Gli USA vogliono che l’Europa abbandoni il trattato con l’Iran

Gli Stati Uniti incalzano l’Europa sulla questione del nucleare iraniano. Washington ha abbandonato in maniera unilaterale l’accordo sul nucleare iraniano, firmato dopo una trattativa molto lunga dall’amministrazione Obama, oltre che Unione Europea, Russia e Cina. Con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca lo schema dei rapporti con Teheran è cambiato ed il paese iraniano è tornato ad essere individuato come il principale nemico, anche per il riavvicinamento statunitense alle monarchie saudite ed al miglioramento dei rapporti con il governo di Tel Aviv. In sostanza Trump è ritornato ad una politica di riavvicinamento con i paesi sunniti, nonostante questi siano stati tra i finanziatori dello Stato islamico. Ora, quindi, il nemico è l’Iran, individuato come guida degli sciiti, tra cui rientrano i siriani, gli Hezbollah ed anche gli yemeniti. Questa visione è funzionale agli interessi israeliani e sauditi e non tiene conto del mancato avanzamento del processo di pace tra israeliani e palestinesi, delle stato di repressione presente in Arabia Saudita e delle violenze perpetrate dalla coalizione sunnita contro i civili yemeniti. Alla conferenza per la pace e la sicurezza in Medio Oriente, in corso a Varsavia, dove è stato escluso l’Iran dalla partecipazione, si è rivelata chiaramente la volontà americana di aumentare la pressione sul paese iraniano. In questa sede gli USA hanno espresso una opinione negativa sui paesi dell’Unione Europea circa il mancato appoggio a Washington nelle sanzioni contro l’Iran. La posizione di Bruxelles è rimasta quella di tenere fede alla firma del trattato, senza accogliere la proposta americana, ribadita nella conferenza di Varsavia, di adottare strumenti di pressione diplomatici e finanziari contro Teheran. Le ragioni europee sono rimaste ferme alla visione che ha ispirato il trattato e, che, sostanzialmente l’accordo con l’Iran era il male minore, perchè impediva una proliferazione nucleare bellica, mentre ne garantiva lo sviluppo civile, anche mediante ispezioni. Questa lettura dell’accordo non è condivisa dall’amministrazione americana, forse sempre più influenzata da Israele e dalla visione che trasmettono i paesi arabi, una visione che teme l’influenza negativa iraniana su paesi instabili come Libano, Siria, Iraq e Yemen. L’intenzione americana è quella di procedere con una pressione sempre maggiore su Teheran, anche in corrispondenza della grave crisi economica del paese, che potrebbe favorire ribellioni contro il regime. L’Europa, tuttavia, non è in accordo con questa visione ed, anzi, i paesi europei stanno studiando misure alternative per proteggere le proprie imprese, che hanno ricevuto ordini e commesse importanti dal paese iraniano, per non incorrere nelle sanzioni americane, previste per tutte quelle aziende che continueranno ad intrattenere rapporti di affari con Teheran. Lo scontro, quindi, sembra destinato ad acuirsi tra USA ed Europa, aumentando la distanza tra le due parti i cui rapporti sono peggiorati da quando Trump è andato al potere. L’atteggiamento verso l’Iran, se è servito ad avvicinare gi USA ed Israele ai paesi sunniti, potrebbe provocare nel paese iraniano, già in difficoltà per l’andamento dell’economia, un risentimento che si sta già tramutando in una chiusura non utile al processo di apertura iniziato da Obama e dfinitivamente chiuso da Trump. Ciò rischia di esasperare la posizione iraniana su importanti questioni, come la Siria e l’Iraq, mantenendo nella regione un grado di instabilità pericoloso.

