Gli interrogativi rimasti nel vertice dell’Alleanza Atlantica

Il recente vertice dell’Alleanza Atlantica ha messo in rilievo parecchie differenze di opinione tra i membri ed ha lasciato in sospeso più di una questione. Se, da una parte gli USA continuano a focalizzarsi sull’aspetto economico, tralasciando in modo colpevole i temi strategici e geopolitici, gli altri membri sembrano impegnati in una diatriba sulla reale funzionalità dell’alleanza, la Francia, o su aspetti troppo peculiari di interesse singolo, la Turchia, o, ancora di natura troppo particolare, come i paesi dell’ex blocco sovietico. Quella che è mancata è stata una visione comune capace di rispondere alle rinnovate esigenze del panorama internazionale, quindi con qualche ragione francese, e di intraprendere una direzione condivisa in grado di focalizzare gli interessi comuni. Definire genericamente come nemico il pericolo del terrorismo, sotto il quale ricadono diverse istanze, anche contrapposte, non pare sufficiente ad una azione condivisa contro i reali pericoli, chesono l’instabilità mondiale sempre più diffusa e l’insorgenza della Cina. Sopratutto nei confronti di Pechino andrebbe adottato un atteggiamento maggiormente guardingo in virtù di considerazioni che sono oggettive. Washington non condivide l’impostazione di Pechino di volere coinvolgere sempre più le Nazion Unite nelle risoluzioni delle crisi, ma, sopratutto  con la presidenza Trump, ha optato per un isolamento, che non la pone più al centro della scena internazionale. Questo perchè ha voluto inseguire la Cina sulla strada degli interessi economici prioritari, ingaggiando battaglie commerciali, che hanno provocato una distrazione, anche voluta dal suo ruolo internazionale. Ciò ha lasciato un margnie di manovra molto ampio alla Cina, che grazie alla sua liquidità ha saputo sfruttare e creare occasioni ci contatto sempre più ravvicinato con i paesi dell’Alleanza Atlantica. Se, in via di principio, si possono anche condividere le intenzioni di coinvolgere maggiormente le Nazioni Unite nelle gestioni delle crisi internazionali, occorre sempre tenere presente che l’interlocutore cinese non è una democrazia, ma come dimostra il comportamento con i musulmani cinesi, è una dittatura delle più dure. Purtroppo il modello cinese affascina diversi leader politici occidentali: una riduzione democratica consente una maggiore libertà di governo e permette una azione politica più incisiva perchè meno limitata. Inoltre alla popolazione viene offerto in cambio della rinuncia ai diritti politici un maggiore accesso alle merci ed anche una sicurezza più garantita, che sono temi funzionali e condivisi dagli ambienti economici e finanziari. Questa direzione, come dimostrano le proteste mondiali nei sistemi politici non democratici, favorisce soltanto l’instabilità e, proprio per questo dovrebbe essere osteggiata nell’Alleanza Atlantica, per prima cosa anche nei confronti dei suoi stessi membri come la Turchia ed anche la Polonia. In più la condizione marginale in cui si è relegata l’Unione Europea, per l’assenza di un progetto politico, non favorisce un dibattito necessario capace di fornire il necessario indirizzo all’interno dell’Alleanza Atlantica. Soltanto il presidente francese, con tutti i suoi difetti, ha provato a scuotere l’alleanza chiedendo una maggiore integrazione ed un maggiore rispetto delle regole (come ha fatto nei confronti della Turchia, biasimata per avere colpito i curdi, alleati dell’occidente nella lotta contro lo Stato islamico). Il vertice di Londra si è concluso in maniera equivoca e, sostanzialmente, con un nulla di fatto ed ha lasciato molti interogativi sul futuro di un’alleanza che ha senz’altro perso molta della sua capacità di manovra, prima di tutto politica, ma anche geostrategica. Resta la potenza militare, necessaria, certo, ma che è poca cosa senza un progetto cpace di proiettare, non solo nel futuro, ma sopratutto nel presente gli ideali occidentali. DI interessi non si può parlare perchè all’interno dell’Allenza Atlantica ce ne sono troppi e che sono spesso in contrasto tra di loro ed è proprio su questo che dovrebbe essere avviato un vero processo di revisione dello stesso trattato che dovrebbe essere basato su di una visione strategica improntata sui valori occidentali ed alla reale collaborazione, con l’obiettivo principale di mantenere la pace. Tutto il resto poi potrà venire di conseguenza.

