La nave rifiutata dall’Italia, mette in evidenza le ipocrisie e l’inconsistenza europea

La vicenda della nave rifiutata dai porti italiani, aldilà della situazione certamente incresciosa, ha avuto il merito di mettere in evidenza l’ipocrisia dei singoli stati di fronte all’emergenza migratoria e della pochezza politica delle istituzioni europee. Infatti è bastato che un politico italiano, ministro da una decina di giorni, alzasse la voce per portare allo scoperto tutte le contraddizioni sullo spirito europeo, che fino ad oggi sono state portate avanti in maniera falsa. Se dal lato umano e morale il divieto del ministro degli interni italiano è deplorevole, dal lato politico ha sollevato in maniera pratica la questione della condivisione dei profughi e del problema della prima assistenza. Fino ad ora, ed è un fatto riconosciuto ufficialmente da Bruxelles, l’Italia, e la Grecia, sono state lasciate sole ad affrontare le emergenze migratorie per il solo fatto di essere le frontiere meridionali dell’Europa, in particolare l’Italia si è prodigata ad affrontare il maggiore afflusso di migranti a causa delle vicinanze con le coste africane. I paesi che hanno condannato lo stato italiano, Francia e Spagna, si sono resi protagonisti nel passato ed Parigi tutt’ora, di episodi di respingimento ben più gravi, di gravi comportamenti delle rispettive polizie, che hanno operato con violenza e superando il limite della legalità. Ricordiamo per la Spagna diversi episodi a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole sul territorio africano ed il respingimento di una nave di profughi da parte del precedente governo. Per la Francia la chiusura del valico di Ventimiglia ed il respingimento dei migranti che hanno tentato la rotta alpina in condizioni metereologiche proibitive, possono tranquillamente equiparare la politica di Parigi verso l’immigrazione a quella dell’Austria ed a quella dei paesi del blocco orientale. Eppure questi comportamenti, che hanno creato morti e sofferenze, non impediscono ai due paesi di giudicare l’Italia, responsabile di un atto non certo condivisibile, ma che non ha prodotto vittime. Questa ipocrisia, così manifesta, denuncia una scarsa o nulla affidabilità di Francia e Spagna come interlocutori sul tema della gestione degli immigrati, ed il gesto spagnolo per ora riguarda una sola nave e non permette ancora un giudizio positivo sulla volontà di condividere l’emergenza con l’Italia. Anche l’atteggiamento dell’Europa è parso pavido ed inopportuno, se si possono salutare positivamente l’annunciata volontà di rivedere il trattato di Dublino e di stanziare una somma cospicua per la gestione dei migranti, non si può non pensare che ciò sia dovuto all’iniziativa di bloccare i porti italiani. Le richieste italiane precedenti, aldilà di dichiarazioni che non andavano oltre la solidarietà a parole, hanno sempre sortito effetti pratici limitati. Purtroppo il pensiero spontaneo che ne scaturisce è che i precedenti governi, che su questi argomenti hanno sempre avuto un atteggiamento irreprensibile, abbiano sbagliato a seguire le regole senza opporre mai atti di forza, anche limitati. Nessuno esce bene da questa situazione, certo non l’Italia costretta ad una azione che era meglio non vedere mai, Francia e Spagna che si sono rivelati nani politici, cercando di sfruttare una contingenza sulla quale non avevano diritto di parola ed infine l’Europa ha denunciato i propri limiti strutturali, accentuati da una cedevolezza imbarazzante a causa di un atto, grave, ma alla fine tutto sommato limitato. Che autorevolezza può pretendere di avere una istituzione sovranazionale che cambia atteggiamento di fronte ad una decisione che non pare del tutto legale? Come per l’atteggiamento tenuto nei confronti dei paesi orientali, Bruxelles mostra di piegarsi a chi alza la voce dimostrando di avere una ben scarsa consistenza poltica. L’avvento del governo populista italiano sta facendo scoprire una debolezza delle istituzioni europee, che pure in un contesto di giudizio non positivo, non sembrava credibile, una debolezza che espone l’Unione alle turbolenze di un momento mondiale contingente molto difficile e che esprime una volta di più, la necessità di una riforma radicale ed efficace delle istiutzioni europee, in grado di governare le emergenze interne ed esterne.

