Le intenzioni della nuova presidente della Commissione Europea

La nuova Presidente della Commissione europea ha reso nota la sua idea di Unione e della natura dei rapporti che le isituzioni di Bruxelles devono avere circa i maggiori temi che hanno condzionato la vita europea e che saranno centrali nel prossimo futuro. Sul piano della politica estera sono due le questioni più centrali: l’uscita del Regno Unito ed i rapporti con la Russia; mentre sul primo tema Bruxelles, anche con la nuova dirigenza, non sembra disponibile ad arretrare dalle concessioni fatte agli inglesi, sul problema dei rapporti con la Russia, l’atteggiamento parte da una disponibilità generica, in quanto viene riconosciuto come Mosca sia un paese vicino, con il quale è impossibile non avere rapporti, ma, nello stesso tempo, viene considerato fondamentale , per l’Europa presentarsi nella maniera più coesa possibile, cioè proprio l’opposto di quanto desiderato dalla Russia. Per Mosca, ma anche per Washington, è preferibile una Europa divisa, che permetta di trattare con i singoli stati, cioè soggetti più deboli rispetto ad una Unione che si presenta come soggetto unico. La politica del Cremlino è stata quella di dividere l’Unione anche con mezzi non leciti, verso i quali la risposta più efficiente potrebbe essere rappresentata dalle libertà europee intese come libertà di stampa come mezzo per denunciare pubblicamente le azioni scorrette di altri stati. Questa interpretazione pare, però, soltanto un punto di partenza, oltre il quale possono esistere strutture concrete, come la difesa comune europea, in grado di fornire reazioni più veloci anche ad attacchi non convenzionali. La Russia sembra essere rappresentata come un reale pericolo, proprio perchè i suoi obiettivi sono in aperto contrasto con quelli europei. La cautela della nuova presidente nei rapporti con Mosca predilige un approccio diplomatico, ma da un punto di forza, che consiste, oltre che nell’unità di intenti europea, nella propria forza economica, che dovrebbe consentire un rapporto da una posizione di forza. Questo approccio sembra essere tipicamente tedesco, con una visione esagerata dall’importanza economica nel quadro dei rapporti internazionali. Certamente la potenza economica è sempre più un fattore importante, nello scenario globalizzato, ma occorrono altre caratteristiche per assumere un ruolo di primaria importanza nel teatro diplomatico. L’idea di forza comune europea è un obiettivo ambizioso, che è alla portata di realizzazione, ma occorre anche una politica estera comune, che si può conseguire soltanto con la capacità di convincere gli stati sovranisti ad una cessione progressiva di sovranità nelle scelte di politica estera e su questo piano l’Unione è ancora indietro. L’altra questione capace di lacerare il tessuto politico europeo è rappresentata dall’immigrazione e dai suoi flussi, che hanno provocato il risentimento dei popoli del sud Europa verso le istituzioni di Bruxelles. Non possono sicuramente bastare le rassicurazioni generiche di una tutela del trattato di Schengen, che deve avvenire attraverso il rispetto del trattato di Dublino, che è proprio la causa che permette agli stati del nord e dell’eest europa di rifiutare le quote di profughi. Sottolineare che è necessario salvare le persone in mare è pronunciare una ovvietà, diverso è proporre soluzioni come quella di intraprendere un programma di aiuti direttamente nei paesi africani, ma questo intento è realizzabile soltanto nel lungo periodo, mentre per il breve occorrono soluzioni contingenti, che permattano di alleviare la pressione migratoria ed, insieme, recuperare fiducia in Bruxelles. La volontà, che sembra emergere, di non sanzionare chi non aderisce alle quote dei profughi, contravvenendo alle direttive europee, sembra essere funzionale agli interessi tedeschi, più che a quelli europei: se così fosse la contraddizione rivelerebbe una manovra Berlino per usare ancora una volta l’Unione per i quoi scopi. A questo proposito sarà interessante vedere quale sarà il reale atteggiamento della nuova presidente sulla rigidità finanziaria e di bilancio a cuila Germania ha costretto tutti gli altri membri nella passata legislatura europea.

