Allarme razzismo in Italia

I ripetuti atti ostili contro popolazione di colore che stanno avvenendo in Italia, dimostrano come il clima di tolleranza sia cambiato con l’avvento del nuovo governo. Un governo eletto sopratutto in reazione alla politica economica degli esecutivi precedenti, che ha guadagnato voti più per mancanza di alternative, che per i programmi esposti. Purtroppo i provvedimenti dei governi precedenti, specialmente in materia economica, hanno provocato lo spostamento dei flussi elettorali verso formazioni in parte di una destra senza alcuna competenza nella programmazione degli aspetti del lavoro e della produzione, ma capace di addensare sul proprio simbolo il risentimento e la colpevolizzazione di soggetti terzi, ed in parte verso un movimento chiaramente impreparato ad affrontare la sfide di governare il paese. Il Movimento cinque stelle, che è risultato il maggiore partito italiano, ha rivelato anche una profonda impreparazione a livello politico, nel sapere fronteggiare i più esperti alleati della Lega Nord: un partito proveniente da una base locale, fortemente critica con il sud del paese, che si è poi convertito a cercare il gradimento dell’intera platea nazionale. Attualmente la Lega Nord è il partito che esiste da più tempo in Italia. Il suo programma è un misto di proposte liberiste, forse non sostenibili economicamente, ed anti europee, nel senso di affermare una volontà di recuperare quote di sovranità nei confronti di Bruxelles. Il segretario della Lega Nord, che è anche diventato ministro degli interni dello stato italiano, è stato un abile politico, capace di portare il partito da una percentuale del quattro per cento ad oltre il diciassette nell’ultima competizione elettorale. La sua campagna elettorale si è incentrata sulla paura del diverso e con prese di posizione talvolta estreme, ma evidentemente efficaci. Arrivato al governo, pur con una percentuale di voti notevolmente inferiore al partito alleato, il Movimento cinque stelle aveva oltrepassato il trenta percento, ha fatto valere la sua maggiore esperienza politica, creando la percezione, in parte vera, di rappresentare la parte più importante dell’esecutivo. Attraverso la sua azione di governo, certamente in maniera involontaria, sembra essere passato un messaggio contro gli immigrati, che per alcuni ha legittimato la giustizia autonoma e gli atti persecutori contro le persone di colore. Nonostante una avversione di fondo al fenomeno migratorio, la sensazione è che la situazione sia sfuggita di mano e che, anziché porvi rimedio, si tenti di giustificare questi atti con motivazioni totalmente inadatte. La percezione di un cambiamento del clima verso gli immigrati è palese, l’Italia sembra sempre più essere abitata da una quota consistente di razzisti, che ora hanno l’impressione di potere agire impuniti per dare sfogo ai loro istinti. Del resto mantenere centrale il dibattito sulla questione dell’immigrazione è funzionale al governo per mascherare la propria incapacità di mantenere le promesse elettorali e l’eterogeneo programma di governo; fino ad ora l’esecutivo non ha ancora iniziato a discutere la riforma sulle pensioni, l’unico elemento del programma veramente condiviso dai due partiti della maggioranza. Anche l’inadeguatezza di una opposizione divisa tra partiti che hanno interessi inconciliabili e la situazione del Partito Democratico, che vive un travaglio interno probabilmente insanabile, contribuisce a favorire questa deriva razzista, perchè non si trovano iniziative concrete per combattere il fenomeno. Il clima che si respira in Italia è quindi deteriorato, il paese appare peggiorato per una ripresa economica che non arriva fino ai ceti medi e più bassi ed il nemico viene individuato, come da propaganda che continua anche ben oltre il periodo elettorale, nell’immigrato, anche regolare, nella persone di colore anche di nazionalità italiana. Il compito del governo non dovrebbe essere quello di ridimensionare le aggressioni a semplici fatti di delinquenza, ma dovrebbe dare il giusto valore a questi fenomeni per stroncarli al più presto, anche mantenendo il proprio indirizzo politico. Al contrario se non si vorrà procedere in questo senso, il paese sarà sempre più delegittimato di fronte all’opinione pubblica mondiale e questo governo subirà in modo costante un ostracismo internazionale che gli renderà difficile operare in campo europeo; poi, certo ci sono gli USA di Trump e l’Ungheria di Orban.

La volontà di Vienna di concedere la cittadinanza a italiani di lingua tedesca è un tranello per l’Europa

