Il ritorno della guerra commerciale tra USA e Cina rischia di portare alla recessione mondiale

La tanto sperata tregua commerciale tra Usa e Cina, non solo si allontana ma diventa molto concreto il pericolo che non possa essere raggiunta, almeno in tempi brevi. La mossa della scorsa settimana di Trump, che ha evidentemente voluto inasprire la contesa con una tattica spregiudicata, ha imposto nuovi dazi sui prodotti cinesi per circa 300 miliardi di dollari: il risultato è che tutte le esportazioni provenienti da Pechino verso gli Stati Uniti sono stati sottoposti a tariffe doganali ancora più elevate. Probabilmente nella tattica della Casa Bianca vi era la volontà di ribadire la supremazia americana e l’intenzione di riequilibrare una bilancia commericale ritenuta troppo a favore dei cinesi, essenzialmente per difendere i prodotti americani. Non aspettarsi, però, una reazione del governo di Pechino sembra una errata valutazione dovuta ad un eccesso di sicurezza e di supremazia da grande potenza,che non appare più giustificata nei confronti del paese cinese. Pechino, anche se lo smentisce pubblicamente, ha operato una svalutazione della propria moneta, che è scesa ad un cambio al di sotto del valore di sette yuan per dollaro. Malgrado la smentita ufficiale della Banca centrale cinese, non pare possibile che questa risposta venga direttamente dal governo di Pechino, come reazione diretta ai provvedimenti di Trump. Dalle reazioni del presidente americano, non si può non cogliere una rabbia mista a sorpresa, che ha avuto come bersaglio la Cina, esplicitamente accusata di manipolazione dei cambi. Il segnale inviato da Pechino contiene una duplice valenza: la prima costiuisce, all’interno dello schema deteriorato che si è ormai instaurato tra i due peasi sul tema della guerra commerciale, della doverosa ed obbligata risposta che vuole sottolineare come la Cina non intenda mostrarsi timorosa nei confronti delle azioni americane, la seconda, appare di natura maggiormente tecnica, e rappresenta l’intenzione di rendere più complicate le esportazioni di prodotti americani verso il paese cinese, a causa dell’innalzamento del prezzo provocato dal deprezzamento della moneta della Cina. L’articolazione della risposta cinese non si è limitata alla sola svalutazione della moneta, ma ha riguardato anche il blocco dei prodotti agricoli americani, che, in maggioranza provengono dagli Stati federali dove Trump riscuote il maggiore gradimento. In generale la politica dei dazi americani, che poteva avere qualche giustificazione su temi specifici, sembra essere stata attuata in maniera esasperata, conforme, peraltro, allo schema che Trump ha instaurato nelle relazioni internazionali: utilizzare una tattica dove l’azione iniziale è sempre sovradimensionata, per poi ridursi parallelamente al conseguimento dgli obiettivi. Questo schema può funzionare, ma non sempre, con soggetti più deboli, per questioni relative agli armamentie per problemi relativi a dispute diplomatiche; ma non può funzionare in campo economico con soggetti più forti come l’Europa ed ancora meno con la Cina, che dispone di una serie di possibilità di risposta capaci di mostrare tutti i limiti dell’azione di Trump. Il concetto è che l’azione esasperata preferita alla diplomazia ed alla trattativa producono situazioni sfavorevoli per entrambi in contendenti, che, nel campo economico, si ripercuotono a livello globale, rischiando di innescare una recessione mondiale. Del resto se le risposte cinesi hanno provocato una sofferenza per le industrie americane, la svalutazione dello yuan avrà conseguenze altrettanto difficili per le imprese della Cina, che sono indebitate in valuta statunitense e che avranno pesanti ripercussioni sulle loro strutture finanziarie. La Cina ha sacrificato il controllo della svalutazione per avere una risposta più forte ai dazi commerciali di Trump, ma ciò può innescare, già nel breve periodo, una fuga di capitali, alla quale Pechino può rispondere iniettando nel sistema altra valuta, grazie alle grandi disponibilità finanziarie di cui dispone, tuttavia esiste sempre l’alto livello di indebitamento delle istituzioni locali, che non è conteggiato nel debito pubblico nazionale e che può costituire un fattore di forte destabilizzazione qualora l’incidenza dell’alto valore del dollaro sul sistema cinese permanga per lungo tempo. Risulta chiaro che in una situazione di stress continuato le ricadute sul sistema globale della contesa tra le due maggiori potenze economiche, potrebbero provocare vittime tra paesi con problemi finanziari e mandare in recessione anche economie più floride, che stanno già avvertendo segnali di compressione della crescita. Una questione di puntiglio, che determini il permanere di questo scenario, non conviene proprio a nessuno, se non ad isolati speculatori: ma non sembra essere questo l’obiettivo di Washington e Pechino, che dovranno rivedere al ribasso i propri obiettivi politici per non danneggiare quelli economici; non solo i loro ma anche dei loro alleati.

