La nuova metodologia del terrorismo islamico

Se si vuole analizzare l’attentato spagnolo di Barcellona, non si può prescindere dall’effettuare alcune considerazioni, che potrebbero risultare determinanti per prevenire nuovi attentati. Gli autori dell’atto terroristico, innazitutto, non sono componenti che non sono integrati nella società spagnola, al contrario, secondo diverse testimonianze, le caratteristiche degli attentatori non presentavano sostanziali analogie con gli estremisti provenienti dalle periferie francesi disagiate o dai quartieri ghetto del Belgio, dove i mussulmani sono confinati. Non provengono, cioè, da quelle zone dove il terreno di coltura del radicalismo appare favorevole, per la presenza di una esclusione sociale, che, spesso, sfocia anche nella frequentazione della malavita. In Catalogna queste caratteristiche non sono state riscontrate e si ci è trovati, così, di fronte ad un fenomeno sostanzialmente nuovo. Quello che appare è che la propaganda del terrorismo islamico voglia coinvolgere nuove platee di potenziali seguaci, andando a cercare di reclutare elementi integrati nelle società occidentali in cui vivono. Il primo vantaggio sarebbe quello, come accaduto in Spagna, di avere a disposizione elementi incensurati ed insospettabili, aumentando così la difficoltà per le forze di polizia di effettuare una prevenzione efficace; da ciò discende anche un maggiore raggio d’azione per i nuovi terroristi, che possono operare con maggiore libertà. Il secondo vantaggio è di operare il potenziale reclutamento all’interno di gruppi sociali che non prevedono azioni terroristiche dei loro membri e, quindi, non possono effettuare azioni di informazione verso le forze dell’ordine, preservando la preparazione degli attentati da fughe di notizie dalle comunità di provenienza. Questa strategia gioca principalmente sul fattore sorpresa e la non permeabilità di queste cellule costituisce un fattore determinante. Se ciò è vero dal punto di vista strettamente militare è anche vero che è necessaria una preparazione teorica molto intensa e che richiede un grande lavoro di convincimento dei potenziali terroristi. Per fare ciò è necessario operare su persone di età più giovane rispetto ai radicali non integrati: infatti l’età media degli attentatori di Barcellona è minore rispetto ad ogni altro attentatore europeo (non si deve considerare il fenomeno dei bambini kamikaze, presente, ad esempio, in Iraq, ma difficilmente replicabile in Europa). Per alcuni osservatori l’integrazione dei mussulmani della Catalogna, pur essendo avanzata, non sarebbe stata compiuta del tutto, tuttavia questa obiezione appare non sufficiente a giustificare l’abbandono della legalità in favore del terrorismo in persone totalmente insospettabili senza una pesante influenza esterna. Infatti deve essere considerata la facilità ad operare dell’Imam capace di indottrinare i terroristi e la sua libertà di movimento all’interno del gruppo sociale mussulmano della Catalogna. La sottovalutazione dell’operato di questo religioso estremista va ascritta sia al corpo sociale dove operava, che alle forze di polizia che non hanno inquadrato nella giusta misura la pericolosità della predicazione. Però non si può fare a meno di notare l’abilità dell’imam, che ha saputo ingannare i mussulmani catalani, mantenendo, probabilmente, un doppio atteggiamento. Si comprende però, come questo scenario rappresenti un livello maggiore e più raffinato della strategia dello Stato islamico e, di conseguenza, una maggiore difficoltà del lavoro di prevenzione delle forze dell’ordine. Un effetto ulteriore conseguito dallo Stato islamico con questa strategia è costituito dall’allontanamento della comunità mussulmana di provenienza dei terroristi con il resto della società civile catalana, rompendo un rapporto di fiducia che isola i mussulmani moderati a causa del sospetto di connivenze tutte da dimostrare ma possono essere percepite dagli spagnoli. Lo Stato islamico ottiene così un doppio risultato, oltre a quello tragico dell’atto terroristico: trovare forze nuove di più diffcile individuazione ed il discredito delle comunità mussulmane da cui provengono, generando una pericolosa spaccatura, che ha il solo scopo di isolare i mussulmani moderati per favorire la crescita del radicalismo al loro interno. Questa strategia rappresenta la sfida del califfato all’Europa ed alle stesse comunità mussulmane moderate, che devono diventare protagoniste nella lotta al terrorismo per impedire derive pericolose al loro interno. Per le polizie europee si tratta di allargare lo spettro della vigilanza preventiva e non concentrarsi più soltanto sugli ambienti degradati, ma iniziare a monitore con efficacia tutti gli ambienti mussulmani.

