Il Venezuela isolato sul piano internazionale

Nella crisi venezuelana, vi sono due aspetti sostanziali, che devono essere presi in considerazione per analizzare il problema nel suo insieme. Il primo, quello politicamente più rilevante, è la assoluta negazione della democrazia, perpetrata attraverso una gestione del potere che ha assunto una modalità familiare e clientelare, in spregio alle regole scritte dei rapporti politici, che vengono sovvertite in maniera plateale per la conservazione del governo di un paese, ormai sfuggito al controllo di Maduro. Risulta eloquente che ha sostenere il regime di Caracas sia rimasta Cuba e la Cina, espressioni di un potere non certo democratico. Il secondo aspetto discende direttamente dal primo, ed è la assoluta mancanza di rispetto dei diritti umani, attraverso il mezzo dell’uso della tortura. Le Nazioni Unite hanno segnalato pubblicamente questo problema ed hanno testimoniato che Maduro sta governando il paese usando, congiuntamente al disprezzo delle regole democratiche, la violazione dei diritti umani. L’uso degli arresti preventivi e non giustificati e della tortura nelle sue forme più bieche e violente, che possono arrivare alla morte dei detenuti per ragioni politiche, denota che il paese venezuelano si può sempre più definire come una autentica dittatura. Ciò è ormai riconosciuto anche a livello internazionale e determina l’isolamento del paese, che non è solo di tipo diplomatico ma anche economico. I principali partner commerciali di Caracas, infatti, hanno deciso che l’organismo creato da Maduro e chiamato Assemblea costituente non sarà un soggetto istituzionale riconosciuto, perchè non ritenuto non democraticamente eletto e, quindi, verranno considerati legittimi gli atti approvati dall’Assemblea nazionale. La questione è di grande rilevanza internazionale, perchè nel parlamento venezuelano la maggioranza è detenuta dall’opposizione a Maduro, peraltro questa maggioranza è stata certificata da elezioni avvenute in modo regolare. Tra gli otto principali partner commerciali del Venezuela, ben sette: Stati Uniti, Brasile, Argentina, Colombia, Messico, Italia e Germania hanno deciso di non riconoscere l’Assemblea costituente, mentre soltanto Pechino ha riconosciuto il nuovo organismo. Gli effetti di questa decisione potrebbero portare il paese al collasso economico, a causa della probabile interruzione del flusso di prestiti finanziari, indispensabili per gli approvvigionamenti. La situazione economica venezuelana, già prima di questa decisione, presa a livello internazionale, era drammatica, essendo caratterizzata da una diminuzione del prodotto interno lordo del 7,4% e condizionata da un tasso di inflazione del 720%. Oltre i problemi politici, il Venezuela paga una poco lungimirante politica industriale, che si è basata soltanto sull’estrazione del greggio, il cui prezzo al barile è crollato, contribuendo alla contrazione del prodotto interno lordo in maniera significativa; l’assenza di produzioni industriali alternative ha causato quindi una situazione di alta disoccupazione, che è anch’essa causa di proteste e contestazioni verso il governo. La mancanza dell’approvvigionamento di materie prime, riguarda anche il settore alimentare e quello dei medicinali, provocando una situazione sociale altamente instabile, anche a causa delle precarie condizioni igieniche della popolazione. Questi fattori negativi non potranno essere mitigati dall’appoggio cinese, che risulta il secondo partner venezuelano, ma soltanto per merci importate; certo Pechino, data anche la grande liquidità a disposizione, potrà sostenere finanziariamente il governo di Caracas, aprendo linee di credito con i suoi istituti bancari, ma ciò rischia di essere solo un prolungamento di un esecutivo accerchiato dall’isolamento, proprio dai paesi vicini. Su di un periodo breve la previsione è che Maduro tenterà di esautorare l’Assemblea nazionale e di svuotarla dei suoi poteri e della sua legittimità, ma la forza di Caracas appare limitata, sia dall’interno, che, sopratutto, dall’estero; quindi sul medio e lungo periodo non è azzardato prevedere una caduta del regime, che potrà avvenire anche, purtroppo, in maniera violenta. D’altra parte sono sempre di più anche gli esponenti vicini a Maduro ad essere allontanati per le loro posizioni critiche: segno che la frattura non è solo all’interno del paese, ma negli stessi ambienti vicini al presidente venezuelano.

