Coronavirus come pericolo sociale ed economico per la Cina

La tattica cinese all’inizio ed anche prima dell’epidemia del corona virus è stata quella di negare o minimizzare i rischi del contagio, evidentemente per un errore di sottovalutazione collegato anche all’intenzione di preservare la propria economia. La rapide espansione, anche a livello globale, del virus ha costretto Pechino a mutare il proprio atteggiamento, senza, tuttavia, riconoscere le proprie responsabilità, che sono state addebitate agli organi del potere periferici; cosa impossibile in un paese dove tutte le informazioni sono controllate ed accentrate fino ad arrivare alle gerarchie più alte. Pensare che Xi Jingping fosse all’oscuro dei rischi è la strategia di Pechino: ma è poco credibile. Per ora a pagare sono stati dirigenti politici delle regioni da dove è partito il contagio, che sono sacrificati propro per tutelare il potere centrale. Ma ciò provoca l’interrogativo riguardo all’efficacia del potere di controllo sulle periferie: si tratta di una domanda retorica, l’apparato centrale non poteva non sapere, proprio grazie al controllo capillare che si estende su tutto il territorio, tipico di ognipotere autoritario. Detto questo la decisione di fare ricadere la responsabilità su dirigenti periferici, seppure di grado elevato, manifesta l’esigenza di escludere da una opinione pubblica che ha contestato i silenzi delle autorità l’idea che ci siano responsabilità del Presidente Xi Jingping. Ma questo è soltanto un aspetto del problema: vi è una parte della società cinese, quella che fa parte del ceto dirigente produttivo, che ritiene eccessivi i provvedimenti presi contro il virus, perchè troppo penalizzanti per l’economia del paese. Quello che rischia di incrinarsi è il patto sociale tra  il ceto medio alto della popolazione ed il ceto politico, patto fondato sulla distribuzione della ricchezza in cambio della lontananza dalla politica. Non che il potere e la posizione del presidente cinese siano in pericolo, ma il rischio concreto della realizzazione di una presenza di dissenso non appare più così impossibile, come la situazione antecedente al corona virus assicurava. Il fattore tempo per valutare questa situazione è essenziale, dato che secondo gli esperti cinesi il valore massimo dell’infezione non si è ancora verificato ed arriverà entro la fine del mese di febbraio. Quindi la Cina continuerà ad essere in una situazione di emergenza per almeno altri due mesi o anche qualcosa di più. In questo lasso di tempo il regime dovrà gestire con oculatezza una crisi dalla doppia valenza: sanitaria e sociale, senza tralasciare l’aspetto economico e non potrà farlo con ripetute punizioni di funzionari periferici. Ma anche dal punto di vista internazionale l’immagine cinese appare offuscata, l’allarme dell’Organizzazione mondiale della sanità ha proclamato il corona virus una minaccia peggiore del terrorismo a causa degli oltre mille morti in un periodo di tempo tutto sommato breve e per l’alta capacità di diffusione del virus. Secondo i dati ufficiali la mortalità, però, sarebbe del quattro per mille, che non è un numero irrilevante, sopratutto considerato che riguarda paesi per lo più attrezzati ad affrontare queste emergenze. Quello che inquieta di più è la possibilità che il virus arrivi in Africa, dove i sistemi sanitari non sono altrettanto solidi di quelli dei paesi più avanzati. Per quanto riguarda l’economia, ormai è una certezza che gli effetti del corona virus sull’economia cinese si stanno riflettendo su quella globale e la richiesta del mondo verso Pechino, è quella che la Cina sostenga il suo tessuto produttivo con misure specifiche. Se queste misure sono necessarie, altrettanto importante sarebbe una sorta di moratoria, anche limitata nel tempo, della guerra dei dazi per dare modo all’economia globale di limitare i danni, anche in considerazione dell’avvicinamento della carenza dei prodotti dell’industria manifatturiera cinese verso l’estero; la dipendenza di diversi comparti industriali, in ogni parte del globo, dei prodotti cinesi, rischia di diminuire la quantità di prodotto finito in ogni settore industriale, con il consegunete calo della produzione capace di provocare un innalzamento dei prezzi ed una conseguente inflazione a livello planetario. Se ciò dovesse verificarsi il contraccolpo economico per Pechino sarebbe una diminuzione della crescita del paese e, di conseguenza di tutto il mondo, con una credibilità compromessa per l’apparato produttivo, ma sopratutto politico della Cina.

