L’integrazione militare europea che non piace agli Stati Uniti

Un nuovo motivo di scontro si delinea tra gli Stati Uniti e l’Europa: quello del mercato degli armamenti nell’ambito del rafforzamento dell’Alleanza Atlantica. Uno dei punti del programma politico di Trump è quello di diminuire l’impegno militare a favore di altri stati, anche degli alleati. Per il presidente degli USA un minore impegno comporta un risparmio finanziario da destinare alla crescita americana; partendo da questo punto Trump ha più volte sollecitato, sopratutto gli stati europei, ad una maggiore partecipazione, anche economica, ai programmi relativi alla difesa. I modi con cui queste sollecitazioni sono arrivate non sono stati del tutto diplomatici, anche se occorre riconoscere, che l’atteggiamento europeo nei confronti della difesa si basava troppo sull’aiuto e sull’impegno americano. La questione ha imposto una riflessione seria nelle nazioni europee, dove è stata riconosciuta l’esigenza di programmi militari comuni nell’ambito dell’Unione. D’altra parte questa esigenza potrebbe anche favorire l’adozione di una linea comune in politica estera ed essere un fattore decisivo per l’obiettivo dell’unione politica. Anche l’uscita del Regno Unito da Bruxelles, ha costituito un ulteriore motivo di costruire nuovi strumenti in grado di favorire programmi comuni nell’ambito della difesa. Accertato, quindi, che la politica di integrazione militare dell’Unione era ormai obbligatoria si è resa necessaria la creazione di un fondo, finanziato annualmente dal bilancio dell’Unione con un miliardo di euro per gli armamenti e di cinquecento milioni per la ricerca in campo militare. L’obiettivo è anche quello di coinvolgere l’apporto dei singoli stati con contribuzioni finanziarie di importante entità. Il punto centrale del progetto è però che per accedere a questi fondi le aziende dovranno essere europee. Di fatto ciò rappresenta una chiusura per il paese che è il maggiore produttore di armi al mondo: gli Stati Uniti. Washington ha accusato apertamente Bruxelles di protezionismo, entrando in contraddizione con la politica economica inaugurata da Trump a livello nazionale, che si basa proprio sulla chiusura ai produttori stranieri; inoltre il mercato degli armamenti statunitense è da sempre riservato alle aziende locali. Secondo la politica inaugurata dall’Unione gli Stati Uniti andrebbero a perdere una quota consistente del mercato degli armamenti, sopratutto se considerato che quello dell’Unione sarà un mercato in chiara espansione, situato in una delle zone con maggiore ricchezza. All’interno dell’Alleanza Atlantica, che all’inizio aveva giudicato positivamente il piano europeo, ora se ne considerano gli effetti sotto un’ottica differente. Se dal punto di vista economico il maggiore membro dell’Alleanza avrà una perdita consistente, anche dal punto di vista politico l’influenza di Washington è destinata a diminuire proprio per quanto auspicato da Trump: una maggiore autonomia militare dell’Unione Europea. Potenzialmente questi due fattori sommati, possono creare una alterazione degli equilibri interni dell’Alleanza Atlantica, già messi in pericolo dalla posizione della Turchia, sempre più lontano politicamente da Washigton. Deve essere però specificato che la protezione militare americana costituisce ancora la parte più importante della difesa europea e che l’autonomia in questo settore non può essere raggiunta nel breve periodo, anche se i fondi a disposizione fossero molto più consistenti; quello che occorre, oltre ai materiali bellici, sono un coordinamento effettivo, che è ancora lontano, ed un livello di integrazione tra le varie forze armate dei diversi paesi, che non si può raggiungere con programmi ben definiti ed in tempi non certo brevi. Queste considerazioni espongono l’Europa ad una sorta di ricatto, che gli Stati Uniti potrebbero mettere in atto se si vedranno esclusi dal mercato che si sta per aprire. L’Unione deve valutare se rinunciare, almeno in parte, alle politiche di sviluppo militare, che è anche una occasione per la ricerca tecnologica e beneficiare così, in modo certo ancora della protezione americana o arrivare allo scontro con il suo maggiore alleato per arrivare ad una maggiore autonomia nel settore della difesa. D’altra parte gli Stati Uniti non potranno rivendicare l’accesso al mercato militare europeo se non assumeranno una posizione di reciprocità ed in ogni caso gli alleati europei sono troppo importanti nello scenario attuale caratterizzato dal protagonismo russo ed il ruolo cinese, solo per citare alcuni degli attori sulla scena. La via da percorrere sarà quella diplomatica con tutte le difficoltà del caso, ma per l’Europa l’occasione di creare una propria forza armata è unica ed obbligata.

