Il test missilistico americano riapre la questione degli armamenti

Il test missilistico americano ha messo fine all’interruzione delle prove di vettori balistici statunitensi che durava da trent’anni e rappresenta la logica conseguenza dell’intterruzione del trattato in vigore dal 1987 tra Usa e Russia. Con la firma di quel trattato si fa coincidere la fine della guerra fredda e la logica dei due blocchi, quindi il suo superamento non può che significare che si entra ufficialmente in una nuova fase di instabilità mondiale. In realtà questa situazione è già un dato di fatto: sia per il protagonismo russo di Putin, che per la comparsa di un nuovo attore, la Cina, sulla scena militare. Ciò non significa il passaggio da una situazione di contrapposizione di due soggetti ad una situazione tripolare: certo Cina, Russia ed USA sono le maggiori superpotenze, ma in questo scenario occorre tenere presente anche l’India, gli stati che possono o vogliono disporre di un arsenale nucleare ed anche dell’Unione Europea, che, seppure lentamente, ha messo in programma la costituzione di una sua propria forza armata. Lo scenario, quindi, diventa multipolare, anche per le intenzioni di Trump, non sempre rispettate dallo stesso governo americano, di non volere più recitare la parte di gendarme mondiale. Oltre a questo quadro generale occorre considerare il caso particolare della Russia, impegnata a sviluppare una tecnologia missilistica capace di raggiungere i 5.000 chilometri di distanza e sopratutto un vettore che potrebbe raggiungere la costa occidentale degli USA, inoltre lo sviluppo militare cinese, con Pechino che si è sempre rifiutata di aderire a trattati sugli armamenti, ha giustitficato il lancio del missile di test per i militari americani. Certo non è una buona notizia, la ripresa dei lanci missilistici americani significa che Washington vuole dimostrare la reale intenzione di mettersi allo stesso livello delle altre super potenze, riaprendo così al riarmo, le cui conseguneze sono, prima di tutto, di natura diplomatica. Infatti le reazioni di Mosca e Pechino non sono tardate ad arrivare, accusando gli Stati Uniti di preparare il test da tempo; queste accuse non sono provate e contengono una certa dose di ipocrisia, se si considera che vengono fatte da nazioni che da tempo stanno testando nuovi sistemi missilistici. Dal punto di vista militare, proprio per questo motivo, è impossibile non giustificare gli Stati Uniti per avere interrotto il periodo nel quale non hanno effettuato prove missilistiche: la necessità di avere contromisure contro gli avversari è un dato di fatto. Occorre poi considerare anche l’aspetto di volere dare un segnale a Cina e Russia, per non fare passare come segno di debolezza l’avere rispettato i trattati e non avere effettuato test missilistici da trent’anni. Per Trump era il modo ed il momento di dimostrare al mondo che anche gli USA possono disporre di armi missilistiche intese anche come deterrenti  nei confronti delle altre potenze. Una possibile lettura comprende anche la volontà, proprio attraverso il test, di portare Pechino ad una nuova trattativa per evitare la proliferazione degli armamenti. Esistono previsioni che dicono che l’arsenale cinese possa, in un futuro prossimo, superare quello americano. Da questi dati il destinatario del messaggio del test missilistico sembra essere più Pechino, che Mosca, anche in ragione della crescente volontà cinese di estendere la propria influenza nel Mare cinese meridionale, le cui vie marittime e la tutela dei paesi che si affacciano su questo mare, risulta essere un obiettivo primario della politica estera americana già dai tempi della presidenza Obama. Come già detto sia la Russia, che la Cina, hanno reagito negativamente a questo test, che segna la ripresa degli armamenti e che riporta il mondo indietro di trent’anni: questa consapevolezza deve essere del mondo intero, perchè significa possibili ricadute negative sui rapporti tra gli stati e l’incertezza economica, quindi un fattore ulteriore di aggravamento per la situazione mondiale, sempre più soggetta a sollecitazioni di natura differente, che mettono in pericolo la stabilità e la pace globale.

Il ritorno della guerra commerciale tra USA e Cina rischia di portare alla recessione mondiale