Per la Cina Hong Kong rappresenta un esame

Gli eventi di Hong Kong pongono la Cina in una situazione difficile, per la quale trovare una via di uscita rappresenta un esercizio di politico non usuale, che ne può condizionare sia la politica interna, che quella estera. Se non ci fossero i condizionamenti internazionali è lecito pensare che Pechino preferirebbe risolvere il problema in maniera veloce attraverso l’uso delle proprie forze armate. Peraltro questa eventualità è la minaccia costante a cui è sottoposta la protesta di Hong Kong: la legge vigente prevede che, se il governo (sostenuto da Pechino) dell’ex colonia britannica dovesse richiedere l’intervento dell’Esercito popolare cinese, la Cina non potrebbe che rispondere positivamente a questa richiesta. Certamente si tratterebbe di una richiesta soltanto formale, che servirebbe al governo cinese per avere una sorta di giustificazione legale per una repressione violenta. Compiere questa mossa, però significherebbe rendere nullo il modello “un paese due sistemi” attraverso il quale il governo cinese vuole presentarsi al mondo, per dare una patina di tolleranza e democrazia, che è utile per incrementare gli scambi commerciali. Tradire questo modello potrebbe avere un costo economico significativo, capace di comprimere i dati programmatici della crescita cinese. Esistono, poi, anche i costi diplomatici, che farebbero arretrare l’immagine cinese fino ad ora faticosamente costruita. Di contro Pechino deve però conteggiare nell’ideale bilancio della gestione della questione di Hong Kong, l’incapacità di gestire una protessta che si è radicalizzata, proprio per la rigidità del governo dell’ex colonia britannica, che ha agito su indicazioni del governo centrale di Pechino. Uno dei pericoli che spaventano i burocrati del Partito comunista cinese è l’allargamento della protesta nelle zone più sensibili dell’impero cinese: prima di tutte Taiwan, che mostra segni sempre maggiori di insofferenza verso l’ingerenza cinese, nella regione musulmana del paese cinese, dove la protesta, pur soffocata nella violenza non ha mai cessato di minacciare il processo di normalizzazione imposto da Pechino, fino ad arrivare al dissenso interno, certamente più agevole da controllare, ma che presenta sempre elementi di criticità per il sistema. Ufficialmente, per ora, la Cina non intende mettere fine al modello con cui governa Hong Kong, ma persegue una linea che unisce la fiducia alla polizia, che ha inasprito i suoi metodi contro i dimostranti, all’introduzione di forme di repressione occulte come la mancata condanna delle azioni di malviventi, probabilmente provenienti da ambienti della malavita organizzata di Hong Kong, che hanno agito contro i dissidenti con azioni violente non contrastate dalle forze di sicurezza. La percezione è che la Cina sia consapevole che l’invio dell’esercito possa incrinare quella fiducia proveniente dai paesi occidentali, che si è guadagnata, però, con cospicui investimenti. Pechino si è dimostrata anche piuttosto innervosita verso le potenze occidentali che l’hanno ammonita a non intervenire direttamente ad Hong Kong: la Cina non tollera ingerenze interne, ed è comprensibile, ma questa sua suscettibilità dimostra come non sia ancora pronta a recitare il ruolo di grande potenza mondiale al di fuori del campo economico. La dialettica di Pechino si basa su di una supremazia finanziaria, grazie alla quale, ottiene una facilità di accesso alle relazioni internazionali, ma quando i temi contingenti spostano le ragioni della dialettica diplomatica, la Cina si trova imprigionata all’interno dei suoi stessi schemi da stato autoritario, che non gli permettono di capire le normali dinamiche dei rapporti con gli stati democratici. Hong Kong rappresenta un esame per la Cina di fronte al mondo, perchè l’ex colonia britannica non è una regione remota del territorio cinese e nemmeno una zona della Siria o dell’Iraq, dove, putroppo, i diritti non sono abitualmente garantiti, ma è una potenza economica idealmente ben inquadrata nel mondo occidentale e, perciò, un osservatorio privilegiato per constatare come la Cina si comporta e potrebbe comportarsi in futuro. Le conseguenze possono essere molto pesanti per le ambizioni cinesi e sopratutto per i suoi obiettivi economici: un prezzo troppo alto anche di fronte ad una opposizione sempre più contraria.

