Il senato USA vota contro la permanenza dei soldati americani nello Yemen

Il Senato degli Stati Uniti, dove la maggioranza è dei repubblicani, ha approvato, con 63 voti favorevoli e 37 contrari, un provvedimento che prevede il ririto delle truppe americane dallo scenario di guerra dello Yemen. I soldati statunitensi sostengono la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita, che combatte i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran. Per Trump si tratta di una sconfitta importante, perchè segnala un malessere trasversale che riguarda il ceto politico americano verso l’alleanza con la monarchia saudita. Per il presidente USA, il rapporto con Riyadh rappresenta un caposaldo della poltica estera americana nella regione mediorientale, sopratutto contro la potenza iraniana. Il cambio di politica nei confronti di Teheran operato da Trump dopo la sua elezione, aveva bisogno di rinsaldare il legame con l’Arabia Saudita, dopo che nelle presidenza Obama i rapporti si erano deteriorati per l’accordo sul nucleare iraniano ed il sostegno saudita ai gruppi terroristici. Trump non ha mai considerato troppo la contiguità del regime saudita con il terrorismo sunnita, come non ha tenuto in giusta considerazione la sistematica violazione dei diritti umani perpetrata da Riyadh. Le ragioni comuni contro Teheran hanno superato ogni obiezione proveniente dalla classe politica statunitense. L’inquietudine di senatori e deputati è cresciuta con i ripetuti massacri di civili che sono stati compiuti dalle forze aeree saudite, ma il fatto che ha fatto deflagrare la protesta è stata la barbara uccisione in Turchia del giornalista saudita, operata da componenti dei servizi segreti, comandati dal principe ereditario. Con la maggioranza dei democratici alla Camera, sembra scontata l’approvazione della proposta di ritiro delle truppe americane dallo Yemen, che potrebbe concretizzarsi in circa trenta giorni. L’amministrazione della Casa Bianca, di fronte alla decisione del Senato, sembra essere stata presa alla sprovvista: infatti le dichiarazioni del Segretario di stato sono sembrate inconsistenti. La mancata certezza del collegamento tra l’omicidio del giornalista ed il principe ereditario, appare una scusa priva di valore, così come la motivazione, che, senza la presenza americana in Yemen, la sicurezza nazionale poteva risultare compromessa, appare una spiegazione di circostanza, funzionale alle sole ragioni di Trump. Deve essere specificato però, che nella posizione dell’attuale presidente americano si era trovato anche Obama, quando il Congresso aveva autorizzato i cittadini statunitensi a costituirsi parte civile contro l’Arabia Saudita per i danni provocati dall’attentato dell’undici settembre, riconoscendo implicitamente la diretta responsabilità di Riyadh nell’azione terroristica contro le torri gemelle. L’aspetto più rilevante della vicenda è la grande distanza che si presenta tra il ceto politico legislativo e quello amministrativo, su di un tema così delicato come quello che riguarda una alleanza così stretta con un paese come l’Arabia Saudita, che ha evidenziato più volte gravi mancanze contro gli Stati Unti. L’atteggiamento di Trump sembra essere dettato dalla sola esigenza di salvaguardarsi contro l’Iran, senza alcuna considerazione per la situazione internazionale che si è venuta a creare intorno al regno saudita. Se, da un lato si deve registrare il fatto evidente, che non ci sono state prese di posizioni ufficiali rilevanti, a parte pochissime eccezioni, è anche vero che gli Stati Uniti sono comunque il primo alleato del paese arabo e che una loro posizione ufficiale diversa da quella attuale avrebbe potuto favorire, potenzialmente, un atteggiamento differente da parte di Riyadh. La questione è, invece, che gli Stati Uniti di Trump sostengono la guerra nello Yemen, con tutti i massacri e la situazione insostenibile per i civili, condividendo la posizione ed i metodi dei sauditi. Ora la grande distanza che si crea con questo provvedimento potrebbe incrinare ulteriormente la già scarsa credibilità internazionale di un presidente americano sempre meno all’altezza di rappresentare la prima potenza mondiale.

