L’Egitto alle elezioni

Le elezioni presidenziali egiziane, che si svolgono in queti giorni, hanno un esito già definito. Le alternative per i circa sessanta milioni di elettori non sono molte e l’unica candidatura, oltre al presidente uscente Al Sisi, che uscirà vittorioso dalle urne, è un politico che fa parte di un partito che ha sempre fornito tutto il suo appoggio al governo in carica. Una elezione, quindi, che ha come valore soltanto l’espletamento di un dovere legale, senza una effettiva competizione, perchè si svolge all’interno dello stesso campo politico. Messi fuori gioco i Fratelli musulmani, formazione politica che aveva vinto le ultime elezioni dove vi era stata un reale contraddittorio, ma, che, successivamente all’insediamento al potere avevano abusato della loro posizione maggioritaria, tutte le altre formazioni o i competitori in grado di raccogliere un numero di consensi significativo, sono stati costretti ad uscire dalla vita politica attiva del paese. Le modalità sono note: l’uso della forza è stato preponderante nella dialettica politica egiziana, attraverso la tortura, la pena di morte ed in generale il terrore e la repressione come strumenti di politica a senso unico. Se, all’inizio, Questa metodologia è stata usata contro gli oppositori di matrice politico religiosa, successivamente la dittatura egiziana ha ampliato la sua azione anche contro partiti e movimenti più moderati o di natura laica, che reclamavano soltanto un maggiore tasso di democrazia nel paese. Questa spaccatura nella società egiziana può essere la ragione del maggiore timore del vincitore già annunciato: l’astensionismo. Infatti una bassa affluenza alle urne potrebbe determinare una minore legittimazione dell’investitura di Al Sisi e potrebbe, di conseguenza, aggravare i problemi sul piano internazionale; il governo egiziano è stato sottoposto a giudizi profondamente negativi, proprio a causa della violenza delle repressioni a cui sono stati sottoposti gli oppositori, tuttavia, nessun provvedimento pratico, come ad esempio le sanzioni, è mai stato preso contro Il Cairo. Il governo egiziano svolge un compito essenziale per l’occidente in funzione anti integralismo islamico, ruolo, peraltro molto apprezzato anche da buona parte della società del paese, che preferisce una dittatura militare ad una dittatura religiosa, come era diventato l’Egitto con i Fratelli musulmani al governo. In questa parte, più o meno favorevole al regime, è compresa la minoranza dei cristiani, che, comunque, arrivano ad essere circa il quindici per cento del totale della popolazione; con Al Sisi al governo i cristiani si sono sentiti maggiormente tutelati e le previsioni sono che voteranno quasi interamente a suo favore. Il vero pericolo di queste elezioni sono i possibili attentati, che richiamerebbero l’attenzione sull’Egitto e potrebbero compromettere il controllo del paese del presidente in carica. Per questo motivo sono state attivate misure di controllo ancora più stringenti sul paese, anche se la zona ritenuta più pericolosa è sempre quella del Sinai. In questo territorio la presenza di diverse componenti del terrorismo islamico, saldate con le parti più estreme dei movimenti palestinesi, hanno costretto le forze armate egiziane ad una azione costante e massiccia, che non è ancora chiaro quali risultati abbia dato. I militari egiziani sono sostenuti dagli alleati statunitensi ed israeliani nel contrasto alle forze avverse che trovano rifugio nel deserto del Sinai e questa alleanza è la migliore giustificazione internazionale della permanenza di Al Sisi al governo del paese, proprio in funzione di evitare all’Egitto una deriva fondamentalista islamica. Per quanto riguarda la situazione interna, l’economia è in una situazione molto difficile ed il paese sopravvive grazie ai contributi esteri, che vengono concessi proprio mantenere un controllo su ormai improbabili ritorni del fondamentalismo islamico. La popolazione egiziana sembra accettare il governo del Generale, anche per la mancanza di alternative valide, dovute, sia alla repressione, che all’esaurimento del consenso per gli altri movimenti che non hanno saputo o voluto integrarsi con il regime di Al Sisi. Quello che appare è una sorta di rassegnazione che risulta essere l’elemento determinate di questa tornata elettorale.