Il significato del nuovo lancio dei missili della Corea del Nord

Il lancio dei due missili effettuati nei giorni scorsi dalla Corea del Nord rientra nel consueto schema strategico di Pyongyang. L’avvertimento, come al solito, è diretto , prima di tutto, verso gli USA e la Corea del Sud, anche se si può allargare la minaccia anche a Tokyo. Occorre, poi, distinguere la tattica pensata nel particolare contro Seul e Washington e quella più generale, che riguarda l’intera comunità internazionale. Circa quest’ultimo aspetto la volonta del regime di Pyongyang è quella di riportare al centro dell’attenzione internazionale il paese nordcoreano per le necessità dell’economia nazionale. Riguardo al messaggio lanciato verso i vicini sudcoreani ed ai loro alleati americani, il motivo principale del test missilistico è costituito dall’avvertimento di volere sottolineare la contrarietà alle manovra militari congiunte programmate da Washington e Seul. La posizione dei due paesi nei confronti della Corea del Nord, attualmente, non è di totale contrapposizione: gli sforzi diplomatici compiuti da Seul sono la prova, che la Corea del Sud intende stabilizzare le relazioni con il paese vicino, ma i risultati, seppure incoraggianti, non hanno prodotto una conclusione definitiva circa la distensione. D’altra parte non sembra possibile credere che a questa definizione si potrà mai arrivare: il dittatore nordcoreano ha a disposizione pochi strumenti che non siano bellici, per mantenere la pressione sul vicino e, nel contempo, sfruttare la continua minaccia per avere vantaggi economici. L’unica arma di pressione concreta è continuare, con la scusa della sicurezza nazionale, gli esperimenti balistici. Anche gli stessi Stati Uniti hanno minimizzato il lancio dei missili dei giorni scorsi, anzi ufficialmente hanno considerato un aspetto positivo il fatto che la dimostrazione bellica non abbia riguardato test nucleari. Questo dimostra come la Corea del Nord, pur controllata continuamente, sia ritenuta, al momento, in una fase di minore pericolo di quando effettuava i test nucleari, interpretati proprio, come una volontà di effettuare una pressione maggiore. Tuttavia mantenere le esercitazioni militari congiunte rappresenta comunque una risposta a Pyongyang, sia sul piano bellico, che su quello diplomatico: nel senso di dimostrare il continuo appoggio statunitense alla Corea del Sud, contro qualsiasi volontà nordcoreana. Dal punto di vista più militare i missili lanciati sembrano essere di produzione russa, anche se, solitamente, questi vettori possono raggiungere soltanto i 400 chilometri di distanza, mentre quelli lanciati nei giorni scorsi hanno raggiunto una distanza di ben 600 chilometri. Le altrenative sono due: o si è trattato di nuovi missili o sono stati armamenti modificati dai nordcoreani. In questo secondo caso il regime potrebbe avere voluto dimostrare una capacità tecnologica fino ad ora sottovalutata. Anche l’aspetto di avere lanciato missili di fabbricazione russa può essere interpretato come un messaggio che i rapporti tra Pyongyang e Mosca sono stati incrementati e ciò potrebbe anche significare che la Russia voglia entrare in modo più significativo nella regione, sia come fattore per esasperare gli USA, che per giocare un ruolo di maggiore importanza nell’area, anche in ragione dei difficili rapporti con il Giappone e con gli alleati americani in quanto tali. Queste considerazioni possono rappresentare un elemento di maggiore riflessione, rispetto all’effettivo rapporto che intercorre tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti in questo momento: nonostante il fallimento dell’ultimo vertice tra Kim Jong-un e Trump, le relazioni trai i due paesi stanno continuando attraverso contatti continui e commissioni comuni, che hanno come obiettivo sul lungo periodo di travare una intesa per la pacificazione e sul breve periodo di organizzare un nuovo vertice tra i due capi di stato.

