Tra USA e Turchia rapporti sempre più difficili

La missione del Segretario di stato americano Tillerson in Turchia è stata molto complicata. I rapporti tra i due paesi sono ai minimi storici e c’è il concreto rischio di una rottura diplomatica, uno scenario fino a poco tempo fa non certo prevedibile. La questione dell’appoggio degli USA alle milizie curde, tradizionalmente alleate di Washington, è solo l’ultimo caso di contrasto tra le due nazioni e rappresenta un pericoloso precedente di minacce reciproche, che potrebbe degenerare in scontro armato. Precedentemente ci sono stati i casi dei visti negati ai cittadini turchi da parte dagli USA, a cui è seguita una misura analoga da parte delle autorità di Ankara. Uno dei motivi di attrito è la mancata estradizione di un predicatore turco, residente negli USA, che viene creduto come uno degli ispiratori del fallito colpo di stato. Tutti questi motivi di attrito sono comunque secondari, se si considera la percezione americana, probabilmente sostenuta da prove concrete, del sostegno iniziale da parte dei turchi allo Stato islamico, che doveva essere lo stumento per fare cadere Assad e si è poi trasformato, grazie agli ingenti finaziamenti, in una entità terroristica sovrana, che ha sovvertito l’ordine della Siria e, sopratutto, dell’Iraq, paese nel quale si erano impegnati in maniera diretta gli Stati Uniti. L’importanza del mantenimento di buoni rapporti tra USA e Turchia è dovuta anche al fatto che la Turchia è l’unico membro musulmano all’interno dell’Alleanza Atlantica e per gli Stati Uniti la permamenza di Ankara nell’alleanza occidentale è ritenuto un aspetto irrinunciabile di fronte ai nuovi scenari mondiali che si stanno delineando. Washington teme che la Turchia possa finire nell’influenza russa; se ciò dovesse avvenire, Mosca guadagnerebbe una posizione strategica sul Mediterraneo e sul Mar Nero in grado di aumentare l’apprensione dei paesi che appartenevano al blocco sovietico e che ora temono maggiormente la Russia dal punto di vista militare. Inoltre non essere più alleato con uno dei maggiori paesi musulmani aprirebbe una distanza ancora più netta tra gli USA ed il mondo sunnita. Uno dei temi di discussione è stato il futuro della Siria: su questo fronte la Turchia sembra essere particolarmente vicina alla Russia, sopratutto dopo che Erdogan ha individuato Assad, dopo averlo combattuto, un possibile argine contro i curdi e la loro volontà di costituire una entità sovrana sui confini della Turchia. La posizione americana, pur essendo vicino ai curdi, non è ancora del tutto netta, proprio perchè Washington non vuole precludersi qualsisasi soluzione per avere un rapporto migliore con Ankara. Sul futuro di Assad c’è un’ampia divergenza, provata dal sostegno di Washington alle forze democratiche siriane, che sono sul fronte opposto della coalizione di fatto composta da Russia, Iran ed, appunto, Turchia. Occorrerà vedere come si svilupperanno i colloqui e se le due parti intenderanno valutare in modo comunque positivo il rapporto di alleanza tra i due stati. Se con Obama si comprendeva come la distanza tra i due paesi fosse giustificata dalla direzione politica intrapresa da Erdogan, con Trump si poteva prevedere una sorta di riavvicinamento, proprio per le inclinazioni politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Ma come per la Russia, la carica di presidente non basta ad indirizzare la politica federale e quindi l’apparato diplomatico e quello militare hanno mantenuto la distanza con la Turchia. Resta da vedere se questo allontamento è ritenuto ancora vantaggioso per i poteri al di fuori della Casa Bianca o se, al contrario, è diventato necessario un riavvicinamento in grado di scongiurare una rottura definitiva. Il lavoro diplomatico non sarà facile: Erdogan non vuole rinunciare a combattere i curdi e Washington non può tradire degli alleati fedeli. La Turchia non sembra, però, cedere qualcosa e la situazione attuale è che si è verificato soltanto un impegno generico tra le due parti per trovare dei meccanismi in grado di potere affrontare le questioni divergenti. Le rispettive posizioni restano distanti ed a questa situazione si aggiunge il probabile accordo tra milizie curde ed esercito regolare di Assad, che Damasco sarebbe disposto ad impiegare come forza di interposizione tra curdi e turchi, per evitare a questi ultimi di avanzare ulteriormente in territorio siriano. Se questa eventualità dovesse concretizzarsi la confusione tra le tutte le parti in causa sarebbe destinata ad aumentare ancora: infatti la domanda legittima è che cosa farà la Russia e che cosa faranno gli Stati Uniti se questa nuova alleanza dovesse diventare realtà.

