La Russia verso le manovre militari

Le manovre militari, che l’esercito russo esegue congiuntamente con le forze armate della Bielorussia, preoccupano i paesi baltici e quelli già appartenenti al Patto di Varsavia. Mosca e Minsk hanno usato un quantitativo di uomini, di poco al di sotto delle 13.000 unità, cifra da cui sarebbero partiti controlli di osservatori, secondo gli accordi internazionali vigenti. La preoccupazione maggiore è che in precedenti casi di queste manovre, i russi hanno poi invaso veramente la Georgia e la parte orientale dell’Ucraina, oltre alla Crimea, trasformando le esercitazioni militari in autentiche prove di forza. Attualmente questa eventualità potrebbe verificarsi in Bielorussia, ma l’atteggiamento di Minsk verso il Cremlino è di grande collaborazione, all’interno di una alleanza molto stretta. Del resto la ragione principale delle offensive militari già citate, era quella di evitare un possibile avvicinamento verso l’Alleanza Atlantica dei territori invasi. Il regime della Bielorussia non ha certo queste intenzioni ed il precedente rifiuto di Minsk dell’installazione sul suo territorio di missili russi, non pare sufficiente ad una possibile invasione. La ragione di queste manovre militari, sembra piuttosto da ricercare nella volontà di dimostrare all’Alleanza Atlantica la propria forza. Non sembra esere secondario anche il fatto che i rapporti tra USA e Russia si mantengano difficili, malgrado il miglioramento che Putin si attendeva con l’elezione di Trump. Nonostante la volontà del nuovo presidente degli Stati Uniti era quella di migliorare i rapporti con Mosca, il Cremlino ha dovuto constatare che gli apparati militari e diplomatici non si sono piegati alla volontà della Casa Bianca ed hanno mantenuto una propria autonomia di giudizio, che resta negativa verso il governo russo. Se per l’Alleanza Atlantica la posizione russa in Ucraina orientale, in Georgia ed in Crimea, costituisce una violazione del diritto internazionale ed una minaccia, per Mosca la presenza dell’Alleanza Atlantica nei paesi che sono appartenuti al Patto di Varsavia e nei paesi baltici, che circondano l’enclave russa di Kaliningrad, è avvertita come una mancanza del rispetto delle rispettive zone di influenza. Anche per questo motivo sarebbe stato scelto il territorio bielorusso come teatro delle manovre, ovvero una sorta di dimostrazione e provocazione diretta contro Bruxelles. Secondo alcune ipotesi, poi, gli effettivi impiegati sarebbero molti di più di quelli dichiarati e ciò potrebbe precludere ad una azione di forza russa. In realtà Mosca parla soltanto di esercitazione con scopo difensivo, per testare la propria reazione in caso di attacco proveniente da occidente. Certamente l’unica possibilità che questa ipotesi si concretizzi è soltanto quella di un attacco dell’Alleanza Atlantica, tuttavia, secondo la maggioranza degli analisti militari, ciò non sarebbe possibile, perchè l’interesse di Bruxelles nella regione è quello di mantenere le posizioni, altro sarebbe se la Russia attaccasse un membro dell’Alleanza Atlantica, in quel caso, come è risaputo scatterebbe la clausola del trattato di adesione, che impone la difesa di ogni stato membro che subisca un attacco militare. Si tratta però di una ipotesi che la Russia non vuole assolutamente che si verifichi, perchè non sembra ancora disporre di una forza  sufficiente per competere con l’Alleanza Atlantica, tuttavi ail Cremlino ha abituato l’opinione pubblica internazionale ad una tattica fatta di provocazioni con il solo scopo di innalzare la tensione ed il senso di instabilità dove queste provocazioni si verificano. Ultimamente i raid che l’aviazione russa ha compiuto sui paesi baltici o sul confine ucraino, hanno provocato un allarme crescente e non solo in queste nazioni, ma anche in Polonia, tanto da sollecitare una maggiore presenza di battaglioni ed armamenti di difesa. L’intenzione di Mosca è stata chiaramente quella di provocare un allarme crescente in alcuni membri dell’Alleanza Atlantica per verificare lo stato d’animo con il quale Bruxelles ha affrontato il problema. Resta da sperare che non accada, durante queste esercitazioni, un incidente non voluto, ma in grado di provocare un peggioramento dei rapporti tra Occidente e Russia.

