Gli USA vogliono che l’Europa abbandoni il trattato con l’Iran

Gli Stati Uniti incalzano l’Europa sulla questione del nucleare iraniano. Washington ha abbandonato in maniera unilaterale l’accordo sul nucleare iraniano, firmato dopo una trattativa molto lunga dall’amministrazione Obama, oltre che Unione Europea, Russia e Cina. Con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca lo schema dei rapporti con Teheran è cambiato ed il paese iraniano è tornato ad essere individuato come il principale nemico, anche per il riavvicinamento statunitense alle monarchie saudite ed al miglioramento dei rapporti con il governo di Tel Aviv. In sostanza Trump è ritornato ad una politica di riavvicinamento con i paesi sunniti, nonostante questi siano stati tra i finanziatori dello Stato islamico. Ora, quindi, il nemico è l’Iran, individuato come guida degli sciiti, tra cui rientrano i siriani, gli Hezbollah ed anche gli yemeniti. Questa visione è funzionale agli interessi israeliani e sauditi e non tiene conto del mancato avanzamento del processo di pace tra israeliani e palestinesi, delle stato di repressione presente in Arabia Saudita e delle violenze perpetrate dalla coalizione sunnita contro i civili yemeniti. Alla conferenza per la pace e la sicurezza in Medio Oriente, in corso a Varsavia, dove è stato escluso l’Iran dalla partecipazione, si è rivelata chiaramente la volontà americana di aumentare la pressione sul paese iraniano. In questa sede gli USA hanno espresso una opinione negativa sui paesi dell’Unione Europea circa il mancato appoggio a Washington nelle sanzioni contro l’Iran. La posizione di Bruxelles è rimasta quella di tenere fede alla firma del trattato, senza accogliere la proposta americana, ribadita nella conferenza di Varsavia, di adottare strumenti di pressione diplomatici e finanziari contro Teheran. Le ragioni europee sono rimaste ferme alla visione che ha ispirato il trattato e, che, sostanzialmente l’accordo con l’Iran era il male minore, perchè impediva una proliferazione nucleare bellica, mentre ne garantiva lo sviluppo civile, anche mediante ispezioni. Questa lettura dell’accordo non è condivisa dall’amministrazione americana, forse sempre più influenzata da Israele e dalla visione che trasmettono i paesi arabi, una visione che teme l’influenza negativa iraniana su paesi instabili come Libano, Siria, Iraq e Yemen. L’intenzione americana è quella di procedere con una pressione sempre maggiore su Teheran, anche in corrispondenza della grave crisi economica del paese, che potrebbe favorire ribellioni contro il regime. L’Europa, tuttavia, non è in accordo con questa visione ed, anzi, i paesi europei stanno studiando misure alternative per proteggere le proprie imprese, che hanno ricevuto ordini e commesse importanti dal paese iraniano, per non incorrere nelle sanzioni americane, previste per tutte quelle aziende che continueranno ad intrattenere rapporti di affari con Teheran. Lo scontro, quindi, sembra destinato ad acuirsi tra USA ed Europa, aumentando la distanza tra le due parti i cui rapporti sono peggiorati da quando Trump è andato al potere. L’atteggiamento verso l’Iran, se è servito ad avvicinare gi USA ed Israele ai paesi sunniti, potrebbe provocare nel paese iraniano, già in difficoltà per l’andamento dell’economia, un risentimento che si sta già tramutando in una chiusura non utile al processo di apertura iniziato da Obama e dfinitivamente chiuso da Trump. Ciò rischia di esasperare la posizione iraniana su importanti questioni, come la Siria e l’Iraq, mantenendo nella regione un grado di instabilità pericoloso.