Le Nazioni Unite sanciscono il diritto dei migranti climatici

Il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha sottolineato come la questione delle migrazioni climatiche abbia una rilevanza giuridica tale da sollecitare i governi mondiali a considerare l’emergenza climatica come fattore giuridico in grado di diventare la causa di una possibile concessione dell’asilo a questi specifici migranti. Si tratta di una novità considerevole all’interno del diritto internazionale, perchè prende atto delle conseguenze del cambiamento climatico sui problemi relativi all’ambiente ed alle cause che costituiscono pericolo per la vita delle persone. Implictamente si tratta del riconoscimento giuridico per la categoria dei rifugiati climatici, ovvero coloro che, a causa di eventi naturali causati, ad esempio dal riscaldamento globale, vedono ridursi il terreno a loro disposizione, come per gli effetti dell’innalzamento delle acque dei mari, con la conseguenza di difficoltà abitative, problemi alle coltivazioni ed all’approvigionamento idrico. La classificazione delle conseguenze dannose del cambiamento cliamtico si articola, sostanzialmente, in due tipologie: i danni dovuti ad effetti prolungati nel tempo, come l’aumento della percentuale salina dei terreni, l’innalzamento marino  o la desertificazione ed i danni dovuti ad eventi improvvisi e non previsti come le inondazioni. Si comprende come queste calamità naturali possano costringere parti anche consistenti della popolazione a varcare i confini nazionali per trovare riparo in altre nazioni. Secondo il comitato dei diritti umani della Nazioni Unite, l’assenza di politiche nazionali ed internazionali volte a contrastre gli effetti del cambiamento climatico, giustificano il diritto dei migranti climatici a non essere respinti. Se questo pronunciamento, per certi versi rivoluzionario, anche se è fondamentalmente soltanto una presa d’atto di un problema conclamato, porta una novità nel diritto internazionale, apre contemporaneamente una vasta gamma di eccezioni ed obiezioni, sulle quali i legislatori nazionali proveranno senz’altro a regolamentare i loro ordinamenti. Una delle prime ciriticità da risolvere sono i modi ed i tempi di accoglienza, dato che, si possono presupporre, almeno in certi casi, il ripristino delle condizioni antecedenti agli eventi disastrosi. Più difficile la gestione di situazioni dove si verifichino condizioni irrimediabili, in questi casi sarebbero auspicabili forme di accordi preventivi tra gli stati, in grado di gestire i fenomeni migratori, attraverso una collocazione preordinata e con una accoglienza non limitata al primo soccorso, ma improntata ad una integrazione reale e definitiva da parte dei paesi di accoglienza. Le questioni climatiche hanno, senza dubbio, un effetto diretto sulle risorse alimentari e della disponibilità di acqua potabile, legate in maniera indissolubile alle carestie, all’impossibilità di irrrigazione e quindi della produzione agricola e zootecnica, fino ad arrivare a compromettere le normali condizioni igieniche e quindi causa di malattie a larga diffusione. Gli effetti dei cambiamenti climatici sono sicuramente responsabili di queste casistiche indirette di fenomeni migratori, che non rientrano direttamente nelle due casistische climatiche stilate dal comitato dei diritti umani. Tuttavia non pare possibile scindere, dal punto della gravità e delle cause generatrici del fenomeno, i migranti climatici dai migranti per mancanza di cibo e di acqua; quindi anche per coloro che sono costretti ad abbandonare i loro paesi per assenza cronica di risorse alimentari dovrebbe essere pensata una soluzione preventiva, mediante accordi internazionali da sottoscrivere da parte dei singoli stati, magari con una coordinazione delle Nazioni Unite. Ma in tempo di sovranismi ed egoismi nazionali ciò appare molto difficile, anche se la situazione contingente appare già complicata non si nota alcuno sforzo per prevenire le conseguenze del cambiamento climatico, che anzi, viene negato, e senza cambiamenti di atteggiamento la pressione migratoria è destinata ad accentuarsi. L’importanza della decisione del comitato dei diritti umani non risolve il problema pratico dell’accoglienza e neppure quello del cambiamento climatico dovuto al riscaldamento globale, ma apre una discussone sulla legittimità di rifiutare i migranti che diventano tali per cause a loro esterne e, spesso, dovute proprio ai paesi che li rifiutano.

 

L’Europa non può più limitarsi all’azione diplomatica sullo scenario internazionale

La recente azione militare americana, sul territorio irakeno, rappresenta soltanto l’ultimo episodio dell’evoluzione globale della politica internazionale, passata dall’uso preminente della fase diplomatica a quella militare  ed è la logica conseguenza dell’abbandono, di fatto, di una visione sovranazionale sopratutto circa la risoluzione delle crisi. L’affermazione degli interessi particolari su quelli generali è passata da una applicazione alla politica interna, sopratutto grazie alle visioni politiche sovraniste e relative a specifiche realtà bene individuabili territorialmente, alla politica estera con le modlità di soluzioni di conflitti attraverso gli interessi particolari di nazioni terze rispetto ad interessi particolari di singole entità statali, che non hanno la possibilità di risoluzione autonoma del problema contingente. Il caso più evidente, tra i tanti presenti sullo scenario internazionale, è stato quello siriano dove il governo in carica, ancorché espressione di una dittatura, ha potuto risolvere i suoi problemi grazie all’appoggio di Russia ed Iran, che sono intervenute a tutela dei propri interessi geopolitici. Il caso più recente ed attuale è quello della Libia, dove le due fazioni che si combattono sono appoggiate da attori esterni, attraverso l’uso della forza hanno praticamente sostituito le nazioni di riferimento, perchè queste si sono limitate ad una azione diplomatica, insufficiente contro gli interventi militari. L’orientamento verso queste soluzioni ed interventi appare una strada intrapresa dalle grandi potenze, si tratta, ormai, di un atteggiamento quasi globale del quale occorre prendere atto senza indugi, se si vuole avere ancora un ruolo rilevante nello scenario internazionale. Ciò è vero per organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea, sia per le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite. Per quanto riguarda l’Europa appare chiaro che non è più sufficiente puntare all’esportazione di un modello democratico attraverso i propri valori e con il solo esercizio diplomatico e ciò è anche insuifficiente per tutelare i propri interessi sullo scenario internazionale, così come per evitare crisi umanitarie. Presi singolarmente gli stati europei hanno un bassissimo potere contrattuale, tra l’altro questo è un obiettivo principale di alleati, USA, ed avversari, Russia, neppure le nazioni più importanti come Germania e Francia possono opporre una strategia valida a questo stato di cose se agiscono da sole. La mancanza di obiettivi condivisi, in un quadro normativo insufficiente, pone l’Unione Europea in un stato di inferiorità rispetto alle sfide attuali ed in una posizione di inferiorità rispetto agli attori internazionali che hanno superato la fase diplomatica per la risoluzione delle crisi. L’assenza di una politica estera comune è il primo punto debole che si trascina da anni senza essere risolto. L’attuale situazione non è arrivata all’improvviso, ma ha avuto uno sviluppo nel tempo, che si è soltanto accelerato in maniera prevedibile. Il fatto che i membri dell’Unione siano divisi su materie fondamentali e Bruxelles non possegga gli strumenti per una azione incisiva, come l’esercito comune europeo, dimostra soltanto l’inadeguatezza dei processi decisionali, ormai inadatti e  troppo lenti per rispondere alle esigenze dello scenario mondiale. La sola potenza economica non giustifica più un ruolo diplomatico di primo piano ed, anzi, mancano  gli strumenti e le capacità per esercitare le prerogative da protagonisti internazionali è proprio il settore economico a registrare le perdite più immediate. In un contesto dove l’approvigionamento energetico costituisce uno scenario tra i più importanti, ma dove anche la questione migratoria è soggetta a strumento di controllo e ricatto, non essere in grado di rivendicare il proprio ruolo mondiale, provoca un arretramento di importanza e rilievo, che non può non riflettersi slle cause dell’alterazione degli equilibri interni. L’Europa, quindi, deve affrettarsi a recuperare il terreno perduto, lasciando da parte le nazioni ed i governi scettici ed incominciare a pensare anche ad una costituzione ad integrazione variabile sulla base delle finalità condivise, senza sprecare tempo e risorse con membri poco convinti e collaborativi circa una maggiore integrazione, fino ad immaginare a criteri di adesione profondamente cambiati, proprio in funzione delle nuove esigenze internazionali. La sola azione diplomatica non garantisce, al momento e per chi sa quanto, l’adeguata rilevanza internazionale, d’altra parte anche organizzazioni come l’Alleanza Atlantica appaiono, in  questo momento superate: occorre una autonomia continentale che appare sempre più necessaria da esercitare oltri i confini proprio per proteggerli.