La grave situazione del Venezuela

La situazione del Venezuela appare sempre più in pericolo. Se dal punto di vista del rifornimento alimentare e di quello relativo ai medicinali la situazione è già più che critica, l’iniziativa del Presidente Maduro, di creare una costituente per oltrepassare le prerogative del parlamento, assomiglia sempre di più al tentativo di un colpo di stato. Il paese è spaccato da tempo, ma ora iniziano a venire meno anche i consensi tradizionali degli aderenti al partito del presidente: la parte più povera del paese, che patisce maggiormente le condizioni critiche della nazione. Potrebbe essere questo uno dei motivi che hanno indotto Maduro a cercare una soluzione assurda e difficilmente realizzabile, se non al prezzo di esasperare ancora di più le tensioni del paese. La soluzione appare una trovata dettata più dalla disperazione e dall’incapacità di generare una risoluzione della situazione. Probabilmente la cosa migliore sarebbero delle nuove elezioni, ma, probabilmente, è proprio quello che Maduro vuole evitare, perchè sicuro della sconfitta. La violenza nel paese è ormai un fattore quasi normale della vita del Venezuela: ai dimostranti che si battono sempre più spesso con le forze dell’ordine, si aggiungono bande di criminali e di disperati, che cercano di approfittare del caos nel quale versa il paese. Come si comprende, il tentativo di esautorare il potere legislativo, dove la maggioranza è contro Maduro, sembra andare contro ogni logica di conciliazione tra le due parti politiche, l’unico strumento, forse, veramente in grado di ridare un assetto più normale al paese, ma la responsabilità appare tutta del governo venezuelano e del suo presidente, che non intendono rinunciare al potere conquistato. La costruzione della Costituente appare fatta proprio per favorire il mantenimento del potere all’attuale gruppo dirigente, con l’insediamento di figure favorevoli al governo nella commissione costituzionale, dove prenderà posto anche la moglie di Maduro. Inoltre la partecipazione al voto non sarà universale e forse il voto non sarà neppure segreto. Sembra certo che sarà il governo a decidere chi potrà partecipare al voto, con la sicura certezza che almeno la metà dei votanti sarà scelta tra i gruppi che appoggiano Maduro. Parallelamente i seguaci del presidente cercano di intimidire il parlamento con atti violenti, tra i quali ha fatto scalpore il tentativo di occupare la sede dell’assemblea legislativa venezuelana. Sul piano internazionale si sono moltiplicati gli appelli per una soluzione pacifica della situazione che riguarda il paese sudamericano, che sembra essere ormai sull’orlo della guerra civile. Uno degli attori più coinvolti è la diplomazia vaticana, che sta lavorando per cercare una intesa. La preoccupazione è condivisa dagli Stati Uniti, dal Brasile e dall’Argentina, che hanno tutti condannato l’iniziativa di Maduro come una violenza contro la democrazia. La situazione attuale del Venezuela dipende in grande parte da ragioni economiche, connesse con la caduta del prezzo del petrolio, da cui l’economia del paese è stata ed è ancora troppo dipendente; i governi, sai quello di Chavez, che quello di Maduro non hanno mai elaborato una strategia economica e produttiva alternativa, ciò ha causato l’attuale situazione di estrema povertà, che si sta estendendo a gran parte del tessuto sociale del paese. Il rifiuto di intraprendere riforme economiche sufficienti a garantire alla popolazione livelli della qualità della vita sufficienti, si è sommato ad una mancata redistribuzione della ricchezza, che è stata indirizzata verso i ceti e gli ambienti più vicini a Maduro; questi, pur nella congiuntura economica negativa che affligge il paese, non si è rivelato un successore all’altezza di Chavez ed ha instaurato una sorta di autoritarismo populista, che voleva essere di sinistra, ma che alla fine si è distinto solo per favorire una parte politica, senza dare seguito alla visione, forse utopica, del suo predecessore, che, in qualche modo, ha cercato di attuare una redistribuzione del reddito nazionale. Se Maduro resterà al potere si annuncia un regime dittatoriale, che riporta la regione sudamericana indietro di parecchi anni e che potrà favorire una alterazione degli equilibri, grazie al possibile ingresso di potenze straniere al fianco del dittatore per sfruttare le risorse naturali del paese. SI rischia, così, l’apertura di un nuovo fronte internazionale che può evocare ancora una volta gli scenari della guerra fredda o quelli dell’eccessiva invadenza di grandi potenze.

