Schulz sarà il candidato dei socialdemocratici contro la Merkel

Il congresso del partito socialdemocratico tedesco ha eletto, con i voti del 100% dei delegati, Martin Schulz come proprio presidente e, contemporaneamente, anche come candidato alle prossime elezioni tedesche del 24 settembre, quale principale avversario di Angela Merkel. Il merito di Schulz è di avere saputo rivitalizzare l’entusiasmo attorno alla formazione politica di centro sinistra, troppo schiacciata nella sua azione dalla tendenza del governo di grande coalizione, che ha praticato politiche prevalentemente conservatrici. Pur garantendo una preziosa stabilità per il paese, l’esecutivo guidato dalla Merkel non ha certo suscitato un appoggio convinto dalla base del partito socialdemocratico, che si è, piuttosto, dovuta adeguare in modo obbligato ad una alleanza senza alternative, ma, contro la natura stessa del partito. L’approccio di Schulz ai problemi tedeschi è senz’altro meno conservatore e più slegato dalle logiche economiche, che hanno condizionato i mandati della cancelliera Merkel; questo fattore potrebbe risultare determinante per la mobilitazione elettorale anche nei confronti di chi, pur socialdemocratico, si è astenuto dalle ultime competizioni elettorali perchè non condivideva la logica della grande coalizione. Con Schulz in campo il partito di centrosinistra si è avvicinato ai cristiano democratici in maniera veloce, arrivando soltanto ad un punto percentuale di distanza dalla formazione della Merkel, secondo gli ultimi sondaggi. Come hanno annunciato alcuni analisti, siamo di fronte ad un vero e proprio effetto Schulz sulla politica tedesca. Tuttavia le elezioni sono ancora relativamente lontane e non è detto che il voto finale non ripeta la necessità di una nuova grande coalizione per guidare il paese; ma questa volta la presenza dell’ex Presidente del parlamento europeo dovrebbe imprimere comunque un cambiamento nell’atteggiamento tedesco nei confronti dell’Unione Europea, recependo quelle istanze di maggiore equità sociale, che sono più volte state sacrificate in nome del rigore finanziario. Questo punto è stato la forza, ma anche la debolezza della Merkel, che non ha saputo trovare alternative valide in grado di conciliare la rigidità finanziaria con la necessità di sviluppo degli altri paesi, contribuendo in modo sostanziale all’espansione dei movimenti populisti ed anti europei. La proclamazione di Schulz, come presidente del partito, eletto in maniera così netta, cosa mai accaduta in Germania nel secondo dopoguerra, dimostra la volontà, che sembra essere anche una necessità, che una parte consistente del popolo tedesco sta dimostrando per un cambio di direzione della politica, sia interna, che europea. La candidatura di Schulz deve essere letta anche in questo modo: un uomo politico convinto della necessità di un forte ruolo dell’Europa nel mondo, ma sopratutto al suo interno, intendendo cioè Bruxelles come fattore di sviluppo ed argine alle progressive diseguaglianze che una interpretazione funzionale alla finanza ed alla economia intese come fini e non come mezzi ha prodotto, creando l’attuale disaffezione verso l’unione. Risulta significativo che questo cambio di rotta avvenga in Germania, che di fatto è la nazione guida dell’Europa, il paese il cui governo ha finora imposto una visione restrittiva dell’unione europea, come ferreo controllore dei vincoli di bilancio. Questa politica è risultata funzionale agli interessi tedeschi, che, ad esempio, non hanno mai accettato di investire il proprio surplus finanziario, contribuendo a creare scompensi nei bilanci degli altri stati; per Schulz l’elemento della solidarietà tra i paesi europei è sempre stato fondamentale e determinante e la sua appliczione potrà essere utile anche al paese tedesco, se saprà investire in modo oculato il suo surplus finanziario, in modo da abbattere i propri problemi sociali interni, dovuti ad un mercato del lavoro bloccato. Dal punto di vista europeo investire negli altri paesi dell’unione ed anche fuori potrà dare alla Germania quella autorità politica che finora è mancata perchè troppo legata all’aspetto finanziario, solo un lato delle tante sfacettature che devono comporre il prestigio di un paese ambizioso. Certamente Schulz non potrà risolvere da solo, se arriverà alla guida del paese tedesco, tutti i problemi europei, ma sicuramente sarà capace di dare l’impulso necessario per migliorarne la situazione generale.