La volontà dell’attuale governo austriaco, che tra poco ricoprirà la ciarica di presidenza di turno dell’Unione, di dare il passaporto di Vienna ai cittadini italiani dell’Alto Adige, di sola lingua tedesca e ladina, apre un nuovo fronte all’interno dell’Europa. La questione si inquadra come una violazione dei rapporti tra i due stati e tra l’Austria e l’Unione Europea, perchè si configura come un duplice tentativo di destabilizzare gli equilibri interni del paese italiano ed anche di creare un precedente all’interno dell’Unione, in grado di portare ulteriori elementi di divisione in un momento di difficoltà come quello attuale. Partiamo dalla questione con Roma: l’Alto Adige è una provincia autonoma italiana, che gode di una serie di vantaggi fiscali dovuti alla sua particolare posizione geografica, come regione di confine, ed alla sua composizione etnica, che comprende le minoranze tedesche, in realtà maggioranza in Alto Adige, quella ladina e la comunità italiana. Si tratta quindi di un territorio che fa parte dello stato italiano e che ne ricade sotto la sua completa sovranità. Il fatto, che su questa zona sia presente una comunità molto affine al paese austriaco non permette il diritto a Vienna di interferire nella vita politica di un paese straniero per conferire la doppia cittadinanza alla popolazione di lingua tedesca. La distinzione con i cittadini di lingua e di origine italiana rappresenta un segnale inequivocabile della volontà di creare un caso politico in grado di generare delle tensioni, potenzialmente anche gravi, in una parte della nazione italiana ed è, quindi, una invasione illegittima della sovranità di Roma. La cosa singolare è che questa provocazione arriva dalla forza politica che è al governo a Vienna e che è molto vicino alle posizioni del partito della Lega, che è una parte importante dell’attuale governo italiano. I due movimenti, che appartengono alla destra populista ed anti europa, si sono trovati d’accordo su molte questioni di carattere internazionale, come il rifiuto dei migranti, un aspetto che avrebbe dovuto mettere contro le due formazioni politiche, per il rifiuto di Vienna di aderire alla divisione delle quote dei migranti. Malgrado esercizi di equilibrismo politico l’Italia non è riuscita ad imporsi sull’Austria e sul gruppo di Visegrad, e non è ancora riuscita a convincere i partner europei ad ottenere aiuti per la gestione delle immigrazioni. Sarà interessante verificare come reagirà il governo italiano alla provocazione austriaca, una manovra che potrebbe anche prevedere il ritiro della rappresentanza diplomatica e la chiusura delle frontiere. Pur trattandosi di possibilità ancora remote occorrerà vedere a quale livello arriverà lo scontro. In Europa la questione potrebbe avere ripercussioni indirette per le relazioni tra i due paesi, ma le difficoltà maggiori potrebbero verificarsi se si creasse un precedente di questa pratica: se, cioè, un paese volesse concedere la propria cittadinanza ad un gruppo etnico ad esso affine, facente parte di un’altra nazione. Casi del genere sono molto frequenti sulle zone di confine tra gli stati europei ed i conflitti diplomatici che potrebbero nascere potrebbero mettere in grande difficoltà l’attuale fragile unione su cui si basa l’Europa. Può essere un progetto voluto ed attuato con l’intenzione di creare una sorta di confusione generale per destabilizzare l’Europa? Il sospetto è legittimo, intanto perchè viene proprio da una formazione anti europea e poi perchè viene messo in atto proprio in una fase storica di grande sfiducia verso Bruxelles. Una reazione a catena derivante da questa tattica potrebbe creare la sospensione o addirittura la fine del trattato di libera circolazione in Europa ed uno stato di tensione permanente tra le nazioni, che sarebbero anche in difficoltà nel loro interno a gestire il risentimento verso quei gruppi etnici di minoranza attratti dalla prospettiva di ottenere la doppia cittadinanza. Inoltre la casualità che l’Austria sia il presidente di turno dell’Unione Europa costituisce un elemento in più per avvalorare la tesi di una manovra voluta proprio in questo momento storico. Ancora una volta sarebbe necessario potere disporre per l’Europa di strumenti sanzionatori, anche pesanti, contro quei membri che non non condividono lo spirito europeo ma sfruttano solo i vantaggi, sopratutto economici, per avere aderito a Bruxelles. Risulta sempre più urgente una capacità di reazione contro queste emergenze, che sappia tutelare in maniera efficace le istituzioni europee e la vita pacifica dell’Unione, contro provocazioni sempre più pesanti.

La nave rifiutata dall’Italia, mette in evidenza le ipocrisie e l’inconsistenza europea