Italia più rigida verso le migrazioni, anche per responsabilità dell’Europa

Che la questione dell’immigrazione fosse stata centrale nella campagna elettorale italiana era risaputo: anche per il governo precedente, che aveva tutt’altro indirizzo verso i profughi, aveva più volte sottolineato come l’Italia fosse lasciata da sola, dall’Europa nella gestione dell’emergenza migratoria. L’aiuto è stato soltanto di tipo economico ed anche insufficiete, poi a Bruxelles non si è andati aldilà delle dichiarazioni di principio. Sul tema della lotta all’immigrazione la Lega Nord, ora partito di governo, ha costruito il proprio successo elettorale, con una buona responsabilità da parte delle istituzioni centrali europee, che non hanno saputo pensare una politica di gestione degli sbarchi e della divisione dei profughi, arroccandosi dietro la giustificazione, ormai insufficiente del trattato di Dublino. Se a Bruxelles, ma anche a Berlino e Parigi, pensavano che anche questo governo, dopo tante minacce, continuasse la politica dell’accoglienza di quello precedente, hanno elaborato una valutazione completamente sbagliata o, peggio, non hanno neppure tentato un approccio diverso ad un problema che riguarda tutto il continente. Il nuovo governo italiano deve pagare la cambiale all’elettorato che lo ha votato e dimostrare di mantenere un atteggiamento rigido con l’Europa ed, allo stesso tempo, preservare il paese italiano dai pericoli provenienti con le migrazioni. Così il caso della naves rifiutata diventa l’esempio che deve servire per tutti e che deve obbligare Bruxelles ha prendere coscienza inmodoreale dell’ostilità italiana. Anche il bersaglio di Malta è funzionale a questo intento, tuttavia l’atteggiamento di chiusura maltese incomincia a presentare poche giustificazioni: con la scusa delle proprie dimensioni limitate a La Valletta hanno sempre rifiutato la collaborazione all’Italia, senza che l’Europa rimproverasse questo comportamento. Se il comportamento del governo italiano è moralmente riprovevole non lo è da meno quello della Francia, che chiude le sue frontiere o quello della Germania, che continua ad essere poco severa con i paesi dell’Europa orientale, la cui presenza in Europa costituisce vantaggi economici a Berlino. Nonostante che i paesi europei fossero stati avvertiti nell’appena trascorso vertice canadesi dei sette paesi più industrializzati, non si è voluto credere al blocco dei porti italiani. Un motivo di questa immobilità può essere la convizione che nel governo italiano, formato da due forze politiche di provenienza diversa, potevano esserci delle differenze di visione che potevano superare le intenzioni della Lega Nord. Il punto è che proprio questo partito, nonostate una percentuale di voti raccolti più bassa, sembra avere assunto il comando del governo, probabilmente per una maggiore esperienza poltica dei suoi membri. L’altro partito, il Movimento cinque stelle sembra essere trainato in un esecutivo che esprime valori di destra, coerentemente alla vicinanza con il Fronte Nazionale francese. Resta il fatto che se l’Europa dovesse apportare modifiche al regolamento di Dublino, creasse i presupposti per una equa divisione dei migranti e contribuisse ad una prevenzione sul territorio africano delle partenze, toglierebbe ogni alibi e ragione al governo di Roma per non accogliere i profughi. Lo scenario futuro potrebbe essere una serie di navi che vagano nel Mediterraneo alla ricerca di un approdo? L’Italia non può essere obbligata ad aprire i suoi porti senza il volere del suo governo e così facendo la ripulsa morale dopo Roma non può che cadere su tutte le capitali europee, quindi tutta l’Europa dovrà condividere la vergogna della mancata accoglienza, anche quei governi che hanno tenuto una linea politicamente corretta smentita, dai fatti. Certo che se basta un governo messo insieme in modo raffazzonato, come è quello italiano, per smascherare le ipocrisie di Bruxelles, la necessità di ricostruire l’Europa è ancora più impellente di quanto sembrasse.

