Le elezioni in India

Le elezioni dell’India presentano dati numerici enormi: gli elettori complessivi dei 29 stati di cui è composto il paese sono 900 milioni (dei quali 84 miioni andranno al voto per la prima volta), il che significa la più grande democrazia del mondo, di cui 300 milioni sono analfabeti, gli altri paralno ventidue lingue differenti più una varietà di dialetti che dovrebbero essere diverse migliaia, undici milioni di volontari, che devono assicurare lo svolgimento delle operazioni elettorali insieme ad uno spiegamento di forza pubblica, la vastità del territorio, che copre ambienti naturali e climi molto differenti, la presenza di una legge che deve garantire a tutti chela distanza minima dal seggio elettorale sia entro i due chilometri ed, inifine, il costo totale stimato i n, circa, sei miliardi di euro. Anche le fasi in cui si articolano le elezioni sono un processo complesso, composto di sette passaggi, che si concluderanno con lo scrutinio finale del 23 maggio. Il paese indiano proviene da cinque anni governati dal partito nazionalista , che sono stati caratterizzati da una serie di mancati obiettivi, rispetto alle promesse elettorali. Certamente la congiuntura economica negativa, che ha determinato, ad esempio, il calo dei prezzi delle materie prime ela conseguente crisi agricola,  ha influenzato i risultati del programma di governo, a cui viene imputata anche la perdita di ben undici milioni di posti di lavoro complessivi nel paese. Ai conservatori, la maggioranza uscente, viene anche contestata l’eccessiva ingerenza nelle istituzioni pubbliche, come la Corte suprema e la banca federale, segnale di un abbassamento del livello democratico. Sul piano dei diritti il dato del forte aumento degli attacchi verso le persone di religione musulmana, rappresenta un arretramento, così come la scarsa attenzione alle minoranze; l’azione del governo uscente è stata caratterizzata da una minore tolleranza, un fattore apertamente in contrasto con la tradizione del paese . Il governo può, però vantare una crescita economica di circa il 7,5%, il programma a favore delle famiglie povere nel tema della sanità e riforme legislative sulla tassazione. I sondaggi più recenti danno la maggioranza uscente in difficoltà, tuttavia l’attendibilità di queste rilevazioni non garantisce margini di affidabilità sufficienti a caussa della grande frammentazione del tessuto sociale del paese, anche se nelle elezioni regionali effettuate nel 2018 il partito di opposizione ha vinto in tre stati considerati cruciali. Il partito Conservatore ha terminato ils uomandato con un segnale nazionalista inequivocabile lanciando un prgetto spaziale dai costi contenuti, ma dai significati rilevanti. Ad aiutare la risalita nei sondaggi c’è stato il confronto con il Pakistan, che ha portato l’interesse degli elettori sul piano internazionale di gestione forse più facile rispetto a quello interno, e, comunque, capace di prendere l’attenzione di quella parte di elettorato delusa dai risultati economici, ma sensibile al nazionalismo ed alla rilevanza internazionale del paese indiano.

