Le relazioni tra USA ed Europa in pericolo per le possibili sanzioni all’Iran

Se la trattativa con la Corea del Nord si sta evolvendo in senso positivo, alla Casa Bianca ritengono che molto è dipeso dalla pressione esercitata dalle sanzioni. L’intenzione sarebbe quella di ripetere lo stesso schema con l’Iran per ridurre la pericolosità del regime di Teheran. Il primo passo in questa direzione è stata la rottura di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama insieme ai partner europei. Il problema per gli Stati Uniti è l’atteggiamento da tenere verso l’Europa, dal momento in cui scatteranno le sanzioni contro il paese iraniano e quindi potenzialmente contro le aziende cohe continueranno a collaborare con Teheran. La firma del trattato sul nucleare iraniano ha permesso di ridurre drasticamente le sanzioni ed ha aperto un collaborazione commerciale, che, se venisse interrotta, porterebbe notevoli perdite ad aziende tedesche, francesi, inglesi ed italiane. Occorre ricordare che solo gli Stati Uniti sono usciti, in maniera unilaterale, dal trattato, che è ancora riconosciuto da Unione Europea, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania; l’atteggiamento americano, quindi, rischia di allontanare ancora di più Washington dai propri alleati naturali, spratutto se il governo statunitense dovesse dare seguito ai propositi del Segretario per la sicurezza nazionale, che prevede di sanzionare le società europee che intendono continuare ad avere rapporti commerciali con l’Iran. Tuttavia questa tattica presenta diverse controindicazioni, sopratutto se confrontata alla situazione nordcoreana. Prima di tutto l’Iran non è la Corea del Nord: pur provato dalle sanzioni il paese iraniano non è allo stremo come quello nordcoreano, può contare su di una efficiente struttura militare e non è affatto isolato nel contesto diplomatico. In più la posizione degli europei, che per la Corea del Nord è allineata agli Stati Uniti, è in totale disaccordo con Washington; questo elemento costituisce un punto a favore dell’Iran nella contesa con gli Stati Uniti. La determinazione di Trump è però quella di proseguire verso un regime sanzionatorio, per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. Possono configurarsi due scenari, nei confronti delle aziende europee: il primo è un atteggiamento rigido, che colpisce tutte quelle imprese che intendono portare avanti la collaborazione con gli iraniani, con tutte le conseguenze del caso nei rapporti commerciali, prima, e diplomatici, dopo tra USA ed Europa, che potrebbero andare ad influire fino ai livelli più stretti di collaborazione tra le due parti; oppure Washington potrebbe scegliere una via più morbida, sul modello delle sanzioni esercitate su Cuba, dove le imprese europee erano state esentate dal regime sanzionatorio. Questo secondo scenario ha il vantaggio di preservare le relazioni con l’Europa, ma rischia di rendere inefficaci le sanzioni americane contro l’Iran, oltre a rappresentare un possibile segnale di debolezza del presidente americano. L’impressione è che la Casa Bianca non cederà tanto facilmente alle istanze europee, dando il via ad una serie di contrasti, che potrebbero aggravare la situazione di chiusura commerciale americana, cui la volontà di sanzionare l’Iran costituirà una pesante aggravante. Quello che rischia di materializzarsi è una guerra commerciale molto dura tra USA ed Europa, che si affiancherà a divergenze sempre più marcate sul piano della politica internazionale: uno scenario teso a spaccare l’occidente a favore di una frammentazione che potrà essere utile soltanto a Cina e Russia. Dal punto di vista dell’Europa, già indebolita dall’uscita dall’Unione del Regno Unito e dell’atteggiamento dei paesi orientali, si evidenzia come la necessità di una maggiore unione politica non sia più procrastinabile, per raggiungere una indipendenza economica e militare, indispensabile per agire in modo sempre più autonomo di fronte alle problematiche mondiali, che si riflettono in profondità, fino alla vita quotidiana dei suoi cittadini.