L’integrazione militare europea che non piace agli Stati Uniti

Un nuovo motivo di scontro si delinea tra gli Stati Uniti e l’Europa: quello del mercato degli armamenti nell’ambito del rafforzamento dell’Alleanza Atlantica. Uno dei punti del programma politico di Trump è quello di diminuire l’impegno militare a favore di altri stati, anche degli alleati. Per il presidente degli USA un minore impegno comporta un risparmio finanziario da destinare alla crescita americana; partendo da questo punto Trump ha più volte sollecitato, sopratutto gli stati europei, ad una maggiore partecipazione, anche economica, ai programmi relativi alla difesa. I modi con cui queste sollecitazioni sono arrivate non sono stati del tutto diplomatici, anche se occorre riconoscere, che l’atteggiamento europeo nei confronti della difesa si basava troppo sull’aiuto e sull’impegno americano. La questione ha imposto una riflessione seria nelle nazioni europee, dove è stata riconosciuta l’esigenza di programmi militari comuni nell’ambito dell’Unione. D’altra parte questa esigenza potrebbe anche favorire l’adozione di una linea comune in politica estera ed essere un fattore decisivo per l’obiettivo dell’unione politica. Anche l’uscita del Regno Unito da Bruxelles, ha costituito un ulteriore motivo di costruire nuovi strumenti in grado di favorire programmi comuni nell’ambito della difesa. Accertato, quindi, che la politica di integrazione militare dell’Unione era ormai obbligatoria si è resa necessaria la creazione di un fondo, finanziato annualmente dal bilancio dell’Unione con un miliardo di euro per gli armamenti e di cinquecento milioni per la ricerca in campo militare. L’obiettivo è anche quello di coinvolgere l’apporto dei singoli stati con contribuzioni finanziarie di importante entità. Il punto centrale del progetto è però che per accedere a questi fondi le aziende dovranno essere europee. Di fatto ciò rappresenta una chiusura per il paese che è il maggiore produttore di armi al mondo: gli Stati Uniti. Washington ha accusato apertamente Bruxelles di protezionismo, entrando in contraddizione con la politica economica inaugurata da Trump a livello nazionale, che si basa proprio sulla chiusura ai produttori stranieri; inoltre il mercato degli armamenti statunitense è da sempre riservato alle aziende locali. Secondo la politica inaugurata dall’Unione gli Stati Uniti andrebbero a perdere una quota consistente del mercato degli armamenti, sopratutto se considerato che quello dell’Unione sarà un mercato in chiara espansione, situato in una delle zone con maggiore ricchezza. All’interno dell’Alleanza Atlantica, che all’inizio aveva giudicato positivamente il piano europeo, ora se ne considerano gli effetti sotto un’ottica differente. Se dal punto di vista economico il maggiore membro dell’Alleanza avrà una perdita consistente, anche dal punto di vista politico l’influenza di Washington è destinata a diminuire proprio per quanto auspicato da Trump: una maggiore autonomia militare dell’Unione Europea. Potenzialmente questi due fattori sommati, possono creare una alterazione degli equilibri interni dell’Alleanza Atlantica, già messi in pericolo dalla posizione della Turchia, sempre più lontano politicamente da Washigton. Deve essere però specificato che la protezione militare americana costituisce ancora la parte più importante della difesa europea e che l’autonomia in questo settore non può essere raggiunta nel breve periodo, anche se i fondi a disposizione fossero molto più consistenti; quello che occorre, oltre ai materiali bellici, sono un coordinamento effettivo, che è ancora lontano, ed un livello di integrazione tra le varie forze armate dei diversi paesi, che non si può raggiungere con programmi ben definiti ed in tempi non certo brevi. Queste considerazioni espongono l’Europa ad una sorta di ricatto, che gli Stati Uniti potrebbero mettere in atto se si vedranno esclusi dal mercato che si sta per aprire. L’Unione deve valutare se rinunciare, almeno in parte, alle politiche di sviluppo militare, che è anche una occasione per la ricerca tecnologica e beneficiare così, in modo certo ancora della protezione americana o arrivare allo scontro con il suo maggiore alleato per arrivare ad una maggiore autonomia nel settore della difesa. D’altra parte gli Stati Uniti non potranno rivendicare l’accesso al mercato militare europeo se non assumeranno una posizione di reciprocità ed in ogni caso gli alleati europei sono troppo importanti nello scenario attuale caratterizzato dal protagonismo russo ed il ruolo cinese, solo per citare alcuni degli attori sulla scena. La via da percorrere sarà quella diplomatica con tutte le difficoltà del caso, ma per l’Europa l’occasione di creare una propria forza armata è unica ed obbligata.