La questione migratoria centrale nel dibattito europeo

La questione migratoria ritorna al centro del dibattito europeo, dopo la richiesta di Italia e Malta, che porteranno il problema all’attenzione del consiglio dei ministri degli esteri dell’Unione, il prossimi 15 luglio. L’intenzione sarebbe quella di superare l’esame di ogni singolo caso per trovare un meccanismo in grado di gestire i flussi migratori. Questa discussione anticiperà lo stesso tema che sarà trattato successivamente alla riunione informale dei ministri dell’interno, programmata ad Helsinki il 18 e 19 luglio. La pressione dei traffici migratori e gli effetti del trattato di Dublino hanno creato una profonda diseguaglianza sugli stati costieri europei, non solo Italia e Malta, ma anche Grecia e Spagna, tuttavia la vicinanza della Libia e gli effetti della guerra civile in corso hanno generato un aumento del traffico verso Roma e La Valletta, creando pericolose derive politiche ed aumentando i rischi per la vita dei migranti e per le condizoni a cui sono sottoposti nei centri di detenzione libici, oltre ad un incremento significativo dei profitti per i trafficanti di esseri umani. In Italia il dibattito sull’immigrazione è stato portato ad avere come argomento centrale l’attività delle Organizzazioni non governative e la loro attività di pattugliamento del mare, che ha portato a numerosi salvataggi di profughi su mezzi alla deriva. Sono state create leggi per colpire queste organizzazioni, che sono soltanto in parte responsabili degli arrivi dei profughi, distraendo l’opinione pubblica dalla complessità del problema; infatti la maggior parte degli arrivi è costituita da profughi che giungono sul suolo italiano in maniera autonoma e con piccoli natanti, alcuni dei quali non compiono l’intera traversata dalle sponde africane, ma vengono rilascaite da imbarcazioni di stazza maggiore nella prossimità delle coste italiane. La candidata della presidenza della Commissione europea ha sottolienato che è un obbligo soccorrere i naufraghi e le persone in difficoltà in mare, questa affermazione, certamente condivisibile, è stata integrata dalla consapevolezza, per la candidata, della difficoltà dei paesi costieri e dalla promessa di una riforma del regolamento sui richiedenti asilo, un problema che dovrà essere affrontato da tutto l’insieme dei paesi europei. La limitazione ai soli richiedenti asilo è, però, soltanto una parte del problema, giacchè l’insieme dell’immigrazione è rappresentato, non solo da chi fugge dalle guerre ma anche dai migranti climatici, da coloro che fuggono dalle carestie, dai perseguitati politici e dai migranti economici. Si tratta di una massa di persone che affrontano sofferenze e patimenti indicibili, contro la cui determinazione non è sufficiente la chiusura dell’Europa. Quello che Bruxelles deve mettere in campo è un progetto di più ampia portata, in grado di non limitarsi alla gestione dell’accoglienza, ma anche alla prevenzione, con aiuti mirati e concreti. Sul lato dell’accoglienza è importante sviluppare metodologie già sperimentate in piccolo, come i corridoi umanitari, che possono garantire di evitare i pericoli dei viaggi, possono eliminare i ricavi dei trafficanti e quindi il loro reimpiego nel finaziamento di attività pericolose come quelle terroristiche ed anche le minacce politiche verso l’Europa provenienti da quelli stati che hanno spesso usato l’arma dei migranti come strumento ricattatorio. Queste soluzioni si possono attuare in tempi brevi o medio brevi, se l’Europa ha la forza necessaria di imporre le proprie decisioni in materia di divisione di quote di profughi anche a chi fino ad ora si è dimostrato riottoso, mediante riduzione o annullamento dei contributi comunitari, sui quali i paesi dell’Europa orientale hanno costruito la propria crecita economica. Certamente un passo obbligato è la revisione del trattato di Dublino, che è iniquo, perchè penalizza i paesi più vicini ai luoghi di partenza dei flussi migratori. In un periodo medio lungo è importante elaborare un piano di aiuti concreto che permetta una reale crescita economica redistribuitiva in quei paesi che rappresentano i maggiori contributori di persone che alimentano i flussi migratori. La difficoltà è reale, perchè in molti paesi africani la corruzione è elevata e le strutture politiche sono tutt’altro che consolidate. Il punto di partenza può essere quello di debellare le carestie, per vreare le condizioni della diminuzione di una parte di immigrati; l’essenziale per fare ciò è che l’Unione Europea raggiunga una coesione ed un livello di autorevolezza internazionale, che finora sono mancati. I nuovi organismi europei dovranno prima di tutto ripartire da questi punti per la soluzione dei problemi più urgenti, dei quali l’immigrazione rappresenta soltanto un aspetto.

