L’attuale situazione della penisola coreana

In concomitanza con il settantesimo anniversario della fondazione della Correa del Nord, continua l’attività diplomatica della Corea del Sud per evitare che il clima di disgelo tra Washington e Pyongyang sia rovinato dal rallentamento della denuclearizzazione di Pyongyang. Il terzo vertice tra le due Coree, dopo quelli di Aprile e Maggio, è previsto tra il 18 ed il 20 settembre prossimi e si svolgerà nella capitale nordcoreana. Il principale obiettivo del Presidente della Corea del Sud è quello di evitare un nuovo deterioramento tra Washington e Pyongyang a causa del blocco del disarmo nucleare della Corea del Nord denunciato dagli Stati Uniti. Dopo l’incontro dello scorso Giugno a Singapore tra i due paesi nemici, sono seguiti atti concreti che hanno avviato la distensione, come la chiusura del sito per i test nucleari nordcoreani e l’interruzione delle esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Nord. Malgrado ciò, secondo la Casa Bianca, Pyongyang avrebbe rallentato il processo di denuclearizzazione ed avrebbe alimentato i sospetti di Washington sul fatto che Kim Jong-un stia portando avanti il programma nucleare nordcoreano. Questo risentimento ha preso forma ufficiale con la cancellazione del viaggio diplomatico verso la capitale della Corea del Nord, da parte del Segretario di stato americano, che doveva svolgersi a Luglio. La Corea del Nord contesta, invece, questa lettura, e rivendica i progressi compiuti e si dice pronta a collaborare sia con la Corea de Sud, che con gli Stati Uniti. La disponibilità del regime nordcoreano potrebbe essere una tattica per prendere tempo e permettere di elaborare concretamente una strategia per affrontare le difficoltà diplomatiche, che sono seguite da una decisione obbligata, causata dalla disparità delle forze con gli Usa e dalla contingenza della necessità di rompere l’embargo per evitare pericolose derive in una popolazione fortemente controllata, ma stremata da anni di carestia. Il punto centrale è se la Corea del Nord intende rinunciare veramente al suo programma nucleare, che rappresenta l’unica arma di contrattazione sullo scenario internazionale e l’assicurazione della sopravvivenza del regime e dello stesso Kim Jong-un. L’impressione è che il dittatore nordcoreano si sia trovato praticamente costretto a sottoscrivere un accordo, senza un piano alternativo, da cui l’esigenza di guadagnare tempo. Intanto Kim Jong-un ha stimato che il programma di denuclearizzazione potrà essere concluso con la fine del mandato di Trump, nel 2012, ciò sembra volere essere uno strumento per convincere il Presidente americano attraverso il suo ego. L’obiettivo a breve termine della Corea del Sud è quello di ottenere la denuclearizzazione della penisola, ma quello più ambizioso è raggiungere la firma di un trattato di pace, che metta definitivamente la parola fine alla guerra di Corea, formalmente ancora in corso: infatti la fine delle ostilità è, per ora, ancora regolata dall’armistizio firmato nel 1953. Seul per arrivare alla firma del trattato di pace deve avere l’appoggio degli Stati Uniti, che dovranno firmarlo in quanto nazione che guidava l’alleanza contro la Corea del Nord comunista ed i suoi alleati Cina e Russia. La Corea del Sud ha, quindi, tutto l’interesse di mantenere aperto il dialogo tra Pyongyang e Washington, ma ancora una volta l’incognita è sulle reali intenzioni del dittatore nordcoreano, che continua ad essere disponibile ad incontrare i rappresentanti del sud, perchè comprende, che, in questo momento sono l’unico tramite con gli Stati Uniti. Fondamentale per capire la situazione sarà il ruolo che vorrà giocare la Cina, in questo momento in silenzio sull’argomento; per Pechino è importante che la Corea del Nord sopravviva come stato indipendente e non ci sia l’unificazione delle Coree, che significherebbe un paese ai confini sotto l’influenza statunitense. Se la Cina intende usare la dittatura di Kim Jong-un come strumento di contrasto agli USA, la pace sarà difficilmente raggiungibile, viceversa la continuazione della dittatura in maniera attenuata e meno chiusa, potrebbe fornire manodopera a basso costo ed un nuovo potenziale mercato per i prodotti cinesi, mentre resterebbe inalterato il ruolo nordcoreano di alleato cinese e sbarramento per l’influenza americana nella regione. Ciò potrebbe costituire un compromesso valido per tutte le componenti soltanto se il processo di denuclearizzazione venisse completato ed accertato in maniera sicura.