La Presidentessa del Brasile rischia l’incriminazione

Il Brasile potrebbe avviarsi verso una crisi istituzionale, dopo che la Corte dei conti ha invitato i parlamentari brasiliani ad un voto contrario sui conti pubblici del 2014, fatto che segue la decisione del Tribunale elettorale di riaprire una inchiesta sulla campagna presidenziale dello stesso anno, ritenuta viziata dall’opposizione a causa di illeciti finanziamenti pubblici, che hanno coinvolto l’ente petrolifero pubblico. In quella elezione venne rieletta l’attuale presidente del paese Dilma Rousseff, che potrebbe trovarsi così nello scomodo ruolo di imputata, un fattore, che, se anche solo potenziale, contribuirà ad aggravare i già bassi indici di gradimento nei sondaggi. Quasi per prevenire questa situazione la presidentessa brasiliana aveva, nei giorni scorsi provveduto alla formazione di un nuovo governo, che dava più potere agli alleati centristi del Partito del Movimento Democratico Brasiliano, che si sono distinti più volte per non essere allineati sulle posizioni della Rousseff, la quale, quindi, ha operato una mossa della disperazione per impedire la caduta del governo per motivi politici. D’altro canto nella sinistra del paese suscita particolare avversione il programma di tagli, che la Rousseff, vorrebbe effettuare, ma che ha recentemente subito una pesante sconfitta non essendo stati approvati alcuni provvedimenti per la mancanza di partecipazione al voto di molti esponenti appartenenti alla maggioranza. Nonostante, che, secondo alcuni analisti i risultati delle procedure che potrebbero incriminare la presidentessa, non abbiano grandi probabilità di avere effetti, l’influenza di queste accuse sulla stabilità politica del paese hanno ricadute evidenti, in un momento di grande difficoltà economica per il Brasile, che risulta coinvolto in una grave recessione economica, dopo anni di crescita consistente. Dal punto di vista istituzionale, gli effetti delle inchieste, potrebbero provocare la decadenza della Rousseff, che causerebbero una nuova tornata elettorale, dove difficilmente il Partito dei Lavoratori, quello della presidente, potrebbe ottenere una nuova vittoria. Potrebbe così, interrompersi la parabola politica della sinistra brasiliana, probabilmente troppo lontana dai valori di partenza, perchè cambiata profondamente nel suo modo di agire e nelle sue politiche. Certamente una delle cause pratiche del declino della sinistra è stata la bocciatura, seppure non vincolante, dei conti pubblici per il 2014, anno delle elezioni, fatto che non accadeva dal 1936, a causa della probabile volontà di rendere meno gravosa l’entità del disavanzo pubblico, fattore che poteva essere usato dall’opposizione durante la campagna elettorale. Se ciò fosse vero la violazione riguarderebbe direttamente la legge in vigore sulla materia della responsabilità fiscale e la stessa Costituzione del Brasile; in conseguenza di ciò potrebbe configurarsi la violazione della responsabilità del presidente e quindi la sua decadenza. Ma aldilà di questi dettagli tecnici, seppure molto rilevanti, la crisi della sinistra brasiliana riflette quella di gran parte di movimenti progressisti, che una volta saliti, al potere, rinnegano nei fatti i loro valori e la loro storia, tramite il coinvolgimento in scandali, che tradiscono la correttezza e la legalità di cui dovrebbero essere portatori e l’attuazione di pesanti misure che colpiscono diverse fasce sociali, dalle più deboli fino al ceto medio, lasciando inalterate le grandi concentrazioni di potere. In Brasile, paese ricco di risorse, questo è accaduto con il coinvolgimento delle industrie di stato, che gestiscono la ricchezza del paese e che dovevano diventare lo strumento della redistribuzione della ricchezza nazionale. Se la Rousseff riuscirà a scampare le trappole legali, causate dal comportamento suo stesso partito, non è detto che riesca a terminare lo stesso la legislatura: il governo uscirà indebolito dalla vicenda e dovrà basarsi su compromessi sempre meno attinenti alla volontà popolare per sopravvivere.

La lotta alla povertà nell’America Latina

Esiste una situazione particolare in America Latina riguardo alla condizione del lavoro: ad una crescita dello stipendio dei lavoratori non corrisponde un analogo aumento dei posti di lavoro; è quanto si evince da un rapporto della Banca Mondiale, che evidenzia come nei paesi dell’America centrale e meridionale le diseguaglianze non sono diminuite e da tre anni non si registrano progressi nella loro diminuzione. Tuttavia con l’attuale congiuntura, che segna una diminuzione dei prezzi delle materie prime, le conseguenze strutturali avranno ricadute pesanti sul mercato del lavoro, necessario alla lotta alla povertà. In America Latina e nei Caraibi, la percentuale di popolazione che vive con meno di 4 dollari al giorno di un punto percentuale nel 2013, rispetto al 2014, attestandosi al 24,3%, mentre la situazione di povertà estrema, che comprende coloro che vivono con una media di 2,50 dollari al giorno risulta in discesa dal 12,% al 11,5%. Si tratta di piccoli progressi, ma che denunciano un andamento ancora troppo lento nella riduzione della condizione di povertà, inoltre questi valori non sono da considerare uniformi, giacché nell’America centrale ed in Messico i valori sono più bassi. Deve essere specificato che ci troviamo in settore del mercato del lavoro, dove la parte più ampia è quella relativa ai lavoratori scarsamente qualificati; questa quota, che è la più ampia, ha rappresentato, soprattutto dopo primi anni di questo secolo, l’occasione di elevare il proprio reddito ed uscire da condizioni di miseria, anche se sono quelli nettamente meno remunerati e possono permettere soltanto di passare dalla miseria a condizioni di povertà. Si stima che i lavoratori non qualificati costituiscano la metà della forza lavoro dell’America Latina. Con questa consistenza numerica e la difficile congiuntura mondiale e senza l’adeguato sostegno di politiche statali, migliorare la condizione lavorativa risulta molto complicato, tanto da essere definito insignificante. Le uniche variazioni, fino ad ora si sono potute registrare nei paesi esportatori di materie prime, dove i salari hanno avuto un aumento medio ed hanno prodotto ricadute analoghe anche in settori non direttamente connessi con questo settore, elevando i redditi medi dei paesi coinvolti. Al contrario nei paesi che non sono esportatori di materie prime le retribuzioni hanno mantenuto i medesimi livelli, quando non hanno subito diminuzioni. Uno degli obiettivi fissati dai paesi dell’America Latina era quello di eliminare la povertà estrema entro il 2030, ma per fare ciò occorre diversificare le produzioni e soprattutto puntare sul capitale umano. L’educazione è lo strumento su cui puntare per eliminare le condizioni di miseria; il miglioramento delle competenze raggiunto con una istruzione media più elevata è stato il fattore trainante per la riduzione della diseguaglianza. Naturalmente si deve migliorare questi piccoli incrementi della lotta alla miseria sostenendo i governi locali con programmi internazionali in grado di ampliare sempre più la platea coinvolta, soprattutto pensando al pubblico femminile ed ai minori, spesso impegnati in attività lavorative che vanno a discapito della frequentazione scolastica.