Considerazioni sull’Alleanza Atlantica

Ormai è diventato interrogarsi sulla reale necessità dell’Alleanza Atlantica; fino a qualche decennio prima questa domanda era tipica degli ambienti di estrema sinistra, ma ora le ragioni di opportunità di una alleanza transatlantica, con queste carrateristiche sembrano venire ogni giorno sempre di meno. Ciò investe diversi ragionamenti, influenzati dall’emersione di troppe variabili che possono condizionare l’opinione sull’argomento. La tendenza di Trump di volere sganciarsi da una visione di difesa dove la parte occidentale è centrale, risulta essere cosa molto nota, ma le elezioni americane sono molto vicine, tuttavia aspettare un periodo così lungo senza pensare una riorganizzazione potrebbe essere molto deleterio per l’Europa; infatti la possibile, ma non certa rielezione dell’attuale presidente USA, non deve diventare un fattore in grado di procrastinare una decisione senza dubbio necessaria. Certamente i tempi per ridiscutere ed eventualmente ripensare l’alleanza non devono essere brevi: l’Alleanza Atlantica assicura un funzionamento più che positivo, sopratutto in termini militari, ma certamente meno soddisfacente per quanto riguarda i rapporti tra gli stati e le decisioni comuni. In questo momennto appare centrale la questione del ritiro dei militari americani dalle zone curde al confine con la Turchia, lasciando degli alleati fedeli e sopratutto fondamentali nellalotta allo Stato islamico, in balia di un membro dell’Alleanza, che si è rivelato più volte inaffidabile. La questione fondamentale è che il ritiro di una forza che operava in un teatro di guerra di interesse comune, non è stato deciso con gli alleati, ma in maniera autonoma da Washington. Certo non basta questo a mettere in crisi una alleanza pluriennale sulla quale si è fondata l’idea stessa dell’occidente, ma ciò rappresenta l’ennesimo importante segnale di una situazione che sembra sempre più deteriorata. La questione è che il funzionamento dell’Alleanza dovrebbe avere ricadute su tutti i suoi membri, invece l’azionista di maggioranza, gli USA, ne condizionano troppo le finalità. Se le richieste di Trump circa una maggiore partecipazione finanziaria possono essere corrette, alla pari dovrebbe esserci un atteggiamento altrettanto corretto nei rapporti con l’Unione Europea in quanto istiutuzione e soggetto internazionale e cardine dell’alleanza, al contrario l’amministrazione americana ha impostato una politica di divisione tra gli stati membri, che denota l’inaffidabilità dell’alleato principale. Sul fronte europeo ilpresidente francese è quello ceh più spinge per una indipendenza militare europea, raggiungibilecon la costituzione di una forza autonoma e l’unitarietà della politica estera continentale. Effettivamente questi sono i due presupposti necessari, ma l’attivismo francese potrebbe indurre qualche sospetto per la probabile volontà di una intenzione di esercitare la supremazia francese in ambito europeo. La Germania, l’unico paese che può esercitare una leadership continentale, sta vivendo un periodo di incertezza, dovuto al declino della cancelliera Merkel e da una direzione della politica estera incerta, dovuta anche alle tensioni interne ed al rallentamento dell’economia. Il fattore che potrebbe cancellare i sospetti sulle reali intenzioni francesi è quello sulla volontà di Parigi di condividere il proprio ordigno atomico a livello comunitario. La Francia è l’unica potenza nucleare continentale, a causa della scelta, avvenuta nella seconda metà degli anni cinquanta dello scorso secolo, di procedere singolarmente, anziché assieme ad Italia e Germania, nella costruzione della bomba atomica. Ora un esercito comune europeo, per avere un peso geopolitico consistente, ha tutt’altra consistenza se può disporre, a livello deterrente, dell’arma nucleare. Occorre però anche fare delle considerazioni sul perimetro di una forza militare comune europea, infatti si potrebbe pensaread un coinvolgimento ridotto sulla base del convincimento dell’adesione a Bruxelles, attualmente, infatti, gli stati dell’Europa dell’Est, non sembrano presentare quella condivisione necessaria dei valori europei e ciò porta al ragionamento di una ridiscussione degli standard di accesso all’Unione o a soluzioni del tipo dell’Europa a velocità differenti da applicare non solo sui temi economici, ma anche a quelli politici e militari. Come si vede la costruzione dell’alternativa all’Alleanza Atlantica, ancorché necessaria, presenta diversi punti interrogativi, che dovranno essere risolti se si vorrà arrivare ad una soluzione positiva, che consenta all’Unione di recitare un ruolo autonomo e di rilievo nella politica internazionale.

Quale futuro per l’Alleanza Atlantica?

