L’Arabia Saudita potrebbe condannare a morte una attivista dei diritti umani e solo il Canada la contrasta

Il rischio che una attivista sciita e cittadina dell’Arabia Saudita, sia condannata a morte dal suo paese, soltanto per essere una attivista dei diritti umani, obbliga a riconsiderare la questione dei rapporti tra paesi occidentali e sauditi ed avvalora la posizione del Canada contro Riyad. La tensione tra il governo canadese e quello saudita è ancora in corso, dopo che il governo di Ottawa aveva espresso preoccupazione e rincrescimento contro una campagna di arresti di attivisti sauditi per i diritti umani, operata dal governo del nuovo principe saudita Salman Bin Mohamed. Tra i due paesi la situazione è ancora in stallo, dopo l’espulsione dell’ambasciatore canadaese e della sospensione dei voli della compagnia aerea saudita verso il paese nordamericano. Deve essere ricordato che al Canada non si affiancato alcun paese occidentale in questa battaglia a favore dei diritti e contro il nuovo corso del principe al governo. Nonostante, infatti, alcune concessioni di facciata, come il diritto alle donne di guidare le automobili, la situazione dei diritti nel paese saudita non è cambiata e l’Arabia continua ad essere uno dei paesi più illiberali del mondo, dove non è permessa alcuna forma di manifestazione per raggiungere conquiste sociali; anzi il principe, malgrado la giovane età di appena trentadue anni, continua a perpetrare la politca del regno dove ogni beneficio deve essere percepito come una concessione della famiglia reale. In questo scenario ogni attività in favore dei diritti umani e civili è osteggiata in maniera anche violenta. Il caso della donna, per la quale l’ufficio del Procuratore, oltre la gravità del provvedimento, presenta anche potenziali complicazioni politiche, capaci di incidere anche sugli equilibri regionali. La fede religiosa della donna è infatti sciita: nel paese saudita, a maggioranza sunnita, con la casa reale che si proclama custode dei luoghi santi dell’Islam, gli sciiti sono una minoranza fortemente discriminata nel trattamento sul lavoro e sull’accesso alle forme di welfare presenti nel paese. La discriminazione è dovuta a motivi religiosi, che sono fortemente collegati con quelli politici, da inquadrare nella rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, anche per la supremazia religiosa all’interno della fede islamica. I fatti per i quali si richiede la condanna a morte, risalgono al 2011, quando in concomitanza con la primavera araba, gli sciiti manifestarono contro le discriminazioni della maggioranza sunnita; la colpa della attivista per i diritti umani è stata quella di documentare le violenze con le quali le forze di polizia hanno operato la repressione. Si comprende che la sola celebrazione del processo sarà una fonte di tensione tra Teheran e Riyad, con la prima che già accusa la seconda per i raid operati nello Yemen, contro i combattenti sciiti, che hanno prodotto molte vittime tra i civili, tra cui molti bambini. Ma aldilà delle questioni di politica internazionale, la vicenda dimostra come la posizione del Canada contro l’Arabia sia ampiamente giustificata e pone interrogativi inquietanti sul comportamento degli stati occidentali. Se dagli USA di Trump non si attendono prese di posizione ufficiali, perchè la Casa Bianca ha rinsaldato i legami con le monarchie saudite, ritenendole fondamentali nello scacchiere regionale contro Teheran, quella che più sorprende è la posizione Europea, che continua a restare in silenzio nei confronti del comportamento arabo. Bruxelles dovrebbe sfruttare ogni occasione possibile per smarcarsi da posizione ambigue nei confronti delle violazioni dei diritti per affermarne l’importanza della tutela; questo atteggiamento dovrebbe essere scontato, invece, probabilmente a causa del petrolio e degli investimenti sauditi, l’Unione Europea lascia il Canada in posizione isolata. La questione non è secondaria, perchè ai timori già descritti se ne potrebbero aggiungere altri di opportunità politica consistenti in valutazioni di carattere interno, certamente insufficienti a mantenere l’atteggiamento attuale. Questo silenzio è il segnale del peggioramento delle istituzioni europee, contagiate dai populismi e dai nazionalismi, che restringono la visuale politica a meri obiettivi di carattere nazionale, che non consentono di mantenere ed esprimere la dovuta attenzione sui temi per i quali l’Europa dovrebbe, invece contraddistinguersi ed essere all’avanguardia. Questo livello sempre più basso squalifica sempre di più l’istituzione europea in chi ha riposto la sua fiducia nell’Unione, allontanandola dai suoi cittadini ed avvicinandosi, così agli obiettivi divisivi dei partiti populisti e nazionalisti.