La vicenda della nave rifiutata dai porti italiani, aldilà della situazione certamente incresciosa, ha avuto il merito di mettere in evidenza l’ipocrisia dei singoli stati di fronte all’emergenza migratoria e della pochezza politica delle istituzioni europee. Infatti è bastato che un politico italiano, ministro da una decina di giorni, alzasse la voce per portare allo scoperto tutte le contraddizioni sullo spirito europeo, che fino ad oggi sono state portate avanti in maniera falsa. Se dal lato umano e morale il divieto del ministro degli interni italiano è deplorevole, dal lato politico ha sollevato in maniera pratica la questione della condivisione dei profughi e del problema della prima assistenza. Fino ad ora, ed è un fatto riconosciuto ufficialmente da Bruxelles, l’Italia, e la Grecia, sono state lasciate sole ad affrontare le emergenze migratorie per il solo fatto di essere le frontiere meridionali dell’Europa, in particolare l’Italia si è prodigata ad affrontare il maggiore afflusso di migranti a causa delle vicinanze con le coste africane. I paesi che hanno condannato lo stato italiano, Francia e Spagna, si sono resi protagonisti nel passato ed Parigi tutt’ora, di episodi di respingimento ben più gravi, di gravi comportamenti delle rispettive polizie, che hanno operato con violenza e superando il limite della legalità. Ricordiamo per la Spagna diversi episodi a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole sul territorio africano ed il respingimento di una nave di profughi da parte del precedente governo. Per la Francia la chiusura del valico di Ventimiglia ed il respingimento dei migranti che hanno tentato la rotta alpina in condizioni metereologiche proibitive, possono tranquillamente equiparare la politica di Parigi verso l’immigrazione a quella dell’Austria ed a quella dei paesi del blocco orientale. Eppure questi comportamenti, che hanno creato morti e sofferenze, non impediscono ai due paesi di giudicare l’Italia, responsabile di un atto non certo condivisibile, ma che non ha prodotto vittime. Questa ipocrisia, così manifesta, denuncia una scarsa o nulla affidabilità di Francia e Spagna come interlocutori sul tema della gestione degli immigrati, ed il gesto spagnolo per ora riguarda una sola nave e non permette ancora un giudizio positivo sulla volontà di condividere l’emergenza con l’Italia. Anche l’atteggiamento dell’Europa è parso pavido ed inopportuno, se si possono salutare positivamente l’annunciata volontà di rivedere il trattato di Dublino e di stanziare una somma cospicua per la gestione dei migranti, non si può non pensare che ciò sia dovuto all’iniziativa di bloccare i porti italiani. Le richieste italiane precedenti, aldilà di dichiarazioni che non andavano oltre la solidarietà a parole, hanno sempre sortito effetti pratici limitati. Purtroppo il pensiero spontaneo che ne scaturisce è che i precedenti governi, che su questi argomenti hanno sempre avuto un atteggiamento irreprensibile, abbiano sbagliato a seguire le regole senza opporre mai atti di forza, anche limitati. Nessuno esce bene da questa situazione, certo non l’Italia costretta ad una azione che era meglio non vedere mai, Francia e Spagna che si sono rivelati nani politici, cercando di sfruttare una contingenza sulla quale non avevano diritto di parola ed infine l’Europa ha denunciato i propri limiti strutturali, accentuati da una cedevolezza imbarazzante a causa di un atto, grave, ma alla fine tutto sommato limitato. Che autorevolezza può pretendere di avere una istituzione sovranazionale che cambia atteggiamento di fronte ad una decisione che non pare del tutto legale? Come per l’atteggiamento tenuto nei confronti dei paesi orientali, Bruxelles mostra di piegarsi a chi alza la voce dimostrando di avere una ben scarsa consistenza poltica. L’avvento del governo populista italiano sta facendo scoprire una debolezza delle istituzioni europee, che pure in un contesto di giudizio non positivo, non sembrava credibile, una debolezza che espone l’Unione alle turbolenze di un momento mondiale contingente molto difficile e che esprime una volta di più, la necessità di una riforma radicale ed efficace delle istiutzioni europee, in grado di governare le emergenze interne ed esterne.

Italia più rigida verso le migrazioni, anche per responsabilità dell’Europa

Che la questione dell’immigrazione fosse stata centrale nella campagna elettorale italiana era risaputo: anche per il governo precedente, che aveva tutt’altro indirizzo verso i profughi, aveva più volte sottolineato come l’Italia fosse lasciata da sola, dall’Europa nella gestione dell’emergenza migratoria. L’aiuto è stato soltanto di tipo economico ed anche insufficiete, poi a Bruxelles non si è andati aldilà delle dichiarazioni di principio. Sul tema della lotta all’immigrazione la Lega Nord, ora partito di governo, ha costruito il proprio successo elettorale, con una buona responsabilità da parte delle istituzioni centrali europee, che non hanno saputo pensare una politica di gestione degli sbarchi e della divisione dei profughi, arroccandosi dietro la giustificazione, ormai insufficiente del trattato di Dublino. Se a Bruxelles, ma anche a Berlino e Parigi, pensavano che anche questo governo, dopo tante minacce, continuasse la politica dell’accoglienza di quello precedente, hanno elaborato una valutazione completamente sbagliata o, peggio, non hanno neppure tentato un approccio diverso ad un problema che riguarda tutto il continente. Il nuovo governo italiano deve pagare la cambiale all’elettorato che lo ha votato e dimostrare di mantenere un atteggiamento rigido con l’Europa ed, allo stesso tempo, preservare il paese italiano dai pericoli provenienti con le migrazioni. Così il caso della naves rifiutata diventa l’esempio che deve servire per tutti e che deve obbligare Bruxelles ha prendere coscienza inmodoreale dell’ostilità italiana. Anche il bersaglio di Malta è funzionale a questo intento, tuttavia l’atteggiamento di chiusura maltese incomincia a presentare poche giustificazioni: con la scusa delle proprie dimensioni limitate a La Valletta hanno sempre rifiutato la collaborazione all’Italia, senza che l’Europa rimproverasse questo comportamento. Se il comportamento del governo italiano è moralmente riprovevole non lo è da meno quello della Francia, che chiude le sue frontiere o quello della Germania, che continua ad essere poco severa con i paesi dell’Europa orientale, la cui presenza in Europa costituisce vantaggi economici a Berlino. Nonostante che i paesi europei fossero stati avvertiti nell’appena trascorso vertice canadesi dei sette paesi più industrializzati, non si è voluto credere al blocco dei porti italiani. Un motivo di questa immobilità può essere la convizione che nel governo italiano, formato da due forze politiche di provenienza diversa, potevano esserci delle differenze di visione che potevano superare le intenzioni della Lega Nord. Il punto è che proprio questo partito, nonostate una percentuale di voti raccolti più bassa, sembra avere assunto il comando del governo, probabilmente per una maggiore esperienza poltica dei suoi membri. L’altro partito, il Movimento cinque stelle sembra essere trainato in un esecutivo che esprime valori di destra, coerentemente alla vicinanza con il Fronte Nazionale francese. Resta il fatto che se l’Europa dovesse apportare modifiche al regolamento di Dublino, creasse i presupposti per una equa divisione dei migranti e contribuisse ad una prevenzione sul territorio africano delle partenze, toglierebbe ogni alibi e ragione al governo di Roma per non accogliere i profughi. Lo scenario futuro potrebbe essere una serie di navi che vagano nel Mediterraneo alla ricerca di un approdo? L’Italia non può essere obbligata ad aprire i suoi porti senza il volere del suo governo e così facendo la ripulsa morale dopo Roma non può che cadere su tutte le capitali europee, quindi tutta l’Europa dovrà condividere la vergogna della mancata accoglienza, anche quei governi che hanno tenuto una linea politicamente corretta smentita, dai fatti. Certo che se basta un governo messo insieme in modo raffazzonato, come è quello italiano, per smascherare le ipocrisie di Bruxelles, la necessità di ricostruire l’Europa è ancora più impellente di quanto sembrasse.

