Considerazioni sull’Alleanza Atlantica

Ormai è diventato interrogarsi sulla reale necessità dell’Alleanza Atlantica; fino a qualche decennio prima questa domanda era tipica degli ambienti di estrema sinistra, ma ora le ragioni di opportunità di una alleanza transatlantica, con queste carrateristiche sembrano venire ogni giorno sempre di meno. Ciò investe diversi ragionamenti, influenzati dall’emersione di troppe variabili che possono condizionare l’opinione sull’argomento. La tendenza di Trump di volere sganciarsi da una visione di difesa dove la parte occidentale è centrale, risulta essere cosa molto nota, ma le elezioni americane sono molto vicine, tuttavia aspettare un periodo così lungo senza pensare una riorganizzazione potrebbe essere molto deleterio per l’Europa; infatti la possibile, ma non certa rielezione dell’attuale presidente USA, non deve diventare un fattore in grado di procrastinare una decisione senza dubbio necessaria. Certamente i tempi per ridiscutere ed eventualmente ripensare l’alleanza non devono essere brevi: l’Alleanza Atlantica assicura un funzionamento più che positivo, sopratutto in termini militari, ma certamente meno soddisfacente per quanto riguarda i rapporti tra gli stati e le decisioni comuni. In questo momennto appare centrale la questione del ritiro dei militari americani dalle zone curde al confine con la Turchia, lasciando degli alleati fedeli e sopratutto fondamentali nellalotta allo Stato islamico, in balia di un membro dell’Alleanza, che si è rivelato più volte inaffidabile. La questione fondamentale è che il ritiro di una forza che operava in un teatro di guerra di interesse comune, non è stato deciso con gli alleati, ma in maniera autonoma da Washington. Certo non basta questo a mettere in crisi una alleanza pluriennale sulla quale si è fondata l’idea stessa dell’occidente, ma ciò rappresenta l’ennesimo importante segnale di una situazione che sembra sempre più deteriorata. La questione è che il funzionamento dell’Alleanza dovrebbe avere ricadute su tutti i suoi membri, invece l’azionista di maggioranza, gli USA, ne condizionano troppo le finalità. Se le richieste di Trump circa una maggiore partecipazione finanziaria possono essere corrette, alla pari dovrebbe esserci un atteggiamento altrettanto corretto nei rapporti con l’Unione Europea in quanto istiutuzione e soggetto internazionale e cardine dell’alleanza, al contrario l’amministrazione americana ha impostato una politica di divisione tra gli stati membri, che denota l’inaffidabilità dell’alleato principale. Sul fronte europeo ilpresidente francese è quello ceh più spinge per una indipendenza militare europea, raggiungibilecon la costituzione di una forza autonoma e l’unitarietà della politica estera continentale. Effettivamente questi sono i due presupposti necessari, ma l’attivismo francese potrebbe indurre qualche sospetto per la probabile volontà di una intenzione di esercitare la supremazia francese in ambito europeo. La Germania, l’unico paese che può esercitare una leadership continentale, sta vivendo un periodo di incertezza, dovuto al declino della cancelliera Merkel e da una direzione della politica estera incerta, dovuta anche alle tensioni interne ed al rallentamento dell’economia. Il fattore che potrebbe cancellare i sospetti sulle reali intenzioni francesi è quello sulla volontà di Parigi di condividere il proprio ordigno atomico a livello comunitario. La Francia è l’unica potenza nucleare continentale, a causa della scelta, avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta dello scorso secolo, di procedere singolarmente, anziché assieme ad Italia e Germania, nella costruzione della bomba atomica. Ora un esercito comune europeo, per avere un peso geopolitico consistente, ha tutt’altra consistenza se può disporre, a livello deterrente, dell’arma nucleare. Occorre però anche fare delle considerazioni sul perimetro di una forza militare comune europea, infatti si potrebbe pensaread un coinvolgimento ridotto sulla base del convincimento dell’adesione a Bruxelles, attualmente, infatti, gli stati dell’Europa dell’Est, non sembrano presentare quella condivisione necessaria dei valori europei e ciò porta al ragionamento di una ridiscussione degli standard di accesso all’Unione o a soluzioni del tipo dell’Europa a velocità differenti da applicare non solo sui temi economici, ma anche a quelli politici e militari. Come si vede la costruzione dell’alternativa all’Alleanza Atlantica, ancorché necessaria, presenta diversi punti interrogativi, che dovranno essere risolti se si vorrà arrivare ad una soluzione positiva, che consenta all’Unione di recitare un ruolo autonomo e di rilievo nella politica internazionale.