Le dichiarazioni del presidente francese sull’Alleanza Atlantica hanno evidenziato un disagio che oltrepassa lo il territorio di Parigi sul comportamento americano, molto variabile, nei confronti delle strategie dell’Alleanza e la loro funzionalità. L’arrivo al potere di Trump ha determinato una nuova visione americana circa l’Europa, intesa come potenza globale non funzionale agli interessi americani. Non è un mistero che il presidente americano abbia praticato una tattica divisiva all’interno degli stati dell’Unione per favorire una frammentazione in modo da avere a che fare con i singoli stati, per ottenere un rapporto di forza più vantaggioso per Washington, rispetto alla forza comune che l’Unione tutta assieme può mettere in campo. L’interesse del presidente USA è principal
mente economico, ma ciò rileva una debolezza di visone sia sul breve che sul lungo periodo, perchè tralascia l’importanza dell’alleato europeo, nel suo insieme, sia come alleato diplomatico, che come alleato militare. Da questo ultimo punto di vista il rapporto è incrinato per l’accusa, non senza ragioni evidenti, dell’appiattimento europeo sull’apporto preponderante fornito dagli americani nel sistema complessivo di difesa atlantica. Le considerazioni USA parlano in maniera evidente di contributi finanziari europei non ritenuti all’altezza da parte degli Stati Uniti, ma se ciò poteva essere giudicato corretto in un quadro di alleanza con finalità coincidenti, la politica di Trump può ora offrire ragionevoli giustificazioni a contribuzioni poco convinte. Il mancato rispetto dell’accordo sul nucleare iraniano, l’appiattimento sull’alleanza con l’Arabia Saudita, paese ritenuto non affidabile per i suoi comportamenti relativi allo Stato islamico, la politica troppo permissiva concessa ad Israele sull’espansione delle colonie nei territori palestinesi, la tolleranza lasciata ai comportamenti turchi, l’abbandono dei combattenti curdi ed i già citati tentativi di dividere l’Unione, hanno reso gli Stati Uniti un partner sempre meno affidabile, che ha reso necessario accelerare la direzione verso l’autonomia militare europea, tra l’altro nuovo argomento di scontro con la Casa Bianca. Considerando tutte queste ragioni le dichiarazioni provenienti dall’Eliseo assumono una valenza differente, perchè inquadrate da fattori negativi concreti che alimentano un senso di disagio difficlmente non condivisibile. L’interrogativo se l’Alleanza Atlantica ha ancora un senso assume un significato concreto, che va oltre la mera provocazione. Anche perchè dal punto di vista normativo ed organizzativo l’Alleanza appare immobile di fronte al caso recente più grave: il comportamento americano nell’abbandonare gli alleati curdi, fondamentali per l’azione contro il califfato, ritenuta di importanza strategica fondamentale per la protezione stessa dell’Europa. Di pari passo la troppa libertà lasciata ai turchi, che hanno più volte ricattato l’Europa, e che si sono dimostrati anch’essi alleati inaffidabili per i rapporti equivoci tenuti con le milizie islamiche sunnite ed con quelle del califfato. C’è anche una questione non secondaria che è rappresentata dalla svolta autoritaria presa da Ankara e che costituisce un elemento ulteriore di dubbio aulla reale convenienza di avere tra i membri dell’Alleanza Atlantica il paese turco. Giustamente il presidente francese si interroga sull’articolo cinque del trattato atlantico, che obbliga i membri dell’alleanza ad intervenire in difesa dell’alleato che subisce un attacco; ma quelli che i turchi considerano attacchi dai curdi possono rientrare nella casistica del trattato? Aldilà di queste considerazioni, ciò appare evidente è che in una alleanza militare delegittimata dal socio di maggioranza, l’Unione Europea non può affrontare le sfide che i nuovi scenari impongono: l’aumento di potere della Cina e le pretese russe di recitare di nuovo un ruolo di grande potenza e lo stesso atteggiamento americano, richiedono un nuovo e diverso grado di autonomia dell’Europa, capace di diventare autosufficiente sul piano della difesa, attraverso una differente impostazione militare e su quello della politica internazionale, con una azione diplomatica più incisiva. Tutte queste considerazioni portano ad interrogarsi in modo legittimo sul destino dell’Alleanza Atlantica e sul suo ruolo di forntte alle nuove sfide, anche se sarà necessario aspettare la direzione da prendere in base alle prossime presidenziali statunitensi: se l’inquilino della Casa Bianca sarà lo stesso, forse, sarà auspicabile uno smarcamento europeo, seppure sempre in un quadro di alleanza con gli Stati Uniti, sebbene interpretato in maniera differente è certamente più autonomo. La sfida, necessaria, sarà raggiungere questa capacità in tempi relativamente brevi.

L’intervento della Turchia in Siria e le sue conseguenze internazionali

La vicenda dei curdi siriani mette in evidenza diversi fattori nello sviluppo dei rapporti internazionali, non solo nell’area mediorientale ma a livello globale. Sulle ragioni della Turchia appare evidente l’intenzione di recuperare il gradimento interno, compromesso dal cattivo andamento dell’economia ed, insieme, tentare di risolvere la questione dei profughi siriani, ormai male sopportati nel paese turco, trasferendoli nel territorio sottratto ai curdi e risolvendo così due obiettivi con una sola azione. Le conseguenze per Ankara possono diventare troppo costose per gli obiettivi prefissati. L’isolamento turco sullo scenario diplomatico è un fattore inevitabile, anche se non vi è unità d’intenti tra Europa ed USA, l’azione della Turchia provocherà una censura difficilmente suerabile. Dal lato dell’economia difficilmente Trump potrà evitare delle sanzioni ad Ankara, sia perchè le aveva promesse, sia perchè dovrà accontentare i settori dell’amministrazione americana contrari al ritiro dalle zone curde in Siria. I curdi, per evitare un massacro, di militari, ma anche di civili, sono costretti a cambiare alleato dopo il tradimento statunitense. Putin, in questi casi, è solitamente abile a sfruttare le occasioni che il panorama internazionale gli concede: il vuoto lasciato dagli americani rappresenta una opportunità per la Russia per agire al fianco di Assad, il cui aiuto è stato cercato direttaemente dai curdi. Ma la mossa americana, oltre a favorire Damasco e Mosca, non potrà che favorire anche l’Iran, da sempre schierato al fianco dei siriani e degli stessi curdi, con i quali ha combattutto fianco a fianco contro lo Stato islamico. Del resto l’invasione turca sta favorendo la liberazione dei terroristi del califfato controllati dai curdi, andando ad alimentare i timori di una riscossa dello Stato islamico; quale migliore ragione per giustificare l’entrata sulla scena da parte della Siria, il cui territorio è stato invaso da una forza straniera, della Russia e dell’Iran se non quella di combattere la rinascita delle truppe del califfato. Secondo alcuni analisti la mossa di Trump sarebbe stata effettuata per incrinare il rapporto tra Mosca ed Ankara, i cui rapporti sono molto distesi, tanto da favorire la fornitura di sistemi militari da parte dei russi ad un esercito dell’Alleanza Atlantica, fatto sempre condannato dalla Casa Bianca. Fino ad ora la politica estera del presidente americano è stato un misto di improvvisazione ed incompetenza e pare molto difficile che da solo sia riuscito ad elaborare una tale strategia, strategia che difficlmente potrebbe essergli stata suggerita da una amministrazione, sopratutto la parte militare, che ha sempre tenuto in grande considerazione l’alleanza con i curdi. In ogni caso gli USA hanno abbandonato i curdi, probabilmente per un calcolo elettorale, secondo il teorema che la politica interna è più importante di quella estera: un assunto che non può valere per la principale potenza mondiale. Quali potranno essere, adesso le conseguenze di un possibile confronto armato tra le forze turche e quelle del blocco costituito da Russia, Iran e Siria? Il rischio di una guerra regionale è molto consistente, ma altrettanto grave è il possibile coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica all’interno di una contesa che, ipoteticamente potrebbe vederla al fianco degli agressori dei suoi alleati curdi. Certamente si tratta di una ipotesi remota, ma che fa riflettere sulla reale necessità di mantenere Ankara all’interno di una alleanza nella quale è ormai un membro che sembra non condividere le ragioni dell’adesione. Fortunatamente la Turchia non è entrata nell’Unione Europea e con questi comportamenti ha messo essa stessa la parola fine ad ogni residua possibilità di entrarvi; questi presupposti, sostenuti da altre prove di infedeltà, dovrebbero indurre il Patto Atlantico a decretarne l’espulsione. Questo perchè non siamo di fronte ad un rapporto a due come tra USA ed Arabia Saudita o tra USA e Pakistan, dove Washington continua a mantenere alleanze per i propri esclusivi interessi anche contro l’evidenza dei comportamenti scorretti dei suoi alleati, ma perchè il Patto Atlantico ricomprende una vasta platea di paesi che, ormai ha interessi divergenti con Washington. Se gli Stati Uniti vorranno uscire più forti da questa vicenda dovranno mettere al centro della propria azione non più gli interessi particolari, ma quelli generali, basati sull’interesse comune e sui principi: primo fra tutti quello di rispettare gli alleati, perchè quello fatto ai curdi può essere, potenzialmente, ripetuto con qualsiasi altro alleato.