I dubbi sul ritiro americano dalla Siria

Mentre il governo di Assad, grazie all’appoggio di Iran e Russia, ha riconquistato circa il 75% del paese siriano, la parte che comprende i giacimenti più preziosi, oltre ad avere mantenuto sempre lo sbocco al mare, la parte della Siria rimasta sotto il controllo americano comprende territori desertici ed i giacimenti petroliferi che contengono il greggio con qualità inferiore; questa motivazione, unita la fatto che il programma di rovesciare Assad è fallito, hanno determinato in Trump la decisione di ritirare i circa 2000 soldati americani ancora presenti sul territorio siriano. La questione, però ha sollevato obiezioni interne ed esterne, che potrebbero creare ripensamenti alla Casa Bianca. La ragione ufficiale sostenuta dal presidente statunitense è che la lotta allo Stato islamico è terminata con la sconfitta del califfato, tuttavia la presenza, seppure ridotta ed in alcune zone più remote, di alcuni gruppi non permette di affermare con la certezza di Trump, il completo annientamento dei miliziani dal territorio dove operano i militari americani. Dal punto di vista interno,le valutazioni dei vertici militari americani ritengono questa mossa un errore, analogo a quello, per ora scongiurato, del ritiro delle truppe dall’Iran, sia per ragioni contingenti, come la presenza residuale dello Stato islamico, sia per le ripercussioni sulle alleanze militari con i curdi, che per l’azione di contrasto all’Iran, sopratutto in ottica di difesa di Israele. La questione curda non permette un atteggiamento improntato soltanto alle valutazioni dell’esclusiva convenienza, sopratutto finanziaria, che stanno alla base della decisione di Trump (che ancora una volta si rivela come un politico miope sul lungo periodo ed anche scarso conoscitore delle dinamiche di politica internazionale). L’impegno dei combattenti curdi direttamente sul terreno ha permesso agli Stati Uniti di evitare lo schieramento diretto di soldati americani nel teatro di combattimento siriano, i curdi si sono rivelati, così come nell’occasione dell’invasione dell’Iraq di Saddam, i principali e più efficienti alleati degli USA, molto al di sopra dei combattenti appartenenti alle forze democratiche siriane, che non sono mai riusciti a fornire un aiuto adeguato ai militari del pentagono. La questione curda, però, prevede la profonda contrarietà di Ankara alla possibilità di una entità autonoma curda sui propri confini. La Turchia ha accolto con favore la possibile ritirata americana, intravvedendo la possibilità di una azione militare diretta contro i curdi siriani. Erdogan ha anche richiesto lo smantellamento delle basi militare allestite dagli Usa per i curdi per endere più deboli i combattenti curdi. L’azione turca sarebbe giustificata con la solita scusa di conbattere il terrorismo curdo. La strategia curda è stata allora quella di allacciare nuovamente i rapporti con Assad, con il quale i curdi avevano, comunque, una certa autonomia. I militari di Damasco si sono avvicinati alle zone curde, sulle quali è stata fatta sventolare la bandiera siriana, creando così i presupposti di un confronto con la Turchia, che, alla fine, ha minacciato una azione in territorio della Siria. Non occorre ricordare che ciò potrebbe implicare una risposta anche da Russia ed Iran, che sono presenti in forze sul territorio di Damasco. La decisione di Trump, quindi, potrebbe riaprire un nuovo capitolo della guerra siriana, interrompendo l’attuale fase di stallo. A poco sembrano valere le richieste americane verso la Turchia, per evitare una aggressione da parte di Ankara del territorio curdo: il governo turco ha già respinto queste richieste creando un evidente ed ulteriore problema al prestigio internazionale americano. Non meno importante è la questione posta da Israele sulla propria sicurezza, perchè la ritirata americana lascerebbe spazio all’Iran in Siria, sopratutto dal punto di vista logistico per rifornire le milizie sciite in Libano. A questo punto gli interrogativi sulla reale convenienza del ritiro delle truppe americane dalla Siria paiono essere troppi e ciò potrebbe costringere all’ennesimo cambiamento di programma il presidente Trump, che vedrebbe un altro impegno pronunciato in campagna elettorale, impossibile da mantenere.

Gli USA potrebbero tentare di limitare l’influenza cinese in Corea del Nord

Nel discorso di inizio anno il presidente nordcoreano Kim Jong-un ha affermato la propria disponibilità ad un nuovo incontro con il presidente americano Trump. Il segnale lanciato da Pyongyang evidenzia la necessità del regime di vedere attenuate le sanzioni economiche che ancora condizionano la misera economia del paese. Il discorso evidenzia come il regime nordcoreano consideri gli Stati Uniti, almeno a livello ufficiale, l’interlocutore privilegiato per potere risolvere la propria situazione. Malgrado le intenzioni espresse, di procedere verso una denuclearizzazione della penisola coreana, appare, però, fortemente improbabile che il regime di Pyongyang voglia effettivamente operare in questo senso. Senza l’arsenale atomico, la Corea del Nord è un paese facilmente attaccabile e la stessa dinastia al potere avrebbe poche, se non nessuna, possibilità di salvezza; non per niente uno degli argomenti di discussione con gli Stati Uniti è stato proprio la garanzia dell’incolumità del capo nordocreano. L’incontro che si è tenuto a Singapore con Trump è stato un fatto di portata epocale, perchè ha costituito l’uscita dal totale isolamento del leader di Pyongyang e di conseguenza del paese, famoso per non avere altra relazione internazionale, se non con Pechino. Gli Stati Uniti, malgrado le dichiarazioni di rito, sembrano avere accettato l’impossibilità della Corea del Nord a rinunciare all’arsenale nucleare e così sembra anche per la Corea del Sud, che ha raggiunto il risultato di una situazione di fatto che sancisce un patto di non aggressione, dopo i ripetuti incontri tra i leader delle due Coree. La situazione in questo momento sembrerebbe essere più tranquilla, anche se l’appello di Kim Jong-un merita una attenta riflessione perchè è avvenuto nel silenzio della Cina. Uno dei timori di Pechino è quello che gli USA possano tentare di levare dall’influenza cinese il paese nordcoreano. Se dal punto di vista economico la Corea del Nord può presentare soltanto il vantaggio di manodopera a costi bassissimi, ma senza specializzazione, dal punto di vista geopolitico il confine con la Cina può rappresentare uno strumento di attrattiva per Washington, con la Casa Bianca sempre più concentrata nella competizione con la Cina. Se i legami storici tra il paese cinese e quello nordcoreano rappresentano un ostacolo non certo secondario è anche vero che i rapporti attuali non sono migliorati da quando Kim Jong-un ha preso il potere. La Cina non apprezza l’imprevedibilità dal leader nordcoreano in carica ed i continui tentativi di nuovi rapporti non Trump aumentano la diffidenza verso Pyonyang. Dal canto loro, per gli Stati Uniti potrebbe essere un vantaggio tattico, inteso come mezzo di pressione e di disturbo, sulla Cina diminuire le sanzioni verso la Corea del Nord e magari anche fornire aiuti economici in grado di risollevare l’economia di Pyongyang. Trump non ha problemi ad avere relazioni con dittatori anche in altre parti del mondo per ottenere benefici per gli Stati Uniti. Certamente ciò potrebbe innalzare il livello dello scontro con Pechino, perchè porterebbe una novità negativa per la Cina nella sua area di influenza. La questione della guerra commerciale tra i due paesi vedrebbe uno sviluppo di ordine geopolitico in grado di alzare la tensione: uno schema già applicato da Trump in altri contesti, cioè quello di portare il contrasto fino ad un limite pericoloso, per poi trovare un accordo. Ma se questo sistema può avere ottenuto dei risultati favorevoli (anche con la Cina sul tema dei dazi), non è detto che Pechino possa rispondere positivamente ad una invasione di campo così esplicita. Inoltre gli Stati Uniti, se questa ipotesi diventasse reale, si troverebbero a cercare di strumentalizzare un personaggio fortemente imprevedibile come Kim Jong-un, capace di approfittare di ogni occasione per trarne il maggiore vantaggio possibile ed anche in grado di giocare contemporaneamente su più fronti. Tuttavia se il regime nordcoreano ricevesse aiuti economici ritenuti adeguati, almeno sul breve periodo potrebbere crearsi le condizioni per innervosire la Cina e costringerla a qualche mossa azzardata. Sarà soltanto da vedere quanto Trump vorrà rischiare.

