Putin contro i missili dell’Alleanza Atlantica in Europa dell’est

La parte relativa alle problematiche internazionali del discorso alla nazione del presidente russo Putin è stata incentrata sulla questione del comportamento americano dopo l’uscita degli USA dal trattato di non proliferazione nucleare. Prima, però, Putin ha voluto sottolineare i buoni rapporti che Mosca ha intrapreso con Bielorussia, Cina , Giappone ed India. Dopo questo prologo il capo del Cremlino ha accusato gli Stati Uniti di volere portare instabilità sul continente europeo, proprio per il quale il trattato era stato firmato e che aveva come obiettivo il mantenimento della pace nel vecchio continente. La questione investe la volontà americana di installare difese missilistiche nei paesi entrati a fare parte dell’Alleanza Atlantica, che facevano parte del blocco sovietico e che sono molto vicini al paese russo. Da un lato Putin afferma di non avere alcun interesse ad entrare in conflitto con gli Stati Uniti, che definisce potenza globale, ma, d’altra parte, sostiene, che, seppure la Russia non intende essere la prima a schierare i missili con un raggio d’azione tra i 500 ed i 5.500 chilometri, non potrà che rispondere con misure analoghe a provocazioni americane. Dal punto di vista di Trump l’uscita dal trattato è stata giustificata, non solo, per pareggiare la situazione con la Cina, che non era firmataria dell’accordo, ma anche perchè la Russia è stata sospettata di avere violato il trattato, grazie ad operazioni di riarmo e per rispondere all’esigenza degli alleati americani dell’Europa orientale, che hanno sempre sostenuto la pericolosità russa, di avere sistemi di difesa sufficienti per equilibrare la minaccia di Mosca. Dal punto di vista di Putin, gli Stati Uniti, con l’installazione dei sistemi missilistici sul confine russo, mirano a destabilizzare l’area di influenza che Mosca ritiene come propria, la risposta si renderebbe necessaria anche per scongiurare la ripetizione di casi analoghi alla questione ucraina, la cui possibile entrata nell’Alleanza Atlantica è profondamente osteggiata dalla Russia, che potrebbe vedere i militari americani sui propri confini. L’atteggiamento americano fornisce la percezione di una minaccia molto elevata, tanto da fare affermare al presidente russo, che le contromisure che verranno adottate in risposta all’installazione di missili che possono raggiungere Mosca in dieci minuti, riguarderanno non solo le basi missilistiche che ospiteranno queste armi, ma anche i centri decisionali da cui potrebberopartire gli ordini per il loro utilizzo. La minaccia, neanche tanto nascosta riguarda, quindi, il territorio americano. Risulta palese come queste dichiarazioni siano la conseguenza del ritiro dal trattato di non proliferazione nucleare e conducano direttamente alla situazione della guerra fredda. Le dichiarazioni di Putin sono sembrate quasi obbligate, una risposta da pari a pari con gli Stati Uniti, che è stata funzionale anche a bilanciare le ammissioni circa lo stato interno del paese. Il presidente russo deve misurarsi con un calo di fiducia del popolo dovuto ad una situazione economica difficile, con annosi problemi strutturali dovuti al mancato sviluppo industriale per la troppa importanza del settore primario, legato ai prodotti energetici e quindi soggetti agli sbalzi dei prezzi delle materie prime, di cui la Russia è esportatore; a ciò deve aggiungersi una situazione sociale instabile per l’aumento dell’età pensionabile, poco gradita dal popolo russo, e alla troppo diffusa situazione di povertà estrema, che riguarda ben diciannove milioni di russi. In questo quadro è visto con preoccupazione il calo della popolazione del paese, fatto che non accadeva dal 2008. Se questa volta le probabilità di attenuare lo scontento del popolo russo con le dichiarazioni della volontà di riportare la Russia al livello di potenza mondiale non possono sortire gli effetti degli anni precedenti, i discorsi di ammonimento verso gli Stati Uniti sono stati un corollario necessario, ma non sufficiente, che è stato valido per integrare le promesse in materia economica e sociale maggiormente richieste dalla popolazione. Resta il fatto che la Russia, seppure in difficoltà economica, possiede le capacità tecniche e finanziarie, per mettere in atto le minacce contro gli Stati Uniti riportando indietro l’orologio della storia, anche a costo di peggiorare ulteriormente la situazione interna per la probabile pressione diplomatica che seguirà l’eventuale installazione di missili e che si concretizzerà con nuove sanzioni, ulteriore passo verso il peggioramento dei rapporti est-ovest.

Il problema dei combattenti stranieri dello Stato islamico investe i paesi europei

