L’impossibilità di sanzionare l’Arabia Saudita

L’assassinio del giornalista saudita compiuto dal regime di Riad ha avuto come conseguenza quella di provocare una reazione che non si è mai verificata per nessuna delle nefandezze compiute in precedenza dall’Arabia Saudita; infatti non sono bastate le ripetute violazioni dei diritti umani continuamente perpetrate nel paese arabo e neppure le violenze, spesso gratuite o causate da crudele incompetenza, compiute dai militari sauditi nel conflitto dello Yemen anche ai danni di bambini e di donne per determinare una riprovazione internazionale di tale livello. Questo sentimento che ha pervaso la comunità internazionale rappresenta, dunque, una novità nei confronti dell’Arabia Saudita, che, soltanto il governo canadese aveva manifestato in precedenza, entrando in contrasto con Riad. Se le manifestazioni di avversione ai sauditi sono da registrare positivamente, resta il rammarico per non essere arrivate prima e, sopratutto andranno valutate con gli effetti concreti che sapranno e potranno produrre. Questo aspetto è il più rilevante, perchè investe le relazioni dei paesi occidentali con la monarchia saudita e difficilmente potrà avere un impatto tale da potere condizionare i modi di Riad. I rapporti tra i paesi occidentali e l’Arabia Saudita sono contraddistinti da un elevato livello di scambi commerciali, nei quali la bilancia dei pagamenti pende con notevole favore per l’occidente e gli investimenti arabi, grazie alla liquidità fornita dal greggio, sono una parte rilevante nel panorama delle economie occidentali; a ciò si devono aggiungere le forniture di petrolio, che sono essenziali per le industrie europee ed americane. I rapporti sono quindi molto consolidati e possono difficilmente subire variazioni, certo l’interrogativo etico se è lecito fare affari con un regime del genere ora è soltanto una domanda retorica, cui andava data una risposta differente molti anni prima. Una delle possibili sanzioni che è stata pensata, anche dal parlamento europeo, seppure soltanto nell’ultima settimana, è quella di sospendere la vendita di armamenti, ma si tratta di un settore dove l’Arabia Saudita rappresenta il secondo compratore mondiale, dopo l’India, che ha incrementato la sua spesa militare del 225% negli ultimi cinque anni: un investimento, che attualmente rappresenta il 10% delle transazioni mondiali. Si tratta, come è evidente, di cifre enormi, che riguardano tutti i paesi occidentali e che interessano un grande numero di industrie con una grande quantità di posti di lavoro impiegati. Non ha caso il presidente americano Trump ha parlato espressamente di una possible perdita di un milione di posti di lavoro, nel caso di un embargo contro l’Arabia Saudita. Se i numeri di Trump non sembrano essere sostenuti da dati concreti, il danno economico del possibile blocco alla vendita, sostenuto anche dai democratici e da parte dei repubblicani americani, appare inequivocabile, rendendo praticamente impossibile la volontà di chi vuole attuare il blocco della vendita delle armi a Riad. Tuttavia esiste anche una ulteriore motivazione, oltre a quella economica, che impedisce di bloccare le armi verso i sauditi: impedire l’ingresso nel marcato saudita a russi e cinesi, che hanno più volte tentato, senza alcun, successo, di vendere i propri armamenti all’Arabia. Mantenere aperto il canale della vendita delle armi con i sauditi significa, sopratutto per gli Stati Uniti non compromettere il legame diplomatico, rinforzato dopo l’elezione di Trump, tra Riad e Washington, giudicato essenziale per il contenimento dell’Iran nello scacchiere medio orientale, ciò rientra anche negli interessi di Israele, che continua la sua alleanza non ufficiale con l’Arabia contro Teheran. L’impatto sugli assetti mediorientali subirebbe quindi delle variazioni attualmente non definibili, perchè un eventuale embargo occidentale degli armamenti potrebbe produrre delle reazioni diplomatiche tali da incidere sugli attuali scenari, scatenando un riassetto fortemente variato, dove la leadership americana potrebbe subire dei ridimensionamenti in grado di apportare a pericolose decisioni, sopratutto con una amministrazione come quella attuale insediata alla Casa Bianca. Occorre ricordare anche che parte delle forniture in armamenti acquistate dall’Arabia Saudita vengono trasferite a quei paesi alleati, sempre di religione sunnita, che non hanno i sufficienti mezzi economici da investire in materiale bellico, ma, che, Riad ha tutto l’interesse affinché mantengano un esercito adeguatamente equipaggiato, primo fra tutti l’Egitto. Per questi motivi gli USA attueranno una ritorsione di tipo individuale esclusivamente contro gli esecutori dell’assassinio del giornalista e non contro i mandanti, ciò però pone ancora una volta l’interrogativo della convenienza di determinate alleanze da parte di paesi democratici con nazioni che sono espressione di sistemi di governo fortemente dittatoriali e quindi contro i valori fondanti dell’occidente.