L’Alleanza Atlantica teme la creazione di un esercito comune europeo

La possibilità, ancora non del tutto concreta, che la creazione di un esercito europeo diventi realtà, mette in agitazione i vertici dell’Alleanza Atlantica, che vedono un potenziale conflitto tra le due entità. Se dal punto di vista politico un progetto di difesa europea può essere una buona notizia, perchè favorirebbe un indirizzo comune in campo diplomatico, la creazione di una forza armata europea viene vista come una possibile sottrazione di risorse economiche all’Alleanza Atlantica e, forse, sopratutto, anche una diminuzione del peso politico che gli Usa esercitano in Europa proprio attraverso la leadership dell’Alleanza Atlantica. A Washington questa possibilità viene vista in maniera totalmente negativa perchè sarebbe un contributo decisivo per indirizzare l’Europa verso una unione politica, una eventualità vista in maniera totalmente negativa da Trump, che nella sua visione di politica internazionale interpreta in modo negativo i soggetti costituiti da unioni di stati, perchè preferisce trattare, da posizioni di forza con entità statali più piccole. Se uno dei pericoli individuati dal Segretario generale dell’Alleanza è la duplicazione di un soggetto militare interno all’occidente, si deve però dire che questa visione costituisce un’analisi parziale della potenziale situazione futura; infatti le finalità e gli scopi dei due soggetti non paiono certo coincidenti, perchè la costituzione della forza militare europea è considerata il mezzo per assicurare una autonomia in politica estera a Bruxelles, intesa come capitale dell’Unione Europea e non la sede dell’Alleanza Atlantica. Per gli Stati Uniti ciò significherebbe un possibile antagonista, seppure nel campo occidentale, che potrebbe compromettere la supremazia americana in Europa ed anche fuori dall’area continentale. Trump ha sempre sostenuto la necessità di un maggiore impegno alla partecipazione della spesa militare dell’alleanza ed ha rivendicato un ruolo di disimpegno per gli Stati Uniti, ma soltanto se gli alleati contribuiscono all’incremento dell’industria militare americana e non assumono posizioni di contrasto con la Casa Bianca, che intende riservare per se stessa il ruolo di azionista di maggioranza dell’organizzazione. La tendenza di una maggiore autonomia europea non può soddisfare il presidente statunitense, perchè significa un sostanziale distacco, attraverso una direzione di maggiore indipendenza, dagli stretti legami che l’Europa mantiene storicamente con gli USA. D’altro canto le differenze di visione politica internazionale tra l’Europa e l’amministrazione Trump sono sempre più considerevoli e ciò giustifica la ricerca di una maggiore indipendenza europea. Dal punto di vista della ricerca di una maggiore coesione dei paesi europei, il tema della politica estera può rappresentare un mezzo per dare più forza all’unione, anche se non è certo sufficiente a risvegliare un sentimento europeo positivo, a causa del contrasto delle forze sovraniste e populiste, che sono al governo in molti paesi. Il problema sono le prossime elezioni europee, che potrebbero determinare una brusco rallentamento del processo di unificazione o, forse, addirittura uno stop. Senza un diverso atteggiamento per i problemi interni all’Unione, cioè quelli relativi al benessere dei cittadini, il tema della difesa comune e della politica estera europea rischia di diventare superfluo perchè per la percezione della maggior parte dei cittadini si tratta di un problema troppo distante dalle difficoltà quotidian; ciò può essere utile alla causa di Trump e di tutti quelli che non comprendono la necessità di un maggiore peso politico dell’Unione Europea in un contesto sempre più caratterizzato da una presenza multipolare di soggetti internazionali rilevanti. Essere sullo stesso piano internazionale di USA, Cina e Russia può consentire vantaggi non secondari anche nel campo economico sempre più globalizzato e sempre più influenzato ed interconnesso con la politica estera, che investe diverse aree di interesse, che non sono necessariamente la ricerca di un ruolo da protagonista nelle aree di crisi, anche se l’intenzione di volere giocare un ruolo di primaria importanza sulla scena internazionale comporta una necessaria assunzione di responsabilità che l’assetto attuale dell’Europa non può consentire ed a cui si può arrivare facendo il primo passo della creazione della forza armata europea autonoma e dipendente soltanto dai voleri dell’Europa stessa.

L’Arabia Saudita alleato non affidabile per gli USA

Trump ha invertito la tendenza di Obama nei confronti dell’Arabia Saudita; il regno arabo, tradizionalmente vicino agli Stati Uniti si era allontanato da Washington per la condotta americana tenuta durante i negoziati con l’Iran per il nucleare di Teheran. L’avvicinamento era stato interpretato da Ryad come una sorta di sbilanciamento a favore del nemico sciita; in realtà i dubbi statunitensi riguardavano l’atteeggiamento saudita nei confronti dello Stato islamico, caratterizzato da una sorta di contiguità con i fondamentalisti, che andava contro ogni interesse americano. Con l’elezione di Trump, naturalmente ostile a Teheran ed al trattato sul nucleare i due paesi si sono riavvicinati, anche grazie all’alleanza non ufficiale tra Ryad e Tel Aviv, fondata proprio sul nemico comune iraniano. Secondo il presidente americano l’Arabia Saudita poteva diventare un alleato strategico, sia dal punto di vista politico, che da quello militare ed anche per i potenziali accordi economici, che potevano essere allacciati tra i due paesi. Il fatto che la monarchia saudita sia espressione di un governo totalitario, che nega ogni libertà e diritto politico e civile, non ha mai scalfito l’opinione di Trump, come, peraltro, di quasi tutti i governi occidentali. Nel programma di Trump l’Arabia Saudita avrebbe dovuto esercitare un ruolo di regolazione al rialzo nella produzione di petrolio, avrebbe dovuto impegnare direttamente i suoi soldati in Siria per contrastare la presenza iraniana, avrebbe dovuto contribuire in modo sostanzioso all’industria della armi statunitense tramite ingenti ordinativi. Nessuno di questi obiettivi pare essersi concretizzato: la volontà saudita è quella di limitare la produzione di petrolio andando nella traiettoria inversa da quella richiesta da Washington, l’esercito saudita è impegnato nella guerra in Yemen, dove non riesce ad avere ragione in modo definitivo sui ribelli, denunciando, quindi un grado di preparazione che giustifica il mancato impegno su di un teatro di guerra molto più impegnativo come quello siriano e gli ordinativi di armi americane si sono limitati a modiche quantità, rispetto ai volumi attesi. In più la questione dell’uccisione del giornalista dissidente avvenuta in Turchia, probabilmente su mandato del principe ereditario ha provocato una reazione molto forte dell’opinione pubblica americana, che richiede delle sanzioni verso il paese arabo. Malgrado tutte queste ragioni Trump insiste a volere mantenere un rapporto privilegiato con uno stato che sembra offrire una alleanza soltanto di comodo. Una delle ragioni è la mancanza di lungimiranza della Casa Bianca che continua a vedere l’Arabia Saudita come un elemento fondamentale nella scacchiera contro l’Iran, ma a questa convinzione non sono mai seguiti fatti concreti, se non proclami senza seguito. La questione è che Trump aveva individuato l’Arabia come possibile sostituto nell’area mediorientale, ma Ryad si è dimostrato non all’altezza ed il presidente americano non ha un piano alternativo e deve continuare a negare l’evidenza di fronte al mondo. La Germania ha iniziato il boicottaggio della vendita delle proprie armi e potrebbe presto essere seguita da altri paesi occidentali, sempre più infastiditi dal comportamento del principe ereditario e, sopratutto dai continui massacri di civili inermi che il paese arabo sta compiendo nello Yemen. Perfino Israele sembra meno vicino ai sauditi, lasciando Washington in un pericoloso isolamento internazionale, neppure giustificato da ragioni di convenienza. Con il risultato elettorale americano Trump risulta indebolito sul fronte interno e gli sarà praticamente impossibile avere l’appoggio della camera per iniziative che permettano rapporti ancora più stretti con gli arabi. Il punto debole resta però il peso politico americano in medioriente, con l’Arabia Saudita che sembra procedere su di un percoso avulso dagli interessi americani, gli Stati Uniti devono trovare una nuova strategia per impedire la crescita esponenziale della Russia e dell’Iran nella regione e, per ora, non sembra che l’amministrazione di Trump sia in grado di elaborare alcunché.

