USA meno rilevanti nel sud est asiatico

Per Obama l’importanza del sud est asiatico era centrale per la politica estera statunitense, soltanto l’emergenza dello Stato islamico costrinse il precedente inquilino della Casa Bianca a spostare l’attenzione dalla zona asiatica, ritenuta cruciale sia dal punto di vista strategico, che commerciale. Il minore impegno degli USA dell’amministrazione Obama ha lasciato una eredità difficile per Trump, una situazione peggiorata dalla crisi nordcoreana e dalla competitività cinese. Con questo scenario il presidente americano ha affrontato il viaggio nel sud est asiatico con il principale obiettivo di affermare il ruolo degli Stati Uniti nella regione. Per conseguire questo risultato Trump doveva riuscire a fare cambiare atteggiamento delle potenze dell’area per aumentare la pressione su Pyongyang, circa il programma dell’armamento nucleare ed ottenere un bilanciamento commerciale con i paesi che hanno un surplus di esportazioni verso gli USA. Se il primo obiettivo rientra in una logica di politica internazionale, che Trump ha sempre messo in secondo piano rispetto alla politica interna, il secondo aspetto rientra proprio in modo diretto nella questione dell’economia americana, che patisce di un disavanzo significativo negli scambi commerciali, che va ad influire sulla produzione interna e, quindi, sul tasso di occupazione: uno dei temi centrali della campagna elettorale e che ha procurato un gran numero di voti tra l’elettorato maschile, bianco ed operaio. Tuttavia questo tema è connesso alla necessità di ribadire il ruolo di prima potenza mondiale, che in questo contesto, si può solo esplicare, principalmente con una affermazione all’interno della questione nordcoreana. Ma su questo tema non si sono registrati progressi significativi, non si è andati oltre le dichiarazioni di prammatica e l’impressione è che il comportamento di Pyongyang sia conveniente per la Cina e la Russia, cioè sia strumentale per tenere gli Stati Uniti in uno stato di pressione continua, che potrebbe servire a provocare qualche sbaglio di Trump. In questo momento per la Cina è di vitale importanza riuscire ad accreditarsi come la potenza commerciale che guarda maggiormente al suo esterno, diventare il massimo rappresentante della globalizzazione e del libero scambio, in netta contrapposizione con la politica protezionistica inaugurata da Trump, che ha provocato l’inversione totale degli Stati Uniti sul tema dei commerci mondiali. Il sospetto è che la questione nordocoreana giochi in favore di questa strategia. Pechino ha promesso una maggiore apertura agli investimenti stranieri, ma ciò è avvenuto solo in coincidenza con la visita di Trump, questa decisione, in realtà non è derivata dalla visita di Trump, ma dall’obiettivo di diventare il leader della politica di globalizzazione. Dal lato russo la minaccia di Pyongyang obbliga gli USA ad una minore concentrazione sulle questioni che sono più importanti per Mosca: il problema ucraino e la strategia di destabilizzazione occidentale perseguita sulle reti informatiche. Se questi ragionamenti sono veri Washignton dovrà risolvere con i suoi alleati abituali, Giappone e Corea del Sud il problema nordcoreano; ma la soluzione è difficile senza la partecipazione diretta di Pechino e proprio l’essenzialità di questo fattore sta alla base della teoria che la Cina non si impegni adeguatamente, usando in maniera strumentale l’ambiguità del suo comportamento. Trump è così ritornato alla Casa Bianca lasciando la percezione che gli Stati Uniti abbiano un ruolo sempre meno rilevante nel sud est asiatico, anche perchè nessun paese della regione ha stipulato nuovi accordi bilaterali con Washington ed , anzi undici nazioni hanno raggiunto un accordo di principio per rinnovare l’accordo commerciale del Pacifico, senza la presenza USA. Una ulteriore prova della diminuzione del prestigio americano nell’area è stato il raggiungimento di un accordo di massima per stilare un codice di condotta, per evitare possibili contrasti tra i paesi interessati alla questione delle isole contese, anche questo raggiunto senza l’intervento di Washington.

Arabia Saudita: il principe ereditario assicura un cambiamento del paese attraverso un Islam più moderato

