Le ripercussioni dell’aumento dell’uso dei robot sui paesi poveri

Il futuro dell’industria sembra essere sempre più orientato verso un impiego più massiccio di robot; l’opinione pubblica occidentale si interroga, giustamente, sulla riduzione dei posti di lavoro, in un contesto già pesantemente segnato dalla crisi economica. Le misure proposte, per non innescare conseguenze negative sociali ed economiche, capaci di deprimere sia i mercati interni, che esterni, sono le più diverse. Si va dall’introduzione di un salario di cittadinanza, in grado di compensare la perdita dei salari, fino alla tassazione dei robot per finanziare il sostegno dei lavoratori espulsi dai processi industriali influenzati dall’automazione più elevata. Si tratta di uno scenario contraddistinto da profonda preoccupazione, sopratutto per le sue implicazioni sociali, in grado di alterare gli equilibri dei settori produttivi ed il sistema economico. Tuttavia una possibile conseguenza non ancora del tutto indagata a fondo è quella che riguarda le ricadute nei paesi dove il costo della forza lavoro è basso e non si hanno competenze elevate da rivendere sul mercato del lavoro. Si tratta di paesi del terzo e quarto mondo dove sono state esportate lavorazioni di grandi quantità ma di poco pregio. Risulta abbastanza agevole pronosticare che il lavoro robotizzato avrà un costo inferiore anche della manodopera con il costo più basso, inoltre produrre vicino alle aree di vendita, farà diminuire i costi del trasporto ed una vicinanza con i lavoratori del settore più qualificati, aumenterà le economie di scala delle industrie interessate dal processo produttivo. Questo schema si può applicare a qualsiasi settore merceologico, ma sopratutto a quelle merci destinate ai mercati più ricchi: quelli occidentali. Si capisce molto bene che le conseguenze per i paesi poveri, che non hanno altro da offrire al mercato globalizzato, che non la loro manodopera a basso costo, vedranno, molto probabilmente, diminuire i loro introiti, ed anche nel caso della presenza di uno sviluppo  industriale di partenza, non si potrebbe arrivare a competere con le industrie occidentali. Se si prende in considerazione la possibile, ma non certa, introduzione di una tassa sulle macchine, in rapporto al lavoro umano diminuito, questo introito fiscale, da destinare alla redistribuzione in favore della forza lavoro espulsa dal processo produttivo, non può che essere immaginata nella nazione in cui vengono impiantati i robot; quindi non si può pensare alcun indennizzo per la forza lavoro a basso costo, presente nei paesi poveri, sostituita dai robot impiantati negli stati di appartenenza delle fabbriche interessate al fenomeno. La contrazione delle possibilità di impiego potrà avere delle ripercussioni direttte sugli assetti dei tessuti sociali dei paesi poveri, andando ad incrementare il fenomeno migratorio nella parte avente come causa i motivi economici. L’aumento potrebbe essere consistente e di difficile gestione e potrebbe interessare non solo i paesi europei, ma anche tutte quelle nazioni che hanno intrapreso un percorso che riguarda l’aumento dei propri standard produttivi, sostenuti, sia dalla presenza di un retroterra culturale capace di favorire il passaggio al lavoro automatizzato, sia dalla presenza di notevoli capacità di liquidità finanziaria, in grado di sostenere i costi e gli investimenti necessari a dotare la propria infrastruttura industriale di una automazione maggiore. Quindi non solo l’Europa, ma anche i paesi come la Cina, che hanno superato la fase di fornitori di manodopera a basso costo, dovranno pensare in quale modo affrontare l’emergenza migratoria per cause economiche. La scelta potrà andare in due direzioni: la prima, è quella di favorire la crescita di mercati in grado di assorbire le merci prodotte dalle macchine, mentre la seconda è quella di opporre un rifiuto al fenomeno migratorio, come l’Europa attuale, ma in maniera ancora più incisiva, ed aprire un duro confronto tra paesi ricchi e paesi poveri, con conseguenze pericolose facilmente prevedibili. La prima soluzione implica un impegno diretto, non solo dei governi dei paesi ricchi, ma anche delle industrie che possono individuare delle potenzialità nei nuovi possibili mercati, ma si tratta di conciliare la volontà di investire con le reali possiblità finanziarie, per questo scopo potrebbero essere creati organismi internazionali ad hoc, anche se è si tratterebbe di un processo lungo e difficile, per le condizioni di partenza delle economie dei paesi poveri, che si trovano in situazioni molto arretrate. Certamente in caso di chiusura verso i paesi poveri si verificherebbero delle emergenze molto gravi per i paesi ricchi, come il già citato aumento delle migrazioni, che, se ostacolate, potrebbero produrre fenomeni di avversione ai paesi ricchi in grado di alimentare nuove organizzazioni terroristiche. Il problema dell’incremento dell’automazione, pertanto, non deve essere sottovalutato, ma affrontato in tempo in tutte le sue variabili.

Se gli USA si allontanano dall’Italia (e dall’Europa)