La richiesta del presidente americano Trump, rivolta ai paesi europei, di prendere in custodia i loro cittadini impegnati come combattenti nelle fila dello Stato islamico, appare corretta e giusta. La comunità internazionale non può obbligare gli Stati Uniti a creare nuovi carceri sul modello di quello di Guantanamo per tenere in custodia i miliziani dello Stato islamico, che possiedono cittadinanza europea: da un lato vi è un ruolo che Washington non vuole più ricoprire, dall’altro sembra essere corretto l’obbligo giuridico di prendere in custodia e giudicare cittadini che hanno compiuto atti terroristici e violenze. Tuttavia la proposta di Trump, che, come alternativa ha proposto la liberazione dei terroristi, non è stata accolta favorevolmete dai paesi europei, che hanno eccepito contraddizioni di carattere normativo e di opportunità politica e sociale. Gli stati europei maggiormente interessati, sono la Germania, che ha affermato la dispoonibilità a processare una parte di suoi cittadini combattenti, la Francia, il Regno Unito ed il Belgio. In sostanza la contrarietà alla proposta di Trump riguarda il rifiuto ad acconsentire il ritorno dei terroristi per il timore della creazione di nuove cellule fondamentaliste nel territorio di origine. La questione dell’esito processuale, infatti, non è affatto certa che possa concludersi con una condanna al carcere perchè i crimini commessi sono stati compiuti al di fuori del territorio nazionale e potrebbero non esistere gli elementi di prova sufficienti a determinare la condanna e , quindi, rendere inoffensivi, dal punto di vista sociale, i terroristi. Se la richiesta di Trump è legittima, i motivi di rifiuto, basati sugli aspetti giuridici, dei paesi europei appaiono ineccepibili. Eventuali assoluzioni in processi tecnicamente difficili, determinerebbero la liberazione di persone militarmente preparate ed ideologicamente molto motivate, capaci di creare reti e nuclei di aderenti per effettuare atti terroristici nel paese di origine, o in quelli vicini, in nome del fondamentalismo. La questione diventa così molto controversa e complessa: se gli USA o anche i loro alleati in Siria, non possono o non vogliono mantenere in detenzione cittadini europei, possono gli Stati di origine rifiutarne il ritorno? Il caso generale deve essere inquadrato non solo per la salvaguardia del singolo stato o gruppi di stati, nel caso europeo, ma deve ricomprendere anche la pericolosità di questi individui nelle ex zone di guerra, dove il periodo che segue i combattimenti è sempre condizionato da situazioni di instabilità e di incertezza. La conseguenza più probabile, senza un controllo coercitivo degli ex combattenti, è che questi si trasformino in terroristi e compiano attentati contro chi tenta il governo nei territori che erano il teatro di guerra. Vista sotto questa ottica la questione appare ancora una volta il rifiuto della propria responsabilità da parte degli stati di origine dei terroristi, che, prima non hanno controllato a dovere i propri cittadini e poi ne rifiutano il rimpatrio per la loro pericolosità sociale. La mancanza degli stati di origine è dunque evidente, come è evidente il rifiuto di una possibile riparazione per proteggere il proprio territorio e lasciare i terroristi a chi ha già subito le loro azioni. Se la preoccupazione per l’incertezza normativa è giustificata occorre elaborare soluzioni alternative per assicurare la giusta pena a chi si è reso responsabile di delitti atroci e, contemporaneamente, renderlo inoffensivo. Una soluzione potrebbe essere di natura sovranazionale, investendo della competenza dei crimini commessi, organismi internazionali in grado di superare le singole legislazioni statali ed ampiamente previsti per crimini contro l’umanità. Si tratta di una soluzione che prevede la collaborazione e l’intesa tra soggetti statali e sovranazionali, ma che può diventare uno strumento per risolvere una situazione che potrebbe avere effetti pericolosi se non fosse governata in maniera adeguata.

La Russia potrebbe annettere la Bielorussia?

L’Unione tra Russia e Bielorussia, soggetto sovranazionale presente fin dal 1996, potrebbe essere superata, con l’annessione di Minsk a Mosca. Gli indizi che portano al compimento di questo scenario sono diversi e si inquadrano, prima di tutto, nella recessione del paese bielorusso, che ha fortemente bisogno delle materie prime russe ed è in difficoltà con i pagamenti. Per Putin si tratterbbe di una occasione che ha molti vantaggi. Il primo è di ordine geopolitico: il Cremlino teme per la Bielorussia, un destino analogo a quello ucraino, dove l’influenza americana è diventata tanto preponderante da sottrarre Kiev all’area russa. Quello di ricreare lo spazio di influenza dell’ex Unione Sovietica è un piano programmatico del presidente russo, che ha sempre considerato essenziale la sfera di influenza territoriale dell’impero comunista, come presupposto necessario per ridare a Mosca lo status di grande potenza perso con il crollo del regime sovietico. Pur essendo un piccolo paese, la Bielorussia, ha nella posizione geografica la sua grande importanza per Putin, perchè confina con la Polonia, e quindi con l’Unione Europea, con due dei paesi baltici e con la parte settentrionale dell’Ucraina. Se il territorio bielorusso dovesse entrare a fare parte a tutti gli effetti della nazione russa, Mosca potrebbe esercitare una pressione di tutt’altro spessore su di una serie di soggetti internazionali che considera avversi. Per primo potrebbe minacciare la stabilità dei paesi baltici e quindi dell’Alleanza Atlantica in maniera diretta e, di conseguenza in modo indiretto gli Stati Uniti. Minaccia che vale doppio per la Polonia, grande sostenitrice degli USA di Trump e membro dell’Unione Europea, mentre l’Ucraina potrebbe essere minacciata non solo dal fianco orientale, ma anche da quello settentrionale. Occorre ricordare che il recente abbandono degli Stati Uniti dal trattato sulle armi nucleari, ha aperto uno scenario dove il riarmo atomico rappresenta l’eventualità che si può maggiormente prevedere e verificare. Non si deve neanche dimenticare il regime di sanzioni a cui è sottoposto il paese russo, che potrebbe trasformarsi in un risentimento tale da minacciare i paesi occidentali praticamente sulla loro frontiera. Una annessione della Bielorussia consentirebbe al Cremlino di disporre di una sorta di piattaforma militare da cui effettuare esercitazioni, tenere dei contingenti armati o, peggio, basi missilistiche molto vicine ai paesi occidentali. Quello che andrebbe a verificarsi è la ripetizione dell’equilibrio del terrore in un contesto globalizzato, dove le tendenze populiste di alcuni paesi dell’est Europa potrebbero rappresentare una variabile politica da interpretare come elemento di novità nel dualismo regionale tra USA e Russia. Esiste anche il soggetto Unione Europea, che potrebbe rivestire un ruolo di mediazione, sopratutto nel proprio interesse, tuttavia Bruxelles dovrà dotarsi di tutti gli strumenti necessari, quali una direzione univoca in politica estera ed una propria forza militare sovranazionale. Non si dovrà trascurare neppure l’atteggiamento cinese, da sempre improntato in politica estera al non intervento, che potrebbe variare a seconda delle opportunità economiche ed anche strategiche del momento. Lo scenario internazionale, potrebbe quindi essere pesantemente destabilizzato se Mosca dovesse estendere la propria sovranità sulla Bielorussia, ma anche dal punto di vista interno degli assetti di potere della Russia, l’annessione di Minsk potrebbe cambiare le regole in vigore, favorendo Putin per il mantenimento del suo attuale ruolo di presidente russo, che, con le norme vigenti nella costituzione russa, non sarà più rinnovabile alla scadenza del 18 marzo 2024. L’annessione potrebbe superare la Russia attuale e determinare la nascita di un nuovo soggetto sovrano con nuove regole costituzionali anche in merito alla durata del capo dello stato. Per Putin si tratterebbe, quindi, di una occasione per prolungare il suo potere in maniera legale, senza stravolgere le regole in vigore, ma creandone di nuove. Se dovesse presentarsi questa occasione sembra fortemente probabile che Putin ne approfitti, troppi elementi sembrano essere a suo favore, mentre la comunità internazionale non potrebbe eccepire che rilievi non contrastanti con il diritto internazionale, subendo ancora una volta l’iniziativa del capo del Cremlino.

