Israele deve ritornare al voto

Per la prima volta nella sua storia, Israele è costretto a ripetere le elezioni dopo che sono state appena disputate. Infatti il risultato uscito dalle urne lo scorso 9 aprile non ha permesso alcuna formazione di un esecutivo in grado di governare il paese. Il voto che ha determiato questa decisione è stato etrogeneo perchè ai 64 membri della maggioranza si sono aggiunti i 10 rappresentanti dei partiti arabi, che hanno intravisto in questa decisione una occasione per assumere maggiore rilevanza. Nei contrari si contano tutti i 45 deputati della minoranza, l’intero centrosinistra, che ha votato in questo modo per sottolineare l’incapacità dei vincitori di trovare un accordo e per manifestare la propria contrarietà alle spese che il paese dovrà sostenere per la nuova tornata elettorale, che hanno già visto diverse contrarietà nella società civile israeliana. Netanyahu, personalmente gode di sondaggi favorevoli, ma questi potrebbero non bastare per affrontare i magistrati chelo accusano di corruzione e, sopratutto, politicamente per gestire la frammentazione politica del campo conservatore, che rappresenta la vera ragione responsabile delle nuove elezioni. Le sei formazioni di destra, che avrebbero dovuto trovare un accordo, si sono rivelate troppe anche per un politico abituato a conduzioni spregiudicate come Netanyahu, troppi interessi particolari che hanno determinato il fallimento della causa comune, d’altro canto mettere d’accordo  una coalizione di conservatori, di destra nazionalisti religiosi ed ebrei ultra-ortodossi è tutt’altro che facile ed il leader israeliano ha sottovalutato queste difficoltà. La ripetizione delle elezioni, quindi, vede Netanyahu come il principale sconfitto ed il danno alla sua immagine potrebbe costargli la rinuncia ad una leadership futura, nonostante l’apprezzamento del paese. Del resto la frammentazione dlela destra si può inquadrare in una sua tattica per meglio governare le differenze e restare il capo di una coalizione che non è riuscita a nascere. L’errore, probabilmente, è stato quello di dare troppo rilievo alla parte più estrema, credendo di saperne governare l’attivismo e, nel contempo, riuscire a conciliare gli interessi della parte più moderata della destra israeliana. Questa volta la tattica spregiudicata condotta con continui azzardi, come in politica estera e come nei confronti dei palestinesi, non ha avuto successo. Il leader israeliano adesso deve fare fronte alle inchieste per corruzione ed alla possibile aggregazione delle liste di centrosinistra con i partiti arabi, estremo tentativo dell’opposizione per fargli perdere il potere. Occorre ricordare che l’astensionismo tra gli arabi israeliani nelle ultime elezioni è stato molto alto ed una maggiore risposta alle elezioni, grazie ad una campagna che possa consentire agli arabi di non sentirsi più cittadini di minore importanza, potrebbe avere effetti capaci di rovesciare i rapporti di forza.  Al contrario la campagna elettorale che si terrà in estate, le elezioni legislative sono state fissate per il 17 settembre, non sarà accolta favorevolmente dagli israeliani, contrariati dal’incapacità politica di formare l’esecutivo e dalla spesa per una nuova competizione elettorale. La minaccia di un astensionismo per evidente sfiducia rappresenta un grave pericolo per il risultato dell’elettorato conservatore. Una previsione possibile è che si possa verificare un ulteriore blocco della politica grazie ad un risultato vicino al pareggio o una ripetizione delle attuali proporzioni di forza, un destino che obbligherebbe ad una soluzione di compromesso ben più difficile da quello che non è stato trovato entro il perimetro della destra: condannando il paese ad una instabilità ed incertezza pericolosi anche negli scenari della politica estera.