Sanzioni più dure per la Corea del Nord

L’evoluzione della questione nordcoreana ha portato ad uno sviluppo tanto atteso dall’occidente, quanto, fino ad ora, osteggiato dalla Cina. Pechino è sempre stata ritenuta l’unica potenza ad avere una possibile influenza su Pyongyang, tuttavia, fino ad ora, la volontà di condizionare il regime della Corea del Nord, non era mai stato evidenziato. Questa considerazione deve essere fatta senza considerare i possibili tentativi non ufficiali e segreti che la Cina potrebbe avere tentato, e che sicuramente sono andati falliti. Fino ad ora la Cina, in maniera ufficiale, non è mai andata oltre dichiarazioni di prammatica ed ha mantenuto un atteggiamento equivoco verso le sanzioni internazionali contro la Corea del Nord, favorendo in maniera ufficiosa traffici commerciali. Le minacce americane di arrivare ad una guerra preventiva, sono, però, ora divenute esplicite, tanto da fare diventare concreta l’opzione militare. Questo fatto, ma non solo, deve essere stato alla base della decisione, per certi versi clamorosa, da parte di Pechino di appoggiare nuove e più pesanti sanzioni verso il paese nordcoreano e decise nell’ambito istituzionale della Nazioni Unite. Il gesto ha un chiaro significato politico: la Cina deve affiancarsi all’organizzazione sovranazionale più importante, per non essere riuscita a risolvere da sola la questione; non solo, senza aderira esplicitamente alle nuove decisioni contro Pyongyang, la Cina avrebbe dato l’impressione di sostenere il paese nordcoreano. La preoccupazione cinese è diventata tangibile già con le minacce nordcoreane agli USA, attraverso la concreta possibilità di colpire città americane, ed è aumentata con l’opzione militare ritenuta, ormai possibile da Washington. Una guerra nella regione sarebbe un grosso problema da risolvere per Pechino, sia dal punto di vista diplomatico, che commerciale. Che la possibilità di un conflitto sia concreta, si capisce anche come la Russia, che ha aderito alle sanzioni, si sia impegnata pubblicamente per una soluzione diplomatica e negoziale, che possa escludere l’uso delle armi. Dal loro punto di vista gli Stati Uniti appaiono consci, che la realizzazione dell’opzione militare potrà causare gravi danni alle popolazioni civili di Corea del Sud e, forse, anche Giappone:  i paesi alleati di Washington più vicini alla Corea del Nord e, quindi, più probabilmente oggetto di rappresaglie. Dal punto di vista militare, pur essendoci una grande sproporzione tra le foze americane e quelle del paese nordcoreano, se la guerra si intende preventiva in senso letterale, si tratterebbe di colpire i siti dove sono stoccati gli ordigni atomici: cosa piuttosto difficile da individuare, se, invece, l’obiettivo sarebbe quello di rovesciare il regime al potere a Pyongyang, si tratterebbe di un conflitto più lungo e dagli esiti incerti senza l’intervento diretto della Cina. In ogni caso andrebbe considerata la certezza  dell’uso di ordigni atomici da parte di Pyongyang: uno scenario capace di aprire sviluppi di lungo periodo. Peraltro un utilizzo di armi nucleari non è neppure da escludere senza un attacco militare americano, ma come risposta a sanzioni particolarmente dure ed all’unità di paesi che le hanno approvate. Occorre ricordare che gli ambiti che riguarderanno le sanzioni taglieranno di un terzo le entrate del paese nordcoreano,  derivanti dalle esportazioni. Ad essere colpiti saranno i settori delle materie prime, carbone, ferro, piombo e del mercato ittico; inoltre si limiterà la capacità di Pyonyang di stipulare accordi di joint venture, di contenere l’attività della banca nazionale per il commercio estero ed il divieto di inviare lavoratori all’estero, dai cui salari il governo nordcoreano trattiene quote consistenti spesso in valuta pregiata. Si capisce che in un paese già duramente provato da una situazione economica particolarmente grave, queste decisioni possono portare la nazione al tracollo economico. Ora gli effetti possono essere di due tipi: o la Corea del Nord risponderà militarmente, dando il via ad una escalation militare, giacché questa volta difficilmente gli Stati Uniti non daranno corso alle proprie ritorsioni, peraltro già annunciate, o Pyongyang, visto l’isolamento ed anche l’atteggiamento cinese, si troverà a scegliere la soluzione di intraprendere una serie di discussioni capaci di arrivare ad un seppure difficile negoziato. Questa soluzione è quella che si augura tutto il mondo, ma l’imprevedibilità di Kim Jong-un non assicura alcuna previsione attendibile, fino alla prossima mossa.

Erdogan minaccia di aderire all’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione

La minaccia di Erdogan di aderire all’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, sembra essere il ricatto definitivo contro una Unione Europea, con la quale le distanze aumentano ogni giorno di più. La nuova meta che Ankara vorrebbe raggiungere è una organismo sovranazionale, che raggruppa Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan e che ha come fine la collaborazione militare ed economica. In lista di attesa per future possibili adesioni vi sono la Mongolia, il Pakistan, l’India ed anche l’Iran. Si tratta di una organizzazione eterogena per i diversi fini dei suoi membri e che, fino ad ora, non ha sviluppato più di tanto la propria attività. Tuttavia in un mondo in continua evoluzione l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, sembra avere ampi margini di sviluppo, in un contesto mondiale dove gli attori singoli perdono sempre più importanza a favore di alleanza tra più stati. Se il modello dell’Unione Europea o quello dell’Alleanza Atlantica, sembrano essere ancora lontani, la necessità di accordi più ampi di quelli bilaterali, fa crescere di importanza le organizzazioni che sono già presenti con una propria struttura, sopratutto se contribuiscono ad avvicinare paesi limitrofi con esigenze complementari. Le esigenze turche, di rompere un isolamento destinato ad aumentare, potrebbero trovare una valida giustificazione nella richiesta di ammissione all’Organizzazione di Shanghai. Questo escluderebbe definitivamente ogni altro tentativo di entrare nell’Unione Europea, peraltro attualmente impossibile a causa dell’atteggiamento che il governo di Ankara ha assunto nei confronti dei diritti civili, sempre più compressi nel paese. Però per Erdogan si tratterebbe dell’ammissione di una sconfitta, più facile da giustificare, ma pur sempre una sconfitta, dato che la mancata adesione all’Europa andrebbe a certificare il fallimento di un obiettivo a lungo rincorso. Perchè una adesione ad una alleanza dove c’è la Russia renderebbe inconciliabile un ingresso a Bruxelles. La percezione è che Erdogan voglia tenere aperte entrambe le possibilità, con l’adesione a Shanghai come possibilità estrema, e che la manovra rappresenti una sorta di ultimatum all’Europa, che in caso di entrata della Turchia nell’Organizzazione di Shanghai, potrebbe avere ai suoi confini la possibilità di avere sia cinesi che russi. Per il regime presente attualmente nel paese turco ci sarebbero senz’altro maggiori affinità e minori critiche, resta da vedere se questa adesione potrà portare vantaggi paragonabili al rapporto, sia pure a distanza, che è attualmente in essere con l’Unione Europea. C’è poi da considerare il problema dell’Alleanza Atlantica, la cui permanenza della Turchia, nel caso di adesione a Shanghai, potrebbe essere messa in discussione; anche se è pur vero, che gli attuali rapporti con la Casa Bianca sono tutt’altro che distesi. Possibili cambiamenti potrebbero però verificarsi con l’insediamento del nuovo presidente americano Trump, cha ha più volte manifestato di volere mettere in pratica un diverso coinvolgimento degli Stati Uniti nell’Alleanza Atlantica. Peraltro sarà anche interessante vedere come i rapporti tra Trump e Putin potranno evolversi e come andranno ad influenzare il comportamento della stessa Turchia. Quello che Erdogan pensa è una possbile consultazione referendaria sulla intenzione o meno di procedere ancora con i negoziati per l’integrazione europea, in modo da annullare tutte le questioni in essere con Bruxelles ed eventualmente ripartire da zero, nel quadro di un rapporto bilaterale tra Ankara e l’Unione Europea, senza i presupposti legati ad una eventuale entrata del paese turco. Si prefigurerebbe, così, una sorta di rottura con l’Unione, con qualche analogia al caso inglese.

