L’Unione Europea schiererà una operazione navale di fronte alle coste libiche orientali

Una nuova operazione marittima dell’Unione Europea riguarderà ancora una volta le coste libiche, ma riguarderà il controllo della parte orientale del paese. Lo scopo sarà quello di controllare l’embargo riguardante la potenziale fornitura di armi. La presenza europea nel Mediterraneo meridionale vuole ribadire il ruolo di Bruxelles nell’area, dopo che nuovi soggetti internazionali, Egitto, Russia e Turchia, sono entrati nel paese libico, riempiendo, di fatto, il vuoto politico e militare creato dall’Unione. Raggiungere l’accordo con i diversi paesi europei non è stato facile: il timore di Italia, Austria ed Ungheria circa un possibile aumento dell’immigrazione clandestina attraverso il mare, favorito, appunto, dalla presenza delle navi della missione europea, ha rappresentanto un ostacolo che è stato superato con laboriose trattative. Tuttavia le imbarcazioni impegnate nel controllo dell’embargo non potranno sottrarsi alla legge del mare che prevede il salvataggio dei naufraghi. Questo aspetto investe, inevitabilmente, il problema della divisione dei migranti tra i paesi europei: questione che, per il momento, resta in sospeso, perchè rinviata ad una riunione futura. Malgrado questo ostacolo, spesso causa di attriti profondi tra i paesi membri, l’importanza strategica di porre in essere la nuova operazione navale ha superato, almeno per ora, tutti i contrasti, proprio perchè ritenuta fondamentale per ribadire l’impegno europeo nel Mediterraneo. Tuttavia, proprio perchè si tratterà soltanto di una operazione navale, il risultato non potrà che essere circoscritto alle forniture via mare, mentre il controllo sulle vie di terra non sarà possibile a causa dell’assenza di un impegno diretto sul terreno. Certamente il controllo riguarderà anche lo spazio aereo e le navi impiegate saranno anche le basi militari dei radar impegnati in queste operazioni. Il risultato che si cerca di conseguire è di isolare le forze ribelli al governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale. Nello stesso tempo le navi impegnate avranno anche il compito di controllare il traffico umano, verosimilmente contrastando le attività via mare dei trafficanti di uomini. Dal punto di vista militare la presenza di navi da guerra di altri soggetti internazionali potrebbe creare i presupposti, almeno potenziali, per situazioni critiche capaci di creare una gamma di incidenti, che va dal confronto diplomatico a quello militare. La possibilità che queste eventualità si verifichino è tutt’altro che remota, sopratutto se si considera l’atteggiamento tenuto dagli apparati militari di Mosca e di Ankara, presenti nel Mediterraneo con mezzi navali militari e non solo. Ma proprio la presenza sempre maggiori di imbarcazioni militari di stati non alleati dell’Europa ha determinato questa operazione che è anche la naturale evoluzione della politica scelta circa la Libia. Il rifiuto di un impegno militare sul terreno, anche a causa delle diverse vedute dei membri più importanti, a causa di interessi particolari messi al di sopra di quelli generali (vedere il comportamento di Parigi) ha portato all’leborazione di una tattica che è il prodotto del minimo comune denominatore delle idee delle nazioni europee. Il risultato ottenuto è quello, cioè, di perseguire l’embargo militare con il blocco marittimo: una decisione che pare ipocrita di fronte alle possibili soluzioni alternative a disposizione dei contendenti. Quanto sarà efficace sarà il tempo a dirlo, certo un risultato non positivo non potrà che nuocere al prestigio dell’Unione, la quale non potrà comunque, tralasciare l’azione diplomatica. L’insieme delle due azioni dirà qunato è la forza attuale di Bruxelles in campo internazionale.

