Bruxelles propone sanzioni per le imprese dei paesi che impediscono alle aziende dell’Unione l’accesso agli appalti pubblici

Il dibattito in corso nell’Unione Europea ed, in particolare nella Commissione Europea, in occasione della visita del presidente cinese, assume particolare rilevanza, sia proprio per la visita del capo di stato cinese, sia per gli sviluppi verso cui questa discussione potrà condurre. Non è diventato un argomento urgente soltanto ora, quello di garantire reciprocità ed uguaglianza di trattamento alle imprese europee quando operano al di fuori dell’Unione; la situazione attuale, infatti, presenta diversi ostacoli in numerosi paesi a cui appartengono aziende che operano in Europa liberamente e che ostacolano le aziende europee con barriere doganali, sopratutto nell’ambito delle commesse pubbliche. Nazioni come Cina, India, Turchia ed Indonesia, solo per citarne alcune tra le più importanti, impediscono, di fatto, l’accesso alle imprese europee al mercato degli appalti pubblici, mentre gli stessi paesi concorrono liberamente allo stesso mercato nel territorio europeo; la presenza della Cina, poi, assume valori preponderanti ed obbliga a considerazioni che oltrepassano le riflessioni di tipo economico,per investire gli ambiti della sicurezza e della protezione dei dati. Se il capo della Casa Bianca ha da tempo sollevato questo problema, per cercare di imporre una visione protezionistica e contraria alla globalizzazione senza controlli, con modi non certo diplomatici, si può essere in disaccordo sulle sue modalità, ma non si può non riconoscere che questa difficoltà esista realmente. Ci troviamo in una congiuntura mondiale sfavorevole per l’economia in generale e dove l’Europa accusa sofferenze legate alla scarsa disponibilità di investimenti, che comprimono la capacità di creare lavoro e redistribuire la ricchezza. Il ruolo della Cina, che ha grandi disponibilità finanziarie, ha assunto una importanza strategica che ha implicato il pericolo di un ingresso nelle economie europee che comporta contropartite che possono essere troppo elevate nel settore economico, ma anche nella politica. Dietro alla amancanza di reciprocità del trattamento delle aziende vi è una sorta di protezionismo al contrario, che crea allarme nei settori politicie sociali dell’Unione. Per la Commissione europea questo pericolo è reale ed il primo passo che vuole attuare è quello di creare meccanismi capaci di applicare restrizioni per le aziende dei paesi che ostacolano l’ingresso delle imprese europee nei mercati degli appalti pubblici. Per fare ciò occorre l’adesione dei governi dei paesi membri, che appare tutt’altro che definita. Germania, Spagna, pur pesantemente colpiti da questo fenomeno ed i paesi nordici sono contrari a questa decisione perchè individuano una volontà protezionistica, contraria alla politica di apertura al mercato che deve contraddistinguere Bruxelles. Ora la distinzione tra politica ed economia non è sempre possibile, ma in questo caso quello che appare importante è il raggiungimento di un obiettivo comune che possa oltrepassare i benefici a breve termine di un possibile investimento. Se da un lato la reciprocità di trattamento delle aziende di paesi diversi negli stessi mercati, dovrebbe apparire come un fatto di giustizia economica, perchè assicura una stabilizzazione della libera concorrenza, eliminando i fattori di squilibrio, dall’altro lato l’importanza di una decisione comune che tuteli gli aspetti politici dell’assicurare proprio la libera concorrenza, dovrebbe avere un valore ancora più alto dell’opportunità del guadagno economico come fatto singolo ed isolato. Troppe volte è stato lamentato a ragione, l’immobilismo di Bruxelles: in questo caso, dove la Commissione sembra avere preso l’iniziativa, Bruxelles meriterebbe più sostegno, anche come riconoscimento di unitarietà dell’azione politica a nome dell’Unione. Gli atteggiamenti di chi si dice contro il protezionismo, rivelano, invece un evidente protezionismo politico particolarmente affine a quel sovranismo, al quale quei governi dicono di essere contrari. La crescita dell’importanza dell’Europa non deve essere riferita solo al suo potenziale come mercato, ma anche all’autorevolezza come interlocutore politico proprio per consentire una dialettica che faciliti il lavoro per le sue imprese in modo da creare ricchezza per i suoi cittadini. Porre delle condizioni sull’accesso agli appalti pubblici può essere il primo passo per combattere anche quegli scompensi, basati sulla mancata considerazione dei diritti sul lavoro e le troppo basse retribuzioni, che facilitano l’industria privata dei paesi emergenti e che hanno creato le condizioni dell’attuale concentrazione della manifattura.