Resistenze e significati dell’apertura degli USA a Cuba

Le reazioni contrastanti per l’apertura al regime cubano, da parte del Presidente statunitense Obama, si sono tutt’altro che placate. Se da un lato vi è l’appoggio del vertice del partito democratico, per quella che viene ritenuta una decisione epocale, che apre alla distensione con un paese vicino e rompe oltre mezzo secolo di duri contrasti, le reazioni dei repubblicani e degli stessi esuli cubani continuano ad essere di contrarietà. Il nuovo atteggiamento che ha espresso Obama, è visto dagli oppositori come una concessione immotivata ad un regime che è ancora una dittatura, nonostante le timide aperture portate avanti dal fratello di Fidel Castro. Ma anche a l’Avana più che festeggiare per la riapertura del dialogo, l’enfasi è puntata dal media locali sulla liberazione dei prigionieri e non sulle opportunità che potrebbero aprirsi per le nuove relazioni con Washington. Si tratta di un segnale che manifesta che anche nel paese cubano vi è diffidenza verso il vicino americano e per le manifestazioni di apertura appena espresse. Del resto nel messaggio televisivo che Raul Castro ha inviato alla nazione dove si annunciavano le nuove relazioni con gli USA è, forse, stato sottovalutato dagli analisti un aspetto, al contrario decisivo: il capo di stato cubano si è presentato davanti alle telecamere nella sua divisa di comandante delle forze armate, ribadendo così l’irreversibilità della decisione e la totale indisposizione a qualsiasi contestazione del nuovo corso. Quindi a Cuba non saranno ammesse critiche circa il cambiamento dei rapporti con gli Stati Uniti. Non è così nel paese statunitense: intorno a questo argomento vi è una grande polarizzazione presente nella società americana, che si riflette sulla effettiva possibilità di eliminare, anche solo in parte l’embargo verso Cuba, perché è necessario il parere favorevole del Congresso, dove i repubblicani sono in maggioranza in entrambi i rami del parlamento. Non a caso una delle personalità che hanno espresso maggiori critiche è stato il presidente della Camera John Boehner, che vede ancora Cuba come un regime illiberale e patrocinatore di movimenti terroristici. Questa opinione non è isolata, esistono diverse personalità che, anziché eliminare l’embargo, vorrebbero invece aumentarlo. Anche nel partito democratico esistono posizioni fortemente contrarie, valga per tutte quella di Robert Menendez, presidente della Commissione Esteri del Senato, che ha espresso l’opinione che la posizione di Obama difende il comportamento brutale del governo cubano. In effetti la situazione dei diritti civili a Cuba, pur essendo lievemente migliorata, risulta ancora ben distante anche soltanto dagli standard minimi, tuttavia è anche vero che il livello delle proteste non si è registrato quando gli USA hanno stretto accordi, ad esempio, con la Cina, che, probabilmente pratica sulla propria popolazione violazioni ancora maggiori. Uno dei motivi è la forte presenza e la notevole rilevanza degli esuli cubani, che costituiscono una parte importante di alcuni stati degli USA ed anche per la storia particolarmente travagliata dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti, che sono diventati quasi un simbolo da non contaminare con aperture ritenute pericolose. Obama non ha fatto, però, questa iniziativa a caso; il passo è stato lungamente ponderato e la circostanza che non possa essere riconfermato nella sua carica, ha costituito una facilitazione nel compiere una azione di cui era conscio delle critiche che avrebbe portato. A ben vedere questa apertura è coerente con gli intendimenti del progetto, spesso non portato a compimento, del Presidente americano, che ha cercato di praticare una distensione nelle relazioni internazionali capace di mettere gli Stati Uniti sotto una ottica differente, da quella solita con la quale spesso si identica Washington con l’imperialismo, seppure orami molto attenuato. L’apertura a Cuba deve essere letta e collocata in questo solco, che Obama non è riuscito a fare comprendere in modo completo soprattutto in una patria, ancora in ostaggio di una idea di supremazia americana. Comunque vada nei confronti dell’embargo, Obama questa azione rappresenta un lascito per il prossimo presidente ed appare come l’inizio di un processo irreversibile che non potrà favorire anche l’approdo della democrazia nel paese cubano.