L’Unione Europa contro il piano di Trump per Israele e Palestina

Nonostante le buone impressioni israeliane, dovute al cmbio della leadership della politica estera dell’Unione Europea, ed alle stesse speranza di Trump, il piano statunitense per risolvere la questione israelo-palestinese è stato bocciato da Bruxelles. Inoltre nella dichiarazione del nuovo Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione viene espressa grave preoccupazione per la volontà di Tel Aviv di volere proseguire nella politica unilaterale degli insediamenti in in Cisgiordania. A parte l’insoddisfazione per il giudizio negativo sul piano elaborato da Washington, in Israele la preoccupazione ancora più rilevante è per la posizione assunta dal nuovo capo della diplomazia della UE, che sembrava essere più favorevole allo stato ebraico rispetto al predecessore, ma che invece si è espresso con toni molto duri sulla politica israeliana relativa agli insediamenti e che, di conseguneza, non promette variazioni sostanziali nei rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv, nonostante la speranza di Israele fosse quella di avere l’Unione più vicina. In Israele è stato rilevato che le dichiarazioni dell’Alto rappresentante europeo sono state subito avverse per Tel Aviv ed anche la circostanza del viaggio diplomatico in Iran, per sottolineare l’impegno europeo per tentare una soluzione alle questioni dell’accordo sul nucleare, è stata giudicata molto negativamente, sopratutto per lo sviluppo delle relazioni future.  Il giudizio circa la fattibilità della proposta del presidente americano è fortemente critico e comunque sarà valutata sulla posizione europea, più volte ribadita, che contempla la coesistenza dei due stati. Giuridcamente questa posizione si richiama alle conclusioni del Consiglio dell’Unione, relative al luglio del 2014, che, a loro volta, si riferiscono ai confini stabiliti nel 1967. Si comprende che su questa base, che appare immodificabile, la posizione di Bruxelles sia molto netta ed in contrasto con quanto sostenuto da Tel Aivi e Washington. Il sostegno a favore dell’esistenza di due stati indipendenti da parte dll’Unione appare in contrasto con il piano di Trump, nettamente sbilanciato a favore di Israele. I numeri nel piano di Trump svelano questo sbilanciamento, dato che prevede uno scambio di territori per consentire l’annessione ad Israele delle colonie presenti, ma con una redistribuzione che causerebbe ai palestinesi la riduzione del loro spazio orignario soltanto all’undici per cento del territorio previsto dagli accordi del 1967, che già lo riducevano del ventidue per cento. Secondo l’Unione Europea, proprio in base a questi dati, la soluzione di Trump andrebbe ad essere lesiva del diritto internazionale, riportando a livelli elevati la tensione tra le due parti. Bruxelles sostiene la necessità di un negoziato tra Israele e Palestina, che includa non soltanto la questione della Cisgiordania, ma che sia relativa anche alla capitale ed  ai rifugiati. D’altra parte sono stati gli stessi palestinesi ad avere rifiutato il piano di Trump, interrompendo le le relazioni diplomatiche con Israele e gli Stati Uniti ed anche la Lega Araba ha espresso al sua contrarietà. Tuttavia alcuni paesi arabi, allleati di Washington e che si sono avvicinati ad Israele per interessi comuni contro l’Iran hanno chiesto ai palestinesi di valutare con attenzione la proposta americana, facendo registrare una novità sull’atteggimento del mondo arabo verso la questione israelo-palestinese e dimostrando come i palestinesi siano ormai sacrificabili in favore della convenienza particolare. In questo contesto la conferma della posizione dell’Unione denota una coerenza apprezzabile perchè in favore del diritto internazionale, che dovrà essere confermata da un’azione concreta nella direzione diplomatica, cioè con un maggiore attivismo sullo scenario internazionale attraverso un impegno in prima persona.

 

L’Unione Europea applicherà procedure più rigide per l’adesione

Le intenzioni francesi, relative all’introduzione di criteri più rigidi per l’ammissione all’Unione Europea, sembrano essere state accolte dalla Commissione Europea. Le perplessità di Parigi circa la mancanza di criteri sufficienti a garantire la condivisione degli ideali fondativi dell’Europa unita sono ampiamente condivisibili e dimostrabili dai casi di quei paesi che sono entrati a fare parte dell’Unione soltanto per convenienze economiche, senza condividerne il progetto e, sopratutto, gli oneri. Se il pensiero va al periodo tra il 2004 ed il 2011, con l’aumento dei membri dell’Unione da 15 a 28, occorre anche ricordare la storia del Regno Unito, che durante la sua permanenza ha goduto di condizioni ben più favorevoli degli altri membri e, nonostante ciò, non ha ritenuto conveniente rimanere all’interno dell’Unione, provocando una trattativa estenuante ancora ben lontana dal concludersi. Certamente i paesi che più hanno provocato la diffidenza frnacese, ma non solo, sono quelli del cosidetto patto di Visegrad, nazioni che appartenevano al blocco sovietico e che si sono dimostrate euroscettiche e poco inclini ai valori democratici. Questi paesi sono caratterizzati da una grande quantità di finanziamenti, che spesso costituisce la voce maggiore nei loro bilanci, a cui non corrisponde una volontà di farsi carico degli oneri che gravano sugli altri stati, come ad esempio la questione della redistribuzione migratoria, e non presentano standard di garanzia dei diritti civili e democratici sufficienti a giustificare la loro presenza a Bruxelles. Quella che si prevede di approvare è una normativa più rigida verso i paesi che richiedono l’ammissione all’Unione, con la possibilità di bloccare e sospendere i negoziati, senza una reale garanzia della presenza di un processo di riforme conforme ai requisiti richiesti da Bruxelles. Anche l’aiuto finanziario previsto prima dell’adesione potrà essere fermato, senza, tutttavia, intaccare la quota destinata alla società civile. In concreto, attualmente, i negoziati per l’adesione di Macedonia del Nord ed Albania potranno essere interrotti. L’obiettivo immediato, riconosciuto anche dalla Commissione Europea è quello di rendere più rigorso il processo di adesione dei paesi balcanici, che tutt’ora non presentano adeguate garanzie sull’applicazione e la tutela dei diritti civili e politici. Verosimilmente la richiesta di Bruxelles verterà proprio sul rispetto dei valori fondamentali dell’Unione, attraverso una riforma in senso maggiormente garantista del sistema democratico, ma anche la sicurezza di sistemi economici di mercato che siano sostenibili per la popolazione e l’allienamento con la politica estera comunitaria. Si comprende come questo sia un messaggio per gli stati euroscettici ed anche per i movimenti critici con l’Unione, che si sono sviluppati in senso sovranista proprio contrastare l’invedenza dele norme europee. L’atteggiamento francese è condivisibile sul piano del contrasto verso gli stati che comprimono al loro interno i diritti civili, ma dovrebbe essere integrato con norme ed azioni a favore dei diritti economici dei popoli europei, troppo spesso schiacciati dai vincoli di bilancio, che hanno provocato una riduzione delle condizioni qualitative della vita dei cittadini europei, con la percezione, troppo spesso diventata certezza, di uno spostamento dei redditi a favore delle finanza e dei ceti più ricchi, grazie all’incremento della diseguaglianza e dell’assenza di politiche redistributive. Rendere più difficile l’adesione all’Europa è solo il primo passo di un processo che deve essere completato con la possibilità di escludere gli stati che non accettano gli oneri e non garantiscono l’applicazione dei diritti fondamentali, ma che deve ricomprendere anche un cambiamento di atteggiamento e di politica della stessa Commissione europea. Senza questi passaggi la riforma voluta da Parigi appare monca e non può avere successo che vuole trovare.