Trump usa l’immigrazione come argomento contro i democratici nelle prossime elezioni

Le imminenti elezioni americane, che si svolgeranno martedi prossimo, sono diventate una sorta di referendum sul presidente in carica. Lo stesso Trump ha indirizzato la competizione elettorale su di una valutazione del suo operato e dei possibili sviluppi che il risultato del voto potrà determinare. L’inquilino della Casa Bianca, nonostante i buoni risultati economici a livello federale, che ha conseguito, sembra temere molto la possibile avanzata dei democratici, che ne indebolirebbe notevolmente il peso politico; proprio per questo ha incentrato la sua campagna elettorale su di un tema a cui il suo elettrato più fedele è particolarmente sensibile: l’immigrazione. Si tratta di un argomento, che secondo la strategia del presidente in carica, potrebbe permettere di guadagnare molti consensi presso l’elettorato repubblicano, specie in quello meno motivato a votare per la camera ed il senato. La paura di Trump è che una parte consistente di chi ha espresso il voto in suo favore nella competizione presidenziale, non sia sufficientemente motivata a recarsi ai seggi per votare un partito repubblicano da cui è socialmente e culturalmente sempre più distante. La maggiore compattezza dell’elettorato democratico, che ha motivi di rivalsa, proprio contro Trump, più stimolanti per andare ad esprimere il proprio voto, rappresenta il maggiore pericolo per una sconfitta repubblicana. La tattica di Trump contro questa evenienza è semplice: presentare il pericolo immigrazione come fonte di preoccupazione principale per i ceti politici che lo hanno eletto: le regioni dell’America profonda e la parte più povera del paese, che teme di perdere parti di reddito a favore dei migranti. L’impressione è che Trump usi queste argomentazioni estreme perchè teme fortemente una possibile affermazione democratica, che potrebbe derivare da una grande partecipazione alle urne dovuta alla grande mobilitazione contro la figura del presidente in carica. Anche il fatto che siano stati usati poco o nulla i positivi dati economici fa capire come, per gli strateghi di Trump, ci sia la sensazione di un possibile rilassamento degli elettori che hanno decretato la vittoria del magnate americano alle presidenziali, anche dovuta alla mancata possibilità di esprimere un voto direttamente a favore del presidente in carica. Molto dipenderà da quanti elettori si recheranno alle urne e la chiamata di Trump rileva che con la possibilità di una bassa affluenza si possa verificare l’affermazione dei democratici; i quali, peraltro, sembrano in vantaggio sui sondaggi, anche se ciò non è più molto significativo dopo le previsioni errate, che hanno contradistinto le ultime presidenziali. Certo per Trump fatti della cronaca, come la marcia dei centroamericani in direzione degli Stati Uniti, sembrano giocare a favore dei suoi temi elettorali, favorendo anche provvedimenti, come lo schieramento dell’esercito ai confini, che costituiscono dei chiari spot elettorali. La possibilità che il partito repubblicano non controlli più entrambe le camere costituirebbe un ostacolo non di poco conto per l’attuazione delle politiche pensate da Trump: il rischio maggiore è di perdere la Camera, che viene rinnovata completamente, mentre ciò sarà più difficile al Senato, dove il rinnovo dei rappresentanti riguarda soltanto un terzo sul totale. Per i democratici la valenza elettorale di questo appuntamento con le urne è duplice: se da una parte è necessaria una affermazione del partito intesa come prova contro il presidente in carica, per dimostrare la contrarietà del paese ad un personaggio fortemente controverso, dall’altro lato la concomitanza con l’elezione in 36 stati su 50, della carica di governatore, può rappresentare una interessante prova per individuare possibili sfidanti da presentare alle primarie per le presidenziali del 2020. Questa elezione avrà anche riflessi internazionali sopratutto per fermare la tendenza nazionalista e dei fautori della sovranità che si sta affermando nel mondo, sui rapporti tra USA e Cina e con l’Unione Europea, che Trump ha individuato come nemico commerciale e contro la quale sta portando avanti una tattica di divisione per permettere l’affermazione americana. Un eventuale stop del trend favorevole a Trump potrebbe rimettere in discussione tutti questi aspetti.

