Le conseguenze della mancata tregua del conflitto libico

Il problema libico si evolve in maniera negativa giorno dopo giorno. I soggetti stranieri emergenti della crisi della Libia, Russia e Turchia, anche per non arrivare ad uno scontro militare, che potrebbe avere effetti sui rispettivi rapporti diplomatici, avevano raggiunto una tregua per fare smettere l’uso delle armi. Tregua respinta dal Generale Haftar, che guida le forze ribelli al governo di Tripoli, l’unico del paese riconosciuto dalle Nazioni Unite. La parte avversa al governo di Tripoli, rifiutando la tregua, dimostra di temere di poteere perere il vantaggio acquisito con gli ultimi sviluppi militari, che hanno portato i ribelli ad avanzare verso la capitale libica. Per giustificare il mancato assenso alla tregua, l’Esercito nazionale libico, il nome che si sono dati i ribelli, ha parlato di lotta al terrorismo, evidenziando come, ormai, questa definizione sia abusata ed utilizzata in ogni frangente secondo convenienza. Il rifiuto della tregua preoccupa sia Mosca, al fianco dei ribelli, che Ankara, al fianco del governodi Tripoli. Probabilmente i due paesi stranieri sono scesi nel conflitto con la sicurezza di combattere soltanto contro le milizie locali o di esercitare un ruolo di deterrenza rispetto al conccorrente opposto. Un proseguimento dei combattimenti potrebbe provocare un confronto tra appartenenti dei due paesi, anche se la Russia non schiera ufficialmente le sue truppe ma personale a contratto appartenente ad agenzie russe; uno schema che ripete quello accaduto in Crimea dove combatteva personale senza insegne ufficiali. Se i ribelli proseguiranno la loro azione, Russia e Turchia dovranno prestare reciproca attenzione ad essere coinvolte soltanto in scontri contro milizie locali; ciò potrebbe prefigurare un maggiore apporto esterno, attraverso la fornitura di armamenti, logistica ed assistenza nelle retrovie. Tuttavia la Turchia avrebbe schierato sul terreno libico truppe specializzate nella conquista e nel presidio del territorio che sono già state impegate nei territori curdi al confine turco con la Siria.Ma Mosca ed Ankara non sono i soli soggetti internazionali impegnati sul terreno, secondo alcune fonti in appoggio dei ribelli ci sarebbe anche l’aviazione degli Emirati Arabi, che avrebbe compiuto dei raid sull’aeroporto della capitale libica. Dal punto di vista della poltica internazionale l’azione di Turchia e Russia ha come obiettivo quello di ampliare le rispettive influenze sul lato meridionale del Mediterraneo, andando a riempire il vuoto politico lasciato dagli europei. Il presidio della Libia consentirebbe di gestire le riserve energetiche, che sono una delle maggiori fonti di approvigionamento per gli stati europei ed anche regolare il traffico dei migranti che scelgono la rotta africana per arrivare nel vecchio continente. A Bruxelles il Presidente del Consiglio europeo ha ammesso che la necessità di una maggiore attività nella questione è un fattore preminente per l’attuale fase della diplomazia dell’Unione. Tuttavia, di fronte all’impegno concreto e sul terreno di altri soggetti internazionali, l’Unione Europea non sembra avere la prontezza di mettere in campo altre soluzioni; ciò è dovuto alla presenza di interessi contrapposti, sopratutto tra Italia e Francia, una politica poco lungimirante di Roma, che non è solo di questo governo, ma si trascina da parecchi esecutivi, un disinteresse centrale di Bruxelles, che non si è mai impegnata in prima persona, ma ha demandato troppo all’Italia, non intervenedo sulle sue lacune ed, infine, alla cronica mancanza di strumenti politici comuni, come una politica estera comunitaria e l’assenza di un esercito europeo, capace di rappresentare una forza armata di pronto intervento in casi di crisi internazionali particolarmente vicine e che possono ledere gli interessi europei. A questo punto della questione la sola azione diplomatica, oltre che tardiva, sembra essere insufficiente, per contrastare l’azione russa e turca, ma anche quella egiziana. Occorre ricordare che anche gli Stati Uniti stanno avendo un comportamento ondivago e non assicurano quella necessaria collaborazione militare, che era garantita nel passato. Questo scenario ha determinato l’avversione del governo legittimo di Tripoli verso l’Italia e l’Europa, perchè non ha visto sostenuto in modo pratico la sua sopravvivenza, mentre i ribelli hanno avuto conferma del mancato appoggio europeo e si sono rivolti alla Russia. Allo stato attuale delle cose la Libia si è allontanata ed ora si aprono scenari molto problematici sia sul piano energetico, che su quello del controllo dei migranti, con l’Italia, per prima, e poi l’Europa sotto ricatto da parte di Russia e Turchia.