Il confronto tra Siria e Turchia rischia un allargamento pericoloso

Il conflitto siriano, questa volta tra Damasco ed Ankara, ritorna al centro dello scenario internazionale. Il confronto è stato tra gli eserciti regolari dei due paesi, all’interno della provincia, formalmente siriana, dove c’è ancora una concentrazione di milizie di Al Qaeda. L’azione delle forze armate di Assad avrebbe provocato la morte di quattro soldati turchi e di circa nove feriti, ma, sopratutto ha causato la rappresaglia dell’aviazione militare di Ankara contro una quarantina di postazioni siriane, provocando almeno sei morti tra gli effettici siriani, acnhe se il preseidente turco ha affermato che sono morti tra i 30 e 35 soldati durante la rappresaglia. Il teatro dello scontro è la regione nord occidentale siriana al confine della Turchia, dove è ancora forte la presenza di Al Qaeda e di altre milizie paramilitari alleate di Ankara. L’interesse della Turchia è quello di controllare le zone sul proprio confine per impedire uno stato curdo; con la presenza dei militari russi si era reso necessario stabilire una convivenza tra l’esercito di Mosca e quello di Ankara, che aveva consentito al primo di mantenere alcune postazioni militari nella regione. La Russia è alleata di Damasco e la funzione di queste postazioni era proprio quella di effettuare un controllo per conto di Assad nella regione. Tra Turchi e Russi non si sono registrati incidenti, ma questa convivenza sembra essere stata compromessa dall’attività dell’esercito siriano, che ha come obiettivo la riconquista del territorio e la sua riunione, anche formale, allo stato siriano. Le forze militare siriane hanno già conquistato la seconda città della regione e stanno cercando di prendere anche un importante nodo viario, strategico per le comunicazioni.  La Turchia, per contrastare Damasco ha inviato rinforzi per contrastare Assad ed Erdogan ha comunicato con i comandi russi, affermando che le forze di Mosca non sono tra gli obiettivi, tuttavia il rapporto tra i due paesi rischia di diventare irrecuparabile; questa è senz’altro la strategia del dittatore di Damasco, che cerca di rompere i patti tra Russi e Turchi, forte del suo legame con Putin, per portare il peso militare ed internazionale della Russia a schierarsi apertamente contro la Turchia. Pur non essendo apertamente dichiarato appare chiaro che tra Siria e Turchia è in corso una guerra, sia per il confronto militare, sia per la presenza di truppe straniere sul territorio di uno stato sovrano. Il pericolo maggiore resta però il possibile coinvolgimento della Russia, che ritiene la propria presenza in Siria e la permanenza al potere di Assad, un obiettivo fondamentale per la sua politica estera. Un conflitto armato tra la Russia e l’unico paese musulmano dell’Alleanza Atlantica non è però una eventualità gradita al capo del Cremlino: nonostante il raffreddamento dei rapporti tra Ankara e Bruxelles e tra Ankara e Washington, una chiamata turca potrebbe fare rientrare in gioco gli USA sul terreno siriano, anche nell’ottica di un contrasto più efficace alla politica iraniana nella regione. Questa previsione può sembrare azzardata, sopratutto con la campagna elettorale imminente, ma Trump potrebbe volere volgere a proprio favore un rinnovato sentimento di grandezza americana da  investire nella competizione presidenziale. Per contro putin avrebbe molto da perdere in un potenziale conflitto, che servirebbe anche ad Erdogan per rafforzare la sua posizione nel gradimento dei suoi connazionali, che si sono dimostrati sensibili all’espansionismo di Ankara. Per il Cremlino la soluzione diplomatica rappresenta la via migliore, ma il problema maggiore sembra essere quello di contenere l’alleato Assad, che vuole sfruttare il momento per recuperare i territori perduti. Il capo del governo siriano ha dato prova di grande abilità riuscendo a sfruttare ogni occasione possibile a suo vantaggio e riuscendo a rimanere al suo posto contro ogni pronostico. Assad ora gioca una partita ancora una volta in maniera spregiudicata e sul confine della sconfitta, che sarebbe irrimediabile, cercando un azzardo che può rivelarsi molto pericoloso: quello di inimicarsi Putin. Ma, forse, è una strategia ben combinata tra i due con il supporto iraniano.