Il futuro monarca dell’Arabia Saudita ha dichiarato che il paese ha iniziato un processo per lasciare una visione religiosa, ma anche politica, integralista, per andare verso una via più moderata ed aperta nei rapporti con il mondo e le altre religioni. Il teatro di queste dichiarazioni è stata una conferenza in cui sedevano circa 2500 potenziali investitori, di cui diversi stranieri, disposti a finanziare progetti nella monarchia saudita. La necessità dell’Arabia Saudita di presentarsi come interlocutore affidabile è data da motivi economici e politici. La contrazione del prezzo del greggio ha diminuito gli introiti per il paese, che, tuttavia, ha ancora a disposizione una grande liquidità finanziaria, che può consentire una svolta nell’economia del paese, perseguita attraverso una differenziazione della struttura produttiva. Per fare ciò è necessario presentare un volto diverso del paese: l’Arabia Saudita è rimasta arroccata sulle proprie posizioni intransigenti di una visione religiosa troppo rigida, che ha sconfinato anche nella gestione politica. Il fatto di essere il paese custode dei luoghi santi dell’Islam, ha esercitato una sorta di estremizzazione della religione, che ha contribuito a giustificare l’autoritarismo dell’esercizio del potere. La negazione dei diritti politici e sociali, sopratutto alle donne, il trattamento fortemente duro e discriminatorio riservato ai lavoratori stranieri o agli sciiti, le tante condanne a morte costituiscono elementi fortemente negativi, che i grandi investimenti effettuati all’estero e la grande disponibilità di denaro non riescono a cancellare. Esiste poi il problema di politica internazionale circa l’atteggiamento tenuto dal governo verso lo Stato islamico: l’Arabia Saudita è stata sospettata di avere finanziato il califfato nella sua fase iniziale per usarlo contro la Siria ed indirettamente con l’Iran. La coalizione che i sauditi hanno creato con la Turchia e l’Egitto, oltre alle altre monarchie del Golfo, si basa sul legame religioso sunnita ed ha, come principale avversario, proprio la repubblica teocratica iraniana, un duello che si rinnova nel tempo e che ha come fondamento la supremazia religiosa all’interno della religione islamica. Il rapporto con l’occidente ed in particolare con gli USA, si è deteriorato con la presidenza Obama, ma con Trump sembra avere ripreso vigore, anche se resta la diffidenza dei militari americani. La volontà saudita è quindi quella di recitare un ruolo di maggiore importanza nella regione ed a livello globale, ma senza un aspetto più presentabile il secondo obiettivo non è praticabile. Il raggiungimento di questo scopo deve passare per forza di cose da una maggiore moderazione religiosa, attraverso la quale mitigare le durezze del regime politico. Un regime meno autoritario può favorire il dialogo con le altre nazioni, ma ciò deve essere tangibile con la concessioni di diritti politici e sociali fino ad ora negati. Certamente per dare una immagine meno arcaica della società saudita non è sufficiente dare il permesso alle donne di guidare le automobili, anche se questo gesto ha portato molta pubblicità al principe saudita. Le esigenze politiche sono fortemente connesse con quelle economiche: l’Arabia Saudita è un paese che si è concentrato sull’estrazione del petrolio, diventandone uno dei maggiori produttori, tanto da riuscire a condizionare gli andamenti del mercato, ma ciò non ha favorito la differenziazione dell’economia e lo sviluppo di un tessuto produttivo che possa essere alternativo al segmento estrattivo. L’andamento dell’economia ha compresso i profitti del petrolio e le istanze mondiali verso l’uso energie alternative e meno inquinanti decretano la necessità di investire in campi differenti da quello petrolifero; l’inizio dovrà essere quello di fare arrivare competenze, sia singole che collettive, come industrie proprietarie di conoscenze, che dovranno essere attratte da una situazione interna meno influenzata dal fattore religioso e caratterizzata da una minore arretratezza dei costumi, unita alla presenza di un diritto meno condizionato da elementi contraddistinti da una visione vetusta dell’amministrazione della giustizia. Per superare la sua immagine ultraconservatrice, lo stato saudita dovrà dimostrare, attraverso segni tangibili una modernizzazione delle sue istituzioni, che sembra nelle intenzioni del Principe Mohamed bin Salman, ma, che dovrà essere accettata anche da un ceto dirigente che sembra ancora troppo fermo sulle proprie posizioni arretrate.

Giappone: Abe potrà cambiare la costituzione pacifista

Il premier giapponese, Shinzo Abe, è il vero vincitore delle elezioni anticipate in Giappone; la sua coalizione elettorale, che ricalca quella di governo, ha conquistato la maggioranza dei seggi, anche grazie alla frammentazione dell’opposizione, che non è stata in grado di trovare dei punti di intesa comuni adeguatamente forti da contrastare la coalizione vincente. Il Partito della Speranza, con un programma simile al premier, che aveva, secondo i sondaggi, le maggiori possibilità di contrastare la vittoria di Abe, non ha raggiunto i risultati sperati e ad avanzare è stata la Sinistra liberale, che si colloca su posizioni opposte a quelle del governo, sopratutto in relazione all’introduzione di modifiche costituzionali ed al ritorno dell’impiego dell’energia nucleare. Questo risultato segnala la presenza della crescita di una forza di opposizione compatta alla voglia di militarizzazione del paese e, quindi, una spaccatura nel tessuto politico giapponese, he potrebbe portare ad una crescita della polarizzazione. L’obiettivo del premier nipponico era quello di conquistare i due terzi della Camera bassa, che, uniti, all’analoga maggioranza nella Camera dei Consiglieri, permettono al governo di effettuare la revisione della Costituzione giapponese, elaborata nel 1947 sotto la supervisione americana e caratterizzata da alcuni divieti per le forze armate del paese, che ne hanno decretato l’appellativo di Costituzione pacifista. Attualmente la legge fondamentale non consente al Giappone di operare e di intervenire, con il suo esercito, nei teatri di guerra internazionali, anche nell’eventualità siano coinvolti negli eventuali conflitti paesi alleati; la sola possibilità di intervento attuale è quella della difesa legittima. Certamente le mutate condizioni geostrategiche della regione hanno influenzato quella che Abe considera una esigenza improrogabile: trasformare le forze di autodifesa nipponiche in un esercito vero e proprio; tuttavia queste istanze erano già presenti prima degli attuali sviluppi ed i sentimenti nazionalisti del paese sembrano avere sfruttato l’occasione giusta per la modifica della carta costituzionale. Restano però innegabili le due ragioni principali per la trasformazione delle forze armate: la prima è l’attività della Corea del Nord, che ha più volte minacciato materialmente il Giappone, con il lancio di razzi caduti nelle acque territoriali nipponiche, la seconda causa contingente è l’atteggiamento di Trump, presidente del maggiore alleato giapponese, di volere ridurre l’impegno militare statunitense, sopratutto dal punto di vista economico, nella regione; anche se questa volontà del presidente americano non potrà essere assecondata, proprio per mantenere alta l’attenzione su questioni di interesse vitale per gli USA, la necessità di una maggiore indipendenza organizzativa e di azione è diventata una priorità per Tokyo. Il pericolo rappresentato da Pyongyang appare reale: l’impossibilità di potere opporre una forza armata effettiva alle continue prove di forza di Kim Jong-un, penalizza anche i potenziali tentativi diplomatici di risolvere le crisi e di questo fattore è apparso consapevole l’elettorato che ha dato fiducia al premier in carica, che proprio su questo argomento ha fondato la sua campagna elettorale. Se esistono, quindi, aspetti che possono giustificare la modifica costituzionale, al contrario non si possono fare considerazioni di opportunità che vanno nella direzione opposta. Il crescente protagonismo cinese, anche dal punto di vista militare, può portare a situazioni di scontro tra Pechino e Tokyo, ognuna gelosa della propria dimensione regionale ed anche i frequenti contrasti tra il Giappone ed altri paesi del sud est asiatico, anche riguardo ad isole contese, può portare il rischio concreto, che un Giappone armato rappresenti una variabile negativa in più, all’interno del complesso sitema di equilibri regionali. Nuovi armamenti o, come in questo caso, nuovi eserciti, spostano la dialettica tra gli stati da una dimensione puramente diplomatica ad una dove il peso delle armi diventa crescente, anche solo come fattore preventivo. Gli ultimi fatti della crisi coreana, che è la situazione più preoccupante, ma non la sola, nella regione, potrebbero prendere sviluppi ancora più preoccupanti con la presenza di una forza armata in più nello scenario.

