La Russia ritira le truppe dalla Siria

Prima della programmata visita in Egitto, il presidente russo Putin ha effettuato una visita a sorpresa in Siria, dove ha annunciato il ritiro della maggior parte degli effettivi militari di Mosca presenti nel paese siriano. Per la Russia l’operazione siriana, in appoggio ad Assad è virtualmente conclusa con il mantenimento al potere del governo di Damasco e con la sconfitta dei quelli che sono stati definiti i più potenti gruppi terroristici militari internazionali. Se Mosca ritira la gran parte delle sue truppe significa che ritiene che il pericolo di una deposizione di Assad sia stato scongiurato e che le milizie del califfato, ma anche quelle di Al Qaeda, cioè l’espressione del terrorismo sunnita, siano state sconfitte, così come sembra ormai essere certo anche in Iraq, dopo il governo locale ha dato l’annuncio formale della sconfitta dello Stato islamico. Per quanto riguarda il regime di Damasco, la sovranità che ora esercita non è identica a quella precedente all’inizio della guerra civile, tuttavia le parti più importanti del paese restano sotto il controllo di Assad, mentre sono presenti ancora alcuni territori, di minore valore, in mano all’opposizione democratica, cioè quella appoggiata da Washington e la parte curda al confine con la Turchia, che resta sotto il controllo delle forze curde. Se, dunque, Assad ha mantenuto la leadership della Siria, la sua amministrazione appare ora sotto il diretto controllo dei russi ed in modo più discreto degli iraniani, che continuano a mantenere un atteggiamento riservato in pubblico. La decisione di Mosca potrebbe rappresentare il significato della possibile partenza di una fase negoziale per il futuro del paese siriano, dove la presenza massiccia di una forza armata straniera, schierata in modo così chiaro, potrebbe essere troppo ingombrante, sia per Damasco, che per la stessa Russia; d’altra parte il Cremlino ha evidenziato che nel paese siriano resterà comunque un contingente ridotto e he il ritiro non significa un disimpegno contro il terrorismo, dato che Mosca è pronta ad intervenire ancora in forze, nel caso la situazione dovesse di nuovo presentare forze terroristiche in Siria. Ma tra le ragioni del ritiro, arrivato in modo quasi improvviso, potrebbero esserci anche motivazioni legate allo scontro, di matrice politica, che si sta delineando nella controversia tutta interna alla religione islamica ed ai recenti sviluppi nella regione mediorientale, conseguenti alla alla decisione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme e quindi di riconoscere la città come capitale israeliana. Sullo sfondo di questo scontro si sarebbero delineati due blocchi contrapposti formati, da una parte, da USA, Israele ed Arabia Saudita e, dall’altra, da Russia, Iran e Turchia. Mosca, con il ritiro delle sue truppe dalla Siria, potrebbe puntare ad avere una posizione più rilevante, dal punto di vista diplomatico, nel confronto, senza potere essere attaccata per una presenza militare massiccia nella regione. Putin ha dato, più volte, prova di azzeccare le mosse più giuste ed in questo momento il Cremlino valuta in senso più positivo, un approccio alla questione più soft. La Russia, che è al fianco dell’Iran, vuole assumere una posizione più moderata, per bilanciare la durezza di Teheran contro gli USA, Israele ed il nemico storico rappresentanto dall’Arabia Saudita. Passato il momento dell’intervento, ora Putin giudica più redditizio assumere una via diplomatica, che non può essere influenzata in modo negativo da una continua manifestazione di forza. Il blocco che è contro il trasferimento dell’ambasciata USA, può contare sulla posizione contraria dell’Europa, una convergenza da cui Mosca può trarre vantaggio nel dualismo che la vede impegnata con gli USA. La posizione dei paesi europei più influenti, già da tempo schierati contro l’espansionismo israeliano nelle colonie, si è rafforzata contro la manovra americana, fatta in omaggio e con l’appoggio del paese israeliano. Questo stato di stress della questione israeliano palestinese potrebbe portare all’apertura di nuovi negoziati, nei quali gli USA perderebbero il loro peso specifico per il possible disconoscimento della dirigenza palestinese, proprio a seguito della decisione di portare l’ambasciata americana a Gerusalemme. In questo caso Putin potrebbe accreditarsi, magari con l’Europa o solo con qualche stato europeo, come nuovo garante dei negoziati.