La strategia russa nel Mediterraneo

La Russia deve tenere fede alle sue ambizioni geopolitiche, per compensare alle distanze che Mosca ha nei confronti di USA e Cina in termini di potenza economica e peso politico internazionale. Putin ha da tempo imbastito una strategia di intervento in crisi regionali di interesse mondiale, che hanno riportato la Russia al centro dell’attenzione diplomatica. Il Cremlino ha individuato l’area del Mediterraneo come interesse primario nel qualeesplicare la propria azione. Una delle possibili ragioni è la debolezza politica dell’Europa e la sua alta ricattabilità, attraverso la gestione dei flussi migratori. Ma ancora prima diqueste ragioni vi è la necessità di una presenza militare, ritenuta essenziale fin dai tempi dell’Unione Sovietica all’interno del Mediterraneo, visto come fattore strategico per azioni di disturbo agli avversari americani. Un dei motivi iniziali dell’appoggio ad Assad, nella questione siriana, è stata la certezza di potere disporre del porto di Tartus, da anni base nel mediterraneo della marina russa. Il progressivo ritiro americano dal suo ruolo di prima potenza mondiale ha favorito l’ingresso in Siria delle truppe russe e l’esercizio della strategia di Putin di accreditare Mosca nel ruolo di grande potenza, anche senza avere tutte le prerogative del caso; tuttavia l’azione in Siria ha dato alla Russia solidi fondamenti per giocare un ruolo primario nella crisi mediorientale, spesso alternando azioni militari con iniziative diplomatiche e permettendo di conseguire l’obiettivo principale, che era il mantenimento al potere di Assad, ormai dipendente in tutto e per tutto dal Cremlino. Ciò ha permesso anche una vicinanza più stretta con l’Iran, basata sulla comune avversione agli Stati Uniti e sull’interesse reciproco di mantenere lo status quo in Siria.  Ora lil raggio di azione si sposta sulla Libia; da tempo l’influenza italiana è notevolmente ridotta, nel paese nordafricano è in corso una guerra civile, favorita anche dall’ambiguo comportamento francese, che ha da tempo, a sua volta, ambizioni sulle riserve petrolifere libiche: situazione che denota la presenza di interessi contrastanti all’interno dell’Unione Europea, con Bruxelles che non si adopera per dirimere la questione, ne per creare i presupposti di un intervento essenziale, sopratutto in materia di immigrazione. Un quadro dove la Russia individua delle opportunità per la sua politica estera. In pratica le modalità di Mosca per entrare sullo scenario libico assomigliano ad uno schema già collaudato: l’entrata sul campo di battaglia di mercenari senza insegne al fianco del governo non legittimo, per rovesciare l’esecutivo appoggiato dall’opinione pubblica internazionale. In un caso di sostanziale equilibrio l’ingresso dei mercenari russi, che non si muovono certo senza l’assenso del Cremlino, sbilancerebbe la situazione a sfavore del governo di Tripoli; in parallelo il ministro degli affari esteri russo ha intrapreso una azione diplomatica dove asserisce il contrario del potenziale risultato dell’intervento, attuando una classica tattica basata sull’ambiguità per consentire alle forze russe di agire indisturbate sullo scenario libico; si tratterebbe dell’obiettivo di guadagnare tempo per presentare all’opinione pubblica la nuova situazione ormai definita. Una influenza russa sulla sponda meridionale del Mediterraneo, sarebbe ancora più negativa per le ripercussioni sulla gestione dei flussi migratori, che sulla questione energetica. Potrebbe significare la presenza costante di navi  militari russe pericolosamente vicine alle basi dell’Alleanza Atlantica, oltre che una vicinanza troppo contigua con i paesi europei, nei confronti dei quali Mosca ha cercato di usare in maniera subdola la propria influenza, attraverso mezzi cibernetici in occasione di appuntamenti elettorali. L’immagine che Mosca fornisce di se, sul piano internazionale è una sostanziale conferma di un giocatore che non rispetta le regole e che si fa sempre più intraprendente nel cercare di entrare in zone abitualmente sotto l’influenza di altri stati. Questo aspetto non è da sottovalutare per potere prevedere e prevenire scenari futuri, un aspetto che arriva quasi sui confini europei e che dovrebbe provocare una adeguata risposta europea da parte di Bruxelles ed accelerare quei processi necessari a gestire in maniera immediata situazioni come questa; ma ancheper gli USA deve scattare un allarme da non sottovalutare: ripetere l’errore siriano significherebbe ridurre la credibilità di Washignton ed il suo peso specifico su ambiti regionali, che, in qualche modo erano controllati dalla potenza americana.