Per Londra si avvicina la scadenza dell’uscita dall’Unione, nella più totale incertezza

Forse i parlamentari inglesi, di qualsiasi partito, stanno pensando che il Regno Unito possa accedere ai benefici di una transizione senza alcun accordo di ritiro, tuttavia, come ha specificato il negoziatore dell’Unione, senza accordo non vi è transizione. La negoziazione prevista dall’articolo 50 sembra essere fallita ed il pericolo di una uscita inglese dall’Unione Europea senza accordo è più concreta che mai. Ora la Camera dei Comuni vuole provare a verificare quanti consensi potrebbe ottenere la proposta di un nuovo referendum: attenzione si sa già che questa proposta verrà respinta a maggioranza, quello che si vuole verificare è soltanto se il numero di favorevoli può indicare una nuova strada da percorrere. Questo fatto è il simbolo dell’inconcludenza inglese ed il fatto che si verifichi a pochi giorni dalla scadenza del 29 marzo è abbastanza eloquente. Sarebbe anche arrivata la proposta di Macron per are ancora un tempo tecnico, comunque prima delle elezioni europee, per consentire agli inglesi di trovare una soluzione in extremis. Questa soluzione sembra essere gradita al governo di Londra, che spera ancora di trovare un sistema per consentire un uscita concordata con Bruxelles. La domanda è se ciò ha un senso. Se si comprende l’esigenza di mantenere un rapporto privilegiato tra UE e Regno Unito, dall’altra parte non si capisce come all’interno della Camera dei Comuni si possa arrivare ad un accordo. Infatti, se dalla parte continentale c’è la consapevolezza ed anche la certezza di avere cercato in ogni modo una soluzione concordata, non si può avere una sensazione reciproca dalla parte oltre il Canale della Manica. La percezione è che a Bruxelles ci sia una certa irritazione più che giustificata, che induce ad una stanchezza in una eventuale prosecuzione delle trattative e ciò non può che influenzare negativamente altri incontri potenziali. Aldilà delle valutazioni oggettive si deve tenere conto principalmente di quale sarà l’orientamento dei ventisette paesi europei, che dovranno decidere se concedere una eventuale proproga sulla base delle motivazioni che Londra vorrà presentare, una decisione che dovrà essere all’unanimità e quindi più difficle da raggiungere. Il confine delle elezioni europee rappresenta un ostacolo per entrambe le parti: per Bruxelles che non vuole avere deputati inglesi, ne per Londra per cui lo svolgimento della competizione elettorale europea rappresenterebbe il tradimento del voto referendario e l’ufficialità dell’incapacità della propria classe politica.  Quindi una decisione dovrà arrivare per forza o il 29 Marzo o prima delle elezioni europee, che, ha questo punto, sono una data fondamentale, per arrivare alla decisione inglese. Certamente questa scadenza obbliga Londra ad una decisione in tempi stretti, quale che sia, senza avere lapossibilità di nuove elezioni che potrebbero favorire un quadro più chiaro della situazione. Deve, però, essere ricordato, che dal risultato del referendum il tempo era sufficiente per arrivare a prendere una decisione in tempo utile senza ridursi in questa maniera. Per il resto dell’Europa questa vicenda rappresenta una lezione, di cui, si spera non ci sia bisogno di ricorrere, ma che può servire per tenere un atteggiamento meno disponibile con chi non vuole condividere i sentimenti di appartenenza all’Unione. Il Regno Unito godeva già di privilegi più ampi degli altri membri ed indugiare in ulteriori favori non appare giusto e neppure utile alla causa comune.

Bruxelles e Londra discutono sulla frontiera dell’Irlanda del Nord

Ad ormai poche settimane dalla data del 29 Marzo, il Regno Unito e l’Unione Europea provano a trovare un accordo che possa essere, almeno parzialmente, soddisfacente per entrmabe le parti. La questione più rilevante è quella della frontiera tra Eire ed Irlanda del Nord, perchè investe problematiche sia economiche che sociali. Quest’ultimo aspetto è molto temuto da per la stabilità nella regione dell’Ulster a lungo martoriata dalle tensioni tra cattolici e protestanti. Un ritorno della frontiera è ritenuto pericoloso per una zona nella quale i problemi legati ai rapporti tra gli appartenenti alle due confessioni religiose sono sempre considerati potenzialmente critici. Dal punto di vista economico il ripristino della frontiera ha generato il timore, negli euroscettici, di obbligare il regno Unito ad una permanenza  in un asorta di unione doganale con Bruxelles, che impedirebbe, di fatto, accordi indipendenti con paesi terzi, da parte di Londra; ciò rappresenterebbe il mancato compimento di una delle questioni principali, che hanno contribuito alla vittoria del referendum, per chi ha volutouscire dall’Unione. La soluzione raggiunta tra la premier inglese ed il presidente della Commissione europea non è tuttavia definitiva e permette di evitare il ripristino della frontiera non in maniera definitiva ma a tempo, per dare modo alla nazione britannica di accettare la situazione. Questa soluzione provvisoria potrà entrare in vigore alla fine della fase transitoria dell’uscita da Bruxelles, fino alla fine del 2020 e, sopratutto, in attesa di un accordo tra le due parti, che possa evitare una uscita inglese  senza alcun accordo condiviso. La percezione, che il problema della frontiera irlandese rappresenti l’ostacolo principale per la definizione della questione in maniera totale, è che attualmente sia l’argomento più centrale della discussione, tuttavia, dietro questa trattativa appare in modo continuo, la spaccatura della società politica inglese, che percorre anche in maniera trasversale i due principali partiti. La profonda incertezza che attraversa la scena politica britannica obbliga i ventisette paesi dell’Unione a cercare di interpretare la situazione di Londra, ma con la quasi certezza, che se dovesse fallire anche questa proposta non ne seguirebbero altre e la strada dell’uscita senza accordo resterebbe l’unica opzione valida. Si tratta, comunque, di una soluzione che scontente ambo le parti, ma che danneggia in maniera maggiore il Regno Unito, dove la spaccatura non è solo politica ma anche sociale, come l’esigua distanza tra i due voti del referendum ha dimostrato. Questa percezione ha sollecitato da più parti la ripetizione del referendum, ma questa ipotesi non è stata mai presa in considerazione dalla premier in carica. Tuttavia i parlamentari inglesi non riescono ad uscire dall’impasse legislativa in cui sono finiti: concorrono a questa situazione veti incrociati dovuti all’appartenenza dei rispettivi partiti, posizioni intransigenti per dovere del collegio elettorale ed altri comportamenti molto lontani dalla responsabilità politica che sarebbe necessaria. La mancanza di una mediazione efficace, ha, poi, fatto il resto, ma quello che emerge è l’assenza degli interessi comuni, che dovrebbe essere ricercata e raggiunta, sulla base di compromessi in grado di garantire un minimo di interessi comuni, che al contrario, è ben distante da essere assicurato. Quella che emerge è una classe politica che va incontro al fallimento della nazione senza avere la coscienza di quello che potrà succedere. Quando il paese sarà letteralmente impoverito da questa decisione, con l’aumento della diseguaglianza a livello esponenziale, allora si verificherà la caccia ai responsabili, tuttavia ciò avverrà senza alcun successo, perchè il tutto sarò contraddistinto da una mediocrità della classe politica, incapace di assumersi le proprie responsabilità, una condizione orami troppo comune in tutto il continente.

