Italia più rigida verso le migrazioni, anche per responsabilità dell’Europa

Che la questione dell’immigrazione fosse stata centrale nella campagna elettorale italiana era risaputo: anche per il governo precedente, che aveva tutt’altro indirizzo verso i profughi, aveva più volte sottolineato come l’Italia fosse lasciata da sola, dall’Europa nella gestione dell’emergenza migratoria. L’aiuto è stato soltanto di tipo economico ed anche insufficiete, poi a Bruxelles non si è andati aldilà delle dichiarazioni di principio. Sul tema della lotta all’immigrazione la Lega Nord, ora partito di governo, ha costruito il proprio successo elettorale, con una buona responsabilità da parte delle istituzioni centrali europee, che non hanno saputo pensare una politica di gestione degli sbarchi e della divisione dei profughi, arroccandosi dietro la giustificazione, ormai insufficiente del trattato di Dublino. Se a Bruxelles, ma anche a Berlino e Parigi, pensavano che anche questo governo, dopo tante minacce, continuasse la politica dell’accoglienza di quello precedente, hanno elaborato una valutazione completamente sbagliata o, peggio, non hanno neppure tentato un approccio diverso ad un problema che riguarda tutto il continente. Il nuovo governo italiano deve pagare la cambiale all’elettorato che lo ha votato e dimostrare di mantenere un atteggiamento rigido con l’Europa ed, allo stesso tempo, preservare il paese italiano dai pericoli provenienti con le migrazioni. Così il caso della naves rifiutata diventa l’esempio che deve servire per tutti e che deve obbligare Bruxelles ha prendere coscienza inmodoreale dell’ostilità italiana. Anche il bersaglio di Malta è funzionale a questo intento, tuttavia l’atteggiamento di chiusura maltese incomincia a presentare poche giustificazioni: con la scusa delle proprie dimensioni limitate a La Valletta hanno sempre rifiutato la collaborazione all’Italia, senza che l’Europa rimproverasse questo comportamento. Se il comportamento del governo italiano è moralmente riprovevole non lo è da meno quello della Francia, che chiude le sue frontiere o quello della Germania, che continua ad essere poco severa con i paesi dell’Europa orientale, la cui presenza in Europa costituisce vantaggi economici a Berlino. Nonostante che i paesi europei fossero stati avvertiti nell’appena trascorso vertice canadesi dei sette paesi più industrializzati, non si è voluto credere al blocco dei porti italiani. Un motivo di questa immobilità può essere la convizione che nel governo italiano, formato da due forze politiche di provenienza diversa, potevano esserci delle differenze di visione che potevano superare le intenzioni della Lega Nord. Il punto è che proprio questo partito, nonostate una percentuale di voti raccolti più bassa, sembra avere assunto il comando del governo, probabilmente per una maggiore esperienza poltica dei suoi membri. L’altro partito, il Movimento cinque stelle sembra essere trainato in un esecutivo che esprime valori di destra, coerentemente alla vicinanza con il Fronte Nazionale francese. Resta il fatto che se l’Europa dovesse apportare modifiche al regolamento di Dublino, creasse i presupposti per una equa divisione dei migranti e contribuisse ad una prevenzione sul territorio africano delle partenze, toglierebbe ogni alibi e ragione al governo di Roma per non accogliere i profughi. Lo scenario futuro potrebbe essere una serie di navi che vagano nel Mediterraneo alla ricerca di un approdo? L’Italia non può essere obbligata ad aprire i suoi porti senza il volere del suo governo e così facendo la ripulsa morale dopo Roma non può che cadere su tutte le capitali europee, quindi tutta l’Europa dovrà condividere la vergogna della mancata accoglienza, anche quei governi che hanno tenuto una linea politicamente corretta smentita, dai fatti. Certo che se basta un governo messo insieme in modo raffazzonato, come è quello italiano, per smascherare le ipocrisie di Bruxelles, la necessità di ricostruire l’Europa è ancora più impellente di quanto sembrasse.

