La guerra commerciale tra USA e Cina

La guerra dei dazi iniziata da Trump, non poteva essere circoscritta alla sola azione della casa Bianca. Dopo le minacce europee sono arrivati gli avvertimenti cinesi, ben più pesanti e con implicazioni future in grado di ripercuotersi sull’intera economia mondiale. Le misure proposte da Trump riguardano l’introduzione di dazi del 25% sull’importazione delle merci provenienti dalla Cina, per un valore di circa cinquanta miliardi di dollari. Se queste misure venissero attuate riguarderebbero 1300 prodotti fabbricati in Cina, tra cui apparati per le telecomunicazioni e per l’automazione industriale; secondo Washington la ragione è la violazione della proprietà intellettuale statunitense, cioè gli USA accuserebbero la Cina di produrre parte dei suoi beni tecnologici, tra cui i più sofisticati ed avanzati, copiando, con qualche variazione, i  brevetti americani. La questione, vista da questo punto di vista, è di difficile soluzione perchè diverse industrie americane hanno spostato la produzione materiale dei propri prodotti proprio in Cina ed è stato inevitabile che ciò abbia generato un indotto produttivo capace di crescere proprio sulla base di quanto appreso dalla collaborazione con le industrie americane. Dal punto di vista della concorrenza le merci cinesi costano meno per il minore costo della manodopera, un argomento comunemente usato dalle indutrie statunitensi, e non solo, per giustificare la delocalizzazione. Trump ha usato, in campagna elettorale, in modo massiccio la protezione del lavoro americano e l’unico modo per farlo, mantenendo inalterati i salari, è quello di innalzare barriere doganali tali da provocare un prezzo maggiore per le merci cinesi. La giustificazione della violazione della proprietà intellettuale per l’applicazione dei dazi appare, in questo contesto, una scusa per l’introduzione di barriere doganali intesi, sia come strumneto funzionale alla politica interna, che come strumento di politica economica collocata, volutamente, al di fuori dell’attuale modello di globalizzazione, che Trump osteggia soltanto quando gli conviene.  Nel quadro della politica internazionale appare evidente che l’introduzione dei dazi doganali non sia, però, soltanto una manovra economica, ma che riveste anche e , forse, sopratutto, aspetti di contrasto sovranazionali. Proprio per questo la risposta cinese è obbligata: sia come tutela dei propri prodotti, che come interpretazione del ruolo della grande potenza di fronte alla platea internazionale. L’intenzione di Pechino è quella di contrapporre misure analoghe verso i prodotti americani, ma in modo mirato per colpire quegli stati che maggiormente hanno fornito il proprio sostegno elettorale alla elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. Secondo questo schema saranno colpiti gli stati che fondano la loro economia sull’allevamento e sulle colture agricole, cioè quegli stati che fanno parte della fascia centrale della federazione statunitense. Al di fuori di questi obiettivi rientrerà anche la California, sebbene non abbia contribuito all’elezione di Trump, perchè è lo stato americano più importante economicamente e perchè in questo territorio hanno sede le principali aziende tecnologiche degli USA.  Si comprende come la tensione tra i due paesi vada aldilà del fattore economico e sia incentrata sull’approccio conflittuale voluto da Trump per contrastare l’avanzata della Cina, coniugata all’esigenza di guadagnare consenso interno. Tuttavia sarà interessante verificare come le ricadute di queste iniziative, primo fra tutte la caduta degli indici borsistici, potrà produrre delle reazioni negative, che potrebbero superare quelle attese come positive. L’atteggiamento cinese appare, comunque maggiormente improntato a restare, almeno in queste prime fasi, all’interno del contesto ufficiale: rientra in questa strategia l’intenzione di Pechino di rivalersi sugli USA di fronte all’Organizzazione Mondiale del Commercio, per rivalersi contro Washington per la violazione dei principi fondamentali dell’organizzazione. L’impressione è che stiamo assistendo soltanto ai primi episodi del conflitto, si tratta ancora di fasi interlocutorie, che, tutavia, annunciano dei probabili sviluppi molto pericolosi per la tenuta economica mondiale e per gli equilibri geopolitici generali.