La situazione interna russa e l’attentato di San Pietroburgo

L’attentato alla stazione della metropolitana di San Pietroburgo arriva in un momento difficile per la politica interna russa. A circa un anno dalle elezioni recenti sondaggi rivelano un aumento dello scontento tra la popolazione, dovuto sia agli effetti delle sanzioni, che hanno peggiorato le condizioni generali dei cittadini, sia al crescente risentimento verso la corruzione del ceto politico ed anche per la presa di coscienza della democrazia incompleta che governa un paese dove vi sono troppo contraddizioni ed una diseguaglianza sempre più accentuata. Ne sono prova le dimostrazioni contro le autorità, che hanno portato ad una ondata di arresti. Certamente ciò non basta per avvallare teorie del complotto, secondo le quali l’attentato sarebbe funzionale a riportare ordine nel paese, nel senso voluto dalle autorità di Mosca. Tuttavia appare innegabile, che per le autorità russe, abituate a fare seguire un periodo di repressione ad ogni attentato, l’occasione che si presenta per regolare diversi conti si sia presentata. Tuttavia la verità, in questo senso, è praticamente impossibile da accertare, anche perchè esistono motivi concreti, per gli estremisti, per colpire la Russia. L’azione del Cremlino in Siria, al netto delle valutazioni politiche in favore o contro il regime di Assad, ha colpito spesso civili inermi pur di annientare la resistenza contro Damasco, spesso neppure individuata come le milizie dello Stato islamico, ma come le truppe democratiche appoggiate dagli Stati Uniti. Una conseguenza quasi certa di questa condotta è stata l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia. Secondo le fonti del governo russo un attentatore sarebbe del Kirghizistan, questo porterebbe ai combattenti di ritorno dalle battaglie condotte nelle fila delle forze armate del califfato, un fenomeno che era atteso da tempo e che con l’avanzata dell’esercito irakeno nelle zone di cui lo Stato islamico sta perdendo il controllo, minaccia di essere sempre più pericoloso. Non che la Russia non abbia tra i propri cittadini combattenti del califfato tornati in patria, ai quali devono aggiungersi i possibili terroristi provenienti dalla Cecenia. Occorre anche ricordare che la politica estera russa, nell’area geografica che Mosca ritiene essere di propria competenza esclusiva, ha praticato l’appoggio e d il sostegno di dittatori fedeli alla Russia, che hanno eliminato praticamente tutti i diritti civili, suscitando in tante popolazioni grande risentimento verso il Cremlino. La lista dei possibili attentatori è dunque lunga ed accertare la reale provenienza di chi ha compiuto l’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo è tutt’altro che agevole. Inoltre una strategia del terrore potrebbe svilupparsi proprio nel paese russo, per portare incertezza in un momento difficile, come quello attuale, dove il prestigio di Putin e del suo governo sembra in calo. Potenzialmente la Russia potrebbe essere sotto attacco per tutti i motivi elencati precedentemente per un tempo indefinito, ma ciò fornisce un vantaggio per un esecutivo non troppo rispettoso delle regole democratiche e del rispetto dei diritti. Accomunare nella repressione i possibili terroristi islamici ed i contestatori pacifici, ma fortemente critici verso il Cremlino, appare operazione semplice per un apparato che deriva da quello sovietico. Diciamo che l’attentato arriva in un momento nel quale serviva una azione repressiva dei contestatori attivi e che, nello stesso tempo, riducesse il malessere diffuso, in favore di un compattamento della popolazione verso le ragioni della sicurezza della nazione, che permettesse anche di accettarne di modo più favorevole e meno obiettivo l’azione in politica estera, in Siria, ma anche in Ucraina, tesa a riportare la Russia tra i grandi del mondo; del resto questo argomento è uno di quelli su cui Putin ha sempre puntato, riscuotendo successo, nelle sue campagne elettorali. Esiste quindi, per il governo di Mosca, la possibilità concreta di arrivare alle prossime elezioni facendo in modo di comprimere il dissenso e presentarsi di nuovo come i difensori della nazione, nono solo sul piano interno, ma anche, su quello internazionale. Del resto la presenza alla Casa Bianca di un presidente come Trump non può che favorire questi propositi.

Lo Stato islamico aumenterà la politica degli attentati

Gli atti terroristici dello Stato islamico, che hanno caratterizzato il 2016 ed hanno segnato l’inizio del 2017, segnalano una variazione sostanziale nell’attività del califfato, provocata dall’erosione dello spazio geografico in cui gli estremisti islamici hanno esercitato la propria sovranità. La sottrazione dell’esercizio della sovranità, rappresenta per lo Stato islamico il fallimento del proprio progetto di creare una entità statale basata sull’applicazione ferrea della legge islamica, fattore che doveva essere il fulcro centrale per catalizzare l’attenzione dei sunniti più radicali, è fortemente compromesso dall’azione militare, che, forze armate di diversi paesi hanno intrapreso contro il califfato. Il destino della parabola del califfato è intimamente legato alla vicenda siriana, dove il ruolo giocato dalla Russia di Putin ha rovesciato le sorti del conflitto, sia interno, cioè legato alla contrapposizione tra Assad ed i suoi oppositori, che tra Damasco e lo Stato islamico, che aveva occupato militarmente la parte orientale del pase siriano, unendola ai territori sottratti al governo di Bagdad. Gli sviluppi che stanno avvenendo sui campi di battaglia, ovvero gli scontri militari sul terreno tra forze contrapposte, stanno, seppure lentamente, decretando la sconfitta del califfato e la conseguente necessità di sostituire il confronto bellico classico con una strategia di guerra asimmetrica, che necessita sempre di più dell’uso dell’atto terroristico, come mezzo sempre più determinante per mantenere attiva la politica dello Stato islamico. Si ci sta spostando, cioè, da una occupazione militare ben definita, ad una serie di attentati che hanno lo scopo di gettare nel terrore le potenze identificate come nemiche. Lo scopo è quello di tenere in ostaggio intere nazioni, per accrescere il prestigio ed il messaggio del radicalismo islamico, inteso, in un senso che oltrepassa il significato religioso, per assumere quello di ideologia, strumentale alla contrapposizione tra islam sunnita e mondo occidentale e con l’islam sciita. Questo schema era già iniziato nelle parti dell’Iraq, che il califfato non era riuscito ad occupre militarmente: una serie di attentati, che continua tuttora, che hanno lo scopo di tenere in costante apprensione il governo e la popolazione. L’esportazione di questa tattica è più difficoltosa se cresce la distanza dalle regioni mediorientali, ma i recenti casi avvenuti in Europa ed in Turchia dimostrano come l’intenzione dello Stato islamico sia quella di intensificare gli atti terroristici per creare una sorta di terrore globale. Questa decisione non è determinata solo dalle sconfitte militari, ma dalla necessità di aumentare il clamore mediatico per distogliere l’attenzione da uno Stato islamico perdente, dalla volontà di vendicarsi di potenze che avevano, se non aiutato, almeno tollerato la presenza del califfato nelle regioni mediorientali, anche in funzione strumentale ai propri interessi geopolitici ed, infine, per contrastare le forze sciite ed i loro alleati. SI comprende come la platea dei possibili obiettivi sia molto vasta e di, conseguenza, diventi sempre più difficoltosa l’attività di prevenzione. In questo senso occorre anche considerare la possibilità del tentativo di atti terroristici ancora più cruenti, anche attraverso armamenti chimici, come prospettato dal governo inglese. Senza arrivare a scenari così tragici, la realtà dice chiaramente che ogni strumento costruito per la vita quotidiana può essere trasformato in arma ostile, come l’autotreno di Nizza o di Berlino, e che, quindi, siamo entrati in una dimensione che oltrepassa la consuetudine anche se riferita agli attentati. Probabilmente la prima arma da neutralizzare è però la grande capacità, rimasta pressoché intatta, di sapere mobilitare e motivare i seguaci del califfato ed anche di trovarne sempre di nuovi; ciò avviene sopratutto grazie alla propaganda compiuta in modo virtuale, grazie all’uso sapiente dei social media, che consente di raggiungere chiunque, col messaggio dell’islam radicale. Se la soluzione militare nelle zone mediorientali serve nel breve periodo, nel medio e nel lungo funziona soltanto come presidio delle zone riconquistate ed è quindi soltanto complementare ad una azione integrata di prevenzione di polizia e servizi segreti e miglioramento delle condizioni politiche ed economiche di tutti quei musulmani sunniti, spesso non osservanti, che costituiscono il facile terreno di reclutamento del terrorismo radicale. Inoltre ciò non è neppure sufficiente senza una situazione internazionale che dovrebbe essere più improntata ad un dialogo comune e non al protagonismo di alcuni uomini di stato. Ma siamo, probabilmente, nel campo dell’impossibile ed il destino sarà quello di attendere ancora a lungo la risoluzione della questione del terrorismo islamico.