Il Brasile al voto nella più profonda incertezza

Alla vigilia delle elezioni per la presidenza del Brasile la situazione appare profondamente incerta, il paese sembra arrivare all’appuntamento elettorale senza alcuna previsione sull’esito finale e, soprattutto, profondamente diviso. Si tratta di divisioni che riguardano sia la base geografica, che sociale, del paese, profondamente condizionate dai programmi proposti. Secondo gli analisti gli indecisi sono ancora molti ed ogni dettaglio può rivelarsi fondamentale per l’elezione del presidente brasiliano. Neves punta ad una strategia che vuole dimostrare il peggioramento delle condizioni del paese negli ultimi quattro anni, coincidenti con il mandato della Rousseff: un innalzamento dell’inflazione, la crescita molto contenuta del prodotto interno lordo e le tante accuse di corruzione tra i funzionari governativi. La presidente uscente usa paragonare il suo sfidante ai risultati che il paese conseguì con il presidente Cardoso (1995-2002), dello stesso partito di Neves, quando l’inflazione era altissima , la privatizzazione delle risorse del paese era viziata da una diffusa corruzione ed il Brasile era troppo subordinato al Fondo Monetario Internazionale. Come si vede si tratta di argomenti molto simili, che non possono spostare le intenzioni di voto più di tanto. Forse può essere maggiormente decisivo l’argomento dell’applicazione dei provvedimenti in materia di stato sociale, che la Rousseff ha praticato nel suo mandato, nei confronti di milioni di famiglie innalzandone il livello sociale e portandole fuori dalla miseria e permettendo il passaggio di altri gruppi sociali dalla classe povera a quella media, attraverso programmi di trasferimento di denaro e di edilizia pubblica. La presidente uscente afferma che Neves, se eletto, non continuerà questi programmi , nonostante che lo sfidante dica il contrario. Per Neves è difficile guadagnare consensi in queste fasce sociali, anche per il suo carattere di candidato elitario; tuttavia è anche vero che esiste un profondo malcontento in una parte degli elettori che ha la percezione di come l’azione di governo della Rousseff non sia stata abbastanza incisiva e l’immagine di cambiamento che i programmi dello sfidante vuole portare avanti, soprattutto in politica estera e nell’economia , potrebbe spostare molti consensi a suo favore. In effetti proprio nella politica internazionale il ruolo del Brasile è apparso di secondo piano nonostante le proprie potenzialità economiche; il paese non è riuscito a ritagliarsi un ruolo da protagonista rimanendo di fatto subalterno alle iniziative che Russia e Cina hanno intrapreso nel quadro dell’organizzazione che raggruppa i tre paesi insieme all’India ed al Sud Africa, per contrastare la potenza americana e neppure nel sub continente dell’America latina è riuscito ad emergere per raggiungere il ruolo di paese leader della regione. Se Neves dovesse riuscire a convincere gli elettori di essere in grado di colmare queste lacune, per poi riuscire ad attrarre sia maggiori investimenti, che imporre un ruolo consistente al Brasile in campo internazionale, capaci di migliorare ulteriormente la condizione generale del paese, potrebbe strappare voti alla presidente uscente ed attingere al serbatoio contenente le preferenze della candidata arrivata la terzo posto nel primo turno. Questi temi, che permettono di fare presa sulle classi più istruite ed elevate socialmente, che già vengono considerate votanti naturali di Neves, hanno senz’altro meno effetto sulle classi basse e medio basse, serbatoio di voti della Rousseff, che, in questi ultimi giorni di campagna elettorale, deve sapere mantenere i consensi in queste fasce sociali, le più numerose del Brasile, dove si giocherà la partita decisiva. Anche se occorre considerare un altro elemento, quello dell’età degli elettori, dove Neves è favorito tra coloro che hanno meno di 34 anni, mentre la Rousseff, gode di maggiori consensi sopra i 55 anni di età. Questo dato sembra rendere ancora più incerto il pronostico perché molte delle classi meno abbienti sono formate dai più giovani. Sembra essere così decisivo che la presidente uscente non debba perdere la propria base sociale, che è la più estesa del paese, dove Neves fatica a raccogliere consensi capaci di portarlo alla vittoria. La situazione resta comunque molto fluida ed il risultato finale rimane nella più profonda incertezza.

