Tensione tra Arabia Saudita e Canada

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Canada, apre un nuovo fronte all’interno di un occidente sempre più diviso ed in precario equilibrio. I fatti parlano di una critica da parte canadese al mancato rispetto delle condizioni di detenzione di attivisti a favore dei diritti delle donne, in uno dei paesi più intolleranti verso il genere femminile. Esiste la forte probabilità che la critica sia vera e, che, quindi le contestazioni fatte ai sauditi siano giustificate. D’altro canto sul grado di rispetto dei diritti politici e civili da parte della monarchia saudita non possono esistere rassicurazioni o certezze. Il problema è il perchè queste critiche abbiano generato una reazione tale da decretare l’espulsione dell’ambasciatore canadese e di avere sospeso tutti rapporti commerciali e gli investimenti in Canada, da parte dello stato saudita. Uno degli obiettivi della transizione di potere che ha riguardato il paese arabo, è quello di assicurare una nuova immagine del paese agli occhi occidentali, anche attraverso la concessione di limitati diritti alle donne ed anche alle minoranze sciite. L’ambizione dell’Arabia Saudita è quella di accreditarsi come una potenza regionale moderna, meno vincolata ai dettami del più rigido orientamento sunnita. Politicamente questa nuova immagine serve ad attirare nuovi investimenti nel paese, per creare alternative all’industria petrolifera, mentre, sul piano diplomatico, serve a contrastare, all’interno anche del conflitto per la supremazia religiosa, il potere iraniano. L’avvicinamento agli Stati Uniti di Trump ha favorito una relazione preferenziale tra Washington e Riad, nella quale vanno in parte ricercate, anche le ragioni delle sanzioni della Casa Bianca contro Teheran. In questo contesto le critiche provenienti da un ministro occidentale, a favore del rilascio degli attivisti che sostengono i diritti delle donne, sono stati percepiti come una sorta di delegittimazione del processo di rinnovamento in corso nel paese saudita, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Riad ha parlato esplicitamente di ingerenza negli affari interni dello stato, che l’Arabia potrebbe esercitare in senso inverso, nel caso le critiche canadesi non saranno interrotte. Occorre ricordare che sull’Arabia Saudita sono arrivate critiche altrettanto pesanti sugli stessi temi o su argomenti analoghi, mentre per il comportamento tenuto da Riad nella repressione yemenita le critiche sono state, giustamente, ancora più aspre; tuttavia in alcun caso precedente vi è stata una reazione paragonabile a quella attuale. Uno dei timori sauditi potrebbe essere quello di diventare troppo controllato, da parte degli stati occidentali, sul tema della violazione dei diritti umani e sulla repressione di questi attivisti, che vengono imprigionati con la scusa di attentare alla sicurezza nazionale. Collegata strettamente a questo caso si deve considerare come questa rottura diplomatica sia all’interno dell’alleanza occidentale. Il fatto che i rapporti tra Canada e Stati Uniti non siano in questo momento dei migliori, potrebbe essere una causa dell’accanimento saudita? Il livello degli investimenti sauditi in Canada, pur essendo importante, non dovebbe compromettere l’economia di Ottawa, anche se come liquidità finanziaria l’Arabia Saudita dispone di capitali consistenti. Certamente per gli standard di Trump una azione contro il Canada, in questo momento non sembra affatto sgradita. Lo scenario ha però una dimensione più ampia: le ritorsioni di Riad servono ad essere un monito contro altre eventuali rimostranze provenienti da democrazie occidentali, troppo attente al rispetto dei diritti negli altri paesi. Resta il fatto che, per ora, la questione è limitata ai due stati, senza una presa di posizione chiara e netta di Washington, che rappresenta, in teoria, il maggiore alleato per entrambi i paesi. Trump preferisce non infastidire Riad nel momento in cui attacca l’Iran con l’applicazione di nuove sanzioni e così facendo non prende posizione sul tema dei diritti, ma, allargando la visuale, sancisce un sempre maggiore distacco dalla conformazione dell’alleanza occidentale per come è stata conosciuta fino ad ora, vengono spostati equilibri consolidati per cause economiche, come nel caso del Canada, per avvantaggiare visioni geopolitiche che prediligono l’importanza dell’attuale Israele, alleato di Riad con gli iraniani. L’impressione è che il silenzio americano avvalli la reazione saudita, in nome di un interesse particolare, al quale sacrificare la battaglia sui diritti, anche se portata avanti da un alleato storico come il Canada.