La questione di Taiwan diventerà centrale nella politica estera

La questione di Taiwan rischia di diventare uno degli argomenti centrali per la politica estera dell’anno che è appena iniziato. Pechino non ha mai rinunciato alla prospettiva di riunificare l’isola di Formosa all’interno dell’amministrazione della Cina, senza alcun requisito di indipendenza, ma come una semplice provincia. Per tutti i governati cinesi, che si sono succeduti nel tempo, la questione si può riassumere nella impossibilità di rinunciare alla visione di una Cina unica ed indivisibile, che non può contemplare porzioni di territorio al di fuori della giurisdizione e dell’amministrazione di Pechino, senza tolleranza alcuna. In questa ottica è rientrata anche Hong Kong, che, aldilà, delle condizioni esteriori, sta vedendo erodere in maniera progressiva le concessioni democratiche che il passaggio dal Regno Unito alla Cina dovevano essere garantite. Per Taiwan il discorso è però differente: l’isola nazione mantiene una propria autonomia guadagnata grazie agli esiti del conflitto del 1949, quando i comunisti persero il potere sull’isola. La questione di Formosa è centrale nella politica interna cinese, perchè non può essere oggetto di una repressione, come accaduto per il Tibet o per le terre dei musulmani cinesi, dove è stato usato il doppio mezzo dela violenza e dell’invasione delle etnie più fedeli a Pechino, per cancellare il dissenso e reprimere qualsiasi ribellione; Taiwan, grazie anche alla sua posizione geografica, dispone di istituzioni totalmente indipendenti da Pechino ed anche del riconoscimento internazionale di alcuni paesi, come nazione indipendente. Questo stato di cose è vissuto come una ferita profonda dall’attuale presidente cinese, tale da diventare un punto fermo nel suo programma politico. Xi Jinping non può però minacciare direttamente Taiwan ed infatti si limita a blandire quella, che comunque considera una provincia cinese, con argomenti pratici e di natura anche economica, restando nei confini dell’utilizzo della grande disponibilità finanziaria cinese. In realtà essere entrati in modo così palese nella questione, appare un fatto insolito per la cautela cinese, nonostante il fatto che Taiwan venga considerata parte della Cina, resta pur vero che il suo comportamento sia in tutto e per tutto assimilabile ad una nazione indipendente. Taiwan non ha mai dichiarato formalmente la sua indipendenza dalla Cina, ma il governo in carica ha manifestato più volte di volere procedere in questa direzione e ciò rappresenta il vero pericolo per il prestigio cinese, sia verso l’esterno, ma sopratutto verso l’interno. Se il presidente cinese ha parlato di mezzi pacifici per favorire la riunificazione, ha anche parlato di come la dichiarazione di indipendenza porterebbe evidenti svantaggi economici ai traffici di Taiwan, minacciando, neppure in maniera troppo nascosta, di fare crescere la tensione lungo i due lati del canale che separa l’isola dalla Cina. Xi Jinping è arrivato a minacciare l’uso della forza per difendere quella che considera la sfera di azione esclusiva per Pechino. Questo messaggio risulta chiaramente rivolto agli Stati Uniti, che sono il maggiore alleato militare di Taiwan e che intendono usare ogni mezzo possibile per contrastare la crescita politica della Cina a livello internazionale, sopratutto nell’ottica della competizione economica. Trump, che vuole smarcarsi a alcuni teatri di guerra mondiale per concentrare gli sforzi del paese su questioni considerate più importanti, ha compreso bene, come, del resto già Obama, che l’area del Pacifico orientale ha assunto sempre maggiore importanza, sia per la quantità e la qualità dei traffici delle merci, sia per le ragioni funzionali essenziali per contendere alla Cina la supremazia nell’area; oltre che di valore simbolico, operare direttamente in quella che Pechino considera la sua zona di influenza esclusiva, esiste anche un valore pratico molto considerato dagli strateghi della Casa Bianca, che è rappresentato dalla possibilità di andare direttamente a contrastare gli interessi cinesi sui confini di Pechino. In questo quadro rientra anche il tentativo che prenderà sempre più forma di cercare di portare via dall’influenza cinese la Corea del Nord, tramite concessioni economiche e la tolleranza del possesso degli arsenali atomici. Ecco quindi l’importanza della questione di Taiwan, che costringe la Cina a giocare d’anticipo e non affidarsi più alla solita tattica di attesa; su quali saranno gli sviluppi non è possibile fare delle previsioni sicure, se non che Formosa sarà sicuramente uno dei centri nevralgici della politica estera prossima a venire.