L’incerta politica diplomatica USA nell’Europa dell’est

La visita del Segretario di stato americano in Europa orientale indica la mancanza di una programmazione a lungo raggio della diplomazia statunitense, perchè troppo condizionata dal dualismo di attrazione ed avversione con Putin, che contraddistingue la presidenza Trump, che si unisce alle tendenze isolazioniste e propense alla tutela esclusiva degli interessi nazionali della Casa Bianca in perfetto accordo con i paesi che appartenevano al Patto di Varsavia. La prima tappa del viaggio di Mike Pompeo sarà l’Ungheria, governata da un esecutivo profondamente contrario all’Unione Europa, di cui continua a fare parte senza rispettarne gli obblighi, ma raccogliendone soltanto i vantaggi. Sull’avversione a Bruxelles Washington e Budapest sono allineate, come sono in accordo per le tendenze illiberali, la xenofobia ed il populismo, che in Ungheria hanno maggiori margini di manovra, rispetto agli USA, per la mancanza di quei contrappesi giuridici, presenti negli Stati Uniti, che limitano l’azione di Trump. Tuttavia alla base del rapporto bilaterale vi è una contraddizione evidente: il presidente ungherese è sempre più vicino a Putin (segnale inequivocabile dell’immaturità democratica della maggioranza popolo ungherese che lo ha eletto), in un momento nel quale la tensione tra Mosca e Washington è su livelli preoccupanti per il ritiro unilaterale americano dal trattato di non proliferazione nucleare. L’amministrazione americana, che apprezza la sintonia con quella ungherese, ha concordato con Budapest un rafforzamento congiunto dei meccanismi di difesa, ma ciò non può non destare sospetti sulle reali intenzioni di Orban; esiste, cioè, un pericolo potenziale di un comportamento ambivalente degli ungheresi, pronti a prendere i vantaggi provenienti sia dagli americani, che dai russi? Del resto il governo ungherese ha già attuato questa tattica, con il governo italiano, con il quale dice di condividere le preoccupazioni e l’atteggiamento verso l’immigrazione, senza poi appoggiare Roma nella sede dell’Unione e continuando ad evitare un coinvolgimento diretto nella questione migratoria, lasciando l’Italia senza un aiuto concreto sia per la divisione dei migranti, sia per la ricerca di soluzioni alternative. Gli Stati Uniti non si rendono conto che cercando consensi alle loro posizioni, possono trovare alleati non sinceri, una conseguenza di una politica estera non definita ed al di fuori degli stess interessi americani. Il viaggio del Segretario di stato continuerà in Polonia e Slovacchia, incontrando governi su posizioni altrettanto favorevoli alla tutela degli interessi nazionali contro quelli europei, come quelle ungheresi, ma non vicine a Putin ed, anzi, preoccupati dei possibili sviluppi del potenziale riarmo nucleare. Il timore degli analisti di una tendenza sempre più isolazionista degli Stati Uniti, nel tema della difesa, anche in territori cruciali come l’Europa ed in particolare l’Europa dell’Est è una paura condivisa a Varsavia, che vede con timore la possibilità di teste nucleari russe a pochi chilometri dai suoi confini. Per evitare questo pericolo la Polonia si è impegnata sul capitolo delle spese militari come richiesto da Trump, ma l’atteggiamento della Casa Bianca non è rassicurante verso l’alleato polacco proprio per il ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare. Ciò potrebbe innescare la reazione russa, che unita alle tendenze isolazioniste di Washington, potrebbe creare le condizioni per per riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, con una maggiore presenza di Mosca e Pechino. Con questo scenario l’unica alternativa sarebbe un maggiore peso politico ed anche militare dell’Unione Europea, ma le divisioni tra i suoi membri più importanti hanno indebolito un soggetto già carente di autonomia e prestigio internazionale. Se l’intenzione degli Stati Uniti sarà quella di isolarsi in politica estera, la Casa Bianca non sembra tenere conto delle ricadute che potranno verificarsi dal punto di vista economico, in quella che è sempre l’area commerciale più ricca del mondo. In questa ottica l’influenza russa può essere soltanto marginale, l’economia del paese governato da Putin non ha la forza strutturale per inserirsi in maniera forte in Europa, se non per le materie prime, al contrario la grande forza finanziaria e la grande capacità produttiva cinese potrebbe trarre un grande vantaggio non indifferente dall’attegiamento americano. Se ciò dovesse accadere, però, sarebbe un ulteriore tema di contrasto, capace di mettere in pericolo la pace del vecchio continente.

I dubbi sul ritiro americano dalla Siria

Mentre il governo di Assad, grazie all’appoggio di Iran e Russia, ha riconquistato circa il 75% del paese siriano, la parte che comprende i giacimenti più preziosi, oltre ad avere mantenuto sempre lo sbocco al mare, la parte della Siria rimasta sotto il controllo americano comprende territori desertici ed i giacimenti petroliferi che contengono il greggio con qualità inferiore; questa motivazione, unita la fatto che il programma di rovesciare Assad è fallito, hanno determinato in Trump la decisione di ritirare i circa 2000 soldati americani ancora presenti sul territorio siriano. La questione, però ha sollevato obiezioni interne ed esterne, che potrebbero creare ripensamenti alla Casa Bianca. La ragione ufficiale sostenuta dal presidente statunitense è che la lotta allo Stato islamico è terminata con la sconfitta del califfato, tuttavia la presenza, seppure ridotta ed in alcune zone più remote, di alcuni gruppi non permette di affermare con la certezza di Trump, il completo annientamento dei miliziani dal territorio dove operano i militari americani. Dal punto di vista interno,le valutazioni dei vertici militari americani ritengono questa mossa un errore, analogo a quello, per ora scongiurato, del ritiro delle truppe dall’Iran, sia per ragioni contingenti, come la presenza residuale dello Stato islamico, sia per le ripercussioni sulle alleanze militari con i curdi, che per l’azione di contrasto all’Iran, sopratutto in ottica di difesa di Israele. La questione curda non permette un atteggiamento improntato soltanto alle valutazioni dell’esclusiva convenienza, sopratutto finanziaria, che stanno alla base della decisione di Trump (che ancora una volta si rivela come un politico miope sul lungo periodo ed anche scarso conoscitore delle dinamiche di politica internazionale). L’impegno dei combattenti curdi direttamente sul terreno ha permesso agli Stati Uniti di evitare lo schieramento diretto di soldati americani nel teatro di combattimento siriano, i curdi si sono rivelati, così come nell’occasione dell’invasione dell’Iraq di Saddam, i principali e più efficienti alleati degli USA, molto al di sopra dei combattenti appartenenti alle forze democratiche siriane, che non sono mai riusciti a fornire un aiuto adeguato ai militari del pentagono. La questione curda, però, prevede la profonda contrarietà di Ankara alla possibilità di una entità autonoma curda sui propri confini. La Turchia ha accolto con favore la possibile ritirata americana, intravvedendo la possibilità di una azione militare diretta contro i curdi siriani. Erdogan ha anche richiesto lo smantellamento delle basi militare allestite dagli Usa per i curdi per endere più deboli i combattenti curdi. L’azione turca sarebbe giustificata con la solita scusa di conbattere il terrorismo curdo. La strategia curda è stata allora quella di allacciare nuovamente i rapporti con Assad, con il quale i curdi avevano, comunque, una certa autonomia. I militari di Damasco si sono avvicinati alle zone curde, sulle quali è stata fatta sventolare la bandiera siriana, creando così i presupposti di un confronto con la Turchia, che, alla fine, ha minacciato una azione in territorio della Siria. Non occorre ricordare che ciò potrebbe implicare una risposta anche da Russia ed Iran, che sono presenti in forze sul territorio di Damasco. La decisione di Trump, quindi, potrebbe riaprire un nuovo capitolo della guerra siriana, interrompendo l’attuale fase di stallo. A poco sembrano valere le richieste americane verso la Turchia, per evitare una aggressione da parte di Ankara del territorio curdo: il governo turco ha già respinto queste richieste creando un evidente ed ulteriore problema al prestigio internazionale americano. Non meno importante è la questione posta da Israele sulla propria sicurezza, perchè la ritirata americana lascerebbe spazio all’Iran in Siria, sopratutto dal punto di vista logistico per rifornire le milizie sciite in Libano. A questo punto gli interrogativi sulla reale convenienza del ritiro delle truppe americane dalla Siria paiono essere troppi e ciò potrebbe costringere all’ennesimo cambiamento di programma il presidente Trump, che vedrebbe un altro impegno pronunciato in campagna elettorale, impossibile da mantenere.

