Il distacco occidentale verso i fatti di Algeria, Libia e Sudan

Se, durante le primavere arabe i governi occidentali si dimostravano più coinvolti ed anche interessati ad uno sviluppo della situazione che potesse evolvere i sistemi di governo dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo in democrazia, attualmente i sommovimenti, seppure diversi nella loro forma, che riguardano Algeria, Libia e Sudan sono osservati con distacco. Una delle ragioni è di ordine generale: le attese di una evoluzione in sistema  democratico vicino a quelli occidentali è andata delusa per la scarsa attitudine di grandi parti della popolazione a sistemi politici mai praticati e visti con sospetto dagli unici movimenti capaci di orientare il popolo, quelli di matrice religiosa. Il caso egiziano è uello maggiormente esplicativo: i Fratelli musulmani andati al governo grazie al voto democratico hanno assunto ogni forma di potere, relegando ai margini le minoranze e cercando di imporre la legge islamica, il consegunete rovesciamento di questo esecutivo si è concretizzato grazie all’intervento delle forze armate che hanno ristabilito un regime diverso ma sempre dittatoriale. L’atteggiamento isolazionista americano, nettamente cambiato rispetto alla presidenza Obama, provoca la mancanza di un paese leader nel campo delle istanze democratiche occidentali, causando la mancanza di un effetto traino per gli altri paesi dell’Occidente. Infine l’Europa, lacerata al suo interno mostra tutta la preoccupazione possibile per una nuova ondata migratoria, causata dal conflitto libico, che non potrà essere gestita dall’Italia, sia per l’avversione del governo di Roma, che per il rifuto degli altri paesi a farsi carico del problema degli immigrati irregolari. Un ulteriore pericolo è rappresentato dalla potenziale presenza di elementi legati al terrorismo islamico, pronti ad imbarcarsi per arrivare in Europa.  Le questioni non sono secondarie, se Roma continua a tenere chiusi i porti italiani occorrerà vedere quale sarà l’atteggiamento degli altri paesi europei e della stessa Unione: senza un accordo comune le tensioni già presenti all’interno di Bruxelles rischiano di deflagrare; occorre, poi, tenere presente come sarà composto il parlamento europeo che uscirà dalle elezioni di maggio. Peraltro le elezioni europee e la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rappresentano dei fattori politici che distolgono la concentrazione necessaria per occuparsi delle questioni africane, sia direttamente, che come elemento di pressione presso le Nazioni Unite. Se si può, almeno in parte, comprendere questo distacco, non lo si può certo condividere: la stabilità di stati vicini, che sono anche fornitori di materie prime energetiche, è un elemento dal quale non si può prescindere e ciò dovrebbe richiedere un maggiore impegno da parte di Bruxelles, che pare poco presente. Certamente i mezzi che consentirebbero una azione efficace non appartengono all’Unione: l’assenza di una politica estera e di proprie forze armate slegate alle logiche nazionali, limitano di molto il raggio d’azione comunitario. Inoltre gli interessi nazionali dei paesi europei sono spesso in contrasto e le manovre sotterranee funzionali ad interessi singoli non aiutano il necessario ruolo da protagonista che Bruxelles dovrebbe interpretare. L’azione è lasciata così a stati che si muovono in modo neanche troppo nascosto e che hanno interessi contrari a quelli dell’Unione. Senza l’aiuto degli Stati Uniti, che non hanno ancora compreso che il loro isolazionismo danneggia prima di tutto se stessi, l’Europa si trova in una posizione di debolezza eccessiva, ma ciò non è una sorpresa, giacchè la mancanza di strumenti per sopperire all’assenza americana era cosa già ben nota.

Le implicazioni internazionali del nuovo conflitto libico

Le forze avverse al governo legittimo di Tripoli starebbe accerchiando la capitale della Libia, riaprendo il conflitto rimasto latente fino ad ora. Dietro il capo della Armata Nazionale Libica si intravedono manovre internazionali, che rivelano una nuova possibile escalation nella sponda meridionale del Mediterraneo. Le principali nazioni coinvolte sono la Francia, la Russia e l’Arabia Saudita, ognuna con interessi particolari, ma che determinano una convergenza pericolosa su di una personalità appartenente al regime di Gheddafi. Se il sostegno pare comune gli intenti che muovono i tre paesi sostenitori sono differenti: la francia mira ad ampliare la sua influenza sul nord Africa sottraendo all’Italia, che appoggia il governo legittimo, i particolari contatti che legano Roma e Tripoli: la manovra di Parigi non deve essere letta come segnale di ostilità contro l’attuale governo italiano, giacchè è stata storicamente tentata più volte dagli inquilini dell’Eliseo, ma, piuttosto, come sfruttare una situazione di  isolamento internazionale, che il governo sovranista italiano ha provocato con la propria avventatezza e scarsa preparazione internazionale. Il comportamento della Francia appare irresponsabile anche nei confronti dei potenziali sviluppi che investiranno l’Europa, non è azzardato prevedere che l’arma di pressione delle migrazioni tornerà ad essere usata in maniera più massiccia, anche grazie alla imminente stagione estiva. L’attuale governo italiano ha intrapreso una politica di chiusura dei porti ed una aperta ostilità verso le Organizzazioni non Governative, che in caso, di aumento dei migranti nel Mediterraneo provocherà una crisi molto grave tra i paesi dell’Unione aggravando le difficoltà di Bruxelles. La Russia continua la sua politica di espansione internazionale, secondo alcune segnalazioni sarebbero presenti mercenari di Mosca in appoggio alle forze che assediano Tripoli e ciò sarebbe un chiaro segnale di come la contrapposizione con gli USA, presenti con effettivi militari sul suolo libico, venga continuata, come in Siria, sul terreno internazionale. Il ruolo dell’Arabia Saudita, fiancheggiata dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, ufficialmente è quello di avere un alleato contro l’estremismo islamico ti tipo jihadista, tuttavia la vera intenzione  sembra  essere quella di avere un ruolo ancora più attivo di quello tenuto in Egitto, nella zona araba del Mediterraneo orientale; risulta significativo che l’attacco sta avvenendo una settimana dopo che il leader della fazione avversa al governo legittimo sia stato in visita Riyad. L’Arabia Saudita avrebbe già fornito rassicurazioni circa l’appoggio aereo in favore degli assedianti di Tripoli. Dal punto di vista geopolitico si deve considerare l’importanza della Libia con le sue coste vicine all’Europa, il suo potenziale energetico ed il fatto che è rimasto l’unico paese della zona che può finire sotto l’influenza di altri stati, data la sua grande instabilità politica. In quest’ottica si possono comprendere gli obiettivi della Russia, che potrebbe rimpiazzare gli Stati Uniti se Trump continuerà nella sua miope politica estera anche in un punto del mondo così importante, così come quelli delle monarchie sunnite, ma non quelli della Francia, che starebbe ripetendo la pessima gestione di Sarkozy durante l’epilogo del regime di Gheddafi.  Bruxelles per ora tace o poco più, rinunciando ancora una volta ad assumere una iniziativa propria ed a ostacolare le singole iniziative francesi, completamente slegate da una visione comune europea.