Russia e Cina alleate obbligate

Le sanzioni occidentali hanno costretto la Russia ad avvicnarsi alla Cina. Mosca è la capitale di uno stato immenso con grande disponibilità di materie prime, sopratutto nel settore energetico, ma che continua ad avere grandi deficit dal punto di vista dello sviluppo industriale. Il paese russo paga la scarsa capacità della sua classe politica di elaborare dei piani di industrializzazione capaci di diventare una alternativa economica alla preponderanza del settore primario. Le ambizioni geopolitiche della Russia di Putin hanno generato una situazione internazionale difficile per l’economia nazionale a causa delle sanzioni che l’occidente ha imposto a Mosca per il suo comportamento, sopratutto per la vicenda ucraina ed i piani e le attese del cremlino nei confronti della presidenza statunitense di Trump, che prevedevano un avvicinamento tra USA e Russia, sono state frustrate dalla diffidenza dei ceti amministrativi americani. L’invadenza dell’azione politica internazionale russa, attuata con mezzi anche non leciti, è il segnale di una attività spregiudicata che viene portata avanti con evidenti errori di calcolo e di valutazione in rapporto ai risultati ottenuti. Malgrado le ambizioni internazionali ed un attivismo impossibile da non riconoscere, che ha saputo sfruttare abilmente gli spazi lasciati da Washington, la variabile economica rappresenta un valore dal quale nemmeno il nuovo imperialismo russo può prescindere. L’unica alternativa per sollevare le sorti di bilanci in difficoltà è stata rivolgersi alla potenza mondiale numero due, la Cina, che ha sempre necessità di espandere la sua azione commerciale e che, per fare ciò, deve alimentare il suo fabbisogno energetico. I due paesi, pur essendo spesso d’accordo nella sede del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non sono alleati e non sono complementari, giacché le rispettive ambizioni sono spesso in contrasto, ma devono tenere un buon rapporto diplomatico basato sulla rispettiva avversione agli Stati Uniti. Se Washington è sempre più in contrasto con Pechino per ragioni di politica commerciale, Mosca cerca di sfruttare questi dissidi per contatti sempre più frequenti con la Repubblica popolare cinese, ma non si tratta di una alleanza organica, basata su comuni interessi e sul periodo lungo; piuttosto siamo di fronte ad una serie di singoli episodi basati sulla reciproca convenienza. Al centro di questi scambi ci sono le materie prime energetiche, ma anche la volontà cinese di penetrare, con le sue merci, un mercato che ha ancora delle buone potenzialità come quello russo. Se questi sono i presupposti, ancora più interessante è analizzare le possibili conseguenze di questo rapporto; uno degli scenari più probabili è che la situazione si mantenga entro questi confini fintanto che gli USA proseguiranno nel loro isolazionismo, infatti non sembra che possa convenire romprere questa situazione da parte di uno dei due soggetti internazionali coinvolti. Diverso potrebbe essere lo scenario se uno dei due paesi volesse superare l’altro per qualsiasi potenziale motivo: questa ipotesi sembra essere più difficile per la Russia, che non può alienarsi l’amicizia cinese e con essa i vantaggi economici che la legano a Pechino. Dall’altro lato la Cina sembra che si continui a muovere sulla non ingerenza e che la sua politica internazionale sia improntata alla massima prudenza; tuttavia se c’è un paese che può insidiare la leadership internazionale agli Stati Uniti, questo non è certo la Russia, che non può interpretare altro che ruoli da protagonista su scenari limitati, come è accaduto per la Siria. AL contrario le ambizioni cinesi prima o poi dovranno concretizzarsi in qualche episodio di portata internazionale ed allora alla Russia non resterà che scegliere tra una neutralità di contorno o rivestire un ruolo subalterno, verosimilmente al fianco della Cina. Il rischio vero per Mosca è di finire in modo evidente come potenza di secondo piano, contro tutte le rivendicazioni del Cremlino. Ma per il paese russo il ruolo di super potenza non è più praticabile nel contesto bipolare USA – Cina e la sua situazione economica ne è soltanto il primo segnale evidente.

