Il livello più basso della politica inglese

Quello che si sta consumando in Gran Bretagna sembra sempre di più un suicidio politico. L’operato della Premier, ma anche del capo del Partito Laburista, rivelano una condotta insicura ed incapace di prendere una posizione ferma e convinta. Occorre ricordare che il referendum sull’uscita inglese dall’Unione Europea era soltanto consultivo e quindi non vincolante, ma ciò non ha impedito alle forze politiche di trasformarlo in mezzo funzionale con il quale cercare di accontentare un elettorato arrabbiato, ma a cui non erano chiare le conseguenze di questa decisione. Improvvisamente la parte degli elettori contraria all’Unione, seppure di poco maggioritaria a chi voleva continuare a fare parte dell’Europa, ha avuto maggiore rilevanza nella scena politica inglese. Non sono serviti gli appelli di chi illustrava in maniera chiara il destino a cui sarebbe andato incontro il Regno Unito: il profondo nazionalismo e l’errato risentimento contro il continente hanno determinato una direzione della politica inglese confusa ed inconcludente. La pessima gestione della questione è stata condizionata dalla volontà di non scontentare l’elettorato vincitore del referendum, ma anche di non irritare troppo gli sconfitti. La mancanza di politici di rilievo e capaci di gestire una situazione comunque difficile, ha completato il quadro, si è arrivati così all’obbligo assurdo di partecipare alla competizione elettorale europea, dove il volto peggiore della società politica inglese è dato in vantaggio, proprio grazie ad una insipienza conclamata di governo ed opposizione londinese. Il partito conservatore, già duramente punito nelle elezioni amministrative, è profondamente diviso in almeno tre parti: i favorevoli all’uscita senza accordo, i favorevoli all’uscita concordata con Bruxelles ed i contrari. Il partito Laburista non ha saputo trarre vantaggio da questa divisione perchè è anch’esso diviso al suo interno, il Partito Liberaldemocratico è l’unica forza politica dichiaratamente contraria all’uscita dall’Europa, ma non sembra avere la forza necessaria per raccogliere tutti i favorevoli a restare nell’Unione, confermando che è ancora un soggetto politico marginale nella politica inglese, infine il panorama sembra essere dominato dalla formazione scettica sull’Europa, dove probabilmente confluiranno i voti dei conservatori che vogliono l’uscita senza accordo ed i delusi dall’azione politica della Premier. In questo scenario la proposta di un nuovo referendum arriva fuori tempo massimo perchè doveva essere fatta molto tempo prima, ma con una informazione maggiore e con il peso politico di essere una decisione vincolante per l’esecutivo. L’esperienza di avere indetto un referendum in maniera affrettata e senza la dovuta informazione ad una platea di elettori condizionata soltanto dall’azione euroscettica non è servita. I partiti tradizionali sono contrari a coinvolgere di nuovo l’elettorato direttamente nella questione, preferedno una gestone maldestra della vicenda, quando, invece, un referendum chiarificatore e definitivo potrebbe mettere le cose nella giusta prospettiva per una valutazione consapevole da parte dell’elettorato. Non si capisce se c’è una volontà di onnipotenza o la paura di perdere il controllo dell’attività politica, cosa peraltro in parte già accaduta, in ogni caso c’è anche l’aspetto, non secondario, di avere logorato la trattativa con l’Europa perdendo ogni tipo di credibilità internazionale. Il referendum, insomma, non si ripeterà, il destino della Premier è quello delle dimissioni, che concluderanno soltanto una parte della vicenda, perchè il futuro è impossibile da immaginare, se non con uno scenario di massima divisione dell’integrità nazionale ed uno sviluppo relativo all’economia totalmente disastroso.