Europa ed USA si scontrano nel vertice delle sette economie avanzate

L’incontro dei sette paesi con l’economia più avanzata del mondo, che si svolge in Francia, presenta temi di grande contrasto tra i membri. L’introduzione di dazi e la minaccia di nuove imposte sulle merci in entrata negli USA, volute da Trump; la questione russa, con l’Unione Europea intenzionata a mantenere le sanzioni contro Mosca per la questione della Crimea e la guerra in Ucraina, ma avversate dagli Stati Uniti, che, anzi, vorrebbero riammettere la Russia a questi incontri ed infine l’accordo sul nucleare iraniano, difeso dall’Europa, ma dal quale gli USA si sono ritirati unilateralmente, sono le questioni che stanno creando rapporti sempre più problematici tra Bruxelles e Washignton. Esiste, poi il problema tutto interno all’Unione causato dalla fuoriuscita del Regno Unito, più volte riamandata, che si avvia alla sua definitiva scadenza ancora senza un accordo tra le due parti. Per l’Europa la necessità di mantenere un ordine internazionale fondato su regole certe, rimane una questione non differibile e si scontra con l’azione politica del presidente americano, abituato a non rispettare i patti firmati ed a cambiare continuamente il suo indirizzo politico, che viene adattato di volta in volta alle situazioni contingenti per ottenere il massimo vantaggio immediato per il paese americano. Si tratta di due modi di espletare l’azione governativa del tutto opposti e difficilmente conciliabili e che sono alla base dei profondi dissidi tra le due parti e che ne hanno causato il progressivo allontanamento. Tuttavia Bruxelles cerca di mettere al centro del vertice la cooperazione tra i paesi membri, grazie al fatto di essere democrazie, che rispettano lo stato di diritto; questa caratteristica viene individuata come mezzo per influenzare l’attuale evoluzione del mondo. Si capisce che il dialogo tra le sette maggiori economie mondiali resta alla base dei possibili rapporti positivi, ma basarsi su di caratteristica, seppure importante, senza i dovuti sostegni, diplomatici, militari ed economici, resta soltanto una illusione pericolosa. Anche perchè le prove del mancato rispetto dei trattati da parte di Washington continuano a ripetersi: anche l’accordo di Parigi sul clima sarà abbandonato dagli USA e la sessione del summit dedicata ai cambiamenti climatici avrà, così, un esito non univoco. Una novità interessante del G7 sarà l’apertura alla partecipazione di paesi africani: Burkina Faso, Egitto, Ruanda, Senegal e Sudafrica, il coinvolgimento di nazioni africane è interessante peri temi dell’immigrazione, del contrasto al terrorismo, per le potenziali collaborazioni in campo economico e per incrinare l’egemonia cinese nel continete africano; ma questo potrà essere soltanto un primo approccio, che dovrà essere seguito da iniziative concrete e da investimenti considerevoli. Ancora più difficile dirimere la questione dell’economia globale, il confronto tra Unione ed USA, ma con la Cina come spettatore interessato, sulla questione dell’introduzione dei dazi sembra essere senza soluzione, malgrado gli accrodi firmati, ma disattesi dal presidente degli Stati Uniti. Il rischio concreto è che l’introduzione dei dazi apra la via a successive ed infinite nuove imposte dall’una e dall’altra parte, con il rischio concreto di un innlazamento dei prezzi finali in grado di bloccare la già scarsa crescita mondiale. Altra questione fondamentale sono le tasse alle grandi industri informatiche, che colpirebbero prevalentemente aziende americane, l’Unione intende affrontare in maniera unita l’argomento, una modalità non gradita da Trump, che, come sempre per queste questioni, preferisce affrontare il problema con i singoli stati. Queste difficoltà, che incidono, nei rapporti tra gli stati delle sette grandi potenze evidenziano come queste organizzazioni stanno vivendo un momento di crisi proprio per gli obiettivi sempre più spesso contrastanti dei loro membri e per le ricadute diplomatiche che questi dissidi possono provocare. Certamente le occasioni di incontro tra le diplomazie sono sempre un occasione per mantenere o instaurare un dialogo ed una scadenza periodica di questi incontri facilita i rapporti e la collaborazione tra paesi, che pur essendo alleati, hanno anche visioni differenti su alcuni argomenti; tuttavia il livello di scontro dall’insediamento di Trump è salito ed ha costituito un fattore di disturbo ai rapporti tra gli stati membri delle prime sette economie mondiali. Nonostante gli sforzi europei l’attuale Casa Bianca sembra non perdere occasione per prendere le distanze dai partner europei e la prima conseguenza è stata, spesso, il fallimento dei vertici diplomatici. Questo segnale impone all’Unione Europea, ma anche a Canada e Giappone una seria riflessione sul rapporto con gli Usa, che è ancora imprescindibile, ma non con le stesse caratteristiche che esistevano prima di Obama. Nuove forme di alleanza possono essere studiate tra Unione, Canada e Giappone.