Putin contro i missili dell’Alleanza Atlantica in Europa dell’est

La parte relativa alle problematiche internazionali del discorso alla nazione del presidente russo Putin è stata incentrata sulla questione del comportamento americano dopo l’uscita degli USA dal trattato di non proliferazione nucleare. Prima, però, Putin ha voluto sottolineare i buoni rapporti che Mosca ha intrapreso con Bielorussia, Cina , Giappone ed India. Dopo questo prologo il capo del Cremlino ha accusato gli Stati Uniti di volere portare instabilità sul continente europeo, proprio per il quale il trattato era stato firmato e che aveva come obiettivo il mantenimento della pace nel vecchio continente. La questione investe la volontà americana di installare difese missilistiche nei paesi entrati a fare parte dell’Alleanza Atlantica, che facevano parte del blocco sovietico e che sono molto vicini al paese russo. Da un lato Putin afferma di non avere alcun interesse ad entrare in conflitto con gli Stati Uniti, che definisce potenza globale, ma, d’altra parte, sostiene, che, seppure la Russia non intende essere la prima a schierare i missili con un raggio d’azione tra i 500 ed i 5.500 chilometri, non potrà che rispondere con misure analoghe a provocazioni americane. Dal punto di vista di Trump l’uscita dal trattato è stata giustificata, non solo, per pareggiare la situazione con la Cina, che non era firmataria dell’accordo, ma anche perchè la Russia è stata sospettata di avere violato il trattato, grazie ad operazioni di riarmo e per rispondere all’esigenza degli alleati americani dell’Europa orientale, che hanno sempre sostenuto la pericolosità russa, di avere sistemi di difesa sufficienti per equilibrare la minaccia di Mosca. Dal punto di vista di Putin, gli Stati Uniti, con l’installazione dei sistemi missilistici sul confine russo, mirano a destabilizzare l’area di influenza che Mosca ritiene come propria, la risposta si renderebbe necessaria anche per scongiurare la ripetizione di casi analoghi alla questione ucraina, la cui possibile entrata nell’Alleanza Atlantica è profondamente osteggiata dalla Russia, che potrebbe vedere i militari americani sui propri confini. L’atteggiamento americano fornisce la percezione di una minaccia molto elevata, tanto da fare affermare al presidente russo, che le contromisure che verranno adottate in risposta all’installazione di missili che possono raggiungere Mosca in dieci minuti, riguarderanno non solo le basi missilistiche che ospiteranno queste armi, ma anche i centri decisionali da cui potrebberopartire gli ordini per il loro utilizzo. La minaccia, neanche tanto nascosta riguarda, quindi, il territorio americano. Risulta palese come queste dichiarazioni siano la conseguenza del ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare e conducano direttamente alla situazione della guerra fredda. Le dichiarazioni di Putin sono sembrate quasi obbligate, una risposta da pari a pari con gli Stati Uniti, che è stata funzionale anche a bilanciare le ammissioni circa lo stato interno del paese. Il presidente russo deve misurarsi con un calo di fiducia del popolo dovuto ad una situazione economica difficile, con annosi problemi strutturali dovuti al mancato sviluppo industriale per la troppa importanza del settore primario, legato ai prodotti energetici e quindi soggetti agli sbalzi dei prezzi delle materie prime, di cui la Russia è esportatore; a ciò deve aggiungersi una situazione sociale instabile per l’aumento dell’età pensionabile, poco gradita dal popolo russo, e alla troppo diffusa situazione di povertà estrema, che riguarda ben diciannove milioni di russi. In questo quadro è visto con preoccupazione il calo della popolazione del paese, fatto che non accadeva dal 2008. Se questa volta le probabilità di attenuare lo scontento del popolo russo con le dichiarazioni della volontà di riportare la Russia al livello di potenza mondiale non possono sortire gli effetti degli anni precedenti, i discorsi di ammonimento verso gli Stati Uniti sono stati un corollario necessario, ma non sufficiente, che è stato valido per integrare le promesse in materia economica e sociale maggiormente richieste dalla popolazione. Resta il fatto che la Russia, seppure in difficoltà economica, possiede le capacità tecniche e finanziarie, per mettere in atto le minacce contro gli Stati Uniti riportando indietro l’orologio della storia, anche a costo di peggiorare ulteriormente la situazione interna per la probabile pressione diplomatica che seguirà l’eventuale installazione di missili e che si concretizzerà con nuove sanzioni, ulteriore passo verso il peggioramento dei rapporti est-ovest.