Regno Unito: i Laburisti propongono un nuovo referendum sull’Europa

La vicenda dell’uscita inglese dall’Unione si arricchisce di un nuovo episodio. Il leader del principale partito di opposizione ha deciso di appoggiare un nuovo referendum  sull’argomento. La decisione avviene in maniera tardiva, dopo un atteggiamento mai definito all’interno della formazione laburista e con la convinzione dello stesso leader della necessità di uscire dall’Europa. Fino ad ora soltanto il partito liberal democratico si è espresso chiaramente contro la Brexit. Le posizioni all’interno dei laburisti, sono, invece non omogenee e ciò non contribuisce ad una chiara ed univoca posizione del partito di fronte ad una eventuale ripetizione della consultazione. Che questa ripetizione sia necessaria sembra essere una cosa accertata da tempo. Il referendum che ha decretato, con poca differenza tra i si ed i no, l’uscita del Regno Unito dall’Unione è stato effettuato senza la dovuta informazione e con notizie palesemente falsate sulle conseguenze, sopratutto economiche, che si sarebbero verificate sui ceti meno abbienti. Dal punto di vista legale, inoltre, è stato un referendum consultivo, che, in teoria, non avrebbe dovuto avere, effetti pratici, se non quelli di indicare una via al governo. La natura stessa del quesito era troppo limitata ad una risposta affermativa, che non aveva altre interpretazioni, ad una negativa, che, invece, come hanno dimostrato gli eventi successivi, aveva diverse implicazioni: da quella senza condizioni a quella, più attenuata, di sviluppare, comunque, con l’Europa una zona commerciale comune. L’incapacità della politica e dei politici inglesi ha determinato una immobilità che è stata negativa tanto per Londra, quanto per Bruxelles. Valutare i perchè della decisione dei laburisti non è facile, senz’altro ragioni di opportunità politica hanno condizionato questa scelta: di fronte all’immobilismo dei conservatori, i labusristi hanno provato a cambiare il loro atteggiamento politico caratterizzato, anch’esso da una indecisione sconcertante, che ha provocato una dura sconfitta nelle elezioni europee. Sia i conservatori che i laburisti, cioè i partiti che si sono distinti per laloro indecisione sono stati quelli maggiormente puniti dagli elettori. Ma, mentre i conservatori sono alle prese con il cambio di leadership, i laburisti provano a sfruttare il vantaggio di non avere questo problema, rilanciando il tema del referendum. La cosa può, comunque, rivelarsi positiva perchè riporta al centro una possibilità di effettuare una scelta fondamentale per il paese in maniera più consapevole, ma, l’incertezza nei laburisti sul come affrontare la situazione rimane completamente.  Questa incertezza nei due partiti maggiori riflette l’immagine di un paese diviso e confuso che non sa prendere una decisione: la responsabilità è ancora di quelle classi dirigenti che non hanno saputo capire la crescente importanza dei sentimenti sovranisti di una parte del paese e dei gruppi che hanno saputo manipolare questa parte di popolazione e la loro percezione. Occorre ricordare che il Regno Unito, nell’Unione Europea,  godeva di privilegi ben maggiori rispetto agli altri membri e nonostante questo Bruxelles è stata vista con avversione anche perchè le classi politiche al potere non hanno saputo spiegare l’importanza di appartenere all’Unione. L’incertezza, tuttavia, riguarda anche se un nuovo referendum sarà effettivamente effettuato: i vincitori dell’uscita dall’Europa si appellano al mancato rispetto della volontà popolare, in caso di ripetizione, temendo, in realtà, un ribaltamento del risultato. In conclusione non è azzardato dire che qualunque esito dovesse uscire dalle urne il governo che dovrà applicare l’esito, ma questo vale anche senza un nuovo referendum, sarà in grande difficoltà perchè formato da personalità di entrambi le opinioni, tanto che è impossibile non rilevare che la vera difficoltà è quella di ricucire un paese troppo diviso e lacerato nel proprio profondo.

L’arricchimento dell’uranio è un segnale di Teheran per l’Europa

La questione del nucleare iraniano torna al centro della scena, dopo che Teheran ha annunciato di volere procedere con l’innalzamentodel livello di arricchimento dell’uranio. La soglia massima di arricchimento, fissata dal trattato, dal quale, come è noto, gli Stati Uniti dsi sono ritirati, è pari ad un valore del 3,67%, mentre l’Iran intenderebbe portare il valore attuale intorno al 5%. La decisione appare più che altro simbolica, giacché per costruire armi nucleari è necessario un arricchimento del 90%, tuttavia rappresenta un segnale molto chiaro, sia per gli Stati Uniti, verso i quali rappresenta una risposta al ritiro unilaterale dal trattato, che, sopratutto, per l’Unione Europea, colpevole agli occhi di Teheran di non essersi abbastanza impegnata con Washington per fare rispettare gli impegni presi dopo la lunga trattativa. Occorre ricordare che gli USA, dopo avere abbandonato il trattato hanno sottoposto l’Iran a dure sanzioni economiche, che ne hanno pregiudicato l’economia. Le sanzioni, che colpiscono principalmente le esportazioni di petrolio iraniano, hanno avuto come effetto collegato, il divieto per le aziende europee di commerciare con Teheran, pena la chiusura del mercato americano. La fase attuale delle relazioni tra USA ed Iran sta attraversando un periodo di forti tensioni, al momento, quindi, il governo iraniano non può sperare di ottenere effetti positivi da eventuali trattative con Washington, perciò cerca di effettuare una azione di stimolo verso l’Unione Europea. Ad una prima analisi questa strategia appare perdente, perchè l’Unione non è un soggetto politico coeso, capace di esercitare una azione di contrappeso alla politica americana; ciò potrebbe fare credere che Teheran stia sbagliando valutazione, ma i politici iraniani sono troppo esperti per compiere un errore di questa portata; piuttosto l’intenzione sembra volere creare le condizioni per peggiorare il rapporto tra Bruxelles e la Casa Bianca, una relazione che si sta sempre più allentando a causa della politica di Trump. Gli iraniani hanno detto espressamente che la decisione di oltrepassare la soglia di arricchimento fissata dal trattato non è irreversibile, ma l’Europa deve dimostrarsi non subalterna agli Stati Uniti, aiutando l’Iran ad uscire dal regime delle sanzioni e mantenendo la promessa della creazione di uno strumento finanziario alternativo in grado di aggirare la pressione economica a cui è sottoposta Teheran. Se per l’Iran la questione centrale è quella economica, per l’Europa, come ha ben capito Teheran, l’argomento del nucleare iraniano investe più aree di interesse. Senz’altro il mercato iraniano potrebbe aprire delle possibilità concrete all’interno di una situazione economica difficile anche per i paesi del vecchio continente, ma il rapporto con gli USA di Trump non appare certamente secondario. Dal punto di vista politico, infatti, il deterioramento dei rapporti con Washington dovrebbe imporre una impostazione differente e l’occasione del ritiro unilaterale dal trattato da parte americana, potrebbe rappresentare una occasione per permettere di guadagnare una posizione di maggiore autonomia, anche in virtù del rispetto di accordi presi. In questo momento l’Europa sta procedendo in ordine sparso, ma l’insediamento dei nuovi eletti nei posti più rilevanti delle istituzioni europee, potrebbe determinare una maggiore coesione verso l’assunzione di maggiori responsabilità politiche. Certamente non è pensabile una collisione con gli Stati Uniti, ma una posizione più rilevante in politica internazionale, attraverso una azione diplomatica che permetta di tutelare anche gli interessi peculiari dell’Europa, potrebbe determinare anche un cambiamento di atteggiamento di Trump. Il caso contingente del nucleare iraniano potrebbe essere la base di partenza per guadagnare autonomia internazionale e, da questa, prestigio ed affidabilità per l’Unione.

