Guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti

Se la Commissione europea renderà operative le sanzioni contro gli Stati Uniti, la battaglia commerciale tra Washington e Bruxelles aumenterà di livello ed andrà ad investire ancora di più gli aspetti politici e le relazioni tra le due parti. In Europa si ritiene che gli Usa abbiano fornito aiuti di stato per la società Boing e la controversia è già davanti all’Organizzazione mondiale del commercio, l’Unione Europea ha chiesto un risarcimento che deve avvenire attraverso sanzioni contro merci statunitensi per un importo equivalente a dodici miliardi di dollari, che potrebbe essere aumentato fino a venti miliardi di valuta americana per allargare la potenziale platea di produttori da colpire. Questo schema si inserisce nel contrasto che il presidente americano ha inaugurato con la sua politica commerciale, impostata sull’introduzione di dazi anche sui beni e servizi provenienti da paesi alleati. I settori merceologici che l’Unione Europea vuole colpire appartengono alle zone di produzione nei cui territori sono presenti in maggiore numero gli elettori di Trump. Questo fatto segnala come il contrasto sia diventato forte ed anche come le due parti stiano procedendo in un allontanamento reciproco e progressivo. Se l’intenzione europea dovesse concretizzarsi avrebbe il rilievo di una dichiarazioned i guerra agli Stati Uniti; peraltro la manovra è giustificata dall’atteggiamento americano, fino ad ora insensibile ad una risoluzione negoziata della questione commerciale. Trump è venuto a patti con la Cina, con reciproco vantaggio, ma con l’Europa c’è un irrigidimento dovuto al fatto che la Casa Bianca  ritiene che l’Europa sia in debito con gli Stati Uniti, sia dal lato del commercio, che da quello dei contributi militari per la difesa. Trump ha già pensato alcune ritorsioni, come quella di inasprire la lotta speculare a quella europea sul settore aereo, accusando Bruxelles di aiutare la propria industria aeronautica e, su questa base,  di inserire dazi per circa undici miliardi di dollari su prodotti europei, che andranno a colpire sopratutto i beni alimentari. Quella sui prodotti agricoli è una battaglia che ha valenza molto politica proprio perchè le sanzioni sono applicate in entrambi i sensi: Trump vede colpito il suo elettorato e lo protegge in maniera analoga, tuttavia non si tratta della stessa tipologia di prodotti e questo confronto rischia di procurare soltanto danni per le due parti, senza i guadagni che una guerra commerciale dovrebbe anche procurare. Senza dubbio l’errore iniziale è stato di Trump, ma l’Europa si è adeguata, anche se dopo inutili tentativi per cercare di fare cambiare idea agli americani, ed ora l’escalation della guerra commerciale sembra irrisolvibile. Le relazioni transatlantiche sono ai minimi storici e ciò non può favorire alcuno dei due contendenti: cattivi rapporti non favoriscono collaborazioni sia in ambito commerciale, che militare o di poltica estera; si assite, cioè, ad uno sganciamento reciproco dai rispettivi doveri di alleanza, che può arrivare a giustificare una dialettica in costrante peggioramento. Occorrerebbe considerare che questo stato di cose, oltre che gravare sui rispettivi vantaggi di un rapporto tra soggetti internazionali, favorisce gli avversari, che si chiamino Cina o Russia. La minore coesione occidentale favorisce le politiche contrarie tanto agli Usa come all’Europa e l’avvicinamento tra Bruxelles e Pechino ne è una diretta conseguenza. Il limite europeo è risaputo: troppa concentrazione sull’aspetto economico a discapito di quello di politica estera e di quello della difesa: la valutazione è oltre modo miope, giacchè i tre temi sono complementari e non possono essere disgiunti. Guardare soltanto al risultato commerciale su breve o medio periodo non mette al riparo l’Europa da possibile terreno di conquista, d’altra parte se si vuole affrontere Trump sul suo piano, alla lunga, occorre disporre di autonomia politica e militare: condizione ormai necessaria, anche in funzione del progressivo isolazionismo imposto da Trump. L’Europa deve, perciò, organizzarsi e non aspettare l’elezione di un nuovo presidente a lei favorevole.

Trump irritato per la prosecuzione delle trattative tra Regno Unito e l’Unione Europea

