Regno Unito: resta l’incertezza sulle modalità di uscita dall’Europa

Il voto dei parlamentari del Regno Unito sull’accordo stipulato dalla premier inglese con l’Unione Europea si avvicina, mentre resta il timore di un ulteriore possibile rinvio, dopo quello già avvenuto lo scorso dicembre. Il rischio è di lasciare il paese in una incertezza profonda, che favorisce la recessione economica; tuttavia la paura maggiore nel governo è quella di affrontare una situazione non prevedibile, se l’accordo sarà rifiutato dalla Camera dei comuni. Si tratta di una prospettiva probabile, che al momento è giustificata dalla valutazione dei numeri del voto, che evidenziano la mancanza della possibilità di raggiungere la maggioranza favorevole, a causa degli scettici presenti nei conservatori e dell’avversione del partito nordirlandese che appoggia il governo. Questo scenario sarebbe alla base delle ragioni che potrebbero determinare il nuovo rinvio del voto, per permettere di guadagnare tempo all’esecutivo; scegliere questa opzione, però, potrebbe indebolire troppo la premier e aprirebbe, molto probabilmente, la crisi politica, con conseguenti elezioni. In questo caso Bruxelles non potrebbe fare altro che prendere atto del fallimento della trattativa con Londra, anche senza il voto della Camera di comuni. Risulta, infatti, difficile credere che l’Europa sarà ancora diponibile a non definire la questione, procrastinando la decisione in attesa di un nuovo esecutivo o di una nuova consultazione referendaria. Ad essere contraria al referendum è la premier in carica, ma una sua eventuale caduta potrebbe indirizzare il paese verso un nuovo referendum? Sia il partito conservatore, che quello laburista appaiono contrari, anche se nella formazione di opposizione c’è una spaccatura, tra la leadership in carica ed la base del partito, che spinge per un nuovo voto. Il capo del partito laburista non sembra essere appassionato a restare in Europa, perchè ne ha una visione negativa da sinistra, identificando l’Unione come espressione del potere finanziario, considerando i lati positivi dell’Europa non abbastanza sufficienti per subire le sue leggi. C’è però un contrasto molto forte con la parte moderata dei laburisti, che sono stati tra i più grandi oppositori del risultato referendario. Occorre riconoscere che il quesito del referendum, per come era stato formulato e per le superficiali spiegazioni dei favorevoli all’uscita, che sono state quelle maggiormente esposte dalla stampa, ha permesso l’esercizio di voto al popolo inglese in una maniera distorta e poco informata, situazione che si è potuta verificare perchè le elitè al comando della nazione, hanno sottovalutato, sia la portata del voto, che, sopratutto, l’esito, dando per scontato che si sarebbe verificata la vittoria di chi voleva restare in Europa. Da parte dei ceti popolari non si è esercitato il diritto all’informazione e la maggioranza degli elettori si è lasciata trascinare da un sentimento antieuropeo vissuto come insulto alla sovranità inglese, che non ha tenuto conto delle conseguenze economiche dell’uscita dall’Europa. Per queste ragioni, la ripetizione del referendum, con una platea elettorale maggiormente consapevole sembrerebbe più giusta. Bisogna anche ricordare che il Regno Unito ha sempre goduto nei riguardi degli altri membri di Bruxelles, di un trattamento differente e particolarmente favorevole, che, seppure ingiusto, veniva giustificato dagli eurocrati con la necessità di mantenere il Regno Unito nei confini politici dell’Unione. Negli altri paesi membri la percezione di una adesione inglese basata su elementi di esclusivo comodo e non di una adesione convinta, corrisponde al vero ed è uno dei caratteri di apparente durezza e determinazione, peraltro giustificata, che ha contraddistinto le modalità delle trattative con Londra da parte di Bruxelles. Una eventuale nuova adesione inglese all’Europa potrebbe avvenire soltanto senza più quei privilegi che ne hanno contraddistinto la partecipazione fino all’esito del referendum: una completa applicazione di obblighi e doveri, che fino ad ora erano applicati in maniera incompleta. In ogni caso, c’è anche la necessità di scoraggiare altri possibili tentativi di uscita dall’Unione e per questi motivi, in caso di mancata ratifica dell’accordo, è praticamente certo che il Regno Unito verrà trattato con una severità esemplare, che, sommata, agli effetti dei mancati benefici dell’adesione all’Europa, potrebbe mettere in grande difficoltà il paese anglosassone, il suo tessuto sociale e la sua economia, qualsiasi colore sarà il governo in carica.

Le incognite della presidenza rumena di turno, occasione di riflessione per l’Europa