L’azione giuridica tedesca, contro due torturatori siriani, può essere un esempio per l’Europa

In Germania, l’istituzione di un processo contro due torturatori siriani, potrebbe diventare una prassi rivoluzionaria per giudicare i crimini contro l’umanità, anche se commessi al di fuori dei confini nazionali. Anche in altre nazioni europee, come Francia ed Austria, si sono aperte istruttorie contro i crimini siriani, ma la particolarità del sistema tedesco può permettere un processo che si annuncia come una novità. In Germania  il sistema giudiziario non richiede che la vittima di un reato o l’indagato abbiano nazionalità tedesca, come condizione affinché possa esplicarsi l’azione giuridica. Le condizioni perchè si siano verificate queste circostanze sono dovute alla disponibilità tedesca ad ospitare i profughi siriani in fuga dalla guerra e dal regime sanguinario di Assad; ma, sebbene la maggioranza degli immigrati siriani siano stati vittime della repressione, sul suolo tedesco sono stati anche accolti esponenti del govero di Damasco. In particolare due funzionari dei servizi segreti siriani, che hanno dichiarato di avere disertato e per questa ragione di avere chiesto ospitalità alla Germania. Tuttavia i due sono stati riconosciuti da diversi profughi che ne hanno denunciato l’attività repressiva costituita da incarcerazioni arbitrarie ed atti di tortura particolarmente violenta, condotta fino dalle prime fasi della rivolta siriana, che si è poi trasformata in guerra civile. La quantità degli oppositori che sarebbero stati torturati con la complicità dei due imputati pare essere molto elevata, si parla di alcune migliaia di persone, tanto da giustificare l’incriminazione per crimini contro l’umanità. La Germania, oltre al caso dei due indagati che dovrebbe sfociare in un processo storico, sta investigando anche su altri 27 funzionari del regime siriano per motivi analoghi, mentre la Svezia sarebbero 25 procedimenti in corso,  in Austria 24 ed anche la Norvegia si appresterebbe ad aprirne uno. La portata di questo atto appare molto rilevante, sopratutto se estesa agli altri paesi dell’Unione mediante una direttiva da recepire nelle legislazioni nazionali. L’Europa potrebbe così recitare un ruolo di primo piano nella difesa dei diritti civili in maniera pratica e con effetti concreti, superando le numerose dichiarazioni di intenti a cui non è mai seguito nulla e che hanno reso l’azione di Bruxelles inefficace. I campi di applicazione di un tale intendimento potrebbero mettere l’Europa all’avanguardia nel contrasto dei soprusi arbitrari nei confronti dei diritti umani e nel loro mancato rispetto; tuttavia vi è bisogno di un’azione convinta degli stati europei nel loro insieme: la Siria ora è un soggetto che pare più facilmente vulnerabile, perchè non ha un potere contrattuale economico tale da condizionare l’attuale azione tedesca ed in futuro una potenziale azione europea o di singoli stati dell’Unione. Il principio con cui si muove la magistratura della Germania potrebbe anche venire applicato ad esempio all’Arabia Saudita, per la repressione nello Yemen o alla Cina, per la gestione della questione degli uiguri, i musulmani cinesi, o anche per la Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica, per la questione curda. La riflessione, evidentemente, deve articolarsi su piani distinti ma contigui: il primo è di natura, appunto, di politica internazionale, perchè le eventuali condanne di esponenti di paesi più rilevanti di quello siriano, potrebbero innescare rappresaglie di tipo diplomatico; il secondo rientra nella gestione più pratica degli eventuali condannati e sulla effettiva legittimità di tali sentenze, non certamente dal punto di vista morale ma da quello giurdico, inoltre anche la custodia dei condannati o comunque l’esecuzione della pena sembrano essere una materia suscettibile di contrasti con i paesi di provenienza delle persone giudicate colpevoli, che potrebbero innescare ritorsioni su cittadini dei paesi che hanno emesso le condanne. Questi argomenti mettono in un’ottica differente anche l’azione tedesca, che è doverosa contro i funzionari siriani, ma che sarebbe stata probabilmente più cauta verso cittadini di altri paesi. Resta il fatto che per l’Europa, prendere spunto dalla Germania, potrebbe essere una occasione da non perdere per potere esercitare finalmente un ruolo da protagonista sul palcoscenico diplomatico, anche in considerazione delle mutate condizioni  internazionali, che vedono gli Stati Uniti, principale alleato europeo, alla ricerca di un progressivo isolamento, che richiede nuovi assetti e maggiore indipendenza di azione e di indirizzo dell’Unione Europea.

 

 

 