La trattativa per l’uscita del regno Unito dall’Unione Europea rappresenta un’occasione per Trump per ribadire la propria azione politica contro Bruxelles e la sua unità. Una Europa divisa sarebbe più congeniale alle  mire economiche della Casa Bianca: affrontare i singoli paesi nella competizione commerciale sarebbe senz’altro più agevole che confrontarsi con un soggetto economicamente comunque forte e coeso. Non è un mistero  che per Trump l’Europa rappresenta un alleato scomodo: inaffidabile sul piano militare ed addirittura visto quasi come un nemico sul versante economico. Nonostante la scarsa affinità con la premier inglese, il presidente statunitense ha difeso l’Inghilterra contro l’Unione a causa del trattamento che Bruxelles sta riservando a Londra. Secondo Trump l’Europa risulta troppo rigida su processo di auotnomia inglese. L’annotazione non è però casuale, ma è strumentale alla decisione di imporre dazi doganali a settori merceologici europei, come quello agroalimentare e, sopratutto, quello relativo alla produzione di mezzi aerei per uso civile. Per Trump, anzichè guardare ai costi e benefici indotti dalla globalità del commercio con l’estero, è necessario riequilibrare ogni singola bilancia dei pagamenti con ogni rispettivo partner economico e quella verso l’Europa risulta a favore di Bruxelles di circa 10 miliardi di euro. La tattica del presidente americano sembra la stessa: alzare il prezzo della trattativa per poi raccogilere un risultato minore, ma che, comunque, costituisca un vantaggio per gli Stati Uniti. Ma l’irritazione di Trump deriva anche dalla mancata uscita dell’Inghilterra dall’Unione senza accordo, una soluzione che avrebbe favorito i rapporti diretti tra Londra e Washington ed avrebbe indebolito l’Unione, seocndo la prospettiva del governo statunitense. Inoltre l’allungamento delle trattative, che si sta delineando, rappresenta un intralcio alle speranze di Trump, che, anzi, vede concretizzarsi la possibilità di un accordo concordato con la reale possibilità di una unione doganale tra Inghilterra ed Europa; ciò non favorirebbe i prodotti americani in Inghilterra, sia di natura fisica che finanziaria. Il presidente americano si è espresso anche contro la possibilità che venga effettuato un nuovo referendum, ritenendolo sbagliato perchè andrebbe contro il primo pronunciamento del popolo inglese, che considera definitivo. L’avversione di Trump all’Unione Europea si dimostra così non solo di natura pratica, ma anche politica, rifiutando di ammettere, conformemente ai sovranisti europei ed agli stessi fautori inglesi di un’uscita senza accordo, che il referendum votato era soltanto di natura consultiva e non obbligava il governo inglese, di qualunque indirizzo politico fosse stato, ad aprire una fase di trattative interne e negoziati con l’Unione, che stanno portando il paese inglese a pesanti lacerazioni al suo interno e con conseguenze economiche gravissime. Il segnale che lancia Trump con queste affermazioni è eloquente: sebbene gli USA restino i migliori alleati dell’Europa, molte cose sono cambiate e da Bruxelles dovrebbe arrivare un segnale forte per dimostrare che il messaggio è stato recepito. Allo stesso modo questa ennesima intromissione di Trump deve diventare una lezione per le istituzioni europee, che devono preservare il proprio territorio anche dalle ingerenze degli alleati che hanno interessi particolari a dividere l’Unione.

La vittoria di Trump sulla questione russa, è anche la sconfitta dei democratici

Con la questione dell’influenza russa sulle elezioni ormai virtualmente conclusa, Trump esce da una situazione di oggettiva difficoltà, che non aveva, però, una corrispondenza nella percezione dei cittadini statunitensi. Secondo i più recenti sodaggi, infatti, soltanto il 28% degli intervistati era favorevole ad una procedura di censura contro il presidente o, peggio, l’avvio dell’impeachement; questo malgrado soltanto il 30% credesse alle ragioni di Trump, circa i suoi legami con Mosca. Anche se si tratta di una piccola parte, seppure selzionata a fini statistici, l’opinione che ne è risultata segnala come la questione dell’influenza russa sull’elezione di Trump sia un argomento che non incide sul giudizio dell’inquilino della Casa Bianca. La percezione è che gli americani siano lontani dal credere che la Russia sia effettivamente capace di influenzare gli Stati Uniti come nazione e come linea politica. In effetti gli ultimi tempi hanno segnato una distanza sempre maggiore nelle relazioni tra i due paesi, sopratutto lontano dalle aspettative dello stesso Trump e di Putin. Se, da un lato, i meccanismi previsti dal sistema politico americano dimostrano di funzionare, mantenendo una linea diplomatica sempre distante da Mosca, dall’altro lato la sensazione che vi sia una assenza di necessità di avere un presidente lontano da ogni dubbio sulla sua elezione, dimostra come gli americani siano condizionati da una visione lontana dagli affari politici, i quali sembra siano sostituiti da un senso di maggiore pragmaticità verso gli aspetti pratici della vita. Risulta essere significativo che il gradimento attuale di Trump si attesti sul valore del 39%, certamente lontano, ma non troppo dal 47% sul quale si attestava Obama nello stesso momento della sua presidenza. Occorre considerare i tanti elementi negativi, sopratutto di immagine, che hanno contraddistinto, fino a questo momento la presidenza Trump: un presidente che ha seriamente rischiato di essere inquisito e che è ancora seguito con molta attenzione critica dai media americani, proprio per i sospetti di avere mentito sui legami con la Russia durante la coampagna elettorale, argomento non certo esaurito con l’indagine della procura. Tuttavia il dato della fiducia a Trump, se si collega al sondaggio che ha espresso il 70% dei dati nella mancata fiducia delle ragioni del presidente, mette in evidenza anche che il paese americano non è solo pragmatico, ma anche sconnesso con la realtà politica, vi è, cioè, una discrepanza tra fiducia nelle isituzioni, che dovrebbe essere pretesa, e comportamento reale. Se si prende atto di questo fatto, si deve ragionare come la questione russa sia diventata avulsa al pubblico americano e, quindi, le strategie dei democratici possano essere controproducenti. Ma il problema non riguarda soltanto la sfera interna del paese statunitense: la prima potenza mondiale del pianeta ha evidenziato una debolezza intrinseca, che soltanto i meccanismi istituzionali hanno, in parte, protetto. L’elezione di Trump, che si sia verificata sotto l’influenza del Cremlino o no, ha alterato il panorama della politica internazionale in generale e di quella occidentale in particolare. L’attualità presenta il caso di Israele per il quale Trump sancisce la sovranità su il Golan: un atto contrario a qualsiasi prassi di diplomazia, ma che non è il primo e non sarà l’ultimo. Il presidente americano rappresenta una variabile sullo scacchiere internazionale, che non è sempre prevedbile e chi sperava in una sua messa in stato d’accusa deve rinunciare a questa possibilità, primi fra tutti i democratici, che devono concentrarsi su temi con una visuale più ampia ed uscire dalla logica legata alle vicende russe, per avere un orizzonte in grado di convincere una platea elettorale tutt’altro che sintonizzata sulle ragioni contro Trump. Se su di una parte dell’elettorato l’avversione a Trump è un aspetto vincente, ciò non basterà per scalzare il presidente in carica dalla sua attuale posizione nelle prossime elezioni. Ciò rivela l’esigenza di una strategia nuova, che potrà essere di rottura con candidature come Sanders o di continuità, ma niente dovrà essere dato per scontato.