Il difficile anniversario dell’Alleanza Atlantica

Nonostante il settantesimo anniversario della fondazione dell’Alleanza Atlantica, a caratterizzare la ricorrenza sono i problemi  che sono all’interno del soggetto sovranazionale. Gli Stati Uniti, sopratutto da quando Trump è presidente, hanno più volte richiamato gli alleati a rispettare l’impegno di destinare il due per cento del prodotto interno lordo di ogni stato, per la spesa militare; tuttavia in tempi di difficoltà economiche i paesi dell’Alleanza hanno grandi difficoltà a rispettare questo impegno e ciò crea gravi contrasti con Washington.  Soltanto il Regno Unito, la Polonia, la Grecia e l’Estonia raggiungono la quota di spesa concordata nel 2014 durante il vertice in Galles, mentre gli Stati Uniti, con una spesa di 700 miliardi di dollari, arrivano ad una percentuale del tre virgola sei. La nazione economicamente più forte, dopo gliUSA, dell’Alleanza Atlantica è la Germania che impegna l’uno virgola due per cento del suo prodotto interno lordo, che corrisponde a 45,6 milioni di euro. Ciò riporta al rapporto tra capacità economica e spesa militare, ma, sopratutto, favorisce considerazioni su quali siano i soggetti internazionali con i quali Berlino intrattiene i propri rapporti economici. La logica di Trump è che gli USA, in qunato maggiore paese contribuente dell’Alleanza Atlantica, dovrebbero avere un trattamento di favore. Non si può dire che ciò sia giustificato: se l’Alleanza Atlantica ha anche una funzione contro Mosca e Pechino, non si comprende come mai la Germania e daltri paesi che fanno parte dell’Alleanza, intrattengano rapporti economici così consistenti con la Russia. Certo lo scenario mondiale è molto fluido e la minore distanza territoriale favorisce i rapporti di interscambio economico con i paesi più vicini, anche se sono formalemnte contro gli USA. Forse il problema è proprio questo che Trump identifica gli USA e l’Alleanza Atlantica come pressoché coincidenti, mentre i partner europei fanno una distinzione del piano militare da quello economico. Se il ragionamento di Trump è forse un poco semplicistico, risulta innegabile che è anche coerente ed, inoltre, la necessità pratica dell’Alleanza appare indiscutibile, non solo di fronte alle minacce terroristiche, ma come contrasto alle azioni di ingerenza russa tramite sistemi informatici sulle democrazie occidentali e come contrappeso del crescente impegno militare cinese, finalizzato ad aumentare il peso politico di Pechino nel mondo. Senza un esercito europeo capace di fronteggiare queste emergenze e senza una politica estera unitaria dell’Unione, l’Alleanza Atlantica è, quindi, ancora essenziale. Le esigenze di Trump verso il rispetto della quota di prodotto interno lordo, non sono, però, solo uno stimolo per gli altri stati in ottica di difesa, ma, significano, anche commesse militari per gli Stati Uniti, che vengono a mancare se ogni nazione non rispetta l’impegno economico sottoscritto. La Casa Bianca sarebbe arrivata a minacciare un possibile disimpegno unilaterale dall’Alleanza Atlancia, come ha svelato il “The New York Times” e ciò ne avrebbe creato la fine definitiva, tuttavia un provvedimento del genere è impossibile allo stato attuale delle cose perchè risulta in antitesi con la politica estera americana, anche quella con tendenze isolazioniste come è quella praticata da Trump. Politicamente, quindi, l’Alleanza ha ancora un valore molto alto ma si deve tenere contro del cattivo andamento dell’economia mondiale che non può permettere ai membri dell’Alleanza di rispettare le quote dovute, sia per ragioni puramente finanziarie, che per motivi di ordine politico interno.  Forse è necessario ricontrattare le quote già fissate per stabilirne di più sostenibili, per consentire un impegno finanziario sicuro ed allo stesso modo è corretto riconoscere agli USA lo sforzo fatto, anche tenendo conto dell’opportunità di alcuni rapporti economici con nazioni che esercitano mezzi non convenzionali per inserirsi nei processi democratici di paesi sovrani.