La politica sconsiderata di Trump

L’attentato al generale iraniano, se inquadrato nella azione politica di Trump, pur nella sua evidente gravità, può senz’altro rientrare nelle modalità anomale di gestione del potere che sono state avviate dalla elezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca. La presidenza Trump si è distinta per avere infranto tutti gli schemi che la gestione del potere della più importante potenza mondiale ha richiesto nella sua storia. Se è vero che l’azione iraniana stava diventando sempre più invadente e spregiudicata è altrettanto vero, che la scelta per contrastarla non è stata quella diplomatica, abbandonata da subito con il ritiro unilaterale dal trattato sul nucleare iraniano, ma con una scelta di campo che è stata troppo condizionata da Israele e dagli alleati inaffidabili delle monarchie saudite. Il confronto tra USA ed Iran stava procedendo nella dimensione di un conflitto a bassa intensità e di tipo asimmetrico, cioè mai affidato in modo chiaro e nominale ad elementi dei rispettivi stati. La decisione di infrangere le norme del diritto internazionale, colpendo un esponente ufficiale del paese iraniano sul territorio di una nazione terza, senza avvertire le istituzioni irakene, rappresenta un atto di guerra non solo verso Teheran ma ancheuna palese violazione contro Bagdad. Se il  diritto internazionale è stato violato con le modalità tipiche di una entità dittatoriale, dal punto di vista politico ancora peggio sono state le minacce di colpire i siti culturali, evidenziando la mancanza di conoscenza della normativa stabilita dalla Convenzione dell’Aja sui crimini di guerra: un elemento non irrilevante per chi ricopre la carica di presidente degli Stati Uniti. Occorre poi rilevare lo sgarbo verso gli alleati, con la mancata comunicazione dell’azione, che, oltre ad avere un alto valore politico, potrebbe avere anche un effetto pratico in caso di ritorsione immediata, che fortunatamente non c’è stata, verso gli alleati degli Stati Uniti.  La prima conseguenza è quella di avere vanificato anni di impegno in Irak: come richiesto dal parlamento irakeno le truppe americane e le loro basi non sono più bene accettate  ciòlascia campo libero a Teheran, ma anche ad una ripresa del terrorismo grazie alla presenza latente dello Stato islamico, mai del tutto sconfitto. Come potrà evolvere la situazione? Teheran ha già deciso di dotarsi dell’arma nucleare e l’attentato al suo generale gli fornisce il via libera per rivendicare apertamente questa intenzione, verso cui il paese iraniano era già stato indirizzato a causa delle sanzioni americane. Sul fronte interno, l’atto americano è riuscito a sopire i contrasti interni, annullando, di fatto, i malumori economici e le dimostrazioni di piazza e rendendo, quindi, impraticablie la strada dell’appoggio alle opposizioni. Dal punto di vista militarela Repubblica Islamica  è costretta ad un atto di ritorsione per non dimostrarsi come soggetto debole, sopratutto nell’ottica del mantenimento del prestigio come potenza regionale.  A questo proposito l’intenzione dichiarata dalla guida suprema del paese è che le rappresaglie siano compiute da forze regolari iraniane e non da milizie fiancheggiatrici, se questo proposito dovesse essere attuato l’escalation che ne conseguirà potrebbe portare veramente ad un nuovo conflitto mondiale. Comunque vada a finire la tattica di Trump si è rivelata un fallimento, come ogni volta che si compie un uso così sconsiderato della violenza. Appare anche importante analizzare, seppure sommariamente, le possibili ragioni di un atto così sconsiderato: la vicinanza delle elezioni presidenziali, unite al procedimento di messa in stato di accusa del presidente americano, potrebbero avere provocato l’attuazione di una strategia estrema, che mette in evidenza, oltre al fatto dell’assoluta inadeguatezza nel ruolo della massima carica americana, anche la totale confusione e, forse, disperazione, di una personalità dove il culto per se stesso ha travisato ogni possibile ragionevolezza. Il corpo elettorale americano avrà prossimamente la possibilità di non vedere ricadere su se stesso una responsabilità terribile. Nel frattempo è necessario che tutte le diplomazie mondiali, non conatagiate dalla follia e dalla falsa onnipotenza si adoperino per evitare la catastrofe.