Taiwan nuovo elemento di contrasto tra USA e Cina

La Casa Bianca ha deciso di innalzare il livello dello scontro con Pechino, attraverso la fornitura di armi, per un valore di due miliardi di euro, a favore di Taiwan. La Cina considera Taiwan come parte integrante del proprio territorio, nella visione della Cina unica, e, pertanto, considera ogni intromissione in questo argomento come una interferenza nei propri affari interni. L’azione degli USA è stata percepita con profondo fastidio dall’amministrazione cinese, che è arrivata a configurare la violazione della propria sovranità da parte di Washington. Pechino ha espressamente richiesto agli Stati Uniti di annullare la fornitura, che, materialmente non è stata ancora formalizzata, perchè manca la ratifica del parlamento americano; tuttavia non sembra ci sia probabilità alcuna che questa ratifica venga respinta. La Cina considera Taiwan un territorio ribelle rispetto alla madre patria, ma anche, un argomento che costituisce una sorta di confine da non oltrepassare da parte di  altri stati esteri. La marina militare cinese, negli ultimi tempi, ha intensificato le manovre militari nei pressi dell’isola di Taiwan suscitando profonda apprensione nel governo di Taipei, ciò ha provocato la richiesta di aiuto a Washington per una prima fornitura militare, di circa 500 milioni di dollari. I contatti tra Taiwan e Stati Uniti  si sono intensificati ed è imminente una visita ufficiale del presidente taiwanese nel territorio americano. Ciò contribuisce ad innalzare l’irritazione cinese e diventa un fattore di ulteriore tensione per le relazioni tra le due super potenze, già messe a dura prova dalla questione dei dazi commerciali. Occorre ricordare che esiste un programma cinese che si prefigge di riunificare la Cina come nell’epoca imperiale e questo piano di risorgimento della nazione dovrebbe compiersi nel 2050 per il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese; per quell’anno, quindi, Taiwan dovrebbe ritornare sotto il controllo di Pechino. Per ora un attacco militare non è previsto ed, anzi, la tattica dovrebbe essere quella della diplomazia, ma l’imperialismo cinese ha registrato livelli di crescita notevoli e l’approccio morbido alla questione di Taiwan potrebbe cambiare proprio per la provocazione americana. Quale sia la reale intenzione di Washington non è chiaro; certamente la richiesta di aiuto di Taiwan ha offerto una occasione per inserirsi in una questione che la Cina considera di importanza nazionale. Washington potrebbe cercare di allargare la sua azione proprio in quella che Pechino considera la sua area di influenza esclusiva: dopo Giappone e Corea del Sud, gli USA entrerebbero praticamente sul territoro cinese; questa interpretazione potrebbe anche essere letta come una sorta di azione preventiva per evitare un potenziale attacco cinese contro Taiwan. Negli equilibri diplomatici dell’area non bisogna scordare che la visione giapponese è pefettamente coincidente con quella americana nella volontà di contenere l’espansionismo cinese. Ci sono, quindi, diversi fattori che propendono per una sorta di equilibrio del terrore, basato, per ora, sulla presenza di armamenti convenzionali, che, però, determinano un innalzamento del pericolo di uno scontro, anche fortuito, che può produrre conseguenze peggiori. Un’altra possibilità potrebbe essere la ripetizione del solito schema di Trump, che prevede una serie di minacce per ottenere un vantaggio economico. Questa lettura potrebbe rientrare nella difficile dialettica dellea questione dei dazi commerciali; tuttavia la tutela di Taiwan appare strategica per troppi soggetti presenti nell’area e non sembra sacrificabile per eventuali vantaggi economici immediati.  Il fatto più importante da registrare è l’incremento dell’avversione americana verso la Cina, che viene sempre più identificata nel nemico principale dall’amministrazione del presidente Trump. Un miglioramento dei rapporti tra i due stati, al momento, è difficilmente prevedibile e ciò rende la situazione mondiale sempre più instabile.

L’arricchimento dell’uranio è un segnale di Teheran per l’Europa

La questione del nucleare iraniano torna al centro della scena, dopo che Teheran ha annunciato di volere procedere con l’innalzamentodel livello di arricchimento dell’uranio. La soglia massima di arricchimento, fissata dal trattato, dal quale, come è noto, gli Stati Uniti dsi sono ritirati, è pari ad un valore del 3,67%, mentre l’Iran intenderebbe portare il valore attuale intorno al 5%. La decisione appare più che altro simbolica, giacché per costruire armi nucleari è necessario un arricchimento del 90%, tuttavia rappresenta un segnale molto chiaro, sia per gli Stati Uniti, verso i quali rappresenta una risposta al ritiro unilaterale dal trattato, che, sopratutto, per l’Unione Europea, colpevole agli occhi di Teheran di non essersi abbastanza impegnata con Washington per fare rispettare gli impegni presi dopo la lunga trattativa. Occorre ricordare che gli USA, dopo avere abbandonato il trattato hanno sottoposto l’Iran a dure sanzioni economiche, che ne hanno pregiudicato l’economia. Le sanzioni, che colpiscono principalmente le esportazioni di petrolio iraniano, hanno avuto come effetto collegato, il divieto per le aziende europee di commerciare con Teheran, pena la chiusura del mercato americano. La fase attuale delle relazioni tra USA ed Iran sta attraversando un periodo di forti tensioni, al momento, quindi, il governo iraniano non può sperare di ottenere effetti positivi da eventuali trattative con Washington, perciò cerca di effettuare una azione di stimolo verso l’Unione Europea. Ad una prima analisi questa strategia appare perdente, perchè l’Unione non è un soggetto politico coeso, capace di esercitare una azione di contrappeso alla politica americana; ciò potrebbe fare credere che Teheran stia sbagliando valutazione, ma i politici iraniani sono troppo esperti per compiere un errore di questa portata; piuttosto l’intenzione sembra volere creare le condizioni per peggiorare il rapporto tra Bruxelles e la Casa Bianca, una relazione che si sta sempre più allentando a causa della politica di Trump. Gli iraniani hanno detto espressamente che la decisione di oltrepassare la soglia di arricchimento fissata dal trattato non è irreversibile, ma l’Europa deve dimostrarsi non subalterna agli Stati Uniti, aiutando l’Iran ad uscire dal regime delle sanzioni e mantenendo la promessa della creazione di uno strumento finanziario alternativo in grado di aggirare la pressione economica a cui è sottoposta Teheran. Se per l’Iran la questione centrale è quella economica, per l’Europa, come ha ben capito Teheran, l’argomento del nucleare iraniano investe più aree di interesse. Senz’altro il mercato iraniano potrebbe aprire delle possibilità concrete all’interno di una situazione economica difficile anche per i paesi del vecchio continente, ma il rapporto con gli USA di Trump non appare certamente secondario. Dal punto di vista politico, infatti, il deterioramento dei rapporti con Washington dovrebbe imporre una impostazione differente e l’occasione del ritiro unilaterale dal trattato da parte americana, potrebbe rappresentare una occasione per permettere di guadagnare una posizione di maggiore autonomia, anche in virtù del rispetto di accordi presi. In questo momento l’Europa sta procedendo in ordine sparso, ma l’insediamento dei nuovi eletti nei posti più rilevanti delle istituzioni europee, potrebbe determinare una maggiore coesione verso l’assunzione di maggiori responsabilità politiche. Certamente non è pensabile una collisione con gli Stati Uniti, ma una posizione più rilevante in politica internazionale, attraverso una azione diplomatica che permetta di tutelare anche gli interessi peculiari dell’Europa, potrebbe determinare anche un cambiamento di atteggiamento di Trump. Il caso contingente del nucleare iraniano potrebbe essere la base di partenza per guadagnare autonomia internazionale e, da questa, prestigio ed affidabilità per l’Unione.