Gli USA intendono creare una forza curda ai confini con la Turchia

L’intenzione statunitense di creare una forza militare di circa 30.000 effettivi, composta da arabi, turcomanni, ma, sopratutto da curdi, avente lo scopo di presidiare i confini con la Siria settentrionale, sotto il controllo di Assad, ha provocato la forte reazione di Damasco ed Ankara. Se tra Washington e la Siria di Assad restano motivi di contrapposizione, la Turchia resta formalmente un alleato americano ed anche un appartenente, tra l’altro l’unico membro islamico, dell’Alleanza Atlantica. La valenza politica, quindi, della decisione del Pentagono appare molto rilevante. Appoggiarsi alle milizie curde, significa riconoscerne, implicitamente, il diritto all’autonomia territoriale, l’argomento peggiore per il presidente turco, che ha fatto dell’integrità territoriale del paese turco un suo punto di forza. Infatti la prima reazione del governo della Turchia verso gli USA è stata di condanna per la minaccia alla sicurezza nazionale. Il ministro degli esteri turco ha denunciato la mancanza di informazione preventiva da parte di Washington, un aspetto non certo secondario nella vicenda, che aggrava i rapporti tra i due paesi. La percezione è che gli Stati Uniti non abbiano avvisato Ankara per impedire un boicottaggio preventivo della costituzione della nuova forza militare ed anche per la scarsa fiducia in un regime che ha probabilmente sostenuto lo Stato islamico. Al contrario per i curdi essere parte integrante di questa forza militare, ha un significato preciso, che consiste nella grande considerazione che godono presso i comandi militari americani. Ciò costituisce un ulteriore punto di distanza tra Turchia ed USA, anche perchè il pentagono, con questa mossa, dichiara esplicitamente in chi ripone fiducia per mettere un argine alla possibile espansione di Assad. Probabilmente sono state fatte anche considerazioni di natura di opportunità circa la convenienza di affidarsi ai militari turchi per fronteggiare Assad, non ultime tra le quali anche la volontà di non esasperare un confronto tra due soggetti internazionali su campi opposti, che potrebbe degenerare in un nuovo conflitto. A sostegno di questa forza militare ci saranno circa 2.000 militari statunitensi, inquadrati insieme a miliziani curdi, che la Turchia ritiene terroristi, una visone analoga a quella di Damasco, che considera i siriani inquadrati in questa forza militare alla stregua di traditori. Con queste premesse il ruolo della nuova forza militare si annuncia molto difficile. La Turchia, infatti, ha già schierato al confine con la zona curdo siriana una serie di batterie missilistiche pronte a colpire gli insidiamenti militari curdi. Washington sembra avere approfittato del momento di stasi del conflitto siriano per occupare, proprio con l’aiuto dei curdi ed anche in aiuto di questi, una porzione di territorio anche per bilanciare l’intervento russo, mantenendo però un basso profilo: intenzione vanificata dalla protesta di Ankara. Per la diplomazia statunitense la sfida è conciliare la vicinanza con i curdi con le ragioni trascurate dell’alleato turco, tenendo conto della reale possibilità di vedere militari americani coinvolti in conflitti contro i militari turchi: cioè quello che verrebbe a verificarsi sarebbero confronti ostili tra appartenenti dell’Alleanza Atlantica. Trump non sembra avere espresso giudizi positivi o negativi su Erdogan e neppure il coinvolgimento dei curdi sembra opera sua, la realtà è che tra i militari americani, e forse anche tra i diplomatici di professione, la svolta autoritaria di Ankara non è stata gradita, mentre la fiducia nei curdi non è mai venuta meno, specialmente dal punto di vista politico e militare. Tatticamente i curdi, peraltro fino dalla guerra contro Saddam, hanno sempre offerto una piena collaborazione all’esercito statunitense, svolgendo anche impieghi dove non era possibile coinvolgere direttamente i militari USA: la tensione con la Turchia, che va avanti già dalla presidenza Obama, ha accelerato la collaborazione con le forze curde quasi come un atto obbligato e nonostante l’alleanza formale all’interno dell’Alleanza Atlantica che lega Washington ad Ankara. Certo questo può rinforzare la legittima aspirazione curda all’autonomia, scatenando reazioni molto pericolose.

L’Europa ed il vuoto di potere lasciato dagli USA nello scenario internazionale

Uno dei maggiori effetti della presidenza Trump, sul piano internazionale, è il progressivo allontanamento degli Stati Uniti del ruolo che avevano ricoperto fino alla presidenza Obama: nella posizione di maggiore potenza mondiale, Washington, esercitava una sorta di controllo della scena diplomatica, che assicurava una certa stabilità al mondo. Se questo ruolo era positivo o negativo è un giudizio soggettivo e che poteva variare secondo la contingenza del momento, ma per una analisi relativa all’attuale vuoto di potere appare ininfluente. Resta pure vero, che una sorta di abdicazione era già iniziata con Obama, che aveva cercato di non impegnare gli USA in prima persona ed in maniera diretta in alcune crisi internazionali, prima fra tutta quella siriana, ed aveva adottato un sorta di delega verso gli alleati più collaborativi, lasciandogli la posizione preminente e riservando al paese americano un ruolo più defilato e di secondo piano. Tuttavia, malgrado questo disimpegno, dettato da ragioni politiche, ma anche economiche, Washington e la Casa Bianca restavano al centro della scena internazionale e pronti ad inserirsi con i consueti valori occidentali. Con il nuovo inquilino della Casa Bianca questa sorta di consuetudine è cambiata: il disimpegno americano, come peraltro promesso in campagna elettorale, si è accentuato fino ad assumere dei connotati originali, ben diversi dalle modalità che aveva assunto Obama. Oltre che a rappresentare una novità sulla scena internazionale il nuovo atteggiamento americano, soltanto mitigato dai militari e dai diplomatici statunitensi, costituisce un vuoto di potere che offre l’occasione di essere colmato da altre potenze. D’altronde la situazione internazionale ha subito delle variazioni sostanziali, ha ampiamente superato la fase del bipolarismo e presenta una realtà più fluida con una serie di soggetti capaci di provocare delle alterazioni significative degli equilibri generali, senza quasi che questi processi si possano fermare. L’emergere di attori non nazionali come lo Stato islamico, ha evidenziato la pericolosità della mancanza di controllo di fenomeni capaci di superare la classica dialettica tra gli stati, per incrinare una visione d’insieme ormai troppo cristallizzata. La Russia ha ripreso a giocare un ruolo da superpotenza, ma il suo deficit strutturale interno la pone ancora aldisotto degli USA, sebbene l’attivismo di Putin ha creato certo grosse difficoltà a Washington, ma il vero competitor degli Stati Uniti appare piuttosto la Cina, che ha già superato il paese americano in alcuni dati significativi. Pechino rappresenta un avversario con finalità diverse perchè cerca una supremazia economica e tecnologica, ma non mira ad intromettersi nella politica interna degli stati, almeno per ora. Tuttavia è un paese con una forma di governo autoritaria e che dispone di una grande liquidità finanziaria, fattori che gli permettono una velocità di decisione maggiore delle democrazie e la facilità ad entrare nei mercati occidentali, come in quelli del terzo mondo, con la concreta capacità di condizionarli dall’interno. Probabilmente questo scenario sarebbe comunque stato inevitabile, ma la chiusura degli USA in se stessi ne facilita le condizioni di riuscita. Il futuro presenta grandi incognite, sopratutto per gli stati europei, che hanno tempi di reazione troppo lenti ai cambiamenti e sono ancora troppo indietro per giocare un ruolo da protagonisti nell’arena della politica internazionale. Il concreto pericolo è che l’avanzata cinese, contraddistinta da una grande penetrazione nei mercati e quindi nelle società europee, si trasformi, in modo sottile, da economico a politico, senza che sia più presente lo scudo americano. Per ovviare a questa sorta di minaccia è importante che l’Europa continui a sviluppare i contatti con la Cina, perchè in questa fase economica sono imprescindibili, ma da una posizione paritaria e per fare ciò occorre una indipendenza da Washington che sta diventando obbligata ma che non è ancora stata conquistata. Se lo scenario è cambiato occorre adeguarsi, non con soluzioni trovate di volta in volta, ma con un piano ben programmato, che passa dalla riforma delle istituzioni centrali europee ed arriva, necessariamente, ai criteri di adesione e permanenza all’interno dell’unione. Altrimenti il vuoto di potere americano è destinato ad essere colmato da un soggetto che ha ben poco in comune con i valori democratici europei.