Le possibili conseguenze internazionali della crisi di Hong Kong

L’evoluzione delle proteste di Hong Kong porta direttamente ad una crisi tra Stati Uniti e Cina, peggiorando i rapporti bilaterali, con possibili conseguenze dirette sul piano commerciale. Il parlamento americano, infatti, è in procinto di approvare una legge relativa al rispetto dei diritti umani nell’ex colonia britannica. Senza la garanzia del rispetto dei diritti umani gli USA sanzioneranno Hong Kong e la sua economia che gode di uno status speciale con Washington. Questa legge prevede, infatti, una revisione periodica di questo status particolare, connesso a vantaggi economici, nel caso della violazione di diritti umani ed anche sanzioni contro le autorità di Hong Kong e della Cina, oltre al divieto di vendita da parte di aziende statunitensi di prodotti che possano essere usati nella repressione delle manifestazioni, come proiettili di gomma o pistole elettriche. Pechino ha reagito a parole in modo molto duro all’eventualità che questa legge entri in vigore,  ma nella pratica la minaccia si è limitata a non meglio precisate sanzioni, dimostrando di non avere previsto l’intensità dell’iniziativa americana. La Cina ha già da tempo accusato gli americani di fomentare le proteste di Hong Kong, ma una simile intromissione nella propria politica interna non è mai avvenuta e nonostante l’impreparazione iniziale Pechino non si può limitare a subire passivamente l’azione di Washington; tuttavia il governo cinese si trova in situazione molto scomoda, Hong Kong ha una ribalta mediatica che non può consentire impunemente le repressioni che la Cina ha inflitto ai musulmani cinesi, anche se l’intenzione di risolvere la questione andrebbe in quel senso. Per la Cina è senz’altro una situazione nuova, perchè non ha la piena libertà d’azione su di un territorio, che, seppure con un diverso ordinamento, fa parte della sua sovranità. Appare impossibile non rilevare come Pechino abbia gestito male la situazione prima delle proteste oltre che nella fase attuale, segno di una improvvisazione che denota una reale incapacità di muoversi al di fuori dei confini della Cina continentale, protetti dalle regole del sistema dittatoriale vigente. La situazione potrebbe essere risolta soltanto con il dialogo, ma ciò significherebbe una sorta di cedimento del governo centrale di fronte agli altri oppositori presenti nel continente e potrebbe aprire concrete possibilità perfino l’area della dissidenza. Poi c’è la questione economica, che finora è stata il primo pensiero dei governanti cinesi: il loro dilemma è se sacrificare la crescita economica alla solidità politica o viceversa. Se l’occidente, che è la parte ricca delpianeta, ha finora non troppo contestato le repressioni dei musulmani, con Hong Kong non potrà avere un atteggiamento analogo e la spirale negativa che rischia di innescarsi, come conseguenza delle sanzioni e della censura contro la Cina, potrà porre il problema per Pechino verso quale parte orientarsi. Può essere credibile la situazione di una Cina che mantiene il suo ordine su Hong Kong, attraverso repressioni violente, ma che nel  contempo non è sanzionata nell’aspetto economico? Questa situazione sembra impossibile, anche perchè è impossibile che gli Stati Uniti non sfruttino una tale occasione dove Pechino si è infilata da sola. Comunque agisca la Cina perderà qualcosa ed a Washignton ne sono ben consapevoli: per gli USA, la vicenda di Hong Kong può essere un modo per un ridimensionamento della Cina, sopratutto in Occidente, dove Pechino, tramite investimenti massicci, sta tentando di insidiare l’influenza americana. D’altro canto è pure vero che le democrazie occidentali prendano atto che la controparte cinese è governata da un sistema totalmente incompatibile con i loro valori e soprassedere su una repressione in un territorio che fino a poco tempo prima  era una democrazia deve indurre a ragionamenti e riflessioni che possono oltrepassare la convenienza economica. Attraverso questi temi gli Stati Uniti potranno fare pressione sugli stati occidentali e specialmente europei per operare una strategia di contrasto alla Cina a livello internazionale. Per questo Hong Kong significherà molto per gli equilibri globali.