Le organizzazioni non governative incolpate di favorire l’immigrazione

La volontà di impedire lo sbarco di pochi migranti imbarcati su di una nave di una organizzazione non governativa spagnola, da parte di un ministro che sarà in carica ancora per poco, conferma una strategia completamente sbagliata nei confronti del fenomeno delle immmigrazioni. Il caso è prima di tutto italiano, ma non solo: la mancata collaborazione istituzionale dell’Unione Europea, ormai è accertato, denota una scarsa rilevanza di Bruxelles nei confronti delle esigenze singole dei partiti dei paesi europei, che non vogliono rischiare una deriva populista, ma, che, per perseguire questo obiettivo abbandonano i loro valori fondativi. Certo questo non vale per le formazioni o i governi sovranisti, tuttavia la sola soluzione di chiudere le frontiere rappresenta soltanto la volontà di rimandare un problema, che le guerre e le carestie riproporranno con dimensioni aumentate, specialmente nel lungo periodo. L’immigrazione è diventata l’unico argomento di certe forze politiche per raccogliere consensi: oltrepassa l’incompetenza economica e la cattiva gestione della cosa pubblica, tuttavia, in un momento dove i programmi sono assenti anche nelle forze politiche di opposizione sembra l’unico argomento capace di dare consenso; però per dare un colpevole all’opinione pubblica serve individuare un soggetto specifico al quale imputare ogni responsabilità. Non si analizzano le condizioni di fame dovute alle carestie alimentari ed ai problemi con l’acqua, la povertà delle popolazioni dovuta a governi corrotti, spesso da paesi occidentali, ma ora anche dalla Cina o situazioni di guerra e di violenza insopportabile. Di ciò non viene tenuto conto, perchè si tratta di cause, che, pur essendo tangibili, appaiono alle opinioni pubbliche sempre più condizionate dall’uso distorto dei social media, come mere astrazioni. Meglio incolpare le organizzazioni non governative come esecutrici di fantomatici piani per destabilizzare i paesi occidentali.  Il caso italiano è peculiare: si continua a tollerare l’arrivo dei migranti su imbarcazioni più piccole, ma in maggiore quantità, tanto da essere un numero complessivo superiore a quello dei salvataggi delle organizzazioni non governative, che non pochi salvataggi, ma singolarmente numericamente più consistenti. Le navi delle organizzazioni internazionali hanno evitato la morte di parecchie persone, ma sono prese a simbolo dalle forze sovraniste come soggetti che effettuano pratiche illegittime e, di conseguenza, presentate come un pericolo per le frontiere, tanto da impedire l’accesso ai porti italiani. L’Europa, pur condannando ufficialmente questa politica, non fa nulla per arginarla, lasciando il problema della gestione dei migranti all’Italia, grazie allo schermo del trattato di Dublino. Così facendo fornisce un alibi a certe parti politiche, che sono facilitate a scaricare la colpa dell’arrivo degli immigrati alle organizzazioni non governative. Si tratta di un circolo vizioso che alimenta rabbia e risentimento in una opinione pubblica sempre meno capace di leggere la situazione in modo obiettivo. L’altro lato della questione è che chi accusa, in sostanza, le organizzazioni non governative di salvare vite umane, non presenta alternative alla situazione attuale, neppure esercitando quella azione dovuta che, per chi ricopre cariche di governo dovrebbe essere obbligatoria. D’altra parte l’azione delle organizzazioni non governative riempie proprio un vuoto lasciato volutamente dallo stato italianoe non riempito neppure dall’Unione Europea. L’immigrazione, per i motivi già esposti, è sempre di più un fenomeno non controllabile e non evitabile, che non può essere limitato o scoraggiato con la minaccia della morte in mare per assenza di soccorsi. Le condizioni che obbligano ad emigrare sono ritenute dai migranti peggiori della stessa possibilità di perire nel Mediterraneo oppure prima, lungo il percorso per arrivare alle coste libiiche. Incolpare le organizzazioni nono governative, in maniera diretta o indiretta, significa fuggire da precise responsabilità che arrivano alle cariche più alte dei governi e delle istituzioni europee.

Il distacco occidentale verso i fatti di Algeria, Libia e Sudan

Se, durante le primavere arabe i governi occidentali si dimostravano più coinvolti ed anche interessati ad uno sviluppo della situazione che potesse evolvere i sistemi di governo dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo in democrazia, attualmente i sommovimenti, seppure diversi nella loro forma, che riguardano Algeria, Libia e Sudan sono osservati con distacco. Una delle ragioni è di ordine generale: le attese di una evoluzione in sistema  democratico vicino a quelli occidentali è andata delusa per la scarsa attitudine di grandi parti della popolazione a sistemi politici mai praticati e visti con sospetto dagli unici movimenti capaci di orientare il popolo, quelli di matrice religiosa. Il caso egiziano è uello maggiormente esplicativo: i Fratelli musulmani andati al governo grazie al voto democratico hanno assunto ogni forma di potere, relegando ai margini le minoranze e cercando di imporre la legge islamica, il consegunete rovesciamento di questo esecutivo si è concretizzato grazie all’intervento delle forze armate che hanno ristabilito un regime diverso ma sempre dittatoriale. L’atteggiamento isolazionista americano, nettamente cambiato rispetto alla presidenza Obama, provoca la mancanza di un paese leader nel campo delle istanze democratiche occidentali, causando la mancanza di un effetto traino per gli altri paesi dell’Occidente. Infine l’Europa, lacerata al suo interno mostra tutta la preoccupazione possibile per una nuova ondata migratoria, causata dal conflitto libico, che non potrà essere gestita dall’Italia, sia per l’avversione del governo di Roma, che per il rifuto degli altri paesi a farsi carico del problema degli immigrati irregolari. Un ulteriore pericolo è rappresentato dalla potenziale presenza di elementi legati al terrorismo islamico, pronti ad imbarcarsi per arrivare in Europa.  Le questioni non sono secondarie, se Roma continua a tenere chiusi i porti italiani occorrerà vedere quale sarà l’atteggiamento degli altri paesi europei e della stessa Unione: senza un accordo comune le tensioni già presenti all’interno di Bruxelles rischiano di deflagrare; occorre, poi, tenere presente come sarà composto il parlamento europeo che uscirà dalle elezioni di maggio. Peraltro le elezioni europee e la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rappresentano dei fattori politici che distolgono la concentrazione necessaria per occuparsi delle questioni africane, sia direttamente, che come elemento di pressione presso le Nazioni Unite. Se si può, almeno in parte, comprendere questo distacco, non lo si può certo condividere: la stabilità di stati vicini, che sono anche fornitori di materie prime energetiche, è un elemento dal quale non si può prescindere e ciò dovrebbe richiedere un maggiore impegno da parte di Bruxelles, che pare poco presente. Certamente i mezzi che consentirebbero una azione efficace non appartengono all’Unione: l’assenza di una politica estera e di proprie forze armate slegate alle logiche nazionali, limitano di molto il raggio d’azione comunitario. Inoltre gli interessi nazionali dei paesi europei sono spesso in contrasto e le manovre sotterranee funzionali ad interessi singoli non aiutano il necessario ruolo da protagonista che Bruxelles dovrebbe interpretare. L’azione è lasciata così a stati che si muovono in modo neanche troppo nascosto e che hanno interessi contrari a quelli dell’Unione. Senza l’aiuto degli Stati Uniti, che non hanno ancora compreso che il loro isolazionismo danneggia prima di tutto se stessi, l’Europa si trova in una posizione di debolezza eccessiva, ma ciò non è una sorpresa, giacchè la mancanza di strumenti per sopperire all’assenza americana era cosa già ben nota.