l’Iran cerca di essere l’alleato privilegiato dell’Iraq, rispetto agli USA

La visita del presidente iraniano Rohani in Iraq segnala un punto di svolta nella strategia di Teheran, sia in campo diplomatico, che economico, per fronteggiare le sanzioni americane. I due paesi dividono una frontiera comune di circa 1.500 chilometri ed, al momento, sembrano avere superato la storica rivalità presente quando Saddam Hussein era al potere. Il paese irakeno è composto da una alta percentuale di sciiti, circa il novanta per cento, ed ha per questa caratteristica una notevole affinità con l’Iran. Teheran ha individuato nel paese vicino una possibilità per superare le sanzioni statunitensi, che stanno condizionando pesantemente l’economia iraniana.  Il progetto è quello di incrementare gli scambi tra i due paesi, che ora ammontano a circa 12.000 milioni di dollari, fino a 20.000 milioni di dollari; per fare ciò sono stati firmati accordi in settori importanti per entrambi i paesi, quali: energia, trasporti, agricoltura e industria. Tuttavia, il problema che più assilla l’Iran è quello di aggirare gli effetti che le sanzioni producono sul sistema dei pagamenti verso Teheran. Washington ha costruito un sistema sanzionatorio che si basa molto sulle transazioni di denaro verso il paese iraniano, penalizzando gli istituti bancari che consentono il flusso di denaro verso la repubblica degli Ayatollah. Le rispettive banche centrali avrebbero pensato un sistema di esportazione degli idrocarburi iraniani  in Iraq e da qui venduti a paesi terzi mediante pagamento non più in dollari ma in euro. Se gli Stati Uniti hanno già minacciato Bagdad ed i suoi istituti bancari, occorre, però, tenere presente le esigenze del paese irakeno, che dipende in maniera molto forte dagli approvigionamenti di gas dell’Iran. Le sollecitazioni di Washington a diversificare i fornitori si scontrano con la maggiore economicità del gas iraniano, dovuta ai minori costi di trasporto, proprio per la contiguità tra i due paesi. L’Irak si trova, però, nella scomoda situazione di avere come principali alleati due paesi che sono profondamente nemici tra di loro, questa difficoltà potrebbe essere convertita in una opportunità dal governo di Bagdad, che non può rinunciare al rapporto con gli Stati Uniti, ma nemmeno, proprio per le ragioni espresse prima, può allontanarsi dall’Iran. L’Irak potrebbe giocare un ruolo, se non di pacificazione tra le due parti, almeno tentare di ridurre la tensione: occorre ricordare che esiste il punto di partenza della guerra allo Stato islamico, dove il ruolo fondamentale di Teheran è stato riconosciuto, seppure implicitamente, anche da Washington. Gli USA, malgrado le minacce, non possono sottoporre a sanzioni il paese irakeno, perchè le conseguenze sarebbero l’impoverimento di una nazione già in sofferenza economica e  ciò potrebbe comportare un ritorno dell’estremismo islamico. Dal punto di vista diplomatico la visita del Presidente Rohani potrebbe avere come obiettivo proprio  quello di rendere maggiormente privilegiato il rapporto tra Irak ed Iran, rispetto a quello tra Irak ed USA; ciò potrebbe rientrare nella strategia di contrastare la coalizione delle monarchie sunnite con gli USA (ed Israele) e rompere l’accerchiamento internazionale in cui si trova Teheran. Resta il fatto che a Washington un interlocutore di matrice sciita è essenziale nello scacchiere mediorientale, tuttavia Bagdad potrebbe avere non gradito la direzione data da Trump alla politica estera americana, che ha interrotto l’equidistanza di Obama tra sciiti e sunniti, per favorire i rapporti con questi ultimi. Questo sbilanciamento, però, obbliga Washington alla maggiore cautela possibile nei confronti di Bagdad, ma offre anche l’occasione a Teheran, vittima delle sanzioni Usa a seguito del ritiro unilaterale della Casa Bianca dal trattato sul nucleare, di sfruttare le maggiori affinità con l’Irak. La questione non è secondaria perchè l’amicizia con l’Irak serve agli Stati Uniti per presentarsi in una sorta di equidistanza di fronte alla questione religiosa che divide l’Islam, ma è anche importante dal punto di vista geopolitico, perchè permette di mantenere le sue truppe fin sui confini con l’Iran.  La sensazione è che questa visita apra ad una varietà di scenari diversi, ma tutti in grado di influenzare il futuro della regione.