Il semestre di presidenza dell’Unione Europea che sta per iniziare vedrà questioni molto importanti sul tavolo delle trattative: prime tra tutte la definizione dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione fino ad arrivare al tema dell’ingresso della Serbia nel consesso di Bruxelles. In un periodo così delicato la rotazione prevista per ricoprire la presidenza dell’Unione toccherà alla Romania, un paese con grosse difficoltà interne e con degli standard non certo europei, acui andranno sommate le difficoltà che i burocrati rumeni incontreranno per gestire problematiche di così intensa difficoltà. Bucarest è alle prese con la contestazione più consistente dai tempi della caduta della dittatura, avvenuta nel 1989. Si calcola che le manifestazioni del popolo rumeno contro la corruzione, le leggi che prevedono la depenalizzazione di alcuni reati e contro l’abuso di potere abbiano radunato nelle piazze anche 600.000 persone alla volta. La Romania è diventata membro dell’unione nel 2007 ed i progressi compiuti contro la corruzione, male endemico del paese, si sono fermati da circa due anni con l’ascesa al potere del partito socialista, il cui leader è risultato ineleggibile per una condanna per il reato di frode elettorale. La situazione rumena rappresenta una chiara situazione di come Bruxelles non è riuscita ad imporre i suoi valori costituenti, cosa, peraltro comune, nei paesi provenienti dal blocco sovietico, e di come non riesca neppure a farli rispettare. Continuare ad ammettere la presenza all’interno dell’Unione di nazioni che promulgano leggi che non rispettano i valori europei è molto pericoloso, sia per l’effetto disgregante che ha contribuito all’affermazione del populismo, sia perchè i meccanismi perversi della distribuzione del potere non prevedono norme sospensive per quelli stati che non rispondono agli standard europei. Fino ad ora si era soltanto andati vicini ad una situazione come quella attuale, ma con l’insediamento della Romania a presidente di turno dell’Unione si raggiunge un nuovo livello degli effetti dei meccanismi legali di Bruxelles e della assoluta mancanza di contromisure studiate per fronteggiare il verifcarsi di eventualità di questo genere. Il fatto che ciò coincida con il momento nel quale si dovrà gestire l’uscita della Gran Bretagna, assume un valore ancora più peculiare che richiama alla necessità improrogabile di rivedere le leggi europee, sia per la gestione del potere, che per l’accettazione di nuovi membri ed anche per l’elaborazione di meccanismi sanzionatori efficaci verso quei paesi che non si adeguano a garantire i diritti civili e politici, la libertà di stampa, il mutuo sostegno tra gli stati membri e la lotta alla corruzione. Come si vede se esistessero in maniera effettiva questi presupposti, la lista dei membri europei sarebbe più corta e ciò sarebbe solo un vantaggi per il funzionamento delle istituzioni comunitarie. La domanda fondamentale è se i paesi che sono stati governati da dittature hanno maturato un reale senso democratico tale da produrre classi politiche capaci di identificarsi con gli ideali fondativi dell’Europa. Se ciò non è avvenuto la colpa è anche di Bruxelles, che pur di ampliare la sua zona economica, ha tollerato l’ingresso di paesi non pronti e con la sola intenzione di sfruttare i contributi europei, senza prevedere un meccanismo di tutela che potesse prevedere sanzioni fino all’espulsione. Un governo debole in patria come quello rumeno, pur coadiuvato dagli specialisti di Bruxelles, può gestire l’uscita inglese, che prevede una serie di norme che ricadranno inevitabilmente su tutti gli europei, senza incorrere in qualche problema di cui è già accusato? Il quesito è lecito e non dovrebbe essere sottovalutato, come non è da sottovalutare la possibile mancanza di capacità di ascolto degli altri membri, una mancanza non strana in esecutivi che si sono dimostrati insensibili alle istanze delle opposizioni. Una gran quantità di argomenti su cui riflettere per i burocrati di Bruxelles.

Russia e Cina alleate obbligate

Le sanzioni occidentali hanno costretto la Russia ad avvicnarsi alla Cina. Mosca è la capitale di uno stato immenso con grande disponibilità di materie prime, sopratutto nel settore energetico, ma che continua ad avere grandi deficit dal punto di vista dello sviluppo industriale. Il paese russo paga la scarsa capacità della sua classe politica di elaborare dei piani di industrializzazione capaci di diventare una alternativa economica alla preponderanza del settore primario. Le ambizioni geopolitiche della Russia di Putin hanno generato una situazione internazionale difficile per l’economia nazionale a causa delle sanzioni che l’occidente ha imposto a Mosca per il suo comportamento, sopratutto per la vicenda ucraina ed i piani e le attese del cremlino nei confronti della presidenza statunitense di Trump, che prevedevano un avvicinamento tra USA e Russia, sono state frustrate dalla diffidenza dei ceti amministrativi americani. L’invadenza dell’azione politica internazionale russa, attuata con mezzi anche non leciti, è il segnale di una attività spregiudicata che viene portata avanti con evidenti errori di calcolo e di valutazione in rapporto ai risultati ottenuti. Malgrado le ambizioni internazionali ed un attivismo impossibile da non riconoscere, che ha saputo sfruttare abilmente gli spazi lasciati da Washington, la variabile economica rappresenta un valore dal quale nemmeno il nuovo imperialismo russo può prescindere. L’unica alternativa per sollevare le sorti di bilanci in difficoltà è stata rivolgersi alla potenza mondiale numero due, la Cina, che ha sempre necessità di espandere la sua azione commerciale e che, per fare ciò, deve alimentare il suo fabbisogno energetico. I due paesi, pur essendo spesso d’accordo nella sede del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non sono alleati e non sono complementari, giacché le rispettive ambizioni sono spesso in contrasto, ma devono tenere un buon rapporto diplomatico basato sulla rispettiva avversione agli Stati Uniti. Se Washington è sempre più in contrasto con Pechino per ragioni di politica commerciale, Mosca cerca di sfruttare questi dissidi per contatti sempre più frequenti con la Repubblica popolare cinese, ma non si tratta di una alleanza organica, basata su comuni interessi e sul periodo lungo; piuttosto siamo di fronte ad una serie di singoli episodi basati sulla reciproca convenienza. Al centro di questi scambi ci sono le materie prime energetiche, ma anche la volontà cinese di penetrare, con le sue merci, un mercato che ha ancora delle buone potenzialità come quello russo. Se questi sono i presupposti, ancora più interessante è analizzare le possibili conseguenze di questo rapporto; uno degli scenari più probabili è che la situazione si mantenga entro questi confini fintanto che gli USA proseguiranno nel loro isolazionismo, infatti non sembra che possa convenire romprere questa situazione da parte di uno dei due soggetti internazionali coinvolti. Diverso potrebbe essere lo scenario se uno dei due paesi volesse superare l’altro per qualsiasi potenziale motivo: questa ipotesi sembra essere più difficile per la Russia, che non può alienarsi l’amicizia cinese e con essa i vantaggi economici che la legano a Pechino. Dall’altro lato la Cina sembra che si continui a muovere sulla non ingerenza e che la sua politica internazionale sia improntata alla massima prudenza; tuttavia se c’è un paese che può insidiare la leadership internazionale agli Stati Uniti, questo non è certo la Russia, che non può interpretare altro che ruoli da protagonista su scenari limitati, come è accaduto per la Siria. AL contrario le ambizioni cinesi prima o poi dovranno concretizzarsi in qualche episodio di portata internazionale ed allora alla Russia non resterà che scegliere tra una neutralità di contorno o rivestire un ruolo subalterno, verosimilmente al fianco della Cina. Il rischio vero per Mosca è di finire in modo evidente come potenza di secondo piano, contro tutte le rivendicazioni del Cremlino. Ma per il paese russo il ruolo di super potenza non è più praticabile nel contesto bipolare USA – Cina e la sua situazione economica ne è soltanto il primo segnale evidente.