L’incerto futuro degli USA con la coabitazione tra Trump ed i Democratici

L’insediamento alla Camera degli Stati Uniti, come presidente della democratica Nancy Pelosi è una brutta notizia per il capo della Casa Bianca, ma è anche un fatto che evidenzia come il paese americano stia per entrare in una fase di grande incertezza. La concomitanza con il blocco amministrativo del paese a causa del mancato finanziamento del muro lungo il confine con il Messico, appare una preoccupante coincidenza. L’opera era considerata da Trump uno dei punti fermi del suo programma elettorale e non è stata realizzata con l’assetto parlamentare precedente , che consentiva all’esecutivo una ampia maggioranza. Attualmente, al contrario, i democratici possono contare sulla maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani mantengono il maggiore numero di seggi al Senato, dove, tuttavia, vi sono molti critici verso il presidente degli Stati Uniti, pur essendo iscritti allo stesso partito. In questo scenario la costruzione del muro è pressochè impossbile, neanche alle condizioni meno dure proposte da Trump. Il proseguimento del blocco dell’attività amministrativa appare, quindi, una certezza. Se il partito repubblicano è tutt’altro che unito, anche in quello democratico sono presenti divisioni piuttosto evidenti; tra i nuovi deputati eletti, sopratutto tra quelli più giovani, ci sono diverse personalità fortemente critiche con i dirigenti che hanno guidato le ultime primarie presidenziali e che hanno poi condotto la campagna elettorale che si è conclusa con la sconfitta inattesa di Hillary Clinton. Molti di questi nuovi parlamentari provengono dalla parte più radicale del partito, quella che fa riferimento a Bernie Sanders, sconfitto alle primarie da brogli interni al partito democratico per favorire la candidatura di Hillary Clinton, vista come candidata del sistema finanziario e contro le istanze dei ceti più popolari. Proprio questi motivi sono stati individuati come una delle maggiori cause della sconfitta della candidata democratica e dello stesso partito, che ha così favorito l’ascesa di un outsider, fortemente inviso anche a larghi settori del suo partito, come Trump impreparato alla vittoria ed a governare . I nuovi esponenti del partito democratico non condividono tutta la politica che i ceti più conservatori dei democratici vogliono portare avanti, perchè la considerano troppo moderata, sopratutto nei confronti di un presidente di pessima qualità come Trump. Per queste ragioni concomitanti, il blocco amministrativo e la forte presenza di deputati radicali nelle fila democratiche, aumenta sempre più la possibilità che, per il presidente statunitense possa partire la procedura chiamat impeachement, che permette la messa in stato d’accusa del presidente USA. Nonostante questa procedura sia stata attuata soltanto due volte nella storia americana e non ci sia mai stata alcuna condanna, l’isolamento in cui si trova Trump potrebbe favorire il procedimento. I tanti abbandoni che la Casa Bianca sta collezionando tra i suoi ministri non depongono sulla credibilità del presidente, il quale teme fortemente le indagini sui suoi rapporti con la Russia, con l’Arabia Saudita, sulla politica dell’immigrazione e, sopratutto, sulla sua situazione patrimoniale, che ha sempre ostinatamente mantenuto segreta. Dal punto di vista politico una azione di questo tipo potrebbe rilanciare il partito democratico sul piano nazionale ed anche su quello interno, permettendo di superare le divisioni tra le sue correnti, mentre per la parte, non certo secondaria, dei repubblicani che sono contrari a Trump si presenterebbe l’occasione di liberarsi di uno scomodo invasore. Se questa possibilità dovesse concretizzarsi, i dubbi sulla capacità di gestione di Trump di essere sottoposto a queste inchieste continue non sono certo a favore del presidente, che ha dato prova, in situazioni più favorevoli di non essere all’altezza di subire pressioni da parte dell’opinione pubblica. Il futuro americano è quindi molto incerto, in una fase mondiale dove verrebbe richiesta una maggiore leadership da parte degli Stati Uniti, per gestire gli scenari del medio oriente e, sopratutto, della questione con la Cina, determinante per lo sviluppo economico del paese.