Aumenta la fame nel mondo

Il recente rapporto sullo stato di sicurezza alimentare e nutrizione del mondo elaborato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite ha evidenziato un notevole incremento delle persone denutrite nel mondo, che ha raggiunto la quota di 821.000.000 di persone; un dato che riporta la questione ai livelli del 2008. In sostanza quello che si è registrato è un peggioramento sostanziale delle condizioni di vita di un numero consistente di persone ed indica un arretramento economico e politico incompatibile con il progresso raggiunto in alcune parti del mondo, apertamente in contrasto con diverse zone dell’Africa e del Sud America. Se la situazione dell’Asia rimane stabile, il che non vuole dire che vi è stato un miglioramento, la condizione circa la soddisfazione dei bisogni più elementari della vita umana risulta nel complesso peggiorata. Le implicazioni sociali di questo arretramento vogliono dire che la diseguaglianza economica profonda resta un problema che oltrepassa la giustizia sociale, ma investe le prospettive di sopravvivenza di un numero sempre più grande di persone. Se le considerazioni morali non devono essere confinate in una dimensione autonoma, che non appare sufficiente ad un discorso globale, le conseguenze di questo problema devono essere analizzate anche in ottica di ripercussioni politiche, sia all’interno degli stati che patiscono del problema delle risorse alimentari insufficienti, sia verso il cosidetto primo mondo, cioè non più soltanto l’area occidentale, ma anche le potenze emergenti come la Cina, la Russia il Brasile e diversi stati asiatici. La penuria di generi alimentari, che non riesce a garantire la sopravvivenza, non può che generare movimenti migratori ben più grandi di quelli attuali e capaci, quindi, di conseguenze politiche maggiori nei sistemi nazionali e sovranazionali oggetto dello spostamento delle persone. Gli stati ricchi tendono a contrastare l’emigrazione ma, ad esempio, sugli effetti del clima, forse la maggiore causa della denutrizione, non fanno abbastanza per contribuire a ridurre il riscaldamento globale, così come non riescono a trovare strumenti adatti per prevenire le guerre, che sono un altro fattore determinante per scarsità del cibo. Anche sul mancato sviluppo di economie spesso ricche di materie prime, ma che rientrano nei paesi oggetto di carestia, non ci sono progetti che possano creare una ricaduta del reddito a favore delle nazioni povere, ma c’è uno sfruttamento intensivo che arricchisce e favorisce società appartenenti a paesi del primo mondo, creando così, una sorta di continuazione del colonialismo, per il quale, tra l’altro, non ci sono stati neppure i giusti risarcimenti. La crescita economica resta il grande obiettivo dei paesi ricchi, ma è un dato finto, che non tiene conto delle difficoltà, intese come costi, causate proprio dalla carenza di cibo a livello globale e di tutto quello che ne consegue, anche a livello politico, dove le decisioni legislative vengono rallentate o deviate da questioni come quella migratoria. Certamente con gli attuali sistemi politici nazionali che procedono sul proprio interesse particolare, a discapito di quello generale, la questione della fame del mondo non può trovare una soluzione definitiva, ma soltanto, nella migliore delle ipotesi, rimedi parziali e localizzati a situazioni contingenti particolarmente pericolose per i paesi ricchi. Nonostante questa constatazione l’obiettivo delle Nazioni Unite è quello di arrivare entro al 2030 alla definitiva eliminazione del problema della denutrizione. Ci sono soltanto dodici anni per arrivare a questo obiettivo, che, potenzialmente potrebbe essere raggiunto anche prima, se la collaborazione tra le nazioni ricche fosse effettiva e la capacità di coordinamento delle Nazioni Unite diventasse efficace. Quello che si intende fare per combattere la fame nel mondo è intraprendere azioni continue per garantire l’approvigionamento di cibo, che dovrà essere anche di una certa qualità, attraverso azioni che investano le zone interessate. Questi progetti devono però assicurare un adeguato rifornimento idrico, altro tema intimamente connesso con la fame, un trasferimento di conoscenza nel campo della produzione alimentare, l’assicurazione dell’accesso universale alle risorse alimentari e gli adeguati finanziamenti per realizzare tutto ciò. Non è un programma impossibile se vengono assicurate le condizioni di sicurezza per gli operatori e gli abitanti e questo tema investe i rapporti con i governi e tra gli stati, fino a diventare il primo fattore determinante per il raggiungimento dell’obiettivo.