La tanto sperata tregua commerciale tra Usa e Cina, non solo si allontana ma diventa molto concreto il pericolo che non possa essere raggiunta, almeno in tempi brevi. La mossa della scorsa settimana di Trump, che ha evidentemente voluto inasprire la contesa con una tattica spregiudicata, ha imposto nuovi dazi sui prodotti cinesi per circa 300 miliardi di dollari: il risultato è che tutte le esportazioni provenienti da Pechino verso gli Stati Uniti sono stati sottoposti a tariffe doganali ancora più elevate. Probabilmente nella tattica della Casa Bianca vi era la volontà di ribadire la supremazia americana e l’intenzione di riequilibrare una bilancia commericale ritenuta troppo a favore dei cinesi, essenzialmente per difendere i prodotti americani. Non aspettarsi, però, una reazione del governo di Pechino sembra una errata valutazione dovuta ad un eccesso di sicurezza e di supremazia da grande potenza,che non appare più giustificata nei confronti del paese cinese. Pechino, anche se lo smentisce pubblicamente, ha operato una svalutazione della propria moneta, che è scesa ad un cambio al di sotto del valore di sette yuan per dollaro. Malgrado la smentita ufficiale della Banca centrale cinese, non pare possibile che questa risposta venga direttamente dal governo di Pechino, come reazione diretta ai provvedimenti di Trump. Dalle reazioni del presidente americano, non si può non cogliere una rabbia mista a sorpresa, che ha avuto come bersaglio la Cina, esplicitamente accusata di manipolazione dei cambi. Il segnale inviato da Pechino contiene una duplice valenza: la prima costiuisce, all’interno dello schema deteriorato che si è ormai instaurato tra i due peasi sul tema della guerra commerciale, della doverosa ed obbligata risposta che vuole sottolineare come la Cina non intenda mostrarsi timorosa nei confronti delle azioni americane, la seconda, appare di natura maggiormente tecnica, e rappresenta l’intenzione di rendere più complicate le esportazioni di prodotti americani verso il paese cinese, a causa dell’innalzamento del prezzo provocato dal deprezzamento della moneta della Cina. L’articolazione della risposta cinese non si è limitata alla sola svalutazione della moneta, ma ha riguardato anche il blocco dei prodotti agricoli americani, che, in maggioranza provengono dagli Stati federali dove Trump riscuote il maggiore gradimento. In generale la politica dei dazi americani, che poteva avere qualche giustificazione su temi specifici, sembra essere stata attuata in maniera esasperata, conforme, peraltro, allo schema che Trump ha instaurato nelle relazioni internazionali: utilizzare una tattica dove l’azione iniziale è sempre sovradimensionata, per poi ridursi parallelamente al conseguimento dgli obiettivi. Questo schema può funzionare, ma non sempre, con soggetti più deboli, per questioni relative agli armamentie per problemi relativi a dispute diplomatiche; ma non può funzionare in campo economico con soggetti più forti come l’Europa ed ancora meno con la Cina, che dispone di una serie di possibilità di risposta capaci di mostrare tutti i limiti dell’azione di Trump. Il concetto è che l’azione esasperata preferita alla diplomazia ed alla trattativa producono situazioni sfavorevoli per entrambi in contendenti, che, nel campo economico, si ripercuotono a livello globale, rischiando di innescare una recessione mondiale. Del resto se le risposte cinesi hanno provocato una sofferenza per le industrie americane, la svalutazione dello yuan avrà conseguenze altrettanto difficili per le imprese della Cina, che sono indebitate in valuta statunitense e che avranno pesanti ripercussioni sulle loro strutture finanziarie. La Cina ha sacrificato il controllo della svalutazione per avere una risposta più forte ai dazi commerciali di Trump, ma ciò può innescare, già nel breve periodo, una fuga di capitali, alla quale Pechino può rispondere iniettando nel sistema altra valuta, grazie alle grandi disponibilità finanziarie di cui dispone, tuttavia esiste sempre l’alto livello di indebitamento delle istituzioni locali, che non è conteggiato nel debito pubblico nazionale e che può costituire un fattore di forte destabilizzazione qualora l’incidenza dell’alto valore del dollaro sul sistema cinese permanga per lungo tempo. Risulta chiaro che in una situazione di stress continuato le ricadute sul sistema globale della contesa tra le due maggiori potenze economiche, potrebbero provocare vittime tra paesi con problemi finanziari e mandare in recessione anche economie più floride, che stanno già avvertendo segnali di compressione della crescita. Una questione di puntiglio, che determini il permanere di questo scenario, non conviene proprio a nessuno, se non ad isolati speculatori: ma non sembra essere questo l’obiettivo di Washington e Pechino, che dovranno rivedere al ribasso i propri obiettivi politici per non danneggiare quelli economici; non solo i loro ma anche dei loro alleati.