Gli USA potrebbero tentare di limitare l’influenza cinese in Corea del Nord

Nel discorso di inizio anno il presidente nordcoreano Kim Jong-un ha affermato la propria disponibilità ad un nuovo incontro con il presidente americano Trump. Il segnale lanciato da Pyongyang evidenzia la necessità del regime di vedere attenuate le sanzioni economiche che ancora condizionano la misera economia del paese. Il discorso evidenzia come il regime nordcoreano consideri gli Stati Uniti, almeno a livello ufficiale, l’interlocutore privilegiato per potere risolvere la propria situazione. Malgrado le intenzioni espresse, di procedere verso una denuclearizzazione della penisola coreana, appare, però, fortemente improbabile che il regime di Pyongyang voglia effettivamente operare in questo senso. Senza l’arsenale atomico, la Corea del Nord è un paese facilmente attaccabile e la stessa dinastia al potere avrebbe poche, se non nessuna, possibilità di salvezza; non per niente uno degli argomenti di discussione con gli Stati Uniti è stato proprio la garanzia dell’incolumità del capo nordocreano. L’incontro che si è tenuto a Singapore con Trump è stato un fatto di portata epocale, perchè ha costituito l’uscita dal totale isolamento del leader di Pyongyang e di conseguenza del paese, famoso per non avere altra relazione internazionale, se non con Pechino. Gli Stati Uniti, malgrado le dichiarazioni di rito, sembrano avere accettato l’impossibilità della Corea del Nord a rinunciare all’arsenale nucleare e così sembra anche per la Corea del Sud, che ha raggiunto il risultato di una situazione di fatto che sancisce un patto di non aggressione, dopo i ripetuti incontri tra i leader delle due Coree. La situazione in questo momento sembrerebbe essere più tranquilla, anche se l’appello di Kim Jong-un merita una attenta riflessione perchè è avvenuto nel silenzio della Cina. Uno dei timori di Pechino è quello che gli USA possano tentare di levare dall’influenza cinese il paese nordcoreano. Se dal punto di vista economico la Corea del Nord può presentare soltanto il vantaggio di manodopera a costi bassissimi, ma senza specializzazione, dal punto di vista geopolitico il confine con la Cina può rappresentare uno strumento di attrattiva per Washington, con la Casa Bianca sempre più concentrata nella competizione con la Cina. Se i legami storici tra il paese cinese e quello nordcoreano rappresentano un ostacolo non certo secondario è anche vero che i rapporti attuali non sono migliorati da quando Kim Jong-un ha preso il potere. La Cina non apprezza l’imprevedibilità dal leader nordcoreano in carica ed i continui tentativi di nuovi rapporti non Trump aumentano la diffidenza verso Pyonyang. Dal canto loro, per gli Stati Uniti potrebbe essere un vantaggio tattico, inteso come mezzo di pressione e di disturbo, sulla Cina diminuire le sanzioni verso la Corea del Nord e magari anche fornire aiuti economici in grado di risollevare l’economia di Pyongyang. Trump non ha problemi ad avere relazioni con dittatori anche in altre parti del mondo per ottenere benefici per gli Stati Uniti. Certamente ciò potrebbe innalzare il livello dello scontro con Pechino, perchè porterebbe una novità negativa per la Cina nella sua area di influenza. La questione della guerra commerciale tra i due paesi vedrebbe uno sviluppo di ordine geopolitico in grado di alzare la tensione: uno schema già applicato da Trump in altri contesti, cioè quello di portare il contrasto fino ad un limite pericoloso, per poi trovare un accordo. Ma se questo sistema può avere ottenuto dei risultati favorevoli (anche con la Cina sul tema dei dazi), non è detto che Pechino possa rispondere positivamente ad una invasione di campo così esplicita. Inoltre gli Stati Uniti, se questa ipotesi diventasse reale, si troverebbero a cercare di strumentalizzare un personaggio fortemente imprevedibile come Kim Jong-un, capace di approfittare di ogni occasione per trarne il maggiore vantaggio possibile ed anche in grado di giocare contemporaneamente su più fronti. Tuttavia se il regime nordcoreano ricevesse aiuti economici ritenuti adeguati, almeno sul breve periodo potrebbere crearsi le condizioni per innervosire la Cina e costringerla a qualche mossa azzardata. Sarà soltanto da vedere quanto Trump vorrà rischiare.

