L’Arabia Saudita alleato non affidabile per gli USA

Trump ha invertito la tendenza di Obama nei confronti dell’Arabia Saudita; il regno arabo, tradizionalmente vicino agli Stati Uniti si era allontanato da Washington per la condotta americana tenuta durante i negoziati con l’Iran per il nucleare di Teheran. L’avvicinamento era stato interpretato da Ryad come una sorta di sbilanciamento a favore del nemico sciita; in realtà i dubbi statunitensi riguardavano l’atteeggiamento saudita nei confronti dello Stato islamico, caratterizzato da una sorta di contiguità con i fondamentalisti, che andava contro ogni interesse americano. Con l’elezione di Trump, naturalmente ostile a Teheran ed al trattato sul nucleare i due paesi si sono riavvicinati, anche grazie all’alleanza non ufficiale tra Ryad e Tel Aviv, fondata proprio sul nemico comune iraniano. Secondo il presidente americano l’Arabia Saudita poteva diventare un alleato strategico, sia dal punto di vista politico, che da quello militare ed anche per i potenziali accordi economici, che potevano essere allacciati tra i due paesi. Il fatto che la monarchia saudita sia espressione di un governo totalitario, che nega ogni libertà e diritto politico e civile, non ha mai scalfito l’opinione di Trump, come, peraltro, di quasi tutti i governi occidentali. Nel programma di Trump l’Arabia Saudita avrebbe dovuto esercitare un ruolo di regolazione al rialzo nella produzione di petrolio, avrebbe dovuto impegnare direttamente i suoi soldati in Siria per contrastare la presenza iraniana, avrebbe dovuto contribuire in modo sostanzioso all’industria della armi statunitense tramite ingenti ordinativi. Nessuno di questi obiettivi pare essersi concretizzato: la volontà saudita è quella di limitare la produzione di petrolio andando nella traiettoria inversa da quella richiesta da Washington, l’esercito saudita è impegnato nella guerra in Yemen, dove non riesce ad avere ragione in modo definitivo sui ribelli, denunciando, quindi un grado di preparazione che giustifica il mancato impegno su di un teatro di guerra molto più impegnativo come quello siriano e gli ordinativi di armi americane si sono limitati a modiche quantità, rispetto ai volumi attesi. In più la questione dell’uccisione del giornalista dissidente avvenuta in Turchia, probabilmente su mandato del principe ereditario ha provocato una reazione molto forte dell’opinione pubblica americana, che richiede delle sanzioni verso il paese arabo. Malgrado tutte queste ragioni Trump insiste a volere mantenere un rapporto privilegiato con uno stato che sembra offrire una alleanza soltanto di comodo. Una delle ragioni è la mancanza di lungimiranza della Casa Bianca che continua a vedere l’Arabia Saudita come un elemento fondamentale nella scacchiera contro l’Iran, ma a questa convinzione non sono mai seguiti fatti concreti, se non proclami senza seguito. La questione è che Trump aveva individuato l’Arabia come possibile sostituto nell’area mediorientale, ma Ryad si è dimostrato non all’altezza ed il presidente americano non ha un piano alternativo e deve continuare a negare l’evidenza di fronte al mondo. La Germania ha iniziato il boicottaggio della vendita delle proprie armi e potrebbe presto essere seguita da altri paesi occidentali, sempre più infastiditi dal comportamento del principe ereditario e, sopratutto dai continui massacri di civili inermi che il paese arabo sta compiendo nello Yemen. Perfino Israele sembra meno vicino ai sauditi, lasciando Washington in un pericoloso isolamento internazionale, neppure giustificato da ragioni di convenienza. Con il risultato elettorale americano Trump risulta indebolito sul fronte interno e gli sarà praticamente impossibile avere l’appoggio della camera per iniziative che permettano rapporti ancora più stretti con gli arabi. Il punto debole resta però il peso politico americano in medioriente, con l’Arabia Saudita che sembra procedere su di un percoso avulso dagli interessi americani, gli Stati Uniti devono trovare una nuova strategia per impedire la crescita esponenziale della Russia e dell’Iran nella regione e, per ora, non sembra che l’amministrazione di Trump sia in grado di elaborare alcunché.

