La protesta di Hong Kong avvertimento per l’occidente

Ad Hong Kong la Cina si gioca una buona parte della sua credibilità. La situazione nell’ex colonia britannica registra un crescendo delle proteste e l’atteggiamento di Pechino è sotto osservazione da parte della comunità internazionale, anche se, come sempre più spesso, quando la situazione riguarda il paese cinese, le critiche sono attenuate per non urtare la suscettibilità del gigante economico. La definizione di “socialismo con caratteristiche cinesi” è quella con cui Pechino ama definire il suo sistema politico, basato, appunto, su caratteristiche peculiari proprie della nazione cinese. Peccato che queste caratteristiche non contemplino il rispetto della democrazia e dei diritti politici e civili, come vengono intesi in occidente. Questo contrasto definisce la ragione delle proteste di Hong Kong, che si ritiene ancora una città occidentale, nonostante non appartenga più alla corona britannica. Gli accordi firmati nel 1997 e che dovrebbero restare in vigore fino al 2047, prevedono uno statuto particolare per Hong Kong, all’interno della Repubblica Popolare Cinese: multipartitismo come sistema politico associato ad una libertà di espressione normale per un paese occidentale, ma assolutamente in contrasto con le consuetudini del sistema politico cinese, che controlla direttamente soltanto la politica estera e la difesa. Si deve evidenziare, come ricordato da diversi giuristi di Hong Kong, che la giustizia cinese è soggetta al Partito comunista e non al primato della legge: su questo contrasto, insanabile per chi è abituato alla democrazia occidentale, si fonda la protesta contro il regime cinese. Per Pechino avere al suo interno una fonte di dissenso, che spesso opera contro le sue più alte cariche e su cui non può esercitare il controllo, rappresenta una situazione potenzialmente molto pericolosa che richiede una gestione attenta e puntuale. Per ovviare a questa situazione il governo cinese ha rafforzato la sua influenza politica, sostenendo il governo locale, attuando una repressione silenziosa contro il’opposizione anche attraverso rapimenti che si sono conclusi nelle carceri cinesi. L’attuale contesa riguarda la possibilità di estradizione: la legge in vigore vieta questa pratica verso la Cina e Taiwan, ma il governo di Hong Kong vuole modificarla con la scusa di un fatto usato in maniera funzionale e politicamente non rilevante. Risulta chiaro come Pechino potrà esercitare la misura dell’estradizione nei confronti dei suoi oppositori, che verranno rinchiusi in luoghi di detenzione dove si pratica la tortura e sottoposti a processi dove le condanne vengono comminate al 99%. Pechino ha confermato di sostenere questa misura, che gli consentirebbe di avere un maggiore controllo su Hong Kong. Se approvata, questa misura ridurrà sensibilmente la libertà di Hong Kong e permetterà a Pechino di ridurre il dissenso. Questa prova di forza dell’apparato cinese dovrebbe porre delle riflessioni serie sui crescenti rapporti tra i paesi democratici e la Cina, che avvengono in ragione della liquidità cinese e della grande disponibilità finanziaria, che permette di fare investimenti in qualsiasi paese straniero. Avere rapporti molto stretti con un paese con una concezione così diversa e restrittiva sul tema dei diritti, senza credere che non eserciterà mai una qualche forma di intromissione negli affari interni, come, peraltro, accade già in Africa, risulta sottovalutare il pericolo che la progressiva conquista economica si trasformi, poi, anche in riduzone degli spazi democratici. La protesta di Hong Kong rappresenta per gli stati occidentali un monito ed un avvertimento che devono essere considerati da subito nei rapporti con la Cina.

Il premier giapponese a Teheran, mette al centro dell’attenzione internazionale l’Iran