La situazione dello Yemen è sempre più grave

La guerra nello Yemen è in corso da tre anni, ma ha una risonanza minore di quella siriana; lo scorso mese di Agosto è stato uno dei più tragici per la triste contabilità delle vittime che sono arrivate a ben 981 morti, tra cui più di 300 bambini. Le morti dei civili sono incidenti giustificati dai militari sauditi come atti di guerra legittimi, con pratiche burocratiche ciniche ed insensibili, che si inquadrano nella strategia usata contro i ribelli sciiti. Quella messa in pratica dalla coalizione sunnita, capeggiata, appunto, dall’Arabia Saudita e che comprende Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar, è una condotta che unisce l’azione militare, con le inevitabili rappresaglie indiscriminate, all’utilizzo del blocco umanitario pressoché totale per usare la fame e le malattie come arma di guerra. Questa pratica potrebbe però essere inquadrata all’interno del reato del crimine di guerra, se fosse presente una volontà concreta di perseguire questa strada dalle Nazioni Unite, forse si potrebbe aprire una soluzione per questo conflitto; tuttavia la guerra continua quasi ignorata dalla stampa e dalle organizzazioni internazionali. Soltanto le Organizzazioni non governative cercano di portare avanti il loro lavoro in situazioni sempre più difficili e con il rischio concreto, per i loro operatori di essere colpiti da raid aerei della coalizione sunnita. La situazione sanitaria del paese è al collasso a causa del colera, che ha contagiato almeno mezzo milione di persone e che ha provocato oltre duemila morti soltanto negli ultimi tre mesi. Un dato importante è quello economico: lo Yemen è lo stato più povero del medio oriente e già in condizioni normali l’approvigionamento alimentare è difficoltoso, ciò rende ancora più difficile reperire risorse alimentari in una condizione di guerra dove i rifornimenti sono pressoché bloccati, sia dai militari, che dalla condizione del sistema delle vie di comunicazione, che risulta danneggiato praticamente nella sua interezza. Politicamente per l’Arabia ed i suoi alleati si tratta di una guerra che rappresenta la ritorsione contro l’Iran, ma anche contro la Russia, per la vittoria in Siria, che era un obiettivo dei paesi sunniti. Una sconfitta dei ribelli yemeniti di religione sciita potrebbe costituire un indebolimento per Teheran, che cercava un base per contrastare le monarchie sunnite. Nel quadro conflittuale dei rapporti tra Teheran e Washington, è presente, seppure defilato, un ruolo americano all’interno del conflitto. Già con Obama gli USA avevano evitato di interferire nel conflitto, restando neutrali, per non aumentare la distanza con Riyad a causa dell’accordo sul nucleare iraniano, ma con Trump presidente la sensazione è che gli Stati Uniti stiano collaborando con l’alleanza sunnita proprio in ottica anti iraniana. Il mancato sanzionamento internazionale dell’Arabia Saudita per le pratiche adottate nello Yemen può essere letto anche come elemento strategico contro Teheran; ciò consente ai sauditi di continuare ad opporsi all’apertura di corridoi umanitari, sia in uscita per i profughi, sia in entrata per i rifornimenti di medicinali e generi alimentari. Quello praticato da Riyad è un isolamento quasi totale, che pur non riuscendo a vincere la resistenza militare dei ribelli, riduce la possibilità di sopravvivenza dei civili, costringendoli a sofferenze enormi. Un ulteriore fattore che aggrava la situazione è la presenza in alcune zone del paese di gruppi di Al Qaeda e dello Stato islamico, che essendo sunniti si accaniscono anche essi sulla popolazione sciita. Se le Nazioni Unite non espletano la loro funzione, perchè probabilmente sono in ostaggio degli USA, quello che stupisce è il silenzio dell’Europa, che ancora una volta si dimostra pavida ed incapace di diventare un soggetto internazionale autorevole, forse a causa degli investimenti arabi presenti sul continente. Resta l’emergenza umanitaria sempre più grave, perchè la violenza militare è cresciuta anche infrangendo il diritto internazionale ed umanitario in un contesto di assoluto silenzio.

Siria: verso l’attacco dell’ultima zona dei ribelli

Mentre l’aviazione russa avrebbe già iniziato il bombardamento della zona nord occidentale della Siria, l’ultima ancora presidiata da ribelli contrari ad Assad, la diplomazia cerca ancora di scongiurare l’ennesima catastrofe dovuta al conflitto siriano. La presenza di 70.000 combattenti, tra cui diversi componenti di Al Qaeda, pronti a tutto annuncia una possibile strage che sarebbe la naturale conseguenza dei combattimenti, nella quale il bilancio delle vittime civili sarebbe senz’altro molto alto. Nella zona sono presenti circa tre milioni di civili, molti dei quali hanno raggiunto questa area in fuga da altre zone della Siria e, dunque, sono già nella condizione di profughi. Dal punto di vista diplomatico, il paese che ha più interesse che la battaglia non si svolga è la Turchia, perché sarebbero ben 800.000 le persone che stanno già cercando rifugio nel territorio di Ankara, situato sul confine con questa regione siriana. Ma anche dal punto di vista diplomatico la Turchia è in una situazione non facile: la contiguità con i gruppi ribelli presenti nella zona ha provocato la richiesta di Russia, Iran e del regime di Damasco di una sorta di trattativa preventiva per evitare una battaglia già deplorata dalle Nazioni Unite e dagli USA. Ankara deve fare i conti con la sua tattica oscillante tra l’uso dei ribelli contro Assad ed il successivo dialogo con il regime siriano: un comportamento tenuto per tutelare i propri interessi particolari, in modo speciale contro i curdi, anziché guardare agli equilibri regionali. La prima conseguenza potrebbe essere, appunto, un ingente afflusso di profughi verso il suo territorio, un problema di difficile gestione, se unito alla già grande quantità di profughi che deve gestire. Gli interessi di Mosca, Teheran e Damasco vanno, però, in direzione contraria e mirano a risolvere al più presto la questione di Idlib. Per i Russi si tratta di porre fine al più presto all’impegno diretto nel teatro di guerra, che è stato giustificato dagli obiettivi geopolitici di Mosca, ma che non viene più visto benevolmente dalla società russa ed incomincia a provocare dissidio sull’operato di Putin in medio oriente. Teheran ha necessità di dare il colpo finale ai ribelli sunniti e di dare, attraverso questa operazione, un segnale chiaro ed inequivocabile alle monarchie del Golfo, che, con questa eventuale sconfitta, uscirebbero definitivamente perdenti dal conflitto siriano. Damasco, direttamente coinvolta, ha l’obiettivo di finire il conflitto e ristabilire la propria sovranità anche su questa regione, anche se si tratterà, verosimilmente, di una sovranità limitata a favore di Russia ed Iran. Se l’avvio delle operazioni sembra, quindi, impossibile da evitare, Iran, Russia e la stessa Siria auspicano di risolvere la situazione con il più basso costo umano possibile. Queste parole di circostanza sono in conflitto con i primi morti civili cuasati dai bombardieri russi. Mentre di delinea la catastrofe umanitaria ancora una volta non si può non registrare com gli Stati Uniti abbiano abdicato al loro ruolo di principale potenza internazionale, giacché il piano di Trump per il disimpegno dalla Siria andrà comunque avanti. Il presidente americano ha solo fatto un appello ai tre paesi impegnati nel conflitto per evitare la battaglia di Idlib, ma è parso soltanto un atto formale senza alcun vincolo o conseguenza. D’altra parte anche le Nazioni Unite si sono limitate ad appelli di circostanza ed a confermare una riunione del Consiglio di sicurezza che finirà in un nulla di fatto per il veto russo. Al resto del mondo, Europa inclusa, non resta che stare a guardare impotente quella che si annuncia l’ennesima strage di civili a cui seguirà una grave situazione umanitaria e le ovvie persecuzioni del sanguinario regime di Assad, rimasto comunque a ricoprire la massima carica politica del paese siriano.