Siria: verso l’attacco dell’ultima zona dei ribelli

Mentre l’aviazione russa avrebbe già iniziato il bombardamento della zona nord occidentale della Siria, l’ultima ancora presidiata da ribelli contrari ad Assad, la diplomazia cerca ancora di scongiurare l’ennesima catastrofe dovuta al conflitto siriano. La presenza di 70.000 combattenti, tra cui diversi componenti di Al Qaeda, pronti a tutto annuncia una possibile strage che sarebbe la naturale conseguenza dei combattimenti, nella quale il bilancio delle vittime civili sarebbe senz’altro molto alto. Nella zona sono presenti circa tre milioni di civili, molti dei quali hanno raggiunto questa area in fuga da altre zone della Siria e, dunque, sono già nella condizione di profughi. Dal punto di vista diplomatico, il paese che ha più interesse che la battaglia non si svolga è la Turchia, perché sarebbero ben 800.000 le persone che stanno già cercando rifugio nel territorio di Ankara, situato sul confine con questa regione siriana. Ma anche dal punto di vista diplomatico la Turchia è in una situazione non facile: la contiguità con i gruppi ribelli presenti nella zona ha provocato la richiesta di Russia, Iran e del regime di Damasco di una sorta di trattativa preventiva per evitare una battaglia già deplorata dalle Nazioni Unite e dagli USA. Ankara deve fare i conti con la sua tattica oscillante tra l’uso dei ribelli contro Assad ed il successivo dialogo con il regime siriano: un comportamento tenuto per tutelare i propri interessi particolari, in modo speciale contro i curdi, anziché guardare agli equilibri regionali. La prima conseguenza potrebbe essere, appunto, un ingente afflusso di profughi verso il suo territorio, un problema di difficile gestione, se unito alla già grande quantità di profughi che deve gestire. Gli interessi di Mosca, Teheran e Damasco vanno, però, in direzione contraria e mirano a risolvere al più presto la questione di Idlib. Per i Russi si tratta di porre fine al più presto all’impegno diretto nel teatro di guerra, che è stato giustificato dagli obiettivi geopolitici di Mosca, ma che non viene più visto benevolmente dalla società russa ed incomincia a provocare dissidio sull’operato di Putin in medio oriente. Teheran ha necessità di dare il colpo finale ai ribelli sunniti e di dare, attraverso questa operazione, un segnale chiaro ed inequivocabile alle monarchie del Golfo, che, con questa eventuale sconfitta, uscirebbero definitivamente perdenti dal conflitto siriano. Damasco, direttamente coinvolta, ha l’obiettivo di finire il conflitto e ristabilire la propria sovranità anche su questa regione, anche se si tratterà, verosimilmente, di una sovranità limitata a favore di Russia ed Iran. Se l’avvio delle operazioni sembra, quindi, impossibile da evitare, Iran, Russia e la stessa Siria auspicano di risolvere la situazione con il più basso costo umano possibile. Queste parole di circostanza sono in conflitto con i primi morti civili cuasati dai bombardieri russi. Mentre di delinea la catastrofe umanitaria ancora una volta non si può non registrare com gli Stati Uniti abbiano abdicato al loro ruolo di principale potenza internazionale, giacché il piano di Trump per il disimpegno dalla Siria andrà comunque avanti. Il presidente americano ha solo fatto un appello ai tre paesi impegnati nel conflitto per evitare la battaglia di Idlib, ma è parso soltanto un atto formale senza alcun vincolo o conseguenza. D’altra parte anche le Nazioni Unite si sono limitate ad appelli di circostanza ed a confermare una riunione del Consiglio di sicurezza che finirà in un nulla di fatto per il veto russo. Al resto del mondo, Europa inclusa, non resta che stare a guardare impotente quella che si annuncia l’ennesima strage di civili a cui seguirà una grave situazione umanitaria e le ovvie persecuzioni del sanguinario regime di Assad, rimasto comunque a ricoprire la massima carica politica del paese siriano.

Trump elimina gli aiuti economici perla Siria

La decisione del presidente Trump di azzerare i fondi destinati alla ricostruzione della Siria rischia di aprire nuovi scenari per il medio oriente, con ripercussioni anche sull’Europa ed il problema delle migrazioni. I finanziamenti, di circa tre miliardi di dollari, decisi da entrambi i partiti statunitensi, erano diretti ad opere civili, come il ripristino degli acquedotti, la rimozione delle macerie e le operazioni di bonifica dagli ordigni, dei territori siriani settentrionali ed orientali; il fine era quello di cancellare la presenza dello Stato islamico e favorire il rientro dei profughi fuggiti in Europa. Pur non trattandosi di finanziamenti sufficienti per la ricostruzione di un paese appena uscito da un lungo conflitto, gli aiuti erano considerati un atto politico per contrastare l’influenza della Russia sul paese siriano e non lasciarne a Mosca la presenza esclusiva. Il ritiro degli aiuti è percepito come un tradimento, da quella parte di paese siriano che aveva lottato anche contro la dittatura di Assad e che aveva sperato in un sostegno, anche militare da parte di Washington, per potere insediare una democrazia. In realtà il tradimento americano era già iniziato con Obama ed il comportamento di Trump ne è una conseguenza. Trump, con questo provvedimento, intende però lanciare un segnale concreto del disimpegno americano verso quei scenari che non rientrano negli intreressi strategici dell’attuale amministrazione. Per ora si tratta di un allontanamento che riguarda gli aiuti economici, ma in futuro riguarderà l’impegno militare diretto. L’intenzione americana è quella di coinvolgere direttamente sul terreno gli stati che hanno interessi in ambito regionale, in sostanza Trump afferma che gli USA non si impegneranno più in maniera diretta al posto di paesi alleati per tutelarne le ambizioni geopolitiche. Il caso contingente prevede che nel medio oriente il coinvolgimento riguardi gli eserciti dei paesi del Golfo, che pur restando alleati degli USA, devono rendersene indipendenti. Nel caso specifico sarà interesante vedere l’evoluzione di questa politica in un’area che ha come protagonista l’Iran, principale nemico dell’Arabia Saudita. La questione non è secondaria perchè gli equilibri che Trump vuole affidare ai paesi arabi riguardano anche Washington e le forze armate dei paesi del Golfo non sembrano certo all’altezza di potere gestire situazioni da cui gli stessi americani sono usciti con difficoltà. D’altra parte, però questa direzione del disimpegno rientra nei programmi elettorali che Trump ha enunciato ancora prima di diventare presidente. Anche verso l’Europa e nei confronti dell’Alleanza Atlantica il fastidio di Trump verso la scarsa collaborazione degli alleati, si è manifestata più volte. Bisogna riconoscere però, che fino ad ora, il sistema burocratico e militare americano aveva costituito una sorta di bilanciamento dei voleri del presidente, riuscendone a limitare l’azione. La sospensione degli aiuti verso la Siria non significa che Trump abbia vinto la sua battaglia imponendo totalmente la sua linea politica, ma segna però una significativa affermazione, perchè ha cancellato un provvedimento condiviso dai due schieramenti politici. Un aspetto non secondario, che sembra assumere connotati strategici, è rappresentato dalle ricadute che questo provvedimento assumerà per una Europa già dilaniata dalla discussione interna sulla questione migratoria. Uno dei possibili effetti degli aiuti era proprio quello di determinare il rientro dei profughi siriani verso il loro paese, alleggerendo così la pressione su paesi europei sempre più insofferenti verso gli immigrati. Negando gli aiuti Trump contribuisce alla divisione dell’Unione, un obiettivo che si è dato più volte per frantumare il soggetto economico ritenuto più pericoloso. Il presidente USA preferirebbe avere un maggiore potere contrattuale nelle trattative, negoziando con i singoli stati piuttosto che con Bruxelles; del resto questo obiettivo è condiviso da Putin, che dopo la decisione americana ha subito richiesto all’Unione un maggiore sforzo per sostenere la Siria, ben sapendo di suscitare la contrarietà dei populisti e dei paesi che appartenevano al blocco sovietico. Appare evidente da questi segnali, che l’Europa deve sempre più cercare un proprio ruolo autonomo sganciato dalla logica delle potenze esterne, nelle quali deve rientrare anche la Cina, che può andare bene soltanto come partner economico.

