USA: il Partito Democratico è diviso

Il percorso del Partito Democratico verso la designazione del rivale di Trump alle prossime elezioni presidenziali, comincia ad assumere un profilo dai controni meno sfumati. Gli elementi che emergono sono essenzialmente due: la sinistra sembra avere trovato un candidato forte, Bernie Sanders, che ha raggiunto risultati favorevoli con numeri consistenti nelle primarie finora disputate. Bernie Sanders è emerso come il candidato di sinistra più forte per distacco sugli altri esponenti di questa parte del Partito Democratico. Il secondo aspetto emerso da queste prime tornate elettorali è la situazione contraria dei moderati, dove non sembra emergere ancora un candidato in grado di rappresentare in modo unitario le correnti non spostate a sinistra. Nel New Hampshire i moderati hanno ottenuto risultati che hanno collocato i loro rappresentanti dietro Sanders con quantità di voti ravvicinati. Il dato espone una frammentazione incapace di fare mergere un candidato forte da contrapporre alla sinistra, anche se deve ancora entrare in competizione il miliardario Michael Bloomberg. L’ex sindaco di New York potrebbe essere capace di aggregare il voto dei moderati e presentarsi come alternativa a Sanders. Tuttavia il Partito Democratico sembra essere tornato alla situazione preecedente al voto che ha portato all’elezione di Trump. La grossa difficoltà dei democratici è di nuovo quella di non riuscire a trovare un candidato capace di sintetizzare le tenedenze spesso opposte che sono all’interno del partito. Nonostante l’aspetto unificante rappresentato dall’avversione a Trump, questa motivazione potrebbe non bastare a portare al voto la sinistra del partito in presenza di un candidato troppo moderato o ritenuto espressione della finanza e dei poteri forti, come accadde per la Clinton. Viceversa un candidato troppo radicale potrebbe non ottenere i voti moderati perchè ritenuto troppo distante dai progressisti moderati. La questione non è secondaria. La sconfitta di Trump è tutt’altro che scontata e per ottenere la vittoria occorrerebbe un Partito Democratico unito, capace di superare differenze anche profonde  al suo interno. Se Biden, in teoria poteva avvicinarsi al candidato con queste caratteristiche, per adesso i  suoi risultati sono stati scoraggianti, anche se niente è deciso il suo avvio non è stato dei migliori. Ma, del resto le platee elettorali potenziali della sinistra e dei moderati sono molto diverse: i radicali hanno il favore dei giovani, degli ambientalisti, dei più poveri ed anche della comunità latina; i moderati hanno il favore del ceto medio e della comunità nera, che chiede una maggiore legalità. Certo l’entrata in gioco di un miliardario del calibro di Bloomberg, nonostante sia un elemento per certi versi alieno al partito democratico, può essere un fattore che potrà determinare un impatto difficilmente prevedibile sugli esiti del voto, cominciando dalla grande capacità economica di cui  l’ex sindaco potrà disporre sia nella fase delle primarie, che in una eventuale competizione con il presidente uscente. Questo aspetto è molto temuto dai conservatori e dallo stesso Trump, che intuisce una possbile invasione di campo all’interno del suo elettorato da parte di Bloomberg. In questa ipotesi però la competizione verrebbe riportata al centro e Trump avrebbe maggiori possibilità nel caso riuscisse a ttrattenere il maggior numero di vecchi elettori possibili, dato che Bloomberg avrà sicuramente delle difficoltà ad intercettare il voto della sinistra se non con la sola arma dell’avversione al presidente in carica. Per ora, se l’incertezza giustamente è ancora alta, l’elemento più rilevante è l’apparente disorganizzazione del Partito Democratico, la stessa condizione che si registrava nel Partito Conservatore prima dell’elezione di Trump.

Gli USA rischiano l’isolamento internazionale per il loro piano per la soluzione del conflitto tra Israele e palestinesi