La visita del Papa in Egitto

La missione in Egitto di Papa Francesco, che diventa il ventisettesimo stato visitato dal pontefice, riveste un duplice ruolo, sia diplomatico, all’interno del dialogo delle fedi, necessario per l’attenuazione dei fondamentalisti, sia per portare alla comunità cristiana egiziana, che è la più importante del medio oriente, con i suoi quasi dieci milioni di fedeli, una vicinanza che vuole significare e sottolienare l’importanza della presenza cristiana nella regione, sopratutto dopo le persecuzioni degli islamici radicali. Il tentativo del Vaticano è quello di favorire un dialogo con l’islamismo moderato, come costruzione di un ponte interculturale basato sui rapporti interreligiosi, quale strumento di affermazione del necessario rapporto di convivenza all’insegna del reciproco rispetto e collaborazione. Gli interlocutori del Papa sono i religiosi islamici moderati, che sono storicamente radicati nel paese egiziano, grazie anche alla conduzione della più importante scuola teologica islamica, fondata nel decimo secolo e che conta circa 300.000 studenti. L’influenza di questa istituzione islamica è preponderante nel mondo confessionale arabo e rappresenta, quindi, l’interlocutore principale per chi vuole attaccare i fondamentalisti da un punto di vista teologico e dottrinale. Tuttavia la manovra del Papa rischia di focalizzare l’attenzione proprio degli islamici radicali sui rapporti con il principale esponente del cattolicesimo, individuato come fattore di contaminazione della purezza e supremazia religiosa della fede islamica su qualunque altra confessione. Ciò potrebbe portare a volere colpire gli islamici moderati egiziani come monito per chi si vuole contaminare con le altre fedi attraverso il dialogo. La strategia del Pontefice e del Vaticano è quella, non tanto di combattere entità come lo Stato islamico, ma di cercare di prevenirne di nuove; nello stesso tempo ciò vale ancheper i musulmani moderati, che nello stesso tempo, mirano a promuovere una integrazione dei tanti musulmani presenti in Europa, nei paesi di emigrazione. Questo intento ha come obiettivo anche quello di evitare la radicalizzazione al di fuori del mondo arabo, che tanta avversione ha creato ai credenti islamici non radicali. Una preoccupazione analoga vale anche per il Papa, che mira a creare una rete di protezione per i cristiani nelle regioni arabe, per evitare le persecuzioni a cui sono stati sottoposti i seguaci del cristianesimo. L’obiettivo finale e congiunto è creare o, meglio, ricreare, un regime di convivenza e reciproco rispetto, come elemento fondamentale della sicurezza reciproca e come fattore di isolamento del fenomeno radicale. Il Pontefice, proprio con la visita in Egitto, parte dalla ricerca della protezione e del rispetto dei cristiani copti, che vantano una presenza millenaria sul territorio e che rappresentano una parte importante del tessuto sociale egiziano, pur essendo minoranza religiosa. Nella strategia vaticana è importante che un paese importante come l’Egitto, da molti sempre visto come lo stato guida della regione araba, assuma un impegno formale nella protezione dei credenti cristiani, perchè ciò potrà costituire un esempio anche per altri stati di confessione islamica. Lo stato del Vaticano è però conscio che la posizione del governo de Il Cairo, riconosciuto come una dittatura da più parti, potrebbe risultare non gradito alle potenze occidentali, tuttavia, il pontefice potrebbe fare appello alla propria influenza anche per cercare di migliorare l’atteggiamento di Al-Sisi ed attenuare la violazione dei diritti civili che sta patendo il paese. D’altro canto garantire la libertà religiosa, può diventare uno strumento fondamentale per il governo egiziano al fine di riguadagnare considerazione sulla scena diplomatica e la ribalta della visita del Papa assicura una visibiltà mondiale che deve essere continuata per portare l’Egitto fuori dall’attuale isolamento. Il paese delle piramidi, che ha fallito la prova della democrazia, potrebbe diventare un laboratorio di tolleranza religiosa, esempio per tutti i paesi arabi, e ciò potrebbe costituire un punto di partenza anche per un eventuale sviluppo della democrazia, soffocata, prima dalle modalità di governo dei Fratelli musulmani e poi dalla giunta militare, ma che il reciproco rispetto religioso potrebbe fare diventare di nuovo ed in maniera estesa, una necessità del popolo egiziano, anche di quello laico.

Le implicazioni dell’intervento in Libia

La Libia torna al centro dell’attenzione mondiale dopo la decisione di Obama di bombardare la zona di Bengasi doe si trovano le forze dello Stato islamico. Sono infatti diverse le possibili ricadute delle azioni militari statunitensi: la prima considerazione che occorre fare è se questa decisione potrà spostare dei voti nella campagna elettorale USA. Il presidente americano uscente è stato spesso attaccato sia dal proprio partito, che dai repubblicani di scarsa volontà di intervento, la decisione di agire in Libia avviene nella fase terminale del proprio mandato e non può avere ripercussioni sulla sua immagine politica, piuttosto potrebbe mettere in difficoltà Trump ed il suo partito, perchè si tratta di una decisione difficilmente criticabile. Sul lato democratico, Hillary Clinton si è sempre presentata come maggiormente interventista, anche attraverso l’impiego della forza militare, nelle crisi internazionali e, per questo motivo, ha anche criticato Obama. Per la candidata democratica potrebbe trattarsi di un anticipo della modalità della gestione delle crisi che intende adottare, se sarà eletta. Visto in questa ottica, quindi, l’intervento militare in Libia può essere letto anche come fattore di politica interna, teso a mettere in difficoltà i repubblicani, a cui non sembra convenire criticare la decisione della Casa Bianca. Diverso è il caso se l’azione militare non si limiterà all’intervento aereo, ma dovesse vedere coinvolti militari americani sul terreno. Su questo punto sembra difficile che Obama cambi l’impostazione che ha contraddistinto il suo mandato e che è stata quella di evitare il coinvolgimento di soldati statunitensi su nuovi teatri di guerra; tuttavia l’azione militare aerea è stata programmata per almeno un mese, in modo da assestare un colpo pressochè definitivo alle milizie del califfato sul suolo libico. In questo periodo, non certo breve, potrebbe essere necessario un appoggio logistico sul terreno, che i militari libici potrebbero non essere in grado di assicurare, o, peggio, si potrebbe presentare la necessità di recuperare il personale impiegato sugli aerei in caso di abbattimento. In questi casi il ritorno di immagine potrebbe diventare negativo e facilitare il partito repubblicano. Resta ovvio che un successo della missione non sarebbe soltanto a favore di Obama, ma rappresenterebbe un motivo di crescita nei consensi del partito democratico. Oltre le questioni americane occorre, però, guardare anche verso i problemi che questa azione potrebbe sollevare in Europa. La nazione maggiormente interessata sembra essere l’Italia, seguita da Francia ed Inghilterra. Roma è coinvolta direttamente nelle azioni di bombardamento per avere concesso il proprio spazio aereo, necessario per raggiungere la Libia, agli aerei militari statunitensi, che starebbero usando anche una base in Sicilia. Ciò potrebbe esporre il paese italiano a rappresaglie terroristiche, che sono già state minacciate dagli uomini dello Stato islamico. Occorre specificare che l’Italia è meno soggetta a combattenti di ritorno, più motivati a compiere attentati. Questo problema riguarda in misura maggiore la Francia e poi l’Inghilterra, dove le comunità musulmane sono più consistenti ed registrano al loro interno un tasso crescente di fondamentalismo. In questi casi l’azione militare americana potrebbe offrire, se mai ce ne fosse bisogno, il pretesto per nuovi attentati. Per l’Italia il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di un incremento migratorio, sia proveniente dalle zone di guerra, sia usato come forma di pressione dal governo di Tripoli, che non riconosce l’esecutivo che ha richiesto l’aiuto americano. Oltre alle problematica di natura gestionale del fenomeno, sia di natura pratica, che inerente al dibattito politico interno italiano, esiste anche la possibilità maggiore che terroristi possano usare questo metodo per entrare nel paese. La questione espone quindi Roma ad un pericolo maggiore, tuttavia la necessità di debellare dalle coste libiche la presenza del califfato appare prioritaria. Occorre poi considerare come potrà essere affrontato il futuro del paese libico una volta che lo Stato islamico venisse sconfitto. Si tratta di un argomento non certo secondario, giacchè l’errore di lasciare la Libia a se stessa dopo la caduta di Gheddafi non deve essere ripetuto. Tra gli alleati occidentali esistono visioni differenti: gli USA preferirebbero mantenere la composizione attuale del paese, mentre in occidente viene presa in considerazione la possibilità di creare più stati più rispondenti alle strutture sociali e politiche presente sul territorio; questa soluzione potrebbe favorire una spartizione del potere pacifica senza sfociare di nuovo in una guerra civile, in grado di riportare il paese in una pericolosa alterazione degli equilibri e favorire ancora, di conseguenza, il contagio terroristico.