Trump apre all’Iran

L’offerta di Trump all’Iran, per una ripresa del dialogo, ha causato reazioni non unanimi a Teheran. Mentre per i moderati si tratterebbe di una opportunità, anche nell’ottica di potere scongiurare le sanzioni e quindi ridare slancio ad una economia in grave difficoltà, la parte più conservatrice ritiene che la proposta di Trump non deve essere neppure considerata senza che gli USA non ritornino a considerare valido l’accordo sul nucleare firmato da Obama, insieme a Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania. La tattica di Trump è applicata allo schema di negoziazione ormai tipico del presidente americano: affrontare in maniera aggressiva l’interlocutore, come primo fase, per poi passare ad una linea meno dura, che prevede aperture inaspettate. Una linea di condotta dove la conduzione delle trattative deve essere sempre in mano al capo della Casa Bianca. Questo schema sembra avere funzionato con la Corea del Nord, a meno di smentite che consistono in un comportamento ambiguo di Pyongyang, ma non sembra applicabile con tutto l’establishment iraniano. Nonostante che l’accordo sul nucleare sia stato di portata storica, i ceti più integralisti e conservatori non sono mai stati favorevoli a quanto firmato, perchè lo considerano una limitazione alla sovranità iraniana di fronte alla comunità internazionale. Il fatto che il nuovo presidente americano abbia ritirato la firma dall’accordo ha rappresentato la conferma dell’inattendibilità americana, che resta il nemico numero uno dell’Iran. Per i conservatori la proposta di Trump è considerata una umiliazione a cui si deve evitare di sottoporsi, anche per non essere paragonati alla Corea del Nord, costretta a sedersi al tavolo delle trattative da una situazione di assoluto bisogno. Tuttavia se gli USA dovessero diminuire le pressioni economiche, forse, almeno una parte dei conservatori potrebbe cambiare idea. Diverso è l’atteggiamento dei progressisti, che sono al governo e che considerano l’apertura americana una possibilità che può contribuire a risollevare l’economia del paese. La pressione americana ha provocato il ritiro di molti potenziali investitori e la quotazione della moneta iraniana ha subito un deprezzamento, causando notevoli aumenti dei pressi al consumo, che hanno già provocato diverse proteste di piazza. Riuscire ad invertire questa tendenza sarebbe un successo per i progressisti perchè darebbe un grande contributo alla stabilità del paese. Naturalmente sarà decisivo il comportamento dell’Europa e delle sue aziende, che sono molto indecise tra i benefici delle potenziali commesse iraniane e la paura delle possibili sanzioni americane, che Washington ha promesso per chi non si adeguerà alle disposizioni USA. Dal punto di vista politico, Bruxelles si è sempre detta convinta nel confermare l’accordo, garantendo l’appoggio a Teheran, tuttavia la pressione americana potrebbe provocare un disallineamento tra le posizioni dell’Unione ed il reale comportamento di industrie ed investitori europei a causa del timore di vedersi precluso il mercato americano. Una delle richieste ritenute più importanti dal governo iraniano è quella di non bloccare le esportazioni di greggio, che hanno raggiunto la cifra di 2,8 milioni di barili al giorno e che scatterebbero dal prossimo novembre. Questo argomento potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per un negoziato tra i due paesi, che, se avvenisse, avrebbe ricadute positive per entrambi i contendenti. Per Trump potere riscuotere il successo diplomatico con l’Iran, sarebbe la seconda affermazione in campo internazionale dopo quella conseguita con la Corea del Nord. Per il governo in carica a Teheran l’affermazione sarebbe addirittura doppia: interna perchè avrebbe la conseguenza di scongiurare una pericolosa deriva economia ed esterna perchè consentirebbe all’Iran di trattare alla pari con gli USA. Considerate queste valutazioni, se gli USA si dimostreranno ragionevoli ed allenteranno la pressione sull’Iran esistono buone probabilità per arrivare all’apertura di un negoziato; con quali esiti non è dato di sapere.  