Le conseguenze della mancata tregua del conflitto libico

Il problema libico si evolve in maniera negativa giorno dopo giorno. I soggetti stranieri emergenti della crisi della Libia, Russia e Turchia, anche per non arrivare ad uno scontro militare, che potrebbe avere effetti sui rispettivi rapporti diplomatici, avevano raggiunto una tregua per fare smettere l’uso delle armi. Tregua respinta dal Generale Haftar, che guida le forze ribelli al governo di Tripoli, l’unico del paese riconosciuto dalle Nazioni Unite. La parte avversa al governo di Tripoli, rifiutando la tregua, dimostra di temere di poteere perere il vantaggio acquisito con gli ultimi sviluppi militari, che hanno portato i ribelli ad avanzare verso la capitale libica. Per giustificare il mancato assenso alla tregua, l’Esercito nazionale libico, il nome che si sono dati i ribelli, ha parlato di lotta al terrorismo, evidenziando come, ormai, questa definizione sia abusata ed utilizzata in ogni frangente secondo convenienza. Il rifiuto della tregua preoccupa sia Mosca, al fianco dei ribelli, che Ankara, al fianco del governodi Tripoli. Probabilmente i due paesi stranieri sono scesi nel conflitto con la sicurezza di combattere soltanto contro le milizie locali o di esercitare un ruolo di deterrenza rispetto al conccorrente opposto. Un proseguimento dei combattimenti potrebbe provocare un confronto tra appartenenti dei due paesi, anche se la Russia non schiera ufficialmente le sue truppe ma personale a contratto appartenente ad agenzie russe; uno schema che ripete quello accaduto in Crimea dove combatteva personale senza insegne ufficiali. Se i ribelli proseguiranno la loro azione, Russia e Turchia dovranno prestare reciproca attenzione ad essere coinvolte soltanto in scontri contro milizie locali; ciò potrebbe prefigurare un maggiore apporto esterno, attraverso la fornitura di armamenti, logistica ed assistenza nelle retrovie. Tuttavia la Turchia avrebbe schierato sul terreno libico truppe specializzate nella conquista e nel presidio del territorio che sono già state impegate nei territori curdi al confine turco con la Siria.Ma Mosca ed Ankara non sono i soli soggetti internazionali impegnati sul terreno, secondo alcune fonti in appoggio dei ribelli ci sarebbe anche l’aviazione degli Emirati Arabi, che avrebbe compiuto dei raid sull’aeroporto della capitale libica. Dal punto di vista della poltica internazionale l’azione di Turchia e Russia ha come obiettivo quello di ampliare le rispettive influenze sul lato meridionale del Mediterraneo, andando a riempire il vuoto politico lasciato dagli europei. Il presidio della Libia consentirebbe di gestire le riserve energetiche, che sono una delle maggiori fonti di approvigionamento per gli stati europei ed anche regolare il traffico dei migranti che scelgono la rotta africana per arrivare nel vecchio continente. A Bruxelles il Presidente del Consiglio europeo ha ammesso che la necessità di una maggiore attività nella questione è un fattore preminente per l’attuale fase della diplomazia dell’Unione. Tuttavia, di fronte all’impegno concreto e sul terreno di altri soggetti internazionali, l’Unione Europea non sembra avere la prontezza di mettere in campo altre soluzioni; ciò è dovuto alla presenza di interessi contrapposti, sopratutto tra Italia e Francia, una politica poco lungimirante di Roma, che non è solo di questo governo, ma si trascina da parecchi esecutivi, un disinteresse centrale di Bruxelles, che non si è mai impegnata in prima persona, ma ha demandato troppo all’Italia, non intervenedo sulle sue lacune ed, infine, alla cronica mancanza di strumenti politici comuni, come una politica estera comunitaria e l’assenza di un esercito europeo, capace di rappresentare una forza armata di pronto intervento in casi di crisi internazionali particolarmente vicine e che possono ledere gli interessi europei. A questo punto della questione la sola azione diplomatica, oltre che tardiva, sembra essere insufficiente, per contrastare l’azione russa e turca, ma anche quella egiziana. Occorre ricordare che anche gli Stati Uniti stanno avendo un comportamento ondivago e non assicurano quella necessaria collaborazione militare, che era garantita nel passato. Questo scenario ha determinato l’avversione del governo legittimo di Tripoli verso l’Italia e l’Europa, perchè non ha visto sostenuto in modo pratico la sua sopravvivenza, mentre i ribelli hanno avuto conferma del mancato appoggio europeo e si sono rivolti alla Russia. Allo stato attuale delle cose la Libia si è allontanata ed ora si aprono scenari molto problematici sia sul piano energetico, che su quello del controllo dei migranti, con l’Italia, per prima, e poi l’Europa sotto ricatto da parte di Russia e Turchia.

L’Europa non può più limitarsi all’azione diplomatica sullo scenario internazionale