Gli USA colpiscono lo Stato islamico in Siria

L’appello del governo libico, riconosciuto dalla comunità internazionale, agli Stati Uniti per un aiuto militare contro le formazioni dello Stato islamico presenti nella Sirte è stato accolto. Gli aerei militari statunitensi hanno bombardato obiettivi militari del califfato presenti nella città di Bengasi, che è diventata l’avamposto dello Stato islamico in Libia. L’instaurazione degli integralisti islamici al centro del paese libico è stata una conseguenza della profonda instabilità in cui è precipitato il paese dopo la fine del colonnello Gheddafi; infatti la Libia attualmente ha tre governi che non riescono ancora a trovare una sintesi per arrivare ad un accordo. Nella situazione di guerra civile del paese, con le milizie legate, oltre che ai vari governi, anche a gruppi criminali, una sorta di tutti contro tutti, lo Stato islamico si è ricavato uno spazio dove esercitare una propria sovranità sull’esempio di quanto accaduto in Siria ed Iraq, creando una forza militare composta sia da uomini libici, che da combattenti stranieri provenienti, per la maggior parte dei casi, dai paesi arabi della fascia del mediterraneo meridionale. Questo aspetto ha creato notevole apprensione sia nei paesi vicini, per le possibili conseguenze del ritorno di miliziani del califfato nel proprio paese di origine, sia negli stessi USA, che vedono incrementare la quota dei combattenti stranieri presenti all’interno delle forze dello Stato islamico. Anche se questa ragione non è quella che determinato l’intervento, ha senz’altro contribuito nelle ragioni dell’intervento diretto americano, che sono da individuare principalmente, però, nella necessità di limitare l’azione dello Stato islamico in Libia, contestualmente all’avanzata in Iraq e Siria. Ma non è secondario neppure il tentativo di stabilizzare la zona libica, come prevenzione di una potenziale creazione di una base estremista islamica situata sulle coste di fronte all’Europa. L’azione militare statunitense è servita da appoggio alle formazioni libiche che lottano contro quelle dello Stato islamico, in una guerra che dura da tempo. Le modalità di intervento prevedono di colpire obiettivi specifici, in grado di indebolire la capacità militare del califfato in Libia e dovrebbero essere caratterizzate da un alto grado di precisione per evitare nel maggior modo possibile ogni ricaduta sulla popolazione civile. Lo stretto coordinamento con il governo libico e la sua stessa richiesta diretta alla Casa Bianca, costituisce una sorta di autorizzazione all’azione militare su territorio estero, che dovrebbe mettere al riparo Washington da contraccolpi diplomatici. Questa azione delle forze aeree USA in Libia non rappresenta una novità assoluta, l’elemento nuovo è che nelle precedenti azioni sono stati usati i droni, mentre ora si è tornati ad effettuare i bombardamenti con aerei pilotati, cosa che non accadeva da due anni a questa parte. L’azione militare , che è stata autorizzata da Obama, rientra nella dottrina presidenziale, che cerca di evitare il coinvolgimento delle truppe americane sul terreno e di operare dal cielo a fianco di corpi militari locali impegnati nelle azioni di terra; in realtà, in Libia, sarebbe stata segnalata la presenza di forze speciali appartenenti a paesi occidentali impegnate sul terreno, sia nella funzione di appoggio materiale alle forze libiche nei combattimenti, che con funzioni di addestramento. Anche in questi casi non si tratta di un impegno troppo vasto ma limitato al conseguimento di obiettivi strategici per facilitare le forze della Libia nel conflitto contro il califfato. Per gli Stati Uniti, ma anche per le nazioni europee è diventato di prioritaria importanza che lo Stato islamico sia sconfitto in Libia, perchè ciò costituisce il fattore essenziale per consentire al paese di raggiungere le condizioni necessarie per cercare di avere un equilibrio interno tra le varie fazioni e dare così stabilità e continuità di governo. Nonostante l’opinione pubblica mondiale si sia concentrata maggiormente sulle vicende mediorientali, l’importanza che la Libia riveste nello scacchiere mediterraneo appare enorme, sopratutto se vista in rapporto alle conseguenze degli elementi presenti al suo interno capaci di riflettersi sui paesi europei: tra cui i maggiori sono la questione dell’immigrazione, quella energetica e quella della possibile contaminazione terroristica sulle società occidentali. Riportare la questione libica al centro dell’interesse internazionale, non soltanto dal punto di vista diplomatico, ma anche da quello militare, significa compiere un opera di prevenzione necessaria che è stata rimandata troppo a lungo.

