الأسباب السياسية للشعوبية

لقد أصبح الانزعاج من خطر حدوث اضطراب أوروبي بسبب تنامي الشعوبية واضحا بشكل متزايد. يبدو أن نمو الحركات الشعبوية ، التي ترافقها الحركة الخطيرة بنفس القدر من اليمين المتطرف ، الملوثة بالفاشية والنازية ، قد وصلت كعامل غير متوقع وغير متوقع. في الواقع أنها مؤسسات في بروكسل، فإن تلك الدول الفردية وحتى الأحزاب التقدمية، وتلك من المركز وتلك من اليمين المعتدل تمكنت من بناء استراتيجية قابلة للتطبيق للتنبؤ، وذلك قبل وجهه، ثم، والانجراف الشعبي، مع جميع ما ينطوي عليه. ومع ذلك ، تأتي الأسباب من بعيد وتشعر أولاً وقبل كل شيء بتشويه الأهداف التي تنتهجها الأطراف اليسارية. تحول التحضير للناخبين من المركز، حتى مع الاحتياجات المتضاربة مع مصالح الطبقات الدنيا والعاطلين عن العمل والعمال والموظفين من المستوى الأدنى، والتركيز من القضايا ذات قيمة اجتماعية كبيرة لمصالح خاصة، الذين مشوشا المعتاد الناخبين من تلك المنطقة السياسية. وقد ولدت نوعا من التخلي السياسي للمناطق واسعة من المجتمع، الذين لم يروا محمية همومهم واحتياجاتهم، وتوليد مفرزة متقدمة من العمل السياسي، والتي أصبحت الأولى في الممارسة والامتناع ثم في تصويت احتجاجي لصالح الحركات الشعبوية. حتى أولئك الذين شاركوا بشكل مباشر في السياسة النشطة تركوا الأحزاب والدوائر بسبب التخلي عن الهياكل المركزية ضد نموذج الحزب الواسع النطاق لصالح هياكل أخف وزنا ولكن بعيدًا بشكل متزايد عن الأطراف ؛ وقد خلقت هذه الفجوة يجهل تماما من قادة الاحتياجات الحقيقية للشعب، الذي، في الوقت نفسه، كان عليها أن تواجه أزمات اقتصادية غالبا ما تنطوي على الشخصيات التي أصبحت متجاورة لقادة الأحزاب التقدمية. ليس هذا فقط ، فقد وصفت الوصفات لمعالجة هذه الأزمات بتقييد الإجراءات الخاصة بالطبقات الدنيا ، مما زاد من الاستياء من الخيانة التي عانت. وبدلاً من القلق بشأن إنشاء أعمدة للتفاوت الاجتماعي وإعادة توزيع الدخل ، فإن الأطراف التي لا تزال تقدمية فقط في الاسم ، قد نفذت تدابير اقتصادية زادت من هذه التفاوتات ، مما أضر أيضًا بالوجهة الاقتصادية ، لأنها لم تساعد أبدًا على رفع الاقتصادات الوطنية مع زيادة في الإنفاق ، لم تصل من قبل الطبقات الغنية. درس اللغة الإنجليزية ، حيث فشل بلير ، لم يدرس أي شيء للقوى السياسية التقدمية ، قرر خروج المملكة المتحدة من الاتحاد الأوروبي ، بينما وصل إلى القارة في مرحلة حيث الدول الكبرى ، يحكمها القوى الشعبية أو من اليسار المصمم بنفسه ، قضى على إنجازات الاتحاد وخفض دولة الرفاه لصالح البنوك والتمويل ، أي أولئك الذين كانوا مديري المواد للأزمات الاقتصادية. إذا كانت الأحزاب التقدمية كان هناك تحول ضد الطبيعة، في وسط الأحزاب اليمينية التقليدية أو شهدت تحولا ملحوظا على قدم المساواة، الذي خانوا السياسات الاجتماعية التماسك والجدارة لصالح مواقف الراحة، والتي هي في كثير من الأحيان نتج عن حلقات من التكنوقراطية لصالح قطاعات اجتماعية معينة ، ومع ذلك ، ذهبت ، في النتائج ، في نفس الاتجاه للأحزاب التقدمية. وبالتالي فإن كثرة الحالي الحركات الشعبوية، التي ويكمل على نحو متزايد من قبل أولئك من اليمين المتطرف، هو عنصر للقلق، ولكن الذي لا يمكن الاستغناء تحليل دقيق للمسؤوليات وأسباب مطالبتهم. دون هذا يأتي من المثل العليا من الأحزاب اليسارية، ومركز لرجال الأعمال، والحق، والشعوبية ستبقى ظاهرة الواردة عدديا وتقتصر على هامش الحياة السياسية والاجتماعية، تماما كما لن يكون هناك استئناف اليمين المتطرف، وقادرة على التقاط احتياجات الطبقات الأكثر سوءاً ومعالجتها ضد ظاهرة الهجرة في حرب بين الفقراء في صيغة قومية. إن انزعاج واستياء السكان الأوروبيين هو عنصر ملموس أردنا التقليل من شأنه من أجل اتباع السياسات التي عانت من عدم المساواة ولا تزال لا تقدم إجراءات تصحيحية فعالة. إن الافتراض الكامل للمسؤولية مع ما يترتب على ذلك من تنقيح يبدأ ، قبل كل شيء ، من السلوك السياسي ويستثمر منظمات هياكل الأطراف ، بهدف العودة إلى الماضي لمصلحة البعد الإقليمي ، يبدو نقطة البداية التي يجب تؤدي إلى تغيير عميق موجه إلى المشاكل الحقيقية للمواطنين ، في تناقض مفتوح مع البرامج النظرية والابتعاد عن الواقع. بهذه الطريقة فقط يمكن مواجهة حقيقية مع السياسات الشعوبية ، وربما منع مخاطر آثارها.