Israele al voto

Due questioni fondamentali caratterizzano lel elzioni israeliane. La prima è che si tratta di un referendum su Benjamin Netanyahu, sulla sua politica interna basata sull’espansionismo nei territori palestinesi ed anche sulla sua politica estera fatte di allenaze variabili, che, in questa ultima fase del suo mandato, ha registrato la novità dell’avvicinamento alle monarchie saudite grazie all’avversione al comune nemico iraniano. Certamente la questione del contenimento delle pretese palestinesi, come sono considerati a Tel Aviv quelli che dovrebbero essere legittimi diritti, resta centrale nella politica di Israele e lo è ancora di più se è vista dall’estero. Ma gli israeliani, per lo meno alcuni, sono anche sensibili ai temi della corruzione, lo stesso Netanyahu è stato inquisito, e delle problematiche economiche, che sono state trascurate dagli ultimi governi. Per questo motivo  intorno ad un generale dell’esercito, lo sfidante del premier in carica, si sono unite diverse forze che cercano un cambiamento per potere vivere in una nazione più affine agli standard occidentali. Netanyahu è stato costretto a ricercare l’alleanza delle formazioni di estrema destra ed a impostare una campagna elettorale destra contro sinistra, dove la prima è la sua compagine elettorale, che viene presentata come l’unica in grado di potere assicurare la protezione della nazione. A ben vedere questa impostazione è coerente a quanto è stato il modo di governare fino ad ora del premier: disprezzo per i palestinesi, supremazia della religione ebraica fino a farla diventare discriminate sulla nazionalità e quindi discredito anche per gli arabi con nazionalità israeliana; una maniera così radicale di esercitare il potere che non può essere gradito completamente anche all’interno della sua area politica. Questo possibile dissenso porta direttamente alla seconda grande questione: una eventuale rielezione di Netanyahu significherebbe la fine di ogni processo di pace con i palestinesi. Se la promessa di annettere una parte della Cisgiordania e della militarizzazione di Gaza sono la logica conseguenza della sovranità sul Golan, concessa da un irresponsabile Trump, sul piano pratico significano la fine definitiva sulla possibilità di risolvere in manierapacifica la questione palestinese. Nonostante il supporto di governanti senza alcuna cognizione di causa sulle possibili conseguenze di questa tendenza, come lo stesso Trump, Bolsonaro ed anche Putin e nel silenzio assoluto degli stati arabi, una parte del paese si rende conto del pericolo di un simile  programma. Il fatto che l’avversario politico di Netanyahu sia un generale, però, smentisce la validità delle argomentazioni sulla sicurezza, che il premier ha opposto alle forze poltiche che si oppongono al suo programma. La provenienza militare del suo competitore garantisce che l’attenzione alla sicurezza del paese è garantita, seppure attraverso altre forme meno  estreme. Se è legittimo pensare che un accordo con i palestinesi sia la migliore garanzia per la sicurezza di Israele, l’eventuale sconfitta di Netanyahu rappresenta il migliore programma politico possibile, anche se non è mai stato enunciato dalle forze che si oppongono al premier, ma il solo fatto di non averlo seguito su questo terreno, può significare una possibilità. In realtà le due formazioni non hanno una grande distanza politica: entrambe si possono collocare al centro, anche se la coalizione del premier è più a destra, ma l’arretramento della sinistra, incapace di intercettare i cambiamenti della società israeliana, ha ridotto queste elezioni ad una scelta limitata e ciò potrebbe favorire un astensionismo di elettori per la mancanza di riconoscimento politico in quelliche sono destinati a diventare i partiti maggiori. L’incertezza, quindi, è sovrana e chi otterrà la vittoria, vincerà per piccole differenze, lasciando aperto il rischio dell’ingovernabilità del paese.

Le Nazioni Unite accusano Israele di crimini di guerra

La Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, istituita per indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani da parte dei soldati israeliani in occasione delle manifestazioni dei palestinesi per la Marcia del ritorno, ha presentato le sue conclusioni. All’origine dell’indagine ci sono state le repressioni dei militari di Tel Aviv nei confronti delle proteste tenute tra la frontiera israeliana e quella della Striscia di gaza, iniziate il 30 marzo del 2018 e durate per sei settimane,per sostenere la richiesta dei discendenti dei rifugiati per riavere i propri beni, abitazioni e terreni, che persero nel 1948 a seguito dell’occupazione israeliana. Il fenomeno riguardò circa 750.00 persone, a cui furono sottratti tutti i loro beni e costrette a trasferirsi a Gaza. Nel 1948 una risoluzione delle Nazioni Unite, la numero 194, prevedeva la possibilità del ritorno dei proprietari nello loro case, ma lo stato di Israele ha sempre negato questa possibilità, perchè un rimpatrio di una ampia quantità di palestinesi potrebbe compromettere la natura ebraica della nazione, un sentimento che è diventato legge nazionale sancendo, appunto, la natura essenzialmente ebraica del paese israeliano. Le vittime dei soldati israeliani, tra cui è sicura la presenza di cecchini, sono state ben 189, tra cui 35 bambini, due giornalisti e tre paramedici impegnati nei soccorsi. Sulla base di questi dati la Commissione delle Nazioni Unite ha ritenuto di avere individuato violazioni del diritto umanitario, dei diritti umani ed anche casi che possono essere configurati come crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La giurisdizione su queste violazioni è di Israele, che dovrebbe effettuare prooprie indagini ed eventualmente porre sotto giudizio i responsabili. La risposta di Tel Aviv segue uno schema consueto, che prevede il discredito dell’indagine della Commissione delle Nazioni Unite, considerando come false le notizie riportate, oltre alle solite definizioni di ostilità e prevenzione, che riguardano ogni rapporto contrario agli interessi israeliani. Tuttavia la risonanza mondiale che un’indagine delle Nazioni Unite può avere, non costituisce la ulteriore conferma dell’isolamento di gran parte della comunità internazionale, anche se i recenti sviluppi di politica internazionale hanno silenziato la questione palestinese a favore del riavvicinamento tra Tel Aviv e Washington, grazie alla presidenza Trump, e per l’alleanza ufficiosa tra Israele e le Monarchie del Golfo in funzione anti iraniana. Uno dei risultati della Commissione potrebbe, però, essere una nuova attenzione verso la questione palestinese, anche in concomitanza dell’avvicinarsi delle elezioni israeliane. La questione fondamentale è se la comunità internazionale può ancora permettere che uno stato possa agire al di fuori della legge: se deve essere riconosciuta la responsabilità di attacchi verso le forze israeliane da parte di palestinesi, per i quali va considerato, però, lo stato di segregazione in cui vivono nella Striscia di Gaza, sottoposta da un embargo pressoché totale del 2007, dall’altra parte occorre evidenziare la sproporzione della risposta, esclusivamente militare operata contro dei civili. Le ragioni di autodifesa che Israele produce possono essere valide in pesenza di attacchi compiuti con mezzi militari non con le modalità operate da chi voleva compiere una marcia di protesta. La ragione profonda è sempre la mancanza di una definizione della questione palestinese, della mancata attuazione della politica dei due stati, con la creazione di uno stato palestinese e del mancato rispetto degli accordi firmati da Israele, più volte non rispettati, anche attraverso gli insediamenti illegali in territorio palestinese. La politica degli ultimi governi israeliani, condizionati da una eccessiva presenza di estremisti, è andata nella direzione di eludere la creazione di uno stato palestinese, procrastinando la soluzione con ogni mezzo ed esasperando la rabbia dei palestinesi a cui è stata impedita ogni possibilità di sviluppo. Malgrado la situazione contingente non sia favorevole, la comunità internazionale ha il dovere di rimettere al centro dell’attenzione la questione palestiense per arrivare ad una definizione soddisfacente per entrambe le parti, dove i colpevoli degli abusi siano messi di fronte alle proprie responsabilità.