Taiwan nuovo elemento di contrasto tra USA e Cina

La Casa Bianca ha deciso di innalzare il livello dello scontro con Pechino, attraverso la fornitura di armi, per un valore di due miliardi di euro, a favore di Taiwan. La Cina considera Taiwan come parte integrante del proprio territorio, nella visione della Cina unica, e, pertanto, considera ogni intromissione in questo argomento come una interferenza nei propri affari interni. L’azione degli USA è stata percepita con profondo fastidio dall’amministrazione cinese, che è arrivata a configurare la violazione della propria sovranità da parte di Washington. Pechino ha espressamente richiesto agli Stati Uniti di annullare la fornitura, che, materialmente non è stata ancora formalizzata, perchè manca la ratifica del parlamento americano; tuttavia non sembra ci sia probabilità alcuna che questa ratifica venga respinta. La Cina considera Taiwan un territorio ribelle rispetto alla madre patria, ma anche, un argomento che costituisce una sorta di confine da non oltrepassare da parte di  altri stati esteri. La marina militare cinese, negli ultimi tempi, ha intensificato le manovre militari nei pressi dell’isola di Taiwan suscitando profonda apprensione nel governo di Taipei, ciò ha provocato la richiesta di aiuto a Washington per una prima fornitura militare, di circa 500 milioni di dollari. I contatti tra Taiwan e Stati Uniti  si sono intensificati ed è imminente una visita ufficiale del presidente taiwanese nel territorio americano. Ciò contribuisce ad innalzare l’irritazione cinese e diventa un fattore di ulteriore tensione per le relazioni tra le due super potenze, già messe a dura prova dalla questione dei dazi commerciali. Occorre ricordare che esiste un programma cinese che si prefigge di riunificare la Cina come nell’epoca imperiale e questo piano di risorgimento della nazione dovrebbe compiersi nel 2050 per il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese; per quell’anno, quindi, Taiwan dovrebbe ritornare sotto il controllo di Pechino. Per ora un attacco militare non è previsto ed, anzi, la tattica dovrebbe essere quella della diplomazia, ma l’imperialismo cinese ha registrato livelli di crescita notevoli e l’approccio morbido alla questione di Taiwan potrebbe cambiare proprio per la provocazione americana. Quale sia la reale intenzione di Washington non è chiaro; certamente la richiesta di aiuto di Taiwan ha offerto una occasione per inserirsi in una questione che la Cina considera di importanza nazionale. Washington potrebbe cercare di allargare la sua azione proprio in quella che Pechino considera la sua area di influenza esclusiva: dopo Giappone e Corea del Sud, gli USA entrerebbero praticamente sul territoro cinese; questa interpretazione potrebbe anche essere letta come una sorta di azione preventiva per evitare un potenziale attacco cinese contro Taiwan. Negli equilibri diplomatici dell’area non bisogna scordare che la visione giapponese è pefettamente coincidente con quella americana nella volontà di contenere l’espansionismo cinese. Ci sono, quindi, diversi fattori che propendono per una sorta di equilibrio del terrore, basato, per ora, sulla presenza di armamenti convenzionali, che, però, determinano un innalzamento del pericolo di uno scontro, anche fortuito, che può produrre conseguenze peggiori. Un’altra possibilità potrebbe essere la ripetizione del solito schema di Trump, che prevede una serie di minacce per ottenere un vantaggio economico. Questa lettura potrebbe rientrare nella difficile dialettica dellea questione dei dazi commerciali; tuttavia la tutela di Taiwan appare strategica per troppi soggetti presenti nell’area e non sembra sacrificabile per eventuali vantaggi economici immediati.  Il fatto più importante da registrare è l’incremento dell’avversione americana verso la Cina, che viene sempre più identificata nel nemico principale dall’amministrazione del presidente Trump. Un miglioramento dei rapporti tra i due stati, al momento, è difficilmente prevedibile e ciò rende la situazione mondiale sempre più instabile.

USA e Messico raggiungono l’accordo per evitare i dazi commerciali

Dal punto di vista economico, l’accordo tra USA e Messico, consente ai due paesi di evitare cirisi pericolose, non solo dal punto di vista economico ma anche politico. Se fossero entrati in vigore i dazi di Trump gli Stati Uniti avrebbero avuto una contrazione del prodotto interno lordo dello 0,7% per i problemi che avrebbe patito il settore automobilistico e quello della grande distribuzione. D’altronde l’allarme era stato dato ampiamente dalla Federal Reserve statunitense, dalla borsa di Wall Street e dallo stesso partito repubblicano, che era pronto a boicottare il decreto presidenziale. Quindi un danno al prestigio politico del presidente americano proprio all’interno del suo partito a circa un anno dalle elezioni presidenziali. Anche sul piano diplomatico vi era la concreta possbilità di una apertura dello stato di crisi con il vicino stato messicano: un problema sui confini, che si sarebbe andato ad aggiungere alle diverse crisi internazionali in cui gli USA si stanno districando. Ma se queste erano le potenziali conseguenze nel terreno americano, anche in quello messicano una crisi con il principale partner commerciale avrebbe potuto generare, sul piano interno, conseguenze non gradite. Le richieste USA, per evitare i dazi al Messico, erano quelle di bloccare la frontiera messicana con il Guatemala, condurre una repressione nei confronti del racket che favorisce l’emigrazione illegale ed operare il dibrigo delle pratiche dei richiedenti asilo sul suolo messicano, anziché su quello americano. Nessuna di questerichieste è stata però soddisfatta, il Messico ha inviato seimila uomini della Guardia Nazionale presso il confine meridionale. Per il resto non si sa se non vi è stata la volontà ad accogliere le richieste americane o,piuttosto, una impossibilità pratica di esaudire la volontà statunitense. Per mettere in pratica il controllo della frontiera meridionale occorre debellare la presenza delle organizzazioni malavitose che controllano il traffico di uomini e ciò comporta uno sforzo, dove la sola presenza militare non è sufficiente, ma è richiesto un impegno notevole da parte dei servizi segreti ed una lotta alla corruzione presente nell’apparato burocratico messicano. Queste difficoltà sono ben note agli americani e ciò provoca dei seri interrogativi su quanto poteva attendersi il presidente americano. Il sospetto legittimo è che Trump abbia usato la solita tattica che prevede un annuncio roboante, per poi ottenere un risultato inferiore di quanto richiesto, ma che deve essere esaltato dall’apparato della Casa Bianca come un successo. Del resto lo stesso Trump ha rivendicato come la sua strategia ottenga dei risultati tangibili. Tuttavia rimane ragionevole pensare che la presenza dei seimila uomini della Guardia Nazionale potrà rallentare, anche in modo considerevole, il flusso migratorio ma la vera domanda è per quanto. Al momento il Messico ha fatto la cosa che costava meno sforzo ed ha ottenuto il blocco dei dazi più che per la sua manovra di facciata, per l’impossibilità di mandare in crisi l’industria americana da parte del presidente USA e per l’opposizione dei settori finanziari, economici e politici, statunitensi. Che poi il merito di una manovra diversiva messicana, sia ascritto alla strategia dell’inquilino della Casa Bianca non cambiale cose: tra poco il traffico migratorio verso gli Stati Uniti riprenderà come prima. Piuttosto il problema delle condizioni igieniche dei centri di accoglienza di Arizona e Texas è in continuo aggravamento, per le tante e continue presenze che si registrano; ciò crea una difficoltà tangibile ed evidente ai funzionari americani, che si trovano impossibilitati ad assicurare i più elementari standard di sicurezza sanitaria. Ma a questa situazione, ben nota a Washington, non corrisponde una adeguata assistenza proveniente dalle istituzioni centrali, che sembrano avere adottato come tattica di risoluzione del problema, proprio la mancanza di una assistenza adeguata ai migranti, forse per convincerli a desistere nel proposito di emigrare clandestinamente negli Stati Uniti.