La rivolta algerina non è seguita dai governi stranieri come le primavere arabe

Ad alcuni anni di distanza dalle primavere arabe la situazione algerina ritorna di attualità. La rivolta popolare contro un presidente non abile al ruolo sembra interessare soltanto i mezzi di informazione ma non, almeno direttamente, i governi vicini o quelli di matrice islamica.  Esiste una differenza con le rivolte del 2011, dove alcuni stati, anche per tutelare i propri interessi geopolitici, appoggiavano apertamente i manifestanti: era il caso della Turchia, che inseguiva il suo progetto di esercitare la sua influenza sui territori dell’ex impero ottomano e si appoggiava alla fede religiosa comune, come mezzo per raggiungere i suoi fini. Così come il Qatar, che voleva proporsi come alleato, con una visione moderna in aperto contrasto con le dittature che restringevano le libertà. Attualmente, sul piano internazionale, vi è una maggiore cautela ed i governi, che prima si impegnavano direttamente, manifestano una maggiore cautela.  Il timore più diffuso è quello di appoggiare una rivoluzione che possa diventare di matrice religiosa, capace di portare al governo movimenti come i Fratelli musulmani, dove la connotazione religiosa appare troppo esasperata; si tratta di una paura giustificata, dato che questi movimenti sono molto radicati nelle società arabe, perchè vanno a coprire il vuoto sociale causato dalla repressione contro partiti e sindacati. Si deve anche ricordare che quando sono stati al potere in Egitto i Fratelli musulmani, pur vincendo le elezioni in maniera democratica, hanno inteso la vittoria elettorale in maniera esclusiva, non rispettando le minoranze ed imponendo la legge islamica senza alcun rispetto verso le parti laiche della società. A questo stato di cose è poi seguito il colpo di stato che ha portato al governo in Egitto i militari, facendo passare il paese dalla dittatura di Mubarak a quella religiosa, per finire con la dittatura militare. L’attuale congiuntura politica non favorisce comunque, un interessamento da parte di Ankara e Doha: per i turchi, al momento, le priorità sono altre, come la questione curda all’interno e sui propri confini, mentre il Qatar ha in corso la disputa con l’Arabia Saudita ed i suoi alleati, che hanno isolato il paese, e la scelta di mantenere un atteggiamento defilato appare come obbligatoria. Le stesse monarchie del golfo si limitano a guardare con sospetto la rivoluzione algerina per il solo timore che questa produca una deriva islamista. Al limite chi è più interessata è la Tunisia, per ragioni di vicinato e per lo scambio economico che ha con l’Algeria, ma le dimensioni del paese tunisiono sono troppo più piccole per potere influenzare Algeri. Essendo una cirisi isolata e non inserita in un movimento più vasto, come era accaduto per le primavere arabe, occorre considerare la scarsa propensione del paese algerino ad essere influenzato da enetità esterne, grazie anche alla disponibilità di materie prime energetiche, gli idrocarburi, che gli consentono un commercio redditizio con i paesi occidentali. Del resto proprio in occidente vi è molta cautela, i media seguono l’evoluzione della crisi algerina, ma i governi mantengono un profilo distaccato in attesa di una maggiore definizione degli eventi: l’appoggio incondizionato dato alle primavere arabe ha prodotto diverse delusioni, perchè non si è tenuto conto della scarsa pratica con la democrazia delle popolazioni arabe, tenute sotto regimi dittatoriali per troppo tempo, società dove le strutture sociali necessarie all’attività politica, erano state cancellate con la conseguenza della mancanza di un retroterra culturale necessario per la vita democratica. I guasti prodotti in Libia ed in Egitto hanno avuto ripercussioni sul continente europeo, anche per una scarsa coordinazione degli stati del vecchio continente occupati a rincorrere i propri interessi particolari anzichè elaborare una maniera comune capace di affrontare il problema. La prospettiva di una mancata stabilità del paese algerino potrebbe portare nuove inquietudini sulla sponda meridionale del Mediterraneo, Algeri potrebbe riprendere le ostilità con Rabat per l’egemonia nel Maghreb, ma sopratutto potrebbe diventare un’altra Libia per il traffico dei migranti mettendo in ulteriore pericolo gli assetti nell’Unione Europea. La presa di posizione dei militari contro il presidentein carica sembra assumere un ruolo di stabilizzazione del paese, sperando che ciò non comporti una involuzione come accaduto a Il Cairo.