Il problema dei combattenti stranieri dello Stato islamico investe i paesi europei

La richiesta del presidente americano Trump, rivolta ai paesi europei, di prendere in custodia i loro cittadini impegnati come combattenti nelle fila dello Stato islamico, appare corretta e giusta. La comunità internazionale non può obbligare gli Stati Uniti a creare nuovi carceri sul modello di quello di Guantanamo per tenere in custodia i miliziani dello Stato islamico, che possiedono cittadinanza europea: da un lato vi è un ruolo che Washington non vuole più ricoprire, dall’altro sembra essere corretto l’obbligo giuridico di prendere in custodia e giudicare cittadini che hanno compiuto atti terroristici e violenze. Tuttavia la proposta di Trump, che, come alternativa ha proposto la liberazione dei terroristi, non è stata accolta favorevolmete dai paesi europei, che hanno eccepito contraddizioni di carattere normativo e di opportunità politica e sociale. Gli stati europei maggiormente interessati, sono la Germania, che ha affermato la dispoonibilità a processare una parte di suoi cittadini combattenti, la Francia, il Regno Unito ed il Belgio. In sostanza la contrarietà alla proposta di Trump riguarda il rifiuto ad acconsentire il ritorno dei terroristi per il timore della creazione di nuove cellule fondamentaliste nel territorio di origine. La questione dell’esito processuale, infatti, non è affatto certa che possa concludersi con una condanna al carcere perchè i crimini commessi sono stati compiuti al di fuori del territorio nazionale e potrebbero non esistere gli elementi di prova sufficienti a determinare la condanna e , quindi, rendere inoffensivi, dal punto di vista sociale, i terroristi. Se la richiesta di Trump è legittima, i motivi di rifiuto, basati sugli aspetti giuridici, dei paesi europei appaiono ineccepibili. Eventuali assoluzioni in processi tecnicamente difficili, determinerebbero la liberazione di persone militarmente preparate ed ideologicamente molto motivate, capaci di creare reti e nuclei di aderenti per effettuare atti terroristici nel paese di origine, o in quelli vicini, in nome del fondamentalismo. La questione diventa così molto controversa e complessa: se gli USA o anche i loro alleati in Siria, non possono o non vogliono mantenere in detenzione cittadini europei, possono gli Stati di origine rifiutarne il ritorno? Il caso generale deve essere inquadrato non solo per la salvaguardia del singolo stato o gruppi di stati, nel caso europeo, ma deve ricomprendere anche la pericolosità di questi individui nelle ex zone di guerra, dove il periodo che segue i combattimenti è sempre condizionato da situazioni di instabilità e di incertezza. La conseguenza più probabile, senza un controllo coercitivo degli ex combattenti, è che questi si trasformino in terroristi e compiano attentati contro chi tenta il governo nei territori che erano il teatro di guerra. Vista sotto questa ottica la questione appare ancora una volta il rifiuto della propria responsabilità da parte degli stati di origine dei terroristi, che, prima non hanno controllato a dovere i propri cittadini e poi ne rifiutano il rimpatrio per la loro pericolosità sociale. La mancanza degli stati di origine è dunque evidente, come è evidente il rifiuto di una possibile riparazione per proteggere il proprio territorio e lasciare i terroristi a chi ha già subito le loro azioni. Se la preoccupazione per l’incertezza normativa è giustificata occorre elaborare soluzioni alternative per assicurare la giusta pena a chi si è reso responsabile di delitti atroci e, contemporaneamente, renderlo inoffensivo. Una soluzione potrebbe essere di natura sovranazionale, investendo della competenza dei crimini commessi, organismi internazionali in grado di superare le singole legislazioni statali ed ampiamente previsti per crimini contro l’umanità. Si tratta di una soluzione che prevede la collaborazione e l’intesa tra soggetti statali e sovranazionali, ma che può diventare uno strumento per risolvere una situazione che potrebbe avere effetti pericolosi se non fosse governata in maniera adeguata.