Il dibattito sul piano americano per la soluzione della questione israelo-palestinese si sposta nella sede delle nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza. Il problema per Washington è quello di non vedere fallire il proprio piano, elaborato nei tre anni di presidenza Trump, proprio all’interno del Consiglio di sicurezza: ciò potrebbe significare per la Casa Bianca una sorta di isolamento internazionale alla vigilia delle elezioni presidenziali. Di fatto, occorre specificare, che la tattica diplomatica della presidenza Trump, ha prodotto una situazione nella quale ha favorito proprio l’isolamento che si voleva evitare. La necessità di cercare di chiudere l’annosa questione tra israeliani e palestinesi si è risolta in maniera troppo condizionata dalla fretta e dalla pressione di Tel Aviv, il cui governo ha saputo sfruttare le inclinazioni del presidente americano in carica , che, da un lato, voleva assicurarsi il ruolo di risolutore del problema e, dall’altro lato, ha puntato su una profonda differenza nel rapporto con Israele rispetto al predecessore. Il risultato è stato una proposta troppo sbilanciata a favore di Israele, che i palestinesi hanno bocciato con un risultato del 94% di contrari. Uno dei punti deboli del piano americano è anche quello di essersi assegnati da soli il ruolo di unico mediatore tra le due parti, un mediatore niente affatto imparziale, che, infatti, ha scelto di favorire lo stato israeliano, consentendo una ulteriore riduzione del territorio palestinese, rispetto alla diminuzione già operata nel 1967. Anche la volontà di volere rendere legali le colonie israeliane, prodotto di una sottrazione arbitraria di suolo palestinese è vista come un vizio giuridico che impedisce ogni sviluppo della trattativa e che ha provocato il ritiro dei palestinesi da ogni trattativa. Gli Stati Uniti hanno commesso un errore imperdonabile in diplomazia, volendo assumere il ruolo di arbitri parziali, che li discredita a livello internazionale e li rende responsabili del quasi certo deterioramento della situazione in essere.  Probabilmente gli USA si sono resi conto del pericolo dell’isolamento, perchè hanno esercitato una pressione molto forte su diverse delegazioni internazionali ma senza ottenere il risultato voluto, segnalando così una debolezza intrinseca alla loro azione diplomatica, ceh denota anche una dose di dilettantismo, scarsa lungimiranza e poca conoscenza delle dinamiche diplomatiche. La Lega Araba ha adottato una risoluzione, approvata da tutti i 22 membri che respinge il piano americano sulla base del concetto che non soddisfa i requisiti circa i diritti minimi e le aspirazioni del popolo palestinese, chiudendo, di fatto alla possibilità della realizzazione del progetto di Washington. Il presidente palestinese Abu Abbas ha affermato che una pace imposta con questi criteri è una pace che non può essere duratura e questa riflessione prevede, di fatto , una ripresa delle ostilità su larga scala se Israel ed USA si ostineranno a portare avanti il piano di Trump con la forza. Una opinione condivisa dalla dichiarazione congiunta di quattro memebri del Consiglio di sicurezza, Belgio, Estonia, Francia e Germania, che afferma che qualsiasi annessione pregiudicherebbe le prospettive di una pace giusta, duratura e globale. Per contro Israele ha accusato il presidente palestinese di non essere pragmatico perchè non interessato alla soluzione del conflitto. Tel Aviv, quindi, continua sulla sua politica squilibrata a suo favore, non presentando una reale volontà di pacificazione con la popolazione palestinese.

L’Unione Europa contro il piano di Trump per Israele e Palestina

Nonostante le buone impressioni israeliane, dovute al cmbio della leadership della politica estera dell’Unione Europea, ed alle stesse speranza di Trump, il piano statunitense per risolvere la questione israelo-palestinese è stato bocciato da Bruxelles. Inoltre nella dichiarazione del nuovo Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione viene espressa grave preoccupazione per la volontà di Tel Aviv di volere proseguire nella politica unilaterale degli insediamenti in in Cisgiordania. A parte l’insoddisfazione per il giudizio negativo sul piano elaborato da Washington, in Israele la preoccupazione ancora più rilevante è per la posizione assunta dal nuovo capo della diplomazia della UE, che sembrava essere più favorevole allo stato ebraico rispetto al predecessore, ma che invece si è espresso con toni molto duri sulla politica israeliana relativa agli insediamenti e che, di conseguneza, non promette variazioni sostanziali nei rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv, nonostante la speranza di Israele fosse quella di avere l’Unione più vicina. In Israele è stato rilevato che le dichiarazioni dell’Alto rappresentante europeo sono state subito avverse per Tel Aviv ed anche la circostanza del viaggio diplomatico in Iran, per sottolineare l’impegno europeo per tentare una soluzione alle questioni dell’accordo sul nucleare, è stata giudicata molto negativamente, sopratutto per lo sviluppo delle relazioni future.  Il giudizio circa la fattibilità della proposta del presidente americano è fortemente critico e comunque sarà valutata sulla posizione europea, più volte ribadita, che contempla la coesistenza dei due stati. Giuridcamente questa posizione si richiama alle conclusioni del Consiglio dell’Unione, relative al luglio del 2014, che, a loro volta, si riferiscono ai confini stabiliti nel 1967. Si comprende che su questa base, che appare immodificabile, la posizione di Bruxelles sia molto netta ed in contrasto con quanto sostenuto da Tel Aivi e Washington. Il sostegno a favore dell’esistenza di due stati indipendenti da parte dll’Unione appare in contrasto con il piano di Trump, nettamente sbilanciato a favore di Israele. I numeri nel piano di Trump svelano questo sbilanciamento, dato che prevede uno scambio di territori per consentire l’annessione ad Israele delle colonie presenti, ma con una redistribuzione che causerebbe ai palestinesi la riduzione del loro spazio orignario soltanto all’undici per cento del territorio previsto dagli accordi del 1967, che già lo riducevano del ventidue per cento. Secondo l’Unione Europea, proprio in base a questi dati, la soluzione di Trump andrebbe ad essere lesiva del diritto internazionale, riportando a livelli elevati la tensione tra le due parti. Bruxelles sostiene la necessità di un negoziato tra Israele e Palestina, che includa non soltanto la questione della Cisgiordania, ma che sia relativa anche alla capitale ed  ai rifugiati. D’altra parte sono stati gli stessi palestinesi ad avere rifiutato il piano di Trump, interrompendo le le relazioni diplomatiche con Israele e gli Stati Uniti ed anche la Lega Araba ha espresso al sua contrarietà. Tuttavia alcuni paesi arabi, allleati di Washington e che si sono avvicinati ad Israele per interessi comuni contro l’Iran hanno chiesto ai palestinesi di valutare con attenzione la proposta americana, facendo registrare una novità sull’atteggimento del mondo arabo verso la questione israelo-palestinese e dimostrando come i palestinesi siano ormai sacrificabili in favore della convenienza particolare. In questo contesto la conferma della posizione dell’Unione denota una coerenza apprezzabile perchè in favore del diritto internazionale, che dovrà essere confermata da un’azione concreta nella direzione diplomatica, cioè con un maggiore attivismo sullo scenario internazionale attraverso un impegno in prima persona.