Le cause politiche del populismo

L’allarme per il pericolo di uno strravolgimento dell’Europa a causa del crescente populismo si fa sempre più netto. La crescita dei movimenti populisti, a cui si affianca quella altrettanto pericolosa dei movimenti di una destra sempre più estrema, contaminata da fascismo e nazismo, sembra essere arrivata come un fattore inaspettato ed inatteso; infatti ne le istituzioni di Bruxelles, ne quelle dei singoli stati e neppure i partiti progressisti, quelli del centro e quelli della destra moderata sono stati capaci di costruire una strategia valida per prevedere, prima, ed affrontare, poi, la deriva populista, con tutto ciò che comporta. Le cause però arrivano da lontano e riguardano per prima cosa lo stravolgimento degli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. La rincorsa all’elettorato di centro, con bisogni anche contrastanti con quelli dei ceti più bassi, disoccupati, operai e impiegati di basso livello, ha spostato l’attenzione da tematiche di grande valenza sociale verso interessi più particolari, che hanno disorientato l’abituale elettorato di quell’area politica. Si è generata una sorta di abbandono politico di vaste aree sociali, che non hanno più visto tutelate le loro istanze ed i loro bisogni, generando un progressivo distacco dalla politica, confluito prima nella pratica dell’astensione e poi nel voto di protesta a favore dei movimenti populisti. Anche coloro che si impegnavano direttamente nella politica attiva hanno lasciato i partiti ed i circoli a causa di un abbandono delle strutture centrali contro il modello del partito diffuso a favore di strutture più leggere ma sempre più distanti dalle periferie; questo distacco ha creato dei dirigenti totalmente inconsapevoli dei reali bisogni della gente, che, nel frattempo, ha dovuto fronteggiare crisi economiche spesso provocate da personaggi che sono diventati contigui ai dirigenti dei partiti progressisti. Non solo, le ricette per rimediare a queste crisi hanno riguardato provvedimenti penalizzanti per i ceti più bassi e ciò ha aumentato il risentimento per il tradimento subito. Anziché preoccuparsi di creare poltiche a favore delle disuguaglianze sociali e per la redistribuzione del reddito i partiti rimasti progressisti soltanto nel nome, hanno attuato provvedimenti economici che hanno aumentato queste diseguaglianze, dannose anche dal punto di vista economico, perchè non hanno mai contribuito a risollevare le economie nazionali con un incremento di spesa, mai arrivato da parte dei ceti ricchi. La lezione inglese, dove il fallimento di Blair, non ha insegnato niente alle forze politiche progressiste, ha determinato l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, mentre sul continente si è arrivati ad una fase dove i maggiori paesi, governati da forze popolari o di sedicente sinistra, eliminavano le conquiste sindacali e riducevano lo stato sociale a favore di banche e finanza, cioè coloro che erano i responsabili materiali delle crisi economiche. Se nei partiti progressisti c’è stata una trasformazione contro natura, nei partiti di centro o della destra classica si è vista una trasformazione altrettanto netta, che ha tradito le politiche di coesione sociale e la meritocrazia a favore di posizioni di convenienza, che sono spesso sfociate in episodi di tecnocrazia a favore di determinati settori sociali, e, che comunque che sono andati, nei risultati, nella stessa direzione dei partiti progressisti. Quindi la presenza preponderante attuale dei movimenti populisti, ai quali si affiancano sempre più quelli di estrema destra, rappresenta un elemento di forte preoccupazione, ma da cui non può prescindere una analisi attenta delle responsabilità e delle cause della loro affermazione. Senza questa deriva dai propri ideali dei partiti di sinistra, centro ed anche destra, il populismo sarebbe rimasto un fenomeno numericamente contenuto e confinato ai margini della vita politica e sociale, così come non ci sarebbe la ripresa dell’estrema destra, abile a captare i bisogni dei ceti più sfortunato e rivolgerli contro i fenomeni migratori in una guerra tra poveri in versione nazionalista. Il disagio ed il malcontento della popolazione europea è un elemento tangibile che si è voluto sottovalutare per percorrere politiche che hanno esaltato la diseguaglianza ed ancora ora non si presentano correttivi efficaci. Una piena assunzione di responsabilità con una conseguente revisione che parta, prima di tutto, dai comportamenti politici e che investa le organizzazioni delle strutture dei partiti, con un’ottica di ritorno al passato per privilegiare la dimensione territoriale, appare il punto di partenza che deve condurre ad un profondo cambiamento orientato ai problemi reali dei cittadini, in aperto contrasto con programmi teorici e distaccati dalla realtà. Solo così si potrà iniziare un confronto reale con le politiche populiste e, forse, scongiurarne la pericolosità dei loro effetti.

L’Arabia Saudita potrebbe condannare a morte una attivista dei diritti umani e solo il Canada la contrasta