La crisi politica tedesca si ripercuote in Europa

La crisi politica tedesca avrà inevitabili ripercussioni in Europa, qualsiasi sarà la soluzione che si concretizzerà a Berlino, tranne, forse, una riedizione della grande coalizione, per la quale sono, però, essenziali i socialisti, al momento indisponibili. La questione centrale resta sempre il futuro di Angela Merkel, ma ormai la cancelliera da sola non sembra assicurare quella stabilità a cui il paese tedesco è abituato da anni. La stasi post elettorale presenta una situazione molto incerta, su cui esiste sempre la minaccia di nuove elezioni. Per Bruxelles gli scenari che si aprono sono, fondamentalmente, tre. Nel primo caso il partito del rigore ha la meglio e per l’Unione significa rivedere le politiche di espansione finanziaria e tornare nel tunnel della recessione; politicamente ciò significherebbe un incremento nel gradimento dei partiti e movimenti contro l’Europa, capace di mettere fortemente a rischio il progetto europeo per una crisi totale di fiducia nei ceti sociali a causa delle politiche che, verosimilmente, Bruxelles sarebbe costretta ad imporre agli stati nazionali. La seconda opzione possibile è contraria alla prima, ma anche meno probabile; in questo caso avrebbero la meglio le forze anche in Germania contrarie al rigore e ciò potrebbe favorire una fase continentale segnata da una espansione economica, con riflessi possibili sull’inflazione, che potrebbe avere valori in aumento. Questo scenario è fortemente avversato dai settori della finanza, del credito e dell’industria della Germania e potrebbe essere sopportato soltanto con la Merkel come garante. Il terzo scenario ricalca il recente passato politico tedesco: contempla, cioè, la possibilità di ricreare la grande coalizione. In questo momento appare l’ipotesi meno probabile perchè i socialisti, fin dalla campagna elettorale, hanno rifiutato questa possibilità; tuttavia se si vuole evitare nuove elezioni, con risultati per ora totalmente imprevisti, questa opzione potrebbe consentire di evitare una pericolosa deriva politica a destra e, sopratutto, portare avanti una, seppur timida, politica finanziaria in campo europeo, in grado di continuare il trend di crescita attuale. Evitare nuove elezioni potrebbe anche cancellare la possibilità di una sconfitta della Merkel, che ne determinerebbe l’uscita dalla scena politica. Certo esiste anche la possbilità che il responso delle urne, con nuove elezioni, ribalti il risultato precedente del partito socialista e ne decreti la vittoria , ma correre un azzardo del genere sarebbe da irresponsabili. Per quanto sgradita possa essere stata la Merkel, con la sua imposizione, talvolta ottusa, della rigidità di bilancio, che ha contratto le economie europee (esclusa quella tedesca), è anche vero che senza la sua mediazione non si sarebbe potuta ottenere l’attuale politica monetaria, che ha invertito, sebbene di non molto, la tendenza della recessione. Per l’Europa è importante non cambiare questa direzione di sviluppo, non solo per evidenti motivazioni di crescita, ma anche a temi politici, che a quelli economici sono intimamente connessi. Le sfide che l’Unione ha davanti richiedono una unità di intenti, che non deve subire alterazioni e, quindi, i fragili equilibri su cui si basano i legami tra i maggiori stati non devono essere compromessi. Le intenzioni della creazione di una difesa comune europea, un bilancio comune della zona euro, una politica migratoria complessiva, la collaborazione contro il terrorismo ed uno sviluppo sostenibile (nel quale rientra la lotta all’inquinamento), sono diventati i temi ormai essenziali per rispondere alle sfide mondiali e della globalizzazione, verso le quali l’Europa è ancora in ritardo. Il problema attuale è che se lo stato principale, la Germania, risulta bloccata da un esito elettorale incerto, la situazione si riflette inevitabilmente sulle istituzioni europee ed anche sugli altri ventisei paesi. Questo esempio pratico ci dice chiaramente che gli stati nazionali dovrebbero diminuire la loro importanza nell’Unione, attraverso la cessione di quote consistenti di sovranità, in favore, però di una Europa che sia effettivamente al servizio dei popoli e della collettività e non, come il sentire comune ci trasmette, soltanto delle grandi istituzioni finanziarie. Alla fine, nonostante tutto, almeno in questa fase, la presenza della Merkel rappresenta ancora una grande garanzia e non è soltanto il meno peggio (anche se ci sarebbe bisogno di molto meglio).