L’Egitto alle elezioni

Le elezioni presidenziali egiziane, che si svolgono in queti giorni, hanno un esito già definito. Le alternative per i circa sessanta milioni di elettori non sono molte e l’unica candidatura, oltre al presidente uscente Al Sisi, che uscirà vittorioso dalle urne, è un politico che fa parte di un partito che ha sempre fornito tutto il suo appoggio al governo in carica. Una elezione, quindi, che ha come valore soltanto l’espletamento di un dovere legale, senza una effettiva competizione, perchè si svolge all’interno dello stesso campo politico. Messi fuori gioco i Fratelli musulmani, formazione politica che aveva vinto le ultime elezioni dove vi era stata un reale contraddittorio, ma, che, successivamente all’insediamento al potere avevano abusato della loro posizione maggioritaria, tutte le altre formazioni o i competitori in grado di raccogliere un numero di consensi significativo, sono stati costretti ad uscire dalla vita politica attiva del paese. Le modalità sono note: l’uso della forza è stato preponderante nella dialettica politica egiziana, attraverso la tortura, la pena di morte ed in generale il terrore e la repressione come strumenti di politica a senso unico. Se, all’inizio, Questa metodologia è stata usata contro gli oppositori di matrice politico religiosa, successivamente la dittatura egiziana ha ampliato la sua azione anche contro partiti e movimenti più moderati o di natura laica, che reclamavano soltanto un maggiore tasso di democrazia nel paese. Questa spaccatura nella società egiziana può essere la ragione del maggiore timore del vincitore già annunciato: l’astensionismo. Infatti una bassa affluenza alle urne potrebbe determinare una minore legittimazione dell’investitura di Al Sisi e potrebbe, di conseguenza, aggravare i problemi sul piano internazionale; il governo egiziano è stato sottoposto a giudizi profondamente negativi, proprio a causa della violenza delle repressioni a cui sono stati sottoposti gli oppositori, tuttavia, nessun provvedimento pratico, come ad esempio le sanzioni, è mai stato preso contro Il Cairo. Il governo egiziano svolge un compito essenziale per l’occidente in funzione anti integralismo islamico, ruolo, peraltro molto apprezzato anche da buona parte della società del paese, che preferisce una dittatura militare ad una dittatura religiosa, come era diventato l’Egitto con i Fratelli musulmani al governo. In questa parte, più o meno favorevole al regime, è compresa la minoranza dei cristiani, che, comunque, arrivano ad essere circa il quindici per cento del totale della popolazione; con Al Sisi al governo i cristiani si sono sentiti maggiormente tutelati e le previsioni sono che voteranno quasi interamente a suo favore. Il vero pericolo di queste elezioni sono i possibili attentati, che richiamerebbero l’attenzione sull’Egitto e potrebbero compromettere il controllo del paese del presidente in carica. Per questo motivo sono state attivate misure di controllo ancora più stringenti sul paese, anche se la zona ritenuta più pericolosa è sempre quella del Sinai. In questo territorio la presenza di diverse componenti del terrorismo islamico, saldate con le parti più estreme dei movimenti palestinesi, hanno costretto le forze armate egiziane ad una azione costante e massiccia, che non è ancora chiaro quali risultati abbia dato. I militari egiziani sono sostenuti dagli alleati statunitensi ed israeliani nel contrasto alle forze avverse che trovano rifugio nel deserto del Sinai e questa alleanza è la migliore giustificazione internazionale della permanenza di Al Sisi al governo del paese, proprio in funzione di evitare all’Egitto una deriva fondamentalista islamica. Per quanto riguarda la situazione interna, l’economia è in una situazione molto difficile ed il paese sopravvive grazie ai contributi esteri, che vengono concessi proprio mantenere un controllo su ormai improbabili ritorni del fondamentalismo islamico. La popolazione egiziana sembra accettare il governo del Generale, anche per la mancanza di alternative valide, dovute, sia alla repressione, che all’esaurimento del consenso per gli altri movimenti che non hanno saputo o voluto integrarsi con il regime di Al Sisi. Quello che appare è una sorta di rassegnazione che risulta essere l’elemento determinate di questa tornata elettorale.