Dopo il G7, Trump spinge gli USA all’isolamento

Al G7 in Canada, gli USA sono stati soli contro tutti e si sono presentati in quasi totale disaccordo sulla maggior parte dei punti nel programma di discussione. Le uniche convergenze sembrano essersi trovate su parità di genere, lavoro e crescita, che sono punti d’incontro importanti ma anche che permettono una certa vaghezza sui contenuti e che non sono sufficienti a colmare le distanze che erano già conosciute, ma che si sono evidenziate ancora in modo maggiore. L’atteggiamento di Trump è stato ostile ancora prima dell’inizio del vertice, tanto che si è temuto che a rappresentare gli Stati Uniti fosse presente soltanto il vice presidente, come avvenuto per il summit peruviano degli stati dell’America latina. Il rischio concreto, che Trump non firmi il documento finale, respingendo del tutto la dichiarazione comune e, non solo l’aspetto relativo al clima, come accaduto al vertice di italiano di Taormina, si è puntualmente verificato. Oltre al clima gli argomenti più rilevanti hanno riguardato i dazi e la questione del trattato sul nucleare iraniano. La questione del protezionismo, che Trump vuole portare avanti in modo ostinato, oltre a colpire singolarmente le economie statali, tra le quali proprio quelle di Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna, cioè i restanti membri del G7, rischia di compromettere gli accordi raggiunti con la Cina, circa i rapporti commerciali con Pechino. Washington ha mostrato di rimanere inflessibile sulla volontà di imporre le tariffe contro l’Europa ed il Canada nella misura del 25% sull’acciaio e del 10% dell’alluminio ed alla volontà europea di colpire una serie di prodotti americani con una tassa complessiva che riequilibri l’importo che dovranno subire acciaio ed alluminio del vecchio continente, la Casa Bianca ha minacciato di introdurre ulteriori dazi sulle autovetture provenienti da Europa e sudest asiatico. Uno degli effetti principali, se questa minaccia venisse attuata, potrebbe essere la fine dell’Organizzazione Mondiale del commercio a seguito di una serie azioni e reazioni che si innescherebbero sulla globalità dei mercati. La possibilità è che, sul piano del commercio internazionale, si possa tornare indietro di diversi anni, con l’eliminazione di posti di lavoro e l’inaugurazione di una fase di pesante crisi economica generalizzata. L’isolamento americano è, però, pericoloso, prima di tutto, per gli USA, perchè la tensione con gli europei potrebbe costringere il vecchio continente a stringere accordi di collaborazione sempre più stretti con la Cina, condannando alla progressiva marginalizzazione Washington. Non è un’ipotesi remota, Cina ed Europa sono già sostanzialmente d’accordo per il clima ed il riscaldamento globale e, con rapporti commerciali e di collaborazione sempre più intensi, potrebbero sovvertire l’attuale stato di cose. Per gli USA l’isolamento commerciale potrebbe tradursi anche in una minore importanza politica, se l’Europa riuscirà a costituire proprie forze armate ed a trovare una, anche minima, intesa sulla politica estera. In questa situazione potrebbe, poi introdursi anche la Russia per portare divisione negli alleati degli americani. Trump insiste, nel suo programma riassunto dalla frase “America first”, considerando impossibile che gli alleati storici allentino i loro contatti con Washington, anche se fatti oggetto di ingiustizie economiche; ma il gradimento del presidente americano è sempre più basso in Europa e queste mosse potrebbero accelerare il distacco dagli Stati Uniti, sopratutto se si considera l’attuale contesto storico, dove la logica dei blocchi contrapposti è tramontata da tempo e la globalizzazione ha aperto scenari completamente differenti, con logiche nuove, che non possono separare l’economia dai rapporti internazionali e dagli assetti della difesa. Ma Trump potrebbe stravolgere la realtà in modo ancora più clamoroso aprendo un canale di dialogo privilegiato con Mosca, fattore fino ad ora impedito dalla burocrazia americana, che il presidente sta lentamente portando dalla sua parte con cambi al vertice sempre più frequenti. Si è detto che l’azione di Trump si basa su di una imprevedibilità sempre più usata, tuttavia la domanda è se dietro questo uso di imprevedibilità in dosi massicce, ci sia un progetto precostruito o se il presidente americano si basi su di una improvvisazione dovuta al momento particolare ed alle sue opinioni momentanee. In ogni caso gli USA, con Trump alla Casa Bianca. sono un interlocutore, sempre importante, ma sempre meno affidabile, dal quale occorre allentare i vincoli al più presto, per formare un Occidente ed una Europa capaci di prendere decisioni autonome e di esserein grado di sostenerle.

L’Alleanza Atlantica teme di indebolirsi a causa delle tensioni tra USA ed Europa