L’Europa vuole intraprendere un ruolo più determinante contro l’inquinamento

Il futuro del pianeta è legato intimamente alla questione climatica ed al riscaldamento globale: i segnali che la Terra manda sono preoccupanti a causa dell’innalzamento delle rilevazioni della temperatura, causate dall’effetto serra. Malgrado le prove evidenti di questo peggioramento cliamtico gli Stati Uniti di Trump si sono ritirati dall’accordo di Parigi sul clima, per rincorrere un risultato economico migliore sul breve periodo. La Casa Bianca ha prodotto delle prove più che dubbie sulla bontà della propria scelta, ma l’impatto, anche morale, della mancata partecipazione americana al miglioramento climatico, rischiano di avere effetti negativi non solo a lungo termine ma anche nel medio periodo. La consapevolezza di questa situazione deve portare l’Europa a recitare un ruolo da protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici, proprio in sostituzione degli Stati Uniti. Il summit di Bonn sul clima ha evidenziato questa necessità, unita al fatto che occorre esercitare una pressione ancora maggiore sul paese statunitense affinché cambi la propria politica sull’inquinamento e sostenere tutte quelle amministrazioni non federali, ma statali o comunali, anche molto importanti come NewYork, che sono contrarie alla politica di Trump sul tema ambientale. La speranza è che questi soggetti istituzionali statunitensi decidano di attuare una produzione energetica mediante fonti rinnovabili, che riducano il loro valore di emissioni di anidride carbonica, in modo da compensare l’aumento che si registrerà a livello federale. La previsione complessiva delle emissioni di anidride carbonica per il 2017 è comunque negativa, perchè è destinata a salire ancora e compromettere ancora di più la situazione generale del clima del pianeta. Il consumo energetico dei paesi in via di industrializzazione o che necessitano di volumi di produzione sempre maggiori di merci, è ancora troppo legata a materie prime che devono essere a basso costo, come il carbone, proprio per contenere i costi della produzione. In Europa si pensa di seguire l’esempio inglese, dove l’aumento del costo del carbone per tonnellata ha provocato la chiusura delle centrali elettriche che usano questo combustibile per la produzione di energia elettrica, determinando un abbassamento delle emissioni. La Francia dovrebbe seguire questo metodo, anche per rispettare l’impegno del governo di Parigi, che è quello di chiudere le centrali a carbone sul suolo francese entro il 2021. La Germania, l’altro grande consumatore di carbone, ha riconosciuto le proprie difficoltà nella riduzione dell’effetto serra, come ha anche ribadito il commissario europeo per il clima e l’ambiente, che in un rapporto ha evidenziato come sette paesi europei siano ancora indietro nella diminuzione delle emissioni di anidride carbonica e che, proprio fra questi, la Germania resti ancora la nazione che emette più gas serra tra i paesi dell’intera Unione. La posizione tedesca è molto rilevante, giacché Berlino si vuole imporre come leader mondiale nella lotta all’inquinamento, ma nella pratica non riesce a risolvere la propria situazione, risultando così poco credibile. Se l’Europa vuole esercitare un ruolo da protagonista nella lotta all’inquinamento si dovrà presentare con dati confortanti di fronte al resto del mondo, valori conseguiti con formule e provvedimenti chiari e sostenibili per l’economia ed, almeno, in parte replicabili in altre zone del pianeta; dopo il vecchio continente si potrà fare promotore di politiche a più ampio raggio, come il finanziamento degli stati più poveri che si sono avviati ad una industrializzazione più tardi e che per colmare la distanza dai paesi con una industrializzazione di più vecchia data, usano materie prime energetiche più inquinanti. Se gli USA prendono le distanze dalla volontà di ridurre l’inquinamento occorre incrementare la collaborazione con la Cina e spingerla verso un consumo di inquinanti più ridotto, perchè senza Pechino non è ragionevole sperare di avere risultati. Se Washington sarà sempre più isolata su questo tema è possibile che ci sia una inversione di tendenza. In ogni caso per l’Europa impegnarsi in prima persona diventà una prova deterinate per aumentare il proprio prestigio internazionale in modo pratico e non solo nominale.

Otto paesi europei chiedono ad Israele il risarcimento per la confisca di aiuti in Cisgiordania

Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Spagna e Svezia hanno presentato una richiesta di risarcimento ad Israele perchè Tel Aviv ha confiscato ed effettuato demolizioni ai danni di un consorzio di aiuti umanitari in Cisgiordania. Si tratta di una richiesta che non ha precedenti ed il cui valore politico oltrepassa senz’altro quello economico. Ha provocare la richiesta congiunte è stata la distruzione e requisizione di prefabbricati e pannelli solari, effettuata da parte delle forze di sicurezza israeliane; questi materiali dovevano essere impiegati per scuole arabe, situate in una parte di territorio abitata da popolazioni di origine beduina. In quest’area, occupata per il 60% dagli israeliani, la popolazione araba non è collegata alla rete elettrica per volontà di Tel Aviv e l’uso dei pannelli solari può compensare, almeno in parte, l’isolamento elettrico. Si ritiene che il provvedimento di distruzione e confisca di Israele, rientri nella volontà del governo di Tel Aviv di favorire nuovi insediamenti di colonie nella zona, con il duplice scopo di aumentare la presenza israeliana e di interrompere la continuità territoriale delle comunità arabe presenti nelle zone situate immediatamente vicine a Gerusalemme ed a Betlemme. La condizione non stanziale di parte della popolazione araba che sono in questa zona, favorisce i piani di occupazione israeliana. Per gli otto paesi europei il comportamento dello stato israeliano appare in aperta violazione del diritto internazionale perchè sottopone la popolazione palestinese alla privazione degli aiuti umanitari. Il provvedimento di Israele risulta ancora più odioso, se si pensa che gran parte del materiale era destinato a scuole. Tel Aviv, come già in altre occasioni, rifiuta ogni risarcimento relativo a demolizioni e confische di materiale proveniente dalla cooperazione europea, che opera senza l’autorizzazione dell’amministrazione israeliana di questi territori, e, nello stesso tempo, non concede permessi di edificabilità ai palestinesi. Anche se questi provvedimenti di confisca e demolizione costituiscono un caso marginale della questione israelo palestinese, rappresentano in modo efficace, la sistematicità del ricorso al sopruso da parte di Israele, per perseguire la strategia di espansione del governo. Il valore politico di questa richiesta di risarcimento appare enorme, perchè condanna anche l’attività di Tel Aviv contro le organizzazioni umanitarie, contro quanto dispone il diritto internazionale, dal quale troppe volte il governo di Israele si è ritenuto al di sopra. La questione espone anche come il destino degli aiuti internazionali ai palestinesi sia condizionato dall’azione di Tel Aviv: a titolo esemplificativo basti ricordare che il valore delle installazioni demolite finanziate dall’Unione Europea a favore dei palestinesi nel 2016, ammontava a 557.000 euro. Se in questo momento la questione non appare centrale nello scenario internazionale, la richiesta degli otto paesi europei serve a ricordare le gravi condizioni di disagio e di incertezza in cui si svolge la vita della popolazione palestinese e che costituisce una emergenza umanitaria, ormai presente da troppo tempo sulla scena internazionale. Il governo di destra di Tel Aviv ha scelto una soluzione del problema a totale vantaggio della parte di Israele più estremista, che coincide con l’oltranzismo religioso e nazionalista, ponendosi sempre con maggiore frequenza al di fuori del diritto internazionale, senza, peraltro ricevere richiami sostanziali. Tel Aviv ha più volte rimandato una soluzione concordata ed anche l’ipotesi dei due stati, sebbene caldeggiata da più parti, è rimasta sulla carta, con il solo scopo di guadagnare tempo per permettere una espansione sempre maggiore all’interno del territorio palestinese. Tra gli effetti collaterali, di questa tattica, ci sono anche la demolizione e la confisca dei beni, che costituiscono, oltre che una umiliazione, il costante affossamento dei tentativi di migliorare la vita dei palestinesi. La condanna degli otto paesi europei può costituire un punto di partenza per sensibilizzare il resto dell’opinione pubblica internazionale ad esercitare una pressione sul paese israeliano per fermare l’espansione ed arrivare ad un punto fermo in grado di definire la questione, disinnescando una situazione costantemente di alto potenziale di pericolo.