L’Inghilterra verso le elezioni

La crisi politica, interna al Regno Unito aumenta di intensità in maniera sempre più grave e potrebbe avere come risoluzione, una nuova competizione elettorale. C’è già una data ipotetica, che fisserebbe le nuove elezioni politiche per il 14 ottobre prossimo. Occorre ricordare che la data fissata per l’uscita dall’Unione del paese britannico è il 31 ottobre, risultato che il premier in carica vuole rispettare, per ascriversi una dubbia vittoria politica. L’intenzione del governo di Londra è quella di non chiedere ulteriori rinvii a Bruxelles e per scongiurare questa possibilità l’eventualità delle urne viene presentata come una sorta di ricatto per quei parlamentari conservatori, contrari all’uscita dall’Europa, sia in maniera ssoluta, che coni tempi ed i modi previsti dal governo in carica. Infatti il premier ha minacciato, in caso di adesione al progetto di legge laburista, che rinvierebbe di altri tre mesi l’allontanamento di Bruxelles, da parte di deputati conservatori, l’esclusione dalle liste elettorali del partito per le elezioni di ottobre. Il dibattito, quindi, assume una particolare rilevanza, prima di tutto, nel partito di governo, prima ancora che nella totalità delle forze politiche inglesi. La minaccia, infatti, va oltre l’esclusione dalle candidature, ma contempla, addirittura, l’espulsione dal partito conservatore, per tutti quei deputati dovessero unirsi al aprtito labutrista ed alle altre forze di opposizione, nella ricerca di un sistema di uscita dall’Europa, alternativo da quello previsto dal governo e, cioè, senza accordo con Bruxelles. Dopo la lacerazione del tessuto sociale inglese, praticamente diviso a metà sulla quastione dell’uscita dall’Europa, ora la scena politica della Gran Bretagna sta anadando incontro ad una lacerazione del suo territorio, per la questione scozzese, ma anche dello stesso maggiore partito del paese. Gli scenari che si aprono possono essere i più diversi, ma il partito conservatore, che ha dato il potere ad un tale premier, rischia un ridimensionamento mai visto nella sua storia. Prima della chiusura del parlamento, imposta per impedire la discussione circa la decisione sull’uscita dall’Unione, è prevista la riapertura del parlamento inglese ed in questa sede sarà discussa la proposta di legge per la richiesta di altri tre mesi di tempo a Bruxelles, proprio per evitare una uscita senza accordo; questa legge è stata definita, senza mezzi termini, una vera e propria questione di fiducia sul governo, che, se sconfitto, non avrebbe che altra strada per una nuova consultazione elettorale. Il premier ha ormai intrapreso una via di assoluta arroganza, che non contempla l’ascolto delle opinioni diverse, neppure all’interno del suo schieramento elettorale. I deputati conservatori, contrari alla linea del governo, sono di fronte ad una scelta se allinearsi alle posizioni del premier o del leader dell’opposizione, che rivendica un ruolo unificatore di tutti quanti, seppure di indirizzo politico differente, vogliano evitare l’uscita senza accordo, che provocherebbe danni ingenti all’economia del Regno Unito. Il comportamento del premier, già censurato per il rinvio dei lavori parlamentari, paragonato ad un vero e proprio colpo di stato, potebbe provocare una scissione all’interno del partito conservatore, che potrebbe presentarsi alle urne diviso tra i favorevoli all’uscita ed i contrari alla soluzione del premier. Ma sulle possibili elezioni ci sono remore anche da parte dei laburisti, che temono di non guadagnare consensi per le posizioni troppo timide sulla questione della Brexit, da parte del loro leader, un leader anche troppo identificato con la sinistra radicale per attirare consensi da campi politici differenti. Tuttavia, se la ragione delle elezioni non sarà, come non sarà, di natura generale, ma esclusivamente particolare, cioè incentrata sul tema dell’uscita dall’Europa, lo schieramento che si potrà formare contro il premier in crica, ancorchè eterogeneo, dovrebbe avere buone possibilità di vittoria. In questo caso, si potrebbe ridiscutere tutto, anche il risultato del referendum consultivo che blocca la politica inglese. Allora anche un nuovo referendum sulla permanenza in Europa avrebbe buone possibilità di vittoria, scongiurando una crisi economica per Inghilterra e Unione Europea.

Il premier inglese blocca il parlamento britannico

Il premier inglese, per arrivare all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea senza accordi, ha coinvolto la Regina, chiedendo di rinviare il discorso al parlamento per il nuovo governo, alla data del 14 ottobre. Così facendo si impedirebbe al parlamento inglese una discussione sui modi di uscita e su eventuali correttivi. La misura adottata assomiglia ad un golpe, in quanto appare in aperta violazione della prassi costituzionale, perchè è un provvedimento mai adottato, se non in occasione della guerra civile inglese nel 1600, che si concluse con la decapitazione del Re Carlo primo, che aveva bloccato il parlamento. Le reazioni dei parlamentari inglesi sono state di profondo sdegno, perchè la democrazia britannica è una democrazia parlamentare a cui viene impedita la discussione su di un tema fondamentale come l’uscita dall’Unione. La politica inglese conosce così un nuovo punto più basso della sua storia, ma la discesa non sembra arrestarsi da quando è stato indetto il referendum, consultivo, sull’uscita dall’Europa. Del resto il livello dell’attuale primo ministro è tale che si potevano prevedere delle derive come quella in corso, anche se era difficile da pronosticare una decisione del genere. Ancora una volta la classe politica britannica non ha saputo esprimere un rappresentante degno di questo nome, continuando ad affidare il paese, sia nella maggioranza, che nell’opposizione, a personalità di livello sempre più scadente, autori di politiche indecise e capaci solo di trovare soluzioni provvisorie e mai efficaci. La decisione attuale, però, assume una gravità perticolare perchè svilisce l’istituzione parlamentare, dove siedono i rappresentanti eletti del popolo britannico. L’attuale premier, pur di portare avanti la sua personale battaglia contro l’Europa ed in dispregio della quasi metà di elettori contrari a questa decisione, arriva ad attuare una decisione che non potrà non avere conseguenze anche sul piano personale. Probabilmente la volontà di passare alla storia come colui che ha portato l’Inghilterra fuori dall’Europa e di chiudere una questione che sta andando avanti da troppo tempo, ha indotto ilpremier ad un evidente errore di valutazione. Intanto la sterlina subisce un pesante deprezzamento e le prospettive per l’economia britannica appaiono decisamente negative. Il mancato accordo porterà pesanti conseguenze, definite da alcuni analisti addirittura catastrofiche, per l’economia inglese, che nessun accordo con gli Stati Uniti, come promesso da Trump, potrà mitigare. Le opposizioni, ma anche i conservatori contrari all’uscita senza accordo hanno minacciato la costruzione di un parlamento alternativo ed acuni conservatori favorevoli all’Europa hanno minacciato di votare la sfiducia al premier espresso dal loro partito. La politica inglese rischia, così, una paralisi, ma anche un collasso, una sorta di implosione in grado di portare il paese ad uno stato di grave mancanza dei presupposti per la governabilità. Occorre, infatti, pensare anche alla disponibilità di un parlamento, che è stato sospeso dalle sue prerogative, nei confronti di un governo che, prima o poi, dovrà presentare i suoi provvedimenti. In più la credibilità, già poca cosa, del premier inglese subisce un altro calo per evidenti motivi, che avranno conseguenze anche nella platea internazionale, sempre che riesca a mantenere la carica ancora a lungo.