l’Iran cerca di essere l’alleato privilegiato dell’Iraq, rispetto agli USA

La visita del presidente iraniano Rohani in Iraq segnala un punto di svolta nella strategia di Teheran, sia in campo diplomatico, che economico, per fronteggiare le sanzioni americane. I due paesi dividono una frontiera comune di circa 1.500 chilometri ed, al momento, sembrano avere superato la storica rivalità presente quando Saddam Hussein era al potere. Il paese irakeno è composto da una alta percentuale di sciiti, circa il novanta per cento, ed ha per questa caratteristica una notevole affinità con l’Iran. Teheran ha individuato nel paese vicino una possibilità per superare le sanzioni statunitensi, che stanno condizionando pesantemente l’economia iraniana.  Il progetto è quello di incrementare gli scambi tra i due paesi, che ora ammontano a circa 12.000 milioni di dollari, fino a 20.000 milioni di dollari; per fare ciò sono stati firmati accordi in settori importanti per entrambi i paesi, quali: energia, trasporti, agricoltura e industria. Tuttavia, il problema che più assilla l’Iran è quello di aggirare gli effetti che le sanzioni producono sul sistema dei pagamenti verso Teheran. Washington ha costruito un sistema sanzionatorio che si basa molto sulle transazioni di denaro verso il paese iraniano, penalizzando gli istituti bancari che consentono il flusso di denaro verso la repubblica degli Ayatollah. Le rispettive banche centrali avrebbero pensato un sistema di esportazione degli idrocarburi iraniani  in Iraq e da qui venduti a paesi terzi mediante pagamento non più in dollari ma in euro. Se gli Stati Uniti hanno già minacciato Bagdad ed i suoi istituti bancari, occorre, però, tenere presente le esigenze del paese irakeno, che dipende in maniera molto forte dagli approvigionamenti di gas dell’Iran. Le sollecitazioni di Washington a diversificare i fornitori si scontrano con la maggiore economicità del gas iraniano, dovuta ai minori costi di trasporto, proprio per la contiguità tra i due paesi. L’Irak si trova, però, nella scomoda situazione di avere come principali alleati due paesi che sono profondamente nemici tra di loro, questa difficoltà potrebbe essere convertita in una opportunità dal governo di Bagdad, che non può rinunciare al rapporto con gli Stati Uniti, ma nemmeno, proprio per le ragioni espresse prima, può allontanarsi dall’Iran. L’Irak potrebbe giocare un ruolo, se non di pacificazione tra le due parti, almeno tentare di ridurre la tensione: occorre ricordare che esiste il punto di partenza della guerra allo Stato islamico, dove il ruolo fondamentale di Teheran è stato riconosciuto, seppure implicitamente, anche da Washington. Gli USA, malgrado le minacce, non possono sottoporre a sanzioni il paese irakeno, perchè le conseguenze sarebbero l’impoverimento di una nazione già in sofferenza economica e  ciò potrebbe comportare un ritorno dell’estremismo islamico. Dal punto di vista diplomatico la visita del Presidente Rohani potrebbe avere come obiettivo proprio  quello di rendere maggiormente privilegiato il rapporto tra Irak ed Iran, rispetto a quello tra Irak ed USA; ciò potrebbe rientrare nella strategia di contrastare la coalizione delle monarchie sunnite con gli USA (ed Israele) e rompere l’accerchiamento internazionale in cui si trova Teheran. Resta il fatto che a Washington un interlocutore di matrice sciita è essenziale nello scacchiere mediorientale, tuttavia Bagdad potrebbe avere non gradito la direzione data da Trump alla politica estera americana, che ha interrotto l’equidistanza di Obama tra sciiti e sunniti, per favorire i rapporti con questi ultimi. Questo sbilanciamento, però, obbliga Washington alla maggiore cautela possibile nei confronti di Bagdad, ma offre anche l’occasione a Teheran, vittima delle sanzioni Usa a seguito del ritiro unilaterale della Casa Bianca dal trattato sul nucleare, di sfruttare le maggiori affinità con l’Irak. La questione non è secondaria perchè l’amicizia con l’Irak serve agli Stati Uniti per presentarsi in una sorta di equidistanza di fronte alla questione religiosa che divide l’Islam, ma è anche importante dal punto di vista geopolitico, perchè permette di mantenere le sue truppe fin sui confini con l’Iran.  La sensazione è che questa visita apra ad una varietà di scenari diversi, ma tutti in grado di influenzare il futuro della regione.

La situazione dell’economia cinese

L’inizio del Congresso del Partito Comunista Cinese, dove si deve riaffermare la leadership di Xi Jinping, non coincide con dati confortanti per l’economia del paese. La questione è centrale nei programmi politici di Pechino: l’obiettivo di mantenere un livello elevato di crescita è considerato prioritario per consentire al paese di giocare il ruolo di grande potenza economica che il governo cinese vuole perseguire. Fino al 2020 gli obiettivi medi parlavano di un dato intorno al 6,5% di crescita annua, attualmente le cifre ufficiali presentano una crescita inferiore di mezzo punto percentuale, ma questa stima sarebbe stata costruita al rialzo, in maniera artificiosa, per evitare di presentare al mondo finanziario dati troppo compressi. In realtà sembra che esistano studi con valori reali anche molto inferiori al 6% ufficiale. Il peggioramento dei dati dovrebbe tenere conto di un fattore strutturale dell’economia cinese, dovuto all’indebitamento delle amministrazioni periferiche, che non viene conteggiato in quello dell’amministrazione centrale e di cui non si conosce l’ammontare. Tuttavia questo dato, negli anni precedenti, veniva mascherato dagli alti tassi di crescita, che non erano influenzati da fattori endogeni ora determinanti. Il principale di questi fattori è stata l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la sua politica economica, incentrata sulla guerra commerciale dichiarata contro Pechino. Una delle responsabilità dei governanti cinesi è di avere sottovalutato gli effetti dell’introduzione dei dazi sulle merci verso gli Stati Uniti, che sono tra i veri responsabili della diminuzione della crescita. Occorre ricordare che la Cina ha anche trascurato per troppo tempo il mercato interno e la sua crescita, con politiche rivolte in maggior modo verso l’incremento degli scambi con l’estero. I grandi investimenti in paesi esteri, in acquisizioni e in partecipazione in imprese straniere e la grande spesa per infrastrutture, come quelle sostenute per la Via della seta o nei paesi africani, hanno impegnato una grande liquidità finalizzata verso progetti a lungo termine, ma che ha stornato risorse per il mercato interno. L’attenzione per questo versante è ormai diventato un obbligo ed il governo cinese sta per varare incentivi fiscali per le aziende e, sopratutto, per incentivare il consumo interno. Per stimolare il consumo interno Pechino si affida ad una serie di lavori pubblici in ambito ferroviario ed alla crescita delle spese militari con commesse ad aziende cinesi, la spesa verso le forze armate serve a colmare la differenza tra potenza commerciale e potenza militare della nazione cinese, un condizione obbligatoria per esercitare il ruolo di superpotenza al pari con gli USA. Notevoli investimenti sono previsti anche per il settore delle telecomunicazioni, dove l’infrastruttura per lo standard 5G è considerata una priorità dall’Assemblea nazionale del popolo. Ma lo sviluppo interno non è soltanto una priorità economica, la condizione dei lavoratori cinesi ha provocato diversi scioperi che, nonostante le repressioni operate dal regime, minacciano la stabilità sociale; fino ad ora il maggiore antidoto al malcontento è stata la promessa di un innalzamento del livello della qualità della vita del popolo cinese ed ora questo obiettivo non è più rimandabile ed è perseguibile soltanto con una maggiore possibilità di spesa pro capite per i lavoratori e le famiglie. All’interno di questa politica rivolta verso il mercato interno vi è la volontà di consentire l’uscita dallo stato di povertà per dieci milioni di cinesi. Questo valore può essere raggiunto con la diminuzione della disoccupazione, ma anche con la ricerca di una maggiore stabilità della condizione dei lavoratori, fino ad ora troppo soggetta all’andamento del mercato. Esiste però una contraddizione nelle politiche annunciate: se, da un lato, sono previsti forti tagli delle tasse, tra cui la diminuzione dell’imposta sul valore aggiunto, dal lato della politica monetaria è prevista una riduzione della spesa pubblica, di cui dovrà essere interpretata l’attuazione: infatti se la riduzione delle spese dovrà riguardare attività di sostegno alla popolazione, il fenomeno della povertà sarà difficilmente riducibile, viceversa se si vorrà operare su aspetti come il funzionamento della burocrazia e la corruzione, questi provvedimenti potranno contribuire al guadagno di punti percentuali del prodotto interno lordo, dato il peso importante che hanno sull’economia del paese.