Il rischio che una attivista sciita e cittadina dell’Arabia Saudita, sia condannata a morte dal suo paese, soltanto per essere una attivista dei diritti umani, obbliga a riconsiderare la questione dei rapporti tra paesi occidentali e sauditi ed avvalora la posizione del Canada contro Riyad. La tensione tra il governo canadese e quello saudita è ancora in corso, dopo che il governo di Ottawa aveva espresso preoccupazione e rincrescimento contro una campagna di arresti di attivisti sauditi per i diritti umani, operata dal governo del nuovo principe saudita Salman Bin Mohamed. Tra i due paesi la situazione è ancora in stallo, dopo l’espulsione dell’ambasciatore canadaese e della sospensione dei voli della compagnia aerea saudita verso il paese nordamericano. Deve essere ricordato che al Canada non si affiancato alcun paese occidentale in questa battaglia a favore dei diritti e contro il nuovo corso del principe al governo. Nonostante, infatti, alcune concessioni di facciata, come il diritto alle donne di guidare le automobili, la situazione dei diritti nel paese saudita non è cambiata e l’Arabia continua ad essere uno dei paesi più illiberali del mondo, dove non è permessa alcuna forma di manifestazione per raggiungere conquiste sociali; anzi il principe, malgrado la giovane età di appena trentadue anni, continua a perpetrare la politca del regno dove ogni beneficio deve essere percepito come una concessione della famiglia reale. In questo scenario ogni attività in favore dei diritti umani e civili è osteggiata in maniera anche violenta. Il caso della donna, per la quale l’ufficio del Procuratore, oltre la gravità del provvedimento, presenta anche potenziali complicazioni politiche, capaci di incidere anche sugli equilibri regionali. La fede religiosa della donna è infatti sciita: nel paese saudita, a maggioranza sunnita, con la casa reale che si proclama custode dei luoghi santi dell’Islam, gli sciiti sono una minoranza fortemente discriminata nel trattamento sul lavoro e sull’accesso alle forme di welfare presenti nel paese. La discriminazione è dovuta a motivi religiosi, che sono fortemente collegati con quelli politici, da inquadrare nella rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, anche per la supremazia religiosa all’interno della fede islamica. I fatti per i quali si richiede la condanna a morte, risalgono al 2011, quando in concomitanza con la primavera araba, gli sciiti manifestarono contro le discriminazioni della maggioranza sunnita; la colpa della attivista per i diritti umani è stata quella di documentare le violenze con le quali le forze di polizia hanno operato la repressione. Si comprende che la sola celebrazione del processo sarà una fonte di tensione tra Teheran e Riyad, con la prima che già accusa la seconda per i raid operati nello Yemen, contro i combattenti sciiti, che hanno prodotto molte vittime tra i civili, tra cui molti bambini. Ma aldilà delle questioni di politica internazionale, la vicenda dimostra come la posizione del Canada contro l’Arabia sia ampiamente giustificata e pone interrogativi inquietanti sul comportamento degli stati occidentali. Se dagli USA di Trump non si attendono prese di posizione ufficiali, perchè la Casa Bianca ha rinsaldato i legami con le monarchie saudite, ritenendole fondamentali nello scacchiere regionale contro Teheran, quella che più sorprende è la posizione Europea, che continua a restare in silenzio nei confronti del comportamento arabo. Bruxelles dovrebbe sfruttare ogni occasione possibile per smarcarsi da posizione ambigue nei confronti delle violazioni dei diritti per affermarne l’importanza della tutela; questo atteggiamento dovrebbe essere scontato, invece, probabilmente a causa del petrolio e degli investimenti sauditi, l’Unione Europea lascia il Canada in posizione isolata. La questione non è secondaria, perchè ai timori già descritti se ne potrebbero aggiungere altri di opportunità politica consistenti in valutazioni di carattere interno, certamente insufficienti a mantenere l’atteggiamento attuale. Questo silenzio è il segnale del peggioramento delle istituzioni europee, contagiate dai populismi e dai nazionalismi, che restringono la visuale politica a meri obiettivi di carattere nazionale, che non consentono di mantenere ed esprimere la dovuta attenzione sui temi per i quali l’Europa dovrebbe, invece contraddistinguersi ed essere all’avanguardia. Questo livello sempre più basso squalifica sempre di più l’istituzione europea in chi ha riposto la sua fiducia nell’Unione, allontanandola dai suoi cittadini ed avvicinandosi, così agli obiettivi divisivi dei partiti populisti e nazionalisti.

Russia e Turchia alleate obbligate?

Tra la Russia e la Turchia si delinea una alleanza, che, sembra quasi obbligata dai fatti. I due paesi hanno delle analogie nei rapporti con il mondo, che derivano da un isolamento che occorre combattere per necessità. Se dal punto di vista militare e diplomatico le mosse di Putin hanno riportato la Russia, tra i maggiori protagonisti dello scenario internazionale, l’economia di Mosca patisce una regressione dovuta certamente ad una crisi interna, ma che è sopratutto dovuta alla mancata diversificazione dei fattori economici, troppo dipendenti dai prezzi e dall’andamento delle materie prime: l’unico motore economico attuale dell’ex paese sovietico. La Russia paga la scarsa industrializzazione e la debolezza di un settore manifatturiero sui quali non si sono mai intraprese poltiche efficaci. La Turchia sta vivendo una crisi finanziaria, che potrebbe mettere in pericolo il tessuto industriale di un paese capace di crescere molto negli ultimi anni, ma che ha subito consistenti peggioramenti dal punto di vista sociale. La politica estera di Ankara ha dovuto subire delle sconfitte non indifferenti, che vanno dal rifiuto di Bruxelles per l’ingresso nell’Unione Europea, fino alla frustrazione delle mire di Erdogan di ristabilire l’influenza turca sui territori dell’antico impero ottomano. La politica interna liberticida del presidente turco ha provocato una chiusura su se stesso del paese, che ha prodotto attriti e divergenze molto pesanti con l’alleato americano, tanto da provocare in alcuni analisti la domanda se Ankara possa ancora restare all’interno dell’Alleanza Atlantica. In effetti sulla affidabilità di Ankara ci sono molti dubbi, innanzi tutto per la sua politica ambigua nei confronti dello Stato islamico, per le sue relazioni con Assad e per il trattamento riservato ai curdi, naturali alleati di Washington sui campi di battaglia. Se ora il dissidio con gli Stati Uniti riguarda anche argomenti economici, come i dazi imposti da Trump, peraltro coerente con la sua politica economica verso tutti i paesi esteri, ciò appare una naturale evoluzione di un rapporto ormai troppo deteriorato. I rapporti tra Mosca ed Ankara durano da quanta anni, e, sebbene, siano stati sopportati dagli americani, si svolgevano in un quadro dove il governo turco era improntato ai valori delle democrazie occidentali e non al nazionalismo religioso propugnato da Erdogan. Per gli USA la Turchia era necessaria all’interno dell’Alleanza Atlantica perchè rappresentava un paese musulmano moderato, dove la religione era in secondo piano rispetto alla laicità dello stato e ciò era giudicato un fattore determinante in funzione strategica e geopolitica. Anche se Trump sembra vicino, come maniere politiche, a Putin ed a Erdogan, gli Stati Uniti sono dotati di una serie di contrappesi politici, che in Russia ed in Turchia mancano del tutto. Ecco, quindi, che la similitudine tra i due uomini politici, di Mosca ed Ankara, fatta di nazionalismo e voglia di essere protagonisti, sia in ambito interno, che in quello estero, avvicina i due stati. Gli interessi comuni verso la zona euro asiatica, cioè verso gli stati dell’Europa centrale e del medio oriente, per il momento costituiscono un terreno comune, sopratutto in chiave anti Europa ed anti USA; tuttavia proprio questo terreno comune, potrebbe causare dissidi anche profondi tra i due paesi. Per il momento valgono gli aspetti economici, che costituiscono comunque, un ottimo argomento per avvicinare sempre di più i due paesi: la Turchia è infatti, il maggiore importatore di gas russo ed ha recentemente acquistato, infrangendo le direttive di Trump ai paesi alleati, un sofisticato sistema anti missilistico russo. Con la Cina che in politica estera mantiene una autonomia che la rende praticamente inavvicinabile, il contatto tra Turchia e Russia, sembra essere diventato una vera necessità per i due paesi per interrompere un isolamento internazionale dannoso per entrambi. Occorrerà vedere quali saranno i tempi ed i modi di questo avvicinamento progressivo e cosa comporterà sul piano degli equilibri internazionali. Un distacco della Turchia dall’Alleanza Atlantica, ad esempio, potrebbe costringere Trump a rivedere i suoi programmi di disimpegno nel medio oriente, per evitare una preponderanza della presenza di Mosca, presumibilmente rinforzata da Ankara. La situazione è in divenire ma resta molto difficile che l’allontanamento della Turchia dall’occidente non prenda una forma che da ufficiosa possa diventare ufficiale.

