USA e Messico raggiungono l’accordo per evitare i dazi commerciali

Dal punto di vista economico, l’accordo tra USA e Messico, consente ai due paesi di evitare cirisi pericolose, non solo dal punto di vista economico ma anche politico. Se fossero entrati in vigore i dazi di Trump gli Stati Uniti avrebbero avuto una contrazione del prodotto interno lordo dello 0,7% per i problemi che avrebbe patito il settore automobilistico e quello della grande distribuzione. D’altronde l’allarme era stato dato ampiamente dalla Federal Reserve statunitense, dalla borsa di Wall Street e dallo stesso partito repubblicano, che era pronto a boicottare il decreto presidenziale. Quindi un danno al prestigio politico del presidente americano proprio all’interno del suo partito a circa un anno dalle elezioni presidenziali. Anche sul piano diplomatico vi era la concreta possbilità di una apertura dello stato di crisi con il vicino stato messicano: un problema sui confini, che si sarebbe andato ad aggiungere alle diverse crisi internazionali in cui gli USA si stanno districando. Ma se queste erano le potenziali conseguenze nel terreno americano, anche in quello messicano una crisi con il principale partner commerciale avrebbe potuto generare, sul piano interno, conseguenze non gradite. Le richieste USA, per evitare i dazi al Messico, erano quelle di bloccare la frontiera messicana con il Guatemala, condurre una repressione nei confronti del racket che favorisce l’emigrazione illegale ed operare il dibrigo delle pratiche dei richiedenti asilo sul suolo messicano, anziché su quello americano. Nessuna di questerichieste è stata però soddisfatta, il Messico ha inviato seimila uomini della Guardia Nazionale presso il confine meridionale. Per il resto non si sa se non vi è stata la volontà ad accogliere le richieste americane o,piuttosto, una impossibilità pratica di esaudire la volontà statunitense. Per mettere in pratica il controllo della frontiera meridionale occorre debellare la presenza delle organizzazioni malavitose che controllano il traffico di uomini e ciò comporta uno sforzo, dove la sola presenza militare non è sufficiente, ma è richiesto un impegno notevole da parte dei servizi segreti ed una lotta alla corruzione presente nell’apparato burocratico messicano. Queste difficoltà sono ben note agli americani e ciò provoca dei seri interrogativi su quanto poteva attendersi il presidente americano. Il sospetto legittimo è che Trump abbia usato la solita tattica che prevede un annuncio roboante, per poi ottenere un risultato inferiore di quanto richiesto, ma che deve essere esaltato dall’apparato della Casa Bianca come un successo. Del resto lo stesso Trump ha rivendicato come la sua strategia ottenga dei risultati tangibili. Tuttavia rimane ragionevole pensare che la presenza dei seimila uomini della Guardia Nazionale potrà rallentare, anche in modo considerevole, il flusso migratorio ma la vera domanda è per quanto. Al momento il Messico ha fatto la cosa che costava meno sforzo ed ha ottenuto il blocco dei dazi più che per la sua manovra di facciata, per l’impossibilità di mandare in crisi l’industria americana da parte del presidente USA e per l’opposizione dei settori finanziari, economici e politici, statunitensi. Che poi il merito di una manovra diversiva messicana, sia ascritto alla strategia dell’inquilino della Casa Bianca non cambiale cose: tra poco il traffico migratorio verso gli Stati Uniti riprenderà come prima. Piuttosto il problema delle condizioni igieniche dei centri di accoglienza di Arizona e Texas è in continuo aggravamento, per le tante e continue presenze che si registrano; ciò crea una difficoltà tangibile ed evidente ai funzionari americani, che si trovano impossibilitati ad assicurare i più elementari standard di sicurezza sanitaria. Ma a questa situazione, ben nota a Washington, non corrisponde una adeguata assistenza proveniente dalle istituzioni centrali, che sembrano avere adottato come tattica di risoluzione del problema, proprio la mancanza di una assistenza adeguata ai migranti, forse per convincerli a desistere nel proposito di emigrare clandestinamente negli Stati Uniti.