Le migrazioni problema sempre più globale

I fatti delle migrazioni che stanno coinvolgendo i cittadini del Venezuela, che, a causa, della difficile situazione politica ed economica del paese, stanno cercando di fuggire nelle nazioni confinanti: Ecuador, Brasile e Colombia, testimoniano come la questione migratoria sia diventata un problema mondiale da affrontare con soluzioni condivise. La popolazione venezuelana è di circa 31.700.000 persone e soltanto negli ultimi quindici mesi ben due milioni di persone hanno cercato riparo all’estero. La situazione del Venezuela rappresenta un esempio di come il fenomeno migratorio possa ormai estendersi a tutte le aree del mondo e sia diventato un problema globale. Se la questione raggiunge parti del pianeta che dovrebbero avere una certa stabilità occorre interrogarsi su come prevenire il fenomeno e poi come affrontarlo in maniera concreta. La situazione venezuelana mette in risalto come il pericolo dell’impoverimento di una nazione non riguardi più soltanto il continente africano o quello asiatico, ma potenzialmente può riguardare ogni nazione. Certamente i paesi del cosiddetto primo mondo hanno delle istituzioni che dovrebbero preservarli da situzione analoghe, ma che non possono impedire di essere il punto di arrivo dei disperati. Anche le reazioni dei paesi americani confinanti con il Venezuela, dimostrano preoccupanti analogie con i paesi europei e sono destinati a favorire la crescita di movimenti di destra, sintomo di chiusura ma anche di impreparazione alla gestione del fenomeno. Tra l’altro in Brasile si avvicinano le elezioni e questa situazione contingente può favorire in modo concreto il candidato della destra estrema, andando a ripetere le condizioni politiche che si sono prodotte in diversi stati europei anche a causa della questione migratoria. Certamente le condizioni politiche instabili, causate da mancanza di democrazia e presenza di corruzione, favoriscono l’insorgere di condizioni di povertà, che concorrono ad alimentare i flussi migratori; ma a queste vanno aggiunte le situazioni di conflitto, le condizioni climatiche e la carenza alimentare, che sono spesso connesse. In sostanza la mancanza dei presupposti di sopravvivenza, che investe una gamma molto ampia di situazioni, determina l’aumento del fenomeno migratorio verso società che non sono disposte a rinunciare a parti del loro tenore di vita. La gestione a breve periodo obbliga la ricerca di soluzioni temporanee spesso insufficienti ad una gestione efficace del fenomeno e che spesso determinano delle reazioni contrarie nelle comunità locali. Se è difficile trovare rimedi coordinati all’interno di soggetti che fanno parte di organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea, ancora più difficile è cercare soluzioni condivise tra stati, che, nella migliore delle ipotesi, hanno solo rapporti di buon vicinato. L’errore più grosso è quello di non sapere prevedere il fenomeno e farsi cogliere impreparati; ciò rappresenterebbe una opportunità per le Nazioni Unite per uscire dall’apatia attuale e riguadagnare parte del prestigio perduto. La creazione di regole, magari inquadrate nel diritto internazionale, potrebbe favorire la prevenzione del fenomeno, basata sullo sviluppo dei paesi poveri e sulla sanzione dei paesi dove la mancanza di democrazia crea immigrazione. Certo i flussi migratori non si possono cancellare, così come la necessaria presenza dei campi profughi, che hanno il merito di fornire una prima assistenza; tuttavia regole internazionali condivise e strumenti efficaci in mano alle Organizzazioni internazionali sembrano essere l’unica soluzione percorribile per potere arginare il fenomeno e non creare tensioni all’interno dei paesi di destinazione. Il tutto tenendo sempre presente che senza un inizio di una politica di redistribuzione a livello mondiale, anche sbilanciata a favore dei paesi ricchi, le migrazioni, che sono comunque destinate a salire, diventeranno un fenomeno inarrestabile, capace di sovvertire gli equilibri e gli assetti economici mondiali.

L’Europa sviluppa strategie economiche alternative agli USA

Contro l’invadenza del presidente degli Stati Uniti, l’Europa oppone, per ora, una strategia di accordi commerciali: una risposta soltanto in parte politica, che rientra nel maggiore spazio di manovra, quello economico, a disposizione di Bruxelles. Certo accordarsi con la Cina, il principale avversario economico, degli USA, rappresenta anche un atto politico, che riveste un signficato di avversione alla politica di Washington. Tuttavia i nuovi accordi commerciali con la Cina appaiono una scelta obbligata per preservare i vantaggi economici che la guerra commerciale di Trump rischia di ridurre. Certamente l’accordo con Pechino è in nome del libero scambio e della globalizzazione ed avviene sulla base della filosofia dei rapporti multilaterali, in netta antitesi alle misure protezionistiche del paese nord americano; ma la natura dell’accordo è anche dubbia perchè viene stipulato tra due soggetti con visioni profondamente diverse sui diritti ed anche sbilanciato sul piano dei costi e delle garanzie dei rispettivi lavoratori. Il fattore più importante resta il mercato, che con il suo volume di scambio tra Europa e Cina assicura il valore di un miliardo e mezzo di merci scambiate tra le due parti. Questo dato è il più eloquente per trovare una sorta di giustificazione per il rapporto con la Cina: continuare ad assicurare un livello produttivo che poteva essere ridotto dai dazi che Trump vuole applicare sui prodotti europei. Se, da un lato, si può comprendere la volontà di assicurare alle aziende europee uno sbocco per le loro produzioni, occorre anche valutare se la Cina può essere solo un partner economico o, attraverso questo rapporto non voglia essere sempre più influente in Europa. Questo pericolo è tale perchè la rilevanza politica europea è ancora troppo limitata dallo spazio di manovra che i suoi membri non riescono a concedergli; deve essere ben presente che una maggiore integrazione politica, con un peso specifico istituzionale centrale sostenuto dagli stati membri garantisce alle istituzioni centrali una maggiore capacità di contrattazione e di risposta alle sollecitazioni politiche provenienti dall’esterno. D’altronde è necessaria anche una salvaguardia dell’Unione dagli attacchi esterni di personaggi come Trump, ma anche come Putin, che puntano ad una divisione dell’Europa per trarre maggiore vantaggio in trattative economiche e politiche, oltre ad avere avversari più piccoli e frammentati rispetto ad un soggetto unitario. La minaccia proviene anche da un fronte che si può definire interno con i partiti a favore della sovranità nazionale, più vicini a Trump e, quindi, ostili ad accordi con la Cina. Il pericolo concreto è che l’avvicinamento alla Cina diventi un ulteriore argomento di divisione dentro l’Unione, un ulteriore fattore di destabilizzazione in grado di compromettere l’attuale fragile equilibrio. Tuttavia la necessità di mantenere il livello economico attuale potrà mitigare, almeno sul breve periodo tutti i dubbi dell’avvicinamento alla Cina. Una soluzione può essere quella di sfruttare questo periodo per aprire delle trattative con Pechino sul tema dei diritti umani, includendoli negli accordi commerciali. Bruxelles può partire comunque dalla visione comune con la Cina sul tema del riscaldamento globale e della lotta all’inquinamento, riguardo alle quali le posizioni europee sono vicine a quelle cinesi e sempre più lontane da quelle degli Stati Uniti di Trump. Nel frattempo, sul fronte commerciale, l’Europa guarda sempre ad oriente ma con un soggetto, quale il Giappone, con il quale ha maggiori similitudini. Dopo quattro anni di trattative, l’accordo tra Europa e Giappone è stato sbloccato dalle tendenze isolazionistiche americane; i due soggetti hanno firmato un accordo che è stato definito il maggiore mai stipulato tra le due aree e che prevede il libero scambio, eliminando le barriere tariffarie nei settori delle automobili, ed in quelli agricolo ed alimentare, oltre la sottoscrizione di diverse politiche comuni riguardanti temi sia regionali, che multilaterali. Si tratta di segnali inequivocabili che gli alleati degli Stati Uniti stanno elaborando e sviluppando strategie alternative che prevedono l’assenza di Washington dai loro tavoli di trattative e, che segnano un cambiamento radicale della politica internazionale che riguarda i paesi occidentali.