Il caso francese sintomo della democrazia malata

I disordini in Francia hanno provocato la retromarcia, anche se parziale, del governo. Il caso particolare francese espone una società in profonda crisi, perchè al governo c’è un personaggio eletto soltanto per evitare la destra estrema, ma che non rappresenta in maniera organica il tessuto sociale del paese. L’attuale presidente francese, infatti, al primo turno raggiunse soltanto il 24 per cento dei voti ed ha raggiunto la massima carica dello stato grazie alla congiunzione di un sistema elettorale fallace unito alla paura di una parte politica troppo avulsa dal sistema politico francese. Queste considerazioni non sono nuove e rappresentano riflessioni già fatte sul sistema francese, ma che è bene ricordare sempre per evitare derive pericolose come quella attuale. L’attuale presidente francese rappresenta un misto di tecnocrazia e liberismo, che finge di prestare attenzione ai problemi sociali ed economici della gran parte del paese, ma che impone soluzioni calate dall’alto, che paiono funzionali soltanto ad una parte, che è minoritaria, della società francese. Le ricette economiche del Presidente della Francia sembrano ancora una volta salvaguardare la parte più ricca del paese andando ad aumentare una diseguaglianza sociale troppo elevata, che rappresenta il principale pericolo per la stabilità del paese. Da qui ad arrivare a considerare una crisi della democrazia il percorso è breve. Una crisi che riguarda le democrazie europee, l’Europa, la sinistra e la destra liberale. Il problema sembra essere un legame troppo stretto con l’aspetto finanziario su quello politico, che porta a stravolgere le fondamenta del pensiero occidentale. Certo non c’era bisogno dei sintomi così evidenti che si manifestano in questi giorni in Francia, dove la protesta è espressione di una forma autonoma dai soggetti tradizionali, inclusi anche i sindacati, e che non sembra essere governata da alcuna entità, ma pura espressione di una rabbia causata da un disagio sempre maggiore. Questa protesta ha superato anche il populismo ed il qualunquismo, che pure sono stati l’evidenza più grande dei guasti della democrazia usata in maniera distorta, fino a diventare una sorta di oligarchia nelle mani della finanza. Spesso i fenomeni accaduti in Francia sono stati anticipazioni di accadimenti che si sono verificati anche nel resto dell’Europa. Per l’avanzata dell’estrema destra non è stato così, eppure l’esplosione della rabbia sembra essere stato soltanto rinviato a questi giorni, provocato da chi aveva evitato l’insediamento di parte politica pericolosa. Ancora una volta è impossibile comprendere perchè si continua a proporre ricette economiche che puntano ad impoverire la parte più consistente di un paese, aspetto che si riflette anche in Europa, producendo uno scontento sempre più diffuso, che è difficile da contenere. Quella che manca è una cultura della redistribuzione, del rispetto del lavoro, troppo tassato rispetto ai patrimoni, del merito, che risulta sempre meno importante ed infine dell’importanza dell’ascensore sociale, troppo bloccato a favore delle rendite di posizione di una parte sempre più piccola del corpo sociale. Queste soluzioni hanno un ampio spettro di potenziali applicazioni, che dovrebbero decretare la differenza di una visione politica più progressista rispetto ad una più conservatrice o il contrario, ma rappresentano una serie di valori comuni, che dovrebbero essere quelli da cui ripartire, per aggregare forze un tempo su fronti opposti, ma che il momento contingente dovrebbe aggregare per la salvaguardia dei sistemi democratici. Il punto di partenza è una visione che abbia al centro il benessere del corpo sociale inteso come struttura fondamentale della società e che, obbligatoriamente, riguardi il maggior numero di persone. Ciò deve attuarsi con una azione politica slegata dagli interessi della finanza, che troppo hanno influenzato lo sviluppo, purtroppo negativo, dei tessuti politici, che hanno abbandonato la loro funzione principale: il benessere sociale. Senza questi presupposti il contrasto al populismo perde in partenza ed apre a territori inesplorati nei quali anche questi fenomeni potranno essere superati da scenari di difficile previsione, ma che non escludono il ricorso all’autoritarismo ed anche alla violenza.