L’Europa si interroga sulle sanzioni contro l’Iran per la Siria

Esiste un conflitto all’interno dei paesi europei circa l’atteggiamento da tenere con l’Iran. Le questioni sono due, ed anche se paiono non collegate tra loro, costituiscono un problema sulle relazioni con Teheran, ma anche con Washington. Il coinvolgimento iraniano nella guerra siriana al fianco di Assad, e quindi di tutte le sue malefatte, impone di ai paesi europei di dare una risposta forte di tipo diplomatico al paese iraniano: la soluzione trovata sarebbe quella di imporre a Teheran delle sanzioni, tuttavia, la ragione della discussione è di quale gravità dovrebbero essere questi provvedimenti. L’interrogativo è legato all’accordo sul nucleare che l’Iran ha stipulato anche con l’Unione Europea, la Germania, la Francia ed il Regno Unito. Il timore è che, a causa delle sanzioni per la presenza in Siria, Teheran abbia una reazione negativa anche sull’accordo relativo al nucleare, sopratutto per le pressioni che arrivano dagli USA, che, con il presidente Trump, sembra che vogliano recedere da quanto concordato. Quello che gli europei temono è che mettere nuove sanzioni sull’Iran possa costituire per Teheran una sorta di scusa per rendere inefficace il trattato ed aprire la strada allo sviluppo militare atomico iraniano. Questo scenario sarebbe il peggiore possibile in questa fase, caratterizzata dalle tensioni tra americani e russi, perchè riaprirebbe ufficalmente il fronte iraniano. In realtà il comportamento di Trump è influenzato, oltre che dai preconcetti della Casa Bianca, anche dalle pressioni degli israeliani e delle monarchie sunnite, tradizionali avversari di Teheran. Il rischio concreto è quello della proliferazione nucleare e di uno stato di tensione permanente, con l’Iran che potrebbe rivendicare il suo diritto alla ricerca nucleare, anche per fini militari e una dialettica costituita da minacce di intervento armato, e di adeguate risposte, come era già accaduto prima del raggiungimento della firma sull’accordo. Per evitare il ritorno di un equilibrio del terrore su scala multipolare, e, quindi, più difficile da controllare, Berlini, Parigi e Londra hanno proposto di sanzione l’Iran con uno schema di provvedimenti selettivi: la ragione è quella di non causare un irrigidimento di Teheran e, nello stesso tempo, dimostrare a Washington, che, con questa modalità, si può essere severi con l’Iran senza indurlo a ritirarsi dal trattato. Nonostante il disaccordo con alcuni partner europei, le misure proposte riguardano non lo stato iraniano, ma i suoi funzionari ritenuti direttamente coinvolti nel conflitto siriano. Se, da un lato, si tratta evidentemente di una operazione condotta dimostrando tutta la buona volontà possibile nei confronti di un paese che si è comunque reso responsabile di massacri verso i civili, dall’altro lato, proprio questa cautela potrebbe essere scambiata per debolezza da Trump e, di conseguenza fornirgli l’occasione per continuare nel progetto di boicottare il trattato sul nucleare. Il pericolo reale è che, oltre al presidente statunitense, anche il governo iraniano approfitti di queste sanzioni per rinnegare il trattato, considerando anche, che gli attesi benefici in campo economico sono stati fino ad ora molto ridotti. In altre parole a Teheran potrebbero giudicare più conveniente procedere verso la direzione di diventare una potenza atomica e, nel contempo rinforzare le relazioni politiche e commerciali con i paesi nemici degli americani come la Russia, ma anche la Cina, ritenute più vantaggiose in senso strategico, anhe a discapito dei possibili vantaggi economici, per ora non arrivati, che la fine delle sanzioni da parte di europei ed americani avrebbero dovuto garantire. Occorrerà attendere cosa il governo di Teheran riterrà più importante: se gli aspetti geopolitici o quelli economici, certo senza vantaggi tangibili appare scontato che l’Iran prediliga le sue ambizioni internazionali.

Le implicazioni del probabile intervento americano in Siria

Dopo i proclami contro Assad, per il bombardamento chimico sui civili, Trump sembra avere assunto un atteggiamento più riflessivo sui tempi ed i modi della rappresaglia contro la Siria. Se è vero che una unità navale viaggia verso le coste siriane, è altrettanto vero che l’amministrazione americana stia cercando un coordinamento con paesi alleati disposti ad affiancare Washington. Per effettuare una azione efficace i tempi e la velocità di esecuzione sono i fattori principali per il successo, tuttavia il presidente americano sembra prendere tempo minacciando una dura risposta, che, però non arriva. Gli alleati, pur appoggiando a parole gli USA sono legati a valutazioni di carattere nazionale, come sta facendo la Francia o attendono le disposizioni del parlamento, come la Gran Bretagna. Fuori dall’Europa, l’Arabia Saudita, che si era detta disponibile a partecipare ad una azione contro la Siria, arrivata al momento di muoversi, sembra essere diventata più titubante. D’altro canto l’opinione pubblica americana e, sopratutto, quella che solitamente appoggia Trump, appare contraria ad impegnare le forze armate americane in uno scontro che si annuncia rischioso e che potrebbe anche diventare non certo breve. Dal punto di vista tecnico deve essere considerato che la Siria ora dispone di armamenti anti missile molto efficaci, perchè forniti direttamente dalla Russia. Poi c’è la parte di opinione pubblica che contraria al presidente americano, che crede che l’azione contro la Siria serva a distogliere l’attenzione dai problemi che Trump ha con la giustizia. Tutte queste considerazioni sono senz’altro vere, ma potrebbe essere altrettanto probabile che Trump attenda, prima di intraprendere una azione contro Assad, la sicurezza assoluta della effettiva responsabilità del regime di Damasco di  avere usato le armi chimiche.  Anche perchè il presidente americano percepisce una chiara diminuzione del prestigio americano in campo internazionale e, per quanto riguarda la Siria, ritiene che la responsabilità della diminuzione del peso politico statunitense sia stata dovuta all’atteggiamento di Obama, che si rifiutò di punire Assad per l’uso delle armi chimiche; in quell’occasione si permise al dittatore siriano di oltrepassare i limiti imposti dalla Casa Bianca senza intraprendere alcuna sanzione, che, probabilmente, avrebbe cambiato il corso della vicenda, senza dare avvio al lungo periodo di guerra ed anche allo sviluppo di parte consistente dello Stato islamico. Sul piano internazionale, poi, l’avere permesso ad Assad di restare al potere ha ridato modo alla Russia di ritornare protagonista sul teatro mondiale: un ruolo che Mosca aveva perso da molto tempo. Per questi motivi Trump non vuole correre il rischio di essere paragonato al suo predecessore per come ha gestito la vicenda siriana. In più è da considerare anche l’atteggiamento di Israele che è cambiato verso Damasco: se prima Assad poteva garantire una certa stabilità alla regione, la presenza sul territorio siriano di russi e di iraniani costituisce, senza dubbio, un fattore che ha già alterato i rapporti di forza e provocato episodi conflittuali molto pericolosi. Detto questo, anche se ci sarà la rappresaglia di Trump, come è molto probabile, non è credibile che il regime siriano possa essere prossimo alla fine; per gli USA è importante ritornare a ricoprire il ruolo di un tempo, quale nazione capace di esercitare la figura del gendarme mondiale, in grado di sanzionare chi trasgredisce a regole precise, come l’uso delle armi chimiche, anche in proiezione dei rapporti che si vorrano instaurare con la Corea del Nord. Importante sarà verificare come potrà essere la reazione russa, con implicazioni che potranno andare dagli equilibri della regione mediorientale, al rapporto tra i due stati, sia sotto il punto di vista politico che commerciale (pensiamo alle sanzioni tuttora presenti nei confronti di Mosca), fino ad arrivare alla questione del nucleare di Pyongyang. In questo momento la Siria è al centro del mondo e non solo per la sua guerra.