Russia e Cina, problemi per Trump

Ci sono due fatti rilevanti per gli Stati Uniti, accaduti in questi giorni. Il primo riguarda un articolo scritto da Rex Tillerson, il Segretario di Stato astatunitense in carica, comparso su ”The New York Times”. Il Segretario di stato, in un passaggio dello scritto afferma che gli USA non sono in buoni rapporti con Mosca, con la quale deve, tuttavia, collaborare sulle questioni di interesse comune, per la politica espansionistica russa, che ha invaso la Georgia e l’Ucraina e, sopratutto, ha cercato di violare la sovranità degli stati occidentali cercando di influenzare “le nostre lezioni” (testuale) e quele delle altre nazioni. Si tratta di una ammissione pubblica clamorosa, che nei prossimi giorni non potrà non essere oggetto di analisi e valutazioni molto approfondite. Tillerson scrivendo ciò (scripta manent) contraddice Trump, che aveva detto pubblicamente di fidarsi delle affermazioni di Putin, che negava l’intromissione russa nelle presidenziali americane. Si viene, quindi, a creare un dualismo non certo convergente tra il massimo potere monocratico USA ed il massimo rappresentante della politica estera americana. Ciò cosa può significare? Se l’azione è concordata, a causa di un eventuale ripensamento del presidente, quello che dobbiamo attenderci è un ulteriore peggioramento delle relazioni bilaterali tra USA e Russia e questo in spregio a quanto si proponeva Trump in campagna elettorale. La questione potrebbe riportare ad un inasprimento del confronto tra Est ed Ovest, che coinvolgerebbe anche i relativi alleati, con tutte le sue conseguenze. Potrebbe essere un indirizzo al quale Trump potrebbe essere obbligato dai militari e dai politici di professione, che non hanno mai visto bene un avvicinamento di Washington con Mosca, proprio a causa della tutela degli interessi americani, messi in pericolo dalla politica estera aggressiva della Russia. In questo caso l’autonomia di Trump nel ruolo presidenziale sarebbe notevolmente ridotta. Se, però, quanto affermato da Tillerson è stato un atto volutamente in contrasto con Trump, quello che c’è da attendersi è una guerra interna al potere americano, con la fazione anti Trump affiancata dagli inquirenti che indagano sul convolgimento della Russia nell’elezione del presidente in carica. Se una parte dell’establishment americano, che appoggia Trump, dovesse iniziare a cambiare idea sulle modlaità della sua elezione, la soluzione dell’impeachement comincerebbe a diventare sempre meno remota. In entrambi i casi appare chairo che Trump rischi in modo consistente un notevole indebolimento della sua figura, sopratutto sul piano interno ed anche tra chi, pubblicamente lo affianca e lo appoggia. Il secondo caso di rilievo è la scoperta dei rifornimenti di petrolio che la Cina ha fatto alla Corea del Nord. Si tratta, certo, di una scoperta per modo di dire: l’economia di Pyongyang è allo stremo, sia per la sua struttura, che per le sanzioni a cui è sottoposta e senza aiuti esterni il paese sarebbe già fallito. Allo stesso modo era evidente che tra chi violava le sanzioni non poteva non esserci la Cina, malgrado le dichiarazioni di prammatica. La sorpresa di Trump è quindi finta (se non lo fosse saremmo davanti a troppo dilettantismo), ma la vicenda sottolinea come gli Stati Uniti, in questa fase della poltica mondiale, siano sempre più isolati, anche dagli alleati storici dell’Alleanza Atlantica. La questione della Corea del Nord riguarda la sicurezza mondiale, ma per gli americani rappresenta una minaccia al loro paese e la Casa Bianca appare sempre più lontana da chi può fare delle pressioni per raffreddare la situazione. Se a Washington prendessero atto che l’unione tra le due Coree è impossibile perchè contraria agli interessi cinesi ed impostassero una politica di rapporti più distesi con Pechino, forse il problema potrebbe avviarsi ad una soluzione. Al contrario un presidente come Trump, sembra un bersaglio troppo facile per la Cina e la Russia, per continuare le loro politiche tese a raggiungere i loro esclusivi obiettivi. Ancora una volta Trump dimostra tutta la sua inadeguatezza e la sua inesperienza politica, sia sul fronte interno chein quello internazionale. Quando sarà il momento di analizzare questo periodo dal punto di vista storico, il giudizio non potrà che essere uno dei peggiori dell’intera storia americana.