L’Arabia Saudita alleato non affidabile per gli USA

Trump ha invertito la tendenza di Obama nei confronti dell’Arabia Saudita; il regno arabo, tradizionalmente vicino agli Stati Uniti si era allontanato da Washington per la condotta americana tenuta durante i negoziati con l’Iran per il nucleare di Teheran. L’avvicinamento era stato interpretato da Ryad come una sorta di sbilanciamento a favore del nemico sciita; in realtà i dubbi statunitensi riguardavano l’atteeggiamento saudita nei confronti dello Stato islamico, caratterizzato da una sorta di contiguità con i fondamentalisti, che andava contro ogni interesse americano. Con l’elezione di Trump, naturalmente ostile a Teheran ed al trattato sul nucleare i due paesi si sono riavvicinati, anche grazie all’alleanza non ufficiale tra Ryad e Tel Aviv, fondata proprio sul nemico comune iraniano. Secondo il presidente americano l’Arabia Saudita poteva diventare un alleato strategico, sia dal punto di vista politico, che da quello militare ed anche per i potenziali accordi economici, che potevano essere allacciati tra i due paesi. Il fatto che la monarchia saudita sia espressione di un governo totalitario, che nega ogni libertà e diritto politico e civile, non ha mai scalfito l’opinione di Trump, come, peraltro, di quasi tutti i governi occidentali. Nel programma di Trump l’Arabia Saudita avrebbe dovuto esercitare un ruolo di regolazione al rialzo nella produzione di petrolio, avrebbe dovuto impegnare direttamente i suoi soldati in Siria per contrastare la presenza iraniana, avrebbe dovuto contribuire in modo sostanzioso all’industria della armi statunitense tramite ingenti ordinativi. Nessuno di questi obiettivi pare essersi concretizzato: la volontà saudita è quella di limitare la produzione di petrolio andando nella traiettoria inversa da quella richiesta da Washington, l’esercito saudita è impegnato nella guerra in Yemen, dove non riesce ad avere ragione in modo definitivo sui ribelli, denunciando, quindi un grado di preparazione che giustifica il mancato impegno su di un teatro di guerra molto più impegnativo come quello siriano e gli ordinativi di armi americane si sono limitati a modiche quantità, rispetto ai volumi attesi. In più la questione dell’uccisione del giornalista dissidente avvenuta in Turchia, probabilmente su mandato del principe ereditario ha provocato una reazione molto forte dell’opinione pubblica americana, che richiede delle sanzioni verso il paese arabo. Malgrado tutte queste ragioni Trump insiste a volere mantenere un rapporto privilegiato con uno stato che sembra offrire una alleanza soltanto di comodo. Una delle ragioni è la mancanza di lungimiranza della Casa Bianca che continua a vedere l’Arabia Saudita come un elemento fondamentale nella scacchiera contro l’Iran, ma a questa convinzione non sono mai seguiti fatti concreti, se non proclami senza seguito. La questione è che Trump aveva individuato l’Arabia come possibile sostituto nell’area mediorientale, ma Ryad si è dimostrato non all’altezza ed il presidente americano non ha un piano alternativo e deve continuare a negare l’evidenza di fronte al mondo. La Germania ha iniziato il boicottaggio della vendita delle proprie armi e potrebbe presto essere seguita da altri paesi occidentali, sempre più infastiditi dal comportamento del principe ereditario e, sopratutto dai continui massacri di civili inermi che il paese arabo sta compiendo nello Yemen. Perfino Israele sembra meno vicino ai sauditi, lasciando Washington in un pericoloso isolamento internazionale, neppure giustificato da ragioni di convenienza. Con il risultato elettorale americano Trump risulta indebolito sul fronte interno e gli sarà praticamente impossibile avere l’appoggio della camera per iniziative che permettano rapporti ancora più stretti con gli arabi. Il punto debole resta però il peso politico americano in medioriente, con l’Arabia Saudita che sembra procedere su di un percoso avulso dagli interessi americani, gli Stati Uniti devono trovare una nuova strategia per impedire la crescita esponenziale della Russia e dell’Iran nella regione e, per ora, non sembra che l’amministrazione di Trump sia in grado di elaborare alcunché.