Secondo fonti del partito democratico e di alcuni organi di stampa americani, esisterebbe un concreto pericolo, che l’Italia possa allontanarsi dalla sfera di influenza statunitense, per avvicinarsi in maniera considerevole verso Mosca. Questo timore sarebbe giustificato dall’atteggiamento del presidente Trump, che pare mantenere un certo distacco verso l’Europa ed il paese italiano , in particolare, dove la carica di ambasciatore a Roma è tuttora vacante. Questo fatto rappresenta un segnale preoccupante per la evidente diminuita considerazione, di cui l’Italia sembra essere oggetto dall’amministrazione Trump. Occorre ricordare, che, storicamente, la penisola italiana è sempre stata al centro dell’attenzione di Washington, sia per la sua posizione geografica, anche nell’ambito tattico dell’alleanza atlantica, che per i legami politici obbligati dagli scenari internazionali. Il cambiamento di direzione imposto da Trump alla politica estera americana, pur attenuato dai contrappesi previsti dal sistema politico statunitense, ha allentato i rapporti con l’Europa e, quindi, anche con l’Italia. La Casa Bianca sembra perseguire un piano che vuole dividere i paesi dell’Unione, per ottenere un risultato che provochi una debolezza, sopratutto economica, di Bruxelles: per fare questo Trump non esita a mantenere atteggiamenti scarsamente collaborativi e fortemente critici verso i paesi europei; non è un caso, infatti, che abbia gradito l’uscita della Gran Bretagna, cogliendo in questo fatto soltanto l’angolazione di proprio interesse, consistente nella debolezza intrinseca dell’Unione Europea. Quello che il presidente degli USA non valuta, o non ritiene dannoso per la geopolitica americana, è di provocare un progressivo allontanamento dell’Europa dagli Stati Uniti, che potrebbe generare un nuovo sentimento nel vecchio continente, capace di fare finalmente emergere l’unione come soggetto politico internazionale rilevante, oppure provocare nuovi assetti capaci di alterare gli equilibri presenti. Il problema europeo è che Bruxelles non si è ancora dotata di una politica estera unitaria, così come è assente un forza militare comune, in un quadro generale dove le singole politiche statali sono ancora preponderanti nei confronti del centro. In Francia la sconfitta elettorale della destra ha allontanato il pericolo di una deriva anti europea, in Germania la Merkel appare saldamente al comando del paese e ciò gli permette, tra l’altro, di essere una voce autorevole contro il presidente americano, la Gran Bretagna, pur nel disastro dell’uscita dall’Europa, resta un punto fermo nella politica statunitense, ma l’Italia appare il paese che può più soffrire dell’atteggiamento di Trump. In una fase politica interna particolarmente difficile, contraddistinta da irresponsabilità politiche irragionevoli, che sono trasversali a tutti i partiti presenti sulla scena, il pericolo di un avvicinamento alla Russia si presenta sempre più concreto, sopratutto se a vincere le probabili imminenti elezioni saranno i partiti anti sistema. In queste formazioni politiche la Russia appare un potenziale alleato migliore che gli USA, perchè il modo di amministrare il potere di Putin viene percepito come stabilizzatore dell’ordine interno e protagonista di quello internazionale, interpretato secondo valori ritenuti più affini al sentire comune più tradizionale dei valori europei. Se la contraddizione di ammirare Mosca appare evidente per essere una democrazia incompiuta, con tutto quello che ne comporta, è anche vero che il vuoto che gli USA stanno lasciando può essere riempito soltanto con un nuovo soggetto, se l’Unione Europea non è in grado di dominare il proprio destino. Appare chiaro come tutti i difetti che l’infrastruttura politica di Bruxelles contiene al suo interno e che non sono stati affatto corretti, possano favorire degli spostamenti degli equilibri capaci di danneggiare anche l’Europa dal di dentro. Se la preoccupazione dei democratici americani dovesse concretizzarsi vorrebbe, però, dire che l’Italia sarebbe costretta ad affrontare un cambio di direzione epocale, tale da alterare lo status quo del paese, con il pericolo di ripercussioni nell’ambito dell’Unione: una situazione sicuramente da evitare, rinforzando le isitutzioni centrali europee, anche come antidoto a pericolose alterazioni degli scenari internazionali. Se la vicinanza con gli USA è destinata a diventare lontananza non deve essere sostituita con un sostegno di un altro soggetto, ma soltanto con una maggiore consapevolezza delle potenzialità europee, che dovranno essere stimolate con un atteggiamento nuovo dai soci forti dell’Unione; viceversa il declino europeo aprirà a scenari di declino mondiale sui temi dei diritti.