Dopo il G7, Trump spinge gli USA all’isolamento

Al G7 in Canada, gli USA sono stati soli contro tutti e si sono presentati in quasi totale disaccordo sulla maggior parte dei punti nel programma di discussione. Le uniche convergenze sembrano essersi trovate su parità di genere, lavoro e crescita, che sono punti d’incontro importanti ma anche che permettono una certa vaghezza sui contenuti e che non sono sufficienti a colmare le distanze che erano già conosciute, ma che si sono evidenziate ancora in modo maggiore. L’atteggiamento di Trump è stato ostile ancora prima dell’inizio del vertice, tanto che si è temuto che a rappresentare gli Stati Uniti fosse presente soltanto il vice presidente, come avvenuto per il summit peruviano degli stati dell’America latina. Il rischio concreto, che Trump non firmi il documento finale, respingendo del tutto la dichiarazione comune e, non solo l’aspetto relativo al clima, come accaduto al vertice di italiano di Taormina, si è puntualmente verificato. Oltre al clima gli argomenti più rilevanti hanno riguardato i dazi e la questione del trattato sul nucleare iraniano. La questione del protezionismo, che Trump vuole portare avanti in modo ostinato, oltre a colpire singolarmente le economie statali, tra le quali proprio quelle di Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna, cioè i restanti membri del G7, rischia di compromettere gli accordi raggiunti con la Cina, circa i rapporti commerciali con Pechino. Washington ha mostrato di rimanere inflessibile sulla volontà di imporre le tariffe contro l’Europa ed il Canada nella misura del 25% sull’acciaio e del 10% dell’alluminio ed alla volontà europea di colpire una serie di prodotti americani con una tassa complessiva che riequilibri l’importo che dovranno subire acciaio ed alluminio del vecchio continente, la Casa Bianca ha minacciato di introdurre ulteriori dazi sulle autovetture provenienti da Europa e sudest asiatico. Uno degli effetti principali, se questa minaccia venisse attuata, potrebbe essere la fine dell’Organizzazione Mondiale del commercio a seguito di una serie azioni e reazioni che si innescherebbero sulla globalità dei mercati. La possibilità è che, sul piano del commercio internazionale, si possa tornare indietro di diversi anni, con l’eliminazione di posti di lavoro e l’inaugurazione di una fase di pesante crisi economica generalizzata. L’isolamento americano è, però, pericoloso, prima di tutto, per gli USA, perchè la tensione con gli europei potrebbe costringere il vecchio continente a stringere accordi di collaborazione sempre più stretti con la Cina, condannando alla progressiva marginalizzazione Washington. Non è un’ipotesi remota, Cina ed Europa sono già sostanzialmente d’accordo per il clima ed il riscaldamento globale e, con rapporti commerciali e di collaborazione sempre più intensi, potrebbero sovvertire l’attuale stato di cose. Per gli USA l’isolamento commerciale potrebbe tradursi anche in una minore importanza politica, se l’Europa riuscirà a costituire proprie forze armate ed a trovare una, anche minima, intesa sulla politica estera. In questa situazione potrebbe, poi introdursi anche la Russia per portare divisione negli alleati degli americani. Trump insiste, nel suo programma riassunto dalla frase “America first”, considerando impossibile che gli alleati storici allentino i loro contatti con Washington, anche se fatti oggetto di ingiustizie economiche; ma il gradimento del presidente americano è sempre più basso in Europa e queste mosse potrebbero accelerare il distacco dagli Stati Uniti, sopratutto se si considera l’attuale contesto storico, dove la logica dei blocchi contrapposti è tramontata da tempo e la globalizzazione ha aperto scenari completamente differenti, con logiche nuove, che non possono separare l’economia dai rapporti internazionali e dagli assetti della difesa. Ma Trump potrebbe stravolgere la realtà in modo ancora più clamoroso aprendo un canale di dialogo privilegiato con Mosca, fattore fino ad ora impedito dalla burocrazia americana, che il presidente sta lentamente portando dalla sua parte con cambi al vertice sempre più frequenti. Si è detto che l’azione di Trump si basa su di una imprevedibilità sempre più usata, tuttavia la domanda è se dietro questo uso di imprevedibilità in dosi massicce, ci sia un progetto precostruito o se il presidente americano si basi su di una improvvisazione dovuta al momento particolare ed alle sue opinioni momentanee. In ogni caso gli USA, con Trump alla Casa Bianca. sono un interlocutore, sempre importante, ma sempre meno affidabile, dal quale occorre allentare i vincoli al più presto, per formare un Occidente ed una Europa capaci di prendere decisioni autonome e di esserein grado di sostenerle.

L’Alleanza Atlantica teme di indebolirsi a causa delle tensioni tra USA ed Europa

La distanza che aumenta tra paesi europei e Stati Uniti segna una novità nei rapporti all’interno del blocco occidentale. La necessità di mantenere una maggiore convergenza nelle questioni della sicurezza resta però prioritaria di fronte alle nuove emergenze globali, ai pericoli del terrorismo e di fronte alle tensioni internazionali, sebbene di un mondo non più schierato in due parti, ma con protagonisti sempre più rilevanti, come la Cina. All’interno dell’occidente il ruolo dell’Alleanza Atlantica mantiene la sua importanza prioritaria nelle questioni della difesa e della sicurezza; se prima i membri dell’alleanza risultavano sostanzialmente allineati, oltre che sulle problematiche militari anche su quelle delle relazioni internazionali e dei rapporti economici, lo scenario attuale restituisce una situazione che è andata progressivamente cambiando le rispettive esigenze dei singoli stati di fronte alle questioni della globalizzazione e della politica interna. Il rapporto conflittuale che è iniziato sulle merci, e sui relativi dazi da imporre, tra USA ed Europa, da quando Trump è diventato il nuovo presidente americano, ha delineato una distanza tra le due parti come non si era mai verificato nella storia; peraltro la variabile Trump ha provocato anche una forte differenza di valutazione sull’accordo relativo al nucleare iraniano: con l’Europa che si trova a volere mantenere quanto firmato con Teheran, mentre gli Stati Uniti, più vicini alle potenze sunnite ed a Israele rispetto alla presidenza Obama, sono ora profondamente contrari a permettere lo sviluppo civile della tecnologia atomica del paese iraniano. Altro fattore di contrasto è l’atteggiamento negativo americano nei confronti dell’accordo sul clima. Al vertice dell’Alleanza Atlantica queste tensioni hanno provocato un allarme per il timore di ricadute all’interno dell’alleanza, considerando anche il fatto di come si è finora mossa la Turchia al fianco della Russia, tradizionale avversario dell’Alleanza Atlantica, che ha ultimamente ripreso un ruolo di primaria importanza nel panorama internazionale e delle recenti dichiarazioni del nuovo governo italiano, che si è detto favorevole ad una revisione delle sanzioni contro Mosca, comminate a causa della questione ucraina, parere appoggiato da diversi stati appartenenti all’Unione Europea. Il Segretario dell’Alleanza Atlantica si è fatto portavoce del disagio crescente all’interno dell’organizzazione riconoscendo che le grandi divergenze presenti non devono compromettere la cooperazione per la sicurezza, che sarebbe in grado di indebolire la cooperazione tra i membri dell’Alleanza. Per il momento gli analisti internazionali ritengono che le questioni che provocano la distanza tra i membri non hanno avuto un impatto sul funzionamento dell’Alleanza atlantica, ma che se dovesse registrarsi un incremento del disaccordo il prossimo vertice dell’organizzazione potrebbe essere molto difficile. Esiste anche il problema della richiesta americana, verso gli altri stati di aumentare la spesa militare fino al 2% del prodotto interno lordo delle singole nazioni. Washington ha un doppio interesse verso questi incrementi di spesa: da un lato una maggiore partecipazione alle spese per la difesa, una richiesta legittima perchè fino ad ora gli USA, anche per mantenere lo status quo di prima potenza mondiale, un aspetto a cui tengono molto, hanno sostenuto la gran parte dello sforzo finanziario per mantenere efficiente l’alleanza, tuttavia esiste anche un altro aspetto, meno nobile, che consiste nel volere indirizzare questa spesa in armamenti prodotti nei confini statunitensi. Questo aspetto potrebbe generare ulteriori conflitti perchè gli ostacoli per le industrie europee, imposti dagli USA impediscono l’accesso al mercato dell’Alleanza Atlantica, andando, di fatto, a costituire una forma di protezionismo praticata con altri mezzi. La preoccupazione dei vertici dell’Alleanza Atlantica è, quindi, giustificata, e potrà essere attenuata con una azione diplomatica interna molto faticosa, anche perchè l’Unione Europea, pur essendone ancora lontana, ha intrapreso la direzione della creazione di un esercito europeo, che potrebbe non essere inquadrato nell’Alleanza Atlantica, sia per rendersi maggiormente indipendente dall’aiuto americano, sia per avere margini di manovra ed autonomia superiore nei contesti internazionali. Questo obiettivo è ritenuto irrinunciabile da Germania e Francia proprio per evitare l’eccessiva dipendenza da soggetti come Trump in futuro.