L’Arabia Saudita alleato non affidabile per gli USA

Trump ha invertito la tendenza di Obama nei confronti dell’Arabia Saudita; il regno arabo, tradizionalmente vicino agli Stati Uniti si era allontanato da Washington per la condotta americana tenuta durante i negoziati con l’Iran per il nucleare di Teheran. L’avvicinamento era stato interpretato da Ryad come una sorta di sbilanciamento a favore del nemico sciita; in realtà i dubbi statunitensi riguardavano l’atteeggiamento saudita nei confronti dello Stato islamico, caratterizzato da una sorta di contiguità con i fondamentalisti, che andava contro ogni interesse americano. Con l’elezione di Trump, naturalmente ostile a Teheran ed al trattato sul nucleare i due paesi si sono riavvicinati, anche grazie all’alleanza non ufficiale tra Ryad e Tel Aviv, fondata proprio sul nemico comune iraniano. Secondo il presidente americano l’Arabia Saudita poteva diventare un alleato strategico, sia dal punto di vista politico, che da quello militare ed anche per i potenziali accordi economici, che potevano essere allacciati tra i due paesi. Il fatto che la monarchia saudita sia espressione di un governo totalitario, che nega ogni libertà e diritto politico e civile, non ha mai scalfito l’opinione di Trump, come, peraltro, di quasi tutti i governi occidentali. Nel programma di Trump l’Arabia Saudita avrebbe dovuto esercitare un ruolo di regolazione al rialzo nella produzione di petrolio, avrebbe dovuto impegnare direttamente i suoi soldati in Siria per contrastare la presenza iraniana, avrebbe dovuto contribuire in modo sostanzioso all’industria della armi statunitense tramite ingenti ordinativi. Nessuno di questi obiettivi pare essersi concretizzato: la volontà saudita è quella di limitare la produzione di petrolio andando nella traiettoria inversa da quella richiesta da Washington, l’esercito saudita è impegnato nella guerra in Yemen, dove non riesce ad avere ragione in modo definitivo sui ribelli, denunciando, quindi un grado di preparazione che giustifica il mancato impegno su di un teatro di guerra molto più impegnativo come quello siriano e gli ordinativi di armi americane si sono limitati a modiche quantità, rispetto ai volumi attesi. In più la questione dell’uccisione del giornalista dissidente avvenuta in Turchia, probabilmente su mandato del principe ereditario ha provocato una reazione molto forte dell’opinione pubblica americana, che richiede delle sanzioni verso il paese arabo. Malgrado tutte queste ragioni Trump insiste a volere mantenere un rapporto privilegiato con uno stato che sembra offrire una alleanza soltanto di comodo. Una delle ragioni è la mancanza di lungimiranza della Casa Bianca che continua a vedere l’Arabia Saudita come un elemento fondamentale nella scacchiera contro l’Iran, ma a questa convinzione non sono mai seguiti fatti concreti, se non proclami senza seguito. La questione è che Trump aveva individuato l’Arabia come possibile sostituto nell’area mediorientale, ma Ryad si è dimostrato non all’altezza ed il presidente americano non ha un piano alternativo e deve continuare a negare l’evidenza di fronte al mondo. La Germania ha iniziato il boicottaggio della vendita delle proprie armi e potrebbe presto essere seguita da altri paesi occidentali, sempre più infastiditi dal comportamento del principe ereditario e, sopratutto dai continui massacri di civili inermi che il paese arabo sta compiendo nello Yemen. Perfino Israele sembra meno vicino ai sauditi, lasciando Washington in un pericoloso isolamento internazionale, neppure giustificato da ragioni di convenienza. Con il risultato elettorale americano Trump risulta indebolito sul fronte interno e gli sarà praticamente impossibile avere l’appoggio della camera per iniziative che permettano rapporti ancora più stretti con gli arabi. Il punto debole resta però il peso politico americano in medioriente, con l’Arabia Saudita che sembra procedere su di un percoso avulso dagli interessi americani, gli Stati Uniti devono trovare una nuova strategia per impedire la crescita esponenziale della Russia e dell’Iran nella regione e, per ora, non sembra che l’amministrazione di Trump sia in grado di elaborare alcunché.