Israele approva una legge in favore della sua identità ebraica

La decisione del parlamento israeliano di approvare la legge che sancisce l’identità ebraica di Israele apre scenari inquietanti sul futuro del paese e della questione palestinese e conferma la connotazione antidemocratica della maggioranza che detiene il governo a Tel Aviv. Deve essere specificato che la differenza di voti in favore dell’approvazione è stata minima, ma nonostante questo dato matematico, la direzione che ha preso l’esecutivo appare incontrovertibile. Esistono fattori esogeni che hanno favorito questa legge: l’avvento al potere di Trump, che ha sostituito Obama alla Casa Bianca, l’immobilità delle Organizzazioni e dei soggetti internazionali, che potevano condizionare Israele ad approvare una legge di questo tipo, oltre al disordine che vige in medioriente, che ha favorito una sorta di disinteresse della questione israelo-palestinese; ma le condizioni favorevoli sono maturate anche grazie alla situazione all’interno del paese israeliano, con la parte maggioritaria del  corpo elettorale sempre più radicalizzata ed una opposizione divisa, incapace di sfruttare le incapacità in politica economica del governo e che non ha saputo approfittare degli scandali che hanno riguardato il primo ministro. Gli israeliani si sono adattati ad essere governati sempre di più da una destra quasi teocratica, coincidente con gli ambienti religiosi più conservatori, che ha condotto una politica contro gli arabi ed in favore degli insediamenti abusivi nei territori, per allargare l’espansione di coloni ultraortodossi e con il fine di aumentare la superficie del territorio di Israele. Il governo in carica non solo ha assecondato questi indirizzi, ma ne è diventato promotore, mantenendo una condotta ambigua in campo internazionale, promettendo concessioni agli arabi, che non sono mai arrivate ed ottenendo, di fatto, di procastinare la questione palestinese per guadagnare tempo da impiegare nell’occupazione dei territori. In questo contesto si è potuto elaborare  la legge sull’identità ebraica dello stato di Israele. Quella che si vuole creare è una nazione omogenea basata sulle peculiarità dell’appartenenza all’ebraismo; Il rischio concreto, anche per gli ebrei non osservanti, è che il fattore religioso assuma una importanza troppo rilevante, capace di condizionare, in modo ancora più determinante, anche il futuro della società israeliana. Secondo la nuova legge ogni ebreo che lo vorrà avrà il diritto di emigrare nel paese israeliano e di ottenerne la cittadinanza, questa disposizione sottintende che sarà necessario un ampliamento del territorio del paese, il che è espressamente previsto mediante la promozione delle comunità ebraiche all’interno degli insediamenti. Diventa così legale la pratica della sottrazione di territorio alle comunità arabe. Risulta ovvio che questo fattore non potrà non incidere sul futuro delle relazioni con i palestinesi , ma anche sulle conseguenze che le relazioni diplomatiche avranno su Tel Aviv. Fare la previsione che questo provvedimento non potrà che portare alterazioni degli equilibri regionali, appare fin troppo facile, tuttavia finchè la comunità internazionale non vorrà usare strumenti di pressione adeguati il governo israeliano avrà la legittimazione per continuare ad agire in questo senso. Sarà interessante verificare come si comporteranno le istituzioni nazionali nei confronti di quella parte minoritaria, circa il venti per cento di cittadini israeliani non ebrei, che comprendono arabi musulmani, ma anche cattolici, drusi ed ortodossi; le minoranze politiche, anche ebraiche, hanno  definito la legge antidemocratica perche rischia di essere discriminatoria proprio per gli effetti che potrà avere su quella parte di società israeliana che non coincide con le caratteristiche dell’identità ebraica. Certamente dovranno essere verificate le condizioni ed i diritti di questi cittadini dopo l’entrata in vigore della nuova legge. La promulgazione di questa norma segna un arretramento anti storico delle posizioni di Israele ed una sua volontà di chiusura, che, attraverso la presunta ricerca di tutelare le sue origini e la sua fede religiosa, mira a legalizzare l’occupazione di territori altrui contro il diritto internazionale in dispregio della comunità internazionale e facendo un uso soltanto strumentale di valori millenari.