Putin prova a dividere l’Unione Europea

La prima visita nell’Unione Europea di Putin, dopo la sua rielezione, si è svolta in Austria. Nella strategia del leader russo c’è la volontà di cercare una soluzione per mettere fine alle sanzioni europee contro Mosca, sanzioni che danneggiano l’economia del paese perchè l’Europa è il partner commerciale della Russia. La visita a Vienna non è casuale, pur non essendo l’Austria un paese di rilievo, come la Germania o la Francia, ricoprirà la prossima presidenza europea e potrà così favorire la ripresa del dialogo tra Bruxelles e Mosca, proprio con l’intenzione di percorrere una politica contraria alle sanzioni contro la Russia. Ma esiste anche un obiettivo ulteriore di Putin e prevede un progetto ben definito; quello di dividere l’Unione Europea, attraversata da contrasti profondi e dove la presenza di movimenti scettici verso l’Europa unita favorisce l’azione del leader russo per cercare di diminuire l’influenza americana sul vecchio continente. Le condizioni attuali, per queste intenzioni, sono storicamente le più favorevoli, dato che i movimenti populisti hanno più volte manifestato il loro gradimento a Putin ed alla sua modalità di azione politica. Anche le divisioni tra Europa occidentale ed orientale permettono a Putin un margine di manovra più ampio. Putin rischia, a torto, di essere riconosciuto come il campione della sovranità statale contro l’invadenza delle istituzioni europee, dimenticando di come la Russia sia a tutti gli effetti una oligarchia dove i diritti civili sono limitati e la libertà di stampa e quindi di critica, sta subendo notevoli limitazioni. Lo schema che Putin applica in politica internazionale è quello di entrare nello scenario da cui vuole ricavare vantaggi in maniera diretta, sfruttando le opportunità che la situazione contingente fornisce; così l’obiettivo attuale è quello di dividere l’Unione Europea per creare una situazione favorevole alla Russia, dove Mosca venga riconosciuta, anche se non in maniera ufficiale, una sorta di leader cui fare riferimento, grazie alla vicinanza ci valori comuni come il nazionalismo ed una guida politica forte, meno vincolata alle regole parlamentari. Che i paesi dell’ex blocco sovietico, che ora sono in Europa, subiscano una attrazione quasi magnetica verso la Russia è spiegato bene dalla provenienza politica dei partiti che li governano, valga per tutti l’esempio ungherese, dove vi è una analogia con la Russia sulla compressione dei diritti e la crescente limitazione alla libertà di stampa. Sembrerebbe meno comprensibile il successo che Putin riscuote nelle formazioni di estrema destra italiane, francesi e di altri paesi occidentali, se non, proprio, con la comune bassa considerazione dei valori democratici propri della tradizione europea occidentale. D’altro canto la Russia ha cercato, ed in parte vi è riuscita, di influenzare più di una elezione poltica, attraverso finanziamenti e l’uso scorretto delle reti informatiche. Questi mezzi hanno delle analogie con l’uso della forza militare in Crimea ed in Siria e rappresentano il disprezzo per le sovranità nazionali e per il mancato rispetto del diritto internazionale. Probabilmente il vero bersaglio di Putin è quello di indebolire la leadership europea di Germania e Francia, gli stati che, oltre ad avere il maggiore peso politico in Europa, sono anche quelli che si oppongono più fieramente all’azione russa per aumentare l’influenza di Mosca nell’area dell’Unione. Putin ha anche dalla sua parte un’arma di ricatto molto efficace, rappresentata dalla capacità di rifornire l’Europa con il gas russo. Nel 2017 si è registrato il massimo quantitativo fornito dalla Russia all’Unione Europea, che continua a dipendere da Mosca in maniera considerevole per il suo fabbisogno energetico; anche se non è verosimile una interruzione delle forniture, perchè la valuta pregiata con cui pagano i paesi europei è vitale per l’economia russa, interruzioni temporanee potrebbero diventare uno strumento attraverso il quale ricattare gli stati dell’Europa.