 

Il confronto tra Siria e Turchia rischia un allargamento pericoloso

Il conflitto siriano, questa volta tra Damasco ed Ankara, ritorna al centro dello scenario internazionale. Il confronto è stato tra gli eserciti regolari dei due paesi, all’interno della provincia, formalmente siriana, dove c’è ancora una concentrazione di milizie di Al Qaeda. L’azione delle forze armate di Assad avrebbe provocato la morte di quattro soldati turchi e di circa nove feriti, ma, sopratutto ha causato la rappresaglia dell’aviazione militare di Ankara contro una quarantina di postazioni siriane, provocando almeno sei morti tra gli effettici siriani, acnhe se il preseidente turco ha affermato che sono morti tra i 30 e 35 soldati durante la rappresaglia. Il teatro dello scontro è la regione nord occidentale siriana al confine della Turchia, dove è ancora forte la presenza di Al Qaeda e di altre milizie paramilitari alleate di Ankara. L’interesse della Turchia è quello di controllare le zone sul proprio confine per impedire uno stato curdo; con la presenza dei militari russi si era reso necessario stabilire una convivenza tra l’esercito di Mosca e quello di Ankara, che aveva consentito al primo di mantenere alcune postazioni militari nella regione. La Russia è alleata di Damasco e la funzione di queste postazioni era proprio quella di effettuare un controllo per conto di Assad nella regione. Tra Turchi e Russi non si sono registrati incidenti, ma questa convivenza sembra essere stata compromessa dall’attività dell’esercito siriano, che ha come obiettivo la riconquista del territorio e la sua riunione, anche formale, allo stato siriano. Le forze militare siriane hanno già conquistato la seconda città della regione e stanno cercando di prendere anche un importante nodo viario, strategico per le comunicazioni.  La Turchia, per contrastare Damasco ha inviato rinforzi per contrastare Assad ed Erdogan ha comunicato con i comandi russi, affermando che le forze di Mosca non sono tra gli obiettivi, tuttavia il rapporto tra i due paesi rischia di diventare irrecuparabile; questa è senz’altro la strategia del dittatore di Damasco, che cerca di rompere i patti tra Russi e Turchi, forte del suo legame con Putin, per portare il peso militare ed internazionale della Russia a schierarsi apertamente contro la Turchia. Pur non essendo apertamente dichiarato appare chiaro che tra Siria e Turchia è in corso una guerra, sia per il confronto militare, sia per la presenza di truppe straniere sul territorio di uno stato sovrano. Il pericolo maggiore resta però il possibile coinvolgimento della Russia, che ritiene la propria presenza in Siria e la permanenza al potere di Assad, un obiettivo fondamentale per la sua politica estera. Un conflitto armato tra la Russia e l’unico paese musulmano dell’Alleanza Atlantica non è però una eventualità gradita al capo del Cremlino: nonostante il raffreddamento dei rapporti tra Ankara e Bruxelles e tra Ankara e Washington, una chiamata turca potrebbe fare rientrare in gioco gli USA sul terreno siriano, anche nell’ottica di un contrasto più efficace alla politica iraniana nella regione. Questa previsione può sembrare azzardata, sopratutto con la campagna elettorale imminente, ma Trump potrebbe volere volgere a proprio favore un rinnovato sentimento di grandezza americana da  investire nella competizione presidenziale. Per contro putin avrebbe molto da perdere in un potenziale conflitto, che servirebbe anche ad Erdogan per rafforzare la sua posizione nel gradimento dei suoi connazionali, che si sono dimostrati sensibili all’espansionismo di Ankara. Per il Cremlino la soluzione diplomatica rappresenta la via migliore, ma il problema maggiore sembra essere quello di contenere l’alleato Assad, che vuole sfruttare il momento per recuperare i territori perduti. Il capo del governo siriano ha dato prova di grande abilità riuscendo a sfruttare ogni occasione possibile a suo vantaggio e riuscendo a rimanere al suo posto contro ogni pronostico. Assad ora gioca una partita ancora una volta in maniera spregiudicata e sul confine della sconfitta, che sarebbe irrimediabile, cercando un azzardo che può rivelarsi molto pericoloso: quello di inimicarsi Putin. Ma, forse, è una strategia ben combinata tra i due con il supporto iraniano.