Occorre l’intervento dell’Unione Europea per fermare le istanze secessioniste

L’Unione Europea prende ufficialmente posizione sulla questione catalana; attraverso il commissario all’economia Pierre Moscovici, infatti Bruxelles afferma che il problema è di ordine interno allo stato spagnolo e, che, comunque, l’Unione riconosce soltanto la Spagna come proprio stato membro. La ragione di questa posizione è certamente istituzionale, per Bruxelles pronunciarsi in favore di Barcellona, significherebbe una intromissione nelle questioni di Madrid, tuttavia questa cautela dimostrata dall’Unione, pare essere funzionale anche a stroncare sul nascere ogni altra possibile velleità di autonomia di altri territori, che costituirebbe una pericolosa alterazione degli equilibri europei. Se, queste motivazioni si possono comprendere, non si può non notare come l’atteggiamento di Bruxelles verso la Scozia sia stato differente, anche se è stato causato dall’atteggiamento poco convinto verso l’Europa del parte del Regno Unito e concluso, poi, nell’uscita dall’Unione. Ma il commissario europeo, oltre a condannare le violenze della polizia spagnola ed auspicando la soluzione del dialogo per la definizione della questione, ha individuato una ragione politica molto rilevante, che è una della cause principali che provocano la richiesta di auonomia da parte di alcune regioni. Certamente per la Catalogna vi sono ragioni come l’avversione al potere centrale di Madrid, identificato come centralista, unito ai sentimenti repubblicani prevalenti nella regione, tuttavia il commissario europeo identifica nella ricchezza della regione catalana il motivo principale della richiesta di autonomia; una parte di questa ricchezza, infatti, viene prelevata dallo stato centrale e ciò è vissuto come una ingiustizia, capace di alterare il sentimento verso l’unità nazionale. Sostanzialmente il problema esistente è lo sviluppo non eguale ed omogeneo delle diverse regioni di uno stato. Se per lo stato centrale la logica, anche condivisibile, è quella di cercare di effettuare una redistribuzione delle risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere, non si può non comprendere come il disagio nelle zone con tassi di sviluppo più alti, porti a forme di volontà di distacco dallo stato nazionale. Il caso spagnolo si poteva limitare con una maggiore autonomia alla Catalogna, che è stata rifiutata, e lasciando maggiori risorse a Barcellona, ma ciò avrebbe provocato risentimento nelle altre regioni del paese ed avrebbe causato variazioni nel bilancio spagnolo. Si tratta di un problema comune ad altri stati europei, dove lo scontento per la mancata gestione delle risorse prodotte nella regione, è la causa della nascita di movimenti autonomisti, che interpretano lo scontento per la sottrazione di risorse (spesso mascherate con altre motivazioni): problema che si acuisce in tempi di crisi economica. La possibile soluzione indicata dal commissario europeo rappresenta una intuizione molto intelligente, se verrà applicata da Bruxelles. In sostanza, dove non possono intervenire i governi nazionali, si dovrebbe aprire uno spazio di manovra per l’istituzione europea attraverso investimenti e progetti nelle zone meno sviluppate, capaci di creare una crescita economica tale da permettere allo stato nazionale di attenuare i prelievi dalle regioni più ricche. La valenza poltica di questa azione appare molto rilevante: senza intaccare i bilanci statali, l’azione europea avrebbe una funzione di normalizzazione dei rapporti tra le regioni e lo stato e tra le regioni stesse, oltre a diventare un intervento diretto di Bruxelles sul territorio, anche se in accordo con l’autorita dello stato membro. Sarebbe, cioè, una azione tangibile dell’Unione ed aiuterebbe Bruxelles a guadagnare la fiducia dei cittadini; infatti ciò potrebbe riguardare in modo indiretto le regioni più ricche, che vedrebbero una diminuzione del prelievo fiscale, ed in modo diretto le regioni oggetto di finanziamenti grazie ai progetti europei. Ciò sarà tanto più vero se i contributi dell’Unione potranno consentire una crescita stabile e duratura nelle regioni più povere, in modo da fermare la disoccupazione ed aumentare i redditi dei loro abitanti. La speranza che questa intenzione espressa da Pierre Moscovici si traduca in atti concreti, anche sorpassando le rigide logiche di bilancio che l’Europa ha imposto agli stati membri e che sono stati la causa maggiore di diffidenza verso Bruxelles.