In Europa l’Italia è isolata sulla questione dell’immigrazione

La questione delle emigrazioni in Europa ritorna prepotentemente di attualità, dopo l’insediamento del nuovo governo in Italia, la vittoria in Slovenia di un partito scettico verso l’Europa e l’opposizione sempre più ferma dei paesi del patto di Visegrad a collaborare sulla divisione dei migranti. Lo scenario non è cambiato, nonostante l’accordo con la Turchia, che ha, di fatto, bloccato la rotta orientale per entrare nei paesi dell’Unione. Da un lato ci sono i paesi penalizzati dall’accordo di Dublino, cioè tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo con Italia, Spagna e Grecia, che subiscono tutti i disagi delle ondate migratorie. Dall’altro ci sono i aaesi del nord Europa, che ritengono di avere già avuto un ruolo importante nell’accoglienza, sopratutto, nei periodi precedenti le emergenze, infine ci sono i paesi dell’ex blocco sovietico e l’Austria, che rifiutano di accettare i criteri di mutua assistenza tra gli stati europei e che, quindi, chiudono le frontiere all’immigrazione. In Italia una delle ragioni che ha concorso alla vittoria dei partiti populisti è stata proprio la percezione di abbandono in cui è stato lasciato il paese dalle istituzioni europee e dagli altri paesi membri di fronte ad una emergenza migratoria che dura da troppo tempo e che, con l’estate, potrebbe di nuovo assumere proporzioni enormi. La posizione del nuovo ministro degli interni italiano, il leader della Lega Nord, formazione nazionalista e fortemente critica con l’Europa, è quella di rifiutare il sistema di asilo che vige in Europa, ma che è di responsabilità italiana. I propositi del ministro dell’interno di Roma sono di ricorrere ad una espulsione generalizzata per tutti i clandestini, una dichiarazione che rivela, se ce ne fosse stato bisogno, tutta l’avversione contro i disperati che a causa di guerre e carestie arrivano in Europa attraverso la frontiera italiana. Il proposito del ministro Salvini, però appare di difficile attuazione pratica per evidenti difficoltà organizzative, ma rischia di essere più pericoloso dal punto di vista politico perchè crea la mancanza di un protagonista come l’Italia, che è stato finora al fianco delle nazioni come Germania e Francia, pur con vedute molto diverse circa l’applicazione dell’accoglienza. Il nuovo governo italiano sembra, invece, allinearsi più sulla posizione dei paesi critici verso l’accoglienza dei profughi, anche se il rifiuto della condivisione delle quote opposto dai paesi del patto di Visegrad, dovrebbe inquadrare queste nazioni come avversarie del paese italiano. Quello che si sta delineando è uno scenario dove l’Italia rischia un isolamento pericoloso, perchè si allontana dai paesi più importanti dell’Unione ma non può neanche avvicinarsi a quelli orientali perchè sono quelli che la costringono a sopportare anche le loro quote di migranti. Certo se si arrivasse ad una correzione del trattato di Dublino, sarebbe un primo passo, tuttavia esistono esempi recenti di nazioni che hanno interrotto il trattato di Schengen, sulla libera circolazione, per i motivi più diversi, fatto che renderebbe vana la revisione del trattato. Dopo la questione economica l’Europa evidenzia tutta la debolezza di una struttura politica inesistente, troppo inclusiva, cioè con membri che non condividono gli ideali fondanti dell’Unione; questo aspetto dimostra come l’assenza di strutture politiche proprie ed autonome, renda incapace l’Unione ad adottare decisioni necessarie alla gestione delle emergenze, fattore che si riflette nella percezione da parte dei cittadini dei popoli europei. Gli italiani non sono contro l’Europa, ma il risultato elettorale è il prodotto anche di un atteggiamento ostile delle istituzioni europee, troppo rigide sui vincoli finanziari e troppo permissive con i paesi che si rifiutano di assolvere gli obblighi che derivano dall’adesione a Bruxelles. Avere messo l’Italia contro l’Europa è un danno per gli italiani, ma lo è ancheper quei paesi che dicono di ambire ad una unione politica effettiva, che fino ad ora è stata percepita soltanto in favore di paesi più ricchi o di oscure consorterie finanziarie. Se l’Europa vuole recuperare l’Italia, anche con questo governo, deve dimostrare di decidere qualcosa in favore di Roma, e, sopratutto, di assumere un atteggiamento univoco verso il rispetto degli obblighi che vuole imporre: altrimenti si tratta soltanto di una istituzione squalificata dal proprio comportamento.