La politica sconsiderata di Trump

L’attentato al generale iraniano, se inquadrato nella azione politica di Trump, pur nella sua evidente gravità, può senz’altro rientrare nelle modalità anomale di gestione del potere che sono state avviate dalla elezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca. La presidenza Trump si è distinta per avere infranto tutti gli schemi che la gestione del potere della più importante potenza mondiale ha richiesto nella sua storia. Se è vero che l’azione iraniana stava diventando sempre più invadente e spregiudicata è altrettanto vero, che la scelta per contrastarla non è stata quella diplomatica, abbandonata da subito con il ritiro unilaterale dal trattato sul nucleare iraniano, ma con una scelta di campo che è stata troppo condizionata da Israele e dagli alleati inaffidabili delle monarchie saudite. Il confronto tra USA ed Iran stava procedendo nella dimensione di un conflitto a bassa intensità e di tipo asimmetrico, cioè mai affidato in modo chiaro e nominale ad elementi dei rispettivi stati. La decisione di infrangere le norme del diritto internazionale, colpendo un esponente ufficiale del paese iraniano sul territorio di una nazione terza, senza avvertire le istituzioni irakene, rappresenta un atto di guerra non solo verso Teheran ma ancheuna palese violazione contro Bagdad. Se il  diritto internazionale è stato violato con le modalità tipiche di una entità dittatoriale, dal punto di vista politico ancora peggio sono state le minacce di colpire i siti culturali, evidenziando la mancanza di conoscenza della normativa stabilita dalla Convenzione dell’Aja sui crimini di guerra: un elemento non irrilevante per chi ricopre la carica di presidente degli Stati Uniti. Occorre poi rilevare lo sgarbo verso gli alleati, con la mancata comunicazione dell’azione, che, oltre ad avere un alto valore politico, potrebbe avere anche un effetto pratico in caso di ritorsione immediata, che fortunatamente non c’è stata, verso gli alleati degli Stati Uniti.  La prima conseguenza è quella di avere vanificato anni di impegno in Irak: come richiesto dal parlamento irakeno le truppe americane e le loro basi non sono più bene accettate  ciòlascia campo libero a Teheran, ma anche ad una ripresa del terrorismo grazie alla presenza latente dello Stato islamico, mai del tutto sconfitto. Come potrà evolvere la situazione? Teheran ha già deciso di dotarsi dell’arma nucleare e l’attentato al suo generale gli fornisce il via libera per rivendicare apertamente questa intenzione, verso cui il paese iraniano era già stato indirizzato a causa delle sanzioni americane. Sul fronte interno, l’atto americano è riuscito a sopire i contrasti interni, annullando, di fatto, i malumori economici e le dimostrazioni di piazza e rendendo, quindi, impraticablie la strada dell’appoggio alle opposizioni. Dal punto di vista militarela Repubblica Islamica  è costretta ad un atto di ritorsione per non dimostrarsi come soggetto debole, sopratutto nell’ottica del mantenimento del prestigio come potenza regionale.  A questo proposito l’intenzione dichiarata dalla guida suprema del paese è che le rappresaglie siano compiute da forze regolari iraniane e non da milizie fiancheggiatrici, se questo proposito dovesse essere attuato l’escalation che ne conseguirà potrebbe portare veramente ad un nuovo conflitto mondiale. Comunque vada a finire la tattica di Trump si è rivelata un fallimento, come ogni volta che si compie un uso così sconsiderato della violenza. Appare anche importante analizzare, seppure sommariamente, le possibili ragioni di un atto così sconsiderato: la vicinanza delle elezioni presidenziali, unite al procedimento di messa in stato di accusa del presidente americano, potrebbero avere provocato l’attuazione di una strategia estrema, che mette in evidenza, oltre al fatto dell’assoluta inadeguatezza nel ruolo della massima carica americana, anche la totale confusione e, forse, disperazione, di una personalità dove il culto per se stesso ha travisato ogni possibile ragionevolezza. Il corpo elettorale americano avrà prossimamente la possibilità di non vedere ricadere su se stesso una responsabilità terribile. Nel frattempo è necessario che tutte le diplomazie mondiali, non conatagiate dalla follia e dalla falsa onnipotenza si adoperino per evitare la catastrofe.