La Corte dell’Aja afferma che Pechino non ha diritti di sovranità nel mare cinese meridionale

La sentenza della corte dell’Aja, sulla disputa territoriale della sovranità del mare prospiciente le coste delle Filippine, a cui ambisce la Cina, è destinata, oltre a diventare un precedente della giurisprudenza del diritto internazionale, anche un fattore di potenziale aggravamento della situazione di quello scenario ed in altri analoghi. La Corte dell’Aja ha stabilito che la sovranità rivendicata da Pechino, su alcune isole del mare cinese meridionale,   non è sostenuta da alcuna base giuridica. Lo spazio marino in questione è considerato da più parti una vera e propria autostrada del mare, importantissima per il trasporto delle merci e quindi adi alto valore strategico, contiene giacimenti di gas e petrolio ed, inoltre, è specchio acqueo di interesse economico anche per il settore della pesca. Il fatto che imbarcazioni cinesi, così come di altri stati, hanno operato storicamente nella zona marina in questione, non costituisce una prova del controllo esclusivo delle acque, come sostenuto da Pechino. Anzi la Cina ha avuto un comportamento di interferenza quando queste zone erano colonie spagnole ed ha danneggiato la barriera corallina con la costruzione abusiva di isole artificiali, operazione che non era nei suoi diritti e che costituisce un abuso. Questa condotta ha, quindi , costituito una violazione palese dei diritti di sovranità del paese filippino rispetto alla sua piena disponibilità della zona economica esclusiva e della piattaforma continentale.  Questa sentenza oltre che giuridica ha un innegabile valore politico, perchè nega, attraverso il giudizio favorevole a Manila,  alla Cina le sue rivendicazioni come potenza regionale e globale e crea un precedente non irrilevante su tutte le altre contese che Pechino conduce con altre nazioni asiatiche, come la Corea del Sud, il Giappone, il Vietnam e la Malesia, circa la pretesa sovranità di alcune isole e porzioni di mare, che Pechino pretende di prendere a questi paesi, anche attraverso tattiche aggressive che prevedono un pericoloso uso delle forze armate.  Per la Cina questa sentenza rappresenta, sul piano diplomatico, una severa sconfitta, come ha dimostrato la reazione del governo di Pechino, che si è affrettato a non riconoscere la competenza della Corte dell’Aja e quindi a definire come infondata e nulla la sua decisione. Anche le dichiarazioni del ministero della difesa cinese, sono state espresse in questo senso, ribadendo che l’ente governativo farà di tutto per preservare l’unità e la sovranità del paese, lasciando intendere in maniera implicita, che le zone oggetto della sentenza vengono considerate come parte integrante del territorio della Cina. Si tratta di un atteggiamento che è destinato ad innalzare la tensione intorno alla contesa e che pone la Cina in una posizione quasi di difesa, che potrebbe essere seguita dalla dimostrazione della forza militare del paese, capace di portare ad un crescendo pericoloso, in grado di aprire più teatri di crisi internazionali; sarà determinante vedere gli sviluppi di questo scenario, considerando non evitabile un impegno diretto degli Stati Uniti, che considerano i mari asiatici il teatro centrale della propria politica estera, anche in funzione di supporto ai tanti alleati coinvolti nelle contese con  la Cina. Per ora Pechino si è limitata a controbattere alla sentenza con argomenti giuridici, affermando che le dispute terriotriali non sono soggette alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e che questa convenzione è stata violata dalle Filippine, che ha impedito alla Cina di scegliere il modo della gestione del contenzioso, come stabilito anche dagli accordi bilaterali. Pechino sostiene anche che queste divergenze dovevano essere oggetto di negoziati tra le due parti e non sottoposte ad un giudice. Queste argomentazioni appaiono però deboli di fronte ad una opinione internazionale, che proprio in forza di questa sentenza, tenderà a fare crescere la pressione diplomatica per fermare la Cina nella sua azione di espansione marittima. Infatti anche se la Corte dell’Aja non dispone degli strumenti coercitivi in grado di fare rispettare la propria sentenza, il giudizio che ha emesso porterà ad una sicura reazione diplomatica, che aspettava soltanto una argomentazione giuridica in grado di sostenere una modalità di contrasto concreta. Ad essere protagoniste saranno quindi le cancellerie e gli organismi diplomatici, che dovranno essere in grado di impedire che la contesa si sposti su un piano, anche solo potenziale, di tipo militare; ciò per scongiurare i pericoli più imminenti, ma anche per prevedere ed evitare futuri contenziosi di questo tipo. La Cina, se ambisce veramente a diventare una superpotenza, dovrà cercare modalità alternative per affermarsi come tale e, come prima cosa, dovrà accettare il verdetto degli enti internazionali, come la Corte dell’Aja, dimostrando una statura mondiale e non solo da piccola potenza regionale.