Alcune possibili risposte cinesi ai dazi americani

La ritorsione della Cina ai dazi americani parte dalla lista delle aziende e delle persone statunitensi che non hanno rispettato le regole del mercato e per questo hanno danneggiato le aziende del paese cinese. L’azione di Washington viene definita come terrorismo economico, che danneggia non solo la Cina ed altri paesi, ma gli stessi Stati Uniti, a causa di una poltica miope, basata su di una volontà esclusivamente egemonica. Ma il governo di Pechino intende usare l’arma delle cosidette terre rare, materia prima indispensabile per l’industria delle nuove tecnologie e delle energie rinnovabili. Si tratta di industrie ad alta specializzazione che costituiscono un settore molto importante per l’economia americana, che necessitano di questi materiali importati dalla Cina in quantità considerevoli. Le terre rare si dividono in tre grandi specie, quelle definite leggere, che servono per i componenti degli smartphone, che vengono estratte in Cina nella misura del 38% del totale; le terre rare chiamate medie e pesanti, utilizzate per display e per le armi difensive, che vengono estratte per il 90% del totale mondiale nel paese cinese. Gli Stati Uniti, nel periodo dal 2014 al 2017, hanno importato l’80% del totale del loro fabbisogno di terre rare dalla Cina. Si tratta quindi di una sorta di arma puntata contro gli USA, per controbattere alla decisione delle sanzioni. Una delle ragioni comunicate dai funzionari cinesi è quella di interdire la possibilità di arrichirsi per quei paesi, come gli USA, che contrastano i commerci con la Cina, ma anche, contrastare le esportazioni di prodotti fatti con materie prime cinesi che concorrono direttamente con i prodotti della Cina. La Casa Bianca conosce bene la situazione di necessità di terre rare da parte dell’industria americana e, per questo motivo, non ha inserito questi materiali nelle liste dei dazi stabiliti. Se la Cina deciderà di attuare questa misura restrittiva, gli effetti, però, non saranno immediati ma di lungo periodo: ingfatti i paesi costruttori di prodotti di alta tecnologia, non solo gli USA, ma anche altri, dispongono di riserve consistenti di materie prime in grado di resistere al blocco cinese. L’estrazione delle terre rare resta però una grande variabile sulla produzione a causa del loro tasso di inquinamento e di costi, gli USA hanno già rinunciato all’estrazione e nella stessa Cina sono in corso operazioni di riconversione industriale nelle zone da cui provengono questi materiali. Sul periodo molto lungo, quindi, l’azione cinese potrebbe non essere efficace, tuttavia, se si entra nelle ipotesi, la speranza è quella che la guerra commerciale finisca prima dei possibili effetti della sopsensione della fornitura delle terre rare, per questo motivo l’intenzione di Pechino potrebbe essere soltanto una minaccia, per manifestare una reazione sulla scena internazionale alle azioni americane. Un altro fronte potrebbe riguardare il gas naturale: pur essendo la Cina al decimo posto tra i paesi detentori di riserve di gas, l’intenso sviluppo economico del paese ha provocato l’importazione da parte di Pechino del 41% del suo fabbisogno, di cui il 14% arriva dagli USA; l’introduzione del gas nei prodotti soggetti a introduzione di dazi cinesi, potrebbe generare pericolose ricadute all’interno del mercato cinese. Uno dei pericoli è che gli USA interrompano la fornitura come ritorsione andando a creare potenziali situazioni di conflitto i cui sviluppi sono difficilmente immaginabili.

Trump vuole veramente imporre i dazi sul Messico?