Trump elimina gli aiuti economici perla Siria

La decisione del presidente Trump di azzerare i fondi destinati alla ricostruzione della Siria rischia di aprire nuovi scenari per il medio oriente, con ripercussioni anche sull’Europa ed il problema delle migrazioni. I finanziamenti, di circa tre miliardi di dollari, decisi da entrambi i partiti statunitensi, erano diretti ad opere civili, come il ripristino degli acquedotti, la rimozione delle macerie e le operazioni di bonifica dagli ordigni, dei territori siriani settentrionali ed orientali; il fine era quello di cancellare la presenza dello Stato islamico e favorire il rientro dei profughi fuggiti in Europa. Pur non trattandosi di finanziamenti sufficienti per la ricostruzione di un paese appena uscito da un lungo conflitto, gli aiuti erano considerati un atto politico per contrastare l’influenza della Russia sul paese siriano e non lasciarne a Mosca la presenza esclusiva. Il ritiro degli aiuti è percepito come un tradimento, da quella parte di paese siriano che aveva lottato anche contro la dittatura di Assad e che aveva sperato in un sostegno, anche militare da parte di Washington, per potere insediare una democrazia. In realtà il tradimento americano era già iniziato con Obama ed il comportamento di Trump ne è una conseguenza. Trump, con questo provvedimento, intende però lanciare un segnale concreto del disimpegno americano verso quei scenari che non rientrano negli intreressi strategici dell’attuale amministrazione. Per ora si tratta di un allontanamento che riguarda gli aiuti economici, ma in futuro riguarderà l’impegno militare diretto. L’intenzione americana è quella di coinvolgere direttamente sul terreno gli stati che hanno interessi in ambito regionale, in sostanza Trump afferma che gli USA non si impegneranno più in maniera diretta al posto di paesi alleati per tutelarne le ambizioni geopolitiche. Il caso contingente prevede che nel medio oriente il coinvolgimento riguardi gli eserciti dei paesi del Golfo, che pur restando alleati degli USA, devono rendersene indipendenti. Nel caso specifico sarà interesante vedere l’evoluzione di questa politica in un’area che ha come protagonista l’Iran, principale nemico dell’Arabia Saudita. La questione non è secondaria perchè gli equilibri che Trump vuole affidare ai paesi arabi riguardano anche Washington e le forze armate dei paesi del Golfo non sembrano certo all’altezza di potere gestire situazioni da cui gli stessi americani sono usciti con difficoltà. D’altra parte, però questa direzione del disimpegno rientra nei programmi elettorali che Trump ha enunciato ancora prima di diventare presidente. Anche verso l’Europa e nei confronti dell’Alleanza Atlantica il fastidio di Trump verso la scarsa collaborazione degli alleati, si è manifestata più volte. Bisogna riconoscere però, che fino ad ora, il sistema burocratico e militare americano aveva costituito una sorta di bilanciamento dei voleri del presidente, riuscendone a limitare l’azione. La sospensione degli aiuti verso la Siria non significa che Trump abbia vinto la sua battaglia imponendo totalmente la sua linea politica, ma segna però una significativa affermazione, perchè ha cancellato un provvedimento condiviso dai due schieramenti politici. Un aspetto non secondario, che sembra assumere connotati strategici, è rappresentato dalle ricadute che questo provvedimento assumerà per una Europa già dilaniata dalla discussione interna sulla questione migratoria. Uno dei possibili effetti degli aiuti era proprio quello di determinare il rientro dei profughi siriani verso il loro paese, alleggerendo così la pressione su paesi europei sempre più insofferenti verso gli immigrati. Negando gli aiuti Trump contribuisce alla divisione dell’Unione, un obiettivo che si è dato più volte per frantumare il soggetto economico ritenuto più pericoloso. Il presidente USA preferirebbe avere un maggiore potere contrattuale nelle trattative, negoziando con i singoli stati piuttosto che con Bruxelles; del resto questo obiettivo è condiviso da Putin, che dopo la decisione americana ha subito richiesto all’Unione un maggiore sforzo per sostenere la Siria, ben sapendo di suscitare la contrarietà dei populisti e dei paesi che appartenevano al blocco sovietico. Appare evidente da questi segnali, che l’Europa deve sempre più cercare un proprio ruolo autonomo sganciato dalla logica delle potenze esterne, nelle quali deve rientrare anche la Cina, che può andare bene soltanto come partner economico.