Russia e Cina alleate obbligate

Le sanzioni occidentali hanno costretto la Russia ad avvicnarsi alla Cina. Mosca è la capitale di uno stato immenso con grande disponibilità di materie prime, sopratutto nel settore energetico, ma che continua ad avere grandi deficit dal punto di vista dello sviluppo industriale. Il paese russo paga la scarsa capacità della sua classe politica di elaborare dei piani di industrializzazione capaci di diventare una alternativa economica alla preponderanza del settore primario. Le ambizioni geopolitiche della Russia di Putin hanno generato una situazione internazionale difficile per l’economia nazionale a causa delle sanzioni che l’occidente ha imposto a Mosca per il suo comportamento, sopratutto per la vicenda ucraina ed i piani e le attese del cremlino nei confronti della presidenza statunitense di Trump, che prevedevano un avvicinamento tra USA e Russia, sono state frustrate dalla diffidenza dei ceti amministrativi americani. L’invadenza dell’azione politica internazionale russa, attuata con mezzi anche non leciti, è il segnale di una attività spregiudicata che viene portata avanti con evidenti errori di calcolo e di valutazione in rapporto ai risultati ottenuti. Malgrado le ambizioni internazionali ed un attivismo impossibile da non riconoscere, che ha saputo sfruttare abilmente gli spazi lasciati da Washington, la variabile economica rappresenta un valore dal quale nemmeno il nuovo imperialismo russo può prescindere. L’unica alternativa per sollevare le sorti di bilanci in difficoltà è stata rivolgersi alla potenza mondiale numero due, la Cina, che ha sempre necessità di espandere la sua azione commerciale e che, per fare ciò, deve alimentare il suo fabbisogno energetico. I due paesi, pur essendo spesso d’accordo nella sede del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non sono alleati e non sono complementari, giacché le rispettive ambizioni sono spesso in contrasto, ma devono tenere un buon rapporto diplomatico basato sulla rispettiva avversione agli Stati Uniti. Se Washington è sempre più in contrasto con Pechino per ragioni di politica commerciale, Mosca cerca di sfruttare questi dissidi per contatti sempre più frequenti con la Repubblica popolare cinese, ma non si tratta di una alleanza organica, basata su comuni interessi e sul periodo lungo; piuttosto siamo di fronte ad una serie di singoli episodi basati sulla reciproca convenienza. Al centro di questi scambi ci sono le materie prime energetiche, ma anche la volontà cinese di penetrare, con le sue merci, un mercato che ha ancora delle buone potenzialità come quello russo. Se questi sono i presupposti, ancora più interessante è analizzare le possibili conseguenze di questo rapporto; uno degli scenari più probabili è che la situazione si mantenga entro questi confini fintanto che gli USA proseguiranno nel loro isolazionismo, infatti non sembra che possa convenire romprere questa situazione da parte di uno dei due soggetti internazionali coinvolti. Diverso potrebbe essere lo scenario se uno dei due paesi volesse superare l’altro per qualsiasi potenziale motivo: questa ipotesi sembra essere più difficile per la Russia, che non può alienarsi l’amicizia cinese e con essa i vantaggi economici che la legano a Pechino. Dall’altro lato la Cina sembra che si continui a muovere sulla non ingerenza e che la sua politica internazionale sia improntata alla massima prudenza; tuttavia se c’è un paese che può insidiare la leadership internazionale agli Stati Uniti, questo non è certo la Russia, che non può interpretare altro che ruoli da protagonista su scenari limitati, come è accaduto per la Siria. AL contrario le ambizioni cinesi prima o poi dovranno concretizzarsi in qualche episodio di portata internazionale ed allora alla Russia non resterà che scegliere tra una neutralità di contorno o rivestire un ruolo subalterno, verosimilmente al fianco della Cina. Il rischio vero per Mosca è di finire in modo evidente come potenza di secondo piano, contro tutte le rivendicazioni del Cremlino. Ma per il paese russo il ruolo di super potenza non è più praticabile nel contesto bipolare USA – Cina e la sua situazione economica ne è soltanto il primo segnale evidente.