La recente azione militare americana, sul territorio irakeno, rappresenta soltanto l’ultimo episodio dell’evoluzione globale della politica internazionale, passata dall’uso preminente della fase diplomatica a quella militare  ed è la logica conseguenza dell’abbandono, di fatto, di una visione sovranazionale sopratutto circa la risoluzione delle crisi. L’affermazione degli interessi particolari su quelli generali è passata da una applicazione alla politica interna, sopratutto grazie alle visioni politiche sovraniste e relative a specifiche realtà bene individuabili territorialmente, alla politica estera con le modlità di soluzioni di conflitti attraverso gli interessi particolari di nazioni terze rispetto ad interessi particolari di singole entità statali, che non hanno la possibilità di risoluzione autonoma del problema contingente. Il caso più evidente, tra i tanti presenti sullo scenario internazionale, è stato quello siriano dove il governo in carica, ancorché espressione di una dittatura, ha potuto risolvere i suoi problemi grazie all’appoggio di Russia ed Iran, che sono intervenute a tutela dei propri interessi geopolitici. Il caso più recente ed attuale è quello della Libia, dove le due fazioni che si combattono sono appoggiate da attori esterni, attraverso l’uso della forza hanno praticamente sostituito le nazioni di riferimento, perchè queste si sono limitate ad una azione diplomatica, insufficiente contro gli interventi militari. L’orientamento verso queste soluzioni ed interventi appare una strada intrapresa dalle grandi potenze, si tratta, ormai, di un atteggiamento quasi globale del quale occorre prendere atto senza indugi, se si vuole avere ancora un ruolo rilevante nello scenario internazionale. Ciò è vero per organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea, sia per le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite. Per quanto riguarda l’Europa appare chiaro che non è più sufficiente puntare all’esportazione di un modello democratico attraverso i propri valori e con il solo esercizio diplomatico e ciò è anche insuifficiente per tutelare i propri interessi sullo scenario internazionale, così come per evitare crisi umanitarie. Presi singolarmente gli stati europei hanno un bassissimo potere contrattuale, tra l’altro questo è un obiettivo principale di alleati, USA, ed avversari, Russia, neppure le nazioni più importanti come Germania e Francia possono opporre una strategia valida a questo stato di cose se agiscono da sole. La mancanza di obiettivi condivisi, in un quadro normativo insufficiente, pone l’Unione Europea in un stato di inferiorità rispetto alle sfide attuali ed in una posizione di inferiorità rispetto agli attori internazionali che hanno superato la fase diplomatica per la risoluzione delle crisi. L’assenza di una politica estera comune è il primo punto debole che si trascina da anni senza essere risolto. L’attuale situazione non è arrivata all’improvviso, ma ha avuto uno sviluppo nel tempo, che si è soltanto accelerato in maniera prevedibile. Il fatto che i membri dell’Unione siano divisi su materie fondamentali e Bruxelles non possegga gli strumenti per una azione incisiva, come l’esercito comune europeo, dimostra soltanto l’inadeguatezza dei processi decisionali, ormai inadatti e  troppo lenti per rispondere alle esigenze dello scenario mondiale. La sola potenza economica non giustifica più un ruolo diplomatico di primo piano ed, anzi, mancano  gli strumenti e le capacità per esercitare le prerogative da protagonisti internazionali è proprio il settore economico a registrare le perdite più immediate. In un contesto dove l’approvigionamento energetico costituisce uno scenario tra i più importanti, ma dove anche la questione migratoria è soggetta a strumento di controllo e ricatto, non essere in grado di rivendicare il proprio ruolo mondiale, provoca un arretramento di importanza e rilievo, che non può non riflettersi slle cause dell’alterazione degli equilibri interni. L’Europa, quindi, deve affrettarsi a recuperare il terreno perduto, lasciando da parte le nazioni ed i governi scettici ed incominciare a pensare anche ad una costituzione ad integrazione variabile sulla base delle finalità condivise, senza sprecare tempo e risorse con membri poco convinti e collaborativi circa una maggiore integrazione, fino ad immaginare a criteri di adesione profondamente cambiati, proprio in funzione delle nuove esigenze internazionali. La sola azione diplomatica non garantisce, al momento e per chi sa quanto, l’adeguata rilevanza internazionale, d’altra parte anche organizzazioni come l’Alleanza Atlantica appaiono, in  questo momento superate: occorre una autonomia continentale che appare sempre più necessaria da esercitare oltri i confini proprio per proteggerli.