Bruxelles pensa all’ammissione dei paesi balcanici nell’Unione

Uno egli obiettivi del Presidente della commissione europea Juncker era l’allargamento dei membri dell’Unione Europea. L’ingresso di nuovi stati è fermo dal 2015, quando fu ammessa la Croazia. Precedentemente nel 2004 entrarono dieci paesi, gran parte dell’ex blocco sovietico, i paesi baltici e Malta, mentre nel 2007 fu il turno di Bulgaria e Romania. I paesi balcanici, quelli provenienti dalla dissoluzione della Jugoslavia, Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Kosovo, più l’Albania, è da tempo che ambiscono a fare parte dell’Unione e va detto che geograficamente la vicinanza all’Europa giustificherebbe queste ambizioni. Tuttavia soltanto Serbia e Montenegro hanno aperto i negoziati con Bruxelles per l’ammissione, mentre gli altri paesi, hanno, per ora, minori possibilità di ingresso nell’Unione. Le intenzioni del Presidente della commissione e della rappresentante per l’Unione della politica estera, sono quelle di cercare delle soluzioni per l’ingresso dei paesi balcanici in Europa, ma, al momento, i requisiti richiesti non sono soddisfatti. Sul tema dei diritti fondamentali questi paesi sono ancora lontani dagli standard europei e Bruxelles ha richiesto riforme concrete; anche i contrasti tra i paesi balcanici per ragioni di confini rappresentano un ostacolo importante, così come il grande livello di corruzione e la presenza molto rilevante della malavita all’interno della vita istituzionale sono argomenti, che, allo stato attuale bloccano ogni possibilità, se non saranno risolti. Dentro le istituzioni europee il pensiero dell’inclusione è motivato dalla volontà di prevenire una possibilie instabilità sui confini europei, tuttavia non c’è da attendersi un favore generale al potenziale ingresso dei nuovi membri. Una delle ragioni che più preoccupano i contrari è la possibilità che i paesi balcanici, una volta entrati nel consesso europeo, vadano ad allinearsi alle posizioni dei paesi dell’Europa dell’Est, caratterizzate da profondo euroscetticismo e con una condotta sui diritti fondamentali molto diversa dai paesi occidentali. Il rischio concreto potrebbe diventare che ad essere ammessi nell’Unione sarebbero ancora una volta paesi che non condividono gli elementi fondativi dell’Unione, ma aspirano a migliorare soltanto la propria condizione economica. Concretamente c’è il rischio reale che vengano rovesciati gli equilibri europei in favore della visione, sempre meno democratica, dei paesi dell’est, contraddistinta dal rifiuto della divisione degli obblighi comuni, basti guardare al caso delle migrazioni, unita al mantenimento di una situazione, attualmente privilegiata, dei contributi europei. Il punto centrale ora è chiedersi se il precedentemente allargamento è stato positivo o negativo l’Europa ed in base a quello ragionare per un ampliamento ulteriore. L’attuale situazione di contrasto con gli stati del gruppo di Višegrad fa propendere piuttosto ad un restringimento dell’Europa, che ad un allargamento, che non ha prodotto vantaggi per quelli stati che erano già membri e per l’idea stessa di unione che era stata prospettata. D’altra parte un allargamento con le condizioni con cui sono avvenuti quelli precedenti non sembra essere indicato, giacché dovrebbero essere previsti meccanismi di eventuali espulsioni per quelli stati che non si adeguano ai valori fondativi dell’Europa. La domanda è se gli stati balcanici si sono abituati alla democrazia nel senso più pieno del termine o, invece, siano come i paesi dell’est, che risentono ancora degli influssi dei regimi comunisti ed esprimono dei governi che tendono ad essere illiberali. Il rischio è che sia l’occidente, cioè il nucleo fondativo dell’Europa a doversi adeguare ad un livello di democrazia più basso di quello dei propri standard e che l’Unione, per allargarsi numericamente, abbia una compressione dei diritti. Se, da un lato, l’intenzione di aumentare i paesi membri è lodevole proprio per cercare di allargare i diritti, dall’altro lato, occorre riconoscere che i paesi dell’Est Europa, al momento, rappresentano una delusione per la mancata evoluzione in senso democratico. Anche se la strada per l’ammissione dei paesi balcanici è ancora lunga, occorre ponderare bene questa eventualità ed almeno pensare forme di ingresso graduali, modulate sul lungo periodo, che possano interrompre i rapporti con quegli stati, che, sopratutto, in prospettiva, non sembreranno capaci di adeguarsi a processi democratici rispondenti agli standard richiesti ed attesi.