Le sfide più immediate per l’Alleanza Atlantica

La riunione dell’Alleanza Atlantica a varsavia deve affrontare una serie di temi riguardanti la sicurezza, che mettono in risalto come la situazione attuale sia guardata con molta preoccupazione. Rispetto al periodo della guerra fredda, l’Alleanza Atlantica vede rinnovarsi il confronto con la Russia, in un quadro però molto più instabile di quello garantito dall’equilibrio del terrore; in quella fase storica il confronto era ridotto a due soli soggetti e, malgrado le situazioni di tensione, i conflitti potenziali avevano una maggiore facilità di soluzione, grazie alla semplicità delle negoziazioni e della relativa semplicità degli scenari. Il mondo attuale presenta una pluralità di teatri di crisi, che non sono soltanto potenziali, ma, anzi, sono più spesso reali, dove, cioè, viene richiesta la presenza sul campo, con il relativo impegno diretto. Non si tratta soltanto di scenari puramente militari, che comunque rappresentano la fonte di preoccupazione più immediata, ma anche di situazioni che prevedono un impegno costante della diplomazia e della trattativa e che sono anche ricompresi all’interno dei confini della stessa Alleanza Atlantica. A questo riguardo la maggiore preoccupazione americana del momento è l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fattore che minaccia l’unità operativa dell’alleanza da parte dell’Europa. Anche se le due organizzazioni sovranazionali, Unione Europea ed Alleanza Atlantica, sono due entità distinte ed indipendenti, il fatto che l’Unione Europea sia all’interno dell’Alleanza Atlantica facilita i rapporti tra i due soggetti, ma con l’Inghilterra, che è la maggiore potenza militare continentale insieme alla Francia, fuori da Bruxelles la catena di comando può subire alterazioni ed anche le stesse questioni diplomatiche possono incontrare ostacoli, impedendo quell’assunzione di capacità strategica, che Washington ritiene necessaria non solo nello scacchiere del vecchio continente. Per gli USA l’evoluzione dell’Unione Europea dovrebbe essere quella di diventare un attore in grado di assicurare una sicurezza globale, un obiettivo che va ben aldilà dello scenario continentale, anche perchè le emergenze del Mediterraneo e quelle del medio oriente richiedono un impegno dell’Europa, principalmente per la propria tutela. Si capisce come le preoccupazioni per l’uscita inglese da Bruxelles siano fondate, anche perchè Londra è il principale alleato americano e la sua presenza nell’Unione Europea costituiva un importante fattore di pressione per il sostegno degli interessi statunitensi. L’Alleanza Atlantica deve comunque restare preparata per affrontare le sfide del terrorismo, dell’instabilità africana, che hanno ripercussioni sul problema dei migranti e quindi sul traffico delle persone, oltre che i già citati problemi con Mosca, che mantiene sempre aperto il fronte ucraino. Tuttavia con la Russia il dialogo deve essere mantenuto per ragioni che vanno oltre la mera ragionevolezza, visto che il Cremlino è impegnato, sebbene con propositi differenti, contro lo Stato islamico e sul quel fronte è quindi, quasi un alleato. Per quanto riguarda l’Europa l’attenzione è focalizzata sulla questione del traffico dei migranti, che ha creato diversi contrasti nell’Unione Europea e che Washington segue con ulteriore preoccupazione per il timore di nuovi fattori di divisione interni ai membri di Bruxelles, cosa, peraltro già presente. Se si è praticamente chiusa la strada balcanica, non sarà così facile bloccare la rotta del mediterraneo meridionale per la presenza di contingenti dello Stato islamico in Libia. Il pericolo, inoltre, è che il califfato, che si avvia ad essere sconfitto in Irak, si riorganizzi nella zona centrale del paese libico, in una posizione strategicamente molto più pericolosa, perchè molto più vicina, per l’Europa. Bloccare il traffico dei migranti diventa allora una esigenza quasi secondaria di fronte alla potenziale presenza di gruppi armati di fronte alle coste europee. Inoltre il governo libico non assicura una affidabilità per le sue divisioni interne e quindi l’Alleanza Atlantica dovrà pensare ad una strategia di contrasto, che possa anche prevedere un impegno diretto, sebbene sempre a fianco dell’esercito regolare della Libia.