La possibile ritorsione di Ankara per la sospensione del negoziato per entrare in Europa

Alla vigilia del voto del parlamento europeo, previsto per il 4 ottobre, sullo stop ai negoziati per l’ingresso della Turchia in Europa, Ankara manda un avvertimento a Bruxelles. Il ministro degli esteri turco, infatti, ha avvertito l’Unione, chi in caso di rottura dei negoziati, anche gli accordi tra Europa e Turchia sulla gestione degli immigrati potranno avere delle variazioni. In questo momento la Turchia ospita oltre tre milioni di rifugiati, la cui gestione, se fossero giunti in Europa, avrebbe sollevato grossi problemi nei rapporti tra gli stati membri. Ankara, oltre ad affermare che la Turchia non è un campo profughi, è cosciente, che la fine dell’accordo sulla migrazione, porterebbe ad un innalzamento del rapporto conflittuale tra i membri dell’Unione, unito ad una crescita esponenziale dei partiti e dei movimenti populisti. Una delle ragioni dell’affermazione di queste tendenze politiche, infatti, è dovuta proprio all’incapacità di una gestione efficace della pressione migratoria a cui l’Europa è tuttora sottoposta. Il ministero degli esteri turco ha anche affermato, che della somma totale prevista dall’accordo, concordata in circa tre miliardi di euro, alla Turchia ne sono giunti soltanto 810 milioni ed ha ribadito che il ruolo di Ankara, nella gestione dei flussi migratori verso l’Europa, rimane essenziale. Questa ultima affermazione è difficilmente contestabile e denuncia l’impreparazione e l’improvvisazione di Bruxelles per fare fronte ad un fenomeno facilmente prevedibile come quello migratorio, in un momento storico contraddistinto da guerre in medio oriente e carestie in Africa. Lo sbaglio, di cui la Germania della cancelliera Merkel, resta una dei grandi responsabili fu quello di affidarsi ad Erdogan, che già aveva avviato la Turchia a diventare una sorta di dittatura, contraddistinta da una crescente importanza dell’elemento religioso. Nonostante le prese di posizione contro il governo di Ankara, l’Europa è stata portata a stipulare un accordo con forte potere di ricatto per la controparte turca. Nello stesso tempo che l’Europa discuteva al suo interno di come gestire le migrazioni, l’atteggiamento contro la Turchia, diventava sempre più duro, a causa dell’atteggiamento di Erdogan sempre meno rispettoso dei diritti civili. L’irrigidimento europeo contro il paese turco era dunque giustificato dai fatti, tuttavia Bruxelles manteneva in essere l’accordo con Ankara per gestire i migranti sul proprio territorio: una contraddizione che non poteva non emergere. L’esecutivo turco prova ora una tattica a metà tra il conciliante ed il ricattatorio, per fare desistere Bruxelles dal fermare i negoziati per l’ingresso della Turchia in Europa. Se, da un lato, si è sottolineato come il ruolo turco nella gestione dei migranti sia stato fondamentale per l’equilibrio europeo, dall’altro lato il ministro degli esteri ha dichiarato che se l’Europa non esce dai suoi confini potrebbe esaurire la sua spinta riformatrice; ciò potrebbe essere vero, però, se la Turchia rispondesse ai requisiti di democraticità richiesti per entrare in Europa, mentre con gli attuali standard presenti, sarebbe soltanto un fattore di ulteriore destabilizzazione. Lo scenario più probabile, quindi, è che il negoziato sarà quasi sicuramente interrotto e la ritorsione più probabile della Turchia sarà quella di disattendere l’accordo sul contenimento dei migranti. Se le nazioni dell’est europa continueranno a rifiutare l’accoglienza potrebbe verificarsi un grave caso umanitario di difficile gestione, mentre a livello politico, gli assetti europei potrebbero alterarsi in maniera non concorde. La prima conseguenza sarebbe proprio quella profetizzata dalla Turchia e cioè una crescita considerevole dei movimenti antieuropei. La sconfitta maggiore che si sta profilando riguarda proprio la Germania che non ha voluto esasperare il rapporto con i paesi dell’Europa orientale per non alienarsi occasioni economiche ad essa favorevoli, sia dal punto di vista della forza lavoro, che da quello dell’espansione commerciale. Ma la Turchia in questo momento appare proprio inaccettabile in Europa: oltre che per i già citati motivi, Ankara si è avvicinata a Mosca, stringendo forme di collaborazione economiche e militari, che ne hanno ulteriormente pregiudicato l’ingresso nell’Unione. Per entrambe le parti, quindi, si preannuncia un rapporto ancora più difficile, ma chi ha più da perdere, in un aggravamento delle relazioni, appare certamente l’Europa.