L’impossibilità di sanzionare l’Arabia Saudita

L’assassinio del giornalista saudita compiuto dal regime di Riad ha avuto come conseguenza quella di provocare una reazione che non si è mai verificata per nessuna delle nefandezze compiute in precedenza dall’Arabia Saudita; infatti non sono bastate le ripetute violazioni dei diritti umani continuamente perpetrate nel paese arabo e neppure le violenze, spesso gratuite o causate da crudele incompetenza, compiute dai militari sauditi nel conflitto dello Yemen anche ai danni di bambini e di donne per determinare una riprovazione internazionale di tale livello. Questo sentimento che ha pervaso la comunità internazionale rappresenta, dunque, una novità nei confronti dell’Arabia Saudita, che, soltanto il governo canadese aveva manifestato in precedenza, entrando in contrasto con Riad. Se le manifestazioni di avversione ai sauditi sono da registrare positivamente, resta il rammarico per non essere arrivate prima e, sopratutto andranno valutate con gli effetti concreti che sapranno e potranno produrre. Questo aspetto è il più rilevante, perchè investe le relazioni dei paesi occidentali con la monarchia saudita e difficilmente potrà avere un impatto tale da potere condizionare i modi di Riad. I rapporti tra i paesi occidentali e l’Arabia Saudita sono contraddistinti da un elevato livello di scambi commerciali, nei quali la bilancia dei pagamenti pende con notevole favore per l’occidente e gli investimenti arabi, grazie alla liquidità fornita dal greggio, sono una parte rilevante nel panorama delle economie occidentali; a ciò si devono aggiungere le forniture di petrolio, che sono essenziali per le industrie europee ed americane. I rapporti sono quindi molto consolidati e possono difficilmente subire variazioni, certo l’interrogativo etico se è lecito fare affari con un regime del genere ora è soltanto una domanda retorica, cui andava data una risposta differente molti anni prima. Una delle possibili sanzioni che è stata pensata, anche dal parlamento europeo, seppure soltanto nell’ultima settimana, è quella di sospendere la vendita di armamenti, ma si tratta di un settore dove l’Arabia Saudita rappresenta il secondo compratore mondiale, dopo l’India, che ha incrementato la sua spesa militare del 225% negli ultimi cinque anni: un investimento, che attualmente rappresenta il 10% delle transazioni mondiali. Si tratta, come è evidente, di cifre enormi, che riguardano tutti i paesi occidentali e che interessano un grande numero di industrie con una grande quantità di posti di lavoro impiegati. Non ha caso il presidente americano Trump ha parlato espressamente di una possible perdita di un milione di posti di lavoro, nel caso di un embargo contro l’Arabia Saudita. Se i numeri di Trump non sembrano essere sostenuti da dati concreti, il danno economico del possibile blocco alla vendita, sostenuto anche dai democratici e da parte dei repubblicani americani, appare inequivocabile, rendendo praticamente impossibile la volontà di chi vuole attuare il blocco della vendita delle armi a Riad. Tuttavia esiste anche una ulteriore motivazione, oltre a quella economica, che impedisce di bloccare le armi verso i sauditi: impedire l’ingresso nel marcato saudita a russi e cinesi, che hanno più volte tentato, senza alcun, successo, di vendere i propri armamenti all’Arabia. Mantenere aperto il canale della vendita delle armi con i sauditi significa, sopratutto per gli Stati Uniti non compromettere il legame diplomatico, rinforzato dopo l’elezione di Trump, tra Riad e Washington, giudicato essenziale per il contenimento dell’Iran nello scacchiere medio orientale, ciò rientra anche negli interessi di Israele, che continua la sua alleanza non ufficiale con l’Arabia contro Teheran. L’impatto sugli assetti mediorientali subirebbe quindi delle variazioni attualmente non definibili, perchè un eventuale embargo occidentale degli armamenti potrebbe produrre delle reazioni diplomatiche tali da incidere sugli attuali scenari, scatenando un riassetto fortemente variato, dove la leadership americana potrebbe subire dei ridimensionamenti in grado di apportare a pericolose decisioni, sopratutto con una amministrazione come quella attuale insediata alla Casa Bianca. Occorre ricordare anche che parte delle forniture in armamenti acquistate dall’Arabia Saudita vengono trasferite a quei paesi alleati, sempre di religione sunnita, che non hanno i sufficienti mezzi economici da investire in materiale bellico, ma, che, Riad ha tutto l’interesse affinché mantengano un esercito adeguatamente equipaggiato, primo fra tutti l’Egitto. Per questi motivi gli USA attueranno una ritorsione di tipo individuale esclusivamente contro gli esecutori dell’assassinio del giornalista e non contro i mandanti, ciò però pone ancora una volta l’interrogativo della convenienza di determinate alleanze da parte di paesi democratici con nazioni che sono espressione di sistemi di governo fortemente dittatoriali e quindi contro i valori fondanti dell’occidente.