Il presidente francese cerca la leadership internazionale

Aldilà dei risultati annunciati, ma non ancora certificati, il dato più evidente alla fine del vertice delle sette economie avanzate, che si è svolto in Francia, è la volontà del presidente francese di trovare un ruolo più rilevante sulla scena internazionale. I progressi su questioni fondamentali per la stabilità mondiale, Iran, rapporti con la Cina e questione dei dazi commerciali, per ora non hanno molto di effettivo: il lato positivo è che si sia avviata una discussione su temi che erano colpiti, principalmente, dall’ostracismo degli Stati Uniti. La disponibilità mostrata dal presidente Trump, non deve però ingannare: l’inquilino della Casa Bianca ha ormai abituato la platea internazionale a repentini cambi di direzione, grazie ad una strategia basata sull’improvvisazione, neppure tanto chiara ai componenti del suo governo. Probabilmente lo scenario francese ha stimolato il presidente amerciano ad una certa accondiscendenza, favorita dall’atteggiamento del padrone di casa, ben disposto a giocare su più tavoli per tentare di ristabilire un ruolo francese non allineato, ma in realtà interpretato a sostegno del più importante opsite americano. Non si capiscono mlto le intenzioni del presidente francese: se guadagnare una leadership in Europa, sfruttando la concomitante discesa della cancelliera Merkel o se riguadagnare i favori degli USA, dopo un periodo difficile delle relazioni bilaterali. Certamente lo schema che guida l’azione di Macron è quello ispirato ad una politica estera non allineata (favorita dal progressivo sganciamento americano da nazione guida dell’occidente) ma in grado, attraverso il dialogo con ogni attore internazionale, di trovare soluzioni globali. Il tutto in un quadro generale che faccia riferimento ai valori europei; come si vede un programma di politica estera non da media potenza, ma da soggetto capace di esercitare un ruolo di guida in Europa. La questione è che la Francia, da sola non può essere in grado di esercitare questo ruolo, senza il supporto dell’Unione Europea. Per avere questo ruolo di rilievo è necessario portare risultati tangibili e non programmi ambiziosi.  Certamente riportare la questione iraniana all’attenzione della politica statunitense è un primo risultato apprezzabilee la disponibilità di Trump, se sincera, di vedere il presidente iraniano rappresenta lo sblocco di un problema di ordine mondiale. L’Iran ha già chiesto di ritirare le sanzioni, ma Trump, ed anche il presidente francese si aspettano, almeno, il ritorno alle condizioni di Vienna da parte di Teheran. Avere creato comunque le condizioni per la ripresa del dialogo è già un primo risultato, che però Macron deve anche all’atteggiamento dell’Unione Europea, ma anche di Cina e Russia, di non seguire gli Stati Uniti sul ritiro unilaterale dei trattato. Bisogna anche ricordare che, aldilà della disponibilità di Trump, gli USA inseguono altri obiettivi, oltre ad impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare e, cioè, vogliono che Teheran non intervenga in Siria, Libano e Yemen. Su questi punti sarà più difficle ottenere un dialogo, perchè l’Iran considera questi obiettivi americani una sorta di ingerenza alla propria politica estera, che provengono, non tanto da interessi strategici americani, ma da esplicite richieste di Arabia Saudita ed Israele. Ma queste richieste non riguardano il presidente francese, che le tiene ben distinte dalla questione del nucleare iraniano, che è l’argomento centrale per Parigi.  Occorre anche considerare una ulteriore ragione, che possa spiegare l’attivismo del presidente francese: l’impressione è che Macron cerchi di recuperare con l’azione internazionale il consenso perduto con la sua azione di governo in Francia. Richiamare la grandeur francese ha sempre un certo effetto popolare e può servire per riguadagnare posizioni all’interno dell’elettorato francese, sopratutto se l’azione di politica estera si compie lontano dall’autunno, quando le questioni economiche interne saranno di nuovo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica francese. Se Macron aspira ad un ruolo di guida in Europa dovrà preoccuparsi di rilanciare le istituzioni europee attraverso politiche redistributive incentrate sul lavoro e sull’occupazione, lontano dalle ricette liberiste che gli sono gradite: solo così potrà aspirare ad un ruolo di leader in ambito europeo, sempre che sia confermato anche nel suo paese.