Sulla Siria, Trump accusa Putin

L’attacco di Assad, con armi chimiche, contro la popolazione inerme, che vive nella zona vicino a Damasco controllata dai ribelli, ha evidenziato, ancora una volta la violenza di Damasco, perpetrata al di fuori delle convenzioni internazionali. Sul piano politico la conseguenza più rilevante è rappresentata dalla reazione del presidente americano, Trump, che ha accusato esplicitamente Putin, e quindi la Russia, di essere responsabile del massacro perchè ha protetto il dittatore di Damasco. Si tratta della prima volta in cui Trump attacca in maniera personale, fatto che fino ad ora non era mai accaduto. L’accusa rivolta direttamente al capo del Cremlino costituisce una novità nei rapporti tra le due personalità politiche, che, nonostante i rapporti non certo ottimi tra Russia e Stati Uniti, hanno sempre evitato di coinvolgersi direttamente in schermaglie politiche. Anche se episodi del genere erano già, purtroppo accaduti, Trump aveva sempre preservato Putin da attacchi diretti, atteggiamento che era stato spiegato dagli analisti con le affinità che i due personaggi hanno in comune. L’attacco diretto di Trump può significare che il presidente statunitense è stato costretto dal mondo diplomatico e militare statunitense a rimarcare una distanza da Putin, sia per i modi utilizzati, sia per preparare l’opinione pubblica mondiale ad un confronto nel quale gli Stati Uniti potrebbero essere impegnati in prima persona. Tuttavia sembra difficile che questa eventualità diventi concreta: Trump non vuole essere coinvolto in un conflitto pericoloso e potrebbe fatto queste dichiarazioni per evitare che una mancata presa di posizione sull’accaduto potesse nuocere al prestigio americano. Non è casuale infatti che l’attuale inquilino della Casa Bianca abbia addossato la colpa della situazione alla gestione di Obama, che non ha agito contro Assad, quando questi usò gli armamenti chimici, già all’inizio della crisi siriana. Trump ha minacciato di colpire la Siria in risposta all’uso di armi chimiche, si tratterebbe del secondo caso, dopo quanto già avvenuto nell’Aprile del 2017, proprio in conseguenza dell’uso di armi chimiche contro civili. Per ora, come confermato dai militari americani, ogni opzione è in fase di valutazione. Esiste, però una possibile altra ragione, non per forza di cose alternativa a quella precedentemente illustrata, ma complementare ad essa, circa le cause dell’attacco diretto al presidente Putin. La gravità dell’attacco e le sue modalità rendono giustificato l’attacco frontale a Putin, che si verifica anche in un momento di difficoltà di Trump per il possibile coinvolgimento russo nella sua elezione. Visto che i rapporti tra USA e Russia sono difficilmente migliorabili ed è certamente impossibile che possano arrivare ad una collaborazione come auspicato da Trump e Putin, prima ed immediatamente dopo l’elezione di Trump, il capo della Casa Bianca potrebbe avere definitivamente sacrificato i rapporti con il suo omologo russo, per conquistare una posizione di contrasto che lo renda meno vulnerabile, sul piano politico, da parte dell’inchiesta federale sull’ingerenza russa durante le elezioni presidenziali. Se l’ipotesi fosse vera, sarebbe il segnale che Trump potrebbe essere in grosse difficoltà, ma anche che potrebbe usare a suo vantaggio ogni occasione proveniente dalla politica internazionale; d’altro canto ormai il rapporto con Putin pare irrimediabilmente compromesso ed esaltare la contrapposizione tra i due potrebbe permettere anche di guadagnare consensi dentro all’amministrazione della Casa Bianca, anche in quei settori finora più restii.