La visita del Papa in Egitto

La missione in Egitto di Papa Francesco, che diventa il ventisettesimo stato visitato dal pontefice, riveste un duplice ruolo, sia diplomatico, all’interno del dialogo delle fedi, necessario per l’attenuazione dei fondamentalisti, sia per portare alla comunità cristiana egiziana, che è la più importante del medio oriente, con i suoi quasi dieci milioni di fedeli, una vicinanza che vuole significare e sottolienare l’importanza della presenza cristiana nella regione, sopratutto dopo le persecuzioni degli islamici radicali. Il tentativo del Vaticano è quello di favorire un dialogo con l’islamismo moderato, come costruzione di un ponte interculturale basato sui rapporti interreligiosi, quale strumento di affermazione del necessario rapporto di convivenza all’insegna del reciproco rispetto e collaborazione. Gli interlocutori del Papa sono i religiosi islamici moderati, che sono storicamente radicati nel paese egiziano, grazie anche alla conduzione della più importante scuola teologica islamica, fondata nel decimo secolo e che conta circa 300.000 studenti. L’influenza di questa istituzione islamica è preponderante nel mondo confessionale arabo e rappresenta, quindi, l’interlocutore principale per chi vuole attaccare i fondamentalisti da un punto di vista teologico e dottrinale. Tuttavia la manovra del Papa rischia di focalizzare l’attenzione proprio degli islamici radicali sui rapporti con il principale esponente del cattolicesimo, individuato come fattore di contaminazione della purezza e supremazia religiosa della fede islamica su qualunque altra confessione. Ciò potrebbe portare a volere colpire gli islamici moderati egiziani come monito per chi si vuole contaminare con le altre fedi attraverso il dialogo. La strategia del Pontefice e del Vaticano è quella, non tanto di combattere entità come lo Stato islamico, ma di cercare di prevenirne di nuove; nello stesso tempo ciò vale ancheper i musulmani moderati, che nello stesso tempo, mirano a promuovere una integrazione dei tanti musulmani presenti in Europa, nei paesi di emigrazione. Questo intento ha come obiettivo anche quello di evitare la radicalizzazione al di fuori del mondo arabo, che tanta avversione ha creato ai credenti islamici non radicali. Una preoccupazione analoga vale anche per il Papa, che mira a creare una rete di protezione per i cristiani nelle regioni arabe, per evitare le persecuzioni a cui sono stati sottoposti i seguaci del cristianesimo. L’obiettivo finale e congiunto è creare o, meglio, ricreare, un regime di convivenza e reciproco rispetto, come elemento fondamentale della sicurezza reciproca e come fattore di isolamento del fenomeno radicale. Il Pontefice, proprio con la visita in Egitto, parte dalla ricerca della protezione e del rispetto dei cristiani copti, che vantano una presenza millenaria sul territorio e che rappresentano una parte importante del tessuto sociale egiziano, pur essendo minoranza religiosa. Nella strategia vaticana è importante che un paese importante come l’Egitto, da molti sempre visto come lo stato guida della regione araba, assuma un impegno formale nella protezione dei credenti cristiani, perchè ciò potrà costituire un esempio anche per altri stati di confessione islamica. Lo stato del Vaticano è però conscio che la posizione del governo de Il Cairo, riconosciuto come una dittatura da più parti, potrebbe risultare non gradito alle potenze occidentali, tuttavia, il pontefice potrebbe fare appello alla propria influenza anche per cercare di migliorare l’atteggiamento di Al-Sisi ed attenuare la violazione dei diritti civili che sta patendo il paese. D’altro canto garantire la libertà religiosa, può diventare uno strumento fondamentale per il governo egiziano al fine di riguadagnare considerazione sulla scena diplomatica e la ribalta della visita del Papa assicura una visibiltà mondiale che deve essere continuata per portare l’Egitto fuori dall’attuale isolamento. Il paese delle piramidi, che ha fallito la prova della democrazia, potrebbe diventare un laboratorio di tolleranza religiosa, esempio per tutti i paesi arabi, e ciò potrebbe costituire un punto di partenza anche per un eventuale sviluppo della democrazia, soffocata, prima dalle modalità di governo dei Fratelli musulmani e poi dalla giunta militare, ma che il reciproco rispetto religioso potrebbe fare diventare di nuovo ed in maniera estesa, una necessità del popolo egiziano, anche di quello laico.