Europa ed USA si scontrano nel vertice delle sette economie avanzate

L’incontro dei sette paesi con l’economia più avanzata del mondo, che si svolge in Francia, presenta temi di grande contrasto tra i membri. L’introduzione di dazi e la minaccia di nuove imposte sulle merci in entrata negli USA, volute da Trump; la questione russa, con l’Unione Europea intenzionata a mantenere le sanzioni contro Mosca per la questione della Crimea e la guerra in Ucraina, ma avversate dagli Stati Uniti, che, anzi, vorrebbero riammettere la Russia a questi incontri ed infine l’accordo sul nucleare iraniano, difeso dall’Europa, ma dal quale gli USA si sono ritirati unilateralmente, sono le questioni che stanno creando rapporti sempre più problematici tra Bruxelles e Washignton. Esiste, poi il problema tutto interno all’Unione causato dalla fuoriuscita del Regno Unito, più volte riamandata, che si avvia alla sua definitiva scadenza ancora senza un accordo tra le due parti. Per l’Europa la necessità di mantenere un ordine internazionale fondato su regole certe, rimane una questione non differibile e si scontra con l’azione politica del presidente americano, abituato a non rispettare i patti firmati ed a cambiare continuamente il suo indirizzo politico, che viene adattato di volta in volta alle situazioni contingenti per ottenere il massimo vantaggio immediato per il paese americano. Si tratta di due modi di espletare l’azione governativa del tutto opposti e difficilmente conciliabili e che sono alla base dei profondi dissidi tra le due parti e che ne hanno causato il progressivo allontanamento. Tuttavia Bruxelles cerca di mettere al centro del vertice la cooperazione tra i paesi membri, grazie al fatto di essere democrazie, che rispettano lo stato di diritto; questa caratteristica viene individuata come mezzo per influenzare l’attuale evoluzione del mondo. Si capisce che il dialogo tra le sette maggiori economie mondiali resta alla base dei possibili rapporti positivi, ma basarsi su di caratteristica, seppure importante, senza i dovuti sostegni, diplomatici, militari ed economici, resta soltanto una illusione pericolosa. Anche perchè le prove del mancato rispetto dei trattati da parte di Washington continuano a ripetersi: anche l’accordo di Parigi sul clima sarà abbandonato dagli USA e la sessione del summit dedicata ai cambiamenti climatici avrà, così, un esito non univoco. Una novità interessante del G7 sarà l’apertura alla partecipazione di paesi africani: Burkina Faso, Egitto, Ruanda, Senegal e Sudafrica, il coinvolgimento di nazioni africane è interessante peri temi dell’immigrazione, del contrasto al terrorismo, per le potenziali collaborazioni in campo economico e per incrinare l’egemonia cinese nel continete africano; ma questo potrà essere soltanto un primo approccio, che dovrà essere seguito da iniziative concrete e da investimenti considerevoli. Ancora più difficile dirimere la questione dell’economia globale, il confronto tra Unione ed USA, ma con la Cina come spettatore interessato, sulla questione dell’introduzione dei dazi sembra essere senza soluzione, malgrado gli accrodi firmati, ma disattesi dal presidente degli Stati Uniti. Il rischio concreto è che l’introduzione dei dazi apra la via a successive ed infinite nuove imposte dall’una e dall’altra parte, con il rischio concreto di un innlazamento dei prezzi finali in grado di bloccare la già scarsa crescita mondiale. Altra questione fondamentale sono le tasse alle grandi industri informatiche, che colpirebbero prevalentemente aziende americane, l’Unione intende affrontare in maniera unita l’argomento, una modalità non gradita da Trump, che, come sempre per queste questioni, preferisce affrontare il problema con i singoli stati. Queste difficoltà, che incidono, nei rapporti tra gli stati delle sette grandi potenze evidenziano come queste organizzazioni stanno vivendo un momento di crisi proprio per gli obiettivi sempre più spesso contrastanti dei loro membri e per le ricadute diplomatiche che questi dissidi possono provocare. Certamente le occasioni di incontro tra le diplomazie sono sempre un occasione per mantenere o instaurare un dialogo ed una scadenza periodica di questi incontri facilita i rapporti e la collaborazione tra paesi, che pur essendo alleati, hanno anche visioni differenti su alcuni argomenti; tuttavia il livello di scontro dall’insediamento di Trump è salito ed ha costituito un fattore di disturbo ai rapporti tra gli stati membri delle prime sette economie mondiali. Nonostante gli sforzi europei l’attuale Casa Bianca sembra non perdere occasione per prendere le distanze dai partner europei e la prima conseguenza è stata, spesso, il fallimento dei vertici diplomatici. Questo segnale impone all’Unione Europea, ma anche a Canada e Giappone una seria riflessione sul rapporto con gli Usa, che è ancora imprescindibile, ma non con le stesse caratteristiche che esistevano prima di Obama. Nuove forme di alleanza possono essere studiate tra Unione, Canada e Giappone.