La guerra commerciale tra USA e Cina

La guerra dei dazi iniziata da Trump, non poteva essere circoscritta alla sola azione della casa Bianca. Dopo le minacce europee sono arrivati gli avvertimenti cinesi, ben più pesanti e con implicazioni future in grado di ripercuotersi sull’intera economia mondiale. Le misure proposte da Trump riguardano l’introduzione di dazi del 25% sull’importazione delle merci provenienti dalla Cina, per un valore di circa cinquanta miliardi di dollari. Se queste misure venissero attuate riguarderebbero 1300 prodotti fabbricati in Cina, tra cui apparati per le telecomunicazioni e per l’automazione industriale; secondo Washington la ragione è la violazione della proprietà intellettuale statunitense, cioè gli USA accuserebbero la Cina di produrre parte dei suoi beni tecnologici, tra cui i più sofisticati ed avanzati, copiando, con qualche variazione, i  brevetti americani. La questione, vista da questo punto di vista, è di difficile soluzione perchè diverse industrie americane hanno spostato la produzione materiale dei propri prodotti proprio in Cina ed è stato inevitabile che ciò abbia generato un indotto produttivo capace di crescere proprio sulla base di quanto appreso dalla collaborazione con le industrie americane. Dal punto di vista della concorrenza le merci cinesi costano meno per il minore costo della manodopera, un argomento comunemente usato dalle indutrie statunitensi, e non solo, per giustificare la delocalizzazione. Trump ha usato, in campagna elettorale, in modo massiccio la protezione del lavoro americano e l’unico modo per farlo, mantenendo inalterati i salari, è quello di innalzare barriere doganali tali da provocare un prezzo maggiore per le merci cinesi. La giustificazione della violazione della proprietà intellettuale per l’applicazione dei dazi appare, in questo contesto, una scusa per l’introduzione di barriere doganali intesi, sia come strumneto funzionale alla politica interna, che come strumento di politica economica collocata, volutamente, al di fuori dell’attuale modello di globalizzazione, che Trump osteggia soltanto quando gli conviene.  Nel quadro della politica internazionale appare evidente che l’introduzione dei dazi doganali non sia, però, soltanto una manovra economica, ma che riveste anche e , forse, sopratutto, aspetti di contrasto sovranazionali. Proprio per questo la risposta cinese è obbligata: sia come tutela dei propri prodotti, che come interpretazione del ruolo della grande potenza di fronte alla platea internazionale. L’intenzione di Pechino è quella di contrapporre misure analoghe verso i prodotti americani, ma in modo mirato per colpire quegli stati che maggiormente hanno fornito il proprio sostegno elettorale alla elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. Secondo questo schema saranno colpiti gli stati che fondano la loro economia sull’allevamento e sulle colture agricole, cioè quegli stati che fanno parte della fascia centrale della federazione statunitense. Al di fuori di questi obiettivi rientrerà anche la California, sebbene non abbia contribuito all’elezione di Trump, perchè è lo stato americano più importante economicamente e perchè in questo territorio hanno sede le principali aziende tecnologiche degli USA.  Si comprende come la tensione tra i due paesi vada aldilà del fattore economico e sia incentrata sull’approccio conflittuale voluto da Trump per contrastare l’avanzata della Cina, coniugata all’esigenza di guadagnare consenso interno. Tuttavia sarà interessante verificare come le ricadute di queste iniziative, primo fra tutte la caduta degli indici borsistici, potrà produrre delle reazioni negative, che potrebbero superare quelle attese come positive. L’atteggiamento cinese appare, comunque maggiormente improntato a restare, almeno in queste prime fasi, all’interno del contesto ufficiale: rientra in questa strategia l’intenzione di Pechino di rivalersi sugli USA di fronte all’Organizzazione Mondiale del Commercio, per rivalersi contro Washington per la violazione dei principi fondamentali dell’organizzazione. L’impressione è che stiamo assistendo soltanto ai primi episodi del conflitto, si tratta ancora di fasi interlocutorie, che, tutavia, annunciano dei probabili sviluppi molto pericolosi per la tenuta economica mondiale e per gli equilibri geopolitici generali.