Siria: verso l’attacco dell’ultima zona dei ribelli

Mentre l’aviazione russa avrebbe già iniziato il bombardamento della zona nord occidentale della Siria, l’ultima ancora presidiata da ribelli contrari ad Assad, la diplomazia cerca ancora di scongiurare l’ennesima catastrofe dovuta al conflitto siriano. La presenza di 70.000 combattenti, tra cui diversi componenti di Al Qaeda, pronti a tutto annuncia una possibile strage che sarebbe la naturale conseguenza dei combattimenti, nella quale il bilancio delle vittime civili sarebbe senz’altro molto alto. Nella zona sono presenti circa tre milioni di civili, molti dei quali hanno raggiunto questa area in fuga da altre zone della Siria e, dunque, sono già nella condizione di profughi. Dal punto di vista diplomatico, il paese che ha più interesse che la battaglia non si svolga è la Turchia, perché sarebbero ben 800.000 le persone che stanno già cercando rifugio nel territorio di Ankara, situato sul confine con questa regione siriana. Ma anche dal punto di vista diplomatico la Turchia è in una situazione non facile: la contiguità con i gruppi ribelli presenti nella zona ha provocato la richiesta di Russia, Iran e del regime di Damasco di una sorta di trattativa preventiva per evitare una battaglia già deplorata dalle Nazioni Unite e dagli USA. Ankara deve fare i conti con la sua tattica oscillante tra l’uso dei ribelli contro Assad ed il successivo dialogo con il regime siriano: un comportamento tenuto per tutelare i propri interessi particolari, in modo speciale contro i curdi, anziché guardare agli equilibri regionali. La prima conseguenza potrebbe essere, appunto, un ingente afflusso di profughi verso il suo territorio, un problema di difficile gestione, se unito alla già grande quantità di profughi che deve gestire. Gli interessi di Mosca, Teheran e Damasco vanno, però, in direzione contraria e mirano a risolvere al più presto la questione di Idlib. Per i Russi si tratta di porre fine al più presto all’impegno diretto nel teatro di guerra, che è stato giustificato dagli obiettivi geopolitici di Mosca, ma che non viene più visto benevolmente dalla società russa ed incomincia a provocare dissidio sull’operato di Putin in medio oriente. Teheran ha necessità di dare il colpo finale ai ribelli sunniti e di dare, attraverso questa operazione, un segnale chiaro ed inequivocabile alle monarchie del Golfo, che, con questa eventuale sconfitta, uscirebbero definitivamente perdenti dal conflitto siriano. Damasco, direttamente coinvolta, ha l’obiettivo di finire il conflitto e ristabilire la propria sovranità anche su questa regione, anche se si tratterà, verosimilmente, di una sovranità limitata a favore di Russia ed Iran. Se l’avvio delle operazioni sembra, quindi, impossibile da evitare, Iran, Russia e la stessa Siria auspicano di risolvere la situazione con il più basso costo umano possibile. Queste parole di circostanza sono in conflitto con i primi morti civili cuasati dai bombardieri russi. Mentre di delinea la catastrofe umanitaria ancora una volta non si può non registrare com gli Stati Uniti abbiano abdicato al loro ruolo di principale potenza internazionale, giacché il piano di Trump per il disimpegno dalla Siria andrà comunque avanti. Il presidente americano ha solo fatto un appello ai tre paesi impegnati nel conflitto per evitare la battaglia di Idlib, ma è parso soltanto un atto formale senza alcun vincolo o conseguenza. D’altra parte anche le Nazioni Unite si sono limitate ad appelli di circostanza ed a confermare una riunione del Consiglio di sicurezza che finirà in un nulla di fatto per il veto russo. Al resto del mondo, Europa inclusa, non resta che stare a guardare impotente quella che si annuncia l’ennesima strage di civili a cui seguirà una grave situazione umanitaria e le ovvie persecuzioni del sanguinario regime di Assad, rimasto comunque a ricoprire la massima carica politica del paese siriano.