L’impossibilità di sanzionare l’Arabia Saudita

L’assassinio del giornalista saudita compiuto dal regime di Riad ha avuto come conseguenza quella di provocare una reazione che non si è mai verificata per nessuna delle nefandezze compiute in precedenza dall’Arabia Saudita; infatti non sono bastate le ripetute violazioni dei diritti umani continuamente perpetrate nel paese arabo e neppure le violenze, spesso gratuite o causate da crudele incompetenza, compiute dai militari sauditi nel conflitto dello Yemen anche ai danni di bambini e di donne per determinare una riprovazione internazionale di tale livello. Questo sentimento che ha pervaso la comunità internazionale rappresenta, dunque, una novità nei confronti dell’Arabia Saudita, che, soltanto il governo canadese aveva manifestato in precedenza, entrando in contrasto con Riad. Se le manifestazioni di avversione ai sauditi sono da registrare positivamente, resta il rammarico per non essere arrivate prima e, sopratutto andranno valutate con gli effetti concreti che sapranno e potranno produrre. Questo aspetto è il più rilevante, perchè investe le relazioni dei paesi occidentali con la monarchia saudita e difficilmente potrà avere un impatto tale da potere condizionare i modi di Riad. I rapporti tra i paesi occidentali e l’Arabia Saudita sono contraddistinti da un elevato livello di scambi commerciali, nei quali la bilancia dei pagamenti pende con notevole favore per l’occidente e gli investimenti arabi, grazie alla liquidità fornita dal greggio, sono una parte rilevante nel panorama delle economie occidentali; a ciò si devono aggiungere le forniture di petrolio, che sono essenziali per le industrie europee ed americane. I rapporti sono quindi molto consolidati e possono difficilmente subire variazioni, certo l’interrogativo etico se è lecito fare affari con un regime del genere ora è soltanto una domanda retorica, cui andava data una risposta differente molti anni prima. Una delle possibili sanzioni che è stata pensata, anche dal parlamento europeo, seppure soltanto nell’ultima settimana, è quella di sospendere la vendita di armamenti, ma si tratta di un settore dove l’Arabia Saudita rappresenta il secondo compratore mondiale, dopo l’India, che ha incrementato la sua spesa militare del 225% negli ultimi cinque anni: un investimento, che attualmente rappresenta il 10% delle transazioni mondiali. Si tratta, come è evidente, di cifre enormi, che riguardano tutti i paesi occidentali e che interessano un grande numero di industrie con una grande quantità di posti di lavoro impiegati. Non ha caso il presidente americano Trump ha parlato espressamente di una possible perdita di un milione di posti di lavoro, nel caso di un embargo contro l’Arabia Saudita. Se i numeri di Trump non sembrano essere sostenuti da dati concreti, il danno economico del possibile blocco alla vendita, sostenuto anche dai democratici e da parte dei repubblicani americani, appare inequivocabile, rendendo praticamente impossibile la volontà di chi vuole attuare il blocco della vendita delle armi a Riad. Tuttavia esiste anche una ulteriore motivazione, oltre a quella economica, che impedisce di bloccare le armi verso i sauditi: impedire l’ingresso nel marcato saudita a russi e cinesi, che hanno più volte tentato, senza alcun, successo, di vendere i propri armamenti all’Arabia. Mantenere aperto il canale della vendita delle armi con i sauditi significa, sopratutto per gli Stati Uniti non compromettere il legame diplomatico, rinforzato dopo l’elezione di Trump, tra Riad e Washington, giudicato essenziale per il contenimento dell’Iran nello scacchiere medio orientale, ciò rientra anche negli interessi di Israele, che continua la sua alleanza non ufficiale con l’Arabia contro Teheran. L’impatto sugli assetti mediorientali subirebbe quindi delle variazioni attualmente non definibili, perchè un eventuale embargo occidentale degli armamenti potrebbe produrre delle reazioni diplomatiche tali da incidere sugli attuali scenari, scatenando un riassetto fortemente variato, dove la leadership americana potrebbe subire dei ridimensionamenti in grado di apportare a pericolose decisioni, sopratutto con una amministrazione come quella attuale insediata alla Casa Bianca. Occorre ricordare anche che parte delle forniture in armamenti acquistate dall’Arabia Saudita vengono trasferite a quei paesi alleati, sempre di religione sunnita, che non hanno i sufficienti mezzi economici da investire in materiale bellico, ma, che, Riad ha tutto l’interesse affinché mantengano un esercito adeguatamente equipaggiato, primo fra tutti l’Egitto. Per questi motivi gli USA attueranno una ritorsione di tipo individuale esclusivamente contro gli esecutori dell’assassinio del giornalista e non contro i mandanti, ciò però pone ancora una volta l’interrogativo della convenienza di determinate alleanze da parte di paesi democratici con nazioni che sono espressione di sistemi di governo fortemente dittatoriali e quindi contro i valori fondanti dell’occidente.