La distanza che aumenta tra paesi europei e Stati Uniti segna una novità nei rapporti all’interno del blocco occidentale. La necessità di mantenere una maggiore convergenza nelle questioni della sicurezza resta però prioritaria di fronte alle nuove emergenze globali, ai pericoli del terrorismo e di fronte alle tensioni internazionali, sebbene di un mondo non più schierato in due parti, ma con protagonisti sempre più rilevanti, come la Cina. All’interno dell’occidente il ruolo dell’Alleanza Atlantica mantiene la sua importanza prioritaria nelle questioni della difesa e della sicurezza; se prima i membri dell’alleanza risultavano sostanzialmente allineati, oltre che sulle problematiche militari anche su quelle delle relazioni internazionali e dei rapporti economici, lo scenario attuale restituisce una situazione che è andata progressivamente cambiando le rispettive esigenze dei singoli stati di fronte alle questioni della globalizzazione e della politica interna. Il rapporto conflittuale che è iniziato sulle merci, e sui relativi dazi da imporre, tra USA ed Europa, da quando Trump è diventato il nuovo presidente americano, ha delineato una distanza tra le due parti come non si era mai verificato nella storia; peraltro la variabile Trump ha provocato anche una forte differenza di valutazione sull’accordo relativo al nucleare iraniano: con l’Europa che si trova a volere mantenere quanto firmato con Teheran, mentre gli Stati Uniti, più vicini alle potenze sunnite ed a Israele rispetto alla presidenza Obama, sono ora profondamente contrari a permettere lo sviluppo civile della tecnologia atomica del paese iraniano. Altro fattore di contrasto è l’atteggiamento negativo americano nei confronti dell’accordo sul clima. Al vertice dell’Alleanza Atlantica queste tensioni hanno provocato un allarme per il timore di ricadute all’interno dell’alleanza, considerando anche il fatto di come si è finora mossa la Turchia al fianco della Russia, tradizionale avversario dell’Alleanza Atlantica, che ha ultimamente ripreso un ruolo di primaria importanza nel panorama internazionale e delle recenti dichiarazioni del nuovo governo italiano, che si è detto favorevole ad una revisione delle sanzioni contro Mosca, comminate a causa della questione ucraina, parere appoggiato da diversi stati appartenenti all’Unione Europea. Il Segretario dell’Alleanza Atlantica si è fatto portavoce del disagio crescente all’interno dell’organizzazione riconoscendo che le grandi divergenze presenti non devono compromettere la cooperazione per la sicurezza, che sarebbe in grado di indebolire la cooperazione tra i membri dell’Alleanza. Per il momento gli analisti internazionali ritengono che le questioni che provocano la distanza tra i membri non hanno avuto un impatto sul funzionamento dell’Alleanza atlantica, ma che se dovesse registrarsi un incremento del disaccordo il prossimo vertice dell’organizzazione potrebbe essere molto difficile. Esiste anche il problema della richiesta americana, verso gli altri stati di aumentare la spesa militare fino al 2% del prodotto interno lordo delle singole nazioni. Washington ha un doppio interesse verso questi incrementi di spesa: da un lato una maggiore partecipazione alle spese per la difesa, una richiesta legittima perchè fino ad ora gli USA, anche per mantenere lo status quo di prima potenza mondiale, un aspetto a cui tengono molto, hanno sostenuto la gran parte dello sforzo finanziario per mantenere efficiente l’alleanza, tuttavia esiste anche un altro aspetto, meno nobile, che consiste nel volere indirizzare questa spesa in armamenti prodotti nei confini statunitensi. Questo aspetto potrebbe generare ulteriori conflitti perchè gli ostacoli per le industrie europee, imposti dagli USA impediscono l’accesso al mercato dell’Alleanza Atlantica, andando, di fatto, a costituire una forma di protezionismo praticata con altri mezzi. La preoccupazione dei vertici dell’Alleanza Atlantica è, quindi, giustificata, e potrà essere attenuata con una azione diplomatica interna molto faticosa, anche perchè l’Unione Europea, pur essendone ancora lontana, ha intrapreso la direzione della creazione di un esercito europeo, che potrebbe non essere inquadrato nell’Alleanza Atlantica, sia per rendersi maggiormente indipendente dall’aiuto americano, sia per avere margini di manovra ed autonomia superiore nei contesti internazionali. Questo obiettivo è ritenuto irrinunciabile da Germania e Francia proprio per evitare l’eccessiva dipendenza da soggetti come Trump in futuro.

La Colombia diventa membro dell’Alleanza Atlantica

La colombia si appresta a diventare il primo paese dell’America Latina ad entrare nell’Alleanza Atlamtiva e nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Il traguardo è considerato nel paese colombiano un motivo di orgoglio ed un punto di partenza per lo sviluppo del paese, in un quadro privilegiato per i rapporti con l’occidente. Probabilmente è stato decisiva la fine della guerra interna con il movimento delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, conflitto cha ha provocato uno stato di instabilità nel paese che è durato per molti anni. Gli effetti dell’accordo, firmato circa un anno addietro, sono stati sicuramente verificati dal direttivo dell’Alleanza Atlantica, che ne ha constatato gli effetti positivi e sicuri della situazione interna della Colombia, d’altra parte senza l’accordo in questione sarebbe stata impossibile l’ammissione all’interno dell’Alleanza Atlantica. Dal punto di vista strategico per l’Alleanza Atlantica ed, in generale, per l’occidente, l’ingresso della Colombia permette di posizionarsi nel continente sud americano con una funzione preventiva di una eventuale espansione cinese ed anche russa, ma sopratutto, nell’immediato, permette il controllo delle frontiere con il Venezuela in grande crisi politica e che potenzialmente potrebbe entrare nella sfera dell’influenza russa. Per l’occidente limitare gli effetti contagiosi della crisi venezuelana diventa di primaria importanza per continuare a mantenere una collaborazione, più o meno indiretta, con i paesi sudamericani, che potrebbero diventare prossimamente dei protagonisti della espansione economica, seguendo quanto già accaduto in Brasile.  Per la Colombia speranze sono quelle di ottenere un più facile accesso ad investimenti esteri, capaci di aumentare la ricchezza del paese, proprio grazie al prestigio ottenuto con l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. Un obiettivo, che potrà diventare ancora più concreto, grazie all’ammissione nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico; per Bogotà è essenziale ridurre la povertà per favorire una maggiore redistribuzione del reddito ed una conseguente inclusione sociale più forte, che deve garantire il paese da nuovi elementi di dissidio sociale, che potrebbero riaprire soluzioni di tipo terroristico. Per completare questo percorso la Colombia ha affrontato riforme della pubblica amministrazione di tipo strutturale, che hanno dovuto superare gli accertamenti di numerosi esperti. La Colombia, quindi, si presenta con uno standard più elevato dell’amministrazione della cosa pubblica e si pone come prossimo paese protagonista del continente sudamericano.