Le conseguenze possibili delle sanzioni USA contro la Russia

Ci sono due linee di pensiero ed anche di comportamento negli Stati Uniti nei confronti della Russia. Da una parte la tradizionale avversione, che risale ai tempi della guerra fredda, a causa dell’identificazione del paese russo ancora come rappresentante del comunismo, e, quindi, la negazione dei principi democratici americani, che ne fanno il principale antagonista degli USA. In questa fazione vi sono i democratici ed anche molti repubblicani, che percepiscono il governo di Putin non pienamente democratico e guardano con preoccupazione al crescente nazionalismo favorito da Putin, che ha come obiettivo quello di riportare la Russia al ruolo di grande potenza mondiale. Per raggiungere questo traguardo la Russia è dovuta uscire dallo stato subalterno in politica internazionale, in cui era caduta dopo la caduta del comunismo; per fare ciò Putin è dovuto ricorrere a politiche spregiudicate, spesso in violazione del diritto internazionale ed anche della sovranità nazionale di paesi stranieri. Per attuare queste politiche è stato fatto ricorso all’impiego di forze armate senza insegne, di azioni al limite della guerra tecnologica e di operazioni al fianco di dittatori come accaduto con Assad in Siria. Uno degli obiettivi russi è stato quello di ripristinare l’area di influenza sovietica, provocando l’invasione della Crimea e la questione dell’Ucraina orientale. In un clima internazionale avverso sono state attuate, tramite i mezzi tecnologici più avanzati, campagne per sfavorire gli avversari politici di Putin e, nel contempo, favorire chi, potenzialmente, poteva diventare un alleato di Mosca. Tra gli avversari poltici che Putin ha cercato di screditare vi è l’Unione Europea, vista come il nemico principale all’espansionismo russo e i democratici negli USA, che hanno ostacolato in maniera netta le attività di Mosca fino a quando Obama è stato presidente. Coloro che hanno goduto dei benefici delle campagne informatiche russe, sono stati partiti di estrema destra europei, movimenti contro l’Unione Europea e molto probabilmente lo stesso presidente Trump. Il magnate americano salito alla Casa Bianca contro il volere dei pronostici e la sua cerchia di collaboratori, rappresentato la parte americana favorevole alla Russia, perchè governata da Putin. La vicinanza tra i due leader si è manifestata più volte, sia nei modi che negli obiettivi, che sono quelli di eliminare gli ostacoli internazionali per la gestione del loro potere, in funzione della loro visuale geopolitica. In questa ottica il progetto di indebolire l’Unione Europea, visto da entrambi come il principale competitore, è condiviso in maniera eguale. Tuttavia a causa dell’impiego di armi chimiche, su territori di paesi stranieri, Trump, su indicazione del Dipartimento di Stato, ha dovuto colpire la Russia con delle sanzioni in base ad una legge del 1991, che prevede, tra l’altro, ispezioni dopo 90 giorni da parte di Organizzazioni internazionali per la verifica sulle eventuali scorte di armamenti chimici: nel caso la Russia dovesse rifiutarsi di essere sottoposta a queste ispezioni, le sanzioni aumenterebbero. Risulta facile prevedere che Mosca non si adeguerà a queste disposizioni e la tensione trai due paesi non potrà che aumentare. Trump, in questa partita, ha contro quasi tutto il suo partito e non può, quindi, sperare che il Congresso lo segua sulle sue intenzioni di migliorare i rapporti con il Cremlino, che, al contrario, sono destinati a peggiorare. Su questa frattura tra il presidente ed il suo partito, ma anche con le istituzioni americane, che percepiscono sempre la Russia come un avversario, può giocarsi una partita, tutta interna al paese americano, che può decidere il futuro di Trump come uomo politico. Sembra facile prevedere una accelerazione delle inchieste sulla elezione a presidente, favorita proprio dal rapporto con i russi, che, anche se non si concludesse con sfavore per Trump, potrebbe peggiorarne in maniera sostanziale la credibilità. Bisogna ricordare che se Trump gode del favore delle masse, sopratutto negli USA più interni, il rapporto con la società politica ed in generale con chi occupa i posti più importanti dell’amministrazione è sempre più problematico, nonostante le sostituzioni operate dalla Casa Bianca nelle postazioni al vertice. La questione delle sanzioni alla Russia diventa così cruciale per Trump, che pare essere stato colto di sorpresa da questa iniziativa ed impreparato a fronteggiarla.