L’Egitto si offre come mediatore tra Israele e Palestina

La proposta del governo egiziano di diventare un mediatore nel conflitto tra palestinesi ed arabi è giunta inaspettata, ma rientra in una logica che risponde ad un puro calcolo politico, che possa consentire all’Egitto di uscire dall’attenzione mediatica internazionale per le dure repressioni messe in atto dal governo de Il Cairo ed acquistare il prestigio perduto. Per gli USA ogni alleato trovato sulla strada della pacificazione tra israeliani e palestinesi è sempre ben accetto, anche se, nel caso egiziano, si tratta, senza dubbio, di un alleato scomodo, con il quale i contatti non si sono interrotti, ma allentati, proprio per lo scarso rispetto dei diritti umani dimostrato da Al Sisi. Tuttavia è pur vero che Washington, seppure tra mille incertezze, per il momento continua a preferire il regime in vigore all’unica possibile alternativa di un ritorno dei Fratelli musulmani, troppo condizionati dall’elemento islamico radicale. La Casa Bianca ha condannato le repressioni violente di Al Sisi, ma non ha interrotto del tutto i rapporti e non ha condannato in modo sufficientemente grave la continua violazione dei diritti a danno della popolazione egiziana, perchè vede, comunque nel regime egiziano un argine alla possibile avanzata islamista e quindi anche dello Stato islamico, fino alle rive del Mediterraneo meridionale. La mediazione di Al Sisi è anche gradita ad Israele, sia al governo, che all’opposizione, per la posizione che Il Cairo ha mantenuto nel Sinai, ostacolando gli estremisti contro il paese israeliano, inoltre tra i due paesi, dopo la caduta dei Fratelli musulmani i rapporti tra i rispettivi esecutivi sono più che buoni, come lo erano tra Israele e Mubarak, perchè a Tel Aviv hanno individuato il governo in carica tutt’altro che ostile, di impronta laica e poco incline ad una islamizzazione del paese. Tra i due governi sono in corso collaborazioni reciproche, anche se non ufficiali, per garantire la rispettiva sicurezza. Anche per i palestinesi l’Egitto rappresenta un interlocutore affidabile, forse di più per l’Organizzazione della liberazione della Palestina, che governa la Cisgiordania, che per Hamas, che di fatto amministra la striscia di Gaza e ha dovuto patire conseguenze pratiche dall’occupazione militare del Sinai da parte del governo egiziano in carica. L’antefatto alla proposta egiziano sono state le difficoltà per convocare una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente, a cui sono stati invitati paesi arabi ed occidentali; questa conferenza è una iniziativa francese non gradita ad Israele, per cui rischiava di diventare l’ennesimo fallimento diplomatico. L’Egitto, al contrario, si è detto favorevole anche a questa iniziativa, dimostrando una volontà di giocare a tutto campo per promuovere una pace, che dovrebbe avere come risultato ultimo la creazione dello stato palestinese; è chiaro che un risultato del genere, mai raggiunto fino ad ora è, forse, un obiettivo troppo grande, ma il solo tentativo rappresenta per l’Egitto una occasione per distrarre l’opinione pubblica internazionale, troppo concentrata sull’operato repressivo del governo de Il Cairo. Queste valutazioni portano necessariamente ad una domanda che non può non essere posta: le intenzioni di Al Sisi sono sincere? Una risposta negativa non farebbe che presumere l’ennesima perdita di tempo nella questione tra israeliani e palestinesi e quindi un tentativo inutile, tuttavia, anche se è chiaro quali siano le intenzioni egiziane è innegabile che per l’atteggiamento favorevole di Israele, siamo di fronte ad una occasione da non sprecare. Se l’Egitto raggiungesse l’obiettivo a cui non si è mai arrivati, gli andrebbero riconosciuti i propri meriti, ma questo non dovrebbe impedire di continuare a rilevare la situazione interna; certamente Al Sisi godrebbe di un prestigio internazionale aumentato, ma questo dovrà essere limitato o impedito da un ruolo maggiormente attivo degli Stati Uniti e dei paesi occidentali, che dovranno sfruttare la presenza dell’occasione di un mediatore gradito alle due parti per accelerare il processo di pace. Occorre ancora considerare un ulteriore aspetto vantaggioso per l’Egitto, per favorire il processo di pace, oltre a sviare l’attenzione internazionale su quanto succede nel suo territorio: il raggiungimento della pace tra israeliani e palestinesi e la creazione di uno stato autonomo palestinese, potrebbe determinare la fine della situazione instabile nel Sinai egiziano, dove dovrebbe terminare la presenza fondamentalista a favore di Hamas, regolarmente inquadrata in uno stato sovrano, così come dovrebbe finire l’embargo nella striscia di Gaza; questo darebbe una maggiore solidità alla situazione interna anche dell’Egitto. Sfruttare questo aspetto da parte dei governi occidentali appare fondamentale, per poi potere anche incidere sulla questione del rispetto dei diritti e per cercare di riportare nel paese quella democrazia, che sembrava raggiunta con la fine politica di Mubarak.