Le implicazioni dell’intervento in Libia

La Libia torna al centro dell’attenzione mondiale dopo la decisione di Obama di bombardare la zona di Bengasi doe si trovano le forze dello Stato islamico. Sono infatti diverse le possibili ricadute delle azioni militari statunitensi: la prima considerazione che occorre fare è se questa decisione potrà spostare dei voti nella campagna elettorale USA. Il presidente americano uscente è stato spesso attaccato sia dal proprio partito, che dai repubblicani di scarsa volontà di intervento, la decisione di agire in Libia avviene nella fase terminale del proprio mandato e non può avere ripercussioni sulla sua immagine politica, piuttosto potrebbe mettere in difficoltà Trump ed il suo partito, perchè si tratta di una decisione difficilmente criticabile. Sul lato democratico, Hillary Clinton si è sempre presentata come maggiormente interventista, anche attraverso l’impiego della forza militare, nelle crisi internazionali e, per questo motivo, ha anche criticato Obama. Per la candidata democratica potrebbe trattarsi di un anticipo della modalità della gestione delle crisi che intende adottare, se sarà eletta. Visto in questa ottica, quindi, l’intervento militare in Libia può essere letto anche come fattore di politica interna, teso a mettere in difficoltà i repubblicani, a cui non sembra convenire criticare la decisione della Casa Bianca. Diverso è il caso se l’azione militare non si limiterà all’intervento aereo, ma dovesse vedere coinvolti militari americani sul terreno. Su questo punto sembra difficile che Obama cambi l’impostazione che ha contraddistinto il suo mandato e che è stata quella di evitare il coinvolgimento di soldati statunitensi su nuovi teatri di guerra; tuttavia l’azione militare aerea è stata programmata per almeno un mese, in modo da assestare un colpo pressochè definitivo alle milizie del califfato sul suolo libico. In questo periodo, non certo breve, potrebbe essere necessario un appoggio logistico sul terreno, che i militari libici potrebbero non essere in grado di assicurare, o, peggio, si potrebbe presentare la necessità di recuperare il personale impiegato sugli aerei in caso di abbattimento. In questi casi il ritorno di immagine potrebbe diventare negativo e facilitare il partito repubblicano. Resta ovvio che un successo della missione non sarebbe soltanto a favore di Obama, ma rappresenterebbe un motivo di crescita nei consensi del partito democratico. Oltre le questioni americane occorre, però, guardare anche verso i problemi che questa azione potrebbe sollevare in Europa. La nazione maggiormente interessata sembra essere l’Italia, seguita da Francia ed Inghilterra. Roma è coinvolta direttamente nelle azioni di bombardamento per avere concesso il proprio spazio aereo, necessario per raggiungere la Libia, agli aerei militari statunitensi, che starebbero usando anche una base in Sicilia. Ciò potrebbe esporre il paese italiano a rappresaglie terroristiche, che sono già state minacciate dagli uomini dello Stato islamico. Occorre specificare che l’Italia è meno soggetta a combattenti di ritorno, più motivati a compiere attentati. Questo problema riguarda in misura maggiore la Francia e poi l’Inghilterra, dove le comunità musulmane sono più consistenti ed registrano al loro interno un tasso crescente di fondamentalismo. In questi casi l’azione militare americana potrebbe offrire, se mai ce ne fosse bisogno, il pretesto per nuovi attentati. Per l’Italia il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di un incremento migratorio, sia proveniente dalle zone di guerra, sia usato come forma di pressione dal governo di Tripoli, che non riconosce l’esecutivo che ha richiesto l’aiuto americano. Oltre alle problematica di natura gestionale del fenomeno, sia di natura pratica, che inerente al dibattito politico interno italiano, esiste anche la possibilità maggiore che terroristi possano usare questo metodo per entrare nel paese. La questione espone quindi Roma ad un pericolo maggiore, tuttavia la necessità di debellare dalle coste libiche la presenza del califfato appare prioritaria. Occorre poi considerare come potrà essere affrontato il futuro del paese libico una volta che lo Stato islamico venisse sconfitto. Si tratta di un argomento non certo secondario, giacchè l’errore di lasciare la Libia a se stessa dopo la caduta di Gheddafi non deve essere ripetuto. Tra gli alleati occidentali esistono visioni differenti: gli USA preferirebbero mantenere la composizione attuale del paese, mentre in occidente viene presa in considerazione la possibilità di creare più stati più rispondenti alle strutture sociali e politiche presente sul territorio; questa soluzione potrebbe favorire una spartizione del potere pacifica senza sfociare di nuovo in una guerra civile, in grado di riportare il paese in una pericolosa alterazione degli equilibri e favorire ancora, di conseguenza, il contagio terroristico.

Gli USA colpiscono lo Stato islamico in Siria

L’appello del governo libico, riconosciuto dalla comunità internazionale, agli Stati Uniti per un aiuto militare contro le formazioni dello Stato islamico presenti nella Sirte è stato accolto. Gli aerei militari statunitensi hanno bombardato obiettivi militari del califfato presenti nella città di Bengasi, che è diventata l’avamposto dello Stato islamico in Libia. L’instaurazione degli integralisti islamici al centro del paese libico è stata una conseguenza della profonda instabilità in cui è precipitato il paese dopo la fine del colonnello Gheddafi; infatti la Libia attualmente ha tre governi che non riescono ancora a trovare una sintesi per arrivare ad un accordo. Nella situazione di guerra civile del paese, con le milizie legate, oltre che ai vari governi, anche a gruppi criminali, una sorta di tutti contro tutti, lo Stato islamico si è ricavato uno spazio dove esercitare una propria sovranità sull’esempio di quanto accaduto in Siria ed Iraq, creando una forza militare composta sia da uomini libici, che da combattenti stranieri provenienti, per la maggior parte dei casi, dai paesi arabi della fascia del mediterraneo meridionale. Questo aspetto ha creato notevole apprensione sia nei paesi vicini, per le possibili conseguenze del ritorno di miliziani del califfato nel proprio paese di origine, sia negli stessi USA, che vedono incrementare la quota dei combattenti stranieri presenti all’interno delle forze dello Stato islamico. Anche se questa ragione non è quella che determinato l’intervento, ha senz’altro contribuito nelle ragioni dell’intervento diretto americano, che sono da individuare principalmente, però, nella necessità di limitare l’azione dello Stato islamico in Libia, contestualmente all’avanzata in Iraq e Siria. Ma non è secondario neppure il tentativo di stabilizzare la zona libica, come prevenzione di una potenziale creazione di una base estremista islamica situata sulle coste di fronte all’Europa. L’azione militare statunitense è servita da appoggio alle formazioni libiche che lottano contro quelle dello Stato islamico, in una guerra che dura da tempo. Le modalità di intervento prevedono di colpire obiettivi specifici, in grado di indebolire la capacità militare del califfato in Libia e dovrebbero essere caratterizzate da un alto grado di precisione per evitare nel maggior modo possibile ogni ricaduta sulla popolazione civile. Lo stretto coordinamento con il governo libico e la sua stessa richiesta diretta alla Casa Bianca, costituisce una sorta di autorizzazione all’azione militare su territorio estero, che dovrebbe mettere al riparo Washington da contraccolpi diplomatici. Questa azione delle forze aeree USA in Libia non rappresenta una novità assoluta, l’elemento nuovo è che nelle precedenti azioni sono stati usati i droni, mentre ora si è tornati ad effettuare i bombardamenti con aerei pilotati, cosa che non accadeva da due anni a questa parte. L’azione militare , che è stata autorizzata da Obama, rientra nella dottrina presidenziale, che cerca di evitare il coinvolgimento delle truppe americane sul terreno e di operare dal cielo a fianco di corpi militari locali impegnati nelle azioni di terra; in realtà, in Libia, sarebbe stata segnalata la presenza di forze speciali appartenenti a paesi occidentali impegnate sul terreno, sia nella funzione di appoggio materiale alle forze libiche nei combattimenti, che con funzioni di addestramento. Anche in questi casi non si tratta di un impegno troppo vasto ma limitato al conseguimento di obiettivi strategici per facilitare le forze della Libia nel conflitto contro il califfato. Per gli Stati Uniti, ma anche per le nazioni europee è diventato di prioritaria importanza che lo Stato islamico sia sconfitto in Libia, perchè ciò costituisce il fattore essenziale per consentire al paese di raggiungere le condizioni necessarie per cercare di avere un equilibrio interno tra le varie fazioni e dare così stabilità e continuità di governo. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia concentrata maggiormente sulle vicende mediorientali, l’importanza che la Libia riveste nello scacchiere mediterraneo appare enorme, sopratutto se vista in rapporto alle conseguenze degli elementi presenti al suo interno capaci di riflettersi sui paesi europei: tra cui i maggiori sono la questione dell’immigrazione, quella energetica e quella della possibile contaminazione terroristica sulle società occidentali. Riportare la questione libica al centro dell’interesse internazionale, non soltanto dal punto di vista diplomatico, ma anche da quello militare, significa compiere un opera di prevenzione necessaria che è stata rimandata troppo a lungo.