I paesi nordafricani rifiutano i centri di accoglienza sui loro territori

La decisione approvata lo scorso 28 giugno, dall’Unione Europea circa la costruzione di campi di accoglienza per migranti fuori dai propri confini, si è subito rivelata una soluzione avventata, perchè non ha tenuto conto della volontà dei paesi nord africani, dove Bruxelles intendeva costruire le strutture di ricovero, per impedire l’emigrazione non autorizzata sul vecchio continente. Nelle intenzioni europee i paesi della fascia costiera meridionale del Mediterraneo dovevano diventare una zona di attesa autorizzata per i migranti, in attesa che venissero valutate le richiestedi ingresso. Le intenzioni dichiarate erano quelle di evitare le stragi del mare e le questioni con le Organizzzioni non geverantice, impegnate nel salvataggio dei profughi e dei relativi sbarchi, quasi tutti in porti italiani. La decisione presa dai paesi europei era, però, sbagliata in partenza in quanto non aveva contemplato una consultazione preventiva dei paesi che dovevano ospitare le strutture di accoglienza. Tale modalità ha rivelato una scelta approssimata e destinata ad un sicuro fallimento, come poi si è puntualmente verificato. Probabilmente la vera intenzione è stata quella di costruire un alibi nei confronti del paese italiano per continuare a lasciare a Roma la gestione dei flussi migratori. Occorre però specificare che spesso i punti di partenza delle rotte nautiche verso l’Italia sono appartenenti a stati nord africani che hanno rifiutato la proposta europea; spesso il controllo delle coste non è assicurato dagli organismi statali di questi paesi, che di fatto favoriscono i traffici umani e le rischise traversate verso le acque italiane. La risposta dei paesi della fascia costiera mediterranea meridionale è stata compatta nel rifiutare i centri di accoglienza, ma questa decisione pone degli interrogativi sugli effettivi controlli che esercitano alle loro frontiere. Per partire dalle coste mediterranee, infatti i migranti devono attraversare i confini ed il relativo territorio degli stati che rifiutano la collaborazione con l’Europa. Se, da un lato, la gestione delle frontiere è complessa, dall’altro sembra essere presente una sorta di volontarietà nel permettere il traffico e la partenza dei migranti, in questo caso il dubbio dell’uso di uno strumento di pressione verso l’Europa non sembra essere del tutto impossibile. I motivi del rifiuto, che resta, peraltro, molto comprensibile, sono generalmente simili per tutti i paesi nord africani: la percezione dei centri di accoglienza è quella di campi di internamento, ai quali sia le classi politiche che quelle sociali sono fermamente contrarie. Anche in paesi come la Tunisia, che dal punto di vista del processo democratico è una dei più avanzati e che, quindi, presenterebbe delle caratteristiche specifiche, il timore che si ripeta la situazione patita durante il conflitto libico, per di più in un contesto economico depresso, è motivo ulteriore di rifiuto della soluzione proposta da Bruxelles. Per l’Egitto la questione del rifiuto sembra essere quella organizzativa, perchè il paese delle piramidi patisce una situazione già molto pesante in termini di accoglienza di profughi provenienti da ben cinquantotto nazioni differenti. Algeria e Marocco si dicono in disaccordo con questa soluzione, ma con questi stati occorrerebbe stringere accordi sui migranti provenienti proprio da questi paesi, che contribuiscono ad aumentare il numero dei migranti. Infine con la Libia non sembra possibile neppure prefigurare un accordo, per il trattamento risetrvato ai migranti, spesso tenuti in condizioni inumane e venduti come schiavi. Tenere centrale la trattativa con la Libia appare controproducente, perchè i rappresentanti dei due governi libici sembrano attuare la strategia di Gheddafi, che regolava il flusso dei migranti in base alle propria esigenze, instaurando un regime di ricatti, il cui soggetto maggiormente interessato era l’Italia. Gli attuali esecutivi libici sembrano tenere una doppia condotta, che può essere conseguenza della divisione del paese, ma anche della limitata capacità di gestione dei flussi migratori, a cui deve essere aggiunta anche un certo calcolo nell’usare lo strumento di pressione delle partenze dei migranti. L’Europa, dopo avere tanto elaborato una soluzione così inutile, deve trovare ancora nuove soluzioni al problema migratorio e deve trovarle necessariamente al proprio interno, senza contare su collaborazioni esterne o su modelli, come quello basato sulla collaborazione con la Turchia, inapplicabili nei paesi nord africani. Le uniche soluzioni possibili sono quelle della revisione del trattato di Dublino e l’obbligatorietà delle quote, con la previsione di forti sanzioni per chi non le accetta.