Aumenta la fame nel mondo

Il recente rapporto sullo stato di sicurezza alimentare e nutrizione del mondo elaborato dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite ha evidenziato un notevole incremento delle persone denutrite nel mondo, che ha raggiunto la quota di 821.000.000 di persone; un dato che riporta la questione ai livelli del 2008. In sostanza quello che si è registrato è un peggioramento sostanziale delle condizioni di vita di un numero consistente di persone ed indica un arretramento economico e politico incompatibile con il progresso raggiunto in alcune parti del mondo, apertamente in contrasto con diverse zone dell’Africa e del Sud America. Se la situazione dell’Asia rimane stabile, il che non vuole dire che vi è stato un miglioramento, la condizione circa la soddisfazione dei bisogni più elementari della vita umana risulta nel complesso peggiorata. Le implicazioni sociali di questo arretramento vogliono dire che la diseguaglianza economica profonda resta un problema che oltrepassa la giustizia sociale, ma investe le prospettive di sopravvivenza di un numero sempre più grande di persone. Se le considerazioni morali non devono essere confinate in una dimensione autonoma, che non appare sufficiente ad un discorso globale, le conseguenze di questo problema devono essere analizzate anche in ottica di ripercussioni politiche, sia all’interno degli stati che patiscono del problema delle risorse alimentari insufficienti, sia verso il cosidetto primo mondo, cioè non più soltanto l’area occidentale, ma anche le potenze emergenti come la Cina, la Russia il Brasile e diversi stati asiatici. La penuria di generi alimentari, che non riesce a garantire la sopravvivenza, non può che generare movimenti migratori ben più grandi di quelli attuali e capaci, quindi, di conseguenze politiche maggiori nei sistemi nazionali e sovranazionali oggetto dello spostamento delle persone. Gli stati ricchi tendono a contrastare l’emigrazione ma, ad esempio, sugli effetti del clima, forse la maggiore causa della denutrizione, non fanno abbastanza per contribuire a ridurre il riscaldamento globale, così come non riescono a trovare strumenti adatti per prevenire le guerre, che sono un altro fattore determinante per scarsità del cibo. Anche sul mancato sviluppo di economie spesso ricche di materie prime, ma che rientrano nei paesi oggetto di carestia, non ci sono progetti che possano creare una ricaduta del reddito a favore delle nazioni povere, ma c’è uno sfruttamento intensivo che arricchisce e favorisce società appartenenti a paesi del primo mondo, creando così, una sorta di continuazione del colonialismo, per il quale, tra l’altro, non ci sono stati neppure i giusti risarcimenti. La crescita economica resta il grande obiettivo dei paesi ricchi, ma è un dato finto, che non tiene conto delle difficoltà, intese come costi, causate proprio dalla carenza di cibo a livello globale e di tutto quello che ne consegue, anche a livello politico, dove le decisioni legislative vengono rallentate o deviate da questioni come quella migratoria. Certamente con gli attuali sistemi politici nazionali che procedono sul proprio interesse particolare, a discapito di quello generale, la questione della fame del mondo non può trovare una soluzione definitiva, ma soltanto, nella migliore delle ipotesi, rimedi parziali e localizzati a situazioni contingenti particolarmente pericolose per i paesi ricchi. Nonostante questa constatazione l’obiettivo delle Nazioni Unite è quello di arrivare entro al 2030 alla definitiva eliminazione del problema della denutrizione. Ci sono soltanto dodici anni per arrivare a questo obiettivo, che, potenzialmente potrebbe essere raggiunto anche prima, se la collaborazione tra le nazioni ricche fosse effettiva e la capacità di coordinamento delle Nazioni Unite diventasse efficace. Quello che si intende fare per combattere la fame nel mondo è intraprendere azioni continue per garantire l’approvigionamento di cibo, che dovrà essere anche di una certa qualità, attraverso azioni che investano le zone interessate. Questi progetti devono però assicurare un adeguato rifornimento idrico, altro tema intimamente connesso con la fame, un trasferimento di conoscenza nel campo della produzione alimentare, l’assicurazione dell’accesso universale alle risorse alimentari e gli adeguati finanziamenti per realizzare tutto ciò. Non è un programma impossibile se vengono assicurate le condizioni di sicurezza per gli operatori e gli abitanti e questo tema investe i rapporti con i governi e tra gli stati, fino a diventare il primo fattore determinante per il raggiungimento dell’obiettivo.