Dopo la visita del ministro degli esteri tedesco e prima della visita della funzionaria dell’Unione Europea, l’incontro tra il premier giapponese e quello iraniano, costituisce in ulteriore tentativo per salvare l’accordo sul nucleare iraniano e rendere meno instabile la situazione geopolitica nell’area. La visita in Iran di Shinzo Abe costiuisce, già di per se, un fatto storico, dato che è la prima di un leader nipponico dalla rivoluzione del 1979. Tuttavia i rapporti tra i due stati non sono una novità: il Giappone è uno dei più grandi acquirenti di greggio iraniano, anche se ha rispettato le sanzioni imposte da Washington. Allo stesso tempo Tokyo resta uno dei più grandi alleati degli Stati Uniti ed in questo ruolo privilegiato per gli ottimi rapporti con i due paesi, può rappresentare un tramite diplomatico per dimiuire le tensioni tra i due stati. Il presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti in maniera unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato da Obama, a causa delle pressioni dei paesi arabi sunniti e di Israele ed ha inserito nelle richieste a Teheran per rendere nuovamente efficace il trattato mediante una rinegoziazione, che preveda riduzioni del programma missilistico iraniano e la diminuzione degli aiuti a gruppi armati del medio oriente. Per aumentare la pressione su Teheran, gli USA hanno reintrodotto pesanti sanzioni, che hanno provocato una crisi economica, che ha aggravato la situazione iraniana, già compromessa da anni di sanzioni e che hanno avuto effetti pesanti per i ceti medi e bassi. Le richieste di Trump non sono, però accettabili da Teheran perchè invadono la sua sovranità in politica estera. L’Iran ha cercato di rompere questo assedio diplomatico favorendo gli incontri con tutti quegli attori internazionali, che si sono mostrati disponibili ad instaurare un rapporto di qualsiasi forma di collaborazione con Teheran. La visita del premier giapponese si inquadra in questa strategia, che ha come obiettivo quello di presentare un paese non disponibile a subire la pressione americana ( e dei paesi sunniti insieme ad Israele), ma che vuole porre la questione del rispetto nei suoi confronti come principale segno distintivo. Questa accezione, aldilà delle mire geopolitiche, basate anche su impostazioni religiose, deriva dal senso di tradimento generato dal ritiro del trattato sul nucleare da parte degli USA, che ha suscitato sdegno in tutto il paese, favorendo la crescita delle posizioni estremiste a discapito di quelle moderate, che erano state le protagoniste delle trattative. A causa della profonda incertezza presente sia i funzionari iraniani, che quelli giapponesi hanno concordato nel dire di non riporre troppe speranze nell’incontro. In Giappone la visita ha suscitato sentimenti contrastanti: più favorevoli i moderati, ma molto contrari i conservatori. L’impressione è che se uno stato fortemente alleato degli USA, che non ha, cioè, le posizioni più nette, come l’Unione Europea, si è mosso in prima persona, ci sia la volontà, anche di Washington di arrivare ad ottenere almeno una distensione, sopratutto dopo il rischio delle settimane precedenti, quando si è rischiato un conflitto internazionale.  L’attivismo intorno al paese iraniano, con la visita del ministro degli esteri tedesco, con quella del premier giapponese e con il prossimo incontro della funzionaria dell’Unione, dimostra come Teheran sia al centro dell’attenzione internazionale per i timori che la crisi con gli Stati Uniti possa degenerare e riporti il medio oriente al centro dell’attenzione dopo che lo Stato islamico è stato sconfitto. Le responsabilità di Trump sono evidenti, per avere rinnegato l’accordo sul nucleare iraniano ed essersi appiattito sulle posizioni dei paesi arabi, ma anche gli altri paesi firmatari non hanno fatto molto, oltre a non ritirarsi dall’accordo; dall’Unione Europea, ad esempio, ma anche dalla Cina, si attendeva un maggiore impulso diplomatico per disinnescare una situazione potenzialmente pericolosa. La situazione resta, comunque, in evoluzione,purtroppo anche dal punto di vista militare con due petroliere colpite nel golfo: attentato che l’Iran ha subito collegato alla visita del premier giapponese , che, avrebbe, l’obiettivo di distogliere l’attenzione internazionale dall’incontro internazionale.

Cina e Russia sempre più alleate

L’incontro in Russia del leader cinese Xi Jing Ping ha segnalato come la vicinanza tra i due paesi sia olto intensa. Non si tratta di una sorpresa, i due capi di stato si sono incontrati circa 30 volte in sei anni ed hanno dimostrato una sintonia sempre crescente, favorita anche dal peggioramento dei rapporti dei due paesi con gli Stati Uniti. Dal punto di vista internazionale, la relazione tra i due paesi sta assumendo maggiore rilevanza per la situazione contingente che entrambe le due nazioni stanno attraversando: per la Russia, infatti, ogni occasione diventa rilevante per uscire dall’isolamento internazionale imposto dall’occidente, dopo l’invasione della Crimea ed il ocnflitto del Donbass; mentre la Cina è impegnata nel conflitto sui dazi commerciali imposto dal presidente Trump. Nonostante i già buoni rapporti tra i due paesi, Cina e Russia sono praticamente obbligate ad aumentare la reciproca sintonia, anche per combattere i segnali negativi che arrivano dall’economia. Pechino si è appena vista abbassare le prospettive di crescita dal Fondo Monetario Internazionale, proprio in ragione dell’aumento dei dazi americani, mentre la Russia necessita degli investimenti cinesi per combattere una crisi economica, che ha ragioni strutturali, perchè basata essenzialmente sulle materie prime, oltre che dovuta, anche agli effetti dell’embargo occidentale. L’incremento delle relazioni con la Cina, potrebbero significare per Mosca un aumento di questi investimenti  e gli accrodi raggiunti nei settori di aviazione, energia, difesa, tecnologia, agricoltura e telecomunicazioni dimostrano che la direzione intrapresa prevede un maggiore impegno cinese nel paese russo. L’avversione degli Stati Uniti per questi due paesi ha sviluppato l’idea tra Mosca e Pechino di ridurre l’uso del dollaro come valuta di scambio ed incrementare un sistema che privilegi l’uso di rublo e yuan negli scambi bilaterali. Quantitativamente ammontano a 89.000 milioni di euro gli sacmbi della Cina con la Russia, che è diventata il principale partner commerciale di Mosca ed anche se, dal punto di vista degli investimenti in Russia, la Cina è ancora indietro rispetto agli USA ed alla UE, Pechino intende colmare questo gap. Anche circa gli scenari internazionali  i due paesi hanno visioni molto simili, come per il Venezuela, dove sono contrari all’intervento straniero o la comune contrarietà sulle sanzioni americane contro l’Iran per la questione del nucleare iraniano. Allo stesso modo hanno condannato Washington per il ritiro unilaterale dal trattato sulle armi nucleari a medio raggio, che ha provocato il successivo ritiro di Mosca. Infine è stato espressa preoccupazione per il possibile aumento degli armamenti spaziali, così come è stata evidenziata la posizione comune su Siria e Corea del Nord. I due paesi, insomma, con un legame sempre più stretto possono concretamente creare una alleanza pericolosa per gli equilibri mondiali, che potrà rappresentare una viariabile da valutare attentamente quando si vorranno analizzare gli scenari futuri e le loro potenziali ricadute. Questa alleanza è stata favorita da una rigidità, peraltro comprensibile, da parte dell’occidente, che rischia di produrre effetti contrari a quelli voluti da Washington e dagli alleati occidentali e su cui sarà bene operare una riflessione attenta e puntuale.