L’Europa deve ritornare protagonista sulla scena mondiale

La necessità di ritornare ad essere protagonisti sulla scena mondiale è nota da tempo, ma  l’Europa attuale paga l’eccessiva frammentazione, che non gli permette più di essere un attore di primo piano nel campo industriale, finanziario ed economico. Il parlamento europeo restituito dalle recenti elezioni presenta un quadro d’insieme diverso: se il partito popolare e quello socialista hanno registrato un calo di consensi, che non gli permette più di essere i soli protagonisti dell’alleanza maggioritaria, la crescita di liberali e versi ha aggiunto nuove idee per la gestione dell’Unione, permettendo di relegare ad una posizione di secondo piano le forze sovraniste ed antieuropee. La diminuzione di consensi di popolari e socialisti significa, però, anche, la bocciatura, almeno parziale, della politica comunitaria dello scorso quinquennio , che, quindi, necessita di un cambio di direzione. L’obiettivo dovrà essere recuperare il terreno perduto sopratutto in termini di influenza e prestigio a livello internazionale; ciò potrà essere possibile soltanto attraverso un maggiore peso specifico della poltica estera, grazie anche a politiche di difesa comune, una maggiore innovazionee capacità di produzione nell’industria, sulla quale dovranno essere aumentati gli investimenti senza il timore di generare inflazione ed una poltica commerciale in grado di competere alla pari con le superpotenze USA e Cina. Questi obiettivi, però, non dovranno essere perseguiti a discapito di riduzione di diritti o di libertà relative al ruolo del sindacato o della stampa, ma, anzi, dovranno essere rafforzati in maniera di conciliare sviluppo e valori democratici  in modo da rendere esportabile il modello europeo, che dovrà essere considerato il migliore possibile. Al centro di questo programma di rinnovamento dell’Unione c’è l’agenda strategica, che sarà lo strumento di programmazione a cui i quattro gruppi parlamentari che formeranno la maggioranza, dovranno portare i loro contributi. I temi su cui dovrà incentrarsi l’azione europea saranno: la transizione energetica, che dovrà fare dell’Europa il maggiore produttore ed utilizzatore di energia pulita, lo sviluppo dei servizi digitali in maniera di creare delle economie di scala, anche per favorire le zone più disagiate dell’Unione ed una politica commerciale in grado di avere un rapporto di reciprocità effettiva con i soggetti nazionali che chiudono i loro mercati con l’introduzione di dazi ed imposte.  Ma se l’economia è considerata prioritaria, i propositi in questo campo non sono raggiugibili se non con una impostazione politica e diplomatica adeguata. L’attuale scenario propone la Cina come rivale e gli Stati Uniti non più affidabili come alleati e ciò necessita di una politica estera comune sostenuta da un progetto di difesa comune, sia come organizzazione che come sviluppo tecnologico della difesa, che deve essere approntato e reso pratico in tempi brevi.  Queste condizioni sono necessarie per ridare reddito ai ceti sociali europei sui quali è stato caricato il costo delle varie crisi e che hanno patito la rigidità del bilancio imposta da Germania e paesi dell’Europa settentrionale, favorendo le concentrazioni di patrimoni e l’aumento della diseguaglianza. Spesso i progetti europei sono partiti con ottime intenzioni, ma gli interessi discordanti degli stati hanno vanificato piani ambiziosi, generando soluzioni provvisorie che non hanno garantito il necessario sviluppo e non hanno reso possibile all’Unione di andare pari passo agli sviluppi contingenti, che sono stati sfruttati da stati in grado di sviluppare politiche più elastiche e flessibili. Per permettere una analoga reattività ai cambiamenti il nuovo esecutivo europeo dovrà convincere gli stati a cedere parte della loro sovranità in cambio della quale dovrà raggiungere gli obiettivi di crescita e benessere da dividere in modo eguale tra i cittadini degli stati; soltanto così, attraverso risultati tangibili, si potrà fermare le contestazioni, talvolta miopi, ma talvolta giustificate, che hanno favorito i gruppi antieuropei.