Le migrazioni problema sempre più globale

I fatti delle migrazioni che stanno coinvolgendo i cittadini del Venezuela, che, a causa, della difficile situazione politica ed economica del paese, stanno cercando di fuggire nelle nazioni confinanti: Ecuador, Brasile e Colombia, testimoniano come la questione migratoria sia diventata un problema mondiale da affrontare con soluzioni condivise. La popolazione venezuelana è di circa 31.700.000 persone e soltanto negli ultimi quindici mesi ben due milioni di persone hanno cercato riparo all’estero. La situazione del Venezuela rappresenta un esempio di come il fenomeno migratorio possa ormai estendersi a tutte le aree del mondo e sia diventato un problema globale. Se la questione raggiunge parti del pianeta che dovrebbero avere una certa stabilità occorre interrogarsi su come prevenire il fenomeno e poi come affrontarlo in maniera concreta. La situazione venezuelana mette in risalto come il pericolo dell’impoverimento di una nazione non riguardi più soltanto il continente africano o quello asiatico, ma potenzialmente può riguardare ogni nazione. Certamente i paesi del cosiddetto primo mondo hanno delle istituzioni che dovrebbero preservarli da situzione analoghe, ma che non possono impedire di essere il punto di arrivo dei disperati. Anche le reazioni dei paesi americani confinanti con il Venezuela, dimostrano preoccupanti analogie con i paesi europei e sono destinati a favorire la crescita di movimenti di destra, sintomo di chiusura ma anche di impreparazione alla gestione del fenomeno. Tra l’altro in Brasile si avvicinano le elezioni e questa situazione contingente può favorire in modo concreto il candidato della destra estrema, andando a ripetere le condizioni politiche che si sono prodotte in diversi stati europei anche a causa della questione migratoria. Certamente le condizioni politiche instabili, causate da mancanza di democrazia e presenza di corruzione, favoriscono l’insorgere di condizioni di povertà, che concorrono ad alimentare i flussi migratori; ma a queste vanno aggiunte le situazioni di conflitto, le condizioni climatiche e la carenza alimentare, che sono spesso connesse. In sostanza la mancanza dei presupposti di sopravvivenza, che investe una gamma molto ampia di situazioni, determina l’aumento del fenomeno migratorio verso società che non sono disposte a rinunciare a parti del loro tenore di vita. La gestione a breve periodo obbliga la ricerca di soluzioni temporanee spesso insufficienti ad una gestione efficace del fenomeno e che spesso determinano delle reazioni contrarie nelle comunità locali. Se è difficile trovare rimedi coordinati all’interno di soggetti che fanno parte di organizzazioni sovranazionali, come l’Unione Europea, ancora più difficile è cercare soluzioni condivise tra stati, che, nella migliore delle ipotesi, hanno solo rapporti di buon vicinato. L’errore più grosso è quello di non sapere prevedere il fenomeno e farsi cogliere impreparati; ciò rappresenterebbe una opportunità per le Nazioni Unite per uscire dall’apatia attuale e riguadagnare parte del prestigio perduto. La creazione di regole, magari inquadrate nel diritto internazionale, potrebbe favorire la prevenzione del fenomeno, basata sullo sviluppo dei paesi poveri e sulla sanzione dei paesi dove la mancanza di democrazia crea immigrazione. Certo i flussi migratori non si possono cancellare, così come la necessaria presenza dei campi profughi, che hanno il merito di fornire una prima assistenza; tuttavia regole internazionali condivise e strumenti efficaci in mano alle Organizzazioni internazionali sembrano essere l’unica soluzione percorribile per potere arginare il fenomeno e non creare tensioni all’interno dei paesi di destinazione. Il tutto tenendo sempre presente che senza un inizio di una politica di redistribuzione a livello mondiale, anche sbilanciata a favore dei paesi ricchi, le migrazioni, che sono comunque destinate a salire, diventeranno un fenomeno inarrestabile, capace di sovvertire gli equilibri e gli assetti economici mondiali.

L’Europa sviluppa strategie economiche alternative agli USA

Contro l’invadenza del presidente degli Stati Uniti, l’Europa oppone, per ora, una strategia di accordi commerciali: una risposta soltanto in parte politica, che rientra nel maggiore spazio di manovra, quello economico, a disposizione di Bruxelles. Certo accordarsi con la Cina, il principale avversario economico, degli USA, rappresenta anche un atto politico, che riveste un signficato di avversione alla politica di Washington. Tuttavia i nuovi accordi commerciali con la Cina appaiono una scelta obbligata per preservare i vantaggi economici che la guerra commerciale di Trump rischia di ridurre. Certamente l’accordo con Pechino è in nome del libero scambio e della globalizzazione ed avviene sulla base della filosofia dei rapporti multilaterali, in netta antitesi alle misure protezionistiche del paese nord americano; ma la natura dell’accordo è anche dubbia perchè viene stipulato tra due soggetti con visioni profondamente diverse sui diritti ed anche sbilanciato sul piano dei costi e delle garanzie dei rispettivi lavoratori. Il fattore più importante resta il mercato, che con il suo volume di scambio tra Europa e Cina assicura il valore di un miliardo e mezzo di merci scambiate tra le due parti. Questo dato è il più eloquente per trovare una sorta di giustificazione per il rapporto con la Cina: continuare ad assicurare un livello produttivo che poteva essere ridotto dai dazi che Trump vuole applicare sui prodotti europei. Se, da un lato, si può comprendere la volontà di assicurare alle aziende europee uno sbocco per le loro produzioni, occorre anche valutare se la Cina può essere solo un partner economico o, attraverso questo rapporto non voglia essere sempre più influente in Europa. Questo pericolo è tale perchè la rilevanza politica europea è ancora troppo limitata dallo spazio di manovra che i suoi membri non riescono a concedergli; deve essere ben presente che una maggiore integrazione politica, con un peso specifico istituzionale centrale sostenuto dagli stati membri garantisce alle istituzioni centrali una maggiore capacità di contrattazione e di risposta alle sollecitazioni politiche provenienti dall’esterno. D’altronde è necessaria anche una salvaguardia dell’Unione dagli attacchi esterni di personaggi come Trump, ma anche come Putin, che puntano ad una divisione dell’Europa per trarre maggiore vantaggio in trattative economiche e politiche, oltre ad avere avversari più piccoli e frammentati rispetto ad un soggetto unitario. La minaccia proviene anche da un fronte che si può definire interno con i partiti a favore della sovranità nazionale, più vicini a Trump e, quindi, ostili ad accordi con la Cina. Il pericolo concreto è che l’avvicinamento alla Cina diventi un ulteriore argomento di divisione dentro l’Unione, un ulteriore fattore di destabilizzazione in grado di compromettere l’attuale fragile equilibrio. Tuttavia la necessità di mantenere il livello economico attuale potrà mitigare, almeno sul breve periodo tutti i dubbi dell’avvicinamento alla Cina. Una soluzione può essere quella di sfruttare questo periodo per aprire delle trattative con Pechino sul tema dei diritti umani, includendoli negli accordi commerciali. Bruxelles può partire comunque dalla visione comune con la Cina sul tema del riscaldamento globale e della lotta all’inquinamento, riguardo alle quali le posizioni europee sono vicine a quelle cinesi e sempre più lontane da quelle degli Stati Uniti di Trump. Nel frattempo, sul fronte commerciale, l’Europa guarda sempre ad oriente ma con un soggetto, quale il Giappone, con il quale ha maggiori similitudini. Dopo quattro anni di trattative, l’accordo tra Europa e Giappone è stato sbloccato dalle tendenze isolazionistiche americane; i due soggetti hanno firmato un accordo che è stato definito il maggiore mai stipulato tra le due aree e che prevede il libero scambio, eliminando le barriere tariffarie nei settori delle automobili, ed in quelli agricolo ed alimentare, oltre la sottoscrizione di diverse politiche comuni riguardanti temi sia regionali, che multilaterali. Si tratta di segnali inequivocabili che gli alleati degli Stati Uniti stanno elaborando e sviluppando strategie alternative che prevedono l’assenza di Washington dai loro tavoli di trattative e, che segnano un cambiamento radicale della politica internazionale che riguarda i paesi occidentali.