USA vicini all’accordo commerciale con la Cina, ma verso l’introduzione di dazi per India e Turchia

Gli Stati Uniti sono sempre più vicini alla definizione di un accordo con la Cina, ma contemporaneamente, aprono delle nuove controversie con India e Turchia. La questione è sempre quella della mancata reciprocità dei trattamenti commerciali. L’India, infatti ha un trattamento preferenziale, che gli consente di esportare negli Stati Uniti merci per un valore di 5,6 miliardi di dollari, totalmente esenti dai dazi imposti dall’amministrazione americana. Un trattamento analogo a quello di cui gode la Turchia, destinato a concludersi per volere del Presidente Trump. All’interno delle ragioni che hanno permesso queste esenzioni vi sono considerazioni di carattere strategico, che tenevano conto dell’importanza di India e Turchia, come alleati considerati importanti nelle rispettive aree geografiche ed in ottica di bilanciare i rapporti di forza con altre potenze, come quella cinese, nel caso indiano. La scarsa considerazione di Trump per le ragioni di politica estera, a favore dell’interesse commerciale ed industriale degli Stati Uniti, ritenuto preminente, ha sicuramente influenzato queste decisioni, ma si devono anche considerare il deterioramento dei rapporti tra Washington e la Turchia, ritenuta sempre meno affidabile, anche nel quadro della Alleanza Atlantica e la voglia di protagonismo del paese indiano, che ha manifestato con il nuovo governo ambizioni non sempre in linea con il governo statunitense. Anche il ravvicinamento con la Cina potrebbe avere influito sulla decisione di inserire i dazi per l’India: nella tradizionale rivalità tra Pechino e Nuova Delhi, gli Stati Uniti cercano una sorta di equidistanza, che sacrifica l’alleanza politica con l’India, in favore di un guadagno nella bilancia commerciale. Del resto questo aspetto è fondamentale nella politica di Trump ed il raggiungimento dell’accordo con Pechino, ormai quasi certo, viene considerato dalla Casa Bianca una vittoria. La firma dell’accordo dovrebbe anche, seppure parzialmente, cancellare le delusioni del recente vertice di Hanoi con Kim Jong un, che ha rappresentato un fallimento per la politica estera americana. I termini dell’accordo commerciale tra USA e Cina dovrebbero comprendere la diminuzione da parte di Pechino di una quota dei dazi introdotti su prodotti americani quali soia, automobili e prodotti chimici; inoltre Pechino si è impegnata all’acquisto, a partire dal 2023, di gas naturale americano per un importo di circa diciotto miliardi di dollari. La contropartita americana è quella di abbassare i dazi introdotti da Trump su di un valore di circa duecento miliardi di dollari di beni, permettendo ai prodotti cinesi di accedere nuovamente al mercato americano. Se una parte dell’amministrazione statunitense è ottimista sull’esito dell’accordo, all’interno della Casa Bianca esistono anche degli scettici, che vedono dei pericoli derivanti dall’accordo, dovuti alle scarse garanzie di Pechino su temi e questioni molto rilevanti come le richieste di riforme strutturali in ambito commerciale relative ai cambi della valuta e quindi della politica finanziaria cinese, fino ad arrivare al rispetto delle normative internazionali sui diritti della proprietà intellettuale e sull’aiuto dello stato alle imprese che operano all’estero. La valutazione dell’esito della trattativa non è però così semplice come farebbe credere se si verificasse un risultato positivo. Trump mira ad un risultato immediato, che potrebbe non tenere conto delle obiezioni degli scettici della Casa Bianca, un risultato positivo nel breve periodo potrebbe attenuare le polemiche relative alle dichiarazioni dell’ex avvocato del presidente e quindi permetterebbe, forse, di ottenere un vantaggio nel fronte interno; tuttavia sul medio e lungo periodo, se i timori degli scettici dovessero essere fondati gli effetti negativi per l’economia americana potrebbero pregiudicare i rapporti con la Cina. Di conseguenza anche l’obiettivo, tenuto neanche troppo nascosto, di creare le condizioni di un patto tra le due superpotenze mondiali, che oltrepassi le questioni commerciali, e favorisca la normalizzazione dei rapporti ed il superamento delle tensioni geopolitiche, potrebbe subire degli effetti negativi. Quando si parla di politica internazionale e di Trump i confini della discussione sono sempre molto incerti e la direzione che potrebbe prendere una decisione del presidente americano rappresenta una variabile difficile da prevedere ed anche in questo caso tutte le soluzioni sono possibili.