L’Iran contravviene all’accordo di Vienna

Il ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano da parte degli USA, ha provocato le sanzioni economiche a cui è sottoposta Teheran e che hanno provocato l’aggravamento di una crisi economica già in atto nel paese iraniano. Le ragioni dell’accordo, osteggiato dalla destra americana, punto di forza della politica estera di Obama, risiedevano nel controllo dei progressi nucleari dell’Iran e nella volontà di instaurare un clima più disteso tra i due paesi, attraverso il miglioramento economico del paese sciita. L’avvento di Trump nella massima carica statunitense ha sovvertito questo schema: la nuova politica della Casa Bianca ha avversato l’accordo fino al ritiro, pretendendo di fare rientrare nei termini dell’accordo stesso la limitazione dei progetti balistici rigurdanti i razzi iraniani. Ciò, in parte è dovuto al riavvicinamento di Washington a Ryad e Tel Aviv, che continuano a vedere l’Iran come il nemico principale. Per l’Arabia Saudita si tratta di contrastare le ambizioni regionali iraniane, mentre per Israele il problema è la minaccia che Teheran porta fino sulle frontiere israeliane, attraverso le milizie sciite presenti in Libano. In questo quadro di alleanze gli USA, con l’attuale presidente, hanno scelto di non mantenere la parola data incrinando la propria credibilità internazionale, anche di fronte agli altri firmatari dell’accordo: Unione Europea, Russia, Cina, Francia, Regno Unito Uniti e Germania. L’atteggiamento iraniano, se ci si limita ad un’analisi che riguarda soltanto la materia dell’accordo è stato, fino ad ora di dura contestazione diplomatica verso gli Stati Uniti ed, in parte, anche verso gli altri firmatari dell’accordo, che, secondo Teheran, non hanno fatto abbastanza perchè Washington mantenesse quanto sottoscritto. Tuttavia, nonostante l’economia iraniana abbia subito gravi danni dall’embargo petrolifero a cui è stata sottoposta, l’Iran non ha finora contravvenuto a quanto firmato nell’accordo del 2015. Al contrario la decisione di questi giorni segna un cambiamento nell’atteggiamento iraniano circa il trattamento dell’uranio, che può prefigurare anche usi oltre quelli civili. Teheran parla di una decisione reversibile in qualunque momento, se gli USA allenteranno la pressione sul divieto di vendita del petrolio a cui è sottoposto l’Iran. La prima intenzione del governo iraniano è quella di effettuare una pressione sui paesi firmatari dell’accordo, in modo che possano uscire dalla passività con la quale hanno accettato la decisione americana. Deve essere ricordato come Washington abbia esercitato una pressione anche sulle aziende dei paesi firmatari, sopratutto europei, con il divieto esplicito di commerciare con l’Iran, costringendo le imprese di questi paesi a rinunciare ad accordi commerciali già firmati, pena l’interdizione dal mercato statunitense. Se si guarda alla questione da un punto di vista più ampio, la decisione iraniana rischia di innescare una proliferazione nucleare nella regione, creando le condizioni che il trattato doveva scongiurare. Il rischio più immediato è che l’Arabia Saudita cerchi di diventare una potenza nucleare contrapposta all’Iran, in una situazione di forte contrasto tra i due paesi, con Ryad che si è dimostrata totalmente inaffidabile verso gli stessi alleati americani, sopratutto per la gestione della questione dello Stato islamico. Dei paesi europei, per ora, si è pronunciata solo la Francia accusando l’Iran di non rispettare l’accordo di Vienna, tuttavia, anche se pericolosa, la decisione iraniana può essere comprensibile di fronte al ritiro unilaterale americano ed all’immobilismo degli altri paesi firmatari, che tacitamente non hanno contrastato la Casa Bianca. Diversa la posizione di Mosca, che h assunto un atteggiamento comprensivo verso Teheran, considerata vittima del comportamento americano. Mosca può sfruttare a suo vantaggio, anche se per ora in maniera non troppo accentuata, la posizione americana irresponsabile nel quadro regionale perchè potrebbe favorire la proliferazione nucleare. La mossa iraniana obbliga Washington ad una risposta: se la Casa Bianca accentuerà le sanzioni Teheran si sentirà autorizzata a procedere con l’arricchimento dell’uranio, aprendo ad una serie di sviluppi negativi nello scenario diplomatico, viceveversa un atteggiamento più incline alla trattativa potrebbe aprire sviluppi più positivi ancheoltre il perimetro dell’area regionale. Per Trump una nuova sfida alla vigilia della campagna elettorale per il rinnovo presidenziale.