Austria e Turchia non aderiscono alle sanzioni contro la Russia

La vicenda dell’avvelenamento dell’ex spia russa, avvenuto in territorio inglese, ha provocato una risposta quasi unanime nella parte occidentale. Gli Usa, nonostante i sentimenti del presidente Trump verso Putin, hanno espulso la quantità maggiore di personale diploamtico russo, sessanta persone, ed hanno chiuso il consolato di Seattle, perchè troppo vicino ad industrie americane di interesse nazionale. Questo atteggiamento dimostra come, nonostante i tanti cambi nel governo statunitense, i poteri che restano nella loro posizione contro il Cremlino siano ancora importanti nel panorama politico degli USA. La risposta russa, per ora è rimasta limitata alle minacce di una risposta simmetrica, che non dovrebbe tardare ad arrivare, contro tutti quelli stati che hanno usato le espulsioni del personale diplomatico di Mosca. Il governo russo ha più volte affermato che l’atteggiamento occidentale rivela un profondo sentimento contrario alla Russia e che il rischio di tonare alla guerra fredda è sempre più concreto. D’altra parte era dal periodo dell’invasione della Crimea, che la Russia non era sottoposta ad una simile offensiva diplomatica. Uno degli aspetti che sicuramente Putin non si aspettava e che rivela, da parte sua, dei grandi errori di valutazione, era una risposta così uniforme da parte dei paesi occidentali. Tuttavia esistono due nazioni che non hanno aderito alla risposta diplomatica all’avvelenamento di Londra: l’Austria, membro dell’Unione Europea e la Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica. Si tratta di due defezioni che è necessario valutare attentamente per le relative implicazioni politiche, che potrebbero provocare. Nel governo di Vienna è presente una formazione nazionalista che ha legami molto stretti con il partito di Putin; la motivazione è quella di non interrompere un rapporto di amicizia tra i due paesi, che potrebbe essere un importante canale per potere riaprire il dialogo tra Russia ed occidente: questa motivazione non convince gli analisti, che vedono nella vicinanza tra le formazioni politiche dei due paesi una sorta di legame dovuto alla vicinanza degli ideali di controllo della società e di democrazia ristretta. SI tratta di un pericoloso precedente all’interno dell’Unione Europea, che potrebbe favorire una analogo atteggiamento di altri stati governati da formzaioni che si sono dette vicine alla politica di Putin. Nello stesso tempo il governo austriaco sembra prestarsi per diventare una sorta di luogo privilegiato per l’azione di Putin nei confronti l’Europa, un’azione contraddistinta dalla volontà di puntare a dividere nel maggiore modo possibile i membri di Bruxelles. La vicenda segnala ancora una volta la necessità di una azione comune nella politica estera europea, che non dovrebbe ammettere defezioni da parte degli stati membri. Per quanto riguarda la Turchia, la mancata sanzione verso la Russia, rappresenta un ulteriore segnale di quanto Ankara sia lontana dall’Alleanza Atlantica. Le ragioni del comportamento turco risiedono nella vicinanza che il governo di Ankara ha stabilito con Mosca, per i reciproci interessi in Siria, fattore che ha contribuito a peggiorare ancora le relazioni con gli Stati Uniti. L’atteggiamento della Turchia, non solo in questo caso specifico, costituisce un elemento da valutare sulla reale lealtà di Erdogan verso l’Alleanza Atlantica ed induce ad interrogarsi su quali siano, ormai, i motivi di convenienza per gli altri stati membri sulla permanenza turca all’interno dell’Alleanza. In entrambi i casi, sia per l’Unione Europea, che per l’Alleanza Atlantica, sembra arrivato il momento di introdurre delle riforme in grado di sanzionare chi resta all’interno di una organizzazione sovranazionale soltanto per motivi di interesse e non si adegua alle politiche comuni. Paesi come la Russia di Putin hanno puntato molto su queste debolezze per dividere i paesi occidentali per i propri interessi geopolitici e questo tipo di azioni potrebbero aumentare se dovesse permanere questa assenza di difesa comune.

Secondo Amnesty International le violazioni dei diritti sono in aumento

L’analisi compiuta da Amnesty International, nel suo annuale rapporto presenta una situazione di violazione dei diritti più completa, che oltrepassa l’esame classico delle infrazioni ai diritti umani, avvenute attraverso l’uso della violenza, ma prende in esame anche la diminuzione dei diritti sociali, avvenuta a causa della austerità e dell’impoverimento dei paesi occidentali, che hanno causato la morte per la sempre più scarsa assistenza sanitaria ed alimentare. Il discorso generale riguarda la politica ed è intimamente connesso all’ascesa al potere di personaggi sempre più lontani da una visione democratica, ma basata su pulsioni sociali causate da una percezione distorta della gestione della cosa pubblica. La presa del potere, avvenuta sempre in maniera democratica, da parte di questi governanti è stata dovuta a campagne politiche basate sulla gestione dell’odio e della discriminazione di gruppi sociali già ampiamente emarginati, come minoranze, rifugiati o immigrati. Il successo di questi argomenti è dovuto a situazioni economiche e finanziarie sfavorevoli, che hanno diminuito la capacità di potere contrattuale delle classi medie e basse, il cui malcontento è stato canalizzato verso forme politiche che esprimono interessi del tutto opposti a quelli dell’elettorato da cui prendono i voti. Si è creato così una sorta di cortocircuito politico dove la diminuzione iniziale dei diritti ha alimentato una ulteriore diminuzione degli stessi con il beneplacito di chi è stato danneggiato da queste politiche. In pratica ciò si è tradotto in un numero maggiore di decessi nei paesi industrializzati dovuti alle restrizioni dell’assistenza sanitaria e peggiori condizioni economiche e sociali generali. I governi occidentali, che spesso si sono resi colpevoli di queste mancanze, sono gli stessi che non hanno reagito di fronte alle violazioni dei diritti personali avvenuti in paesi come Siria, Iraq, Venezuela o Birmania. Sono mancati interventi di due tipi: il primo nelle aree di crisi, per evitare o limitare i conflitti che hanno provocato la morte di numerosi civili, il secondo nell’atteggiamento distaccato verso il problema delle conseguenti migrazioni. I paesi ricchi si sono chiusi in una sorta di rifiuto dell’immigrazione che ha assunto gravità tali da tragedia umanitaria. In questo si sono distinti i paesi dell’Europa dell’Est e l’Australia, che hanno attuato politiche particolarmente dure contro i rifugiati. Il peggioramento della tutela dei diritti e la minore protezione delle popolazioni colpite da guerre, non ha riguardato soltanto gli stati, ma anche le Nazioni Unite, che non hanno saputo trovare strumenti adatti, sia diplomatici, che militari, per ridurre la sofferenza dei civili nei teatri di guerra. Una particolare attenzione, nel rapporto, è stata rivolta alle sempre maggiori limitazioni alla libertà di stampa, un fenomeno che si sta espandendo proprio con la riduzione dei diritti: non è un caso che paesi come Cina, Turchia ed Ungheria, solo per fare alcuni esempi, abbiano registrato casi di persecuzioni dei giornalisti, che sono andati di pari passo con violazioni di diritti umani. Allo stesso tempo la manipolazione sociale che si verifica tramite la diffusione di notizie false, spesso orchestrate su mandato di entità statali, è connessa con la violazione dei dirtti, perchè consiste in uno strumento di indirizzo e di pressione verso obiettivi precisi, come, appunto gli immigrati. A causa della complessità di questo scenario, secondo Amnesty International, il mondo sarebbe entrato in una situazione di degrado parzialmente nuova, proprio perchè la violazione dei diritti si starebbe allargando ai paesi ricchi, quelli industrializzati e ciò starebbe aggravando in maniera ulteriore la situazione dei paesi poveri. Del resto un minore impegno nella risoluzione delle crisi internazionali è un dato di fatto, così come la chiusura in se stessi, tipica degli USA di Trump, o il disinteresse, come la Cina, o l’interessamento per i propri fini, come la Russia, sono fattori endogeni delle grandi potenze, che influenzano, permettono o facilitano la violazione dei diritti degli stati minori e sempre a danno della popolazione civile. La crisi generale è quindi acuita da un comportamento irresponsabile dei paesi ricchi, sia al loro interno che verso l’esterno e ciò rappresenta un elemento molto negativo, capace di determinare l’aumento dei diritti negati ed il loro peso specifico, costituito dalla maggiore gravità delle violazioni.