Il senato USA vota contro la permanenza dei soldati americani nello Yemen

Il Senato degli Stati Uniti, dove la maggioranza è dei repubblicani, ha approvato, con 63 voti favorevoli e 37 contrari, un provvedimento che prevede il ririto delle truppe americane dallo scenario di guerra dello Yemen. I soldati statunitensi sostengono la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita, che combatte i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran. Per Trump si tratta di una sconfitta importante, perchè segnala un malessere trasversale che riguarda il ceto politico americano verso l’alleanza con la monarchia saudita. Per il presidente USA, il rapporto con Riyadh rappresenta un caposaldo della poltica estera americana nella regione mediorientale, sopratutto contro la potenza iraniana. Il cambio di politica nei confronti di Teheran operato da Trump dopo la sua elezione, aveva bisogno di rinsaldare il legame con l’Arabia Saudita, dopo che nelle presidenza Obama i rapporti si erano deteriorati per l’accordo sul nucleare iraniano ed il sostegno saudita ai gruppi terroristici. Trump non ha mai considerato troppo la contiguità del regime saudita con il terrorismo sunnita, come non ha tenuto in giusta considerazione la sistematica violazione dei diritti umani perpetrata da Riyadh. Le ragioni comuni contro Teheran hanno superato ogni obiezione proveniente dalla classe politica statunitense. L’inquietudine di senatori e deputati è cresciuta con i ripetuti massacri di civili che sono stati compiuti dalle forze aeree saudite, ma il fatto che ha fatto deflagrare la protesta è stata la barbara uccisione in Turchia del giornalista saudita, operata da componenti dei servizi segreti, comandati dal principe ereditario. Con la maggioranza dei democratici alla Camera, sembra scontata l’approvazione della proposta di ritiro delle truppe americane dallo Yemen, che potrebbe concretizzarsi in circa trenta giorni. L’amministrazione della Casa Bianca, di fronte alla decisione del Senato, sembra essere stata presa alla sprovvista: infatti le dichiarazioni del Segretario di stato sono sembrate inconsistenti. La mancata certezza del collegamento tra l’omicidio del giornalista ed il principe ereditario, appare una scusa priva di valore, così come la motivazione, che, senza la presenza americana in Yemen, la sicurezza nazionale poteva risultare compromessa, appare una spiegazione di circostanza, funzionale alle sole ragioni di Trump. Deve essere specificato però, che nella posizione dell’attuale presidente americano si era trovato anche Obama, quando il Congresso aveva autorizzato i cittadini statunitensi a costituirsi parte civile contro l’Arabia Saudita per i danni provocati dall’attentato dell’undici settembre, riconoscendo implicitamente la diretta responsabilità di Riyadh nell’azione terroristica contro le torri gemelle. L’aspetto più rilevante della vicenda è la grande distanza che si presenta tra il ceto politico legislativo e quello amministrativo, su di un tema così delicato come quello che riguarda una alleanza così stretta con un paese come l’Arabia Saudita, che ha evidenziato più volte gravi mancanze contro gli Stati Unti. L’atteggiamento di Trump sembra essere dettato dalla sola esigenza di salvaguardarsi contro l’Iran, senza alcuna considerazione per la situazione internazionale che si è venuta a creare intorno al regno saudita. Se, da un lato si deve registrare il fatto evidente, che non ci sono state prese di posizioni ufficiali rilevanti, a parte pochissime eccezioni, è anche vero che gli Stati Uniti sono comunque il primo alleato del paese arabo e che una loro posizione ufficiale diversa da quella attuale avrebbe potuto favorire, potenzialmente, un atteggiamento differente da parte di Riyadh. La questione è, invece, che gli Stati Uniti di Trump sostengono la guerra nello Yemen, con tutti i massacri e la situazione insostenibile per i civili, condividendo la posizione ed i metodi dei sauditi. Ora la grande distanza che si crea con questo provvedimento potrebbe incrinare ulteriormente la già scarsa credibilità internazionale di un presidente americano sempre meno all’altezza di rappresentare la prima potenza mondiale.