Medio oriente: oltre Mosul, la Siria di nuovo centrale

Tecnicamente la battaglia per Mosul è iniziata con l’avanzata delle forze speciali irakene, sostenute dall’aviazione americana ed affiancate dalle milizie curde e sciite. Sull’esito finale della battaglia e, quindi, della guerra al califfato in Iraq, non sembrano esserci dubbi: la vittoria di Bagdad e degli USA appare come un fatto ineluttabile. Tuttavia il fattore tempo diventa essenziale, per ridurre le perdite e per alleviare le difficoltà della popolazione; collegato a questo fattore esiste la concreta difficoltà di catturare tutti i membri dello Stato islamico, impegnati a difendere Mosul, per evitare una fuga verso la Siria o verso i paesi di provenienza. La stima sull’entità numerica di questi combattenti varia da 3.000 a 3.500 unità. Il califfato non ammette defezioni o diserzioni ed alcuni membri delle milizie, che avrebbero cercato di abbandonare la città, sarebbero stati giustiziati. Questo particolare indica che il califfato si starebbe indebolendo nella sua parte militare, per così dire tradizionale, ma ciò potrebbe aprire nuovi scenari di combattimento, come un uso maggiore degli atti terroristici tradizionali. In effetti, questa ipotesi sembra essere supportata da un incremento degli attentati nella capitale irakena, spesso diretti contro gli sciiti, quale ritorsione dell’avanzata verso Mosul. Si tratta, indubbiamente, di un rafforzamento della strategia terroristica da parte dello Stato islamico, una scelta in cui il califfato è costretto dalla progressiva sottrazione di sovranità dei territori che aveva conquistato e che ne mette in discussione la ragione stessa della sua esistenza. La costruzione di un califfato, come entità autonoma e sovrana, in grado di imporre una propria legislazione a sostegno di una amministrazione autonoma, era la ragione principale dello Stato islamico ed anche quella che lo differenziava da Al Qaeda. La perdita dei territori su cui effetivamente governava rende lo Stato islamico una organizzazione terroristica al pari delle altre, con una perdita di prestigio non indifferente, e l’uso degli attentati non fa che confermare questo declino. Ciò, però, non rende meno pericoloso il califfato: la reazione rabbiosa potrebbe estendersi anche al di fuori dei confini del medio oriente, sopratutto in Europa, dove la visibilità degli attentati, potrebbe consentire di riguadagnare qualcosa in termini di credibilità, sopratutto, negli ambienti più estremisti. Questa eventualità è vista con preoccupazione nelle cancellerie occidentali ed un allarme delle autorità inglesi non fa che confermare questo scenario. Se la conquista di Mosul è ormai certo che avverrà, la sconfitta completa dello Stato islamico è ancora lontana se non sarà debellato anche dalla Siria, dove conserva ancora il dominio di alcuni territori. La situazione irakena è più netta e distinta e ciò ha costituito il motivo della avanzata delle forze regolari irakene, che rappresentano l’unico soggetto ufficiale, sebbene sostenute da alleati fondamentali come i curdi e gli iraniani, nel conflitto contro il califfato. In Siria, invece, la presenza di una molteplicità dei soggetti in campo ed i relativi interessi contrastanti, non permettono una altrettanta chiarezza nella lotta al califfato, che trae vantaggio da questa situazione per la sua sopravvivenza. Una presenza ancora sostanziosa nel territorio del paese siriano dello Stato islamico, può costituire una base per il reclutamento di nuovi miliziani ed anche una minaccia costante per le zone irakene liberate. Uno degli possibili sviluppi è che le milizie sciite, che hanno appoggiato l’esercito irakeno, possano muovere contro le forze del califfato in Siria; questa soluzione sarebbe senz’altro appoggiata dal governo di Damasco e dai suoi alleati russi, da sempre in contatto con l’Iran, altro alleato di Assad, che sarebbe dietro ai combattenti che hanno aiutato il governo di Bagdad, composto, appunto da elementi di origine sciita. Questa possibilità non può essere gradita a Washington, che appoggia le forze moderate sunnite, contrarie ad Assad. Qui peserà molto l’esito della competizione elettorale americana, dove, in caso di vittoria della Clinton, potrebbe aumentare l’impegno diretto statunitense per bilanciare la presenza russa, concretizzandosi una completa inversione rispetto a quanto deciso fino adora da Obama. La Clinton, infatti, ha una fama di interventista nelle questioni internazionali ed ha più volte criticato il presidente americano uscente per come ha condotta la questione siriana. C’è poi, da considerare le intenzioni della Turchia, il cui governo avrebbe espresso l’intenzione di considerare le zone siriane ed irakene oltre i propri confini, come una sorta di propria pertinenza, paragonandole a quanto rappresentano per Mosca, la Crimea ed i territori dell’Ucraina orientale. Per Erdogan è sempre presente il desiderio di ripetere, in versione moderna, quanto rappresentato dall’impero ottomano, di cui ritiene la Turchia moderna la legittima erede. Inoltre la presenza in Irak di una minoranza turcomanna lo spingerebbe ad intervenire, distogliendo, così, l’opinione pubblica interna dai problemi del paese. La posizione della Turchia nel conflitto siriano è però ambigua: fino a poco tempo prima Ankara era fermamente contraria alla permamenza al potere di Assad, ma quando questi ha rivolto le proprie armi contro i curdi, si sono aperti spazi di intesa, così come la ripresa del dialogo con il Cremlino ha favorito la nascita di una strategia comune; occorre ricordare che la Turchia è stata una dei principali indiziati per il sostegno finanziario allo Stato islamico e quindi i suoi propositi sono da valutare attentamente. Sullo sfondo di un possibile intervento turco in Irak, per ora sempre rifiutato da Bagdad, resta la divisione religiosa tra i due governi espressione delle confessioni sunnite e sciite. A questo occorre aggiungere l’allontanamento di Ankara da Washington, un elemento che contribuisce a rendere meno chiara la situazione. Se la battaglia di Mosul, quindi, segnerà la sconfitta del califfato in Iraq, non sarà ancora la fine del califfato: la Siria torna ad essere centrale nel conflitto del medio oriente.