 

La via danese per la vittoria della sinistra

La vittoria dei socialdemocratici in Danimarca è stata ottenuta con una campagna con temi di classici di sinistra: incremento della spesa pubblica, anche per creare lavoro, imposte progressive e quindi maggiori tasse per i più ricchi; ma anche con l apromessa di conringentare gli arrivi degli immigrati, il tema con cui la destra sta avanzando in tutto il mondo. La sensibilità sociale della classe media ed anche dei più poveri è stata sollecitata, negli ultimi tempi, da due fatti concomitanti: la crisi economica a livello mondiale e le ondate migratorie, che hanno evidenziato l’impreparazione degli stati occidentali al fenomeno. Se, da un lato, l’accoglienza è ritenuta un dovere, ed un comportamento etico di sinistra, dall’altro provoca la diminuzione delle risorse impiegate per lo stato sociale, finanziate con pesanti tassazioni sulla cittadinanza. In un regime di accessi controllati e di prosperità economica, l’impatto dell’accoglienza può essere tollerato più o meno bene, ma in un contesto di crisi economica, che comporta la riduzione delle prestazioni sociali da parte dello stato, spesso unite alla mancanza di lavoro, è facile innescare un risentimento popolare, che alimenta i partiti di destra, che, una volta andati al potere, operano certamente una riduzione dell’immigrazione, insieme, però, a politiche di riduzione della spesa sociale, di riduzione dei diritti dei lavoratori in nome di una flessibilità tutta a favore delle aziende. Per i ceti medi e popolari la destra o i partiti populisti rappresentano il male minore, in un contesto politico dove spesso i partiti di sinistra sono avvertiti come traditori perchè portatori delle istanze delle classi più ricche e della finanza. Inoltre il tema dell’immigrazione procede insieme a quello della sicurezza e ciò rappresenta un fattore in più per il successo dei partiti di destra. La sinistra per ora è rimasta troppo statica su questi temi ed, insieme, ha perso la sua identità culturale, favorendo, quando è andata lapotere, politiche liberiste in aperto contrasto con le esigenze dei ceti che doveva rappresentare, arrivando ad approvare dei provvedimenti che penalizzavano il ceto dei lavoratori a favore di quello della finanza e delle azienda. Forse il principale errore è stato quello di dare per scontato comunque ed in qualunque caso, l’apporto elettorale del mondo del lavoro, anche quando si andava palesemente contro di esso. Per invertire questa tendenza occorre seguire la strada danese, che è quella di coniugare le politiche classiche della sinistra con l’esigenza di mantenere pressoché inalterato il perimetro di chi può accedere alle prestazioni dello stato sociale a chi le finanzia. Anche dal punto del lavoro ciò può evitare i fattori di squilibrio della concorrenza di chi porta una manodopera a prezzo più basso. Tuttavia il problema migratorio resta in tutta la sua drammaticità e le sue ragioni rimangono ad alimentare un fenomeno che, spesso , è fonte di ricatto politico verso gli stati e che viene gestito in esclusiva da criminali in maniera violenta. Una politica come quella della Danimarca, per ragioni geografiche, è più facile da attuare rispetto a paesi come l’Italia o la Grecia, che sono più vicini ai territori da cui partono i traffici. Inoltre i problemi dei vari conflitti nei teatri di guerra o le emergenze climatiche, che saranno le grandi protagonite del futuro, impongono una visione più ampia, che comprenda anche una sorta di prevenzione delle cause dei fenomeni migratori. Nessun paese, governato da destra o da sinistra, può imporre a lungo la scelta di chiusura, senza misura alternative di supporto, sia pratiche che diplomatiche,  perchè questa decisione non può essere sostenuta a lungo senza un coordinamento a livello globale della gestione delle emergenze e della programmazione. Certamente sul breve e medio periodo la politica della socialdemocrazia danese può essere una via praticabile a condizione che durante la permanenza al potere il governo di Copenaghen si adoperi per soluzioni condivise con gli altri stati vicini e con quelli di provenienza dell’immigrazione. Solo così può essere efficace il programma di riconquista dei voti da parte della sinistra in Danimarca e nel resto del mondo.