La visione di Macron per l’Europa

Il presidente francese ha definito l’Europa troppo debole, lenta ed inefficace, requisiti negativi che impediscono all’Unione di affrontare le sfide mondiali, che si presentano sempre con maggiore esigenza di essere risolte. Secondo l’inquilino dell’Eliseo è necessario proteggere l’Europa dal peso crescente dei populismi e dei nazionalismi, che hanno come scopo la distruzione della casa comune europea. Le ricette per arginare questi fenomeni e la generale diffidenza delle popolazioni verso Bruxelles sono diverse, per raggiungere una pluralità di obiettivi, che, se sommati, possono fare compiere all’Europa progressi decisivi per la sua sopravvivenza. I punti centrali del programma del presidente francese riguardano la sovranità dell’Europa, intesa come centro politico in grado di dare indirizzi concreti all’azione di governo, l’Europa unita, quale mezzo necessario per creare una identità in grado di fornire condivisione e la democrazia dell’Europa, che deve necessariamente comprendere un processo decisionale meno lento e complicato ed abbandonare il criterio dell’unanimità a favore di quello della maggioranza. Una ampia sovranità europea è funzionale alla costituzione di una forza militare europea, una agenzia contro il terrorismo, una azione contro il cambiamento climatico ed alla capacità di governare le migrazioni. Il tema della difesa comune potrebbe diventare di più facile realizzazione dopo l’uscita della Gran Bretagna, che ne era stata la più grande avversaria. Un esercito organizzato su base continentale e composto da militari delle diverse forze armate nazionali, è un requisito da sempre considerato essenziale per potere recitare un ruolo primario nello scenario mondiale; la crescita della Cina ed il disimpegno degli Stati Uniti, grazie alla cui protezione l’Europa aveva tenuto un atteggiamento passivo, impone una variazione nell’atteggiamento tenuto da tempo da Bruxelles, anche con la finalità di avere maggiore rilevanza diplomatica e riuscire a compiere quel salto qualitativo da unione finanziaria a politica. Certamente per fare ciò occorre velocizzare il processo di unità politica, sulla base di valori effettivamente condivisi e superare il concetto di convenienza che tanti danni a creato nei rapporti tra gli stati membri. Per fare ciò è necessario anche avviare un processo di democratizzazione sia dal lato delle decisioni, superando il concetto di unanimità, che costituisce un blocco a causa dell’eccesso di mediazione, sia dal lato dell’elettorato passivo, che deve superare il concetto di lista politica nazionale a favore dello sviluppo di liste e partiti trasnazionali, che devono essere il laboratorio delle idee capaci di superare le diffidenze e gli interessi nazionali in favore di quello sovranazionali. Il presidente francese ha espresso un programma per l’Europa, che può essere condivisibile, ma che è, senz’altro, incompleto. Ancora una volta gli accenni all’economia e, sopratutto, alla redistribuzione del reddito, sono pochi ed insufficenti. Non basta esigere il pagamento delle tasse dai grandi marchi, che eludono le tasse, o pensare di istituire, senza entrare troppo nel dettaglio, una tassa sulle transazioni finanziarie da destinare allo sviluppo, per guadagnare la fiducia del cittadino medio, che ha subito anni di vessazioni per crisi economiche e finanziarie di cui non aveva colpa, ma di cui ha dovuto sopportare i costi. Il presidente francese proviene dal mondo finanziario ed avrebbe fatto bene a sottolineare questi aspetti, che sono invece assenti, per dissipare ogni diffidenza. Se la creazione di una forza armata comune e delle altre soluzioni pensate da Macron, sono giuste, non appaiono sufficienti se non integrate con la crescita economica delle famiglie. Il presidente francese, forse ha voluto dare una dimostrazione della sua leadership nei confronti di una Germania cambiata dal risultato elettorale, dove il peso dei liberali, fautori della rigidità di bilancio, minaccia le velleità di crescita economica di una Francia già gravata di un debito consistente. Probabilmente le intenzioni di Macron sono quelle di arrivare ad un accordo, grazie allo sviluppo di maggiore unità europea: da una parte una necessità e dall’altra un desiderio.