Dopo Gaza, riprende l’attività di Abu Mazen per la nascita dello stato palestinese

Abu Mazen rinforza la sua posizione di leader più importante dei palestinesi, rivendicando le frontiere con Israele fissate negli accordi del 1967, per la creazione dello stato della Palestina e riaprendo un dibattito, che mette in difficoltà Netanyahu. Il primo ministro israeliano ha rifiutato l’ipotesi di un confronto sulla base della delimitazione fissata nel 1967, adducendo la scusa della sicurezza nazionale e dell’indivisibilità di Gerusalemme come unica capitale dello stato di Israele. In realtà nei trattati a cui fa riferimento Abu Mazen, la parte est della città di Gerusalemme doveva essere assegnata ai palestinesi per diventare la loro capitale. La presa di posizione di Netanyahu, sui confini nazionali, rivela la debolezza del premier israeliano, che ha visto scendere il suo gradimento dopo il conflitto di Gaza, per ragioni opposte: da un lato la sinistra, che temeva l’interruzione del rapporto con i palestinesi, dall’altro la destra per avere negoziato con Hamas il cessate il fuoco; il governo israeliano conta molto sull’appoggio popolare a favore degli insediamenti e riconoscere le istanze palestinesi abbasserebbe ulteriormente il consenso. La mossa di Abu Mazen, però obbliga il governo di Tel Aviv ad un incontro con i negoziatori statunitensi, che non vedono altra soluzione che quella dei due stati per chiudere la questione tra israeliani e palestinesi; questo anche a causa dell’invio di emissari palestinesi direttamente a Washington per sollecitare la ripresa delle trattative. L’intenzione è quella di fissare un calendario del processo di costituzione dello stato palestinese, senza dare modo al governo di Israele di rimandare la questione. Il punto è centrale perché ha costituito il principale fondamento della tattica di Netanyahu relativamente al processo di pace ed è stato fonte di scontro più volte con la Casa Bianca. Abu Mazen, che conosce questi dettagli, si trova così allineato al volere di Kerry, che ha spinto più volte per fissare scadenze certe per chiudere la contesa. Il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese è anche conscio del pessimo livello dei rapporti tra Washington e Tel Aviv, che potrebbero registrare un ulteriore abbassamento, nel caso in cui Netanyahu continuasse a persistere nel suo atteggiamento di chiusura verso le trattative per la nascita dello stato palestinese. In questo momento è interesse maggiore di Israele affinché i rapporti con gli USA non subiscano peggioramenti, piuttosto che il contrario, data la preoccupazione crescente dell’amministrazione Obama verso le questioni del califfato e dell’Ucraina. Abu Mazen punta a forzare i tempi in un momento nel quale la debolezza delle relazioni tra Israele e Stati Uniti, permette di sfruttare a vantaggio dei palestinesi la propensione della Casa Bianca alla definizione della questione. Per rafforzare la propria posizione in patria ed all’estero Abu Mazen non ha mancato di criticare pesantemente l’operato di Hamas, che ha firmato una tregua che poteva siglare molto prima, risparmiando morti e sofferenze al popolo della Striscia. Si tratta di una sconfessione completa dell’operato del gruppo islamico, come, peraltro già avvenuto durante le trattative di pace. L’azione di Hamas, ha affermato il capo dell’ANP, ha messo in serio pericolo il processo di costituzione dello stato palestinese e dell’unità nazionale; queste affermazioni hanno lo scopo di screditare Hamas, in un momento in cui molti degli abitanti della striscia di Gaza mostrano di non appoggiare più l’organizzazione che aveva vinto le ultime elezioni. Dalla tragedia di Gaza esce quindi un leader che può portare la sua patria, finalmente alla costituzione della propria entità statale ed un punto di riferimento per le potenze occidentali.