USA vicini all’accordo commerciale con la Cina, ma verso l’introduzione di dazi per India e Turchia

Gli Stati Uniti sono sempre più vicini alla definizione di un accordo con la Cina, ma contemporaneamente, aprono delle nuove controversie con India e Turchia. La questione è sempre quella della mancata reciprocità dei trattamenti commerciali. L’India, infatti ha un trattamento preferenziale, che gli consente di esportare negli Stati Uniti merci per un valore di 5,6 miliardi di dollari, totalmente esenti dai dazi imposti dall’amministrazione americana. Un trattamento analogo a quello di cui gode la Turchia, destinato a concludersi per volere del Presidente Trump. All’interno delle ragioni che hanno permesso queste esenzioni vi sono considerazioni di carattere strategico, che tenevano conto dell’importanza di India e Turchia, come alleati considerati importanti nelle rispettive aree geografiche ed in ottica di bilanciare i rapporti di forza con altre potenze, come quella cinese, nel caso indiano. La scarsa considerazione di Trump per le ragioni di politica estera, a favore dell’interesse commerciale ed industriale degli Stati Uniti, ritenuto preminente, ha sicuramente influenzato queste decisioni, ma si devono anche considerare il deterioramento dei rapporti tra Washington e la Turchia, ritenuta sempre meno affidabile, anche nel quadro della Alleanza Atlantica e la voglia di protagonismo del paese indiano, che ha manifestato con il nuovo governo ambizioni non sempre in linea con il governo statunitense. Anche il ravvicinamento con la Cina potrebbe avere influito sulla decisione di inserire i dazi per l’India: nella tradizionale rivalità tra Pechino e Nuova Delhi, gli Stati Uniti cercano una sorta di equidistanza, che sacrifica l’alleanza politica con l’India, in favore di un guadagno nella bilancia commerciale. Del resto questo aspetto è fondamentale nella politica di Trump ed il raggiungimento dell’accordo con Pechino, ormai quasi certo, viene considerato dalla Casa Bianca una vittoria. La firma dell’accordo dovrebbe anche, seppure parzialmente, cancellare le delusioni del recente vertice di Hanoi con Kim Jong un, che ha rappresentato un fallimento per la politica estera americana. I termini dell’accordo commerciale tra USA e Cina dovrebbero comprendere la diminuzione da parte di Pechino di una quota dei dazi introdotti su prodotti americani quali soia, automobili e prodotti chimici; inoltre Pechino si è impegnata all’acquisto, a partire dal 2023, di gas naturale americano per un importo di circa diciotto miliardi di dollari. La contropartita americana è quella di abbassare i dazi introdotti da Trump su di un valore di circa duecento miliardi di dollari di beni, permettendo ai prodotti cinesi di accedere nuovamente al mercato americano. Se una parte dell’amministrazione statunitense è ottimista sull’esito dell’accordo, all’interno della Casa Bianca esistono anche degli scettici, che vedono dei pericoli derivanti dall’accordo, dovuti alle scarse garanzie di Pechino su temi e questioni molto rilevanti come le richieste di riforme strutturali in ambito commerciale relative ai cambi della valuta e quindi della politica finanziaria cinese, fino ad arrivare al rispetto delle normative internazionali sui diritti della proprietà intellettuale e sull’aiuto dello stato alle imprese che operano all’estero. La valutazione dell’esito della trattativa non è però così semplice come farebbe credere se si verificasse un risultato positivo. Trump mira ad un risultato immediato, che potrebbe non tenere conto delle obiezioni degli scettici della Casa Bianca, un risultato positivo nel breve periodo potrebbe attenuare le polemiche relative alle dichiarazioni dell’ex avvocato del presidente e quindi permetterebbe, forse, di ottenere un vantaggio nel fronte interno; tuttavia sul medio e lungo periodo, se i timori degli scettici dovessero essere fondati gli effetti negativi per l’economia americana potrebbero pregiudicare i rapporti con la Cina. Di conseguenza anche l’obiettivo, tenuto neanche troppo nascosto, di creare le condizioni di un patto tra le due superpotenze mondiali, che oltrepassi le questioni commerciali, e favorisca la normalizzazione dei rapporti ed il superamento delle tensioni geopolitiche, potrebbe subire degli effetti negativi. Quando si parla di politica internazionale e di Trump i confini della discussione sono sempre molto incerti e la direzione che potrebbe prendere una decisione del presidente americano rappresenta una variabile difficile da prevedere ed anche in questo caso tutte le soluzioni sono possibili.