La volontà di Vienna di concedere la cittadinanza a italiani di lingua tedesca è un tranello per l’Europa

La volontà dell’attuale governo austriaco, che tra poco ricoprirà la ciarica di presidenza di turno dell’Unione, di dare il passaporto di Vienna ai cittadini italiani dell’Alto Adige, di sola lingua tedesca e ladina, apre un nuovo fronte all’interno dell’Europa. La questione si inquadra come una violazione dei rapporti tra i due stati e tra l’Austria e l’Unione Europea, perchè si configura come un duplice tentativo di destabilizzare gli equilibri interni del paese italiano ed anche di creare un precedente all’interno dell’Unione, in grado di portare ulteriori elementi di divisione in un momento di difficoltà come quello attuale. Partiamo dalla questione con Roma: l’Alto Adige è una provincia autonoma italiana, che gode di una serie di vantaggi fiscali dovuti alla sua particolare posizione geografica, come regione di confine, ed alla sua composizione etnica, che comprende le minoranze tedesche, in realtà maggioranza in Alto Adige, quella ladina e la comunità italiana. Si tratta quindi di un territorio che fa parte dello stato italiano e che ne ricade sotto la sua completa sovranità. Il fatto, che su questa zona sia presente una comunità molto affine al paese austriaco non permette il diritto a Vienna di interferire nella vita politica di un paese straniero per conferire la doppia cittadinanza alla popolazione di lingua tedesca. La distinzione con i cittadini di lingua e di origine italiana rappresenta un segnale inequivocabile della volontà di creare un caso politico in grado di generare delle tensioni, potenzialmente anche gravi, in una parte della nazione italiana ed è, quindi, una invasione illegittima della sovranità di Roma. La cosa singolare è che questa provocazione arriva dalla forza politica che è al governo a Vienna e che è molto vicino alle posizioni del partito della Lega, che è una parte importante dell’attuale governo italiano. I due movimenti, che appartengono alla destra populista ed anti europa, si sono trovati d’accordo su molte questioni di carattere internazionale, come il rifiuto dei migranti, un aspetto che avrebbe dovuto mettere contro le due formazioni politiche, per il rifiuto di Vienna di aderire alla divisione delle quote dei migranti. Malgrado esercizi di equilibrismo politico l’Italia non è riuscita ad imporsi sull’Austria e sul gruppo di Visegrad, e non è ancora riuscita a convincere i partner europei ad ottenere aiuti per la gestione delle immigrazioni. Sarà interessante verificare come reagirà il governo italiano alla provocazione austriaca, una manovra che potrebbe anche prevedere il ritiro della rappresentanza diplomatica e la chiusura delle frontiere. Pur trattandosi di possibilità ancora remote occorrerà vedere a quale livello arriverà lo scontro. In Europa la questione potrebbe avere ripercussioni indirette per le relazioni tra i due paesi, ma le difficoltà maggiori potrebbero verificarsi se si creasse un precedente di questa pratica: se, cioè, un paese volesse concedere la propria cittadinanza ad un gruppo etnico ad esso affine, facente parte di un’altra nazione. Casi del genere sono molto frequenti sulle zone di confine tra gli stati europei ed i conflitti diplomatici che potrebbero nascere potrebbero mettere in grande difficoltà l’attuale fragile unione su cui si basa l’Europa. Può essere un progetto voluto ed attuato con l’intenzione di creare una sorta di confusione generale per destabilizzare l’Europa? Il sospetto è legittimo, intanto perchè viene proprio da una formazione anti europea e poi perchè viene messo in atto proprio in una fase storica di grande sfiducia verso Bruxelles. Una reazione a catena derivante da questa tattica potrebbe creare la sospensione o addirittura la fine del trattato di libera circolazione in Europa ed uno stato di tensione permanente tra le nazioni, che sarebbero anche in difficoltà nel loro interno a gestire il risentimento verso quei gruppi etnici di minoranza attratti dalla prospettiva di ottenere la doppia cittadinanza. Inoltre la casualità che l’Austria sia il presidente di turno dell’Unione Europa costituisce un elemento in più per avvalorare la tesi di una manovra voluta proprio in questo momento storico. Ancora una volta sarebbe necessario potere disporre per l’Europa di strumenti sanzionatori, anche pesanti, contro quei membri che non non condividono lo spirito europeo ma sfruttano solo i vantaggi, sopratutto economici, per avere aderito a Bruxelles. Risulta sempre più urgente una capacità di reazione contro queste emergenze, che sappia tutelare in maniera efficace le istituzioni europee e la vita pacifica dell’Unione, contro provocazioni sempre più pesanti.