Terrorismo e profughi, possibili conseguenze della battaglia di Mosul

I pericoli incombenti delle conseguenze della battaglia di Mosul, oltre alla situazione bellica contingente, riguardano essenzialmente due elementi: il primo consiste nel pericolo dei combattenti stranieri, che rischiano di ritornare in massa nei paesi di origine, il secondo riguarda la situazione umanitaria della popolazione civile, che rischia di ingrossare di un numero notevole gli sfollati, dando vita ad un esodo che potrebbe alterare la già precaria situazione irakena, aggiungendo un nuovo problema alla situazione generale. Per quanto riguarda il possibile rientro di una grande quantità di ex combattenti presenti nelle fila dello Stato islamico, occorre analizzare i numeri stimati. Si ritiene, infatti, che all’interno di Mosul siano presenti circa 2.500 combattenti provenienti dagli stati europei, bisogna ricordare che dopo la Siria, il contingente maggiore di uomini arruolati nelle forze del califfato è proprio l’Iraq, di cui Mosul è ritenuto una sorta di capitale. Si tratterebbe di uomini, per lo più di giovane età, spesso accompagnati da donne e bambini aventi passaporto dell’Unione Europea. Il calcolo del Centro Internazionale dell’Aia per l’antiterrorismo, valuta un numero di combattenti europei compreso tra i 3.900 ed i 4.300, di questi il 14% potrebbe essere deceduto, mentre, circa un terzo dovrebbe avere già fatto ritorno ai loro paesi di appartenenza, resterebbe, quindi, la quota consistente del 56% ancora attiva sui campi di battaglia, impegnata, non solo nelle fila dello Stato islamico, ma anche, di altre formazioni integraliste. Concentrandosi sugli sviluppi della battaglia per la riconquista di Mosul, non è ritenuto probabile che l’offensiva venga conclusa in un tempo breve, dato che l’impegno militare viene ritenuto possibile anche per diverse settimane o, nella peggiore delle ipotesi, anche diversi mesi. Questa eventualità, se negativa per la defintiva sconfitta del califfato, rappresenta una opportunità per gli stati europei al fine di organizzarsi in maniera preventiva per un controllo capillare dei possibili rientri e delle decisioni da prendere nei confronti di coloro che hanno militato nello Stato islamico in maniera sicura o probabile. Se diverse legislazioni europee, prevedono il divieto e, quindi, la sanzione per l’arruolamento in formazioni straniere, sopratutto se collegate al terrorismo, più difficile sarà dimostrare l’effettiva partecipazione militare al califfato; tuttavia questa prevenzione è indispensabile nei confronti di personale militarmente più o meno addestrato e fortemente motivato alla causa islamica: fattori che favorirebbero il reclutamento in formazioni europee. Uno dei possibili effetti della sconfitta del califfato è l’esportazione di una guerra asimmetrica su grande scala in occidente, sopratutto in Europa, ma non solo, dato che il fenomeno dei rientri dei combattenti riguarda anche la Russia e la Cina, oltre ad altri paesi. La possibile sconfitta militare dello Stato islamico sul territorio di cui rivendicava la sovranità potrebbe non essere sufficiente alla totale eliminazione dell’idea del califfato, che potrebbe abbracciare una tattica maggiormente orientata ad azioni terroristiche contro i paesi che l’hanno contrastato. In questa ottica non vi è alcuna nazione sicura di non rientrare in questa strategia ed essere, quindi , colpita dal terrorismo. Almeno gli stati europei dovrebbero sviluppare un approccio comune al problema, in grado di prevenire gli atti terroristici e prevedere una sorta di rieducazione e controllo di quei combattenti che faranno ritorno in patria. Si comprende come il problema sia intimamente connesso con la sicurezza, sia nazionale, che sovranazionale e che interessi stati appartenenti a schieramenti opposti, come Russia ed Europa. La prevenzione, comunque non dovrà essere fatta solo sugli stati di appartenenza del terroristi, ma da subito durante la riconquista di Mosul, dove sarà necessario uno sforzo parallelo all’azione militare, consistente nell’individuazione del più alto numero possibile di combattenti stranieri, anche per ricostruire i percorsi e le modalità di ingaggio dei combattenti stranieri. La sfida, insomma, si sposta maggiormente sul versante dell’intelligence già nei territori di guerra. Il secondo problema riguarda la nuova ondata di profughi, che si sta già formando e che conseguirà dalle distruzioni che seguiranno i combattimenti. I dintorni di Mosul hanno già visto un esodo incessante di quanti sono riusciti a sfuggire allo Stato islamico, per evitare, tra l’altro, il problema di essere costretti a diventare scudi umani. Secondo le stime dello stato irakeno il numero potenziale degli sfollati sarebbe intorno alle 700.000 persone, a fronte di una capacità dei campi profughi già organizzati, prevista intorno a 130.000 unità. Questi dati rischiano di provocare un nuovo problema per Bagdad, sia dal punto di vista umanitario, che politico, essendo i profughi, nella maggioranza sunniti. Una assistenza non adeguata potrebbe comportare per il governo irakeno, di matrice sciita, una ulteriore alterazione della situazione, favorendo sentimenti contrari alla riaffermazione della sovranità statale su Mosul ed il suo circondario. Inoltre si potrebbe assistere ad un incremento dell’emigrazione verso l’Europa, determinando una pressione ancora maggiore sul vecchio continente ed aggravando i contrasti tra gli stati. Si rende così necessario un maggiore supporto al governo irakeno per questa ulteriore emergenza da parte delle organizzazioni internazionali e dei singoli stati per fornire un aiuto adeguato alle popolazioni in fuga dal confronto militare, che possa permettere il supporto dello stato irakeno.