Nasce una nuova coalizione sunnita contro il terrorismo

L’Arabia Saudita ha creato una coalizione militare di paesi sunniti per combattere lo Stato islamico ed altri gruppi terroristici. Se la prima impressione può essere quella di una alleanza costituita per eliminare i dubbi sulla reale collaborazione con gli Usa e le potenze occidentali contro il califfato, ad una analisi più attenta, questo nuovo soggetto che entra sulla scena del sempre più confuso conflitto mediorientale, rischia di compromettere ulteriormente i fragili equilibri presenti. Intanto le finalità del socio fondatore della coalizione, l’Arabia Saudita, non sembrano essere essenzialmente quelle di sconfiggere lo Stato islamico, ma, sopratutto, di bilanciare l’azione di Iran e Russia, sia nella questione siriana, dove l’obiettivo è sempre quello di eliminare Assad dalla scena, per prendere l’influenza di Damasco, sia nello scenario irakeno, dove la presenza di Teheran è sempre maggiore. Proprio a riguardo del paese irakeno, la preoccupazione saudita è quella di contrastare l’accresciuto potere degli sciiti nei confronti dei sunniti, una conseguenza della cattiva gestione americana del dopo Saddam. Le finalità della coalizione sono quelle di contrastare l’azione di ogni gruppo terroristico, quindi non il solo Stato islamico, senza, peraltro, definire chi rientra in questa categoria. La questione non è secondaria, se si pensa all’accanimento con il quale le forze armate saudite si stanno battendo nello Yemen, contro ribelli sciiti non direttamente collegati con l’Iran. Appare chiaro che una interpretazione così larga dei possibili nemici, individuati come terroristi, rischia di fare entrare in questa categoria formazioni o movimenti, che presenti nello scenario in questione, non rientrano nella concezione di Riyadh. In questa ottica anche le formazioni laiche, che combattono contro Assad sostenute dagli Stati Uniti, potrebbero diventare obiettivo dell’azione della nuova coalizione guidata dall’Arabia Saudita. I paesi che hanno confermato la loro adesione alla coalizione sono la Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrain, Bangladesh, Benin, la Turchia, il Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Palestina, Repubblica di Comore, Qatar, Costa d’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malaysia, Egitto, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria e Yemen. L’operatività dall’alleanza dovrebbe svolgersi in maniera coordinata con le potenze occidental ie le organizzazioni internazionali, tuttavia il quadro politico delle parti in campo appare confuso e già compromesso da interessi troppo contrastanti. Appare fin troppo chiaro che l’obiettivo di sconfiggere lo Stato islamico, da parte tutti i soggetti sia soltanto una parte delle loro reali intenzioni e costituisca sempre più una scusante attraverso cui creare nuovi equilibri nella regione. Occorrerà interpretare quali saranno i sentimenti degli Stati Uniti nei confronti di questa alleanza. Da un lato uno schieramento di forze musulmane sul terreno è sempre stato un obiettivo della Casa Bianca, per evitare dubbi di generare un conflitto che poteva essere interpretato come neocolonialista e consentire di dare una soluzione interna alla crisi del medioriente. Tuttavia i punti di vista troppo distanti e gli atteggiamenti spesso equivoci di Arabia Saudita e Turchia, nei confronti del califfato, non chiariscono i dubbi sulle reali intenzioni della coalizione. La difficoltà dei rapporti con la Russia, ormai ritenuta essenziale per la soluzione del problema, potrebbe acuirsi tra l’Alleanza Atlantica e Mosca, se la Turchia, dall’interno della nuova coalizione, continuasse ad operare perseguendo i propri interessi, che sono quelli di eliminare Assad e rendere difficile la vita ai curdi. Ma anche le ambizioni saudite, che non sono solo politiche, ma anche religiose, potrebbero incrinare i rinnovati rapporti tra Iran ed USA, ed anzi, questo potrebbe essere proprio un obiettivo di Riyadh. Una questione ulteriore è proprio come potrà essere il rapporto con Teheran, dato che la creazione di una alleanza formata da soli stati sunniti, non può che non rischiare un peggioramento tra i due rami maggiori dell’islamismo, estremizzando così una situazione già grave. Il giudizio su questa alleanza non può essere positivo, perchè nasce proprio da una unione particolare, la matrice sunnita, anziché essere estesa ad una platea trasversale, ma ciò è dovuto a differenze rilevanti che sono tutt’altro che superate ed andrebbero appianate in via diplomatica in maniera preventiva, per non aggiungere nuovi elementi di discordia in grado di favorire l’entità che si dice di volere combattere: lo Stato islamico.