Germania: la grande coalizione apre alla fine dell’austerità anche in Europa

La Germania si avvia verso la grande coalizione, non senza diverse difficoltà, non solo nell’elettorato socialdemocratico , ma nell’elettorato complessivo. Infatti circa il 54% dei tedeschi sarebbe contro la soluzione di governo verso cui il paese è diretto e recenti sondaggi hanno previsto, che in caso di nuove elezioni, i due partiti maggiori non riuscirebbero a raggiungere la quota necessaria per governare. In questo quadro la necessaria ricerca degli equilibri tra i due partiti deve mirare alla siutazione interna di ciascuna compagine e quella più precaria risulta essere quella socialdemocratica. Non è un caso che Schultz sia, rispetto alla Merkel, il più attivo nella comunicazione dei risultati raggiunti: avere concordato con l’ex cancelliera la fine dell’austerità dovrebbe essere l’argomento per convincere quella parte del suo partito contraria alla grande coalizione. I giovani socialdemocratici restano i più avversi alla soluzione politica che si sta delineando, prima di tutto perchè non volevano lasciare il ruolo di principale partito di opposizione alla destra estrema e poi perchè sono stati delusi dai risultati del precedente governo, la cui formazione è identica a quello che si sta costituendo. In effetti i socialdemocratici, nel passato esecutivo, hanno dovuto dare il benestare ad una politica economica di destra, contraria alla loro natura, che ha acuito le differenze sociali nel paese, praticando una politica imperniata sul contenimento dell’inflazione, che ha favorito i redditi più elevati e derivanti dal capitale e non dal lavoro; questa è la ragione principale della divisione all’interno della socialdemocrazia tedesca. Il fallimento del tentativo precedente, che doveva vedere un governo formato dai cristiano democratici con i verdi ed i liberali è fallito e ciò ha portato alla ripetizione della formazione dell’esecutivo precedente. La posizione di Schultz, uomo delle istituzioni, prima ancora che di partito, è stata subito difficile perchè obbligato ad una scelta responsabile verso il paese, ma che secondo alcuni andava a svantaggio del partito. Questa ultima ipotesi, però, potrebbe essere smentita da una politica economica in grado di favorire i ceti più svantaggiati e l’elettorato socialdemocratico in modo da invertire l’avversione della base del partito. Del resto la stessa Merkel pare essersi resa conto che è arrivato il momento di cambiare atteggiamento verso la politica di austerità, che deve essere attenuata per favorire aperture favorevoli ai ceti sociali che più hanno pagato il prezzo di queste politiche. Questa nuova politica dovrà concretizzarsi con un aumento di investimenti pubblici, un incremento dell’occupazione giovanile ed un maggiore investimento in ambito europeo per favorire il futuro tedesco all’interno di una Europa sempre più unita. Sulla questione europea pare esserci una identità di vedute tra Schultz e Merkel, che individuano in un progetto che abbia come finalità l’unione politica europea, un cambio di atteggiamento da parte di Berlino, che deve lasciare il ruolo di difensore della rigidità dei bilanci, per fornire anche una diversa percezione agli altri paesi europei. In questo senso anche le relazioni sempre più strette prese dalla Merkel con il Presidente francese, per favorire una maggiore integrazione europea, per continuare devono essere supportate da iniziative concrete e non solo meramente programmatiche. L’aumento del lavoro, un maggiore potere d’acquisto, garanzie sempre maggiori sui diritti sociali e l’accesso a sistemi di welfare funzionanti, sono le condizioni da cui non si può prescindere per fornire una diversa percezione dell’istituzione europea, che deve passare anche per la ripresa dei mercati interni, troppo compressi da anni di austerità. Se la grande coalizione saprà rinnovarsi come ingegneria politica ed affermarsi in Germania, ciò potrà funzionare per aprire la via dello sviluppo di tutta quella parte di Europa che saprà ancora credere in se stessa e ritrovare quella centralità, anche politica che non è presente, ma sarebbe necessaria, nell’attuale scenario mondiale.

I significati della visita in Cina del Presidente francese

La visita in Cina del presidente francese, Macron, appare più che un semplice scambio diplomatico, ma annuncia l’intenzione, da entrambe le parti, di cercare di spostare ul vertice di importanza sulla scena internazionale. Certamente il vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti facilita queste intenzioni, ma la volontà propulsiva dei due paesi spinge per creare dei nuovi centri mondiali di riferimento. Non è un caso che uno dei temi maggiori che saranno trattati nel vertice bilaterale sarà quello dell’ambiente, un argomento che sollecita la grande attenzione dell’opinione pubblica mondiale e che diventerà sempre più un cavallo di battaglia contro la direzione presa dagli Stati Uniti di Trump. Infatti, aldilà delle ovvie, ma necessarie, dichiarazioni di intenti di Pechino e Parigi, il problema ambientale ed i suoi tentativi di risoluzione, può diventare una sorta di legittimazione per la Cina ad assurgere a grande potenza, malgrado l’assenza di democrazia all’interno del suo territorio, e per la Francia un tentativo di uscire dai suoi confini e per accreditarsi al ruolo di guida dell’Unione Europea. Macron in questo viaggio porta senz’altro avanti la causa francese, ma, in concomitanza, con l’assenza di un governo in Germania, esercita quasi un ruolo di supplenza della Merkel, a nome dell’Europa, che ne disvela le intenzioni e le ambizioni. Nell’agenda del vertice, oltre alle questioni economiche, ci sono temi di politica internazionale, che vanno aldilà del rapporto tra i due stati: oltre ai cambiamenti climatici, infatti, all’ordine del giorno c’è la lotta al terrorismo ed il problema della Corea del Nord. Appare però molto rilevante, dal punto di vista della politica internazionale, l’intenzione dei due paesi di collaborare in Africa alla costruzione di infrastrutture ed allo sviluppo commerciale del continente nero. L’attività cinese in Africa ha assunto dimensioni considerevoli per la quantità di investimenti e per la rilevanza dell’impegno: Pechino ha individuato nel continente africano le migliori possibilità di sviluppo futuro, realizzando investimenti di lungo periodo e, nel contempo, ha intrapreso uno sfruttamento intensivo delle materie prime africane, suscitando il sospetto di una pratica quasi colonialista nei confronti dei paesi poveri africani. La Francia ha ancora interessi in Africa, sia economici, che politici, retaggio del colonialismo praticato nei secoli scorsi. La percezione è che Macron tenti di inserirsi nei piani di sviluppo cinesi, come alleato più esperto nella gestione dei conflitti con le autorità e le società locali, al fine di contenere le possibili cause di ostacolo all’avanzata cinese. Per Pechino si tratterebbe, da una parte di un rischio, ma dall’altra dell’opportunità di collaborare con una democrazia pienamente riconosciuta come quella francese, con la quale dividersi i rischi di mmagine derivanti dalle politiche industriali, spesso invasive, portate avanti nei paesi africani. Il presidente francese in cambio, oltre alla collaborazione in Africa, chiederebe, un riequilibrio, almeno parziale, della bilancia commerciale con la Cina, attualmente a favore di Pechino nella misura di 30 miliardi di euro. Per la Francia la Cina, rappresenta comunque il partner commerciale più grande del continente asiatico ed un maggiore accesso della sua produzione sul territorio cinese, magari nel settore del lusso, visto la grande crescita dei miliardari cinesi, potrebbe diminuire il deficit commerciale. Questa visita denota, la volontà del presidente francese di giocare un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale, sia dal punto di vista personale, segnalandosi per il suo attivismo che vuole significare la volontà di diventare di uno dei personaggi politici sempre più influenti, che per il suo paese, che secondo il suo progetto, deve assumere un ruolo almeno paritario con la Germania in Europa, ma anche essere in grado di recitare un ruolo singolo nel rapporto con le più grandi potenze, sfruttando le possibilità che la congiuntura internazionale può offrire. Resta da vedere se questa strategia di grande impegno sulla scena diplomatica sia soltanto un piano di sviluppo per la Francia o anche la volontà di nascondere le difficoltà interne che Macron sta trovando nel suo paese. Lo schema che prevede una grande visibilità estera è stato spesso applicato nel tempo da diversi statisti per mettere in secondo piano i problemi interni e per un presidente come quello francese, che ha riscosso un grande successo elettorale, subito ridimensionato nel gradimento una volta insediato, sembra nelle condizioni ideali per utilizzarlo.