Le implicazioni dell’intervento in Libia

La Libia torna al centro dell’attenzione mondiale dopo la decisione di Obama di bombardare la zona di Bengasi doe si trovano le forze dello Stato islamico. Sono infatti diverse le possibili ricadute delle azioni militari statunitensi: la prima considerazione che occorre fare è se questa decisione potrà spostare dei voti nella campagna elettorale USA. Il presidente americano uscente è stato spesso attaccato sia dal proprio partito, che dai repubblicani di scarsa volontà di intervento, la decisione di agire in Libia avviene nella fase terminale del proprio mandato e non può avere ripercussioni sulla sua immagine politica, piuttosto potrebbe mettere in difficoltà Trump ed il suo partito, perchè si tratta di una decisione difficilmente criticabile. Sul lato democratico, Hillary Clinton si è sempre presentata come maggiormente interventista, anche attraverso l’impiego della forza militare, nelle crisi internazionali e, per questo motivo, ha anche criticato Obama. Per la candidata democratica potrebbe trattarsi di un anticipo della modalità della gestione delle crisi che intende adottare, se sarà eletta. Visto in questa ottica, quindi, l’intervento militare in Libia può essere letto anche come fattore di politica interna, teso a mettere in difficoltà i repubblicani, a cui non sembra convenire criticare la decisione della Casa Bianca. Diverso è il caso se l’azione militare non si limiterà all’intervento aereo, ma dovesse vedere coinvolti militari americani sul terreno. Su questo punto sembra difficile che Obama cambi l’impostazione che ha contraddistinto il suo mandato e che è stata quella di evitare il coinvolgimento di soldati statunitensi su nuovi teatri di guerra; tuttavia l’azione militare aerea è stata programmata per almeno un mese, in modo da assestare un colpo pressochè definitivo alle milizie del califfato sul suolo libico. In questo periodo, non certo breve, potrebbe essere necessario un appoggio logistico sul terreno, che i militari libici potrebbero non essere in grado di assicurare, o, peggio, si potrebbe presentare la necessità di recuperare il personale impiegato sugli aerei in caso di abbattimento. In questi casi il ritorno di immagine potrebbe diventare negativo e facilitare il partito repubblicano. Resta ovvio che un successo della missione non sarebbe soltanto a favore di Obama, ma rappresenterebbe un motivo di crescita nei consensi del partito democratico. Oltre le questioni americane occorre, però, guardare anche verso i problemi che questa azione potrebbe sollevare in Europa. La nazione maggiormente interessata sembra essere l’Italia, seguita da Francia ed Inghilterra. Roma è coinvolta direttamente nelle azioni di bombardamento per avere concesso il proprio spazio aereo, necessario per raggiungere la Libia, agli aerei militari statunitensi, che starebbero usando anche una base in Sicilia. Ciò potrebbe esporre il paese italiano a rappresaglie terroristiche, che sono già state minacciate dagli uomini dello Stato islamico. Occorre specificare che l’Italia è meno soggetta a combattenti di ritorno, più motivati a compiere attentati. Questo problema riguarda in misura maggiore la Francia e poi l’Inghilterra, dove le comunità musulmane sono più consistenti ed registrano al loro interno un tasso crescente di fondamentalismo. In questi casi l’azione militare americana potrebbe offrire, se mai ce ne fosse bisogno, il pretesto per nuovi attentati. Per l’Italia il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di un incremento migratorio, sia proveniente dalle zone di guerra, sia usato come forma di pressione dal governo di Tripoli, che non riconosce l’esecutivo che ha richiesto l’aiuto americano. Oltre alle problematica di natura gestionale del fenomeno, sia di natura pratica, che inerente al dibattito politico interno italiano, esiste anche la possibilità maggiore che terroristi possano usare questo metodo per entrare nel paese. La questione espone quindi Roma ad un pericolo maggiore, tuttavia la necessità di debellare dalle coste libiche la presenza del califfato appare prioritaria. Occorre poi considerare come potrà essere affrontato il futuro del paese libico una volta che lo Stato islamico venisse sconfitto. Si tratta di un argomento non certo secondario, giacchè l’errore di lasciare la Libia a se stessa dopo la caduta di Gheddafi non deve essere ripetuto. Tra gli alleati occidentali esistono visioni differenti: gli USA preferirebbero mantenere la composizione attuale del paese, mentre in occidente viene presa in considerazione la possibilità di creare più stati più rispondenti alle strutture sociali e politiche presente sul territorio; questa soluzione potrebbe favorire una spartizione del potere pacifica senza sfociare di nuovo in una guerra civile, in grado di riportare il paese in una pericolosa alterazione degli equilibri e favorire ancora, di conseguenza, il contagio terroristico.