L’inizio della guerra commerciale

Dopo l’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti, la Cina abbandona i consueti toni diplomatici per attaccare Washington in maniera diretta, attraverso il giornale del governo “China Daily”. Il segnale è evidente: la guerra commerciale è appena iniziata. L’accusa verso gli USA è quella di ricatto e di violazione delle regole commerciali in maniera unilaterale, d’altra parte le minacce di Trump erano arrivate già da tempo e la sorpresa cinese appare sorprendente. Se Pechino credeva che le intenzioni del presidente americano non fossero vere ha commesso un errore di valutazione, tuttavia i toni del quotidiano cinese sembrano più avere lo scopo di avvertire gli Stati Uniti della ritorsione, sempre più prossima ed, insieme, di cercare di guadagnare una sorta di alleanza contro la prepotenza americana, che ha come indirizzo l’Unione Europea. Se l’obiettivo di Trump sarà quello di favorire i lavoratori e le imprese americane, il risultato sarà difficilmente raggiunto, dato che la risposta cinese, peraltro in linea con quella europea, sarà quella di rispondere con altri dazi, che aumenteranno i prezzi nel paese statunitense, peggiorando i bilanci delle aziende e riducendo il potere di acquisto dei lavoratori. In questa manovra di Washington non si può fare a meno di vedere un parallelismo con l’uscita del Regno Unito dall’Europa, che sta producendo conseguenze pesanti sull’economia inglese e notevoli ripensamenti da parte dell’opinione pubblica. Trump non sembra essere ancora arrivato ad un punto di gradimento così basso, ma se gli effetti della sua chiusura al mercato saranno così negativi le prossime elezioni di metà mandato potrebbero rivelarsi un disastro per il partito repubblicano. L’azione cinese per contrastare i dazi americani, sarà di una somma analoga, per un valore di circa 34 miliardi di dollari, a quella subita da Washington, che dovrebbe colpire maggiormente le aziende delle zone dove Trump ha riscosso un maggiore successo elettorale. Per ora la Cina ha seguito la modalità di risposta europea, cioè quella di introdurre dazi di misura simmetrica per non alzare il livello dello scontro; tuttavia la Casa Bianca ha già previsto di innalzare di ulteriori 16 miliardi di dollari i dazi sui prodotti cinesi tra due settimane. Come si vede lo scenario futuro più probabile è quello di una escalation della guerra commerciale, che non potrà non avere delle ripercussioni politiche a livello di equilibri internazionali. Infatti è impossibile non pensare al ruolo dell’Europa in una situazione che comprenda un tale sviluppo. Anche Bruxelles è stata colpita dai dazi americani e ciò ha provocato una maggiore vicinanza con la Cina per la affinità che si è sviluppata sui temi del libero commercio. Tuttavia un avvicinamento a Pechino deve essere trattato con molta cautela, visto il regime non democratico che vige nel paese cinese, con ancora troppe vittime della repressione e mancanza di diritti fondamentali. La Cina può essere un partner dal punto di vista commerciale, con ampi margini di sviluppo, se si vuole continuare a soprassedere sulle mancate garanzie ai suoi cittadini, ma non può diventare nulla di più. Dall’altra parte esiste la storica alleanza con gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica, che resta un cardine della difesa europea; l’allontanamento provocato dalla guerra commerciale può anche avere ripercussioni sui legami diplomatici ma non deve incrinare il regime delle alleanze militari, nonostante le tante provocazioni di Trump, anche se appare evidente che il cambiamento della scena internazionale possa portare a variazioni inedite. Il successo delle formazioni politiche nazionaliste e populiste, che politicamente sono in accordo con il presidente statunitense potrebbe essere un ulteriore fattore di sviluppo del quadro generale: una Europa indebolita nelle sue strutture centrali potrebbe scegliere, o potrebbero sceglierlo singolarmente alcuni suoi membri, di avvicinarsi a Trump attraverso una politica di chiusura ed osteggiare la Cina ed, in ultima analisi, tutta l’impalcatura del libero mercato, in nome di un protezionismo locale, cioè un esercizio di sovranità nazionale interpretato con la chiusura verso il mondo. Si tratta di uno sviluppo possibile, che l’attuale situazione politica può favorire ma che riporterebbe il mondo ad una situazione pregressa che si credeva superata. La domanda è se il sistema economico mondiale può sopportare un tale arretramento senza considerevoli contraccolpi sociali; il tema, cioè, è se vengono previsti gli effetti di un ulteriore aumento delle diseguaglianze sociali, dovute ad un impoverimento generale causato dalla sempre maggiore ricchezza accumulata in percentuali sempre minori di popolazione; perchè questa sembra essere la direzione che la chiusura del libero mercato pare essere in grado di produrre. Un effetto ancora peggiore della globalizzazione che i populismi volevano combattere come primo nemico.