Bolivia: la vittoria di Evo Morales

Con una sapiente miscela di populismo e pratica di governo, soprattutto orientata allo sviluppo economico, Evo Morales vince con ampio vantaggio le elezioni presidenziali della Bolivia. La crescita del prodotto interno lordo del 2013, nella percentuale del 6,78, la più alta nella storia della nazione, è sicuramente una delle ragioni della conferma del presidente uscente. Queste prestazioni nella crescita economica, una costante nella guida di Morales, hanno permesso di abbassare in modo significativo la povertà nel paese, che è passata dal 60% nel 2005, al 45% nel 2011. Occorre riconoscere che Morales ha saputo sfruttare le situazioni contingenti dell’economia mondiale, che hanno determinato una crescita significativa dei prezzi dell’energia, attraverso la vendita delle materie prime del paese, soprattutto il gas, in maniera oculata, fatto che gli ha permesso di raccogliere consensi significativi in campo internazionale, soprattutto se rapportata ad un paese con analoghe potenzialità e basi di partenza come il Venezuela. La vittoria è arrivata con un valore dei consensi che oscilla tra il 59 ed il 61% eche consente a Morales di avere i due terzi dell’assemblea, parametro fondamentale per avere la capacità decisionale necessaria a continuare il suo programma politico. L’esito elettorale è stato favorito anche dall’eccessiva frammentazione dell’opposizione, che si è divisa in quattro parti. Particolarmente significativa l’affermazione del presidente nella regione del dipartimento economico di Santa Cruz, che costituisce il centro nevralgico dell’economia del paese, dove, in passato, si registravano le maggiori contrarietà alla figura di Morales. Questo fatto, che costituisce la vera novità nel risultato elettorale, dato che la rielezione era largamente prevista, è stata dovuta al fatto, che, Morales, pur mantenendo un profilo di sinistra, ha seguito una politica liberale con i datori di lavoro, che ha permesso di raggiungere gli obiettivi fissati nel programma economico per il paese pensato nello scorso anno. Tra i grandi meriti di Morales, oltre alla già citata diminuzione della povertà, che, dal punto di vista sociale, significa l’inclusione nel tessuto del paese di una grande parte di popolazione, rimasta fino ad allora ai margini, vi è stata la praticamente totale cancellazione di ogni pratica coloniale, che ha permesso al paese di assumere un carattere proprio sempre più peculiare. Come contraltare a questi meriti non si possono non condividere le critiche di un sistema di governo sempre più indirizzato verso l’autocrazia, sia per la stessa inclinazione di Morales, che gli deriva dal grande consenso riscosso, sia dall’assenza pressoché totale di una figura alternativa capace di emergere. Certo il carisma del presidente boliviano risulta essere in costante ascesa e questo aspetto potrebbe favorire, anche grazie al sicuro controllo dell’assemblea nazionale, fenomeni anche anti democratici, tuttavia, fino ad ora, non vi è stato alcun comportamento che autorizzi a pensare in una svolta del genere.

Sorpresa nel primo turno delle elezioni brasiliane

Nelle elezioni brasiliane si verifica una sorpresa: l’accesso al ballottaggio come secondo più votato del candidato del partito socialdemocratico Neves. Dunque se il primo posto di Dilma Rousseff, la presidente uscente era praticamente scontato, il sorpasso del candidato che ha ottenuto il secondo posto sulla ex ministro dell’ambiente Marina Silva, costituisce la vera novità della scena politica brasiliana. L’esponente del partito socialista era stata a lungo favorita, secondo i sondaggi poteva anche insidiare la Rousseff al primo posto, ma ha ottenuto, alla fine dello scrutinio dl primo turno, soltanto il 21,14% dei voti contro il 41,08% della Rousseff ed il 34,2% di Neves. Occorre dire che la vera contrapposizione elettorale, sul piano politico, era tra le due candidate donne, entrambe progressiste, anche se su posizioni differenti, e l’esponente socialdemocratico, che si richiama ad una visione più liberista e conservatrice. La rimonta di Neves, che ancora all’inizio del mese di settembre era dato al 14% è dovuta essenzialmente alla combinazione di tre fattori: il primo è costituito dalla fine dell’effetto Campos, il candidato socialista, da molti accreditato per la vittoria, deceduto in un incidente aereo, che ha determinato una sorta di predestinazione per la Silva, il secondo la concentrazione della battaglia elettorale entro il terreno progressista, che ha indebolito la candidata del partito socialista, grazie alla maggiore esposizione mediatica che la legge consentiva alla Rousseff, ed, infine, il terzo, le caratteristiche peculiari di Neves, che proprio per la sua differente visuale politica, costituiva l’unico soggetto con idee alternative alle candidate progressiste. I voti raccolti dall’esponente socialdemocratico, costituiscono ora una buona base di partenza per cercare di insidiare la Rousseff, che ora rientra a pieno titolo nel ruolo di favorita. Resta però per 21% ottenuto dalla Silva, che potrebbe sovvertire il pronostico più scontato. Resta difficile fare una previsione su come eserciteranno il loro voto al secondo turno i sostenitori della Silva, ideologicamente dovrebbero essere più vicini alla Rousseff, ma la campagna politica del presidente uscente si è diretta proprio contro l’esponente del partito socialista, in omaggio ad una tattica che rispondeva all’esigenza di eliminare il candidato più prossimo, potrebbe avere causato profondi risentimenti, tanto da favorire Neves. Le prime reazioni parlavano addirittura di una possibile alleanza tra quest’ultimo e la Silva, per rovesciare la supremazia della Rousseff. In realtà si tratta di due soggetti politici molto distanti, dove il secondo arrivato è il portabandiera di politiche più liberali di quelle del governo in carica e, quindi, apparentemente inconciliabili con il programma dell’esponente del partito socialista. Le previsioni potrebbero favorire una astensione dal voto dei sostenitori della Silva, che, secondo i pronostici, non potrebbero che favorire la Rousseff. Tuttavia Neves potrebbe ottenere consensi insperati con il programma che prevede un maggiore controllo della spesa pubblica ed un impulso ad una economia che denuncia una crescita inferiore al previsto, per allargare la ricchezza nei ceti più deboli. La risposta della Rousseff sarà di insistere sulle conquiste sociali raggiunte dal governo. Ancora tre settimane e sapremo chi guiderà il Brasile.