Le ambizioni cinesi sull’Africa

La politica cinese nei confronti dell’Africa ha avuto un percorso lungo e paziente, che dura da oltre dieci anni; in questo periodo la diplomazia di Pechino ha operato un costante avvicinamento nei vari paesi africani compiendo quasi ottanta visite da parte delle più alte cariche cinesi in almeno quarantatre paesi del continente nero, oltre a diverse missioni diplomatiche, che hanno avuto lo scopo di favorire la penetrazione cinese nelle nazioni africane. Per Pechino l’Africa è considerata strategica sia nel breve periodo, che nel periodo lungo. Il ragionamento cinese ha, dunque, una duplice valenza sia politica che economica, ma che muove da una visione di sviluppo che è conveniente per i paesi africani, ma, prima di utto per la Cina stessa. Se si ragiona sul breve periodo, la disponibilità di materie prime, unita ad un costo del lavoro molto basso, rappresentano un motivo di interesse fondamentale e funzionale alla crescita dell’economia cinese, che è sempre la ragione principale che muove gli interessi di Pechino; tuttavia nel ragionamento di breve periodo deve entrare anche lo sbocco delle merci cinesi in economie che sono in rapida crescita ma che necessitano di ingenti capitali esteri da destinare al proprio sviluppo. Il dato che testimonia meglio questa tendenza è quello del volume degli scambi economici tra Cina ed Africa: all’inizio degli anni 2000 si attestava sui 10 miliardi di dollari, mentre nel 2017 è arrivato a 170 miliardi di dollari. Ma la Cina ritiene che questo dato possa aumentare ancora, infatti nella visione di lungo periodo di Pechino c’è la valutazione dell’aumento della popolazione africana, che dall’attuale miliardo, dovrebbe passare al doppio entro il 2050 ed addirittura arrivare a 3 miliardi entro la fine del secolo. Si tratta di una previsione che consentirebbe al continente africano di avere più abitanti di quelli di Cina ed India sommati: un mercato potenzialmente enorme, se sarà sostenuto da una crescita economica adeguata. Per sostenere questi obiettivi la Cina ha deciso di incrementare gli investimenti in Africa, grazie ad una grande disponibilità di liquidità finanziaria, che è il vero strumento di penetrazione nel continente. La recente visita in Africa del presidente Xi Jinping si è concretizzata una linea di credito di 60.000 milioni per finanziare la crescita; precedentemente una somma analoga era stata investita a favore del continente africano. Tuttavia soltanto una parte di questi finanziamenti sono senza interesse e ciò viene ritenuto una sorta di pericolo per la sovranità dei paesi africani, perchè la Cina avrebbe una posizione di vantaggio sui governi proprio a causa del debito che questi finanziamenti provocano. La questione pone aspetti di natura geopolitica tutt’altro che irrilevanti: appare chiaro che Pechino sta mettendo una seria ipoteca sui paesi africani e sull’influenza che potrà esercitare su di loro, sia in termini assoluti, che in termini relativi a questioni contingenti, che potranno sorgere nel futuro. Non è un caso che la percezione positiva della Cina sia calata notevolmente in paesi molto rilevanti del continente, come Egitto, Ghana, Kenya, Senegal e Tanzania. Le manovre cinesi però rischiano di diminuire sensibilmente l’influenza occidentale in Africa: occorre riconoscere che Pechino ha operato in modo accorto ma non in maniera nascosta, certo la grande disponibilità finanziaria ha favorito i piani cinesi, ma la risposta di Usa ed Europa è stata troppo inferiore a quanto offerto dalla Cina; si tratta di una miopia politica che potrebbe avere ripercussioni pesanti proprio sul lungo periodo perchè il presidio dell’Africa potrebbe, in futuro, essere determinante sia in termini di potenza economica, che di potenza politica a livello internazionale; non per niente Pechino ha già in funzione una base militare a Gibuti, che sembra rappresentare il primo punto di appoggio per le forze armate cinesi nel continente, a cui potrebbero seguire altre installazioni militari. La pericolosità di questa evoluzione deve essere inquadrata in un contesto nel quale il paese cinese intrattiene relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con governi non solo democratici, ma anche di paesi dove i governano dittature e vi è il rispetto dei diritti civili. D’altra parte neppure nella stessa Cina i diritti sono assicurati e ciò deve rappresentare un allarme per un paese che investe sempre di più a livello mondiale per diventare centrale e conquistare una rilevanza politica non ancora raggiunta. Alterare la posizione africana nel quadro geopolitico mondiale può essere un elemento fondamentale per sovvertire i delicati equilibri attuali, ma che rappresenta una chiara ipoteca sul futuro non solo del continente africano, ma anche su quello dello scenario globale.