La Cina investe nei paesi arabi

La Cina prova a giocare un ruolo da protagonista nella politica internazionale mettendo a disposizione di alcuni paesi arabi e del medio oriente ingenti aiuti economici. Si tratta di uno schema abitualmente usato da Pechino per instaurare buoni rapporti politici con altri paesi, che possano assicurare alla potenza cinese prima di tutto buone prospettive commerciali ed anche ottimi sviluppi nelle relazioni diplomatiche. Fino ad ora, questo metodo, era stato usato in maniera così masiccia con gli stati africani ed in maniera meno accentuata con gli stati europei; l’ingresso nei paesi arabi e mediorientali costituisce una novità e segnala la volontà cinese di allargare il proprio raggio d’azione, anche in potenziale contrasto con gli Stati Uniti, che, tradizionalmente, hanno interessi strategici in queste aree del pianeta. Del resto la volontà isolazionista di Trump rappresenta una occasione per favorire i piani cinesi di esercitare una sorta di soft power condotto attraverso il mezzo finanziario. L’investimento di Pechino dovrebbe aggirarsi intorno ai diciassette miliardi di euro, destinati a sostenere progetti di industrializzazione e costruzione di infrastrutture, che dovranno costituire il volano per le economie degli stati finanziati. Le finalità, infatti, riguardano la creazione di posti di lavoro, che dovranno avere il duplice scopo di accrescere la diffusione della ricchezza ed, attraverso questa, garantire stabilità sociale, con il fine ultimo di arrivare ad una soluzione dei problemi della sicurezza di questi territori. Risulta significativo che la prima tranche di questi aiuti vada alla Palestina con 12,8 milioni di euro, mentre 77 milioni saranno spartiti tra Giordania, Libano, Siria e Yemen. Si tratta di paesi dove sono in corso conflitti o, comunque, presentano situazioni di alta instabilità e che, spesso, hanno costituito terreno di reclutamento per gruppi terroristici del fondamentalismo islamico. Sarà interessante verificare quali saranno, anche le reazioni di Tel Aviv e Washington al finanziamento alla Palestina, che rappresenta l’ingresso, per ora indiretto, di Pechino nella contesa israelo-palestinese; risulta facile prevedere che le reazioni di Tel Aviv e Washington non saranno positive al finanziamento a favore della Palestina, peraltro la Cina non ha mai mostrato l’interesse ad entrare nella questione puramente politica, ma è chiaro che un atto di questo genere può farla diventare potenzialmente un nuovo attore della contesa. Se si vuole entrare nel campo delle ipotesi si può presumere che, il finanziamento costituisca il primo approccio per un impegno diretto di Pechino nella risoluzione dell’annoso problema tra israeliani e palestinesi, per aumentare il proprio prestigio internazionale. L’investimento cinese nell’area araba è stato preceduto da rapporti crescenti sul piano economico, dato che la crescita del commercio bilaterale ha avuto un incremento di quasi il 12% in tredici anni e dove spicca l’impegno di società cinesi nel settore dell’energia; inoltre a Gibuti la Repubblica Popolare cinese ha installato la prima base militare al di fuori del proprio territorio. Nella strategia cinese la centralità è occupata dalla costruzione e crescita della Via della Seta, che vuole ricalcare l’antico tracciato che dalla Cina si estendeva cerso il resto del mondo ed era il percorso più importate per i commerci. Per realizzare questo progetto il piano cinese prevede la costruzione di una serie di infrastrutture differenti: gasdotti in Birmania, autostrade nel Pakistan, linee ferroviarie in Kenya e porti in Grecia e Sri Lanka, ma la centralità degli stati arabi, e la loro disponibilità energetica, li pone in posizione di primo piano nel progetto di Pechino e l’intenzione è di coinvolgere la Lega Araba a dare il sostegno alle intenzioni cinesi. Ma la Cina ha anche un secondo fine, oltre quello commerciale, che riguarda l’aspetto della sicurezza, inteso come prevenzione di possibili attentati proprio contro le infrastrutture in costruzione, definito come mantenimento della stabilità; Pechino è preoccupata dall’alto tasso di radicalizzazione presente nell’area e destinerà l’investimento di circa 130 milioni di euro per le forze di sicurezza e sistemi di sorveglianza. Uno dei motivi di preoccupazione è quello di una possibile saldatura tra estremismo uiguro, popolazione musulmana che vive nella regione cinese dello Xinjiang, spesso sottoposta a dura repressione da Pechino ed i movimenti radicali islamici arabi, una fusione che potrebbe compromettere o alterare gli investimenti cinesi nei paesi mediorientali.