La ragioni del fallimento di Hanoi tra USA e Corea del Nord

Nonostante le buone premesse, che secondo il presidente statunitense, si erano create con la Corea del Nord, il vertice di Hanoi si è concluso con un nulla di fatto. Trump, probabilmente, ha sopravvalutato la sua capacità di negoziatore internazionale, basata solo sulla sua esperienza di uomo d’affari. Il risultato è stata una interruzione delle trattative che evidenzia come il processo di denuclearizzazione della penisola coreana sia ancora molto lontano e tutto da definire. Per gli USA e, sopratutto per l’inquilino della Casa Bianca, si ha la sensazione che questa conclusione sia stata una sorta di sconfitta diplomatica. Se l’esito atteso era la definizione del processo di denuclearizzazione della Corea del Nord, che resta uno dei principali, se non il principale obiettivo in politica estera di Trump, il risultato è del tutto contrario a questa aspettativa. Il presidente americano, probabilmente si aspettava dall’atteggiamento di Kim Jong una remissione totale, basata sul cattivo stato economico del paese nordcoreano e sulla necessità di reprimere un dissenso interno che pareva crescente. La valutazione di Trump, e certamente di buona parte dei suoi analisti, si è rivelata completamente sbagliata, perchè la richiesta del leader di Pyongyang è risultata volutamente irricevibile. Richiedere la cessazione delle sanzioni senza contropartite sicure, infatti è stata una prova di forza che Kim Jong un ha preparato da tempo per dimostrare di avere ancora tutto il controllo dell’apparato interno di fronte al leader della prima potenza mondiale. Il significato è chiaro: avere fatto sedere Trump al tavolo delle trattative per niente, vuole dire che la Corea del Nord, oltre ad avere la forza nucleare, ha, da questo momento, anche la forza diplomatica per trattare alla pari con gli USA. Anche se ciò naturalmente non è vero, il presidente americano ha regalato una occasione imperdibile al dittatore nord coreano, che gli ha impartito una lezione di politica estera difficile da dimenticare. Grazie alla scarsa attitudine di Trump ad essere un uomo di governo, la visibilità politica della Corea del Nord è cresciuta notevolmente da quando il miliardario americano risiede alla Casa Bianca, un risultato impossibile quando Obama era il presidente, anche se neppure lui eccelleva in politica estera. Non avere capito che per il regime della Corea del Nord, il possesso dell’arma atomica è imprescindibile dalla sua stessa sopravvivenza è un errore enorme, nel quale Trump è caduto grazie alla efficace tattica di Kim Jong, che ha evitato l’esposizione ai media internazionali, evitando di minacciare gli USA e la Corea del Sud e non lanciando più missili di prova nell’oceano. Questo periodo di tranquillità è stato valutato da Trump come sufficiente per aspettarsi un esito positivo della trattativa, nonostante le notizie che i servizi segreti americani comunicavano alla Casa Bianca. In realtà gli impianti nucleari non sono mai stati spenti ed i test atomici sono continuati, ma soltanto nel più assoluto silenzio. Il sospetto è che Kim Jong un abbia usato Trump per indebolire l’immagine americana: un risultato certamente gradito alla Cina. Se il laeder nordcoreano abbia agito da solo per compiacere Pechino o se sia stato strumento consapevole del paese cinese ha poca importanza.  La realtà è che la Corea del Nord e la Cina hanno migliorato i rapporti, come dimostrano le quattro visite di Kim Jong un effettuate a  Pechino, che segnalano che i rapporti tra i due paesi sono tornati cordiali, dopo periodi molto difficili. Per Pechino è importante che Pyongyang mantenga un atteggiamento diverso in modo da non consentire la tanto temuta unione delle due Coree, che porterebbe i militari americani sulle frontiere cinesi. L’errore fondamentale, da cui deriva il fallimento di Trump nella trattativa con la Corea del Nord, è proprio quello di non avere tenuto conto della variabile Cina nella questione: una sottovalutazione decisiva, che segnala la poca profondità di analisi della Casa Bianca.