La Germania cerca una intesa per il governo: per se e per l’Europa

La politica tedesca prova ad uscire dell’immobilità provocata dal risultato delle ultime elezioni legislative, che impedisce la formazione del governo. Il fallimento del tentativo di formare una coalizione tra il partito della cancelliera uscente, Angela Merkel, con i liberali ed i verdi deve costituire un esempio del quale occorre evitare di ripetere gli errori. In questa prima fase non si è ancora entrati nelle consultazioni formali, che verranno affrontate soltanto se i colloqui preliminari avranno un esito positivo. Anche se la scelta appare obbligata ci sono questioni, che hanno una rilevanza non da poco, che sono da definire e che rappresentano le distanze maggiori tra i cristiano democratici ed i socialdemocratici. Per questi ultimi è necessario non ripetere l’appoggio ad un governo incentrato su politiche economiche di rigidità nei confronti dell’Unione Europea. Per i socialdemocratici questo punto faceva parte integrante del loro programma elettorale. I dirigenti del partito della socialdemocrazia non vogliono di nuovo avvallare politiche troppo restrittive e concentrare l’azione di governo sulle question interne. Le pressioni del presidente della repubblica francese sull’entrata nel governo tedesco dei socialdemocratici, partono proprio dalla condivisione della necessità di mettere al centro dell’azione del nuovo esecutivo tedesco, la questione europea. Da tempo l’inquilino dell’Eliseo propone delle riforme per l’Europa, incentrate sull’interruzione della rigidità di bilancio per favorire lo sviluppo e permettere a tutte le industrie continentali, e, quindi, non solo a quelle tedesce, di entrare in competizione a livello mondiale e, di conseguenza, alzare i redditi dei cittadini europei. Questi propositi, sebbene con alcune differenze, sono da tempo nell’agenda dei socialdemocratici, che, in caso di accrodo per il nuovo governo ambiscono a ricoprire la carica del ministero delle finanze, il posto cruciale da cui condurre la politica economica tedesca. I timori del partito socialdemocratico sono relativi alla promessa fatta agli elettori durante la campagna elettorale, quando fu assicurato che non avrebbero ripetuto l’esperienza della grande coalizione, tuttavia le mutate condizioni politiche rendono necessaria la ripetizione dell’esperienza dell’esecutivo precedente. Il problema, infatti, non è solo la conduzione del paese tedesco, ma la necessità che a Berlino ci sia un governo stabile anche per l’Europa: la situazione di immobilismo tedesca provoca anche una sorta di paralisi politica a livello continentale, che non è possibile sopportare a lungo in una situazione dove le risposte veloci alle varie situazioni internazionali, sono più che necessarie. Certamente, se questa volta il partito socialdemocratico non potrà mantenere fede ad un programma di crescita ed anche di riduzione delle diseguaglianze, l’impatto negativo con il corpo elettorale sarà certamente irrecuperabile. Per il presidente francese, non è, però, soltanto necessaria la partecipazione dei socialdemocratici, ma anche di Angela Merkel alla guida del governo, che deve garantire, con il suo prestigio, il proseguimento della collaborazione tra Francia e Germania, intesa come una doppia guida continentale. La presenza della Merkel sarà anche funzionale ad assicurare ai fautori della rigidità di bilancio, molto numerosi tra le fila del suo partito, il controllo sui nuovi provvedimenti espansivi in materia economica, in un’ottica di contenimento del fenomeno inflattivo. Le condizioni per portare a temine le trattative sono quelle di formare un governo stabile, che non rientri nella fatispecie dell’esperimento politico o che sia un esecutivo di minoranza, limitato nelle decisioni importanti che dovrà prendere. Tecnicamente, per arrivare al più presto alla soluzione, si cercherà di arrivare ad un programma di partenza fissato in pochi punti condivisi, dal quale, poi, si svilupperanno in maniera più approfondita le questioni nei loro dettagli e particolari. L’unione dei paesi europei, con la costituzione del governo tedesco potrà ripartire per occuparsi in modo più deciso, oltre delle questioni economiche, anche di quei problemi, dalla difesa comune, alla maggiore sovranità di Bruxelles, che dovranno permettere di risolvere le questioni contingenti, come il problema migratorio, in modo veloce e più equo, suddividendo in maniera uguale le emergenze che riguarderanno il territorio europeo nel suo insieme e non più su base nazionale in relazioni alle rispettive convenienze.