Le nuove minacce della Corea del Nord

La questione nordcoreana e la minaccia nucleare di Pyongyang ritornano ad essere un argomento centrale nel dibattito internazionale. In questi mesi di relativa calma in cui il regime della Corea del Nord si è mantenuto tutto sommato tranquillo, non si sono registrati progressi circa il tema della denuclearizzazione della penisola coreana. Per gli Stati Uniti, questo argomento resta centrale negli obiettivi della politica estera di Washington, perchè il tema è inquadrato nella protezione degli alleati del Giappone e della Corea del Sud ed è visto come essenziale anche per regolare i rapporti di forza con Pechino; tuttavia l’immobilità da entrambe le parti non ha prodotto risultati soddisfacenti ne per Pyongyang ne per Washington e la situazione di stallo che si è venuta a creare ha prodotto soltanto una incertezza destinata a non durare. Infatti il leader nordcoreano Kim Jong-un ha espressamente affermato la mancata sussistenza dei motivi per mantenere il blocco sui test nucleari e, sopratutto, missilistici. Sopratutto la questione dei vettori destinati a trasportare gli ordigni nucleari appare l’argomento più sensibile per gli Stati Uniti, che temono lo sviluppo di una arma tattica a lungo raggio capace di raggiungere il territorio statunitense e quindi di minacciare anche un grande numero di altri paesi: una prospettiva capace di tenere sotto ricatto una vasta area del sud est asiatico, giudicata fondamentale per i traffici commerciali degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Si tratta, è evidente, di una ipotesi che investe anche la questione commerciale con la Cina, che oltrepassa la questione dei dazi per arrivare ad avere una dimensione militare, che rischia di diventare preminente. Nonostante il silenzio di Pechino non sembra azzardato intravvedere un possibile disegno comune tra Cina e Corea del Nord, la cui alleanza non è stata intaccata dai comportamenti del dittatore Kim Jong-un, per esercitare una probabile pressione sugli Stati Uniti. Aldilà delle ipotesi è un fatto concreto che i negoziati per le denuclearizzazione della penisola sono ora bloccati e di conseguneza occorrà chiedersi quale saranno le conseguenze e chi otterrà i maggiori vantaggi, anche in termini indiretti, da questo stop. Uno degli obiettivi a breve termine del governo nordcoreano è quello di ridurre le sanzioni americane, che hanno effetti concreti molto pesanti su di un’economia in grave difficoltà; la minaccia di una nuova arma strategica deve essere inquadrata nella ricerca di ottenere, almeno, una riduzione delle sanzioni. Kim Jong-un nella sua tattica di minace, alternate a promesse, ha ribadito la volontà di non chiudere del tutto le trattative, aspettando un segnale concreto dalle autorità americane. Il Presidente Trump ha espresso parole positive per il dittatore nordcoreano, definendolo uomo di parola e dicendosi convinto che l’accordo di denuclearizzazione firmato in precedenza non sarà cancellato. L’impressione è che Trump cerchi di non esasperare una situazione che potrebbe rivelarsi molto pericolosa con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale, ma questa potrebbe essere proprio l’intenzione di Kim Jong-un, che intravvede nella situazione contingente dell’approssimarsi delle elezioni presidenziali americane, una occasione per aumentare le pressione sul candidato repubblicano. Per Trump la riapertura del fronte nordcoreano potrebbe portare ulteriori argomenti sulla sicurezza nazionale ai suoi avversari: si tratta di una trappola che per l’inquilino della Casa Bianca presenta molte insidie e poche opportunità: se non cede alle minacce la questione nucleare nordcoreana si ripresenterà in tutta la sua gravità con ripercussioni anche sui rapporti internazionali con gli alleati regionali, al contrario un cedimento attraverso anche una diminuzione parziale delle sanzioni senza progressi tangibili nella denuclearizzazione, potrà essere interpretato come segno di una debolezza che potrebbe essere interpretato come inadeguatezza in ottica di rielezione. L’unica via appare una riapertura ufficiale delle trattative, che rappresenterebbe senz’altro un riconoscimento ufficiale per la Corea del Nord in un momento nel quale Pyongyang appare lontano dei riflettori della scena internazionale. Trump potrebbe concedere questo favore all’avversario in attesa di potere gestire con maggiore tranquillità la questione, se Kim Jong-un farà questa concessione.