L’Arabia Saudita potrebbe condannare a morte una attivista dei diritti umani e solo il Canada la contrasta

Il rischio che una attivista sciita e cittadina dell’Arabia Saudita, sia condannata a morte dal suo paese, soltanto per essere una attivista dei diritti umani, obbliga a riconsiderare la questione dei rapporti tra paesi occidentali e sauditi ed avvalora la posizione del Canada contro Riyad. La tensione tra il governo canadese e quello saudita è ancora in corso, dopo che il governo di Ottawa aveva espresso preoccupazione e rincrescimento contro una campagna di arresti di attivisti sauditi per i diritti umani, operata dal governo del nuovo principe saudita Salman Bin Mohamed. Tra i due paesi la situazione è ancora in stallo, dopo l’espulsione dell’ambasciatore canadaese e della sospensione dei voli della compagnia aerea saudita verso il paese nordamericano. Deve essere ricordato che al Canada non si affiancato alcun paese occidentale in questa battaglia a favore dei diritti e contro il nuovo corso del principe al governo. Nonostante, infatti, alcune concessioni di facciata, come il diritto alle donne di guidare le automobili, la situazione dei diritti nel paese saudita non è cambiata e l’Arabia continua ad essere uno dei paesi più illiberali del mondo, dove non è permessa alcuna forma di manifestazione per raggiungere conquiste sociali; anzi il principe, malgrado la giovane età di appena trentadue anni, continua a perpetrare la politca del regno dove ogni beneficio deve essere percepito come una concessione della famiglia reale. In questo scenario ogni attività in favore dei diritti umani e civili è osteggiata in maniera anche violenta. Il caso della donna, per la quale l’ufficio del Procuratore, oltre la gravità del provvedimento, presenta anche potenziali complicazioni politiche, capaci di incidere anche sugli equilibri regionali. La fede religiosa della donna è infatti sciita: nel paese saudita, a maggioranza sunnita, con la casa reale che si proclama custode dei luoghi santi dell’Islam, gli sciiti sono una minoranza fortemente discriminata nel trattamento sul lavoro e sull’accesso alle forme di welfare presenti nel paese. La discriminazione è dovuta a motivi religiosi, che sono fortemente collegati con quelli politici, da inquadrare nella rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, anche per la supremazia religiosa all’interno della fede islamica. I fatti per i quali si richiede la condanna a morte, risalgono al 2011, quando in concomitanza con la primavera araba, gli sciiti manifestarono contro le discriminazioni della maggioranza sunnita; la colpa della attivista per i diritti umani è stata quella di documentare le violenze con le quali le forze di polizia hanno operato la repressione. Si comprende che la sola celebrazione del processo sarà una fonte di tensione tra Teheran e Riyad, con la prima che già accusa la seconda per i raid operati nello Yemen, contro i combattenti sciiti, che hanno prodotto molte vittime tra i civili, tra cui molti bambini. Ma aldilà delle questioni di politica internazionale, la vicenda dimostra come la posizione del Canada contro l’Arabia sia ampiamente giustificata e pone interrogativi inquietanti sul comportamento degli stati occidentali. Se dagli USA di Trump non si attendono prese di posizione ufficiali, perchè la Casa Bianca ha rinsaldato i legami con le monarchie saudite, ritenendole fondamentali nello scacchiere regionale contro Teheran, quella che più sorprende è la posizione Europea, che continua a restare in silenzio nei confronti del comportamento arabo. Bruxelles dovrebbe sfruttare ogni occasione possibile per smarcarsi da posizione ambigue nei confronti delle violazioni dei diritti per affermarne l’importanza della tutela; questo atteggiamento dovrebbe essere scontato, invece, probabilmente a causa del petrolio e degli investimenti sauditi, l’Unione Europea lascia il Canada in posizione isolata. La questione non è secondaria, perchè ai timori già descritti se ne potrebbero aggiungere altri di opportunità politica consistenti in valutazioni di carattere interno, certamente insufficienti a mantenere l’atteggiamento attuale. Questo silenzio è il segnale del peggioramento delle istituzioni europee, contagiate dai populismi e dai nazionalismi, che restringono la visuale politica a meri obiettivi di carattere nazionale, che non consentono di mantenere ed esprimere la dovuta attenzione sui temi per i quali l’Europa dovrebbe, invece contraddistinguersi ed essere all’avanguardia. Questo livello sempre più basso squalifica sempre di più l’istituzione europea in chi ha riposto la sua fiducia nell’Unione, allontanandola dai suoi cittadini ed avvicinandosi, così agli obiettivi divisivi dei partiti populisti e nazionalisti.