La necessità di riformare il Consiglio di sicurezza

Una delle questioni principali collegate alla guerra di Siria è quella relativa al controllo sull’uso delle armi chimiche e su chi deve fare rispettare queste limitazioni. Lo scenario è quello internazionale, quindi regolato da leggi che troppo spesso non sono rispettate; in questo contesto il soggetto sovranazionale con maggiore responsabilità dovrebbe essere rappresentato dalle Nazioni Unite, tuttavia, dei tre organi da cui sono composte, il Segretario generale, l’Assemblea ed il Consiglio di sicurezza, soltanto quest’ultimo avrebbe la possibilità di fare rispettare le risoluzioni decise dall’assemblea. IL meccanismo giuridico studiato alla fine della seconda guerra mondiale, ha però espresso un sistema fondato su voti incrociati, che hanno dato ai membri permanenti un potere troppo elevato, rispetto agli altri paesi delle Nazioni Unite. Ciò ha prodotto una sostanziale inadeguatezza dell’unico organo di governo mondiale, rimasto prigioniero di interessi particolari, davanti a quelli generali. Il caso siriano è soltanto l’ultimo, il più recente, esempio di sostanziale inutilità di una organizzazione, che, come quella che l’ha preceduta, si sta indirizzando verso il fallimento. Certo la mancanza di mezzi propri per fare rispettare le tregue decise o i divieti imposti sulle armi, rappresenta un ostacolo non da poco, ma ancora peggio è la situazione normativa che permette ai membri permanenti di esercitare, anche singolarmente, il proprio diritto di voto soltanto in funzione dei propri interessi nazionali. Più volte diversi paesi hanno sollecitato la necessità di una riforma, sempre negata dall’egoismo dei membri permanenti. Non si è riusciti neppure ad introdurre dei correttivi in presenza di situazioni umanitarie particolarmente gravi, nel timore che, in un futuro prossimo, queste eccezioni potessero violare interessi statali eventualmente in conflitto ad esempio con possibili aiuti umanitari. Purtroppo nella storia saranno sempre presenti dei dittatori come Assad, che per prestare al potere non avranno timore ad usare le armi peggiori, anche contro i civili, così come esisteranno sempre stati pronti ad usare questi dittatori per raggiungere i loro scopi. Però sarebbe sufficiente una modifica del Consiglio di sicurezza per cercare di introdurre una casistica giuridica che potrebbe impedire stragi e sofferenze, anche senza inserire nuove norme per l’Assemblea e per le funzioni del Segretario generale. Senza un cambiamento il prestigio del Consiglio di sicurezza, e, sopratutto, dei suoi membri permanenti è destinato a diminuire in maniera considerevole, ma questo potrebbe essere soltanto il primo passo di una perdita progressiva delle funzioni delle Nazioni Unite, che registrerebbero un indebolimento sostanziale, tale da mettere in pericolo le relazioni multilaterali tra gli stati e quel sistema che cerca di garantire la sicurezza internazionale. Considerare sempre meno gravi determinati crimini, come, appunto, l’uso delle armi chimiche, perchè visti in un’ottica di normalizzazione del problema, può causare la perdita di efficacia del timore delle sanzioni internazionali e, quindi, dare il via ad un sistema generale con sempre meno regole, perchè quelle vigenti non assicurano la garanzia della repressione e della punibilità degli autori dei crimini. Il sistema dei veti incrociati, che è ormai alla base del funzionamento delle Nazioni Unite, deve essere superato con normative nuove, che cerchino soltanto di tutelare le garanzie minime della vita delle popolazioni civili, anche in contrasto con gli interessi dei singoli stati. L’assicurazione della punibilità di chi commette gravi violazioni contro la popolazione civile, anche se nella veste di capo di stato, deve rappresentare il primo passo per riaffermare il compito sovranazionale di tutela dell’interesse generale, che deve essere perseguito dalle Nazioni Unite, pena il decadimento dei rapporti internazionali intesi come forma di multilateralità, che in un contesto globale, dovrebbe rappresentare la regola comune.