Trump preme sulla Cina per il problema della Corea del Nord

La minaccia alla Corea del Nord ed il severo monito alla Cina, costituiscono una novità nell’azione politica, in materia di esteri, da parte del Presidente statunitense Donald Trump. Quello che traspare è un aumento della preoccupazione americana circa il raggiungimento della capacità di Pyongyang di raggiungere una tecnologia avanzata per quanto riguarda i razzi vettori capaci di trasportare gli ordigni atomici. Questo timore, unito alla paura della capacità nordcoreana di avere quasi raggiunto una alta capacità dello sviluppo della tecnologia nucleare militare, compresa quella di miniaturizzare gli ordigni, per consentirne una più agevole collocazione sui missili balistici ed una, conseguente, maggiore facilità di trasporto, iniziano a preoccupare in maniera tangibile la Casa Bianca. La presidenza di Obama era contraddistinta, su questo argomento, da una condotta che mirava a scoraggiare Pyongyang a perseguire la politica degli armamenti nucleari, attraverso l’uso delle sanzioni: ciò era dovuto, almeno in parte, anche alla convinzione che la Corea del Nord, pur non essendo da sottovalutare, fosse ancora lontana dal raggiungimento di un livello tale della propria capacità nucleare applicata al settore militare, tale da impensierire in maniera concreta gli Stati Uniti ed i suoi alleati regionali. Allo stesso modo la Cina ha tenuto una condotta verso la Corea del Nord, che, seppure di condanna, è sembrata preferire ancora un atteggiamento non troppo severo. Ma gli esperimenti nucleari recenti di Pyongyang, con razzi caduti anche nelle acque territoriali del Giappone hanno alzato il livello di attenzione della nuova amministrazione americana; inoltre fonti di intelligence prevedono come imminente un nuovo test nucleare da parte dei militari di Kim Jong-un. Di fronte a questo scenario Trump sembra volere muoversi in due direzioni contemporanee: la prima non esclude, e forse prevede, un intervento militare diretto contro la Corea del Nord, che continua a minacciare gli Stati Uniti in modo esplicito attraverso provocazioni dirette, la seconda consiste in esercitare pressioni sulla Cina, in quanto unico alleato dei nord coreani, affinchè il regime di Pyongyang muti il proprio atteggiamento. La prima opzione non è mai stata presa in considerazione seriamente come adesso e costituisce un pericolo potenziale molto elevato perchè contempla un intervento militare americano diretto, e non con modalità di sostegno ad eserciti alleati, dove il rischio di un conflitto atomico è concreto, in un’area del mondo che potrebbe vedere la guerra allargarsi a Corea del Sud, Giappone e, sopratutto, Cina. Per Pechino l’idea di dovere affrontare un conflitto armato, anche in maniera indiretta, è la più sgradita possibile: infatti, malgrado i grandi sforzi finanziari per potenziare le proprie forze armate, la Cina è impegnata a costruire una immagine internazionale basata sul prestigio del dialogo e come punto di riferimento della produzione e del commercio interpretato in ottica globale. Andando sulla questione coreana, in maniera più specifica, una guerra tra Washington e Corea del Nord, non potrebbe che risolversi a favore degli Stati Uniti e le conseguenza prodotte sarebbero l’aumento del flusso dei profughi nordcoreani verso la Cina e l’unificazione delle due Coree in un unico stato, con capitale Seul e sotto l’influsso statunitense. Trump è conscio di questi sviluppi entrambi pericolosi per gli equilibri regionali e contro gli interessi cinesi, quindi a deciso di esercitare una consistente pressione su Pechino, concedendo, però, in cambio di una collaborazione contro il regime nordcoreano, anche una apertura, forse consistente, sulla questione dei dazi che la Casa Bianca vuole imporre alle merci cinesi per ridurre il deficit della bilancia commerciale americana a favore di quella cinese. Si tratta di un approccio delle questioni internazionali che presenta elementi di novità, collegando strettamente temi di sicurezza a fattori economici; la strategia potrebbe rivelarsi vincente perchè rappresenta una via di uscita onorevole e conveniente per Pechino, ma, che, tuttavia, presenta un lato debole piuttosto consistente. Infatti la Cina sarebbe soggetta ai ricatti di Pyongyang, che potrebbe minacciare Pechino di scatenare una guerra con gli USA, per ottenere dai cinesi vantaggi tali da consolidare la dittatura di Kim Jong-un; a quel punto la situazione sarebbe veramente difficile sia per Washington che per Pechino. Al momento Trump si è rivelato abile a trovare una via di dialogo con la Cina, che, in effetti, è l’unico attore internazionale in grado di esercitare pressioni su Pyonyang e che deve risolvere il dilemma, durato troppo a lungo, di sostenere un paese così pericoloso situato direttamente sui propri confini. Sarà interessante vedere quale sarà la determinazione cinese per risolvere il problema ed attraverso quali mezzi e provvedimenti.

La Cina si propone come guida della globalizzazione

La partecipazione della Cina al World Economic Forum di Davos, segnala la volontà del governo di Pechino di porsi come nazione protagonista della globalizzazione, in aperto contrasto con la tendenza protezionista, che dovrebbe caratterizzare il nuovo corso degli Stati Uniti. Sembra di essere di fronte ad una contraddizione in termini: un paese che si definisce comunista diventa il principale promotore della produzione e del mercato senza barriere, mentre quello che è il campione del liberismo, che sarà governato da un esecutivo con una chiara connotazione di destra, sembra rinnegare il libero scambio per favorire, almeno sul proprio territorio, le industrie di nazionalità americana. In realtà questa contraddizione è soltanto superficiale: la Cina è diventata il paradiso degli imprenditori, sia cinesi, che stranieri, assicurando condizioni di lavoro senza garanzie per i lavoratori, con leggi estremamente flessibili a favore di industrie e di imprenditori, attirati anche da un costo del lavoro estremamente basso; l’assenza di norme democratiche a regolare la vita civile e la presenza di un governo forte ed autoritario, hanno garantito una situazione stabile e certa, quindi ottimale per gli investitori ed produttori. Trump ha ottenuto molti voti, probabilmente determinanti per la propria vittoria elettorale, proprio dalla base operaia degli Stati Uniti, una parte della società americana che ha perso potere d’acquisto e lavoro grazie alla delocalizzazione delle industrie, una delle caratteristiche che ha reso vincente la Cina, nel senso di capacità di attrarre le imprese estere sul suo territorio. Nonostante la buona ripresa interna degli Stati Uniti, ottenuta grazie alle misure espansive di Obama, Trump è riuscito a catalizzare il voto della classe operaia bianca con la promessa di riportare le industrie americane più tradizionali, come l’automobile, entro i confini dello stato e di attuare una ferrea protezione delle merci statunitensi attraverso il ripristino di dazi doganali. Quello che sarà da verificare è se la manovra di Trump per ampliare la platea degli occupati non chiederà come contropartita una compressione dei diritti o dei salari dei lavoratori americani. Trump sembra avere una visione della politica basata essenzialmente sull’economia come aspetto principale, a cui sacrificare perfino la linea diplomatica che gli USA hanno storicamente fin qui avuto. Una tale visuale implica che l’avversario principale non sia più la Russia, che non può competere con l’economia americana, ma diventi la Cina, che insidia da tempo il primato americano. Le due concezioni sono diametralmente opposte: la Cina per prosperare, in questa fase storica, ha bisogno della globalizzazione più spinta, mentre Trump individua il protezionismo come fattore di sviluppo dell’economia americana. Pechino può sfruttare questa tendenza alla chiusura di Trump, che sembra avere l’intenzione di diminuire l’azione geopolitica e geostrategica all’estero degli USA, cercando di accreditarsi come grande potenza. I grandi investimenti nel settore militare, le dimostrazioni di forza nel Mare Cinese, i grandi investimenti in Africa, sono stati i segnali di una volontà di diventare protagonista sulla scena internazionale, tuttavia mitigata dalla caratteristica della politica estera cinese di non intromettersi mai negli affari interni delle altre nazioni, fattore che ne ha impedito un ruolo attivo nelle tante crisi internazionali; ma ciò non è ancora mutato nel comportamento di Pechino, piuttosto il governo cinese preferisce adottare metodi più morbidi, come quello di partecipare al forum di Davos. Se l’America si ritira nei propri confini, conquistare sempre di più l’Europa diventa fondamentale perchè resta il mercato più ricco. Perchè questa conquista sia effettiva occorre che la Cina trovi una assonanza sempre maggiore con le grandi istituzioni finanziarie e la grande industria europea, cercando un terreno comune di intesa, sia sulle regole, che sulla disponibilità ad investire. Per la Cina ciò è obbligatorio per fare crescere il proprio mercato interno e cercare di risolvere il grande debito degli enti locali, che grava, in ultima istanza, sul governo centrale. Ma queste appaiono questioni di secondaria importanza se paragonate al conflitto potenziale che gli USA di Trump hanno più volte minacciato di fare scoppiare contro un’economia che ritengono condotta con mezzi, per lo meno, sleali, come l’eccessiva svalutazione della valuta cinese. Il confronto tra le due economie sembra essere destinato a salire di grado per andare su di un livello politico, con conseguenze tutte da prevedere.