La Germania propone riforme troppo deboli contro gli euro scettici

Dopo l’uscita del Regno Unito, la crescita dei movimenti anti Europa e, sopratutto, la crisi italiana, l’Unione Europea si trova davanti ad uno scenario senza precedenti, che, tuttavia, era stato ampiamente annunciato. Il malessere popolare verso le restrizioni imposte dall’Unione, governata da una Germania con un surplus finanziario sempre più evidente, hanno prodotto delle reazioni che erano lungamente previste, senza che si concretizzassero completamente. Dopo l’uscita inglese, l’Europa aveva evitato la deriva fascista francese, senza, però, utilizzare lo scampato pericolo per mettere in campo delle iniziative contro il populismo. La situazione italiana si è concretizzata grazie alla percezione, spesso reale, delle conseguenze imposte dall’Europa sul piano finanziario, che hanno generato profonda insoddisfazione nei ceti popolari, sopratutto se paragonate agli sforzi eseguiti in favore di banche ed istituti finanziari. Gli italiani sono convinti, e non a torto, che le riforme strutturali imposte da Bruxelles: diminuzione dei diritti sul lavoro, maggiore precarietà, età pensionabile spostata in avanti ed abbassamento sostanziale della qualità della vita, siano stati sacrifici troppo gravosi e che non hanno avuto una ricaduta sui ceti sociali che li hanno sopportati e li stanno sostenendo ancora. La questione è che i risultati di questi sacrifici hanno prodotto lavori di scarsa qualità e limitati nel tempo e grandi incentivi per le aziende, incentivi che sono stati usati in modo pessimo perchè non hanno creato alcun circolo virtuoso capace di creare una occupazione stabile e di qualità. L’indiziata numero uno per l’imposizione di queste politiche è Berlino, che rifiuta queste responsabilità. La cancelliera Merkel si è mostrata di rendersi conto di attuare nuovi correttivi per evitare che la fragilità europea porti alla rottura del progetto generale. Se viene ritenuta essenziale una maggiore convergenza economica tra gli stati membri, senza però una condivisione dei debiti e sottoponendo gli eventuali crediti verso i paesi più svantaggiati a riforme strutturali. Ma se lo schema è quello della Grecia ed anche dell’Italia il progetto europeo non può che andare incontro ad un fallimento. Occorre sottolineare che la Merkel è ostaggio in Germania della crescita delle formazioni di estrema destra tedesche ed anche della consueta avversione al pericolo dell’inflazione, quindi non può impegnarsi troppo in concessioni verso paesi, che buona parte della società tedesca vede quasi come parassiti. In sostanza quanto la Merkel può concedere è il massimo sentimento europeista che gli viene concesso dal proprio paese. Ma non potrebbe essere sufficiente proporre un Fondo monetario europeo insieme ad un progetto di truppe di intervento congiunte staccate dal sistema dell’Alleanza Atlantica. Sebbene il patto di governo delle forze al potere in Germania, Popolari e Socialisti, preveda la centralità dell’azione dell’esecutivo incentrata sulla riforma dell’Unione Europea, la politica messa in campo dal ministro socialista delle Finanze appare come la continuità del precedente dicastero, imperniata sulla lotta all’inflazione. Il timore è che le eventuali riforme proposte dal governo tedesco siano troppo poco incisive e funzionali soltanto ad accreditare la volontà tedesca di friformare l’Unione; anche perchè se lo stato tedesco non interverrà sul suo surplus di bilancio continuerà ad aumentare la differenza con gli altri stati, alimentando la sensazione che l’Europa sia funzionale alla Germania come propria zona di influenza economica dove imporre le proprie regole per trarre vantaggi per le sue aziende. Con l’Italia meno collaborativa e la Spagna alle prese con la transizione di governo, il presidente francese Macron appare più isolato nella ricerca di una azione di convincimento della Germania a cambiare le proprie posizioni e ciò crea, sul breve periodo un rafforzamento tedesco; ma se a Berlino non cambieranno indirizzo insieme al fallimento europeo, che non garantirà più i vantaggi alla Germania, ci sarà anche da analizzare il progressivo indebolimento tedesco sul piano mondiale.