Iran: Saeed Jalili è il favorito nella competizione elettorale

Alla vigilia delle elezioni iraniane, si delinea come favorita la figura di Saeed Jalili, l’uomo che per sei anni ha guidato la delegazione iraniana ai controversi colloqui sul nucleare. Si tratta di una personalità che proviene dalla parte più convinta della rivoluzione islamica e rappresenta il volto più radicale degli otto concorrenti in competizione. Non è azzardato prevedere che con una sua elezione i rapporti con l’Occidente potrebbero diventare ancora più problematici di quelli attuali.
La sua linea di condotta nei negoziati, improntata alla rigida applicazione del sostegno a favore del diritto per l’Iran ad una energia nucleare, contro ogni ingerenza occidentale, gli ha permesso di guadagnare la fiducia della classe dirigente iraniana ed il sostegno dell’organizzazione paramilitare dei Basij, che sono stati fondamentali per la vittoria elettorale del presidente uscente Ahmadinejad. Un altro fattore determinante è rappresentato dalla stretta vicinanza con la guida suprema del paese Ali Khamenei, con il quale ha collaborato in diverse occasioni della sua carriera politica, sviluppando un forte rapporto personale. Secondo alcuni editorialisti americani Jalili sarebbe stato coinvolto nella repressione seguita alle dimostrazioni per la rielezione di Ahmadinejad, avvenuta al termine delle precedenti elezioni del 2009. Gli studi del favorito alle elezioni si sono svolti all’Imam Sadiq University, specializzandosi in Scienze Politiche presso la scuola di formazione dei dirigenti dei Pasdaran e dei Basij, che uniscono corsi di istruzione avanzata alla teologia islamica. Il punto debole di Jalili potrebbe però essere la mancanza di esperienza nella gestione della politica interna e, sopratutto, nella mancanza di visione economica per la risoluzione della accentuata crisi che attanaglia il paese e che rappresenta il vero nodo cruciale, sebben non dichiarato, delle elezioni iraniane. Per ora Jalili non si è troppo sbilanciato sulle contromisure economiche che, se dovesse essere eletto, intenderà mettere in campo per risollevare il paese, non andando aldilà delle dichiarazioni perfettamente in linea con l’ortodossia politica vigente. L’intenzione è quella di ridurre la dipendenza dalle entrate petrolifere, quelle soggette a sanzioni, per mettere in atto una sorta di economia di resistenza capace di portare il paese alla vittoria contro quelle che ha definito le cospirazioni dell’occidente e cioè, appunto, le sanzioni economiche. Per il mondo occidentale si tratta di un programma completamente avverso che continua nel solco di Ahmadinejad e che promette di portare la situazione attuale all’esasperazione. La strategia di Jalili appare abbastanza chiara: incentrare il proprio programma elettorale sui temi esteri, tralasciando o ponendoli in secondo piano quelli interni, tuttavia il popolo iraniano è fiaccato da una situazione che si sta prolungando da troppo tempo e, benchè sia molto sensibile ai temi di carattere nazionalista, tutti i candidati, non solo il favorito, dovranno portare ricette adatte alla soluzione del grave problema che riguarda la situazione economica e sociale del paese, per evitare il grosso quantitativo di astensione che si sta preannunciando nel paese, che rischia di delegittimare in partenza, chiunque raggiungerà la vittoria nelle urne.