Alcune possibili risposte cinesi ai dazi americani

La ritorsione della Cina ai dazi americani parte dalla lista delle aziende e delle persone statunitensi che non hanno rispettato le regole del mercato e per questo hanno danneggiato le aziende del paese cinese. L’azione di Washington viene definita come terrorismo economico, che danneggia non solo la Cina ed altri paesi, ma gli stessi Stati Uniti, a causa di una poltica miope, basata su di una volontà esclusivamente egemonica. Ma il governo di Pechino intende usare l’arma delle cosidette terre rare, materia prima indispensabile per l’industria delle nuove tecnologie e delle energie rinnovabili. Si tratta di industrie ad alta specializzazione che costituiscono un settore molto importante per l’economia americana, che necessitano di questi materiali importati dalla Cina in quantità considerevoli. Le terre rare si dividono in tre grandi specie, quelle definite leggere, che servono per i componenti degli smartphone, che vengono estratte in Cina nella misura del 38% del totale; le terre rare chiamate medie e pesanti, utilizzate per display e per le armi difensive, che vengono estratte per il 90% del totale mondiale nel paese cinese. Gli Stati Uniti, nel periodo dal 2014 al 2017, hanno importato l’80% del totale del loro fabbisogno di terre rare dalla Cina. Si tratta quindi di una sorta di arma puntata contro gli USA, per controbattere alla decisione delle sanzioni. Una delle ragioni comunicate dai funzionari cinesi è quella di interdire la possibilità di arrichirsi per quei paesi, come gli USA, che contrastano i commerci con la Cina, ma anche, contrastare le esportazioni di prodotti fatti con materie prime cinesi che concorrono direttamente con i prodotti della Cina. La Casa Bianca conosce bene la situazione di necessità di terre rare da parte dell’industria americana e, per questo motivo, non ha inserito questi materiali nelle liste dei dazi stabiliti. Se la Cina deciderà di attuare questa misura restrittiva, gli effetti, però, non saranno immediati ma di lungo periodo: ingfatti i paesi costruttori di prodotti di alta tecnologia, non solo gli USA, ma anche altri, dispongono di riserve consistenti di materie prime in grado di resistere al blocco cinese. L’estrazione delle terre rare resta però una grande variabile sulla produzione a causa del loro tasso di inquinamento e di costi, gli USA hanno già rinunciato all’estrazione e nella stessa Cina sono in corso operazioni di riconversione industriale nelle zone da cui provengono questi materiali. Sul periodo molto lungo, quindi, l’azione cinese potrebbe non essere efficace, tuttavia, se si entra nelle ipotesi, la speranza è quella che la guerra commerciale finisca prima dei possibili effetti della sopsensione della fornitura delle terre rare, per questo motivo l’intenzione di Pechino potrebbe essere soltanto una minaccia, per manifestare una reazione sulla scena internazionale alle azioni americane. Un altro fronte potrebbe riguardare il gas naturale: pur essendo la Cina al decimo posto tra i paesi detentori di riserve di gas, l’intenso sviluppo economico del paese ha provocato l’importazione da parte di Pechino del 41% del suo fabbisogno, di cui il 14% arriva dagli USA; l’introduzione del gas nei prodotti soggetti a introduzione di dazi cinesi, potrebbe generare pericolose ricadute all’interno del mercato cinese. Uno dei pericoli è che gli USA interrompano la fornitura come ritorsione andando a creare potenziali situazioni di conflitto i cui sviluppi sono difficilmente immaginabili.