L’avanzata cinese nei paesi latino americani

La politica estera cinese continua la sua espansione nelle regioni dove l’azione statunitense è meno efficace. La visita del presidente cinese Xi Jinping in Brasile va proprio in questa direzione; l’interesse di Pechino è quello di creare dei legami molto forti con altri paesi, che possono esprimere un potenziale notevole per gli scambi commerciali, tuttavia questa leva fornisce alla Cina l’occasione per espandere anche dal punto di vista politico i futuri rapporti. La strategia cinese si basa sul creare legami con paesi che stanno spingendosi verso l’industrializzazione, caratterizzati da disponibilità di risorse ma con qualche difficoltà finanziaria. Si tratta di mercati che possono già offrire ottime opportunità e che in futuro potranno avere ancora quote maggiori da conquistare, ma che, al momento interessano Pechino per la disponibilità di risorse naturali. Per la Cina è anche una maniera di creare una rete di contatti diplomatici, essenziali per i progetti di sviluppo del ruolo di potenza globale. Alcuni analisti ritengono che in Brasile, formalmente schierato a sinistra, la Cina possa riscuotere maggiori simpatie e facilitazioni nello stringere gli accordi, in realtà quello che preme a Brasilia è cercare di prendere gran parte degli investimenti che Pechino destina al Sud America; questa quota ammonta al 20% del totale di tutti gli investimenti esteri cinesi. La somma è ragguardevole, grazie alla liquidità della Repubblica Popolare e permette anche ad economie in crisi, come quella Argentina, di avere aiuti fondamentali per evitare disastri legati all’uso troppo disinvolto degli strumenti finanziari. Risulta importante rilevare, all’interno del quadro complessivo dei rapporti diplomatici della regione, come la storica avversione maturata nei confronti degli Stati Uniti, che nello scorso secolo hanno condotto una politica estera particolarmente aggressiva in difesa dei propri interessi geopolitici, costituisca una ragione ed una spiegazione storica del successo dell’inserimento cinese nell’area dell’America Latina. Neppure Obama, con la sua fama di progressista, è riuscito ad accaparrarsi le simpatie dei governi latino americani, che sono condizionati da una sfiducia sociale di fondo verso gli Stati Uniti; complementare a questa spiegazione vi è quella dello scarso impegno di Washington a recuperare le posizioni perdute nei confronti dei paesi dell’America Latina, un tempo facilitati dagli stretti rapporti con le dittature che governavano i principali paesi. Questa lacuna, per essere recuperata, prevedeva un impegno di portata superiore a quello che gli USA potevano mettere in campo e, soprattutto, la deviazione dal progetto in auge, che prevede l’area del sud est asiatico come punto centrale della strategia internazionale della Casa Bianca, Normale che in queste condizioni la Cina vada ad occupare gli spazi vuoti lasciati dagli USA. Tuttavia potrebbero generarsi reazioni analoghe proprio a quelle dei cinesi quando si sono resi conto che gli Stati Uniti si impegnavano sempre più direttamente in un’area ritenuta da Pechino di propria competenza. Washington potrebbe reagire allo stesso modo, anche se l’approdo in America Latina da parte della Cina potrebbe rientrare in una tattica di riequilibrio delle zone di competenza mondiale delle due grandi superpotenze. La contiguità presente nei rapporti tra Cina e paesi latino americani, come quella tra USA e nazioni del sud est asiatico, potrebbe così divenire, come già in parte accade, fonte di frizione e causa di contrasti tra Pechino e Washington, che potrebbe mettere in pericolo lo stato di precario equilibrio tra i due paesi. Non si tratta di aspettarsi una conflittualità aperta, quanto piccole scaramucce sul piano politico e commerciale, con il contorno di possibili confronti indiretti. Questi scenari, non ancora valutati appieno nell’economia generale dei rapporti internazionali potrebbero, invece, rivestire una importanza sempre crescente negli equilibri mondiali, soprattutto per le problematiche inerenti alla gestione delle risorse energetiche ed alla sempre maggiore invasività cinese in campo finanziario.