La ragioni del fallimento di Hanoi tra USA e Corea del Nord

Nonostante le buone premesse, che secondo il presidente statunitense, si erano create con la Corea del Nord, il vertice di Hanoi si è concluso con un nulla di fatto. Trump, probabilmente, ha sopravvalutato la sua capacità di negoziatore internazionale, basata solo sulla sua esperienza di uomo d’affari. Il risultato è stata una interruzione delle trattative che evidenzia come il processo di denuclearizzazione della penisola coreana sia ancora molto lontano e tutto da definire. Per gli USA e, sopratutto per l’inquilino della Casa Bianca, si ha la sensazione che questa conclusione sia stata una sorta di sconfitta diplomatica. Se l’esito atteso era la definizione del processo di denuclearizzazione della Corea del Nord, che resta uno dei principali, se non il principale obiettivo in politica estera di Trump, il risultato è del tutto contrario a questa aspettativa. Il presidente americano, probabilmente si aspettava dall’atteggiamento di Kim Jong una remissione totale, basata sul cattivo stato economico del paese nordcoreano e sulla necessità di reprimere un dissenso interno che pareva crescente. La valutazione di Trump, e certamente di buona parte dei suoi analisti, si è rivelata completamente sbagliata, perchè la richiesta del leader di Pyongyang è risultata volutamente irricevibile. Richiedere la cessazione delle sanzioni senza contropartite sicure, infatti è stata una prova di forza che Kim Jong un ha preparato da tempo per dimostrare di avere ancora tutto il controllo dell’apparato interno di fronte al leader della prima potenza mondiale. Il significato è chiaro: avere fatto sedere Trump al tavolo delle trattative per niente, vuole dire che la Corea del Nord, oltre ad avere la forza nucleare, ha, da questo momento, anche la forza diplomatica per trattare alla pari con gli USA. Anche se ciò naturalmente non è vero, il presidente americano ha regalato una occasione imperdibile al dittatore nord coreano, che gli ha impartito una lezione di politica estera difficile da dimenticare. Grazie alla scarsa attitudine di Trump ad essere un uomo di governo, la visibilità politica della Corea del Nord è cresciuta notevolmente da quando il miliardario americano risiede alla Casa Bianca, un risultato impossibile quando Obama era il presidente, anche se neppure lui eccelleva in politica estera. Non avere capito che per il regime della Corea del Nord, il possesso dell’arma atomica è imprescindibile dalla sua stessa sopravvivenza è un errore enorme, nel quale Trump è caduto grazie alla efficace tattica di Kim Jong, che ha evitato l’esposizione ai media internazionali, evitando di minacciare gli USA e la Corea del Sud e non lanciando più missili di prova nell’oceano. Questo periodo di tranquillità è stato valutato da Trump come sufficiente per aspettarsi un esito positivo della trattativa, nonostante le notizie che i servizi segreti americani comunicavano alla Casa Bianca. In realtà gli impianti nucleari non sono mai stati spenti ed i test atomici sono continuati, ma soltanto nel più assoluto silenzio. Il sospetto è che Kim Jong un abbia usato Trump per indebolire l’immagine americana: un risultato certamente gradito alla Cina. Se il laeder nordcoreano abbia agito da solo per compiacere Pechino o se sia stato strumento consapevole del paese cinese ha poca importanza.  La realtà è che la Corea del Nord e la Cina hanno migliorato i rapporti, come dimostrano le quattro visite di Kim Jong un effettuate a  Pechino, che segnalano che i rapporti tra i due paesi sono tornati cordiali, dopo periodi molto difficili. Per Pechino è importante che Pyongyang mantenga un atteggiamento diverso in modo da non consentire la tanto temuta unione delle due Coree, che porterebbe i militari americani sulle frontiere cinesi. L’errore fondamentale, da cui deriva il fallimento di Trump nella trattativa con la Corea del Nord, è proprio quello di non avere tenuto conto della variabile Cina nella questione: una sottovalutazione decisiva, che segnala la poca profondità di analisi della Casa Bianca.

 