Le ragioni della fretta di Johnson per uscire dall’Europa

Boris Johnson dopo l’affermazione elettorale vuole raggiungere il suo obiettivo politico principale, dichiarato nella campagna elettorale. Un emendamento dell’esecutivo inglese impedisce qualsiasi rinvio del periodo transitorio per uscire dall’Unione Europea, fissato per il 31 dicembre 2020. In sostanza entro un anno il Regno Unito (sempre che rimanga tale per una possibile devoluzione della Scozia) si dovrà separare da Bruxelles con un accordo o senza un accordo. Questo intendimento, però, è a senso unico, date le note difficoltà di raggiungere questo termine per la vastità delle materie sulle quali raggiungere un accordo e la conseguente complessità della stesura delle modalità di rapportarsi tra Unione e Regno Unito.L’interrogativo principale è se il leader dei conservatori, tramite questo intendimento, vuole mantenere la sua popolarità conquistata nei seggi tradizionalmente avversi e conquistati proprio grazie al programma politico di uscire dall’Unione o se si tratta di una convizione reale, che non tiene conto delle difficoltà che ora dovrà affrontare in prima persona. Il modello di accordo internazionale, che Johnson vede come soluzione è quello del trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Canada, visto che per Londra sarà impossibile trattare singolarmente con ognuno degli stati europei. L’obiezione più ovvia, al riguardo, al leader inglese non può che essere la durata delle trattative tra Washington ed Ottawa, che arrivarono alla firma del trattato dopo sette anni, proprio per la vastità delle materie trattate. Come si vede bene, su queste basi, la volontà di terminare il processo tra ldue parti in un anno è puramente velleitaria e nasconde, ancora una volta la verità al corpo elettorale del paese. Boris Johnson sembra prendere tempo, come chi lo ha preceduto, pronto ad attribuire il mancato raggiungimento dell’obiettivo alla farraginosa burocrazia europea. Si tratta di uno schema facilmente prevedibile, che gli consentirà di fare passare il Regno Unito, ancora una volta come la vittima dell’Europa, di fronte ad un elettorato disinformato e parziale: quello che lo ha sostenuto. Del resto, che alla data del 31 dicembre 2020 sia impossibile mettere la firma sul trattato da parte dell’Europa è stata la stessa presidente della Commissione europea ad affermarlo, sottolineando che su materie come aviazione, accordi finanziari e standard ambientali il periodo di un anno è largamente insufficiente. Tuttavia durante il regme transitorio previsto, cioè la data del 31 dicembre 2020, la Gran Bretagna continuerà a seguire le regole dell’Unione, senza però avere diritto di voto nelle istituzioni di Bruxelles: questa condizione potrebbe favorire un ulteriore risentimento dei sostenitori di Johnson, che avrà così gioco facile nell’orientare gli umori delle piazze inglesi, rendendoli ancora più contrari all’Europa, nonostante le prevedibili conseguenze che questa decisione avrà sull’economia del paese. Al riguardo una piccola avvisaglia è già arrivata in corrispondenza proprio dell’emendamento che esclude per la fine del 2020 il periodo transitorio con Bruxelles: la moneta britannica, la sterlina, ha perso subito oltre l’uno per cento del valore. I sentori della finanza, come si poteva prevedere, sono, quindi, tutt’altro che favorevoli ad una uscita mediante accordi ritenuti insufficienti o peggio all’assenza di un accordo. La sensazione è che Johnson ed il suo entourage siano consapevoli dlle difficoltà ed intendano preparare le condizioni per scaricare le responsabilità sull’Europa. Se questa ipotesi sarà vera i rapporti tra Londra e Bruxelles andranno ancora in peggioramento, mettendo finalmente in risalto l’opportunismo inglese. Entrambe le parti perderanno molto, ma Londra dovrà gestire una situazione molto complicata, la cui unica via di uscita potrà essere un rapporto di subalternità con gli Stati Uniti: a quel punto più di un elettore di Johnson si pentirà ma potrebbe essere troppo tardi.

La strategia russa nel Mediterraneo

La Russia deve tenere fede alle sue ambizioni geopolitiche, per compensare alle distanze che Mosca ha nei confronti di USA e Cina in termini di potenza economica e peso politico internazionale. Putin ha da tempo imbastito una strategia di intervento in crisi regionali di interesse mondiale, che hanno riportato la Russia al centro dell’attenzione diplomatica. Il Cremlino ha individuato l’area del Mediterraneo come interesse primario nel qualeesplicare la propria azione. Una delle possibili ragioni è la debolezza politica dell’Europa e la sua alta ricattabilità, attraverso la gestione dei flussi migratori. Ma ancora prima diqueste ragioni vi è la necessità di una presenza militare, ritenuta essenziale fin dai tempi dell’Unione Sovietica all’interno del Mediterraneo, visto come fattore strategico per azioni di disturbo agli avversari americani. Un dei motivi iniziali dell’appoggio ad Assad, nella questione siriana, è stata la certezza di potere disporre del porto di Tartus, da anni base nel mediterraneo della marina russa. Il progressivo ritiro americano dal suo ruolo di prima potenza mondiale ha favorito l’ingresso in Siria delle truppe russe e l’esercizio della strategia di Putin di accreditare Mosca nel ruolo di grande potenza, anche senza avere tutte le prerogative del caso; tuttavia l’azione in Siria ha dato alla Russia solidi fondamenti per giocare un ruolo primario nella crisi mediorientale, spesso alternando azioni militari con iniziative diplomatiche e permettendo di conseguire l’obiettivo principale, che era il mantenimento al potere di Assad, ormai dipendente in tutto e per tutto dal Cremlino. Ciò ha permesso anche una vicinanza più stretta con l’Iran, basata sulla comune avversione agli Stati Uniti e sull’interesse reciproco di mantenere lo status quo in Siria.  Ora lil raggio di azione si sposta sulla Libia; da tempo l’influenza italiana è notevolmente ridotta, nel paese nordafricano è in corso una guerra civile, favorita anche dall’ambiguo comportamento francese, che ha da tempo, a sua volta, ambizioni sulle riserve petrolifere libiche: situazione che denota la presenza di interessi contrastanti all’interno dell’Unione Europea, con Bruxelles che non si adopera per dirimere la questione, ne per creare i presupposti di un intervento essenziale, sopratutto in materia di immigrazione. Un quadro dove la Russia individua delle opportunità per la sua politica estera. In pratica le modalità di Mosca per entrare sullo scenario libico assomigliano ad uno schema già collaudato: l’entrata sul campo di battaglia di mercenari senza insegne al fianco del governo non legittimo, per rovesciare l’esecutivo appoggiato dall’opinione pubblica internazionale. In un caso di sostanziale equilibrio l’ingresso dei mercenari russi, che non si muovono certo senza l’assenso del Cremlino, sbilancerebbe la situazione a sfavore del governo di Tripoli; in parallelo il ministro degli affari esteri russo ha intrapreso una azione diplomatica dove asserisce il contrario del potenziale risultato dell’intervento, attuando una classica tattica basata sull’ambiguità per consentire alle forze russe di agire indisturbate sullo scenario libico; si tratterebbe dell’obiettivo di guadagnare tempo per presentare all’opinione pubblica la nuova situazione ormai definita. Una influenza russa sulla sponda meridionale del Mediterraneo, sarebbe ancora più negativa per le ripercussioni sulla gestione dei flussi migratori, che sulla questione energetica. Potrebbe significare la presenza costante di navi  militari russe pericolosamente vicine alle basi dell’Alleanza Atlantica, oltre che una vicinanza troppo contigua con i paesi europei, nei confronti dei quali Mosca ha cercato di usare in maniera subdola la propria influenza, attraverso mezzi cibernetici in occasione di appuntamenti elettorali. L’immagine che Mosca fornisce di se, sul piano internazionale è una sostanziale conferma di un giocatore che non rispetta le regole e che si fa sempre più intraprendente nel cercare di entrare in zone abitualmente sotto l’influenza di altri stati. Questo aspetto non è da sottovalutare per potere prevedere e prevenire scenari futuri, un aspetto che arriva quasi sui confini europei e che dovrebbe provocare una adeguata risposta europea da parte di Bruxelles ed accelerare quei processi necessari a gestire in maniera immediata situazioni come questa; ma ancheper gli USA deve scattare un allarme da non sottovalutare: ripetere l’errore siriano significherebbe ridurre la credibilità di Washignton ed il suo peso specifico su ambiti regionali, che, in qualche modo erano controllati dalla potenza americana.