L’Egitto si offre come mediatore tra Israele e Palestina

La proposta del governo egiziano di diventare un mediatore nel conflitto tra palestinesi ed arabi è giunta inaspettata, ma rientra in una logica che risponde ad un puro calcolo politico, che possa consentire all’Egitto di uscire dall’attenzione mediatica internazionale per le dure repressioni messe in atto dal governo de Il Cairo ed acquistare il prestigio perduto. Per gli USA ogni alleato trovato sulla strada della pacificazione tra israeliani e palestinesi è sempre ben accetto, anche se, nel caso egiziano, si tratta, senza dubbio, di un alleato scomodo, con il quale i contatti non si sono interrotti, ma allentati, proprio per lo scarso rispetto dei diritti umani dimostrato da Al Sisi. Tuttavia è pur vero che Washington, seppure tra mille incertezze, per il momento continua a preferire il regime in vigore all’unica possibile alternativa di un ritorno dei Fratelli musulmani, troppo condizionati dall’elemento islamico radicale. La Casa Bianca ha condannato le repressioni violente di Al Sisi, ma non ha interrotto del tutto i rapporti e non ha condannato in modo sufficientemente grave la continua violazione dei diritti a danno della popolazione egiziana, perchè vede, comunque nel regime egiziano un argine alla possibile avanzata islamista e quindi anche dello Stato islamico, fino alle rive del Mediterraneo meridionale. La mediazione di Al Sisi è anche gradita ad Israele, sia al governo, che all’opposizione, per la posizione che Il Cairo ha mantenuto nel Sinai, ostacolando gli estremisti contro il paese israeliano, inoltre tra i due paesi, dopo la caduta dei Fratelli musulmani i rapporti tra i rispettivi esecutivi sono più che buoni, come lo erano tra Israele e Mubarak, perchè a Tel Aviv hanno individuato il governo in carica tutt’altro che ostile, di impronta laica e poco incline ad una islamizzazione del paese. Tra i due governi sono in corso collaborazioni reciproche, anche se non ufficiali, per garantire la rispettiva sicurezza. Anche per i palestinesi l’Egitto rappresenta un interlocutore affidabile, forse di più per l’Organizzazione della liberazione della Palestina, che governa la Cisgiordania, che per Hamas, che di fatto amministra la striscia di Gaza e ha dovuto patire conseguenze pratiche dall’occupazione militare del Sinai da parte del governo egiziano in carica. L’antefatto alla proposta egiziano sono state le difficoltà per convocare una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente, a cui sono stati invitati paesi arabi ed occidentali; questa conferenza è una iniziativa francese non gradita ad Israele, per cui rischiava di diventare l’ennesimo fallimento diplomatico. L’Egitto, al contrario, si è detto favorevole anche a questa iniziativa, dimostrando una volontà di giocare a tutto campo per promuovere una pace, che dovrebbe avere come risultato ultimo la creazione dello stato palestinese; è chiaro che un risultato del genere, mai raggiunto fino ad ora è, forse, un obiettivo troppo grande, ma il solo tentativo rappresenta per l’Egitto una occasione per distrarre l’opinione pubblica internazionale, troppo concentrata sull’operato repressivo del governo de Il Cairo. Queste valutazioni portano necessariamente ad una domanda che non può non essere posta: le intenzioni di Al Sisi sono sincere? Una risposta negativa non farebbe che presumere l’ennesima perdita di tempo nella questione tra israeliani e palestinesi e quindi un tentativo inutile, tuttavia, anche se è chiaro quali siano le intenzioni egiziane è innegabile che per l’atteggiamento favorevole di Israele, siamo di fronte ad una occasione da non sprecare. Se l’Egitto raggiungesse l’obiettivo a cui non si è mai arrivati, gli andrebbero riconosciuti i propri meriti, ma questo non dovrebbe impedire di continuare a rilevare la situazione interna; certamente Al Sisi godrebbe di un prestigio internazionale aumentato, ma questo dovrà essere limitato o impedito da un ruolo maggiormente attivo degli Stati Uniti e dei paesi occidentali, che dovranno sfruttare la presenza dell’occasione di un mediatore gradito alle due parti per accelerare il processo di pace. Occorre ancora considerare un ulteriore aspetto vantaggioso per l’Egitto, per favorire il processo di pace, oltre a sviare l’attenzione internazionale su quanto succede nel suo territorio: il raggiungimento della pace tra israeliani e palestinesi e la creazione di uno stato autonomo palestinese, potrebbe determinare la fine della situazione instabile nel Sinai egiziano, dove dovrebbe terminare la presenza fondamentalista a favore di Hamas, regolarmente inquadrata in uno stato sovrano, così come dovrebbe finire l’embargo nella striscia di Gaza; questo darebbe una maggiore solidità alla situazione interna anche dell’Egitto. Sfruttare questo aspetto da parte dei governi occidentali appare fondamentale, per poi potere anche incidere sulla questione del rispetto dei diritti e per cercare di riportare nel paese quella democrazia, che sembrava raggiunta con la fine politica di Mubarak.