L’instabile situazione egiziana

I recenti fatti egiziani dimostrano che il paese governato da Al Sisi è ritornato in un grave stato di instabilità, contraddistinto da una feroce politica di repressione, ma anche da una pericolosa spaccatura che attraversa la società egiziana. Dalla primavera araba, alla caduta di Mubarak, fino all’instaurazione per via democratica della dittatura islamica di Mursi si è ritornati all’inizio alla dittatura militare di Al Sisi, costruita sul modello di quella di Mubarak, ma ancora più violenta e repressiva. Quello che impressiona sono le modalità dell’esercizio della violenza, attuata con sempre maggiore vigore e di fronte ad una opinione pubblica internazionale incapace di sostanziali azioni di contrasto, per il timore di una nuova presa di potere degli islamisti. Questo è il fatto centrale che impedisce ad uno scenario internazionale inorridito dalla repressione del governo de Il Cairo, di attuare le dovute contromisure, come le sanzioni, per fermare le pratiche repressive; d’altro canto è proprio su questo fattore che Al Sisi fonda i suoi metodi e la sua impunità, tuttavia, la crescente insoddisfazione del popolo egiziano, basata su ragioni economiche, oltre che politiche, sembra andare verso le condizioni che hanno determinato la caduta di Mubarak, con una tragica replica di quanto già visto. Se, da un lato, è pure vero che l’esercito continua ad essere la forza dominante del paese, anche nei settori delle forze armate starebbero emergendo preoccupazioni relative alla crescente diffidenza di ampi settori del panorama internazionale, che cominciano a chiedersi quale sia il male minore tra la repressione di Al Sisi ed il possibile ritorno degli islamisti. In realtà una via d’uscita potrebbe essere rappresentata da una alleanza dei settori moderati delle forze armate con gli esponenti dei partiti laici, anch’essi, per ora, oggetto della repressione. Occorre ricordare che, pur non condividendo i metodi dell’attuale governo, praticati contro i Fratelli musulmani, che avevano instaurato una dittatura religiosa, le forze laiche all’inizio avevano parzialmente appoggiato Al Sisi, nella speranza di portare il paese verso un pluralismo democratico che non avesse l’influsso degli islamisti, ma nemmeno dei militari. In altri termini Al Sisi veniva visto come una sorta di passaggio essenziale per una evoluzione democratica dell’Egitto. I rappresentanti dei partiti democratici si sono accorti presto dell’errore di valutazione compiuto nei confronti del generale, che ha voluto instaurare un dittatura militare nella quale concentrava gran parte del potere statale. Le offerte di facciata di Al Sisi, prontamente rifiutate dai democratici, ne hanno poi determinato il loro allontanamento ufficiale dalla vita politica, ponendo fuori legge tutti i partiti. Dal punto di vista internazionale, abbiamo visto, che il regime sfrutta la paura occidentale per gli islamisti, anche se questa visione non è più così scontata, ma dal punto di vista interno il governo non ha fattori altrettanto convincenti per sedare il malcontento popolare. Una dittatura è già difficile da sopportare con condizioni economiche positive, ma la situazione egiziana, da questo punto di vista, registra minimi storici tali da essere molto preoccupanti per che deve assicurare il controllo del fronte interno, oltretutto aggravati da una corruzione che registra livelli sempre più alti e che riguarda i detentori del potere a tutti i livelli. Si spiega così un uso incessante di una propaganda a cui pochi credono ancora e l’utilizzo di una repressione senza ritegno, che colpisce oppositori e giornalisti, sia egiziani, che stranieri. In questi giorni i casi di scomparsa di attivisti ed oppositori del regime sembrano aumentati, diventando così una prova indiretta delle responsabilità della morte del ricercatore italiano, impegnato in una analisi dei sindacati del paese, che continuano ad essere un potenziale soggetto di contrasto al regime. In questo quadro i fedeli di Al Sisi stanno diventando una minoranza, sempre sostanziosa, ma comunque in diminuzione, che si attesta, prima di tutto nei militari, ma anche nelle classi più agiate dell paese, le stesse che godevano di privilegi al tempo di Mubarak, tuttavia la crescente pressione sociale dei ceti più sfortunati, denota un atteggiamento di disperazione nei confronti della situazione del paese, che non sembra potere decrescere, ma è anzi, destinata ad aumentare. Si tratta di un segnale molto indicativo per Al Sisi, che dovrebbe ricordare quello che è accaduto a Mubarak, per cercare di cambiare il proprio modo di governare, sempre che non sia troppo tardi, viceversa il futuro del generale egiziano sembra segnato e ciò potrebbe aprire nel paese scenari troppo inquietanti per le ripercussioni internazionali per essere trascurati dalle potenze occidentali e dalle stesse Nazioni Unite, che dovrebbero adoperarsi per una transizione morbida e guidata per evitare ulteriore violenza in una nazione chiave degli equilibri regionali.