Alcune possibili risposte cinesi ai dazi americani

La ritorsione della Cina ai dazi americani parte dalla lista delle aziende e delle persone statunitensi che non hanno rispettato le regole del mercato e per questo hanno danneggiato le aziende del paese cinese. L’azione di Washington viene definita come terrorismo economico, che danneggia non solo la Cina ed altri paesi, ma gli stessi Stati Uniti, a causa di una poltica miope, basata su di una volontà esclusivamente egemonica. Ma il governo di Pechino intende usare l’arma delle cosidette terre rare, materia prima indispensabile per l’industria delle nuove tecnologie e delle energie rinnovabili. Si tratta di industrie ad alta specializzazione che costituiscono un settore molto importante per l’economia americana, che necessitano di questi materiali importati dalla Cina in quantità considerevoli. Le terre rare si dividono in tre grandi specie, quelle definite leggere, che servono per i componenti degli smartphone, che vengono estratte in Cina nella misura del 38% del totale; le terre rare chiamate medie e pesanti, utilizzate per display e per le armi difensive, che vengono estratte per il 90% del totale mondiale nel paese cinese. Gli Stati Uniti, nel periodo dal 2014 al 2017, hanno importato l’80% del totale del loro fabbisogno di terre rare dalla Cina. Si tratta quindi di una sorta di arma puntata contro gli USA, per controbattere alla decisione delle sanzioni. Una delle ragioni comunicate dai funzionari cinesi è quella di interdire la possibilità di arrichirsi per quei paesi, come gli USA, che contrastano i commerci con la Cina, ma anche, contrastare le esportazioni di prodotti fatti con materie prime cinesi che concorrono direttamente con i prodotti della Cina. La Casa Bianca conosce bene la situazione di necessità di terre rare da parte dell’industria americana e, per questo motivo, non ha inserito questi materiali nelle liste dei dazi stabiliti. Se la Cina deciderà di attuare questa misura restrittiva, gli effetti, però, non saranno immediati ma di lungo periodo: ingfatti i paesi costruttori di prodotti di alta tecnologia, non solo gli USA, ma anche altri, dispongono di riserve consistenti di materie prime in grado di resistere al blocco cinese. L’estrazione delle terre rare resta però una grande variabile sulla produzione a causa del loro tasso di inquinamento e di costi, gli USA hanno già rinunciato all’estrazione e nella stessa Cina sono in corso operazioni di riconversione industriale nelle zone da cui provengono questi materiali. Sul periodo molto lungo, quindi, l’azione cinese potrebbe non essere efficace, tuttavia, se si entra nelle ipotesi, la speranza è quella che la guerra commerciale finisca prima dei possibili effetti della sopsensione della fornitura delle terre rare, per questo motivo l’intenzione di Pechino potrebbe essere soltanto una minaccia, per manifestare una reazione sulla scena internazionale alle azioni americane. Un altro fronte potrebbe riguardare il gas naturale: pur essendo la Cina al decimo posto tra i paesi detentori di riserve di gas, l’intenso sviluppo economico del paese ha provocato l’importazione da parte di Pechino del 41% del suo fabbisogno, di cui il 14% arriva dagli USA; l’introduzione del gas nei prodotti soggetti a introduzione di dazi cinesi, potrebbe generare pericolose ricadute all’interno del mercato cinese. Uno dei pericoli è che gli USA interrompano la fornitura come ritorsione andando a creare potenziali situazioni di conflitto i cui sviluppi sono difficilmente immaginabili.

Trump vuole veramente imporre i dazi sul Messico?

La guerra sui dazi che ha intrapreso la casa Bianca con Pechino, ha avuto come risultato collaterale quello di aumentare le esportazioni dal Messico verso gli USA, creando uno sbilanciamento economico di circa 22.700 milioni di dollari, nei primi tre mesi del 2019,  a favore del paese messicano. Per la visione di Trump, che non vuole deficit negativi con ogni singolo paese la situazione con il Messico è una questione da risolvere. Tuttavia l’interscambio con il paese messicano ha  risolto, almeno in parte, la mancata importazione dalla Cina per le aziende americane, che, infatti, sono contrarie all’introduzione dei dazi nei confronti del Messico, proprio per la difficoltà di sviluppare i loro prodotti. Politicamente la questione è ancora più complessa, perchè investe due aspetti della politica americana: il primo è l’immigrazione illegale proveniente dal Messico, usata come mezzo per evitare l’introduzione dei dazi, il secondo riguarda le norme del trattato di libero scambio tra USA, Messico e Canada, liberamente sottoscritte dagl Stati Uniti, che verrebbero violate dal presidente americano. Il ricatto di Trump sull’immigrazione illegale costringerebbe il Messico a contenere entro le proprie frontiere l’emigrazione verso gli Stati Uniti proveniente sia dal paese messicano, che dagli stati del centro e sud america, che usano il percorso messicano per raggiungere il paese statunitense. In poche parole Trump sostituirebbe il muro che non è riuscito a costruire con un muro virtuale costruito dalla minaccia di introduzione di dazi crescenti al 5% al 25% sui prodotti messicani, se Città del Messico non conterrà il traffico di persone verso gli Stati Uniti. Ora, al netto delle valutazioni di carattere umanitario, la possibile introduzione  di queste tariffe doganali sarebbe una violazione del trattato di libero scambio, i cui negoziati sono durati un anno e mezzo e che Trump stesso ha firmato. Dal punto di vista dell’affidabilità del presidente e degli stessi USA, si tratterebbe dell’ ennesima prova di inattendibilità dell’inquilino della Casa Bianca e, quindi, degli stessi Stati Uniti, che vedrebbero diminuito il  loro prestigio internazionale per l’ennesima volta. C’è però un problema, che è rimasto relativamente nascosto finoad ora: i benefici del trattato, per tutti e tre i paesi firmatari, non sarebbero poi così evidenti; inoltre all’interno del Congresso americano la quasi totalità dei democratici, ma anche diversi esponenti del partito repubblicano sarebbero contrari alla ratifica dell’accordo.  Questo stato di cose potrebbe avere creato le condizioni per una operazione tattica da parte di Trump, per cercare di modificare le condizioni del trattato ed, insieme, sfruttare l’occasione per riportare la centro dell’attenzione il problema dei migranti irregolari, che rientrava nel suo programma elettorale. Quanto alla minaccia che l’imposizione dei dazi diventi concreta però, come già detto, le condizioni dell’industria americana non permetterebbero la pratica di questa politica, che andrebbe a danneggiare la produzione statunitense; Trump conscio di questa condizione sfavorevole, unita all’opposizione del Congresso, sembra, alla fine, avere voluto sfruttare a suo vantaggio una situazione sulla quale non può effettivamente incidere. Il calcolo del presidente americano sembra essere diretto a compiacere la parte dei suoi sostenitori elettorali più a destra, quelli contro l’immigrazione clandestina, la componente a cui era piaciuta di più, in campagna elettorale, la promessa della costruzione del muro. D’altronde il 2020 è vicino e la campagna elettorale sta per incominciare.