A settembre, record di morti in Siria

Lo scorso mese di settembre è stato il peggiore, per numero di morti, della guerra in Siria; tuttavia le tremila persone, di cui circa mille civili, che hanno perso la vita non sono bastate a riaccendere i riflettori su di un conflitto che si trascina come una guerra di posizione del secolo scorso. Non vi è, infatti, alcuna prevista soluzione imminente, che possa fermare una carneficina che sta andando avanti da troppo tempo. L’intervento russo, a cui è seguito quello americano, contrariamente alle aspettative, ha generato una situazione di stallo ed il prosieguo del conflitto si è attestato su posizioni che non sembrano permettere una evoluzione positiva. Assad, la cui permanenza al potere, è stata consentita solo dall’entrata nella guerra da parte di Mosca, controlla la parte costiera e più ricca del paese, anche grazie all’appoggio, altrettanto determinante dell’Iran e di Hezbollah. I curdi controllano la porzione del paese che confina con la Turchia e, per questo motivo, sono oggetto di azioni di contrasto da parte di Ankara; infine i territori ancora sotto il controllo dello stato islamico sono stati isolati dalla parte irakena, per l’avanzata delle forze che contrastano il califfato e che hanno praticamente rimesso sotto la sovranità di Bagdad la parte occidentale dell’Irak. Esistono poi delle piccole enclave dove sono presenti le forze democratiche siriane, alleate di Washington, che non hanno la forza sufficiente ad estendere oltre il proprio controllo. Si tratta di uno scenario vicino ad un equilibrio, certamente instabile, ma che presenta aspetti di immobilità prevalente, che non permettono di prevedere il raggiungimento della pace. In questo quadro l’aumento del numero dei morti si spiega con azioni di bombardamento dal cielo da parte dei russi e degli americani, che perseguendo obiettivi spesso contrapposti, colpiscono le parti avverse, spesso commettendo errori grossolani di valutazione ed andando quindi a colpire obiettivi civili. Sia Mosca, che Washington, affermano di volere colpire le forze dello Stato islamico, ma spesso, dietro a questa ragione ufficiale, vengono colpiti altri obiettivi, che possono essere le forze democratiche siriane contrarie ad Assad, da parte dei russi, o fiancheggiatori dell’esercito regolare siriano, da parte degli americani. Nella situazione generale non bisogna dimenticare le azioni israeliane, mai ammesse da Tel Aviv, per indebolire Hezbollah o strutture dell’esercito siriano, considerate pericolose per la sicurezza di Israele. Nonostante questo scenario, che rischia di alterare equilibri consolidati al di fuori della Siria ed il già citato triste record del numero di morti del mese di settembre, la guerra siriana sembra essere stata relegata in secondo piano nell’ambito dell’informazione, che l’ha degradata a notizia secondaria, non mantenendo la necessaria attenzione sull’argomento. Questa mancanza di interesse sembra privare della giusta concentrazione al fine di trovare una soluzione di una questione presente ormai da troppo tempo. Ogni parte in causa sembra non spostarsi dalle proprie posizioni e l’azione delle Nazioni Unite non trova la giusta via per porre fine al conflitto. Occorrerebbe, per prima, cosa, un dialogo effettivo tra USA e Russia, come canale principale da cui sviluppare una soluzione in grado di mettere fine al conflitto, ma conciliare gli opposti interessi non è facile, anche perchè l’atteggiamento di Trump verso l’Iran non è conciliante e l’interesse di Teheran, affinché Assad resti al governo a Damasco, resta prioritario. Così un insieme di veti incrociati non permette una soluzione, che potrebbe essere, invece, individuata nel mantenimento delle rispettive zone di occupazione, anche se in modo transitorio, per concentrare l’uso delle armi soltanto verso la parte occupata dallo Stato islamico. Certamente si lascerebbero alcuni vantaggi relativi alle parti straniere in causa, sicuramente non gradita una eventuale autonomia curda per la Turchia, ma si potrebbero aprire negoziati per favorire una via diplomatica per la ricerca della pace. Le Nazioni Unite e l’Europa dovrebbero osare di più nella proposta diplomatica e promuovere incontri per fermare le morti e le gravi condizioni sanitarie del paese ed essere, finalmente come protagoniste del dialogo: un ruolo dal quale hanno troppo spesso latitato.