L’Europa sviluppa strategie economiche alternative agli USA

Contro l’invadenza del presidente degli Stati Uniti, l’Europa oppone, per ora, una strategia di accordi commerciali: una risposta soltanto in parte politica, che rientra nel maggiore spazio di manovra, quello economico, a disposizione di Bruxelles. Certo accordarsi con la Cina, il principale avversario economico, degli USA, rappresenta anche un atto politico, che riveste un signficato di avversione alla politica di Washington. Tuttavia i nuovi accordi commerciali con la Cina appaiono una scelta obbligata per preservare i vantaggi economici che la guerra commerciale di Trump rischia di ridurre. Certamente l’accordo con Pechino è in nome del libero scambio e della globalizzazione ed avviene sulla base della filosofia dei rapporti multilaterali, in netta antitesi alle misure protezionistiche del paese nord americano; ma la natura dell’accordo è anche dubbia perchè viene stipulato tra due soggetti con visioni profondamente diverse sui diritti ed anche sbilanciato sul piano dei costi e delle garanzie dei rispettivi lavoratori. Il fattore più importante resta il mercato, che con il suo volume di scambio tra Europa e Cina assicura il valore di un miliardo e mezzo di merci scambiate tra le due parti. Questo dato è il più eloquente per trovare una sorta di giustificazione per il rapporto con la Cina: continuare ad assicurare un livello produttivo che poteva essere ridotto dai dazi che Trump vuole applicare sui prodotti europei. Se, da un lato, si può comprendere la volontà di assicurare alle aziende europee uno sbocco per le loro produzioni, occorre anche valutare se la Cina può essere solo un partner economico o, attraverso questo rapporto non voglia essere sempre più influente in Europa. Questo pericolo è tale perchè la rilevanza politica europea è ancora troppo limitata dallo spazio di manovra che i suoi membri non riescono a concedergli; deve essere ben presente che una maggiore integrazione politica, con un peso specifico istituzionale centrale sostenuto dagli stati membri garantisce alle istituzioni centrali una maggiore capacità di contrattazione e di risposta alle sollecitazioni politiche provenienti dall’esterno. D’altronde è necessaria anche una salvaguardia dell’Unione dagli attacchi esterni di personaggi come Trump, ma anche come Putin, che puntano ad una divisione dell’Europa per trarre maggiore vantaggio in trattative economiche e politiche, oltre ad avere avversari più piccoli e frammentati rispetto ad un soggetto unitario. La minaccia proviene anche da un fronte che si può definire interno con i partiti a favore della sovranità nazionale, più vicini a Trump e, quindi, ostili ad accordi con la Cina. Il pericolo concreto è che l’avvicinamento alla Cina diventi un ulteriore argomento di divisione dentro l’Unione, un ulteriore fattore di destabilizzazione in grado di compromettere l’attuale fragile equilibrio. Tuttavia la necessità di mantenere il livello economico attuale potrà mitigare, almeno sul breve periodo tutti i dubbi dell’avvicinamento alla Cina. Una soluzione può essere quella di sfruttare questo periodo per aprire delle trattative con Pechino sul tema dei diritti umani, includendoli negli accordi commerciali. Bruxelles può partire comunque dalla visione comune con la Cina sul tema del riscaldamento globale e della lotta all’inquinamento, riguardo alle quali le posizioni europee sono vicine a quelle cinesi e sempre più lontane da quelle degli Stati Uniti di Trump. Nel frattempo, sul fronte commerciale, l’Europa guarda sempre ad oriente ma con un soggetto, quale il Giappone, con il quale ha maggiori similitudini. Dopo quattro anni di trattative, l’accordo tra Europa e Giappone è stato sbloccato dalle tendenze isolazionistiche americane; i due soggetti hanno firmato un accordo che è stato definito il maggiore mai stipulato tra le due aree e che prevede il libero scambio, eliminando le barriere tariffarie nei settori delle automobili, ed in quelli agricolo ed alimentare, oltre la sottoscrizione di diverse politiche comuni riguardanti temi sia regionali, che multilaterali. Si tratta di segnali inequivocabili che gli alleati degli Stati Uniti stanno elaborando e sviluppando strategie alternative che prevedono l’assenza di Washington dai loro tavoli di trattative e, che segnano un cambiamento radicale della politica internazionale che riguarda i paesi occidentali.

L’Austria propone la costruzione di centri per l’espulsione fuori dall’Europa

L’Austria, il paese in carica nella presidenza di turno dell’Unione Europea, propone la creazione di centri di espulsione per i migranti furoi dal territori europeo. La proposta mira ad aggregare i governi europei di destra e sempre più intolleranti verso il fenomeno delle migrazioni, superando i conflitti generati dalle disposizioni europee circa la divisione dei profughi ed il sistema della prima accoglienza, che riguarda i paesi del sud, che genera la cosidetta emigrazione secondaria verso i paesi che non si affacciano sul Mediterraneo, causa di forti dispute tra i paesi membri europei. Si tratta di una soluzione chiaramente proveniente da destra che cerca di risolvere il problema con la sua quasi totale cancellazione. In pratica dovrebbero essere creati dei centri di espulsione fuori dal territorio europeo dove mandare i migranti senza i requisiti per restare in Europa. La scusa per giustificare una tale soluzione è la lotta alla tratta degli esseri umani, tuttavia al netto dell’ipocrisia della proposta austriaca, la sua fattibilità appare problematica, sia relativamente al diritto comunitario, che alla disponibilità di trovare soluzioni pratica con la collaborazione di altri stati. Certamente c’è la via dei finanziamenti verso quelle nazioni che potrebbero dichiararsi disponibili ad una tale collaborazione, in parte l’esperienza con la Turchia ha insegnato molto, ma gli aspetti da valutare sembrano molteplici: dalla effettiva disponibilità da parte di stati esteri a costruire questi centri di espulsione, alle condizioni di questi campi, sia igieniche, che sanitarie, al trattamento dei migranti espulsi in questi siti fino al momento successivo dopo questa fase di espulsione, che dovrebbe prevedere il rimpatrio nei luoghi di origine: certamente una serie di procedure complicate, di difficile accertamento e che non impediscono ai migranti espulsi di ritentare un nuovo ingresso in Europa. Una soluzione che sembra ancora più difficile di una gestione alternativa. Per l’Austria l’unica preoccupazione è quella di evitare ufficialmente la presenza dei migranti sul suolo europeo per evitare i contrasti tra gli stati membri. Ma questa soluzione ha proprio come controindicazione e principale ostacolo l’incapacità di arrestare i flussi migratori dei disperati che hanno come motivazione la guerra, le carestie e le violenze presenti nei loro paesi. Non sembra possibile fermare chi lascia la propria nazione per tali motivazioni e la conseguenza più immediata sarà di nuovo lasciare i paesi costieri la gestione delle immigrazioni. Il ministro dell’interni italiano, che sembra gradire la soluzione austriaca, dimostrerebbe poca lungimiranza nell’appoggiare questa metodologia di gestione, che lascerebbe ancora una volta Roma da sola di fronte al fenomeno migratorio. Alla base di questa soluzione, poi, vi è anche il criterio dei limiti di capacità di integrazione dei migranti negli stati, basato sul fatto che non tutti i migranti avrebbero la medesima capacità di integrazione nelle società occidentali, per l’Austria occorre valutare il livello di pace sociale e l’adattabilità ai valori europei, sulla base della provenienza dei migranti; questo criterio appare in contrasto con la legislazione comunitaria che non discrimina, sulla base dell’identità del migrante, la possibilità di restare nell’Unione. Queste motivazioni sembrano smentire la giustificazione della lotta alla tratta degli esseri umani, perchè evidenziano una volontà di chiusura ad altre culture, pensata in maniera totale, senza neppure il filtro delle motivazioni umanitarie. Per quanto riguarda l’Europa una tale soluzione esporrebbe ulteriormente al pericolo di una decadenza del trattato di Schengen, con la conseguenza dell’allontanamento dalle ragioni fondative dell’Unione. Il tema migratorio si pone ancora una volta come limite all’idea stessa di Europa come è stato inteso fino ad ora, minacciando di stravolgere l’impianto europeo con pericolose conseguenze che vanno molto aldilà dei problemi migratori, spesso sempre più usati come mezzo per imporre una nuova visione attraverso la quale screditare le regole europee in vigore. Ma pensare soluzioni inattuabili, sia dal punto di vista pratico, che legale, e senza alcuna speranza di produrre reali risultati capaci di attenuare in modo efficace il fenomeno migratorio, perchè non ne risolvono le cause ma soltanto gli effetti, è indice di scarsa attitudine al governo ed è espressione di una classe politica miope e di basso livello, capace, e soltanto in parte, di guardare poco distante nel tempo e nello spazio.