In Europa l’Italia è isolata sulla questione dell’immigrazione

La questione delle emigrazioni in Europa ritorna prepotentemente di attualità, dopo l’insediamento del nuovo governo in Italia, la vittoria in Slovenia di un partito scettico verso l’Europa e l’opposizione sempre più ferma dei paesi del patto di Visegrad a collaborare sulla divisione dei migranti. Lo scenario non è cambiato, nonostante l’accordo con la Turchia, che ha, di fatto, bloccato la rotta orientale per entrare nei paesi dell’Unione. Da un lato ci sono i paesi penalizzati dall’accordo di Dublino, cioè tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo con Italia, Spagna e Grecia, che subiscono tutti i disagi delle ondate migratorie. Dall’altro ci sono i aaesi del nord Europa, che ritengono di avere già avuto un ruolo importante nell’accoglienza, sopratutto, nei periodi precedenti le emergenze, infine ci sono i paesi dell’ex blocco sovietico e l’Austria, che rifiutano di accettare i criteri di mutua assistenza tra gli stati europei e che, quindi, chiudono le frontiere all’immigrazione. In Italia una delle ragioni che ha concorso alla vittoria dei partiti populisti è stata proprio la percezione di abbandono in cui è stato lasciato il paese dalle istituzioni europee e dagli altri paesi membri di fronte ad una emergenza migratoria che dura da troppo tempo e che, con l’estate, potrebbe di nuovo assumere proporzioni enormi. La posizione del nuovo ministro degli interni italiano, il leader della Lega Nord, formazione nazionalista e fortemente critica con l’Europa, è quella di rifiutare il sistema di asilo che vige in Europa, ma che è di responsabilità italiana. I propositi del ministro dell’interno di Roma sono di ricorrere ad una espulsione generalizzata per tutti i clandestini, una dichiarazione che rivela, se ce ne fosse stato bisogno, tutta l’avversione contro i disperati che a causa di guerre e carestie arrivano in Europa attraverso la frontiera italiana. Il proposito del ministro Salvini, però appare di difficile attuazione pratica per evidenti difficoltà organizzative, ma rischia di essere più pericoloso dal punto di vista politico perchè crea la mancanza di un protagonista come l’Italia, che è stato finora al fianco delle nazioni come Germania e Francia, pur con vedute molto diverse circa l’applicazione dell’accoglienza. Il nuovo governo italiano sembra, invece, allinearsi più sulla posizione dei paesi critici verso l’accoglienza dei profughi, anche se il rifiuto della condivisione delle quote opposto dai paesi del patto di Visegrad, dovrebbe inquadrare queste nazioni come avversarie del paese italiano. Quello che si sta delineando è uno scenario dove l’Italia rischia un isolamento pericoloso, perchè si allontana dai paesi più importanti dell’Unione ma non può neanche avvicinarsi a quelli orientali perchè sono quelli che la costringono a sopportare anche le loro quote di migranti. Certo se si arrivasse ad una correzione del trattato di Dublino, sarebbe un primo passo, tuttavia esistono esempi recenti di nazioni che hanno interrotto il trattato di Schengen, sulla libera circolazione, per i motivi più diversi, fatto che renderebbe vana la revisione del trattato. Dopo la questione economica l’Europa evidenzia tutta la debolezza di una struttura politica inesistente, troppo inclusiva, cioè con membri che non condividono gli ideali fondanti dell’Unione; questo aspetto dimostra come l’assenza di strutture politiche proprie ed autonome, renda incapace l’Unione ad adottare decisioni necessarie alla gestione delle emergenze, fattore che si riflette nella percezione da parte dei cittadini dei popoli europei. Gli italiani non sono contro l’Europa, ma il risultato elettorale è il prodotto anche di un atteggiamento ostile delle istituzioni europee, troppo rigide sui vincoli finanziari e troppo permissive con i paesi che si rifiutano di assolvere gli obblighi che derivano dall’adesione a Bruxelles. Avere messo l’Italia contro l’Europa è un danno per gli italiani, ma lo è ancheper quei paesi che dicono di ambire ad una unione politica effettiva, che fino ad ora è stata percepita soltanto in favore di paesi più ricchi o di oscure consorterie finanziarie. Se l’Europa vuole recuperare l’Italia, anche con questo governo, deve dimostrare di decidere qualcosa in favore di Roma, e, sopratutto, di assumere un atteggiamento univoco verso il rispetto degli obblighi che vuole imporre: altrimenti si tratta soltanto di una istituzione squalificata dal proprio comportamento.