L’Europa ed il vuoto di potere lasciato dagli USA nello scenario internazionale

Uno dei maggiori effetti della presidenza Trump, sul piano internazionale, è il progressivo allontanamento degli Stati Uniti del ruolo che avevano ricoperto fino alla presidenza Obama: nella posizione di maggiore potenza mondiale, Washington, esercitava una sorta di controllo della scena diplomatica, che assicurava una certa stabilità al mondo. Se questo ruolo era positivo o negativo è un giudizio soggettivo e che poteva variare secondo la contingenza del momento, ma per una analisi relativa all’attuale vuoto di potere appare ininfluente. Resta pure vero, che una sorta di abdicazione era già iniziata con Obama, che aveva cercato di non impegnare gli USA in prima persona ed in maniera diretta in alcune crisi internazionali, prima fra tutta quella siriana, ed aveva adottato un sorta di delega verso gli alleati più collaborativi, lasciandogli la posizione preminente e riservando al paese americano un ruolo più defilato e di secondo piano. Tuttavia, malgrado questo disimpegno, dettato da ragioni politiche, ma anche economiche, Washington e la Casa Bianca restavano al centro della scena internazionale e pronti ad inserirsi con i consueti valori occidentali. Con il nuovo inquilino della Casa Bianca questa sorta di consuetudine è cambiata: il disimpegno americano, come peraltro promesso in campagna elettorale, si è accentuato fino ad assumere dei connotati originali, ben diversi dalle modalità che aveva assunto Obama. Oltre che a rappresentare una novità sulla scena internazionale il nuovo atteggiamento americano, soltanto mitigato dai militari e dai diplomatici statunitensi, costituisce un vuoto di potere che offre l’occasione di essere colmato da altre potenze. D’altronde la situazione internazionale ha subito delle variazioni sostanziali, ha ampiamente superato la fase del bipolarismo e presenta una realtà più fluida con una serie di soggetti capaci di provocare delle alterazioni significative degli equilibri generali, senza quasi che questi processi si possano fermare. L’emergere di attori non nazionali come lo Stato islamico, ha evidenziato la pericolosità della mancanza di controllo di fenomeni capaci di superare la classica dialettica tra gli stati, per incrinare una visione d’insieme ormai troppo cristallizzata. La Russia ha ripreso a giocare un ruolo da superpotenza, ma il suo deficit strutturale interno la pone ancora aldisotto degli USA, sebbene l’attivismo di Putin ha creato certo grosse difficoltà a Washington, ma il vero competitor degli Stati Uniti appare piuttosto la Cina, che ha già superato il paese americano in alcuni dati significativi. Pechino rappresenta un avversario con finalità diverse perchè cerca una supremazia economica e tecnologica, ma non mira ad intromettersi nella politica interna degli stati, almeno per ora. Tuttavia è un paese con una forma di governo autoritaria e che dispone di una grande liquidità finanziaria, fattori che gli permettono una velocità di decisione maggiore delle democrazie e la facilità ad entrare nei mercati occidentali, come in quelli del terzo mondo, con la concreta capacità di condizionarli dall’interno. Probabilmente questo scenario sarebbe comunque stato inevitabile, ma la chiusura degli USA in se stessi ne facilita le condizioni di riuscita. Il futuro presenta grandi incognite, sopratutto per gli stati europei, che hanno tempi di reazione troppo lenti ai cambiamenti e sono ancora troppo indietro per giocare un ruolo da protagonisti nell’arena della politica internazionale. Il concreto pericolo è che l’avanzata cinese, contraddistinta da una grande penetrazione nei mercati e quindi nelle società europee, si trasformi, in modo sottile, da economico a politico, senza che sia più presente lo scudo americano. Per ovviare a questa sorta di minaccia è importante che l’Europa continui a sviluppare i contatti con la Cina, perchè in questa fase economica sono imprescindibili, ma da una posizione paritaria e per fare ciò occorre una indipendenza da Washington che sta diventando obbligata ma che non è ancora stata conquistata. Se lo scenario è cambiato occorre adeguarsi, non con soluzioni trovate di volta in volta, ma con un piano ben programmato, che passa dalla riforma delle istituzioni centrali europee ed arriva, necessariamente, ai criteri di adesione e permanenza all’interno dell’unione. Altrimenti il vuoto di potere americano è destinato ad essere colmato da un soggetto che ha ben poco in comune con i valori democratici europei.

