Francia e Germania firmano un trattato per rilanciare l’Europa

Il trattato tra Francia e Germania, che vuole essere un mezzo per rafforzare l’Europa, sembra arrivare con notevole ritardo di fronte alle tante manifestazioni di disagio che le politiche dell’Unione Europea hanno suscitato. Non si capisce se le intenzioni rappresentino un programma organico per consentire una crescita europea all’interno di nuove regole o se si tratti, piuttosto, di un tentativo, comunque tardivo, per cercare di correggere la percezione di una Europa troppo legata alle severe politiche di bilancio, che hanno prodotto austerità ed avversione contro le istituzioni di Bruxelles. Intanto siamo di fronte a due soli stati, probabilmente i più importanti di quelli rimasti nell’Unione, che si assumono, nominati da se stessi, il ruolo di cercare di salvare le istituzioni europee, dopo che, specialmente la Germania, hanno praticato delle politiche finanziarie vessatorie nei confronti degli altri membri, gurdando soltanto ai riusultati economici nazionali. Già questa considerazione basterebbe a guardare con sospetto ad una operazione che si svolge al di fuori delle istituzioni comuni e che mette in rilievo il ruolo egemone di Berlino, mentre Parigi tenta di rimanere di cercare un suo ruolo, ancora indefinito, nel tentativo di salvare l’Europa. I due leader hanno messo tra le ragioni dell’accordo sia l’uscita del Regno Unito, che la minaccia del nazionalismo, ormai molto più che una minaccia, quali fattori di debolezza della crisi europea. Ma mettere sullo stesso piano questi due problemi rappresenta un errore di prospettiva, perchè si tratta di due casi molto differenti all’interno della dialettica tra istituzioni europee, governi locali e e tessuto sociali dei singoli stati dove si manifesta il disagio. La questione inglese si può riassumere come la mancata disponibilità della maggior parte del paese, seppure con poca differenza numerica tra chi vuole uscire e chi vuole restare in Europa, a sottostare alle regole comuni in nome di una sovranità distorta che minaccia di portare il Regno Unito verso una crisi apparentemente irreversibile. Ben diverso è il malessere di popolazioni che un tempo condividevano in maniera convinta l’appartenenza all’Europa e che hanno visto deluse le loro aspettative da politiche fiscali miopi capaci soltanto di peggiorare le loro condizioni economiche e sociali. Le intenzioni ufficiali, però, vanno in queste direzioni: l’accordo serve a dare un segnale per il momento particolare che l’Europa sta attraversando, un segnale di unità contro i populismi ed i nazionalismi e le prospettive innescate dalla decisione inglese. L’accordo dovrebbe anche sottolinere i fondamenti della riconciliazione europea attraverso nuove modalità con cui affrontare i grandi cambiamenti imposti dagli scenari internazionali, come il terrorismo, i cambiamenti climatici ed i fenomeni migratori. Come si vede si assiste ad una retorica niente affatto nuova, che spera che un accordo sostanzialmente bilaterale possa risollevare la percezione dell’Europa per contrastare quelli che sono definiti come minaccia interna. I punti sui quali si concentra il trattato sono la sicurezza, la cooperazione economica, la ricerca e la tecnologia e includerà anche questioni di politica estera, istruzione, cultura, cambiamenti climatici, ambiente e società civile. Non è chiaro, però, come un accordo tra due stati, ancorché i membri più rilevanti dell’Europa, possa poi essere esteso all’intera Unione. Se lo scopo è quello di convincere della validità degli argomenti, non pare possano esserci dubbi sull’importanza dei temi trattati, diverso è vedere con quali modalità saranno applicati e, sopratutto, nell’interesse di chi. Questo modo di agire, se, da un lato, può rappresentare il propulsore per cercare di dare nuovo impulso all’Unione, dall’altro non può che destare sospetti in chi non è stato direttamente coinvolto; la sensazione della costruzione di una alleanza per la conservazione dell’egemonia europea, appare nettamente in contrasto con quanto si dice che si vuole combattere. Una scelta che non è inclusiva non può rappresentare le fondamenta della conciliazione, del dialogo e della crescita comune che dovrebbero essere fattori certi e sicuri, per combattere il nazionalismo ed il populismo. La speranza è che questo accordo non serva come pretesto, se si vorrà insistere su questa strada, quando si registrerà l’ennesimo fallimento europeo di fronte alle richieste dei popoli europei.

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