La Turchia contro il referendum dei curdi irakeni

La Turchia potrebbe emettere delle sanzioni contro il Kurdistan irakeno, che si avvia ad una consultazione referendaria per lasciare l’Iraq e creare il primo stato curdo indipendente. Per Erdogan si verificherebbe uno dei peggiori timori ed anche il suo programma politico di protezione del paese verrebbe fortemente ridimensionato. Il presidente turco, infatti, ha posto come primo obiettivo per la politica interna e regionale quello di impedire la creazione di una entità statale curda; questo vale sia all’interno dei confini del paese, dove le istanze autonomiste curde vengono ormai represse da tempo ed il regime ha interrotto ogni tipo di dialogo, quanto oltre i confini nazionali. La condotta della Turchia in Siria ne è un chiaro esempio: prima con l’appoggio occulto al califfato, poi con la lotta allo stesso; in entrambi i casi le manovre militari turche hanno avuto come obiettivi non dichiarati siti e combattenti curdi. Ad essere colpiti sono stati sopratutto i curdi siriani. La situazione del Kurdistan irakeno è però molto diversa: la regione, fin dalla caduta di Saddam Hussein ha goduto di una grande autonomia amministrativa dal governo centrale iracheno, grazie all’appoggio che i combattenti curdi hanno assicurato all’esercito statunitense per penetrare nell’Iraq dominato da Saddam Hussein. L’autonomia politica ed amministrativa è anche economica per i giacimenti di petrolio gestiti direttamente dai curdi. Sul piano internazionale il Kurdistan irakeno è storicamente molto vicino agli Stati Uniti, sia per il già citato aiuto contro Saddam Hussein, sia per l’appoggio militare, che le truppe curde hanno assicurato nella lotta allo Stato islamico e per il quale sono state determinanti, colmando le deficenze dell’esercito irakeno. La proclamazione del referendum è stata osteggiata ufficialmente da Washington, che non vuole andare contro l’alleato turco e che preferisce un Irak unito, temendo che le differenze tra sunniti e sciiti non siano ancora appianate, tuttavia sembra impossibile che, visti gli stretti rapporti tra le due parti, non ci sia un appoggio ufficioso al desiderio di autonomia dei curdi irakeni, non fosse altro che per l’aiuto prestato. Per Erdogan, però, uno stato curdo al confine turco, può costituire il presupposto per il una maggiore aspirazione anche dei curdi della Turchia e della Siria. Per il presidente turco questo fattore costituisce un potenziale elemento di instabilità all’interno del proprio paese e la minaccia di sanzioni, per ora non meglio definite, rappresenta la prima risposta ad un referendum il cui risultato è dato per scontato. Attraverso la comune frontiera il traffico commerciale è intenso e ad essere maggiormente danneggiato sarebbe il Kurdistan irakeno, perchè vedrebbe bloccare il traffico di greggio verso le raffinerie turche, tuttavia anche per le se stesse imprese turche, che operano consistenti scambi commerciali, tramite esportazioni, con i curdi, il danno sarebbe elevato. Secondo alcuni analisti il distacco dell’entità curda dall’Iraq potrebbe nuocere alla guerra contro lo Stato islamico, ma questa sensazione non pare essere molto probabile per i risultati ormai conseguiti sul campo dalla coalizione contro il califfato. Quello che preoccupa maggiormente è la possibile escalation, che potrebbe attuare Erdogan, oltre il livello delle sanzioni. Una volontà di impiego di truppe militari turche oltre i confini nazionali, potrebbe essere da non escludere, aprendo un nuovo fronte nel paese medio orientale. Di un tale scenario potrebbe approfittare l’Iran, le cui milizie sciite hanno combattuto al fianco dei combattenti curdi contro lo Stato islamico, per trovare un modo di indebolire la coalizione sunnita che sta sfidando Teheran. In ogni caso una evoluzione militare del confronto tra Turchia e Kurdistan irakeno potrebbe aprire una vasta gamma di scenari in grado di alterare gli equilibri regionali, con una possibile ripresa del terrorismo islamico. Una sorta di tutti contro tutti, che deve essere accuratamente evitato dalla diplomazia mondiale.