 

L’aviazione indiana bombarda il territorio pakistano

L’azione dell’aviazione militare indiana in territorio pakistano, costituisce un’anomalia in contrasto con il comportamento che Nuova Delhi è solita avere, anche in situazioni critiche, con il Pakistan. Risulta infatti molto raro che i mezzi aerei indiani oltrepassino il proprio confine. L’azione militare si inserisce in una situazione di crescente tensione tra i due paesi, sopratutto dopo l’attentato terroristico, avvenuto nel Kashmir indiano e che ha provocato la morte di 42 agenti di polizia indiani. La strategia dell’India sarebbe improntata alla prevenzione contro nuovi attentati terroristici, ritenuti molto probabili dal governo di Nuova Delhi. L’atteggiamento del pese pakistano è, per ora, quello di sminuire l’azione indiana, che secondo le fonti del Ministero degli Esteri avrebbe causato la morte di 300 militanti di organizzazioni fondamentaliste islamiche. Il Pakistan ha un duplice interesse per smentire gli effetti dell’attacco indiano: il primo è quello di non mostrare la propria debolezza nel difendere le proprie frontiere, ma è il secondo quello che viene ritenuto più importante dagli analisti: la conferma delle vittime del bombardamento in territorio pakistano, implicherebbe anche l’ammissione dell’esistenza dei campi di addestramento dei fondamentalisti islamici nelle zone al confine con l’India. Queste formazioni terroristiche sarebbero vicine ad Al Qaeda ed inserite nella lista dei terroristi stilata dalle Nazioni Unite, fin dal 2001. L’avversione di queste milizie contro l’India è un dato risaputo ed i sospetti di connivenza con il governo pakistano sono presenti da tempo, sia a Nuova Delhi, che a Washington; la posizione ambigua del governo pachistano verso i terroristi islamici provoca da tempo scarsa fiducia da parte degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica ed in questo caso si può anche sospettare un uso strumentale dei fondamentalisti per alzare il livello del contrasto lungo la frontiera tra i due paesi e colpire l’India in maniera indiretta. Resta il fatto che in questo momento il paese indiano si è reso protagonista di un atto che, formalmente, può essere definito di guerra contro un’altra nazione invadendo il suo territorio, sebbene per un periodo limitato di tempo. La cautela del Pakistan, che non ha attuato neppure proteste di tipo diplomatico, aumenta i sospetti su Islamabad, ma non n permette di capire in maniera completa le intenzioni del governo pachistano. Se, da un lato, vi è tutto l’interesse a minimizzare l’accaduto per evitare ammissioni compromettenti, dall’altro lato vi è il timore che il Pakistan abbia intrapreso una nuova tattica nella guerra non dichiarata contro l’India e che con l’uso di terroristi persegua un pericoloso intento di destabilizzare la zona di frontiera, da sempre oggetto di contenzioso tra le due parti. Nonostante sia superfluo ricordare che entrambi i paesi siano potenze nucleari, questo dato non deve essere tenuto ben presente per cercare di effettuare una previsione degli scenari possbili. Inoltre si devono considerare altri attori che sono presenti nello scenario: la Cina, tradizionale avversario regionale dell’India, che sta operando in Pakistan con grandi investimenti, mentre gli Stati Uniti sono più vicini a Nuova Delhi, anche se il Pakistan resta un alleato inaffidabile, ma strategico nella questione afghana. L’intreccio di interessi internazionali è completato con la voglia di riemergere di organizzazioni come Al Qaeda, come già detto molto vicina ai terroristi pachistani, che potrebbe cercare di riempire il vuoto lasciato dallo Stato islamico lanciando una campagna terroristica su vasta scala, come è nella propria modalità di azione, che potrebbe ricomprendere anche la frontiera tra Pakistan ed India proprio come fattore di risalto e risonanza mondiale. L’impressione è che l’azione dell’India possa segnare uno sviluppo importante e molto pericoloso nella questione indo pachistana, con conseguenze largamente imprevedibili, che la diplomazia internazionale dovrà monitorare costantemente per evitare che la crisi abbia pericolosi allargamenti.