La Cina attuale si fonda anche sulla repressione di Tienanmen

L’anniversario dei trenta anni dai fatti di Tienanmen si inserisce in un momento di particolare difficoltà per la Cina, dovuta alla questione dei dazi americani. L’analisi di quei fatti, dopo tre decenni è stata fatta sotto diverse forme, ma, pubblicamente soltanto all’estero; per i media cinesi ricordare la rivolta studentesca è ancora tabù. Si tratta di un argomento che non viene trattato perchè c’è l’evidente timore di un ritorno di quel sentimento in un momento dove i problemi dei diritti civili non sono evidenziati ma esistono concretamente. Soltanto per la questione del lavoro, gli scioperi sono sempre più frequenti per le condizioni con cui sono trattati i lavoratori e per troppo spesso mancata corresponsione dei salari. La corruzione è un autentico punto debole del paese, che crea il malfunzionamento della cosa pubblica e genera parecchia diffidenza verso i poteri centrali, che non forniscono la percezione di combattere adeguatamente il fenomeno. Anche la politica finanziaria del governo, che continua ad investire all’estero per ribadire la propria leadership mondiale è vista con contrarietà perchè ad essa non corrisponde una uguale mole di investimenti destinate alle campagne ed ai territori più sottosviluppati del paese. Ci sono, quindi, evidenti motivi di prreoccupazione, tali da non indugiare nel ricordo di quei fatti. Dalla repressione di trenta anni fa è partita la strategia cinese di sacrificare le libertà individuali a favore dello sviluppo economico: Tienanmen è stata la base pratica da cui è partita la Cina odierna. Apparentemente i cinesi hanno barattato il benessere economico con i diritti civili, ma questa non è stata una scelta, è stata una imposizione per impiegare la forza lavoro senza vincoli di controllo, se non quelli che rientrano nelle elaborazioni finanziarie del partito. Il comunismo cinese ha completamente deviato dalle dottrine di Marx, creando profonda ineguaglianza, tanto che i suoi metodi nei confronti dei lavoratori sono invidiati dai capitalisti e dagli industriali occidentali, che devono trattare con sindacati e partiti. Se in patria si continua a mantenere il silenzio su Tienanmen, l’idea dei politici cinesi è chiara: la repressione è stata funzionale al mantenimento degli equilibri interni, sopratutto funzionale agli interessi dei burocrati del partito. Ma se in Cina l’assenza di dichiarazioni ufficiali è la regola, all’estero esponenti del governo di Pechino, come il ministro della difesa a Singapore, hanno dichiarato che la repressione è servita per portare il paese all’attuale stato di sviluppo. Queste convinzioni rivelano, se ce ne fosse bisogno, come i responsabili della politica cinese tengano in conto gli argomenti dei diritti e delle libertà civili; il fatto che considerino un aspetto positivo la repressione, perchè funzionale a permettere al paese di essere diventato la seconda potenza economica mondiale, deve imporre ia paesi occidentali delle serie riflessioni sull’impiego di capitali cinesi all’interno dei propri confini. L’attuale espansionismo cinese ha rivelato aspetti non proprio positivi già in Africa sui quali l’Europa deve porsi interrogativi molto chiari. D’altronde un paese che non riesce a compiere una riflessione su di un fatto così grave evidenzia problemi molto chiari ed un atteggiamento che dovrebbe essere inconciliabile con le democrazie occidentali. La questione dei diritti dovrebbe essere un argomento di valutazione delle relazioni internazionali tra paesi diversi, purtroppo ora si preferisce la liquidità finanziaria credendo che le nostre conquiste su questi temi siano inviolabili. La precezione di pericolosità di trattare con il regime cinese, con il quale, peraltro, è impossibile non trattare, è attenuata dalle possibili opportunità economiche, ma ciò non fa che aumentare l’insidia di Pechino, che sembra volere trattare gli stati come tratta i suoi cittadini, cioè dando loro l’illusione di un maggiore benessere pagato, però, a prezzo carissimo.