Le considerazioni di Macron sull’Europa

In attesa di inaugurare il vertice di primi sette paesi del mondo, il presidente francese ha riportato in rilievo la sua visione politica non solo del suo paese, ma dell’Europa, vista come possibile protagonista dei possibili scenari futuri. I nuovi fattori che influiscono sugli assetti globali, le potenze emergenti, gli scenari di crisi e la globalizzazione, condizionano l’evoluzione della civiltà europea. Macron non chiarisce se è condizionato da una visione centrale dell’Europa, cosa che non è più da tempo, o se intende trovare una via per cercare un modo per ridare centralità all’Europa, in un mondo dove il vecchio continente sembra essere destinato ad essere sempre più marginale. In entrambi i casi, se cambia la prospettiva, le soluzioni sembrano essere identiche: per prima cosa la crisi della democrazia, intesa come l’efficacia del processo democratico derivante dalla mancanza di reale rappresentatività, dovuta alla distanza del ceto politico rispetto alla società reale ed ai suoi bisogni; questa crisi discende direttamente dalla profonda e crescente diseguaglianza, causata dagli squilibri del capitalismo degenerato in liberismo sempre meno controllato. La reazione del corpo elettorale dei diversi paesi , presenta reazioni sempre più simili, che si indirizzano verso movimenti antidemocratici tendenti all’isolamento e verso forme di razzismo, sempre più esasperate. L’analisi è condivisibile, sia nell’individuazione dei sintomi, come degenerazione di società contraddistinte da un impoverimento materiale che deve essere sommato ad una decrescita culturale sempre più elevata, favorita negli scorsi anni da organizzazioni e partiti che l’hanno usata per proprio vantaggio, ma, che nel momento storico attuale, è diventata un elemento fuori controllo da parte di questi movimenti, a favore dei partiti della destra estrema e che ne facilita l’azione di proselitismo. Il presidente francese pensa, che questi elementi di contrasto siano i punti di partenza dai quali operare all’interno delle organizzazioni internazionali, per ridare un ruolo centrale all’Europa, come soggetto di bilanciamento tra la Cina e gli USA, sopratutto dopo che la presidenza di Trump ha imposto alla politica estera americana un progressivo allontanamento dalla tradizionale vicinanza di Washington con il vecchio continente. Le intenzioni di Macron sembrano essere positive, ma le sue affermazioni paiono essere viziate da ipocrisia: il presidente francese proviene da quella parte sociale che ha favorito, anche da sinistra, il liberismo condannando all’impoverimento le classi medie e fornendo la percezione di operare a favore delle grandi concentrazioni finanziarie. La realtà che Macron vuole contrastare è quella che ha anche favorito spostando gli equilibri sociali, fermando le possibilità di crescita lasciate confinate a chi aveva determinate condizioni di partenza, comprimendo i diritti, specialmente sul lavoro  a favore di precarietà ed incertezza utili solo per i datori di lavoro, che hanno creato uno squilibrio del rapporto tra lavoratore ed aziende, sempre meno responsabilizzate dal loro ruolo sociale per favorire opportunità di guadagno in un solo senso. Queste politiche sono state sostenute da Bruxelles, che per mantenere i privilegi di pochi non hanno esitato a mettere in ginocchio intere nazioni. L’ambizione di creare una Europa più forte è anche una necessità, ma deve essere sostenuta da un cambio radicale di politica sociale, di cui si parla tanto ma a cui non viene dato seguito. L’attuale caso italiano, dove un partito che si dichiara di sinistra, ma ha praticato una politica di destra, simile a quella del presidente francese, ha l’occasione di riparare agli errori commessi; sarà la prima prova reale per potere dimostrare un cambiamento nelle politche sociali. Non ha caso l’Italia è stata citata dal presidente francese come esempio negativo di esperimento politico di un partito sovranista al potere. Se è bene sottolineare questo aspetto è necessario un processo concreto che elimini i fattori che hanno permesso di guadagnare consensi ai movimenti di estrema destra, che sono stati parte integrante anche delle politiche dell’attuale esecutivo francese. Quindi ai discorsi devono seguire i fatti, anche per scongiurare pericolose derive, come quella inglese.

Le organizzazioni non governative incolpate di favorire l’immigrazione

La volontà di impedire lo sbarco di pochi migranti imbarcati su di una nave di una organizzazione non governativa spagnola, da parte di un ministro che sarà in carica ancora per poco, conferma una strategia completamente sbagliata nei confronti del fenomeno delle immmigrazioni. Il caso è prima di tutto italiano, ma non solo: la mancata collaborazione istituzionale dell’Unione Europea, ormai è accertato, denota una scarsa rilevanza di Bruxelles nei confronti delle esigenze singole dei partiti dei paesi europei, che non vogliono rischiare una deriva populista, ma, che, per perseguire questo obiettivo abbandonano i loro valori fondativi. Certo questo non vale per le formazioni o i governi sovranisti, tuttavia la sola soluzione di chiudere le frontiere rappresenta soltanto la volontà di rimandare un problema, che le guerre e le carestie riproporranno con dimensioni aumentate, specialmente nel lungo periodo. L’immigrazione è diventata l’unico argomento di certe forze politiche per raccogliere consensi: oltrepassa l’incompetenza economica e la cattiva gestione della cosa pubblica, tuttavia, in un momento dove i programmi sono assenti anche nelle forze politiche di opposizione sembra l’unico argomento capace di dare consenso; però per dare un colpevole all’opinione pubblica serve individuare un soggetto specifico al quale imputare ogni responsabilità. Non si analizzano le condizioni di fame dovute alle carestie alimentari ed ai problemi con l’acqua, la povertà delle popolazioni dovuta a governi corrotti, spesso da paesi occidentali, ma ora anche dalla Cina o situazioni di guerra e di violenza insopportabile. Di ciò non viene tenuto conto, perchè si tratta di cause, che, pur essendo tangibili, appaiono alle opinioni pubbliche sempre più condizionate dall’uso distorto dei social media, come mere astrazioni. Meglio incolpare le organizzazioni non governative come esecutrici di fantomatici piani per destabilizzare i paesi occidentali.  Il caso italiano è peculiare: si continua a tollerare l’arrivo dei migranti su imbarcazioni più piccole, ma in maggiore quantità, tanto da essere un numero complessivo superiore a quello dei salvataggi delle organizzazioni non governative, che non pochi salvataggi, ma singolarmente numericamente più consistenti. Le navi delle organizzazioni internazionali hanno evitato la morte di parecchie persone, ma sono prese a simbolo dalle forze sovraniste come soggetti che effettuano pratiche illegittime e, di conseguenza, presentate come un pericolo per le frontiere, tanto da impedire l’accesso ai porti italiani. L’Europa, pur condannando ufficialmente questa politica, non fa nulla per arginarla, lasciando il problema della gestione dei migranti all’Italia, grazie allo schermo del trattato di Dublino. Così facendo fornisce un alibi a certe parti politiche, che sono facilitate a scaricare la colpa dell’arrivo degli immigrati alle organizzazioni non governative. Si tratta di un circolo vizioso che alimenta rabbia e risentimento in una opinione pubblica sempre meno capace di leggere la situazione in modo obiettivo. L’altro lato della questione è che chi accusa, in sostanza, le organizzazioni non governative di salvare vite umane, non presenta alternative alla situazione attuale, neppure esercitando quella azione dovuta che, per chi ricopre cariche di governo dovrebbe essere obbligatoria. D’altra parte l’azione delle organizzazioni non governative riempie proprio un vuoto lasciato volutamente dallo stato italianoe non riempito neppure dall’Unione Europea. L’immigrazione, per i motivi già esposti, è sempre di più un fenomeno non controllabile e non evitabile, che non può essere limitato o scoraggiato con la minaccia della morte in mare per assenza di soccorsi. Le condizioni che obbligano ad emigrare sono ritenute dai migranti peggiori della stessa possibilità di perire nel Mediterraneo oppure prima, lungo il percorso per arrivare alle coste libiiche. Incolpare le organizzazioni nono governative, in maniera diretta o indiretta, significa fuggire da precise responsabilità che arrivano alle cariche più alte dei governi e delle istituzioni europee.