Gli USA colpiscono lo Stato islamico in Siria

L’appello del governo libico, riconosciuto dalla comunità internazionale, agli Stati Uniti per un aiuto militare contro le formazioni dello Stato islamico presenti nella Sirte è stato accolto. Gli aerei militari statunitensi hanno bombardato obiettivi militari del califfato presenti nella città di Bengasi, che è diventata l’avamposto dello Stato islamico in Libia. L’instaurazione degli integralisti islamici al centro del paese libico è stata una conseguenza della profonda instabilità in cui è precipitato il paese dopo la fine del colonnello Gheddafi; infatti la Libia attualmente ha tre governi che non riescono ancora a trovare una sintesi per arrivare ad un accordo. Nella situazione di guerra civile del paese, con le milizie legate, oltre che ai vari governi, anche a gruppi criminali, una sorta di tutti contro tutti, lo Stato islamico si è ricavato uno spazio dove esercitare una propria sovranità sull’esempio di quanto accaduto in Siria ed Iraq, creando una forza militare composta sia da uomini libici, che da combattenti stranieri provenienti, per la maggior parte dei casi, dai paesi arabi della fascia del mediterraneo meridionale. Questo aspetto ha creato notevole apprensione sia nei paesi vicini, per le possibili conseguenze del ritorno di miliziani del califfato nel proprio paese di origine, sia negli stessi USA, che vedono incrementare la quota dei combattenti stranieri presenti all’interno delle forze dello Stato islamico. Anche se questa ragione non è quella che determinato l’intervento, ha senz’altro contribuito nelle ragioni dell’intervento diretto americano, che sono da individuare principalmente, però, nella necessità di limitare l’azione dello Stato islamico in Libia, contestualmente all’avanzata in Iraq e Siria. Ma non è secondario neppure il tentativo di stabilizzare la zona libica, come prevenzione di una potenziale creazione di una base estremista islamica situata sulle coste di fronte all’Europa. L’azione militare statunitense è servita da appoggio alle formazioni libiche che lottano contro quelle dello Stato islamico, in una guerra che dura da tempo. Le modalità di intervento prevedono di colpire obiettivi specifici, in grado di indebolire la capacità militare del califfato in Libia e dovrebbero essere caratterizzate da un alto grado di precisione per evitare nel maggior modo possibile ogni ricaduta sulla popolazione civile. Lo stretto coordinamento con il governo libico e la sua stessa richiesta diretta alla Casa Bianca, costituisce una sorta di autorizzazione all’azione militare su territorio estero, che dovrebbe mettere al riparo Washington da contraccolpi diplomatici. Questa azione delle forze aeree USA in Libia non rappresenta una novità assoluta, l’elemento nuovo è che nelle precedenti azioni sono stati usati i droni, mentre ora si è tornati ad effettuare i bombardamenti con aerei pilotati, cosa che non accadeva da due anni a questa parte. L’azione militare , che è stata autorizzata da Obama, rientra nella dottrina presidenziale, che cerca di evitare il coinvolgimento delle truppe americane sul terreno e di operare dal cielo a fianco di corpi militari locali impegnati nelle azioni di terra; in realtà, in Libia, sarebbe stata segnalata la presenza di forze speciali appartenenti a paesi occidentali impegnate sul terreno, sia nella funzione di appoggio materiale alle forze libiche nei combattimenti, che con funzioni di addestramento. Anche in questi casi non si tratta di un impegno troppo vasto ma limitato al conseguimento di obiettivi strategici per facilitare le forze della Libia nel conflitto contro il califfato. Per gli Stati Uniti, ma anche per le nazioni europee è diventato di prioritaria importanza che lo Stato islamico sia sconfitto in Libia, perchè ciò costituisce il fattore essenziale per consentire al paese di raggiungere le condizioni necessarie per cercare di avere un equilibrio interno tra le varie fazioni e dare così stabilità e continuità di governo. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia concentrata maggiormente sulle vicende mediorientali, l’importanza che la Libia riveste nello scacchiere mediterraneo appare enorme, sopratutto se vista in rapporto alle conseguenze degli elementi presenti al suo interno capaci di riflettersi sui paesi europei: tra cui i maggiori sono la questione dell’immigrazione, quella energetica e quella della possibile contaminazione terroristica sulle società occidentali. Riportare la questione libica al centro dell’interesse internazionale, non soltanto dal punto di vista diplomatico, ma anche da quello militare, significa compiere un opera di prevenzione necessaria che è stata rimandata troppo a lungo.

Lo Stato islamico esporta in Europa l’intolleranza religiosa

L’attentato in Francia, avvenuto all’interno di una chiesa cattolica, un luogo di culto, rappresenta un fattore di ulteriore crescita dell’azione terroristica, perchè accaduto in Europa, dove non era mai successo, ma non rappresenta una novità: infatti lo Stato islamico nell’invasione dei territori siriani ed irakeni ha profanato in modo analogo ed anche più grave altri luoghi di culto, non solo cristiani, ma anche yazidi, sciiti e sunniti che non si riconoscevano ne si identificavano con il califfato. L’azione francese degli integralisti islamici sembra volere esportare nel vecchio continente questa condotta di intolleranza più completa nei confronti degli altri culti, trasformando il terrorismo in minaccia costante contro i diritti e le libertà, tra cui quella religiosa, appunto. Un modo per aumentare la pressione sui paesi occidentali ed esporli al pericolo costante di attentati nei luoghi più diversi, per esasperare il senso di insicurezza nella popolazione. Certamente il valore simbolico di questo attentato è ben diverso perchè fa compiere l’atto terroristico in un luogo di culto di quella religione che gli uomini del califfato hanno sempre identificato come simbolo degli occidentali, tanto da definirli crociati. Si può parlare di guerra di religione? Probabilmente l’intento del califfato è proprio quello , tuttavia l’espressione appare impropria perchè definisce uno stato che riguarda una minima parte di musulmani, piuttosto la percezione è quella della volontà di applicare una simbologia all’atto terroristico che vuole colpire il credo altrui, sopratutto quello occidentale, funzionale ad esaltare potenziali azioni analoghe e, nello stesso tempo, spostare il confronto sul disprezzo della religione cristiana come mezzo per trovare altri martiri da immolare alla causa del terrorismo islamico. Risulta innegabile che il fascino dell’attentato compiuto nel nome dell’islam ed eseguito all’interno di una chiesa può rappresentare una sorta di maggiore richiamo per i nuovi attentatori. Del resto il califfato ha bisogno di azioni a forte impatto mediatico, sia dirette contro i propri nemici, che dirette verso il proprio interno, in un momento dove la sovranità sui territori conquistati in medio oriente si sta piano piano, esaurendo. Da un certo punto di vista questo segnale rappresenta la difficoltà dello Stato islamico nel mantenimento del proprio ruolo di guida dell’integralismo islamico, assunto proprio con la capacità di ottenere con mezzi militari il controllo di vasti territori. Questa particolarità, che ne ha contraddistinto l’azione, è quella che gli ha consentito di sorpassare Al Qaeda nella classifica dell’importanza delle organizzazioni estremiste. Quindi il ricorso agli attentati non può che essere individuato come un ripiego; ma la pericolosità è tutta dentro a questa constatazione: se, da un lato, il califfato viene sconfitto sul campo di battaglia e non può più esercitare la propria sovranità, dall’altro ha comunque bisogno di mantenere la propria leadership innalzando il livello dello scontro al di fuori dei propri territori, con attentati sempre più eclatanti e di ampia risonanza mediatica. Paradossalmente la sconfitta militare dello Stato islamico nei territori mediorientali ha accresciuto il pericolo per la popolazione europea; in Europa il califfato può contare sui combattenti di ritorno dalle zone di guerra, che hanno un addestramento militare, ma anche kamikaze reclutati sul posto tra giovani musulmani non integrati e spesso provenienti dalla malavita locale. Pur essendo due categorie ben distinte, in entrambi i casi il tasso di pericolosità e di imprevedibilità è molto alto. Un fattore ulteriore di pericolosità per le chiese cristiane è il fatto che queste si adoperano per accogliere i profughi, anche quelli di religione musulmana, riempiendo il vuoto lasciato dalle istituzioni statali. Per la visione integralista questo aiuto è inconcepibile sia dal lato di chi lo fornisce, sia da colui di chi lo riceve, se diretto verso i musulmani. Questa evoluzione pone delle riflessioni di ordine pratico per la prevenzione di altri possibili attentati, tale da estendere il pericolo in una dimensione praticamente infinita. Tralasciando l’Italia e la Spagna, le sole chiese cattoliche francesi sono oltre 47.000 e da ora, possono considerarsi tutte un possibile obiettivo. La Francia appare sicuramente il paese più vulnerabile, perchè la sua sicurezza ha già mostrato delle falle di non poco conto, ma a questo si deve assumere la grande disponibilità di personale su cui potenzialmente il terrorismo può fare presa, presente nelle periferie. Per i paesi europei si evidenzia una volta di più la necessità di un coordinamento a livello sovranazionale più strutturato, in grado di offrire una risposta adeguata in senso repressivo, ma sopratutto in senso preventivo con azioni di intelligence e di polizia; tuttavia questa soluzione appare soltanto come un rimedio di emergenza, che non potrà essere impiegato all’infinito senza il supporto di una azione di tipo sociale, capace di eliminare il senso di smarrimento che appartiene ad un’ampia fascia sociale: proprio quella che costituisce il serbatoio del reclutamento dell’integralismo.