La protesta di Hong Kong avvertimento per l’occidente

Ad Hong Kong la Cina si gioca una buona parte della sua credibilità. La situazione nell’ex colonia britannica registra un crescendo delle proteste e l’atteggiamento di Pechino è sotto osservazione da parte della comunità internazionale, anche se, come sempre più spesso, quando la situazione riguarda il paese cinese, le critiche sono attenuate per non urtare la suscettibilità del gigante economico. La definizione di “socialismo con caratteristiche cinesi” è quella con cui Pechino ama definire il suo sistema politico, basato, appunto, su caratteristiche peculiari proprie della nazione cinese. Peccato che queste caratteristiche non contemplino il rispetto della democrazia e dei diritti politici e civili, come vengono intesi in occidente. Questo contrasto definisce la ragione delle proteste di Hong Kong, che si ritiene ancora una città occidentale, nonostante non appartenga più alla corona britannica. Gli accordi firmati nel 1997 e che dovrebbero restare in vigore fino al 2047, prevedono uno statuto particolare per Hong Kong, all’interno della Repubblica Popolare Cinese: multipartitismo come sistema politico associato ad una libertà di espressione normale per un paese occidentale, ma assolutamente in contrasto con le consuetudini del sistema politico cinese, che controlla direttamente soltanto la politica estera e la difesa. Si deve evidenziare, come ricordato da diversi giuristi di Hong Kong, che la giustizia cinese è soggetta al Partito comunista e non al primato della legge: su questo contrasto, insanabile per chi è abituato alla democrazia occidentale, si fonda la protesta contro il regime cinese. Per Pechino avere al suo interno una fonte di dissenso, che spesso opera contro le sue più alte cariche e su cui non può esercitare il controllo, rappresenta una situazione potenzialmente molto pericolosa che richiede una gestione attenta e puntuale. Per ovviare a questa situazione il governo cinese ha rafforzato la sua influenza politica, sostenendo il governo locale, attuando una repressione silenziosa contro il’opposizione anche attraverso rapimenti che si sono conclusi nelle carceri cinesi. L’attuale contesa riguarda la possibilità di estradizione: la legge in vigore vieta questa pratica verso la Cina e Taiwan, ma il governo di Hong Kong vuole modificarla con la scusa di un fatto usato in maniera funzionale e politicamente non rilevante. Risulta chiaro come Pechino potrà esercitare la misura dell’estradizione nei confronti dei suoi oppositori, che verranno rinchiusi in luoghi di detenzione dove si pratica la tortura e sottoposti a processi dove le condanne vengono comminate al 99%. Pechino ha confermato di sostenere questa misura, che gli consentirebbe di avere un maggiore controllo su Hong Kong. Se approvata, questa misura ridurrà sensibilmente la libertà di Hong Kong e permetterà a Pechino di ridurre il dissenso. Questa prova di forza dell’apparato cinese dovrebbe porre delle riflessioni serie sui crescenti rapporti tra i paesi democratici e la Cina, che avvengono in ragione della liquidità cinese e della grande disponibilità finanziaria, che permette di fare investimenti in qualsiasi paese straniero. Avere rapporti molto stretti con un paese con una concezione così diversa e restrittiva sul tema dei diritti, senza credere che non eserciterà mai una qualche forma di intromissione negli affari interni, come, peraltro, accade già in Africa, risulta sottovalutare il pericolo che la progressiva conquista economica si trasformi, poi, anche in riduzone degli spazi democratici. La protesta di Hong Kong rappresenta per gli stati occidentali un monito ed un avvertimento che devono essere considerati da subito nei rapporti con la Cina.