Bruxelles potrebbe ritirare alla Polonia il diritto di voto

La decisione di mettere in pratica il dispositivo previsto dall’articolo sette del trattato dell’unione europea, rappresenta una novità ed è destinato a creare un precedente di rilievo nei rapporti tra gli stati europei e gli organismi centrali dell’unione. La Commissione europea ha deciso di procedere su questa strada, dopo diversi avvertimenti alla Polonia, ben tre raccomandazioni, venticinque lettere e diversi incontri tra le due parti, che sono sempre stati disattesi. I fatti dicono che Varsavia ha attuato più di trenta provvedimenti legislativi che hanno compromesso l’indipendenza del sistema giudiziario polacco, tra cui gli organi più rilevanti, come Corte costituzionale, Corte suprema, Consiglio della magistratura fino ad arrivare ai tribunali ordinari. Inoltre il governo polacco sta esercitando una pressione sugli organi di stampe del paese, con il chiaro intento di soffocare ogni forma di dissidio e quindi con l’obiettivo di comprimere la libertà di stampa, da sempre ritenuto un elemento necessario per fare parte dell’organizzazione di Bruxelles. Il risultato finale per la Polonia dovrebbe essere la perdita dei diritti di voto all’interno dell’Unione. Tuttavia non si tratta di un iter così automatico, nonostante che le violazioni siano chiare e palesi; il meccanismo di attivazione dell’articolo sette prevede, infatti, due fasi, una preventiva ed una sanzionatoria; per l’approvazione della prima è richiesto un quorum dei quattro quinti tra i membri del Consiglio circa l’accertamento della grave violazione dell’articolo due del trattato: ed in questo momento pare che l’orientamento dei membri del consiglio sia quello di attivare la procedura preventiva dell’articolo sette . Una volta superata questa prima parte, occorre la proposta di attivazione della fase sanzionatoria da parte di un terzo degli stati membri o della Commissione europea, con la approvazione del Parlamento europeo, infine la votazione avviene in seno al Consiglio dove, per essere approvata, deve raggiungere l’unanimità dei voti. Questa eventualità non dovrebbe, però verificarsi perchè l’Ungheria ha già annunciato che il suo voto sarà contrario. Budapest ha un governo che è anch’esso sotto osservazione, per violazioni analoghe a quelle di Varsavia e potrebbe essere sottoposto allo stesso procedimento, inoltre Polonia ed Ungheria sono allineate su diverse materie, come il rifiuto della distribuzione dei migranti, che le pone in aperto contrasto con Bruxelles. Per la verità quello che si sta delineando è uno scontro tra la parte fondante dell’Unione ed il gruppo di Visegrad, che, oltre a Polonia ed Ungheria, comprende anche Slovacchia e Repubblica Ceca, tutti paesi appartenenti all’ex blocco sovietico e che usufruiscono di ingenti contributi da Bruxelles, tenendo un atteggiamento ostile sulla divisione delle emergenze ed ora anche non rispettando più il trattato di adesione nei suoi principi fondamentali. La volontà di Parigi e Berlino, seppure priva di un governo nazionale, di sanzionare la violazione del trattato è chiara ed è seguita anche da Italia e Spagna : quello che si prefigura è uno scontro di mentalità che, fino ad ora, era rimasto confinato alla mancanza di ufficialità e che da ora diventa un precedente ufficiale e che può fare partire in futuro un iter sanzionatorio ancora più pesante, per non ammettere violazioni così pesanti delle regole comuni. Se verrà intrapresa questa strada si assisterà, presumibilmente, ad uno scontro tra i fautori della sovranità nazionale e quindi si potrà favorire una aggregazione dei movimenti conto l’unione, e chi propende per una Unione Europea sempre più legata da vincoli comuni, che passano per forze dalla cessione di quote di sovranità nazionale sempre maggiori nel tempo. Ciò potrà essere l’occasione per rendere efficace l’adesione all’europa su principi di mutuo sviluppo e non di pura ed esclusiva convenienza; ma ciò dovrà essere condiviso dalla cittadinanza, che non dovrà più percepire l’unione come una istituzione calata dall’alto, ma come un organismo capace di migliorare la vita dei popoli europei attraverso il miglioramento della condizione e della qualità della vita.