L’Arabia Saudita potrebbe condannare a morte una attivista dei diritti umani e solo il Canada la contrasta

Il rischio che una attivista sciita e cittadina dell’Arabia Saudita, sia condannata a morte dal suo paese, soltanto per essere una attivista dei diritti umani, obbliga a riconsiderare la questione dei rapporti tra paesi occidentali e sauditi ed avvalora la posizione del Canada contro Riyad. La tensione tra il governo canadese e quello saudita è ancora in corso, dopo che il governo di Ottawa aveva espresso preoccupazione e rincrescimento contro una campagna di arresti di attivisti sauditi per i diritti umani, operata dal governo del nuovo principe saudita Salman Bin Mohamed. Tra i due paesi la situazione è ancora in stallo, dopo l’espulsione dell’ambasciatore canadaese e della sospensione dei voli della compagnia aerea saudita verso il paese nordamericano. Deve essere ricordato che al Canada non si affiancato alcun paese occidentale in questa battaglia a favore dei diritti e contro il nuovo corso del principe al governo. Nonostante, infatti, alcune concessioni di facciata, come il diritto alle donne di guidare le automobili, la situazione dei diritti nel paese saudita non è cambiata e l’Arabia continua ad essere uno dei paesi più illiberali del mondo, dove non è permessa alcuna forma di manifestazione per raggiungere conquiste sociali; anzi il principe, malgrado la giovane età di appena trentadue anni, continua a perpetrare la politca del regno dove ogni beneficio deve essere percepito come una concessione della famiglia reale. In questo scenario ogni attività in favore dei diritti umani e civili è osteggiata in maniera anche violenta. Il caso della donna, per la quale l’ufficio del Procuratore, oltre la gravità del provvedimento, presenta anche potenziali complicazioni politiche, capaci di incidere anche sugli equilibri regionali. La fede religiosa della donna è infatti sciita: nel paese saudita, a maggioranza sunnita, con la casa reale che si proclama custode dei luoghi santi dell’Islam, gli sciiti sono una minoranza fortemente discriminata nel trattamento sul lavoro e sull’accesso alle forme di welfare presenti nel paese. La discriminazione è dovuta a motivi religiosi, che sono fortemente collegati con quelli politici, da inquadrare nella rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, anche per la supremazia religiosa all’interno della fede islamica. I fatti per i quali si richiede la condanna a morte, risalgono al 2011, quando in concomitanza con la primavera araba, gli sciiti manifestarono contro le discriminazioni della maggioranza sunnita; la colpa della attivista per i diritti umani è stata quella di documentare le violenze con le quali le forze di polizia hanno operato la repressione. Si comprende che la sola celebrazione del processo sarà una fonte di tensione tra Teheran e Riyad, con la prima che già accusa la seconda per i raid operati nello Yemen, contro i combattenti sciiti, che hanno prodotto molte vittime tra i civili, tra cui molti bambini. Ma aldilà delle questioni di politica internazionale, la vicenda dimostra come la posizione del Canada contro l’Arabia sia ampiamente giustificata e pone interrogativi inquietanti sul comportamento degli stati occidentali. Se dagli USA di Trump non si attendono prese di posizione ufficiali, perchè la Casa Bianca ha rinsaldato i legami con le monarchie saudite, ritenendole fondamentali nello scacchiere regionale contro Teheran, quella che più sorprende è la posizione Europea, che continua a restare in silenzio nei confronti del comportamento arabo. Bruxelles dovrebbe sfruttare ogni occasione possibile per smarcarsi da posizione ambigue nei confronti delle violazioni dei diritti per affermarne l’importanza della tutela; questo atteggiamento dovrebbe essere scontato, invece, probabilmente a causa del petrolio e degli investimenti sauditi, l’Unione Europea lascia il Canada in posizione isolata. La questione non è secondaria, perchè ai timori già descritti se ne potrebbero aggiungere altri di opportunità politica consistenti in valutazioni di carattere interno, certamente insufficienti a mantenere l’atteggiamento attuale. Questo silenzio è il segnale del peggioramento delle istituzioni europee, contagiate dai populismi e dai nazionalismi, che restringono la visuale politica a meri obiettivi di carattere nazionale, che non consentono di mantenere ed esprimere la dovuta attenzione sui temi per i quali l’Europa dovrebbe, invece contraddistinguersi ed essere all’avanguardia. Questo livello sempre più basso squalifica sempre di più l’istituzione europea in chi ha riposto la sua fiducia nell’Unione, allontanandola dai suoi cittadini ed avvicinandosi, così agli obiettivi divisivi dei partiti populisti e nazionalisti.

Russia e Turchia alleate obbligate?