Il contrato tra USA ed Iran e le sue implicazioni

La reazione iraniana alle minacce di Trump potrebbe essere quella di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 90% del petrolio della regione e, quindi, di circa il 20% del greggio globale; le conseguenze sarebbero un innalzamento dei prezzi del settore energetico, con una pesante ricaduta sull’economia globale. Tuttavia la minaccia di Teheran, che poi sarebbe la risposta diretta ad un eventuale embargo statunitense sul petrolio iraniano, sembra di difficile attuazione, a causa della forte presenza delle forze armate americane nel Golfo Persico ed, anche, per la scarsa convenienza che avrebbero gli stessi iraniani a bloccare la principale via per esportare il proprio petrolio. D’altro lato ancheper gli USA, imporre l’embargo sul greggio di Teheran potrebbe avere effetti importanti: l’Iran attuale non è isolato perchè può godere degli accordi commerciali con la Cina e la Russia ed anche della volontà europea di non aderire alle disposizioni di Trump. La situazione di tensione tra i due paesi è dovuta al cambio alla Casa Bianca, con il nuovo inquilino che ha preso una direzione opposta a quella di Obama, anche in ragione di una maggiore vicinanza con i regni sauditi, di religione sunnita, e con Israele, che ritiene l’Iran il suo nemico più pericoloso. La questione diretta del contendere tra Washington e Teheran è l’accordo sul nucleare iraniano, che l’attuale amministrazione statunitense vede come troppo favorevole all’Iran ed anche potenzialmente in grado di permettergli di sviluppare l’arma atomica. Trump spinge per una revisione più stringente dell’accordo, che penalizzerebbe gli iraniani, ma il presidente americano è isolato tra i firmatari dell’accordo: infatti non è seguito dagli altri sottoscrittori del trattato, che si sono dichiarati al favore del mantenimento di quanto firmato e di conseguenza non seguiranno gli USA sulle sanzioni contro l’Iran. Washington resta così da sola, ad essere contro l’Iran, all’interno del panorama diplomatico più rilevante. Uno degli obiettivi degli americani, nei confronti di Teheran è quello di rovesciare il regime al comando del paese, ma questo proposito si scontra con lo stato attuale della società iraniana. Se nel 2009 i cittadini dell’Iran protestavano per ottenere maggiori diritti, attualmente scendono nelle strade per protestare contro una situazione economica sempre più difficile, dovuta, in parte alla corruzione sempre più estesa, che alla grande incompetenza dei governanti centrali e periferici: si è passati, cioè, da contestazioni sui principi a contestazioni su ragioni più pratiche ed oggettive. Questo non facilita chi vuole rovesciare un regime, perchè è più facile fomentare rivolte per diritti negati rispetto ad una cattiva amministrazione. Di questo è sembrato rendersi conto anche l’amministrazione americana, che si è pronunciata contro la classe politica iraniana, che, a causa della sua corruzione, rende difficile la vita del popolo dell’Iran. Quindi essere responsabili di un embargo in queste condizioni non può che peggiorare la percezione degli Stati Uniti, che diventerebbero colpevoli di peggiorare ulteriormente le condizioni dei cittadini iraniani. Paradossalmente sarebbe più facile favorire un cambio di regime in una situazione economica migliore, dove i temi dei diritti potrebbero tornare centrali in una eventuale protesta popolare. Anche una sfiducia verso il presidente iraniano in carica, Rohani, potrebbe accelerare la migrazione di una quota consistente di consenso, verso settori più tradizionalisti e meno moderati, il cui principale interesse resta quello di concentrare l’interesse nazionale verso ai valori della rivoluzione khomeinista e quindi aggregare la popolazione contro il grande Satana, come vengono definiti ancora negli ambienti radicali gli Stati Uniti. Ciò potrebbe anche essere una tattica degli strateghi della Casa Bianca, favorire, anche indirettamente, il ritorno al potere della parte più conservatrice del paese iraniano, per avere delle ragioni tangibili nella presentazione del paese iraniano attraverso la peggiore percezione possibile. Potrebbe trattarsi di una ripetizione dello schema adottato con Kim Jong-un: provocare la massimo la controparte per raggiungere lo scopo voluto da Trump, ma l’Iran non è la Corea del Nord se ciò fosse vero, si tratterebbe di una tattica quasi suicida, perchè, se non raggiungesse lo scopo prefissato, avrebbe degli effetti negativi sull’economia, sulle relazioni internazionali e costringerebbe gli Stati Uniti all‘apertura di un nuovo fronte internazionale su cui concentrarsi, una eventualità, che se si verificasse, segnalerebbe l’ennesimo errore di valutazione da parte del presidente americano e del suo staff.

La Cina investe nei paesi arabi

La Cina prova a giocare un ruolo da protagonista nella politica internazionale mettendo a disposizione di alcuni paesi arabi e del medio oriente ingenti aiuti economici. Si tratta di uno schema abitualmente usato da Pechino per instaurare buoni rapporti politici con altri paesi, che possano assicurare alla potenza cinese prima di tutto buone prospettive commerciali ed anche ottimi sviluppi nelle relazioni diplomatiche. Fino ad ora, questo metodo, era stato usato in maniera così masiccia con gli stati africani ed in maniera meno accentuata con gli stati europei; l’ingresso nei paesi arabi e mediorientali costituisce una novità e segnala la volontà cinese di allargare il proprio raggio d’azione, anche in potenziale contrasto con gli Stati Uniti, che, tradizionalmente, hanno interessi strategici in queste aree del pianeta. Del resto la volontà isolazionista di Trump rappresenta una occasione per favorire i piani cinesi di esercitare una sorta di soft power condotto attraverso il mezzo finanziario. L’investimento di Pechino dovrebbe aggirarsi intorno ai diciassette miliardi di euro, destinati a sostenere progetti di industrializzazione e costruzione di infrastrutture, che dovranno costituire il volano per le economie degli stati finanziati. Le finalità, infatti, riguardano la creazione di posti di lavoro, che dovranno avere il duplice scopo di accrescere la diffusione della ricchezza ed, attraverso questa, garantire stabilità sociale, con il fine ultimo di arrivare ad una soluzione dei problemi della sicurezza di questi territori. Risulta significativo che la prima tranche di questi aiuti vada alla Palestina con 12,8 milioni di euro, mentre 77 milioni saranno spartiti tra Giordania, Libano, Siria e Yemen. Si tratta di paesi dove sono in corso conflitti o, comunque, presentano situazioni di alta instabilità e che, spesso, hanno costituito terreno di reclutamento per gruppi terroristici del fondamentalismo islamico. Sarà interessante verificare quali saranno, anche le reazioni di Tel Aviv e Washington al finanziamento alla Palestina, che rappresenta l’ingresso, per ora indiretto, di Pechino nella contesa israelo-palestinese; risulta facile prevedere che le reazioni di Tel Aviv e Washington non saranno positive al finanziamento a favore della Palestina, peraltro la Cina non ha mai mostrato l’interesse ad entrare nella questione puramente politica, ma è chiaro che un atto di questo genere può farla diventare potenzialmente un nuovo attore della contesa. Se si vuole entrare nel campo delle ipotesi si può presumere che, il finanziamento costituisca il primo approccio per un impegno diretto di Pechino nella risoluzione dell’annoso problema tra israeliani e palestinesi, per aumentare il proprio prestigio internazionale. L’investimento cinese nell’area araba è stato preceduto da rapporti crescenti sul piano economico, dato che la crescita del commercio bilaterale ha avuto un incremento di quasi il 12% in tredici anni e dove spicca l’impegno di società cinesi nel settore dell’energia; inoltre a Gibuti la Repubblica Popolare cinese ha installato la prima base militare al di fuori del proprio territorio. Nella strategia cinese la centralità è occupata dalla costruzione e crescita della Via della Seta, che vuole ricalcare l’antico tracciato che dalla Cina si estendeva cerso il resto del mondo ed era il percorso più importate per i commerci. Per realizzare questo progetto il piano cinese prevede la costruzione di una serie di infrastrutture differenti: gasdotti in Birmania, autostrade nel Pakistan, linee ferroviarie in Kenya e porti in Grecia e Sri Lanka, ma la centralità degli stati arabi, e la loro disponibilità energetica, li pone in posizione di primo piano nel progetto di Pechino e l’intenzione è di coinvolgere la Lega Araba a dare il sostegno alle intenzioni cinesi. Ma la Cina ha anche un secondo fine, oltre quello commerciale, che riguarda l’aspetto della sicurezza, inteso come prevenzione di possibili attentati proprio contro le infrastrutture in costruzione, definito come mantenimento della stabilità; Pechino è preoccupata dall’alto tasso di radicalizzazione presente nell’area e destinerà l’investimento di circa 130 milioni di euro per le forze di sicurezza e sistemi di sorveglianza. Uno dei motivi di preoccupazione è quello di una possibile saldatura tra estremismo uiguro, popolazione musulmana che vive nella regione cinese dello Xinjiang, spesso sottoposta a dura repressione da Pechino ed i movimenti radicali islamici arabi, una fusione che potrebbe compromettere o alterare gli investimenti cinesi nei paesi mediorientali.