Le intenzioni della nuova presidente della Commissione Europea

La nuova Presidente della Commissione europea ha reso nota la sua idea di Unione e della natura dei rapporti che le isituzioni di Bruxelles devono avere circa i maggiori temi che hanno condzionato la vita europea e che saranno centrali nel prossimo futuro. Sul piano della politica estera sono due le questioni più centrali: l’uscita del Regno Unito ed i rapporti con la Russia; mentre sul primo tema Bruxelles, anche con la nuova dirigenza, non sembra disponibile ad arretrare dalle concessioni fatte agli inglesi, sul problema dei rapporti con la Russia, l’atteggiamento parte da una disponibilità generica, in quanto viene riconosciuto come Mosca sia un paese vicino, con il quale è impossibile non avere rapporti, ma, nello stesso tempo, viene considerato fondamentale , per l’Europa presentarsi nella maniera più coesa possibile, cioè proprio l’opposto di quanto desiderato dalla Russia. Per Mosca, ma anche per Washington, è preferibile una Europa divisa, che permetta di trattare con i singoli stati, cioè soggetti più deboli rispetto ad una Unione che si presenta come soggetto unico. La politica del Cremlino è stata quella di dividere l’Unione anche con mezzi non leciti, verso i quali la risposta più efficiente potrebbe essere rappresentata dalle libertà europee intese come libertà di stampa come mezzo per denunciare pubblicamente le azioni scorrette di altri stati. Questa interpretazione pare, però, soltanto un punto di partenza, oltre il quale possono esistere strutture concrete, come la difesa comune europea, in grado di fornire reazioni più veloci anche ad attacchi non convenzionali. La Russia sembra essere rappresentata come un reale pericolo, proprio perchè i suoi obiettivi sono in aperto contrasto con quelli europei. La cautela della nuova presidente nei rapporti con Mosca predilige un approccio diplomatico, ma da un punto di forza, che consiste, oltre che nell’unità di intenti europea, nella propria forza economica, che dovrebbe consentire un rapporto da una posizione di forza. Questo approccio sembra essere tipicamente tedesco, con una visione esagerata dall’importanza economica nel quadro dei rapporti internazionali. Certamente la potenza economica è sempre più un fattore importante, nello scenario globalizzato, ma occorrono altre caratteristiche per assumere un ruolo di primaria importanza nel teatro diplomatico. L’idea di forza comune europea è un obiettivo ambizioso, che è alla portata di realizzazione, ma occorre anche una politica estera comune, che si può conseguire soltanto con la capacità di convincere gli stati sovranisti ad una cessione progressiva di sovranità nelle scelte di politica estera e su questo piano l’Unione è ancora indietro. L’altra questione capace di lacerare il tessuto politico europeo è rappresentata dall’immigrazione e dai suoi flussi, che hanno provocato il risentimento dei popoli del sud Europa verso le istituzioni di Bruxelles. Non possono sicuramente bastare le rassicurazioni generiche di una tutela del trattato di Schengen, che deve avvenire attraverso il rispetto del trattato di Dublino, che è proprio la causa che permette agli stati del nord e dell’eest europa di rifiutare le quote di profughi. Sottolineare che è necessario salvare le persone in mare è pronunciare una ovvietà, diverso è proporre soluzioni come quella di intraprendere un programma di aiuti direttamente nei paesi africani, ma questo intento è realizzabile soltanto nel lungo periodo, mentre per il breve occorrono soluzioni contingenti, che permattano di alleviare la pressione migratoria ed, insieme, recuperare fiducia in Bruxelles. La volontà, che sembra emergere, di non sanzionare chi non aderisce alle quote dei profughi, contravvenendo alle direttive europee, sembra essere funzionale agli interessi tedeschi, più che a quelli europei: se così fosse la contraddizione rivelerebbe una manovra Berlino per usare ancora una volta l’Unione per i quoi scopi. A questo proposito sarà interessante vedere quale sarà il reale atteggiamento della nuova presidente sulla rigidità finanziaria e di bilancio a cuila Germania ha costretto tutti gli altri membri nella passata legislatura europea.