Le Nazioni Unite votano contro a Gerusalemme capitale di Israele

Il voto delle Nazioni Unite, contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, segna il punto più basso dell’autorevolezza e del peso diplomatico statunitense. Sono stati ben 128 i paesi che hanno votato a favore del testo della risoluzione delle Nazioni Unite, che rifiutava la dichiarazione del presidente americano per il riconoscimento di Gerusalemme come acpitale dello stato israeliano. Tra i 128 paesi ci sono anche rivali degli Stati Uniti, ma sopratutto, ed è questa la rilevanza politica estrema, ci sono nazioni tradizionalmente alleate di Washington. Contro la risoluzione delle Nazioni Unite è arrivato il voto scontato di Tel Aviv, che si è sommato a piccoli paesi, timorosi di non ricevere più gli aiuti americani. Per Trump e la sua amministrazione una sconfitta totale, che pone gli Stati Uniti in una sorta di isolamento diplomatico e che, come conseguneza, ha quella di diminuire molto il suo peso politico nello scenario internazionale. Trump commette, quindi, l’ennesimo errore diplomatico, dimostrando di non essere un bravo calcolatore e questa vicenda evidenzia tutto il dilettantismo con il quale l’amministrazione della Casa Bianca pretende di gestire le questioni internazionali. Il presidente americano , con questa mossa effettuato insieme al governo di Tel Aviv, credeva di efffettuare un colpo ad effetto in grado di distogliere l’attenzione dai problemi interni e che lo permettesse di accreditarlo come protagonista della vita internazionale. Mai scelta fu più sbagliata: la sconfitta diplomatica americana, subita nella sede delle Nazioni Unite, non ha, probabilmente precedenti ed evidenzia tutto il declino della nazione americana a causa di una leadership inadatta ed improvvisata; tutto questo anche se la decisione assunta dai 128 paesi non ha una valenza vincolante e non impedirà a Washington di insediare la sua ambasciata a Gerusalemme. Ma proprio questo aspetto rende ancora più pesante la perdita di prestigio internazionale subita dagli Stati Uniti. Anche perchè le ragioni di questo voto non sono solo politiche, ma principalmente fondate sulle norme del diritto internazionale, violate in modo così inconsulto da Trump e dalla sua amministrazione. La Casa Bianca ha perso l’occasionedi gestire la questione palestinese, e quello sarebbe stato, invece, un punto molto rilevante anche per una presidenza insufficiente come quella di Trump; con questa decisione gli USA non potranno più porsi nel ruolo di mediatore tra palestinesi ed israeliani, perchè ormai troppo sbilanciati a favore di questi ultimi. Non si sa se questa scelta rientri nel programma elettorale di Trump, certo è che ora gli USA non sembrano potere più ambire al primo posto della scena diplomatica, proprio per la mancanza di una condotta equilibrata ed anche per la deficienza di esperienza internazionale, dovuta anche a nomine inadatte all’interno del corpo diplomatico statunitense. Dal punto di vista più peculiare della questione è impensabile oltrepassare le dieci risoluzioni del Consiglio di sicurezza, quindi firmate anche dagli USA, che risalgono ancora al 1967, ma che sono ancora valide e dove si stabilisce che la questione di Gerusalemme deve essere risolta in modo congiunto all’interno dell’intera questione israelo-palestinese. Quindi una eventuale decisione unilaterale, da una parte o dall’altra, non avrà valore. Al premier israeliano, che ha già intrapreso questa strada in disprezzo degli accordi, si aggiunge così il presidente americano, abbandonando il senso di legalità che poteva lasciare ancora spazio per il ruolo statunitense nel mondo. Infine la reazione della ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, rappresenta il senso di frustrazione dell’amministrazione per essere stati sconfitti in maniera così plateale e la minaccia mafiosa di non fornire più aiuti a chi ha votato a favore della risoluzione, getta ulteriore discredito sulla Casa Bianca incapace di accettare posizioni diverse dalla propria.