Trump elimina gli aiuti economici perla Siria

La decisione del presidente Trump di azzerare i fondi destinati alla ricostruzione della Siria rischia di aprire nuovi scenari per il medio oriente, con ripercussioni anche sull’Europa ed il problema delle migrazioni. I finanziamenti, di circa tre miliardi di dollari, decisi da entrambi i partiti statunitensi, erano diretti ad opere civili, come il ripristino degli acquedotti, la rimozione delle macerie e le operazioni di bonifica dagli ordigni, dei territori siriani settentrionali ed orientali; il fine era quello di cancellare la presenza dello Stato islamico e favorire il rientro dei profughi fuggiti in Europa. Pur non trattandosi di finanziamenti sufficienti per la ricostruzione di un paese appena uscito da un lungo conflitto, gli aiuti erano considerati un atto politico per contrastare l’influenza della Russia sul paese siriano e non lasciarne a Mosca la presenza esclusiva. Il ritiro degli aiuti è percepito come un tradimento, da quella parte di paese siriano che aveva lottato anche contro la dittatura di Assad e che aveva sperato in un sostegno, anche militare da parte di Washington, per potere insediare una democrazia. In realtà il tradimento americano era già iniziato con Obama ed il comportamento di Trump ne è una conseguenza. Trump, con questo provvedimento, intende però lanciare un segnale concreto del disimpegno americano verso quei scenari che non rientrano negli intreressi strategici dell’attuale amministrazione. Per ora si tratta di un allontanamento che riguarda gli aiuti economici, ma in futuro riguarderà l’impegno militare diretto. L’intenzione americana è quella di coinvolgere direttamente sul terreno gli stati che hanno interessi in ambito regionale, in sostanza Trump afferma che gli USA non si impegneranno più in maniera diretta al posto di paesi alleati per tutelarne le ambizioni geopolitiche. Il caso contingente prevede che nel medio oriente il coinvolgimento riguardi gli eserciti dei paesi del Golfo, che pur restando alleati degli USA, devono rendersene indipendenti. Nel caso specifico sarà interesante vedere l’evoluzione di questa politica in un’area che ha come protagonista l’Iran, principale nemico dell’Arabia Saudita. La questione non è secondaria perchè gli equilibri che Trump vuole affidare ai paesi arabi riguardano anche Washington e le forze armate dei paesi del Golfo non sembrano certo all’altezza di potere gestire situazioni da cui gli stessi americani sono usciti con difficoltà. D’altra parte, però questa direzione del disimpegno rientra nei programmi elettorali che Trump ha enunciato ancora prima di diventare presidente. Anche verso l’Europa e nei confronti dell’Alleanza Atlantica il fastidio di Trump verso la scarsa collaborazione degli alleati, si è manifestata più volte. Bisogna riconoscere però, che fino ad ora, il sistema burocratico e militare americano aveva costituito una sorta di bilanciamento dei voleri del presidente, riuscendone a limitare l’azione. La sospensione degli aiuti verso la Siria non significa che Trump abbia vinto la sua battaglia imponendo totalmente la sua linea politica, ma segna però una significativa affermazione, perchè ha cancellato un provvedimento condiviso dai due schieramenti politici. Un aspetto non secondario, che sembra assumere connotati strategici, è rappresentato dalle ricadute che questo provvedimento assumerà per una Europa già dilaniata dalla discussione interna sulla questione migratoria. Uno dei possibili effetti degli aiuti era proprio quello di determinare il rientro dei profughi siriani verso il loro paese, alleggerendo così la pressione su paesi europei sempre più insofferenti verso gli immigrati. Negando gli aiuti Trump contribuisce alla divisione dell’Unione, un obiettivo che si è dato più volte per frantumare il soggetto economico ritenuto più pericoloso. Il presidente USA preferirebbe avere un maggiore potere contrattuale nelle trattative, negoziando con i singoli stati piuttosto che con Bruxelles; del resto questo obiettivo è condiviso da Putin, che dopo la decisione americana ha subito richiesto all’Unione un maggiore sforzo per sostenere la Siria, ben sapendo di suscitare la contrarietà dei populisti e dei paesi che appartenevano al blocco sovietico. Appare evidente da questi segnali, che l’Europa deve sempre più cercare un proprio ruolo autonomo sganciato dalla logica delle potenze esterne, nelle quali deve rientrare anche la Cina, che può andare bene soltanto come partner economico.