Israele: Tzipi Livni guiderà i negoziati con i palestinesi

In un Israele minacciato dall’Iran, dagli Hezbollah e dalla situazione siriana, l’incaricato a formare il nuovo governo, l’ex premier Benjamin Netanyahu, compie una scelta pragmatica per una possibile e sempre più necessaria soluzione della questione palestinese. L’incarico, che dovrebbe essere affidato, secondo gli ultimi accordi, a Tzipi Livni come Ministro della Giustizia, comprenderà anche la ripresa della conduzione dei negoziati di pace con i palestinesi. Si tratta di una scelta che può apparire sorprendente, la Livni ha avversato negli ultimi anni, l’azione di governo del Premier incaricato, dai banchi dell’opposizione, tuttavia per Netanyahu l’incarico alla nuova ministro è un passo obbligato per cercare di formare un governo che comprenda la maggior parte dei settori della società politica israeliana. Questa necessità è dettata dall’isolamento internazionale in cui il paese israeliano si è gettato, per le posizioni oltranziste ed oltremodo rigide, proprio tenute nei confronti della questione palestinese. La scelta della Livni, unita alla volontà dichiarata di mettere fine al conflitto con i palestinesi tramite la ripresa del processo di pace dovrebbe andare nella direzione tanto auspicata dagli Stati Uniti, di due stati per due popoli. Se le premesse sono queste il fatto è senz’altro positivo, anche se Benjamin Netanyahu ha spesso abituato a promesse non mantenute mediante sfacciati voltafaccia. L’attribuzione della direzione dei negoziati di pace ad un nuovo soggetto, rispetto agli assetti politici precedenti, come la Livni dovrebbe garantire però una intenzione sincera, non fosse altro che per la sopravvivenza del nuovo governo israeliano, necessaria per ridare stabilità ad un paese che ha il grande bisogno di risolvere le proprie questioni interne, legate all’economia in crisi e alla disgregazione del tessuto sociale a causa del declino della classe media, che soffre di una distribuzione del reddito sbilanciata. Ma la nomina della Livni, proprio perchè gradita ad Abu Mazen, USA ed Unione Europea, non è altrettanto apprezzata dai conservatori ed ultraortodossi, che restano comunque un alleato importante di Netanyahu. Il primo scoglio dell’azione della Livni sarà, infatti, la condizione essenziale posta dai palestinesi per riprendere i negoziati: la fine dei programmi di insediamento delle colonie nei territori palestinesi. Si tratta di un tema che suscita grandi reazioni in entrambe le parti e che Benjamin Netanyahu è ben felice di non trattare in prima persona e delegare ad altri. Su questa questione spinosa, potrebbe esserci la trappola per la Livni, che è pur sempre stata nel passato una rivale di Netanyahu e verso la quale l’ex capo del governo non può nutrire di colpo la piena fiducia, usata dal premier in pectore come soggetto sul quale scaricare un possibile fallimento dei negoziati e quindi riprendere la sua politica anti palestinese, con una piena giustificazione. Sulla reale sincerità di Benjamin Netanyahu sull’attuazione della definizione della questione palestinese da concludere con la formazione dei due stati, vi è infatti, più di un dubbio. Nella scorsa legislatura le occasioni, se non per concludere, almeno per arrivare ad un punto avanzato delle trattative ci sono state tutte, ma sono state puntualmente disattese con una politica repressiva ed arrogante contro i palestinesi, ampiamente sostenuta dai partiti ultraortodossi ancora presenti nella prossima coalizione di governo. Questa situazione di equilibri politici è però variata, grazie all’affermazione del nuovo partito di centro di Yair Lapid, meno propenso alle concezioni agli ultraortodossi. Il nuovo scenario politico israeliano riduce quindi i margini di manovra di Benjamin Netanyahu, che, tuttavia, potrebbe tentare qualche nuova invenzione per andare avanti nella politica degli insediamenti. Per capire le reali intenzioni del futuro capo del governo occorrerà attendere i reali spazi che saranno concessi alla Livni, tenendo presente che l’elettorato, pur guardando con attenzione alle questioni della sicurezza nazionale, ha espresso maggiore preoccupazione per i problemi interni, la cui soluzione passa anche attraverso la definizione della questione palestinese.

USA: un ex repubblicano sarà il nuovo Segretario della Difesa

Nella nomina a Segretario della Difesa degli Stati Uniti, da parte di Obama, nella persona dell’ex senatore del Nebraska Chuck Hagel, si riassumono, in maniera interessante, i punti controversi della fase attuale della politica americana, sia interna che estera. Per quanto riguarda il versante interno la nomina di un uomo, che pur conservando sempre la propria indipendenza, è appartenuto al Partito repubblicano, non può che significare il tentativo di trovare terreni di intesa per l’apertura di una via nuovo per il dialogo con il partito avversario di quello del Presidente in carica. La necessità di trovare soluzioni condivise che possano permettere alla nazione statunitense di uscire da una pericolosa impasse burocratica, sul versante dell’economia, non potrà che essere apprezzata dall’opposizione americana con la nomina di un uomo a lei molto vicino, in una posizione di forte prestigio internazionale e di fondamentale importanza per lo scenario politico del paese. Tuttavia, sul fronte della politica internazionale, le posizioni del nuovo Segretario della Difesa non sono propriamente ortodosse per il Partito Repubblicano. Hagel, secondo fonti repubblicane molto vicine alla comunità ebraica USA, potrebbe essere il Segretario alla Difesa più antagonista per Israele, inoltre vi sono altri aspetti da cui si può desumere l’indirizzo che assumerà la Difesa USA: in passato, infatti, l’ex senatore aveva richiesto tagli al bilancio militare americano e fu critico con l’invasione dell’Iraq. Il nuovo Segretario sembra, quindi, essere in linea con gli intendimenti del Presidente Obama, che forte del suo successo elettorale, vuole reimpostare il rapporto con Tel Aviv, per riportarlo entro confini ben delimitati, che mettano al centro il rispetto del territorio palestinese della Cisgiordania, con il fine ultimo della creazione dei due stati sovrani; del resto la posizione dell’ex senatore del Nebraska è che Israele deve trattare con Hamas, in quanto soggetto legittimato dal voto elettorale palestinese, una posizione singolare all’interno degli stessi democratici. Hagel, inoltre, non è un militarista ma propende per soluzioni più ragionate, l’identikit ideale per gestire la crisi iraniana, che pur vivendo un periodo lontano dai riflettori, è ben lontana da una risoluzione; significativo, in questo senso, che il suo voto sul tema delle sanzioni contro Teheran è stato contrario. Anche per questo motivo il nuovo Segretario alla Difesa, dovrebbe essere accolto dagli iraniani in maniera meno dura, in vista di possibili contatti diplomatici per la questione nucleare. L’unica perplessità potrebbe essere la grande indipendenza sia di giudizio che di azione dimostrata da Hagel nella sua vita politica: in caso di dissidio con il Presidente, anche per Obama potrebbe essere difficoltoso gestirlo.