L’intervento della Turchia in Siria e le sue conseguenze internazionali

La vicenda dei curdi siriani mette in evidenza diversi fattori nello sviluppo dei rapporti internazionali, non solo nell’area mediorientale ma a livello globale. Sulle ragioni della Turchia appare evidente l’intenzione di recuperare il gradimento interno, compromesso dal cattivo andamento dell’economia ed, insieme, tentare di risolvere la questione dei profughi siriani, ormai male sopportati nel paese turco, trasferendoli nel territorio sottratto ai curdi e risolvendo così due obiettivi con una sola azione. Le conseguenze per Ankara possono diventare troppo costose per gli obiettivi prefissati. L’isolamento turco sullo scenario diplomatico è un fattore inevitabile, anche se non vi è unità d’intenti tra Europa ed USA, l’azione della Turchia provocherà una censura difficilmente suerabile. Dal lato dell’economia difficilmente Trump potrà evitare delle sanzioni ad Ankara, sia perchè le aveva promesse, sia perchè dovrà accontentare i settori dell’amministrazione americana contrari al ritiro dalle zone curde in Siria. I curdi, per evitare un massacro, di militari, ma anche di civili, sono costretti a cambiare alleato dopo il tradimento statunitense. Putin, in questi casi, è solitamente abile a sfruttare le occasioni che il panorama internazionale gli concede: il vuoto lasciato dagli americani rappresenta una opportunità per la Russia per agire al fianco di Assad, il cui aiuto è stato cercato direttaemente dai curdi. Ma la mossa americana, oltre a favorire Damasco e Mosca, non potrà che favorire anche l’Iran, da sempre schierato al fianco dei siriani e degli stessi curdi, con i quali ha combattutto fianco a fianco contro lo Stato islamico. Del resto l’invasione turca sta favorendo la liberazione dei terroristi del califfato controllati dai curdi, andando ad alimentare i timori di una riscossa dello Stato islamico; quale migliore ragione per giustificare l’entrata sulla scena da parte della Siria, il cui territorio è stato invaso da una forza straniera, della Russia e dell’Iran se non quella di combattere la rinascita delle truppe del califfato. Secondo alcuni analisti la mossa di Trump sarebbe stata effettuata per incrinare il rapporto tra Mosca ed Ankara, i cui rapporti sono molto distesi, tanto da favorire la fornitura di sistemi militari da parte dei russi ad un esercito dell’Alleanza Atlantica, fatto sempre condannato dalla Casa Bianca. Fino ad ora la politica estera del presidente americano è stato un misto di improvvisazione ed incompetenza e pare molto difficile che da solo sia riuscito ad elaborare una tale strategia, strategia che difficlmente potrebbe essergli stata suggerita da una amministrazione, sopratutto la parte militare, che ha sempre tenuto in grande considerazione l’alleanza con i curdi. In ogni caso gli USA hanno abbandonato i curdi, probabilmente per un calcolo elettorale, secondo il teorema che la politica interna è più importante di quella estera: un assunto che non può valere per la principale potenza mondiale. Quali potranno essere, adesso le conseguenze di un possibile confronto armato tra le forze turche e quelle del blocco costituito da Russia, Iran e Siria? Il rischio di una guerra regionale è molto consistente, ma altrettanto grave è il possibile coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica all’interno di una contesa che, ipoteticamente potrebbe vederla al fianco degli agressori dei suoi alleati curdi. Certamente si tratta di una ipotesi remota, ma che fa riflettere sulla reale necessità di mantenere Ankara all’interno di una alleanza nella quale è ormai un membro che sembra non condividere le ragioni dell’adesione. Fortunatamente la Turchia non è entrata nell’Unione Europea e con questi comportamenti ha messo essa stessa la parola fine ad ogni residua possibilità di entrarvi; questi presupposti, sostenuti da altre prove di infedeltà, dovrebbero indurre il Patto Atlantico a decretarne l’espulsione. Questo perchè non siamo di fronte ad un rapporto a due come tra USA ed Arabia Saudita o tra USA e Pakistan, dove Washington continua a mantenere alleanze per i propri esclusivi interessi anche contro l’evidenza dei comportamenti scorretti dei suoi alleati, ma perchè il Patto Atlantico ricomprende una vasta platea di paesi che, ormai ha interessi divergenti con Washington. Se gli Stati Uniti vorranno uscire più forti da questa vicenda dovranno mettere al centro della propria azione non più gli interessi particolari, ma quelli generali, basati sull’interesse comune e sui principi: primo fra tutti quello di rispettare gli alleati, perchè quello fatto ai curdi può essere, potenzialmente, ripetuto con qualsiasi altro alleato.

Il presidente francese cerca la leadership internazionale

Aldilà dei risultati annunciati, ma non ancora certificati, il dato più evidente alla fine del vertice delle sette economie avanzate, che si è svolto in Francia, è la volontà del presidente francese di trovare un ruolo più rilevante sulla scena internazionale. I progressi su questioni fondamentali per la stabilità mondiale, Iran, rapporti con la Cina e questione dei dazi commerciali, per ora non hanno molto di effettivo: il lato positivo è che si sia avviata una discussione su temi che erano colpiti, principalmente, dall’ostracismo degli Stati Uniti. La disponibilità mostrata dal presidente Trump, non deve però ingannare: l’inquilino della Casa Bianca ha ormai abituato la platea internazionale a repentini cambi di direzione, grazie ad una strategia basata sull’improvvisazione, neppure tanto chiara ai componenti del suo governo. Probabilmente lo scenario francese ha stimolato il presidente amerciano ad una certa accondiscendenza, favorita dall’atteggiamento del padrone di casa, ben disposto a giocare su più tavoli per tentare di ristabilire un ruolo francese non allineato, ma in realtà interpretato a sostegno del più importante opsite americano. Non si capiscono mlto le intenzioni del presidente francese: se guadagnare una leadership in Europa, sfruttando la concomitante discesa della cancelliera Merkel o se riguadagnare i favori degli USA, dopo un periodo difficile delle relazioni bilaterali. Certamente lo schema che guida l’azione di Macron è quello ispirato ad una politica estera non allineata (favorita dal progressivo sganciamento americano da nazione guida dell’occidente) ma in grado, attraverso il dialogo con ogni attore internazionale, di trovare soluzioni globali. Il tutto in un quadro generale che faccia riferimento ai valori europei; come si vede un programma di politica estera non da media potenza, ma da soggetto capace di esercitare un ruolo di guida in Europa. La questione è che la Francia, da sola non può essere in grado di esercitare questo ruolo, senza il supporto dell’Unione Europea. Per avere questo ruolo di rilievo è necessario portare risultati tangibili e non programmi ambiziosi.  Certamente riportare la questione iraniana all’attenzione della politica statunitense è un primo risultato apprezzabilee la disponibilità di Trump, se sincera, di vedere il presidente iraniano rappresenta lo sblocco di un problema di ordine mondiale. L’Iran ha già chiesto di ritirare le sanzioni, ma Trump, ed anche il presidente francese si aspettano, almeno, il ritorno alle condizioni di Vienna da parte di Teheran. Avere creato comunque le condizioni per la ripresa del dialogo è già un primo risultato, che però Macron deve anche all’atteggiamento dell’Unione Europea, ma anche di Cina e Russia, di non seguire gli Stati Uniti sul ritiro unilaterale dei trattato. Bisogna anche ricordare che, aldilà della disponibilità di Trump, gli USA inseguono altri obiettivi, oltre ad impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare e, cioè, vogliono che Teheran non intervenga in Siria, Libano e Yemen. Su questi punti sarà più difficle ottenere un dialogo, perchè l’Iran considera questi obiettivi americani una sorta di ingerenza alla propria politica estera, che provengono, non tanto da interessi strategici americani, ma da esplicite richieste di Arabia Saudita ed Israele. Ma queste richieste non riguardano il presidente francese, che le tiene ben distinte dalla questione del nucleare iraniano, che è l’argomento centrale per Parigi.  Occorre anche considerare una ulteriore ragione, che possa spiegare l’attivismo del presidente francese: l’impressione è che Macron cerchi di recuperare con l’azione internazionale il consenso perduto con la sua azione di governo in Francia. Richiamare la grandeur francese ha sempre un certo effetto popolare e può servire per riguadagnare posizioni all’interno dell’elettorato francese, sopratutto se l’azione di politica estera si compie lontano dall’autunno, quando le questioni economiche interne saranno di nuovo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica francese. Se Macron aspira ad un ruolo di guida in Europa dovrà preoccuparsi di rilanciare le istituzioni europee attraverso politiche redistributive incentrate sul lavoro e sull’occupazione, lontano dalle ricette liberiste che gli sono gradite: solo così potrà aspirare ad un ruolo di leader in ambito europeo, sempre che sia confermato anche nel suo paese.