Trump elimina gli aiuti economici perla Siria

La decisione del presidente Trump di azzerare i fondi destinati alla ricostruzione della Siria rischia di aprire nuovi scenari per il medio oriente, con ripercussioni anche sull’Europa ed il problema delle migrazioni. I finanziamenti, di circa tre miliardi di dollari, decisi da entrambi i partiti statunitensi, erano diretti ad opere civili, come il ripristino degli acquedotti, la rimozione delle macerie e le operazioni di bonifica dagli ordigni, dei territori siriani settentrionali ed orientali; il fine era quello di cancellare la presenza dello Stato islamico e favorire il rientro dei profughi fuggiti in Europa. Pur non trattandosi di finanziamenti sufficienti per la ricostruzione di un paese appena uscito da un lungo conflitto, gli aiuti erano considerati un atto politico per contrastare l’influenza della Russia sul paese siriano e non lasciarne a Mosca la presenza esclusiva. Il ritiro degli aiuti è percepito come un tradimento, da quella parte di paese siriano che aveva lottato anche contro la dittatura di Assad e che aveva sperato in un sostegno, anche militare da parte di Washington, per potere insediare una democrazia. In realtà il tradimento americano era già iniziato con Obama ed il comportamento di Trump ne è una conseguenza. Trump, con questo provvedimento, intende però lanciare un segnale concreto del disimpegno americano verso quei scenari che non rientrano negli intreressi strategici dell’attuale amministrazione. Per ora si tratta di un allontanamento che riguarda gli aiuti economici, ma in futuro riguarderà l’impegno militare diretto. L’intenzione americana è quella di coinvolgere direttamente sul terreno gli stati che hanno interessi in ambito regionale, in sostanza Trump afferma che gli USA non si impegneranno più in maniera diretta al posto di paesi alleati per tutelarne le ambizioni geopolitiche. Il caso contingente prevede che nel medio oriente il coinvolgimento riguardi gli eserciti dei paesi del Golfo, che pur restando alleati degli USA, devono rendersene indipendenti. Nel caso specifico sarà interesante vedere l’evoluzione di questa politica in un’area che ha come protagonista l’Iran, principale nemico dell’Arabia Saudita. La questione non è secondaria perchè gli equilibri che Trump vuole affidare ai paesi arabi riguardano anche Washington e le forze armate dei paesi del Golfo non sembrano certo all’altezza di potere gestire situazioni da cui gli stessi americani sono usciti con difficoltà. D’altra parte, però questa direzione del disimpegno rientra nei programmi elettorali che Trump ha enunciato ancora prima di diventare presidente. Anche verso l’Europa e nei confronti dell’Alleanza Atlantica il fastidio di Trump verso la scarsa collaborazione degli alleati, si è manifestata più volte. Bisogna riconoscere però, che fino ad ora, il sistema burocratico e militare americano aveva costituito una sorta di bilanciamento dei voleri del presidente, riuscendone a limitare l’azione. La sospensione degli aiuti verso la Siria non significa che Trump abbia vinto la sua battaglia imponendo totalmente la sua linea politica, ma segna però una significativa affermazione, perchè ha cancellato un provvedimento condiviso dai due schieramenti politici. Un aspetto non secondario, che sembra assumere connotati strategici, è rappresentato dalle ricadute che questo provvedimento assumerà per una Europa già dilaniata dalla discussione interna sulla questione migratoria. Uno dei possibili effetti degli aiuti era proprio quello di determinare il rientro dei profughi siriani verso il loro paese, alleggerendo così la pressione su paesi europei sempre più insofferenti verso gli immigrati. Negando gli aiuti Trump contribuisce alla divisione dell’Unione, un obiettivo che si è dato più volte per frantumare il soggetto economico ritenuto più pericoloso. Il presidente USA preferirebbe avere un maggiore potere contrattuale nelle trattative, negoziando con i singoli stati piuttosto che con Bruxelles; del resto questo obiettivo è condiviso da Putin, che dopo la decisione americana ha subito richiesto all’Unione un maggiore sforzo per sostenere la Siria, ben sapendo di suscitare la contrarietà dei populisti e dei paesi che appartenevano al blocco sovietico. Appare evidente da questi segnali, che l’Europa deve sempre più cercare un proprio ruolo autonomo sganciato dalla logica delle potenze esterne, nelle quali deve rientrare anche la Cina, che può andare bene soltanto come partner economico.