Russia ed USA si incontrano per migliorare le relazioni bilaterali

Il rapporto tra USA e Russia deve essere distinto tra quello dei rispettivi capi di stato e dei loro governi con quella che è la naturale avversione che vi è tra le due amministrazioni. L’affinità politica tra Putin e Trump è cosa nota, come nota è l’attività russa per favorire l’elezione dell’attuale presidente USA. Tuttavia verso l’azione politica di Mosca vi è una diffidenza tra grande parte dell’amministrazione americana intesa nel senso più ampio; questa diffidenza deriva sia da situazioni storiche pregresse, peraltro presenti anche in senso contrario, che per gli evidenti obiettivi geopolitici della Russia, che sono alla base dei programmi elettorali e quindi politici del Cremlino. La visita del Segretario di stato americano al ministro degli esteri russo e, successivamente, a Putin, dimostra che la dialettica tra i vertici dei due paesi continua in maniera collaborativa, perchè entrambi hanno bisogno di ribadire un rapporto funzionale a mantenere il loro ruolo nella politica internazionale. Gli USA sono attualmente in difficoltà su diversi fronti diplomatici: con la Corea del Nord non sono riusciti a concludere un accordo che sarebbe stato significativo, in Venezuela, considerato all’interno della propria zona di influenza, Washington non riesce ad incidere in maniera efficace in favore dell’opposizione al regime di caracas, la questione iraniana rischia di andare oltre il già pericoloso livello di tensione in corso per una pessima gestione troppo condizionata da alleati incauti ed, infine, il rapporto con l’Unione Europea subisce continui deterioramenti mettemdo in pericolo il normale e storico svolgimento della relazione transatlantica. Trump ha impostato una politica di sostanziale isolamento in campo internazionale, ma non è stato supportato da parti della propria amministrazione in maniera da prevenire effetti non favorevoli agli USA e le difficoltà per la diplomazia americana derivano in gran parte da queste ragioni. Il rapporto con la Russia, sebbene condizionato da visioni ed interessi differenti e spesso contrastanti, è essenziale per trovare una collaborazione per risolvere le questioni contingenti e non obbligare gli USA ad un impegno in prima persona ma solitario. La Russia, d’altronde, ha la necessità di avere un rapporto con la maggiore potenza del pianeta, che dopo l’invasione della Crimea, è peggiorato sensibilmente (ma non tanto per Trump, quanto per parti dell’amministrazione contrarie a Mosca). L’importanza di buone relazioni bilaterali, come affermato dal Ministro degli esteri russo, sono fondamentali per evitare che le tensioni presenti nelle varie regioni possano evolversi in situazioni in grado di alterare gli equlibri su cui si basa la pace mondiale. Questa consapevolezza può favorire una ripresa di relazioni molto più strette, che possa favorire una mediazione in grado di soddisfare gli obiettivi di entrambe le parti. In particolare sono stati affrontati i temi della denuclearizzazione coreana, che interessa agli USA dal punto di vista strategico, ma che per la Russia è essenziale, vista la vicinanza con la penisola asiatica, della questione venezuelana, dove la Russia ha espresso la sua contrarietà ad una esportazione delle democrazia tramite le armi, della situazione siriana e di quella ucraina ed, infine, dell’emergenza del Golfo Persico, che continua a restare tale, malgrado le dichiarazioni americane di non volere intraprendere un conflitto, che sarebbe altamente impopolare per Trump. Se questa visita del Segretario di stato può rappresentare un avvicinamento tra le due potenze occorre anche considerare gli effetti che ciò potrà avere sulla Cina, in quanto soggetto alternativo agli USA, al quale la Russia sembrava essersi avvicinata; Mosca, pur in un quadro di normale dialettica internazionale, potrebbe giocare su due tavoli per sfruttare le relazioni complicate tra i due paesi, dovute alle guerre commerciali in atto. Ciò potrebbe portare a rimettere in discussione, ma non certo nel breve periodo, una serie di assetti internazionali tra cui proprio quello iraniano, Gli USA probabilmente non riusciranno a fare recedere Mosca dal trattato del nucleare, ma una maggiore azione diplomatica della Russia tra USA ed Iran, potrebbe costringere la Cina a derogare dal suo principio di non intervento per non rinunciare ad interpretare il ruolo di grande potenza a cui aspira anche in campo diplomatico. Occorrerà attendere gli sviluppi che questo avvicinamento, se ci sarà realmente, sarà in grado di provocare.