Tra la Russia e la Turchia si delinea una alleanza, che, sembra quasi obbligata dai fatti. I due paesi hanno delle analogie nei rapporti con il mondo, che derivano da un isolamento che occorre combattere per necessità. Se dal punto di vista militare e diplomatico le mosse di Putin hanno riportato la Russia, tra i maggiori protagonisti dello scenario internazionale, l’economia di Mosca patisce una regressione dovuta certamente ad una crisi interna, ma che è sopratutto dovuta alla mancata diversificazione dei fattori economici, troppo dipendenti dai prezzi e dall’andamento delle materie prime: l’unico motore economico attuale dell’ex paese sovietico. La Russia paga la scarsa industrializzazione e la debolezza di un settore manifatturiero sui quali non si sono mai intraprese poltiche efficaci. La Turchia sta vivendo una crisi finanziaria, che potrebbe mettere in pericolo il tessuto industriale di un paese capace di crescere molto negli ultimi anni, ma che ha subito consistenti peggioramenti dal punto di vista sociale. La politica estera di Ankara ha dovuto subire delle sconfitte non indifferenti, che vanno dal rifiuto di Bruxelles per l’ingresso nell’Unione Europea, fino alla frustrazione delle mire di Erdogan di ristabilire l’influenza turca sui territori dell’antico impero ottomano. La politica interna liberticida del presidente turco ha provocato una chiusura su se stesso del paese, che ha prodotto attriti e divergenze molto pesanti con l’alleato americano, tanto da provocare in alcuni analisti la domanda se Ankara possa ancora restare all’interno dell’Alleanza Atlantica. In effetti sulla affidabilità di Ankara ci sono molti dubbi, innanzi tutto per la sua politica ambigua nei confronti dello Stato islamico, per le sue relazioni con Assad e per il trattamento riservato ai curdi, naturali alleati di Washington sui campi di battaglia. Se ora il dissidio con gli Stati Uniti riguarda anche argomenti economici, come i dazi imposti da Trump, peraltro coerente con la sua politica economica verso tutti i paesi esteri, ciò appare una naturale evoluzione di un rapporto ormai troppo deteriorato. I rapporti tra Mosca ed Ankara durano da quanta anni, e, sebbene, siano stati sopportati dagli americani, si svolgevano in un quadro dove il governo turco era improntato ai valori delle democrazie occidentali e non al nazionalismo religioso propugnato da Erdogan. Per gli USA la Turchia era necessaria all’interno dell’Alleanza Atlantica perchè rappresentava un paese musulmano moderato, dove la religione era in secondo piano rispetto alla laicità dello stato e ciò era giudicato un fattore determinante in funzione strategica e geopolitica. Anche se Trump sembra vicino, come maniere politiche, a Putin ed a Erdogan, gli Stati Uniti sono dotati di una serie di contrappesi politici, che in Russia ed in Turchia mancano del tutto. Ecco, quindi, che la similitudine tra i due uomini politici, di Mosca ed Ankara, fatta di nazionalismo e voglia di essere protagonisti, sia in ambito interno, che in quello estero, avvicina i due stati. Gli interessi comuni verso la zona euro asiatica, cioè verso gli stati dell’Europa centrale e del medio oriente, per il momento costituiscono un terreno comune, sopratutto in chiave anti Europa ed anti USA; tuttavia proprio questo terreno comune, potrebbe causare dissidi anche profondi tra i due paesi. Per il momento valgono gli aspetti economici, che costituiscono comunque, un ottimo argomento per avvicinare sempre di più i due paesi: la Turchia è infatti, il maggiore importatore di gas russo ed ha recentemente acquistato, infrangendo le direttive di Trump ai paesi alleati, un sofisticato sistema anti missilistico russo. Con la Cina che in politica estera mantiene una autonomia che la rende praticamente inavvicinabile, il contatto tra Turchia e Russia, sembra essere diventato una vera necessità per i due paesi per interrompere un isolamento internazionale dannoso per entrambi. Occorrerà vedere quali saranno i tempi ed i modi di questo avvicinamento progressivo e cosa comporterà sul piano degli equilibri internazionali. Un distacco della Turchia dall’Alleanza Atlantica, ad esempio, potrebbe costringere Trump a rivedere i suoi programmi di disimpegno nel medio oriente, per evitare una preponderanza della presenza di Mosca, presumibilmente rinforzata da Ankara. La situazione è in divenire ma resta molto difficile che l’allontanamento della Turchia dall’occidente non prenda una forma che da ufficiosa possa diventare ufficiale.