La Corea del Nord elogia la Russia per il suo ruolo di contrasto agli USA

Kim Jong-un ha incontrato il ministro degli esteri russo, Lavrov, dichiarando di apprezzare il ruolo che la Russia interpreta sullo scacchiere internazionale per contrastare l’egemonia americana. Se queste parole comprometteranno il dialogo avviato tra Pyonyang e Washington è presto per poterlo affermare, tuttavia questa novità della politica estera nordcoreana potrebbe significare che il regime intende giocare su più tavoli. La prima cosa da rilevare sono gli sforzi della Corea del Nord di interrompere l’isolamento internazionale a cui si era votata: la ripresa del dialogo con la Corea del Sud, l’inizio della trattativa con gli USA ed ora i rapporti con la Russia non possono che segnalare un cambio di rotta. Quale è il possibile significato di questa inversione di tendenza? La questione economica ha sicuramente la propria importanza: per uscire da una crisi che dura da molto tempo la Corea del Nord deve, per forza di cose, aprirsi al mondo, ma questo intento può andare di pari passo con la necessità di recitare un ruolo internazionale alternativo, e non produttivo, alla esclusiva minaccia di usare l’arsenale atomico. Risulta anche vero, che nella trattativa con gli Stati Uniti, per forza di cose sbilanciata a favore di Washington, Pyonyang debba trovare anche forme di pressione parallela verso la Casa Bianca, giacché Pechino ha deciso di essere presente in maniera non palpabile al fianco di Kim Jong-un. Già il solo fatto di incontrare uno dei maggiori avversari degli USA in questo particolare momento significa mettere una sorta di pressione politica alla Casa Bianca, in più affermare che il ruolo di contrasto alla supremazia americana, interpretato da Mosca, risulta essenziale per gli equilibri politici mondiali, vuole senz’altro essere un messaggio diretto a Trump ed al suo entourage. Per la Russia è l’ennesima occasione da sfruttare, sia per entrare in un mondo isolato, che al massimo rientra nell’influenza cinese, sia per disturbare l’azione americana in Corea del Nord, che in questo momento risulta essere il punto centrale della politica estera statunitense. In questa linea deve essere anche letto l’invito per una visita ufficiale a Mosca, che potrebbe rappresentare un ulteriore novità per Kim Jong-un. Un rafforzamento delle relazioni tra i due paesi, potrebbe essere visto con fastidio dalla Cina, che potrebbe vivere come una invasione alla propria sfera di influenza l’azione di Mosca. Oppure potrebbe, però, essere vero anche il contrario: la Cina e la Russia potrebbero avere concordato questa mossa per mettere pressione a Trump per definire la situazione americana con la Corea del Nord. Non sarebbe la prima volta che Pechino e Mosca agiscono di concerto per raggiungere un obiettivo. Quello che sembra essere sicuro è che la disponibilità di Kim Jong-un ad avere rapporti con la Russia può essere l’inizio di una fase politica nuova del paese nordcoreano per interrompere la propria chiusura al mondo, ciò, al netto di ogni possibile speculazione, dovrà essere un aspetto da sfruttare anche da parte di altri soggetti internazionali per cercare di includere nel maggiore modo possibile un paese che ha fatto dell’isolamento la sua linea fondamentale ed attraverso di ciò renderlo sempre meno pericoloso