L’attuale situazione della penisola coreana

In concomitanza con il settantesimo anniversario della fondazione della Correa del Nord, continua l’attività diplomatica della Corea del Sud per evitare che il clima di disgelo tra Washington e Pyongyang sia rovinato dal rallentamento della denuclearizzazione di Pyongyang. Il terzo vertice tra le due Coree, dopo quelli di Aprile e Maggio, è previsto tra il 18 ed il 20 settembre prossimi e si svolgerà nella capitale nordcoreana. Il principale obiettivo del Presidente della Corea del Sud è quello di evitare un nuovo deterioramento tra Washington e Pyongyang a causa del blocco del disarmo nucleare della Corea del Nord denunciato dagli Stati Uniti. Dopo l’incontro dello scorso Giugno a Singapore tra i due paesi nemici, sono seguiti atti concreti che hanno avviato la distensione, come la chiusura del sito per i test nucleari nordcoreani e l’interruzione delle esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Nord. Malgrado ciò, secondo la Casa Bianca, Pyongyang avrebbe rallentato il processo di denuclearizzazione ed avrebbe alimentato i sospetti di Washington sul fatto che Kim Jong-un stia portando avanti il programma nucleare nordcoreano. Questo risentimento ha preso forma ufficiale con la cancellazione del viaggio diplomatico verso la capitale della Corea del Nord, da parte del Segretario di stato americano, che doveva svolgersi a Luglio. La Corea del Nord contesta, invece, questa lettura, e rivendica i progressi compiuti e si dice pronta a collaborare sia con la Corea de Sud, che con gli Stati Uniti. La disponibilità del regime nordcoreano potrebbe essere una tattica per prendere tempo e permettere di elaborare concretamente una strategia per affrontare le difficoltà diplomatiche, che sono seguite da una decisione obbligata, causata dalla disparità delle forze con gli Usa e dalla contingenza della necessità di rompere l’embargo per evitare pericolose derive in una popolazione fortemente controllata, ma stremata da anni di carestia. Il punto centrale è se la Corea del Nord intende rinunciare veramente al suo programma nucleare, che rappresenta l’unica arma di contrattazione sullo scenario internazionale e l’assicurazione della sopravvivenza del regime e dello stesso Kim Jong-un. L’impressione è che il dittatore nordcoreano si sia trovato praticamente costretto a sottoscrivere un accordo, senza un piano alternativo, da cui l’esigenza di guadagnare tempo. Intanto Kim Jong-un ha stimato che il programma di denuclearizzazione potrà essere concluso con la fine del mandato di Trump, nel 2012, ciò sembra volere essere uno strumento per convincere il Presidente americano attraverso il suo ego. L’obiettivo a breve termine della Corea del Sud è quello di ottenere la denuclearizzazione della penisola, ma quello più ambizioso è raggiungere la firma di un trattato di pace, che metta definitivamente la parola fine alla guerra di Corea, formalmente ancora in corso: infatti la fine delle ostilità è, per ora, ancora regolata dall’armistizio firmato nel 1953. Seul per arrivare alla firma del trattato di pace deve avere l’appoggio degli Stati Uniti, che dovranno firmarlo in quanto nazione che guidava l’alleanza contro la Corea del Nord comunista ed i suoi alleati Cina e Russia. La Corea del Sud ha, quindi, tutto l’interesse di mantenere aperto il dialogo tra Pyongyang e Washington, ma ancora una volta l’incognita è sulle reali intenzioni del dittatore nordcoreano, che continua ad essere disponibile ad incontrare i rappresentanti del sud, perchè comprende, che, in questo momento sono l’unico tramite con gli Stati Uniti. Fondamentale per capire la situazione sarà il ruolo che vorrà giocare la Cina, in questo momento in silenzio sull’argomento; per Pechino è importante che la Corea del Nord sopravviva come stato indipendente e non ci sia l’unificazione delle Coree, che significherebbe un paese ai confini sotto l’influenza statunitense. Se la Cina intende usare la dittatura di Kim Jong-un come strumento di contrasto agli USA, la pace sarà difficilmente raggiungibile, viceversa la continuazione della dittatura in maniera attenuata e meno chiusa, potrebbe fornire manodopera a basso costo ed un nuovo potenziale mercato per i prodotti cinesi, mentre resterebbe inalterato il ruolo nordcoreano di alleato cinese e sbarramento per l’influenza americana nella regione. Ciò potrebbe costituire un compromesso valido per tutte le componenti soltanto se il processo di denuclearizzazione venisse completato ed accertato in maniera sicura.

La situazione dello Yemen è sempre più grave

La guerra nello Yemen è in corso da tre anni, ma ha una risonanza minore di quella siriana; lo scorso mese di Agosto è stato uno dei più tragici per la triste contabilità delle vittime che sono arrivate a ben 981 morti, tra cui più di 300 bambini. Le morti dei civili sono incidenti giustificati dai militari sauditi come atti di guerra legittimi, con pratiche burocratiche ciniche ed insensibili, che si inquadrano nella strategia usata contro i ribelli sciiti. Quella messa in pratica dalla coalizione sunnita, capeggiata, appunto, dall’Arabia Saudita e che comprende Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar, è una condotta che unisce l’azione militare, con le inevitabili rappresaglie indiscriminate, all’utilizzo del blocco umanitario pressoché totale per usare la fame e le malattie come arma di guerra. Questa pratica potrebbe però essere inquadrata all’interno del reato del crimine di guerra, se fosse presente una volontà concreta di perseguire questa strada dalle Nazioni Unite, forse si potrebbe aprire una soluzione per questo conflitto; tuttavia la guerra continua quasi ignorata dalla stampa e dalle organizzazioni internazionali. Soltanto le Organizzazioni non governative cercano di portare avanti il loro lavoro in situazioni sempre più difficili e con il rischio concreto, per i loro operatori di essere colpiti da raid aerei della coalizione sunnita. La situazione sanitaria del paese è al collasso a causa del colera, che ha contagiato almeno mezzo milione di persone e che ha provocato oltre duemila morti soltanto negli ultimi tre mesi. Un dato importante è quello economico: lo Yemen è lo stato più povero del medio oriente e già in condizioni normali l’approvigionamento alimentare è difficoltoso, ciò rende ancora più difficile reperire risorse alimentari in una condizione di guerra dove i rifornimenti sono pressoché bloccati, sia dai militari, che dalla condizione del sistema delle vie di comunicazione, che risulta danneggiato praticamente nella sua interezza. Politicamente per l’Arabia ed i suoi alleati si tratta di una guerra che rappresenta la ritorsione contro l’Iran, ma anche contro la Russia, per la vittoria in Siria, che era un obiettivo dei paesi sunniti. Una sconfitta dei ribelli yemeniti di religione sciita potrebbe costituire un indebolimento per Teheran, che cercava un base per contrastare le monarchie sunnite. Nel quadro conflittuale dei rapporti tra Teheran e Washington, è presente, seppure defilato, un ruolo americano all’interno del conflitto. Già con Obama gli USA avevano evitato di interferire nel conflitto, restando neutrali, per non aumentare la distanza con Riyad a causa dell’accordo sul nucleare iraniano, ma con Trump presidente la sensazione è che gli Stati Uniti stiano collaborando con l’alleanza sunnita proprio in ottica anti iraniana. Il mancato sanzionamento internazionale dell’Arabia Saudita per le pratiche adottate nello Yemen può essere letto anche come elemento strategico contro Teheran; ciò consente ai sauditi di continuare ad opporsi all’apertura di corridoi umanitari, sia in uscita per i profughi, sia in entrata per i rifornimenti di medicinali e generi alimentari. Quello praticato da Riyad è un isolamento quasi totale, che pur non riuscendo a vincere la resistenza militare dei ribelli, riduce la possibilità di sopravvivenza dei civili, costringendoli a sofferenze enormi. Un ulteriore fattore che aggrava la situazione è la presenza in alcune zone del paese di gruppi di Al Qaeda e dello Stato islamico, che essendo sunniti si accaniscono anche essi sulla popolazione sciita. Se le Nazioni Unite non espletano la loro funzione, perchè probabilmente sono in ostaggio degli USA, quello che stupisce è il silenzio dell’Europa, che ancora una volta si dimostra pavida ed incapace di diventare un soggetto internazionale autorevole, forse a causa degli investimenti arabi presenti sul continente. Resta l’emergenza umanitaria sempre più grave, perchè la violenza militare è cresciuta anche infrangendo il diritto internazionale ed umanitario in un contesto di assoluto silenzio.