La guerra sui dazi che ha intrapreso la casa Bianca con Pechino, ha avuto come risultato collaterale quello di aumentare le esportazioni dal Messico verso gli USA, creando uno sbilanciamento economico di circa 22.700 milioni di dollari, nei primi tre mesi del 2019,  a favore del paese messicano. Per la visione di Trump, che non vuole deficit negativi con ogni singolo paese la situazione con il Messico è una questione da risolvere. Tuttavia l’interscambio con il paese messicano ha  risolto, almeno in parte, la mancata importazione dalla Cina per le aziende americane, che, infatti, sono contrarie all’introduzione dei dazi nei confronti del Messico, proprio per la difficoltà di sviluppare i loro prodotti. Politicamente la questione è ancora più complessa, perchè investe due aspetti della politica americana: il primo è l’immigrazione illegale proveniente dal Messico, usata come mezzo per evitare l’introduzione dei dazi, il secondo riguarda le norme del trattato di libero scambio tra USA, Messico e Canada, liberamente sottoscritte dagl Stati Uniti, che verrebbero violate dal presidente americano. Il ricatto di Trump sull’immigrazione illegale costringerebbe il Messico a contenere entro le proprie frontiere l’emigrazione verso gli Stati Uniti proveniente sia dal paese messicano, che dagli stati del centro e sud america, che usano il percorso messicano per raggiungere il paese statunitense. In poche parole Trump sostituirebbe il muro che non è riuscito a costruire con un muro virtuale costruito dalla minaccia di introduzione di dazi crescenti al 5% al 25% sui prodotti messicani, se Città del Messico non conterrà il traffico di persone verso gli Stati Uniti. Ora, al netto delle valutazioni di carattere umanitario, la possibile introduzione  di queste tariffe doganali sarebbe una violazione del trattato di libero scambio, i cui negoziati sono durati un anno e mezzo e che Trump stesso ha firmato. Dal punto di vista dell’affidabilità del presidente e degli stessi USA, si tratterebbe dell’ ennesima prova di inattendibilità dell’inquilino della Casa Bianca e, quindi, degli stessi Stati Uniti, che vedrebbero diminuito il  loro prestigio internazionale per l’ennesima volta. C’è però un problema, che è rimasto relativamente nascosto finoad ora: i benefici del trattato, per tutti e tre i paesi firmatari, non sarebbero poi così evidenti; inoltre all’interno del Congresso americano la quasi totalità dei democratici, ma anche diversi esponenti del partito repubblicano sarebbero contrari alla ratifica dell’accordo.  Questo stato di cose potrebbe avere creato le condizioni per una operazione tattica da parte di Trump, per cercare di modificare le condizioni del trattato ed, insieme, sfruttare l’occasione per riportare la centro dell’attenzione il problema dei migranti irregolari, che rientrava nel suo programma elettorale. Quanto alla minaccia che l’imposizione dei dazi diventi concreta però, come già detto, le condizioni dell’industria americana non permetterebbero la pratica di questa politica, che andrebbe a danneggiare la produzione statunitense; Trump conscio di questa condizione sfavorevole, unita all’opposizione del Congresso, sembra, alla fine, avere voluto sfruttare a suo vantaggio una situazione sulla quale non può effettivamente incidere. Il calcolo del presidente americano sembra essere diretto a compiacere la parte dei suoi sostenitori elettorali più a destra, quelli contro l’immigrazione clandestina, la componente a cui era piaciuta di più, in campagna elettorale, la promessa della costruzione del muro. D’altronde il 2020 è vicino e la campagna elettorale sta per incominciare.

