Tra USA e Turchia rapporti sempre più difficili

La missione del Segretario di stato americano Tillerson in Turchia è stata molto complicata. I rapporti tra i due paesi sono ai minimi storici e c’è il concreto rischio di una rottura diplomatica, uno scenario fino a poco tempo fa non certo prevedibile. La questione dell’appoggio degli USA alle milizie curde, tradizionalmente alleate di Washington, è solo l’ultimo caso di contrasto tra le due nazioni e rappresenta un pericoloso precedente di minacce reciproche, che potrebbe degenerare in scontro armato. Precedentemente ci sono stati i casi dei visti negati ai cittadini turchi da parte dagli USA, a cui è seguita una misura analoga da parte delle autorità di Ankara. Uno dei motivi di attrito è la mancata estradizione di un predicatore turco, residente negli USA, che viene creduto come uno degli ispiratori del fallito colpo di stato. Tutti questi motivi di attrito sono comunque secondari, se si considera la percezione americana, probabilmente sostenuta da prove concrete, del sostegno iniziale da parte dei turchi allo Stato islamico, che doveva essere lo stumento per fare cadere Assad e si è poi trasformato, grazie agli ingenti finaziamenti, in una entità terroristica sovrana, che ha sovvertito l’ordine della Siria e, sopratutto, dell’Iraq, paese nel quale si erano impegnati in maniera diretta gli Stati Uniti. L’importanza del mantenimento di buoni rapporti tra USA e Turchia è dovuta anche al fatto che la Turchia è l’unico membro musulmano all’interno dell’Alleanza Atlantica e per gli Stati Uniti la permamenza di Ankara nell’alleanza occidentale è ritenuto un aspetto irrinunciabile di fronte ai nuovi scenari mondiali che si stanno delineando. Washington teme che la Turchia possa finire nell’influenza russa; se ciò dovesse avvenire, Mosca guadagnerebbe una posizione strategica sul Mediterraneo e sul Mar Nero in grado di aumentare l’apprensione dei paesi che appartenevano al blocco sovietico e che ora temono maggiormente la Russia dal punto di vista militare. Inoltre non essere più alleato con uno dei maggiori paesi musulmani aprirebbe una distanza ancora più netta tra gli USA ed il mondo sunnita. Uno dei temi di discussione è stato il futuro della Siria: su questo fronte la Turchia sembra essere particolarmente vicina alla Russia, sopratutto dopo che Erdogan ha individuato Assad, dopo averlo combattuto, un possibile argine contro i curdi e la loro volontà di costituire una entità sovrana sui confini della Turchia. La posizione americana, pur essendo vicino ai curdi, non è ancora del tutto netta, proprio perchè Washington non vuole precludersi qualsisasi soluzione per avere un rapporto migliore con Ankara. Sul futuro di Assad c’è un’ampia divergenza, provata dal sostegno di Washington alle forze democratiche siriane, che sono sul fronte opposto della coalizione di fatto composta da Russia, Iran ed, appunto, Turchia. Occorrerà vedere come si svilupperanno i colloqui e se le due parti intenderanno valutare in modo comunque positivo il rapporto di alleanza tra i due stati. Se con Obama si comprendeva come la distanza tra i due paesi fosse giustificata dalla direzione politica intrapresa da Erdogan, con Trump si poteva prevedere una sorta di riavvicinamento, proprio per le inclinazioni politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Ma come per la Russia, la carica di presidente non basta ad indirizzare la politica federale e quindi l’apparato diplomatico e quello militare hanno mantenuto la distanza con la Turchia. Resta da vedere se questo allontamento è ritenuto ancora vantaggioso per i poteri al di fuori della Casa Bianca o se, al contrario, è diventato necessario un riavvicinamento in grado di scongiurare una rottura definitiva. Il lavoro diplomatico non sarà facile: Erdogan non vuole rinunciare a combattere i curdi e Washington non può tradire degli alleati fedeli. La Turchia non sembra, però, cedere qualcosa e la situazione attuale è che si è verificato soltanto un impegno generico tra le due parti per trovare dei meccanismi in grado di potere affrontare le questioni divergenti. Le rispettive posizioni restano distanti ed a questa situazione si aggiunge il probabile accordo tra milizie curde ed esercito regolare di Assad, che Damasco sarebbe disposto ad impiegare come forza di interposizione tra curdi e turchi, per evitare a questi ultimi di avanzare ulteriormente in territorio siriano. Se questa eventualità dovesse concretizzarsi la confusione tra le tutte le parti in causa sarebbe destinata ad aumentare ancora: infatti la domanda legittima è che cosa farà la Russia e che cosa faranno gli Stati Uniti se questa nuova alleanza dovesse diventare realtà.