Le relazioni tra USA ed Europa in pericolo per le possibili sanzioni all’Iran

Se la trattativa con la Corea del Nord si sta evolvendo in senso positivo, alla Casa Bianca ritengono che molto è dipeso dalla pressione esercitata dalle sanzioni. L’intenzione sarebbe quella di ripetere lo stesso schema con l’Iran per ridurre la pericolosità del regime di Teheran. Il primo passo in questa direzione è stata la rottura di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama insieme ai partner europei. Il problema per gli Stati Uniti è l’atteggiamento da tenere verso l’Europa, dal momento in cui scatteranno le sanzioni contro il paese iraniano e quindi potenzialmente contro le aziende cohe continueranno a collaborare con Teheran. La firma del trattato sul nucleare iraniano ha permesso di ridurre drasticamente le sanzioni ed ha aperto un collaborazione commerciale, che, se venisse interrotta, porterebbe notevoli perdite ad aziende tedesche, francesi, inglesi ed italiane. Occorre ricordare che solo gli Stati Uniti sono usciti, in maniera unilaterale, dal trattato, che è ancora riconosciuto da Unione Europea, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania; l’atteggiamento americano, quindi, rischia di allontanare ancora di più Washington dai propri alleati naturali, spratutto se il governo statunitense dovesse dare seguito ai propositi del Segretario per la sicurezza nazionale, che prevede di sanzionare le società europee che intendono continuare ad avere rapporti commerciali con l’Iran. Tuttavia questa tattica presenta diverse controindicazioni, sopratutto se confrontata alla situazione nordcoreana. Prima di tutto l’Iran non è la Corea del Nord: pur provato dalle sanzioni il paese iraniano non è allo stremo come quello nordcoreano, può contare su di una efficiente struttura militare e non è affatto isolato nel contesto diplomatico. In più la posizione degli europei, che per la Corea del Nord è allineata agli Stati Uniti, è in totale disaccordo con Washington; questo elemento costituisce un punto a favore dell’Iran nella contesa con gli Stati Uniti. La determinazione di Trump è però quella di proseguire verso un regime sanzionatorio, per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. Possono configurarsi due scenari, nei confronti delle aziende europee: il primo è un atteggiamento rigido, che colpisce tutte quelle imprese che intendono portare avanti la collaborazione con gli iraniani, con tutte le conseguenze del caso nei rapporti commerciali, prima, e diplomatici, dopo tra USA ed Europa, che potrebbero andare ad influire fino ai livelli più stretti di collaborazione tra le due parti; oppure Washington potrebbe scegliere una via più morbida, sul modello delle sanzioni esercitate su Cuba, dove le imprese europee erano state esentate dal regime sanzionatorio. Questo secondo scenario ha il vantaggio di preservare le relazioni con l’Europa, ma rischia di rendere inefficaci le sanzioni americane contro l’Iran, oltre a rappresentare un possibile segnale di debolezza del presidente americano. L’impressione è che la Casa Bianca non cederà tanto facilmente alle istanze europee, dando il via ad una serie di contrasti, che potrebbero aggravare la situazione di chiusura commerciale americana, cui la volontà di sanzionare l’Iran costituirà una pesante aggravante. Quello che rischia di materializzarsi è una guerra commerciale molto dura tra USA ed Europa, che si affiancherà a divergenze sempre più marcate sul piano della politica internazionale: uno scenario teso a spaccare l’occidente a favore di una frammentazione che potrà essere utile soltanto a Cina e Russia. Dal punto di vista dell’Europa, già indebolita dall’uscita dall’Unione del Regno Unito e dell’atteggiamento dei paesi orientali, si evidenzia come la necessità di una maggiore unione politica non sia più procrastinabile, per raggiungere una indipendenza economica e militare, indispensabile per agire in modo sempre più autonomo di fronte alle problematiche mondiali, che si riflettono in profondità, fino alla vita quotidiana dei suoi cittadini.