Le conseguenze possibili delle sanzioni USA contro la Russia

Ci sono due linee di pensiero ed anche di comportamento negli Stati Uniti nei confronti della Russia. Da una parte la tradizionale avversione, che risale ai tempi della guerra fredda, a causa dell’identificazione del paese russo ancora come rappresentante del comunismo, e, quindi, la negazione dei principi democratici americani, che ne fanno il principale antagonista degli USA. In questa fazione vi sono i democratici ed anche molti repubblicani, che percepiscono il governo di Putin non pienamente democratico e guardano con preoccupazione al crescente nazionalismo favorito da Putin, che ha come obiettivo quello di riportare la Russia al ruolo di grande potenza mondiale. Per raggiungere questo traguardo la Russia è dovuta uscire dallo stato subalterno in politica internazionale, in cui era caduta dopo la caduta del comunismo; per fare ciò Putin è dovuto ricorrere a politiche spregiudicate, spesso in violazione del diritto internazionale ed anche della sovranità nazionale di paesi stranieri. Per attuare queste politiche è stato fatto ricorso all’impiego di forze armate senza insegne, di azioni al limite della guerra tecnologica e di operazioni al fianco di dittatori come accaduto con Assad in Siria. Uno degli obiettivi russi è stato quello di ripristinare l’area di influenza sovietica, provocando l’invasione della Crimea e la questione dell’Ucraina orientale. In un clima internazionale avverso sono state attuate, tramite i mezzi tecnologici più avanzati, campagne per sfavorire gli avversari politici di Putin e, nel contempo, favorire chi, potenzialmente, poteva diventare un alleato di Mosca. Tra gli avversari poltici che Putin ha cercato di screditare vi è l’Unione Europea, vista come il nemico principale all’espansionismo russo e i democratici negli USA, che hanno ostacolato in maniera netta le attività di Mosca fino a quando Obama è stato presidente. Coloro che hanno goduto dei benefici delle campagne informatiche russe, sono stati partiti di estrema destra europei, movimenti contro l’Unione Europea e molto probabilmente lo stesso presidente Trump. Il magnate americano salito alla Casa Bianca contro il volere dei pronostici e la sua cerchia di collaboratori, rappresentato la parte americana favorevole alla Russia, perchè governata da Putin. La vicinanza tra i due leader si è manifestata più volte, sia nei modi che negli obiettivi, che sono quelli di eliminare gli ostacoli internazionali per la gestione del loro potere, in funzione della loro visuale geopolitica. In questa ottica il progetto di indebolire l’Unione Europea, visto da entrambi come il principale competitore, è condiviso in maniera eguale. Tuttavia a causa dell’impiego di armi chimiche, su territori di paesi stranieri, Trump, su indicazione del Dipartimento di Stato, ha dovuto colpire la Russia con delle sanzioni in base ad una legge del 1991, che prevede, tra l’altro, ispezioni dopo 90 giorni da parte di Organizzazioni internazionali per la verifica sulle eventuali scorte di armamenti chimici: nel caso la Russia dovesse rifiutarsi di essere sottoposta a queste ispezioni, le sanzioni aumenterebbero. Risulta facile prevedere che Mosca non si adeguerà a queste disposizioni e la tensione trai due paesi non potrà che aumentare. Trump, in questa partita, ha contro quasi tutto il suo partito e non può, quindi, sperare che il Congresso lo segua sulle sue intenzioni di migliorare i rapporti con il Cremlino, che, al contrario, sono destinati a peggiorare. Su questa frattura tra il presidente ed il suo partito, ma anche con le istituzioni americane, che percepiscono sempre la Russia come un avversario, può giocarsi una partita, tutta interna al paese americano, che può decidere il futuro di Trump come uomo politico. Sembra facile prevedere una accelerazione delle inchieste sulla elezione a presidente, favorita proprio dal rapporto con i russi, che, anche se non si concludesse con sfavore per Trump, potrebbe peggiorarne in maniera sostanziale la credibilità. Bisogna ricordare che se Trump gode del favore delle masse, sopratutto negli USA più interni, il rapporto con la società politica ed in generale con chi occupa i posti più importanti dell’amministrazione è sempre più problematico, nonostante le sostituzioni operate dalla Casa Bianca nelle postazioni al vertice. La questione delle sanzioni alla Russia diventa così cruciale per Trump, che pare essere stato colto di sorpresa da questa iniziativa ed impreparato a fronteggiarla.

Le fallimentari politiche di Trump

Se con la Corea del Nord la tattica di Trump, minacciare per poi ottenere un risultato, sembrava avere avuto effetto, con l’Iran non è andata allo stesso modo. In realtà neppure con Pyongyang, dato che le promesse di Kim Jong-un sono sembrate non vere ed il paese nordcoreano non ha iniziato la denuclearizzazione promessa. Teheran aveva messo le cose in chiaro da subito: l’Iran non è la Corea del Nord e, benchè la nazione asiatica stia vivendo un momento molto difficile dal punto di vista economico, ha rifiutato di ridiscutere il trattato già firmato sul nucleare. Per l’amministrazione della Casa Bianca si tratta di una sconfitta diplomatica, che annuncia il fallimento della politica estera americana. La Corea del Nord da la percezione di essersi presa gioco di Trump, mentre gli USA, ritirandosi dal trattato nucleare in maniera unilaterale sanciscono la loro inaffidabilità sul piano internazionale. Gli effetti della credibilità statunitense sono quelli di scendere sempre più in basso, alterando i rapporti con gli alleati storici. Quella che si sta venendo a creare è una distanza sempre più grande tra le due sponde dell’Atlantico, che potrebbe mettere in serio pericolo situazioni consolidate, come il Patto Atlantico, che rischiano di essere travolte da una politica improvvisata e fuori dai canoni del buon senso diplomatico. Questo anche perchè Trump intende obbligare ad aderire ai suoi diktat i soggetti firmatari dell’accordo, tramite la pressione diretta sulle aziende di quei paesi, con il divieto esplicito di operare negli USA se continueranno ad intrattenere rapporti commerciali con Teheran. Questo schema sembra ripetersi anche nella politica sui dazi, ma anche in questo campo la reazione prodotta dalla Cina, sembra essere di difficile contrasto, perchè punta  a colpire direttamente le aziende statunitensi che generano ingenti guadagni grazie alla manodopera a basso costo cinese. L’esempio più importante è l’azione di Pechino nei confronti della Apple a cui è richiesta una condivisione degli utili ottenuti in Cina. Per molte aziende americane il mercato cinese rappresenta la seconda area, dopo il mercato domestico, di maggiore sviluppo e sarà interessante vedere quale potrà essere la loro reazione quando saranno schiacciate tra i voleri di Washington e le ritorsioni di Pechino. Tornando alla questione iraniana, se l’intenzione dei fabbricanti di automobili tedesche sembra essere quella di abbandonare il mercato dell’Iran, per non compromettere quello americano, già in pericolo per il possibile inserimento dei dazi, altre nazioni, attraverso i loro esecutivi, una presa di posizione ufficiale, quindi, e non l’iniziativa di una singola ditta, rifiutano l’imposizione americana. In questo senso è importante il rifiuto del governo di Londra, che resta l’alleato principale degli USA, di adeguarsi ai voleri di Trump. L’Unione Europea, cercherà di sostenere le aziende che hanno stipulato contratti commerciali con l’Iran, dimostrando di essere alternativi agli Stati Uniti ed anche di essere più affidabili sul piano internazionale, rispettando gli accordi firmati.  In questo momento la Casa Bianca può riscuotere il sostegno di alleati importanti, ma più marginali rispetto all’Europa, ma, sopratutto,  la sua politica sembra essere controproducente, sia al suo blasone internazionale, che per l’aspetto economico. Il ragionamento della bilancia commerciale, che deve essere sempre in attivo verso ogni partner commerciale, senza considerare i benefici indotti che si ottengono, ad esempio, dalla convenienza dell’importazione di alcuni prodotti che non sono gravati da dazi in entrata, sembra essere applicato anche alla politica internazionale, dove è importante imporre la visione del presidente americano senza alcuna attenuazione, ne tenere in conto le opinioni ed il ruolo degli alleati. L’isolamento che Trump sta imponendo agli Stati Uniti presto richiederà un prezzo da pagare e non sarà certo basso: l’unica speranza è che gli americani se ne rendano conto già ai prossimi appuntamenti elettorali.