La guerra commerciale tra USA e Cina

La guerra dei dazi iniziata da Trump, non poteva essere circoscritta alla sola azione della casa Bianca. Dopo le minacce europee sono arrivati gli avvertimenti cinesi, ben più pesanti e con implicazioni future in grado di ripercuotersi sull’intera economia mondiale. Le misure proposte da Trump riguardano l’introduzione di dazi del 25% sull’importazione delle merci provenienti dalla Cina, per un valore di circa cinquanta miliardi di dollari. Se queste misure venissero attuate riguarderebbero 1300 prodotti fabbricati in Cina, tra cui apparati per le telecomunicazioni e per l’automazione industriale; secondo Washington la ragione è la violazione della proprietà intellettuale statunitense, cioè gli USA accuserebbero la Cina di produrre parte dei suoi beni tecnologici, tra cui i più sofisticati ed avanzati, copiando, con qualche variazione, i  brevetti americani. La questione, vista da questo punto di vista, è di difficile soluzione perchè diverse industrie americane hanno spostato la produzione materiale dei propri prodotti proprio in Cina ed è stato inevitabile che ciò abbia generato un indotto produttivo capace di crescere proprio sulla base di quanto appreso dalla collaborazione con le industrie americane. Dal punto di vista della concorrenza le merci cinesi costano meno per il minore costo della manodopera, un argomento comunemente usato dalle indutrie statunitensi, e non solo, per giustificare la delocalizzazione. Trump ha usato, in campagna elettorale, in modo massiccio la protezione del lavoro americano e l’unico modo per farlo, mantenendo inalterati i salari, è quello di innalzare barriere doganali tali da provocare un prezzo maggiore per le merci cinesi. La giustificazione della violazione della proprietà intellettuale per l’applicazione dei dazi appare, in questo contesto, una scusa per l’introduzione di barriere doganali intesi, sia come strumneto funzionale alla politica interna, che come strumento di politica economica collocata, volutamente, al di fuori dell’attuale modello di globalizzazione, che Trump osteggia soltanto quando gli conviene.  Nel quadro della politica internazionale appare evidente che l’introduzione dei dazi doganali non sia, però, soltanto una manovra economica, ma che riveste anche e , forse, sopratutto, aspetti di contrasto sovranazionali. Proprio per questo la risposta cinese è obbligata: sia come tutela dei propri prodotti, che come interpretazione del ruolo della grande potenza di fronte alla platea internazionale. L’intenzione di Pechino è quella di contrapporre misure analoghe verso i prodotti americani, ma in modo mirato per colpire quegli stati che maggiormente hanno fornito il proprio sostegno elettorale alla elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. Secondo questo schema saranno colpiti gli stati che fondano la loro economia sull’allevamento e sulle colture agricole, cioè quegli stati che fanno parte della fascia centrale della federazione statunitense. Al di fuori di questi obiettivi rientrerà anche la California, sebbene non abbia contribuito all’elezione di Trump, perchè è lo stato americano più importante economicamente e perchè in questo territorio hanno sede le principali aziende tecnologiche degli USA.  Si comprende come la tensione tra i due paesi vada aldilà del fattore economico e sia incentrata sull’approccio conflittuale voluto da Trump per contrastare l’avanzata della Cina, coniugata all’esigenza di guadagnare consenso interno. Tuttavia sarà interessante verificare come le ricadute di queste iniziative, primo fra tutte la caduta degli indici borsistici, potrà produrre delle reazioni negative, che potrebbero superare quelle attese come positive. L’atteggiamento cinese appare, comunque maggiormente improntato a restare, almeno in queste prime fasi, all’interno del contesto ufficiale: rientra in questa strategia l’intenzione di Pechino di rivalersi sugli USA di fronte all’Organizzazione Mondiale del Commercio, per rivalersi contro Washington per la violazione dei principi fondamentali dell’organizzazione. L’impressione è che stiamo assistendo soltanto ai primi episodi del conflitto, si tratta ancora di fasi interlocutorie, che, tutavia, annunciano dei probabili sviluppi molto pericolosi per la tenuta economica mondiale e per gli equilibri geopolitici generali.