L’Alleanza Atlantica teme la creazione di un esercito comune europeo

La possibilità, ancora non del tutto concreta, che la creazione di un esercito europeo diventi realtà, mette in agitazione i vertici dell’Alleanza Atlantica, che vedono un potenziale conflitto tra le due entità. Se dal punto di vista politico un progetto di difesa europea può essere una buona notizia, perchè favorirebbe un indirizzo comune in campo diplomatico, la creazione di una forza armata europea viene vista come una possibile sottrazione di risorse economiche all’Alleanza Atlantica e, forse, sopratutto, anche una diminuzione del peso politico che gli Usa esercitano in Europa proprio attraverso la leadership dell’Alleanza Atlantica. A Washington questa possibilità viene vista in maniera totalmente negativa perchè sarebbe un contributo decisivo per indirizzare l’Europa verso una unione politica, una eventualità vista in maniera totalmente negativa da Trump, che nella sua visione di politica internazionale interpreta in modo negativo i soggetti costituiti da unioni di stati, perchè preferisce trattare, da posizioni di forza con entità statali più piccole. Se uno dei pericoli individuati dal Segretario generale dell’Alleanza è la duplicazione di un soggetto militare interno all’occidente, si deve però dire che questa visione costituisce un’analisi parziale della potenziale situazione futura; infatti le finalità e gli scopi dei due soggetti non paiono certo coincidenti, perchè la costituzione della forza militare europea è considerata il mezzo per assicurare una autonomia in politica estera a Bruxelles, intesa come capitale dell’Unione Europea e non la sede dell’Alleanza Atlantica. Per gli Stati Uniti ciò significherebbe un possibile antagonista, seppure nel campo occidentale, che potrebbe compromettere la supremazia americana in Europa ed anche fuori dall’area continentale. Trump ha sempre sostenuto la necessità di un maggiore impegno alla partecipazione della spesa militare dell’alleanza ed ha rivendicato un ruolo di disimpegno per gli Stati Uniti, ma soltanto se gli alleati contribuiscono all’incremento dell’industria militare americana e non assumono posizioni di contrasto con la Casa Bianca, che intende riservare per se stessa il ruolo di azionista di maggioranza dell’organizzazione. La tendenza di una maggiore autonomia europea non può soddisfare il presidente statunitense, perchè significa un sostanziale distacco, attraverso una direzione di maggiore indipendenza, dagli stretti legami che l’Europa mantiene storicamente con gli USA. D’altro canto le differenze di visione politica internazionale tra l’Europa e l’amministrazione Trump sono sempre più considerevoli e ciò giustifica la ricerca di una maggiore indipendenza europea. Dal punto di vista della ricerca di una maggiore coesione dei paesi europei, il tema della politica estera può rappresentare un mezzo per dare più forza all’unione, anche se non è certo sufficiente a risvegliare un sentimento europeo positivo, a causa del contrasto delle forze sovraniste e populiste, che sono al governo in molti paesi. Il problema sono le prossime elezioni europee, che potrebbero determinare una brusco rallentamento del processo di unificazione o, forse, addirittura uno stop. Senza un diverso atteggiamento per i problemi interni all’Unione, cioè quelli relativi al benessere dei cittadini, il tema della difesa comune e della politica estera europea rischia di diventare superfluo perchè per la percezione della maggior parte dei cittadini si tratta di un problema troppo distante dalle difficoltà quotidian; ciò può essere utile alla causa di Trump e di tutti quelli che non comprendono la necessità di un maggiore peso politico dell’Unione Europea in un contesto sempre più caratterizzato da una presenza multipolare di soggetti internazionali rilevanti. Essere sullo stesso piano internazionale di USA, Cina e Russia può consentire vantaggi non secondari anche nel campo economico sempre più globalizzato e sempre più influenzato ed interconnesso con la politica estera, che investe diverse aree di interesse, che non sono necessariamente la ricerca di un ruolo da protagonista nelle aree di crisi, anche se l’intenzione di volere giocare un ruolo di primaria importanza sulla scena internazionale comporta una necessaria assunzione di responsabilità che l’assetto attuale dell’Europa non può consentire ed a cui si può arrivare facendo il primo passo della creazione della forza armata europea autonoma e dipendente soltanto dai voleri dell’Europa stessa.