L’alleanza in Europa tra popolari e socialisti potrebbe terminare

L’alleanza in Europa tra socialisti e popolari sembra destinata a finire. Le diverse visioni politiche paiono favorire nuove forme di alleanze conseguneti al voto del 26 maggio. Per i socialisti potrebbe profilarsi una alleanza che comprende il partito al governo in Francia fino al partito di goveno in Grecia. In questo intervallo politico vi sono comprese diverse sfumature politiche che vanno dal centro sinistra tecnocratico, più centro che sinistra, fino alla sinistra pragmatica, capace di abdicare ai suoi dogmi per favorire la stabilità economica e la permanenza all’interno dell’Unione. Si tratta di un gruppo eterogeneo che rifiuta la rigidità di bilancio imposta dai popolari tedeschi, che ha prodotto profonde disguaglianze, sia tra i paesi europei, che tra i ceti sociali anche all’interno della stessa nazione, provocando un peggioramento della qualità della vita dei cittadini europei e causando la percezione negativa dell’idea di Europa unita. L’approccio di questa possibile coalizione è quello di provare a rompere lo schema della rigidità di bilancio per favorire proprio una idea più positiva dell’Europa, capace di risvegliare e stimolare il sentimento europeo per potere aggregare quei movimenti che vedono l’unità europea come l’unica contrapposizione possibile alle potenze presenti nello scenario mondiale attuale, con cui non è possibile competere con la forza dei singoli paesi divisa. Per fare ciò occorre favorire, tra l’altro, l’idea di una politica estera il più possibile comune: obiettivo raggiungibile soltanto con una visione particolarmente favorevole dell’isituzione europea. Ciò passa attraverso una diversa redistribuzione del reddito, della capacità di favorire l’occupazione e da norme che non devono essere più vissute come imposizioni. Quello che occorre è combattere le ragioni che hanno favorito il sovranismo e le forze antieuropee. Pur partendo da alcune ragioni comprensibili le foze sovraniste hanno compiuto una evoluzione negativa perchè illiberale e spesso sconfinante nel fascismo, non a caso i partiti di estrema destra del continente sono confluiti in questo movimento. La rottura tra socialisti e popolari è dovuta anche alla valutazione che l’insieme delle due forze potrebbe non raggiungere più il quorum necessario per governare, proprio perchè le distanze politiche delle due parti sono aumentate. Se i socialisti intendono intraprendere una politica più spostata a sinistra, i popolari, che sono forza di centro, non possono che voltare lo sguardo a destra. Finchè il dialogo è con forze liberali o della destra classica conservatrice il terreno di intesa non rappresenta un problema, più difficile cercare un approccio condiviso con l’estrema destra o i movimenti sovranisti ed antieuropei. La questione è difficile perchè nei popolari l’idea di Europa resta centrale e le istituzioni di Bruxelles rappresentano un punto fermo per lo sviluppo. Una idea potrebbe essere quella di avviare un dialogo con le forze sovraniste, accogliendo anche qualche loro proposta delle meno estreme, per integrarle in un assetto più moderato. Se questa intenzione appare lodevole, non si può essere sicuri del possibile risultato. Quello che appare difficile è un dialogo funzionale all’interesse europeo nel caso questa alleanza possa avere la maggioranza. Troppa è la distanza, anche storica, per non prevedere continui dissidi e lunghe trattative cpaci di allungare i tempi delle decisioni. Al contrario la tattica potrebbe dare più risultati se una alleanza del genere fosse all’opposizione, dove la mancanza di esercizio del potere potrebbe favorire un dialogo meno vincoalto al raggiungimento dei risultati. In ogni caso per l’Europa si apre una fase di novità che porterà sicuramente a trasformazioni rispetto al passato: dalle alchimie politiche discenderanno gli assetti isitutzionali che dovranno governare le sfide globali. La speranza è di trovare persone ed idee all’altezza del lro compito.

Russia ed USA si incontrano per migliorare le relazioni bilaterali

Il rapporto tra USA e Russia deve essere distinto tra quello dei rispettivi capi di stato e dei loro governi con quella che è la naturale avversione che vi è tra le due amministrazioni. L’affinità politica tra Putin e Trump è cosa nota, come nota è l’attività russa per favorire l’elezione dell’attuale presidente USA. Tuttavia verso l’azione politica di Mosca vi è una diffidenza tra grande parte dell’amministrazione americana intesa nel senso più ampio; questa diffidenza deriva sia da situazioni storiche pregresse, peraltro presenti anche in senso contrario, che per gli evidenti obiettivi geopolitici della Russia, che sono alla base dei programmi elettorali e quindi politici del Cremlino. La visita del Segretario di stato americano al ministro degli esteri russo e, successivamente, a Putin, dimostra che la dialettica tra i vertici dei due paesi continua in maniera collaborativa, perchè entrambi hanno bisogno di ribadire un rapporto funzionale a mantenere il loro ruolo nella politica internazionale. Gli USA sono attualmente in difficoltà su diversi fronti diplomatici: con la Corea del Nord non sono riusciti a concludere un accordo che sarebbe stato significativo, in Venezuela, considerato all’interno della propria zona di influenza, Washington non riesce ad incidere in maniera efficace in favore dell’opposizione al regime di caracas, la questione iraniana rischia di andare oltre il già pericoloso livello di tensione in corso per una pessima gestione troppo condizionata da alleati incauti ed, infine, il rapporto con l’Unione Europea subisce continui deterioramenti mettemdo in pericolo il normale e storico svolgimento della relazione transatlantica. Trump ha impostato una politica di sostanziale isolamento in campo internazionale, ma non è stato supportato da parti della propria amministrazione in maniera da prevenire effetti non favorevoli agli USA e le difficoltà per la diplomazia americana derivano in gran parte da queste ragioni. Il rapporto con la Russia, sebbene condizionato da visioni ed interessi differenti e spesso contrastanti, è essenziale per trovare una collaborazione per risolvere le questioni contingenti e non obbligare gli USA ad un impegno in prima persona ma solitario. La Russia, d’altronde, ha la necessità di avere un rapporto con la maggiore potenza del pianeta, che dopo l’invasione della Crimea, è peggiorato sensibilmente (ma non tanto per Trump, quanto per parti dell’amministrazione contrarie a Mosca). L’importanza di buone relazioni bilaterali, come affermato dal Ministro degli esteri russo, sono fondamentali per evitare che le tensioni presenti nelle varie regioni possano evolversi in situazioni in grado di alterare gli equlibri su cui si basa la pace mondiale. Questa consapevolezza può favorire una ripresa di relazioni molto più strette, che possa favorire una mediazione in grado di soddisfare gli obiettivi di entrambe le parti. In particolare sono stati affrontati i temi della denuclearizzazione coreana, che interessa agli USA dal punto di vista strategico, ma che per la Russia è essenziale, vista la vicinanza con la penisola asiatica, della questione venezuelana, dove la Russia ha espresso la sua contrarietà ad una esportazione delle democrazia tramite le armi, della situazione siriana e di quella ucraina ed, infine, dell’emergenza del Golfo Persico, che continua a restare tale, malgrado le dichiarazioni americane di non volere intraprendere un conflitto, che sarebbe altamente impopolare per Trump. Se questa visita del Segretario di stato può rappresentare un avvicinamento tra le due potenze occorre anche considerare gli effetti che ciò potrà avere sulla Cina, in quanto soggetto alternativo agli USA, al quale la Russia sembrava essersi avvicinata; Mosca, pur in un quadro di normale dialettica internazionale, potrebbe giocare su due tavoli per sfruttare le relazioni complicate tra i due paesi, dovute alle guerre commerciali in atto. Ciò potrebbe portare a rimettere in discussione, ma non certo nel breve periodo, una serie di assetti internazionali tra cui proprio quello iraniano, Gli USA probabilmente non riusciranno a fare recedere Mosca dal trattato del nucleare, ma una maggiore azione diplomatica della Russia tra USA ed Iran, potrebbe costringere la Cina a derogare dal suo principio di non intervento per non rinunciare ad interpretare il ruolo di grande potenza a cui aspira anche in campo diplomatico. Occorrerà attendere gli sviluppi che questo avvicinamento, se ci sarà realmente, sarà in grado di provocare.