Austria e Turchia non aderiscono alle sanzioni contro la Russia

La vicenda dell’avvelenamento dell’ex spia russa, avvenuto in territorio inglese, ha provocato una risposta quasi unanime nella parte occidentale. Gli Usa, nonostante i sentimenti del presidente Trump verso Putin, hanno espulso la quantità maggiore di personale diploamtico russo, sessanta persone, ed hanno chiuso il consolato di Seattle, perchè troppo vicino ad industrie americane di interesse nazionale. Questo atteggiamento dimostra come, nonostante i tanti cambi nel governo statunitense, i poteri che restano nella loro posizione contro il Cremlino siano ancora importanti nel panorama politico degli USA. La risposta russa, per ora è rimasta limitata alle minacce di una risposta simmetrica, che non dovrebbe tardare ad arrivare, contro tutti quelli stati che hanno usato le espulsioni del personale diplomatico di Mosca. Il governo russo ha più volte affermato che l’atteggiamento occidentale rivela un profondo sentimento contrario alla Russia e che il rischio di tonare alla guerra fredda è sempre più concreto. D’altra parte era dal periodo dell’invasione della Crimea, che la Russia non era sottoposta ad una simile offensiva diplomatica. Uno degli aspetti che sicuramente Putin non si aspettava e che rivela, da parte sua, dei grandi errori di valutazione, era una risposta così uniforme da parte dei paesi occidentali. Tuttavia esistono due nazioni che non hanno aderito alla risposta diplomatica all’avvelenamento di Londra: l’Austria, membro dell’Unione Europea e la Turchia, membro dell’Alleanza Atlantica. Si tratta di due defezioni che è necessario valutare attentamente per le relative implicazioni politiche, che potrebbero provocare. Nel governo di Vienna è presente una formazione nazionalista che ha legami molto stretti con il partito di Putin; la motivazione è quella di non interrompere un rapporto di amicizia tra i due paesi, che potrebbe essere un importante canale per potere riaprire il dialogo tra Russia ed occidente: questa motivazione non convince gli analisti, che vedono nella vicinanza tra le formazioni politiche dei due paesi una sorta di legame dovuto alla vicinanza degli ideali di controllo della società e di democrazia ristretta. SI tratta di un pericoloso precedente all’interno dell’Unione Europea, che potrebbe favorire una analogo atteggiamento di altri stati governati da formzaioni che si sono dette vicine alla politica di Putin. Nello stesso tempo il governo austriaco sembra prestarsi per diventare una sorta di luogo privilegiato per l’azione di Putin nei confronti l’Europa, un’azione contraddistinta dalla volontà di puntare a dividere nel maggiore modo possibile i membri di Bruxelles. La vicenda segnala ancora una volta la necessità di una azione comune nella politica estera europea, che non dovrebbe ammettere defezioni da parte degli stati membri. Per quanto riguarda la Turchia, la mancata sanzione verso la Russia, rappresenta un ulteriore segnale di quanto Ankara sia lontana dall’Alleanza Atlantica. Le ragioni del comportamento turco risiedono nella vicinanza che il governo di Ankara ha stabilito con Mosca, per i reciproci interessi in Siria, fattore che ha contribuito a peggiorare ancora le relazioni con gli Stati Uniti. L’atteggiamento della Turchia, non solo in questo caso specifico, costituisce un elemento da valutare sulla reale lealtà di Erdogan verso l’Alleanza Atlantica ed induce ad interrogarsi su quali siano, ormai, i motivi di convenienza per gli altri stati membri sulla permanenza turca all’interno dell’Alleanza. In entrambi i casi, sia per l’Unione Europea, che per l’Alleanza Atlantica, sembra arrivato il momento di introdurre delle riforme in grado di sanzionare chi resta all’interno di una organizzazione sovranazionale soltanto per motivi di interesse e non si adegua alle politiche comuni. Paesi come la Russia di Putin hanno puntato molto su queste debolezze per dividere i paesi occidentali per i propri interessi geopolitici e questo tipo di azioni potrebbero aumentare se dovesse permanere questa assenza di difesa comune.