Le previsioni sulle elezioni europee restituiscono uno scenario frammentato

I dati dei sondaggi delle prossime elezioni europee aprono alla possibilità di una novità sostanziale negli equilibri del parlamento europeo. Secondo questi dati, infatti, la somma dei seggi che saranno conquistati da popolari e socialisti non dovrebbe superare il cinquanta per cento dei seggi: in sostanza i due principali gruppi politici europei non potranno più coalizzarsi da soli per raggiungere la maggioranza. Questo dato potenziale è, in parte dovuto alla diminuzione dei seggi, in ragione dell’uscita del Regno Unito, ma, sopratutto, per l’avanzata dei movimenti populisti e di estrema destra. Saranno così essenziali per la tenuta dell’Europa i movimenti liberali, quelli che con la loro visione dell’economia, secondo diverse interpretazioni, hanno causato la diffidenza dei ceti popolari verso Bruxelles, favorendo la crescita dei partiti anti europeisti. Ad assumere maggiore importanza dovrebbero essere anche i partiti ecologisti, che potrebbero mitigare gli influssi liberisti. In ogni caso la collaudata collaborazione tra socialisti e popolari dovrebbe essere superata aprendo al coinvolgimenti di altri soggetti politici, che risulterebbe indispensabili nel mantenimento della maggioranza, introducendo criteri di variabilità all’azione politica. Ciò significherà che il primo obiettivo della maggioranza sarà tenere al riparo l’istituzione europea dei gruppi populisti e contrari all’Europa, che intendono sfruttare il momento favorevole per cambiare l’indirizzo politico dell’Unione non più da fuori dei luoghi istituzionali, ma cambiando dall’interno le politiche di Bruxelles. I segnali per una crescita forte degli euro scettici ci sono tutti: il potenziale risultato italiano della Lega Nord la vede come seconda forza politica dietro ai cristiano sociali tedeschi. In Francia è previsto il sorpasso politico dell’estrema destra sul partito al governo: un risultato dai grandi significati psicologici, che vedrà a Parigi, come primo partito il Fronte Nazionale. Questa frammentazione dei gruppi parlamentari renderà più difficile una azione politica unitaria, anche perchè, se i popolari possono avere delle affinità con i liberali, i socialisti li avranno maggiormente con i gruppi ecologisti, tradizionalmente distanti dai popolari. La questione che si pone è quella di conciliare visioni distanti, ma non euro scettiche, con la necessità di proporre politiche adatte alla congiuntura europea in campo mondiale e metterle in atto in maniera veloce. La crescita degli euro scettici e dei populisti dovrebbe obbligare le forze non contrarie all’Europa a continui compromessi ed a parziali rinunce sui programmi politici, per arginare l’azione parlamentare dei populisti, una sorta di piccolo cabotaggio politico, che potrebbe favorire la visione euro scettica sulla poca incisività delle politiche europee, trasformando ciò in un ulteriore mezzo per ocntrastare Bruxelles. L’unico metodo efficace per contrastare gli euro scettici e favorire politiche in grado di aumentare il benessere dei cittadini, con maggiori politiche sul lavoro e sulla diffusione dello stato sociale, in modo da cambiare la percezione di chi vota i populisti perchè sente di non avere più altre alternative. Queste politiche, però, se possono trovare una nità di intenti sul terreno continentale, si scontrano con gli interessi particolari dei singolo stati e delle singole popolazioni: la mancanza di orizzonti comuni tangibili per la popolazione, è stato un obiettivo che non è stato perseguito a sufficienza dalle forze politiche che hanno trainato l’idea europea, anche per scelte troppo condizionate da uno sbilanciamento verso la finanza, che ha sempre chiesto l’applicazione di una rigidità di bilancio di cui sono state fatte carico le classi popolari. Si potrà invertire questa tendenza? Appare necessaria una volontà di più forze poltiche, anche di estrazione diversa, ma accomunate dalla convinzione della necessità della presenza europea nel teatro mondiale, che sappia scongiurare una divisione basata sulle sovranità nazionali, fattore in grado di indebolire le istituzioni europee, secondo il progetto dei partiti populisti. Occorrerà anche coraggio e capacità di mediazione come non è mai stata necessaria, ma queste condizioni saranno irrinunciabili per contrastare efficacemente chi non crede nell’Europa e propone il ritorno ad una situazione di divisione, perseguita anche con una scarsa attitudine all’azione politica, autoreferenziale ed inadatta alla pratica amministrativa, come si sta assistendo all’azione di governo in Italia, che costituisce l’esempio di quello che l’Europa potrebbe diventare.

La Russia potrebbe annettere la Bielorussia?