L’incertezza di Londra per l’accordo con l’Europa

Olte l’approvazione di un accordo sull’uscita dall’Unione Europea, che, fondamentalmente, non piace a nessuno, esistono posizioni molto differenti, sia nella camera dei comuni, l’unica parte del parlamento britannico che può decidere, che nella società inglese; questa situazione restituisce un paese profondamente diviso, caratteristica già evidenziata dopo l’esito del referendum, anche all’interno di categorie politiche e sociali omogeee. La profonda divisione promette, qualunque sia la decisione che sarà presa, di acuirsi nell’immediato futuro aprendo scenari molto preoccupanti per il paese britannico. Da un lato i fautori dell’uscita ad ogni costo e senza trattativa, vedono tradito quello, che, secondo loro, era la vera ragione del risultato referendario: la riconquista di una sovranità assoluta e senza condizioni nei confronti di Bruxelles; ma l’esasperazione che aveva portato alla decisione di uscire dall’Europa, risultato anche di una propaganda volutamente falsa ed ingannevole, sembra essersi attenuata, grazie ai timori crescenti dei riflessi sull’economia e sull’occupazione che l’abbandono dell’Europa potrebbe determinare. Tuttavia l’elettorato favorevole all’uscita da Bruxelles è ancora visto dai politici inglesi come pericolosamente suscettibile da entrambi gli schieramenti. La premier al governo ha optato per una uscita meno intransigente, come risultato di trattative estenuanti che hanno prodotto una bozza di accordo di 585 pagine e 185 articoli e che prevede una transizione di ventuno mesi, che potrà essere estesa. La poszione del governo in carica a Londra è stata quella di cercare di mediare tra le varie posizioni di chi vuole l’uscita ed anche tra chi ne è tuttora contrario, con il risultato di scontentare tutti. Secondo diverse opinioni l’accordo, che dovrà passare il voto parlamentare, non prende una posizione univoca e lascia aperte diverse possibilità nel rapporto con l’Europa, con lo scopo di guadagnare ancora tempo. Senza una ipotesi definitiva il paese britannico potrebbe rimanere a metà strada, privandosi della possibilità di decidere in autonomia, ma anche di restare senza i benefici di appartenere all’Unione Europea. Una sorta di limbo che limiterebbe molto la possibilità di manovra di Londra e renderebbe vano il risultato referendario ma senza incontrare il favore di chi voleva restare dentro l’Unione. Per alcuni un nuovo referendum, con una situazione più chiara, con una cittadinanza più informata e meno condizionata da una propaganda fuorviante, sarebbe il mezzo più consono per risolvere la questione. Questo convincimento  potrebbe risultare condivisibile in uno scenario generale di insoddisfazione, nonostante il ricorso ad una nuova consultazione popolare sia vissuta da una parte consistente della politica come un fallimento e come un potenziale pericoloso tale da screditare i partiti e favorire situazioni pericolose per la democrazia. Questi pericoli non sembrano però potere influenzare una struttura politica come quella inglese, che ha al suo interno i necessari strumenti per scongiurare derive autoritarie.  La soluzione del referendum con questiti chiari e che possano contenere la strada da intraprendere potrebbe favorire una decisione più netta, anche per non esporre il governo ad una bocciatura in sede parlamentare; anche perchè Bruxelles non sembra intenzionata a prolungare la questione senza una sua definizione. Una caduta del governo deve essere presa in considerazione per gli scenari che potrebbe aprire: nuove elezioni potrebbero bloccare le trattative con un irrigidimento dell’Europa in grado di esasperare le discussioni interne al paese britannico; occorre anche tenere conto che la contrarietà all’uscita dall’Europa è presente  sia nei conservatori, che nei laburisti, così come partee dei due maggiori partiti è favorevole ad una soluzione come per la Norvegia, che non è membro dell’Unione, ma appartiene alla zona economica europea,  mentre i liberali e gli indipendentisti scozzesi sono fermamente contrari all’allontanamento da Bruxelles. La situazione, insomma, è tutt’altro che definita, anche se l’accordo dovesse essere approvato: il tempo in cui sarà in vigore potrà definire la situazione, come stravolgerla, trascinando il paese in una incertezza che non potrà non riflettersi nel campo economico, politico e sociale.