Il premier giapponese a Teheran, mette al centro dell’attenzione internazionale l’Iran

Dopo la visita del ministro degli esteri tedesco e prima della visita della funzionaria dell’Unione Europea, l’incontro tra il premier giapponese e quello iraniano, costituisce in ulteriore tentativo per salvare l’accordo sul nucleare iraniano e rendere meno instabile la situazione geopolitica nell’area. La visita in Iran di Shinzo Abe costiuisce, già di per se, un fatto storico, dato che è la prima di un leader nipponico dalla rivoluzione del 1979. Tuttavia i rapporti tra i due stati non sono una novità: il Giappone è uno dei più grandi acquirenti di greggio iraniano, anche se ha rispettato le sanzioni imposte da Washington. Allo stesso tempo Tokyo resta uno dei più grandi alleati degli Stati Uniti ed in questo ruolo privilegiato per gli ottimi rapporti con i due paesi, può rappresentare un tramite diplomatico per dimiuire le tensioni tra i due stati. Il presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti in maniera unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato da Obama, a causa delle pressioni dei paesi arabi sunniti e di Israele ed ha inserito nelle richieste a Teheran per rendere nuovamente efficace il trattato mediante una rinegoziazione, che preveda riduzioni del programma missilistico iraniano e la diminuzione degli aiuti a gruppi armati del medio oriente. Per aumentare la pressione su Teheran, gli USA hanno reintrodotto pesanti sanzioni, che hanno provocato una crisi economica, che ha aggravato la situazione iraniana, già compromessa da anni di sanzioni e che hanno avuto effetti pesanti per i ceti medi e bassi. Le richieste di Trump non sono, però accettabili da Teheran perchè invadono la sua sovranità in politica estera. L’Iran ha cercato di rompere questo assedio diplomatico favorendo gli incontri con tutti quegli attori internazionali, che si sono mostrati disponibili ad instaurare un rapporto di qualsiasi forma di collaborazione con Teheran. La visita del premier giapponese si inquadra in questa strategia, che ha come obiettivo quello di presentare un paese non disponibile a subire la pressione americana ( e dei paesi sunniti insieme ad Israele), ma che vuole porre la questione del rispetto nei suoi confronti come principale segno distintivo. Questa accezione, aldilà delle mire geopolitiche, basate anche su impostazioni religiose, deriva dal senso di tradimento generato dal ritiro del trattato sul nucleare da parte degli USA, che ha suscitato sdegno in tutto il paese, favorendo la crescita delle posizioni estremiste a discapito di quelle moderate, che erano state le protagoniste delle trattative. A causa della profonda incertezza presente sia i funzionari iraniani, che quelli giapponesi hanno concordato nel dire di non riporre troppe speranze nell’incontro. In Giappone la visita ha suscitato sentimenti contrastanti: più favorevoli i moderati, ma molto contrari i conservatori. L’impressione è che se uno stato fortemente alleato degli USA, che non ha, cioè, le posizioni più nette, come l’Unione Europea, si è mosso in prima persona, ci sia la volontà, anche di Washington di arrivare ad ottenere almeno una distensione, sopratutto dopo il rischio delle settimane precedenti, quando si è rischiato un conflitto internazionale.  L’attivismo intorno al paese iraniano, con la visita del ministro degli esteri tedesco, con quella del premier giapponese e con il prossimo incontro della funzionaria dell’Unione, dimostra come Teheran sia al centro dell’attenzione internazionale per i timori che la crisi con gli Stati Uniti possa degenerare e riporti il medio oriente al centro dell’attenzione dopo che lo Stato islamico è stato sconfitto. Le responsabilità di Trump sono evidenti, per avere rinnegato l’accordo sul nucleare iraniano ed essersi appiattito sulle posizioni dei paesi arabi, ma anche gli altri paesi firmatari non hanno fatto molto, oltre a non ritirarsi dall’accordo; dall’Unione Europea, ad esempio, ma anche dalla Cina, si attendeva un maggiore impulso diplomatico per disinnescare una situazione potenzialmente pericolosa. La situazione resta, comunque, in evoluzione,purtroppo anche dal punto di vista militare con due petroliere colpite nel golfo: attentato che l’Iran ha subito collegato alla visita del premier giapponese , che, avrebbe, l’obiettivo di distogliere l’attenzione internazionale dall’incontro internazionale.