Russia ed USA si incontrano per migliorare le relazioni bilaterali

Il rapporto tra USA e Russia deve essere distinto tra quello dei rispettivi capi di stato e dei loro governi con quella che è la naturale avversione che vi è tra le due amministrazioni. L’affinità politica tra Putin e Trump è cosa nota, come nota è l’attività russa per favorire l’elezione dell’attuale presidente USA. Tuttavia verso l’azione politica di Mosca vi è una diffidenza tra grande parte dell’amministrazione americana intesa nel senso più ampio; questa diffidenza deriva sia da situazioni storiche pregresse, peraltro presenti anche in senso contrario, che per gli evidenti obiettivi geopolitici della Russia, che sono alla base dei programmi elettorali e quindi politici del Cremlino. La visita del Segretario di stato americano al ministro degli esteri russo e, successivamente, a Putin, dimostra che la dialettica tra i vertici dei due paesi continua in maniera collaborativa, perchè entrambi hanno bisogno di ribadire un rapporto funzionale a mantenere il loro ruolo nella politica internazionale. Gli USA sono attualmente in difficoltà su diversi fronti diplomatici: con la Corea del Nord non sono riusciti a concludere un accordo che sarebbe stato significativo, in Venezuela, considerato all’interno della propria zona di influenza, Washington non riesce ad incidere in maniera efficace in favore dell’opposizione al regime di caracas, la questione iraniana rischia di andare oltre il già pericoloso livello di tensione in corso per una pessima gestione troppo condizionata da alleati incauti ed, infine, il rapporto con l’Unione Europea subisce continui deterioramenti mettemdo in pericolo il normale e storico svolgimento della relazione transatlantica. Trump ha impostato una politica di sostanziale isolamento in campo internazionale, ma non è stato supportato da parti della propria amministrazione in maniera da prevenire effetti non favorevoli agli USA e le difficoltà per la diplomazia americana derivano in gran parte da queste ragioni. Il rapporto con la Russia, sebbene condizionato da visioni ed interessi differenti e spesso contrastanti, è essenziale per trovare una collaborazione per risolvere le questioni contingenti e non obbligare gli USA ad un impegno in prima persona ma solitario. La Russia, d’altronde, ha la necessità di avere un rapporto con la maggiore potenza del pianeta, che dopo l’invasione della Crimea, è peggiorato sensibilmente (ma non tanto per Trump, quanto per parti dell’amministrazione contrarie a Mosca). L’importanza di buone relazioni bilaterali, come affermato dal Ministro degli esteri russo, sono fondamentali per evitare che le tensioni presenti nelle varie regioni possano evolversi in situazioni in grado di alterare gli equlibri su cui si basa la pace mondiale. Questa consapevolezza può favorire una ripresa di relazioni molto più strette, che possa favorire una mediazione in grado di soddisfare gli obiettivi di entrambe le parti. In particolare sono stati affrontati i temi della denuclearizzazione coreana, che interessa agli USA dal punto di vista strategico, ma che per la Russia è essenziale, vista la vicinanza con la penisola asiatica, della questione venezuelana, dove la Russia ha espresso la sua contrarietà ad una esportazione delle democrazia tramite le armi, della situazione siriana e di quella ucraina ed, infine, dell’emergenza del Golfo Persico, che continua a restare tale, malgrado le dichiarazioni americane di non volere intraprendere un conflitto, che sarebbe altamente impopolare per Trump. Se questa visita del Segretario di stato può rappresentare un avvicinamento tra le due potenze occorre anche considerare gli effetti che ciò potrà avere sulla Cina, in quanto soggetto alternativo agli USA, al quale la Russia sembrava essersi avvicinata; Mosca, pur in un quadro di normale dialettica internazionale, potrebbe giocare su due tavoli per sfruttare le relazioni complicate tra i due paesi, dovute alle guerre commerciali in atto. Ciò potrebbe portare a rimettere in discussione, ma non certo nel breve periodo, una serie di assetti internazionali tra cui proprio quello iraniano, Gli USA probabilmente non riusciranno a fare recedere Mosca dal trattato del nucleare, ma una maggiore azione diplomatica della Russia tra USA ed Iran, potrebbe costringere la Cina a derogare dal suo principio di non intervento per non rinunciare ad interpretare il ruolo di grande potenza a cui aspira anche in campo diplomatico. Occorrerà attendere gli sviluppi che questo avvicinamento, se ci sarà realmente, sarà in grado di provocare.

La crisi iraniana ulteriore motivo di attrito tra Washington e Bruxelles

La difficile dialettica tra USA ed Unione Europea ogni giorno sembra peggiorare. Dopo il problema della forza armata europea e la minaccia di sanzioni da parte di Washington, per la questione degli armamenti europei, il contenzioso si sposta sul rispetto del trattato del nucleare iraniano. Mentre è risaputo che le due parti sono su posizioni opposte, gli sviluppi delle vicende nel Golfo Persico, dove due petroliere saudite sarebbero state sabotate, aggravano il confronto. L’episodio delle petroliere sabotate, senza conseguenze per equipaggio e le stesse navi, sembra essere stato creato appositamente per innalzare la tensione tra Arabia Saudita e quindi USA, con l’Iran. Teheran ha smentito di avere avuto una parte attiva nei sabotaggi e l’entità non certo grave dei danni sembra fare propendere per un atto usato come pretesto, proprio nel momento che Bruxelles e Washington discutono dell’applicazione del trattato sul nucleare iraniano. La base di partenza della firma dui questo accordo non era un segnale di amicizia dell’occidente verso l’Iran, che resta un paese dove le libertà democratiche ed i diritti civili sono sempre più negati, ma un ragionamento di opportunità per contenere in maniera legale un potenziale sviluppo nucleare di tipo militare della Repubblica islamica. Trump ha rovesciato questo assunto anche a causa delle pressioni delle monarchie sunnite e di Israele, innescando una situazione di tensione dovuta al rinnovo delle sanzioni verso l’Iran, imposte anche alle aziende europee che intendono collaborare con Teheran. Forse l’intenzione del presidente americano è quella di provocare una rivolta nella popolazione, che costituisce la vera vittima del blocco economico, che provoca la crisi finanziaria del paese. Ancora una volta si tratta di un calcolo errato, perchè l’opposizione non ha alcuna possibilità all’interno di un regime che esercita un controllo rigido.  La pressione americana sulla diplomazia europea ha il fine di ottenere l’allineamento di Bruxelles sulle posizioni della Casa Bianca, ma ciò appare molto difficile: il raggiungimento della firma sul trattato del nucleare è uno dei maggiori successi diplomatici dell’Unione ed un ritiro unilaterale come quello americano rappresenterebbe un perdita di immagine e credibilità difficilmente recuperabili, per un soggetto internazionale che, al momento, ha proprio nelle diplomazia uno dei maggiori punti di forza. Per la conspevolezza dell’importanza di questo aspetto, infatti, l’Iran percorre la propria strategia di cercare il rispetto dei patti da parte dei soggetti firmatari che non si sono ritirati. L’attualità della questione aumenta di importanza con lo sviluppo delle vicende del Golfo Persico, dove il pericolo di un incidente che potrebbe innescare anche un conflitto è sempre più presente, unito alla visita del Segretario di stato americano alla riunione dei ministri degli esteri dell’Unione, visita che ha determinato il rinvio di un giorno del programmato incontro con il ministro degli esteri russo. La presenza non programmata in Europa del Segretario di stato americano in un contesto così particolare potrebbe essere letta come la volontà di cercare di esercitare una pressione più diretta sull’atteggiamento dell’Unione, anche in vista di possbili sviluppi militari. Trump ha minacciato più volte l’Iran ed il verificarsi di sabotaggi o azioni di disturbo verso navi di paesi alleati potrebbe autorizzare gli USA a produrre delle risposte non propriamente diplomatiche, anche perchè Washington ha inviato nel Golfo Persico una propria flotta navale. La posizione europea è di grande preoccupazione ma resta inamovibile sulla questione del trattato: Bruxelles potrebbe sfruttare questa occasione per esercitare finalmente un ruolo da protagonista per risolvere la crisi potenziale in maniera diplomatica e ribadire l’assoluta autonomia politica rispetto ad un presidente americano sempre più sconsiderato.