Tensione tra Arabia Saudita e Canada

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Canada, apre un nuovo fronte all’interno di un occidente sempre più diviso ed in precario equilibrio. I fatti parlano di una critica da parte canadese al mancato rispetto delle condizioni di detenzione di attivisti a favore dei diritti delle donne, in uno dei paesi più intolleranti verso il genere femminile. Esiste la forte probabilità che la critica sia vera e, che, quindi le contestazioni fatte ai sauditi siano giustificate. D’altro canto sul grado di rispetto dei diritti politici e civili da parte della monarchia saudita non possono esistere rassicurazioni o certezze. Il problema è il perchè queste critiche abbiano generato una reazione tale da decretare l’espulsione dell’ambasciatore canadese e di avere sospeso tutti rapporti commerciali e gli investimenti in Canada, da parte dello stato saudita. Uno degli obiettivi della transizione di potere che ha riguardato il paese arabo, è quello di assicurare una nuova immagine del paese agli occhi occidentali, anche attraverso la concessione di limitati diritti alle donne ed anche alle minoranze sciite. L’ambizione dell’Arabia Saudita è quella di accreditarsi come una potenza regionale moderna, meno vincolata ai dettami del più rigido orientamento sunnita. Politicamente questa nuova immagine serve ad attirare nuovi investimenti nel paese, per creare alternative all’industria petrolifera, mentre, sul piano diplomatico, serve a contrastare, all’interno anche del conflitto per la supremazia religiosa, il potere iraniano. L’avvicinamento agli Stati Uniti di Trump ha favorito una relazione preferenziale tra Washington e Riad, nella quale vanno in parte ricercate, anche le ragioni delle sanzioni della Casa Bianca contro Teheran. In questo contesto le critiche provenienti da un ministro occidentale, a favore del rilascio degli attivisti che sostengono i diritti delle donne, sono stati percepiti come una sorta di delegittimazione del processo di rinnovamento in corso nel paese saudita, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Riad ha parlato esplicitamente di ingerenza negli affari interni dello stato, che l’Arabia potrebbe esercitare in senso inverso, nel caso le critiche canadesi non saranno interrotte. Occorre ricordare che sull’Arabia Saudita sono arrivate critiche altrettanto pesanti sugli stessi temi o su argomenti analoghi, mentre per il comportamento tenuto da Riad nella repressione yemenita le critiche sono state, giustamente, ancora più aspre; tuttavia in alcun caso precedente vi è stata una reazione paragonabile a quella attuale. Uno dei timori sauditi potrebbe essere quello di diventare troppo controllato, da parte degli stati occidentali, sul tema della violazione dei diritti umani e sulla repressione di questi attivisti, che vengono imprigionati con la scusa di attentare alla sicurezza nazionale. Collegata strettamente a questo caso si deve considerare come questa rottura diplomatica sia all’interno dell’alleanza occidentale. Il fatto che i rapporti tra Canada e Stati Uniti non siano in questo momento dei migliori, potrebbe essere una causa dell’accanimento saudita? Il livello degli investimenti sauditi in Canada, pur essendo importante, non dovebbe compromettere l’economia di Ottawa, anche se come liquidità finanziaria l’Arabia Saudita dispone di capitali consistenti. Certamente per gli standard di Trump una azione contro il Canada, in questo momento non sembra affatto sgradita. Lo scenario ha però una dimensione più ampia: le ritorsioni di Riad servono ad essere un monito contro altre eventuali rimostranze provenienti da democrazie occidentali, troppo attente al rispetto dei diritti negli altri paesi. Resta il fatto che, per ora, la questione è limitata ai due stati, senza una presa di posizione chiara e netta di Washington, che rappresenta, in teoria, il maggiore alleato per entrambi i paesi. Trump preferisce non infastidire Riad nel momento in cui attacca l’Iran con l’applicazione di nuove sanzioni e così facendo non prende posizione sul tema dei diritti, ma, allargando la visuale, sancisce un sempre maggiore distacco dalla conformazione dell’alleanza occidentale per come è stata conosciuta fino ad ora, vengono spostati equilibri consolidati per cause economiche, come nel caso del Canada, per avvantaggiare visioni geopolitiche che prediligono l’importanza dell’attuale Israele, alleato di Riad con gli iraniani. L’impressione è che il silenzio americano avvalli la reazione saudita, in nome di un interesse particolare, al quale sacrificare la battaglia sui diritti, anche se portata avanti da un alleato storico come il Canada.

Trump apre all’Iran

L’offerta di Trump all’Iran, per una ripresa del dialogo, ha causato reazioni non unanimi a Teheran. Mentre per i moderati si tratterebbe di una opportunità, anche nell’ottica di potere scongiurare le sanzioni e quindi ridare slancio ad una economia in grave difficoltà, la parte più conservatrice ritiene che la proposta di Trump non deve essere neppure considerata senza che gli USA non ritornino a considerare valido l’accordo sul nucleare firmato da Obama, insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania. La tattica di Trump è applicata allo schema di negoziazione ormai tipico del presidente americano: affrontare in maniera aggressiva l’interlocutore, come primo fase, per poi passare ad una linea meno dura, che prevede aperture inaspettate. Una linea di condotta dove la conduzione delle trattative deve essere sempre in mano al capo della Casa Bianca. Questo schema sembra avere funzionato con la Corea del Nord, a meno di smentite che consistono in un comportamento ambiguo di Pyongyang, ma non sembra applicabile con tutto l’establishment iraniano. Nonostante che l’accordo sul nucleare sia stato di portata storica, i ceti più integralisti e conservatori non sono mai stati favorevoli a quanto firmato, perchè lo considerano una limitazione alla sovranità iraniana di fronte alla comunità internazionale. Il fatto che il nuovo presidente americano abbia ritirato la firma dall’accordo ha rappresentato la conferma dell’inattendibilità americana, che resta il nemico numero uno dell’Iran. Per i conservatori la proposta di Trump è considerata una umiliazione a cui si deve evitare di sottoporsi, anche per non essere paragonati alla Corea del Nord, costretta a sedersi al tavolo delle trattative da una situazione di assoluto bisogno. Tuttavia se gli USA dovessero diminuire le pressioni economiche, forse, almeno una parte dei conservatori potrebbe cambiare idea. Diverso è l’atteggiamento dei progressisti, che sono al governo e che considerano l’apertura americana una possibilità che può contribuire a risollevare l’economia del paese. La pressione americana ha provocato il ritiro di molti potenziali investitori e la quotazione della moneta iraniana ha subito un deprezzamento, causando notevoli aumenti dei pressi al consumo, che hanno già provocato diverse proteste di piazza. Riuscire ad invertire questa tendenza sarebbe un successo per i progressisti perchè darebbe un grande contributo alla stabilità del paese. Naturalmente sarà decisivo il comportamento dell’Europa e delle sue aziende, che sono molto indecise tra i benefici delle potenziali commesse iraniane e la paura delle possibili sanzioni americane, che Washington ha promesso per chi non si adeguerà alle disposizioni USA. Dal punto di vista politico, Bruxelles si è sempre detta convinta nel confermare l’accordo, garantendo l’appoggio a Teheran, tuttavia la pressione americana potrebbe provocare un disallineamento tra le posizioni dell’Unione ed il reale comportamento di industrie ed investitori europei a causa del timore di vedersi precluso il mercato americano. Una delle richieste ritenute più importanti dal governo iraniano è quella di non bloccare le esportazioni di greggio, che hanno raggiunto la cifra di 2,8 milioni di barili al giorno e che scatterebbero dal prossimo novembre. Questo argomento potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per un negoziato tra i due paesi, che, se avvenisse, avrebbe ricadute positive per entrambi i contendenti. Per Trump potere riscuotere il successo diplomatico con l’Iran, sarebbe la seconda affermazione in campo internazionale dopo quella conseguita con la Corea del Nord. Per il governo in carica a Teheran l’affermazione sarebbe addirittura doppia: interna perchè avrebbe la conseguenza di scongiurare una pericolosa deriva economia ed esterna perchè consentirebbe all’Iran di trattare alla pari con gli USA. Considerate queste valutazioni, se gli USA si dimostreranno ragionevoli ed allenteranno la pressione sull’Iran esistono buone probabilità per arrivare all’apertura di un negoziato; con quali esiti non è dato di sapere.  