Le variabili dello scenario siriano

La ragione del perchè il conflitto in Siria rischia di diventare una sorta di guerra mondiale è la presenza di forze armate di diversi paesi sul territorio siriano, con obiettivi evidentemente differenti; uno scenario che presenta una variabilità di situazioni in equilibrio fortemente precario. Facendo un’analisi delle forze in campo si deve partire dall’interprete principale del conflitto: il dittatore di Damasco Bashar Al Assad. Dopo sette anni di guerra, con mezzo milione di moti e metà della popolazione del paese sfollata all’estero, il governo di Damasco controlla circa due terzi del territorio e, nominalmente, appare come il vincitore della guerra; tuttavia si tratta di una vittoria conseguita soltanto grazie all’intervento degli alleati russi ed iraniani, senza i quali sarebbe stato presumibilmente sconfitto già tre anni addietro. Assad è una figura ridotta a capo di stato fortemente controllato dagli alleati, mantenuto al potere soltanto per favorire gli interessi geopolitici di Mosca e Teheran. La Russia, inizialmente, aveva l’obiettivo principale di mantenere il controllo sull’unica base navale nel mare Mediterraneo, situata proprio sulla costa siriana; Putin è però stato abile a sfruttare il vuoto lasciato dagli USA, prima con Obama e dopo con Trump, facendo riconquistare a Mosca quel ruolo da super potenza che aveva promesso ad una popolazione sempre più nazionalista. Dal punto di vista militare la Russia ha legittimato la sua influenza sul paese siriano con un impiego di circa 50.000 soldati e, sopratutto, con l’installazione di un sistema di contraerea basato sulla tecnologia russa. Per l’Iran, oltre che l’aspetto geopolitico conta quello religioso: l’obiettivo di Teheran è quello di creare una fascia territoriale, che, partendo dall’Iran, attraversi l’Iraq, la Siria ed arrivi al Libano, per unire la popolazione sciita; si tratta di una questione fondamentale per la repubblica islamica, sopratutto nella fase attuale, che vede una unione sempre più compatta tra gli stati sunniti, capeggiati dagli storici nemici dell’Iran: l’Arabia Saudita. Oltre questi due paesi c’è la Turchia, che si contraddistingue per un comportamento non sempre lineare, a seconda delle convenienze del momento: se all’inizio, probabilmente, Ankara ha contribuito a finanziare gli estremisti sunniti, che poi sarebbero diventati le truppe del califfato, con gli sviluppi del conflitto si è avvicinata ad Assad, inquadrandolo come potenziale alleato per il contenimento delle ambizioni curde di creare una propria entità sovrana. Attualmente l’esercito turco presidia una fascia di territorio siriano situato sul proprio confine ed ultimamente ha di nuovo cambiato atteggiamento su Assad auspicandone la caduta, dopo che le forze regolari siriane si sono schierate a protezione dei curdi. Gli USA, dopo avere fatto la valutazione che lo Stato islamico era stato sconfitto dovevano fare rientrare in patria i circa 4.000 effettivi presenti sul suolo siriano, il bombardamento con armi chimiche sta cambiando i piani di Washington. Questa svolta repentina ed inaspettata può essere stata dettata da ragioni di opportunità interna ed internazionale dovute a solleciti israeliani per la presenza degli iraniani sulle frontiere del proprio paese. Per Tel Aviv, infatti, la vicinanza delle truppe di Teheran non è accettabile, anche perchè significa anche un appoggio materiale per Hezbollah. Tuttavia Tel Aviv mantiene buoni rapporti con Mosca e ciò rappresenta una variabile poco decifrabile nei rapporti del Cremlino con gli iraniani. Infine occorre considerare ancora altre forze armate presenti sullo scenario, che non sono però espressione di entità statali, ma milizie di gruppi sradicati dalle loro postazioni, come nel nord siriano e nella zona di Aleppo vi sono gli appartenenti ad Al Qaeda, mentre nel deserto tra Siria ed Iraq vi sono diversi gruppi di appartenenti allo Stato islamico, che potrebbero costituire il serbatoio per nuove milizie radicali. Un discorso a parte deve essere fatto per i curdi, che senza l’appoggio americano potrebbero avvicinarsi ai russi, creando una nuovo motivo di imbarazzo nel rapporto tra Mosca e l’Iran. Questo quadro restituisce una una situazione molto complicata e ricca di variabili, che con uno sviluppo di tipo militare, quale il possibile attacco americano ad Assad, rischia di avere forti ripercussioni anche su scala mondiale. Gli scenari futuri appaiono di difficile previsione, anche se uno scontro diretto tra USA e Russia non sembra probabile, le due potenze avrebbero il modo di farsi la guerra su altri piani, primo fra tutti quello commerciale e della stabilità europea. Senza contare che aspetti consolidati come l’accordo sul nucleare iraniano verrebbe sicuramente cancellato. Ora è il momento che le diplomazie agiscano e scongiurino una fase negativa per tutto il mondo.