La Russia ritira le truppe dalla Siria

Prima della programmata visita in Egitto, il presidente russo Putin ha effettuato una visita a sorpresa in Siria, dove ha annunciato il ritiro della maggior parte degli effettivi militari di Mosca presenti nel paese siriano. Per la Russia l’operazione siriana, in appoggio ad Assad è virtualmente conclusa con il mantenimento al potere del governo di Damasco e con la sconfitta dei quelli che sono stati definiti i più potenti gruppi terroristici militari internazionali. Se Mosca ritira la gran parte delle sue truppe significa che ritiene che il pericolo di una deposizione di Assad sia stato scongiurato e che le milizie del califfato, ma anche quelle di Al Qaeda, cioè l’espressione del terrorismo sunnita, siano state sconfitte, così come sembra ormai essere certo anche in Iraq, dopo il governo locale ha dato l’annuncio formale della sconfitta dello Stato islamico. Per quanto riguarda il regime di Damasco, la sovranità che ora esercita non è identica a quella precedente all’inizio della guerra civile, tuttavia le parti più importanti del paese restano sotto il controllo di Assad, mentre sono presenti ancora alcuni territori, di minore valore, in mano all’opposizione democratica, cioè quella appoggiata da Washington e la parte curda al confine con la Turchia, che resta sotto il controllo delle forze curde. Se, dunque, Assad ha mantenuto la leadership della Siria, la sua amministrazione appare ora sotto il diretto controllo dei russi ed in modo più discreto degli iraniani, che continuano a mantenere un atteggiamento riservato in pubblico. La decisione di Mosca potrebbe rappresentare il significato della possibile partenza di una fase negoziale per il futuro del paese siriano, dove la presenza massiccia di una forza armata straniera, schierata in modo così chiaro, potrebbe essere troppo ingombrante, sia per Damasco, che per la stessa Russia; d’altra parte il Cremlino ha evidenziato che nel paese siriano resterà comunque un contingente ridotto e he il ritiro non significa un disimpegno contro il terrorismo, dato che Mosca è pronta ad intervenire ancora in forze, nel caso la situazione dovesse di nuovo presentare forze terroristiche in Siria. Ma tra le ragioni del ritiro, arrivato in modo quasi improvviso, potrebbero esserci anche motivazioni legate allo scontro, di matrice politica, che si sta delineando nella controversia tutta interna alla religione islamica ed ai recenti sviluppi nella regione mediorientale, conseguenti alla alla decisione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme e quindi di riconoscere la città come capitale israeliana. Sullo sfondo di questo scontro si sarebbero delineati due blocchi contrapposti formati, da una parte, da USA, Israele ed Arabia Saudita e, dall’altra, da Russia, Iran e Turchia. Mosca, con il ritiro delle sue truppe dalla Siria, potrebbe puntare ad avere una posizione più rilevante, dal punto di vista diplomatico, nel confronto, senza potere essere attaccata per una presenza militare massiccia nella regione. Putin ha dato, più volte, prova di azzeccare le mosse più giuste ed in questo momento il Cremlino valuta in senso più positivo, un approccio alla questione più soft. La Russia, che è al fianco dell’Iran, vuole assumere una posizione più moderata, per bilanciare la durezza di Teheran contro gli USA, Israele ed il nemico storico rappresentanto dall’Arabia Saudita. Passato il momento dell’intervento, ora Putin giudica più redditizio assumere una via diplomatica, che non può essere influenzata in modo negativo da una continua manifestazione di forza. Il blocco che è contro il trasferimento dell’ambasciata USA, può contare sulla posizione contraria dell’Europa, una convergenza da cui Mosca può trarre vantaggio nel dualismo che la vede impegnata con gli USA. La posizione dei paesi europei più influenti, già da tempo schierati contro l’espansionismo israeliano nelle colonie, si è rafforzata contro la manovra americana, fatta in omaggio e con l’appoggio del paese israeliano. Questo stato di stress della questione israeliano palestinese potrebbe portare all’apertura di nuovi negoziati, nei quali gli USA perderebbero il loro peso specifico per il possible disconoscimento della dirigenza palestinese, proprio a seguito della decisione di portare l’ambasciata americana a Gerusalemme. In questo caso Putin potrebbe accreditarsi, magari con l’Europa o solo con qualche stato europeo, come nuovo garante dei negoziati.

La crisi politica tedesca si ripercuote in Europa

La crisi politica tedesca avrà inevitabili ripercussioni in Europa, qualsiasi sarà la soluzione che si concretizzerà a Berlino, tranne, forse, una riedizione della grande coalizione, per la quale sono, però, essenziali i socialisti, al momento indisponibili. La questione centrale resta sempre il futuro di Angela Merkel, ma ormai la cancelliera da sola non sembra assicurare quella stabilità a cui il paese tedesco è abituato da anni. La stasi post elettorale presenta una situazione molto incerta, su cui esiste sempre la minaccia di nuove elezioni. Per Bruxelles gli scenari che si aprono sono, fondamentalmente, tre. Nel primo caso il partito del rigore ha la meglio e per l’Unione significa rivedere le politiche di espansione finanziaria e tornare nel tunnel della recessione; politicamente ciò significherebbe un incremento nel gradimento dei partiti e movimenti contro l’Europa, capace di mettere fortemente a rischio il progetto europeo per una crisi totale di fiducia nei ceti sociali a causa delle politiche che, verosimilmente, Bruxelles sarebbe costretta ad imporre agli stati nazionali. La seconda opzione possibile è contraria alla prima, ma anche meno probabile; in questo caso avrebbero la meglio le forze anche in Germania contrarie al rigore e ciò potrebbe favorire una fase continentale segnata da una espansione economica, con riflessi possibili sull’inflazione, che potrebbe avere valori in aumento. Questo scenario è fortemente avversato dai settori della finanza, del credito e dell’industria della Germania e potrebbe essere sopportato soltanto con la Merkel come garante. Il terzo scenario ricalca il recente passato politico tedesco: contempla, cioè, la possibilità di ricreare la grande coalizione. In questo momento appare l’ipotesi meno probabile perchè i socialisti, fin dalla campagna elettorale, hanno rifiutato questa possibilità; tuttavia se si vuole evitare nuove elezioni, con risultati per ora totalmente imprevisti, questa opzione potrebbe consentire di evitare una pericolosa deriva politica a destra e, sopratutto, portare avanti una, seppur timida, politica finanziaria in campo europeo, in grado di continuare il trend di crescita attuale. Evitare nuove elezioni potrebbe anche cancellare la possibilità di una sconfitta della Merkel, che ne determinerebbe l’uscita dalla scena politica. Certo esiste anche la possbilità che il responso delle urne, con nuove elezioni, ribalti il risultato precedente del partito socialista e ne decreti la vittoria , ma correre un azzardo del genere sarebbe da irresponsabili. Per quanto sgradita possa essere stata la Merkel, con la sua imposizione, talvolta ottusa, della rigidità di bilancio, che ha contratto le economie europee (esclusa quella tedesca), è anche vero che senza la sua mediazione non si sarebbe potuta ottenere l’attuale politica monetaria, che ha invertito, sebbene di non molto, la tendenza della recessione. Per l’Europa è importante non cambiare questa direzione di sviluppo, non solo per evidenti motivazioni di crescita, ma anche a temi politici, che a quelli economici sono intimamente connessi. Le sfide che l’Unione ha davanti richiedono una unità di intenti, che non deve subire alterazioni e, quindi, i fragili equilibri su cui si basano i legami tra i maggiori stati non devono essere compromessi. Le intenzioni della creazione di una difesa comune europea, un bilancio comune della zona euro, una politica migratoria complessiva, la collaborazione contro il terrorismo ed uno sviluppo sostenibile (nel quale rientra la lotta all’inquinamento), sono diventati i temi ormai essenziali per rispondere alle sfide mondiali e della globalizzazione, verso le quali l’Europa è ancora in ritardo. Il problema attuale è che se lo stato principale, la Germania, risulta bloccata da un esito elettorale incerto, la situazione si riflette inevitabilmente sulle istituzioni europee ed anche sugli altri ventisei paesi. Questo esempio pratico ci dice chiaramente che gli stati nazionali dovrebbero diminuire la loro importanza nell’Unione, attraverso la cessione di quote consistenti di sovranità, in favore, però di una Europa che sia effettivamente al servizio dei popoli e della collettività e non, come il sentire comune ci trasmette, soltanto delle grandi istituzioni finanziarie. Alla fine, nonostante tutto, almeno in questa fase, la presenza della Merkel rappresenta ancora una grande garanzia e non è soltanto il meno peggio (anche se ci sarebbe bisogno di molto meglio).