La crisi iraniana ulteriore motivo di attrito tra Washington e Bruxelles

La difficile dialettica tra USA ed Unione Europea ogni giorno sembra peggiorare. Dopo il problema della forza armata europea e la minaccia di sanzioni da parte di Washington, per la questione degli armamenti europei, il contenzioso si sposta sul rispetto del trattato del nucleare iraniano. Mentre è risaputo che le due parti sono su posizioni opposte, gli sviluppi delle vicende nel Golfo Persico, dove due petroliere saudite sarebbero state sabotate, aggravano il confronto. L’episodio delle petroliere sabotate, senza conseguenze per equipaggio e le stesse navi, sembra essere stato creato appositamente per innalzare la tensione tra Arabia Saudita e quindi USA, con l’Iran. Teheran ha smentito di avere avuto una parte attiva nei sabotaggi e l’entità non certo grave dei danni sembra fare propendere per un atto usato come pretesto, proprio nel momento che Bruxelles e Washington discutono dell’applicazione del trattato sul nucleare iraniano. La base di partenza della firma dui questo accordo non era un segnale di amicizia dell’occidente verso l’Iran, che resta un paese dove le libertà democratiche ed i diritti civili sono sempre più negati, ma un ragionamento di opportunità per contenere in maniera legale un potenziale sviluppo nucleare di tipo militare della Repubblica islamica. Trump ha rovesciato questo assunto anche a causa delle pressioni delle monarchie sunnite e di Israele, innescando una situazione di tensione dovuta al rinnovo delle sanzioni verso l’Iran, imposte anche alle aziende europee che intendono collaborare con Teheran. Forse l’intenzione del presidente americano è quella di provocare una rivolta nella popolazione, che costituisce la vera vittima del blocco economico, che provoca la crisi finanziaria del paese. Ancora una volta si tratta di un calcolo errato, perchè l’opposizione non ha alcuna possibilità all’interno di un regime che esercita un controllo rigido.  La pressione americana sulla diplomazia europea ha il fine di ottenere l’allineamento di Bruxelles sulle posizioni della Casa Bianca, ma ciò appare molto difficile: il raggiungimento della firma sul trattato del nucleare è uno dei maggiori successi diplomatici dell’Unione ed un ritiro unilaterale come quello americano rappresenterebbe un perdita di immagine e credibilità difficilmente recuperabili, per un soggetto internazionale che, al momento, ha proprio nelle diplomazia uno dei maggiori punti di forza. Per la conspevolezza dell’importanza di questo aspetto, infatti, l’Iran percorre la propria strategia di cercare il rispetto dei patti da parte dei soggetti firmatari che non si sono ritirati. L’attualità della questione aumenta di importanza con lo sviluppo delle vicende del Golfo Persico, dove il pericolo di un incidente che potrebbe innescare anche un conflitto è sempre più presente, unito alla visita del Segretario di stato americano alla riunione dei ministri degli esteri dell’Unione, visita che ha determinato il rinvio di un giorno del programmato incontro con il ministro degli esteri russo. La presenza non programmata in Europa del Segretario di stato americano in un contesto così particolare potrebbe essere letta come la volontà di cercare di esercitare una pressione più diretta sull’atteggiamento dell’Unione, anche in vista di possbili sviluppi militari. Trump ha minacciato più volte l’Iran ed il verificarsi di sabotaggi o azioni di disturbo verso navi di paesi alleati potrebbe autorizzare gli USA a produrre delle risposte non propriamente diplomatiche, anche perchè Washington ha inviato nel Golfo Persico una propria flotta navale. La posizione europea è di grande preoccupazione ma resta inamovibile sulla questione del trattato: Bruxelles potrebbe sfruttare questa occasione per esercitare finalmente un ruolo da protagonista per risolvere la crisi potenziale in maniera diplomatica e ribadire l’assoluta autonomia politica rispetto ad un presidente americano sempre più sconsiderato.