Le implicazioni internazionali del nuovo conflitto libico

Le forze avverse al governo legittimo di Tripoli starebbe accerchiando la capitale della Libia, riaprendo il conflitto rimasto latente fino ad ora. Dietro il capo della Armata Nazionale Libica si intravedono manovre internazionali, che rivelano una nuova possibile escalation nella sponda meridionale del Mediterraneo. Le principali nazioni coinvolte sono la Francia, la Russia e l’Arabia Saudita, ognuna con interessi particolari, ma che determinano una convergenza pericolosa su di una personalità appartenente al regime di Gheddafi. Se il sostegno pare comune gli intenti che muovono i tre paesi sostenitori sono differenti: la francia mira ad ampliare la sua influenza sul nord Africa sottraendo all’Italia, che appoggia il governo legittimo, i particolari contatti che legano Roma e Tripoli: la manovra di Parigi non deve essere letta come segnale di ostilità contro l’attuale governo italiano, giacchè è stata storicamente tentata più volte dagli inquilini dell’Eliseo, ma, piuttosto, come sfruttare una situazione di  isolamento internazionale, che il governo sovranista italiano ha provocato con la propria avventatezza e scarsa preparazione internazionale. Il comportamento della Francia appare irresponsabile anche nei confronti dei potenziali sviluppi che investiranno l’Europa, non è azzardato prevedere che l’arma di pressione delle migrazioni tornerà ad essere usata in maniera più massiccia, anche grazie alla imminente stagione estiva. L’attuale governo italiano ha intrapreso una politica di chiusura dei porti ed una aperta ostilità verso le Organizzazioni non Governative, che in caso, di aumento dei migranti nel Mediterraneo provocherà una crisi molto grave tra i paesi dell’Unione aggravando le difficoltà di Bruxelles. La Russia continua la sua politica di espansione internazionale, secondo alcune segnalazioni sarebbero presenti mercenari di Mosca in appoggio alle forze che assediano Tripoli e ciò sarebbe un chiaro segnale di come la contrapposizione con gli USA, presenti con effettivi militari sul suolo libico, venga continuata, come in Siria, sul terreno internazionale. Il ruolo dell’Arabia Saudita, fiancheggiata dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, ufficialmente è quello di avere un alleato contro l’estremismo islamico ti tipo jihadista, tuttavia la vera intenzione  sembra  essere quella di avere un ruolo ancora più attivo di quello tenuto in Egitto, nella zona araba del Mediterraneo orientale; risulta significativo che l’attacco sta avvenendo una settimana dopo che il leader della fazione avversa al governo legittimo sia stato in visita Riyad. L’Arabia Saudita avrebbe già fornito rassicurazioni circa l’appoggio aereo in favore degli assedianti di Tripoli. Dal punto di vista geopolitico si deve considerare l’importanza della Libia con le sue coste vicine all’Europa, il suo potenziale energetico ed il fatto che è rimasto l’unico paese della zona che può finire sotto l’influenza di altri stati, data la sua grande instabilità politica. In quest’ottica si possono comprendere gli obiettivi della Russia, che potrebbe rimpiazzare gli Stati Uniti se Trump continuerà nella sua miope politica estera anche in un punto del mondo così importante, così come quelli delle monarchie sunnite, ma non quelli della Francia, che starebbe ripetendo la pessima gestione di Sarkozy durante l’epilogo del regime di Gheddafi.  Bruxelles per ora tace o poco più, rinunciando ancora una volta ad assumere una iniziativa propria ed a ostacolare le singole iniziative francesi, completamente slegate da una visione comune europea.