La Francia sotto attacco del terrorismo islamico

Dopo avere superato in maniera indenne la manifestazione dei campionati europei di calcio, la Francia viene colpita immediatamente dopo, nel giorno della festa nazionale del paese. Questa volta l’obiettivo non è Parigi, ma Nizza, città turistica del sud francese. Certamente la valenza dell’attentato, per chi lo ha compiuto e per chi lo ha festeggiato è stata quella di essere celebrato nella data simbolo della Francia, una data che va però anche aldilà dei confini nazionali, per quello che rappresenta: l’antitesi stessa alla ragione di essere e di esistere di movimenti come lo Stato islamico o comunque di intolleranza e fanatismo politico e religioso. Dunque la data non è stata scelta a caso, perchè compiere un attentato il 14 luglio significa volere affermare di essere contrari ai valori di libertà e tolleranza, che vengono negati come valori universali e combattuti in quanto identificati con l’odiato occidente. Ma oltre l’aspetto simbolico c’è quello tragico dei morti, che è immediato, dell’emergenza presente e di quella futura, che mira a tenere il paese francese sotto una pressione costante attraverso la ripetizione degli attentati sanguinari e la minaccia del loro accadimento, in modo da bloccare la continuità normale dello svolgimento della vita dei cittadini del paese. In questo momento la Francia paga il prezzo di una politica estera che ne ha visto l’impegno contro i musulmani integralisti in diversi teatri di guerra, primi fra tutti quelli dove Parigi ha i suoi interessi al di fuori dei confini nazionali. La condotta di Hollande non è sempre stata lineare, perchè, a volte, ha voluto rischiare iniziative autonome e non coordinate con altri paesi, esponendosi alla feroce critica degli integralisti che si è tramutata in una reazione violenta condotta entro il territorio francese. Si deve specificare che la Francia, nonostante la sua potenza militare convenzionale, non sembra disporre di una forza di pari valore al suo interno in grado di anticipare o contenere episodi di difficilissima valutazione. A questo si deve aggiungere che l’esercito dei così detti lupi solitari, sollecitati ad azioni come quelle di Nizza da diverse autorità del terrorismo religioso internazionale, appare potenzialmente illimitato. Questo punto è il vero nodo centrale del problema: la Francia attuale paga un prezzo altissimo per una situazione protratta nel tempo, dove non si è voluto affrontare la questione dell’integrazione delle seconde e terze generazioni di cittadini di origine nordafricana, che popolano le sue periferie e sono preda dell’esclusione e del disagio sociale, andando a costituire un terreno fertile per quei predicatori violenti e fondamentalisti capaci di trovare a questi esclusi una sorta di identità nella quale riconoscersi. Vi sono diversi casi che costituiscono un vero e proprio paradosso di cittadini francesi che odiano la Francia, dove sono nati e vissuti, e si riconoscono in organizzazioni di luoghi dove non sono neanche mai stati. Questo problema non è certamente di immediata soluzione e prevede, con politiche interamente dedicate, una soluzione che oltrepassa il medio periodo per arrivare, forse, al lungo periodo; è chiaro che in una situazione del genere la sola arma è una prevenzione serrata dove gli apparati di sicurezza non lasciano nulla al caso e che non può non vedere un impegno ed un coinvolgimento di risorse molto ingente. Dal punto di vista dell’andamento internazionale della lotta al califfato appare il verificarsi di un rapporto direttamente proporzionale tra le sconfitte militari convenzionali dello Stato islamico ed il suo ricorrere ad attentati per spostare lo scontro in senso positivo (per il califfato) fuori dai territori di battaglia. Sostituire con la riuscita degli attentati, recentemente avvenuti in Francia, Iraq, Bangladesh, le sconfitte militari in Iraq e Siria rappresenta l’unica via possibile per mantenere viva la stessa lotta di affermazione del terrorismo islamico, che si sposta su di un terreno nuovo, con nuovi combattenti ed anche nuovi propositi. Se si deve abbandonare la velleità di esercitare la propria sovranità ben definita su porzioni di territorio, non resta altra alternativa di abbracciare la modalità di sottoporre al terrore il più possibile di stati nemici. In uno scenario del genere, in Europa, la Francia, come il Belgio, appare il luogo dove è più facile e più economico esercitare questa strategia, proprio per le ragioni sopra descritte, che pur costituendo una analisi elementare, sono alla base del ragionamento di chi incita agli attentati. Il valore strategico dei cosidetti lupi solitari rappresenta una risorsa enorme per chi non ha a disposizione grossi mezzi, sopratutto in paesi stranieri, questi attentatori possono essere mobilitati soltanto con la propaganda ed, al massimo, con la fornitura di armi ed esplosivo, che costano infinitamente meno di un carro armato o dell’addestramento di truppe scelte. Quindi, se da un lato non deve essere abbassata la guardia contro le organizzazioni terroristiche e la possibilità di infiltrazione sul territorio, una maggiore attenzione deve essere posta al controllo di individui isolati potenzialmente pericolosi: un lavoro sicuramente enorme, ma che è, almeno al momento l’unica prevenzione in grado di fermare attentati del tipo di quelli di Nizza. Sicuramente una maggiore collaborazione tra le forze europee è auspicabile, fino alla creazione di una polizia unica dedicata alla prevenzione di questi fenomeni, altro che uscire dall’Europa, ma in questo momento il lavoro maggiore deve essere fatto dalla Francia perchè è la più esposta ad un fenomeno, che appare essere di matrice interna.