Kofi Annan lascia il mandato sulla Siria

L’abbandono di Kofi Annan, del mandato, ottenuto su incarico dell’ONU e della Lega Araba, di mediatore ufficiale per la crisi siriana non costituisce una sorpresa. Malgrado tutti gli sforzi e l’impegno profuso, l’ex segretario delle Nazioni Unite, non ha ottenuto risultati tangibili per fermare i massacri sul territorio della Siria ed il suo piano di pace non è riuscito a bloccare i combattimenti ed ha fallito politicamente non ottenendo risultati apprezzabili sopratutto sul piano della transizione al potere. Ad Annan vengono però anche imputati errori di valutazione, come la ricerca del coinvolgimento dell’Iran, paese troppo interessato alle sorti di Assad, che avrebbero in qualche modo raffreddato il coinvolgimento nei negoziati dei paesi occidentali. Il futuro della missione per la Siria prevede un ridimensionamento drastico, con l’abbandono dei 300 osservatori presenti sul territorio siriano, a causa delle condizioni di sempre maggiore pericolo per l’intensificarsi dei combattimenti; da missione di pace si dovrebbe trasformare, quindi, in missione esclusivamente politica, con un contingente molto ridimensionato di circa 30 persone, a cui capo dovrebbe essere designato il vice di Annan, Nasser al-Qidwa. Il lavoro di questa missione politica dovrebbe essere incentrato ancora sulla transizione politica, ma, date le condizioni del conflitto, le possibilità di riuscita paiono molto aleatorie. L’impressione è che sia le Nazioni Unite, che la Lega Araba, vogliano mantenere una presenza di facciata per non avallare completamente il fallimento della missione di pace di Annan, fortemente voluta dalle due organizzazioni sovranazionali. Del resto il livello dello scontro armato ha alterato ogni possibile soluzione pacifica della crisi, ed anche una via di uscita per Assad, come si era ipotizzato qualche tempo addietro, con un esilio dorato, magari in Russia, sembra una ipotesi ormai molto remota. Ma le dimissioni di Assad sono destinate ad alimentare anche nuove polemiche tra i fronti diplomatici opposti: i paesi occidentali, favorevoli ad una risoluzione ONU contro il regime siriano ed il blocco di Cina e Russia, che con il loro veto nella sede del Consiglio di sicurezza, quali membri permanenti, hanno bloccato qualsiasi iniziativa delle Nazioni Unite. Se gli USA non hanno mai creduto fino in fondo alle possibilità di riuscita di Annan, non si lasciano comunque sfuggire il fallimento della missione, incolpando Mosca e Pechino, per le loro posizioni caratterizzate dall’immobilità, che non hanno fatto altro che favorire la guerra civile nel paese siriano. Sebbene le rispettive intenzioni dei singoli paesi siano state mosse da esigenze particolari differenti, la mancanza di un indirizzo comune che affermasse la volontà di imporre una pace, anche non definitiva, ma da cui fare partire effettivi negoziati, è la vera ragione di avere vanificato gli sforzi di Annan, che partiva da presupposti slegati dagli interessi dei diversi soggetti che stanno ruotando intorno alla questione. Per l’ONU è ancora una volta il fallimento del suo ruolo, per il superamento stesso della sua organizzazione pensata appena dopo la fine della seconda guerra mondiale: un’era geologica fa, rispetto all’evoluzione dello scenario internazionale. Per le grandi potenze, invece, la mancata soluzione della crisi siriana, destinata, purtroppo ad una soluzione ancora lontana, significa la mancanza della capacità di flessibilità, che si concreta in rapporti diplomatici troppo statici su posizioni di immobilismo deleterio, che vogliono dire l’assenza della conoscenza delle tecniche della trattativa e del compromesso. Ciò determina uno stato di forte instabilità, che rischia di ripercuotersi in scenari ben più ampi del teatro siriano.