L’Europa vuole intraprendere un ruolo più determinante contro l’inquinamento

Il futuro del pianeta è legato intimamente alla questione climatica ed al riscaldamento globale: i segnali che la Terra manda sono preoccupanti a causa dell’innalzamento delle rilevazioni della temperatura, causate dall’effetto serra. Malgrado le prove evidenti di questo peggioramento cliamtico gli Stati Uniti di Trump si sono ritirati dall’accordo di Parigi sul clima, per rincorrere un risultato economico migliore sul breve periodo. La Casa Bianca ha prodotto delle prove più che dubbie sulla bontà della propria scelta, ma l’impatto, anche morale, della mancata partecipazione americana al miglioramento climatico, rischiano di avere effetti negativi non solo a lungo termine ma anche nel medio periodo. La consapevolezza di questa situazione deve portare l’Europa a recitare un ruolo da protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici, proprio in sostituzione degli Stati Uniti. Il summit di Bonn sul clima ha evidenziato questa necessità, unita al fatto che occorre esercitare una pressione ancora maggiore sul paese statunitense affinché cambi la propria politica sull’inquinamento e sostenere tutte quelle amministrazioni non federali, ma statali o comunali, anche molto importanti come NewYork, che sono contrarie alla politica di Trump sul tema ambientale. La speranza è che questi soggetti istituzionali statunitensi decidano di attuare una produzione energetica mediante fonti rinnovabili, che riducano il loro valore di emissioni di anidride carbonica, in modo da compensare l’aumento che si registrerà a livello federale. La previsione complessiva delle emissioni di anidride carbonica per il 2017 è comunque negativa, perchè è destinata a salire ancora e compromettere ancora di più la situazione generale del clima del pianeta. Il consumo energetico dei paesi in via di industrializzazione o che necessitano di volumi di produzione sempre maggiori di merci, è ancora troppo legata a materie prime che devono essere a basso costo, come il carbone, proprio per contenere i costi della produzione. In Europa si pensa di seguire l’esempio inglese, dove l’aumento del costo del carbone per tonnellata ha provocato la chiusura delle centrali elettriche che usano questo combustibile per la produzione di energia elettrica, determinando un abbassamento delle emissioni. La Francia dovrebbe seguire questo metodo, anche per rispettare l’impegno del governo di Parigi, che è quello di chiudere le centrali a carbone sul suolo francese entro il 2021. La Germania, l’altro grande consumatore di carbone, ha riconosciuto le proprie difficoltà nella riduzione dell’effetto serra, come ha anche ribadito il commissario europeo per il clima e l’ambiente, che in un rapporto ha evidenziato come sette paesi europei siano ancora indietro nella diminuzione delle emissioni di anidride carbonica e che, proprio fra questi, la Germania resti ancora la nazione che emette più gas serra tra i paesi dell’intera Unione. La posizione tedesca è molto rilevante, giacché Berlino si vuole imporre come leader mondiale nella lotta all’inquinamento, ma nella pratica non riesce a risolvere la propria situazione, risultando così poco credibile. Se l’Europa vuole esercitare un ruolo da protagonista nella lotta all’inquinamento si dovrà presentare con dati confortanti di fronte al resto del mondo, valori conseguiti con formule e provvedimenti chiari e sostenibili per l’economia ed, almeno, in parte replicabili in altre zone del pianeta; dopo il vecchio continente si potrà fare promotore di politiche a più ampio raggio, come il finanziamento degli stati più poveri che si sono avviati ad una industrializzazione più tardi e che per colmare la distanza dai paesi con una industrializzazione di più vecchia data, usano materie prime energetiche più inquinanti. Se gli USA prendono le distanze dalla volontà di ridurre l’inquinamento occorre incrementare la collaborazione con la Cina e spingerla verso un consumo di inquinanti più ridotto, perchè senza Pechino non è ragionevole sperare di avere risultati. Se Washington sarà sempre più isolata su questo tema è possibile che ci sia una inversione di tendenza. In ogni caso per l’Europa impegnarsi in prima persona diventà una prova deterinate per aumentare il proprio prestigio internazionale in modo pratico e non solo nominale.