Putin contro i missili dell’Alleanza Atlantica in Europa dell’est

La parte relativa alle problematiche internazionali del discorso alla nazione del presidente russo Putin è stata incentrata sulla questione del comportamento americano dopo l’uscita degli USA dal trattato di non proliferazione nucleare. Prima, però, Putin ha voluto sottolineare i buoni rapporti che Mosca ha intrapreso con Bielorussia, Cina , Giappone ed India. Dopo questo prologo il capo del Cremlino ha accusato gli Stati Uniti di volere portare instabilità sul continente europeo, proprio per il quale il trattato era stato firmato e che aveva come obiettivo il mantenimento della pace nel vecchio continente. La questione investe la volontà americana di installare difese missilistiche nei paesi entrati a fare parte dell’Alleanza Atlantica, che facevano parte del blocco sovietico e che sono molto vicini al paese russo. Da un lato Putin afferma di non avere alcun interesse ad entrare in conflitto con gli Stati Uniti, che definisce potenza globale, ma, d’altra parte, sostiene, che, seppure la Russia non intende essere la prima a schierare i missili con un raggio d’azione tra i 500 ed i 5.500 chilometri, non potrà che rispondere con misure analoghe a provocazioni americane. Dal punto di vista di Trump l’uscita dal trattato è stata giustificata, non solo, per pareggiare la situazione con la Cina, che non era firmataria dell’accordo, ma anche perchè la Russia è stata sospettata di avere violato il trattato, grazie ad operazioni di riarmo e per rispondere all’esigenza degli alleati americani dell’Europa orientale, che hanno sempre sostenuto la pericolosità russa, di avere sistemi di difesa sufficienti per equilibrare la minaccia di Mosca. Dal punto di vista di Putin, gli Stati Uniti, con l’installazione dei sistemi missilistici sul confine russo, mirano a destabilizzare l’area di influenza che Mosca ritiene come propria, la risposta si renderebbe necessaria anche per scongiurare la ripetizione di casi analoghi alla questione ucraina, la cui possibile entrata nell’Alleanza Atlantica è profondamente osteggiata dalla Russia, che potrebbe vedere i militari americani sui propri confini. L’atteggiamento americano fornisce la percezione di una minaccia molto elevata, tanto da fare affermare al presidente russo, che le contromisure che verranno adottate in risposta all’installazione di missili che possono raggiungere Mosca in dieci minuti, riguarderanno non solo le basi missilistiche che ospiteranno queste armi, ma anche i centri decisionali da cui potrebberopartire gli ordini per il loro utilizzo. La minaccia, neanche tanto nascosta riguarda, quindi, il territorio americano. Risulta palese come queste dichiarazioni siano la conseguenza del ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare e conducano direttamente alla situazione della guerra fredda. Le dichiarazioni di Putin sono sembrate quasi obbligate, una risposta da pari a pari con gli Stati Uniti, che è stata funzionale anche a bilanciare le ammissioni circa lo stato interno del paese. Il presidente russo deve misurarsi con un calo di fiducia del popolo dovuto ad una situazione economica difficile, con annosi problemi strutturali dovuti al mancato sviluppo industriale per la troppa importanza del settore primario, legato ai prodotti energetici e quindi soggetti agli sbalzi dei prezzi delle materie prime, di cui la Russia è esportatore; a ciò deve aggiungersi una situazione sociale instabile per l’aumento dell’età pensionabile, poco gradita dal popolo russo, e alla troppo diffusa situazione di povertà estrema, che riguarda ben diciannove milioni di russi. In questo quadro è visto con preoccupazione il calo della popolazione del paese, fatto che non accadeva dal 2008. Se questa volta le probabilità di attenuare lo scontento del popolo russo con le dichiarazioni della volontà di riportare la Russia al livello di potenza mondiale non possono sortire gli effetti degli anni precedenti, i discorsi di ammonimento verso gli Stati Uniti sono stati un corollario necessario, ma non sufficiente, che è stato valido per integrare le promesse in materia economica e sociale maggiormente richieste dalla popolazione. Resta il fatto che la Russia, seppure in difficoltà economica, possiede le capacità tecniche e finanziarie, per mettere in atto le minacce contro gli Stati Uniti riportando indietro l’orologio della storia, anche a costo di peggiorare ulteriormente la situazione interna per la probabile pressione diplomatica che seguirà l’eventuale installazione di missili e che si concretizzerà con nuove sanzioni, ulteriore passo verso il peggioramento dei rapporti est-ovest.

Il problema dei combattenti stranieri dello Stato islamico investe i paesi europei