Gli USA dchiarano la guerra commerciale all’Europa

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono destinati ad un duro confronto, che potrebbe inaugurare una nuova stagione circa i rapporti tra i due soggetti internazionali, caratterizzato da una vera e propria guerra commerciale. In questo contenzioso l’Europa è accomunata a Canada e Messico, paesi tradizionalmente alleati di Washington, ma questo punto non ha consentito a Trump ed al suo esecutivo di recedere nell’intraprendere un confronto che potrebbe degenerare presto dalle materie commerciali ad argomenti più vasti, come gli assetti internazionali. L’aumento dei dazi prevede un aggravio del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. Alla base del ragionamento distorto di Trump, c’è la convizione che un alto tasso di importazione possa riflettersi sugli assetti del settore industriale statunitense, senza considerare i benefici delle industrie americane che usano questi materiali per la loro lavorazione, mettendo sul mercato un prodotto finito con alto valore aggiunto. L’errore è considerare quasi soltanto la bilancia commerciale quale metro di valutazione per lo stato di salute dell’economia, una visione distorta che non considera i costi ed i benefici indotti dall’introduzione dei dazi, sopratutto nei confronti di soggetti alleati, sia dal punto di vista economico, che da quello più generale di tipo politico. Una delle spiegazioni fornite dal Segretario americano per il commercio è che le importazioni non permettono di sviluppare una industria nazionale capace e ciò si riflette sulla sicurezza nazionale, di cui uno dei fattori fondamentali è la capacità di produrre armamenti.  Questa argomentazione appare pretestuosa, sopratutto se il concetto di difesa viene allargato al piano globale dell’alleanza, comprendendo necessariamente anche l’Alleanza Atlantica, dove sarebbe necessaria una condivisione degli armamenti non solo dal punto di vista dell’utilizzo, ma anche della progettazione e della produzione. Tuttavia uno degli obiettivi di Trump è proprio quello di aumentare la vendita di armamenti proprio agli alleati, per compensare gli sforzi economici statunitensi effettuati sul piano delle politiche di difesa al di fuori dei confini americani. Per valutare questo assunto occorre ricordare che il presidente americano può avere alcune ragioni nel richiedere un maggiore sforzo economico degli alleati per le spese militari, ma pretenderlo in maniera indiretta imponendo dei dazi rischia di vanificare  le richieste, perchè tale provvedimento colpisce uno spettro economico più ampio ed investe i rapporti di naturale collaborazione tra soggetti internazionali. In effetti l’Unione Europea ha già annunciato ritorsioni contro alcuni prodotti americani: ciò renderà inevitabile una esclation reciproca di applicazionidi nuovi dazi, che nonpotrà ripercuotersi sui rispettivi rapporti. La somma di cui si parla è di circa 6.400 milioni di euro, che coincide con quanto viene ricavato dalla vendita di acciaio ed alluminio agli USA; i dazi europei sui prodotti americani dovrebbero interessare merci per un importo di pari valore. L’applicazione dei dazi da parte americana ha provocato, come al solito quando si parla di Europa,  risposte non uniche da parte dei membri europei e ciò potrà vanificare l’azione di contrasto agli Stati Uniti; infatti la Germania ha proposto una politica di incentivi agli Usa per evitare i dazi, mentre la Francia ha assunto un atteggiamento più rigido opponendo un rifiuto a trattare sotto il ricatto di Trump. La possibilità più probabile è un confronto molto duro, perchè quello che contraddistingue gli Stati Uniti sulla loro posizione è l’applicazione dello spirito nazionalista, sul quale si fonda l’intenzione di non concedere alternative agli stati europei, malgrado le dichiarazioni americane improntate ancora alla possibiltà di un negoziato. La realtà è che Trump intende proseguire sulla strada della fermezza ad ogni costo, ma le conseguenze poltiche potrebbero essere nefaste, prima di tutto proprio per il Presidente americano.

La Grecia teme il contagio italiano

Le questioni italiane stanno potranno avere riflessi concreti anche fuori dai confini del paese e sopratutto nelle economie europee più deboli. Il primo paese a temere questo scenario è la Grecia, che si avvia ad uscire dall’amministrazione controllata. Lo sciopero generale che si è svolto mercoledì, il primo dell’anno, segnala la difficoltà della poplazione greca di fronte ai sacrifici imposti da Bruxelles. Dopo un decennio di austerità obbligata, Atene teme che i contraccolpi della crisi italiana possano vanificare gli sforzi sostenuti. Alla vigilia dell’approvazione dell’ultima revisione del salvataggio economico greco, il governo di Atene vanta i risultati ottenuti, rivendicando una inaspettata capacità, da parte del paese, di raggiungere una propria stabilità, funzionale alla stabilità della zona della moneta unica europea, tuttavia il livello di indebitamento del paese ellenico appare ancora troppo alto per garnatire una messa in sicurezza della Grecia. Quello che Atene teme in modo consistente di vedere vanificati i risultati economici, che vedono il segno positivo, per la prima volta dal 2009, a causa di un effetto di influenza della crisi italiana, sia dal punto di vista finanziario, che da quello politico. L’obiettivo del governo è di arrivare alla scadenza della legislatura ed effettuare la tornata elettorale nel 2019, ciò permetterebbe di terminare i piani dell’esecutivo e sperare in una soluzione positiva della crisi politica di Roma, per disinnescare il pericolo delle formazioni contrarie all’europa e su posizioni sovraniste. Una eventuale affermazione di questa parte politica potrebbe compromettere gli attuali risultati, per porre la Grecia in una posizione di forte critica contro Bruxelles. La paura è legittima: un conto è che le trattative con l’Europa siano portate avanti da un governo convinto della scelta europea, un altro è avere come interlocutore un esecutivo formato da esponenti fortemente avversi a Bruxelles. Certamente a questo scenario potrebbe contribuire un governo italiano su posizioni di forte critica, anche se in parte legittima, verso gli organismi europei. Anche perchè il sostegno europeo ammonta a circa 300.000 milioni di euro dal 2010 e rappresenta un ostacolo non da poco per allentare i rapporti con l’Unione. Restano, però, come argomenti concreti i peggioramenti imposti ai greci, come la deregolamentazione del mercato del lavoro, il possibile incremento della dismissione di beni pubblici, che rientrano in un sistema di austerità che ha creato povertà e forte disillusione verso l’istituzione europea, intesa come casa comune dei popoli; la percezione, come anche avvenuto in Italia, è sempre quella di una Europa non a favore dei cittadini, ma della grande finanza ed in generale dei fantomatici poteri forti. Contro queste convinzioni dovrà essenzialmente lottare il governo greco trovando il giusto bilanciamento tra gli strumenti per ridurre il debito, sempre sperando che Bruxelles inizi ad assolvere il proprio compito istituzionale verso i cittadini europei.