L’Arabia Saudita potrebbe essere la prossima potenza nucleare

La visita negli Stati Uniti del principe saudita Mohammed bin Salman rischia di diventare una data importante circa gli equilibri mondiali e la proliferazione degli armamenti nucleari. La questione centrale riguarda l aposizione dell’Iran nello scacchiere mediorientale ed anche su quello mondiale; il ruolo da protagonista assunto da Teheran in Siria, in Iraq ed anche nello Yemen ha allertato da tempo l emonarchie del golfo Persico ed, in generale, gli stati a guida sunnita. La contrapposizione tra le due principali dottrine dell’islam è da tempo passata dalla disputa teologica a quella politica, con ampi riflessi nel campo della politica internazionale; il conflitto siriano ha causato l’affermazione dello Stato islamico, che era uno strumento degli stati sunniti per guadagnare posizioni nella regione. L’Iran ha raggiunto con le potenze occidentali un accordo, particolarmente inviso alle monarchie sunnite, sulla regolamentazione degli usi del nucleare da parte di Teheran, con limitazioni all’arricchimento dell’uranio per evitare uno sviluppo in senso militare del principale paese sciita. Il principale garante di questo accordo, ancora più dell’Europa, è stato Barack Obama e quindi gli Stati Uniti da lui amministrati; con l’avvento al potere di Trump la situazione è radicalmente cambiata: se Obama vedeva nell’accordo il male minore, continuando a mantenere una estrema prudenza nelle relazioni con Teheran, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha avviato un diverso atteggiamento verso l’Iran, contraddistinto da maggiore ostilità, che ha riavvicinato le monarchie del Golfo e specialmente l’Arabia Saudita. La visione di Trump verso l’Iran è quella più negativa, che è stata comune per la politica USA dagli anni ottanta e che identifica Teheran come un pericoloso avversario degli Stati Uniti e dei suoi alleati, primo fra tutti Israele, ma anche degli stati arabi sunniti. Con questi sentimenti Trump, ancora prima della sua elezione, ha sempre avversato il trattato sul nucleare considerandolo troppo favorevole per l’Iran, perchè gli concedeva dei vantaggi anche rispetto ai vicini sunniti. Lo scopo principale della missione del principe saudita è solo quello di ottenere la tecnologia per la costruzione di centrali nucleari a scopo civile, ma anche di ottenere uranio arricchito per dotarsi di armamenti nucleari in modo di bilanciare la potenza iraniana. Quello che si profila, quindi, è una sorta di equilibrio del terrore in versione islamica. La questione avviene praticamente in concomitanza con il cambio al vertice della diplomazia americana, che sarà occupata da Mike Pompeo un personaggio perfettamente allineato alle posizioni di Trump circa l’avversione a Teheran. Una ulteriore coincidenza è la vigilia dell’incontro che esperti statunitensi avranno a Berlino con europei, francesi, tedeschi e britannici per la discussione sulla revisione dell’accordo sul nucleare iraniano; le intenzioni americane sono quelle di elaborare una revisione più rigida, mediante l’imposizione di vincoli maggiori sulprogramma di sviluppo atomico e la fine delle sperimentazioni sui missili balistici. L’atteggiamento europeo, fino ad ora, è tato di contrarietà assoluta alla volontà di Trump e non è escluso che si arrivi ad una rottura tra USA ed europei, che avrebbe come risultato un ulteriore allontanamento tra gli alleati. Tuttavia la fornitura di tecnologia nucleare all’Arabia Saudita potrebbe essere un’arma di ricatto nei confronti degli europei, che verrebbero a trovarsi nella difficile posizione di volere rispettare la parola data all’Iran e la minaccia di una nuova potenza atomica sul pianeta. Sarà anche interessante vedere quale sarà la reazione di Israele, che ormai è un alleato di fatto dell’Arabia Saudita, ma che avrebbe una potenza nucleare araba molto vicina. Se ci sarà una revisione del trattato in senso unilaterale solo per gli USA, la reazione iraniana non potrà che arrivare ed il primo passo non potrà che essere l’adozione di nuove sanzioni, che daranno il via ad una instabilità permanente e favoriranno i movimenti meno progressisti nel paese iraniano. Il rischio concreto è l’apertura di un nuovo fronte mondiale che non potrà non coinvolgere le principali potenze: se gli USA saranno schierati con l’Arabia Saudita, la Russia sarà al fianco dell’Iran e gli equilibri politici ed economici internazionali risulteranno ancora più compromessi.

Trump sostituisce il Segretario di stato

Il presidente americano sostituisce il Segretario di stato, Tillerson, con il capo della CIA, Mike Pompeo. Si tratta di un avvicendamento che fornisce la misura del clima all’interno della Casa Bianca: Trump non gradisce personalità, che pur essendo all’interno della sua area politica, ritiene troppo indipendenti e legate con gli ambienti del potere statunitense, che poco sopportano il comportamento della prima carica monocratica degli USA. La tensione con il destituito Segretario di stato era, comunque, cosa nota: le ragioni di disaccordo erano costituite da un atteggiamento ritenuto troppo diplomatico e non in linea con il decisionismo e l’aggressività verbale  di Trump. Il presidente americano non ha mai riconosciuto la propria incompetenza in materia di politica estera ed, anzi, ha spesso fatto un punto di forza di questa inesperienza, arrivando più volte allo scontro con l’ambiente diplomatico. Tillerson, pur nel quadro di una presidenza anomala e quindi con tutti i limiti del caso, ha cercato di affrontare le tematiche internazionali con modalità tipiche della diplomazia e ciò non è stato gradito da Trump, incapace di comprendere i tempi ed i modi della diplomazia. La percezione è che il presidente statunitense abbia cercato una figura da inserire come Segretario di stato più simile e vicino ai suoi comportamenti, cioè dotato di una maggiore sintonia anche di atteggiamento da tenere nell’attività diplomatica. La coincidenza che questa sostituzione sia avvenuta alla vigilia del potenziale vertice con la Corea del Nord esprime in modo chiaro, che l’amministrazione americana vorrà caratterizzare l’incontro in maniera tutt’altro che conciliante. La nomina  di Mike Pompeo segnala che la diplomazia americana avrà un cambio nella gestione degli affari internazionali, più allineata ai desideri ed ai modi di Trump, che potranno avere risultati capaci di destabilizzare i rapporti già difficili non solo con gli stati considerati nemici degli USA, come l’Iran, ma anche con gli alleati, con i quali si registrano tensioni sempre più frequenti. I temi sul tavolo sono diversi dalla possibile revisione del trattato sul nucleare iraniano ai negoziati sul commercio mondiale, sopratutto dopo avere annunciato l’introduzione di dazi sulle esportazioni in territorio statunitense . Questa nomina non si può giudicare che con una giustificata apprensione perchè dimostra come Trump voglia smantellare il sistema burocratico americano, che fino ad ora è risultato l’unico contrappeso ad una politica troppo improvvisata e funzionale soltanto all’idea del presidente. D’altro canto il curriculum del nuovo Segretario di stato parla di un personaggio tutt’altro che incline alla diplomazia e troppo connotato politicamente per avere il giusto equilibrio nella gestione degli affari internazionali. A complemento di questa nomina, Trump ha nominato come direttrice della CIA, la vice di Pompeo, una figura compromessa con una attività di gestione di un centro in Thailandia dove veniva praticata la tortura, metodo caldeggiato dallo stesso presidente in carica. Se questa svolta, che si può definire interventista, da parte di Trump, rientra nella logica con la quale ha fino ad ora condotto la sua presidenza, non si può non registrare un salto di qualità nella volontà di volere diminuire l’opposizione interna rappresentata dalla burocrazia americana con una designazione in un ruolo di vertice di una personalità molto affine a quella del presidente. Le conseguenze non si annunciano certo positive: i rapporti con l’Europa non sono destinati a migliorare, così come è facilmente prevedibile un peggioramento della situazione palestinese, mentre l’incognita più inquietante resta il futuro del rapporto con l’Iran, che con  questa nomina, non potrà che subire una evoluzione negativa. Su Siria, Russia, Cina ed anche Corea del Nord le aspettative non consentono alcun ottimismo.