L’ingerenza della Russia nella politica occidentale

Un aspetto, non certo secondario, ma non ancora indagato del tutto, circa la crescita dei movimenti di estrema destra o populisti in Europa e negli Stati Uniti, è quello della possibile ingerenza russa nelle competizioni elettorali occidentali. Da quando Putin ha inserito nel suo programma politico la necessità che la Russia abbia un ruolo internazionale di nuovo di primo piano, Mosca ha attuato una politica veemente per difendere quello che considera il suo spazio esclusivo, corrispondente all’area geografica che costituiva l’Unione Sovietica. Il comportamento del Cremlino è risultato aggressivo, come dimostrato in Crimea, nell’Ucraina orientale ed in altre zone. La dimostrazione di forza militare, in spregio ad ogni regola del diritto internazionale ed anche ad ovvie ragioni di opportunità è stato il mezzo con cui attuare questa volontà. Nel contempo, sul piano internazionale la Russia si è resa protagonista delle iniziative in Siria, che hanno favorito il regime di Assad e di strategie diplomatiche aventi come obiettivo l’indebolimento del ruolo degli Stati Uniti ed, in generale, dell’occidente. Si è trattato di una tattica molto invasiva, che ha riscosso successo in patria: un paese abituato a svolgere un ruolo di primaria importanza, da superpotenza, nell’arena internazionale e che non gradiva il ruolo di secondo piano della Russia seguita alla nazione che costituiva l’impero comunista. Putin ha saputo risvegliare il sentimento nazionalista della Russia e ciò gli ha permesso di creare una democrazia attenuata, sostenuta peraltro dal voto popolare, dove la garanzia dei diritti non è del tutto assicurato. Le iniziative di Mosca hanno generato delle sanzioni, che hanno messo in difficoltà il paese russo ed hanno evidenziato come il mondo occidentale sia contrario ad una rinascita della Russia con le modalità seguite dal Cremlino. Le azioni che Mosca ha attuato per contrastare l’occidente sono state quelle di creare dei network culturali a favore della Russia, direttamente nei paesi occidentali e, contemporaneamente, perseguire delle azioni di sabotaggio attraverso le reti informatiche. Insieme a queste strategie si è scelto di avvicinare e probabilmente finanziare, gruppi politici ostili alle sanzioni contro la Russia ed anzi favorevoli al governo di Putin. Per contro sono state osteggiate quelle forze politiche, come il Partito Democratico negli USA, che nei loro programmi tenevano e tengono un atteggiamento contrario a Mosca. Il fattore comune dei movimenti e dei partiti che sono favorevoli a Putin è che si ascrivono alla parte destra dello schieramento politico o si distinguono per un indirizzo fortemente populista e prediligono la sovranità nazionale rispetto alle organizzazioni sovranazionali. In effetti del governo del Cremlino non si può certo dire che tiene un atteggiamento democratico, restringendo la libertà di stampa ed attuando una continua repressione del dissenso; ma quello che piace di Putin è la capacità percepita di mantenere l’ordine ed un assetto sociale tradizionale, che non lascia spazio alle istanze delle minoranze politiche e di genere. Mosca, attraverso l’influenza di questi movimenti, ha cercato, e probabilmente negli Stati Uniti ci è riuscita, di influenzare le competizioni elettorali di un paese straniero, alterando i risultati delle votazioni. Anche in Europa si è vista questa azione, che non ha sortito gli effetti sperati (del resto neanche negli USA, nonostante Trump, l’avversione alla Russia si è attenuata). Restano delle pesanti violazioni all’interno di stati esteri, con la violazione, questa volta si, della sovranità statale, in spregio del diritto internazionale. Non si può non rilevare che la Russia, nel secolo scorso, da esempio per i movimenti di sinistra è ora diventata un modello per i partiti di destra e populisti occidentali, con i quali condivide principi che non sono certo propri dell’occidente. Per l’Unione Europea un avversario in più dal quale guardarsi.

Il significato delle elezioni tedesche

Le elezioni tedesche confermano la tendenza generale, che vede una crescita della destra, causata dalla rigidità finanziaria, e della diminuzione di consensi della sinistra, troppo occupata a cercare consensi al centro, trascurando il suo elettorato tradizionale. Se non vi è stata una affermazione numericamente più consistente del populismo è dovuto soltanto al grande carisma della Merkel ed anche ai suoi risultati economici; tuttavia i segnali arrivati dal paese tedesco non devono essere sottovalutati, anche in ottica europea. La destra estrema consegue un buon successo, in maniera analoga a quanto accaduto con l’affermazione di Trump negli Stati Uniti: eccessiva diseguaglianza sia tra i ceti sociali, che sotto l’aspetto geografico. Si può dire che, in un certo senso, la riunificazione inizia a presentare ora il conto in termini politici. La Germania dell’est si è sentita trascurata ed il risultato dei nazionalisti è stato quello di diventare la seconda forza politica della parte orientale. Ciò significa anche che l’integrazione non è avvenuta in maniera completa. La maggiore povertà dell’est tedesco, procede di pari passo con gli elettori degli altri paesi che si sentono sfavoriti: l’interlocutore privilegiato non è più la sinistra, incapace di proporre soluzioni adeguate e di effettuare una rappresentanza efficace, ma il voto degli scontenti converge su formazioni populiste e di estrema destra, capaci di mettere come elemento più importante dei loro programmi politici la difesa dei ceti nazionali più sfavoriti. Che poi questi programmi vengano accantonati è tutto un altro discorso. La socialdemocrazia tedesca, che ha conseguito il suo peggiore risultato, ha ripetuto l’errore di tanti altri partiti europei di centro-sinistra, che è stato quello di privilegiare la ricerca del voto di centro, praticamente abbandonando la rappresentanza del suo elettorato tradizionale, quello penalizzato dalle politiche governative. In realtà le politiche dell’esecutivo portavano anche la firma dei socialdemocratici al governo insieme alla Merkel e quindi la punizione elettorale arriva con questo significato: essersi piegato a politiche sociali sempre più compresse. Anche stavolta vale la regola che l’elettore tra l’originale e la copia sceglie l’originale e ciò contribuisce a spiegare la vittoria, seppure ridotta, della Merkel. In Europa questo risultato obbliga la Germania a rinsaldare l’alleanza necessaria con la Francia, per costruire un programma capace di invertire la rotta del rigore, che deve, però essere conciliante, con le richieste degli elettori cristiano democratici, da sempre attenti alle logiche di bilancio. Tuttavia sarà determinante un cambio in Europa, perchè è anche dove il risultato tedesco rischia di amplificarsi. Per ora la Germania sembrava al riparo dall’ondata populista, ora che il fenomeno riguarda  anche Berlino, il significato è che nessuno ne è più escluso. Sia la Francia, che la Germania, hanno contenuto l’estrema destra, ma se per Parigi la presenza del Fronte Nazionale non è una novità, per Berlino si tratta di un fenomeno che non accadeva da molti anni e che promette di causare molte conseguenze. La rilevanza è tale che dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il risultato del voto tedesco rappresenta il segnale più forte per Bruxelles. Fino ad ora la convinzione che i tedeschi fossero per l’Europa unita era un dato certo, anche per la predominanza della Germania all’interno dell’unione. Al contrario il voto ha dimostrato che ciò non è bastato ed ora è necessario che una profonda revisione del governo delle finanze insieme ad un coinvolgimento maggiore dei paesi storicamente più legati all’Europa come Italia e Spagna. Allargare il consenso nei popoli europei attraverso una maggiore redistribuzione della ricchezza è l’unico metodo per contenere il populismo estremista e che può permettere anche di sopportare le emergenze come quella dei profughi. Alla Merkel è stata rinfacciata l’accoglienza dei profughi siriani e nelle altre parti d’Europa l’argomento è quello più usato nelle campagne dei partiti e movimenti anti unione. Se manca la percezione che l’accoglienza viene effettuata con somme destinate alla popolazione locale questi sentimenti non fanno altro che favorire i partiti di estrema destra, viceversa il mantenimento del sistema di salvaguardia sociale, unito alla sicurezza, oltre ad essere un fattore dovuto rappresenta anche un argine contro l’estremismo. Insomma questo è l’ultimo avviso per arrivare ad una maggiore integrazione europea, d’ora in avanti ogni decisione dovrà essere presa tenendo nella dovuta considerazione questo stato, che è ormai di emergenza.