Le conseguenze possibili delle sanzioni USA contro la Russia

Ci sono due linee di pensiero ed anche di comportamento negli Stati Uniti nei confronti della Russia. Da una parte la tradizionale avversione, che risale ai tempi della guerra fredda, a causa dell’identificazione del paese russo ancora come rappresentante del comunismo, e, quindi, la negazione dei principi democratici americani, che ne fanno il principale antagonista degli USA. In questa fazione vi sono i democratici ed anche molti repubblicani, che percepiscono il governo di Putin non pienamente democratico e guardano con preoccupazione al crescente nazionalismo favorito da Putin, che ha come obiettivo quello di riportare la Russia al ruolo di grande potenza mondiale. Per raggiungere questo traguardo la Russia è dovuta uscire dallo stato subalterno in politica internazionale, in cui era caduta dopo la caduta del comunismo; per fare ciò Putin è dovuto ricorrere a politiche spregiudicate, spesso in violazione del diritto internazionale ed anche della sovranità nazionale di paesi stranieri. Per attuare queste politiche è stato fatto ricorso all’impiego di forze armate senza insegne, di azioni al limite della guerra tecnologica e di operazioni al fianco di dittatori come accaduto con Assad in Siria. Uno degli obiettivi russi è stato quello di ripristinare l’area di influenza sovietica, provocando l’invasione della Crimea e la questione dell’Ucraina orientale. In un clima internazionale avverso sono state attuate, tramite i mezzi tecnologici più avanzati, campagne per sfavorire gli avversari politici di Putin e, nel contempo, favorire chi, potenzialmente, poteva diventare un alleato di Mosca. Tra gli avversari poltici che Putin ha cercato di screditare vi è l’Unione Europea, vista come il nemico principale all’espansionismo russo e i democratici negli USA, che hanno ostacolato in maniera netta le attività di Mosca fino a quando Obama è stato presidente. Coloro che hanno goduto dei benefici delle campagne informatiche russe, sono stati partiti di estrema destra europei, movimenti contro l’Unione Europea e molto probabilmente lo stesso presidente Trump. Il magnate americano salito alla Casa Bianca contro il volere dei pronostici e la sua cerchia di collaboratori, rappresentato la parte americana favorevole alla Russia, perchè governata da Putin. La vicinanza tra i due leader si è manifestata più volte, sia nei modi che negli obiettivi, che sono quelli di eliminare gli ostacoli internazionali per la gestione del loro potere, in funzione della loro visuale geopolitica. In questa ottica il progetto di indebolire l’Unione Europea, visto da entrambi come il principale competitore, è condiviso in maniera eguale. Tuttavia a causa dell’impiego di armi chimiche, su territori di paesi stranieri, Trump, su indicazione del Dipartimento di Stato, ha dovuto colpire la Russia con delle sanzioni in base ad una legge del 1991, che prevede, tra l’altro, ispezioni dopo 90 giorni da parte di Organizzazioni internazionali per la verifica sulle eventuali scorte di armamenti chimici: nel caso la Russia dovesse rifiutarsi di essere sottoposta a queste ispezioni, le sanzioni aumenterebbero. Risulta facile prevedere che Mosca non si adeguerà a queste disposizioni e la tensione trai due paesi non potrà che aumentare. Trump, in questa partita, ha contro quasi tutto il suo partito e non può, quindi, sperare che il Congresso lo segua sulle sue intenzioni di migliorare i rapporti con il Cremlino, che, al contrario, sono destinati a peggiorare. Su questa frattura tra il presidente ed il suo partito, ma anche con le istituzioni americane, che percepiscono sempre la Russia come un avversario, può giocarsi una partita, tutta interna al paese americano, che può decidere il futuro di Trump come uomo politico. Sembra facile prevedere una accelerazione delle inchieste sulla elezione a presidente, favorita proprio dal rapporto con i russi, che, anche se non si concludesse con sfavore per Trump, potrebbe peggiorarne in maniera sostanziale la credibilità. Bisogna ricordare che se Trump gode del favore delle masse, sopratutto negli USA più interni, il rapporto con la società politica ed in generale con chi occupa i posti più importanti dell’amministrazione è sempre più problematico, nonostante le sostituzioni operate dalla Casa Bianca nelle postazioni al vertice. La questione delle sanzioni alla Russia diventa così cruciale per Trump, che pare essere stato colto di sorpresa da questa iniziativa ed impreparato a fronteggiarla.