Un conservatore come nuovo erede al trono saudita

La morte del principe ereditario saudita mette in pole position il potente ministro degli interni Nayef nella posizione di nuovo successore al trono. Nato nel 1933, ha ricoperto già in diverse occasioni la guida del paese quando il re saudita ha subito i recenti interventi chirurgici negli Stati Uniti. Il nuovo delfino è uomo di stato di orientamento conservatore che ha legami profondi con la setta wahhabita, che ha una visione molto rigida della parte sunnita dell’islam. L’attuale momento dell’Arabia Saudita, non pare tuttavia, uno dei migliori per l’ascesa di Nayef, con il paese impegnato in profondi contrasti interni sia dal lato delle richieste democratiche, che dal lato dei problemi con la minoranza scita, che richiede maggiore autonomia e migliori condizioni di trattamento, sia sul fronte dei diritti politici, che del lavoro. L’avvento di un conservatore rischia di irrigidire il dialogo e rallentare le timide riforme recentemente concesse, sia nei maggiori investimenti in favore di una sorta di welfare nascente, che nelle timide aperture politiche concretizzatesi con la possibilità dell’esercizio di voto nelle consultazioni a livello comunale. Nayef è un sostenitore della polizia religiosa, il Mutawa, fortemente criticato dai sauditi per i metodi spesso brutali con cui impone i propri criteri di moralità. Questa rigidità fa temere molti analisti che venga intrapresa una via ancora più repressiva, specialmente nei confronti delle minoranze in un momento in cui sarebbe necessaria una maggiore flessibilità per favorire un approccio più morbido ai problemi. Sul fronte della politica estera, proprio l’aspetto fortemente religioso lo pone come un nemico dell’Iran maggiore rappresentante della parte scita dell’Islam, continuando così nel solco tradizionale dei governanti sauditi e non ci dovrebbero essere variazioni neppure sull’alleanza con gli Stati Uniti, dove l’Arabia continuerà ad essere uno dei maggiori alleati strategici sia a livello regionale che globale, dal punto di vista militare che energetico. Tuttavia data l’età avanzata, i maggiori esperti di cose arabe, ritengono che l’erede al trono sarà un sovrano di transizione in attesa di nuova linfa che vada a ringiovanire il vertice del paese.

Una donna ministro degli esteri in Pakistan

La carica di ministro degli esteri del Pakistan, vacante da febbraio, e’ stata, per la prima volta, ad una donna: Hina Khar Rabbani, che con i suoi 34 anni risulta essere anche il ministro piu’ giovane della compagine governativa. La nuova ministro succede a Shah Mehmud Qureshi ed e’ ritenuta una persona capace con profonda conoscenza delle problematiche diplomatiche inerenti al proprio paese. L’incarico governativo e’ gia’ iniziato con il viaggio in Indonesia per la partecipazione al vertice dell’Associazione del Sed Est Asiatico, dove incontrera’, tra gli altri, il ministro degli esteri cinese Yang Jechi ed anche Hillary Clinton. Sull’agenda degli appuntamenti futuri della nuova titolare del dicastero degli esteri pakistano, ci sono temi cruciali per l’interesse dell’intero panorama internazionale. Il tema piu’ scottante costituisce la normalizzazione dei rapporti con gli USA, deterioratisi dopo l’operazione avvenuta in territorio pakistano che ha portato alla morte di Bin Laden. L’episodio costituisce, comunque la punta dell’iceberg dei difficili rapporti con gli Stati Uniti, che hanno piu’ volte rilevato il doppio gioco dell’apparato pakistano, sopratutto da parte dei servizi segreti. Gli USA ritengono ancora recuperabile il rapporto con i pakistani, anche perche’ ne hanno ancora esigenza come alleati nella lotta contro i talebani di stanza al confine afghano. Un altro tema importante che il nuovo ministro dovra’ affrontare e’ costituito dalla trattativa con l’India, storico nemico pakistano per lasciare definitivamente lo stato di tensione permanente tra i due stati. I colloqui sono previsti per il 26 luglio a Nuova Delhi.