Italia: la pessima gestione della crisi politica

La vicenda italiana presenta una anomalia molto rilevante sia per la situazione interna del paese, che per i paesi alleati, che l’Unione Europea. L’Italia è arrivata a questo stato di cose per una situazione politica fortemente divisa a causa di politiche e relazioni tra i partiti molto contradditorie, che hanno portato alla costruzione di una legge elettorale completamente sbagliata, una somma dei difetti di proporzionale e maggioritario, costruita per favorire l’aggregazione di forze apparentemente in contrasto. L’esito elettorale ha però sovvertito questo intendimento reglando al paese il caos dell’inceertezza. Dire che la legge elettorale vigente sia l’unica causa responsabile dell’attuale stato di cose è falso, ma è certamente vero che lo strumento di conteggio dei voti è stato costruito in maniera irresponsabile ed ha contribuito in maniera decisiva a questa crisi istituzionale. Certo prima di tutto vi è il basso livello della classe politica italiana, che non è capace, qualsiasi sia l’orientamento politico e dei partiti, di esprimere un ceto dirigente competente e non improvvisato. L’orizzonte di questa classe politica è sempre il brevissimo periodo, inteso come lasso di tempo dove trarre i maggiori vantaggi personali. Detto questo, come premessa generale, la gestione del Presidente della Repubblica è parsa viziata da errori di opportunità politica, che potrebbero portare allo scontro isituzionale. Secondo la legge in vigore doveva essere premiata la coalizione che avrebbe raggiunto almeno il 40% dei voti, con un premio di maggioranza; nessuna coalizione, o partito singolo, ha raggiunto questa soglia,ma resta il fatto che la compagine di centro destra sia quella che si sia avvicinata di più, risultando la vincitrice morale della competizione. Certo i seggi nei due rami del parlamento non assicurano la maggioranza, ma il primo incarico per formare il governo doveva spettare a questa coalizione, anche se non la costruzione di un esecutivo non sarebbe stata raggiunta. Questo è stato il primo errore del presidente italiano, che ha preferito cercare soluzioni maggiormente condivise dalle forze politiche, ma così ha creato un prestesto per le forze di centro destra. Deve essere specificato che la formzaione del governo è stata, da subito, condizionata, dai veti incorciati dei partiti, che non sono stati disponibili a formare coalizioni nell’interesse generale in grado di raggiungere la maggioranza. L’ostinata chiusura di quella che si definisce sinistra ha contribuito in modo importante allo scenario attuale. Sinistra sconfitta per una politica del governo precedente che ha fornito l’esclusiva percezione di una azione di destra, contraddistinta da provvedimenti contro la tutela del lavoro, a favore della precarietà ed orientata al sostegno di istituti bancari gestiti in modo clientelare. L’unica soluzione che si è prospettata per creazione di un governo è stata l’alleanza tra il movimento populista ed anti sistema dei “Cinque Stelle” e la formazione anti europea “Lega Nord”, che alle elezioni francesi aveva appoggiato la destra estrema. Pur avendo obiettivi e finalità differenti i due partiti sono riusciti a costruire una sorta di programma definito “contratto” dove i sono rientrati i punti programmatici piùr ilevanti dei due schieramenti, come la flat tax, il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni; tuttavia la copertura finanziaria di questi provvedimenti non è mai stata chiara (all’interno di un paese con uno dei più alti debiti pubblici) e ciò ha contribuito al fallimento della formazione del governo, per altro imputata al rifiuto di nominare un ministro contrario alla moneta unica europea. Qui il presidente italiano ha compiuto il secondo sbaglio impedendo la formazione dell’esecutivo, fornendo la percezione di agire su suggerimento dell’Europa e fornendo l’alibi di non avere permesso il governo del cambiamento senza avere messo le due forze poltiche alla prova dei fatti. Quello che resta è uno scenario destinato alle elezioni dove la possibilità che “Lega Nord” e “Movimento Cinque Stelle” riescano a raggiungere la maggioranza assoluta senza alcuna possibilità di contrasto, neppure istituzionale. La gestione del dopo elezioni ha prodotto una situazione fortemente polarizzata di difficile risoluzione, dove l’Europa ha le sue colpe per l’ingerenza effettuata, ma le istituzioni più importanti hanno agito in modo rigido, senza uno obiettivo di, almeno, medio periodo e si sono arroccate in posizioni di difesa che sono incomprensibili alla maggior parte del corpo elettorale. Il futuro si annuncia ancora più difficile.