Gli USA aumentano le sanzioni contro la Corea del Nord

Le sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto su cinquantasei compagnie di navigazione e di società che si occupano di scambi commerciali con la Corea del Nord, riguardano, principalmente, imprese dei seguenti paesi: Cina, Singapore, Taiwan, Hong Kong, Isole Marshall, Tanzania, Panama e Isole Comore. Si tratta di aziende che hanno più volte violato l’embargo economico verso Pyongyang, permettendo alla Corea del Nord di rifornirsi di petrolio e, nello stesso tempo, di esportare verso l’estero le materie prime prodotte dal regime nordcoreano. Trump ha più volte denunciato la scarsa efficacia delle sanzioni verso la Corea del Nord, proprio a causa di troppi soggetti internazionali che hanno continuato a violarle permettendo al regime un certo grado di sussistenza. La questione è annosa: già con Obama la Casa Bianca aveva più volte denunciato l’insufficiente applicazioni delle sanzioni, che, comunque, venivano considerate la migliore alternativa ad una eventuale risposta militare alle sperimentazioni delle armi nucleari. In effetti affinché le sanzioni possano ottenere risultati convincenti devono essere applicate nella loro interezza e senza violazioni che permettano di aggirarle. Gli Stati Uniti hanno sempre denunciato una applicazione soltanto teorica, anche da parte di stati che si erano pronunciati a favore di questa via diplomatica per contrastare i progressi negli armamenti atomici di Pyongyang. Tuttavia dai due paesi più coinvolti nella questione: la Corea del Sud e la Cina, la decisione del ministero del tesoro americano è stata giudicata sbagliata per i tempi ed i modi della decisione , avvenuta in un periodo, quello delle olimpiadi invernali, che sembrava aprire delle prospettive di distensione e di dialogo. La decisione di aumentare la pressione americana sulla Corea del Nord è stata decisa in maniera autonoma e non coordinata con Seul, per la quale gli Stati Uniti restano l’alleato più importante, ed ha provocato un risentimento molto forte nel paese sudcoreano, il cui governo ha espresso convinzione nella ripresa delle trattativa. L’interesse di Seul è quello di non inasprire la situazione, anche perchè una eventuale opzione militare è giudicata non percorribile, proprio per l’estrema pericolosità di una risposta nordcoreana, che come primo obiettivo avrebbe la Corea del Sud. Del resto il nuovo corso del governo sudcoreano ha dimostrato di preferire il dialogo alle prove di forza e da ciò consegue il giudizio negativo sull’azione americana. La Cina è contrariata oltre che per le ragioni analoghe a Seul, anche perchè vede vanificare i propri sforzi con Pyongyang, si è trattato di un paziente lavoro diplomatico per ammorbidire le posizioni della Corea del Nord, che rischia di essere vanificato dalle nuova sanzioni USA, che offrono anche un prestesto al regime di Pyongyang per innalzare la tensione. Il paese nordcoreano rischia di vedere bloccati i suoi rifornimenti energetici e ciò potrebbe portare ad una nuova escalation della volontà delle dimostrazioni di forza. Le ragioni che hanno indotto gli Stati Uniti ad agire in questo senso, non sono soltanto di fine pratico, cioè di sanzionare chi non si adegua alle sanzioni economiche, ma anche di ordine politico: intanto la dichiarazione di Trump, che le ha definite l’insieme delle misure sanzionatorie più vaste di sempre, esplica la volontà degli USA di non dare credito alla disponibilità nordcoreana e nello stesso tempo riaffermare la propria leadership nel campo occidentale della regione. L’attivismo di Seul, che ha adottato un approccio più conciliante con Pyongyang, ha messo in secondo piano il ruolo americano, che serve a Trump per mantenere al centro dell’attenzione la questione nordcoreana sul piano interno: per il presidente americano avere dei nemici dello stato, sui quali focalizzare l’attenzione dei media è necessario in un periodo di difficoltà dovuto alle questioni legali che lo coinvolgono nell’ambito dell’intromissione russa nelle ultime elezioni presidenziali. Se la decisione di colpire chi non si adegua all’embargo ha dei fondamenti di principio, la modalità della sua applicazione e, sopratutto il tempo in cui sono avvenute, contraddicono la necessaria prudenza, richiesta anche dagli alleati, che il caso nordcoreano richiede a causa dell’imprevedibilità del regime di Pyongyang. Non sutiperebbe venire a sapere che questo provvedimento sia stato preso in disaccordo con la diplomazia statunitense.