الأسباب السياسية للشعوبية

لقد أصبح الانزعاج من خطر حدوث اضطراب أوروبي بسبب تنامي الشعوبية واضحا بشكل متزايد. يبدو أن نمو الحركات الشعبوية ، التي ترافقها الحركة الخطيرة بنفس القدر من اليمين المتطرف ، الملوثة بالفاشية والنازية ، قد وصلت كعامل غير متوقع وغير متوقع. في الواقع أنها مؤسسات في بروكسل، فإن تلك الدول الفردية وحتى الأحزاب التقدمية، وتلك من المركز وتلك من اليمين المعتدل تمكنت من بناء استراتيجية قابلة للتطبيق للتنبؤ، وذلك قبل وجهه، ثم، والانجراف الشعبي، مع جميع ما ينطوي عليه. ومع ذلك ، تأتي الأسباب من بعيد وتشعر أولاً وقبل كل شيء بتشويه الأهداف التي تنتهجها الأطراف اليسارية. تحول التحضير للناخبين من المركز، حتى مع الاحتياجات المتضاربة مع مصالح الطبقات الدنيا والعاطلين عن العمل والعمال والموظفين من المستوى الأدنى، والتركيز من القضايا ذات قيمة اجتماعية كبيرة لمصالح خاصة، الذين مشوشا المعتاد الناخبين من تلك المنطقة السياسية. وقد ولدت نوعا من التخلي السياسي للمناطق واسعة من المجتمع، الذين لم يروا محمية همومهم واحتياجاتهم، وتوليد مفرزة متقدمة من العمل السياسي، والتي أصبحت الأولى في الممارسة والامتناع ثم في تصويت احتجاجي لصالح الحركات الشعبوية. حتى أولئك الذين شاركوا بشكل مباشر في السياسة النشطة تركوا الأحزاب والدوائر بسبب التخلي عن الهياكل المركزية ضد نموذج الحزب الواسع النطاق لصالح هياكل أخف وزنا ولكن بعيدًا بشكل متزايد عن الأطراف ؛ وقد خلقت هذه الفجوة يجهل تماما من قادة الاحتياجات الحقيقية للشعب، الذي، في الوقت نفسه، كان عليها أن تواجه أزمات اقتصادية غالبا ما تنطوي على الشخصيات التي أصبحت متجاورة لقادة الأحزاب التقدمية. ليس هذا فقط ، فقد وصفت الوصفات لمعالجة هذه الأزمات بتقييد الإجراءات الخاصة بالطبقات الدنيا ، مما زاد من الاستياء من الخيانة التي عانت. وبدلاً من القلق بشأن إنشاء أعمدة للتفاوت الاجتماعي وإعادة توزيع الدخل ، فإن الأطراف التي لا تزال تقدمية فقط في الاسم ، قد نفذت تدابير اقتصادية زادت من هذه التفاوتات ، مما أضر أيضًا بالوجهة الاقتصادية ، لأنها لم تساعد أبدًا على رفع الاقتصادات الوطنية مع زيادة في الإنفاق ، لم تصل من قبل الطبقات الغنية. درس اللغة الإنجليزية ، حيث فشل بلير ، لم يدرس أي شيء للقوى السياسية التقدمية ، قرر خروج المملكة المتحدة من الاتحاد الأوروبي ، بينما وصل إلى القارة في مرحلة حيث الدول الكبرى ، يحكمها القوى الشعبية أو من اليسار المصمم بنفسه ، قضى على إنجازات الاتحاد وخفض دولة الرفاه لصالح البنوك والتمويل ، أي أولئك الذين كانوا مديري المواد للأزمات الاقتصادية. إذا كانت الأحزاب التقدمية كان هناك تحول ضد الطبيعة، في وسط الأحزاب اليمينية التقليدية أو شهدت تحولا ملحوظا على قدم المساواة، الذي خانوا السياسات الاجتماعية التماسك والجدارة لصالح مواقف الراحة، والتي هي في كثير من الأحيان نتج عن حلقات من التكنوقراطية لصالح قطاعات اجتماعية معينة ، ومع ذلك ، ذهبت ، في النتائج ، في نفس الاتجاه للأحزاب التقدمية. وبالتالي فإن كثرة الحالي الحركات الشعبوية، التي ويكمل على نحو متزايد من قبل أولئك من اليمين المتطرف، هو عنصر للقلق، ولكن الذي لا يمكن الاستغناء تحليل دقيق للمسؤوليات وأسباب مطالبتهم. دون هذا يأتي من المثل العليا من الأحزاب اليسارية، ومركز لرجال الأعمال، والحق، والشعوبية ستبقى ظاهرة الواردة عدديا وتقتصر على هامش الحياة السياسية والاجتماعية، تماما كما لن يكون هناك استئناف اليمين المتطرف، وقادرة على التقاط احتياجات الطبقات الأكثر سوءاً ومعالجتها ضد ظاهرة الهجرة في حرب بين الفقراء في صيغة قومية. إن انزعاج واستياء السكان الأوروبيين هو عنصر ملموس أردنا التقليل من شأنه من أجل اتباع السياسات التي عانت من عدم المساواة ولا تزال لا تقدم إجراءات تصحيحية فعالة. إن الافتراض الكامل للمسؤولية مع ما يترتب على ذلك من تنقيح يبدأ ، قبل كل شيء ، من السلوك السياسي ويستثمر منظمات هياكل الأطراف ، بهدف العودة إلى الماضي لمصلحة البعد الإقليمي ، يبدو نقطة البداية التي يجب تؤدي إلى تغيير عميق موجه إلى المشاكل الحقيقية للمواطنين ، في تناقض مفتوح مع البرامج النظرية والابتعاد عن الواقع. بهذه الطريقة فقط يمكن مواجهة حقيقية مع السياسات الشعوبية ، وربما منع مخاطر آثارها.

Le cause politiche del populismo

L’allarme per il pericolo di uno strravolgimento dell’Europa a causa del crescente populismo si fa sempre più netto. La crescita dei movimenti populisti, a cui si affianca quella altrettanto pericolosa dei movimenti di una destra sempre più estrema, contaminata da fascismo e nazismo, sembra essere arrivata come un fattore inaspettato ed inatteso; infatti ne le istituzioni di Bruxelles, ne quelle dei singoli stati e neppure i partiti progressisti, quelli del centro e quelli della destra moderata sono stati capaci di costruire una strategia valida per prevedere, prima, ed affrontare, poi, la deriva populista, con tutto ciò che comporta. Le cause però arrivano da lontano e riguardano per prima cosa lo stravolgimento degli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. La rincorsa all’elettorato di centro, con bisogni anche contrastanti con quelli dei ceti più bassi, disoccupati, operai e impiegati di basso livello, ha spostato l’attenzione da tematiche di grande valenza sociale verso interessi più particolari, che hanno disorientato l’abituale elettorato di quell’area politica. Si è generata una sorta di abbandono politico di vaste aree sociali, che non hanno più visto tutelate le loro istanze ed i loro bisogni, generando un progressivo distacco dalla politica, confluito prima nella pratica dell’astensione e poi nel voto di protesta a favore dei movimenti populisti. Anche coloro che si impegnavano direttamente nella politica attiva hanno lasciato i partiti ed i circoli a causa di un abbandono delle strutture centrali contro il modello del partito diffuso a favore di strutture più leggere ma sempre più distanti dalle periferie; questo distacco ha creato dei dirigenti totalmente inconsapevoli dei reali bisogni della gente, che, nel frattempo, ha dovuto fronteggiare crisi economiche spesso provocate da personaggi che sono diventati contigui ai dirigenti dei partiti progressisti. Non solo, le ricette per rimediare a queste crisi hanno riguardato provvedimenti penalizzanti per i ceti più bassi e ciò ha aumentato il risentimento per il tradimento subito. Anziché preoccuparsi di creare poltiche a favore delle disuguaglianze sociali e per la redistribuzione del reddito i partiti rimasti progressisti soltanto nel nome, hanno attuato provvedimenti economici che hanno aumentato queste diseguaglianze, dannose anche dal punto di vista economico, perchè non hanno mai contribuito a risollevare le economie nazionali con un incremento di spesa, mai arrivato da parte dei ceti ricchi. La lezione inglese, dove il fallimento di Blair, non ha insegnato niente alle forze politiche progressiste, ha determinato l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, mentre sul continente si è arrivati ad una fase dove i maggiori paesi, governati da forze popolari o di sedicente sinistra, eliminavano le conquiste sindacali e riducevano lo stato sociale a favore di banche e finanza, cioè coloro che erano i responsabili materiali delle crisi economiche. Se nei partiti progressisti c’è stata una trasformazione contro natura, nei partiti di centro o della destra classica si è vista una trasformazione altrettanto netta, che ha tradito le politiche di coesione sociale e la meritocrazia a favore di posizioni di convenienza, che sono spesso sfociate in episodi di tecnocrazia a favore di determinati settori sociali, e, che comunque che sono andati, nei risultati, nella stessa direzione dei partiti progressisti. Quindi la presenza preponderante attuale dei movimenti populisti, ai quali si affiancano sempre più quelli di estrema destra, rappresenta un elemento di forte preoccupazione, ma da cui non può prescindere una analisi attenta delle responsabilità e delle cause della loro affermazione. Senza questa deriva dai propri ideali dei partiti di sinistra, centro ed anche destra, il populismo sarebbe rimasto un fenomeno numericamente contenuto e confinato ai margini della vita politica e sociale, così come non ci sarebbe la ripresa dell’estrema destra, abile a captare i bisogni dei ceti più sfortunato e rivolgerli contro i fenomeni migratori in una guerra tra poveri in versione nazionalista. Il disagio ed il malcontento della popolazione europea è un elemento tangibile che si è voluto sottovalutare per percorrere politiche che hanno esaltato la diseguaglianza ed ancora ora non si presentano correttivi efficaci. Una piena assunzione di responsabilità con una conseguente revisione che parta, prima di tutto, dai comportamenti politici e che investa le organizzazioni delle strutture dei partiti, con un’ottica di ritorno al passato per privilegiare la dimensione territoriale, appare il punto di partenza che deve condurre ad un profondo cambiamento orientato ai problemi reali dei cittadini, in aperto contrasto con programmi teorici e distaccati dalla realtà. Solo così si potrà iniziare un confronto reale con le politiche populiste e, forse, scongiurarne la pericolosità dei loro effetti.