Tensione tra Arabia Saudita e Canada

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Canada, apre un nuovo fronte all’interno di un occidente sempre più diviso ed in precario equilibrio. I fatti parlano di una critica da parte canadese al mancato rispetto delle condizioni di detenzione di attivisti a favore dei diritti delle donne, in uno dei paesi più intolleranti verso il genere femminile. Esiste la forte probabilità che la critica sia vera e, che, quindi le contestazioni fatte ai sauditi siano giustificate. D’altro canto sul grado di rispetto dei diritti politici e civili da parte della monarchia saudita non possono esistere rassicurazioni o certezze. Il problema è il perchè queste critiche abbiano generato una reazione tale da decretare l’espulsione dell’ambasciatore canadese e di avere sospeso tutti rapporti commerciali e gli investimenti in Canada, da parte dello stato saudita. Uno degli obiettivi della transizione di potere che ha riguardato il paese arabo, è quello di assicurare una nuova immagine del paese agli occhi occidentali, anche attraverso la concessione di limitati diritti alle donne ed anche alle minoranze sciite. L’ambizione dell’Arabia Saudita è quella di accreditarsi come una potenza regionale moderna, meno vincolata ai dettami del più rigido orientamento sunnita. Politicamente questa nuova immagine serve ad attirare nuovi investimenti nel paese, per creare alternative all’industria petrolifera, mentre, sul piano diplomatico, serve a contrastare, all’interno anche del conflitto per la supremazia religiosa, il potere iraniano. L’avvicinamento agli Stati Uniti di Trump ha favorito una relazione preferenziale tra Washington e Riad, nella quale vanno in parte ricercate, anche le ragioni delle sanzioni della Casa Bianca contro Teheran. In questo contesto le critiche provenienti da un ministro occidentale, a favore del rilascio degli attivisti che sostengono i diritti delle donne, sono stati percepiti come una sorta di delegittimazione del processo di rinnovamento in corso nel paese saudita, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Riad ha parlato esplicitamente di ingerenza negli affari interni dello stato, che l’Arabia potrebbe esercitare in senso inverso, nel caso le critiche canadesi non saranno interrotte. Occorre ricordare che sull’Arabia Saudita sono arrivate critiche altrettanto pesanti sugli stessi temi o su argomenti analoghi, mentre per il comportamento tenuto da Riad nella repressione yemenita le critiche sono state, giustamente, ancora più aspre; tuttavia in alcun caso precedente vi è stata una reazione paragonabile a quella attuale. Uno dei timori sauditi potrebbe essere quello di diventare troppo controllato, da parte degli stati occidentali, sul tema della violazione dei diritti umani e sulla repressione di questi attivisti, che vengono imprigionati con la scusa di attentare alla sicurezza nazionale. Collegata strettamente a questo caso si deve considerare come questa rottura diplomatica sia all’interno dell’alleanza occidentale. Il fatto che i rapporti tra Canada e Stati Uniti non siano in questo momento dei migliori, potrebbe essere una causa dell’accanimento saudita? Il livello degli investimenti sauditi in Canada, pur essendo importante, non dovebbe compromettere l’economia di Ottawa, anche se come liquidità finanziaria l’Arabia Saudita dispone di capitali consistenti. Certamente per gli standard di Trump una azione contro il Canada, in questo momento non sembra affatto sgradita. Lo scenario ha però una dimensione più ampia: le ritorsioni di Riad servono ad essere un monito contro altre eventuali rimostranze provenienti da democrazie occidentali, troppo attente al rispetto dei diritti negli altri paesi. Resta il fatto che, per ora, la questione è limitata ai due stati, senza una presa di posizione chiara e netta di Washington, che rappresenta, in teoria, il maggiore alleato per entrambi i paesi. Trump preferisce non infastidire Riad nel momento in cui attacca l’Iran con l’applicazione di nuove sanzioni e così facendo non prende posizione sul tema dei diritti, ma, allargando la visuale, sancisce un sempre maggiore distacco dalla conformazione dell’alleanza occidentale per come è stata conosciuta fino ad ora, vengono spostati equilibri consolidati per cause economiche, come nel caso del Canada, per avvantaggiare visioni geopolitiche che prediligono l’importanza dell’attuale Israele, alleato di Riad con gli iraniani. L’impressione è che il silenzio americano avvalli la reazione saudita, in nome di un interesse particolare, al quale sacrificare la battaglia sui diritti, anche se portata avanti da un alleato storico come il Canada.