L’ambiguo silenzio di Bruxelles sulla questione catalana

La posizione dell’Unione Europea sulla questione catalana, anche dopo gli arresti della polizia spagnola di esponenti politici a favore del referendum sull’indipendenza della regione da Madrid, resta la stessa fissata fin dal 2004 dall’allora capo della Commissione, l’italiano Romano Prodi. In sostanza Bruxelles afferma che ogni territorio che si distacchi dallo stato membro dell’unione è automaticamente fuori dall’organizzazione di Bruxelles. In sostanza l’unione sostiene che il caso catalano rientra nelle esclusive competenze dello stato spagnolo e non può interferire con Madrid su una questione che le appartiene. Se questa posizione poteva avere alcune giustificazioni più di dieci anni indietro, nello scenario attuale devono essere considerate alcune variabili, che prima non si presentavano su questo piano. In primo luogo si ha l’esempio scozzese, nei confronti di Edimburgo non vi è stato l’analogo distacco, perchè per ragioni di opportunità, consistenti nel tentativo, poi fallito , di fare restare il Regno Unito all’interno dell’Europa, si minacciava implicitamente, una ammissione in europa della Scozia. L’atteggiamento di Bruxelles, sottoscritto da Juncker, sembra mirare a scongiurare altre prese di posizione come quella catalana, che esistono posso, potenzialmente, avere un percorso simile a quello di Barcellona. Tuttavia una legittima aspirazione all’indipendenza dei popoli, che hanno una particolare peculiarità storica non sembra debba essere negata, per mantenere equilibri istituzionali convenienti soltanto a non variare un assetto consolidato. Inoltre disinteressarsi di una eventuale condotta poco libertaria di uno stato membro dell’Europa, potrebbe aprire a soluzioni del genere anche per altre questioni. Bruxelles doveva interessarsi in maniera più particolare della questione ed eventualmente cercare di mediare tra le due parti. La Catalogna, con la decisione del referendum, esprime in modo chiaro un disagio, ma lo esprime in modo pacifico, anche se, secondo Madrid, in maniera anticostituzionale. Non è un mistero che i catalani abbiano una avversione al potere centrale spagnolo, anche perchè sono essenzialmente repubblicani; Madrid è vista come una usurpatrice e la questione economica, con il consistente drenaggio fiscale delle finanze catalane verso il centro, non fa che acuire il problema. Quello che qui importa è l’atteggiamento distaccato, ma anche imbarazzato, dei vertici europei, che si trovano davanti ad un problema che non sanno e non vogliono affrontare. L’Europa in tutti questi anni si è cristallizzata sulla posizione dell’unione di stati, senza tenere conto delle istanze di quei popoli che non si sentono parte di uno stato; il fatto grave che questo aspetto, presente in diversi casi, non è stato analizzato ne considerato, lasciandolo alla completa gestione della nazione interessata. Ciò, da un lato, è comprensibile, dato che avrebbe alterato degli equilibri, spesso non molto stabili, che concorrevano alla formazione della casa comune europea. Tuttavia pensare di superare l’Europa degli stati in favore di quella delle regioni, mantenendo cioè l’idea di Europa unita, ma al di fuori del vincolo dei confini statali, ma in favore di una autodeterminazione dei popoli, non sembra essere una idea che possa costituire un ostacolo al compimento dell’unione politica. Non è una strada agevole e certamente meno facile, ma poteva essere considerata, anche come alternativa, perchè rispondeva comunque agli ideali fondativi dell’Europa come organizzazione sovranazionale. Mantenere il silenzio sulla questione catalana per non offendere la Spagna, non aiuterà Bruxelles a guadagnare la fiducia di tutti i cittadini europei, ovvero non entrare nel merito della questione rappresenta una sorta di mancata partecipazione ad un problema che non può considerarsi soltanto nazionale, da qualunque parte stia, se possibile stabilirlo, la ragione. In conclusione l’Europa si dimostra ancora troppo debole, per potere affrontare in tutta imparzialità una questione di estrema rilevanza come questa, che potrebbe essere soltanto l’inizio di un dibattito dove sarà, prima o poi, assumere una posizione netta e decisa.