 

La necessità di riformare le Nazioni Unite è sempre più urgente

Il messaggio di inizio anno del Segretario generale delle Nazioni Unite ha toccato i diversi punti critici che concorrono a mettere in pericolo la pace e la stabilità mondiale. Nel messaggio si afferma che gli stessi problemi furono evidenziati l’anno precedente e che sono rimasti a rendere insicura gran parte del pianeta. Questa constatazione evidenzia ancora una volta il ruolo sempre più marginale delle Nazioni Unite, ostaggio di un Consiglio di sicurezza dove vige la politica dei veti incrociati, funzionali agli interessi dei membri permanenti e che denota, quindi, la necessità di una riforma in grado di tenere conto delle grandi variazioni presenti nel periodo storico attuale rispetto alla fine della seconda guerra mondiale. Le responsabilità delle divisioni geopolitiche, dei cambiamenti climatici e della profonda diseguaglianza sono le cause scatenanti dei conflitti, delle migrazioni non governate e dell’ingiustizia sociale, che, senza essere risolte producono instabilità che da regionali possono estendersi su scala più ampia. Accertato che questi temi sono effettivamente la causa di situazioni rese ancora più gravi dalle singole contingenze, occorre interrogarsi quale è e quale può essere il ruolo delle Nazioni Unite per contribuire alla risoluzione dei conflitti ed alla gestione delle situazioni pericolose in maniera preventiva e non successiva. La questione fondamentale è quale ruolo può esercitare e rivendicare una organizzazione, che, pur rappresentando il vertice più alto delle organizzazioni internazionali, risente di evidenti limiti alla sua azione. Se la presenza di una organizzazione che per suo compito deve essere al di sopra delle altre rappresenta una necessità, per mantenere uno spazio di incontro neutrale tra potenze avversarie, occorre verificare se vi è lo spazio per rendere efficaci le sue politiche e per consegnarle una autonomia maggiore per conseguire i risultati. Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha parlato di segni di speranza per il futuro del mondo grazie agli accordi raggiunti tra Etiopia ed Eritrea, per lo Yemen, per l’accordo tra la parti in conflitto nel Sud Sudan, per le potenziali conseguenze della Conferenza sul clima di Katowice e sui progressi degli accordi per i migranti. Si tratta, senza dubbio, di fatti tangibili, che, però, sono condizionati troppo spesso dalla limitata partecipazione di grandi potenze o dell’assenso solo verbale di diverse nazioni, che poi, nella pratica, disattendono quanto firmato. Occorre riconoscere che l’azione delle Nazioni Unite, in un contesto internazionale molto frammentato e profondamente diverso dal bilateralismo seguito al secondo conflitto mondiale è molto più difficoltosa proprio per la moltitudine di soggetti coinvolti nelle varie emergenze presenti sullo scenario diplomatico. Più soggetti presenti vuole dire maggiori interessi coinvolti, interessi, a loro volta, condizionati dalle esigenze del momento storico, che non riguarda più un periodo medio o lungo ma è condizionato dalla necessità di conseguire risultati nel breve periodo, siano essi di natura geopolitica, militare o finanziaria. Queste variabili sono determinanti nell’azione di una organizzazione che ha mezzi sempre più limitati di fronte alle emergenze che deve affrontare ed alla disponibilità di mezzi dei soggetti con i quali deve cercare accordi. Tuttavia una azione che ha come scopo quella di cercare spazi per soluzioni negoziate, anche attraverso il contatto di popoli messi in comunicazione tra loro, spesso dalla sola parola in forma di trattativa, necessita di un maggiore coinvolgimento internazionale che deve essere ricercato attraverso il superamento della logica del funzionamento del Consiglio di sicurezza. Il mondo globale, proprio per sua definizione coinvolge una moltitudine di attori che non può essere influenzata dalle decisioni e dai privilegi dei membri permanenti, elitè ormai troppo ristretta del consesso mondiale e per questo assurda ed insufficiente per decidere su temi di portata così ampia e con conseguenze troppo generali. Soggetti sovranazionali come l’Unione Europea , ma anche la Lega Araba o l’Unione Africana dovrebbero essere gli interpreti dai quali dovrebbe partire una pressione per una riforma delle Nazioni Unite, rispondente alle attuali esigenze conformi al periodo storico che stiamo vivendo. Solo così si potrà assistere ad una azione delle Nazioni Unite con maggiore possibilità di assolvere il proprio compito, attraverso il risultato di risultati sempre più concreti.