La Corea del Nord disponibile al disarmo nucleare

Secondo il governo di Seul, la Corea del Nord sarebbe pronta ad avviare un processo di denuclearizzazione del settore militare del paese, senza chiedere in cambio l’abbandono delle truppe americane dal territorio della Cora del Sud. Seul, in questa fase, sta interpretando in maniera molto attenta il ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang, avendo come obiettivo principale quello di disinnescare il pericolo di un conflitto tra USA e Corea del Nord, che vedrebbe la parte sud del paese come la principale vittima. Se quanto affermato da Seul fosse vero, sarebbe la prima volta che la Corea del Nord non mettesse tra le contropartite per il suo disarmo nucleare la partenza delle truppe USA. I militari americani di stanza in Corea del Sud sono circa 28.000 ed hanno finora costituito l’ostacolo principale al disarmo nuclare nordcoreano, proprio perchè l’arma atomica veniva usata come possibiledeterrente di una eventuale invasione. D’altro canto il ritiro americano sarebbe un ostacolo insormontabile in un negoziato sul disarmo di Pyongyang. La novità nordcoreana viene spiegata dagli analisti attraverso la richiesta del regime, che richiederà garanzie di sicurezza per la sua sopravvivenza; se questa ipotesi è vera non si può pensare soltanto ad una forma di pressione della Cina, ma anche ai continui incontri informali tra i rappresentanti americani e della Corea del Nord. Kim Jong-Un avrebbe messo la priorità sulla sicurezza di restare a capo della nazione, permanenza minacciata più volte dagli Stati Uniti. Tuttavia credere che questo sia l’unico motivo non sembra reale, una possibilità potrebbe consistere nella paura di scatenare una escalation verso una dotazione dell’arma atomica più diffusa. Le minacce del Giappone di dotarsi di un’arma nucleare sono molto concrete, dato che Tokyo dispone già di tutta la conoscenza necessaria per costruire l’arma atomica in poco tempo. La posizione del Giappone è molto critica verso le possibili concessioni alla Corea del Nord ed alle aperture americane veso Pyongyang; quello che si teme a Tokyo è che il comportamento collaborativo della Corea del Nord non sia sincero, ma possa nascondere una tattica tesa a proteggere parte del proprio arsenale militare. L’atteggiamento giapponese è molto temuto dalla Cina, perchè costituisce una alterazione all’equilibrio regionale e perchè sono sempre in corso tra i due paesi dispute territoriali potenzialmente molto pericolose. Per Pechino trovare un avversario con l’arma atomica è molto diverso da averne di fronte uno dotato di soli armamenti convenzionali. La questione non sembra secondaria negli sviluppi nordcoreani: l’obiettivo cinese è quello di mantenere una situazione nella regione sotto controllo , per preservare la stabilità ed i traffici commerciali: in questa ottica la richiesta di Kim Jong-un rientra completamente, giacché la Cina avrebbe operato in precedenza per fare cedere il regime. Se il dittatore nordcoreano si accorda con gli USA, prima deve essersi accordato con Pechino a cui potrebbe avere garantito una maggiore disponibilità sul piano internazionale. D’altro canto una motivazione ugualmente importante per la Cina è quella di evitare la riunione delle due Coree, che causerebbe la presenza americana sui propri confini. Tutto ciò può essere ottenuto soltanto con una distensione tra Washington e Pyongyang, aspetto che soddisfa anche Seul. Dal lato americano per Trump ciò sarebbe una vittoria diplomatica, che neppure Obama ha potuto vantare: il disarmo nucleare della Corea del Nord costituirebbe un punto di rilievo nella carriera del Presidente degli Stati Uniti, cosa che farebbe risalire il suo prestigio in patria sulla platea internazionale.

L’Europa si interroga sulle sanzioni contro l’Iran per la Siria

Esiste un conflitto all’interno dei paesi europei circa l’atteggiamento da tenere con l’Iran. Le questioni sono due, ed anche se paiono non collegate tra loro, costituiscono un problema sulle relazioni con Teheran, ma anche con Washington. Il coinvolgimento iraniano nella guerra siriana al fianco di Assad, e quindi di tutte le sue malefatte, impone di ai paesi europei di dare una risposta forte di tipo diplomatico al paese iraniano: la soluzione trovata sarebbe quella di imporre a Teheran delle sanzioni, tuttavia, la ragione della discussione è di quale gravità dovrebbero essere questi provvedimenti. L’interrogativo è legato all’accordo sul nucleare che l’Iran ha stipulato anche con l’Unione Europea, la Germania, la Francia ed il Regno Unito. Il timore è che, a causa delle sanzioni per la presenza in Siria, Teheran abbia una reazione negativa anche sull’accordo relativo al nucleare, sopratutto per le pressioni che arrivano dagli USA, che, con il presidente Trump, sembra che vogliano recedere da quanto concordato. Quello che gli europei temono è che mettere nuove sanzioni sull’Iran possa costituire per Teheran una sorta di scusa per rendere inefficace il trattato ed aprire la strada allo sviluppo militare atomico iraniano. Questo scenario sarebbe il peggiore possibile in questa fase, caratterizzata dalle tensioni tra americani e russi, perchè riaprirebbe ufficalmente il fronte iraniano. In realtà il comportamento di Trump è influenzato, oltre che dai preconcetti della Casa Bianca, anche dalle pressioni degli israeliani e delle monarchie sunnite, tradizionali avversari di Teheran. Il rischio concreto è quello della proliferazione nucleare e di uno stato di tensione permanente, con l’Iran che potrebbe rivendicare il suo diritto alla ricerca nucleare, anche per fini militari e una dialettica costituita da minacce di intervento armato, e di adeguate risposte, come era già accaduto prima del raggiungimento della firma sull’accordo. Per evitare il ritorno di un equilibrio del terrore su scala multipolare, e, quindi, più difficile da controllare, Berlini, Parigi e Londra hanno proposto di sanzione l’Iran con uno schema di provvedimenti selettivi: la ragione è quella di non causare un irrigidimento di Teheran e, nello stesso tempo, dimostrare a Washington, che, con questa modalità, si può essere severi con l’Iran senza indurlo a ritirarsi dal trattato. Nonostante il disaccordo con alcuni partner europei, le misure proposte riguardano non lo stato iraniano, ma i suoi funzionari ritenuti direttamente coinvolti nel conflitto siriano. Se, da un lato, si tratta evidentemente di una operazione condotta dimostrando tutta la buona volontà possibile nei confronti di un paese che si è comunque reso responsabile di massacri verso i civili, dall’altro lato, proprio questa cautela potrebbe essere scambiata per debolezza da Trump e, di conseguenza fornirgli l’occasione per continuare nel progetto di boicottare il trattato sul nucleare. Il pericolo reale è che, oltre al presidente statunitense, anche il governo iraniano approfitti di queste sanzioni per rinnegare il trattato, considerando anche, che gli attesi benefici in campo economico sono stati fino ad ora molto ridotti. In altre parole a Teheran potrebbero giudicare più conveniente procedere verso la direzione di diventare una potenza atomica e, nel contempo rinforzare le relazioni politiche e commerciali con i paesi nemici degli americani come la Russia, ma anche la Cina, ritenute più vantaggiose in senso strategico, anhe a discapito dei possibili vantaggi economici, per ora non arrivati, che la fine delle sanzioni da parte di europei ed americani avrebbero dovuto garantire. Occorrerà attendere cosa il governo di Teheran riterrà più importante: se gli aspetti geopolitici o quelli economici, certo senza vantaggi tangibili appare scontato che l’Iran prediliga le sue ambizioni internazionali.