Israele fa pressioni sugli USA per una revisione dell’accordo sul nucleare iraniano

Il problema del nucleare iraniano ritorna ad essere centrale nello scenario internazionale. La questione, che pareve risolta dalla lunga trattativa diplomatica, è stata sollevata di nuovo dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che durante l’incontro con il presidente americano Trump, ha sollecitato gli Stati Uniti affinché l’accordo sia modificato in maniera sostanziale o addirittura revocato. Certamente la predisposizione di Trump, verso queste soluzioni è molto elevata, dato che già in campagna elettorale si dichiarava apertamente contro l’accordo e durante la sua presidenza l’avversione verso l’Iran si dimostrata in modo chiaro, anche grazie al riavvicinamento del paese statunitense alle monarchie del Golfo Persico ed, in generale, al blocco dei paesi sunniti, tradizionalmente avversari del maggiore paese sciita. L’esecutivo di Trump afferma che l’accordo è fallito, ma non si comprende se questo fallimento è dovuto alle sue conseguenze pratiche, che hanno permesso al paese iraniano una buona crescita economica, grazie agli effetti del ritiro delle sanzioni o se al timore che Teheran possa diventare una potenza nucleare anche di tipo militare. Una delle questioni, che la Casa Bianca giudica più pericolose, è costituita dalla possibilità, per ora non accertata, che l’Iran abbia fornito alla Corea del Nord la tecnologia per costruire l’ordigno atomico ed anche gli abbia consentito notevoli progressi verso la miniaturizzazione della bomba nucleare. Sicuramente se questi sospetti dovessero essere verificati la poszione iraniana si aggraverebbe molto, ma per ora queste congetture restano solo dei sospetti, che non vengono neppure usati contro Teheran. Quello che viene imputato al regime degli ayatollah è, sopratutto, l’atteggiamento tenuto in Siria a sostegno di Assad e di Hezbollah. Implicitamente non è considerata positiva anche la vicinanza tra Iran e Russia, aumentata con il sostegno al comune alleato Assad e sviluppata con accordi commerciali consistenti. In questo quadro la pressione israeliana sugli USA per ripristinare la situazione esistente prima dell’accordo sul nucleare iraniano, ha una motivazione strategica, perchè punta a disinnescare il pericolo atomico proveniente da Teheran, che è sempre stato considerato una minaccia concreta a Tel Aviv e l’attivismo iraniano ai confini israeliani attivo tramite la costante minaccia di Hezbollah. Il governo israeliano si è mosso in modo autonomo nell’area mediorientale, stringendo accordi ufficiosi ma di grande collaborazione con la Giordania, l’Egitto e, sopratutto, con l’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo, in sostanza il blocco sunnita, per creare un’alleanza capace di contenere l’avanzata dell’influenza iraniana. Ma questo lavoro diplomatico non è considerato sufficiente senza un appoggio consistente degli Stati Uniti, che si può concretizzare soltanto con una revisione, anche unilaterale, del trattato sul nucleare iraniano. Il compito che Netanyahu si è dato è però, tutt’altro che agevole: intanto all’interno degli stessi Stati Uniti le voci favorevoli al mantenimento dell’accordo non sono poche e sono molto influenti anche all’interno del Dipartimento di Stato. Nel computo dei costi e dei benefici, i primi sono giudicati troppo elevati; il prezzo da pagare in termini politici sarebbe, infatti, troppo elevato e già da Teheran sono partiti i primi avvisi di ritorsione nel caso il patto non fosse più rispettato da Washington. Inoltre gli Stati Uniti non sono stati gli unici firmatari dell’accordo e la sconfessione dello stesso avrebbe ripercussioni diplomatiche anche con gli altri paesi che hanno sottoscritto l’accordo. Quella che subirebbe una drastica diminuzione sarebbe la credibilità degli Stati Uniti, incapaci di rispettare un accordo internazionale soltanto per il cambio di presidenza. Tuttavia l’assoluta vicinanza tra Trump e Netanyahu, può costituire una pericolosa e concreta possibilità di una laterazione dell’accordo, gradita anche ai paesi sunniti. L’amministrazione Trump, al contrario di quella di Obama, è tutt’altro che equidistante tra sciiti e sunniti e sembra essere più propensa verso i secondi. L’attivismo di Netanyahu si inserisce, quindi, in questa congiuntura che pare favorevole alla politica ed agli obiettivi dell’esecutivo di Tel Aviv, ma rischia di diventare un nuovo fattore di pericolo nello scenario globale, con il paese iraniano di nuovo nel ruolo antioccidentale ed anche un freno verso la maggiore democrazia in Iran.