La crisi iraniana ulteriore motivo di attrito tra Washington e Bruxelles

La difficile dialettica tra USA ed Unione Europea ogni giorno sembra peggiorare. Dopo il problema della forza armata europea e la minaccia di sanzioni da parte di Washington, per la questione degli armamenti europei, il contenzioso si sposta sul rispetto del trattato del nucleare iraniano. Mentre è risaputo che le due parti sono su posizioni opposte, gli sviluppi delle vicende nel Golfo Persico, dove due petroliere saudite sarebbero state sabotate, aggravano il confronto. L’episodio delle petroliere sabotate, senza conseguenze per equipaggio e le stesse navi, sembra essere stato creato appositamente per innalzare la tensione tra Arabia Saudita e quindi USA, con l’Iran. Teheran ha smentito di avere avuto una parte attiva nei sabotaggi e l’entità non certo grave dei danni sembra fare propendere per un atto usato come pretesto, proprio nel momento che Bruxelles e Washington discutono dell’applicazione del trattato sul nucleare iraniano. La base di partenza della firma dui questo accordo non era un segnale di amicizia dell’occidente verso l’Iran, che resta un paese dove le libertà democratiche ed i diritti civili sono sempre più negati, ma un ragionamento di opportunità per contenere in maniera legale un potenziale sviluppo nucleare di tipo militare della Repubblica islamica. Trump ha rovesciato questo assunto anche a causa delle pressioni delle monarchie sunnite e di Israele, innescando una situazione di tensione dovuta al rinnovo delle sanzioni verso l’Iran, imposte anche alle aziende europee che intendono collaborare con Teheran. Forse l’intenzione del presidente americano è quella di provocare una rivolta nella popolazione, che costituisce la vera vittima del blocco economico, che provoca la crisi finanziaria del paese. Ancora una volta si tratta di un calcolo errato, perchè l’opposizione non ha alcuna possibilità all’interno di un regime che esercita un controllo rigido.  La pressione americana sulla diplomazia europea ha il fine di ottenere l’allineamento di Bruxelles sulle posizioni della Casa Bianca, ma ciò appare molto difficile: il raggiungimento della firma sul trattato del nucleare è uno dei maggiori successi diplomatici dell’Unione ed un ritiro unilaterale come quello americano rappresenterebbe un perdita di immagine e credibilità difficilmente recuperabili, per un soggetto internazionale che, al momento, ha proprio nelle diplomazia uno dei maggiori punti di forza. Per la conspevolezza dell’importanza di questo aspetto, infatti, l’Iran percorre la propria strategia di cercare il rispetto dei patti da parte dei soggetti firmatari che non si sono ritirati. L’attualità della questione aumenta di importanza con lo sviluppo delle vicende del Golfo Persico, dove il pericolo di un incidente che potrebbe innescare anche un conflitto è sempre più presente, unito alla visita del Segretario di stato americano alla riunione dei ministri degli esteri dell’Unione, visita che ha determinato il rinvio di un giorno del programmato incontro con il ministro degli esteri russo. La presenza non programmata in Europa del Segretario di stato americano in un contesto così particolare potrebbe essere letta come la volontà di cercare di esercitare una pressione più diretta sull’atteggiamento dell’Unione, anche in vista di possbili sviluppi militari. Trump ha minacciato più volte l’Iran ed il verificarsi di sabotaggi o azioni di disturbo verso navi di paesi alleati potrebbe autorizzare gli USA a produrre delle risposte non propriamente diplomatiche, anche perchè Washington ha inviato nel Golfo Persico una propria flotta navale. La posizione europea è di grande preoccupazione ma resta inamovibile sulla questione del trattato: Bruxelles potrebbe sfruttare questa occasione per esercitare finalmente un ruolo da protagonista per risolvere la crisi potenziale in maniera diplomatica e ribadire l’assoluta autonomia politica rispetto ad un presidente americano sempre più sconsiderato.