Siria: verso l’attacco dell’ultima zona dei ribelli

Mentre l’aviazione russa avrebbe già iniziato il bombardamento della zona nord occidentale della Siria, l’ultima ancora presidiata da ribelli contrari ad Assad, la diplomazia cerca ancora di scongiurare l’ennesima catastrofe dovuta al conflitto siriano. La presenza di 70.000 combattenti, tra cui diversi componenti di Al Qaeda, pronti a tutto annuncia una possibile strage che sarebbe la naturale conseguenza dei combattimenti, nella quale il bilancio delle vittime civili sarebbe senz’altro molto alto. Nella zona sono presenti circa tre milioni di civili, molti dei quali hanno raggiunto questa area in fuga da altre zone della Siria e, dunque, sono già nella condizione di profughi. Dal punto di vista diplomatico, il paese che ha più interesse che la battaglia non si svolga è la Turchia, perché sarebbero ben 800.000 le persone che stanno già cercando rifugio nel territorio di Ankara, situato sul confine con questa regione siriana. Ma anche dal punto di vista diplomatico la Turchia è in una situazione non facile: la contiguità con i gruppi ribelli presenti nella zona ha provocato la richiesta di Russia, Iran e del regime di Damasco di una sorta di trattativa preventiva per evitare una battaglia già deplorata dalle Nazioni Unite e dagli USA. Ankara deve fare i conti con la sua tattica oscillante tra l’uso dei ribelli contro Assad ed il successivo dialogo con il regime siriano: un comportamento tenuto per tutelare i propri interessi particolari, in modo speciale contro i curdi, anziché guardare agli equilibri regionali. La prima conseguenza potrebbe essere, appunto, un ingente afflusso di profughi verso il suo territorio, un problema di difficile gestione, se unito alla già grande quantità di profughi che deve gestire. Gli interessi di Mosca, Teheran e Damasco vanno, però, in direzione contraria e mirano a risolvere al più presto la questione di Idlib. Per i Russi si tratta di porre fine al più presto all’impegno diretto nel teatro di guerra, che è stato giustificato dagli obiettivi geopolitici di Mosca, ma che non viene più visto benevolmente dalla società russa ed incomincia a provocare dissidio sull’operato di Putin in medio oriente. Teheran ha necessità di dare il colpo finale ai ribelli sunniti e di dare, attraverso questa operazione, un segnale chiaro ed inequivocabile alle monarchie del Golfo, che, con questa eventuale sconfitta, uscirebbero definitivamente perdenti dal conflitto siriano. Damasco, direttamente coinvolta, ha l’obiettivo di finire il conflitto e ristabilire la propria sovranità anche su questa regione, anche se si tratterà, verosimilmente, di una sovranità limitata a favore di Russia ed Iran. Se l’avvio delle operazioni sembra, quindi, impossibile da evitare, Iran, Russia e la stessa Siria auspicano di risolvere la situazione con il più basso costo umano possibile. Queste parole di circostanza sono in conflitto con i primi morti civili cuasati dai bombardieri russi. Mentre di delinea la catastrofe umanitaria ancora una volta non si può non registrare com gli Stati Uniti abbiano abdicato al loro ruolo di principale potenza internazionale, giacché il piano di Trump per il disimpegno dalla Siria andrà comunque avanti. Il presidente americano ha solo fatto un appello ai tre paesi impegnati nel conflitto per evitare la battaglia di Idlib, ma è parso soltanto un atto formale senza alcun vincolo o conseguenza. D’altra parte anche le Nazioni Unite si sono limitate ad appelli di circostanza ed a confermare una riunione del Consiglio di sicurezza che finirà in un nulla di fatto per il veto russo. Al resto del mondo, Europa inclusa, non resta che stare a guardare impotente quella che si annuncia l’ennesima strage di civili a cui seguirà una grave situazione umanitaria e le ovvie persecuzioni del sanguinario regime di Assad, rimasto comunque a ricoprire la massima carica politica del paese siriano.