Trump apre all’Iran

L’offerta di Trump all’Iran, per una ripresa del dialogo, ha causato reazioni non unanimi a Teheran. Mentre per i moderati si tratterebbe di una opportunità, anche nell’ottica di potere scongiurare le sanzioni e quindi ridare slancio ad una economia in grave difficoltà, la parte più conservatrice ritiene che la proposta di Trump non deve essere neppure considerata senza che gli USA non ritornino a considerare valido l’accordo sul nucleare firmato da Obama, insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania. La tattica di Trump è applicata allo schema di negoziazione ormai tipico del presidente americano: affrontare in maniera aggressiva l’interlocutore, come primo fase, per poi passare ad una linea meno dura, che prevede aperture inaspettate. Una linea di condotta dove la conduzione delle trattative deve essere sempre in mano al capo della Casa Bianca. Questo schema sembra avere funzionato con la Corea del Nord, a meno di smentite che consistono in un comportamento ambiguo di Pyongyang, ma non sembra applicabile con tutto l’establishment iraniano. Nonostante che l’accordo sul nucleare sia stato di portata storica, i ceti più integralisti e conservatori non sono mai stati favorevoli a quanto firmato, perchè lo considerano una limitazione alla sovranità iraniana di fronte alla comunità internazionale. Il fatto che il nuovo presidente americano abbia ritirato la firma dall’accordo ha rappresentato la conferma dell’inattendibilità americana, che resta il nemico numero uno dell’Iran. Per i conservatori la proposta di Trump è considerata una umiliazione a cui si deve evitare di sottoporsi, anche per non essere paragonati alla Corea del Nord, costretta a sedersi al tavolo delle trattative da una situazione di assoluto bisogno. Tuttavia se gli USA dovessero diminuire le pressioni economiche, forse, almeno una parte dei conservatori potrebbe cambiare idea. Diverso è l’atteggiamento dei progressisti, che sono al governo e che considerano l’apertura americana una possibilità che può contribuire a risollevare l’economia del paese. La pressione americana ha provocato il ritiro di molti potenziali investitori e la quotazione della moneta iraniana ha subito un deprezzamento, causando notevoli aumenti dei pressi al consumo, che hanno già provocato diverse proteste di piazza. Riuscire ad invertire questa tendenza sarebbe un successo per i progressisti perchè darebbe un grande contributo alla stabilità del paese. Naturalmente sarà decisivo il comportamento dell’Europa e delle sue aziende, che sono molto indecise tra i benefici delle potenziali commesse iraniane e la paura delle possibili sanzioni americane, che Washington ha promesso per chi non si adeguerà alle disposizioni USA. Dal punto di vista politico, Bruxelles si è sempre detta convinta nel confermare l’accordo, garantendo l’appoggio a Teheran, tuttavia la pressione americana potrebbe provocare un disallineamento tra le posizioni dell’Unione ed il reale comportamento di industrie ed investitori europei a causa del timore di vedersi precluso il mercato americano. Una delle richieste ritenute più importanti dal governo iraniano è quella di non bloccare le esportazioni di greggio, che hanno raggiunto la cifra di 2,8 milioni di barili al giorno e che scatterebbero dal prossimo novembre. Questo argomento potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per un negoziato tra i due paesi, che, se avvenisse, avrebbe ricadute positive per entrambi i contendenti. Per Trump potere riscuotere il successo diplomatico con l’Iran, sarebbe la seconda affermazione in campo internazionale dopo quella conseguita con la Corea del Nord. Per il governo in carica a Teheran l’affermazione sarebbe addirittura doppia: interna perchè avrebbe la conseguenza di scongiurare una pericolosa deriva economia ed esterna perchè consentirebbe all’Iran di trattare alla pari con gli USA. Considerate queste valutazioni, se gli USA si dimostreranno ragionevoli ed allenteranno la pressione sull’Iran esistono buone probabilità per arrivare all’apertura di un negoziato; con quali esiti non è dato di sapere.  