L’Arabia Saudita potrebbe essere la prossima potenza nucleare

La visita negli Stati Uniti del principe saudita Mohammed bin Salman rischia di diventare una data importante circa gli equilibri mondiali e la proliferazione degli armamenti nucleari. La questione centrale riguarda l aposizione dell’Iran nello scacchiere mediorientale ed anche su quello mondiale; il ruolo da protagonista assunto da Teheran in Siria, in Iraq ed anche nello Yemen ha allertato da tempo l emonarchie del golfo Persico ed, in generale, gli stati a guida sunnita. La contrapposizione tra le due principali dottrine dell’islam è da tempo passata dalla disputa teologica a quella politica, con ampi riflessi nel campo della politica internazionale; il conflitto siriano ha causato l’affermazione dello Stato islamico, che era uno strumento degli stati sunniti per guadagnare posizioni nella regione. L’Iran ha raggiunto con le potenze occidentali un accordo, particolarmente inviso alle monarchie sunnite, sulla regolamentazione degli usi del nucleare da parte di Teheran, con limitazioni all’arricchimento dell’uranio per evitare uno sviluppo in senso militare del principale paese sciita. Il principale garante di questo accordo, ancora più dell’Europa, è stato Barack Obama e quindi gli Stati Uniti da lui amministrati; con l’avvento al potere di Trump la situazione è radicalmente cambiata: se Obama vedeva nell’accordo il male minore, continuando a mantenere una estrema prudenza nelle relazioni con Teheran, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha avviato un diverso atteggiamento verso l’Iran, contraddistinto da maggiore ostilità, che ha riavvicinato le monarchie del Golfo e specialmente l’Arabia Saudita. La visione di Trump verso l’Iran è quella più negativa, che è stata comune per la politica USA dagli anni ottanta e che identifica Teheran come un pericoloso avversario degli Stati Uniti e dei suoi alleati, primo fra tutti Israele, ma anche degli stati arabi sunniti. Con questi sentimenti Trump, ancora prima della sua elezione, ha sempre avversato il trattato sul nucleare considerandolo troppo favorevole per l’Iran, perchè gli concedeva dei vantaggi anche rispetto ai vicini sunniti. Lo scopo principale della missione del principe saudita è solo quello di ottenere la tecnologia per la costruzione di centrali nucleari a scopo civile, ma anche di ottenere uranio arricchito per dotarsi di armamenti nucleari in modo di bilanciare la potenza iraniana. Quello che si profila, quindi, è una sorta di equilibrio del terrore in versione islamica. La questione avviene praticamente in concomitanza con il cambio al vertice della diplomazia americana, che sarà occupata da Mike Pompeo un personaggio perfettamente allineato alle posizioni di Trump circa l’avversione a Teheran. Una ulteriore coincidenza è la vigilia dell’incontro che esperti statunitensi avranno a Berlino con europei, francesi, tedeschi e britannici per la discussione sulla revisione dell’accordo sul nucleare iraniano; le intenzioni americane sono quelle di elaborare una revisione più rigida, mediante l’imposizione di vincoli maggiori sulprogramma di sviluppo atomico e la fine delle sperimentazioni sui missili balistici. L’atteggiamento europeo, fino ad ora, è tato di contrarietà assoluta alla volontà di Trump e non è escluso che si arrivi ad una rottura tra USA ed europei, che avrebbe come risultato un ulteriore allontanamento tra gli alleati. Tuttavia la fornitura di tecnologia nucleare all’Arabia Saudita potrebbe essere un’arma di ricatto nei confronti degli europei, che verrebbero a trovarsi nella difficile posizione di volere rispettare la parola data all’Iran e la minaccia di una nuova potenza atomica sul pianeta. Sarà anche interessante vedere quale sarà la reazione di Israele, che ormai è un alleato di fatto dell’Arabia Saudita, ma che avrebbe una potenza nucleare araba molto vicina. Se ci sarà una revisione del trattato in senso unilaterale solo per gli USA, la reazione iraniana non potrà che arrivare ed il primo passo non potrà che essere l’adozione di nuove sanzioni, che daranno il via ad una instabilità permanente e favoriranno i movimenti meno progressisti nel paese iraniano. Il rischio concreto è l’apertura di un nuovo fronte mondiale che non potrà non coinvolgere le principali potenze: se gli USA saranno schierati con l’Arabia Saudita, la Russia sarà al fianco dell’Iran e gli equilibri politici ed economici internazionali risulteranno ancora più compromessi.