Saif Al Adel nuovo capo di Al Qaeda

Al Qaeda ha un nuovo leader, seppure ad interim. Si tratta dell’egiziano Saif Al-Adel anche noto come Muhamad Ibrahim Makkawi; 50 anni membro delle forze speciali della jahad islamica è accusato dell’attentato contro l’ambasciata USA di Nairobi e di Dar es Salaam nel 1998, si ritiene che sia uno stretto collaboratore di Ayman Al Zawahiri, il medico egiziano numero due dell’organizzazione terroristica. L’elezione si è resa necessaria per colmare il vuoto lasciato dalla morte di Bin Laden. Formatosi durante la lotta contro l’esercito sovietico in Afghanistan, ha militato nelle formazioni talebane, successivamente pare abbia diretto la sezione di Al Qaeda in Arabia Saudita, la quale si è resa protagonista di numerosi attentati all’interno del paese. L’impulso all’elezione del nuovo capo di Al Qaeda è arrivato dai leader afghani e pakistani, che hanno così evidenziato la necessità di una guida per il movimento impegnato direttamente nella lotta contro la NATO sul territorio afghano. Tuttavia non tutte le componenti dell’organizzazione paiono non essere in accordo con la nomina, che probabilmente è stata lasciata ad interim, infatti Arabia Saudita e Yemen sembrano rivendicare il fatto che il successore di Bin Laden debba provenire dalla penisola arabica. Secondo indiscrezioni la nomina avrebbe uno scopo contingente per lo sviluppo delle ostilità in Afghanistan e non sarebbe definitiva, ma solo preparatoria alla definitiva presa del potere di quello che è ritenuto il successore naturale di Osama Bin Laden: Ayman al-Zawahiri.

Il protagonismo di Sarkozy

Sarkozy cerca disperatamente la ribalta internazionale; vuole imporsi come protagonista dell’agone diplomatico e ricerca continuamente visibilità. La sua strategia gli impone un superlavoro diplomatico che lo porta a viaggiare incessantemente e senza sosta. Giappone, Costa d’Avorio, Cina: il presidente francese pare avere il dono dell’ubiquità e mentre incontra Cameron o la Merkel pianifica l’intervento in Libia. Cosa c’è dietro a questo tour de force, perchè Sarkozy si affanna in questa maniera per assicurarsi il centro della scena? Forse il problema va ricercato nella non buona situazione di casa, dove il suo partito arranca e dove i sondaggi non gli garantiscono la rielezione nelle prossime presidenziali. Il piano di Sarkozy è quello di risvegliare il sentimento della grandeur francese, riportare al centro della scena internazionale la Francia, come protagonista assoluta nella politica estera mondiale, farne, cioè, un nuovo soggetto mondiale capace di trovare una propria influenza in grado di dirigere e risolvere le problematiche mondiali, una sorta di nuova superpotenza al di fuori dagli schemi vigenti. Il piano è funzionale alle aspirazioni della persona, che non riscuote il gradimento desiderato; la Francia, alle prese con la crisi economica mondiale ed i problemi interni legati all’immigrazione proveniente dalle ex colonie, pare alle prese con problemi non facilmente risolvibili, tanto è vero che lo sbando della società civile porta i favori del pronostico delle presidenziali alla figlia di Le Pen, condannando la repubblica transalpina al populismo di stampo neofascista. In questo quadro Sarkozy, non trovando soluzioni ai problemi interni punta tutto sulle problematiche internazionali, non raccogliendo, in verità, poi grandi successi. Lo scippo del comando militare della guerra libica da parte della NATO, la dice lunga sulla capacità del presidente francese di imporsi sulla scena internzaionale. Col tempo si vedrà se la strategia di Sarkozy sarà vincente, al contrario della partenza, le occasioni non potranno senz’altro mancare.