Il contrato tra USA ed Iran e le sue implicazioni

La reazione iraniana alle minacce di Trump potrebbe essere quella di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 90% del petrolio della regione e, quindi, di circa il 20% del greggio globale; le conseguenze sarebbero un innalzamento dei prezzi del settore energetico, con una pesante ricaduta sull’economia globale. Tuttavia la minaccia di Teheran, che poi sarebbe la risposta diretta ad un eventuale embargo statunitense sul petrolio iraniano, sembra di difficile attuazione, a causa della forte presenza delle forze armate americane nel Golfo Persico ed, anche, per la scarsa convenienza che avrebbero gli stessi iraniani a bloccare la principale via per esportare il proprio petrolio. D’altro lato ancheper gli USA, imporre l’embargo sul greggio di Teheran potrebbe avere effetti importanti: l’Iran attuale non è isolato perchè può godere degli accordi commerciali con la Cina e la Russia ed anche della volontà europea di non aderire alle disposizioni di Trump. La situazione di tensione tra i due paesi è dovuta al cambio alla Casa Bianca, con il nuovo inquilino che ha preso una direzione opposta a quella di Obama, anche in ragione di una maggiore vicinanza con i regni sauditi, di religione sunnita, e con Israele, che ritiene l’Iran il suo nemico più pericoloso. La questione diretta del contendere tra Washington e Teheran è l’accordo sul nucleare iraniano, che l’attuale amministrazione statunitense vede come troppo favorevole all’Iran ed anche potenzialmente in grado di permettergli di sviluppare l’arma atomica. Trump spinge per una revisione più stringente dell’accordo, che penalizzerebbe gli iraniani, ma il presidente americano è isolato tra i firmatari dell’accordo: infatti non è seguito dagli altri sottoscrittori del trattato, che si sono dichiarati al favore del mantenimento di quanto firmato e di conseguenza non seguiranno gli USA sulle sanzioni contro l’Iran. Washington resta così da sola, ad essere contro l’Iran, all’interno del panorama diplomatico più rilevante. Uno degli obiettivi degli americani, nei confronti di Teheran è quello di rovesciare il regime al comando del paese, ma questo proposito si scontra con lo stato attuale della società iraniana. Se nel 2009 i cittadini dell’Iran protestavano per ottenere maggiori diritti, attualmente scendono nelle strade per protestare contro una situazione economica sempre più difficile, dovuta, in parte alla corruzione sempre più estesa, che alla grande incompetenza dei governanti centrali e periferici: si è passati, cioè, da contestazioni sui principi a contestazioni su ragioni più pratiche ed oggettive. Questo non facilita chi vuole rovesciare un regime, perchè è più facile fomentare rivolte per diritti negati rispetto ad una cattiva amministrazione. Di questo è sembrato rendersi conto anche l’amministrazione americana, che si è pronunciata contro la classe politica iraniana, che, a causa della sua corruzione, rende difficile la vita del popolo dell’Iran. Quindi essere responsabili di un embargo in queste condizioni non può che peggiorare la percezione degli Stati Uniti, che diventerebbero colpevoli di peggiorare ulteriormente le condizioni dei cittadini iraniani. Paradossalmente sarebbe più facile favorire un cambio di regime in una situazione economica migliore, dove i temi dei diritti potrebbero tornare centrali in una eventuale protesta popolare. Anche una sfiducia verso il presidente iraniano in carica, Rohani, potrebbe accelerare la migrazione di una quota consistente di consenso, verso settori più tradizionalisti e meno moderati, il cui principale interesse resta quello di concentrare l’interesse nazionale verso ai valori della rivoluzione khomeinista e quindi aggregare la popolazione contro il grande Satana, come vengono definiti ancora negli ambienti radicali gli Stati Uniti. Ciò potrebbe anche essere una tattica degli strateghi della Casa Bianca, favorire, anche indirettamente, il ritorno al potere della parte più conservatrice del paese iraniano, per avere delle ragioni tangibili nella presentazione del paese iraniano attraverso la peggiore percezione possibile. Potrebbe trattarsi di una ripetizione dello schema adottato con Kim Jong-un: provocare la massimo la controparte per raggiungere lo scopo voluto da Trump, ma l’Iran non è la Corea del Nord se ciò fosse vero, si tratterebbe di una tattica quasi suicida, perchè, se non raggiungesse lo scopo prefissato, avrebbe degli effetti negativi sull’economia, sulle relazioni internazionali e costringerebbe gli Stati Uniti all‘apertura di un nuovo fronte internazionale su cui concentrarsi, una eventualità, che se si verificasse, segnalerebbe l’ennesimo errore di valutazione da parte del presidente americano e del suo staff.