Israele approva una legge in favore della sua identità ebraica

La decisione del parlamento israeliano di approvare la legge che sancisce l’identità ebraica di Israele apre scenari inquietanti sul futuro del paese e della questione palestinese e conferma la connotazione antidemocratica della maggioranza che detiene il governo a Tel Aviv. Deve essere specificato che la differenza di voti in favore dell’approvazione è stata minima, ma nonostante questo dato matematico, la direzione che ha preso l’esecutivo appare incontrovertibile. Esistono fattori esogeni che hanno favorito questa legge: l’avvento al potere di Trump, che ha sostituito Obama alla Casa Bianca, l’immobilità delle Organizzazioni e dei soggetti internazionali, che potevano condizionare Israele ad approvare una legge di questo tipo, oltre al disordine che vige in medioriente, che ha favorito una sorta di disinteresse della questione israelo-palestinese; ma le condizioni favorevoli sono maturate anche grazie alla situazione all’interno del paese israeliano, con la parte maggioritaria del  corpo elettorale sempre più radicalizzata ed una opposizione divisa, incapace di sfruttare le incapacità in politica economica del governo e che non ha saputo approfittare degli scandali che hanno riguardato il primo ministro. Gli israeliani si sono adattati ad essere governati sempre di più da una destra quasi teocratica, coincidente con gli ambienti religiosi più conservatori, che ha condotto una politica contro gli arabi ed in favore degli insediamenti abusivi nei territori, per allargare l’espansione di coloni ultraortodossi e con il fine di aumentare la superficie del territorio di Israele. Il governo in carica non solo ha assecondato questi indirizzi, ma ne è diventato promotore, mantenendo una condotta ambigua in campo internazionale, promettendo concessioni agli arabi, che non sono mai arrivate ed ottenendo, di fatto, di procastinare la questione palestinese per guadagnare tempo da impiegare nell’occupazione dei territori. In questo contesto si è potuto elaborare  la legge sull’identità ebraica dello stato di Israele. Quella che si vuole creare è una nazione omogenea basata sulle peculiarità dell’appartenenza all’ebraismo; Il rischio concreto, anche per gli ebrei non osservanti, è che il fattore religioso assuma una importanza troppo rilevante, capace di condizionare, in modo ancora più determinante, anche il futuro della società israeliana. Secondo la nuova legge ogni ebreo che lo vorrà avrà il diritto di emigrare nel paese israeliano e di ottenerne la cittadinanza, questa disposizione sottintende che sarà necessario un ampliamento del territorio del paese, il che è espressamente previsto mediante la promozione delle comunità ebraiche all’interno degli insediamenti. Diventa così legale la pratica della sottrazione di territorio alle comunità arabe. Risulta ovvio che questo fattore non potrà non incidere sul futuro delle relazioni con i palestinesi , ma anche sulle conseguenze che le relazioni diplomatiche avranno su Tel Aviv. Fare la previsione che questo provvedimento non potrà che portare alterazioni degli equilibri regionali, appare fin troppo facile, tuttavia finchè la comunità internazionale non vorrà usare strumenti di pressione adeguati il governo israeliano avrà la legittimazione per continuare ad agire in questo senso. Sarà interessante verificare come si comporteranno le istituzioni nazionali nei confronti di quella parte minoritaria, circa il venti per cento di cittadini israeliani non ebrei, che comprendono arabi musulmani, ma anche cattolici, drusi ed ortodossi; le minoranze politiche, anche ebraiche, hanno  definito la legge antidemocratica perche rischia di essere discriminatoria proprio per gli effetti che potrà avere su quella parte di società israeliana che non coincide con le caratteristiche dell’identità ebraica. Certamente dovranno essere verificate le condizioni ed i diritti di questi cittadini dopo l’entrata in vigore della nuova legge. La promulgazione di questa norma segna un arretramento anti storico delle posizioni di Israele ed una sua volontà di chiusura, che, attraverso la presunta ricerca di tutelare le sue origini e la sua fede religiosa, mira a legalizzare l’occupazione di territori altrui contro il diritto internazionale in dispregio della comunità internazionale e facendo un uso soltanto strumentale di valori millenari.

La Cina investe nei paesi arabi

La Cina prova a giocare un ruolo da protagonista nella politica internazionale mettendo a disposizione di alcuni paesi arabi e del medio oriente ingenti aiuti economici. Si tratta di uno schema abitualmente usato da Pechino per instaurare buoni rapporti politici con altri paesi, che possano assicurare alla potenza cinese prima di tutto buone prospettive commerciali ed anche ottimi sviluppi nelle relazioni diplomatiche. Fino ad ora, questo metodo, era stato usato in maniera così masiccia con gli stati africani ed in maniera meno accentuata con gli stati europei; l’ingresso nei paesi arabi e mediorientali costituisce una novità e segnala la volontà cinese di allargare il proprio raggio d’azione, anche in potenziale contrasto con gli Stati Uniti, che, tradizionalmente, hanno interessi strategici in queste aree del pianeta. Del resto la volontà isolazionista di Trump rappresenta una occasione per favorire i piani cinesi di esercitare una sorta di soft power condotto attraverso il mezzo finanziario. L’investimento di Pechino dovrebbe aggirarsi intorno ai diciassette miliardi di euro, destinati a sostenere progetti di industrializzazione e costruzione di infrastrutture, che dovranno costituire il volano per le economie degli stati finanziati. Le finalità, infatti, riguardano la creazione di posti di lavoro, che dovranno avere il duplice scopo di accrescere la diffusione della ricchezza ed, attraverso questa, garantire stabilità sociale, con il fine ultimo di arrivare ad una soluzione dei problemi della sicurezza di questi territori. Risulta significativo che la prima tranche di questi aiuti vada alla Palestina con 12,8 milioni di euro, mentre 77 milioni saranno spartiti tra Giordania, Libano, Siria e Yemen. Si tratta di paesi dove sono in corso conflitti o, comunque, presentano situazioni di alta instabilità e che, spesso, hanno costituito terreno di reclutamento per gruppi terroristici del fondamentalismo islamico. Sarà interessante verificare quali saranno, anche le reazioni di Tel Aviv e Washington al finanziamento alla Palestina, che rappresenta l’ingresso, per ora indiretto, di Pechino nella contesa israelo-palestinese; risulta facile prevedere che le reazioni di Tel Aviv e Washington non saranno positive al finanziamento a favore della Palestina, peraltro la Cina non ha mai mostrato l’interesse ad entrare nella questione puramente politica, ma è chiaro che un atto di questo genere può farla diventare potenzialmente un nuovo attore della contesa. Se si vuole entrare nel campo delle ipotesi si può presumere che, il finanziamento costituisca il primo approccio per un impegno diretto di Pechino nella risoluzione dell’annoso problema tra israeliani e palestinesi, per aumentare il proprio prestigio internazionale. L’investimento cinese nell’area araba è stato preceduto da rapporti crescenti sul piano economico, dato che la crescita del commercio bilaterale ha avuto un incremento di quasi il 12% in tredici anni e dove spicca l’impegno di società cinesi nel settore dell’energia; inoltre a Gibuti la Repubblica Popolare cinese ha installato la prima base militare al di fuori del proprio territorio. Nella strategia cinese la centralità è occupata dalla costruzione e crescita della Via della Seta, che vuole ricalcare l’antico tracciato che dalla Cina si estendeva cerso il resto del mondo ed era il percorso più importate per i commerci. Per realizzare questo progetto il piano cinese prevede la costruzione di una serie di infrastrutture differenti: gasdotti in Birmania, autostrade nel Pakistan, linee ferroviarie in Kenya e porti in Grecia e Sri Lanka, ma la centralità degli stati arabi, e la loro disponibilità energetica, li pone in posizione di primo piano nel progetto di Pechino e l’intenzione è di coinvolgere la Lega Araba a dare il sostegno alle intenzioni cinesi. Ma la Cina ha anche un secondo fine, oltre quello commerciale, che riguarda l’aspetto della sicurezza, inteso come prevenzione di possibili attentati proprio contro le infrastrutture in costruzione, definito come mantenimento della stabilità; Pechino è preoccupata dall’alto tasso di radicalizzazione presente nell’area e destinerà l’investimento di circa 130 milioni di euro per le forze di sicurezza e sistemi di sorveglianza. Uno dei motivi di preoccupazione è quello di una possibile saldatura tra estremismo uiguro, popolazione musulmana che vive nella regione cinese dello Xinjiang, spesso sottoposta a dura repressione da Pechino ed i movimenti radicali islamici arabi, una fusione che potrebbe compromettere o alterare gli investimenti cinesi nei paesi mediorientali.