L’arrivo del governo appoggiato dalle Nazioni Unite provoca tensione in Libia

Usando una sottile differenza nella definizione del gruppo che è arrivato ieri a Tripoli, in rappresentanza del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, il premier designato Fayez Al Sarraj ha proclamato l’entrata in funzione del proprio esecutivo. Tuttavia la differenza semantica tra “Consiglio Presidenziale”, inteso come gruppo ristretto del governo, rispetto a tutto l’esecutivo vero e proprio, rivela l’intenzione del premier di non alzare il livello di uno scontro, già di per se elevato, con gli altri governi presenti nel paese libico. Il modo stesso di arrivare da Tunisi del capo del governo, che è arrivato nella capitale con un mezzo navale, anziché con un aereo rivela tutta la difficoltà del compito che attende l’esecutivo appoggiato dalle nazioni Unite. In Libia, attualmente ci sono tre governi, più il potere esercitato dallo Stato islamico, che sfrutta proprio la debolezza politica e la divisione del paese. Oltre al governo, che dovrebbe essere di unità nazionale, che gode del favore delle Nazioni Unite, vi è il governo di Tripoli, che è caratterizzato da una più o meno moderata tendenza confessionale e quello rifugiato a Tobruk, che, secondo il responso elettorale sarebbe quello legittimo ed anche riconosciuto dalla comunità internazionale. L’atteggiamento del governo di Tripoli verso l’esecutivo delle Nazioni Unite è di aperta ostilità ed infatti lo ha definito “gruppo di intrusi” ed ha fatto appello a tutti i rivoluzionari a mobilitarsi contro questo esecutivo che viene considerato usurpatore. Il governo delle nazioni Unite è ospitato in una base della Marina Militare libica, che è stata subito circondata da mezzi armati dei sostenitori del governo di Tripoli, provocando una forte tensione in città. Esiste anche il rischio concreto che si dia avvio ad un forte contrasto tra le diverse armi delle forze armate libiche, dato che la Marina, come si è visto, appoggia il governo delle Nazioni Unite, mentre l’esercito, tramite il suo portavoce, ha dichiarato la sua contrarietà per la connotazione troppo religiosa del governo. Questo punto avrebbe dovuto rappresentare un motivo di riflessione più approfondito da parte delle Nazioni Unite, giacché il premier Fayez Al Sarraj ha ribadito che la sharia resta la fonte del diritto da applicare allo stato libico. Se questa mossa è studiata per arrivare ad una conciliazione con il governo di Tripoli, sembra già fallita, mentre l’aperta contrarietà dell’esercito rappresenta un fattore potenzialmente notevolmente destabilizzante del percorso di unificazione del paese. Anche con il governo di Tobruk i rapporti non sono buoni, dato che l’esecutivo legittimamente eletto ha bocciato per cinque volte consecutive la fiducia all’esecutivo delle Nazioni Unite. Tutti questi particolari indicano come probabile il fallimento di questo governo e suscitano interrogativi sulla scelta delle Nazioni Unite, che pare un azzardo, dato che cerca di imporre in un paese dove sono già presenti due governi, un terzo esecutivo che costituisce un elemento aggiuntivo di contrasto; inoltre il carattere apertamente confessionale di questo governo, che, ricordiamo, riconosce la legge islamica come legge fondamentale dello stato, appare un fattore di turbativa nella società libica ed in contrasto con ogni prospettiva futura di pacificazione, rischiando di replicare la situazione egiziana, dove si è innescato un colpo di stato militare, anche il Libia l’esercito è contro l’islamizzazione della politica, con gli effetti attuali che sono sotto gli occhi di tutti. Forse una soluzione sarebbe quella di dare l’avvio ad una divisione del paese sulla base dell’assetto presente prima della conquista coloniale italiana, che ha causato la formazione della Libia cone nazione unica senza le necessarie basi storiche, politiche e culturali che potessero sostenerne l’unificazione, se non sotto una forma di governo autoritaria. Per fare ciò è però necessario liberare la parte centrale del paese dall’occupazione dello Stato islamico e l’intenzione delle potenze occidentali è quella di non impegnarsi direttamente sul terreno, ma di creare le condizioni affinché questo conflitto sia condotto e vinto dagli stessi libici. L’intenzione delle Nazioni Unite, vista in questa ottica potrebbe avere un senso, tuttavia, la scelta non unisce ma sembra ottenere ancora maggiori divisioni, indebolendo la struttura del paese e favorendo proprio la presenza delle truppe del califfato. In sostanza il rimedio studiato dalle Nazioni Unite appare peggiorativo e, se si vuole puntare su una prossima divisione del paese, per pacificare l’intero territorio si potrebbe studiare una forma di collaborazione temporanea , imperniata su pochi punti fondamentali, tra Tripoli e Tobruk, finalizzata alla liberazione del territorio occupato dallo Stato islamico per poi affrontare in maniera più serena una eventuale divisione amministrativa del paese in più unità sovrane, anche federate, possibilmente alleate all’occidente dal quale dovrebbero avere tutto l’aiuto economico e politico per stabilizzare tutto il territorio libico.

L’attuale situazione libica

Cinque anni dopo la fine del regime di Gheddafi, la Libia non è solo alle prese con la minaccia dello Stato islamico, ma per i suoi abitanti le difficoltà di tutti i giorni sono di ordine economico. Non che le due cose non siano connesse: le due amministrazioni che si dividono il paese che dovrebbero costruire un governo di unità nazionale, sono ancora alle prese con le divergenze politiche e, nel frattempo, non esercitano l’azione di governo. L’economia è in mano al mercato nero che crea inflazione, i lavoratori specializzati provenienti dagli altri paesi ritornano in patria, creando problemi in diversi settori, come quello della sanità ed l’industria edile è ferma per mancanza di fondi. La situazione economica potrebbe diventare un fattore estremamente destabilizzante e favorire la presenza dello Stato islamico. In questo scenario il governo di Tripoli e quello di Tobruk stentano a trovare un’intesa e mantengono separate le rispettive forze armate, che separate non possono combattere il califfato. La presenza dei fondamentalisti islamici rappresenta un pericolo concreto per il paese libico e, di conseguenza, per i paesi occidentali, primi fra tutti, quelli affacciati sul Mediterraneo. Il pericolo concreto è che le forze dello Stato islamico abbiano saccheggiato gli arsenali di Gheddafi, ma non soltanto quelli contenenti armi convenzionali, ma specialmente quelli contenenti armamenti chimici e forse nucleari. Progettare un attacco con questi armamenti dal Golfo della Sirte verso il paese italiano sembra essere una possibilità non troppo remota. Sulla questione dell’intervento occidentale in Libia le posizioni non sono univoche: se gli Stati Uniti hanno già condotto raid aerei sulle forze del califfato, non lo hanno potuto fare dalle basi italiane, ma partendo da quelle inglesi, con difficoltà tecniche legate ai rifornimenti in volo di non poco conto. L’italia, che è il paese maggiormente interessato all’evoluzione della situazione libica, mantiene una posizione giudicata anche troppo prudente, ma che ha una sua giustificazione evidente. Roma richiede, per impegnarsi in prima persona e quindi per concedere la proprie basi , una copertura delle Nazioni Unite o, almeno, un accordo con i paesi occidentali, che non ripeta la sciagurata gestione del periodo successivo alla caduta di Gheddafi. In ogni caso, come hanno difficoltà i due governi libici a trovare una sintesi, la situazione si ripete nel consesso occidentale, dove sembra cominciato il procedere ognuno per proprio conto; infatti dopo le operazioni aeree statunitensi, pare che forze speciali francesi siano sul terreno segretamente per difendere le installazioni di aziende della Francia, senza alcun coordinamento con gli alleati. Questa situazione sembra la ripetizione di cinque anni fa, quando fu proprio la Francia la più attiva nella guerra al colonnello, per l’ambizione di rimpiazzare l’Italia negli accordi energetici. Se allora mancava un progetto condiviso, basato sopratutto sul futuro del paese, ora la situazione sembra ripetersi in un contesto con i due attori politici del paese in evidente difficoltà a raggiungere un accordo. Secondo molti analisti un impegno diretto di forze occidentali contro lo Stato islamico, nel paese libico, avrebbe più controindicazioni rispetto ai vantaggi: il richiamo di nuovi combattenti pronti a misurarsi contro gli occidentali nelle file del califfato, sarebbe il pericolo maggiore con l’ovvia conseguenza di un prezzo elevato in vite umane. Per scongiurare questa possibilità sarebbe preferibile fornire aiuto ai combattenti libici, che potrebbero impegnarsi in prima persona per liberare il proprio paese. L’aiuto non dovrebbe essere, questa volta soltanto di tipo militare, ma sopratutto politico, per fornire le strutture necessarie, sia materialmente, che dal punto di vista formativo al nascente sistema di governo libico. Prima di ciò è però necessario uno sforzo diplomatico maggiore di quello prodotto fino ad ora, che permetta l’unità delle forze politiche locali in un quadro di unione nazionale dettata dalle condizioni di emergenza; il tutto in un contesto assolutamente democratico, che dovrà essere protetto, allora si anche con la presenza sul territorio della Libia di personale militare per affiancare le forze regolari contro ogni possibile tentativo di ricomparsa di ragioni divisive per l’unità del paese, viceversa una soluzione praticabile è quella sempre valida di creare stati separati sulla divisione attuale esistente: un espediente che permetterebbe una maggiore velocità, ma che aprirebbe tutta una serie di nuove situazioni sulle problematiche delle alleanze e degli accordi commerciali ed energetici.