La richiesta del presidente americano Trump, rivolta ai paesi europei, di prendere in custodia i loro cittadini impegnati come combattenti nelle fila dello Stato islamico, appare corretta e giusta. La comunità internazionale non può obbligare gli Stati Uniti a creare nuovi carceri sul modello di quello di Guantanamo per tenere in custodia i miliziani dello Stato islamico, che possiedono cittadinanza europea: da un lato vi è un ruolo che Washington non vuole più ricoprire, dall’altro sembra essere corretto l’obbligo giuridico di prendere in custodia e giudicare cittadini che hanno compiuto atti terroristici e violenze. Tuttavia la proposta di Trump, che, come alternativa ha proposto la liberazione dei terroristi, non è stata accolta favorevolmete dai paesi europei, che hanno eccepito contraddizioni di carattere normativo e di opportunità politica e sociale. Gli stati europei maggiormente interessati, sono la Germania, che ha affermato la dispoonibilità a processare una parte di suoi cittadini combattenti, la Francia, il Regno Unito ed il Belgio. In sostanza la contrarietà alla proposta di Trump riguarda il rifiuto ad acconsentire il ritorno dei terroristi per il timore della creazione di nuove cellule fondamentaliste nel territorio di origine. La questione dell’esito processuale, infatti, non è affatto certa che possa concludersi con una condanna al carcere perchè i crimini commessi sono stati compiuti al di fuori del territorio nazionale e potrebbero non esistere gli elementi di prova sufficienti a determinare la condanna e , quindi, rendere inoffensivi, dal punto di vista sociale, i terroristi. Se la richiesta di Trump è legittima, i motivi di rifiuto, basati sugli aspetti giuridici, dei paesi europei appaiono ineccepibili. Eventuali assoluzioni in processi tecnicamente difficili, determinerebbero la liberazione di persone militarmente preparate ed ideologicamente molto motivate, capaci di creare reti e nuclei di aderenti per effettuare atti terroristici nel paese di origine, o in quelli vicini, in nome del fondamentalismo. La questione diventa così molto controversa e complessa: se gli USA o anche i loro alleati in Siria, non possono o non vogliono mantenere in detenzione cittadini europei, possono gli Stati di origine rifiutarne il ritorno? Il caso generale deve essere inquadrato non solo per la salvaguardia del singolo stato o gruppi di stati, nel caso europeo, ma deve ricomprendere anche la pericolosità di questi individui nelle ex zone di guerra, dove il periodo che segue i combattimenti è sempre condizionato da situazioni di instabilità e di incertezza. La conseguenza più probabile, senza un controllo coercitivo degli ex combattenti, è che questi si trasformino in terroristi e compiano attentati contro chi tenta il governo nei territori che erano il teatro di guerra. Vista sotto questa ottica la questione appare ancora una volta il rifiuto della propria responsabilità da parte degli stati di origine dei terroristi, che, prima non hanno controllato a dovere i propri cittadini e poi ne rifiutano il rimpatrio per la loro pericolosità sociale. La mancanza degli stati di origine è dunque evidente, come è evidente il rifiuto di una possibile riparazione per proteggere il proprio territorio e lasciare i terroristi a chi ha già subito le loro azioni. Se la preoccupazione per l’incertezza normativa è giustificata occorre elaborare soluzioni alternative per assicurare la giusta pena a chi si è reso responsabile di delitti atroci e, contemporaneamente, renderlo inoffensivo. Una soluzione potrebbe essere di natura sovranazionale, investendo della competenza dei crimini commessi, organismi internazionali in grado di superare le singole legislazioni statali ed ampiamente previsti per crimini contro l’umanità. Si tratta di una soluzione che prevede la collaborazione e l’intesa tra soggetti statali e sovranazionali, ma che può diventare uno strumento per risolvere una situazione che potrebbe avere effetti pericolosi se non fosse governata in maniera adeguata.

Gli USA vogliono che l’Europa abbandoni il trattato con l’Iran

Gli Stati Uniti incalzano l’Europa sulla questione del nucleare iraniano. Washington ha abbandonato in maniera unilaterale l’accordo sul nucleare iraniano, firmato dopo una trattativa molto lunga dall’amministrazione Obama, oltre che Unione Europea, Russia e Cina. Con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca lo schema dei rapporti con Teheran è cambiato ed il paese iraniano è tornato ad essere individuato come il principale nemico, anche per il riavvicinamento statunitense alle monarchie saudite ed al miglioramento dei rapporti con il governo di Tel Aviv. In sostanza Trump è ritornato ad una politica di riavvicinamento con i paesi sunniti, nonostante questi siano stati tra i finanziatori dello Stato islamico. Ora, quindi, il nemico è l’Iran, individuato come guida degli sciiti, tra cui rientrano i siriani, gli Hezbollah ed anche gli yemeniti. Questa visione è funzionale agli interessi israeliani e sauditi e non tiene conto del mancato avanzamento del processo di pace tra israeliani e palestinesi, delle stato di repressione presente in Arabia Saudita e delle violenze perpetrate dalla coalizione sunnita contro i civili yemeniti. Alla conferenza per la pace e la sicurezza in Medio Oriente, in corso a Varsavia, dove è stato escluso l’Iran dalla partecipazione, si è rivelata chiaramente la volontà americana di aumentare la pressione sul paese iraniano. In questa sede gli USA hanno espresso una opinione negativa sui paesi dell’Unione Europea circa il mancato appoggio a Washington nelle sanzioni contro l’Iran. La posizione di Bruxelles è rimasta quella di tenere fede alla firma del trattato, senza accogliere la proposta americana, ribadita nella conferenza di Varsavia, di adottare strumenti di pressione diplomatici e finanziari contro Teheran. Le ragioni europee sono rimaste ferme alla visione che ha ispirato il trattato e, che, sostanzialmente l’accordo con l’Iran era il male minore, perchè impediva una proliferazione nucleare bellica, mentre ne garantiva lo sviluppo civile, anche mediante ispezioni. Questa lettura dell’accordo non è condivisa dall’amministrazione americana, forse sempre più influenzata da Israele e dalla visione che trasmettono i paesi arabi, una visione che teme l’influenza negativa iraniana su paesi instabili come Libano, Siria, Iraq e Yemen. L’intenzione americana è quella di procedere con una pressione sempre maggiore su Teheran, anche in corrispondenza della grave crisi economica del paese, che potrebbe favorire ribellioni contro il regime. L’Europa, tuttavia, non è in accordo con questa visione ed, anzi, i paesi europei stanno studiando misure alternative per proteggere le proprie imprese, che hanno ricevuto ordini e commesse importanti dal paese iraniano, per non incorrere nelle sanzioni americane, previste per tutte quelle aziende che continueranno ad intrattenere rapporti di affari con Teheran. Lo scontro, quindi, sembra destinato ad acuirsi tra USA ed Europa, aumentando la distanza tra le due parti i cui rapporti sono peggiorati da quando Trump è andato al potere. L’atteggiamento verso l’Iran, se è servito ad avvicinare gi USA ed Israele ai paesi sunniti, potrebbe provocare nel paese iraniano, già in difficoltà per l’andamento dell’economia, un risentimento che si sta già tramutando in una chiusura non utile al processo di apertura iniziato da Obama e dfinitivamente chiuso da Trump. Ciò rischia di esasperare la posizione iraniana su importanti questioni, come la Siria e l’Iraq, mantenendo nella regione un grado di instabilità pericoloso.