L’evoluzione internazionale del conflitto siriano

L’evoluzione della guerra siriana presenta delle varibili moto pericolose in grado di sviluppare confronti militari tra stati diversi, che cercano ancora di portare i propri interessi aldilà di una pacificazione che non arriva. Con la sconfitta dello Stato islamico la situazione siriana sembrava avere un allentamento delle operazioni militari, ma la presenza nell’area di eserciti di nazioni diverse rischia di aprire una nuova fase che va oltre il confronto interno alle fazioni del paese, per diventare una sorta di confronto tra posizioni opposte all’interno dello scenario internazionale. Da un lato la presenza russa serve a mantenere Assad al potere: senza l’esercito di Mosca, Damasco avrebbe probabilmente subito una sconfitta. La Russia, fino dalle fasi iniziali della guerra civile è stata interessata a mantenere sotto la sua influenza la Siria e ciò ha provocato la sua entrata diretta nel conflitto, giustificata nominalmente dalla volontà di sconfiggere il terrorismo islamico di matrice sunnita. Per Teheran era altrettanto importante mantenere Assad al governo, di cui è sempre stato un alleato, grazie alla vicinanza religiosa e come argine contro i sunniti, anche in ragione della volontà di limitare l’espansionismo saudita. Gli Stati Uniti, hanno a lungo provato di delegare ad altri la soluzione della crisi siriana, sperando in un intervento inglese o europeo, che non è mai arrivato. Obama ha mantenuto un profilo basso limitandosi ad appoggiare la parte più debole della ribellione, le milizie laiche e democratiche che non hanno mai raggiunto un grado di autonomia sufficiente. La volontà di Trump, inizialmente sarebbe stata quella di delegare a Putin la soluzione della questione, preferendo dedicarsi alla realtà interna, tuttavia le pressioni del Pentagono hanno obbligato la Casa Bianca ad impegnarsi nella questione in modo più diretto, anche per proteggere i tradizionali alleati curdi. Oltre a queste tre potenze sta emergendo in maniera sempre maggiore il coinvolgimento della Turchia. Ankara sta adottando un atteggiamento ondivago: all’inizio del conflitto il suo interesse maggiore era quello di determinare la caduta di Assad, un interesse coincidente con quello delle monarchie del Golfo e per il quale, probabilmente si è voluto usare lo Stato islamico come strumento di contrasto, andando, di fatto, a determinare la crescita del terrorismo sunnita. Erdogan è da tempo alla ricerca di un ruolo importante per la Turchia e la sua ambizione, inizialmente, era quella di fare rivivere l’Impero ottomano in versione moderna; le modifiche fatte alla società turca in senso religioso e quelle costituzionali hanno provocato un progressivo isolamento del paese ed una situazione interna sempre più difficile, culminata con il presunto tentativo di colpo di stato. Erdogan ha dimostrato una ossessione per il cosidetto pericolo curdo, che deve essere interpretato come occasione dell’annullamento del dissenso interno al paese e come fattore di distrazione dai problemi nazionali, per indirizzarli verso un nemico esterno. Tuttavia i curdi hanno dimostrato di essere essenziali per la strategia americana nella lotta allo Stato islamico, garantendo il presidio militare del territorio. In questa nuova fase della guerra siriana gli americani stanno difendendo militarmente i curdi e le forze democratiche ostili ad Assad, che occupano un territorio che comprende dei preziosi pozzi petroliferi, ragione che aggiunge un particolare interesse alla contesa. Gli sviluppi attuali dicono che è in corso un avvicinamento tra Russia ed Iran, già formalmente alleate, con la Turchia, che considera la sopravvivenza al potere di Assad oramai un dato acquisito in funzione anti curda. Questo fattore rischia di portare ad un confronto armato tra due paesi che sono entrambi all’interno dell’Alleanza Atlantica, generando una nuova fattispecie in grado di creare un precedente anche giuridico al suo interno. La situazione continua di possbile incidente militare, per la contiguità delle forze armate dei diversi paesi nelle zone della Siria, implica il potenziale accadimento di un incidente in grado di dare corso ad confronto diplomatico, che potrebbe avere conseguenze ancora più pericolose di un confronto militare limitato. Inoltre la presenza di milizie armate che agiscono per conto di paesi stranieri costituisce un ulteriore fattore in grado di fare ripartire il conflitto siriano su grande scala e questa volta con attori internazionali stranieri sempre più vicini.