Dopo il voto italiano cresce l’importanza dell’azione di Berlino e Parigi, per l’Europa

Se prima del voto italiano, si poteva ipotizzare anche un ruolo importante per Roma, come partner preferenziale dell’alleanza tra Francia e Germania, per ridare centralità al progetto europeo, l’esito elettorale ha compromesso questa possibilità a causa del successo avuto dalle formazioni contraddistinte dallo scetticismo verso l’Europa. La sconfitta del Partito Democratico, principale fautore della politica europeista è stata provocata da una politica neoliberista, che è stata percepita come un tradimento dalla classe lavoratrice, che doveva essere difesa proprio da questa formazione politica; inoltre troppo pervasiva è stata la commistione con la finanza, che ha provocato il salvataggio di banche che avevano troppo usato la speculazione al posto della gestione oculata dei risparmi. L’elettore italiano si è trovato nuove alternative, guardando, però, esclusivamente alle ragioni di politica interna e ben poco alle ragioni comunitarie. Se questa analisi ha qualche elemento di verità occorre anche specificare che non solo le politiche economiche del Partito Democratico ne hanno decretato la sconfitta, ma anche l’adesione incondizionata dello scorso esecutivo alle politiche di rigore finanziario imposte da Bruxelles; così non è certamente sbagliato dire che l’Unione Europea ha contribuito in maniera preponderante alla sconfitta della forza politica italiana, che più la sosteneva. Questo assunto potrebbe sembrare un paradosso ma così non è: infatti l’aumento delle povertà, della disoccupazione giovanile e delle diseguaglianze è stata determinata dalle indicazioni obbligate di Bruxelles. Gli elettori italiani hanno capito questa causa-effetto e non hanno dato credito alle promesse di un allentamento del rigore finanziario, che l’Europa aveva promesso. In Francia non si è rischiato un risultato analogo a quello italiano, perchè contro il presidente francese c’era l’estrema destra ed i cittadini francesi avrebbero preferito qualsiasi alternativa ad un governo neofascista: infatti ora hanno un liberista, che accontenta una platea molto ridotta in fatto di economia. In Germania, il carisma della cancelliera Merkel, pur con un risultato elettorale meno evidente dei precedenti, ha permesso un accordo molto difficoltoso con i socialdemocratici, che permette di continuare il percorso europeo. In Italia non ci sono state le condizioni per permettere alle formazioni europeiste di avere un risultato elettorale accettabile, non solo in senso positivo, ma neppure di ripiego per allontanare altri pericoli. Ora il voto italiano pone delle domande eloquenti a Francia e Germania, quali protagonisti principali del percorso europeo. In altre parole quello che si è verificato con il voto italiano, che, proprio per l’importanza dell’Italia all’interno dell’Unione, non è certamente paragonabile con l’atteggiamento ungherese o polacco, rappresenta un vero e proprio allarme per la tenuta del progetto europeo, ma è anche una occasione perchè si correggano gli errori del passato, non solo per quello che riguarda i fattori economici e finanziari, ma anche per la gestione di problematiche comuni, come l’immigrazione, dove Roma è rimasta troppo sola a fare fronte all’assenza degli altri partner europei e delle istituzioni centrali di Bruxelles. Quello di cui c’è bisogno è un atteggiamento molto differente da quello tenuto fino ad ora sopratutto da Berlino, che, con la scusa del rigore continentale, ha dato più l’impressione di tutelare le proprie realtà produttive. D’altra parte mai come ora una Europa più forte ed autonoma è necessaria, dato l’inquilino presente alla Casa Bianca, che ha proprio come obiettivo quello di dividere i membri europei per trarne vantaggio sui mercati internazionali. Il ruolo di Berlino e Parigi deve essere quello di rivitalizzare la politica europea con atti tangibili che migliorino la condizione delle popolazioni europee mediante politiche espansive in grado di creare lavoro ed aumentare il reddito. Solo così si potrà limitare lo scetticismo verso la casa comune euroea, sempre più indispensabile nelle sfide imposte dalla globalizzazione e sui continui mutamenti dell’ordine mondiale.