Gli USA vogliono che l’Europa abbandoni il trattato con l’Iran

Gli Stati Uniti incalzano l’Europa sulla questione del nucleare iraniano. Washington ha abbandonato in maniera unilaterale l’accordo sul nucleare iraniano, firmato dopo una trattativa molto lunga dall’amministrazione Obama, oltre che Unione Europea, Russia e Cina. Con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca lo schema dei rapporti con Teheran è cambiato ed il paese iraniano è tornato ad essere individuato come il principale nemico, anche per il riavvicinamento statunitense alle monarchie saudite ed al miglioramento dei rapporti con il governo di Tel Aviv. In sostanza Trump è ritornato ad una politica di riavvicinamento con i paesi sunniti, nonostante questi siano stati tra i finanziatori dello Stato islamico. Ora, quindi, il nemico è l’Iran, individuato come guida degli sciiti, tra cui rientrano i siriani, gli Hezbollah ed anche gli yemeniti. Questa visione è funzionale agli interessi israeliani e sauditi e non tiene conto del mancato avanzamento del processo di pace tra israeliani e palestinesi, delle stato di repressione presente in Arabia Saudita e delle violenze perpetrate dalla coalizione sunnita contro i civili yemeniti. Alla conferenza per la pace e la sicurezza in Medio Oriente, in corso a Varsavia, dove è stato escluso l’Iran dalla partecipazione, si è rivelata chiaramente la volontà americana di aumentare la pressione sul paese iraniano. In questa sede gli USA hanno espresso una opinione negativa sui paesi dell’Unione Europea circa il mancato appoggio a Washington nelle sanzioni contro l’Iran. La posizione di Bruxelles è rimasta quella di tenere fede alla firma del trattato, senza accogliere la proposta americana, ribadita nella conferenza di Varsavia, di adottare strumenti di pressione diplomatici e finanziari contro Teheran. Le ragioni europee sono rimaste ferme alla visione che ha ispirato il trattato e, che, sostanzialmente l’accordo con l’Iran era il male minore, perchè impediva una proliferazione nucleare bellica, mentre ne garantiva lo sviluppo civile, anche mediante ispezioni. Questa lettura dell’accordo non è condivisa dall’amministrazione americana, forse sempre più influenzata da Israele e dalla visione che trasmettono i paesi arabi, una visione che teme l’influenza negativa iraniana su paesi instabili come Libano, Siria, Iraq e Yemen. L’intenzione americana è quella di procedere con una pressione sempre maggiore su Teheran, anche in corrispondenza della grave crisi economica del paese, che potrebbe favorire ribellioni contro il regime. L’Europa, tuttavia, non è in accordo con questa visione ed, anzi, i paesi europei stanno studiando misure alternative per proteggere le proprie imprese, che hanno ricevuto ordini e commesse importanti dal paese iraniano, per non incorrere nelle sanzioni americane, previste per tutte quelle aziende che continueranno ad intrattenere rapporti di affari con Teheran. Lo scontro, quindi, sembra destinato ad acuirsi tra USA ed Europa, aumentando la distanza tra le due parti i cui rapporti sono peggiorati da quando Trump è andato al potere. L’atteggiamento verso l’Iran, se è servito ad avvicinare gi USA ed Israele ai paesi sunniti, potrebbe provocare nel paese iraniano, già in difficoltà per l’andamento dell’economia, un risentimento che si sta già tramutando in una chiusura non utile al processo di apertura iniziato da Obama e dfinitivamente chiuso da Trump. Ciò rischia di esasperare la posizione iraniana su importanti questioni, come la Siria e l’Iraq, mantenendo nella regione un grado di instabilità pericoloso.

I dubbi sul ritiro americano dalla Siria

Mentre il governo di Assad, grazie all’appoggio di Iran e Russia, ha riconquistato circa il 75% del paese siriano, la parte che comprende i giacimenti più preziosi, oltre ad avere mantenuto sempre lo sbocco al mare, la parte della Siria rimasta sotto il controllo americano comprende territori desertici ed i giacimenti petroliferi che contengono il greggio con qualità inferiore; questa motivazione, unita la fatto che il programma di rovesciare Assad è fallito, hanno determinato in Trump la decisione di ritirare i circa 2000 soldati americani ancora presenti sul territorio siriano. La questione, però ha sollevato obiezioni interne ed esterne, che potrebbero creare ripensamenti alla Casa Bianca. La ragione ufficiale sostenuta dal presidente statunitense è che la lotta allo Stato islamico è terminata con la sconfitta del califfato, tuttavia la presenza, seppure ridotta ed in alcune zone più remote, di alcuni gruppi non permette di affermare con la certezza di Trump, il completo annientamento dei miliziani dal territorio dove operano i militari americani. Dal punto di vista interno,le valutazioni dei vertici militari americani ritengono questa mossa un errore, analogo a quello, per ora scongiurato, del ritiro delle truppe dall’Iran, sia per ragioni contingenti, come la presenza residuale dello Stato islamico, sia per le ripercussioni sulle alleanze militari con i curdi, che per l’azione di contrasto all’Iran, sopratutto in ottica di difesa di Israele. La questione curda non permette un atteggiamento improntato soltanto alle valutazioni dell’esclusiva convenienza, sopratutto finanziaria, che stanno alla base della decisione di Trump (che ancora una volta si rivela come un politico miope sul lungo periodo ed anche scarso conoscitore delle dinamiche di politica internazionale). L’impegno dei combattenti curdi direttamente sul terreno ha permesso agli Stati Uniti di evitare lo schieramento diretto di soldati americani nel teatro di combattimento siriano, i curdi si sono rivelati, così come nell’occasione dell’invasione dell’Iraq di Saddam, i principali e più efficienti alleati degli USA, molto al di sopra dei combattenti appartenenti alle forze democratiche siriane, che non sono mai riusciti a fornire un aiuto adeguato ai militari del pentagono. La questione curda, però, prevede la profonda contrarietà di Ankara alla possibilità di una entità autonoma curda sui propri confini. La Turchia ha accolto con favore la possibile ritirata americana, intravvedendo la possibilità di una azione militare diretta contro i curdi siriani. Erdogan ha anche richiesto lo smantellamento delle basi militare allestite dagli Usa per i curdi per endere più deboli i combattenti curdi. L’azione turca sarebbe giustificata con la solita scusa di conbattere il terrorismo curdo. La strategia curda è stata allora quella di allacciare nuovamente i rapporti con Assad, con il quale i curdi avevano, comunque, una certa autonomia. I militari di Damasco si sono avvicinati alle zone curde, sulle quali è stata fatta sventolare la bandiera siriana, creando così i presupposti di un confronto con la Turchia, che, alla fine, ha minacciato una azione in territorio della Siria. Non occorre ricordare che ciò potrebbe implicare una risposta anche da Russia ed Iran, che sono presenti in forze sul territorio di Damasco. La decisione di Trump, quindi, potrebbe riaprire un nuovo capitolo della guerra siriana, interrompendo l’attuale fase di stallo. A poco sembrano valere le richieste americane verso la Turchia, per evitare una aggressione da parte di Ankara del territorio curdo: il governo turco ha già respinto queste richieste creando un evidente ed ulteriore problema al prestigio internazionale americano. Non meno importante è la questione posta da Israele sulla propria sicurezza, perchè la ritirata americana lascerebbe spazio all’Iran in Siria, sopratutto dal punto di vista logistico per rifornire le milizie sciite in Libano. A questo punto gli interrogativi sulla reale convenienza del ritiro delle truppe americane dalla Siria paiono essere troppi e ciò potrebbe costringere all’ennesimo cambiamento di programma il presidente Trump, che vedrebbe un altro impegno pronunciato in campagna elettorale, impossibile da mantenere.