Le Nazioni Unite votano contro a Gerusalemme capitale di Israele

Il voto delle Nazioni Unite, contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, segna il punto più basso dell’autorevolezza e del peso diplomatico statunitense. Sono stati ben 128 i paesi che hanno votato a favore del testo della risoluzione delle Nazioni Unite, che rifiutava la dichiarazione del presidente americano per il riconoscimento di Gerusalemme come acpitale dello stato israeliano. Tra i 128 paesi ci sono anche rivali degli Stati Uniti, ma sopratutto, ed è questa la rilevanza politica estrema, ci sono nazioni tradizionalmente alleate di Washington. Contro la risoluzione delle Nazioni Unite è arrivato il voto scontato di Tel Aviv, che si è sommato a piccoli paesi, timorosi di non ricevere più gli aiuti americani. Per Trump e la sua amministrazione una sconfitta totale, che pone gli Stati Uniti in una sorta di isolamento diplomatico e che, come conseguneza, ha quella di diminuire molto il suo peso politico nello scenario internazionale. Trump commette, quindi, l’ennesimo errore diplomatico, dimostrando di non essere un bravo calcolatore e questa vicenda evidenzia tutto il dilettantismo con il quale l’amministrazione della Casa Bianca pretende di gestire le questioni internazionali. Il presidente americano , con questa mossa effettuato insieme al governo di Tel Aviv, credeva di efffettuare un colpo ad effetto in grado di distogliere l’attenzione dai problemi interni e che lo permettesse di accreditarlo come protagonista della vita internazionale. Mai scelta fu più sbagliata: la sconfitta diplomatica americana, subita nella sede delle Nazioni Unite, non ha, probabilmente precedenti ed evidenzia tutto il declino della nazione americana a causa di una leadership inadatta ed improvvisata; tutto questo anche se la decisione assunta dai 128 paesi non ha una valenza vincolante e non impedirà a Washington di insediare la sua ambasciata a Gerusalemme. Ma proprio questo aspetto rende ancora più pesante la perdita di prestigio internazionale subita dagli Stati Uniti. Anche perchè le ragioni di questo voto non sono solo politiche, ma principalmente fondate sulle norme del diritto internazionale, violate in modo così inconsulto da Trump e dalla sua amministrazione. La Casa Bianca ha perso l’occasionedi gestire la questione palestinese, e quello sarebbe stato, invece, un punto molto rilevante anche per una presidenza insufficiente come quella di Trump; con questa decisione gli USA non potranno più porsi nel ruolo di mediatore tra palestinesi ed israeliani, perchè ormai troppo sbilanciati a favore di questi ultimi. Non si sa se questa scelta rientri nel programma elettorale di Trump, certo è che ora gli USA non sembrano potere più ambire al primo posto della scena diplomatica, proprio per la mancanza di una condotta equilibrata ed anche per la deficienza di esperienza internazionale, dovuta anche a nomine inadatte all’interno del corpo diplomatico statunitense. Dal punto di vista più peculiare della questione è impensabile oltrepassare le dieci risoluzioni del Consiglio di sicurezza, quindi firmate anche dagli USA, che risalgono ancora al 1967, ma che sono ancora valide e dove si stabilisce che la questione di Gerusalemme deve essere risolta in modo congiunto all’interno dell’intera questione israelo-palestinese. Quindi una eventuale decisione unilaterale, da una parte o dall’altra, non avrà valore. Al premier israeliano, che ha già intrapreso questa strada in disprezzo degli accordi, si aggiunge così il presidente americano, abbandonando il senso di legalità che poteva lasciare ancora spazio per il ruolo statunitense nel mondo. Infine la reazione della ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, rappresenta il senso di frustrazione dell’amministrazione per essere stati sconfitti in maniera così plateale e la minaccia mafiosa di non fornire più aiuti a chi ha votato a favore della risoluzione, getta ulteriore discredito sulla Casa Bianca incapace di accettare posizioni diverse dalla propria.