Il populismo non spaventa più il vertice di Davos

Lo scorso anno la paura dominante al vertice di Davos era costituita dal possibile avvento dei partiti populisti in Europa e, di conseguenza, dei loro effetti sugli aspetti economici mondiali. Un anno dopo il pericolo populismo è stato parzialmente scongiurato, pur restando una minaccia, anche se non del tutto dato che le elezioni italiane sono imminenti. Certo la maniera di governare di Trump, da un lato è apprezzata per le sue facilitazioni fiscali alle imprese, ma, da un altro punto di vista, l’impostazione nazionalista, che prevede, come annunciato in campagna elettorale, la negazione della globalizzazione, desta timori consistenti nei fautori del commercio mondiale. Del resto appare impossibile non leggere nella volontà di chiusura dell’inquilino della Casa Bianca un chiaro segnale di populismo inteso come rifiuto dello scambio economico inteso anche come scambio culturale ed una volontà di accusare altri dei propri limiti produttivi e sociali. Questa politica, però, non viene portata avanti con l’intenzione di redistribuire l’eventuale ricchezza procurata ad una platea di persone il più ampia possibile, ma viene barattata con la crescita di posti di lavoro, spesso non qualificati, con salari contenuti e basso livello di diritti. Sembrerebbe quasi una strategia voluta per aumentare un consenso politico basato sulla politica contraria al diverso, individuato come l’origine dei problemi, anche economici, e sull’accettazione di supposti vantaggi, peraltro minimi, percepiti non come negativi a causa della compressione dei diritti, ma una sorta di aiuto di tipo paternalistico. Se questi aspetti del populismo sono veritieri, ed in parte lo sono sicuramente, si può comprendere come gli abituali frequentatori di Davos vedano nel populismo, superate le diffidenze iniziali, una opportunità per consentire una crescita dell’economia attraverso il risparmio dei costi di produzione. Certamente la storia che il populismo fosse una sentimento politico nato dalla base delle società è un fatto a cui ben pochi hanno creduto: per la crescita di questi movimenti, infatti, occorre l’appoggio, in maniera chiara o nascosta, dell’establishment. Quello che più sembra preoccupare il vertice è che il numero di adesioni ai movimenti populisti, cresca di pari passo con il tasso di diseguaglianza, prodotto proprio dalle politiche economiche adottate negli ultimi anni. Ad impensierire è che ad indirizzare le masse verso il populismo sia, cioè, un motivo che è contiguo alla finanza e che ciò possa costituire un ostacolo al controllo sociale. La soluzione è quella di ripensare le tendenze della crescita verso una maggiore inclusività, magari destinando una percentuale di quota maggiore di ricchezza generata ai ceti sociali che non fanno parte di quelle parti sociali che godono di rendite di posizione o vantaggi consolidati. Una quota non certo enorme e quindi equa, ma che fornisca la percezione di un piccolo cambiamento di direzione in maniera di esercitare il controllo in maniera discreta e mantenendo le leve del potere in maniera ben salda. Ricondotto in una dimensione nella quale è possibile esercitare una gestione consona a particolari interessi, il fenomeno del populismo può essere visto in un’ottica differente da quella del pericolo sociale e diventare uno strumento funzionale ad una certa visione di sviluppo economico. Probabilmente in certi ambienti esiste la consapevolezza che anche gli stravolgimenti politici, che potrebbero essere interpretati come negativi, non siano poi così nocivi alla crescita economica, del resto la velocità di decisione è considerata spesso un aspetto decisivo della riuscita delle operazioni economiche e non è un caso che in un regime dittatoriale come quello cinese si registrino le percentuali più elevate di performance dei tassi di crescita. In Europa ci sono i casi di Polonia ed Ungheria che potrebbero essere studiati in tal senso ed anche la Turchia di Erdogan, se riuscisse ad affrancarsi da certi atteggiamenti estremi, potrebbe diventare un laboratorio dove comprendere se il populismo così spinto può essere utile alla questione economica.