USA e Corea del Nord potrebbero intraprendere un negoziato

Il Segretario di Stato americano, Tillerson, avrebbe affermato che gli Stati Uniti potrebbero intraprendere colloqui diretti e senza condizioni con la Corea del Nord. Fino ad ora Washington, per effettuare colloqui ufficiali con Pyongyang, aveva sempre messo la condizione di un diverso atteggiamento e di una moratoria sull’arsenale nucleare nordcoreano. Se questi colloqui dovessero avvenire, oltre all’atteggiamento responsabile statunitense, ci sarebbe, senz’altro, la vittoria diplomatica della Corea del Nord, che, fino ad ora, aveva messo come richiesta di essere trattata alla pari con gli Stati Uniti senza condizione alcuna. Ciò implicherebbe un riconoscimento ufficiale del regime di Pyongyang, cosa che è stata sempre rifiutata fermamente dalle amministrazioni americane. Questo passo, se, da un lato, potrebbe evidenziare un cambio nell’atteggiamento degli USA, potrebbe diventare una sorta di vittoria per Kim Jong-Un, che potrebbe essere speso con la Cina, proprio in prospettiva antiamericana. Pyongyang, cioè, potrebbe diventare un alleato maggiormente affidabile e quindi impedire l’unione tra le due Coree: una ipotesi sempre rifiutata da Pechino, timorosa di avere i militari statunitensi sui suoi confini. Resta, comunque, da vedere l’affidabilità di una dittatura da sempre imprevedibile nelle sue decisioni, anche considerando che Pyongyang non ha ancora avuto alcuna reazione ufficiale. Per altro dell’iniziativa del Segretario di Stato non si conoscono ancora a fondo i dettagli e neppure la considerazione che Trump possa avere per questa mossa diplomatica ufficiosa: infatti dalla Casa Bianca sono arrivati segnali ambigui dall’entourage del presidente statunitense, che non si capisce ancora bene se ha dato indicazioni all’amministrazione guidata dal Segretario di stato, o se, al contrario, la considera una perdita di tempo. Le opinioni di Trump sulla Corea del Nord non sembrano, infatti, essere cambiate: la condotta del paese asiatico è sempre considerata pericolosa, sia per gli equilibri internazionali, che per la stessa nazione nordcoreana. Le intenzioni del Segretario di stato potrebbero essere il risultato finale di colloqui non ufficiali tra i due paesi che non sono mai stati interrotti, perchè portati avanti da una sorta di diplomazia parallela. Questi canali non ufficiali hanno permesso di mantenere aperto un dialogo, anche nei momenti più acuti della crisi, aldilà delle profonde contrarietà tra i due paesi e delle preoccupanti dichiarazioni provenienti da entrambe le parti. Attualmente la situazione è in una fase di stallo, ma la Corea è sempre alla ricerca della necessaria tecnologia per il trasporto delle testate atomiche miniaturizzate. Un eventuale incontro ufficiale potrebbe permettere di guadagnare tempo a Pyongyang, un aspetto che non potrebbe contribuire ad un atteggiamento positivo del presidente USA verso gli eventuali negoziati, ma, nello stesso tempo, potrebbe mostrare una disponibilità americana alla trattativa, che permetterebbe a Washington di avere minor pressione internazionale. Una delle considerazioni americane è, però, se la sincerità della Corea del Nord a mantenere le promesse derivanti dal negoziato, sia veritiera. Uno dei fattori caratteristici del regime nordcoreano è la sua imprevedibilità, mentre sull’affidabilità non ci sono certezze neppure da parte di Pechino. Nel caso del mancato rispetto degli accordi da parte di Kim Jong-un la rappresaglia americana di tipo militare, diventerebbe più probabile e questa considerazione potrebbe fare decidere la Casa Bianca a non intraprendere alcun negoziato ufficiale, perchè in caso di mancato rispetto degli accordi, un mancato intervento americano sarebbe considerato una sconfitta sul piano internazionale. Cosa augurarsi, quindi? La situazione attuale impone riflessioni serie ed attente, sopratutto nella valutazione dei costi e dei benefici, in un clima di grande incertezza, tuttavia in un negoziato ufficiale gli Stati Uniti sarebbero notati per la loro disponibilità con un paese che gli ha sempre attaccati sul piano diplomatico e minacciati con assurda veemenza.