Gli USA non gradiscono l’autonomia militare europea

Uno degli obiettivi più ricercati da Trump, quello di convincere i paesi europei all’interno dell’Alleanza Atlantica ad aumentare la spesa militare, potrebbe essere raggiunto, ma con effetti opposti a quelli voluti dal presidente americano. Nella sua visione di difesa dell’occidente, l’inquilino della Casa Bianca ha sostenuto e sostiene, una diminuzione progressiva dell’impegno statunitense a favore di un maggiore impegno europeo. Trump ha dato per scontato di raggiungere due obiettivi: il primo, appunto, un minore impegno diretto della forza armata statunitese ed il secondo una maggiore vendita di armi fabbricate negli Stati Uniti. Ma le due cose non è detto che possano essere realizzate insieme: infatti l’Unione Europea procede nella sua intenzione di formare una forza militare autonoma, in grado di sviluppare sistemi di armamento propri, sia come progetto, che come realizzazione. Uno sviluppo del genere escluderebbe l’industria bellica americana da un mercato consistente e potrebbe creare notevoli problemi anche all’aspetto occupazionale, andando a colpire una quota consistente dell’elettorato del presidente in carica. Le rimostranze degli Stati Uniti verso Bruxelles vertono sul rischio concreto di mettere in pericolo l’integrazione e la cooperazione militare, portata avanti all’interno dell’Alleanza Atlantica; ma la questione non dovrebbe essere porsi in questi termini, dato che la soluzione di una autonomia militare europea viene accelerata proprio per il disimpegno annunciato dalla volontà di Trump. In realtà viene spontaneo pensare che il presidente americano non abbia considerato questa eventualità ed abbia dato per scontata la propria visione, evidenziando la sua scarsa capacità di lettura in politica estera: l’equazione tra una maggiore spesa per le armi ed una indipendenza strategica dell’Europa non è stata prevista nello schema della Casa Bianca. Nei piani dell’Unione Europea vi è lo stanziamento di 13 miliardi di euro per lo sviluppo di 34 progetti nel campo degli armamenti per il periodo compreso tra il 201 ed il 2027. Il regolamento di partecipazione prevede anche la presenza di aziende non comunitarie, ma senza che queste possano vantare la proprietà intellettuale dei progetti e con rigidi controlli sulla possibilità di esportare gli aramenti prodotti, inoltre la partecipazione a questi progetti prevederà il voto unanime dei 25 paesi dell’Unione. Si comprende che queste restrizioni possono limitare fortemente l’attività dell’industria bellica americana e consentire la partenza di una autonomia delle forze europee, sempre più distaccate dal monopolio tattico e strategico dei sistemi delle armi americane. In effetti il rischio che si verifichi una duplicazione dei sistemi militari ed anche una possibile diminuzione dell’integrazione tra le forze armate, dovuta ad assetti di armamento differente, pare concreta, tuttavia mascherare l’irritazione per potenziali mancati guadagni con motivazioni tattiche pare non essere consono e coerente al comportamento del presidente americano, in particolare, ed all’esigenza di  creare un autonomia militare europea, in generale, dovuta alla fase storica presente. Le minacce di ritorsione politica e commerciale che arrivano dagli Stati Uniti, segnalano il nervosismo del governo di Washington per non avere compreso gli sviluppi da loro stessi provocati ed evidenziano ancora una volta una pessima gestione della politica estera: gli interessi degli Stati Uniti non sono tutelati da imposizioni, specialmente verso gli alleati, ma devono tenere conto dei costi e benefici indotti generati da decisioni discutibili, a cui si deve aggiungere fatti contingenti come l’uscita del Regno Unito dall’Unione, che costituisce la perdita di un alleato forte verso Washington all’interno dell’Europa. D’altronde Trump ha cercato proprio di mettere in pericolo l’unità europea proprio appoggiando la Brexit.  L’argomento della difesa rischia di allontanare ancora di più le due parti e peggiorare un rapporto già profondamente deteriorato, oltrre che trasformarsi in una sconfitta personale per Trump, i cui effetti non devono essere assolutamente sottovalutati: se dal punto di vista politico, pur tra molte difficoltà, è impensabile arrivare ad una rottura tra USA ed Europa, questa situazione potrebbe favorire ancora maggiori aperture di Bruxelles verso la Cina, sopratutto nel campo economico e finanziario, determinando una sottrazione di influenza americana sull’Unione, con conseguente aumento di difficoltà nei rapporti anche su temi differenti da quello militare.

Guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti

Se la Commissione europea renderà operative le sanzioni contro gli Stati Uniti, la battaglia commerciale tra Washington e Bruxelles aumenterà di livello ed andrà ad investire ancora di più gli aspetti politici e le relazioni tra le due parti. In Europa si ritiene che gli Usa abbiano fornito aiuti di stato per la società Boing e la controversia è già davanti all’Organizzazione mondiale del commercio, l’Unione Europea ha chiesto un risarcimento che deve avvenire attraverso sanzioni contro merci statunitensi per un importo equivalente a dodici miliardi di dollari, che potrebbe essere aumentato fino a venti miliardi di valuta americana per allargare la potenziale platea di produttori da colpire. Questo schema si inserisce nel contrasto che il presidente americano ha inaugurato con la sua politica commerciale, impostata sull’introduzione di dazi anche sui beni e servizi provenienti da paesi alleati. I settori merceologici che l’Unione Europea vuole colpire appartengono alle zone di produzione nei cui territori sono presenti in maggiore numero gli elettori di Trump. Questo fatto segnala come il contrasto sia diventato forte ed anche come le due parti stiano procedendo in un allontanamento reciproco e progressivo. Se l’intenzione europea dovesse concretizzarsi avrebbe il rilievo di una dichiarazioned i guerra agli Stati Uniti; peraltro la manovra è giustificata dall’atteggiamento americano, fino ad ora insensibile ad una risoluzione negoziata della questione commerciale. Trump è venuto a patti con la Cina, con reciproco vantaggio, ma con l’Europa c’è un irrigidimento dovuto al fatto che la Casa Bianca  ritiene che l’Europa sia in debito con gli Stati Uniti, sia dal lato del commercio, che da quello dei contributi militari per la difesa. Trump ha già pensato alcune ritorsioni, come quella di inasprire la lotta speculare a quella europea sul settore aereo, accusando Bruxelles di aiutare la propria industria aeronautica e, su questa base,  di inserire dazi per circa undici miliardi di dollari su prodotti europei, che andranno a colpire sopratutto i beni alimentari. Quella sui prodotti agricoli è una battaglia che ha valenza molto politica proprio perchè le sanzioni sono applicate in entrambi i sensi: Trump vede colpito il suo elettorato e lo protegge in maniera analoga, tuttavia non si tratta della stessa tipologia di prodotti e questo confronto rischia di procurare soltanto danni per le due parti, senza i guadagni che una guerra commerciale dovrebbe anche procurare. Senza dubbio l’errore iniziale è stato di Trump, ma l’Europa si è adeguata, anche se dopo inutili tentativi per cercare di fare cambiare idea agli americani, ed ora l’escalation della guerra commerciale sembra irrisolvibile. Le relazioni transatlantiche sono ai minimi storici e ciò non può favorire alcuno dei due contendenti: cattivi rapporti non favoriscono collaborazioni sia in ambito commerciale, che militare o di poltica estera; si assite, cioè, ad uno sganciamento reciproco dai rispettivi doveri di alleanza, che può arrivare a giustificare una dialettica in costrante peggioramento. Occorrerebbe considerare che questo stato di cose, oltre che gravare sui rispettivi vantaggi di un rapporto tra soggetti internazionali, favorisce gli avversari, che si chiamino Cina o Russia. La minore coesione occidentale favorisce le politiche contrarie tanto agli Usa come all’Europa e l’avvicinamento tra Bruxelles e Pechino ne è una diretta conseguenza. Il limite europeo è risaputo: troppa concentrazione sull’aspetto economico a discapito di quello di politica estera e di quello della difesa: la valutazione è oltre modo miope, giacchè i tre temi sono complementari e non possono essere disgiunti. Guardare soltanto al risultato commerciale su breve o medio periodo non mette al riparo l’Europa da possibile terreno di conquista, d’altra parte se si vuole affrontere Trump sul suo piano, alla lunga, occorre disporre di autonomia politica e militare: condizione ormai necessaria, anche in funzione del progressivo isolazionismo imposto da Trump. L’Europa deve, perciò, organizzarsi e non aspettare l’elezione di un nuovo presidente a lei favorevole.