L’Alleanza Atlantica teme la creazione di un esercito comune europeo

La possibilità, ancora non del tutto concreta, che la creazione di un esercito europeo diventi realtà, mette in agitazione i vertici dell’Alleanza Atlantica, che vedono un potenziale conflitto tra le due entità. Se dal punto di vista politico un progetto di difesa europea può essere una buona notizia, perchè favorirebbe un indirizzo comune in campo diplomatico, la creazione di una forza armata europea viene vista come una possibile sottrazione di risorse economiche all’Alleanza Atlantica e, forse, sopratutto, anche una diminuzione del peso politico che gli Usa esercitano in Europa proprio attraverso la leadership dell’Alleanza Atlantica. A Washington questa possibilità viene vista in maniera totalmente negativa perchè sarebbe un contributo decisivo per indirizzare l’Europa verso una unione politica, una eventualità vista in maniera totalmente negativa da Trump, che nella sua visione di politica internazionale interpreta in modo negativo i soggetti costituiti da unioni di stati, perchè preferisce trattare, da posizioni di forza con entità statali più piccole. Se uno dei pericoli individuati dal Segretario generale dell’Alleanza è la duplicazione di un soggetto militare interno all’occidente, si deve però dire che questa visione costituisce un’analisi parziale della potenziale situazione futura; infatti le finalità e gli scopi dei due soggetti non paiono certo coincidenti, perchè la costituzione della forza militare europea è considerata il mezzo per assicurare una autonomia in politica estera a Bruxelles, intesa come capitale dell’Unione Europea e non la sede dell’Alleanza Atlantica. Per gli Stati Uniti ciò significherebbe un possibile antagonista, seppure nel campo occidentale, che potrebbe compromettere la supremazia americana in Europa ed anche fuori dall’area continentale. Trump ha sempre sostenuto la necessità di un maggiore impegno alla partecipazione della spesa militare dell’alleanza ed ha rivendicato un ruolo di disimpegno per gli Stati Uniti, ma soltanto se gli alleati contribuiscono all’incremento dell’industria militare americana e non assumono posizioni di contrasto con la Casa Bianca, che intende riservare per se stessa il ruolo di azionista di maggioranza dell’organizzazione. La tendenza di una maggiore autonomia europea non può soddisfare il presidente statunitense, perchè significa un sostanziale distacco, attraverso una direzione di maggiore indipendenza, dagli stretti legami che l’Europa mantiene storicamente con gli USA. D’altro canto le differenze di visione politica internazionale tra l’Europa e l’amministrazione Trump sono sempre più considerevoli e ciò giustifica la ricerca di una maggiore indipendenza europea. Dal punto di vista della ricerca di una maggiore coesione dei paesi europei, il tema della politica estera può rappresentare un mezzo per dare più forza all’unione, anche se non è certo sufficiente a risvegliare un sentimento europeo positivo, a causa del contrasto delle forze sovraniste e populiste, che sono al governo in molti paesi. Il problema sono le prossime elezioni europee, che potrebbero determinare una brusco rallentamento del processo di unificazione o, forse, addirittura uno stop. Senza un diverso atteggiamento per i problemi interni all’Unione, cioè quelli relativi al benessere dei cittadini, il tema della difesa comune e della politica estera europea rischia di diventare superfluo perchè per la percezione della maggior parte dei cittadini si tratta di un problema troppo distante dalle difficoltà quotidian; ciò può essere utile alla causa di Trump e di tutti quelli che non comprendono la necessità di un maggiore peso politico dell’Unione Europea in un contesto sempre più caratterizzato da una presenza multipolare di soggetti internazionali rilevanti. Essere sullo stesso piano internazionale di USA, Cina e Russia può consentire vantaggi non secondari anche nel campo economico sempre più globalizzato e sempre più influenzato ed interconnesso con la politica estera, che investe diverse aree di interesse, che non sono necessariamente la ricerca di un ruolo da protagonista nelle aree di crisi, anche se l’intenzione di volere giocare un ruolo di primaria importanza sulla scena internazionale comporta una necessaria assunzione di responsabilità che l’assetto attuale dell’Europa non può consentire ed a cui si può arrivare facendo il primo passo della creazione della forza armata europea autonoma e dipendente soltanto dai voleri dell’Europa stessa.

L’Arabia Saudita alleato non affidabile per gli USA

Trump ha invertito la tendenza di Obama nei confronti dell’Arabia Saudita; il regno arabo, tradizionalmente vicino agli Stati Uniti si era allontanato da Washington per la condotta americana tenuta durante i negoziati con l’Iran per il nucleare di Teheran. L’avvicinamento era stato interpretato da Ryad come una sorta di sbilanciamento a favore del nemico sciita; in realtà i dubbi statunitensi riguardavano l’atteeggiamento saudita nei confronti dello Stato islamico, caratterizzato da una sorta di contiguità con i fondamentalisti, che andava contro ogni interesse americano. Con l’elezione di Trump, naturalmente ostile a Teheran ed al trattato sul nucleare i due paesi si sono riavvicinati, anche grazie all’alleanza non ufficiale tra Ryad e Tel Aviv, fondata proprio sul nemico comune iraniano. Secondo il presidente americano l’Arabia Saudita poteva diventare un alleato strategico, sia dal punto di vista politico, che da quello militare ed anche per i potenziali accordi economici, che potevano essere allacciati tra i due paesi. Il fatto che la monarchia saudita sia espressione di un governo totalitario, che nega ogni libertà e diritto politico e civile, non ha mai scalfito l’opinione di Trump, come, peraltro, di quasi tutti i governi occidentali. Nel programma di Trump l’Arabia Saudita avrebbe dovuto esercitare un ruolo di regolazione al rialzo nella produzione di petrolio, avrebbe dovuto impegnare direttamente i suoi soldati in Siria per contrastare la presenza iraniana, avrebbe dovuto contribuire in modo sostanzioso all’industria della armi statunitense tramite ingenti ordinativi. Nessuno di questi obiettivi pare essersi concretizzato: la volontà saudita è quella di limitare la produzione di petrolio andando nella traiettoria inversa da quella richiesta da Washington, l’esercito saudita è impegnato nella guerra in Yemen, dove non riesce ad avere ragione in modo definitivo sui ribelli, denunciando, quindi un grado di preparazione che giustifica il mancato impegno su di un teatro di guerra molto più impegnativo come quello siriano e gli ordinativi di armi americane si sono limitati a modiche quantità, rispetto ai volumi attesi. In più la questione dell’uccisione del giornalista dissidente avvenuta in Turchia, probabilmente su mandato del principe ereditario ha provocato una reazione molto forte dell’opinione pubblica americana, che richiede delle sanzioni verso il paese arabo. Malgrado tutte queste ragioni Trump insiste a volere mantenere un rapporto privilegiato con uno stato che sembra offrire una alleanza soltanto di comodo. Una delle ragioni è la mancanza di lungimiranza della Casa Bianca che continua a vedere l’Arabia Saudita come un elemento fondamentale nella scacchiera contro l’Iran, ma a questa convinzione non sono mai seguiti fatti concreti, se non proclami senza seguito. La questione è che Trump aveva individuato l’Arabia come possibile sostituto nell’area mediorientale, ma Ryad si è dimostrato non all’altezza ed il presidente americano non ha un piano alternativo e deve continuare a negare l’evidenza di fronte al mondo. La Germania ha iniziato il boicottaggio della vendita delle proprie armi e potrebbe presto essere seguita da altri paesi occidentali, sempre più infastiditi dal comportamento del principe ereditario e, sopratutto dai continui massacri di civili inermi che il paese arabo sta compiendo nello Yemen. Perfino Israele sembra meno vicino ai sauditi, lasciando Washington in un pericoloso isolamento internazionale, neppure giustificato da ragioni di convenienza. Con il risultato elettorale americano Trump risulta indebolito sul fronte interno e gli sarà praticamente impossibile avere l’appoggio della camera per iniziative che permettano rapporti ancora più stretti con gli arabi. Il punto debole resta però il peso politico americano in medioriente, con l’Arabia Saudita che sembra procedere su di un percoso avulso dagli interessi americani, gli Stati Uniti devono trovare una nuova strategia per impedire la crescita esponenziale della Russia e dell’Iran nella regione e, per ora, non sembra che l’amministrazione di Trump sia in grado di elaborare alcunché.