La disuguaglianza economica maggiore emergenza del pianeta

Dopo che il liberismo si è affermato come metodo di gestione dell’economia e della società, il risultato più eclatante è la grande diseguaglianza che si è venuta a creare a livello planetario, andando ad incidere non solo nelle regioni formate dai paesi più arretrati con società più svantaggiate, ma anche andando ad intaccare gli equilibri delle zone più ricche del pianeta, che hanno visto registrare una diminuzione costante di quella parte di classe media formata da lavoratori salariati. Il valore eloquente di un dato prevale su tutti gli altri ed è il manifesto della situazione attuale: l’uno per cento di popolazione mondiale detiene più ricchezza del restante novantanove per cento. Ma serve anche ricordare che sette cittadini del mondo su dieci sono residenti in nazioni dove la percentuale di diseguaglianza è aumentata nel corso degli ultimi trenta anni ed anche che questa ricchezza è generata dallo sfruttamento di almeno quaranta milioni di persone, il cui loro lavoro può essere classificato come schiavistico, per le condizioni in cui viene svolta la loro attività lavorativa e per la retribuzione, che è notevolmente insufficiente (ed in questi quaranta milioni sono anche compresi quattro milioni di bamabibi). La diseguaglianza, quindi, rappresenta la vera emergenza mondiale, la cui eventuale risoluzione potrebbe risolvere gran parte dei problemi mondiali. Tuttavia questa emergenza viene sottovalutata, preferendo una maggiore concentrazione su temi singoli, che andrebbero, invece, affrontati, nel quadro di un deciso miglioramento della giustizia sociale. La crescita progressiva dell’ingiusta distribuzione delle risorse, effettuata a discapito del lavoro, sempre più penalizzato, a favore dei capitali, di chi detiene i mezzi di produzione e delle rendite di posizione, è diventata un mezzo di controllo sociale, che ha compresso i diritti, talvolta anche quelli più elementari, fino ad arrivare alla negazione, più o meno evidente, di diritti sociali e spesso anche politici. La disuguaglianza così elevata è il sintomo più evidente del fallimento dell’applicazione dei valori occidentali di democrazia e progresso sociale, che si sono ridotti, talvolta fino a restare soltanto nominali, a favore della prevaricazione del profitto di pochi e dell’affermazione della finanza sul lavoro, vero punto di svolta per creare le condizioni della estrema differenziazione della distribuzione del reddito. La politica è diventata ostaggio della parte più ricca, anche se minoritaria, e si è asservita ad essa diventando strumento di immobilismo sociale perseguito nella tutela dei privilegi: in questo sono stati complici i partiti conservatori, che non hanno espresso una politica di tutela del lavoro, ma solo dei capitali ed, ancora peggio, quelli di sinistra, che hanno inseguito le destre nei temi a loro più congeniali, stravolgendo le loro peculiarità politiche, con leggi e provvedimenti che hanno favorito la precarietà e non hanno salvaguardato il valore nominale dei salari. Esiste una situazione trasversale nei paesi del mondo dove la tassazione tutela sempre di più i patrimoni contrastando le politiche di redistribuzione dei redditi, ormai sempre più insufficienti: il mezzo è contrastare e non applicare la progressività della tassazione e consentire le facilitazioni fiscali ad imprese e società, che aggiungono sgravi fiscali a guadagni spesso prodotti con lo sfruttamento dei lavoratori. Il fenomeno della globalizzazione ha favorito questa tendenza mettendo in competizione il basso costo del lavoro di alcuni paesi con quello alto delle nazioni industrializzate e quindi a discapito dei lavoratori dei paesi più ricchi; l a politica non ha saputo o voluto contrastare in maniera efficace questa evoluzione e ciò ha determinato un livellamento verso il basso dei diritti e del peso, anche sociale dei lavoratori. Se esistono ancora notevoli differenze tra il nord ed il sud del mondo è anche vero che il sintomo dell’incremento della diseguaglianza è un segnale chiaro di quale direzione hanno intrapreso le società dove i diritti si erano ormai affermati ed hanno iniziato ad essere intaccati: un progressivo indebolimento dei lavoratori salariati, che si è riflesso in un impoverimento generale riguardante anche le piccole imprese artigiane ed i piccoli commercianti. Il dato che in paesi come l’Italia la maggiore difficoltà economica riguarda il mercato interno, peraltro compresso anche in Cina, il più grande produttore mondiale, rivela che la quota della popolazione appartenente alla classe media si sta spostando rapidamente verso il basso, creando la prospettiva di un’epoca che sarà caratterizzata da profondi conflitti sociali, che potranno sfociare in situazioni di elevata pericolosità.