L’inizio della guerra commerciale

Dopo l’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti, la Cina abbandona i consueti toni diplomatici per attaccare Washington in maniera diretta, attraverso il giornale del governo “China Daily”. Il segnale è evidente: la guerra commerciale è appena iniziata. L’accusa verso gli USA è quella di ricatto e di violazione delle regole commerciali in maniera unilaterale, d’altra parte le minacce di Trump erano arrivate già da tempo e la sorpresa cinese appare sorprendente. Se Pechino credeva che le intenzioni del presidente americano non fossero vere ha commesso un errore di valutazione, tuttavia i toni del quotidiano cinese sembrano più avere lo scopo di avvertire gli Stati Uniti della ritorsione, sempre più prossima ed, insieme, di cercare di guadagnare una sorta di alleanza contro la prepotenza americana, che ha come indirizzo l’Unione Europea. Se l’obiettivo di Trump sarà quello di favorire i lavoratori e le imprese americane, il risultato sarà difficilmente raggiunto, dato che la risposta cinese, peraltro in linea con quella europea, sarà quella di rispondere con altri dazi, che aumenteranno i prezzi nel paese statunitense, peggiorando i bilanci delle aziende e riducendo il potere di acquisto dei lavoratori. In questa manovra di Washington non si può fare a meno di vedere un parallelismo con l’uscita del Regno Unito dall’Europa, che sta producendo conseguenze pesanti sull’economia inglese e notevoli ripensamenti da parte dell’opinione pubblica. Trump non sembra essere ancora arrivato ad un punto di gradimento così basso, ma se gli effetti della sua chiusura al mercato saranno così negativi le prossime elezioni di metà mandato potrebbero rivelarsi un disastro per il partito repubblicano. L’azione cinese per contrastare i dazi americani, sarà di una somma analoga, per un valore di circa 34 miliardi di dollari, a quella subita da Washington, che dovrebbe colpire maggiormente le aziende delle zone dove Trump ha riscosso un maggiore successo elettorale. Per ora la Cina ha seguito la modalità di risposta europea, cioè quella di introdurre dazi di misura simmetrica per non alzare il livello dello scontro; tuttavia la Casa Bianca ha già previsto di innalzare di ulteriori 16 miliardi di dollari i dazi sui prodotti cinesi tra due settimane. Come si vede lo scenario futuro più probabile è quello di una escalation della guerra commerciale, che non potrà non avere delle ripercussioni politiche a livello di equilibri internazionali. Infatti è impossibile non pensare al ruolo dell’Europa in una situazione che comprenda un tale sviluppo. Anche Bruxelles è stata colpita dai dazi americani e ciò ha provocato una maggiore vicinanza con la Cina per la affinità che si è sviluppata sui temi del libero commercio. Tuttavia un avvicinamento a Pechino deve essere trattato con molta cautela, visto il regime non democratico che vige nel paese cinese, con ancora troppe vittime della repressione e mancanza di diritti fondamentali. La Cina può essere un partner dal punto di vista commerciale, con ampi margini di sviluppo, se si vuole continuare a soprassedere sulle mancate garanzie ai suoi cittadini, ma non può diventare nulla di più. Dall’altra parte esiste la storica alleanza con gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica, che resta un cardine della difesa europea; l’allontanamento provocato dalla guerra commerciale può anche avere ripercussioni sui legami diplomatici ma non deve incrinare il regime delle alleanze militari, nonostante le tante provocazioni di Trump, anche se appare evidente che il cambiamento della scena internazionale possa portare a variazioni inedite. Il successo delle formazioni politiche nazionaliste e populiste, che politicamente sono in accordo con il presidente statunitense potrebbe essere un ulteriore fattore di sviluppo del quadro generale: una Europa indebolita nelle sue strutture centrali potrebbe scegliere, o potrebbero sceglierlo singolarmente alcuni suoi membri, di avvicinarsi a Trump attraverso una politica di chiusura ed osteggiare la Cina ed, in ultima analisi, tutta l’impalcatura del libero mercato, in nome di un protezionismo locale, cioè un esercizio di sovranità nazionale interpretato con la chiusura verso il mondo. Si tratta di uno sviluppo possibile, che l’attuale situazione politica può favorire ma che riporterebbe il mondo ad una situazione pregressa che si credeva superata. La domanda è se il sistema economico mondiale può sopportare un tale arretramento senza considerevoli contraccolpi sociali; il tema, cioè, è se vengono previsti gli effetti di un ulteriore aumento delle diseguaglianze sociali, dovute ad un impoverimento generale causato dalla sempre maggiore ricchezza accumulata in percentuali sempre minori di popolazione; perchè questa sembra essere la direzione che la chiusura del libero mercato pare essere in grado di produrre. Un effetto ancora peggiore della globalizzazione che i populismi volevano combattere come primo nemico.