La crisi iraniana ulteriore motivo di attrito tra Washington e Bruxelles

La difficile dialettica tra USA ed Unione Europea ogni giorno sembra peggiorare. Dopo il problema della forza armata europea e la minaccia di sanzioni da parte di Washington, per la questione degli armamenti europei, il contenzioso si sposta sul rispetto del trattato del nucleare iraniano. Mentre è risaputo che le due parti sono su posizioni opposte, gli sviluppi delle vicende nel Golfo Persico, dove due petroliere saudite sarebbero state sabotate, aggravano il confronto. L’episodio delle petroliere sabotate, senza conseguenze per equipaggio e le stesse navi, sembra essere stato creato appositamente per innalzare la tensione tra Arabia Saudita e quindi USA, con l’Iran. Teheran ha smentito di avere avuto una parte attiva nei sabotaggi e l’entità non certo grave dei danni sembra fare propendere per un atto usato come pretesto, proprio nel momento che Bruxelles e Washington discutono dell’applicazione del trattato sul nucleare iraniano. La base di partenza della firma dui questo accordo non era un segnale di amicizia dell’occidente verso l’Iran, che resta un paese dove le libertà democratiche ed i diritti civili sono sempre più negati, ma un ragionamento di opportunità per contenere in maniera legale un potenziale sviluppo nucleare di tipo militare della Repubblica islamica. Trump ha rovesciato questo assunto anche a causa delle pressioni delle monarchie sunnite e di Israele, innescando una situazione di tensione dovuta al rinnovo delle sanzioni verso l’Iran, imposte anche alle aziende europee che intendono collaborare con Teheran. Forse l’intenzione del presidente americano è quella di provocare una rivolta nella popolazione, che costituisce la vera vittima del blocco economico, che provoca la crisi finanziaria del paese. Ancora una volta si tratta di un calcolo errato, perchè l’opposizione non ha alcuna possibilità all’interno di un regime che esercita un controllo rigido.  La pressione americana sulla diplomazia europea ha il fine di ottenere l’allineamento di Bruxelles sulle posizioni della Casa Bianca, ma ciò appare molto difficile: il raggiungimento della firma sul trattato del nucleare è uno dei maggiori successi diplomatici dell’Unione ed un ritiro unilaterale come quello americano rappresenterebbe un perdita di immagine e credibilità difficilmente recuperabili, per un soggetto internazionale che, al momento, ha proprio nelle diplomazia uno dei maggiori punti di forza. Per la conspevolezza dell’importanza di questo aspetto, infatti, l’Iran percorre la propria strategia di cercare il rispetto dei patti da parte dei soggetti firmatari che non si sono ritirati. L’attualità della questione aumenta di importanza con lo sviluppo delle vicende del Golfo Persico, dove il pericolo di un incidente che potrebbe innescare anche un conflitto è sempre più presente, unito alla visita del Segretario di stato americano alla riunione dei ministri degli esteri dell’Unione, visita che ha determinato il rinvio di un giorno del programmato incontro con il ministro degli esteri russo. La presenza non programmata in Europa del Segretario di stato americano in un contesto così particolare potrebbe essere letta come la volontà di cercare di esercitare una pressione più diretta sull’atteggiamento dell’Unione, anche in vista di possbili sviluppi militari. Trump ha minacciato più volte l’Iran ed il verificarsi di sabotaggi o azioni di disturbo verso navi di paesi alleati potrebbe autorizzare gli USA a produrre delle risposte non propriamente diplomatiche, anche perchè Washington ha inviato nel Golfo Persico una propria flotta navale. La posizione europea è di grande preoccupazione ma resta inamovibile sulla questione del trattato: Bruxelles potrebbe sfruttare questa occasione per esercitare finalmente un ruolo da protagonista per risolvere la crisi potenziale in maniera diplomatica e ribadire l’assoluta autonomia politica rispetto ad un presidente americano sempre più sconsiderato.