Corea del nord e Siria starebbero collaborando sulle armi chimiche

Il rapporto riservato delle Nazioni Unite, pubblicato dal New York Times circa la collaborazione tra la Siria e la Corea del Nord, se confermato apre uno scenario inquietante, che non potrà avere risvolti sulla politica estera mondiale. Secondo questa informativa riservata Pyongyang avrebbe fornito tutto il materiale necessario a Damasco per costruire bombe chimiche. Deve essere ricordato come il regime di Assad, nel 2013, si impegnò a distruggere il suo arsenale chimico e questa promessa bastò ad Obama per non intervenire in Siria: un mancato intervento che avrebbe probabilmente evitato tutti gli anni di guerra che ne sono seguiti e le ingenti perdite umane che il conflitto ha provocato, ma avrebbe anche limitato l’espansione ed il successo dello Stato islamico, che sarebbe stato più agevole da eliminare. In realtà la promessa di Assad non è stata mantenuta, come dimostrato più volte nelle tracce lasciate dagli ordigni chimici lasciate nei teatri di guerra dall’esercito regolare siriano. Anche se Assad ha sempre smentito l’uso di bombe chimiche, incolpando i suoi avversari, l’ipotesi più probabile è che abbia mantenuto una parte del suo arsenale chimico ben protetto dalla parziale promessa fatta ad Obama. Certamente una parte dell’arsenale è stata distrutta e, data la confidenza con questo tipo di armi, quello indicato dal rapporto riservato delle Nazioni Unite ha buone probabilità di essere vero. La Corea del Nord, sempre più soggetta a sanzioni sarebbe riuscita ad esportare la sua tecnologia militare in campo chimico in Siria, in cambio di pagamenti necessari alla sopravvivenza del regime di Pyongyang. Una collaborazione tra due stati canaglia, come una volta erano definite questo tipo di nazioni, molto pericolosa perchè segnala una alleanza informale tra due governi in grado di alterare la stabilità mondiale con metodi non convenzionali. Dal punto di vista pratico, per rendere possibile questa collaborazione appare improbabile che le transazioni tra due paesi così controllati siano state compiute esclusivamente tra di loro; senza complicità internazionali, attraverso società fittizie ben conosciute nei paesi di appartenenza, da ciò non può che conseguire che alcuni soggetti internazionali erano a conoscenza di questi contatti. Se ciò è vero non pensare alla Russia, all’Iran ed alla Cina appare impossibile; si tratta, infatti, di chi è più vicino ai due paesi sospettati di questi traffici riguardanti gli armamenti chimici. Certamente un’ipotesi del genere sarà tutta da dimostrare, tuttavia immaginarsi la reazione americana non è difficile. Gli USA, tra l’altro, sono stati appena fortemente criticati da Pechino per le sanzioni imposte a società che hanno violato l’embargo della Corea del Nord consentendo a Pyongyang l’approvigionamento di petrolio e l’esportazione di carbone. Se le notizie del rapporto delle Nazioni Unite sarà riconosciuto attendibile le transazioni nordcoreane saranno state anche altre e di natura ben più grave. Il fatto che la Corea del Nord si sia specializzata anche nella costruzione di missili balistici e di ordigni nucleari aggrava pesantemente  la situazione, perchè ne fa anche una potenziale esportatrice di tecnologia militare difficilmente raggiungibile per un paese come la Siria. Occorre però ricordare che la collaborazione tra i due paesi non è una novità: già in passato le due nazioni hanno collaborato per la costruzione di un sito nucleare, poi distrutto da Tel Aviv  e piloti militari coreani hanno volata a fianco di quelli siriani in alcuni raid contro Israele nel periodo degli anni sessanta e settante del secolo scorso. Proprio la reazione di Israele sarà un elemento da valutare attentamente per gli equilibri regionali. Adesso occorrerà aspettare le reazioni di Russia e Cina, che se vorranno essere soggetti attendibili non potranno che sanzionare in modo grave i due paesi, tuttavia questa ipotesi appare poco credibile per i rispettivi interessi che Mosca e Pechino hanno dal fatto che i regimi di Damasco e Pyongyang restino in vita. In questo frangente gli allarmi americani appaiono dunque più che giustificati, dato che la pericolosità della Corea del Nord, pur essendo di livello altissimo, appare addirittura minore di una Siria situata al centro del Mediterraneo con un arsenale chimico che può essere incrementato e che, forse, intravvede possibilità di disporre di armamenti di altro genere.