Il contrato tra USA ed Iran e le sue implicazioni

La reazione iraniana alle minacce di Trump potrebbe essere quella di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 90% del petrolio della regione e, quindi, di circa il 20% del greggio globale; le conseguenze sarebbero un innalzamento dei prezzi del settore energetico, con una pesante ricaduta sull’economia globale. Tuttavia la minaccia di Teheran, che poi sarebbe la risposta diretta ad un eventuale embargo statunitense sul petrolio iraniano, sembra di difficile attuazione, a causa della forte presenza delle forze armate americane nel Golfo Persico ed, anche, per la scarsa convenienza che avrebbero gli stessi iraniani a bloccare la principale via per esportare il proprio petrolio. D’altro lato ancheper gli USA, imporre l’embargo sul greggio di Teheran potrebbe avere effetti importanti: l’Iran attuale non è isolato perchè può godere degli accordi commerciali con la Cina e la Russia ed anche della volontà europea di non aderire alle disposizioni di Trump. La situazione di tensione tra i due paesi è dovuta al cambio alla Casa Bianca, con il nuovo inquilino che ha preso una direzione opposta a quella di Obama, anche in ragione di una maggiore vicinanza con i regni sauditi, di religione sunnita, e con Israele, che ritiene l’Iran il suo nemico più pericoloso. La questione diretta del contendere tra Washington e Teheran è l’accordo sul nucleare iraniano, che l’attuale amministrazione statunitense vede come troppo favorevole all’Iran ed anche potenzialmente in grado di permettergli di sviluppare l’arma atomica. Trump spinge per una revisione più stringente dell’accordo, che penalizzerebbe gli iraniani, ma il presidente americano è isolato tra i firmatari dell’accordo: infatti non è seguito dagli altri sottoscrittori del trattato, che si sono dichiarati al favore del mantenimento di quanto firmato e di conseguenza non seguiranno gli USA sulle sanzioni contro l’Iran. Washington resta così da sola, ad essere contro l’Iran, all’interno del panorama diplomatico più rilevante. Uno degli obiettivi degli americani, nei confronti di Teheran è quello di rovesciare il regime al comando del paese, ma questo proposito si scontra con lo stato attuale della società iraniana. Se nel 2009 i cittadini dell’Iran protestavano per ottenere maggiori diritti, attualmente scendono nelle strade per protestare contro una situazione economica sempre più difficile, dovuta, in parte alla corruzione sempre più estesa, che alla grande incompetenza dei governanti centrali e periferici: si è passati, cioè, da contestazioni sui principi a contestazioni su ragioni più pratiche ed oggettive. Questo non facilita chi vuole rovesciare un regime, perchè è più facile fomentare rivolte per diritti negati rispetto ad una cattiva amministrazione. Di questo è sembrato rendersi conto anche l’amministrazione americana, che si è pronunciata contro la classe politica iraniana, che, a causa della sua corruzione, rende difficile la vita del popolo dell’Iran. Quindi essere responsabili di un embargo in queste condizioni non può che peggiorare la percezione degli Stati Uniti, che diventerebbero colpevoli di peggiorare ulteriormente le condizioni dei cittadini iraniani. Paradossalmente sarebbe più facile favorire un cambio di regime in una situazione economica migliore, dove i temi dei diritti potrebbero tornare centrali in una eventuale protesta popolare. Anche una sfiducia verso il presidente iraniano in carica, Rohani, potrebbe accelerare la migrazione di una quota consistente di consenso, verso settori più tradizionalisti e meno moderati, il cui principale interesse resta quello di concentrare l’interesse nazionale verso ai valori della rivoluzione khomeinista e quindi aggregare la popolazione contro il grande Satana, come vengono definiti ancora negli ambienti radicali gli Stati Uniti. Ciò potrebbe anche essere una tattica degli strateghi della Casa Bianca, favorire, anche indirettamente, il ritorno al potere della parte più conservatrice del paese iraniano, per avere delle ragioni tangibili nella presentazione del paese iraniano attraverso la peggiore percezione possibile. Potrebbe trattarsi di una ripetizione dello schema adottato con Kim Jong-un: provocare la massimo la controparte per raggiungere lo scopo voluto da Trump, ma l’Iran non è la Corea del Nord se ciò fosse vero, si tratterebbe di una tattica quasi suicida, perchè, se non raggiungesse lo scopo prefissato, avrebbe degli effetti negativi sull’economia, sulle relazioni internazionali e costringerebbe gli Stati Uniti all‘apertura di un nuovo fronte internazionale su cui concentrarsi, una eventualità, che se si verificasse, segnalerebbe l’ennesimo errore di valutazione da parte del presidente americano e del suo staff.