L’Alleanza Atlantica teme la creazione di un esercito comune europeo

La possibilità, ancora non del tutto concreta, che la creazione di un esercito europeo diventi realtà, mette in agitazione i vertici dell’Alleanza Atlantica, che vedono un potenziale conflitto tra le due entità. Se dal punto di vista politico un progetto di difesa europea può essere una buona notizia, perchè favorirebbe un indirizzo comune in campo diplomatico, la creazione di una forza armata europea viene vista come una possibile sottrazione di risorse economiche all’Alleanza Atlantica e, forse, sopratutto, anche una diminuzione del peso politico che gli Usa esercitano in Europa proprio attraverso la leadership dell’Alleanza Atlantica. A Washington questa possibilità viene vista in maniera totalmente negativa perchè sarebbe un contributo decisivo per indirizzare l’Europa verso una unione politica, una eventualità vista in maniera totalmente negativa da Trump, che nella sua visione di politica internazionale interpreta in modo negativo i soggetti costituiti da unioni di stati, perchè preferisce trattare, da posizioni di forza con entità statali più piccole. Se uno dei pericoli individuati dal Segretario generale dell’Alleanza è la duplicazione di un soggetto militare interno all’occidente, si deve però dire che questa visione costituisce un’analisi parziale della potenziale situazione futura; infatti le finalità e gli scopi dei due soggetti non paiono certo coincidenti, perchè la costituzione della forza militare europea è considerata il mezzo per assicurare una autonomia in politica estera a Bruxelles, intesa come capitale dell’Unione Europea e non la sede dell’Alleanza Atlantica. Per gli Stati Uniti ciò significherebbe un possibile antagonista, seppure nel campo occidentale, che potrebbe compromettere la supremazia americana in Europa ed anche fuori dall’area continentale. Trump ha sempre sostenuto la necessità di un maggiore impegno alla partecipazione della spesa militare dell’alleanza ed ha rivendicato un ruolo di disimpegno per gli Stati Uniti, ma soltanto se gli alleati contribuiscono all’incremento dell’industria militare americana e non assumono posizioni di contrasto con la Casa Bianca, che intende riservare per se stessa il ruolo di azionista di maggioranza dell’organizzazione. La tendenza di una maggiore autonomia europea non può soddisfare il presidente statunitense, perchè significa un sostanziale distacco, attraverso una direzione di maggiore indipendenza, dagli stretti legami che l’Europa mantiene storicamente con gli USA. D’altro canto le differenze di visione politica internazionale tra l’Europa e l’amministrazione Trump sono sempre più considerevoli e ciò giustifica la ricerca di una maggiore indipendenza europea. Dal punto di vista della ricerca di una maggiore coesione dei paesi europei, il tema della politica estera può rappresentare un mezzo per dare più forza all’unione, anche se non è certo sufficiente a risvegliare un sentimento europeo positivo, a causa del contrasto delle forze sovraniste e populiste, che sono al governo in molti paesi. Il problema sono le prossime elezioni europee, che potrebbero determinare una brusco rallentamento del processo di unificazione o, forse, addirittura uno stop. Senza un diverso atteggiamento per i problemi interni all’Unione, cioè quelli relativi al benessere dei cittadini, il tema della difesa comune e della politica estera europea rischia di diventare superfluo perchè per la percezione della maggior parte dei cittadini si tratta di un problema troppo distante dalle difficoltà quotidian; ciò può essere utile alla causa di Trump e di tutti quelli che non comprendono la necessità di un maggiore peso politico dell’Unione Europea in un contesto sempre più caratterizzato da una presenza multipolare di soggetti internazionali rilevanti. Essere sullo stesso piano internazionale di USA, Cina e Russia può consentire vantaggi non secondari anche nel campo economico sempre più globalizzato e sempre più influenzato ed interconnesso con la politica estera, che investe diverse aree di interesse, che non sono necessariamente la ricerca di un ruolo da protagonista nelle aree di crisi, anche se l’intenzione di volere giocare un ruolo di primaria importanza sulla scena internazionale comporta una necessaria assunzione di responsabilità che l’assetto attuale dell’Europa non può consentire ed a cui si può arrivare facendo il primo passo della creazione della forza armata europea autonoma e dipendente soltanto dai voleri dell’Europa stessa.

Italia più rigida verso le migrazioni, anche per responsabilità dell’Europa

Che la questione dell’immigrazione fosse stata centrale nella campagna elettorale italiana era risaputo: anche per il governo precedente, che aveva tutt’altro indirizzo verso i profughi, aveva più volte sottolineato come l’Italia fosse lasciata da sola, dall’Europa nella gestione dell’emergenza migratoria. L’aiuto è stato soltanto di tipo economico ed anche insufficiete, poi a Bruxelles non si è andati aldilà delle dichiarazioni di principio. Sul tema della lotta all’immigrazione la Lega Nord, ora partito di governo, ha costruito il proprio successo elettorale, con una buona responsabilità da parte delle istituzioni centrali europee, che non hanno saputo pensare una politica di gestione degli sbarchi e della divisione dei profughi, arroccandosi dietro la giustificazione, ormai insufficiente del trattato di Dublino. Se a Bruxelles, ma anche a Berlino e Parigi, pensavano che anche questo governo, dopo tante minacce, continuasse la politica dell’accoglienza di quello precedente, hanno elaborato una valutazione completamente sbagliata o, peggio, non hanno neppure tentato un approccio diverso ad un problema che riguarda tutto il continente. Il nuovo governo italiano deve pagare la cambiale all’elettorato che lo ha votato e dimostrare di mantenere un atteggiamento rigido con l’Europa ed, allo stesso tempo, preservare il paese italiano dai pericoli provenienti con le migrazioni. Così il caso della naves rifiutata diventa l’esempio che deve servire per tutti e che deve obbligare Bruxelles ha prendere coscienza inmodoreale dell’ostilità italiana. Anche il bersaglio di Malta è funzionale a questo intento, tuttavia l’atteggiamento di chiusura maltese incomincia a presentare poche giustificazioni: con la scusa delle proprie dimensioni limitate a La Valletta hanno sempre rifiutato la collaborazione all’Italia, senza che l’Europa rimproverasse questo comportamento. Se il comportamento del governo italiano è moralmente riprovevole non lo è da meno quello della Francia, che chiude le sue frontiere o quello della Germania, che continua ad essere poco severa con i paesi dell’Europa orientale, la cui presenza in Europa costituisce vantaggi economici a Berlino. Nonostante che i paesi europei fossero stati avvertiti nell’appena trascorso vertice canadesi dei sette paesi più industrializzati, non si è voluto credere al blocco dei porti italiani. Un motivo di questa immobilità può essere la convizione che nel governo italiano, formato da due forze politiche di provenienza diversa, potevano esserci delle differenze di visione che potevano superare le intenzioni della Lega Nord. Il punto è che proprio questo partito, nonostate una percentuale di voti raccolti più bassa, sembra avere assunto il comando del governo, probabilmente per una maggiore esperienza poltica dei suoi membri. L’altro partito, il Movimento cinque stelle sembra essere trainato in un esecutivo che esprime valori di destra, coerentemente alla vicinanza con il Fronte Nazionale francese. Resta il fatto che se l’Europa dovesse apportare modifiche al regolamento di Dublino, creasse i presupposti per una equa divisione dei migranti e contribuisse ad una prevenzione sul territorio africano delle partenze, toglierebbe ogni alibi e ragione al governo di Roma per non accogliere i profughi. Lo scenario futuro potrebbe essere una serie di navi che vagano nel Mediterraneo alla ricerca di un approdo? L’Italia non può essere obbligata ad aprire i suoi porti senza il volere del suo governo e così facendo la ripulsa morale dopo Roma non può che cadere su tutte le capitali europee, quindi tutta l’Europa dovrà condividere la vergogna della mancata accoglienza, anche quei governi che hanno tenuto una linea politicamente corretta smentita, dai fatti. Certo che se basta un governo messo insieme in modo raffazzonato, come è quello italiano, per smascherare le ipocrisie di Bruxelles, la necessità di ricostruire l’Europa è ancora più impellente di quanto sembrasse.