La Cina esibisce la sua forza militare per il predominio della regione del Pacifico orientale

La regione del Pacifico orientale si conferma al centro degli avvenimenti di questo inizio anno. Non c’è, infatti, soltanto il problema nordcoreano, ma si delinea in maniera sempre più rilevante l’atteggiamento cinese. Pechino considera il Mare Cinese, sia quello orientale, che quello meridionale, come una zona di propria pertinenza: un’analogia potrebbe essere l’ambizione che la Russia nutre per le zone a lei immediatemente contigue ad occidente e che facevano parte dell’impero sovietico. Per la Cina non vi è questo precedente, ma le ambizioni della superpotenza individuano come regione di propria pertinenza sopratutto le acque del mare cinese in ottica economica e geopolitica. Non per niente uno dei punti che Obama riteneva fondamentali per la propria politica estera, nell’interesse funzionale alla sua visione degli interessi statunitensi, era proprio il presidio, anche militare, di questo mare, per la salvaguardia degli alleati storici, come il Giappone e la Corea del Sud e l’espansione dell’influenza americana verso altri stati come il Vietnam, per contenere l’espansionismo di Pechino. L’amministrazione uscente della Casa Bianca voleva fare di più in questo senso, ma ha dovuto destinare molte risorse per la sopravvenuta emergenza dello Stato islamico e della situazione mediorientale. Nel momento di transizione del passaggio dei poteri tra Obama e Trump, la Cina ha deciso di dare una ampia dimostrazione della propria forza militare, per dare un chiaro segnale delle proprie intenzioni alla comunità internazionale ed al nuovo presidente degli Stati Uniti. L’intenzione di Pechino è quella di ribadire la funzione che si è assegnata come principale potenza nella regione dell’oceano Pacifico orientale. Pechino ha usato gli aerei militari per intimidire la Corea del Sud ed il Giappone, un mezzo che anche per la Russia di Putin è consueto: nei confronti di Seul sarebbe stato violato lo spazio aereo del paese, in corrispondenza dello stretto di mare che separa la Corea del Sud dal Giappone. In realtà queste, che Pechino definisce normali esercitazioni militari, si sarebbero verificate già numerose volte, sopratutto da quando Seul ha esteso il proprio spazio di identificazione aereo per ricomprendere un’isola contesa con Pechino e, proprio a seguito della decisione cinese di estendere lo spazio aereo di propria pertinenza. Come ogni volta che si verificano questi sconfinamenti la Corea del Sud fa alzare in volo i propri aerei militari, si creano, così, concrete possibilità che si verifichino incidenti, preludio a conseguenze molto pericolose. Nei confronti del Giappone non si è verificata l’invasione dello spazio aereo, ma gli aerei militari cinesi hanno volato molto vicino al confine e sono stati controllati direttamente dalle forze aeree nipponiche. Casi di questo genere si stanno intensificando troppo ed i rischi di uno scontro militare, che può avvenire anche per errore, si stanno facendo sempre più concreti. Nello stesso tempo mezzi navali di sono avvicinati a Taiwan, che la Cina considera un’isola ribelle e che Trump ha affermato, nei giorni scorsi, di non essere competenza della Cina. Questo aspetto sembra essere proprio un avvertimento al nuovo presidente degli Stati Uniti, che ha da subito individuato la Cina come l’avversario principale, ed ha manifestato la sua vicinanza a Taiwan, peraltro immediatemente ricambiata dalle autorità di Formosa. Contemporaneamente alle azioni militari nei mari della regione del Pacifico orientale, Pechino ha pubblicato una sorta di programma sulla cooperazione e la sicurezza della zona, incentrato sulla influenza cinese e sul rifiuto di intromissione di altre potenze, che comprende l’avvertimento contro azioni provocatorie contro la sovranità cinese, che saranno oggetto di ritorsione, ed il richiamo sia agli stati più piccoli, che alle medie potenze, di evitare di schierarsi in eventuali contese. Si comprende come l’ammonimento sia diretto a quei paesi, come il Vietnam, che schierandosi con gli USA hanno infranto la volontà di egemonia di Pechino. Ancora una volta sarà interessante verificare come Trump vorrà comportarsi di fronte a queste, che paiono intimidazioni, anche in relazione all’importanza delle vie marittime, che solcano questi mari, per il commercio statunitense. Le premesse cinesi rischiano di fare fallire, fin dal principio, la volontà della nuova amministrazione USA di ridurre l’impegno all’estero in favore di un maggiore impegno degli alleati: la minaccia di Pechino non potrà essere affrontata senza il mantenimento del coinvolgimento del Pentagono.