La trasformazione militare dello Stato islamico

Se dal punto di vista militare classico, cioè il contesto dove si affrontano eserciti in confronti più o meno convenzionali, le forze dello Stato islamico stanno subendo sconfitte sempre più determinanti, la reazione del califfato ha spostato su di un piano maggiormente internazionale un conflitto diventato di tipo asimmetrico. L’impossibilità di mantenere le posizioni sul terreno conquistato e trasformato nella sovranità dello Stato islamico, dovuta ad una serie di ragioni e non tutte di tipo militare, ha determinato un incremento delle azioni terroristiche su scala mondiale, come ritorsione dei successi militari dell’esercito irakeno e dei suoi alleati, gli sciti e le forze occidentali con gli USA in prima fila. Gli obiettivi dello Stato islamico sono così diventati i sunniti di paesi che appoggiavano in maniera implicita il califfato, gli stranieri nei paesi sunniti e gli sciiti in Iraq. Questi fenomeni hanno subito un incremento con l’assedio di Raqqa e sembrano segnare una svolta nella metodologia della lotta contro i propri nemici da parte degli uomini del califfato. Questa trasformazione è dettata da ragioni contingenti, che vedono in primo luogo la perdita della sovranità sul territorio conquistato e la necessità conseguente di elaborare nuove forme di lotta, che possano rientrare nelle disponibilità ridotte di combattimento degli estremisti islamici; in questo senso non si può non notare che lo Stato islamico sta subendo una trasformazione verso una attività terroristica classica, che sembra avvicinarla, sopratutto come modi operativi, ad Al Qaeda. Esiste principalmente un intento punitivo nell’interpretazione degli attentati compiuti ad Istanbul ed in Arabia Saudita; queste due nazioni fornivano un appoggio nascosto allo Stato islamico per i loro fini geopolitici, sia per contrastare l’Iran, che per realizzare le loro mire sulla Siria. Gli esecutivi di questi paesi sunniti sono stati obbligati a cambiare atteggiamento dall’evoluzione del conflitto, che rischiava di portare entro i loro confini la guerra, sia dalle pressioni americane, chenon potevano più tollerare un atteggiamento troppo ambiguo nel contrasto al califfato. Sopratutto la Turchia, da dove transitava il petrolio venduto dallo Stato islamico e che ne costituiva la maggiore fonte di finanziamento, ha dovuto fare cessare questi traffici e ciò ha determinato una risposta violenta causata da una percezione di tradimento da parte di Ankara. In questi attentati si è individuato un cambiamento degli autori, che sono passati da essere persone inesperte da sacrificare senza grosse perdite in tema di conoscenze, ad un impiego di attentatori più addestrati militarmente, il cui sacrificio implica una sottrazione alle parti più esperte dei combattenti del califfato. Questo cambio di direzione è stato imposto dalla maggiore attenzione delle forze di polizia a cui si è dovuto rispondere con l’impiego di personale in grado di aggirare i controlli e quindi dotati di un addestramento superiore. Questa considerazione evidenzia come sia diventata prioritario l’uso di combattenti addestrati in attentati suicidi, prelevati dalle zone di battaglia, proprio per gli esiti negativi della guerra per il califfato. Ciò può significare anche che lo Stato islamico inizi a considerare la sconfitta militare come una eventualità con grosse probabilità di accadere. Questo scenario implica, quindi un incremento di modalità asimmetriche di combattimento, tendenti a creare terrore ed alterare gli equilibri nelle nazioni sunnite dove sono presenti interessi occidentali e nelle zone sciite per esasperare il conflitto religioso. Di conseguenza occorre fare delle considerazioni anche sulle modalità di condotta della guerra contro lo Stato islamico nel territorio irakeno, se, come già detto, le vittorie militari sembrano incontestabili, appare altrettanto vero che queste non procedono di pari passo con una adeguata operazione di miglioramento delle condizioni sociali della popolazione che ha subito la sovranità dello Stato islamico e quindi con una migliore percezione del governo irakeno. Si deve ricordare, a questo proposito, che lo stato irakeno è retto dagli sciiti, che sono la minoranza nel paese, e che, per questa ragione, devono conquistare la fiducia delle zone sunnite; sebbene la soluzione migliore sarebbe una divisione del potere centrale, in attesa di questa possibilità, l’esecutivo di Bagdad dovrebbe puntare grandi investimenti sulla ricostruzione, in special modo sulle infrastrutture come ospedali, scuole e vie di comunicazione, in modo da dimostrare in modo tangibile l’attenzione verso la parte sunnita del paese. Senza questa politica il rischio è di vedere vanificato lo sforzo militare perchè non sostenuto da un adeguato coinvolgimento della popolazione e quindi capace di favorire nuovi terreni di coltura per il terrorismo.