L’incontro tra Russia e Corea del Nord

L’incontro tra Putin e Kim Jong-un rappresenta una evoluzione della questione nordcoreana. Per Seul, dopo gli incontri con gli USA, significa rompere ulteriormente l’isolamento con cui la Corea del Nord aveva contraddistinto la propria politica estera, tanto da meritarsi il soprannome di nazione eremita. La Cina, quindi, non rappresenta più l’unico interlocutore diplomatico, sebbene resti quello privilegiato. Per la Russia il significato è quello di entrare nella questione della denuclearizzazione della penisola coreana, sfruttando lo spazio lasciato dai tentativi non andati a buon fine degli Stati Uniti. Anche per Mosca vi è l’interesse di eliminare ilpericolo nucleare a così poca distanza dal suo territorio, ma, ancora di più, vi è l’intenzione di giocare un ruolo da protagonista nella questione, un ruolo alternativo e di competizione con gli USA. Occorre specificare, che se il tentativo americano di raggiungere un accordo con la Corea del Nord non era del tutto gradito a Pechino, la Cina verso la Russia ha un atteggiamento più positivo, perchè non ritiene Mosca una minaccia al livello di Washington nell’assetto geopolitico della penisola coreana; anzi una Corea ancora divisa rappresenterebbe un vantaggio anche perla Russia, oltre che per la Cina, perchè una sola nazione nella penisola coreana rientrerebbe nell’area di influenza americana. Ovviamente per Pechino sarebbe impossbile tollerare la presenza statunitense sui propri confini, ma anche per la Russia, distante pochi chilometri dalla Corea del Nord, si tratterebbe di avere pericolosamente vicini gli americani. Si comprende così come Cina e Russia abbiano interessi comuni nei confronti della Corea del Nord: entrambe hanno tutto l’interesse che lo stato di Pyongyang continui ad esistere. Certamente la questione migliore per avere delle relazioni coni nordcoreani è quella della denuclearizzazione del paese ed attraverso questa motivazione trovare un terreno di dialogo, che può andare aldilà della questione specifica. Uno dei principali timori di Kim Jong-Un è quello di temere per la propria incolumità ed avere le rassicurazioni di restare al potere, argomenti che Trump aveva assicurato, ma che non erano stati sufficienti a raggiungere un accordo. Putin entra nel dialogo con il dittatore nordcoreano partendo dalla questione nucleare, sapendo bene che resterà un argomento privo di soluzione, perchè è l’unico mezzo di pressione di cui dispone Pyongyang; ma il presidente russo è stato al gioco di Kim Jong-Un  per conseguire il risultato di riportare alla rilevanza mondiale la diplomazia del Cremlino, penalizzata dopo l’invasione della Crimea. La Russia potrebbe intercedere nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, appoggiata dalla Cina, per una riduzione delle sanzioni verso Pyongyang, una soluzione a cui è favorevole anche Seul, che spera sempre in una distensione verso la Corea del Nord, che potrebbe aprire una fase di maggiore stabilità nella penisola coreana. Dal punto di vista economico la Russia ha prospettato al paese nordcoreano forniture di grano, la costruzione di un metanodotto e di una ferrovia, che avrebbero come destinazione la Corea del Sud, che necessita di vie alternative al mare per i suoi prodotti; queste infrastrutture, però, potrebbero rappresentare un impulso anche per l’economia nordcoreana a partire dai pedaggi per attraversare il proprio territorio, stimati in circa duecento milioni di dollari annui. Secondo i diplomatici russi la questione nucleare nordcoreana è ancora aperta perchè i presidenti americani che hanno provato a gestirla, sia Obama, che Trump, non sono stati all’altezza della situazione; questo giudizio è comprensibile perchè vuole sminuire la diplomazia statunitense, tuttavia non sembra possibile che neppure quella russa possa risolvere la situazione: l’incontro bilaterale e gli eventuali vertici che verranno, sono funzionali ad entrambe le parti per ottenere grandi vantaggi di immagine con poco sforzo e senza alcun impegno ufficiale e possono portare a qualche vantaggio economico, sopratutto per la disastrata economia nordcoreana, ma non possono cancellare l’arma atomica nordcoreana perchè, come già detto, rappresenta l’unica arma politica capace di portare Pyongyang al centro dell’attenzione internazionale, con tutti i vantaggi che ne conseguono. Inoltre finchè la Cina avrà interesse a che non si verifichi la riunificazione della penisola, la situazione resterà pressochè la stessa.

Le elezioni in India

Le elezioni dell’India presentano dati numerici enormi: gli elettori complessivi dei 29 stati di cui è composto il paese sono 900 milioni (dei quali 84 miioni andranno al voto per la prima volta), il che significa la più grande democrazia del mondo, di cui 300 milioni sono analfabeti, gli altri paralno ventidue lingue differenti più una varietà di dialetti che dovrebbero essere diverse migliaia, undici milioni di volontari, che devono assicurare lo svolgimento delle operazioni elettorali insieme ad uno spiegamento di forza pubblica, la vastità del territorio, che copre ambienti naturali e climi molto differenti, la presenza di una legge che deve garantire a tutti chela distanza minima dal seggio elettorale sia entro i due chilometri ed, inifine, il costo totale stimato i n, circa, sei miliardi di euro. Anche le fasi in cui si articolano le elezioni sono un processo complesso, composto di sette passaggi, che si concluderanno con lo scrutinio finale del 23 maggio. Il paese indiano proviene da cinque anni governati dal partito nazionalista , che sono stati caratterizzati da una serie di mancati obiettivi, rispetto alle promesse elettorali. Certamente la congiuntura economica negativa, che ha determinato, ad esempio, il calo dei prezzi delle materie prime ela conseguente crisi agricola,  ha influenzato i risultati del programma di governo, a cui viene imputata anche la perdita di ben undici milioni di posti di lavoro complessivi nel paese. Ai conservatori, la maggioranza uscente, viene anche contestata l’eccessiva ingerenza nelle istituzioni pubbliche, come la Corte suprema e la banca federale, segnale di un abbassamento del livello democratico. Sul piano dei diritti il dato del forte aumento degli attacchi verso le persone di religione musulmana, rappresenta un arretramento, così come la scarsa attenzione alle minoranze; l’azione del governo uscente è stata caratterizzata da una minore tolleranza, un fattore apertamente in contrasto con la tradizione del paese . Il governo può, però vantare una crescita economica di circa il 7,5%, il programma a favore delle famiglie povere nel tema della sanità e riforme legislative sulla tassazione. I sondaggi più recenti danno la maggioranza uscente in difficoltà, tuttavia l’attendibilità di queste rilevazioni non garantisce margini di affidabilità sufficienti a caussa della grande frammentazione del tessuto sociale del paese, anche se nelle elezioni regionali effettuate nel 2018 il partito di opposizione ha vinto in tre stati considerati cruciali. Il partito Conservatore ha terminato ils uomandato con un segnale nazionalista inequivocabile lanciando un prgetto spaziale dai costi contenuti, ma dai significati rilevanti. Ad aiutare la risalita nei sondaggi c’è stato il confronto con il Pakistan, che ha portato l’interesse degli elettori sul piano internazionale di gestione forse più facile rispetto a quello interno, e, comunque, capace di prendere l’attenzione di quella parte di elettorato delusa dai risultati economici, ma sensibile al nazionalismo ed alla rilevanza internazionale del paese indiano.