La questione dei migranti è strumentale per indebolire l’Unione Europea

Dunque il ritorno della volontà di affermare la propria sovranità nazionale contro l’unità europea ha messo in risalto come i partiti di destra al governo in Europa, siano, a parole, in accordo, ma quando si arriva al momento di trovare soluzioni pratiche si evidenzia la profonda contrarietà a causa dei rispettivi obiettivi, in contrasto reciproco.  D’altra parte gli interessi italiani non possono essere gli stessi di Austria o Germania o dei paesi del blocco di Visegrad; il problema dell’emigrazione primaria, quella di chi arriva per la prima volta sul suolo europeo, è in aperto contrasto con gli interessi di chi non vuole l’emigrazione secondaria, quella che avviene tra gli stati dell’Unione. Il peso politico dei partiti di destra ha determinato una minore flessibilità nei rapporti tra gli stati circa il problema migratorio, instaurando una rigidità dei rispettivi atteggiamenti a causa del prevalere degli interessi particolari su quelli generali. La grande responsabilità di questa situazione si può imputare all’attegiamento passivo di Bruxelles nei confronti degli stati dell’Europa dell’est, che hanno rifiutato la divisione dei migranti senza alcuna sanzione; insieme a questo aspetto deve essere riconosciuto anche un approccio troppo accondiscendente della Germania, quale paese europeo più importante, che non ha preso una posizione più ferma contro i paesi di Visegrad, forse per tutelare i propri interessi economici. Deve essere anche detto che il comportamento italiano dei precedenti governi, pur in una linea di aiuto e sostegno ai migranti, non è mai stato troppo fermo con l’Europa, preferendo, talvolta, lasciare ai profughi via libera negli altri paesi europei. Tuttavia quello che le istituzioni centrali non sembrano avere capito è che l’immigrazione, pur essendo un problema reale, è il mezzo con il quale i movimenti populisti ed anti europei usano per screditare Bruxelles. In effetti il fenomeno è numericamente ancora contenuto, sopratutto se paragonato alle quantità di profughi ospitati in altri paesi del mondo. La sensazione è che si vogliano esasperare le situazioni interne, un esempio su tutti quello della Baviera, per costringere i governi, anche quelli che non sono di destra, a rinchiudersi su se stessi ed elaborare forme di rivalsa sul paese vicino. La situazione tra Germania ed Austria esplica bene questo scenario, che può coinvolgere direttamente l’Italia. Se prima si trattava di un conflitto essenzialmente tra i paesi dell’Europa dell’est e gli altri membri europei, ora la sensazione è che si vada tutti contro tutti, con il concreto pericolo di riportare l’Unione ad una situazione più indietro nel tempo; infatti se si dovesse arrivare alla chiusura della libera circolazione, ed è un pericolo concreto, verrebbe meno una condizione che è ritenuta essenziale per l’unità europea. Non si può fare a meno di pensare che si arrivi a questa eventualità in maniera non casuale ma studiata in maniera scientifica per indebolire l’Europa. Del resto le destre europee auspicano una minore presenza europea nella politica interna degli stati, proprio per riprendersi un maggiore spazio di manovra legislativa e di governo e ciò non è un mistero ma rientra nei loro programmi e proclami elettorali. In questo momento fortemente critico per l’unità europea, Bruxelles dovrebbe assumersi le proprie responsabilità circa i motivi che hanno portato al governo le formazioni populiste e mettere in pratica dei provvedimenti per sanare i precedenti indirizzi politici, cominciando ad allentare i vincoli di bilancio, sanzionando chi non rispetta le direttive comunitarie e pensando politiche che non penalizzino i membri meridionali dell’Europa. In questa fase sarebbe importante che le istituzioni centrali esercitassero un ruolo efficace di mediazione tra gli stati, cercando delle occasioni dove diventare protagoniste e ritrovare quella rilevanza ed autorevolezza perdute. Questo anche perchè, ancora una volta la sensazione è che Bruxelles abbia un atteggiamento di immobilismo che pare assecondare gli i nteressi statali anziché quelli europei ed in questo modo viene facilitata l’erosione di potere dell’Unione. La questione di migranti appare ancora più strumentale se si pensa alla mole di reazioni che ha scatenato, notevolmente inferiore rispetto a quanto sollevato per le decisioni economiche, che hanno avuto un impatto ben più grande sulla vita dei cittadini e delle nazioni europee. In questo momento storico, quindi soltanto le istituzioni europee possono salvare se stesse dimostrando concretamente tutto il loro peso specifico per il continente.