Con Trump presidente sarà possibile l’alleanza tra USA, Russia e Turchia

I rapporti tra Erdogan ed Obama sono ulteriormente peggiorati dopo l’attentato di capodanno, a causa delle accuse del presidente turco all’amministrazione uscente della Casa Bianca di sostenere lo Stato islamico. Non si tratta di nuovi motivi di contrasto, queste accuse non sono recenti, ma il fatto che Erdogan le rilanci in maniera più intensa proprio allo scadere del mandato di Obama, significa che il presidente turco intenda rimarcare le distanze con l’inquilino della Casa Bianca uscente, per ingraziarsi i favori di Trump. La tattica di Erdogan appare chiara: ripianare i conflitti con gli Stati Uniti, anche grazie ai presupposti creati dallo stesso Trump in campagna elettorale, quando nelle sue dichiarazioni, non hai mai nascosto la simpatia per il presidente turco. Per Erdogan è essenziale ristabilire ottime relazioni con Washington, per debellare il pericolo curdo. Per l’amministrazione Obama i curdi sono stati un interlocutore privilegiato, grazie al loro impegno militare contro il califfato prestato direttamente sul terreno, fattore che ha evitato agli USA di schierare il proprio esercito; le relazioni tra i curdi e Washington, nell’era Obama, sono state quindi molto strette e ciò è stato uno dei motivi, non certo l’unico, che hanno contribuito al peggioramento dei rapporti tra la Turchia e gli Stati Uniti. Certamente Obama e tutta la sua amministrazione, non hanno gradito lo scarso rispetto dei diritti e la regressione in senso confessionale del governo di Ankara, diventato sempre meno democratico e se Washington non ha interrotto del tutto i rapporti è stato per l’appartenenza del paese turco all’Alleanza Atlantica. Un ulteriore deterioramento dei rapporti tra i due governi si è verificato in concomitanza del tentato golpe turco, a cui sono seguite reazioni non molto calorose a favore del presidente turco, sia dai paesi europei, che dagli stessi Stati Uniti. Al contrario Trump ha espresso, in campagna elettorale, addirittura dei dubbi sul coinvolgimento della CIA nel golpe turco, riprendendo, dunque, le accuse di Erdogan ad Obama. La cosa non è mai stata provata ma è servita a Trump ad accreditarsi verso il governo di Ankara. Nel frattempo, proprio a seguito del deterioramento dei rapporti tra Turchia ed USA, la Russia si è inserita nel vuoto lasciato da Washington e, malgrado premesse poco favorevoli, come l’abbattimento dell’aereo militare russo da parte della contraerea turca, ha stretto relazioni sempre più importanti con Ankara. Per Mosca l’ottimo andamento della relazioni con la Turchia rappresenta un elemento all’interno di un progetto più ampio, che ha avuto come scopo, per prima cosa, quello di rompere l’isolamento internazionale nel quale era il paese russo e, di conseguenza, tornare a ricoprire un ruolo di primaria importanza nel panorama internazionale. In questo scenario la Siria è un fattore determinante: per la Russia è primaria importanza che il regime di Assad diventi una sorta di alleato dipendente da Mosca, per la Turchia, il ruolo di Assad è fondamentale per evitare il pericolo della nascita di uno stato curdo proprio ai suoi confini. Queste due condizioni erano fortemente negative per Obama, il quale, peraltro, ha fatto ben poco per limitarle, con il risultato che la Russia è tornata ad essere una super potenza. A questo punto bisognerà verificare quale sarà l’atteggiamento di Trump, che, sulpiano dell’impegno degli USA, sembra volere, in definitiva, proseguire quello già iniziato da Obama: un progressivo disimpegno dal ruolo di gendarme mondiale. Tuttavia le premesse dell’azione internazionale di Trump, nei confronti di Russia e Turchia, sembrano volere essere di maggiore empatia, tanto che potrebbe configurarsi uno scenario di totale novità, con i tre paesi attestati su di una linea di concordia e collaborazione. Dove possano portare questi sviluppi è difficile da prevedere, anche se un consolidamento della Turchia nella regione, potrebbe provocare l’emergere di una media potenza con un sostanziale potere, in grado di cercare di imporre le proprie velleità ed andando così ad incrinare i nascenti equilibri. Sul ruolo della Russia si è già detto: per Putin non essere contrastato dalla Casa Bianca è un vantaggio in termini di libertà di movimento, che potrebbe dare vantaggi addirittura insperati per il Cremlino. Il punto è cosa gli USA possano guadagnare da questo possibile scenario; se per Trump è primario l’interesse economico degli Stati Uniti si può pensare ad accordi vantaggiosi proprio in campo economico, ma le conseguenze di una variazione dei rapporti con la Russia potrebbero comportare il costo politico di un peggioramento di quelli con l’Europa, dove gli interessi tedeschi sono ancora predominanti. Per l’amministrazione Trump potrebbe trattarsi di un esercizio di equilibrismo, in un contesto multipolare di difficile gestione, che potrebbe danneggiare gli stessi obiettivi economici che il nuovo presidente si è prefissato.