Secondo Amnesty International le violazioni dei diritti sono in aumento

L’analisi compiuta da Amnesty International, nel suo annuale rapporto presenta una situazione di violazione dei diritti più completa, che oltrepassa l’esame classico delle infrazioni ai diritti umani, avvenute attraverso l’uso della violenza, ma prende in esame anche la diminuzione dei diritti sociali, avvenuta a causa della austerità e dell’impoverimento dei paesi occidentali, che hanno causato la morte per la sempre più scarsa assistenza sanitaria ed alimentare. Il discorso generale riguarda la politica ed è intimamente connesso all’ascesa al potere di personaggi sempre più lontani da una visione democratica, ma basata su pulsioni sociali causate da una percezione distorta della gestione della cosa pubblica. La presa del potere, avvenuta sempre in maniera democratica, da parte di questi governanti è stata dovuta a campagne politiche basate sulla gestione dell’odio e della discriminazione di gruppi sociali già ampiamente emarginati, come minoranze, rifugiati o immigrati. Il successo di questi argomenti è dovuto a situazioni economiche e finanziarie sfavorevoli, che hanno diminuito la capacità di potere contrattuale delle classi medie e basse, il cui malcontento è stato canalizzato verso forme politiche che esprimono interessi del tutto opposti a quelli dell’elettorato da cui prendono i voti. Si è creato così una sorta di cortocircuito politico dove la diminuzione iniziale dei diritti ha alimentato una ulteriore diminuzione degli stessi con il beneplacito di chi è stato danneggiato da queste politiche. In pratica ciò si è tradotto in un numero maggiore di decessi nei paesi industrializzati dovuti alle restrizioni dell’assistenza sanitaria e peggiori condizioni economiche e sociali generali. I governi occidentali, che spesso si sono resi colpevoli di queste mancanze, sono gli stessi che non hanno reagito di fronte alle violazioni dei diritti personali avvenuti in paesi come Siria, Iraq, Venezuela o Birmania. Sono mancati interventi di due tipi: il primo nelle aree di crisi, per evitare o limitare i conflitti che hanno provocato la morte di numerosi civili, il secondo nell’atteggiamento distaccato verso il problema delle conseguenti migrazioni. I paesi ricchi si sono chiusi in una sorta di rifiuto dell’immigrazione che ha assunto gravità tali da tragedia umanitaria. In questo si sono distinti i paesi dell’Europa dell’Est e l’Australia, che hanno attuato politiche particolarmente dure contro i rifugiati. Il peggioramento della tutela dei diritti e la minore protezione delle popolazioni colpite da guerre, non ha riguardato soltanto gli stati, ma anche le Nazioni Unite, che non hanno saputo trovare strumenti adatti, sia diplomatici, che militari, per ridurre la sofferenza dei civili nei teatri di guerra. Una particolare attenzione, nel rapporto, è stata rivolta alle sempre maggiori limitazioni alla libertà di stampa, un fenomeno che si sta espandendo proprio con la riduzione dei diritti: non è un caso che paesi come Cina, Turchia ed Ungheria, solo per fare alcuni esempi, abbiano registrato casi di persecuzioni dei giornalisti, che sono andati di pari passo con violazioni di diritti umani. Allo stesso tempo la manipolazione sociale che si verifica tramite la diffusione di notizie false, spesso orchestrate su mandato di entità statali, è connessa con la violazione dei dirtti, perchè consiste in uno strumento di indirizzo e di pressione verso obiettivi precisi, come, appunto gli immigrati. A causa della complessità di questo scenario, secondo Amnesty International, il mondo sarebbe entrato in una situazione di degrado parzialmente nuova, proprio perchè la violazione dei diritti si starebbe allargando ai paesi ricchi, quelli industrializzati e ciò starebbe aggravando in maniera ulteriore la situazione dei paesi poveri. Del resto un minore impegno nella risoluzione delle crisi internazionali è un dato di fatto, così come la chiusura in se stessi, tipica degli USA di Trump, o il disinteresse, come la Cina, o l’interessamento per i propri fini, come la Russia, sono fattori endogeni delle grandi potenze, che influenzano, permettono o facilitano la violazione dei diritti degli stati minori e sempre a danno della popolazione civile. La crisi generale è quindi acuita da un comportamento irresponsabile dei paesi ricchi, sia al loro interno che verso l’esterno e ciò rappresenta un elemento molto negativo, capace di determinare l’aumento dei diritti negati ed il loro peso specifico, costituito dalla maggiore gravità delle violazioni.

L’evoluzione internazionale del conflitto siriano

L’evoluzione della guerra siriana presenta delle varibili moto pericolose in grado di sviluppare confronti militari tra stati diversi, che cercano ancora di portare i propri interessi aldilà di una pacificazione che non arriva. Con la sconfitta dello Stato islamico la situazione siriana sembrava avere un allentamento delle operazioni militari, ma la presenza nell’area di eserciti di nazioni diverse rischia di aprire una nuova fase che va oltre il confronto interno alle fazioni del paese, per diventare una sorta di confronto tra posizioni opposte all’interno dello scenario internazionale. Da un lato la presenza russa serve a mantenere Assad al potere: senza l’esercito di Mosca, Damasco avrebbe probabilmente subito una sconfitta. La Russia, fino dalle fasi iniziali della guerra civile è stata interessata a mantenere sotto la sua influenza la Siria e ciò ha provocato la sua entrata diretta nel conflitto, giustificata nominalmente dalla volontà di sconfiggere il terrorismo islamico di matrice sunnita. Per Teheran era altrettanto importante mantenere Assad al governo, di cui è sempre stato un alleato, grazie alla vicinanza religiosa e come argine contro i sunniti, anche in ragione della volontà di limitare l’espansionismo saudita. Gli Stati Uniti, hanno a lungo provato di delegare ad altri la soluzione della crisi siriana, sperando in un intervento inglese o europeo, che non è mai arrivato. Obama ha mantenuto un profilo basso limitandosi ad appoggiare la parte più debole della ribellione, le milizie laiche e democratiche che non hanno mai raggiunto un grado di autonomia sufficiente. La volontà di Trump, inizialmente sarebbe stata quella di delegare a Putin la soluzione della questione, preferendo dedicarsi alla realtà interna, tuttavia le pressioni del Pentagono hanno obbligato la Casa Bianca ad impegnarsi nella questione in modo più diretto, anche per proteggere i tradizionali alleati curdi. Oltre a queste tre potenze sta emergendo in maniera sempre maggiore il coinvolgimento della Turchia. Ankara sta adottando un atteggiamento ondivago: all’inizio del conflitto il suo interesse maggiore era quello di determinare la caduta di Assad, un interesse coincidente con quello delle monarchie del Golfo e per il quale, probabilmente si è voluto usare lo Stato islamico come strumento di contrasto, andando, di fatto, a determinare la crescita del terrorismo sunnita. Erdogan è da tempo alla ricerca di un ruolo importante per la Turchia e la sua ambizione, inizialmente, era quella di fare rivivere l’Impero ottomano in versione moderna; le modifiche fatte alla società turca in senso religioso e quelle costituzionali hanno provocato un progressivo isolamento del paese ed una situazione interna sempre più difficile, culminata con il presunto tentativo di colpo di stato. Erdogan ha dimostrato una ossessione per il cosidetto pericolo curdo, che deve essere interpretato come occasione dell’annullamento del dissenso interno al paese e come fattore di distrazione dai problemi nazionali, per indirizzarli verso un nemico esterno. Tuttavia i curdi hanno dimostrato di essere essenziali per la strategia americana nella lotta allo Stato islamico, garantendo il presidio militare del territorio. In questa nuova fase della guerra siriana gli americani stanno difendendo militarmente i curdi e le forze democratiche ostili ad Assad, che occupano un territorio che comprende dei preziosi pozzi petroliferi, ragione che aggiunge un particolare interesse alla contesa. Gli sviluppi attuali dicono che è in corso un avvicinamento tra Russia ed Iran, già formalmente alleate, con la Turchia, che considera la sopravvivenza al potere di Assad oramai un dato acquisito in funzione anti curda. Questo fattore rischia di portare ad un confronto armato tra due paesi che sono entrambi all’interno dell’Alleanza Atlantica, generando una nuova fattispecie in grado di creare un precedente anche giuridico al suo interno. La situazione continua di possbile incidente militare, per la contiguità delle forze armate dei diversi paesi nelle zone della Siria, implica il potenziale accadimento di un incidente in grado di dare corso ad confronto diplomatico, che potrebbe avere conseguenze ancora più pericolose di un confronto militare limitato. Inoltre la presenza di milizie armate che agiscono per conto di paesi stranieri costituisce un ulteriore fattore in grado di fare ripartire il conflitto siriano su grande scala e questa volta con attori internazionali stranieri sempre più vicini.