La questione migratoria centrale nel dibattito europeo

La questione migratoria ritorna al centro del dibattito europeo, dopo la richiesta di Italia e Malta, che porteranno il problema all’attenzione del consiglio dei ministri degli esteri dell’Unione, il prossimi 15 luglio. L’intenzione sarebbe quella di superare l’esame di ogni singolo caso per trovare un meccanismo in grado di gestire i flussi migratori. Questa discussione anticiperà lo stesso tema che sarà trattato successivamente alla riunione informale dei ministri dell’interno, programmata ad Helsinki il 18 e 19 luglio. La pressione dei traffici migratori e gli effetti del trattato di Dublino hanno creato una profonda diseguaglianza sugli stati costieri europei, non solo Italia e Malta, ma anche Grecia e Spagna, tuttavia la vicinanza della Libia e gli effetti della guerra civile in corso hanno generato un aumento del traffico verso Roma e La Valletta, creando pericolose derive politiche ed aumentando i rischi per la vita dei migranti e per le condizoni a cui sono sottoposti nei centri di detenzione libici, oltre ad un incremento significativo dei profitti per i trafficanti di esseri umani. In Italia il dibattito sull’immigrazione è stato portato ad avere come argomento centrale l’attività delle Organizzazioni non governative e la loro attività di pattugliamento del mare, che ha portato a numerosi salvataggi di profughi su mezzi alla deriva. Sono state create leggi per colpire queste organizzazioni, che sono soltanto in parte responsabili degli arrivi dei profughi, distraendo l’opinione pubblica dalla complessità del problema; infatti la maggior parte degli arrivi è costituita da profughi che giungono sul suolo italiano in maniera autonoma e con piccoli natanti, alcuni dei quali non compiono l’intera traversata dalle sponde africane, ma vengono rilascaite da imbarcazioni di stazza maggiore nella prossimità delle coste italiane. La candidata della presidenza della Commissione europea ha sottolienato che è un obbligo soccorrere i naufraghi e le persone in difficoltà in mare, questa affermazione, certamente condivisibile, è stata integrata dalla consapevolezza, per la candidata, della difficoltà dei paesi costieri e dalla promessa di una riforma del regolamento sui richiedenti asilo, un problema che dovrà essere affrontato da tutto l’insieme dei paesi europei. La limitazione ai soli richiedenti asilo è, però, soltanto una parte del problema, giacchè l’insieme dell’immigrazione è rappresentato, non solo da chi fugge dalle guerre ma anche dai migranti climatici, da coloro che fuggono dalle carestie, dai perseguitati politici e dai migranti economici. Si tratta di una massa di persone che affrontano sofferenze e patimenti indicibili, contro la cui determinazione non è sufficiente la chiusura dell’Europa. Quello che Bruxelles deve mettere in campo è un progetto di più ampia portata, in grado di non limitarsi alla gestione dell’accoglienza, ma anche alla prevenzione, con aiuti mirati e concreti. Sul lato dell’accoglienza è importante sviluppare metodologie già sperimentate in piccolo, come i corridoi umanitari, che possono garantire di evitare i pericoli dei viaggi, possono eliminare i ricavi dei trafficanti e quindi il loro reimpiego nel finaziamento di attività pericolose come quelle terroristiche ed anche le minacce politiche verso l’Europa provenienti da quelli stati che hanno spesso usato l’arma dei migranti come strumento ricattatorio. Queste soluzioni si possono attuare in tempi brevi o medio brevi, se l’Europa ha la forza necessaria di imporre le proprie decisioni in materia di divisione di quote di profughi anche a chi fino ad ora si è dimostrato riottoso, mediante riduzione o annullamento dei contributi comunitari, sui quali i paesi dell’Europa orientale hanno costruito la propria crecita economica. Certamente un passo obbligato è la revisione del trattato di Dublino, che è iniquo, perchè penalizza i paesi più vicini ai luoghi di partenza dei flussi migratori. In un periodo medio lungo è importante elaborare un piano di aiuti concreto che permetta una reale crescita economica redistribuitiva in quei paesi che rappresentano i maggiori contributori di persone che alimentano i flussi migratori. La difficoltà è reale, perchè in molti paesi africani la corruzione è elevata e le strutture politiche sono tutt’altro che consolidate. Il punto di partenza può essere quello di debellare le carestie, per vreare le condizioni della diminuzione di una parte di immigrati; l’essenziale per fare ciò è che l’Unione Europea raggiunga una coesione ed un livello di autorevolezza internazionale, che finora sono mancati. I nuovi organismi europei dovranno prima di tutto ripartire da questi punti per la soluzione dei problemi più urgenti, dei quali l’immigrazione rappresenta soltanto un aspetto.