Trump usa l’immigrazione come argomento contro i democratici nelle prossime elezioni

Le imminenti elezioni americane, che si svolgeranno martedi prossimo, sono diventate una sorta di referendum sul presidente in carica. Lo stesso Trump ha indirizzato la competizione elettorale su di una valutazione del suo operato e dei possibili sviluppi che il risultato del voto potrà determinare. L’inquilino della Casa Bianca, nonostante i buoni risultati economici a livello federale, che ha conseguito, sembra temere molto la possibile avanzata dei democratici, che ne indebolirebbe notevolmente il peso politico; proprio per questo ha incentrato la sua campagna elettorale su di un tema a cui il suo elettrato più fedele è particolarmente sensibile: l’immigrazione. Si tratta di un argomento, che secondo la strategia del presidente in carica, potrebbe permettere di guadagnare molti consensi presso l’elettorato repubblicano, specie in quello meno motivato a votare per la camera ed il senato. La paura di Trump è che una parte consistente di chi ha espresso il voto in suo favore nella competizione presidenziale, non sia sufficientemente motivata a recarsi ai seggi per votare un partito repubblicano da cui è socialmente e culturalmente sempre più distante. La maggiore compattezza dell’elettorato democratico, che ha motivi di rivalsa, proprio contro Trump, più stimolanti per andare ad esprimere il proprio voto, rappresenta il maggiore pericolo per una sconfitta repubblicana. La tattica di Trump contro questa evenienza è semplice: presentare il pericolo immigrazione come fonte di preoccupazione principale per i ceti politici che lo hanno eletto: le regioni dell’America profonda e la parte più povera del paese, che teme di perdere parti di reddito a favore dei migranti. L’impressione è che Trump usi queste argomentazioni estreme perchè teme fortemente una possibile affermazione democratica, che potrebbe derivare da una grande partecipazione alle urne dovuta alla grande mobilitazione contro la figura del presidente in carica. Anche il fatto che siano stati usati poco o nulla i positivi dati economici fa capire come, per gli strateghi di Trump, ci sia la sensazione di un possibile rilassamento degli elettori che hanno decretato la vittoria del magnate americano alle presidenziali, anche dovuta alla mancata possibilità di esprimere un voto direttamente a favore del presidente in carica. Molto dipenderà da quanti elettori si recheranno alle urne e la chiamata di Trump rileva che con la possibilità di una bassa affluenza si possa verificare l’affermazione dei democratici; i quali, peraltro, sembrano in vantaggio sui sondaggi, anche se ciò non è più molto significativo dopo le previsioni errate, che hanno contradistinto le ultime presidenziali. Certo per Trump fatti della cronaca, come la marcia dei centroamericani in direzione degli Stati Uniti, sembrano giocare a favore dei suoi temi elettorali, favorendo anche provvedimenti, come lo schieramento dell’esercito ai confini, che costituiscono dei chiari spot elettorali. La possibilità che il partito repubblicano non controlli più entrambe le camere costituirebbe un ostacolo non di poco conto per l’attuazione delle politiche pensate da Trump: il rischio maggiore è di perdere la Camera, che viene rinnovata completamente, mentre ciò sarà più difficile al Senato, dove il rinnovo dei rappresentanti riguarda soltanto un terzo sul totale. Per i democratici la valenza elettorale di questo appuntamento con le urne è duplice: se da una parte è necessaria una affermazione del partito intesa come prova contro il presidente in carica, per dimostrare la contrarietà del paese ad un personaggio fortemente controverso, dall’altro lato la concomitanza con l’elezione in 36 stati su 50, della carica di governatore, può rappresentare una interessante prova per individuare possibili sfidanti da presentare alle primarie per le presidenziali del 2020. Questa elezione avrà anche riflessi internazionali sopratutto per fermare la tendenza nazionalista e dei fautori della sovranità che si sta affermando nel mondo, sui rapporti tra USA e Cina e con l’Unione Europea, che Trump ha individuato come nemico commerciale e contro la quale sta portando avanti una tattica di divisione per permettere l’affermazione americana. Un eventuale stop del trend favorevole a Trump potrebbe rimettere in discussione tutti questi aspetti.