La guerra commerciale tra USA e Cina

La guerra dei dazi iniziata da Trump, non poteva essere circoscritta alla sola azione della casa Bianca. Dopo le minacce europee sono arrivati gli avvertimenti cinesi, ben più pesanti e con implicazioni future in grado di ripercuotersi sull’intera economia mondiale. Le misure proposte da Trump riguardano l’introduzione di dazi del 25% sull’importazione delle merci provenienti dalla Cina, per un valore di circa cinquanta miliardi di dollari. Se queste misure venissero attuate riguarderebbero 1300 prodotti fabbricati in Cina, tra cui apparati per le telecomunicazioni e per l’automazione industriale; secondo Washington la ragione è la violazione della proprietà intellettuale statunitense, cioè gli USA accuserebbero la Cina di produrre parte dei suoi beni tecnologici, tra cui i più sofisticati ed avanzati, copiando, con qualche variazione, i  brevetti americani. La questione, vista da questo punto di vista, è di difficile soluzione perchè diverse industrie americane hanno spostato la produzione materiale dei propri prodotti proprio in Cina ed è stato inevitabile che ciò abbia generato un indotto produttivo capace di crescere proprio sulla base di quanto appreso dalla collaborazione con le industrie americane. Dal punto di vista della concorrenza le merci cinesi costano meno per il minore costo della manodopera, un argomento comunemente usato dalle indutrie statunitensi, e non solo, per giustificare la delocalizzazione. Trump ha usato, in campagna elettorale, in modo massiccio la protezione del lavoro americano e l’unico modo per farlo, mantenendo inalterati i salari, è quello di innalzare barriere doganali tali da provocare un prezzo maggiore per le merci cinesi. La giustificazione della violazione della proprietà intellettuale per l’applicazione dei dazi appare, in questo contesto, una scusa per l’introduzione di barriere doganali intesi, sia come strumneto funzionale alla politica interna, che come strumento di politica economica collocata, volutamente, al di fuori dell’attuale modello di globalizzazione, che Trump osteggia soltanto quando gli conviene.  Nel quadro della politica internazionale appare evidente che l’introduzione dei dazi doganali non sia, però, soltanto una manovra economica, ma che riveste anche e , forse, sopratutto, aspetti di contrasto sovranazionali. Proprio per questo la risposta cinese è obbligata: sia come tutela dei propri prodotti, che come interpretazione del ruolo della grande potenza di fronte alla platea internazionale. L’intenzione di Pechino è quella di contrapporre misure analoghe verso i prodotti americani, ma in modo mirato per colpire quegli stati che maggiormente hanno fornito il proprio sostegno elettorale alla elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. Secondo questo schema saranno colpiti gli stati che fondano la loro economia sull’allevamento e sulle colture agricole, cioè quegli stati che fanno parte della fascia centrale della federazione statunitense. Al di fuori di questi obiettivi rientrerà anche la California, sebbene non abbia contribuito all’elezione di Trump, perchè è lo stato americano più importante economicamente e perchè in questo territorio hanno sede le principali aziende tecnologiche degli USA.  Si comprende come la tensione tra i due paesi vada aldilà del fattore economico e sia incentrata sull’approccio conflittuale voluto da Trump per contrastare l’avanzata della Cina, coniugata all’esigenza di guadagnare consenso interno. Tuttavia sarà interessante verificare come le ricadute di queste iniziative, primo fra tutte la caduta degli indici borsistici, potrà produrre delle reazioni negative, che potrebbero superare quelle attese come positive. L’atteggiamento cinese appare, comunque maggiormente improntato a restare, almeno in queste prime fasi, all’interno del contesto ufficiale: rientra in questa strategia l’intenzione di Pechino di rivalersi sugli USA di fronte all’Organizzazione Mondiale del Commercio, per rivalersi contro Washington per la violazione dei principi fondamentali dell’organizzazione. L’impressione è che stiamo assistendo soltanto ai primi episodi del conflitto, si tratta ancora di fasi interlocutorie, che, tutavia, annunciano dei probabili sviluppi molto pericolosi per la tenuta economica mondiale e per gli equilibri geopolitici generali.