Il Papa teme un conflitto nucleare

La sensibilità del Papa verso la pericolosa deriva nucleare, che sta attraversando il mondo, ha provocato un accorato appello contro il pericolo di una guerra atomica. Secondo il Pontefice la rincorsa agli armamenti nucleari, che ha tradito la volontà espressa da numerosi governi contro la proliferazione nucleare, è diventata la possibile causa di un conflitto nucleare con conseguenze la cui portata potrebbe avere la dimensione della catastrofe. L’attuale situazione di tensione che si è venuta a creare con la Corea del Nord potrebbe favorire un conflitto nucleare anche per un solo fraintendimento o per un incidente; infatti il continuo stato di tensione e rispettive minacce che Pyongyang e Washington stanno portando avanti, anche contemporaneamente alle esercitazioni militari, sempre più frequenti, ha creato condizioni di estrema pericolosità e tensione, che giustificano l’allarme del Pontefice. D’altra parte quello della Corea del Nord è il solo caso, anche se il più eclatante, di potenziale pericolo per lo scoppio di un conflitto. Le continue prove di forza dirette a provocare stati esteri da parte di mezzi militari russi, il sorvolo sulla zona economica esclusiva inglese o sugli stati baltici o le manovre terrestri che hanno preoccupato la Polonia, i continui dissidi per le isole contese tra Cina e Giappone, che hanno visto manovre aeree dei rispettivi stati, la tensione tra USA ed Iran e tra Arabia ed Iran, sono tutte emergenze che coinvolgono potenze nucleari e che possono anch’esse diventare pericoli di conflitti atomici. Per il capo del Vaticano la soluzione è il disarmo nucleare, che deve passare attraverso la distruzione dell’arsenale nucleare. Questa posizione, che pare la più ragionevole, si scontra però con la tendenza sempre più estesa in diversi paesi di dotarsi dell’arma atomica e che è rinforzata anche con la ripresa del dualismo tra Stati Uniti e Russia, del nuovo confronto tra Washington e Pechino, della strategia difensiva israeliana, delle volontà del Pakistan di pareggiare l’arsenale nucleare con l’India ed anche con la volontà dell’Arabia Saudita di dotarsi di un ordigno atomico per stabilire una sorta di parità con l’Iran, suo storico nemico. Come si vede il mondo ha intrapreso una direzione contraria a quella voluta dal Papa e che suggerirebbe il puro buon senso. Purtroppo il possesso di un armamento atomico non è più così complicato ed anche le condizioni politiche generali, che non si basano su due blocchi esclusivi, non favoriscono il disarmo. Nessuno poteva immaginare una possibile nostalgia per l’equilibrio del terrore, dove i soggetti in competizione erano soltanto due, che poteva assicurare una certa stabilità, pur all’interno di una dialettica di pesante contrapposizione. Sul tema del disarmo il Vaticano sembra riversare un impegno profondo, che potrebbe anche preludere ad un ruolo diplomatico diretto nella risoluzione della crisi nordcoreana: malgrado le smentite il Vaticano ha già organizzato un convegno per favorire il disarmo nucleare, che è seguito all’intervento alle Nazioni Unite contro l aproliferazione nucleare. La linea del Papa è che i contrasti tra gli stati debbano essere risolti attraverso il dialogo ed i negoziati con ogni altra forma che possa favorire l’avvicinamento delle nazioni in contrasto. Dato l’attuale momento di mancanza di autorevolezza delle Nazioni Unite l’emergere di un soggetto neutrale come il Vaticano può rappresentare una possibile via da percorrere nell’immediato per evitare potenziali conflitti atomici e, nel lungo periodo, assumere un ruolo centrale per discorso più ampio che ritorni a trattare il disarmo totale.

L’Europa ed il vuoto di potere lasciato dagli USA nello scenario internazionale

Uno dei maggiori effetti della presidenza Trump, sul piano internazionale, è il progressivo allontanamento degli Stati Uniti del ruolo che avevano ricoperto fino alla presidenza Obama: nella posizione di maggiore potenza mondiale, Washington, esercitava una sorta di controllo della scena diplomatica, che assicurava una certa stabilità al mondo. Se questo ruolo era positivo o negativo è un giudizio soggettivo e che poteva variare secondo la contingenza del momento, ma per una analisi relativa all’attuale vuoto di potere appare ininfluente. Resta pure vero, che una sorta di abdicazione era già iniziata con Obama, che aveva cercato di non impegnare gli USA in prima persona ed in maniera diretta in alcune crisi internazionali, prima fra tutta quella siriana, ed aveva adottato un sorta di delega verso gli alleati più collaborativi, lasciandogli la posizione preminente e riservando al paese americano un ruolo più defilato e di secondo piano. Tuttavia, malgrado questo disimpegno, dettato da ragioni politiche, ma anche economiche, Washington e la Casa Bianca restavano al centro della scena internazionale e pronti ad inserirsi con i consueti valori occidentali. Con il nuovo inquilino della Casa Bianca questa sorta di consuetudine è cambiata: il disimpegno americano, come peraltro promesso in campagna elettorale, si è accentuato fino ad assumere dei connotati originali, ben diversi dalle modalità che aveva assunto Obama. Oltre che a rappresentare una novità sulla scena internazionale il nuovo atteggiamento americano, soltanto mitigato dai militari e dai diplomatici statunitensi, costituisce un vuoto di potere che offre l’occasione di essere colmato da altre potenze. D’altronde la situazione internazionale ha subito delle variazioni sostanziali, ha ampiamente superato la fase del bipolarismo e presenta una realtà più fluida con una serie di soggetti capaci di provocare delle alterazioni significative degli equilibri generali, senza quasi che questi processi si possano fermare. L’emergere di attori non nazionali come lo Stato islamico, ha evidenziato la pericolosità della mancanza di controllo di fenomeni capaci di superare la classica dialettica tra gli stati, per incrinare una visione d’insieme ormai troppo cristallizzata. La Russia ha ripreso a giocare un ruolo da superpotenza, ma il suo deficit strutturale interno la pone ancora aldisotto degli USA, sebbene l’attivismo di Putin ha creato certo grosse difficoltà a Washington, ma il vero competitor degli Stati Uniti appare piuttosto la Cina, che ha già superato il paese americano in alcuni dati significativi. Pechino rappresenta un avversario con finalità diverse perchè cerca una supremazia economica e tecnologica, ma non mira ad intromettersi nella politica interna degli stati, almeno per ora. Tuttavia è un paese con una forma di governo autoritaria e che dispone di una grande liquidità finanziaria, fattori che gli permettono una velocità di decisione maggiore delle democrazie e la facilità ad entrare nei mercati occidentali, come in quelli del terzo mondo, con la concreta capacità di condizionarli dall’interno. Probabilmente questo scenario sarebbe comunque stato inevitabile, ma la chiusura degli USA in se stessi ne facilita le condizioni di riuscita. Il futuro presenta grandi incognite, sopratutto per gli stati europei, che hanno tempi di reazione troppo lenti ai cambiamenti e sono ancora troppo indietro per giocare un ruolo da protagonisti nell’arena della politica internazionale. Il concreto pericolo è che l’avanzata cinese, contraddistinta da una grande penetrazione nei mercati e quindi nelle società europee, si trasformi, in modo sottile, da economico a politico, senza che sia più presente lo scudo americano. Per ovviare a questa sorta di minaccia è importante che l’Europa continui a sviluppare i contatti con la Cina, perchè in questa fase economica sono imprescindibili, ma da una posizione paritaria e per fare ciò occorre una indipendenza da Washington che sta diventando obbligata ma che non è ancora stata conquistata. Se lo scenario è cambiato occorre adeguarsi, non con soluzioni trovate di volta in volta, ma con un piano ben programmato, che passa dalla riforma delle istituzioni centrali europee ed arriva, necessariamente, ai criteri di adesione e permanenza all’interno dell’unione. Altrimenti il vuoto di potere americano è destinato ad essere colmato da un soggetto che ha ben poco in comune con i valori democratici europei.