Europa ed USA si scontrano nel vertice delle sette economie avanzate

L’incontro dei sette paesi con l’economia più avanzata del mondo, che si svolge in Francia, presenta temi di grande contrasto tra i membri. L’introduzione di dazi e la minaccia di nuove imposte sulle merci in entrata negli USA, volute da Trump; la questione russa, con l’Unione Europea intenzionata a mantenere le sanzioni contro Mosca per la questione della Crimea e la guerra in Ucraina, ma avversate dagli Stati Uniti, che, anzi, vorrebbero riammettere la Russia a questi incontri ed infine l’accordo sul nucleare iraniano, difeso dall’Europa, ma dal quale gli USA si sono ritirati unilateralmente, sono le questioni che stanno creando rapporti sempre più problematici tra Bruxelles e Washignton. Esiste, poi il problema tutto interno all’Unione causato dalla fuoriuscita del Regno Unito, più volte riamandata, che si avvia alla sua definitiva scadenza ancora senza un accordo tra le due parti. Per l’Europa la necessità di mantenere un ordine internazionale fondato su regole certe, rimane una questione non differibile e si scontra con l’azione politica del presidente americano, abituato a non rispettare i patti firmati ed a cambiare continuamente il suo indirizzo politico, che viene adattato di volta in volta alle situazioni contingenti per ottenere il massimo vantaggio immediato per il paese americano. Si tratta di due modi di espletare l’azione governativa del tutto opposti e difficilmente conciliabili e che sono alla base dei profondi dissidi tra le due parti e che ne hanno causato il progressivo allontanamento. Tuttavia Bruxelles cerca di mettere al centro del vertice la cooperazione tra i paesi membri, grazie al fatto di essere democrazie, che rispettano lo stato di diritto; questa caratteristica viene individuata come mezzo per influenzare l’attuale evoluzione del mondo. Si capisce che il dialogo tra le sette maggiori economie mondiali resta alla base dei possibili rapporti positivi, ma basarsi su di caratteristica, seppure importante, senza i dovuti sostegni, diplomatici, militari ed economici, resta soltanto una illusione pericolosa. Anche perchè le prove del mancato rispetto dei trattati da parte di Washington continuano a ripetersi: anche l’accordo di Parigi sul clima sarà abbandonato dagli USA e la sessione del summit dedicata ai cambiamenti climatici avrà, così, un esito non univoco. Una novità interessante del G7 sarà l’apertura alla partecipazione di paesi africani: Burkina Faso, Egitto, Ruanda, Senegal e Sudafrica, il coinvolgimento di nazioni africane è interessante peri temi dell’immigrazione, del contrasto al terrorismo, per le potenziali collaborazioni in campo economico e per incrinare l’egemonia cinese nel continete africano; ma questo potrà essere soltanto un primo approccio, che dovrà essere seguito da iniziative concrete e da investimenti considerevoli. Ancora più difficile dirimere la questione dell’economia globale, il confronto tra Unione ed USA, ma con la Cina come spettatore interessato, sulla questione dell’introduzione dei dazi sembra essere senza soluzione, malgrado gli accrodi firmati, ma disattesi dal presidente degli Stati Uniti. Il rischio concreto è che l’introduzione dei dazi apra la via a successive ed infinite nuove imposte dall’una e dall’altra parte, con il rischio concreto di un innlazamento dei prezzi finali in grado di bloccare la già scarsa crescita mondiale. Altra questione fondamentale sono le tasse alle grandi industri informatiche, che colpirebbero prevalentemente aziende americane, l’Unione intende affrontare in maniera unita l’argomento, una modalità non gradita da Trump, che, come sempre per queste questioni, preferisce affrontare il problema con i singoli stati. Queste difficoltà, che incidono, nei rapporti tra gli stati delle sette grandi potenze evidenziano come queste organizzazioni stanno vivendo un momento di crisi proprio per gli obiettivi sempre più spesso contrastanti dei loro membri e per le ricadute diplomatiche che questi dissidi possono provocare. Certamente le occasioni di incontro tra le diplomazie sono sempre un occasione per mantenere o instaurare un dialogo ed una scadenza periodica di questi incontri facilita i rapporti e la collaborazione tra paesi, che pur essendo alleati, hanno anche visioni differenti su alcuni argomenti; tuttavia il livello di scontro dall’insediamento di Trump è salito ed ha costituito un fattore di disturbo ai rapporti tra gli stati membri delle prime sette economie mondiali. Nonostante gli sforzi europei l’attuale Casa Bianca sembra non perdere occasione per prendere le distanze dai partner europei e la prima conseguenza è stata, spesso, il fallimento dei vertici diplomatici. Questo segnale impone all’Unione Europea, ma anche a Canada e Giappone una seria riflessione sul rapporto con gli Usa, che è ancora imprescindibile, ma non con le stesse caratteristiche che esistevano prima di Obama. Nuove forme di alleanza possono essere studiate tra Unione, Canada e Giappone.