Il processo a Trump simbolo della divisione degli USA

La vicenda dell’impeachement contro Donald Trump, aldilà della gravità delle accuse e del contesto politico generale, impone delle riflessioni sullo stato del corpo elettorale statunitense e della profonda divisione politica che caratterizza ilpaese in questo momento storico. Secondo uno studio del centro di ricerca sociologica più importante degli Stati Uniti c’è stata una progressione molto ampia circa il giudizio negativo dei democratici verso i repubblicani e dei repubblicani verso i democratici. I dati numerici parlano, nel primo caso, di una percezione molto negativa che i democratici avvertono dei repubblicani, passata dal 16% del 1994 al 38% del 2014, mentre nel caso contrario si è passati dal 17% al 43%.  La condizione normale, storicamente, negli Stati Uniti è sempre stata di una relativa vicinanza dei programmi politici dei due partiti, ciò ha contribuito ha determinare una sorta di pace politica, che non ha permesso divisioni molto forti nella società. La ricerca, al contrario, segnala che già dal 2014 si stava affermando la tendenza contraria, dovuta, probabilmente alla presenza contemporanea del primo presidente afro americano, Barack Obama, e dell’affermazione, nel campo repubblicano del tea party. Un ulteriore fattore che ha inciso sulla distanza tra i due elettorati è stata la crisi finanziaria, che ha favorito la crescita del fenomeno populista, dal quale neppure gli Stati Uniti hanno potuto evitare. Alla fine l’elezione di una figura di presidente come Trump sembra essere stato lo sbocco naturale di una situazione contingente, sommata ai tanti errori del partito democratico. Questo fatto, però, ha acuito le distanze tra i due elettorati e polarizzato ulteriormente il confronto tra i due schieramenti. Del resto la crescita di parti consistenti del partito democratico di tendenza  verso la sinistra è anch’esso un aspetto nuovo nella politica americana, proprio per le sue dimensioni,  ed è dovuuto ad un insieme di esigenze sociali, come la lotta alla diseguaglianza, unito alla profonda avversione all’attuale inquilino della Casa Bianca. Il comportamento di Trump, peraltro inviso a settori consistenti dello stesso partito repubblicano, profondamente irrispettoso delle convenzioni politiche e, sopratutto, nella mancanza di rispetto degli avversari, sia interni, che internazionali, tramite un linguaggio offensivo e quindi inadatto per il ruolo che ricopre, è diventato il simbolo della divisione della società americana. Dal lato isituzionale il processo dell’impeachement dimostra come la partigianeria sia diventata evidente e senza ritegno. Se appare normale che ha determinare la vittoria in entrambi i rami del parlamento, sia la provenienza politica di deputati e senatori, è senz’altro meno consueto che chi deve istruire il processo nel senato, seppure di appartenenza repubblicana, si coordini in maniera così evidente direttamente con l’imputato, affermando che l’esito processuale sarà comunque scontato. Ciò denota una degenerazione evidente della politica americana, irrispettosa, ormai, delle stesse sue regole. Il fatto che Trump non sarà o meno condannato appare secondario, rispetto a come sarà giudicato. Il significato è quello di un paese con un sistema profondamente inaffidabile, che non può, quindi che generare una profonda divisione, ma, del resto, in questo caso specifico rappresenta l’essenza stessa del populismo, che vince perchè  non rispetta le regole e che piace proprio per questo Dal punto di vista dell apolitica internazionale la questione appare sempre più preoccupante perchè esprime che il paese più importante del mondo e, piaccia o meno simbolo dei valori occidentali, si è avviato su di una strada che ne certifica la scarsa attendibilità e la sempre minore affidabilità verso i valori che ha sempre affermato di difendere. Se parte del popolo americano è sicuramente contraria a queste modalità di esercizio del potere, dobbiamo attendere fino alle prossime elezioni presidenziali per sapere se sarà la maggioranza e quindi in grado di invertire la direzione degli Stati Uniti.  In ogni caso chi vincerà lo farà con uno scarto minimo, lasciando il paese in preda a profonde lacerazioni con non potranno che influire sugli equilibri e gli assetti globali, sopratutto dal punto di vista occidentale.

La politica USA sulle colonie israeliane cambia direzione

Quanto dichiarato dal Segretario di stato americano, circa la legittimità delle colonie israeliane sul territorio palestinese, segna una deviazione significativa della politica estera americana in quanto va sancisce e legittima una posizione in palese violazione del diritto internazionale. Nonostante che gli Stati Uniti si siano premurati di dichiarare che questa nuova posizione non costituisce un precedente, nella realtà Washington crea la variazione di una situazione, che nonostante la violazione israeliana, era stata regolata in maniera ufficiale tramite il diritto internazionale e che lo stesso dipartimento di stato americano, tramite un parere legale ufficiale, aveva ritenuto valido fin dal 1978. Su quel parere legale il paese statunitense aveva basato la sua politica estera relativa alla materia degli insediamenti di Tel Aviv nei territori che erano stati conquistati dal conflitto del 1967. Dal punto di vista politico è l’ennesimo comportamento ambiguo di Trump, che non riesce a dotarsi di quel carattere istituzionale necessario per dirigere un paese e che ne denota l’assoluta inaffidabiltà sul piano internazionale, come già dimostrato con l’abbandono degli alleati curdi. L’intenzione del presidente USA è, senza dubbio, quella di favorire Benjamin Netanyahu, un politico con il quale Trump ha molte affinità, ma che risulta in grave crisi dopo le ultime due elezioni, che hanno bloccato il paese israeliano. Non è dato sapere se la mossa di Trump possa aiutare effettivamente l’ex premier di Tel Aviv, mentre è sicuramente certa la critica della comunità internazionale, con possibili ripercussioni, politiche e commerciali, anche su Israele, e l’atteggiamento di profonda ostilità dei palestinesi. D’altro canto affermare che l’insediamento delle colonie non rappresenta una contrarietà al diritto internazionale e, nello stesso tempo, dire che gli USA non intendono prendere una posizione sullo status dei territori occupati, che è lasciato al negoziato israelo-palestinese, rappresenta una contraddizione in termini, che denuncia tutta l’approssimazione ed il dilettantismo dell’amministrazione americana. Bisogna ricordare che la questione palestinese, pur affinacata da altre emergenze internazionali, rimane centrale nello scenario diplomatico mondiale e fondamentale per gli equilibri regionali; ma questa dichiarazione contribuisce ad allontanare la soluzione dei due stati, che è probabilmente temuta da Washington. Forse gli USA di Trump temono che uno stato palestinese autonomo possa rappresentare un pericolo maggiore per Israele e la politica americana ed allontanano così questa soluzione, appoggiando uno stato che infrange il diritto internazionale. Questa soluzione può essere funzionale al mandato dell’attuale presidente americano, cioè sul breve periodo, ma sul lungo periodo lascia uno stato di cose che non prevede soluzioni e, nell’immediato, spinge i palestinesi verso atti di violenza e possibili alleanze pericolose per gli equilibri regionali. L’indirizzo che viene dato alla questione rischia di peggiorare le cose per le due parti, mentre la credibilità americana è ormai definitivamente compromessa e con la parzialità esperessa nella dichiarazione a favore degli israeliani, gli USA si pongono al di fuori del processo di pace, perchè non più imparziali. Una delle ragioni di questa svolta potebbero essere le esigenze elettorali di Trump, che dopo le recenti sconfitte elettorali, tenterebbe di recuperare l’appoggio dell’influente comunità ebraica statunitense, che, dai sondaggi, sembra propendere per il partito democratico. In ogni caso, qualunque sia la ragione, la mossa di dare legittimità alle colonie israeliane sacrifica anni di prestigio internazionale per la politica americana e conferma i dubbi per una amministrazione che è senza un indirizzo sicuro e certo grazie all’assenza di un progetto con una visione ampia sulle dinamiche internazionali e che si muove in maniera sclerotica e funzionale soltanto ad esigenze del momento. Con queste caratteristiche il ruolo di prima potenza mondiale può essere sostenuto soltanto dalla capacità militare ed economica, ma solo con queste caratteristiche gli USA si adeguano alla Cina e perdono credibilità e prestigio, qualità essenziali per per essere il soggetto mondiale di maggiore rilevanza.