Le Nazioni Unite affermano che in Birmania è in corso una pulizia etnica

La questione dei rohingya, la minoranza etnica di religione musulmana, presente in Birmania, sta assumendo contorni gravissimi sempre maggiori. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, il giordano Zeid Ra’ad al –Hussein, ha parlato espressamente di pulizia etnica e di crimini contro l’umanità, operatidal governo birmano. Nonostante l’ostracismo del governo della Birmania, che non permette l’accesso sul suo territorio al personale delle Nazioni Unite, le rilevazioni effettuate grazie ai sistemi satellitari, hanno reso evidenti le violenze perpetrate contro i musulmani birmani, costretti ad una emigrazione forzata e di grandi proporzioni verso il Bangladesh. La situazione è degenerata dalla fine della dittatura militare, grazie all’azione degli estremisti buddisti, che hanno esasperato una situazione già difficile per i musulmani, considerati immigrati irregolari nel paese e quindi privi di cittadinanza regolare, benchè presenti nel paese da molte generazioni. La posizione ufficiale del governo birmano è che le azione nello stato del Rakhine, quello dove risiede la maggior parte dei rohingya, siano dirette contro elementi che farebbero parte di gruppi terroristici; tuttavia l’incendio dei villaggi dei musulmani è diventato una pratica regolare, che ha obbligato le popolazioni rohingya a fughe di massa. Si calcola che nelle ultime settimane siano più di 300.000 i profughi rohingya fuggiti verso il Bangladesh, creando una situazione di emergenza, aggravata dalle difficili condizioni igieniche. Ulteriore fattore di accanimento sabbe la presenza di mine disposte dall’esercito birmano ai suoi confini, non si sa se per impedire il ritorno dei rohingya o per completare la pulizia etnica non riuscita completamente. Questi fatti sono denunciati pubblicamente dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ed assumono un valore politico che deve essere preso in considerazione da tutte le nazioni del mondo, ed in particolare dall’occidente e dalle grandi potenze, per sottoporre la Birmania a tutte le ritorsioni possibili contro quegli stati che violano il diritto internazionale e compiono abusi gravi da violare i diritti umani più elementari. Lo stato birmano dovrebbe essere sottoposto a sanzioni economiche ed isolato a livello politico, mentre l’aiuto umanitario si dovrebbe concentrare per alleviare la tragedia dei rohingya e del Bangladesh, che si sta prestando ad accoglierli. In questa tragedia cìè però il caso dell’India, governata da un esecutivo molto vicino agli indù, che votrrebbe allontanare i profughi musulmani provenienti dalla Birmania. I rohingya fuggiti nei paesi stranieri sono impossibilitati a rientrare in Birmania, perchè per fare ciò, viene loro chiesta la prova della cittadinanza, requisito cessato fin dal 1962, quando sono stati privati di tutti i diritti civili. In questa situazione drammatica spicca il silenzio del premio Nobel Aung San Suu Kyi, che ricopre importanti incarichi all’interno del governo e ne è la leader non ufficiale. La San Suu Kyi non si è mai espressa sulla questione dei rohingya, fornendo la percezione di appoggiare la repressione in atto; le uniche dichiarazioni fornite sono state che in Birmania è in corso una lotta contro terroristi apparteneti all’etnia rohingya. Se questi sentimenti della San Suu Kyi, siano veri, obbligati dai militari o soltanto di circostanza per mantenere il potere conquistato non è dato sapere, certo il suo comportamento appare in aperto contrasto con le motivazioni per le quali ha conseguito il Nobel per la pace ed anzi proprio la condotta tenuta nella questione dei rohingya, nel suo importante ruolo ricoperto nel governo dela Birmania, fornirebbe la motivazione per la cancellazione del Premio Nobel, come richiesto da più parti. Questo atto, insieme alla pressione internazionale sulla Birmania da effettuare mediante sanzioni economiche ed isolamento politico, potrebbe attenuare nell’immediato al situazione dei rohingya ed aprire una trattativa per una soluzione della questione. Occorre ricordare che in una condizione di repressione sarebbe facile, per movimenti e gruppi dell’estremismo islamico trovare consensi e, se ciò non è ancora avvenuto è stato soltanto perl a grande povertà ed emarginazione in cui sono stati tenuti i rohingya.

La Corea del Sud chiede aiuto alla Russia

La richiesta di aiuto della Corea del Sud alla Russia, nell’ambito della crisi nordcoreana, segna una novità nello scenario diplomatico mondiale. Seul, tradizionale alleato di Washington, contatta Mosca per allargare le possibilità di una soluzione pacifica alla situazione che ha creato Pyongyang. Il primo dato è che il rapporto tra USA e Corea del Sud non è più esclusivo, il secondo è che la richiesta di aiuto di Seul è diretta ad un paese avversatio degli Stati Uniti ed il terzo è la maggiore importanza che acquista la Russia nella vicenda. Questo scenario non è improvviso: dall’elezione di Trump la distanza tra il paese statunitense e quello sudcoreano è aumentata a causa di dissidi sui rapporti commerciali e tensioni politiche dovute alla profonda differenza tra i due capi di stato. Anche nella gestione della crisi nordcoreana, Seul avrebbe preferito un atteggiamento diverso da quello adottato dal Presidente americano, più improntato alla cautela ed alla prudenza. Per la Corea del Sud, il paese, che in caso di conflitto, anche di tipo convenzionale, sarebbe quello maggiormente coinvolto, è importante cercare comunque un confronto di tipo diplomatico con Pyongyang: l’imperativo principale è il colloquio; le risposte e l’atteggiamento di Trump, al momento solo a parole, sono andati nella direzione opposta, fino a contemplare la soluzione militare, ipotesi da sempre scartata dai sudcoreani. Nonostante tutto i due paesi sono obbligati a mantenere rapporti molto stretti ed in questo scenario si inquadra la decisione della Casa Bianca di vendere armi più sofisticate a Seul, oltre che a Tokyo, ed a continuare le esercitazioni militari congiunte, che tanto irritano Kim Jong-un..Tuttavia per Seul la necessità di trovare dei partner alternativi, che appoggino la linea esclusiva del dialogo, ha permesso alla Russia di inserirsi in uno scenario che potrebbe portare anche a sviluppi economici rilevanti. Putin è riuscito ad accreditarsi come fattore di possibile stabilizzazione della crisi agli occhi dei sudcoreani e giocare un ruolo potenzialmente di sicura importanza in ottica di risoluzione della crisi. L’idea del Cremlino, che comunque non riconosce la Corea del Nord come potenza nucleare, è che con le sole sanzioni l’atteggiamento di Pyongyang non subirà variazioni; al contrario è importante non isolare la Corea del Nord, ma occorre coinvolgerla in relazioni trilaterali, cioè tra Seul, Pyonyang e Mosca, che possano sviluppare il dialogo attraverso accordi economici. Putin cerca così di cogliere due risultati in una sola volta: l’accesso alle ricchezze in materie prime nordcoreane, carone e, sopratutto, i ricchi giacimenti di terre rare, e la fornitura del gas e dell’energia elettrica russa, di cui Pyongyang è carente, alla Corea del Nord. Inoltre la proposta del leader del Cremlino di incentra sulle infrastrutture, proponendo uno sviluppo dell’integrazione delle vie di comunicazione tra i due paesi. Come si vede la Russia vorrebbe adottare una soluzione opposta a  quella delle sanzioni, e quindi degli Stati Uniti, e propone di fornire a Pyongyang elementi di sviluppo economico in grado di risollevarel’economia del paese in cambio di un diverso atteggiamento internazionale di Kim Jong-un. Putin si accrediterebbe così al livello di uno statista illuminato, andando anche contro la sua immagine di uomo forte, ma ciò potrebbe permettere di entrare in modo soft in una regione che è cruciale per i traffici economici mondiali. Bisognerà vedere come questa novità sarà accolta, oltre che dagli USA, dalla Cina, che ritiene questa zona come suo terreno di influenza esclusiva. Se Pechino era già maldisposta ad una presenza americana, proprio in virtù delle alleanze, non solo con la Corea del Sud ed il Giappone, ma anche dei crescenti acontatti con il Vietnam, la possibilità che Mosca si inserisca nella regione, potrebbe costituire un nuovo elemento di contrasto ed un allontamento tra Russia e Cina, fino ad ora alleate soltanto di comodo. La considerazione finale è che Trump ancora una volta danneggia il suo paese con la sua politica miope e senza un progetto organico, ma fatta soltanto di reazioni del momento.