Considerazioni sull’Alleanza Atlantica

Ormai è diventato interrogarsi sulla reale necessità dell’Alleanza Atlantica; fino a qualche decennio prima questa domanda era tipica degli ambienti di estrema sinistra, ma ora le ragioni di opportunità di una alleanza transatlantica, con queste carrateristiche sembrano venire ogni giorno sempre di meno. Ciò investe diversi ragionamenti, influenzati dall’emersione di troppe variabili che possono condizionare l’opinione sull’argomento. La tendenza di Trump di volere sganciarsi da una visione di difesa dove la parte occidentale è centrale, risulta essere cosa molto nota, ma le elezioni americane sono molto vicine, tuttavia aspettare un periodo così lungo senza pensare una riorganizzazione potrebbe essere molto deleterio per l’Europa; infatti la possibile, ma non certa rielezione dell’attuale presidente USA, non deve diventare un fattore in grado di procrastinare una decisione senza dubbio necessaria. Certamente i tempi per ridiscutere ed eventualmente ripensare l’alleanza non devono essere brevi: l’Alleanza Atlantica assicura un funzionamento più che positivo, sopratutto in termini militari, ma certamente meno soddisfacente per quanto riguarda i rapporti tra gli stati e le decisioni comuni. In questo momennto appare centrale la questione del ritiro dei militari americani dalle zone curde al confine con la Turchia, lasciando degli alleati fedeli e sopratutto fondamentali nellalotta allo Stato islamico, in balia di un membro dell’Alleanza, che si è rivelato più volte inaffidabile. La questione fondamentale è che il ritiro di una forza che operava in un teatro di guerra di interesse comune, non è stato deciso con gli alleati, ma in maniera autonoma da Washington. Certo non basta questo a mettere in crisi una alleanza pluriennale sulla quale si è fondata l’idea stessa dell’occidente, ma ciò rappresenta l’ennesimo importante segnale di una situazione che sembra sempre più deteriorata. La questione è che il funzionamento dell’Alleanza dovrebbe avere ricadute su tutti i suoi membri, invece l’azionista di maggioranza, gli USA, ne condizionano troppo le finalità. Se le richieste di Trump circa una maggiore partecipazione finanziaria possono essere corrette, alla pari dovrebbe esserci un atteggiamento altrettanto corretto nei rapporti con l’Unione Europea in quanto istiutuzione e soggetto internazionale e cardine dell’alleanza, al contrario l’amministrazione americana ha impostato una politica di divisione tra gli stati membri, che denota l’inaffidabilità dell’alleato principale. Sul fronte europeo ilpresidente francese è quello ceh più spinge per una indipendenza militare europea, raggiungibilecon la costituzione di una forza autonoma e l’unitarietà della politica estera continentale. Effettivamente questi sono i due presupposti necessari, ma l’attivismo francese potrebbe indurre qualche sospetto per la probabile volontà di una intenzione di esercitare la supremazia francese in ambito europeo. La Germania, l’unico paese che può esercitare una leadership continentale, sta vivendo un periodo di incertezza, dovuto al declino della cancelliera Merkel e da una direzione della politica estera incerta, dovuta anche alle tensioni interne ed al rallentamento dell’economia. Il fattore che potrebbe cancellare i sospetti sulle reali intenzioni francesi è quello sulla volontà di Parigi di condividere il proprio ordigno atomico a livello comunitario. La Francia è l’unica potenza nucleare continentale, a causa della scelta, avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta dello scorso secolo, di procedere singolarmente, anziché assieme ad Italia e Germania, nella costruzione della bomba atomica. Ora un esercito comune europeo, per avere un peso geopolitico consistente, ha tutt’altra consistenza se può disporre, a livello deterrente, dell’arma nucleare. Occorre però anche fare delle considerazioni sul perimetro di una forza militare comune europea, infatti si potrebbe pensaread un coinvolgimento ridotto sulla base del convincimento dell’adesione a Bruxelles, attualmente, infatti, gli stati dell’Europa dell’Est, non sembrano presentare quella condivisione necessaria dei valori europei e ciò porta al ragionamento di una ridiscussione degli standard di accesso all’Unione o a soluzioni del tipo dell’Europa a velocità differenti da applicare non solo sui temi economici, ma anche a quelli politici e militari. Come si vede la costruzione dell’alternativa all’Alleanza Atlantica, ancorché necessaria, presenta diversi punti interrogativi, che dovranno essere risolti se si vorrà arrivare ad una soluzione positiva, che consenta all’Unione di recitare un ruolo autonomo e di rilievo nella politica internazionale.