L’inutile esibizione militare turca in Iraq

La mossa turca di aver inviato un contingente di un numero imprecisato, si parla anche di 3.000 unità, in territorio irakeno, rappresenta un motivo di incremento dell a preoccupazione per la prosecuzione del conflitto ed i suoi relativi sviluppi, non solo militari, ma sopratutto politici. Formalmente l’iniziativa turca si svolge su territorio straniero, di uno stato sovrano, che non ha fornito il benestare all’ingresso di truppe straniere, quindi Ankara sta violando il diritto internazionale, ne più, ne meno della Russia, come quando Mosca ha attuato l’invasione della Crimea e nelle operazioni effettuate nell’Ucraina orientale. L’episodio concorrerà senz’altro ad aumentare la confusione nel campo dell’alleanza contro lo Stato islamico e potrà anche generare nuove contrapposizioni tra coloro che si dicono impegnati a combattere il califfato, come già accaduto tra Turchia e Russia. Ankara appare sempre più come una variabile imprevedibile nel conflitto e sempre più impegnata a combattere al di fuori dell’obiettivo generale per perseguire i propri interessi particolari, che sono quelli di impedire uno sviluppo della parte curda sul proprio territorio. La missione dei militari di Erdogan ha il compito ufficiale di addestrare ed affiancare i combattenti curdi irakeni, con i quali ci sono buoni rapporti, ma in realtà il vero intento è quello di frapporsi tra gli stessi ed i curdi di Turchia, per evitare qualsiasi possibilità di unione. Per i combattenti del Kurdistan irakeno, la vera forza di terra impegnata contro gli uomini del califfato ogni aiuto che arriva è bene accetto, ma nell’economia generale delle alleanza l’intromissione turca rischia di esasperare il governo irakeno, che, occorre ricordarlo, è espressione degli sciiti del paese e, di conseguenza l’Iran, che è il suo primo alleato. Dall’Iran alla Russia il passo è breve: i due paesi sono alleati per mantenere un ruolo importante al regime di Damasco, in vista di una conferenza che possa decidere il futuro della Siria, opzione sgradita alla Turchia ed all’Arabia Saudita. Uno dei problemi aggiuntivi, perchè non immediato ma carico di conseguenze politiche, è che la mossa turca non può essere stata attuata senza un benestare, anche ufficioso, degli Stati Uniti, cui, al momento, preme vedere schierate truppe di terra contro il califfato, come obiettivo prioritario per vincere la guerra. Obama non vuole schierare effettivi americani ed ha individuato, con l’accordo dei membri dell’Alleanza Atlantica, la metodologia di schierare truppe di terra che abbiano affinità religiosa ed origine comune con la controparte radicale. Tuttavia l’impressione è che venga lasciato troppo spazio ad una Turchia, che è caratterizzata da comportamenti pericolosi e non in linea con le finalità dell’Alleanza. Il fatto di essere membro dell’Alleanza Atlantica non dovrebbe permettere ad Ankara di mettere in atto manovre pericolose per equilibri politici molto fragili, con l’esclusivo obiettivo di tutelare i propri interessi. La Turchia non è riuscita, per ora, ad entrare in Europa proprio per il mancato rispetto delle regole di convivenza, i criteri di associazione nell’Alleanza Atlantica sono certo meno rigidi, ma non dovrebbero consentire di mettere in pericolo l’unità della coalizione per comportamenti oltre il buon senso. Gli USA sono impegnati in un difficile rapporto con la Russia e con l’Iran, ma hanno tutto l’interesse che i due stati partecipino attivamente ad un coordinamento comune contro il califfato, inoltre l’intesa con l’Iraq è innegabile e Washington dovrà trovare con Bagdad una forma di spiegazione per l’intromissione turca. Il quadro della situazione è senz’altro aggravato e questa mancanza di unità rischia di avvantaggiare lo Stato islamico, che si trova a godere di una situazione paragonabile a quella iniziale avvenuta in Siria, dove è potuto prosperare proprio per la mancanza di unità dei gruppi che si opponevano ad Assad; ora questo scenario rischia di esserne la ripetizione su scala internazionale.

L’invito al Montenegro a far parte dell’Alleanza Atlantica, in questo momento, appare un errore strategico

Un nuovo motivo di attrito si profila tra l’Alleanza Atlantica e la Russia: l’invito fatto dai ministri degli esteri dell’organizzazione di Bruxelles al Montenegro a fare parte dell’alleanza militare rischia di fare irrigidire ulteriormente i rapporti tra le due parti. Lo stato della penisola balcanica non rappresenta certo un gigante militare, le sue ridotte dimensioni, sia politiche, che militari (le sue forze armate arrivano a circa 2.000 unità), ma è ritenuto importante per la sua posizione con lo sbocco sul Mare Adriatico, che, grazie alla profondità delle sue acque, consente l’approdo di navi di grandi dimensioni. Tuttavia queste ragioni non sembrano giustificare, almeno in questo momento storico, la creazione di un nuovo punto di frattura tra l’Alleanza Atlantica e la Russia, che non ha preso affatto bene la proposta fatta Podgorica. Mosca ritiene che venga alimentata una strategia di accerchiamento che mira ad isolare il paese russo ed estrometterlo da quella che ritiene la sua zona di influenza. D’altra parte la proposta non è stata accolta con completo entusiasmo dal paese montenegrino, che appare letteralmente spaccato sulla possibilità di entrare nell’Alleanza Atlantica. Per ragioni culturali e religiose, il culto ortodosso è seguito da oltre il 70% della popolazione, l’affinità con la Russia è molto sentita dagli abitanti del paese e secondo le autorità di Mosca un eventuale referendum su questa materia sarebbe bocciato dal corpo elettorale del paese. Osservando la situazione globale, dove l’interesse principale, al momento, è la sconfitta dello Stato islamico, la proposta sembra volere irritare in modo non ragionevole il paese russo e comprometterne l’intesa nella lotta al califfato. Infatti la prima reazione di Mosca è stata quella di minacciare di interrompere ogni forma di collaborazione con l’occidente nel conflitto con lo Stato islamico. Soltanto dopo le rassicurazioni del Segretario di stato americano, la posizione del Cremlino si è ammorbidita, ma resta la domanda del perchè fare questo passo proprio ora. Alcuni analisti vogliono vedere un segnale verso Mosca, che, nonostante la crisi siriana, il fronte ucraino non è stato dimenticato, anche se, inevitabilmente, appare ora passato in secondo piano. La spiegazione americana che non c’è alcuna intenzione ostile verso la Russia, ma soltanto un fatto che riguarda l’Alleanza Atlantica ed il Montenegro non convince completamente ed il fatto che l’invito sia stato fatto su pressione tedesca, mette in risalto come si tratti di una iniziativa che rientra nella strategia europea di integrare sempre di più i paesi dell’europa orientale sotto una unica sfera di influenza. Questa logica è stata certamente avvallata da almeno una parte del governo americano, la stessa che ha avuto un comportamento analogo con l’Ucraina e da cui è poi scaturita la crisi con la Russia; ciò non assolve certamente le violazioni di Mosca, gravissime sotto il piano del diritto internazionale e che sono rimaste anche impunite, se non per i provvedimenti delle sanzioni economiche; tuttavia il momento attuale non sembra giustificare una tale scelta. Forse si è voluto sfruttare il momento di relativa debolezza di Mosca, diventata oggetto di attacchi terroristici, unito alla valutazione che, in ogni caso, da sola la Russia non può arrivare alla vittoria contro il califfato e che, quindi, su questo terreno è obbligata a collaborare con l’occidente lasciando da parte anche questioni che il Cremlino ritiene cruciali per la sua politica estera. La speranza è che queste valutazioni siano veritiere e la mossa di integrare il Montenegro non risulti un azzardo calcolato male, con la conseguenza di esasperare Mosca ed ottenere un irrigidimento sulla questione siriana, che potrebbe pregiudicare future trattative di pace. Purtroppo recentemente la politica estera americana non si è affatto distinta per lungimiranza ed il maggiore azionista dell’Alleanza Atlantica non sembra avere valutato a fondo i rischi della proposta al paese balcanico effettuata in questo momento, dove non era necessario esasperare i rapporti già tesi con Mosca, ma cercare di favorire il dialogo e la collaborazione in ogni modo: in questa ottica questa mossa appare un errore da dilettanti, di cui si spera di non pagare le conseguenze politiche.