Dopo il G7, Trump spinge gli USA all’isolamento

Al G7 in Canada, gli USA sono stati soli contro tutti e si sono presentati in quasi totale disaccordo sulla maggior parte dei punti nel programma di discussione. Le uniche convergenze sembrano essersi trovate su parità di genere, lavoro e crescita, che sono punti d’incontro importanti ma anche che permettono una certa vaghezza sui contenuti e che non sono sufficienti a colmare le distanze che erano già conosciute, ma che si sono evidenziate ancora in modo maggiore. L’atteggiamento di Trump è stato ostile ancora prima dell’inizio del vertice, tanto che si è temuto che a rappresentare gli Stati Uniti fosse presente soltanto il vice presidente, come avvenuto per il summit peruviano degli stati dell’America latina. Il rischio concreto, che Trump non firmi il documento finale, respingendo del tutto la dichiarazione comune e, non solo l’aspetto relativo al clima, come accaduto al vertice di italiano di Taormina, si è puntualmente verificato. Oltre al clima gli argomenti più rilevanti hanno riguardato i dazi e la questione del trattato sul nucleare iraniano. La questione del protezionismo, che Trump vuole portare avanti in modo ostinato, oltre a colpire singolarmente le economie statali, tra le quali proprio quelle di Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna, cioè i restanti membri del G7, rischia di compromettere gli accordi raggiunti con la Cina, circa i rapporti commerciali con Pechino. Washington ha mostrato di rimanere inflessibile sulla volontà di imporre le tariffe contro l’Europa ed il Canada nella misura del 25% sull’acciaio e del 10% dell’alluminio ed alla volontà europea di colpire una serie di prodotti americani con una tassa complessiva che riequilibri l’importo che dovranno subire acciaio ed alluminio del vecchio continente, la Casa Bianca ha minacciato di introdurre ulteriori dazi sulle autovetture provenienti da Europa e sudest asiatico. Uno degli effetti principali, se questa minaccia venisse attuata, potrebbe essere la fine dell’Organizzazione Mondiale del commercio a seguito di una serie azioni e reazioni che si innescherebbero sulla globalità dei mercati. La possibilità è che, sul piano del commercio internazionale, si possa tornare indietro di diversi anni, con l’eliminazione di posti di lavoro e l’inaugurazione di una fase di pesante crisi economica generalizzata. L’isolamento americano è, però, pericoloso, prima di tutto, per gli USA, perchè la tensione con gli europei potrebbe costringere il vecchio continente a stringere accordi di collaborazione sempre più stretti con la Cina, condannando alla progressiva marginalizzazione Washington. Non è un’ipotesi remota, Cina ed Europa sono già sostanzialmente d’accordo per il clima ed il riscaldamento globale e, con rapporti commerciali e di collaborazione sempre più intensi, potrebbero sovvertire l’attuale stato di cose. Per gli USA l’isolamento commerciale potrebbe tradursi anche in una minore importanza politica, se l’Europa riuscirà a costituire proprie forze armate ed a trovare una, anche minima, intesa sulla politica estera. In questa situazione potrebbe, poi introdursi anche la Russia per portare divisione negli alleati degli americani. Trump insiste, nel suo programma riassunto dalla frase “America first”, considerando impossibile che gli alleati storici allentino i loro contatti con Washington, anche se fatti oggetto di ingiustizie economiche; ma il gradimento del presidente americano è sempre più basso in Europa e queste mosse potrebbero accelerare il distacco dagli Stati Uniti, sopratutto se si considera l’attuale contesto storico, dove la logica dei blocchi contrapposti è tramontata da tempo e la globalizzazione ha aperto scenari completamente differenti, con logiche nuove, che non possono separare l’economia dai rapporti internazionali e dagli assetti della difesa. Ma Trump potrebbe stravolgere la realtà in modo ancora più clamoroso aprendo un canale di dialogo privilegiato con Mosca, fattore fino ad ora impedito dalla burocrazia americana, che il presidente sta lentamente portando dalla sua parte con cambi al vertice sempre più frequenti. Si è detto che l’azione di Trump si basa su di una imprevedibilità sempre più usata, tuttavia la domanda è se dietro questo uso di imprevedibilità in dosi massicce, ci sia un progetto precostruito o se il presidente americano si basi su di una improvvisazione dovuta al momento particolare ed alle sue opinioni momentanee. In ogni caso gli USA, con Trump alla Casa Bianca. sono un interlocutore, sempre importante, ma sempre meno affidabile, dal quale occorre allentare i vincoli al più presto, per formare un Occidente ed una Europa capaci di prendere decisioni autonome e di esserein grado di sostenerle.

L’Alleanza Atlantica teme di indebolirsi a causa delle tensioni tra USA ed Europa

La distanza che aumenta tra paesi europei e Stati Uniti segna una novità nei rapporti all’interno del blocco occidentale. La necessità di mantenere una maggiore convergenza nelle questioni della sicurezza resta però prioritaria di fronte alle nuove emergenze globali, ai pericoli del terrorismo e di fronte alle tensioni internazionali, sebbene di un mondo non più schierato in due parti, ma con protagonisti sempre più rilevanti, come la Cina. All’interno dell’occidente il ruolo dell’Alleanza Atlantica mantiene la sua importanza prioritaria nelle questioni della difesa e della sicurezza; se prima i membri dell’alleanza risultavano sostanzialmente allineati, oltre che sulle problematiche militari anche su quelle delle relazioni internazionali e dei rapporti economici, lo scenario attuale restituisce una situazione che è andata progressivamente cambiando le rispettive esigenze dei singoli stati di fronte alle questioni della globalizzazione e della politica interna. Il rapporto conflittuale che è iniziato sulle merci, e sui relativi dazi da imporre, tra USA ed Europa, da quando Trump è diventato il nuovo presidente americano, ha delineato una distanza tra le due parti come non si era mai verificato nella storia; peraltro la variabile Trump ha provocato anche una forte differenza di valutazione sull’accordo relativo al nucleare iraniano: con l’Europa che si trova a volere mantenere quanto firmato con Teheran, mentre gli Stati Uniti, più vicini alle potenze sunnite ed a Israele rispetto alla presidenza Obama, sono ora profondamente contrari a permettere lo sviluppo civile della tecnologia atomica del paese iraniano. Altro fattore di contrasto è l’atteggiamento negativo americano nei confronti dell’accordo sul clima. Al vertice dell’Alleanza Atlantica queste tensioni hanno provocato un allarme per il timore di ricadute all’interno dell’alleanza, considerando anche il fatto di come si è finora mossa la Turchia al fianco della Russia, tradizionale avversario dell’Alleanza Atlantica, che ha ultimamente ripreso un ruolo di primaria importanza nel panorama internazionale e delle recenti dichiarazioni del nuovo governo italiano, che si è detto favorevole ad una revisione delle sanzioni contro Mosca, comminate a causa della questione ucraina, parere appoggiato da diversi stati appartenenti all’Unione Europea. Il Segretario dell’Alleanza Atlantica si è fatto portavoce del disagio crescente all’interno dell’organizzazione riconoscendo che le grandi divergenze presenti non devono compromettere la cooperazione per la sicurezza, che sarebbe in grado di indebolire la cooperazione tra i membri dell’Alleanza. Per il momento gli analisti internazionali ritengono che le questioni che provocano la distanza tra i membri non hanno avuto un impatto sul funzionamento dell’Alleanza atlantica, ma che se dovesse registrarsi un incremento del disaccordo il prossimo vertice dell’organizzazione potrebbe essere molto difficile. Esiste anche il problema della richiesta americana, verso gli altri stati di aumentare la spesa militare fino al 2% del prodotto interno lordo delle singole nazioni. Washington ha un doppio interesse verso questi incrementi di spesa: da un lato una maggiore partecipazione alle spese per la difesa, una richiesta legittima perchè fino ad ora gli USA, anche per mantenere lo status quo di prima potenza mondiale, un aspetto a cui tengono molto, hanno sostenuto la gran parte dello sforzo finanziario per mantenere efficiente l’alleanza, tuttavia esiste anche un altro aspetto, meno nobile, che consiste nel volere indirizzare questa spesa in armamenti prodotti nei confini statunitensi. Questo aspetto potrebbe generare ulteriori conflitti perchè gli ostacoli per le industrie europee, imposti dagli USA impediscono l’accesso al mercato dell’Alleanza Atlantica, andando, di fatto, a costituire una forma di protezionismo praticata con altri mezzi. La preoccupazione dei vertici dell’Alleanza Atlantica è, quindi, giustificata, e potrà essere attenuata con una azione diplomatica interna molto faticosa, anche perchè l’Unione Europea, pur essendone ancora lontana, ha intrapreso la direzione della creazione di un esercito europeo, che potrebbe non essere inquadrato nell’Alleanza Atlantica, sia per rendersi maggiormente indipendente dall’aiuto americano, sia per avere margini di manovra ed autonomia superiore nei contesti internazionali. Questo obiettivo è ritenuto irrinunciabile da Germania e Francia proprio per evitare l’eccessiva dipendenza da soggetti come Trump in futuro.