Le fallimentari politiche di Trump

Se con la Corea del Nord la tattica di Trump, minacciare per poi ottenere un risultato, sembrava avere avuto effetto, con l’Iran non è andata allo stesso modo. In realtà neppure con Pyongyang, dato che le promesse di Kim Jong-un sono sembrate non vere ed il paese nordcoreano non ha iniziato la denuclearizzazione promessa. Teheran aveva messo le cose in chiaro da subito: l’Iran non è la Corea del Nord e, benchè la nazione asiatica stia vivendo un momento molto difficile dal punto di vista economico, ha rifiutato di ridiscutere il trattato già firmato sul nucleare. Per l’amministrazione della Casa Bianca si tratta di una sconfitta diplomatica, che annuncia il fallimento della politica estera americana. La Corea del Nord da la percezione di essersi presa gioco di Trump, mentre gli USA, ritirandosi dal trattato nucleare in maniera unilaterale sanciscono la loro inaffidabilità sul piano internazionale. Gli effetti della credibilità statunitense sono quelli di scendere sempre più in basso, alterando i rapporti con gli alleati storici. Quella che si sta venendo a creare è una distanza sempre più grande tra le due sponde dell’Atlantico, che potrebbe mettere in serio pericolo situazioni consolidate, come il Patto Atlantico, che rischiano di essere travolte da una politica improvvisata e fuori dai canoni del buon senso diplomatico. Questo anche perchè Trump intende obbligare ad aderire ai suoi diktat i soggetti firmatari dell’accordo, tramite la pressione diretta sulle aziende di quei paesi, con il divieto esplicito di operare negli USA se continueranno ad intrattenere rapporti commerciali con Teheran. Questo schema sembra ripetersi anche nella politica sui dazi, ma anche in questo campo la reazione prodotta dalla Cina, sembra essere di difficile contrasto, perchè punta  a colpire direttamente le aziende statunitensi che generano ingenti guadagni grazie alla manodopera a basso costo cinese. L’esempio più importante è l’azione di Pechino nei confronti della Apple a cui è richiesta una condivisione degli utili ottenuti in Cina. Per molte aziende americane il mercato cinese rappresenta la seconda area, dopo il mercato domestico, di maggiore sviluppo e sarà interessante vedere quale potrà essere la loro reazione quando saranno schiacciate tra i voleri di Washington e le ritorsioni di Pechino. Tornando alla questione iraniana, se l’intenzione dei fabbricanti di automobili tedesche sembra essere quella di abbandonare il mercato dell’Iran, per non compromettere quello americano, già in pericolo per il possibile inserimento dei dazi, altre nazioni, attraverso i loro esecutivi, una presa di posizione ufficiale, quindi, e non l’iniziativa di una singola ditta, rifiutano l’imposizione americana. In questo senso è importante il rifiuto del governo di Londra, che resta l’alleato principale degli USA, di adeguarsi ai voleri di Trump. L’Unione Europea, cercherà di sostenere le aziende che hanno stipulato contratti commerciali con l’Iran, dimostrando di essere alternativi agli Stati Uniti ed anche di essere più affidabili sul piano internazionale, rispettando gli accordi firmati.  In questo momento la Casa Bianca può riscuotere il sostegno di alleati importanti, ma più marginali rispetto all’Europa, ma, sopratutto,  la sua politica sembra essere controproducente, sia al suo blasone internazionale, che per l’aspetto economico. Il ragionamento della bilancia commerciale, che deve essere sempre in attivo verso ogni partner commerciale, senza considerare i benefici indotti che si ottengono, ad esempio, dalla convenienza dell’importazione di alcuni prodotti che non sono gravati da dazi in entrata, sembra essere applicato anche alla politica internazionale, dove è importante imporre la visione del presidente americano senza alcuna attenuazione, ne tenere in conto le opinioni ed il ruolo degli alleati. L’isolamento che Trump sta imponendo agli Stati Uniti presto richiederà un prezzo da pagare e non sarà certo basso: l’unica speranza è che gli americani se ne rendano conto già ai prossimi appuntamenti elettorali.

Tensione tra Arabia Saudita e Canada

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Canada, apre un nuovo fronte all’interno di un occidente sempre più diviso ed in precario equilibrio. I fatti parlano di una critica da parte canadese al mancato rispetto delle condizioni di detenzione di attivisti a favore dei diritti delle donne, in uno dei paesi più intolleranti verso il genere femminile. Esiste la forte probabilità che la critica sia vera e, che, quindi le contestazioni fatte ai sauditi siano giustificate. D’altro canto sul grado di rispetto dei diritti politici e civili da parte della monarchia saudita non possono esistere rassicurazioni o certezze. Il problema è il perchè queste critiche abbiano generato una reazione tale da decretare l’espulsione dell’ambasciatore canadese e di avere sospeso tutti rapporti commerciali e gli investimenti in Canada, da parte dello stato saudita. Uno degli obiettivi della transizione di potere che ha riguardato il paese arabo, è quello di assicurare una nuova immagine del paese agli occhi occidentali, anche attraverso la concessione di limitati diritti alle donne ed anche alle minoranze sciite. L’ambizione dell’Arabia Saudita è quella di accreditarsi come una potenza regionale moderna, meno vincolata ai dettami del più rigido orientamento sunnita. Politicamente questa nuova immagine serve ad attirare nuovi investimenti nel paese, per creare alternative all’industria petrolifera, mentre, sul piano diplomatico, serve a contrastare, all’interno anche del conflitto per la supremazia religiosa, il potere iraniano. L’avvicinamento agli Stati Uniti di Trump ha favorito una relazione preferenziale tra Washington e Riad, nella quale vanno in parte ricercate, anche le ragioni delle sanzioni della Casa Bianca contro Teheran. In questo contesto le critiche provenienti da un ministro occidentale, a favore del rilascio degli attivisti che sostengono i diritti delle donne, sono stati percepiti come una sorta di delegittimazione del processo di rinnovamento in corso nel paese saudita, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Riad ha parlato esplicitamente di ingerenza negli affari interni dello stato, che l’Arabia potrebbe esercitare in senso inverso, nel caso le critiche canadesi non saranno interrotte. Occorre ricordare che sull’Arabia Saudita sono arrivate critiche altrettanto pesanti sugli stessi temi o su argomenti analoghi, mentre per il comportamento tenuto da Riad nella repressione yemenita le critiche sono state, giustamente, ancora più aspre; tuttavia in alcun caso precedente vi è stata una reazione paragonabile a quella attuale. Uno dei timori sauditi potrebbe essere quello di diventare troppo controllato, da parte degli stati occidentali, sul tema della violazione dei diritti umani e sulla repressione di questi attivisti, che vengono imprigionati con la scusa di attentare alla sicurezza nazionale. Collegata strettamente a questo caso si deve considerare come questa rottura diplomatica sia all’interno dell’alleanza occidentale. Il fatto che i rapporti tra Canada e Stati Uniti non siano in questo momento dei migliori, potrebbe essere una causa dell’accanimento saudita? Il livello degli investimenti sauditi in Canada, pur essendo importante, non dovebbe compromettere l’economia di Ottawa, anche se come liquidità finanziaria l’Arabia Saudita dispone di capitali consistenti. Certamente per gli standard di Trump una azione contro il Canada, in questo momento non sembra affatto sgradita. Lo scenario ha però una dimensione più ampia: le ritorsioni di Riad servono ad essere un monito contro altre eventuali rimostranze provenienti da democrazie occidentali, troppo attente al rispetto dei diritti negli altri paesi. Resta il fatto che, per ora, la questione è limitata ai due stati, senza una presa di posizione chiara e netta di Washington, che rappresenta, in teoria, il maggiore alleato per entrambi i paesi. Trump preferisce non infastidire Riad nel momento in cui attacca l’Iran con l’applicazione di nuove sanzioni e così facendo non prende posizione sul tema dei diritti, ma, allargando la visuale, sancisce un sempre maggiore distacco dalla conformazione dell’alleanza occidentale per come è stata conosciuta fino ad ora, vengono spostati equilibri consolidati per cause economiche, come nel caso del Canada, per avvantaggiare visioni geopolitiche che prediligono l’importanza dell’attuale Israele, alleato di Riad con gli iraniani. L’impressione è che il silenzio americano avvalli la reazione saudita, in nome di un interesse particolare, al quale sacrificare la battaglia sui diritti, anche se portata avanti da un alleato storico come il Canada.