Gli USA non gradiscono l’autonomia militare europea

Uno degli obiettivi più ricercati da Trump, quello di convincere i paesi europei all’interno dell’Alleanza Atlantica ad aumentare la spesa militare, potrebbe essere raggiunto, ma con effetti opposti a quelli voluti dal presidente americano. Nella sua visione di difesa dell’occidente, l’inquilino della Casa Bianca ha sostenuto e sostiene, una diminuzione progressiva dell’impegno statunitense a favore di un maggiore impegno europeo. Trump ha dato per scontato di raggiungere due obiettivi: il primo, appunto, un minore impegno diretto della forza armata statunitese ed il secondo una maggiore vendita di armi fabbricate negli Stati Uniti. Ma le due cose non è detto che possano essere realizzate insieme: infatti l’Unione Europea procede nella sua intenzione di formare una forza militare autonoma, in grado di sviluppare sistemi di armamento propri, sia come progetto, che come realizzazione. Uno sviluppo del genere escluderebbe l’industria bellica americana da un mercato consistente e potrebbe creare notevoli problemi anche all’aspetto occupazionale, andando a colpire una quota consistente dell’elettorato del presidente in carica. Le rimostranze degli Stati Uniti verso Bruxelles vertono sul rischio concreto di mettere in pericolo l’integrazione e la cooperazione militare, portata avanti all’interno dell’Alleanza Atlantica; ma la questione non dovrebbe essere porsi in questi termini, dato che la soluzione di una autonomia militare europea viene accelerata proprio per il disimpegno annunciato dalla volontà di Trump. In realtà viene spontaneo pensare che il presidente americano non abbia considerato questa eventualità ed abbia dato per scontata la propria visione, evidenziando la sua scarsa capacità di lettura in politica estera: l’equazione tra una maggiore spesa per le armi ed una indipendenza strategica dell’Europa non è stata prevista nello schema della Casa Bianca. Nei piani dell’Unione Europea vi è lo stanziamento di 13 miliardi di euro per lo sviluppo di 34 progetti nel campo degli armamenti per il periodo compreso tra il 201 ed il 2027. Il regolamento di partecipazione prevede anche la presenza di aziende non comunitarie, ma senza che queste possano vantare la proprietà intellettuale dei progetti e con rigidi controlli sulla possibilità di esportare gli aramenti prodotti, inoltre la partecipazione a questi progetti prevederà il voto unanime dei 25 paesi dell’Unione. Si comprende che queste restrizioni possono limitare fortemente l’attività dell’industria bellica americana e consentire la partenza di una autonomia delle forze europee, sempre più distaccate dal monopolio tattico e strategico dei sistemi delle armi americane. In effetti il rischio che si verifichi una duplicazione dei sistemi militari ed anche una possibile diminuzione dell’integrazione tra le forze armate, dovuta ad assetti di armamento differente, pare concreta, tuttavia mascherare l’irritazione per potenziali mancati guadagni con motivazioni tattiche pare non essere consono e coerente al comportamento del presidente americano, in particolare, ed all’esigenza di  creare un autonomia militare europea, in generale, dovuta alla fase storica presente. Le minacce di ritorsione politica e commerciale che arrivano dagli Stati Uniti, segnalano il nervosismo del governo di Washington per non avere compreso gli sviluppi da loro stessi provocati ed evidenziano ancora una volta una pessima gestione della politica estera: gli interessi degli Stati Uniti non sono tutelati da imposizioni, specialmente verso gli alleati, ma devono tenere conto dei costi e benefici indotti generati da decisioni discutibili, a cui si deve aggiungere fatti contingenti come l’uscita del Regno Unito dall’Unione, che costituisce la perdita di un alleato forte verso Washington all’interno dell’Europa. D’altronde Trump ha cercato proprio di mettere in pericolo l’unità europea proprio appoggiando la Brexit.  L’argomento della difesa rischia di allontanare ancora di più le due parti e peggiorare un rapporto già profondamente deteriorato, oltrre che trasformarsi in una sconfitta personale per Trump, i cui effetti non devono essere assolutamente sottovalutati: se dal punto di vista politico, pur tra molte difficoltà, è impensabile arrivare ad una rottura tra USA ed Europa, questa situazione potrebbe favorire ancora maggiori aperture di Bruxelles verso la Cina, sopratutto nel campo economico e finanziario, determinando una sottrazione di influenza americana sull’Unione, con conseguente aumento di difficoltà nei rapporti anche su temi differenti da quello militare.