La rivolta algerina non è seguita dai governi stranieri come le primavere arabe

Ad alcuni anni di distanza dalle primavere arabe la situazione algerina ritorna di attualità. La rivolta popolare contro un presidente non abile al ruolo sembra interessare soltanto i mezzi di informazione ma non, almeno direttamente, i governi vicini o quelli di matrice islamica.  Esiste una differenza con le rivolte del 2011, dove alcuni stati, anche per tutelare i propri interessi geopolitici, appoggiavano apertamente i manifestanti: era il caso della Turchia, che inseguiva il suo progetto di esercitare la sua influenza sui territori dell’ex impero ottomano e si appoggiava alla fede religiosa comune, come mezzo per raggiungere i suoi fini. Così come il Qatar, che voleva proporsi come alleato, con una visione moderna in aperto contrasto con le dittature che restringevano le libertà. Attualmente, sul piano internazionale, vi è una maggiore cautela ed i governi, che prima si impegnavano direttamente, manifestano una maggiore cautela.  Il timore più diffuso è quello di appoggiare una rivoluzione che possa diventare di matrice religiosa, capace di portare al governo movimenti come i Fratelli musulmani, dove la connotazione religiosa appare troppo esasperata; si tratta di una paura giustificata, dato che questi movimenti sono molto radicati nelle società arabe, perchè vanno a coprire il vuoto sociale causato dalla repressione contro partiti e sindacati. Si deve anche ricordare che quando sono stati al potere in Egitto i Fratelli musulmani, pur vincendo le elezioni in maniera democratica, hanno inteso la vittoria elettorale in maniera esclusiva, non rispettando le minoranze ed imponendo la legge islamica senza alcun rispetto verso le parti laiche della società. A questo stato di cose è poi seguito il colpo di stato che ha portato al governo in Egitto i militari, facendo passare il paese dalla dittatura di Mubarak a quella religiosa, per finire con la dittatura militare. L’attuale congiuntura politica non favorisce comunque, un interessamento da parte di Ankara e Doha: per i turchi, al momento, le priorità sono altre, come la questione curda all’interno e sui propri confini, mentre il Qatar ha in corso la disputa con l’Arabia Saudita ed i suoi alleati, che hanno isolato il paese, e la scelta di mantenere un atteggiamento defilato appare come obbligatoria. Le stesse monarchie del golfo si limitano a guardare con sospetto la rivoluzione algerina per il solo timore che questa produca una deriva islamista. Al limite chi è più interessata è la Tunisia, per ragioni di vicinato e per lo scambio economico che ha con l’Algeria, ma le dimensioni del paese tunisiono sono troppo più piccole per potere influenzare Algeri. Essendo una cirisi isolata e non inserita in un movimento più vasto, come era accaduto per le primavere arabe, occorre considerare la scarsa propensione del paese algerino ad essere influenzato da enetità esterne, grazie anche alla disponibilità di materie prime energetiche, gli idrocarburi, che gli consentono un commercio redditizio con i paesi occidentali. Del resto proprio in occidente vi è molta cautela, i media seguono l’evoluzione della crisi algerina, ma i governi mantengono un profilo distaccato in attesa di una maggiore definizione degli eventi: l’appoggio incondizionato dato alle primavere arabe ha prodotto diverse delusioni, perchè non si è tenuto conto della scarsa pratica con la democrazia delle popolazioni arabe, tenute sotto regimi dittatoriali per troppo tempo, società dove le strutture sociali necessarie all’attività politica, erano state cancellate con la conseguenza della mancanza di un retroterra culturale necessario per la vita democratica. I guasti prodotti in Libia ed in Egitto hanno avuto ripercussioni sul continente europeo, anche per una scarsa coordinazione degli stati del vecchio continente occupati a rincorrere i propri interessi particolari anzichè elaborare una maniera comune capace di affrontare il problema. La prospettiva di una mancata stabilità del paese algerino potrebbe portare nuove inquietudini sulla sponda meridionale del Mediterraneo, Algeri potrebbe riprendere le ostilità con Rabat per l’egemonia nel Maghreb, ma sopratutto potrebbe diventare un’altra Libia per il traffico dei migranti mettendo in ulteriore pericolo gli assetti nell’Unione Europea. La presa di posizione dei militari contro il presidentein carica sembra assumere un ruolo di stabilizzazione del paese, sperando che ciò non comporti una involuzione come accaduto a Il Cairo.