Tra USA e Turchia rapporti sempre più difficili

La missione del Segretario di stato americano Tillerson in Turchia è stata molto complicata. I rapporti tra i due paesi sono ai minimi storici e c’è il concreto rischio di una rottura diplomatica, uno scenario fino a poco tempo fa non certo prevedibile. La questione dell’appoggio degli USA alle milizie curde, tradizionalmente alleate di Washington, è solo l’ultimo caso di contrasto tra le due nazioni e rappresenta un pericoloso precedente di minacce reciproche, che potrebbe degenerare in scontro armato. Precedentemente ci sono stati i casi dei visti negati ai cittadini turchi da parte dagli USA, a cui è seguita una misura analoga da parte delle autorità di Ankara. Uno dei motivi di attrito è la mancata estradizione di un predicatore turco, residente negli USA, che viene creduto come uno degli ispiratori del fallito colpo di stato. Tutti questi motivi di attrito sono comunque secondari, se si considera la percezione americana, probabilmente sostenuta da prove concrete, del sostegno iniziale da parte dei turchi allo Stato islamico, che doveva essere lo stumento per fare cadere Assad e si è poi trasformato, grazie agli ingenti finaziamenti, in una entità terroristica sovrana, che ha sovvertito l’ordine della Siria e, sopratutto, dell’Iraq, paese nel quale si erano impegnati in maniera diretta gli Stati Uniti. L’importanza del mantenimento di buoni rapporti tra USA e Turchia è dovuta anche al fatto che la Turchia è l’unico membro musulmano all’interno dell’Alleanza Atlantica e per gli Stati Uniti la permamenza di Ankara nell’alleanza occidentale è ritenuto un aspetto irrinunciabile di fronte ai nuovi scenari mondiali che si stanno delineando. Washington teme che la Turchia possa finire nell’influenza russa; se ciò dovesse avvenire, Mosca guadagnerebbe una posizione strategica sul Mediterraneo e sul Mar Nero in grado di aumentare l’apprensione dei paesi che appartenevano al blocco sovietico e che ora temono maggiormente la Russia dal punto di vista militare. Inoltre non essere più alleato con uno dei maggiori paesi musulmani aprirebbe una distanza ancora più netta tra gli USA ed il mondo sunnita. Uno dei temi di discussione è stato il futuro della Siria: su questo fronte la Turchia sembra essere particolarmente vicina alla Russia, sopratutto dopo che Erdogan ha individuato Assad, dopo averlo combattuto, un possibile argine contro i curdi e la loro volontà di costituire una entità sovrana sui confini della Turchia. La posizione americana, pur essendo vicino ai curdi, non è ancora del tutto netta, proprio perchè Washington non vuole precludersi qualsisasi soluzione per avere un rapporto migliore con Ankara. Sul futuro di Assad c’è un’ampia divergenza, provata dal sostegno di Washington alle forze democratiche siriane, che sono sul fronte opposto della coalizione di fatto composta da Russia, Iran ed, appunto, Turchia. Occorrerà vedere come si svilupperanno i colloqui e se le due parti intenderanno valutare in modo comunque positivo il rapporto di alleanza tra i due stati. Se con Obama si comprendeva come la distanza tra i due paesi fosse giustificata dalla direzione politica intrapresa da Erdogan, con Trump si poteva prevedere una sorta di riavvicinamento, proprio per le inclinazioni politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Ma come per la Russia, la carica di presidente non basta ad indirizzare la politica federale e quindi l’apparato diplomatico e quello militare hanno mantenuto la distanza con la Turchia. Resta da vedere se questo allontamento è ritenuto ancora vantaggioso per i poteri al di fuori della Casa Bianca o se, al contrario, è diventato necessario un riavvicinamento in grado di scongiurare una rottura definitiva. Il lavoro diplomatico non sarà facile: Erdogan non vuole rinunciare a combattere i curdi e Washington non può tradire degli alleati fedeli. La Turchia non sembra, però, cedere qualcosa e la situazione attuale è che si è verificato soltanto un impegno generico tra le due parti per trovare dei meccanismi in grado di potere affrontare le questioni divergenti. Le rispettive posizioni restano distanti ed a questa situazione si aggiunge il probabile accordo tra milizie curde ed esercito regolare di Assad, che Damasco sarebbe disposto ad impiegare come forza di interposizione tra curdi e turchi, per evitare a questi ultimi di avanzare ulteriormente in territorio siriano. Se questa eventualità dovesse concretizzarsi la confusione tra le tutte le parti in causa sarebbe destinata ad aumentare ancora: infatti la domanda legittima è che cosa farà la Russia e che cosa faranno gli Stati Uniti se questa nuova alleanza dovesse diventare realtà.