Cina e Russia sempre più alleate

L’incontro in Russia del leader cinese Xi Jing Ping ha segnalato come la vicinanza tra i due paesi sia olto intensa. Non si tratta di una sorpresa, i due capi di stato si sono incontrati circa 30 volte in sei anni ed hanno dimostrato una sintonia sempre crescente, favorita anche dal peggioramento dei rapporti dei due paesi con gli Stati Uniti. Dal punto di vista internazionale, la relazione tra i due paesi sta assumendo maggiore rilevanza per la situazione contingente che entrambe le due nazioni stanno attraversando: per la Russia, infatti, ogni occasione diventa rilevante per uscire dall’isolamento internazionale imposto dall’occidente, dopo l’invasione della Crimea ed il ocnflitto del Donbass; mentre la Cina è impegnata nel conflitto sui dazi commerciali imposto dal presidente Trump. Nonostante i già buoni rapporti tra i due paesi, Cina e Russia sono praticamente obbligate ad aumentare la reciproca sintonia, anche per combattere i segnali negativi che arrivano dall’economia. Pechino si è appena vista abbassare le prospettive di crescita dal Fondo Monetario Internazionale, proprio in ragione dell’aumento dei dazi americani, mentre la Russia necessita degli investimenti cinesi per combattere una crisi economica, che ha ragioni strutturali, perchè basata essenzialmente sulle materie prime, oltre che dovuta, anche agli effetti dell’embargo occidentale. L’incremento delle relazioni con la Cina, potrebbero significare per Mosca un aumento di questi investimenti  e gli accrodi raggiunti nei settori di aviazione, energia, difesa, tecnologia, agricoltura e telecomunicazioni dimostrano che la direzione intrapresa prevede un maggiore impegno cinese nel paese russo. L’avversione degli Stati Uniti per questi due paesi ha sviluppato l’idea tra Mosca e Pechino di ridurre l’uso del dollaro come valuta di scambio ed incrementare un sistema che privilegi l’uso di rublo e yuan negli scambi bilaterali. Quantitativamente ammontano a 89.000 milioni di euro gli sacmbi della Cina con la Russia, che è diventata il principale partner commerciale di Mosca ed anche se, dal punto di vista degli investimenti in Russia, la Cina è ancora indietro rispetto agli USA ed alla UE, Pechino intende colmare questo gap. Anche circa gli scenari internazionali  i due paesi hanno visioni molto simili, come per il Venezuela, dove sono contrari all’intervento straniero o la comune contrarietà sulle sanzioni americane contro l’Iran per la questione del nucleare iraniano. Allo stesso modo hanno condannato Washington per il ritiro unilaterale dal trattato sulle armi nucleari a medio raggio, che ha provocato il successivo ritiro di Mosca. Infine è stato espressa preoccupazione per il possibile aumento degli armamenti spaziali, così come è stata evidenziata la posizione comune su Siria e Corea del Nord. I due paesi, insomma, con un legame sempre più stretto possono concretamente creare una alleanza pericolosa per gli equilibri mondiali, che potrà rappresentare una viariabile da valutare attentamente quando si vorranno analizzare gli scenari futuri e le loro potenziali ricadute. Questa alleanza è stata favorita da una rigidità, peraltro comprensibile, da parte dell’occidente, che rischia di produrre effetti contrari a quelli voluti da Washington e dagli alleati occidentali e su cui sarà bene operare una riflessione attenta e puntuale.

L’Europa potrebbe essere denunciata per crimini contro l’umanità nella gestione dei flussi migratori