L’Egitto alle elezioni

Le elezioni presidenziali egiziane, che si svolgono in queti giorni, hanno un esito già definito. Le alternative per i circa sessanta milioni di elettori non sono molte e l’unica candidatura, oltre al presidente uscente Al Sisi, che uscirà vittorioso dalle urne, è un politico che fa parte di un partito che ha sempre fornito tutto il suo appoggio al governo in carica. Una elezione, quindi, che ha come valore soltanto l’espletamento di un dovere legale, senza una effettiva competizione, perchè si svolge all’interno dello stesso campo politico. Messi fuori gioco i Fratelli musulmani, formazione politica che aveva vinto le ultime elezioni dove vi era stata un reale contraddittorio, ma, che, successivamente all’insediamento al potere avevano abusato della loro posizione maggioritaria, tutte le altre formazioni o i competitori in grado di raccogliere un numero di consensi significativo, sono stati costretti ad uscire dalla vita politica attiva del paese. Le modalità sono note: l’uso della forza è stato preponderante nella dialettica politica egiziana, attraverso la tortura, la pena di morte ed in generale il terrore e la repressione come strumenti di politica a senso unico. Se, all’inizio, Questa metodologia è stata usata contro gli oppositori di matrice politico religiosa, successivamente la dittatura egiziana ha ampliato la sua azione anche contro partiti e movimenti più moderati o di natura laica, che reclamavano soltanto un maggiore tasso di democrazia nel paese. Questa spaccatura nella società egiziana può essere la ragione del maggiore timore del vincitore già annunciato: l’astensionismo. Infatti una bassa affluenza alle urne potrebbe determinare una minore legittimazione dell’investitura di Al Sisi e potrebbe, di conseguenza, aggravare i problemi sul piano internazionale; il governo egiziano è stato sottoposto a giudizi profondamente negativi, proprio a causa della violenza delle repressioni a cui sono stati sottoposti gli oppositori, tuttavia, nessun provvedimento pratico, come ad esempio le sanzioni, è mai stato preso contro Il Cairo. Il governo egiziano svolge un compito essenziale per l’occidente in funzione anti integralismo islamico, ruolo, peraltro molto apprezzato anche da buona parte della società del paese, che preferisce una dittatura militare ad una dittatura religiosa, come era diventato l’Egitto con i Fratelli musulmani al governo. In questa parte, più o meno favorevole al regime, è compresa la minoranza dei cristiani, che, comunque, arrivano ad essere circa il quindici per cento del totale della popolazione; con Al Sisi al governo i cristiani si sono sentiti maggiormente tutelati e le previsioni sono che voteranno quasi interamente a suo favore. Il vero pericolo di queste elezioni sono i possibili attentati, che richiamerebbero l’attenzione sull’Egitto e potrebbero compromettere il controllo del paese del presidente in carica. Per questo motivo sono state attivate misure di controllo ancora più stringenti sul paese, anche se la zona ritenuta più pericolosa è sempre quella del Sinai. In questo territorio la presenza di diverse componenti del terrorismo islamico, saldate con le parti più estreme dei movimenti palestinesi, hanno costretto le forze armate egiziane ad una azione costante e massiccia, che non è ancora chiaro quali risultati abbia dato. I militari egiziani sono sostenuti dagli alleati statunitensi ed israeliani nel contrasto alle forze avverse che trovano rifugio nel deserto del Sinai e questa alleanza è la migliore giustificazione internazionale della permanenza di Al Sisi al governo del paese, proprio in funzione di evitare all’Egitto una deriva fondamentalista islamica. Per quanto riguarda la situazione interna, l’economia è in una situazione molto difficile ed il paese sopravvive grazie ai contributi esteri, che vengono concessi proprio mantenere un controllo su ormai improbabili ritorni del fondamentalismo islamico. La popolazione egiziana sembra accettare il governo del Generale, anche per la mancanza di alternative valide, dovute, sia alla repressione, che all’esaurimento del consenso per gli altri movimenti che non hanno saputo o voluto integrarsi con il regime di Al Sisi. Quello che appare è una sorta di rassegnazione che risulta essere l’elemento determinate di questa tornata elettorale.

La visita del Papa in Egitto

La missione in Egitto di Papa Francesco, che diventa il ventisettesimo stato visitato dal pontefice, riveste un duplice ruolo, sia diplomatico, all’interno del dialogo delle fedi, necessario per l’attenuazione dei fondamentalisti, sia per portare alla comunità cristiana egiziana, che è la più importante del medio oriente, con i suoi quasi dieci milioni di fedeli, una vicinanza che vuole significare e sottolienare l’importanza della presenza cristiana nella regione, sopratutto dopo le persecuzioni degli islamici radicali. Il tentativo del Vaticano è quello di favorire un dialogo con l’islamismo moderato, come costruzione di un ponte interculturale basato sui rapporti interreligiosi, quale strumento di affermazione del necessario rapporto di convivenza all’insegna del reciproco rispetto e collaborazione. Gli interlocutori del Papa sono i religiosi islamici moderati, che sono storicamente radicati nel paese egiziano, grazie anche alla conduzione della più importante scuola teologica islamica, fondata nel decimo secolo e che conta circa 300.000 studenti. L’influenza di questa istituzione islamica è preponderante nel mondo confessionale arabo e rappresenta, quindi, l’interlocutore principale per chi vuole attaccare i fondamentalisti da un punto di vista teologico e dottrinale. Tuttavia la manovra del Papa rischia di focalizzare l’attenzione proprio degli islamici radicali sui rapporti con il principale esponente del cattolicesimo, individuato come fattore di contaminazione della purezza e supremazia religiosa della fede islamica su qualunque altra confessione. Ciò potrebbe portare a volere colpire gli islamici moderati egiziani come monito per chi si vuole contaminare con le altre fedi attraverso il dialogo. La strategia del Pontefice e del Vaticano è quella, non tanto di combattere entità come lo Stato islamico, ma di cercare di prevenirne di nuove; nello stesso tempo ciò vale ancheper i musulmani moderati, che nello stesso tempo, mirano a promuovere una integrazione dei tanti musulmani presenti in Europa, nei paesi di emigrazione. Questo intento ha come obiettivo anche quello di evitare la radicalizzazione al di fuori del mondo arabo, che tanta avversione ha creato ai credenti islamici non radicali. Una preoccupazione analoga vale anche per il Papa, che mira a creare una rete di protezione per i cristiani nelle regioni arabe, per evitare le persecuzioni a cui sono stati sottoposti i seguaci del cristianesimo. L’obiettivo finale e congiunto è creare o, meglio, ricreare, un regime di convivenza e reciproco rispetto, come elemento fondamentale della sicurezza reciproca e come fattore di isolamento del fenomeno radicale. Il Pontefice, proprio con la visita in Egitto, parte dalla ricerca della protezione e del rispetto dei cristiani copti, che vantano una presenza millenaria sul territorio e che rappresentano una parte importante del tessuto sociale egiziano, pur essendo minoranza religiosa. Nella strategia vaticana è importante che un paese importante come l’Egitto, da molti sempre visto come lo stato guida della regione araba, assuma un impegno formale nella protezione dei credenti cristiani, perchè ciò potrà costituire un esempio anche per altri stati di confessione islamica. Lo stato del Vaticano è però conscio che la posizione del governo de Il Cairo, riconosciuto come una dittatura da più parti, potrebbe risultare non gradito alle potenze occidentali, tuttavia, il pontefice potrebbe fare appello alla propria influenza anche per cercare di migliorare l’atteggiamento di Al-Sisi ed attenuare la violazione dei diritti civili che sta patendo il paese. D’altro canto garantire la libertà religiosa, può diventare uno strumento fondamentale per il governo egiziano al fine di riguadagnare considerazione sulla scena diplomatica e la ribalta della visita del Papa assicura una visibiltà mondiale che deve essere continuata per portare l’Egitto fuori dall’attuale isolamento. Il paese delle piramidi, che ha fallito la prova della democrazia, potrebbe diventare un laboratorio di tolleranza religiosa, esempio per tutti i paesi arabi, e ciò potrebbe costituire un punto di partenza anche per un eventuale sviluppo della democrazia, soffocata, prima dalle modalità di governo dei Fratelli musulmani e poi dalla giunta militare, ma che il reciproco rispetto religioso potrebbe fare diventare di nuovo ed in maniera estesa, una necessità del popolo egiziano, anche di quello laico.