La Russia verso le manovre militari

Le manovre militari, che l’esercito russo esegue congiuntamente con le forze armate della Bielorussia, preoccupano i paesi baltici e quelli già appartenenti al Patto di Varsavia. Mosca e Minsk hanno usato un quantitativo di uomini, di poco al di sotto delle 13.000 unità, cifra da cui sarebbero partiti controlli di osservatori, secondo gli accordi internazionali vigenti. La preoccupazione maggiore è che in precedenti casi di queste manovre, i russi hanno poi invaso veramente la Georgia e la parte orientale dell’Ucraina, oltre alla Crimea, trasformando le esercitazioni militari in autentiche prove di forza. Attualmente questa eventualità potrebbe verificarsi in Bielorussia, ma l’atteggiamento di Minsk verso il Cremlino è di grande collaborazione, all’interno di una alleanza molto stretta. Del resto la ragione principale delle offensive militari già citate, era quella di evitare un possibile avvicinamento verso l’Alleanza Atlantica dei territori invasi. Il regime della Bielorussia non ha certo queste intenzioni ed il precedente rifiuto di Minsk dell’installazione sul suo territorio di missili russi, non pare sufficiente ad una possibile invasione. La ragione di queste manovre militari, sembra piuttosto da ricercare nella volontà di dimostrare all’Alleanza Atlantica la propria forza. Non sembra esere secondario anche il fatto che i rapporti tra USA e Russia si mantengano difficili, malgrado il miglioramento che Putin si attendeva con l’elezione di Trump. Nonostante la volontà del nuovo presidente degli Stati Uniti era quella di migliorare i rapporti con Mosca, il Cremlino ha dovuto constatare che gli apparati militari e diplomatici non si sono piegati alla volontà della Casa Bianca ed hanno mantenuto una propria autonomia di giudizio, che resta negativa verso il governo russo. Se per l’Alleanza Atlantica la posizione russa in Ucraina orientale, in Georgia ed in Crimea, costituisce una violazione del diritto internazionale ed una minaccia, per Mosca la presenza dell’Alleanza Atlantica nei paesi che sono appartenuti al Patto di Varsavia e nei paesi baltici, che circondano l’enclave russa di Kaliningrad, è avvertita come una mancanza del rispetto delle rispettive zone di influenza. Anche per questo motivo sarebbe stato scelto il territorio bielorusso come teatro delle manovre, ovvero una sorta di dimostrazione e provocazione diretta contro Bruxelles. Secondo alcune ipotesi, poi, gli effettivi impiegati sarebbero molti di più di quelli dichiarati e ciò potrebbe precludere ad una azione di forza russa. In realtà Mosca parla soltanto di esercitazione con scopo difensivo, per testare la propria reazione in caso di attacco proveniente da occidente. Certamente l’unica possibilità che questa ipotesi si concretizzi è soltanto quella di un attacco dell’Alleanza Atlantica, tuttavia, secondo la maggioranza degli analisti militari, ciò non sarebbe possibile, perchè l’interesse di Bruxelles nella regione è quello di mantenere le posizioni, altro sarebbe se la Russia attaccasse un membro dell’Alleanza Atlantica, in quel caso, come è risaputo scatterebbe la clausola del trattato di adesione, che impone la difesa di ogni stato membro che subisca un attacco militare. Si tratta però di una ipotesi che la Russia non vuole assolutamente che si verifichi, perchè non sembra ancora disporre di una forza  sufficiente per competere con l’Alleanza Atlantica, tuttavi ail Cremlino ha abituato l’opinione pubblica internazionale ad una tattica fatta di provocazioni con il solo scopo di innalzare la tensione ed il senso di instabilità dove queste provocazioni si verificano. Ultimamente i raid che l’aviazione russa ha compiuto sui paesi baltici o sul confine ucraino, hanno provocato un allarme crescente e non solo in queste nazioni, ma anche in Polonia, tanto da sollecitare una maggiore presenza di battaglioni ed armamenti di difesa. L’intenzione di Mosca è stata chiaramente quella di provocare un allarme crescente in alcuni membri dell’Alleanza Atlantica per verificare lo stato d’animo con il quale Bruxelles ha affrontato il problema. Resta da sperare che non accada, durante queste esercitazioni, un incidente non voluto, ma in grado di provocare un peggioramento dei rapporti tra Occidente e Russia.

Sanzioni più dure per la Corea del Nord

L’evoluzione della questione nordcoreana ha portato ad uno sviluppo tanto atteso dall’occidente, quanto, fino ad ora, osteggiato dalla Cina. Pechino è sempre stata ritenuta l’unica potenza ad avere una possibile influenza su Pyongyang, tuttavia, fino ad ora, la volontà di condizionare il regime della Corea del Nord, non era mai stato evidenziato. Questa considerazione deve essere fatta senza considerare i possibili tentativi non ufficiali e segreti che la Cina potrebbe avere tentato, e che sicuramente sono andati falliti. Fino ad ora la Cina, in maniera ufficiale, non è mai andata oltre dichiarazioni di prammatica ed ha mantenuto un atteggiamento equivoco verso le sanzioni internazionali contro la Corea del Nord, favorendo in maniera ufficiosa traffici commerciali. Le minacce americane di arrivare ad una guerra preventiva, sono, però, ora divenute esplicite, tanto da fare diventare concreta l’opzione militare. Questo fatto, ma non solo, deve essere stato alla base della decisione, per certi versi clamorosa, da parte di Pechino di appoggiare nuove e più pesanti sanzioni verso il paese nordcoreano e decise nell’ambito istituzionale della Nazioni Unite. Il gesto ha un chiaro significato politico: la Cina deve affiancarsi all’organizzazione sovranazionale più importante, per non essere riuscita a risolvere da sola la questione; non solo, senza aderira esplicitamente alle nuove decisioni contro Pyongyang, la Cina avrebbe dato l’impressione di sostenere il paese nordcoreano. La preoccupazione cinese è diventata tangibile già con le minacce nordcoreane agli USA, attraverso la concreta possibilità di colpire città americane, ed è aumentata con l’opzione militare ritenuta, ormai possibile da Washington. Una guerra nella regione sarebbe un grosso problema da risolvere per Pechino, sia dal punto di vista diplomatico, che commerciale. Che la possibilità di un conflitto sia concreta, si capisce anche come la Russia, che ha aderito alle sanzioni, si sia impegnata pubblicamente per una soluzione diplomatica e negoziale, che possa escludere l’uso delle armi. Dal loro punto di vista gli Stati Uniti appaiono consci, che la realizzazione dell’opzione militare potrà causare gravi danni alle popolazioni civili di Corea del Sud e, forse, anche Giappone:  i paesi alleati di Washington più vicini alla Corea del Nord e, quindi, più probabilmente oggetto di rappresaglie. Dal punto di vista militare, pur essendoci una grande sproporzione tra le foze americane e quelle del paese nordcoreano, se la guerra si intende preventiva in senso letterale, si tratterebbe di colpire i siti dove sono stoccati gli ordigni atomici: cosa piuttosto difficile da individuare, se, invece, l’obiettivo sarebbe quello di rovesciare il regime al potere a Pyongyang, si tratterebbe di un conflitto più lungo e dagli esiti incerti senza l’intervento diretto della Cina. In ogni caso andrebbe considerata la certezza  dell’uso di ordigni atomici da parte di Pyongyang: uno scenario capace di aprire sviluppi di lungo periodo. Peraltro un utilizzo di armi nucleari non è neppure da escludere senza un attacco militare americano, ma come risposta a sanzioni particolarmente dure ed all’unità di paesi che le hanno approvate. Occorre ricordare che gli ambiti che riguarderanno le sanzioni taglieranno di un terzo le entrate del paese nordcoreano,  derivanti dalle esportazioni. Ad essere colpiti saranno i settori delle materie prime, carbone, ferro, piombo e del mercato ittico; inoltre si limiterà la capacità di Pyonyang di stipulare accordi di joint venture, di contenere l’attività della banca nazionale per il commercio estero ed il divieto di inviare lavoratori all’estero, dai cui salari il governo nordcoreano trattiene quote consistenti spesso in valuta pregiata. Si capisce che in un paese già duramente provato da una situazione economica particolarmente grave, queste decisioni possono portare la nazione al tracollo economico. Ora gli effetti possono essere di due tipi: o la Corea del Nord risponderà militarmente, dando il via ad una escalation militare, giacché questa volta difficilmente gli Stati Uniti non daranno corso alle proprie ritorsioni, peraltro già annunciate, o Pyongyang, visto l’isolamento ed anche l’atteggiamento cinese, si troverà a scegliere la soluzione di intraprendere una serie di discussioni capaci di arrivare ad un seppure difficile negoziato. Questa soluzione è quella che si augura tutto il mondo, ma l’imprevedibilità di Kim Jong-un non assicura alcuna previsione attendibile, fino alla prossima mossa.