L’instabile situazione egiziana

I recenti fatti egiziani dimostrano che il paese governato da Al Sisi è ritornato in un grave stato di instabilità, contraddistinto da una feroce politica di repressione, ma anche da una pericolosa spaccatura che attraversa la società egiziana. Dalla primavera araba, alla caduta di Mubarak, fino all’instaurazione per via democratica della dittatura islamica di Mursi si è ritornati all’inizio alla dittatura militare di Al Sisi, costruita sul modello di quella di Mubarak, ma ancora più violenta e repressiva. Quello che impressiona sono le modalità dell’esercizio della violenza, attuata con sempre maggiore vigore e di fronte ad una opinione pubblica internazionale incapace di sostanziali azioni di contrasto, per il timore di una nuova presa di potere degli islamisti. Questo è il fatto centrale che impedisce ad uno scenario internazionale inorridito dalla repressione del governo de Il Cairo, di attuare le dovute contromisure, come le sanzioni, per fermare le pratiche repressive; d’altro canto è proprio su questo fattore che Al Sisi fonda i suoi metodi e la sua impunità, tuttavia, la crescente insoddisfazione del popolo egiziano, basata su ragioni economiche, oltre che politiche, sembra andare verso le condizioni che hanno determinato la caduta di Mubarak, con una tragica replica di quanto già visto. Se, da un lato, è pure vero che l’esercito continua ad essere la forza dominante del paese, anche nei settori delle forze armate starebbero emergendo preoccupazioni relative alla crescente diffidenza di ampi settori del panorama internazionale, che cominciano a chiedersi quale sia il male minore tra la repressione di Al Sisi ed il possibile ritorno degli islamisti. In realtà una via d’uscita potrebbe essere rappresentata da una alleanza dei settori moderati delle forze armate con gli esponenti dei partiti laici, anch’essi, per ora, oggetto della repressione. Occorre ricordare che, pur non condividendo i metodi dell’attuale governo, praticati contro i Fratelli musulmani, che avevano instaurato una dittatura religiosa, le forze laiche all’inizio avevano parzialmente appoggiato Al Sisi, nella speranza di portare il paese verso un pluralismo democratico che non avesse l’influsso degli islamisti, ma nemmeno dei militari. In altri termini Al Sisi veniva visto come una sorta di passaggio essenziale per una evoluzione democratica dell’Egitto. I rappresentanti dei partiti democratici si sono accorti presto dell’errore di valutazione compiuto nei confronti del generale, che ha voluto instaurare un dittatura militare nella quale concentrava gran parte del potere statale. Le offerte di facciata di Al Sisi, prontamente rifiutate dai democratici, ne hanno poi determinato il loro allontanamento ufficiale dalla vita politica, ponendo fuori legge tutti i partiti. Dal punto di vista internazionale, abbiamo visto, che il regime sfrutta la paura occidentale per gli islamisti, anche se questa visione non è più così scontata, ma dal punto di vista interno il governo non ha fattori altrettanto convincenti per sedare il malcontento popolare. Una dittatura è già difficile da sopportare con condizioni economiche positive, ma la situazione egiziana, da questo punto di vista, registra minimi storici tali da essere molto preoccupanti per che deve assicurare il controllo del fronte interno, oltretutto aggravati da una corruzione che registra livelli sempre più alti e che riguarda i detentori del potere a tutti i livelli. Si spiega così un uso incessante di una propaganda a cui pochi credono ancora e l’utilizzo di una repressione senza ritegno, che colpisce oppositori e giornalisti, sia egiziani, che stranieri. In questi giorni i casi di scomparsa di attivisti ed oppositori del regime sembrano aumentati, diventando così una prova indiretta delle responsabilità della morte del ricercatore italiano, impegnato in una analisi dei sindacati del paese, che continuano ad essere un potenziale soggetto di contrasto al regime. In questo quadro i fedeli di Al Sisi stanno diventando una minoranza, sempre sostanziosa, ma comunque in diminuzione, che si attesta, prima di tutto nei militari, ma anche nelle classi più agiate dell paese, le stesse che godevano di privilegi al tempo di Mubarak, tuttavia la crescente pressione sociale dei ceti più sfortunati, denota un atteggiamento di disperazione nei confronti della situazione del paese, che non sembra potere decrescere, ma è anzi, destinata ad aumentare. Si tratta di un segnale molto indicativo per Al Sisi, che dovrebbe ricordare quello che è accaduto a Mubarak, per cercare di cambiare il proprio modo di governare, sempre che non sia troppo tardi, viceversa il futuro del generale egiziano sembra segnato e ciò potrebbe aprire nel paese scenari troppo inquietanti per le ripercussioni internazionali per essere trascurati dalle potenze occidentali e dalle stesse Nazioni Unite, che dovrebbero adoperarsi per una transizione morbida e guidata per evitare ulteriore violenza in una nazione chiave degli equilibri regionali.