Le implicazioni dell’intervento in Libia

La Libia torna al centro dell’attenzione mondiale dopo la decisione di Obama di bombardare la zona di Bengasi doe si trovano le forze dello Stato islamico. Sono infatti diverse le possibili ricadute delle azioni militari statunitensi: la prima considerazione che occorre fare è se questa decisione potrà spostare dei voti nella campagna elettorale USA. Il presidente americano uscente è stato spesso attaccato sia dal proprio partito, che dai repubblicani di scarsa volontà di intervento, la decisione di agire in Libia avviene nella fase terminale del proprio mandato e non può avere ripercussioni sulla sua immagine politica, piuttosto potrebbe mettere in difficoltà Trump ed il suo partito, perchè si tratta di una decisione difficilmente criticabile. Sul lato democratico, Hillary Clinton si è sempre presentata come maggiormente interventista, anche attraverso l’impiego della forza militare, nelle crisi internazionali e, per questo motivo, ha anche criticato Obama. Per la candidata democratica potrebbe trattarsi di un anticipo della modalità della gestione delle crisi che intende adottare, se sarà eletta. Visto in questa ottica, quindi, l’intervento militare in Libia può essere letto anche come fattore di politica interna, teso a mettere in difficoltà i repubblicani, a cui non sembra convenire criticare la decisione della Casa Bianca. Diverso è il caso se l’azione militare non si limiterà all’intervento aereo, ma dovesse vedere coinvolti militari americani sul terreno. Su questo punto sembra difficile che Obama cambi l’impostazione che ha contraddistinto il suo mandato e che è stata quella di evitare il coinvolgimento di soldati statunitensi su nuovi teatri di guerra; tuttavia l’azione militare aerea è stata programmata per almeno un mese, in modo da assestare un colpo pressochè definitivo alle milizie del califfato sul suolo libico. In questo periodo, non certo breve, potrebbe essere necessario un appoggio logistico sul terreno, che i militari libici potrebbero non essere in grado di assicurare, o, peggio, si potrebbe presentare la necessità di recuperare il personale impiegato sugli aerei in caso di abbattimento. In questi casi il ritorno di immagine potrebbe diventare negativo e facilitare il partito repubblicano. Resta ovvio che un successo della missione non sarebbe soltanto a favore di Obama, ma rappresenterebbe un motivo di crescita nei consensi del partito democratico. Oltre le questioni americane occorre, però, guardare anche verso i problemi che questa azione potrebbe sollevare in Europa. La nazione maggiormente interessata sembra essere l’Italia, seguita da Francia ed Inghilterra. Roma è coinvolta direttamente nelle azioni di bombardamento per avere concesso il proprio spazio aereo, necessario per raggiungere la Libia, agli aerei militari statunitensi, che starebbero usando anche una base in Sicilia. Ciò potrebbe esporre il paese italiano a rappresaglie terroristiche, che sono già state minacciate dagli uomini dello Stato islamico. Occorre specificare che l’Italia è meno soggetta a combattenti di ritorno, più motivati a compiere attentati. Questo problema riguarda in misura maggiore la Francia e poi l’Inghilterra, dove le comunità musulmane sono più consistenti ed registrano al loro interno un tasso crescente di fondamentalismo. In questi casi l’azione militare americana potrebbe offrire, se mai ce ne fosse bisogno, il pretesto per nuovi attentati. Per l’Italia il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di un incremento migratorio, sia proveniente dalle zone di guerra, sia usato come forma di pressione dal governo di Tripoli, che non riconosce l’esecutivo che ha richiesto l’aiuto americano. Oltre alle problematica di natura gestionale del fenomeno, sia di natura pratica, che inerente al dibattito politico interno italiano, esiste anche la possibilità maggiore che terroristi possano usare questo metodo per entrare nel paese. La questione espone quindi Roma ad un pericolo maggiore, tuttavia la necessità di debellare dalle coste libiche la presenza del califfato appare prioritaria. Occorre poi considerare come potrà essere affrontato il futuro del paese libico una volta che lo Stato islamico venisse sconfitto. Si tratta di un argomento non certo secondario, giacchè l’errore di lasciare la Libia a se stessa dopo la caduta di Gheddafi non deve essere ripetuto. Tra gli alleati occidentali esistono visioni differenti: gli USA preferirebbero mantenere la composizione attuale del paese, mentre in occidente viene presa in considerazione la possibilità di creare più stati più rispondenti alle strutture sociali e politiche presente sul territorio; questa soluzione potrebbe favorire una spartizione del potere pacifica senza sfociare di nuovo in una guerra civile, in grado di riportare il paese in una pericolosa alterazione degli equilibri e favorire ancora, di conseguenza, il contagio terroristico.