Le democrazie occidentali sono ancora legittime?

L’annuale rapporto di Medici Senza Frontiere e dell’Istituto di Studi sui Conflitti e dell’Azione Umanitaria evidenzia una pericolosa perdita di moralità, sopratutto da parte delle democrazie occidentali, che, per fare fronte ai problemi dovuti alle guerre ed alle carestie, attuano sistemi di dubbia legalità ed in aperto conflitto con i loro stessi principi fondativi. Si va dai compromessi dell’Europa con stati dittatoriali africani per fermare il fenomeno migratorio, la chiusura americana voluta da Trump contro gli stranieri fino ad arrivare alla assoluta impunità dell’Arabia Saudita, alleato di comodo dell’occidente, nella repressione condotta nello Yemen. Ed i casi non sono ancora finiti. Qual’è la credibilità delle istituzioni europee, se non riescono a risolvere i conflitti al loro interno ed a convincere i paesi contrari ad ospitare quote di migranti ed in conseguenza di ciò stipulano accordi con i libici, che notoriamente infliggono sofferenze e torture ai migranti, che diventano fonte di guadagno doppio: da una parte con i i ricatti alle famiglie e dall’altra con le sovvenzioni che Bruxelles gli concede. Gli Stati Uniti, il paese delle possibilità per tutti, chiudono le frontiere e si apprestano a diventare una fortezza inaccessibile e l’Australia si tutela dall’immigrazione confinando su isole pressoché senza servizi i migranti che vorrebbero approdare sulle sue coste. Quello su cui occorre interrogarsi è quanto sono legittime istituzioni di paesi che si dicono democratici: cioè se questa accezione è vera all’interno di loro stessi, gli stessi paesi, se visti dentro un panorama più vasto, che superi i confini nazionali o di alleanza, la stessa legittimità abbia lo stesso valore. Non è una domanda soltanto di scuola o da testo di scienza della politica, quanto un confronto chiaro su quello enunciato e praticato all’interno dei territori nazionali delle democrazie occidentali e quello, invece, attuato all’estero in ambito di zone di crisi, con il solo scopo di tutelarsi da fenomeni la cui incapacità di gestione condiziona lo stesso modo di agire apertamente in contrasto con i propri principi. In altre parole appare assolutamente evidente che chi si richiama a valori di equità ed uguaglianza, quali condizioni necessarie per potere dire di essere democrazie, tradisce questa similitudine nel modo di comportarsi all’esterno per gestire fenomeni che sono posti al di fuori delle dinamiche interne allo stato e, talvolta, anche ai rapporti tra gli stati. L’emigrazione dovuta a guerre e carestie, risulta essere ormai sfuggita alla regolamentazione del diritto internazionale, perchè sempre disatteso, ed è gestita con sistemi che non rispondono, se non in casi sempre più minoritari, ad una prassi consona ai valori umanitari. Se ciò è, pur condannabile, ma in teoria comprensibile per quelli stati che non sono democrazie, ciò non è ammissibile per nazioni che si vantano di avere regimi democratici da anni, ma ciò non interferisce inun contesto mondiale dove sono prevalenti i singoli interessi, intesi come interessi dei singoli stati. Non che si sia di fronte ad una situazione nuova, ma dopo la seconda guerra mondiale si auspicava una maggiore importanza delle organizzazioni sovranazionali, come le Nazioni Unite, almeno come mezzo per risolvere le crisi più gravi. Il liberismo che dagli anni ottanta dello scorso secolo ha condizionato profondamente non solo l’economia, ma sopratutto la politica, ha determinato, sul lungo periodo una sorta di arroccamento dei paesi più ricchi, che si identificano anche con le democrazie più avanzate, in una difesa delle loro posizioni, anche se al loro interno cresce la diseguaglianza economica; tuttavia questa diseguaglianza è, per ora, poca cosa, se confrontata con le situazioni di emergenza dovute alle guerre ed alle carestie, che meriterebbero risposte più adeguate e solidali, non fosse altro che per evitare pericolosi sviluppi futuri. Ma questa considerazione esula dalla constatazione che la mancanza di legittimità a definirsi regime democratico comporta: il pericolo della assenza dei valori basilari delle democrazie potrebbe portare ad una corruzione anche verso l’interno di questi stessi paesi, dove, peraltro, l’avanzata di movimenti di estrema destra costituisce già un chiaro segnale. Ancora una volta l’appello è verso quelle istituzioni, come l’Unione Europea ed in generale a tutte quelle organizzazioni che si battono per l’affermazione dei diritti, ad un impegno maggiore contro la mancanza di solidarietà verso gli ultimi del mondo: come atto dovuto e come, anche, sistema di protezione verso la corruzione dei propri sistemi politici.