Il caso del ricercatore italiano ucciso in Egitto e la condiscendenza occidentale verso i regimi arabi

La tragica uccisione del ricercatore italiano in Egitto deve obbligare a farre molte considerazioni nei rapporti che gli stati occidentali intrattengono con nazioni guidate da regimi autoritari, considerazioni sia di ordine morale, che politico. Lo scandalo suscitato, giustamente, in Italia per la morte del cittadino italiano, avvenuta in modo barbaro e violento è molto forte, ma non sembra accompagnata, ne ora e, sopratutto prima, da valutazioni analoghe per gli episodi che riguardano i dissidenti locali, di cui spesso non viene neppure ritrovato il cadavere. Il caso egiziano è l’esempio di un certo atteggiamento utilitaristico tenuto dai governi occidentali, dopo che sono fallite le primavere arabe e che hanno preso il sopravvento le tendenze più estremiste dei movimenti islamisti. L’arrivo al potere, tramite regolari elezioni, di partiti politici formati da personale non abituato ad operare in condizioni democratiche e profondamente influenzati, anche dal punto di vsita politico, da una religiosità invadente, ha determinato una situazione dove il mancato rispetto delle regole democratiche era la norma, non vi era, cioè, il necessario rispetto delle minoranze, che si pretendeva di assoggettare, in sostanza, alla legge islamica. Naturalmente ciò non era condiviso da una parte consistente della società egiziana, tra cui i militari, che hanno sempre detenuto il monopolio della forza e non era, altresì, approvato dalle potenze occidentali, giustamente preoccupate dal radicalismo dilagante. La soluzione è stata quella di avere favorito l’ascesa di un regime militare autoritario al posto di un religioso autoritario, questo è stato funzionale agli interessi occidentali, ma non allo sviluppo della democrazia in una nazione da sempre considerata una guida nel mondo arabo, come l’Egitto. L’occidente , come aveva sbagliato a valutare in modo totalmente positivo le primavere arabe, non considerando cioè i loro possibili sviluppi, condizionati dall’assenza di riferimenti precisi circa il funzionamento della democrazia, ha sottovalutato i modi con cui il regime militare avrebbe esercitato il proprio potere, che di fatto, ha usurpato. Il ricorso alla repressione in modo totale della giunta militare guidata da Al-Sisi, doveva suscitare maggiore sdegno e grandi proteste nei governi occidentali, anche tramite una pressione diplomatica forte, capace di imporre sanzioni e restringere le forniture militari, attraverso le quali il regime si mantiene in vita. Doveva essere particolarmente indicativo il fatto che i bersagli della repressione violenta non erano soltanto i fanatici religiosi, ma anche i partiti laici, gli unici che potevano assicurare una transizione democratica al paese e, per questo, ugualmente pericolosi, come gli integralisti islamici, per il regime militare. Il risultato è stato che l’Egitto si trova in una condizione repressiva ed autoritaria probabilmente superiore a quella subita da Mubarak, ed ha, quindi, peggiorato la propria situazione. Il caso del ricercatore italiano rappresenta una questione particolare perchè la vittima è straniera, ma i rappresentanti delle organizzazioni dei diritti umani denunciano come la normalità il ricorso alla violenza contro gli oppositori interni, mediante l’uso consueto di tortura ed assassinio. Fatte salve queste considerazioni la domanda che i governi occidentali devono farsi è se sia ancora lecito intrattenere normali rapporti diplomatici o addirittura legami di alleanza con governi fortemente in contrasto con le regole democratiche. La questione, naturalmente, non riguarda soltanto l’Egitto, ma anche gli stati del Golfo, con l’Arabia Saudita prima degli altri, la Turchia ed altri. Al di fuori di una logica puramente strumentale agli interessi occidentali, inquadrata in un regime esclusivo di real politik, la contraddizione appare più che evidente. Se non si possono superare tutte queste remore, sempre che esistano nei pensieri di chi governa, ci si dovrebbe adoperare per una attenuazione della limitazione dei diritti, passo da individuare come punto di partenza per un discorso più allargato. Il problema è che non si individuano, a livello globale, obiettivi di lungo periodo ma la politica estera occidentale si adagia nella via più comoda per conseguire risultati immediati di modesta entità, in una visione più simile a quella economica rispetto a quella politica. La convinzione che l’Egitto sia una diga contro l’integralismo ha fatto passare sotto silenzio, brutalità e violenze incompatibili con gli ideali democratici che dovrebbero essere alla base dei governi occidentali; tuttavia, nello specifico caso del ricercatore italiano, il governo di Roma, non ha compiuto i dovuti passi per proteggere la sua stessa sovranità violata dalla barbarie esercitata contro un suo cittadino. Il basso profilo scelto dall’esecutivo italiano appare in linea con un comportamento diplomatico che non vuole turbare i rapporti consolidati, ma ciò, sopratutto nel lungo periodo, costituisce un elemento di debolezza per l’autorevolezza di una nazione; non prendere le necessarie contromisure di tipo sanzionatorio verso il regime egiziano, rappresenterebbe, non soltanto, un passo dovuto ma obbligato per tutelare gli interessi italiani e non prestarsi ad essere connivente con un regime che fatto dell’uso della violenza lo strumento quasi esclusivo attraverso il quale regola l’opposizione politica. Occorre mandare segnali forti a questi stati, che usando la vicinanza con l’occidente come mezzo di comodo per apparire quello che non sono, si autorappresentano come governi democratici, degni di stare nel consesso internazionale. L’Egitto e non solo, meritano sanzioni esemplari per i loro comportamenti, a cominciare dall’allontanamento dei loro diplomatici, fino ad incorrere in sanzioni di tipo economico. Fino ad allora l’occidente sarà complice della brutalità e della violenza con le quali questi regimi soffocano ogni forma di dissenso.