L’azione giuridica tedesca, contro due torturatori siriani, può essere un esempio per l’Europa

In Germania, l’istituzione di un processo contro due torturatori siriani, potrebbe diventare una prassi rivoluzionaria per giudicare i crimini contro l’umanità, anche se commessi al di fuori dei confini nazionali. Anche in altre nazioni europee, come Francia ed Austria, si sono aperte istruttorie contro i crimini siriani, ma la particolarità del sistema tedesco può permettere un processo che si annuncia come una novità. In Germania  il sistema giudiziario non richiede che la vittima di un reato o l’indagato abbiano nazionalità tedesca, come condizione affinché possa esplicarsi l’azione giuridica. Le condizioni perchè si siano verificate queste circostanze sono dovute alla disponibilità tedesca ad ospitare i profughi siriani in fuga dalla guerra e dal regime sanguinario di Assad; ma, sebbene la maggioranza degli immigrati siriani siano stati vittime della repressione, sul suolo tedesco sono stati anche accolti esponenti del govero di Damasco. In particolare due funzionari dei servizi segreti siriani, che hanno dichiarato di avere disertato e per questa ragione di avere chiesto ospitalità alla Germania. Tuttavia i due sono stati riconosciuti da diversi profughi che ne hanno denunciato l’attività repressiva costituita da incarcerazioni arbitrarie ed atti di tortura particolarmente violenta, condotta fino dalle prime fasi della rivolta siriana, che si è poi trasformata in guerra civile. La quantità degli oppositori che sarebbero stati torturati con la complicità dei due imputati pare essere molto elevata, si parla di alcune migliaia di persone, tanto da giustificare l’incriminazione per crimini contro l’umanità. La Germania, oltre al caso dei due indagati che dovrebbe sfociare in un processo storico, sta investigando anche su altri 27 funzionari del regime siriano per motivi analoghi, mentre la Svezia sarebbero 25 procedimenti in corso,  in Austria 24 ed anche la Norvegia si appresterebbe ad aprirne uno. La portata di questo atto appare molto rilevante, sopratutto se estesa agli altri paesi dell’Unione mediante una direttiva da recepire nelle legislazioni nazionali. L’Europa potrebbe così recitare un ruolo di primo piano nella difesa dei diritti civili in maniera pratica e con effetti concreti, superando le numerose dichiarazioni di intenti a cui non è mai seguito nulla e che hanno reso l’azione di Bruxelles inefficace. I campi di applicazione di un tale intendimento potrebbero mettere l’Europa all’avanguardia nel contrasto dei soprusi arbitrari nei confronti dei diritti umani e nel loro mancato rispetto; tuttavia vi è bisogno di un’azione convinta degli stati europei nel loro insieme: la Siria ora è un soggetto che pare più facilmente vulnerabile, perchè non ha un potere contrattuale economico tale da condizionare l’attuale azione tedesca ed in futuro una potenziale azione europea o di singoli stati dell’Unione. Il principio con cui si muove la magistratura della Germania potrebbe anche venire applicato ad esempio all’Arabia Saudita, per la repressione nello Yemen o alla Cina, per la gestione della questione degli uiguri, i musulmani cinesi, o anche per la Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica, per la questione curda. La riflessione, evidentemente, deve articolarsi su piani distinti ma contigui: il primo è di natura, appunto, di politica internazionale, perchè le eventuali condanne di esponenti di paesi più rilevanti di quello siriano, potrebbero innescare rappresaglie di tipo diplomatico; il secondo rientra nella gestione più pratica degli eventuali condannati e sulla effettiva legittimità di tali sentenze, non certamente dal punto di vista morale ma da quello giurdico, inoltre anche la custodia dei condannati o comunque l’esecuzione della pena sembrano essere una materia suscettibile di contrasti con i paesi di provenienza delle persone giudicate colpevoli, che potrebbero innescare ritorsioni su cittadini dei paesi che hanno emesso le condanne. Questi argomenti mettono in un’ottica differente anche l’azione tedesca, che è doverosa contro i funzionari siriani, ma che sarebbe stata probabilmente più cauta verso cittadini di altri paesi. Resta il fatto che per l’Europa, prendere spunto dalla Germania, potrebbe essere una occasione da non perdere per potere esercitare finalmente un ruolo da protagonista sul palcoscenico diplomatico, anche in considerazione delle mutate condizioni  internazionali, che vedono gli Stati Uniti, principale alleato europeo, alla ricerca di un progressivo isolamento, che richiede nuovi assetti e maggiore indipendenza di azione e di indirizzo dell’Unione Europea.