L’Unione tra Russia e Bielorussia, soggetto sovranazionale presente fin dal 1996, potrebbe essere superata, con l’annessione di Minsk a Mosca. Gli indizi che portano al compimento di questo scenario sono diversi e si inquadrano, prima di tutto, nella recessione del paese bielorusso, che ha fortemente bisogno delle materie prime russe ed è in difficoltà con i pagamenti. Per Putin si tratterbbe di una occasione che ha molti vantaggi. Il primo è di ordine geopolitico: il Cremlino teme per la Bielorussia, un destino analogo a quello ucraino, dove l’influenza americana è diventata tanto preponderante da sottrarre Kiev all’area russa. Quello di ricreare lo spazio di influenza dell’ex Unione Sovietica è un piano programmatico del presidente russo, che ha sempre considerato essenziale la sfera di influenza territoriale dell’impero comunista, come presupposto necessario per ridare a Mosca lo status di grande potenza perso con il crollo del regime sovietico. Pur essendo un piccolo paese, la Bielorussia, ha nella posizione geografica la sua grande importanza per Putin, perchè confina con la Polonia, e quindi con l’Unione Europea, con due dei paesi baltici e con la parte settentrionale dell’Ucraina. Se il territorio bielorusso dovesse entrare a fare parte a tutti gli effetti della nazione russa, Mosca potrebbe esercitare una pressione di tutt’altro spessore su di una serie di soggetti internazionali che considera avversi. Per primo potrebbe minacciare la stabilità dei paesi baltici e quindi dell’Alleanza Atlantica in maniera diretta e, di conseguenza in modo indiretto gli Stati Uniti. Minaccia che vale doppio per la Polonia, grande sostenitrice degli USA di Trump e membro dell’Unione Europea, mentre l’Ucraina potrebbe essere minacciata non solo dal fianco orientale, ma anche da quello settentrionale. Occorre ricordare che il recente abbandono degli Stati Uniti dal trattato sulle armi nucleari, ha aperto uno scenario dove il riarmo atomico rappresenta l’eventualità che si può maggiormente prevedere e verificare. Non si deve neanche dimenticare il regime di sanzioni a cui è sottoposto il paese russo, che potrebbe trasformarsi in un risentimento tale da minacciare i paesi occidentali praticamente sulla loro frontiera. Una annessione della Bielorussia consentirebbe al Cremlino di disporre di una sorta di piattaforma militare da cui effettuare esercitazioni, tenere dei contingenti armati o, peggio, basi missilistiche molto vicine ai paesi occidentali. Quello che andrebbe a verificarsi è la ripetizione dell’equilibrio del terrore in un contesto globalizzato, dove le tendenze populiste di alcuni paesi dell’est Europa potrebbero rappresentare una variabile politica da interpretare come elemento di novità nel dualismo regionale tra USA e Russia. Esiste anche il soggetto Unione Europea, che potrebbe rivestire un ruolo di mediazione, sopratutto nel proprio interesse, tuttavia Bruxelles dovrà dotarsi di tutti gli strumenti necessari, quali una direzione univoca in politica estera ed una propria forza militare sovranazionale. Non si dovrà trascurare neppure l’atteggiamento cinese, da sempre improntato in politica estera al non intervento, che potrebbe variare a seconda delle opportunità economiche ed anche strategiche del momento. Lo scenario internazionale, potrebbe quindi essere pesantemente destabilizzato se Mosca dovesse estendere la propria sovranità sulla Bielorussia, ma anche dal punto di vista interno degli assetti di potere della Russia, l’annessione di Minsk potrebbe cambiare le regole in vigore, favorendo Putin per il mantenimento del suo attuale ruolo di presidente russo, che, con le norme vigenti nella costituzione russa, non sarà più rinnovabile alla scadenza del 18 marzo 2024. L’annessione potrebbe superare la Russia attuale e determinare la nascita di un nuovo soggetto sovrano con nuove regole costituzionali anche in merito alla durata del capo dello stato. Per Putin si tratterebbe, quindi, di una occasione per prolungare il suo potere in maniera legale, senza stravolgere le regole in vigore, ma creandone di nuove. Se dovesse presentarsi questa occasione sembra fortemente probabile che Putin ne approfitti, troppi elementi sembrano essere a suo favore, mentre la comunità internazionale non potrebbe eccepire che rilievi non contrastanti con il diritto internazionale, subendo ancora una volta l’iniziativa del capo del Cremlino.

Le responsabilità dell’affermazione del populismo in Europa

L’intervento al parlamento europeo di Strasburgo del premier italiano ha evidenziato tutta la distanza che l’esecutivo di Roma ha prodotto con le isituzioni dell’Unione ed i maggiori paesi europei. Sebbene ci siano dei motivi reali, che stanno alla base di questo atteggiamento: la percezione che l’Unione sia espressione delle élite finanziarie, la distanza dal popolo europeo delle decisioni del parlamento, l’eccessivo potere decisionale della Germania, sopratutto in materia di imposizione delle regole fiscali, i metodi adottati dal governo italiano per combattere questo stato di cose si sono rivelati inadatti e sbagliati. L’Italia si è allontanata dai membri che hanno fondato la Comunità europea, di cui fa parte, per avvicinarsi ai paesi euroscettici dell’Europa orientale, che usano l’Unione soltanto per motivi di convenienza e che, alla prova dei fatti, si sono dimostrati alleati non affidabili per Roma, non offrendo alcun aiuto all’Italia sulla questione dei migranti. Se dal punto di vista istituzionale la tattica è sbagliata, l’atteggiamento dei partiti al governo appare ancora peggiore, perchè è contraddistinto da un misto di posizioni estreme e di incompetenza, che squalificano l’Italia, come soggetto internazionale. Occorre riconoscere che il punto di partenza per le critiche all’Europa si basa su aspetti reali ed incontestabili, come l’abbandono del paese italiano sulla questione dei migranti, che è accompagnato da una massiccia dose di ipocrisia nella gestione del fenomeno, così come la continua applicazione di rigide norme sul pareggio di bilancio ha prodotto un notevole peggioramento dei ceti medi e popolari, ragioni che hanno causato la crescita dei movimenti populisti ed anti europeisti. L’anomalia italiana è che a Roma si è insediato il primo governo di quel tipo in uno dei paesi maggiormente importanti dell’Unione, cosa ben diversa dai casi polacco ed ungherese. Tuttavia le istituzioni di Bruxelles non hanno adottato un comportamento conciliante che potesse comprimere il pericolo ma hanno favorito l’acuirsi dello scontro. L’impressione è che gli eurocrati hanno scelto di attaccare frontalmente il governo italiano per scongiurare il ripetersi di casi analoghi in altri paesi. Se questa lettura è giusta, occorre però considerare l’avversione inglese all’Unione, che ne ha causato il distacco, i fenomeni di protesta anche violenta, che vanno avanti da tempo in Francia, la profonda insoddisfazione del popolo tedesco, anche in ragione di una previsione di un calo significativo della crescita economica, la crescita dei movimenti populisti ed anti europei anche nei paesi scandinavi, dove la qualità della vita è sempre stata più elevata. Le praticamente imminenti elezioni europee rischiano di sanzionare le politiche comunitarie degli ultimi anni, producendo una divisione a cui sarà difficile porre rimedio. Se le istituzioni europee continuano ad avere un atteggiamento di superiorità, in certi casi anche giustificato, verso questi fenomeni politici, i partiti tradizionali, sia della destra liberale, sia della sinistra, appaiono poco capaci di fornire soluzioni alternative a questo scontro permanente con le forze populiste. D’altro canto è difficile non addebitare delle responsabilità a chi ha sostenuto le scelte di politica, sopratutto economica, dell’Unione e non ha saputo agire in maniera trasversale tra gli stati per consentire la necessaria autonomia dell’Europa, in grado da farla diventare, finalmente, un soggetto indipendente, con proprie strutture, per contrastare gli USA di Trump, l’invadenza russa e instaurare un rapporto paritario con la Cina. Queste condizioni sono tutte indispensabili per permettere una lotta alla diseguaglianza economica, che il primo problema da risolvere all’interno dell’Unione, anche attraverso una politica estera in grado di imporre il punto di vista europeo ed attraverso questo attrarre investimenti necessari alla gestione delle emergenze che devono essere trattate in maniera organica e non separata, secondo gli interessi dei singoli stati. L’Italia subisce un governo sciatto ed incapace, non soltanto per colpa dei suoi esecutivi precedenti, ma anche per una politica europea contraria all’interesse di cittadini ed imprese; questo problema ora è a Roma, ma non è escluso che in futuro interesserà Parigi o Berlino e se ciò dovesse verificarsi la regressione dell’Europa sarebbe inevitabile e le responsabilità ben precise.

