaccato non confermando ne fornendo smentite alle accuse per essere entrato in territorio straniero con i propri mezzi militari. Ma la situazione altamente pericolosa del conflitto siriano sposta in un’altra prospettiva il modus operandi delle forze armate israeliane, che pur con mille cautele, agiscono motu propriu al di fuori dei propri confini. Se, da una parte, si possono comprendere i timori israeliani dovuti al possibile e potenziale approvigionamento di armamenti sofisticati da parte di formazioni nemiche dello stato ebraico, dall’altra i concreti rischi di emulazione di paesi nemici alla potenza israeliana, si possono tragicamente concretizzare nella direzione opposta. Non va dimenticato, infatti, che l’Iran è sicuramente, anche se non ufficilamente, presente sul suolo siriano a fianco dell’esercito governativo, ed un possibile incidente, che coinvolgesse el sue parti avverse avrebbe sicuramente conseguenze nefaste, dopo le tensioni che hanno caratterizzato la seconda parte dello scorso anno, per la questione del nucleare di Teheran. Gli sconfinamenti israeliani possono quindi innescare quella diffusione del conflitto siriano tanto temuta dal mondo, nella regione più nevralgica del pianeta. Diventa, quindi, sempre più necessario affrontare il conflitto siriano in maniera sovranazionale, con un impegno concreto dell’ONU, per fermare i continui massacri ed evitare una guerra con conseguenze ancora maggiori.

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