Il populismo non spaventa più il vertice di Davos

Lo scorso anno la paura dominante al vertice di Davos era costituita dal possibile avvento dei partiti populisti in Europa e, di conseguenza, dei loro effetti sugli aspetti economici mondiali. Un anno dopo il pericolo populismo è stato parzialmente scongiurato, pur restando una minaccia, anche se non del tutto dato che le elezioni italiane sono imminenti. Certo la maniera di governare di Trump, da un lato è apprezzata per le sue facilitazioni fiscali alle imprese, ma, da un altro punto di vista, l’impostazione nazionalista, che prevede, come annunciato in campagna elettorale, la negazione della globalizzazione, desta timori consistenti nei fautori del commercio mondiale. Del resto appare impossibile non leggere nella volontà di chiusura dell’inquilino della Casa Bianca un chiaro segnale di populismo inteso come rifiuto dello scambio economico inteso anche come scambio culturale ed una volontà di accusare altri dei propri limiti produttivi e sociali. Questa politica, però, non viene portata avanti con l’intenzione di redistribuire l’eventuale ricchezza procurata ad una platea di persone il più ampia possibile, ma viene barattata con la crescita di posti di lavoro, spesso non qualificati, con salari contenuti e basso livello di diritti. Sembrerebbe quasi una strategia voluta per aumentare un consenso politico basato sulla politica contraria al diverso, individuato come l’origine dei problemi, anche economici, e sull’accettazione di supposti vantaggi, peraltro minimi, percepiti non come negativi a causa della compressione dei diritti, ma una sorta di aiuto di tipo paternalistico. Se questi aspetti del populismo sono veritieri, ed in parte lo sono sicuramente, si può comprendere come gli abituali frequentatori di Davos vedano nel populismo, superate le diffidenze iniziali, una opportunità per consentire una crescita dell’economia attraverso il risparmio dei costi di produzione. Certamente la storia che il populismo fosse una sentimento politico nato dalla base delle società è un fatto a cui ben pochi hanno creduto: per la crescita di questi movimenti, infatti, occorre l’appoggio, in maniera chiara o nascosta, dell’establishment. Quello che più sembra preoccupare il vertice è che il numero di adesioni ai movimenti populisti, cresca di pari passo con il tasso di diseguaglianza, prodotto proprio dalle politiche economiche adottate negli ultimi anni. Ad impensierire è che ad indirizzare le masse verso il populismo sia, cioè, un motivo che è contiguo alla finanza e che ciò possa costituire un ostacolo al controllo sociale. La soluzione è quella di ripensare le tendenze della crescita verso una maggiore inclusività, magari destinando una percentuale di quota maggiore di ricchezza generata ai ceti sociali che non fanno parte di quelle parti sociali che godono di rendite di posizione o vantaggi consolidati. Una quota non certo enorme e quindi equa, ma che fornisca la percezione di un piccolo cambiamento di direzione in maniera di esercitare il controllo in maniera discreta e mantenendo le leve del potere in maniera ben salda. Ricondotto in una dimensione nella quale è possibile esercitare una gestione consona a particolari interessi, il fenomeno del populismo può essere visto in un’ottica differente da quella del pericolo sociale e diventare uno strumento funzionale ad una certa visione di sviluppo economico. Probabilmente in certi ambienti esiste la consapevolezza che anche gli stravolgimenti politici, che potrebbero essere interpretati come negativi, non siano poi così nocivi alla crescita economica, del resto la velocità di decisione è considerata spesso un aspetto decisivo della riuscita delle operazioni economiche e non è un caso che in un regime dittatoriale come quello cinese si registrino le percentuali più elevate di performance dei tassi di crescita. In Europa ci sono i casi di Polonia ed Ungheria che potrebbero essere studiati in tal senso ed anche la Turchia di Erdogan, se riuscisse ad affrancarsi da certi atteggiamenti estremi, potrebbe diventare un laboratorio dove comprendere se il populismo così spinto può essere utile alla questione economica.