La Francia chiede aiuto all’Unione Europea ma non all’Alleanza Atlantica

Il presidente francese Hollande ha deciso di appellarsi al trattato di Lisbona, che impegna i paesi membri dell’Unione Europea a fornire aiuto al paese aderente al trattato, che subisca una aggressione armata all’interno del proprio territorio. Questo dispositivo viene inteso come un obbligo e deve essere attuato a livello bilaterale, per cui Parigi dovrà conttattare gli altri paesi. Tuttavia l’Unione Europea si è detta disponibile nel coordinamento di contributi che la Francia dovrà ricevere. I membri di Bruxelles hanno dato il loro appoggio unanime alla richiesta francese, che costituisce il primo caso di applicazione della clausola del trattato di Lisbona fino ad ora richiesto. Per la Francia si tratta di una collaborazione più volte cercata senza troppo successo, presso i partners europei; l’impegno diretto di Parigi nella lotta contro l’estremismo islamico è presente nel Mali, nella Repubblica Centrafricana, in Siria ed in Iraq, ed è stato spesso fonte di discordia con gli altri membri dell’Unione Europea, accusati dall’Eliseo di scarso impegno. Con questa manovra la Francia intende richiamare parte dei propri effettivi impegnati all’esterno sul suolo nazionale per operazioni di prevenzione e di controllo nei confronti del terrorismo. Deve essere però specificato che il paese francese, ad una legittima rivendicazione della lotta al terrorismo, ha spesso accostato la tutela dei propri interessi nei paesi esteri, specialmente nel settore energetico; mentre una possibile presa di distanza dalle modalità francesi di condurre le azioni militari, risiede nella pessima modalità con cui è stata gestita la questione libica, dove è stato solamente eliminato il dittatore Gheddafi, senza pensare in alcun modo al futuro del paese, che, infatti, è caduto nella più completa anarchia. Aldilà dell’appoggio fornito formalmente alla francia dai paesi europei, molti rappresentanti dei governi hanno sottolineato che questo aiuto dovrà avvenire secondo le relative possibilità di ogni singolo paese: questo può volere significare che, passato l’iniziale sostegno, le modalità di sostegno dovranno passare attraverso una difficile negoziazione, che potrebbe anche sfociare in un fallimento. Viceversa da questa occasione si potrebbero avviare le modalità per la costruzione di una forza militare europea integrata o, ancora meglio, dipendente direttamente da Bruxelles, sempre che l’Europa assicuri le dovute coperture di tipo politico. In ogni caso la necessità di una forza militare transnazionale tra i paesi europei sta assumendo una necessità sempre più pressante, ma non è chiaro se questo sia nelle intenzioni della Francia, che ha sempre optato per una gestione più autonoma nel campo militare. A questo riguardo è interessante interrogarsi sul perchè Parigi si sia appellata al trattato in vigore con l’Unione Europea, che non dispone di una propria forza immediatamente in grado di mobilitarsi, ma, anzi, ne è molto lontana, anziché non invocare l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, che considera un attacco contro uno dei suoi membri, come un attacco all’alleanza nel suo complesso. Ciò avrebbe permesso di mobilitare una struttura efficiente e già rodata, ma che implicava una catena di comando a cui Parigi avrebbe dovuto assoggettarsi. Questo dubbio è confermato dalla collaborazione che la Francia ha subito instaurato con la Russia, per effettuare i bombardamenti contro le postazioni dello Stato islamico. Come è risaputo gli Stati Uniti, azionista di maggioranza dell’Alleanza Atlantica, guardano ancora con sospetto alle reali ragioni di Putin per l’impegno del Cremlino in Siria. L’aviazione russa, fino ad ora, ha colpito il califfato, ma in misura maggiore le postazioni delle forze siriane che si oppongono ad Assad. In questa ottica, una ipotetica richiesta francese di aiuto all’Alleanza Atlantica, avrebbe ridotto il margine di manovra di Parigi. Ciò costituisce un elemento di analisi molto importante su cui riflettere, circa la volontà reale di collaborazione tra i paesi che combattono lo Stato islamico e che può favorire il califfato, giacché appare evidente come si continuia procedere in ordine sparso, senza una reale unità di intenti, che potrebbe accelerare la vittoria sull’estremismo islamico, ma, che implica, ancora troppe rinunce sugli interessi particolari delle singole potenze.