Le implicazioni del probabile intervento americano in Siria

Dopo i proclami contro Assad, per il bombardamento chimico sui civili, Trump sembra avere assunto un atteggiamento più riflessivo sui tempi ed i modi della rappresaglia contro la Siria. Se è vero che una unità navale viaggia verso le coste siriane, è altrettanto vero che l’amministrazione americana stia cercando un coordinamento con paesi alleati disposti ad affiancare Washington. Per effettuare una azione efficace i tempi e la velocità di esecuzione sono i fattori principali per il successo, tuttavia il presidente americano sembra prendere tempo minacciando una dura risposta, che, però non arriva. Gli alleati, pur appoggiando a parole gli USA sono legati a valutazioni di carattere nazionale, come sta facendo la Francia o attendono le disposizioni del parlamento, come la Gran Bretagna. Fuori dall’Europa, l’Arabia Saudita, che si era detta disponibile a partecipare ad una azione contro la Siria, arrivata al momento di muoversi, sembra essere diventata più titubante. D’altro canto l’opinione pubblica americana e, sopratutto, quella che solitamente appoggia Trump, appare contraria ad impegnare le forze armate americane in uno scontro che si annuncia rischioso e che potrebbe anche diventare non certo breve. Dal punto di vista tecnico deve essere considerato che la Siria ora dispone di armamenti anti missile molto efficaci, perchè forniti direttamente dalla Russia. Poi c’è la parte di opinione pubblica che contraria al presidente americano, che crede che l’azione contro la Siria serva a distogliere l’attenzione dai problemi che Trump ha con la giustizia. Tutte queste considerazioni sono senz’altro vere, ma potrebbe essere altrettanto probabile che Trump attenda, prima di intraprendere una azione contro Assad, la sicurezza assoluta della effettiva responsabilità del regime di Damasco di  avere usato le armi chimiche.  Anche perchè il presidente americano percepisce una chiara diminuzione del prestigio americano in campo internazionale e, per quanto riguarda la Siria, ritiene che la responsabilità della diminuzione del peso politico statunitense sia stata dovuta all’atteggiamento di Obama, che si rifiutò di punire Assad per l’uso delle armi chimiche; in quell’occasione si permise al dittatore siriano di oltrepassare i limiti imposti dalla Casa Bianca senza intraprendere alcuna sanzione, che, probabilmente, avrebbe cambiato il corso della vicenda, senza dare avvio al lungo periodo di guerra ed anche allo sviluppo di parte consistente dello Stato islamico. Sul piano internazionale, poi, l’avere permesso ad Assad di restare al potere ha ridato modo alla Russia di ritornare protagonista sul teatro mondiale: un ruolo che Mosca aveva perso da molto tempo. Per questi motivi Trump non vuole correre il rischio di essere paragonato al suo predecessore per come ha gestito la vicenda siriana. In più è da considerare anche l’atteggiamento di Israele che è cambiato verso Damasco: se prima Assad poteva garantire una certa stabilità alla regione, la presenza sul territorio siriano di russi e di iraniani costituisce, senza dubbio, un fattore che ha già alterato i rapporti di forza e provocato episodi conflittuali molto pericolosi. Detto questo, anche se ci sarà la rappresaglia di Trump, come è molto probabile, non è credibile che il regime siriano possa essere prossimo alla fine; per gli USA è importante ritornare a ricoprire il ruolo di un tempo, quale nazione capace di esercitare la figura del gendarme mondiale, in grado di sanzionare chi trasgredisce a regole precise, come l’uso delle armi chimiche, anche in proiezione dei rapporti che si vorrano instaurare con la Corea del Nord. Importante sarà verificare come potrà essere la reazione russa, con implicazioni che potranno andare dagli equilibri della regione mediorientale, al rapporto tra i due stati, sia sotto il punto di vista politico che commerciale (pensiamo alle sanzioni tuttora presenti nei confronti di Mosca), fino ad arrivare alla questione del nucleare di Pyongyang. In questo momento la Siria è al centro del mondo e non solo per la sua guerra.