Gli USA potrebbero tentare di limitare l’influenza cinese in Corea del Nord

Nel discorso di inizio anno il presidente nordcoreano Kim Jong-un ha affermato la propria disponibilità ad un nuovo incontro con il presidente americano Trump. Il segnale lanciato da Pyongyang evidenzia la necessità del regime di vedere attenuate le sanzioni economiche che ancora condizionano la misera economia del paese. Il discorso evidenzia come il regime nordcoreano consideri gli Stati Uniti, almeno a livello ufficiale, l’interlocutore privilegiato per potere risolvere la propria situazione. Malgrado le intenzioni espresse, di procedere verso una denuclearizzazione della penisola coreana, appare, però, fortemente improbabile che il regime di Pyongyang voglia effettivamente operare in questo senso. Senza l’arsenale atomico, la Corea del Nord è un paese facilmente attaccabile e la stessa dinastia al potere avrebbe poche, se non nessuna, possibilità di salvezza; non per niente uno degli argomenti di discussione con gli Stati Uniti è stato proprio la garanzia dell’incolumità del capo nordocreano. L’incontro che si è tenuto a Singapore con Trump è stato un fatto di portata epocale, perchè ha costituito l’uscita dal totale isolamento del leader di Pyongyang e di conseguenza del paese, famoso per non avere altra relazione internazionale, se non con Pechino. Gli Stati Uniti, malgrado le dichiarazioni di rito, sembrano avere accettato l’impossibilità della Corea del Nord a rinunciare all’arsenale nucleare e così sembra anche per la Corea del Sud, che ha raggiunto il risultato di una situazione di fatto che sancisce un patto di non aggressione, dopo i ripetuti incontri tra i leader delle due Coree. La situazione in questo momento sembrerebbe essere più tranquilla, anche se l’appello di Kim Jong-un merita una attenta riflessione perchè è avvenuto nel silenzio della Cina. Uno dei timori di Pechino è quello che gli USA possano tentare di levare dall’influenza cinese il paese nordcoreano. Se dal punto di vista economico la Corea del Nord può presentare soltanto il vantaggio di manodopera a costi bassissimi, ma senza specializzazione, dal punto di vista geopolitico il confine con la Cina può rappresentare uno strumento di attrattiva per Washington, con la Casa Bianca sempre più concentrata nella competizione con la Cina. Se i legami storici tra il paese cinese e quello nordcoreano rappresentano un ostacolo non certo secondario è anche vero che i rapporti attuali non sono migliorati da quando Kim Jong-un ha preso il potere. La Cina non apprezza l’imprevedibilità dal leader nordcoreano in carica ed i continui tentativi di nuovi rapporti non Trump aumentano la diffidenza verso Pyonyang. Dal canto loro, per gli Stati Uniti potrebbe essere un vantaggio tattico, inteso come mezzo di pressione e di disturbo, sulla Cina diminuire le sanzioni verso la Corea del Nord e magari anche fornire aiuti economici in grado di risollevare l’economia di Pyongyang. Trump non ha problemi ad avere relazioni con dittatori anche in altre parti del mondo per ottenere benefici per gli Stati Uniti. Certamente ciò potrebbe innalzare il livello dello scontro con Pechino, perchè porterebbe una novità negativa per la Cina nella sua area di influenza. La questione della guerra commerciale tra i due paesi vedrebbe uno sviluppo di ordine geopolitico in grado di alzare la tensione: uno schema già applicato da Trump in altri contesti, cioè quello di portare il contrasto fino ad un limite pericoloso, per poi trovare un accordo. Ma se questo sistema può avere ottenuto dei risultati favorevoli (anche con la Cina sul tema dei dazi), non è detto che Pechino possa rispondere positivamente ad una invasione di campo così esplicita. Inoltre gli Stati Uniti, se questa ipotesi diventasse reale, si troverebbero a cercare di strumentalizzare un personaggio fortemente imprevedibile come Kim Jong-un, capace di approfittare di ogni occasione per trarne il maggiore vantaggio possibile ed anche in grado di giocare contemporaneamente su più fronti. Tuttavia se il regime nordcoreano ricevesse aiuti economici ritenuti adeguati, almeno sul breve periodo potrebbere crearsi le condizioni per innervosire la Cina e costringerla a qualche mossa azzardata. Sarà soltanto da vedere quanto Trump vorrà rischiare.