Trump irritato per la prosecuzione delle trattative tra Regno Unito e l’Unione Europea

La trattativa per l’uscita del regno Unito dall’Unione Europea rappresenta un’occasione per Trump per ribadire la propria azione politica contro Bruxelles e la sua unità. Una Europa divisa sarebbe più congeniale alle  mire economiche della Casa Bianca: affrontare i singoli paesi nella competizione commerciale sarebbe senz’altro più agevole che confrontarsi con un soggetto economicamente comunque forte e coeso. Non è un mistero  che per Trump l’Europa rappresenta un alleato scomodo: inaffidabile sul piano militare ed addirittura visto quasi come un nemico sul versante economico. Nonostante la scarsa affinità con la premier inglese, il presidente statunitense ha difeso l’Inghilterra contro l’Unione a causa del trattamento che Bruxelles sta riservando a Londra. Secondo Trump l’Europa risulta troppo rigida su processo di auotnomia inglese. L’annotazione non è però casuale, ma è strumentale alla decisione di imporre dazi doganali a settori merceologici europei, come quello agroalimentare e, sopratutto, quello relativo alla produzione di mezzi aerei per uso civile. Per Trump, anzichè guardare ai costi e benefici indotti dalla globalità del commercio con l’estero, è necessario riequilibrare ogni singola bilancia dei pagamenti con ogni rispettivo partner economico e quella verso l’Europa risulta a favore di Bruxelles di circa 10 miliardi di euro. La tattica del presidente americano sembra la stessa: alzare il prezzo della trattativa per poi raccogilere un risultato minore, ma che, comunque, costituisca un vantaggio per gli Stati Uniti. Ma l’irritazione di Trump deriva anche dalla mancata uscita dell’Inghilterra dall’Unione senza accordo, una soluzione che avrebbe favorito i rapporti diretti tra Londra e Washington ed avrebbe indebolito l’Unione, seocndo la prospettiva del governo statunitense. Inoltre l’allungamento delle trattative, che si sta delineando, rappresenta un intralcio alle speranze di Trump, che, anzi, vede concretizzarsi la possibilità di un accordo concordato con la reale possibilità di una unione doganale tra Inghilterra ed Europa; ciò non favorirebbe i prodotti americani in Inghilterra, sia di natura fisica che finanziaria. Il presidente americano si è espresso anche contro la possibilità che venga effettuato un nuovo referendum, ritenendolo sbagliato perchè andrebbe contro il primo pronunciamento del popolo inglese, che considera definitivo. L’avversione di Trump all’Unione Europea si dimostra così non solo di natura pratica, ma anche politica, rifiutando di ammettere, conformemente ai sovranisti europei ed agli stessi fautori inglesi di un’uscita senza accordo, che il referendum votato era soltanto di natura consultiva e non obbligava il governo inglese, di qualunque indirizzo politico fosse stato, ad aprire una fase di trattative interne e negoziati con l’Unione, che stanno portando il paese inglese a pesanti lacerazioni al suo interno e con conseguenze economiche gravissime. Il segnale che lancia Trump con queste affermazioni è eloquente: sebbene gli USA restino i migliori alleati dell’Europa, molte cose sono cambiate e da Bruxelles dovrebbe arrivare un segnale forte per dimostrare che il messaggio è stato recepito. Allo stesso modo questa ennesima intromissione di Trump deve diventare una lezione per le istituzioni europee, che devono preservare il proprio territorio anche dalle ingerenze degli alleati che hanno interessi particolari a dividere l’Unione.

Le implicazioni internazionali del nuovo conflitto libico

Le forze avverse al governo legittimo di Tripoli starebbe accerchiando la capitale della Libia, riaprendo il conflitto rimasto latente fino ad ora. Dietro il capo della Armata Nazionale Libica si intravedono manovre internazionali, che rivelano una nuova possibile escalation nella sponda meridionale del Mediterraneo. Le principali nazioni coinvolte sono la Francia, la Russia e l’Arabia Saudita, ognuna con interessi particolari, ma che determinano una convergenza pericolosa su di una personalità appartenente al regime di Gheddafi. Se il sostegno pare comune gli intenti che muovono i tre paesi sostenitori sono differenti: la francia mira ad ampliare la sua influenza sul nord Africa sottraendo all’Italia, che appoggia il governo legittimo, i particolari contatti che legano Roma e Tripoli: la manovra di Parigi non deve essere letta come segnale di ostilità contro l’attuale governo italiano, giacchè è stata storicamente tentata più volte dagli inquilini dell’Eliseo, ma, piuttosto, come sfruttare una situazione di  isolamento internazionale, che il governo sovranista italiano ha provocato con la propria avventatezza e scarsa preparazione internazionale. Il comportamento della Francia appare irresponsabile anche nei confronti dei potenziali sviluppi che investiranno l’Europa, non è azzardato prevedere che l’arma di pressione delle migrazioni tornerà ad essere usata in maniera più massiccia, anche grazie alla imminente stagione estiva. L’attuale governo italiano ha intrapreso una politica di chiusura dei porti ed una aperta ostilità verso le Organizzazioni non Governative, che in caso, di aumento dei migranti nel Mediterraneo provocherà una crisi molto grave tra i paesi dell’Unione aggravando le difficoltà di Bruxelles. La Russia continua la sua politica di espansione internazionale, secondo alcune segnalazioni sarebbero presenti mercenari di Mosca in appoggio alle forze che assediano Tripoli e ciò sarebbe un chiaro segnale di come la contrapposizione con gli USA, presenti con effettivi militari sul suolo libico, venga continuata, come in Siria, sul terreno internazionale. Il ruolo dell’Arabia Saudita, fiancheggiata dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, ufficialmente è quello di avere un alleato contro l’estremismo islamico ti tipo jihadista, tuttavia la vera intenzione  sembra  essere quella di avere un ruolo ancora più attivo di quello tenuto in Egitto, nella zona araba del Mediterraneo orientale; risulta significativo che l’attacco sta avvenendo una settimana dopo che il leader della fazione avversa al governo legittimo sia stato in visita Riyad. L’Arabia Saudita avrebbe già fornito rassicurazioni circa l’appoggio aereo in favore degli assedianti di Tripoli. Dal punto di vista geopolitico si deve considerare l’importanza della Libia con le sue coste vicine all’Europa, il suo potenziale energetico ed il fatto che è rimasto l’unico paese della zona che può finire sotto l’influenza di altri stati, data la sua grande instabilità politica. In quest’ottica si possono comprendere gli obiettivi della Russia, che potrebbe rimpiazzare gli Stati Uniti se Trump continuerà nella sua miope politica estera anche in un punto del mondo così importante, così come quelli delle monarchie sunnite, ma non quelli della Francia, che starebbe ripetendo la pessima gestione di Sarkozy durante l’epilogo del regime di Gheddafi.  Bruxelles per ora tace o poco più, rinunciando ancora una volta ad assumere una iniziativa propria ed a ostacolare le singole iniziative francesi, completamente slegate da una visione comune europea.