l’Iran cerca di essere l’alleato privilegiato dell’Iraq, rispetto agli USA

La visita del presidente iraniano Rohani in Iraq segnala un punto di svolta nella strategia di Teheran, sia in campo diplomatico, che economico, per fronteggiare le sanzioni americane. I due paesi dividono una frontiera comune di circa 1.500 chilometri ed, al momento, sembrano avere superato la storica rivalità presente quando Saddam Hussein era al potere. Il paese irakeno è composto da una alta percentuale di sciiti, circa il novanta per cento, ed ha per questa caratteristica una notevole affinità con l’Iran. Teheran ha individuato nel paese vicino una possibilità per superare le sanzioni statunitensi, che stanno condizionando pesantemente l’economia iraniana.  Il progetto è quello di incrementare gli scambi tra i due paesi, che ora ammontano a circa 12.000 milioni di dollari, fino a 20.000 milioni di dollari; per fare ciò sono stati firmati accordi in settori importanti per entrambi i paesi, quali: energia, trasporti, agricoltura e industria. Tuttavia, il problema che più assilla l’Iran è quello di aggirare gli effetti che le sanzioni producono sul sistema dei pagamenti verso Teheran. Washington ha costruito un sistema sanzionatorio che si basa molto sulle transazioni di denaro verso il paese iraniano, penalizzando gli istituti bancari che consentono il flusso di denaro verso la repubblica degli Ayatollah. Le rispettive banche centrali avrebbero pensato un sistema di esportazione degli idrocarburi iraniani  in Iraq e da qui venduti a paesi terzi mediante pagamento non più in dollari ma in euro. Se gli Stati Uniti hanno già minacciato Bagdad ed i suoi istituti bancari, occorre, però, tenere presente le esigenze del paese irakeno, che dipende in maniera molto forte dagli approvigionamenti di gas dell’Iran. Le sollecitazioni di Washington a diversificare i fornitori si scontrano con la maggiore economicità del gas iraniano, dovuta ai minori costi di trasporto, proprio per la contiguità tra i due paesi. L’Irak si trova, però, nella scomoda situazione di avere come principali alleati due paesi che sono profondamente nemici tra di loro, questa difficoltà potrebbe essere convertita in una opportunità dal governo di Bagdad, che non può rinunciare al rapporto con gli Stati Uniti, ma nemmeno, proprio per le ragioni espresse prima, può allontanarsi dall’Iran. L’Irak potrebbe giocare un ruolo, se non di pacificazione tra le due parti, almeno tentare di ridurre la tensione: occorre ricordare che esiste il punto di partenza della guerra allo Stato islamico, dove il ruolo fondamentale di Teheran è stato riconosciuto, seppure implicitamente, anche da Washington. Gli USA, malgrado le minacce, non possono sottoporre a sanzioni il paese irakeno, perchè le conseguenze sarebbero l’impoverimento di una nazione già in sofferenza economica e  ciò potrebbe comportare un ritorno dell’estremismo islamico. Dal punto di vista diplomatico la visita del Presidente Rohani potrebbe avere come obiettivo proprio  quello di rendere maggiormente privilegiato il rapporto tra Irak ed Iran, rispetto a quello tra Irak ed USA; ciò potrebbe rientrare nella strategia di contrastare la coalizione delle monarchie sunnite con gli USA (ed Israele) e rompere l’accerchiamento internazionale in cui si trova Teheran. Resta il fatto che a Washington un interlocutore di matrice sciita è essenziale nello scacchiere mediorientale, tuttavia Bagdad potrebbe avere non gradito la direzione data da Trump alla politica estera americana, che ha interrotto l’equidistanza di Obama tra sciiti e sunniti, per favorire i rapporti con questi ultimi. Questo sbilanciamento, però, obbliga Washington alla maggiore cautela possibile nei confronti di Bagdad, ma offre anche l’occasione a Teheran, vittima delle sanzioni Usa a seguito del ritiro unilaterale della Casa Bianca dal trattato sul nucleare, di sfruttare le maggiori affinità con l’Irak. La questione non è secondaria perchè l’amicizia con l’Irak serve agli Stati Uniti per presentarsi in una sorta di equidistanza di fronte alla questione religiosa che divide l’Islam, ma è anche importante dal punto di vista geopolitico, perchè permette di mantenere le sue truppe fin sui confini con l’Iran.  La sensazione è che questa visita apra ad una varietà di scenari diversi, ma tutti in grado di influenzare il futuro della regione.