Erdogan minaccia di aderire all’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione

La minaccia di Erdogan di aderire all’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, sembra essere il ricatto definitivo contro una Unione Europea, con la quale le distanze aumentano ogni giorno di più. La nuova meta che Ankara vorrebbe raggiungere è una organismo sovranazionale, che raggruppa Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan e che ha come fine la collaborazione militare ed economica. In lista di attesa per future possibili adesioni vi sono la Mongolia, il Pakistan, l’India ed anche l’Iran. Si tratta di una organizzazione eterogena per i diversi fini dei suoi membri e che, fino ad ora, non ha sviluppato più di tanto la propria attività. Tuttavia in un mondo in continua evoluzione l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, sembra avere ampi margini di sviluppo, in un contesto mondiale dove gli attori singoli perdono sempre più importanza a favore di alleanza tra più stati. Se il modello dell’Unione Europea o quello dell’Alleanza Atlantica, sembrano essere ancora lontani, la necessità di accordi più ampi di quelli bilaterali, fa crescere di importanza le organizzazioni che sono già presenti con una propria struttura, sopratutto se contribuiscono ad avvicinare paesi limitrofi con esigenze complementari. Le esigenze turche, di rompere un isolamento destinato ad aumentare, potrebbero trovare una valida giustificazione nella richiesta di ammissione all’Organizzazione di Shanghai. Questo escluderebbe definitivamente ogni altro tentativo di entrare nell’Unione Europea, peraltro attualmente impossibile a causa dell’atteggiamento che il governo di Ankara ha assunto nei confronti dei diritti civili, sempre più compressi nel paese. Però per Erdogan si tratterebbe dell’ammissione di una sconfitta, più facile da giustificare, ma pur sempre una sconfitta, dato che la mancata adesione all’Europa andrebbe a certificare il fallimento di un obiettivo a lungo rincorso. Perchè una adesione ad una alleanza dove c’è la Russia renderebbe inconciliabile un ingresso a Bruxelles. La percezione è che Erdogan voglia tenere aperte entrambe le possibilità, con l’adesione a Shanghai come possibilità estrema, e che la manovra rappresenti una sorta di ultimatum all’Europa, che in caso di entrata della Turchia nell’Organizzazione di Shanghai, potrebbe avere ai suoi confini la possibilità di avere sia cinesi che russi. Per il regime presente attualmente nel paese turco ci sarebbero senz’altro maggiori affinità e minori critiche, resta da vedere se questa adesione potrà portare vantaggi paragonabili al rapporto, sia pure a distanza, che è attualmente in essere con l’Unione Europea. C’è poi da considerare il problema dell’Alleanza Atlantica, la cui permanenza della Turchia, nel caso di adesione a Shanghai, potrebbe essere messa in discussione; anche se è pur vero, che gli attuali rapporti con la Casa Bianca sono tutt’altro che distesi. Possibili cambiamenti potrebbero però verificarsi con l’insediamento del nuovo presidente americano Trump, cha ha più volte manifestato di volere mettere in pratica un diverso coinvolgimento degli Stati Uniti nell’Alleanza Atlantica. Peraltro sarà anche interessante vedere come i rapporti tra Trump e Putin potranno evolversi e come andranno ad influenzare il comportamento della stessa Turchia. Quello che Erdogan pensa è una possbile consultazione referendaria sulla intenzione o meno di procedere ancora con i negoziati per l’integrazione europea, in modo da annullare tutte le questioni in essere con Bruxelles ed eventualmente ripartire da zero, nel quadro di un rapporto bilaterale tra Ankara e l’Unione Europea, senza i presupposti legati ad una eventuale entrata del paese turco. Si prefigurerebbe, così, una sorta di rottura con l’Unione, con qualche analogia al caso inglese.