Alla Corea del Nord non arrivano le sanzioni adeguate

All’offensiva, seppure dimostrativa, nucleare della Corea del Nord, il resto del mondo sembra opporre una risposta diplomatica generale, ricalcando le reazioni che finora sonoseguite alle prove di forza di Pyongyang. Il timore di una guerra, atomica o no, si fa sempre più concreto ed è preferibile non seguire Kim Jong-un nelle sue provocazioni, tuttavia, perché la risposta mondiale ottenga i risultati che fino ad ora non ha conseguito, sarebbe necessaria una risposta univoca, che non sembra rientrare negli interessi di tutti i soggetti internazionali e specialmente in quelli più rilevanti. L’Europa si dimostrata insolitamente compatta nel condannare il test nucleare nordcoreano, ma, in questa vicenda il vecchio continente sta ai margini, perché non ha quella rilevanza geopolitica necessaria e rilevante da influenzare l’andamento dello scenario nella regione del Pacifico orientale. Anche l’importanza dell’ammonimento alla Corea del Nord, per la sua condotta irresponsabile, da parte del G7, ha una portata limitata e comunque non sufficiente a condizionare Pyonyang. Le posizioni degli USA sono risapute, anche perchè gli Stati Uniti sono indicati in maniera chiara, come un bersaglio da Kim Jong-un e la richiesta di sanzioni più dure, avvenuta nella sede del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, rappresenta una risposta che sta diventando una consuetudine. Se, però, la bozza di risoluzione che l’ambasciatrice americana starebbe preparando, dovesse trasformarsi in una risoluzione firmata anche da Cina e Russia, si avrebbe una conseguenza diplomatica rilevante. Resta sempre il rischio che il contenuto della risoluzione non si trasformi in conseguenze pratiche: nonostante le sanzioni la Corea del Nord ha potuto commerciare la sua produzione di carbone, ha potuto accedere alle forniture di petrolio, le transazioni finanziarie non sono state precluse e, come dimostrano i progressi nella dell’affidabilità tecnologica dei suoi armamenti, ha potuto reperire all’estero i mezzi necessari per progredire nelle’evoluzione dei suoi arsenali. Il nodo cruciale è quale sarà, da ora in poi, dopo cioè che il paese nordcoreanoè entrato nel club delle nazioni con la bomba ad idrogeno, l’atteggiamento che Mosca e, sopratutto Pechino vorranno realmente adottare nei confronti di Pyongyang. Il calendario segna due date importanti per la Corea del Nord: 9 settembre, anniversario della fondazione della nazione e 10 ottobre,  anniversario della nascita del Partito dei lavoratori; Kim Jong-un è solito festeggiare le ricorrenze con prove di forza eclatanti, che potrebbero includere nuovi test nucleari o il lancio di nuovi missili intercontinentali, fattori che innalzerebbero ulteriormente la tensione internazionale. La Russia, attraverso Putin, ha richiesto all’ONU di bloccare la valuta estera in possesso della Corea del Nord, di porre un embargo sulle forniture petrolifere e sull’esportazione di forza lavoro, che permette alla dittatura di reperire ingenti risorse finanziarie; la Cina si è limitata ancora a chiedere a Pyongyang di cessare azioni sbagliate. Il vero punto cruciale è proprio l’atteggiamento della Cina, che, probabilmente, non vuole essere in pubblico troppo rigida con la Corea del Nord. Il paese nordcoreano è funzionale come argine ad una possibile presenza americana ai suoi confini e questo fattore rappresenta, però, anche un aspetto di debolezza di Pechino nei confronti di Pyongyang. Una prova, secondo alcuni analisti, sarebbe che l’esperimento della bomba ad idrogeno sarebbe stato fatto coincidere con la riunione dei paesi non emergenti, proprio ospitata in Cina, per fare pressione sul governo della Repubblica Popolare Cinese. Se ciò è vero si aprono diversi scenari, che possono arrivare anche all’invasione cinese della Corea del Nord, per togliere il potere ad un personaggio, come Kim Jong-un, sempre più ingestibile. Al contrario è anche lecito supporre, che la Cina non usi argomenti di pressione più convincenti con Pyonyang, per mettere in difficoltà gli Stati Uniti guidati da un presidente non troppo all’altezza del suo compito. Se così fosse sarebbe una tattica molto spregiudicata e pericolosa, che potrebbe ottenere effetti indesiderati, il primo dei quali, il riarmo della Corea del Sud, si sta già verificando. Gli scenari possibili sono però molto numerosi, anche se quello maggiormente temuto da Seul, è quello più tragico: una esplosione atomica dell’intensità dell’ultimo test nordcoreano sulla capitale della Corea del Sud avrebbe un impatto su un agglomerato urbano di dieci milioni di persone, che sarebbe, inevitabilmente, distrutto.