La pericolosa decisione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme

Trump l’aveva promesso in campagna elettorale: l’ambasciata USA in Israele sarebbe stata spostata da Tel Aviv, la capitale dello stato israeliano, a Gerusalemme. Probabilmente era un debito verso finanziatori della sua campagna elettorale o, forse, un tentativo di fare un gesto ad effetto in un settore, quello della politica internazionale, del quale non sembrava, e non sembra tutt’ora, avere compreso i complicati meccanismi e gli equilibri fortemente instabili da cui è caratterizzata. Dopo circa un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, questa decisione non era ancora stata attuata: forse per la questione più urgente della Corea del Nord, forse per un sistema della composizione dell’amministrazione americana, che ha più o meno impedito fino ad ora, che l’inesperienza internazionale di Trump, unita al disprezzo delle regole del diritto internazionale, provocassero dei danni ingenti, con ricadute quasi certe sul piano mondiale. Ma ora è venuto il momento di mantenere fede alla promessa elettorale: l’ambasciata americana in Israele non sarà più nella capitale dello stato, caso unico al mondo, dato che la massima rappresentanza di un paese all’estero deve essere collocata soltanto nella capitale di quella nazione. La domanda da farsi è perchè proprio adesso si deve attuare questa decisione? La percezione è che non può essere casuale la concomitanza dello spostamento dell’ambasciata statunitense con l’attenzione delle testate giornalistiche e delle televisioni mondiali sul momento di grande difficoltà di Trump sul coinvolgimento della Russia nella sua elezione. Trump ed il suo entourage lanciano una vera e propria bomba mediatica per distogliere l’attenzione, sia interna, che esterna, dagli sviluppi sull’indagine; questa strategia, se veritiera, denuncia un grave stato di difficoltà, perchè mette gli Stati Uniti di fronte alla responsabilità di un possibile sconvolgimento mondiale, che rischia di trascinare Washington in un impegno diretto molto gravoso. Appare superfluo ricordare che nel momento contingente la preoccupazione della Corea del Nord e della sua capacità atomica sarebbe dovuta bastare come impegno internazionale. La vicenda di Gerusalemme, invece, rischia di compromettere le relazioni con gli alleati arabi, come Turchia, Egitto e Giordania e favorire la ripresa del terrorismo palestinese su grande scale. Una implicazione da non sottovalutare è che l’Arabia saudita, aldilà di un atteggiamento di facciata, non interferirà più di tanto con il nuovo alleato, Israele, lasciando il campo aperto ad una opzione per la questione palestinese da parte iraniana. Se questo fattore dovesse verificarsi, sia direttamente, che indirettamente, il confronto tra sunniti e sciiti sarebbe destinato a registrare una pericolosa escalation, che potrebbe essere propedeutica alla riapertura di un conflitto mediorientale. Le variabili in gioco sono diverse: una da considerare in maniera attenta è lo Stato islamico, che, nonostante la sconfitta militare sia sempre vicina, potrebbe riciclarsi in grande stile come movimento terroristico puro, cioè senza l’ambizione di esercitare una sovranità territoriale, almeno per il momento, e di saldarsi con le posizioni più estreme dei palestinesi, mettendo sotto pressione Israele ed anche negli Stati Uniti con possibili gravi atti terroristici. La situazione delle milizie palestinesi più estreme rischia di diventare incontrollabile per una dirigenza che non ha saputo evitare che la propria città simbolo assuma il simbolo di capitale di Israele. Il rischio concreto è che i palestinesi accettino l’aiuto militare di chiunque glielo offra: siano le milizie del califfato, che le forze iraniane o le milizie loro alleate. Potrebbe, cioè, crearsi uno stato di cose dove i soggetti su fronti opposti si verrebbero a trovare su fronti comuni e l’obiettivo diventerebbe Israele. Lo scenario sarebbe catastrofico per la pace del mondo intero, se Tel Aviv fosse costretta ad impegnarsi in prima persona per difendere i suoi confini e la sua pace interna e ciò coinvolgerebbe in modo automatico gli Stati Uniti ed il mondo occidentale. La pericolosità di Trump alla Casa Bianca diventa così sempre più concreta: non resta che sperare che l’inchiesta federale porti all’impecheament.

USA meno rilevanti nel sud est asiatico

Per Obama l’importanza del sud est asiatico era centrale per la politica estera statunitense, soltanto l’emergenza dello Stato islamico costrinse il precedente inquilino della Casa Bianca a spostare l’attenzione dalla zona asiatica, ritenuta cruciale sia dal punto di vista strategico, che commerciale. Il minore impegno degli USA dell’amministrazione Obama ha lasciato una eredità difficile per Trump, una situazione peggiorata dalla crisi nordcoreana e dalla competitività cinese. Con questo scenario il presidente americano ha affrontato il viaggio nel sud est asiatico con il principale obiettivo di affermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. Per conseguire questo risultato Trump doveva riuscire a fare cambiare atteggiamento delle potenze dell’area per aumentare la pressione su Pyongyang, circa il programma dell’armamento nucleare ed ottenere un bilanciamento commerciale con i paesi che hanno un surplus di esportazioni verso gli USA. Se il primo obiettivo rientra in una logica di politica internazionale, che Trump ha sempre messo in secondo piano rispetto alla politica interna, il secondo aspetto rientra proprio in modo diretto nella questione dell’economia americana, che patisce di un disavanzo significativo negli scambi commerciali, che va ad influire sulla produzione interna e, quindi, sul tasso di occupazione: uno dei temi centrali della campagna elettorale e che ha procurato un gran numero di voti tra l’elettorato maschile, bianco ed operaio. Tuttavia questo tema è connesso alla necessità di ribadire il ruolo di prima potenza mondiale, che in questo contesto, si può solo esplicare, principalmente con una affermazione all’interno della questione nordcoreana. Ma su questo tema non si sono registrati progressi significativi, non si è andati oltre le dichiarazioni di prammatica e l’impressione è che il comportamento di Pyongyang sia conveniente per la Cina e la Russia, cioè sia strumentale per tenere gli Stati Uniti in uno stato di pressione continua, che potrebbe servire a provocare qualche sbaglio di Trump. In questo momento per la Cina è di vitale importanza riuscire ad accreditarsi come la potenza commerciale che guarda maggiormente al suo esterno, diventare il massimo rappresentante della globalizzazione e del libero scambio, in netta contrapposizione con la politica protezionistica inaugurata da Trump, che ha provocato l’inversione totale degli Stati Uniti sul tema dei commerci mondiali. Il sospetto è che la questione nordocoreana giochi in favore di questa strategia. Pechino ha promesso una maggiore apertura agli investimenti stranieri, ma ciò è avvenuto solo in coincidenza con la visita di Trump, questa decisione, in realtà non è derivata dalla visita di Trump, ma dall’obiettivo di diventare il leader della politica di globalizzazione. Dal lato russo la minaccia di Pyongyang obbliga gli USA ad una minore concentrazione sulle questioni che sono più importanti per Mosca: il problema ucraino e la strategia di destabilizzazione occidentale perseguita sulle reti informatiche. Se questi ragionamenti sono veri Washignton dovrà risolvere con i suoi alleati abituali, Giappone e Corea del Sud il problema nordcoreano; ma la soluzione è difficile senza la partecipazione diretta di Pechino e proprio l’essenzialità di questo fattore sta alla base della teoria che la Cina non si impegni adeguatamente, usando in maniera strumentale l’ambiguità del suo comportamento. Trump è così ritornato alla Casa Bianca lasciando la percezione che gli Stati Uniti abbiano un ruolo sempre meno rilevante nel sud est asiatico, anche perchè nessun paese della regione ha stipulato nuovi accordi bilaterali con Washington ed , anzi undici nazioni hanno raggiunto un accordo di principio per rinnovare l’accordo commerciale del Pacifico, senza la presenza USA. Una ulteriore prova della diminuzione del prestigio americano nell’area è stato il raggiungimento di un accordo di massima per stilare un codice di condotta, per evitare possibili contrasti tra i paesi interessati alla questione delle isole contese, anche questo raggiunto senza l’intervento di Washington.