Cina e Russia sempre più alleate

L’incontro in Russia del leader cinese Xi Jing Ping ha segnalato come la vicinanza tra i due paesi sia olto intensa. Non si tratta di una sorpresa, i due capi di stato si sono incontrati circa 30 volte in sei anni ed hanno dimostrato una sintonia sempre crescente, favorita anche dal peggioramento dei rapporti dei due paesi con gli Stati Uniti. Dal punto di vista internazionale, la relazione tra i due paesi sta assumendo maggiore rilevanza per la situazione contingente che entrambe le due nazioni stanno attraversando: per la Russia, infatti, ogni occasione diventa rilevante per uscire dall’isolamento internazionale imposto dall’occidente, dopo l’invasione della Crimea ed il ocnflitto del Donbass; mentre la Cina è impegnata nel conflitto sui dazi commerciali imposto dal presidente Trump. Nonostante i già buoni rapporti tra i due paesi, Cina e Russia sono praticamente obbligate ad aumentare la reciproca sintonia, anche per combattere i segnali negativi che arrivano dall’economia. Pechino si è appena vista abbassare le prospettive di crescita dal Fondo Monetario Internazionale, proprio in ragione dell’aumento dei dazi americani, mentre la Russia necessita degli investimenti cinesi per combattere una crisi economica, che ha ragioni strutturali, perchè basata essenzialmente sulle materie prime, oltre che dovuta, anche agli effetti dell’embargo occidentale. L’incremento delle relazioni con la Cina, potrebbero significare per Mosca un aumento di questi investimenti  e gli accrodi raggiunti nei settori di aviazione, energia, difesa, tecnologia, agricoltura e telecomunicazioni dimostrano che la direzione intrapresa prevede un maggiore impegno cinese nel paese russo. L’avversione degli Stati Uniti per questi due paesi ha sviluppato l’idea tra Mosca e Pechino di ridurre l’uso del dollaro come valuta di scambio ed incrementare un sistema che privilegi l’uso di rublo e yuan negli scambi bilaterali. Quantitativamente ammontano a 89.000 milioni di euro gli sacmbi della Cina con la Russia, che è diventata il principale partner commerciale di Mosca ed anche se, dal punto di vista degli investimenti in Russia, la Cina è ancora indietro rispetto agli USA ed alla UE, Pechino intende colmare questo gap. Anche circa gli scenari internazionali  i due paesi hanno visioni molto simili, come per il Venezuela, dove sono contrari all’intervento straniero o la comune contrarietà sulle sanzioni americane contro l’Iran per la questione del nucleare iraniano. Allo stesso modo hanno condannato Washington per il ritiro unilaterale dal trattato sulle armi nucleari a medio raggio, che ha provocato il successivo ritiro di Mosca. Infine è stato espressa preoccupazione per il possibile aumento degli armamenti spaziali, così come è stata evidenziata la posizione comune su Siria e Corea del Nord. I due paesi, insomma, con un legame sempre più stretto possono concretamente creare una alleanza pericolosa per gli equilibri mondiali, che potrà rappresentare una viariabile da valutare attentamente quando si vorranno analizzare gli scenari futuri e le loro potenziali ricadute. Questa alleanza è stata favorita da una rigidità, peraltro comprensibile, da parte dell’occidente, che rischia di produrre effetti contrari a quelli voluti da Washington e dagli alleati occidentali e su cui sarà bene operare una riflessione attenta e puntuale.

Alcune possibili risposte cinesi ai dazi americani

La ritorsione della Cina ai dazi americani parte dalla lista delle aziende e delle persone statunitensi che non hanno rispettato le regole del mercato e per questo hanno danneggiato le aziende del paese cinese. L’azione di Washington viene definita come terrorismo economico, che danneggia non solo la Cina ed altri paesi, ma gli stessi Stati Uniti, a causa di una poltica miope, basata su di una volontà esclusivamente egemonica. Ma il governo di Pechino intende usare l’arma delle cosidette terre rare, materia prima indispensabile per l’industria delle nuove tecnologie e delle energie rinnovabili. Si tratta di industrie ad alta specializzazione che costituiscono un settore molto importante per l’economia americana, che necessitano di questi materiali importati dalla Cina in quantità considerevoli. Le terre rare si dividono in tre grandi specie, quelle definite leggere, che servono per i componenti degli smartphone, che vengono estratte in Cina nella misura del 38% del totale; le terre rare chiamate medie e pesanti, utilizzate per display e per le armi difensive, che vengono estratte per il 90% del totale mondiale nel paese cinese. Gli Stati Uniti, nel periodo dal 2014 al 2017, hanno importato l’80% del totale del loro fabbisogno di terre rare dalla Cina. Si tratta quindi di una sorta di arma puntata contro gli USA, per controbattere alla decisione delle sanzioni. Una delle ragioni comunicate dai funzionari cinesi è quella di interdire la possibilità di arrichirsi per quei paesi, come gli USA, che contrastano i commerci con la Cina, ma anche, contrastare le esportazioni di prodotti fatti con materie prime cinesi che concorrono direttamente con i prodotti della Cina. La Casa Bianca conosce bene la situazione di necessità di terre rare da parte dell’industria americana e, per questo motivo, non ha inserito questi materiali nelle liste dei dazi stabiliti. Se la Cina deciderà di attuare questa misura restrittiva, gli effetti, però, non saranno immediati ma di lungo periodo: ingfatti i paesi costruttori di prodotti di alta tecnologia, non solo gli USA, ma anche altri, dispongono di riserve consistenti di materie prime in grado di resistere al blocco cinese. L’estrazione delle terre rare resta però una grande variabile sulla produzione a causa del loro tasso di inquinamento e di costi, gli USA hanno già rinunciato all’estrazione e nella stessa Cina sono in corso operazioni di riconversione industriale nelle zone da cui provengono questi materiali. Sul periodo molto lungo, quindi, l’azione cinese potrebbe non essere efficace, tuttavia, se si entra nelle ipotesi, la speranza è quella che la guerra commerciale finisca prima dei possibili effetti della sopsensione della fornitura delle terre rare, per questo motivo l’intenzione di Pechino potrebbe essere soltanto una minaccia, per manifestare una reazione sulla scena internazionale alle azioni americane. Un altro fronte potrebbe riguardare il gas naturale: pur essendo la Cina al decimo posto tra i paesi detentori di riserve di gas, l’intenso sviluppo economico del paese ha provocato l’importazione da parte di Pechino del 41% del suo fabbisogno, di cui il 14% arriva dagli USA; l’introduzione del gas nei prodotti soggetti a introduzione di dazi cinesi, potrebbe generare pericolose ricadute all’interno del mercato cinese. Uno dei pericoli è che gli USA interrompano la fornitura come ritorsione andando a creare potenziali situazioni di conflitto i cui sviluppi sono difficilmente immaginabili.