Le organizzazioni non governative incolpate di favorire l’immigrazione

La volontà di impedire lo sbarco di pochi migranti imbarcati su di una nave di una organizzazione non governativa spagnola, da parte di un ministro che sarà in carica ancora per poco, conferma una strategia completamente sbagliata nei confronti del fenomeno delle immmigrazioni. Il caso è prima di tutto italiano, ma non solo: la mancata collaborazione istituzionale dell’Unione Europea, ormai è accertato, denota una scarsa rilevanza di Bruxelles nei confronti delle esigenze singole dei partiti dei paesi europei, che non vogliono rischiare una deriva populista, ma, che, per perseguire questo obiettivo abbandonano i loro valori fondativi. Certo questo non vale per le formazioni o i governi sovranisti, tuttavia la sola soluzione di chiudere le frontiere rappresenta soltanto la volontà di rimandare un problema, che le guerre e le carestie riproporranno con dimensioni aumentate, specialmente nel lungo periodo. L’immigrazione è diventata l’unico argomento di certe forze politiche per raccogliere consensi: oltrepassa l’incompetenza economica e la cattiva gestione della cosa pubblica, tuttavia, in un momento dove i programmi sono assenti anche nelle forze politiche di opposizione sembra l’unico argomento capace di dare consenso; però per dare un colpevole all’opinione pubblica serve individuare un soggetto specifico al quale imputare ogni responsabilità. Non si analizzano le condizioni di fame dovute alle carestie alimentari ed ai problemi con l’acqua, la povertà delle popolazioni dovuta a governi corrotti, spesso da paesi occidentali, ma ora anche dalla Cina o situazioni di guerra e di violenza insopportabile. Di ciò non viene tenuto conto, perchè si tratta di cause, che, pur essendo tangibili, appaiono alle opinioni pubbliche sempre più condizionate dall’uso distorto dei social media, come mere astrazioni. Meglio incolpare le organizzazioni non governative come esecutrici di fantomatici piani per destabilizzare i paesi occidentali.  Il caso italiano è peculiare: si continua a tollerare l’arrivo dei migranti su imbarcazioni più piccole, ma in maggiore quantità, tanto da essere un numero complessivo superiore a quello dei salvataggi delle organizzazioni non governative, che non pochi salvataggi, ma singolarmente numericamente più consistenti. Le navi delle organizzazioni internazionali hanno evitato la morte di parecchie persone, ma sono prese a simbolo dalle forze sovraniste come soggetti che effettuano pratiche illegittime e, di conseguenza, presentate come un pericolo per le frontiere, tanto da impedire l’accesso ai porti italiani. L’Europa, pur condannando ufficialmente questa politica, non fa nulla per arginarla, lasciando il problema della gestione dei migranti all’Italia, grazie allo schermo del trattato di Dublino. Così facendo fornisce un alibi a certe parti politiche, che sono facilitate a scaricare la colpa dell’arrivo degli immigrati alle organizzazioni non governative. Si tratta di un circolo vizioso che alimenta rabbia e risentimento in una opinione pubblica sempre meno capace di leggere la situazione in modo obiettivo. L’altro lato della questione è che chi accusa, in sostanza, le organizzazioni non governative di salvare vite umane, non presenta alternative alla situazione attuale, neppure esercitando quella azione dovuta che, per chi ricopre cariche di governo dovrebbe essere obbligatoria. D’altra parte l’azione delle organizzazioni non governative riempie proprio un vuoto lasciato volutamente dallo stato italianoe non riempito neppure dall’Unione Europea. L’immigrazione, per i motivi già esposti, è sempre di più un fenomeno non controllabile e non evitabile, che non può essere limitato o scoraggiato con la minaccia della morte in mare per assenza di soccorsi. Le condizioni che obbligano ad emigrare sono ritenute dai migranti peggiori della stessa possibilità di perire nel Mediterraneo oppure prima, lungo il percorso per arrivare alle coste libiiche. Incolpare le organizzazioni nono governative, in maniera diretta o indiretta, significa fuggire da precise responsabilità che arrivano alle cariche più alte dei governi e delle istituzioni europee.