L’interesse della Russia nelle elezioni statunitensi

La questione delle email della dirigenza del partito democratico, che ha favorito Hillary Clinton alla conquista della nomination per le presidenziali, a danno di Bernie Sanders, assume una valenza che oltrepassa il dibattito interno alla formazione politica americana ed alla stessa politica interna statunitense, per assumere una importanza internazionale. Secondo alcune fonti, infatti, sarebbero stati hacker russi a reperire le mail, per influire sul risultato finale a favore di Trump. La scoperta delle mail ha evidenziato la divisione del partito democratico e gli stessi appelli di Sanders affinché i suoi sostenitori esprimano il proprio voto a favore della Clinton sono stati salutati con fischi di disapprovazione. Esisterebbero dei sondaggi che ritengono molto probabile che un numero consistente dei sostenitori di Sanders preferisca l’elezione di Trump a quella della Clinton, evidenziando il fatto come gli elettori di Trump e di Sanders siano più vicini di quello che si pensi e comunque lontani dalle rispettive linee dei dirigenti dei propri partiti. I disaccordi in casa democratica non sono sfuggiti alla Russia, che per i suoi obiettivi è più interessata, anche se in un certo senso in modo paradossale, che il risultato elettorale definitivo sia in favore di Trump. Le intenzioni del candidato repubblicano, infatti, appaiono più funzionali agli interessi internazionali di Mosca, che in caso di elezione della Clinton, vedrebbe una continuazione della politica di Obama, fondata sulla centralità dell’Alleanza Atlantica. La visione di Trump, essenzialmente più centrata sull’economia e quindi sul risparmio di quelli che il miliardario ritiene investimenti ad esclusivo favore di paesi esteri, prevede un sostanziale ridimensionamento dell’impegno statunitense nell’Alleanza Atlantica. Trump ha espressamente dichiarato che in caso di attacco russo ai paesi baltici, gli USA potrebbero non intervenire, perchè queste nazioni sono abbastanza ricche per difendersi da sole. In altre occasioni il candidato repubblicano ha rinfacciato agli altri membri dell’Alleanza Atlantica di non impegnarsi in maniera adeguata nell’attività dell’organizzazione, sia dal punto di vista economico, che militare. Questi rilievi non sono nuovi, lo stesso Obama ha più volte sottolineato la cosa, senza mai, però, minacciare un disimpegno statunitense, anche perchè gli obiettivi geopolitici dell’Alleanza Atlantica coincidono proprio con gli obiettivi in politica estera di Washington. D’altro canto il potere del presidente degli Stati Uniti d’America non gli consente di disattendere i trattati internazionali, tuttavia è evidente che un atteggiamento ostile verso una attività militare, che richiede comunque ingenti finanziamenti e che necessita di uno sforzo diplomatico notevole, può subire dei rallentamenti, decisivi per fermare un apparato che ha bisogno sempre più spesso di decisioni veloci. Di questo scenario si avvantaggerebbe sicuramente il Cremlino, che potrebbe portare avanti il suo piano per estendere la sua influenza sui paesi precedentemente appartenenti all’area sovietica, senza un contrasto efficace. Bisogna però dire che uno sviluppo del genere andrebbe a contraddire uno dei punti del programma, seppure non troppo chiaro, di Trump, che cerca di fare leva sul patriottismo americano e sul rilancio degli USA come potenza mondiale, il cui ruolo è stato ridimensionato dall’amministrazione Obama. Certamente per un paese rivale, come può essere la Russia, gli Usa sarebbero indeboliti da una presidenza Trump, inesperta di problematiche internazionali, rispetto alla possibilità che Hillary Clinton ricoprisse la massima carica americana, dati i propri trascorsi da Segretario di stato. La linea del disimpegno con gli alleati degli USA da parte di Trump, non riguarda soltanto i paesi europei e l’Alleanza Atlantica, ma anche nazioni ritenute fino ad ora di primaria importanza per gli Stati Uniti, come il Giappone. Nonostante la centralità dei mari asiatici nella politica statunitense, sopratutto in ottica di contenimento della Cina, il candidato miliardario ha esortato Tokyo a dotarsi della bomba atomica per difendersi dalla Corea del Nord e dalla stessa Cina, andando così ad incoraggiare la proliferazione nucleare. Si comprende come cercare di favorire Trump, a danno della Clinton, sia per la Russia un fattore strategico nell’evoluzione della propria politica internazionale: avere come controparte una persona come Trump favorirebbe Putin, politico molto più esperto, nel progetto di ridare alla Russia quella dimensione di superpotenza globale, perduta con la caduta dell’Unione Sovietica e non ancora riconquistata proprio per il contrasto degli USA.

Il Forum Economico Mondiale prevede la perdita di cinque milioni di posti di lavoro entro il 2020