L’Arabia Saudita potrebbe condannare a morte una attivista dei diritti umani e solo il Canada la contrasta

Il rischio che una attivista sciita e cittadina dell’Arabia Saudita, sia condannata a morte dal suo paese, soltanto per essere una attivista dei diritti umani, obbliga a riconsiderare la questione dei rapporti tra paesi occidentali e sauditi ed avvalora la posizione del Canada contro Riyad. La tensione tra il governo canadese e quello saudita è ancora in corso, dopo che il governo di Ottawa aveva espresso preoccupazione e rincrescimento contro una campagna di arresti di attivisti sauditi per i diritti umani, operata dal governo del nuovo principe saudita Salman Bin Mohamed. Tra i due paesi la situazione è ancora in stallo, dopo l’espulsione dell’ambasciatore canadaese e della sospensione dei voli della compagnia aerea saudita verso il paese nordamericano. Deve essere ricordato che al Canada non si affiancato alcun paese occidentale in questa battaglia a favore dei diritti e contro il nuovo corso del principe al governo. Nonostante, infatti, alcune concessioni di facciata, come il diritto alle donne di guidare le automobili, la situazione dei diritti nel paese saudita non è cambiata e l’Arabia continua ad essere uno dei paesi più illiberali del mondo, dove non è permessa alcuna forma di manifestazione per raggiungere conquiste sociali; anzi il principe, malgrado la giovane età di appena trentadue anni, continua a perpetrare la politca del regno dove ogni beneficio deve essere percepito come una concessione della famiglia reale. In questo scenario ogni attività in favore dei diritti umani e civili è osteggiata in maniera anche violenta. Il caso della donna, per la quale l’ufficio del Procuratore, oltre la gravità del provvedimento, presenta anche potenziali complicazioni politiche, capaci di incidere anche sugli equilibri regionali. La fede religiosa della donna è infatti sciita: nel paese saudita, a maggioranza sunnita, con la casa reale che si proclama custode dei luoghi santi dell’Islam, gli sciiti sono una minoranza fortemente discriminata nel trattamento sul lavoro e sull’accesso alle forme di welfare presenti nel paese. La discriminazione è dovuta a motivi religiosi, che sono fortemente collegati con quelli politici, da inquadrare nella rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, anche per la supremazia religiosa all’interno della fede islamica. I fatti per i quali si richiede la condanna a morte, risalgono al 2011, quando in concomitanza con la primavera araba, gli sciiti manifestarono contro le discriminazioni della maggioranza sunnita; la colpa della attivista per i diritti umani è stata quella di documentare le violenze con le quali le forze di polizia hanno operato la repressione. Si comprende che la sola celebrazione del processo sarà una fonte di tensione tra Teheran e Riyad, con la prima che già accusa la seconda per i raid operati nello Yemen, contro i combattenti sciiti, che hanno prodotto molte vittime tra i civili, tra cui molti bambini. Ma aldilà delle questioni di politica internazionale, la vicenda dimostra come la posizione del Canada contro l’Arabia sia ampiamente giustificata e pone interrogativi inquietanti sul comportamento degli stati occidentali. Se dagli USA di Trump non si attendono prese di posizione ufficiali, perchè la Casa Bianca ha rinsaldato i legami con le monarchie saudite, ritenendole fondamentali nello scacchiere regionale contro Teheran, quella che più sorprende è la posizione Europea, che continua a restare in silenzio nei confronti del comportamento arabo. Bruxelles dovrebbe sfruttare ogni occasione possibile per smarcarsi da posizione ambigue nei confronti delle violazioni dei diritti per affermarne l’importanza della tutela; questo atteggiamento dovrebbe essere scontato, invece, probabilmente a causa del petrolio e degli investimenti sauditi, l’Unione Europea lascia il Canada in posizione isolata. La questione non è secondaria, perchè ai timori già descritti se ne potrebbero aggiungere altri di opportunità politica consistenti in valutazioni di carattere interno, certamente insufficienti a mantenere l’atteggiamento attuale. Questo silenzio è il segnale del peggioramento delle istituzioni europee, contagiate dai populismi e dai nazionalismi, che restringono la visuale politica a meri obiettivi di carattere nazionale, che non consentono di mantenere ed esprimere la dovuta attenzione sui temi per i quali l’Europa dovrebbe, invece contraddistinguersi ed essere all’avanguardia. Questo livello sempre più basso squalifica sempre di più l’istituzione europea in chi ha riposto la sua fiducia nell’Unione, allontanandola dai suoi cittadini ed avvicinandosi, così agli obiettivi divisivi dei partiti populisti e nazionalisti.