Gli USA non gradiscono l’autonomia militare europea

Uno degli obiettivi più ricercati da Trump, quello di convincere i paesi europei all’interno dell’Alleanza Atlantica ad aumentare la spesa militare, potrebbe essere raggiunto, ma con effetti opposti a quelli voluti dal presidente americano. Nella sua visione di difesa dell’occidente, l’inquilino della Casa Bianca ha sostenuto e sostiene, una diminuzione progressiva dell’impegno statunitense a favore di un maggiore impegno europeo. Trump ha dato per scontato di raggiungere due obiettivi: il primo, appunto, un minore impegno diretto della forza armata statunitese ed il secondo una maggiore vendita di armi fabbricate negli Stati Uniti. Ma le due cose non è detto che possano essere realizzate insieme: infatti l’Unione Europea procede nella sua intenzione di formare una forza militare autonoma, in grado di sviluppare sistemi di armamento propri, sia come progetto, che come realizzazione. Uno sviluppo del genere escluderebbe l’industria bellica americana da un mercato consistente e potrebbe creare notevoli problemi anche all’aspetto occupazionale, andando a colpire una quota consistente dell’elettorato del presidente in carica. Le rimostranze degli Stati Uniti verso Bruxelles vertono sul rischio concreto di mettere in pericolo l’integrazione e la cooperazione militare, portata avanti all’interno dell’Alleanza Atlantica; ma la questione non dovrebbe essere porsi in questi termini, dato che la soluzione di una autonomia militare europea viene accelerata proprio per il disimpegno annunciato dalla volontà di Trump. In realtà viene spontaneo pensare che il presidente americano non abbia considerato questa eventualità ed abbia dato per scontata la propria visione, evidenziando la sua scarsa capacità di lettura in politica estera: l’equazione tra una maggiore spesa per le armi ed una indipendenza strategica dell’Europa non è stata prevista nello schema della Casa Bianca. Nei piani dell’Unione Europea vi è lo stanziamento di 13 miliardi di euro per lo sviluppo di 34 progetti nel campo degli armamenti per il periodo compreso tra il 201 ed il 2027. Il regolamento di partecipazione prevede anche la presenza di aziende non comunitarie, ma senza che queste possano vantare la proprietà intellettuale dei progetti e con rigidi controlli sulla possibilità di esportare gli aramenti prodotti, inoltre la partecipazione a questi progetti prevederà il voto unanime dei 25 paesi dell’Unione. Si comprende che queste restrizioni possono limitare fortemente l’attività dell’industria bellica americana e consentire la partenza di una autonomia delle forze europee, sempre più distaccate dal monopolio tattico e strategico dei sistemi delle armi americane. In effetti il rischio che si verifichi una duplicazione dei sistemi militari ed anche una possibile diminuzione dell’integrazione tra le forze armate, dovuta ad assetti di armamento differente, pare concreta, tuttavia mascherare l’irritazione per potenziali mancati guadagni con motivazioni tattiche pare non essere consono e coerente al comportamento del presidente americano, in particolare, ed all’esigenza di  creare un autonomia militare europea, in generale, dovuta alla fase storica presente. Le minacce di ritorsione politica e commerciale che arrivano dagli Stati Uniti, segnalano il nervosismo del governo di Washington per non avere compreso gli sviluppi da loro stessi provocati ed evidenziano ancora una volta una pessima gestione della politica estera: gli interessi degli Stati Uniti non sono tutelati da imposizioni, specialmente verso gli alleati, ma devono tenere conto dei costi e benefici indotti generati da decisioni discutibili, a cui si deve aggiungere fatti contingenti come l’uscita del Regno Unito dall’Unione, che costituisce la perdita di un alleato forte verso Washington all’interno dell’Europa. D’altronde Trump ha cercato proprio di mettere in pericolo l’unità europea proprio appoggiando la Brexit.  L’argomento della difesa rischia di allontanare ancora di più le due parti e peggiorare un rapporto già profondamente deteriorato, oltrre che trasformarsi in una sconfitta personale per Trump, i cui effetti non devono essere assolutamente sottovalutati: se dal punto di vista politico, pur tra molte difficoltà, è impensabile arrivare ad una rottura tra USA ed Europa, questa situazione potrebbe favorire ancora maggiori aperture di Bruxelles verso la Cina, sopratutto nel campo economico e finanziario, determinando una sottrazione di influenza americana sull’Unione, con conseguente aumento di difficoltà nei rapporti anche su temi differenti da quello militare.