Le scarse prospettive del voto italiano

Le elezioni politiche italiane sono sempre più vicine, ma questa scadenza non scalda gli animi: nell’elettorato italiano vi è una presa di distanza, che sconfina nella rassegnazione. Gli stessi dibattiti avvengono quasi con distacco, fornendo una percezione di risultato già atteso. I sondaggi confermano una probabile difficoltà a raggiungere un governo di indirizzo, dovuta, sia al nuovo sistema elettorale, che ad un equilibrio politico, che non darà la vittoria ad alcuno schieramento. Ancora preponderante dovrebbe essere la presenza del dato riguardante l’astensionismo, che davanti al valore degli ultimi governi ed al basso livello dei candidati, assume una valenza riconducibile più ad una disaffezione dovuta alla scarsa qualità dell’offerta politica, che ad un disinteresse generale. La questione non è secondaria, anche se falsamente ignorata dai protagonisti politici, perchè implica una delegittimazione sempre più marcata della classe dirigente e quindi, dei nuovi (o vecchi) eletti nel parlamento. Questo segnale è stato ignorato volutamente dai partiti, che, infatti, hanno condotto una campagna elettorale fatta di programmi irrealizzabili e quindi lontani dalle esigenze della popolazione. Quella che si sta per concludere è stata una campagna elettorale condotta in tono minore perchè, alla fine, riguardava i direttori presenti nei partiti e la loro lotta per assicurarsi dei posti di comando già decisi in riunioni sempre più ristrette e da qui imposti alla collettività. Il distacco tra che sarà eletto, di qualsiasi parte politica, e la cittadinanza appare enorme come non è mai stato in precedenza, la disquisizioni teoriche alle quali si è assistito sono state le più lontane da problemi reali come il lavoro e la sicurezza, trattati soltanto attraverso slogan ripetuti all’infinito. Il risultato finale sarà una coalizione che metterà insieme parti non conciliabili e che potrà portare avanti soltanto l’ordinaria ammnistrazione. D’altra parte questo è già presente negli schieramenti presenti: nel centrodestra le posizioni dei moderati appaiono molto distanti da chi si vuole ispirare a condotte politiche estreme, mentre nel centrosinistra quello che emerge è una sorta di movimento che tutela banche e finanza, una contraddizione che afferma quanto più distante sia la parte sociale che si dice di volere difendere. Anche chi non si è schierato in coalizioni, come il Movimento cinque stelle, non pare affidabile per la manifesta inesperienza ed inaffidabilità che ha dimostrato. Da questo scenario qualsiasi esecutivo che potrà essere formato non sembra potere reggere in autonomia il peso delle sfide all’interno dell’Unione Europea e, per guardare in una visione più ampia, nella globalizzazione sempre più polarizzata. Il destino italiano appare quello di essere subalterno alla Germania ed alla Francia in Europa, senza la possibilità di giocare alla pari con questi due paesi un ruolo principale. In un contesto generale come quello dell’Unione un governo debole, perchè senza un indirizzo unitario ben definito, è un rischio perchè esiste la concreta possibilità che l’Italia si veda imporre, e quindi subire, decisioni sfavorevoli anche provenienti da paesi con un peso specifico ben minore di quello italiano (la questione dell’immigrazione ne è l’esempio naturale). A poco sembrano anche servire ipotesi come quelle di creare un governo di unità nazionale, che abbia come scopo la revisione di una legge elettorale, certo sbagliata, ma che è appena stata rifatta: la possibilità che le stesse persone che l’hanno approvata ne elaborino una migliore e che consenta una maggiore governabilità, non può che essere vista con estrema diffidenza. Il futuro, allora, non potrà che essere un susseguirsi di provvedimenti con poca incidenza sulla necessaria programmazione di lungo periodo, perchè sempre frutto di mediazione eccessiva ma necessaria per mantenere in vita un esecutivo debole ancora prima di nascere.

L’Italia verso l’oligarchia dei partiti

Il parlamento che risulterà eletto dalla consultazione legislativa italiana del 4 marzo, sarà l’espressione della volontà popolare soltanto in teoria. La nuova legge elettorale produrrà, di fatto, un potere espresso soltanto dai partiti e non dalla società civile, con la quale il ceto politico appare sempre più distante. Quella che si prefigura non è più una democrazia, ma una oligarchia dei partiti, quali espressione di un ceto dominante sempre più ristretto e spesso di tipo familiare. Non è un caso che durante le discussioni per l’elaborazione della legge elettorale che verrà applicata, ci sia stata una uniformità tra partiti anche di opposti schieramenti per non ammettere le preferenze, che avrebbero potuto dare al cittadino elettore una forma, seppure contenuta, di esercitare un diritto di scelta su quali persone eleggere. Al contrario i partiti hanno scelto, con metodi totalmente contrari allo spirito democratico, i componenti delle liste elettorali, che sono stati scelti soltanto per la loro fedeltà al gruppo dirigente. Quelli che si costituiranno saranno gruppi parlamentari espressione di una cerchia ristretta dei partiti che dovranno rappresentare sempre in modo fedele e non critico. D’altra parte la campagna elettorale di ciascuna formazione si è svolta finora su promesse inattuabili e scontri reciproci di basso livello, che hanno avuto come risultato, soltanto quello di allontanare sempre di più i cittadini dalla consultazione elettorale. Non per niente da tutte le parti ci sono stati solleciti ad esercitare il diritto di voto, per la paura di una astensione, che si annuncia di grandi dimensioni, che potrebbe non legittimare il voto in modo completo. La campagna elettorale ha dimostrato una lontananza dai problemi reali del paese, che dimostra la volontà di rinforzare un potere ristretto giustificabile soltanto per la tutela di interessi circoscritti; ipotesi rafforzata da candidature funzionali alla protezione di determinati settori economici e sociali. Questi fattori, contingenti alla consultazione elettorale, si aggiungono ad un potere che i partiti esercitano senza essere inquadrati in una legislazione che ne sancisca il funzionamento democratico, così si assiste ad una panoramica dell’esercizio del potere che parte dal controllo del sistema partito effettuato attraverso l’esclusivo potere finanziario, fino alla gestioneche avviene attraverso piattaforme informatiche. Il partito classico quello che prevedeva una grande base periferica non esiste più, perchè aveva come controindicazione il dissenso interno, più difficile da contenere. L’affermazione del così detto partito leggero è servita soltanto ad un controllo totale delle classi dirigenti, che sono anche diventate praticamente le uniche all’interno delle formazioni politiche. Ma il distacco ed il disincanto della base è coinciso anche con l’aumento dell’astensione, che si è formata certamente per la percezione di una politica lontana dai problemi dei cittadini, ma anche per la mancanza di quella forza che si basava sul volontariato per mantenere attivo il partito in una dimensione locale e che era una forza capace di trascinare all’interno dell’agone politico anche i non tesserati. La distruzione di questo modello, avvenuta in modo quasi simultaneo a sinistra, al centro ed anche a destra non sembra essere stata casuale, anche se si è voluta fare coincidere con la fine della prima repubblica. Non è stato così: assieme alla distruzione del partito popolare è andata di pari passo una fase di negazione della cultura sempre più compressa, grazie a ciò che è stato diffuso dal mezzo televisivo e da una qualità dell’istruzione nelle scuole sempre più scadente. Il risultato è che si è voluto allontanare il ceto popolare dalla vita politica: prima in maniera indiretta ed ora con regole che limitano il potere decisionale dei cittadini alla scelta del solo partito politico, una scelta preconfezionata che contiene candidati espressione di zone diverse da quelle dove sono eleggibili e di personalità controverse alle quali non vi è alternativa. Si determina una offerta elettorale molto spesso insufficiente, che giustifica l’astensionismo e favorisce il potere incontrollato dei partiti, diventati ormai soltanto forze espressioni dell’esercizio di un potere oligarchico sempre più lontano dagli intendimenti democratici della costituzione italiana.