Gli Stati Uniti sospendono le esenzioni per l’acquisto di petrolio iraniano

L’intenzione dell’amministrazione americana di aumentare la pressione sull’Iran, attraverso l’interruzione della deroga alle sanzioni per l’acquisto di greggio da Teheran, che valeva soltanto per alcuni paesi, rischia di avere delle conseguenze politiche ed economiche molto rilevanti. Intanto il preavviso concesso è molto ristretto, infatti le deroghe dovranno cessare dal due maggio prossimo. La ragione di questa accelerazione viene individuata nella necessità di limitare l’azione geopolitica della repubblica islamica nella regione mediorientale a favore degli sciiti ed anche ridurre l’influenza iraniana in Siria. Per questi obiettivi, la Casa Bianca ritiene che siano stati impiegati notevoli sforzi finanziari derivanti proprio dalla vendita del greggio. Gli USA devono però limitare che la diminuzione del greggio disponibile provochi un aumento per barile, in un contesto internazionale che ha già registrato l’innalzamento del prezzo del tre per cento sul prezzo totale del barile. Chi può sostenere la manovra è soltanto l’Arabia Saudita, con la collaborazione degli Emirati Arabi Uniti, che si sono impegnati ad immettere sul mercato il quantitativo di greggio necessario a compensare quello iraniano. L’interesse delle monarchie sunnite è doppio, da una parte si dovrebbe registrare l’aumento degli introiti economici, ma, sopratutto, soddisfare gli aspetti geostrategici funzionali a questi paesi, tradizionalmente nemici dell’Iran, mentre sullo sfondo ci sarà anche la soddisfazione di Israele, ormai al fianco dei paesi sunniti contro Teheran.  I paesi interessati dalla manovra statunitense sono Giappone, Corea del Sud, Turchia, Cina, India, Italia, Grecia e Taiwan. La minaccia americana è quella di sanzionare le merci di questi paesi verso gli Stati Uniti, se continueranno ad acquistare il greggio iraniano. La ragione ufficiale è il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato sul nucleare iraniano, mai disconosciuto dai paesi europei e dell’Unione Europea, che hanno partecipato al difficile negoziato. Trump teme che il paese iraniano possa dotarsi dell’arma atomica ed, attraverso di essa, alterare gli equilibri regionali e minacciare Israele; tuttavia questa forma di pressione incide su di una economia messa già in grande difficoltà dalle sanzioni già in essere e che influenza in maniera fortemente negativa la vita della popolazione del paese; ma se la speranza di Trump è quella di ottenere delle ribellioni da parte della popolazione verso il regime, ciò non sembra possibile che si avveri: i cittadini iraniani sembrano rivolgere il loro risentimento verso gli eterni nemici statunitensi, i paesi sunniti ed Israele, che ritengono responsabili del mancato rispetto sull’accordo del nucleare, che ha causato le sanzioni e la compressione dell’economia nazionale. Verso gli USA vi è ancheil risentimento di quegli stati che avevano stipulato contratti con l’Iran e che ora si trovano davanti ad una scelta praticamente obbligata. Una questione centrale è l’intrusione nell’economia di stati sovrani che Washington adopera come strumento per raggiungere la proprie finalità in politica estera: viene, cioè, imposta una prospettiva sostanzialmente non condivisa da quegli stati che subiscono il ricatto dell’interruzione dei rapporti con il paese iraniano. Non vale neppure l’argomentazione, che l’Iran è un regime liberticida, che sopprime l’opposizione e non garantisce i diritti ai suoi cittadini, cosa certamente vera, perchè l’Arabia Saudita è una dittatura altrettanto liberticida. Quindi resta soltanto l’obbligo di adeguarsi alle ragioni americane. Questa strategia rientra nella dottrina Trump e nel suo modo di rapportarsi con nemici ed alleati interpretato soltanto in direzione univoca e che rappresenta una delle maggiori ragioni dell’allontanemento dagli USA da parte dell’Europa e dalla crescente diffidenza verso il presidente americano. Se la questione dei dazi tra Cina e Stati Uniti sembra avviarsi ad una soluzione positiva, il fatto del divisto di acquisto del petrolio iraniano potrebbe diventare ancora più pericoloso dal punto di vista politico, perchè investe un aspetto dove gli USA non sono direttamente coinvolti e sul quale esercitano un arbitrio.

Guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti

Se la Commissione europea renderà operative le sanzioni contro gli Stati Uniti, la battaglia commerciale tra Washington e Bruxelles aumenterà di livello ed andrà ad investire ancora di più gli aspetti politici e le relazioni tra le due parti. In Europa si ritiene che gli Usa abbiano fornito aiuti di stato per la società Boing e la controversia è già davanti all’Organizzazione mondiale del commercio, l’Unione Europea ha chiesto un risarcimento che deve avvenire attraverso sanzioni contro merci statunitensi per un importo equivalente a dodici miliardi di dollari, che potrebbe essere aumentato fino a venti miliardi di valuta americana per allargare la potenziale platea di produttori da colpire. Questo schema si inserisce nel contrasto che il presidente americano ha inaugurato con la sua politica commerciale, impostata sull’introduzione di dazi anche sui beni e servizi provenienti da paesi alleati. I settori merceologici che l’Unione Europea vuole colpire appartengono alle zone di produzione nei cui territori sono presenti in maggiore numero gli elettori di Trump. Questo fatto segnala come il contrasto sia diventato forte ed anche come le due parti stiano procedendo in un allontanamento reciproco e progressivo. Se l’intenzione europea dovesse concretizzarsi avrebbe il rilievo di una dichiarazioned i guerra agli Stati Uniti; peraltro la manovra è giustificata dall’atteggiamento americano, fino ad ora insensibile ad una risoluzione negoziata della questione commerciale. Trump è venuto a patti con la Cina, con reciproco vantaggio, ma con l’Europa c’è un irrigidimento dovuto al fatto che la Casa Bianca  ritiene che l’Europa sia in debito con gli Stati Uniti, sia dal lato del commercio, che da quello dei contributi militari per la difesa. Trump ha già pensato alcune ritorsioni, come quella di inasprire la lotta speculare a quella europea sul settore aereo, accusando Bruxelles di aiutare la propria industria aeronautica e, su questa base,  di inserire dazi per circa undici miliardi di dollari su prodotti europei, che andranno a colpire sopratutto i beni alimentari. Quella sui prodotti agricoli è una battaglia che ha valenza molto politica proprio perchè le sanzioni sono applicate in entrambi i sensi: Trump vede colpito il suo elettorato e lo protegge in maniera analoga, tuttavia non si tratta della stessa tipologia di prodotti e questo confronto rischia di procurare soltanto danni per le due parti, senza i guadagni che una guerra commerciale dovrebbe anche procurare. Senza dubbio l’errore iniziale è stato di Trump, ma l’Europa si è adeguata, anche se dopo inutili tentativi per cercare di fare cambiare idea agli americani, ed ora l’escalation della guerra commerciale sembra irrisolvibile. Le relazioni transatlantiche sono ai minimi storici e ciò non può favorire alcuno dei due contendenti: cattivi rapporti non favoriscono collaborazioni sia in ambito commerciale, che militare o di poltica estera; si assite, cioè, ad uno sganciamento reciproco dai rispettivi doveri di alleanza, che può arrivare a giustificare una dialettica in costrante peggioramento. Occorrerebbe considerare che questo stato di cose, oltre che gravare sui rispettivi vantaggi di un rapporto tra soggetti internazionali, favorisce gli avversari, che si chiamino Cina o Russia. La minore coesione occidentale favorisce le politiche contrarie tanto agli Usa come all’Europa e l’avvicinamento tra Bruxelles e Pechino ne è una diretta conseguenza. Il limite europeo è risaputo: troppa concentrazione sull’aspetto economico a discapito di quello di politica estera e di quello della difesa: la valutazione è oltre modo miope, giacchè i tre temi sono complementari e non possono essere disgiunti. Guardare soltanto al risultato commerciale su breve o medio periodo non mette al riparo l’Europa da possibile terreno di conquista, d’altra parte se si vuole affrontere Trump sul suo piano, alla lunga, occorre disporre di autonomia politica e militare: condizione ormai necessaria, anche in funzione del progressivo isolazionismo imposto da Trump. L’Europa deve, perciò, organizzarsi e non aspettare l’elezione di un nuovo presidente a lei favorevole.

Trump irritato per la prosecuzione delle trattative tra Regno Unito e l’Unione Europea

La trattativa per l’uscita del regno Unito dall’Unione Europea rappresenta un’occasione per Trump per ribadire la propria azione politica contro Bruxelles e la sua unità. Una Europa divisa sarebbe più congeniale alle  mire economiche della Casa Bianca: affrontare i singoli paesi nella competizione commerciale sarebbe senz’altro più agevole che confrontarsi con un soggetto economicamente comunque forte e coeso. Non è un mistero  che per Trump l’Europa rappresenta un alleato scomodo: inaffidabile sul piano militare ed addirittura visto quasi come un nemico sul versante economico. Nonostante la scarsa affinità con la premier inglese, il presidente statunitense ha difeso l’Inghilterra contro l’Unione a causa del trattamento che Bruxelles sta riservando a Londra. Secondo Trump l’Europa risulta troppo rigida su processo di auotnomia inglese. L’annotazione non è però casuale, ma è strumentale alla decisione di imporre dazi doganali a settori merceologici europei, come quello agroalimentare e, sopratutto, quello relativo alla produzione di mezzi aerei per uso civile. Per Trump, anzichè guardare ai costi e benefici indotti dalla globalità del commercio con l’estero, è necessario riequilibrare ogni singola bilancia dei pagamenti con ogni rispettivo partner economico e quella verso l’Europa risulta a favore di Bruxelles di circa 10 miliardi di euro. La tattica del presidente americano sembra la stessa: alzare il prezzo della trattativa per poi raccogilere un risultato minore, ma che, comunque, costituisca un vantaggio per gli Stati Uniti. Ma l’irritazione di Trump deriva anche dalla mancata uscita dell’Inghilterra dall’Unione senza accordo, una soluzione che avrebbe favorito i rapporti diretti tra Londra e Washington ed avrebbe indebolito l’Unione, seocndo la prospettiva del governo statunitense. Inoltre l’allungamento delle trattative, che si sta delineando, rappresenta un intralcio alle speranze di Trump, che, anzi, vede concretizzarsi la possibilità di un accordo concordato con la reale possibilità di una unione doganale tra Inghilterra ed Europa; ciò non favorirebbe i prodotti americani in Inghilterra, sia di natura fisica che finanziaria. Il presidente americano si è espresso anche contro la possibilità che venga effettuato un nuovo referendum, ritenendolo sbagliato perchè andrebbe contro il primo pronunciamento del popolo inglese, che considera definitivo. L’avversione di Trump all’Unione Europea si dimostra così non solo di natura pratica, ma anche politica, rifiutando di ammettere, conformemente ai sovranisti europei ed agli stessi fautori inglesi di un’uscita senza accordo, che il referendum votato era soltanto di natura consultiva e non obbligava il governo inglese, di qualunque indirizzo politico fosse stato, ad aprire una fase di trattative interne e negoziati con l’Unione, che stanno portando il paese inglese a pesanti lacerazioni al suo interno e con conseguenze economiche gravissime. Il segnale che lancia Trump con queste affermazioni è eloquente: sebbene gli USA restino i migliori alleati dell’Europa, molte cose sono cambiate e da Bruxelles dovrebbe arrivare un segnale forte per dimostrare che il messaggio è stato recepito. Allo stesso modo questa ennesima intromissione di Trump deve diventare una lezione per le istituzioni europee, che devono preservare il proprio territorio anche dalle ingerenze degli alleati che hanno interessi particolari a dividere l’Unione.