Considerazioni sull’Alleanza Atlantica

Ormai è diventato interrogarsi sulla reale necessità dell’Alleanza Atlantica; fino a qualche decennio prima questa domanda era tipica degli ambienti di estrema sinistra, ma ora le ragioni di opportunità di una alleanza transatlantica, con queste carrateristiche sembrano venire ogni giorno sempre di meno. Ciò investe diversi ragionamenti, influenzati dall’emersione di troppe variabili che possono condizionare l’opinione sull’argomento. La tendenza di Trump di volere sganciarsi da una visione di difesa dove la parte occidentale è centrale, risulta essere cosa molto nota, ma le elezioni americane sono molto vicine, tuttavia aspettare un periodo così lungo senza pensare una riorganizzazione potrebbe essere molto deleterio per l’Europa; infatti la possibile, ma non certa rielezione dell’attuale presidente USA, non deve diventare un fattore in grado di procrastinare una decisione senza dubbio necessaria. Certamente i tempi per ridiscutere ed eventualmente ripensare l’alleanza non devono essere brevi: l’Alleanza Atlantica assicura un funzionamento più che positivo, sopratutto in termini militari, ma certamente meno soddisfacente per quanto riguarda i rapporti tra gli stati e le decisioni comuni. In questo momennto appare centrale la questione del ritiro dei militari americani dalle zone curde al confine con la Turchia, lasciando degli alleati fedeli e sopratutto fondamentali nellalotta allo Stato islamico, in balia di un membro dell’Alleanza, che si è rivelato più volte inaffidabile. La questione fondamentale è che il ritiro di una forza che operava in un teatro di guerra di interesse comune, non è stato deciso con gli alleati, ma in maniera autonoma da Washington. Certo non basta questo a mettere in crisi una alleanza pluriennale sulla quale si è fondata l’idea stessa dell’occidente, ma ciò rappresenta l’ennesimo importante segnale di una situazione che sembra sempre più deteriorata. La questione è che il funzionamento dell’Alleanza dovrebbe avere ricadute su tutti i suoi membri, invece l’azionista di maggioranza, gli USA, ne condizionano troppo le finalità. Se le richieste di Trump circa una maggiore partecipazione finanziaria possono essere corrette, alla pari dovrebbe esserci un atteggiamento altrettanto corretto nei rapporti con l’Unione Europea in quanto istiutuzione e soggetto internazionale e cardine dell’alleanza, al contrario l’amministrazione americana ha impostato una politica di divisione tra gli stati membri, che denota l’inaffidabilità dell’alleato principale. Sul fronte europeo ilpresidente francese è quello ceh più spinge per una indipendenza militare europea, raggiungibilecon la costituzione di una forza autonoma e l’unitarietà della politica estera continentale. Effettivamente questi sono i due presupposti necessari, ma l’attivismo francese potrebbe indurre qualche sospetto per la probabile volontà di una intenzione di esercitare la supremazia francese in ambito europeo. La Germania, l’unico paese che può esercitare una leadership continentale, sta vivendo un periodo di incertezza, dovuto al declino della cancelliera Merkel e da una direzione della politica estera incerta, dovuta anche alle tensioni interne ed al rallentamento dell’economia. Il fattore che potrebbe cancellare i sospetti sulle reali intenzioni francesi è quello sulla volontà di Parigi di condividere il proprio ordigno atomico a livello comunitario. La Francia è l’unica potenza nucleare continentale, a causa della scelta, avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta dello scorso secolo, di procedere singolarmente, anziché assieme ad Italia e Germania, nella costruzione della bomba atomica. Ora un esercito comune europeo, per avere un peso geopolitico consistente, ha tutt’altra consistenza se può disporre, a livello deterrente, dell’arma nucleare. Occorre però anche fare delle considerazioni sul perimetro di una forza militare comune europea, infatti si potrebbe pensaread un coinvolgimento ridotto sulla base del convincimento dell’adesione a Bruxelles, attualmente, infatti, gli stati dell’Europa dell’Est, non sembrano presentare quella condivisione necessaria dei valori europei e ciò porta al ragionamento di una ridiscussione degli standard di accesso all’Unione o a soluzioni del tipo dell’Europa a velocità differenti da applicare non solo sui temi economici, ma anche a quelli politici e militari. Come si vede la costruzione dell’alternativa all’Alleanza Atlantica, ancorché necessaria, presenta diversi punti interrogativi, che dovranno essere risolti se si vorrà arrivare ad una soluzione positiva, che consenta all’Unione di recitare un ruolo autonomo e di rilievo nella politica internazionale.