Una previsione del Forum Economico Mondiale annuncia che entro il 2020 potrebbe registrarsi una perdita di posti lavoro, nel mondo, quantificabile in circa cinque milioni di unità a livello globale. Si tratta di una previsione che tiene conto dell’impatto che causeranno i cambiamenti tecnologici, improntati ad una maggiore automazione del lavoro, anche con l’impiego di sistemi robotizzati in grado di sostituire l’uomo in quasi tutte le fasi delle lavorazioni industriali, uniti ad una digitalizzazione sempre più crescente, che può favorire la copertura anche di operazioni di controllo e remotizzazione del lavoro, spostando diversi compiti dall’uomo ai computer. La stima prevede una perdita complessiva di sette milioni di posti lavoro, compensata dalla creazione di due milioni di nuove professioni, insufficienti però a coprire tutto il fabbisogno occupazionale. Il crescente impiego delle macchine, sostenuto da progressi tecnologici sempre più veloci, ma, nel contempo, capaci di contenere i costi di produzione e di sviluppo, interesserà, verosimilmente, tutte le aree produttive e le aree geografiche, seppure in maniera non uniforme. Paradossalmente negli stati più arretrati, senza la presenza di una adeguata industrializzazione, questi effetti potranno essere più contenuti, rispetto a zone di grande impiego nella manifattura, caratterizzate anche dalla presenza di manodopera a basso costo. In futuro il costo del lavoro inciderà ancora di più nelle lavorazioni di bassa specializzazione, una tendenza che già si registra con delocalizzazioni da paesi che si sono imposti precedentemente proprio per il basso costo del lavoro, verso altri capaci di offrire condizioni salariali ancora più vantaggiose per le aziende. Risulta chiaro che l’impiego di macchinari capaci di una maggiore automazione abbatte i costi della formazione e delle assenze dei lavoratori e può offrire, sopratutto per lavorazioni fortemente seriali, performance produttive più alte, con una riduzione notevole degli scarti di lavorazione. Tuttavia anche in produzioni di qualità più elevata il rischio di una drastica riduzione dei posti di lavoro appare consistente, se, come sembra, ad essere interessate saranno le attività legate a settori come finanza, sanità ed energia. La previsione arriva in un momento nel quale poteva concretizzarsi l’uscita dalla crisi economica mondiale, che ha visto la contrazione dei redditi e dei consumi, anche nei paesi più ricchi, con l’aumento notevole delle diseguaglianze tra i ceti più ricchi e quelli più poveri, che ha coinvolto, con una discesa verso il basso il ceto medio, sempre più compresso verso standard più bassi. Non si può non valutare gli effetti che si avrebbero se questa previsione dovesse avverarsi, anche solo in parte. Per prima cosa si registrerebbe un aumento delle migrazioni per motivi economici dal sud al nord del mondo, migrazioni, che però, avrebbero poca possibilità di riuscita per una sempre maggiore chiusura dei cosidetti paesi ricchi, attanagliati da una crisi profonda, capace di scatenare pericolosi contrasti capaci di alterare i già precari equilibri interni. D’altro canto con una forza lavoro così drasticamente ridotta anche i mercati interni dei singoli paesi non potranno che registrare una compressione tale dei consumi, capace di avere ripercussioni importanti sulle produzioni, anche quelle basate sull’automazione. La prima misura da prendere, sia a livello internazionale, che nazionale, è quella di incrementare la formazione, che oltre ad essere una prevenzione alla disoccupazione, potrà diventare un settore in crescita per numero di occupati. Occorre puntare sulle specificità di ogni nazione ed aumentare la preparazione scientifica, senza però tralasciare la valorizzazione della cultura, inserita in un contesto di produzione economica; dovrà, poi, essere attuata una profonda trasformazione sociale del tessuto produttivo con un minore orario di lavoro, a cui dovrà corrispondere un abbassamento della tassazione per avere il duplice effetto di allargare la platea degli occupati e mantenere il livello delle entrate fiscali dello stato; su questo fattore deve essere posta particolare attenzione, perchè i redditi da lavoro dipendente garantiscono le entrate sicure per il funzionamento. Gli stati più avanzati devono pensare anche ad incentivi per le produzioni ed il lavoro altamente specializzato, per scongiurare l’eccessiva automazione, favorendo una economia basata su produzioni e prestazioni di livello medio alto, ma accessibili ad una platea maggiore così da giustificarne un incremento di vendita tale da garantire una maggiore occupazione. Lo scenario previsto riguarda un andamento che si verificherà su un periodo di medio breve periodo, che non consente una programmazione di lungo termine, ma impone una urgenza tale da cercare al più presto soluzioni capaci di scongiurarlo o, almeno di limitarne gli effetti. In caso contrario una massa così grande di disoccupati potrebbe alterare gli equilibri e la coesione sociale e politica in più di uno stato. Proprio per questo motivo le soluzioni vanno ricercate oltre i confini dei singoli stati o associazioni di nazioni, ma nella globalità di tutti gli attori mondiali con sovranità, per scongiurare altri fattori in grado di mettere in pericolo la pace mondiale.

Arabia Saudita ed Israele possibili alleati in un prossimo futuro

Arabia Saudita ed Israele sono due nazioni divise dalla questione palestinese e non intrattengono rapporti diplomatici formali, tuttavia fin dall’inizio delle primavere arabe, che hanno portato alla destabilizzazione della regione e, soprattutto, in concomitanza con la fine dell’isolamento del paese iraniano, nemico comune per differenze di vedute geopolitiche e religiose e per via dell’acquisizione della tecnologia nucleare, che rappresenta una fonte comune di forte preoccupazione, si sono progressivamente avvicinate, prima in modo indiretto ed ora con incontri segreti. Entrambi i paesi, al momento hanno tutto l’interesse per non rendere pubblici gli incontri, al questione palestinese è ancora al centro dei sentimenti delle popolazioni arabe, che considerano il paese israeliano il nemico comune, per cui un rapporto reso pubblico, tra Tel Aviv e Riyadh, potrebbe pregiudicare, a livello di percezione, il ruolo guida dei paesi sunniti che l’Arabia Saudita cerca, sempre di più, di ricoprire. Ma le esigenze convergenti in politica estera stanno avvicinando sempre più i due paesi. Il problema comune principale è costituito dalla questione iraniana: il peso sempre crescente dell’influenza nella regione di Teheran non è gradito in eguale misura dai due stati ed una possibile alleanza, soprattutto in ottica militare, potrebbe essere più vicina di quanto pronosticabile. Israele ha più volte minacciato di bombardare i siti iraniani, per privare il paese della tecnologia in grado di permettergli di arrivare alla bomba nucleare, mentre l’Arabia Saudita, contrapposta all’Iran dalla storica rivalità religiosa, è arrivata a progettare l’acquisto di un ordigno atomico già pronto dal Pakistan, per anticipare Teheran, in vista di un possibile equilibrio del terrore in versione islamica. Un ulteriore aspetto accomuna i due paesi: l’attuale difficile rapporto con gli Stati Uniti, che rappresentano, per entrambi il maggiore alleato. L’intenzione di Obama di portare fuori dall’isolamento l’Iran, per regolamentare il suo accesso alla tecnologia nucleare, seppure per scopi civili, ha prodotto un progressivo allontanamento dall’amministrazione americana da parte di Riyadh e Tel Aviv, che ha prodotto posizioni molto critiche verso Washington, determinando scenari di tensione di difficile gestione in concomitanza con l’emergenza della questione dello Stato islamico. La necessità determinata dall’allontanamento dagli Stati Uniti ha generato la necessità di sviluppare una sorta di diplomazia segreta, che possa aprire la strada per una collaborazione ufficiale; ciò non è al momento possibile per le differenze esistenti accumulate negli anni, ma che le comuni esigenze potrebbero favorire ed accelerare anche in tempi, tutto sommato brevi. In quest’ottica la definizione della questione palestinese, riportata alla ribalta dell’agenda politica israeliana, rappresenta l’ostacolo maggiore, risolto il quale la collaborazione tra i due paesi non avrebbe difficoltà a concretizzarsi in maniera ufficiale. Potrebbe così spiegarsi, con motivazioni di ordine internazionale, ma non mondiale, bensì funzionale agli assetti regionali, il cambiamento repentino di posizione di Benjamin Netanyahu, che in campagna elettorale scartava la soluzione dei due stati, per poi riproporla una volta eletto. La creazione dello Stato di Palestina, potrebbe fare cadere diverse pregiudiziali dai paesi arabi verso Israele ed aprire ad alleanze, accettate anche dalla società civile sunnita, in chiave anti iraniana. Un ulteriore aspetto, da non trascurare, è la sintonia che unisce Tel Aviv e Riyadh nell’avversione dei movimenti quali i Fratelli Musulmani e la vicinanza con il governo militare egiziano. Infine sulla questione siriana, Netanyahu non ha mai nascosto che la convivenza tacita con Assad garantiva ad Israele una certa tranquillità sul confine dei due paesi, tuttavia la possibile eliminazione dal paese siriano del movimento Hezbollah e la fuoriuscita di Damasco dall’orbita di influenza iraniana, anche a favore di un governo sunnita moderato, come sostenuto dall’Arabia Saudita, rappresenta una ulteriore convergenza non da poco per una evoluzione positiva dei rapporti tra i due paesi.