La Cina investe nei paesi arabi

La Cina prova a giocare un ruolo da protagonista nella politica internazionale mettendo a disposizione di alcuni paesi arabi e del medio oriente ingenti aiuti economici. Si tratta di uno schema abitualmente usato da Pechino per instaurare buoni rapporti politici con altri paesi, che possano assicurare alla potenza cinese prima di tutto buone prospettive commerciali ed anche ottimi sviluppi nelle relazioni diplomatiche. Fino ad ora, questo metodo, era stato usato in maniera così masiccia con gli stati africani ed in maniera meno accentuata con gli stati europei; l’ingresso nei paesi arabi e mediorientali costituisce una novità e segnala la volontà cinese di allargare il proprio raggio d’azione, anche in potenziale contrasto con gli Stati Uniti, che, tradizionalmente, hanno interessi strategici in queste aree del pianeta. Del resto la volontà isolazionista di Trump rappresenta una occasione per favorire i piani cinesi di esercitare una sorta di soft power condotto attraverso il mezzo finanziario. L’investimento di Pechino dovrebbe aggirarsi intorno ai diciassette miliardi di euro, destinati a sostenere progetti di industrializzazione e costruzione di infrastrutture, che dovranno costituire il volano per le economie degli stati finanziati. Le finalità, infatti, riguardano la creazione di posti di lavoro, che dovranno avere il duplice scopo di accrescere la diffusione della ricchezza ed, attraverso questa, garantire stabilità sociale, con il fine ultimo di arrivare ad una soluzione dei problemi della sicurezza di questi territori. Risulta significativo che la prima tranche di questi aiuti vada alla Palestina con 12,8 milioni di euro, mentre 77 milioni saranno spartiti tra Giordania, Libano, Siria e Yemen. Si tratta di paesi dove sono in corso conflitti o, comunque, presentano situazioni di alta instabilità e che, spesso, hanno costituito terreno di reclutamento per gruppi terroristici del fondamentalismo islamico. Sarà interessante verificare quali saranno, anche le reazioni di Tel Aviv e Washington al finanziamento alla Palestina, che rappresenta l’ingresso, per ora indiretto, di Pechino nella contesa israelo-palestinese; risulta facile prevedere che le reazioni di Tel Aviv e Washington non saranno positive al finanziamento a favore della Palestina, peraltro la Cina non ha mai mostrato l’interesse ad entrare nella questione puramente politica, ma è chiaro che un atto di questo genere può farla diventare potenzialmente un nuovo attore della contesa. Se si vuole entrare nel campo delle ipotesi si può presumere che, il finanziamento costituisca il primo approccio per un impegno diretto di Pechino nella risoluzione dell’annoso problema tra israeliani e palestinesi, per aumentare il proprio prestigio internazionale. L’investimento cinese nell’area araba è stato preceduto da rapporti crescenti sul piano economico, dato che la crescita del commercio bilaterale ha avuto un incremento di quasi il 12% in tredici anni e dove spicca l’impegno di società cinesi nel settore dell’energia; inoltre a Gibuti la Repubblica Popolare cinese ha installato la prima base militare al di fuori del proprio territorio. Nella strategia cinese la centralità è occupata dalla costruzione e crescita della Via della Seta, che vuole ricalcare l’antico tracciato che dalla Cina si estendeva cerso il resto del mondo ed era il percorso più importate per i commerci. Per realizzare questo progetto il piano cinese prevede la costruzione di una serie di infrastrutture differenti: gasdotti in Birmania, autostrade nel Pakistan, linee ferroviarie in Kenya e porti in Grecia e Sri Lanka, ma la centralità degli stati arabi, e la loro disponibilità energetica, li pone in posizione di primo piano nel progetto di Pechino e l’intenzione è di coinvolgere la Lega Araba a dare il sostegno alle intenzioni cinesi. Ma la Cina ha anche un secondo fine, oltre quello commerciale, che riguarda l’aspetto della sicurezza, inteso come prevenzione di possibili attentati proprio contro le infrastrutture in costruzione, definito come mantenimento della stabilità; Pechino è preoccupata dall’alto tasso di radicalizzazione presente nell’area e destinerà l’investimento di circa 130 milioni di euro per le forze di sicurezza e sistemi di sorveglianza. Uno dei motivi di preoccupazione è quello di una possibile saldatura tra estremismo uiguro, popolazione musulmana che vive nella regione cinese dello Xinjiang, spesso sottoposta a dura repressione da Pechino ed i movimenti radicali islamici arabi, una fusione che potrebbe compromettere o alterare gli investimenti cinesi nei paesi mediorientali.