La Bolivia ed altri paesi sudamericani protestano per la violazione del diritto internazionale causata dal divieto di sorvolo al presidente Morales

Come preventivato, le conseguenze del divieto di sorvolo imposto al Presidente boliviano da alcuni stati europei, ha generato una dura presa di posizione da parte di sei paesi membri dell’Unione delle Nazioni Sudamericane, che hanno condannato la restrizione alla libertà di movimento di un capo di stato, in palese violazione delle norme di diritto internazionale. La causa del rifiuto della concessione dell’utilizzo dello spazio aereo è stata individuata nella possibilità che l’aereo presidenziale, partito da Mosca, potesse ospitare l’analista della CIA Snowden, presente nell’aereoporto moscovita, che aveva richiesto anche alla Bolivia asilo politico. In realtà questa motivazione, pur essendo la più probabile, è stata finora ipotizzata, dato che ne i paesi europei coinvolti, ne gli Stati Uniti si sono espressi in maniera ufficiale. Se, però, questa ipotesi fosse veritiera, alla violazione del diritto di sorvolo si sommerebbe anche l’ingerenza nelle prerogative di uno stato sovrano, avendo cercato di impedire alla Bolivia di fornire asilo ad un richiedente. Poco importa che Snowden non fosse sull’aereo e che la buona volontà dell’Austria abbia evitato una pericolosa evoluzione della vicenda. I capi di stato di Argentina, Ecuador, Venezuela, Uruguay e Suriname, hanno firmato una dichiarazione che richiede le scuse pubbliche e spiegazioni esaurienti sul loro comportamento ai governi di Francia, Portogallo, Spagna e Italia. Si tratta dell’apertura di un vero e proprio incidente diplomatico, che costituisce un chiaro esempio di come il diritto internazionale resti spesso inapplicato e violato da quegli stessi soggetti che dovrebbero contribuire alla efficacia delle norme che regolano la vita tra gli stati. Molto grave è che questa violazione provenga da democrazie mature, che spesso si ergono a paladini e giudici del comportamento degli altri stati. Resta il problema del rispetto del diritto internazionale, un aspetto dei rapporti tra gli stati che ultimamente vede un progressivo deterioramento, causato dall’interpretazione di norme a misura della situazione e dello stato più potente. Un altro aspetto, questa volta politico, è costituito dalla posizione degli USA, che restano i principali sospettati di avere ispirato il comportamento degli stati europei: questo episodio rischia di rovinare l’incessante lavoro di Obama per accreditarsi sotto un’ottica differente proprio di fronte ai paesi sudamericani, dopo anni che la bandiera a stelle e strisce è stata vissuta come un emblema dell’imperialismo e dell’ingerenza negli affari interni di diversi stati di questa zona del mondo. Già il trattamento della vicenda Snowden è stato infelice, perché ha mostrato tutta la vulnerabilità dei sistemi di protezione degli USA, che sono stati messi anche in cattiva luce presso gli alleati europei, peraltro gli stessi che dopo avere protestato avrebbero messo in atto la violazione contro Morales, facendo intravedere nella delicata gestione di aspetti importanti quali la sicurezza e la difesa, un certo dilettantismo preoccupante. Ma il rimedio sarebbe stato ancora peggio del male, se fosse vero che Washington avesse influenzato importanti paesi europei a punire il presidente di uno stato sovrano, mettendolo in pericolo, perché intendeva offrire asilo politico. Poi il fatto che ciò non corrispondeva neppure a verità, aggrava ulteriormente la percezione delle capacità della gestione complessiva del fatto. Sarà ora importante vedere come intenderanno giustificarsi i paesi chiamati in causa, anche alla luce di possibili azione che la Bolivia intenderà intraprendere, come la minacciata chiusura dell’ambasciata americana, ma soprattutto, se La Paz, già ufficialmente appoggiata da diversi paesi sudamericani, presenterà una denuncia all’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Sarebbe oltremodo imbarazzante per Parigi, Lisbona, Madrid e Roma doversi difendere dall’imputazione della violazione dei diritti umani relativi ad un capo di stato.