Israele potrebbe avere colpito la Siria

La risposta al bombardamento di Assad non si è fatta attendere, dopo le minacce di Trump e gli incontri tra USA e Francia per trovare delle soluzioni contro il regime siriano, colpevole ancora una volta di avere usato le armi chimiche, la base siriana di Homs è stata colpita da un attacco aereo. Damasco ha accusato subito gli statunitensi, tuttavia il Pentagono ha smentito di avere impiegato i suoi mezzi militari, nonostante le minacce del presidente americano. L’ipotesi più probabile è che l’azione militare sia stata compiuta da Israele, con il duplice scopo di colpire la Siria ed il suo alleato iraniano, che avrebbe nella base colpita un proprio contigente armato ed un deposito di armi. L’attacco potrebbe avere anche un doppio scopo preventivo: scoraggiare una presenza troppo massiccia dell’esercito o delle milizie iraniane in una posizione troppo vicina ad Israele ed anche danneggiare armamenti che potrebbero essere trasferiti in Libano per rinforzare le milizie sciite di Hezbollah. Anche secondo la Russia il paese autore dell’azione sarebbe Israele, tra Mosca e el Aviv sono comunque in corso contatti per evitare che ad essere colpiti in modo accidentale siano militari russi; a questo proposito il portavoce dell’esercito del Cremlino ha affermato che nell’azione non ci sono state vittime russe. Israele avrebbe colpito la Siria anche per sanzionarla contro l’uso delle armi chimiche e per avvertire il regime di Damasco di non tentare una soluzione analoga contro il suo territorio. Al contrario dei russi, che hanno mantenuto un basso profilo, gli iraniani hanno accusato gli israeliani di collaborare con il terrorismo andando a colpire la base siriana, una dichiarazione che si inserisce nella normale dialettica tra i due stati tradizionalmente nemici. Occorre sottolineare, però, che l’azione siriana è avvenuta dopo il vertice tra russi, iraniani e turchi nel quale si cercava una soluzione pacifica al conflitto siriano: l’impressione è che Assad abbia agito contro i ribelli, per anticipare una soluzione diplomatica, l’intenzione di Damasco, infatti, è quella di guadagnare più terreno possibile. La strategia di Assad non è cambiata dall’inizio del conflitto, quando può colpire per ottenere dei vantaggi sembra andare anche contro gli interessi dei suoi alleati. Anche questa volta avere provocato Israele, o comunque una rappresaglia al bombardamento con armi chimiche, sembra essere in contrasto con gli interessi degli alleati, sopratutto di quelli iraniani, che sono stati colpiti, in questa occasione, a causa del comportamento di Damasco. L’azione di Israele però potrebbe essere inquadrata anche all’interno delle tensioni che Tel Aviv ha in corso con Gaza; la presa di posizione di Erdogan, alleato di Siria ed Iran a favore dei palestinesi potrebbe essere parte delle ragioni della rappresaglia israeliana, diretta anche a chi intende influenzare la protesta palestinese per tentare una radicalizzazione e guadagnarla alla causa dell’integralismo islamico. Per ultimo occorre ricordare le difficoltà di gestione della Striscia di Gaza da parte del governo di Tel Aviv e le ripercussioni sulla politica interna: una dimostrazione di forza contro l’Iran potrebbe distrarre l’opinione pubblica e permettere di guadagnare consensi all’esecutivo.

Sulla Siria, Trump accusa Putin

L’attacco di Assad, con armi chimiche, contro la popolazione inerme, che vive nella zona vicino a Damasco controllata dai ribelli, ha evidenziato, ancora una volta la violenza di Damasco, perpetrata al di fuori delle convenzioni internazionali. Sul piano politico la conseguenza più rilevante è rappresentata dalla reazione del presidente americano, Trump, che ha accusato esplicitamente Putin, e quindi la Russia, di essere responsabile del massacro perchè ha protetto il dittatore di Damasco. Si tratta della prima volta in cui Trump attacca in maniera personale, fatto che fino ad ora non era mai accaduto. L’accusa rivolta direttamente al capo del Cremlino costituisce una novità nei rapporti tra le due personalità politiche, che, nonostante i rapporti non certo ottimi tra Russia e Stati Uniti, hanno sempre evitato di coinvolgersi direttamente in schermaglie politiche. Anche se episodi del genere erano già, purtroppo accaduti, Trump aveva sempre preservato Putin da attacchi diretti, atteggiamento che era stato spiegato dagli analisti con le affinità che i due personaggi hanno in comune. L’attacco diretto di Trump può significare che il presidente statunitense è stato costretto dal mondo diplomatico e militare statunitense a rimarcare una distanza da Putin, sia per i modi utilizzati, sia per preparare l’opinione pubblica mondiale ad un confronto nel quale gli Stati Uniti potrebbero essere impegnati in prima persona. Tuttavia sembra difficile che questa eventualità diventi concreta: Trump non vuole essere coinvolto in un conflitto pericoloso e potrebbe fatto queste dichiarazioni per evitare che una mancata presa di posizione sull’accaduto potesse nuocere al prestigio americano. Non è casuale infatti che l’attuale inquilino della Casa Bianca abbia addossato la colpa della situazione alla gestione di Obama, che non ha agito contro Assad, quando questi usò gli armamenti chimici, già all’inizio della crisi siriana. Trump ha minacciato di colpire la Siria in risposta all’uso di armi chimiche, si tratterebbe del secondo caso, dopo quanto già avvenuto nell’Aprile del 2017, proprio in conseguenza dell’uso di armi chimiche contro civili. Per ora, come confermato dai militari americani, ogni opzione è in fase di valutazione. Esiste, però una possibile altra ragione, non per forza di cose alternativa a quella precedentemente illustrata, ma complementare ad essa, circa le cause dell’attacco diretto al presidente Putin. La gravità dell’attacco e le sue modalità rendono giustificato l’attacco frontale a Putin, che si verifica anche in un momento di difficoltà di Trump per il possibile coinvolgimento russo nella sua elezione. Visto che i rapporti tra USA e Russia sono difficilmente migliorabili ed è certamente impossibile che possano arrivare ad una collaborazione come auspicato da Trump e Putin, prima ed immediatamente dopo l’elezione di Trump, il capo della Casa Bianca potrebbe avere definitivamente sacrificato i rapporti con il suo omologo russo, per conquistare una posizione di contrasto che lo renda meno vulnerabile, sul piano politico, da parte dell’inchiesta federale sull’ingerenza russa durante le elezioni presidenziali. Se l’ipotesi fosse vera, sarebbe il segnale che Trump potrebbe essere in grosse difficoltà, ma anche che potrebbe usare a suo vantaggio ogni occasione proveniente dalla politica internazionale; d’altro canto ormai il rapporto con Putin pare irrimediabilmente compromesso ed esaltare la contrapposizione tra i due potrebbe permettere anche di guadagnare consensi dentro all’amministrazione della Casa Bianca, anche in quei settori finora più restii.