Gli USA valutano un intervento in Libia contro il califfato

Gli Stati Uniti, attravreso il personale militare del Dipartimento della Difesa, starebbero valutando la delicata situazione libica, aggravata dalla massiccia presenza di combattenti affiliati allo Stato islamico. L’apprensione a Washington sarebbe cresciuta, nonostante l’accordo sottoscritto dai due governi al potere nel paese libico, per trovare una forma di collaborazione. In realtà l’accordo, per il momento pare essere senza attuazione pratica e ciò costituisce, probabilmente, la ragione della preoccupazione americana, connessa alla presenza dei combattenti dello Stato islamico. Il califfato, infatti, starebbe riempiendo il vuoto di potere, che non è ancora stato colmato dalla fine del regime di Gheddafi. La Libia, durante la dittatura, non ha espresso delle strutture sociali e politiche alternative al potere centrale e finito il governo del colonnello, si è trovata senza una possibilità concreta di rimpiazzare il sistema di potere caduto. Non sono sembrate sufficienti a questo scopo le tante tribù in cui è diviso il paese e che rappresentano soltanto strutture sociali di base, spesso in contrasto, troppo divise ed insufficienti a riempire il vuoto politico che si è venuto a creare. La diretta conseguenza è stata la mancata accettazione del responso elettorale, che aveva decretato le condizioni per la formazione di un governo laico, fortemente costeggiato dalla parte politica sotto l’influsso religioso, che ha poi creato un esecutivo ulteriore ed in contrasto con quello legittimamente eletto. Ad aggravare la situazione del paese vi è la presenza di numerose bande armate e milizie soggette ad organizzazioni criminali, che possono disporre degli arsenali, molto forniti e disseminati nel territorio del paese dalle forze di Gheddafi. Uno scenario, quindi di profonda divisione, dove una forza organizzata, coesa e molto numerosa come il califfato può inserirsi in maniera relativamente facile per replicare le condizioni imposte in parte della Siria e dell’Iraq. La immediata vicinanza con i paesi europei renderebbe questa prospettiva molto più pericolosa della pur grave situazione dei territori mediorientali dove lo Stato islamico ha imposto la propria sovranità. Secondo il parere del personale militare americano in contatto con la realtà libica, gli effettivi armati del califfato presenti sul paese del mediterraneo meridionale, sarebbero circa 3.000, un numero ritenuto sufficiente ad insidiare la debole e nascente struttura politica della Libia. La Casa Bianca, per ora, fedele alla sua linea di condotta attuale, esclude un impiego diretto di soldati statunitensi sul terreno libico, ma sembra optare per una soluzione analoga a quelle praticate in Siria ed Iraq, con l’impiego di aerei militari; l’intenzione sarebbe quella di azioni circoscritte e limitate nel tempo, ma capaci di limitare in modo decisivo l’operatività delle truppe dello Stato islamico. Questa visione, rischia però di ripetere la situazione presente in Siria ed in Iraq, dove l’impiego dell’aviazione militare è stato sopravalutato e non ha portato a risoluzioni definitive del problema. La spiegazione può essere anche di altro tipo: gli USA vogliono mandare un segnale forte sia al califfato, che ai paesi europei, forse sopratutto a questi ultimi, che sono alle prese con una discussione per schierare truppe sul terreno, che, però, non sta portando ad una soluzione in tempi rapidi. L’intervento americano potrebbe permettere, tramite l’indebolimento del califfato in Libia, di protrarre ancora la discussione tra le nazioni europee per trovare una soluzione ed alleggerirebbe la pressione sul nuovo esecutivo libico, in modo da organizzare una prima offensiva per riprendere il controllo del proprio territorio. Si tratta di una tattica fortemente attendista, che, se non dovesse raggiungere gli effetti sperati, metterebbe in pericolo le coste settentrionali europee. D’altro canto non si può pretendere di delegare la difesa del proprio territorio in modo integrale agli Stati Uniti: l’Europa ha delle colpe gravi, che risalgono già alla pessima gestione della guerra a Gheddafi e, sopratutto, nel periodo successivo, quando la Libia è stata abbandonata a se stessa; è in quel periodo che si sono creati presupposti per l’insediamento degli estremisti islamici, poi assorbiti dal califfato. Il tempo trascorso non è stato breve, malgrado ciò gli stati europei non sono stati ancora in grado di organizzare una loro difesa preventiva capace di preservare la Libia dal contagio dello Stato islamico. L’attuale fase storica non prevede più che per ogni problema ci sia l’esclusivo impegno americano, gli Stati Uniti, pur offrendo un aiuto sostanzioso, non sono più in grado di assicurare un tale sforzo e quindi la risposta degli altri stati deve essere concreta ed efficace; al contrario le coste europee del Mediterraneo saranno ben più in pericolo di quanto il traffico dei migranti sottopone l’europa.