La Corte dell’Aja afferma che Pechino non ha diritti di sovranità nel mare cinese meridionale

La sentenza della corte dell’Aja, sulla disputa territoriale della sovranità del mare prospiciente le coste delle Filippine, a cui ambisce la Cina, è destinata, oltre a diventare un precedente della giurisprudenza del diritto internazionale, anche un fattore di potenziale aggravamento della situazione di quello scenario ed in altri analoghi. La Corte dell’Aja ha stabilito che la sovranità rivendicata da Pechino, su alcune isole del mare cinese meridionale,   non è sostenuta da alcuna base giuridica. Lo spazio marino in questione è considerato da più parti una vera e propria autostrada del mare, importantissima per il trasporto delle merci e quindi adi alto valore strategico, contiene giacimenti di gas e petrolio ed, inoltre, è specchio acqueo di interesse economico anche per il settore della pesca. Il fatto che imbarcazioni cinesi, così come di altri stati, hanno operato storicamente nella zona marina in questione, non costituisce una prova del controllo esclusivo delle acque, come sostenuto da Pechino. Anzi la Cina ha avuto un comportamento di interferenza quando queste zone erano colonie spagnole ed ha danneggiato la barriera corallina con la costruzione abusiva di isole artificiali, operazione che non era nei suoi diritti e che costituisce un abuso. Questa condotta ha, quindi , costituito una violazione palese dei diritti di sovranità del paese filippino rispetto alla sua piena disponibilità della zona economica esclusiva e della piattaforma continentale.  Questa sentenza oltre che giuridica ha un innegabile valore politico, perchè nega, attraverso il giudizio favorevole a Manila,  alla Cina le sue rivendicazioni come potenza regionale e globale e crea un precedente non irrilevante su tutte le altre contese che Pechino conduce con altre nazioni asiatiche, come la Corea del Sud, il Giappone, il Vietnam e la Malesia, circa la pretesa sovranità di alcune isole e porzioni di mare, che Pechino pretende di prendere a questi paesi, anche attraverso tattiche aggressive che prevedono un pericoloso uso delle forze armate.  Per la Cina questa sentenza rappresenta, sul piano diplomatico, una severa sconfitta, come ha dimostrato la reazione del governo di Pechino, che si è affrettato a non riconoscere la competenza della Corte dell’Aja e quindi a definire come infondata e nulla la sua decisione. Anche le dichiarazioni del ministero della difesa cinese, sono state espresse in questo senso, ribadendo che l’ente governativo farà di tutto per preservare l’unità e la sovranità del paese, lasciando intendere in maniera implicita, che le zone oggetto della sentenza vengono considerate come parte integrante del territorio della Cina. Si tratta di un atteggiamento che è destinato ad innalzare la tensione intorno alla contesa e che pone la Cina in una posizione quasi di difesa, che potrebbe essere seguita dalla dimostrazione della forza militare del paese, capace di portare ad un crescendo pericoloso, in grado di aprire più teatri di crisi internazionali; sarà determinante vedere gli sviluppi di questo scenario, considerando non evitabile un impegno diretto degli Stati Uniti, che considerano i mari asiatici il teatro centrale della propria politica estera, anche in funzione di supporto ai tanti alleati coinvolti nelle contese con  la Cina. Per ora Pechino si è limitata a controbattere alla sentenza con argomenti giuridici, affermando che le dispute terriotriali non sono soggette alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e che questa convenzione è stata violata dalle Filippine, che ha impedito alla Cina di scegliere il modo della gestione del contenzioso, come stabilito anche dagli accordi bilaterali. Pechino sostiene anche che queste divergenze dovevano essere oggetto di negoziati tra le due parti e non sottoposte ad un giudice. Queste argomentazioni appaiono però deboli di fronte ad una opinione internazionale, che proprio in forza di questa sentenza, tenderà a fare crescere la pressione diplomatica per fermare la Cina nella sua azione di espansione marittima. Infatti anche se la Corte dell’Aja non dispone degli strumenti coercitivi in grado di fare rispettare la propria sentenza, il giudizio che ha emesso porterà ad una sicura reazione diplomatica, che aspettava soltanto una argomentazione giuridica in grado di sostenere una modalità di contrasto concreta. Ad essere protagoniste saranno quindi le cancellerie e gli organismi diplomatici, che dovranno essere in grado di impedire che la contesa si sposti su un piano, anche solo potenziale, di tipo militare; ciò per scongiurare i pericoli più imminenti, ma anche per prevedere ed evitare futuri contenziosi di questo tipo. La Cina, se ambisce veramente a diventare una superpotenza, dovrà cercare modalità alternative per affermarsi come tale e, come prima cosa, dovrà accettare il verdetto degli enti internazionali, come la Corte dell’Aja, dimostrando una statura mondiale e non solo da piccola potenza regionale.