L’obiettivo di un gruppo di avvocati è quelo di portare l’Unione Europa come imputato davanti alla Corte Penale Internazionale. L’accusa verso Bruxelles ed i suoi funzionari, oltre che per i rappresentanti dei paesi membri presso la commissione dei crimini contro l’umanità,  sarebbe gravissima: avere usato la Libia, paese non sicuro per i migranti, di avere gestito la riduzione del flusso migratorio per l’Europa. Detta in questo modo l’accusa sfiora l’ovvietà, ma le implicazioni della gestione libica dei migranti comprendono l’uso di abusi violenze e stupri perpetrate anche nei confronti di minori, oltre che di persone indifese. Certamente l’accusa contro l’Unione Europea non è di definirla direttamente responsabile materialmente delle violenze, ma quella di avere usato la Libia in maniera funzionale alla riduzione dei flussi migratori, avendo la consapevolezza delle condizioni attraverso le quali queste riduzioni venivano raggiunte. Se, da un lato, l’azione è sicuramente meritoria, la denuncia arriva a rendere l’evidenza giuridica di una vicenda ben nota, grazie alle cronache documentate dalla stampa e denunciate più volte dalle organizzazioni umanitarie.  Nelle 242 pagine della denuncia al Procuratore della Corte viene stimato che tra il 2014 e circa la metà del 2017 almeno 14.500 persone siano annegate nel tratto di mare tra Libia ed Italia, mentre 40.000 migranti siano stati intercettati e riportati nei campi profughi libici, dove vige la detenzione e la tortura.  La collaborazione tra la marina libica e le autorità europee è cosa accertata e sicura e tecnicamente, i libici non avrebbero la capacità di agire inmaniera tale da intercettare i migranti di fronte la proprio mare, senza un adeguato supporto. Le smentite delle isituzioni europee, di avere agito in accordo con le autorità libiche per la garanzia dei diritti umani, sono più volte state smentite da inchieste e testimonianze circa la situazione di gravi violazioni accertate nei campi profughi libici, dove i migranti sono costretti a subire situazioni degradanti e dove sono costantemente a rischio della vita. Uno dei problemi circa la possibile indagine della Corte Penale Internazionale è la verifica della sua indipendenza dall’Unione Europea, che è uno dei principali sostenitori. Dal punto di vista politico, questa denuncia, evidenzia la strategia errata dell’Unione di fare gestire il problema migratorio da altri soggetti internazionali, la Libia, appunto, e la Turchia, senza avere la capacità di una gestione diretta del problema, che è conseguenza dei grandi contrasti su questo argomento tra gli stati membri, dall’incapacità di fare rispettare le decisioni comuni ai membri riottosi e sostanzialmente, dall’assenza di una programmazione e capacità di previsione del fenomeno.  A parte le ovvie e condivisibili considerazioni di natura umanitaria e legale, che sono alla base della denuncia, la questione investe la natura politica della gravità del fatto: per risolvere un problema di portata comunitaira si preferisce delegare un’altro soggetto, andando addirittura ad operare nelle sue acque nazionali, per evitare che l’obbligo di soccorso internazionale costringa i membri dell’Unione ad accogliere i profughi. Occorre ricordare che in paesi molto meno avanzati dell’Unione, come la Giordania o il Kenya, per fare alcuni esempi, si organizza l’accoglienza senza ricorrere ad intermediari di dubbia garanzia. Questo mette in evidenza il fallimento delle politiche europee e, sul piano dell’immagine, arreca un danno rilevante ad una isitutzione come quella europea costruita su altri vincoli. Le previsioni degli esperti dicono che questo genere di cause difficilmente può avere successo, tuttavia avere certificato e portato alla ribalta della platea internazionale le pratiche scorrette dell’Unione Europea, può determinare un diverso sentimento comune ed una diversa sensibilità rispetto ad un problema che non può essere affrontato con l’intenzione di nasconderlo come ha fatto finora Bruxelles. Anche in un quadro politico dove gli assetti sono cambiati, il problema migratorio e gli aspetti ad esso connessi non può essere gestito in maniera violenta e contro le leggi internazionali: almeno la denuncia potrà avere il merito di una nuova attenzione al fenomeno.

Il livello più basso della politica inglese

Quello che si sta consumando in Gran Bretagna sembra sempre di più un suicidio politico. L’operato della Premier, ma anche del capo del Partito Laburista, rivelano una condotta insicura ed incapace di prendere una posizione ferma e convinta. Occorre ricordare che il referendum sull’uscita inglese dall’Unione Europea era soltanto consultivo e quindi non vincolante, ma ciò non ha impedito alle forze politiche di trasformarlo in mezzo funzionale con il quale cercare di accontentare un elettorato arrabbiato, ma a cui non erano chiare le conseguenze di questa decisione. Improvvisamente la parte degli elettori contraria all’Unione, seppure di poco maggioritaria a chi voleva continuare a fare parte dell’Europa, ha avuto maggiore rilevanza nella scena politica inglese. Non sono serviti gli appelli di chi illustrava in maniera chiara il destino a cui sarebbe andato incontro il Regno Unito: il profondo nazionalismo e l’errato risentimento contro il continente hanno determinato una direzione della politica inglese confusa ed inconcludente. La pessima gestione della questione è stata condizionata dalla volontà di non scontentare l’elettorato vincitore del referendum, ma anche di non irritare troppo gli sconfitti. La mancanza di politici di rilievo e capaci di gestire una situazione comunque difficile, ha completato il quadro, si è arrivati così all’obbligo assurdo di partecipare alla competizione elettorale europea, dove il volto peggiore della società politica inglese è dato in vantaggio, proprio grazie ad una insipienza conclamata di governo ed opposizione londinese. Il partito conservatore, già duramente punito nelle elezioni amministrative, è profondamente diviso in almeno tre parti: i favorevoli all’uscita senza accordo, i favorevoli all’uscita concordata con Bruxelles ed i contrari. Il partito Laburista non ha saputo trarre vantaggio da questa divisione perchè è anch’esso diviso al suo interno, il Partito Liberaldemocratico è l’unica forza politica dichiaratamente contraria all’uscita dall’Europa, ma non sembra avere la forza necessaria per raccogliere tutti i favorevoli a restare nell’Unione, confermando che è ancora un soggetto politico marginale nella politica inglese, infine il panorama sembra essere dominato dalla formazione scettica sull’Europa, dove probabilmente confluiranno i voti dei conservatori che vogliono l’uscita senza accordo ed i delusi dall’azione politica della Premier. In questo scenario la proposta di un nuovo referendum arriva fuori tempo massimo perchè doveva essere fatta molto tempo prima, ma con una informazione maggiore e con il peso politico di essere una decisione vincolante per l’esecutivo. L’esperienza di avere indetto un referendum in maniera affrettata e senza la dovuta informazione ad una platea di elettori condizionata soltanto dall’azione euroscettica non è servita. I partiti tradizionali sono contrari a coinvolgere di nuovo l’elettorato direttamente nella questione, preferedno una gestone maldestra della vicenda, quando, invece, un referendum chiarificatore e definitivo potrebbe mettere le cose nella giusta prospettiva per una valutazione consapevole da parte dell’elettorato. Non si capisce se c’è una volontà di onnipotenza o la paura di perdere il controllo dell’attività politica, cosa peraltro in parte già accaduta, in ogni caso c’è anche l’aspetto, non secondario, di avere logorato la trattativa con l’Europa perdendo ogni tipo di credibilità internazionale. Il referendum, insomma, non si ripeterà, il destino della Premier è quello delle dimissioni, che concluderanno soltanto una parte della vicenda, perchè il futuro è impossibile da immaginare, se non con uno scenario di massima divisione dell’integrità nazionale ed uno sviluppo relativo all’economia totalmente disastroso.