Trump apre all’Iran

L’offerta di Trump all’Iran, per una ripresa del dialogo, ha causato reazioni non unanimi a Teheran. Mentre per i moderati si tratterebbe di una opportunità, anche nell’ottica di potere scongiurare le sanzioni e quindi ridare slancio ad una economia in grave difficoltà, la parte più conservatrice ritiene che la proposta di Trump non deve essere neppure considerata senza che gli USA non ritornino a considerare valido l’accordo sul nucleare firmato da Obama, insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania. La tattica di Trump è applicata allo schema di negoziazione ormai tipico del presidente americano: affrontare in maniera aggressiva l’interlocutore, come primo fase, per poi passare ad una linea meno dura, che prevede aperture inaspettate. Una linea di condotta dove la conduzione delle trattative deve essere sempre in mano al capo della Casa Bianca. Questo schema sembra avere funzionato con la Corea del Nord, a meno di smentite che consistono in un comportamento ambiguo di Pyongyang, ma non sembra applicabile con tutto l’establishment iraniano. Nonostante che l’accordo sul nucleare sia stato di portata storica, i ceti più integralisti e conservatori non sono mai stati favorevoli a quanto firmato, perchè lo considerano una limitazione alla sovranità iraniana di fronte alla comunità internazionale. Il fatto che il nuovo presidente americano abbia ritirato la firma dall’accordo ha rappresentato la conferma dell’inattendibilità americana, che resta il nemico numero uno dell’Iran. Per i conservatori la proposta di Trump è considerata una umiliazione a cui si deve evitare di sottoporsi, anche per non essere paragonati alla Corea del Nord, costretta a sedersi al tavolo delle trattative da una situazione di assoluto bisogno. Tuttavia se gli USA dovessero diminuire le pressioni economiche, forse, almeno una parte dei conservatori potrebbe cambiare idea. Diverso è l’atteggiamento dei progressisti, che sono al governo e che considerano l’apertura americana una possibilità che può contribuire a risollevare l’economia del paese. La pressione americana ha provocato il ritiro di molti potenziali investitori e la quotazione della moneta iraniana ha subito un deprezzamento, causando notevoli aumenti dei pressi al consumo, che hanno già provocato diverse proteste di piazza. Riuscire ad invertire questa tendenza sarebbe un successo per i progressisti perchè darebbe un grande contributo alla stabilità del paese. Naturalmente sarà decisivo il comportamento dell’Europa e delle sue aziende, che sono molto indecise tra i benefici delle potenziali commesse iraniane e la paura delle possibili sanzioni americane, che Washington ha promesso per chi non si adeguerà alle disposizioni USA. Dal punto di vista politico, Bruxelles si è sempre detta convinta nel confermare l’accordo, garantendo l’appoggio a Teheran, tuttavia la pressione americana potrebbe provocare un disallineamento tra le posizioni dell’Unione ed il reale comportamento di industrie ed investitori europei a causa del timore di vedersi precluso il mercato americano. Una delle richieste ritenute più importanti dal governo iraniano è quella di non bloccare le esportazioni di greggio, che hanno raggiunto la cifra di 2,8 milioni di barili al giorno e che scatterebbero dal prossimo novembre. Questo argomento potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per un negoziato tra i due paesi, che, se avvenisse, avrebbe ricadute positive per entrambi i contendenti. Per Trump potere riscuotere il successo diplomatico con l’Iran, sarebbe la seconda affermazione in campo internazionale dopo quella conseguita con la Corea del Nord. Per il governo in carica a Teheran l’affermazione sarebbe addirittura doppia: interna perchè avrebbe la conseguenza di scongiurare una pericolosa deriva economia ed esterna perchè consentirebbe all’Iran di trattare alla pari con gli USA. Considerate queste valutazioni, se gli USA si dimostreranno ragionevoli ed allenteranno la pressione sull’Iran esistono buone probabilità per arrivare all’apertura di un negoziato; con quali esiti non è dato di sapere.