Gli Stati Uniti sospendono le esenzioni per l’acquisto di petrolio iraniano

L’intenzione dell’amministrazione americana di aumentare la pressione sull’Iran, attraverso l’interruzione della deroga alle sanzioni per l’acquisto di greggio da Teheran, che valeva soltanto per alcuni paesi, rischia di avere delle conseguenze politiche ed economiche molto rilevanti. Intanto il preavviso concesso è molto ristretto, infatti le deroghe dovranno cessare dal due maggio prossimo. La ragione di questa accelerazione viene individuata nella necessità di limitare l’azione geopolitica della repubblica islamica nella regione mediorientale a favore degli sciiti ed anche ridurre l’influenza iraniana in Siria. Per questi obiettivi, la Casa Bianca ritiene che siano stati impiegati notevoli sforzi finanziari derivanti proprio dalla vendita del greggio. Gli USA devono però limitare che la diminuzione del greggio disponibile provochi un aumento per barile, in un contesto internazionale che ha già registrato l’innalzamento del prezzo del tre per cento sul prezzo totale del barile. Chi può sostenere la manovra è soltanto l’Arabia Saudita, con la collaborazione degli Emirati Arabi Uniti, che si sono impegnati ad immettere sul mercato il quantitativo di greggio necessario a compensare quello iraniano. L’interesse delle monarchie sunnite è doppio, da una parte si dovrebbe registrare l’aumento degli introiti economici, ma, sopratutto, soddisfare gli aspetti geostrategici funzionali a questi paesi, tradizionalmente nemici dell’Iran, mentre sullo sfondo ci sarà anche la soddisfazione di Israele, ormai al fianco dei paesi sunniti contro Teheran.  I paesi interessati dalla manovra statunitense sono Giappone, Corea del Sud, Turchia, Cina, India, Italia, Grecia e Taiwan. La minaccia americana è quella di sanzionare le merci di questi paesi verso gli Stati Uniti, se continueranno ad acquistare il greggio iraniano. La ragione ufficiale è il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato sul nucleare iraniano, mai disconosciuto dai paesi europei e dell’Unione Europea, che hanno partecipato al difficile negoziato. Trump teme che il paese iraniano possa dotarsi dell’arma atomica ed, attraverso di essa, alterare gli equilibri regionali e minacciare Israele; tuttavia questa forma di pressione incide su di una economia messa già in grande difficoltà dalle sanzioni già in essere e che influenza in maniera fortemente negativa la vita della popolazione del paese; ma se la speranza di Trump è quella di ottenere delle ribellioni da parte della popolazione verso il regime, ciò non sembra possibile che si avveri: i cittadini iraniani sembrano rivolgere il loro risentimento verso gli eterni nemici statunitensi, i paesi sunniti ed Israele, che ritengono responsabili del mancato rispetto sull’accordo del nucleare, che ha causato le sanzioni e la compressione dell’economia nazionale. Verso gli USA vi è ancheil risentimento di quegli stati che avevano stipulato contratti con l’Iran e che ora si trovano davanti ad una scelta praticamente obbligata. Una questione centrale è l’intrusione nell’economia di stati sovrani che Washington adopera come strumento per raggiungere la proprie finalità in politica estera: viene, cioè, imposta una prospettiva sostanzialmente non condivisa da quegli stati che subiscono il ricatto dell’interruzione dei rapporti con il paese iraniano. Non vale neppure l’argomentazione, che l’Iran è un regime liberticida, che sopprime l’opposizione e non garantisce i diritti ai suoi cittadini, cosa certamente vera, perchè l’Arabia Saudita è una dittatura altrettanto liberticida. Quindi resta soltanto l’obbligo di adeguarsi alle ragioni americane. Questa strategia rientra nella dottrina Trump e nel suo modo di rapportarsi con nemici ed alleati interpretato soltanto in direzione univoca e che rappresenta una delle maggiori ragioni dell’allontanemento dagli USA da parte dell’Europa e dalla crescente diffidenza verso il presidente americano. Se la questione dei dazi tra Cina e Stati Uniti sembra avviarsi ad una soluzione positiva, il fatto del divisto di acquisto del petrolio iraniano potrebbe diventare ancora più pericoloso dal punto di vista politico, perchè investe un aspetto dove gli USA non sono direttamente coinvolti e sul quale esercitano un arbitrio.