La Francia si schiera con i curdi siriani

Nella questione curda in Siria, irrompe, con tutto il suo peso, un nuovo soggetto: la Francia di Macron. Il presidente francese, infatti, ha ricevuto una delegazione delle Forze democratiche siriane, che è una organuzzazione che comprende anche arabi, ma a maggioranza curda. Macron ha riconosciuto l’importanza decisiva dell’apporto dei curdi nella guerra contro lo Stato islamico, combattendo anche al fianco degli americani. Le sorti del conflitto siriano avevano isolato, in senso diplomatico, i curdi siriani, che sono diventati il bersaglio della Turchia, nella sua politica di annessione di territori siriani e di contrasto alle ambizioni di autonomia dei curdi situati sui confini di Ankara. Il presidente francese ha concretamente promesso ai curdi un aiuto contro il terrorismo, una formula ormai abusata ed usata secondo gli interessi relativi di chi la pronuncia, ma che, in questo caso, potrebbe significare l’invio di truppe francesi a difesa della prima città curda non ancora caduta nelle mani di Ankara, nel caso la Turchia intendesse proseguire, come poteva sembrare, l’avanzata verso oriente nei territori del nord ovest della Siria. In altri termini la definizione di terrorista, che ha indicato Macron, sembrerebbe rivolta contro le forze armate di Erdogan. Occorre ricordare che la Turchia, insieme ad alleati alquanto dubbi, milizie di sunniti che parevano composte da ex appartenenti allo Stato islamico, ha già conquistato una città curda. Il sostegno politico, prima di quello militare, di Macron assume un significato enorme per la causa curda nel brevissimo periodo, ma anche un monito per i Turchi ed anche per gli alleati occidentali, che hanno lasciato soli i curdi contro l’invasione turca. Mentre, se si analizza la questione nel medio e lungo periodo è chiaro che gli equilibri dell’Alleanza Atlantica ed anche dei rapporti tra Turchia ed Europa non potranno che subire contraccolpi in grado di portare notevoli alterazioni ai rapporti tra le parti. La Turchia ha accolto la notizia sottolineando l’approccio considerato profondamente sbagliato da parte di Parigi, una reazione, per ora non troppo veemente, che lascia intendere come Ankara sia stata sorpresa dalla decisione francese. Nella città curda dove la Francia potrebbe inviare le sue truppe, sono già presenti militari americani e ciò ha costituito una causa di ostacolo all’avanzata turca, ma anche profondi dissidi all’interno dell’Alleanza Atlantica; ora con l’atteggiamento francese, più deciso e meno conciliante, sul piano diplomatico, di quello statunitense, il rapporto di collaborazione tra la Turchia ed i paesi occidentali sembra destinato a diventare ancora più distante. Possibili ripercussioni potrebbero anche esserci anche nel rapporto con l’Unione Europea, che sta pagando alla Turchia somme ingenti, per controllare la via di terra dei profughi verso i paesi europei: questo nuovo atteggiamento della Francia potrebbe provocare una pressione su Bruxelles per non seguire Parigi nei suoi intenti di collaborazione con i curdi. Tuttavia la mossa di Macron, ancorché, forse un poco azzardata dal punto di vista diplomatico, sembra essere un giusto riconoscimento verso una popolazione che è stata la fanteria, cioè i combattenti a terra, contro lo Stato islamico, anche per conto dell’occidente. Se nei propositi di Macron si possono leggere ambizioni per agire come capo di una grande potenza, forse anche per risollevare la sua immagine interna, in caduta libera nei sondaggi, questa situazione adrebbe sfruttata dall’Unione Europea per appoggiare una giusta causa e recitare, a sua volta, un ruolo da protagonista nello scenario internazionale. La necessità di fermare l’avanzata turca, oltre che dettata da ragioni umanitarie, appare essenziale per porre un freno alle ambizioni di Erdogan ed al suo ruolo internazionale in aperto contrasto con le ragioni dell’Alleanza Atlantica e della stessa Unione Europea. Infatti grazie all’azione turca sono conseguiti benefici anche per una Russia sempre più protagonista in una regione strategica come il medio oriente, con interessi contrari a quelli europei; inoltre un messaggio chiaro e diretto contro chi infrange il diritto internazionale è necessario, sopratutto se ciò avviene in prossimità dei confini dell’Europa. Certamente schierarsi contro la Turchia causerà problemi di gestione dei migranti, ma anche su questo aspetto è venuto il momento di chiedere e fare rispettare le regole comuni.