Gli USA dchiarano la guerra commerciale all’Europa

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono destinati ad un duro confronto, che potrebbe inaugurare una nuova stagione circa i rapporti tra i due soggetti internazionali, caratterizzato da una vera e propria guerra commerciale. In questo contenzioso l’Europa è accomunata a Canada e Messico, paesi tradizionalmente alleati di Washington, ma questo punto non ha consentito a Trump ed al suo esecutivo di recedere nell’intraprendere un confronto che potrebbe degenerare presto dalle materie commerciali ad argomenti più vasti, come gli assetti internazionali. L’aumento dei dazi prevede un aggravio del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. Alla base del ragionamento distorto di Trump, c’è la convizione che un alto tasso di importazione possa riflettersi sugli assetti del settore industriale statunitense, senza considerare i benefici delle industrie americane che usano questi materiali per la loro lavorazione, mettendo sul mercato un prodotto finito con alto valore aggiunto. L’errore è considerare quasi soltanto la bilancia commerciale quale metro di valutazione per lo stato di salute dell’economia, una visione distorta che non considera i costi ed i benefici indotti dall’introduzione dei dazi, sopratutto nei confronti di soggetti alleati, sia dal punto di vista economico, che da quello più generale di tipo politico. Una delle spiegazioni fornite dal Segretario americano per il commercio è che le importazioni non permettono di sviluppare una industria nazionale capace e ciò si riflette sulla sicurezza nazionale, di cui uno dei fattori fondamentali è la capacità di produrre armamenti.  Questa argomentazione appare pretestuosa, sopratutto se il concetto di difesa viene allargato al piano globale dell’alleanza, comprendendo necessariamente anche l’Alleanza Atlantica, dove sarebbe necessaria una condivisione degli armamenti non solo dal punto di vista dell’utilizzo, ma anche della progettazione e della produzione. Tuttavia uno degli obiettivi di Trump è proprio quello di aumentare la vendita di armamenti proprio agli alleati, per compensare gli sforzi economici statunitensi effettuati sul piano delle politiche di difesa al di fuori dei confini americani. Per valutare questo assunto occorre ricordare che il presidente americano può avere alcune ragioni nel richiedere un maggiore sforzo economico degli alleati per le spese militari, ma pretenderlo in maniera indiretta imponendo dei dazi rischia di vanificare  le richieste, perchè tale provvedimento colpisce uno spettro economico più ampio ed investe i rapporti di naturale collaborazione tra soggetti internazionali. In effetti l’Unione Europea ha già annunciato ritorsioni contro alcuni prodotti americani: ciò renderà inevitabile una esclation reciproca di applicazionidi nuovi dazi, che nonpotrà ripercuotersi sui rispettivi rapporti. La somma di cui si parla è di circa 6.400 milioni di euro, che coincide con quanto viene ricavato dalla vendita di acciaio ed alluminio agli USA; i dazi europei sui prodotti americani dovrebbero interessare merci per un importo di pari valore. L’applicazione dei dazi da parte americana ha provocato, come al solito quando si parla di Europa,  risposte non uniche da parte dei membri europei e ciò potrà vanificare l’azione di contrasto agli Stati Uniti; infatti la Germania ha proposto una politica di incentivi agli Usa per evitare i dazi, mentre la Francia ha assunto un atteggiamento più rigido opponendo un rifiuto a trattare sotto il ricatto di Trump. La possibilità più probabile è un confronto molto duro, perchè quello che contraddistingue gli Stati Uniti sulla loro posizione è l’applicazione dello spirito nazionalista, sul quale si fonda l’intenzione di non concedere alternative agli stati europei, malgrado le dichiarazioni americane improntate ancora alla possibiltà di un negoziato. La realtà è che Trump intende proseguire sulla strada della fermezza ad ogni costo, ma le conseguenze poltiche potrebbero essere nefaste, prima di tutto proprio per il Presidente americano.