L’incerta politica diplomatica USA nell’Europa dell’est

La visita del Segretario di stato americano in Europa orientale indica la mancanza di una programmazione a lungo raggio della diplomazia statunitense, perchè troppo condizionata dal dualismo di attrazione ed avversione con Putin, che contraddistingue la presidenza Trump, che si unisce alle tendenze isolazioniste e propense alla tutela esclusiva degli interessi nazionali della Casa Bianca in perfetto accordo con i paesi che appartenevano al Patto di Varsavia. La prima tappa del viaggio di Mike Pompeo sarà l’Ungheria, governata da un esecutivo profondamente contrario all’Unione Europa, di cui continua a fare parte senza rispettarne gli obblighi, ma raccogliendone soltanto i vantaggi. Sull’avversione a Bruxelles Washington e Budapest sono allineate, come sono in accordo per le tendenze illiberali, la xenofobia ed il populismo, che in Ungheria hanno maggiori margini di manovra, rispetto agli USA, per la mancanza di quei contrappesi giuridici, presenti negli Stati Uniti, che limitano l’azione di Trump. Tuttavia alla base del rapporto bilaterale vi è una contraddizione evidente: il presidente ungherese è sempre più vicino a Putin (segnale inequivocabile dell’immaturità democratica della maggioranza popolo ungherese che lo ha eletto), in un momento nel quale la tensione tra Mosca e Washington è su livelli preoccupanti per il ritiro unilaterale americano dal trattato di non proliferazione nucleare. L’amministrazione americana, che apprezza la sintonia con quella ungherese, ha concordato con Budapest un rafforzamento congiunto dei meccanismi di difesa, ma ciò non può non destare sospetti sulle reali intenzioni di Orban; esiste, cioè, un pericolo potenziale di un comportamento ambivalente degli ungheresi, pronti a prendere i vantaggi provenienti sia dagli americani, che dai russi? Del resto il governo ungherese ha già attuato questa tattica, con il governo italiano, con il quale dice di condividere le preoccupazioni e l’atteggiamento verso l’immigrazione, senza poi appoggiare Roma nella sede dell’Unione e continuando ad evitare un coinvolgimento diretto nella questione migratoria, lasciando l’Italia senza un aiuto concreto sia per la divisione dei migranti, sia per la ricerca di soluzioni alternative. Gli Stati Uniti non si rendono conto che cercando consensi alle loro posizioni, possono trovare alleati non sinceri, una conseguenza di una politica estera non definita ed al di fuori degli stess interessi americani. Il viaggio del Segretario di stato continuerà in Polonia e Slovacchia, incontrando governi su posizioni altrettanto favorevoli alla tutela degli interessi nazionali contro quelli europei, come quelle ungheresi, ma non vicine a Putin ed, anzi, preoccupati dei possibili sviluppi del potenziale riarmo nucleare. Il timore degli analisti di una tendenza sempre più isolazionista degli Stati Uniti, nel tema della difesa, anche in territori cruciali come l’Europa ed in particolare l’Europa dell’Est è una paura condivisa a Varsavia, che vede con timore la possibilità di teste nucleari russe a pochi chilometri dai suoi confini. Per evitare questo pericolo la Polonia si è impegnata sul capitolo delle spese militari come richiesto da Trump, ma l’atteggiamento della Casa Bianca non è rassicurante verso l’alleato polacco proprio per il ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare. Ciò potrebbe innescare la reazione russa, che unita alle tendenze isolazioniste di Washington, potrebbe creare le condizioni per per riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, con una maggiore presenza di Mosca e Pechino. Con questo scenario l’unica alternativa sarebbe un maggiore peso politico ed anche militare dell’Unione Europea, ma le divisioni tra i suoi membri più importanti hanno indebolito un soggetto già carente di autonomia e prestigio internazionale. Se l’intenzione degli Stati Uniti sarà quella di isolarsi in politica estera, la Casa Bianca non sembra tenere conto delle ricadute che potranno verificarsi dal punto di vista economico, in quella che è sempre l’area commerciale più ricca del mondo. In questa ottica l’influenza russa può essere soltanto marginale, l’economia del paese governato da Putin non ha la forza strutturale per inserirsi in maniera forte in Europa, se non per le materie prime, al contrario la grande forza finanziaria e la grande capacità produttiva cinese potrebbe trarre un grande vantaggio non indifferente dall’attegiamento americano. Se ciò dovesse accadere, però, sarebbe un ulteriore tema di contrasto, capace di mettere in pericolo la pace del vecchio continente.