L’Arabia Saudita potrebbe condannare a morte una attivista dei diritti umani e solo il Canada la contrasta

Il rischio che una attivista sciita e cittadina dell’Arabia Saudita, sia condannata a morte dal suo paese, soltanto per essere una attivista dei diritti umani, obbliga a riconsiderare la questione dei rapporti tra paesi occidentali e sauditi ed avvalora la posizione del Canada contro Riyad. La tensione tra il governo canadese e quello saudita è ancora in corso, dopo che il governo di Ottawa aveva espresso preoccupazione e rincrescimento contro una campagna di arresti di attivisti sauditi per i diritti umani, operata dal governo del nuovo principe saudita Salman Bin Mohamed. Tra i due paesi la situazione è ancora in stallo, dopo l’espulsione dell’ambasciatore canadaese e della sospensione dei voli della compagnia aerea saudita verso il paese nordamericano. Deve essere ricordato che al Canada non si affiancato alcun paese occidentale in questa battaglia a favore dei diritti e contro il nuovo corso del principe al governo. Nonostante, infatti, alcune concessioni di facciata, come il diritto alle donne di guidare le automobili, la situazione dei diritti nel paese saudita non è cambiata e l’Arabia continua ad essere uno dei paesi più illiberali del mondo, dove non è permessa alcuna forma di manifestazione per raggiungere conquiste sociali; anzi il principe, malgrado la giovane età di appena trentadue anni, continua a perpetrare la politca del regno dove ogni beneficio deve essere percepito come una concessione della famiglia reale. In questo scenario ogni attività in favore dei diritti umani e civili è osteggiata in maniera anche violenta. Il caso della donna, per la quale l’ufficio del Procuratore, oltre la gravità del provvedimento, presenta anche potenziali complicazioni politiche, capaci di incidere anche sugli equilibri regionali. La fede religiosa della donna è infatti sciita: nel paese saudita, a maggioranza sunnita, con la casa reale che si proclama custode dei luoghi santi dell’Islam, gli sciiti sono una minoranza fortemente discriminata nel trattamento sul lavoro e sull’accesso alle forme di welfare presenti nel paese. La discriminazione è dovuta a motivi religiosi, che sono fortemente collegati con quelli politici, da inquadrare nella rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, anche per la supremazia religiosa all’interno della fede islamica. I fatti per i quali si richiede la condanna a morte, risalgono al 2011, quando in concomitanza con la primavera araba, gli sciiti manifestarono contro le discriminazioni della maggioranza sunnita; la colpa della attivista per i diritti umani è stata quella di documentare le violenze con le quali le forze di polizia hanno operato la repressione. Si comprende che la sola celebrazione del processo sarà una fonte di tensione tra Teheran e Riyad, con la prima che già accusa la seconda per i raid operati nello Yemen, contro i combattenti sciiti, che hanno prodotto molte vittime tra i civili, tra cui molti bambini. Ma aldilà delle questioni di politica internazionale, la vicenda dimostra come la posizione del Canada contro l’Arabia sia ampiamente giustificata e pone interrogativi inquietanti sul comportamento degli stati occidentali. Se dagli USA di Trump non si attendono prese di posizione ufficiali, perchè la Casa Bianca ha rinsaldato i legami con le monarchie saudite, ritenendole fondamentali nello scacchiere regionale contro Teheran, quella che più sorprende è la posizione Europea, che continua a restare in silenzio nei confronti del comportamento arabo. Bruxelles dovrebbe sfruttare ogni occasione possibile per smarcarsi da posizione ambigue nei confronti delle violazioni dei diritti per affermarne l’importanza della tutela; questo atteggiamento dovrebbe essere scontato, invece, probabilmente a causa del petrolio e degli investimenti sauditi, l’Unione Europea lascia il Canada in posizione isolata. La questione non è secondaria, perchè ai timori già descritti se ne potrebbero aggiungere altri di opportunità politica consistenti in valutazioni di carattere interno, certamente insufficienti a mantenere l’atteggiamento attuale. Questo silenzio è il segnale del peggioramento delle istituzioni europee, contagiate dai populismi e dai nazionalismi, che restringono la visuale politica a meri obiettivi di carattere nazionale, che non consentono di mantenere ed esprimere la dovuta attenzione sui temi per i quali l’Europa dovrebbe, invece contraddistinguersi ed essere all’avanguardia. Questo livello sempre più basso squalifica sempre di più l’istituzione europea in chi ha riposto la sua fiducia nell’Unione, allontanandola dai suoi cittadini ed avvicinandosi, così agli obiettivi divisivi dei partiti populisti e nazionalisti.