L’integrazione militare europea che non piace agli Stati Uniti

Un nuovo motivo di scontro si delinea tra gli Stati Uniti e l’Europa: quello del mercato degli armamenti nell’ambito del rafforzamento dell’Alleanza Atlantica. Uno dei punti del programma politico di Trump è quello di diminuire l’impegno militare a favore di altri stati, anche degli alleati. Per il presidente degli USA un minore impegno comporta un risparmio finanziario da destinare alla crescita americana; partendo da questo punto Trump ha più volte sollecitato, sopratutto gli stati europei, ad una maggiore partecipazione, anche economica, ai programmi relativi alla difesa. I modi con cui queste sollecitazioni sono arrivate non sono stati del tutto diplomatici, anche se occorre riconoscere, che l’atteggiamento europeo nei confronti della difesa si basava troppo sull’aiuto e sull’impegno americano. La questione ha imposto una riflessione seria nelle nazioni europee, dove è stata riconosciuta l’esigenza di programmi militari comuni nell’ambito dell’Unione. D’altra parte questa esigenza potrebbe anche favorire l’adozione di una linea comune in politica estera ed essere un fattore decisivo per l’obiettivo dell’unione politica. Anche l’uscita del Regno Unito da Bruxelles, ha costituito un ulteriore motivo di costruire nuovi strumenti in grado di favorire programmi comuni nell’ambito della difesa. Accertato, quindi, che la politica di integrazione militare dell’Unione era ormai obbligatoria si è resa necessaria la creazione di un fondo, finanziato annualmente dal bilancio dell’Unione con un miliardo di euro per gli armamenti e di cinquecento milioni per la ricerca in campo militare. L’obiettivo è anche quello di coinvolgere l’apporto dei singoli stati con contribuzioni finanziarie di importante entità. Il punto centrale del progetto è però che per accedere a questi fondi le aziende dovranno essere europee. Di fatto ciò rappresenta una chiusura per il paese che è il maggiore produttore di armi al mondo: gli Stati Uniti. Washington ha accusato apertamente Bruxelles di protezionismo, entrando in contraddizione con la politica economica inaugurata da Trump a livello nazionale, che si basa proprio sulla chiusura ai produttori stranieri; inoltre il mercato degli armamenti statunitense è da sempre riservato alle aziende locali. Secondo la politica inaugurata dall’Unione gli Stati Uniti andrebbero a perdere una quota consistente del mercato degli armamenti, sopratutto se considerato che quello dell’Unione sarà un mercato in chiara espansione, situato in una delle zone con maggiore ricchezza. All’interno dell’Alleanza Atlantica, che all’inizio aveva giudicato positivamente il piano europeo, ora se ne considerano gli effetti sotto un’ottica differente. Se dal punto di vista economico il maggiore membro dell’Alleanza avrà una perdita consistente, anche dal punto di vista politico l’influenza di Washington è destinata a diminuire proprio per quanto auspicato da Trump: una maggiore autonomia militare dell’Unione Europea. Potenzialmente questi due fattori sommati, possono creare una alterazione degli equilibri interni dell’Alleanza Atlantica, già messi in pericolo dalla posizione della Turchia, sempre più lontano politicamente da Washigton. Deve essere però specificato che la protezione militare americana costituisce ancora la parte più importante della difesa europea e che l’autonomia in questo settore non può essere raggiunta nel breve periodo, anche se i fondi a disposizione fossero molto più consistenti; quello che occorre, oltre ai materiali bellici, sono un coordinamento effettivo, che è ancora lontano, ed un livello di integrazione tra le varie forze armate dei diversi paesi, che non si può raggiungere con programmi ben definiti ed in tempi non certo brevi. Queste considerazioni espongono l’Europa ad una sorta di ricatto, che gli Stati Uniti potrebbero mettere in atto se si vedranno esclusi dal mercato che si sta per aprire. L’Unione deve valutare se rinunciare, almeno in parte, alle politiche di sviluppo militare, che è anche una occasione per la ricerca tecnologica e beneficiare così, in modo certo ancora della protezione americana o arrivare allo scontro con il suo maggiore alleato per arrivare ad una maggiore autonomia nel settore della difesa. D’altra parte gli Stati Uniti non potranno rivendicare l’accesso al mercato militare europeo se non assumeranno una posizione di reciprocità ed in ogni caso gli alleati europei sono troppo importanti nello scenario attuale caratterizzato dal protagonismo russo ed il ruolo cinese, solo per citare alcuni degli attori sulla scena. La via da percorrere sarà quella diplomatica con tutte le difficoltà del caso, ma per l’Europa l’occasione di creare una propria forza armata è unica ed obbligata.