La questione di Taiwan diventerà centrale nella politica estera

La questione di Taiwan rischia di diventare uno degli argomenti centrali per la politica estera dell’anno che è appena iniziato. Pechino non ha mai rinunciato alla prospettiva di riunificare l’isola di Formosa all’interno dell’amministrazione della Cina, senza alcun requisito di indipendenza, ma come una semplice provincia. Per tutti i governati cinesi, che si sono succeduti nel tempo, la questione si può riassumere nella impossibilità di rinunciare alla visione di una Cina unica ed indivisibile, che non può contemplare porzioni di territorio al di fuori della giurisdizione e dell’amministrazione di Pechino, senza tolleranza alcuna. In questa ottica è rientrata anche Hong Kong, che, aldilà, delle condizioni esteriori, sta vedendo erodere in maniera progressiva le concessioni democratiche che il passaggio dal Regno Unito alla Cina dovevano essere garantite. Per Taiwan il discorso è però differente: l’isola nazione mantiene una propria autonomia guadagnata grazie agli esiti del conflitto del 1949, quando i comunisti persero il potere sull’isola. La questione di Formosa è centrale nella politica interna cinese, perchè non può essere oggetto di una repressione, come accaduto per il Tibet o per le terre dei musulmani cinesi, dove è stato usato il doppio mezzo dela violenza e dell’invasione delle etnie più fedeli a Pechino, per cancellare il dissenso e reprimere qualsiasi ribellione; Taiwan, grazie anche alla sua posizione geografica, dispone di istituzioni totalmente indipendenti da Pechino ed anche del riconoscimento internazionale di alcuni paesi, come nazione indipendente. Questo stato di cose è vissuto come una ferita profonda dall’attuale presidente cinese, tale da diventare un punto fermo nel suo programma politico. Xi Jinping non può però minacciare direttamente Taiwan ed infatti si limita a blandire quella, che comunque considera una provincia cinese, con argomenti pratici e di natura anche economica, restando nei confini dell’utilizzo della grande disponibilità finanziaria cinese. In realtà essere entrati in modo così palese nella questione, appare un fatto insolito per la cautela cinese, nonostante il fatto che Taiwan venga considerata parte della Cina, resta pur vero che il suo comportamento sia in tutto e per tutto assimilabile ad una nazione indipendente. Taiwan non ha mai dichiarato formalmente la sua indipendenza dalla Cina, ma il governo in carica ha manifestato più volte di volere procedere in questa direzione e ciò rappresenta il vero pericolo per il prestigio cinese, sia verso l’esterno, ma sopratutto verso l’interno. Se il presidente cinese ha parlato di mezzi pacifici per favorire la riunificazione, ha anche parlato di come la dichiarazione di indipendenza porterebbe evidenti svantaggi economici ai traffici di Taiwan, minacciando, neppure in maniera troppo nascosta, di fare crescere la tensione lungo i due lati del canale che separa l’isola dalla Cina. Xi Jinping è arrivato a minacciare l’uso della forza per difendere quella che considera la sfera di azione esclusiva per Pechino. Questo messaggio risulta chiaramente rivolto agli Stati Uniti, che sono il maggiore alleato militare di Taiwan e che intendono usare ogni mezzo possibile per contrastare la crescita politica della Cina a livello internazionale, sopratutto nell’ottica della competizione economica. Trump, che vuole smarcarsi a alcuni teatri di guerra mondiale per concentrare gli sforzi del paese su questioni considerate più importanti, ha compreso bene, come, del resto già Obama, che l’area del Pacifico orientale ha assunto sempre maggiore importanza, sia per la quantità e la qualità dei traffici delle merci, sia per le ragioni funzionali essenziali per contendere alla Cina la supremazia nell’area; oltre che di valore simbolico, operare direttamente in quella che Pechino considera la sua zona di influenza esclusiva, esiste anche un valore pratico molto considerato dagli strateghi della Casa Bianca, che è rappresentato dalla possibilità di andare direttamente a contrastare gli interessi cinesi sui confini di Pechino. In questo quadro rientra anche il tentativo che prenderà sempre più forma di cercare di portare via dall’influenza cinese la Corea del Nord, tramite concessioni economiche e la tolleranza del possesso degli arsenali atomici. Ecco quindi l’importanza della questione di Taiwan, che costringe la Cina a giocare d’anticipo e non affidarsi più alla solita tattica di attesa; su quali saranno gli sviluppi non è possibile fare delle previsioni sicure, se non che Formosa sarà sicuramente uno dei centri nevralgici della politica estera prossima a venire.