Le variabili dello scenario siriano

La ragione del perchè il conflitto in Siria rischia di diventare una sorta di guerra mondiale è la presenza di forze armate di diversi paesi sul territorio siriano, con obiettivi evidentemente differenti; uno scenario che presenta una variabilità di situazioni in equilibrio fortemente precario. Facendo un’analisi delle forze in campo si deve partire dall’interprete principale del conflitto: il dittatore di Damasco Bashar Al Assad. Dopo sette anni di guerra, con mezzo milione di moti e metà della popolazione del paese sfollata all’estero, il governo di Damasco controlla circa due terzi del territorio e, nominalmente, appare come il vincitore della guerra; tuttavia si tratta di una vittoria conseguita soltanto grazie all’intervento degli alleati russi ed iraniani, senza i quali sarebbe stato presumibilmente sconfitto già tre anni addietro. Assad è una figura ridotta a capo di stato fortemente controllato dagli alleati, mantenuto al potere soltanto per favorire gli interessi geopolitici di Mosca e Teheran. La Russia, inizialmente, aveva l’obiettivo principale di mantenere il controllo sull’unica base navale nel mare Mediterraneo, situata proprio sulla costa siriana; Putin è però stato abile a sfruttare il vuoto lasciato dagli USA, prima con Obama e dopo con Trump, facendo riconquistare a Mosca quel ruolo da super potenza che aveva promesso ad una popolazione sempre più nazionalista. Dal punto di vista militare la Russia ha legittimato la sua influenza sul paese siriano con un impiego di circa 50.000 soldati e, sopratutto, con l’installazione di un sistema di contraerea basato sulla tecnologia russa. Per l’Iran, oltre che l’aspetto geopolitico conta quello religioso: l’obiettivo di Teheran è quello di creare una fascia territoriale, che, partendo dall’Iran, attraversi l’Iraq, la Siria ed arrivi al Libano, per unire la popolazione sciita; si tratta di una questione fondamentale per la repubblica islamica, sopratutto nella fase attuale, che vede una unione sempre più compatta tra gli stati sunniti, capeggiati dagli storici nemici dell’Iran: l’Arabia Saudita. Oltre questi due paesi c’è la Turchia, che si contraddistingue per un comportamento non sempre lineare, a seconda delle convenienze del momento: se all’inizio, probabilmente, Ankara ha contribuito a finanziare gli estremisti sunniti, che poi sarebbero diventati le truppe del califfato, con gli sviluppi del conflitto si è avvicinata ad Assad, inquadrandolo come potenziale alleato per il contenimento delle ambizioni curde di creare una propria entità sovrana. Attualmente l’esercito turco presidia una fascia di territorio siriano situato sul proprio confine ed ultimamente ha di nuovo cambiato atteggiamento su Assad auspicandone la caduta, dopo che le forze regolari siriane si sono schierate a protezione dei curdi. Gli USA, dopo avere fatto la valutazione che lo Stato islamico era stato sconfitto dovevano fare rientrare in patria i circa 4.000 effettivi presenti sul suolo siriano, il bombardamento con armi chimiche sta cambiando i piani di Washington. Questa svolta repentina ed inaspettata può essere stata dettata da ragioni di opportunità interna ed internazionale dovute a solleciti israeliani per la presenza degli iraniani sulle frontiere del proprio paese. Per Tel Aviv, infatti, la vicinanza delle truppe di Teheran non è accettabile, anche perchè significa anche un appoggio materiale per Hezbollah. Tuttavia Tel Aviv mantiene buoni rapporti con Mosca e ciò rappresenta una variabile poco decifrabile nei rapporti del Cremlino con gli iraniani. Infine occorre considerare ancora altre forze armate presenti sullo scenario, che non sono però espressione di entità statali, ma milizie di gruppi sradicati dalle loro postazioni, come nel nord siriano e nella zona di Aleppo vi sono gli appartenenti ad Al Qaeda, mentre nel deserto tra Siria ed Iraq vi sono diversi gruppi di appartenenti allo Stato islamico, che potrebbero costituire il serbatoio per nuove milizie radicali. Un discorso a parte deve essere fatto per i curdi, che senza l’appoggio americano potrebbero avvicinarsi ai russi, creando una nuovo motivo di imbarazzo nel rapporto tra Mosca e l’Iran. Questo quadro restituisce una una situazione molto complicata e ricca di variabili, che con uno sviluppo di tipo militare, quale il possibile attacco americano ad Assad, rischia di avere forti ripercussioni anche su scala mondiale. Gli scenari futuri appaiono di difficile previsione, anche se uno scontro diretto tra USA e Russia non sembra probabile, le due potenze avrebbero il modo di farsi la guerra su altri piani, primo fra tutti quello commerciale e della stabilità europea. Senza contare che aspetti consolidati come l’accordo sul nucleare iraniano verrebbe sicuramente cancellato. Ora è il momento che le diplomazie agiscano e scongiurino una fase negativa per tutto il mondo.