Il Regno Unito cerca una ulteriore proroga per evitare l’uscita senza accordo con l’Unione Europea

Il difficle compromesso raggiunto tra la premier inglese ed il partito dei Laburisti all’opposizione e passato per un solo voto al parlamento di Londra, non risolve ancora la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. In sostanza la mozione ha approvato la richiesta di un ulteriore rinvio a Bruxelles per evitare l’uscita senza accordo prevista per il 12 Aprile. La premier inglese ed il partito Laburista hanno concordato la formazione di un gruppo di lavoro, peraltro molto contestato all’interno dei partiti conservatore e laburista. Sopratutto in quest’ultimo si fa sempre più pressante l’esigenza di un nuovo referendum, ora che la popolazione dovrebbe avere più chiare le conseguenze dell’allontanamento da Bruxelles. Se questo ennesimo tentativo avrà successo è tutto da verificare e sul continente la sfiducia è piuttosto elevata. Il leader laburista propende per una forma di collaborazione con l’Unione, per evitare le conseguenze economiche più pesanti, la formula tecnica è, di fatto, una unione doganale, ma questa definizione dovrà essere rivista con una nuova denominazione che ne permetta l’inserimento nella dichiarazione politica, che dovrà essere il documento ufficiale con cui il Regno Unito dovrà uscire dall’Unione. Questa determinazione esplica in maniera chiara come i conservatori non vogliano provocare gli euro scettici ed i fautori della più ampia sovranità britannica. Però queste incertezze denotano, che, oltre alla sostanza, si stia guardando troppo alla forma e ciò significa che l’incertezza è ancora assoluta. Del resto anche nel partito Laburista non vi è una direzione unica, lo stesso leader è stato quasi obbligato dai suoi parlamentari a sedersi al tavolo delle trattative con la Premier inglese e le pressioni per un nuovo referendum sono sempre più frequenti. Questa eventualità potrebbe essere condivisa anche da parte di alcuni conservatori, mentre sul piano sociale è una istanza propria delle classi sociali più elevate, dei grandi centri urbani, della Scozia a cui si oppongono le zone della provincia rurale ed i ceti più bassi, che non hanno ancora compreso come le conseguenze peggiori dell’economia ricadranno principlamente su di loro. L’Unione Europea ha accolto con scetticismo la nuova evoluzione inglese, che arriva a tempo abbondantemente scaduto, tuttavia per evitare l’uscita senza accordo viene lasciata a Londra una possibilità per elaborare, entro il 12 Aprile, una soluzione condivisa tra le forze politiche inglesi, che può consentire di posticipare l’uscita non oltre il 22 Maggio. La data del 12 Aprile è obbligata perchè è l’ultima scadenza per confermare o meno la partecipazione alle elezioni europee. Una eventuale presenza inglese alla competizione elettorale europea non è assolutamente ipotizzabile per l’opposizione degli altri paesi europei, che vogliono evitare un rafforzamento dei nazionalisti, dei populisti e di tutte le formazioni che vogliono indebolire l’Unione. La volontà della Commissione europea è quella di evitare l’uscita senza accordo, tuttavia, ha avvertito il Presidente Juncker, l’Unione deve essere pronta a questa eventualità, che continua ad essere ritenuta la più probabile dopo la serie di fallimenti interni al regno Unito. I requisiti di base che il Regno Unito, in ogni caso, dovranno assicurare la protezione dei diritti dei cittadini europei, il rispetto degli impegni finanziarie ed una soluzione per l’isola irlandese, in grado di assicurare il mercato interno e di non compromettere il processo di pace. La questione non è quindi conclusa, ma si avvia ad una ultima fase di incertezza che, alla vigilia delle elezioni europee, diventa un fattore di instabilità in una competizione elettorale dove il peso delle forze antieuropee ed anche delle possibili influenze esterne (vedi Russia) costituiscono delle componenti di disturbo di non poco conto.