Gli USA colpiscono lo Stato islamico in Siria

L’appello del governo libico, riconosciuto dalla comunità internazionale, agli Stati Uniti per un aiuto militare contro le formazioni dello Stato islamico presenti nella Sirte è stato accolto. Gli aerei militari statunitensi hanno bombardato obiettivi militari del califfato presenti nella città di Bengasi, che è diventata l’avamposto dello Stato islamico in Libia. L’instaurazione degli integralisti islamici al centro del paese libico è stata una conseguenza della profonda instabilità in cui è precipitato il paese dopo la fine del colonnello Gheddafi; infatti la Libia attualmente ha tre governi che non riescono ancora a trovare una sintesi per arrivare ad un accordo. Nella situazione di guerra civile del paese, con le milizie legate, oltre che ai vari governi, anche a gruppi criminali, una sorta di tutti contro tutti, lo Stato islamico si è ricavato uno spazio dove esercitare una propria sovranità sull’esempio di quanto accaduto in Siria ed Iraq, creando una forza militare composta sia da uomini libici, che da combattenti stranieri provenienti, per la maggior parte dei casi, dai paesi arabi della fascia del mediterraneo meridionale. Questo aspetto ha creato notevole apprensione sia nei paesi vicini, per le possibili conseguenze del ritorno di miliziani del califfato nel proprio paese di origine, sia negli stessi USA, che vedono incrementare la quota dei combattenti stranieri presenti all’interno delle forze dello Stato islamico. Anche se questa ragione non è quella che determinato l’intervento, ha senz’altro contribuito nelle ragioni dell’intervento diretto americano, che sono da individuare principalmente, però, nella necessità di limitare l’azione dello Stato islamico in Libia, contestualmente all’avanzata in Iraq e Siria. Ma non è secondario neppure il tentativo di stabilizzare la zona libica, come prevenzione di una potenziale creazione di una base estremista islamica situata sulle coste di fronte all’Europa. L’azione militare statunitense è servita da appoggio alle formazioni libiche che lottano contro quelle dello Stato islamico, in una guerra che dura da tempo. Le modalità di intervento prevedono di colpire obiettivi specifici, in grado di indebolire la capacità militare del califfato in Libia e dovrebbero essere caratterizzate da un alto grado di precisione per evitare nel maggior modo possibile ogni ricaduta sulla popolazione civile. Lo stretto coordinamento con il governo libico e la sua stessa richiesta diretta alla Casa Bianca, costituisce una sorta di autorizzazione all’azione militare su territorio estero, che dovrebbe mettere al riparo Washington da contraccolpi diplomatici. Questa azione delle forze aeree USA in Libia non rappresenta una novità assoluta, l’elemento nuovo è che nelle precedenti azioni sono stati usati i droni, mentre ora si è tornati ad effettuare i bombardamenti con aerei pilotati, cosa che non accadeva da due anni a questa parte. L’azione militare , che è stata autorizzata da Obama, rientra nella dottrina presidenziale, che cerca di evitare il coinvolgimento delle truppe americane sul terreno e di operare dal cielo a fianco di corpi militari locali impegnati nelle azioni di terra; in realtà, in Libia, sarebbe stata segnalata la presenza di forze speciali appartenenti a paesi occidentali impegnate sul terreno, sia nella funzione di appoggio materiale alle forze libiche nei combattimenti, che con funzioni di addestramento. Anche in questi casi non si tratta di un impegno troppo vasto ma limitato al conseguimento di obiettivi strategici per facilitare le forze della Libia nel conflitto contro il califfato. Per gli Stati Uniti, ma anche per le nazioni europee è diventato di prioritaria importanza che lo Stato islamico sia sconfitto in Libia, perchè ciò costituisce il fattore essenziale per consentire al paese di raggiungere le condizioni necessarie per cercare di avere un equilibrio interno tra le varie fazioni e dare così stabilità e continuità di governo. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia concentrata maggiormente sulle vicende mediorientali, l’importanza che la Libia riveste nello scacchiere mediterraneo appare enorme, sopratutto se vista in rapporto alle conseguenze degli elementi presenti al suo interno capaci di riflettersi sui paesi europei: tra cui i maggiori sono la questione dell’immigrazione, quella energetica e quella della possibile contaminazione terroristica sulle società occidentali. Riportare la questione libica al centro dell’interesse internazionale, non soltanto dal punto di vista diplomatico, ma anche da quello militare, significa compiere un opera di prevenzione necessaria che è stata rimandata troppo a lungo.