L’alleanza in Europa tra popolari e socialisti potrebbe terminare

L’alleanza in Europa tra socialisti e popolari sembra destinata a finire. Le diverse visioni politiche paiono favorire nuove forme di alleanze conseguneti al voto del 26 maggio. Per i socialisti potrebbe profilarsi una alleanza che comprende il partito al governo in Francia fino al partito di goveno in Grecia. In questo intervallo politico vi sono comprese diverse sfumature politiche che vanno dal centro sinistra tecnocratico, più centro che sinistra, fino alla sinistra pragmatica, capace di abdicare ai suoi dogmi per favorire la stabilità economica e la permanenza all’interno dell’Unione. Si tratta di un gruppo eterogeneo che rifiuta la rigidità di bilancio imposta dai popolari tedeschi, che ha prodotto profonde disguaglianze, sia tra i paesi europei, che tra i ceti sociali anche all’interno della stessa nazione, provocando un peggioramento della qualità della vita dei cittadini europei e causando la percezione negativa dell’idea di Europa unita. L’approccio di questa possibile coalizione è quello di provare a rompere lo schema della rigidità di bilancio per favorire proprio una idea più positiva dell’Europa, capace di risvegliare e stimolare il sentimento europeo per potere aggregare quei movimenti che vedono l’unità europea come l’unica contrapposizione possibile alle potenze presenti nello scenario mondiale attuale, con cui non è possibile competere con la forza dei singoli paesi divisa. Per fare ciò occorre favorire, tra l’altro, l’idea di una politica estera il più possibile comune: obiettivo raggiungibile soltanto con una visione particolarmente favorevole dell’isituzione europea. Ciò passa attraverso una diversa redistribuzione del reddito, della capacità di favorire l’occupazione e da norme che non devono essere più vissute come imposizioni. Quello che occorre è combattere le ragioni che hanno favorito il sovranismo e le forze antieuropee. Pur partendo da alcune ragioni comprensibili le foze sovraniste hanno compiuto una evoluzione negativa perchè illiberale e spesso sconfinante nel fascismo, non a caso i partiti di estrema destra del continente sono confluiti in questo movimento. La rottura tra socialisti e popolari è dovuta anche alla valutazione che l’insieme delle due forze potrebbe non raggiungere più il quorum necessario per governare, proprio perchè le distanze politiche delle due parti sono aumentate. Se i socialisti intendono intraprendere una politica più spostata a sinistra, i popolari, che sono forza di centro, non possono che voltare lo sguardo a destra. Finchè il dialogo è con forze liberali o della destra classica conservatrice il terreno di intesa non rappresenta un problema, più difficile cercare un approccio condiviso con l’estrema destra o i movimenti sovranisti ed antieuropei. La questione è difficile perchè nei popolari l’idea di Europa resta centrale e le istituzioni di Bruxelles rappresentano un punto fermo per lo sviluppo. Una idea potrebbe essere quella di avviare un dialogo con le forze sovraniste, accogliendo anche qualche loro proposta delle meno estreme, per integrarle in un assetto più moderato. Se questa intenzione appare lodevole, non si può essere sicuri del possibile risultato. Quello che appare difficile è un dialogo funzionale all’interesse europeo nel caso questa alleanza possa avere la maggioranza. Troppa è la distanza, anche storica, per non prevedere continui dissidi e lunghe trattative cpaci di allungare i tempi delle decisioni. Al contrario la tattica potrebbe dare più risultati se una alleanza del genere fosse all’opposizione, dove la mancanza di esercizio del potere potrebbe favorire un dialogo meno vincoalto al raggiungimento dei risultati. In ogni caso per l’Europa si apre una fase di novità che porterà sicuramente a trasformazioni rispetto al passato: dalle alchimie politiche discenderanno gli assetti isitutzionali che dovranno governare le sfide globali. La speranza è di trovare persone ed idee all’altezza del lro compito.