La situazione dell’economia cinese

L’inizio del Congresso del Partito Comunista Cinese, dove si deve riaffermare la leadership di Xi Jinping, non coincide con dati confortanti per l’economia del paese. La questione è centrale nei programmi politici di Pechino: l’obiettivo di mantenere un livello elevato di crescita è considerato prioritario per consentire al paese di giocare il ruolo di grande potenza economica che il governo cinese vuole perseguire. Fino al 2020 gli obiettivi medi parlavano di un dato intorno al 6,5% di crescita annua, attualmente le cifre ufficiali presentano una crescita inferiore di mezzo punto percentuale, ma questa stima sarebbe stata costruita al rialzo, in maniera artificiosa, per evitare di presentare al mondo finanziario dati troppo compressi. In realtà sembra che esistano studi con valori reali anche molto inferiori al 6% ufficiale. Il peggioramento dei dati dovrebbe tenere conto di un fattore strutturale dell’economia cinese, dovuto all’indebitamento delle amministrazioni periferiche, che non viene conteggiato in quello dell’amministrazione centrale e di cui non si conosce l’ammontare. Tuttavia questo dato, negli anni precedenti, veniva mascherato dagli alti tassi di crescita, che non erano influenzati da fattori endogeni ora determinanti. Il principale di questi fattori è stata l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la sua politica economica, incentrata sulla guerra commerciale dichiarata contro Pechino. Una delle responsabilità dei governanti cinesi è di avere sottovalutato gli effetti dell’introduzione dei dazi sulle merci verso gli Stati Uniti, che sono tra i veri responsabili della diminuzione della crescita. Occorre ricordare che la Cina ha anche trascurato per troppo tempo il mercato interno e la sua crescita, con politiche rivolte in maggior modo verso l’incremento degli scambi con l’estero. I grandi investimenti in paesi esteri, in acquisizioni e in partecipazione in imprese straniere e la grande spesa per infrastrutture, come quelle sostenute per la Via della seta o nei paesi africani, hanno impegnato una grande liquidità finalizzata verso progetti a lungo termine, ma che ha stornato risorse per il mercato interno. L’attenzione per questo versante è ormai diventato un obbligo ed il governo cinese sta per varare incentivi fiscali per le aziende e, sopratutto, per incentivare il consumo interno. Per stimolare il consumo interno Pechino si affida ad una serie di lavori pubblici in ambito ferroviario ed alla crescita delle spese militari con commesse ad aziende cinesi, la spesa verso le forze armate serve a colmare la differenza tra potenza commerciale e potenza militare della nazione cinese, un condizione obbligatoria per esercitare il ruolo di superpotenza al pari con gli USA. Notevoli investimenti sono previsti anche per il settore delle telecomunicazioni, dove l’infrastruttura per lo standard 5G è considerata una priorità dall’Assemblea nazionale del popolo. Ma lo sviluppo interno non è soltanto una priorità economica, la condizione dei lavoratori cinesi ha provocato diversi scioperi che, nonostante le repressioni operate dal regime, minacciano la stabilità sociale; fino ad ora il maggiore antidoto al malcontento è stata la promessa di un innalzamento del livello della qualità della vita del popolo cinese ed ora questo obiettivo non è più rimandabile ed è perseguibile soltanto con una maggiore possibilità di spesa pro capite per i lavoratori e le famiglie. All’interno di questa politica rivolta verso il mercato interno vi è la volontà di consentire l’uscita dallo stato di povertà per dieci milioni di cinesi. Questo valore può essere raggiunto con la diminuzione della disoccupazione, ma anche con la ricerca di una maggiore stabilità della condizione dei lavoratori, fino ad ora troppo soggetta all’andamento del mercato. Esiste però una contraddizione nelle politiche annunciate: se, da un lato, sono previsti forti tagli delle tasse, tra cui la diminuzione dell’imposta sul valore aggiunto, dal lato della politica monetaria è prevista una riduzione della spesa pubblica, di cui dovrà essere interpretata l’attuazione: infatti se la riduzione delle spese dovrà riguardare attività di sostegno alla popolazione, il fenomeno della povertà sarà difficilmente riducibile, viceversa se si vorrà operare su aspetti come il funzionamento della burocrazia e la corruzione, questi provvedimenti potranno contribuire al guadagno di punti percentuali del prodotto interno lordo, dato il peso importante che hanno sull’economia del paese.