Dopo il G7, Trump spinge gli USA all’isolamento

Al G7 in Canada, gli USA sono stati soli contro tutti e si sono presentati in quasi totale disaccordo sulla maggior parte dei punti nel programma di discussione. Le uniche convergenze sembrano essersi trovate su parità di genere, lavoro e crescita, che sono punti d’incontro importanti ma anche che permettono una certa vaghezza sui contenuti e che non sono sufficienti a colmare le distanze che erano già conosciute, ma che si sono evidenziate ancora in modo maggiore. L’atteggiamento di Trump è stato ostile ancora prima dell’inizio del vertice, tanto che si è temuto che a rappresentare gli Stati Uniti fosse presente soltanto il vice presidente, come avvenuto per il summit peruviano degli stati dell’America latina. Il rischio concreto, che Trump non firmi il documento finale, respingendo del tutto la dichiarazione comune e, non solo l’aspetto relativo al clima, come accaduto al vertice di italiano di Taormina, si è puntualmente verificato. Oltre al clima gli argomenti più rilevanti hanno riguardato i dazi e la questione del trattato sul nucleare iraniano. La questione del protezionismo, che Trump vuole portare avanti in modo ostinato, oltre a colpire singolarmente le economie statali, tra le quali proprio quelle di Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna, cioè i restanti membri del G7, rischia di compromettere gli accordi raggiunti con la Cina, circa i rapporti commerciali con Pechino. Washington ha mostrato di rimanere inflessibile sulla volontà di imporre le tariffe contro l’Europa ed il Canada nella misura del 25% sull’acciaio e del 10% dell’alluminio ed alla volontà europea di colpire una serie di prodotti americani con una tassa complessiva che riequilibri l’importo che dovranno subire acciaio ed alluminio del vecchio continente, la Casa Bianca ha minacciato di introdurre ulteriori dazi sulle autovetture provenienti da Europa e sudest asiatico. Uno degli effetti principali, se questa minaccia venisse attuata, potrebbe essere la fine dell’Organizzazione Mondiale del commercio a seguito di una serie azioni e reazioni che si innescherebbero sulla globalità dei mercati. La possibilità è che, sul piano del commercio internazionale, si possa tornare indietro di diversi anni, con l’eliminazione di posti di lavoro e l’inaugurazione di una fase di pesante crisi economica generalizzata. L’isolamento americano è, però, pericoloso, prima di tutto, per gli USA, perchè la tensione con gli europei potrebbe costringere il vecchio continente a stringere accordi di collaborazione sempre più stretti con la Cina, condannando alla progressiva marginalizzazione Washington. Non è un’ipotesi remota, Cina ed Europa sono già sostanzialmente d’accordo per il clima ed il riscaldamento globale e, con rapporti commerciali e di collaborazione sempre più intensi, potrebbero sovvertire l’attuale stato di cose. Per gli USA l’isolamento commerciale potrebbe tradursi anche in una minore importanza politica, se l’Europa riuscirà a costituire proprie forze armate ed a trovare una, anche minima, intesa sulla politica estera. In questa situazione potrebbe, poi introdursi anche la Russia per portare divisione negli alleati degli americani. Trump insiste, nel suo programma riassunto dalla frase “America first”, considerando impossibile che gli alleati storici allentino i loro contatti con Washington, anche se fatti oggetto di ingiustizie economiche; ma il gradimento del presidente americano è sempre più basso in Europa e queste mosse potrebbero accelerare il distacco dagli Stati Uniti, sopratutto se si considera l’attuale contesto storico, dove la logica dei blocchi contrapposti è tramontata da tempo e la globalizzazione ha aperto scenari completamente differenti, con logiche nuove, che non possono separare l’economia dai rapporti internazionali e dagli assetti della difesa. Ma Trump potrebbe stravolgere la realtà in modo ancora più clamoroso aprendo un canale di dialogo privilegiato con Mosca, fattore fino ad ora impedito dalla burocrazia americana, che il presidente sta lentamente portando dalla sua parte con cambi al vertice sempre più frequenti. Si è detto che l’azione di Trump si basa su di una imprevedibilità sempre più usata, tuttavia la domanda è se dietro questo uso di imprevedibilità in dosi massicce, ci sia un progetto precostruito o se il presidente americano si basi su di una improvvisazione dovuta al momento particolare ed alle sue opinioni momentanee. In ogni caso gli USA, con Trump alla Casa Bianca. sono un interlocutore, sempre importante, ma sempre meno affidabile, dal quale occorre allentare i vincoli al più presto, per formare un Occidente ed una Europa capaci di prendere decisioni autonome e di esserein grado di sostenerle.