La Cina attuale si fonda anche sulla repressione di Tienanmen

L’anniversario dei trenta anni dai fatti di Tienanmen si inserisce in un momento di particolare difficoltà per la Cina, dovuta alla questione dei dazi americani. L’analisi di quei fatti, dopo tre decenni è stata fatta sotto diverse forme, ma, pubblicamente soltanto all’estero; per i media cinesi ricordare la rivolta studentesca è ancora tabù. Si tratta di un argomento che non viene trattato perchè c’è l’evidente timore di un ritorno di quel sentimento in un momento dove i problemi dei diritti civili non sono evidenziati ma esistono concretamente. Soltanto per la questione del lavoro, gli scioperi sono sempre più frequenti per le condizioni con cui sono trattati i lavoratori e per troppo spesso mancata corresponsione dei salari. La corruzione è un autentico punto debole del paese, che crea il malfunzionamento della cosa pubblica e genera parecchia diffidenza verso i poteri centrali, che non forniscono la percezione di combattere adeguatamente il fenomeno. Anche la politica finanziaria del governo, che continua ad investire all’estero per ribadire la propria leadership mondiale è vista con contrarietà perchè ad essa non corrisponde una uguale mole di investimenti destinate alle campagne ed ai territori più sottosviluppati del paese. Ci sono, quindi, evidenti motivi di prreoccupazione, tali da non indugiare nel ricordo di quei fatti. Dalla repressione di trenta anni fa è partita la strategia cinese di sacrificare le libertà individuali a favore dello sviluppo economico: Tienanmen è stata la base pratica da cui è partita la Cina odierna. Apparentemente i cinesi hanno barattato il benessere economico con i diritti civili, ma questa non è stata una scelta, è stata una imposizione per impiegare la forza lavoro senza vincoli di controllo, se non quelli che rientrano nelle elaborazioni finanziarie del partito. Il comunismo cinese ha completamente deviato dalle dottrine di Marx, creando profonda ineguaglianza, tanto che i suoi metodi nei confronti dei lavoratori sono invidiati dai capitalisti e dagli industriali occidentali, che devono trattare con sindacati e partiti. Se in patria si continua a mantenere il silenzio su Tienanmen, l’idea dei politici cinesi è chiara: la repressione è stata funzionale al mantenimento degli equilibri interni, sopratutto funzionale agli interessi dei burocrati del partito. Ma se in Cina l’assenza di dichiarazioni ufficiali è la regola, all’estero esponenti del governo di Pechino, come il ministro della difesa a Singapore, hanno dichiarato che la repressione è servita per portare il paese all’attuale stato di sviluppo. Queste convinzioni rivelano, se ce ne fosse bisogno, come i responsabili della politica cinese tengano in conto gli argomenti dei diritti e delle libertà civili; il fatto che considerino un aspetto positivo la repressione, perchè funzionale a permettere al paese di essere diventato la seconda potenza economica mondiale, deve imporre ia paesi occidentali delle serie riflessioni sull’impiego di capitali cinesi all’interno dei propri confini. L’attuale espansionismo cinese ha rivelato aspetti non proprio positivi già in Africa sui quali l’Europa deve porsi interrogativi molto chiari. D’altronde un paese che non riesce a compiere una riflessione su di un fatto così grave evidenzia problemi molto chiari ed un atteggiamento che dovrebbe essere inconciliabile con le democrazie occidentali. La questione dei diritti dovrebbe essere un argomento di valutazione delle relazioni internazionali tra paesi diversi, purtroppo ora si preferisce la liquidità finanziaria credendo che le nostre conquiste su questi temi siano inviolabili. La precezione di pericolosità di trattare con il regime cinese, con il quale, peraltro, è impossibile non trattare, è attenuata dalle possibili opportunità economiche, ma ciò non fa che aumentare l’insidia di Pechino, che sembra volere trattare gli stati come tratta i suoi cittadini, cioè dando loro l’illusione di un maggiore benessere pagato, però, a prezzo carissimo.