L’Europa vuole intraprendere un ruolo più determinante contro l’inquinamento

Il futuro del pianeta è legato intimamente alla questione climatica ed al riscaldamento globale: i segnali che la Terra manda sono preoccupanti a causa dell’innalzamento delle rilevazioni della temperatura, causate dall’effetto serra. Malgrado le prove evidenti di questo peggioramento cliamtico gli Stati Uniti di Trump si sono ritirati dall’accordo di Parigi sul clima, per rincorrere un risultato economico migliore sul breve periodo. La Casa Bianca ha prodotto delle prove più che dubbie sulla bontà della propria scelta, ma l’impatto, anche morale, della mancata partecipazione americana al miglioramento climatico, rischiano di avere effetti negativi non solo a lungo termine ma anche nel medio periodo. La consapevolezza di questa situazione deve portare l’Europa a recitare un ruolo da protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici, proprio in sostituzione degli Stati Uniti. Il summit di Bonn sul clima ha evidenziato questa necessità, unita al fatto che occorre esercitare una pressione ancora maggiore sul paese statunitense affinché cambi la propria politica sull’inquinamento e sostenere tutte quelle amministrazioni non federali, ma statali o comunali, anche molto importanti come NewYork, che sono contrarie alla politica di Trump sul tema ambientale. La speranza è che questi soggetti istituzionali statunitensi decidano di attuare una produzione energetica mediante fonti rinnovabili, che riducano il loro valore di emissioni di anidride carbonica, in modo da compensare l’aumento che si registrerà a livello federale. La previsione complessiva delle emissioni di anidride carbonica per il 2017 è comunque negativa, perchè è destinata a salire ancora e compromettere ancora di più la situazione generale del clima del pianeta. Il consumo energetico dei paesi in via di industrializzazione o che necessitano di volumi di produzione sempre maggiori di merci, è ancora troppo legata a materie prime che devono essere a basso costo, come il carbone, proprio per contenere i costi della produzione. In Europa si pensa di seguire l’esempio inglese, dove l’aumento del costo del carbone per tonnellata ha provocato la chiusura delle centrali elettriche che usano questo combustibile per la produzione di energia elettrica, determinando un abbassamento delle emissioni. La Francia dovrebbe seguire questo metodo, anche per rispettare l’impegno del governo di Parigi, che è quello di chiudere le centrali a carbone sul suolo francese entro il 2021. La Germania, l’altro grande consumatore di carbone, ha riconosciuto le proprie difficoltà nella riduzione dell’effetto serra, come ha anche ribadito il commissario europeo per il clima e l’ambiente, che in un rapporto ha evidenziato come sette paesi europei siano ancora indietro nella diminuzione delle emissioni di anidride carbonica e che, proprio fra questi, la Germania resti ancora la nazione che emette più gas serra tra i paesi dell’intera Unione. La posizione tedesca è molto rilevante, giacché Berlino si vuole imporre come leader mondiale nella lotta all’inquinamento, ma nella pratica non riesce a risolvere la propria situazione, risultando così poco credibile. Se l’Europa vuole esercitare un ruolo da protagonista nella lotta all’inquinamento si dovrà presentare con dati confortanti di fronte al resto del mondo, valori conseguiti con formule e provvedimenti chiari e sostenibili per l’economia ed, almeno, in parte replicabili in altre zone del pianeta; dopo il vecchio continente si potrà fare promotore di politiche a più ampio raggio, come il finanziamento degli stati più poveri che si sono avviati ad una industrializzazione più tardi e che per colmare la distanza dai paesi con una industrializzazione di più vecchia data, usano materie prime energetiche più inquinanti. Se gli USA prendono le distanze dalla volontà di ridurre l’inquinamento occorre incrementare la collaborazione con la Cina e spingerla verso un consumo di inquinanti più ridotto, perchè senza Pechino non è ragionevole sperare di avere risultati. Se Washington sarà sempre più isolata su questo tema è possibile che ci sia una inversione di tendenza. In ogni caso per l’Europa impegnarsi in prima persona diventà una prova deterinate per aumentare il proprio prestigio internazionale in modo pratico e non solo nominale.