L’arrivo del governo appoggiato dalle Nazioni Unite provoca tensione in Libia

Usando una sottile differenza nella definizione del gruppo che è arrivato ieri a Tripoli, in rappresentanza del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, il premier designato Fayez Al Sarraj ha proclamato l’entrata in funzione del proprio esecutivo. Tuttavia la differenza semantica tra “Consiglio Presidenziale”, inteso come gruppo ristretto del governo, rispetto a tutto l’esecutivo vero e proprio, rivela l’intenzione del premier di non alzare il livello di uno scontro, già di per se elevato, con gli altri governi presenti nel paese libico. Il modo stesso di arrivare da Tunisi del capo del governo, che è arrivato nella capitale con un mezzo navale, anziché con un aereo rivela tutta la difficoltà del compito che attende l’esecutivo appoggiato dalle nazioni Unite. In Libia, attualmente ci sono tre governi, più il potere esercitato dallo Stato islamico, che sfrutta proprio la debolezza politica e la divisione del paese. Oltre al governo, che dovrebbe essere di unità nazionale, che gode del favore delle Nazioni Unite, vi è il governo di Tripoli, che è caratterizzato da una più o meno moderata tendenza confessionale e quello rifugiato a Tobruk, che, secondo il responso elettorale sarebbe quello legittimo ed anche riconosciuto dalla comunità internazionale. L’atteggiamento del governo di Tripoli verso l’esecutivo delle Nazioni Unite è di aperta ostilità ed infatti lo ha definito “gruppo di intrusi” ed ha fatto appello a tutti i rivoluzionari a mobilitarsi contro questo esecutivo che viene considerato usurpatore. Il governo delle nazioni Unite è ospitato in una base della Marina Militare libica, che è stata subito circondata da mezzi armati dei sostenitori del governo di Tripoli, provocando una forte tensione in città. Esiste anche il rischio concreto che si dia avvio ad un forte contrasto tra le diverse armi delle forze armate libiche, dato che la Marina, come si è visto, appoggia il governo delle Nazioni Unite, mentre l’esercito, tramite il suo portavoce, ha dichiarato la sua contrarietà per la connotazione troppo religiosa del governo. Questo punto avrebbe dovuto rappresentare un motivo di riflessione più approfondito da parte delle Nazioni Unite, giacché il premier Fayez Al Sarraj ha ribadito che la sharia resta la fonte del diritto da applicare allo stato libico. Se questa mossa è studiata per arrivare ad una conciliazione con il governo di Tripoli, sembra già fallita, mentre l’aperta contrarietà dell’esercito rappresenta un fattore potenzialmente notevolmente destabilizzante del percorso di unificazione del paese. Anche con il governo di Tobruk i rapporti non sono buoni, dato che l’esecutivo legittimamente eletto ha bocciato per cinque volte consecutive la fiducia all’esecutivo delle Nazioni Unite. Tutti questi particolari indicano come probabile il fallimento di questo governo e suscitano interrogativi sulla scelta delle Nazioni Unite, che pare un azzardo, dato che cerca di imporre in un paese dove sono già presenti due governi, un terzo esecutivo che costituisce un elemento aggiuntivo di contrasto; inoltre il carattere apertamente confessionale di questo governo, che, ricordiamo, riconosce la legge islamica come legge fondamentale dello stato, appare un fattore di turbativa nella società libica ed in contrasto con ogni prospettiva futura di pacificazione, rischiando di replicare la situazione egiziana, dove si è innescato un colpo di stato militare, anche il Libia l’esercito è contro l’islamizzazione della politica, con gli effetti attuali che sono sotto gli occhi di tutti. Forse una soluzione sarebbe quella di dare l’avvio ad una divisione del paese sulla base dell’assetto presente prima della conquista coloniale italiana, che ha causato la formazione della Libia cone nazione unica senza le necessarie basi storiche, politiche e culturali che potessero sostenerne l’unificazione, se non sotto una forma di governo autoritaria. Per fare ciò è però necessario liberare la parte centrale del paese dall’occupazione dello Stato islamico e l’intenzione delle potenze occidentali è quella di non impegnarsi direttamente sul terreno, ma di creare le condizioni affinché questo conflitto sia condotto e vinto dagli stessi libici. L’intenzione delle Nazioni Unite, vista in questa ottica potrebbe avere un senso, tuttavia, la scelta non unisce ma sembra ottenere ancora maggiori divisioni, indebolendo la struttura del paese e favorendo proprio la presenza delle truppe del califfato. In sostanza il rimedio studiato dalle Nazioni Unite appare peggiorativo e, se si vuole puntare su una prossima divisione del paese, per pacificare l’intero territorio si potrebbe studiare una forma di collaborazione temporanea , imperniata su pochi punti fondamentali, tra Tripoli e Tobruk, finalizzata alla liberazione del territorio occupato dallo Stato islamico per poi affrontare in maniera più serena una eventuale divisione amministrativa del paese in più unità sovrane, anche federate, possibilmente alleate all’occidente dal quale dovrebbero avere tutto l’aiuto economico e politico per stabilizzare tutto il territorio libico.