La Corea del Nord lancia un razzo che sorvola il Giappone

Il razzo nordcoreano, che ha sorvolato il Giappone, sarebbe il primo costrutito con la finalità di trasportare un ordigno atomico. Si è trattato di un missile a medio raggio, ma che rappresenta la testimonianza dei progressi fatti dalla tecnologia missilistica di Pyongyang, per arrivare a minacciare in modo concreto i paesi più lontani. Si può ragionevolmente pensare che l’evoluzione di questi vettori, da medio a lungo raggio, rientri nelle possibilità future della Corea del Nord. Diverso è il discorso della possibilità, che appare ancora lontana, di riuscire a miniaturizzare una bomba atomica nella misura necessaria da essere installata su questi razzi. L’analisi di questi due fattori deve proseguire di pari passo, dato che la disponibilità della bomba atomica rientra già nell’arsenale di Pyongyang, nella modalità classica, cioè che implica, come mezzo per poterlo utilizzare, l’utilizzo di un bombardiere, ma non ancora la possibilità di utilizzarla tramite un vettore missilistico. Tuttavia Pyongyang procede di pari passo con gli studi in laboratorio per ridurre le dimensioni della bomba atomica e la costruzione, con annessi test, di razzi in grado di raggiungere gli obiettivi del regime. Se secondo alcuni analisti la possibilità di raggiungere alcune città statunitensi è già da ora una fatto concreto, la percezione è che i tecnici delle forze armate nordcoreane vogliano testare apparati di raggio minore, per raggiungere un grado di precisione più elevato. Un’altra ragione della gittata utilizzata per questi ultimi esperimenti, potrebbe essere politica: Pyongyang non vuole, in questa fase, minacciare direttamente gli USA, quanto i suoi alleati, che partecipano con le forze armate americane alle tanto odiate esercitazioni congiunte vicino alle acque nordcoreane, e le stesse installazioni statunitensi presenti nell’Oceano Pacifico ed in special modo la base USA dell’isola di Guam, distante circa 3000 chilometri dal paese nordcoreano. La scelta di un missile a medio raggio rientrerebbe, quindi, in questo scenario di minacce indirette agli USA, attraverso i suoi alleati: infatti l’utilizzo di un vettore in grado di coprire la distanza con la base americana, sarebbe diventato un attacco diretto contro Washington. L’impressione è, ancora una volta, che Kim Jong-un voglia giocare le solite tattiche di azzardo, cercando di portare la situazione ad un limite che non vuole assolutamente superare. Tuttavia non si può non ravvisare in questo ultimo lancio, che ha attraversato il territorio giapponese, prima di schiantarsi in mare, un innalzamento del livello di pericolosità di queste provocazioni, infatti quali sarebbero potute essere le conseguenze, se il vettore avesse perso potenza direttamente sul suolo del Giappone provocando vittime e danni? Già così l’invasione dello spazio aereo giapponese è stata accertata e non si può non considerare la provocazione come un vero e proprio atto di guerra, finito, probabilmente in maniera voluta, senza implicazioni pratiche, se non quella della violazione del diritto internazionale; ma con altre conseguenze la situazione internazionale ora sarebbe totalmente diversa. Del resto ad essere minacciate, ormai in maniera costante, sono la stabilità e la sicurezza regionale ed un coinvolgimento maggiore di attori quali Cina e Russia risulta essere essenziale. Se in questo momento la linea della prudenza appare obbligata, la pressione diplomatica su Pyongyang non deve assolutamente allentarsi, anche se l’obiettivo finale deve essere quello di instaurare negoziati con il regime della Corea del Nord. Anche se si comprendono le ragioni degli USA a sedere allo stesso tavolo con Kim Jong-un, la via del negoziato per stabilizzare la situazione sembra essere la più ragionevole, piuttosto che optare per una prova di forza, che annienterebbe il regime nordcoreano, però ad un prezzo altissimo in termini di vite umane e di infrastrutture in Corea del Sud e Giappone. In questi casi è essenziale il lavoro ufficioso delle diplomazie, che continua sempre senza interruzioni anche nelle fasi acute della dialettica tra gli stati, al fine di mantenere aperti i canali di dialogo non ufficiali. Anche attraverso questi strumenti è necessario arrivare ad una apertura di un confronto internazionale tra paesi avversari, che possa definire una situazione pericolosa, per arrivare ad assicurare una distensione sempre più necessaria ben oltre i confini regionali, ma per tutto lo scenario internazionale globale.