Francia e Germania firmano un trattato per rilanciare l’Europa

Il trattato tra Francia e Germania, che vuole essere un mezzo per rafforzare l’Europa, sembra arrivare con notevole ritardo di fronte alle tante manifestazioni di disagio che le politiche dell’Unione Europea hanno suscitato. Non si capisce se le intenzioni rappresentino un programma organico per consentire una crescita europea all’interno di nuove regole o se si tratti, piuttosto, di un tentativo, comunque tardivo, per cercare di correggere la percezione di una Europa troppo legata alle severe politiche di bilancio, che hanno prodotto austerità ed avversione contro le istituzioni di Bruxelles. Intanto siamo di fronte a due soli stati, probabilmente i più importanti di quelli rimasti nell’Unione, che si assumono, nominati da se stessi, il ruolo di cercare di salvare le istituzioni europee, dopo che, specialmente la Germania, hanno praticato delle politiche finanziarie vessatorie nei confronti degli altri membri, gurdando soltanto ai riusultati economici nazionali. Già questa considerazione basterebbe a guardare con sospetto ad una operazione che si svolge al di fuori delle istituzioni comuni e che mette in rilievo il ruolo egemone di Berlino, mentre Parigi tenta di rimanere di cercare un suo ruolo, ancora indefinito, nel tentativo di salvare l’Europa. I due leader hanno messo tra le ragioni dell’accordo sia l’uscita del Regno Unito, che la minaccia del nazionalismo, ormai molto più che una minaccia, quali fattori di debolezza della crisi europea. Ma mettere sullo stesso piano questi due problemi rappresenta un errore di prospettiva, perchè si tratta di due casi molto differenti all’interno della dialettica tra istituzioni europee, governi locali e e tessuto sociali dei singoli stati dove si manifesta il disagio. La questione inglese si può riassumere come la mancata disponibilità della maggior parte del paese, seppure con poca differenza numerica tra chi vuole uscire e chi vuole restare in Europa, a sottostare alle regole comuni in nome di una sovranità distorta che minaccia di portare il Regno Unito verso una crisi apparentemente irreversibile. Ben diverso è il malessere di popolazioni che un tempo condividevano in maniera convinta l’appartenenza all’Europa e che hanno visto deluse le loro aspettative da politiche fiscali miopi capaci soltanto di peggiorare le loro condizioni economiche e sociali. Le intenzioni ufficiali, però, vanno in queste direzioni: l’accordo serve a dare un segnale per il momento particolare che l’Europa sta attraversando, un segnale di unità contro i populismi ed i nazionalismi e le prospettive innescate dalla decisione inglese. L’accordo dovrebbe anche sottolinere i fondamenti della riconciliazione europea attraverso nuove modalità con cui affrontare i grandi cambiamenti imposti dagli scenari internazionali, come il terrorismo, i cambiamenti climatici ed i fenomeni migratori. Come si vede si assiste ad una retorica niente affatto nuova, che spera che un accordo sostanzialmente bilaterale possa risollevare la percezione dell’Europa per contrastare quelli che sono definiti come minaccia interna. I punti sui quali si concentra il trattato sono la sicurezza, la cooperazione economica, la ricerca e la tecnologia e includerà anche questioni di politica estera, istruzione, cultura, cambiamenti climatici, ambiente e società civile. Non è chiaro, però, come un accordo tra due stati, ancorché i membri più rilevanti dell’Europa, possa poi essere esteso all’intera Unione. Se lo scopo è quello di convincere della validità degli argomenti, non pare possano esserci dubbi sull’importanza dei temi trattati, diverso è vedere con quali modalità saranno applicati e, sopratutto, nell’interesse di chi. Questo modo di agire, se, da un lato, può rappresentare il propulsore per cercare di dare nuovo impulso all’Unione, dall’altro non può che destare sospetti in chi non è stato direttamente coinvolto; la sensazione della costruzione di una alleanza per la conservazione dell’egemonia europea, appare nettamente in contrasto con quanto si dice che si vuole combattere. Una scelta che non è inclusiva non può rappresentare le fondamenta della conciliazione, del dialogo e della crescita comune che dovrebbero essere fattori certi e sicuri, per combattere il nazionalismo ed il populismo. La speranza è che questo accordo non serva come pretesto, se si vorrà insistere su questa strada, quando si registrerà l’ennesimo fallimento europeo di fronte alle richieste dei popoli europei.