La vittoria di Trump sulla questione russa, è anche la sconfitta dei democratici

Con la questione dell’influenza russa sulle elezioni ormai virtualmente conclusa, Trump esce da una situazione di oggettiva difficoltà, che non aveva, però, una corrispondenza nella percezione dei cittadini statunitensi. Secondo i più recenti sodaggi, infatti, soltanto il 28% degli intervistati era favorevole ad una procedura di censura contro il presidente o, peggio, l’avvio dell’impeachement; questo malgrado soltanto il 30% credesse alle ragioni di Trump, circa i suoi legami con Mosca. Anche se si tratta di una piccola parte, seppure selzionata a fini statistici, l’opinione che ne è risultata segnala come la questione dell’influenza russa sull’elezione di Trump sia un argomento che non incide sul giudizio dell’inquilino della Casa Bianca. La percezione è che gli americani siano lontani dal credere che la Russia sia effettivamente capace di influenzare gli Stati Uniti come nazione e come linea politica. In effetti gli ultimi tempi hanno segnato una distanza sempre maggiore nelle relazioni tra i due paesi, sopratutto lontano dalle aspettative dello stesso Trump e di Putin. Se, da un lato, i meccanismi previsti dal sistema politico americano dimostrano di funzionare, mantenendo una linea diplomatica sempre distante da Mosca, dall’altro lato la sensazione che vi sia una assenza di necessità di avere un presidente lontano da ogni dubbio sulla sua elezione, dimostra come gli americani siano condizionati da una visione lontana dagli affari politici, i quali sembra siano sostituiti da un senso di maggiore pragmaticità verso gli aspetti pratici della vita. Risulta essere significativo che il gradimento attuale di Trump si attesti sul valore del 39%, certamente lontano, ma non troppo dal 47% sul quale si attestava Obama nello stesso momento della sua presidenza. Occorre considerare i tanti elementi negativi, sopratutto di immagine, che hanno contraddistinto, fino a questo momento la presidenza Trump: un presidente che ha seriamente rischiato di essere inquisito e che è ancora seguito con molta attenzione critica dai media americani, proprio per i sospetti di avere mentito sui legami con la Russia durante la coampagna elettorale, argomento non certo esaurito con l’indagine della procura. Tuttavia il dato della fiducia a Trump, se si collega al sondaggio che ha espresso il 70% dei dati nella mancata fiducia delle ragioni del presidente, mette in evidenza anche che il paese americano non è solo pragmatico, ma anche sconnesso con la realtà politica, vi è, cioè, una discrepanza tra fiducia nelle isituzioni, che dovrebbe essere pretesa, e comportamento reale. Se si prende atto di questo fatto, si deve ragionare come la questione russa sia diventata avulsa al pubblico americano e, quindi, le strategie dei democratici possano essere controproducenti. Ma il problema non riguarda soltanto la sfera interna del paese statunitense: la prima potenza mondiale del pianeta ha evidenziato una debolezza intrinseca, che soltanto i meccanismi istituzionali hanno, in parte, protetto. L’elezione di Trump, che si sia verificata sotto l’influenza del Cremlino o no, ha alterato il panorama della politica internazionale in generale e di quella occidentale in particolare. L’attualità presenta il caso di Israele per il quale Trump sancisce la sovranità su il Golan: un atto contrario a qualsiasi prassi di diplomazia, ma che non è il primo e non sarà l’ultimo. Il presidente americano rappresenta una variabile sullo scacchiere internazionale, che non è sempre prevedbile e chi sperava in una sua messa in stato d’accusa deve rinunciare a questa possibilità, primi fra tutti i democratici, che devono concentrarsi su temi con una visuale più ampia ed uscire dalla logica legata alle vicende russe, per avere un orizzonte in grado di convincere una platea elettorale tutt’altro che sintonizzata sulle ragioni contro Trump. Se su di una parte dell’elettorato l’avversione a Trump è un aspetto vincente, ciò non basterà per scalzare il presidente in carica dalla sua attuale posizione nelle prossime elezioni. Ciò rivela l’esigenza di una strategia nuova, che potrà essere di rottura con candidature come Sanders o di continuità, ma niente dovrà essere dato per scontato.