La visita di Erdogan in Italia

Il presidente turco Erdogan effettua una visita in Vaticano dopo cinquantanove anni di assenza, il viaggio continua con l’incontro con il presidente della Repubblica italiana ed il capo del governo. Sulla reale necessità di ricevere un capo di stato che ha trasformato il proprio paese in una sorta di dittatura, basata sul culto della propria personalità, attraverso la negazione di ogni dissenso e la diminuzione dei diritti per la popolazione turca, ci sono grandi perplessità da più parti. Se per la visita in Vaticano si possono avere delle spiegazioni plausibili, per l’accoglienza delle istituzioni italiane non si vedono ragionevoli motivazioni per consentire ad Erdogan una visibilità internazionale. Una esplicita richiesta di Erdogan è la causa della visita in Vaticano, dove l’intenzione turca è quella di parlare principalmente della questione di Gerusalemme capitale israeliana, dopo che gli USA hanno manifestato la volontà di trasferirvi la propria ambasciata. La posizione della Santa Sede è chiara, al riguardo, e la speranza di appoggio turco su questo tema, che potrà anche verificarsi, non compenserà certamente le rimostranze che il Papa farà in privato per la situazione interna del paese e per la repressione dei curdi. Certo il Vaticano sfrutterà l’incontro per avere la massime rassicurazioni sulla sicurezza dei cristiani turchi e ciò rende maggiormente comprensibile che il Papa non abbia rifiutato l’incontro. Ma per l’Italia non sembrano esserci analoghe motivazioni se non quelle economiche. Roma ha sempre appoggiato, alla fine smentita dai fatti,la candidatura turca all’ingresso in Europa, anche quando, ad esempio, Parigi si opponeva. L’atteggiamento italiano non è sembrato sufficientemente determinato nei confronti di un capo politico che ha trasformato il suo paese da laico in confessionale, con tutte le implicazioni che comporta volere rendere preponderante il fattore religioso islamico in una società civile e politica. Roma ha continuato una sorta di linea morbida anche dopo le repressioni seguite al colpo di stato, di cui non si è mai capito la vera natura, limitandosi a condanne formali ed anche nei confronti della repressione operata ai danni dei curdi non si sono sentite particolari rimostranze. Appare significativo che quella di Erdogan è la prima visita all’estero dopo i bombardamenti contro le milizie curde presenti sul territorio siriano, che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Questo elenco dice che ce ne sarebbe abbastanza per isolare un personaggio molto pericoloso per la stabilità mondiale, la cui ambizione rischia di creare una dittatura sul modello di quella fascista sui confini dell’Europa. Nella sua politica estrema Erdogan ha sempre bisogno di riconoscimenti internazionali, sia per il suo versante interno, che per quello estero ed il fatto che sia ricevuto dopo avere infranto il diritto internazionale potrà diventare un fatto che la Turchia potrà sfruttare a proprio beneficio. Il governo italiano avrà senz’altro pensato a come incrementare il grande scambio economico tra i due paesi, che raggiunge quasi diciotto miliardi di dollari, tuttavia in un quadro più generale, quello che riguarda la politica internazionale, anche all’interno delle dinamiche europee, è impossibile che questa visita non venga percepita come un vantaggio concesso al presidente turco. Probabilmente in questo frangente sarebbe stato più auspicabile un atteggiamento più distaccato con un capo di stato che ha indirizzato il proprio paese verso una compressione notevole di quei diritti, che lo stato italiano e l’Unione Europea si sono sempre fatti portatori. Dare udienza ad Erdogan contraddice tutti i valori sui quali si fondano la Repubblica italiana e l’Europa e ciò rappresenta un fatto grave che denuncia la necessità di un coordinamento degli indirizzi di politica internazionale, che deve venire necessariamente da Bruxelles. Non si può, d’altronde, certo sperare che questa visita faccia cambiare la direzione intrapresa da Erdogan, che, al contrario, usa l’Italia per i suoi scopi di visibilità internazionale, facendo fare a Roma una pessima figura.