Le relazioni tra USA ed Europa in pericolo per le possibili sanzioni all’Iran

Se la trattativa con la Corea del Nord si sta evolvendo in senso positivo, alla Casa Bianca ritengono che molto è dipeso dalla pressione esercitata dalle sanzioni. L’intenzione sarebbe quella di ripetere lo stesso schema con l’Iran per ridurre la pericolosità del regime di Teheran. Il primo passo in questa direzione è stata la rottura di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama insieme ai partner europei. Il problema per gli Stati Uniti è l’atteggiamento da tenere verso l’Europa, dal momento in cui scatteranno le sanzioni contro il paese iraniano e quindi potenzialmente contro le aziende cohe continueranno a collaborare con Teheran. La firma del trattato sul nucleare iraniano ha permesso di ridurre drasticamente le sanzioni ed ha aperto un collaborazione commerciale, che, se venisse interrotta, porterebbe notevoli perdite ad aziende tedesche, francesi, inglesi ed italiane. Occorre ricordare che solo gli Stati Uniti sono usciti, in maniera unilaterale, dal trattato, che è ancora riconosciuto da Unione Europea, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania; l’atteggiamento americano, quindi, rischia di allontanare ancora di più Washington dai propri alleati naturali, spratutto se il governo statunitense dovesse dare seguito ai propositi del Segretario per la sicurezza nazionale, che prevede di sanzionare le società europee che intendono continuare ad avere rapporti commerciali con l’Iran. Tuttavia questa tattica presenta diverse controindicazioni, sopratutto se confrontata alla situazione nordcoreana. Prima di tutto l’Iran non è la Corea del Nord: pur provato dalle sanzioni il paese iraniano non è allo stremo come quello nordcoreano, può contare su di una efficiente struttura militare e non è affatto isolato nel contesto diplomatico. In più la posizione degli europei, che per la Corea del Nord è allineata agli Stati Uniti, è in totale disaccordo con Washington; questo elemento costituisce un punto a favore dell’Iran nella contesa con gli Stati Uniti. La determinazione di Trump è però quella di proseguire verso un regime sanzionatorio, per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. Possono configurarsi due scenari, nei confronti delle aziende europee: il primo è un atteggiamento rigido, che colpisce tutte quelle imprese che intendono portare avanti la collaborazione con gli iraniani, con tutte le conseguenze del caso nei rapporti commerciali, prima, e diplomatici, dopo tra USA ed Europa, che potrebbero andare ad influire fino ai livelli più stretti di collaborazione tra le due parti; oppure Washington potrebbe scegliere una via più morbida, sul modello delle sanzioni esercitate su Cuba, dove le imprese europee erano state esentate dal regime sanzionatorio. Questo secondo scenario ha il vantaggio di preservare le relazioni con l’Europa, ma rischia di rendere inefficaci le sanzioni americane contro l’Iran, oltre a rappresentare un possibile segnale di debolezza del presidente americano. L’impressione è che la Casa Bianca non cederà tanto facilmente alle istanze europee, dando il via ad una serie di contrasti, che potrebbero aggravare la situazione di chiusura commerciale americana, cui la volontà di sanzionare l’Iran costituirà una pesante aggravante. Quello che rischia di materializzarsi è una guerra commerciale molto dura tra USA ed Europa, che si affiancherà a divergenze sempre più marcate sul piano della politica internazionale: uno scenario teso a spaccare l’occidente a favore di una frammentazione che potrà essere utile soltanto a Cina e Russia. Dal punto di vista dell’Europa, già indebolita dall’uscita dall’Unione del Regno Unito e dell’atteggiamento dei paesi orientali, si evidenzia come la necessità di una maggiore unione politica non sia più procrastinabile, per raggiungere una indipendenza economica e militare, indispensabile per agire in modo sempre più autonomo di fronte alle problematiche mondiali, che si riflettono in profondità, fino alla vita quotidiana dei suoi cittadini.