Le implicazioni del probabile intervento americano in Siria

Dopo i proclami contro Assad, per il bombardamento chimico sui civili, Trump sembra avere assunto un atteggiamento più riflessivo sui tempi ed i modi della rappresaglia contro la Siria. Se è vero che una unità navale viaggia verso le coste siriane, è altrettanto vero che l’amministrazione americana stia cercando un coordinamento con paesi alleati disposti ad affiancare Washington. Per effettuare una azione efficace i tempi e la velocità di esecuzione sono i fattori principali per il successo, tuttavia il presidente americano sembra prendere tempo minacciando una dura risposta, che, però non arriva. Gli alleati, pur appoggiando a parole gli USA sono legati a valutazioni di carattere nazionale, come sta facendo la Francia o attendono le disposizioni del parlamento, come la Gran Bretagna. Fuori dall’Europa, l’Arabia Saudita, che si era detta disponibile a partecipare ad una azione contro la Siria, arrivata al momento di muoversi, sembra essere diventata più titubante. D’altro canto l’opinione pubblica americana e, sopratutto, quella che solitamente appoggia Trump, appare contraria ad impegnare le forze armate americane in uno scontro che si annuncia rischioso e che potrebbe anche diventare non certo breve. Dal punto di vista tecnico deve essere considerato che la Siria ora dispone di armamenti anti missile molto efficaci, perchè forniti direttamente dalla Russia. Poi c’è la parte di opinione pubblica che contraria al presidente americano, che crede che l’azione contro la Siria serva a distogliere l’attenzione dai problemi che Trump ha con la giustizia. Tutte queste considerazioni sono senz’altro vere, ma potrebbe essere altrettanto probabile che Trump attenda, prima di intraprendere una azione contro Assad, la sicurezza assoluta della effettiva responsabilità del regime di Damasco di  avere usato le armi chimiche.  Anche perchè il presidente americano percepisce una chiara diminuzione del prestigio americano in campo internazionale e, per quanto riguarda la Siria, ritiene che la responsabilità della diminuzione del peso politico statunitense sia stata dovuta all’atteggiamento di Obama, che si rifiutò di punire Assad per l’uso delle armi chimiche; in quell’occasione si permise al dittatore siriano di oltrepassare i limiti imposti dalla Casa Bianca senza intraprendere alcuna sanzione, che, probabilmente, avrebbe cambiato il corso della vicenda, senza dare avvio al lungo periodo di guerra ed anche allo sviluppo di parte consistente dello Stato islamico. Sul piano internazionale, poi, l’avere permesso ad Assad di restare al potere ha ridato modo alla Russia di ritornare protagonista sul teatro mondiale: un ruolo che Mosca aveva perso da molto tempo. Per questi motivi Trump non vuole correre il rischio di essere paragonato al suo predecessore per come ha gestito la vicenda siriana. In più è da considerare anche l’atteggiamento di Israele che è cambiato verso Damasco: se prima Assad poteva garantire una certa stabilità alla regione, la presenza sul territorio siriano di russi e di iraniani costituisce, senza dubbio, un fattore che ha già alterato i rapporti di forza e provocato episodi conflittuali molto pericolosi. Detto questo, anche se ci sarà la rappresaglia di Trump, come è molto probabile, non è credibile che il regime siriano possa essere prossimo alla fine; per gli USA è importante ritornare a ricoprire il ruolo di un tempo, quale nazione capace di esercitare la figura del gendarme mondiale, in grado di sanzionare chi trasgredisce a regole precise, come l’uso delle armi chimiche, anche in proiezione dei rapporti che si vorrano instaurare con la Corea del Nord. Importante sarà verificare come potrà essere la reazione russa, con implicazioni che potranno andare dagli equilibri della regione mediorientale, al rapporto tra i due stati, sia sotto il punto di vista politico che commerciale (pensiamo alle sanzioni tuttora presenti nei confronti di Mosca), fino ad arrivare alla questione del nucleare di Pyongyang. In questo momento la Siria è al centro del mondo e non solo per la sua guerra.