Israele fa pressioni sugli USA per una revisione dell’accordo sul nucleare iraniano

Il problema del nucleare iraniano ritorna ad essere centrale nello scenario internazionale. La questione, che pareve risolta dalla lunga trattativa diplomatica, è stata sollevata di nuovo dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che durante l’incontro con il presidente americano Trump, ha sollecitato gli Stati Uniti affinché l’accordo sia modificato in maniera sostanziale o addirittura revocato. Certamente la predisposizione di Trump, verso queste soluzioni è molto elevata, dato che già in campagna elettorale si dichiarava apertamente contro l’accordo e durante la sua presidenza l’avversione verso l’Iran si dimostrata in modo chiaro, anche grazie al riavvicinamento del paese statunitense alle monarchie del Golfo Persico ed, in generale, al blocco dei paesi sunniti, tradizionalmente avversari del maggiore paese sciita. L’esecutivo di Trump afferma che l’accordo è fallito, ma non si comprende se questo fallimento è dovuto alle sue conseguenze pratiche, che hanno permesso al paese iraniano una buona crescita economica, grazie agli effetti del ritiro delle sanzioni o se al timore che Teheran possa diventare una potenza nucleare anche di tipo militare. Una delle questioni, che la Casa Bianca giudica più pericolose, è costituita dalla possibilità, per ora non accertata, che l’Iran abbia fornito alla Corea del Nord la tecnologia per costruire l’ordigno atomico ed anche gli abbia consentito notevoli progressi verso la miniaturizzazione della bomba nucleare. Sicuramente se questi sospetti dovessero essere verificati la poszione iraniana si aggraverebbe molto, ma per ora queste congetture restano solo dei sospetti, che non vengono neppure usati contro Teheran. Quello che viene imputato al regime degli ayatollah è, sopratutto, l’atteggiamento tenuto in Siria a sostegno di Assad e di Hezbollah. Implicitamente non è considerata positiva anche la vicinanza tra Iran e Russia, aumentata con il sostegno al comune alleato Assad e sviluppata con accordi commerciali consistenti. In questo quadro la pressione israeliana sugli USA per ripristinare la situazione esistente prima dell’accordo sul nucleare iraniano, ha una motivazione strategica, perchè punta a disinnescare il pericolo atomico proveniente da Teheran, che è sempre stato considerato una minaccia concreta a Tel Aviv e l’attivismo iraniano ai confini israeliani attivo tramite la costante minaccia di Hezbollah. Il governo israeliano si è mosso in modo autonomo nell’area mediorientale, stringendo accordi ufficiosi ma di grande collaborazione con la Giordania, l’Egitto e, sopratutto, con l’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo, in sostanza il blocco sunnita, per creare un’alleanza capace di contenere l’avanzata dell’influenza iraniana. Ma questo lavoro diplomatico non è considerato sufficiente senza un appoggio consistente degli Stati Uniti, che si può concretizzare soltanto con una revisione, anche unilaterale, del trattato sul nucleare iraniano. Il compito che Netanyahu si è dato è però, tutt’altro che agevole: intanto all’interno degli stessi Stati Uniti le voci favorevoli al mantenimento dell’accordo non sono poche e sono molto influenti anche all’interno del Dipartimento di Stato. Nel computo dei costi e dei benefici, i primi sono giudicati troppo elevati; il prezzo da pagare in termini politici sarebbe, infatti, troppo elevato e già da Teheran sono partiti i primi avvisi di ritorsione nel caso il patto non fosse più rispettato da Washington. Inoltre gli Stati Uniti non sono stati gli unici firmatari dell’accordo e la sconfessione dello stesso avrebbe ripercussioni diplomatiche anche con gli altri paesi che hanno sottoscritto l’accordo. Quella che subirebbe una drastica diminuzione sarebbe la credibilità degli Stati Uniti, incapaci di rispettare un accordo internazionale soltanto per il cambio di presidenza. Tuttavia l’assoluta vicinanza tra Trump e Netanyahu, può costituire una pericolosa e concreta possibilità di una laterazione dell’accordo, gradita anche ai paesi sunniti. L’amministrazione Trump, al contrario di quella di Obama, è tutt’altro che equidistante tra sciiti e sunniti e sembra essere più propensa verso i secondi. L’attivismo di Netanyahu si inserisce, quindi, in questa congiuntura che pare favorevole alla politica ed agli obiettivi dell’esecutivo di Tel Aviv, ma rischia di diventare un nuovo fattore di pericolo nello scenario globale, con il paese iraniano di nuovo nel ruolo antioccidentale ed anche un freno verso la maggiore democrazia in Iran.