L’Alleanza Atlantica prevede maggiore impegno per la tutela dei suoi alleati del Mediterraneo

L’Alleanza Atlantica si prepara a considerare nuovi scenari di guerra, anche non convenzionale, che potrebbero investire i paesi alleati del sud Europa: Italia, Spagna e Portogallo. Il dato discriminante è la vicinanza geografica con aree di grande instabilità presenti nell’Africa del Nord, sulla sponda meridionale del Mediterraneo ed il loro immediato entroterra. In queste zone vi sono ampi territori sfuggiti ad un controllo dei rispettivi stati sovrani, sia per una mancata possibilità di esercitare la propria sovranità, anche in senso militare, sia per l’assenza di strutture statali idonee a garantire il controllo, come è il caso della Libia, divisa in due governi contrapposti e dove esiste una ampia zona che sfugge alla giurisdizione di entrambi gli esecutivi. Questa situazione ha favorito la creazione di milizie indipendenti, spesso connaturate da una profonda appartenenza all’estremismo religioso islamico, tanto da essere sovente affiliate ad organizzazioni più strutturate come Al Qaeda e lo Stato islamico. L’attività di queste forze paramilitari si è evoluta dal traffico di persone, armi, droga e petrolio, attraverso le quali si finanziano, fino ad attentati ed azioni militari in piena regola contro le istituzioni governative o strutture di interesse nazionale, come le eclatanti stragi in Tunisia contro il Museo del Bardo ed il villaggio turistico. Oltre a questi casi, che hanno avuto ampia risonanza internazionale, si sono verificate ed intensificate azioni sempre più violente, contro strutture civili, che hanno lo scopo di instaurare un clima di terrore nella popolazione. Soltanto l’Egitto, ad esclusione del Sinai, può dirsi al riparo di queste azioni, ma soltanto perchè è stata instaurata una dittatura militare, che sta reprimendo violentemente ogni forma di dissenso, anche pacifico. Il timore del comando dell’Alleanza Atlantica è che, prima o poi, il terrorismo islamico presente nel nord Africa, tenti il salto di qualità esportando nei paesi europei immediatamente contigui gli attacchi terroristici. Rispetto all’Ucraina, altro fronte di impegno particolarmente gravoso per l’Alleanza Atlantica, i rischi di un conflitto appaiono meno probabili, ma la situazione è contraddistinta da maggiore imprevedibilità. Infatti, mentre nell’Europa orientale il confronto militare sarebbe contro un nemico ben definito, nel Mediterraneo la situazione si presenta più fluida e meno delineata , perciò, più subdola. Il dispiegamento che l’Alleanza Atlantica intende portare nel Mediterraneo appare una soluzione mista con armamenti convenzionali e l’impiego di sorveglianza elettronica, attuato attraverso l’impiego di droni, per cautelarsi contro emergenze militari tradizionali o di guerra asimmetrica. Sopratutto il monitoraggio dovrà costituire il primario grado di prevenzione da eventuali attacchi, da parte di una forza capace di mobilitare in un arco di tempo contenuto il suo apparato militare. Il significato di questa iniziativa non è solo quello di approntare una risposta militare adeguata in tempi rapidi, ma di costituire dei test capaci di testare il sistema di difesa e di lanciare un messaggio agli eventuali avversari, siano essi lo Stato islamico o la Russia, per quanto riguarda l’oriente europeo. Questo impegno dell’Alleanza Atlantica appare accrescere il ruolo preventivo dell’organizzazione, sempre più chiamata in causa dal timore dei suoi membri di diventare l’oggetto di attacchi tendenti a destabilizzarne il sistema. Quello che si prefigura è uno scenario globale, che in parte ricalca, seppure in una posizione geografica più avanzata, il confronto con l’Unione Sovietica, ed in parte presenta elementi di forte novità, come l’impegno nel Mediterraneo, che rischia di diventare un teatro globale di conflitto: infatti se gli effetti della guerra siriana dovessero estendersi, anche la parte più europea del bacino potrebbe rischiare un pericoloso coinvolgimento. La volontà di Washington sembra essere quella di non farsi trovare impreparata di fronte ad una eventualità ritenuta remota e probabilmente non possibile, ma, comunque potenzialmente verificabile, sopratutto nelle modalità di conflitto asimmetrico. Da considerare, poi, adeguatamente gli effetti destabilizzanti degli effetti delle migrazioni, che hanno avuto conseguenze politiche molto gravi, capaci di evidenziare pesanti contrasti tra i membri dell’Unione Europea, un fattore che spaventa in modo considerevole la Casa Bianca intenzionata a preservare l’Unione Europea nella sua integrità. I controlli sul Mediterraneo sono stati pensati anche in funzione del contrasto dell’immigrazione clandestina, con il duplice scopo di combattere il traffico di esseri umani e ridurre i motivi di attrito presenti a Bruxelles.