L’Unione europea dà un ultimatum al Regno Unito

La scadenza del 29 marzo 2019, concordata circa due anni prima, dopo l’esito del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione, potrebbe cambiare se sarà raggiunto il nuovo accordo tra Bruxelles e Londra. Aldilà della valutazionedel fallimento del governo inglese, incapace di trovare una modalità per uscire da Bruxelles in un tempo così lungo, la concessione dei membri del Consiglio europeo dimostra che a Bruxelles, oltre una infinita pazienza, ci siano tutte le migliori predisposizioni verso Londra; tra i motivi rientra anche la volontà di togliere ogni possibile scusante al governo inglese per le conseguenze che potranno verificarsi. Occorre ricordare che l’uscita del Regno Unito costerà all’intera Unione circa qurante miliardi di euro, ma il prezzo per la sola Inghilterra sarà di circa cinquantasette miliarsi di euro. Se entrambe le parti hanno tanto da perdere è facile verificare chi farà l’affare peggiore. Bruxelles ha fornito due opzioni a Londra: se l’accordo già concordato tra le parti, ma rifiutato dal parlamento inglese, dovesse essere approvato la data di uscita sarebbe il 22 Maggio; con questa opzione il Regno Unito resterebbe legato, in qualche modo, all’Unione, opzione a cui sono contrari i fautori dell’uscita ad ogni costo, che ravvisano, comunque, una perdita di sovranità o, meglio, l’impossibilità di ritornare ad una sovranità assoluta del Regno Unito sul proprio territorio. La seconda opzione, prevista in caso di ulteriore rifiuto dell’accordo da parte del parlamento inglese, riguarda l data del 12 Aprile, quale ultimo giorno possibile per la convocazione delle elezioni europee. In questo caso si aprirebbero quattro possibilità per il Regno Unito: accettare l’accordo (eventualità quasi impossibile dopo i tanti rifiuti), lasciare l’Unione senza accordo (hard Brexit), richiedere un nuovo rinvio (difficile che il Consiglio europeo dimostri altra disponibilità) ed infine rinunciare all’uscita ddall’Unione. Peraltro con una proroga più lunga, in teoria, il Regno Unito dovrebbe partecipare alle elezioni europee e ciò sarebbe una sconfessione implicita, ma pubblica, dell’uscita dall’Europa. Tra i ventisetti membri del Consiglio europeo non sembra registrarsi ottimismo per il raggiungimento dell’accordo, i colloqui avuti con gli inglesi non hanno fornito garanzie ed il governo di Londra è sembrato essere nella più totale incertezza; questa percezione ha suscitato reazioni irritate in alcuni rappresentanti del Consiglio europeo, che hanno ritenuto l’esecutivo inglese inaffidabile e la proroga una sostanziale perdita di tempo. Resta il fatto che il tempo è quasi scaduto e che le questioni tattiche dei singoli partiti o, peggio, delle singole fazioni all’interno dei partiti, che hanno tenuto in ostaggio sia il paese inglese che l’Unione, non possono più continuare. Dal lato dell’immagine internazionale il Regno Unito esce screditato per non avere saputo risolvere una questione di vitale importanza, che coinvolgeva anche altri paesi; si deve ricordare che Londra aveva delle condizioni più vantaggiose rispetto agli altri membri, proprio in considerazione dell’importanza che veniva attribuita alla sua partecipazione all’Unione. La realtà è che il Regno Unito ha sempre approffittato del suo status all’interno di Bruxelles, prendendo i vantaggi e ritenendoli come dovuti, ma le reali convinzioni sull’Unione sono sempre state improntate allo scetticismo. Le modalità di uscita dall’Unione hanno confermato questo atteggiamento ambiguo: da un lato i duri e puri, i fautori della necessità di riappropiarsi della sovranità perduta, dall’altro chi teme le ripercussioni che il distacco da Bruxelles potranno generare. In tutto questo quello che è mancato è stata la considerzaione per quel 48% che aveva votato per restare in Europa, prediligendo una soluzione derivata da un referendum che era consultivo e non vincolante, ma che è stato trasformato a livello politico in una sorta di legge inderogabile. Non si è considerato nemmeno la leggerezza con cui è stato deciso e neppure le necessarie spiegazioni alla popolazione, che sono state omesse in maniera voluta, sia dagli organizzatori del quesito referendario che dallo stesso governo allora in carica. La via più logica sarebbe stata una ripetizione del referendum, questa volta in maniera non consultiva, con una completa informazione del corpo elettorale. In ogni caso questa vicenda resta una grande lezione per Bruxelles e pone delle serie riflessioni sul funzionamento del sistema politico del paese che ritenuto la culla della democrazia.