L’incerta politica diplomatica USA nell’Europa dell’est

La visita del Segretario di stato americano in Europa orientale indica la mancanza di una programmazione a lungo raggio della diplomazia statunitense, perchè troppo condizionata dal dualismo di attrazione ed avversione con Putin, che contraddistingue la presidenza Trump, che si unisce alle tendenze isolazioniste e propense alla tutela esclusiva degli interessi nazionali della Casa Bianca in perfetto accordo con i paesi che appartenevano al Patto di Varsavia. La prima tappa del viaggio di Mike Pompeo sarà l’Ungheria, governata da un esecutivo profondamente contrario all’Unione Europa, di cui continua a fare parte senza rispettarne gli obblighi, ma raccogliendone soltanto i vantaggi. Sull’avversione a Bruxelles Washington e Budapest sono allineate, come sono in accordo per le tendenze illiberali, la xenofobia ed il populismo, che in Ungheria hanno maggiori margini di manovra, rispetto agli USA, per la mancanza di quei contrappesi giuridici, presenti negli Stati Uniti, che limitano l’azione di Trump. Tuttavia alla base del rapporto bilaterale vi è una contraddizione evidente: il presidente ungherese è sempre più vicino a Putin (segnale inequivocabile dell’immaturità democratica della maggioranza popolo ungherese che lo ha eletto), in un momento nel quale la tensione tra Mosca e Washington è su livelli preoccupanti per il ritiro unilaterale americano dal trattato di non proliferazione nucleare. L’amministrazione americana, che apprezza la sintonia con quella ungherese, ha concordato con Budapest un rafforzamento congiunto dei meccanismi di difesa, ma ciò non può non destare sospetti sulle reali intenzioni di Orban; esiste, cioè, un pericolo potenziale di un comportamento ambivalente degli ungheresi, pronti a prendere i vantaggi provenienti sia dagli americani, che dai russi? Del resto il governo ungherese ha già attuato questa tattica, con il governo italiano, con il quale dice di condividere le preoccupazioni e l’atteggiamento verso l’immigrazione, senza poi appoggiare Roma nella sede dell’Unione e continuando ad evitare un coinvolgimento diretto nella questione migratoria, lasciando l’Italia senza un aiuto concreto sia per la divisione dei migranti, sia per la ricerca di soluzioni alternative. Gli Stati Uniti non si rendono conto che cercando consensi alle loro posizioni, possono trovare alleati non sinceri, una conseguenza di una politica estera non definita ed al di fuori degli stess interessi americani. Il viaggio del Segretario di stato continuerà in Polonia e Slovacchia, incontrando governi su posizioni altrettanto favorevoli alla tutela degli interessi nazionali contro quelli europei, come quelle ungheresi, ma non vicine a Putin ed, anzi, preoccupati dei possibili sviluppi del potenziale riarmo nucleare. Il timore degli analisti di una tendenza sempre più isolazionista degli Stati Uniti, nel tema della difesa, anche in territori cruciali come l’Europa ed in particolare l’Europa dell’Est è una paura condivisa a Varsavia, che vede con timore la possibilità di teste nucleari russe a pochi chilometri dai suoi confini. Per evitare questo pericolo la Polonia si è impegnata sul capitolo delle spese militari come richiesto da Trump, ma l’atteggiamento della Casa Bianca non è rassicurante verso l’alleato polacco proprio per il ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare. Ciò potrebbe innescare la reazione russa, che unita alle tendenze isolazioniste di Washington, potrebbe creare le condizioni per per riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, con una maggiore presenza di Mosca e Pechino. Con questo scenario l’unica alternativa sarebbe un maggiore peso politico ed anche militare dell’Unione Europea, ma le divisioni tra i suoi membri più importanti hanno indebolito un soggetto già carente di autonomia e prestigio internazionale. Se l’intenzione degli Stati Uniti sarà quella di isolarsi in politica estera, la Casa Bianca non sembra tenere conto delle ricadute che potranno verificarsi dal punto di vista economico, in quella che è sempre l’area commerciale più ricca del mondo. In questa ottica l’influenza russa può essere soltanto marginale, l’economia del paese governato da Putin non ha la forza strutturale per inserirsi in maniera forte in Europa, se non per le materie prime, al contrario la grande forza finanziaria e la grande capacità produttiva cinese potrebbe trarre un grande vantaggio non indifferente dall’attegiamento americano. Se ciò dovesse accadere, però, sarebbe un ulteriore tema di contrasto, capace di mettere in pericolo la pace del vecchio continente.