Gli errori di Obama lo hanno condotto all’attuale situazione

Obama si trova ora ad affrontare una situazione molto grave in medio oriente, creata anche grazie alla sua mancanza di decisione nei confronti della questione siriana. La volontà di non entrare in un conflitto difficile e sostanzialmente non appoggiato dai propri alleati, soprattutto quelli europei, ha partorito l’idea della distruzione delle armi chimiche del regime di Damasco, come contro partita per non intervenire nel conflitto. La titubanza della Casa Bianca, impaurita di trovarsi in una replica dell’Afghanistan e dell’Iraq, benché comprensibile, ha generato un atteggiamento poco lungimirante, i cui effetti negativi si vedono oggi, con la crescita del califfato e l’obbligo di guidare, attraverso estenuanti trattative diplomatiche, una coalizione nella quale gli USA saranno comunque al comando e dovranno impiegare i propri mezzi militari per l’intervento. Non pochi analisti avevano prospettato un futuro difficile quando gli Stati Uniti avevano scelto una posizione di secondo piano nella contesa siriana. Un intervento risolutivo al momento giusto avrebbe eliminato il regime di Assad e, soprattutto, impedito la nascita dello Stato Islamico. La resistenza all’intervento ha provocato il raffreddamento dei rapporti con gli stati del Golfo, che sono usciti dal controllo americano e, per perseguire interessi propri, la supremazia sull’Iran, hanno finanziato le parti dell’opposizione a Damasco da cui si è formato lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Deve essere anche detto che i mancati aiuti all’opposizione democratica hanno favorito l’iniziale alleanza di questi gruppi con le parti più estremiste, questi accordi, presto naufragati, hanno dato il via a lotte intestine in seno all’opposizione siriana, che non hanno fatto altro che favorire la permanenza al potere, seppure su di un territorio ridotto, di Assad. L’attuale situazione è che la il dittatore di Damasco può venirsi a trovare in una posizione utile a Washington, in funzione anti Stato islamico, ma che questa necessità lo legittimi, quale capo di stato, di fronte al panorama mondiale. Alla luce di questi sviluppi risulta incomprensibile come gli Stati Uniti siano rimasti sostanzialmente inattivi mentre la tragedia siriana andava sviluppandosi. Non è sufficiente lo spauracchio russo, mentre la Siria potrebbe essere stata sacrificata al dialogo con Teheran, tuttavia, nessuna analisi avrebbe potuto prevedere l’attuale sviluppo militare ed economico dello stato islamico. Non che questa sia una scusante per Obama ed i suoi collaboratori: la mancanza di una lungimiranza in politica estera costituisce una grave colpa per chi ambisce a restare la prima potenza mondiale. A parziale scusante dell’amministrazione della Casa Bianca deve essere però considerata la grave congiuntura economica ed una opposizione interna che non ha mai del tutto compreso la portata degli eventi e la conseguente collaborazione con il governo in carica. Deve poi essere considerata una visuale ancora più ampia, la frammentazione del potere mondiale, non ha creato potenze nazionali capaci di svolgere il ruolo che gli USA hanno interpretato fino ad ora: la Cina è un gigante economico, ma politicamente si è chiamata fuori in osservanza della propria dottrina del non intervento, che non può costituire una azione degna di una potenza mondiale; la Russia, malgrado le intenzioni di Putin, rimane una grande potenza regionale, la UE è troppo divisa per essere considerata una forza globale, anche solo a livello politico. In questo panorama gli USA, però, non sono affatto cresciuti. Malgrado gli sforzi di Obama per affrancarsi dall’idea di una potenza imperialista, gli USA hanno dato l’impressione di chiudersi in se stessi, non assolvendo più i compiti che si erano auto assegnati. Ma gli errori non sono stati soltanto di natura concettuale: la pessima gestione della questione irakena ha contribuito non poco alla destabilizzazione del medio oriente e c’è da augurarsi che ciò non si ripeta in Afghanistan, dove potenzialmente, potrebbe crearsi un nuovo stato islamico questa volta soltanto più ad est. Per rimediare agli errori fatti Obama ha intensificato l’azione politico diplomatica del proprio Segretario di stato, che ha tessuto una trama fitta di contatti che potranno portare a sviluppi interessanti, tuttavia, questa scelta contrasta con il carattere di urgenza che impone la risoluzione del conflitto del califfato. L’emergenza umanitaria creata suscita apprensione come la potenziale attrattiva di nuove reclute per il terrorismo islamico, che il califfato sta esercitando su giovani musulmani provenienti da tutto il mondo e che costituiranno, una volta rientrati in patria degli ordigni umani potenziali, obbliga, tra le altre ragioni, a soluzioni che appaiono già troppo in ritardo. Occorre che Obama, in questa fase del suo mandato presidenziale, assuma un carattere più decisionista, anche a costo di andare contro la propria opinione pubblica ed i propri elettori, si tratta di un investimento per non essere ricordato come un presidente mediocre in politica estera.