Russia e Turchia alleate obbligate?

Tra la Russia e la Turchia si delinea una alleanza, che, sembra quasi obbligata dai fatti. I due paesi hanno delle analogie nei rapporti con il mondo, che derivano da un isolamento che occorre combattere per necessità. Se dal punto di vista militare e diplomatico le mosse di Putin hanno riportato la Russia, tra i maggiori protagonisti dello scenario internazionale, l’economia di Mosca patisce una regressione dovuta certamente ad una crisi interna, ma che è sopratutto dovuta alla mancata diversificazione dei fattori economici, troppo dipendenti dai prezzi e dall’andamento delle materie prime: l’unico motore economico attuale dell’ex paese sovietico. La Russia paga la scarsa industrializzazione e la debolezza di un settore manifatturiero sui quali non si sono mai intraprese poltiche efficaci. La Turchia sta vivendo una crisi finanziaria, che potrebbe mettere in pericolo il tessuto industriale di un paese capace di crescere molto negli ultimi anni, ma che ha subito consistenti peggioramenti dal punto di vista sociale. La politica estera di Ankara ha dovuto subire delle sconfitte non indifferenti, che vanno dal rifiuto di Bruxelles per l’ingresso nell’Unione Europea, fino alla frustrazione delle mire di Erdogan di ristabilire l’influenza turca sui territori dell’antico impero ottomano. La politica interna liberticida del presidente turco ha provocato una chiusura su se stesso del paese, che ha prodotto attriti e divergenze molto pesanti con l’alleato americano, tanto da provocare in alcuni analisti la domanda se Ankara possa ancora restare all’interno dell’Alleanza Atlantica. In effetti sulla affidabilità di Ankara ci sono molti dubbi, innanzi tutto per la sua politica ambigua nei confronti dello Stato islamico, per le sue relazioni con Assad e per il trattamento riservato ai curdi, naturali alleati di Washington sui campi di battaglia. Se ora il dissidio con gli Stati Uniti riguarda anche argomenti economici, come i dazi imposti da Trump, peraltro coerente con la sua politica economica verso tutti i paesi esteri, ciò appare una naturale evoluzione di un rapporto ormai troppo deteriorato. I rapporti tra Mosca ed Ankara durano da quanta anni, e, sebbene, siano stati sopportati dagli americani, si svolgevano in un quadro dove il governo turco era improntato ai valori delle democrazie occidentali e non al nazionalismo religioso propugnato da Erdogan. Per gli USA la Turchia era necessaria all’interno dell’Alleanza Atlantica perchè rappresentava un paese musulmano moderato, dove la religione era in secondo piano rispetto alla laicità dello stato e ciò era giudicato un fattore determinante in funzione strategica e geopolitica. Anche se Trump sembra vicino, come maniere politiche, a Putin ed a Erdogan, gli Stati Uniti sono dotati di una serie di contrappesi politici, che in Russia ed in Turchia mancano del tutto. Ecco, quindi, che la similitudine tra i due uomini politici, di Mosca ed Ankara, fatta di nazionalismo e voglia di essere protagonisti, sia in ambito interno, che in quello estero, avvicina i due stati. Gli interessi comuni verso la zona euro asiatica, cioè verso gli stati dell’Europa centrale e del medio oriente, per il momento costituiscono un terreno comune, sopratutto in chiave anti Europa ed anti USA; tuttavia proprio questo terreno comune, potrebbe causare dissidi anche profondi tra i due paesi. Per il momento valgono gli aspetti economici, che costituiscono comunque, un ottimo argomento per avvicinare sempre di più i due paesi: la Turchia è infatti, il maggiore importatore di gas russo ed ha recentemente acquistato, infrangendo le direttive di Trump ai paesi alleati, un sofisticato sistema anti missilistico russo. Con la Cina che in politica estera mantiene una autonomia che la rende praticamente inavvicinabile, il contatto tra Turchia e Russia, sembra essere diventato una vera necessità per i due paesi per interrompere un isolamento internazionale dannoso per entrambi. Occorrerà vedere quali saranno i tempi ed i modi di questo avvicinamento progressivo e cosa comporterà sul piano degli equilibri internazionali. Un distacco della Turchia dall’Alleanza Atlantica, ad esempio, potrebbe costringere Trump a rivedere i suoi programmi di disimpegno nel medio oriente, per evitare una preponderanza della presenza di Mosca, presumibilmente rinforzata da Ankara. La situazione è in divenire ma resta molto difficile che l’allontanamento della Turchia dall’occidente non prenda una forma che da ufficiosa possa diventare ufficiale.