Le sconfitte repubblicane preoccupano Trump

Nonostante che alcuni sondaggi abbiano indicato che Trump, a livello nazionale, riscuota una percentuale del 56% sulla possibilità di essere rieletto presidente degli USA, le recenti competizioni a livello federale  hanno fatto registrare delle pesanti sconfitte per il partito repubblicano. Su tre elezioni federali il partito del presidente ha vinto soltanto in Missisippi, dove i democratici presentavano un candidato con posizioni molto affini a quelle dei repubblicani, essendo contro l’aborto ed a favore delle armi. Al contrario il risultato di Kentucky e Virginia, dove il partito democratico ha ottenuto vittorie significative ed anche simboliche, perchè ha interrotto un lungo predominio repubblicano. Secondo gli analisti le vittorie sono state ottenute per la capacità ddei democratici di affrontare temi concreti per la vita dei cittadini, infatti la sanità, il problema della diffusione delle armi e la retribuzione relativa al salario minimo, sono stati i temi centrali che hanno caratterizzato la campagna elettorale negli stati dove il partito di Trump ha perso. La sconfitta nel Missisippi è indicativa di come l’elettorato democratico risponda negativamente alla chiamata alle urne  se a rappresentarli c’è un candidato più sensibile ai temi del partito avverso. Ciò è dovuto alla maggiore distanza tra i due partiti, per la polarizzazione della scena politica americana, della quale una conseguenza è stata la stessa elezione di Trump. Le vittorie negli stati del Kentucky e della Virginia possono dimostrare, con tutti i limiti di una lezione statale rispetto ad una presidenziale, che l’elettore democratico è sensibile non solo ai temi concreti, ma anche al valore del candidato, che deve dimostrare una certa affidabilità. Questo conferma perchè la Clinton è stata sconfitta: in quanto individuata come la rappresentante di gruppi di potere contrari alle istanze degli elettori di quella parte politica. Un dato rilevante è rappresentato dalle aree sociali, che sono state decisive per la vittoria democratica, quelle zone suburbane e benestanti, che sono ritenute decisive per determinare l’affermazione nelle elezioni presidenziali. Chiaramente il voto in tre stati non è un campione totalmente indicativo, ma può iniziare a fornire segnali sulle intenzioni di voto per il prossimo anno. D’altra parte era stato lo stesso Trump che aveva definito un bruttissimo segnale una eventuale sconfitta in Kentucky, poi puntualmente arrivata, anche se con uno scarto minimo tra i due candidati. In questa fase l’inquilino della Casa Bianca, sembra identificare le elezioni statali quasi come un sondaggio su se stesso, come dimostra l’impegno in prima persona, sopratutto in quelli stati dove aveva ottenuto i migliori risultati nei confronti della Clinton, per preservare quel serbatoio elettorale che avave contribuito in maniera determinate al risultato finale. Infatti Trump ha fatto campagna elettorale in Kentucky, dove aveva avuto un vantaggio del 30% sulla Clinton ed in Missisippi dove aveva ottenuto il 18% di voti in più. Nello stato della Virginia, al contrario dove aveva perso le elezioni presidenziali, il presidente statunitense non ha fatto campagna elettorale. Il prossimo appuntamento in Louisiana, dove aveva vinto con una percentuale maggiore del 20%, vedrà nuovamente impegnato Trump direttamente in una campgna elettorale, che si annuncia difficile perchè i sondaggi danno i democratici in vantaggio. Questi primi risultati hanno portato un moderato vantaggio tra i democratici, tuttavia fare delle previsioni appare molto complicato, sopratutto per l’esperienza della scorsa competizione elettorale, quando Trump vinse contro ogni pronostico. Appare però incontestabile che l’attuale momento non sia dei più favorevoli per il presidente in carica: oltre ai risultati elettorali esiste la preoccupazione per la possibile procedura di impeachement dovuta al caso delle presunte pressioni operate sul governo ucraino per indagare il figlio del candidato democratico Biden; ciò potrebbe incidere sulle azioni future di Trump e sulla percezione degli elettori circa la sua rielezione.