La visita di Erdogan in Italia

Il presidente turco Erdogan effettua una visita in Vaticano dopo cinquantanove anni di assenza, il viaggio continua con l’incontro con il presidente della Repubblica italiana ed il capo del governo. Sulla reale necessità di ricevere un capo di stato che ha trasformato il proprio paese in una sorta di dittatura, basata sul culto della propria personalità, attraverso la negazione di ogni dissenso e la diminuzione dei diritti per la popolazione turca, ci sono grandi perplessità da più parti. Se per la visita in Vaticano si possono avere delle spiegazioni plausibili, per l’accoglienza delle istituzioni italiane non si vedono ragionevoli motivazioni per consentire ad Erdogan una visibilità internazionale. Una esplicita richiesta di Erdogan è la causa della visita in Vaticano, dove l’intenzione turca è quella di parlare principalmente della questione di Gerusalemme capitale israeliana, dopo che gli USA hanno manifestato la volontà di trasferirvi la propria ambasciata. La posizione della Santa Sede è chiara, al riguardo, e la speranza di appoggio turco su questo tema, che potrà anche verificarsi, non compenserà certamente le rimostranze che il Papa farà in privato per la situazione interna del paese e per la repressione dei curdi. Certo il Vaticano sfrutterà l’incontro per avere la massime rassicurazioni sulla sicurezza dei cristiani turchi e ciò rende maggiormente comprensibile che il Papa non abbia rifiutato l’incontro. Ma per l’Italia non sembrano esserci analoghe motivazioni se non quelle economiche. Roma ha sempre appoggiato, alla fine smentita dai fatti,la candidatura turca all’ingresso in Europa, anche quando, ad esempio, Parigi si opponeva. L’atteggiamento italiano non è sembrato sufficientemente determinato nei confronti di un capo politico che ha trasformato il suo paese da laico in confessionale, con tutte le implicazioni che comporta volere rendere preponderante il fattore religioso islamico in una società civile e politica. Roma ha continuato una sorta di linea morbida anche dopo le repressioni seguite al colpo di stato, di cui non si è mai capito la vera natura, limitandosi a condanne formali ed anche nei confronti della repressione operata ai danni dei curdi non si sono sentite particolari rimostranze. Appare significativo che quella di Erdogan è la prima visita all’estero dopo i bombardamenti contro le milizie curde presenti sul territorio siriano, che hanno fatto diverse vittime anche tra i civili. Questo elenco dice che ce ne sarebbe abbastanza per isolare un personaggio molto pericoloso per la stabilità mondiale, la cui ambizione rischia di creare una dittatura sul modello di quella fascista sui confini dell’Europa. Nella sua politica estrema Erdogan ha sempre bisogno di riconoscimenti internazionali, sia per il suo versante interno, che per quello estero ed il fatto che sia ricevuto dopo avere infranto il diritto internazionale potrà diventare un fatto che la Turchia potrà sfruttare a proprio beneficio. Il governo italiano avrà senz’altro pensato a come incrementare il grande scambio economico tra i due paesi, che raggiunge quasi diciotto miliardi di dollari, tuttavia in un quadro più generale, quello che riguarda la politica internazionale, anche all’interno delle dinamiche europee, è impossibile che questa visita non venga percepita come un vantaggio concesso al presidente turco. Probabilmente in questo frangente sarebbe stato più auspicabile un atteggiamento più distaccato con un capo di stato che ha indirizzato il proprio paese verso una compressione notevole di quei diritti, che lo stato italiano e l’Unione Europea si sono sempre fatti portatori. Dare udienza ad Erdogan contraddice tutti i valori sui quali si fondano la Repubblica italiana e l’Europa e ciò rappresenta un fatto grave che denuncia la necessità di un coordinamento degli indirizzi di politica internazionale, che deve venire necessariamente da Bruxelles. Non si può, d’altronde, certo sperare che questa visita faccia cambiare la direzione intrapresa da Erdogan, che, al contrario, usa l’Italia per i suoi scopi di visibilità internazionale, facendo fare a Roma una pessima figura.

La nuova strategia dello Stato islamico

La strategia globale dello Stato islamico per compensare la perdita della sovranità sui territori siriani ed irakeni si basa sul confronto all’interno del radicalismo islamico, per assumere una posizione di preminenza all’interno dei gruppi radicati nelle realtà nazionali. Se l’obiettivo in Afghanistan sono i talebani, in Palestina è l’organizzazione Hamas, ciò perchè lo Stato islamico intende portare avanti una battaglia al di fuori delle nazionalità per percorrere l’affermazione di un islamismo transnazionale, dove le rivendicazioni locali sono viste come un ostacolo alla diffusione della guerra santa. Il fatto che sia i talebani che Hamas rientrino tra i sunniti (anche se i talebani di una corrente differente) non li sottrae ad una aperta ostilità delle forze del califfato, che cerca di estremizzare il confronto, anche in un’ottica di maggiore diffusione dei propri ideali attraverso l’indebolimento di quelle organizzazioni che possono potenzialmente sottrarre reclute ed investimenti. Diventa singolare che sia i talebani che Hamas, vengano accomunati agli sciiti ed ai cristiani, come obiettivi da combattere. Se lo Stato islamico dovesse continuare in questa strategia e riscuotre qualche successo, il pericolo di una destabilizzazione progressiva potrebbe farsi molto concreto; in questo quadro la dichiarazione di guerra ad Hamas contiene importanti risvolti che non devono essere assolutamente sottovalutati. Innazitutto lo Stato islamico sta cercando di insediarsi nel territorio della penisola del Sinai: si tratta di una zona strategica per attaccare Hamas, l’Egitto ed anche lo stesso Israele, che costituisce il bersaglio mediatico più rilevante. Non è da trascurare neppure la volontà di cercare di entrare in Egitto per fare proselitismo, in un paese che si avvia alle elezioni e dove il malcontento dei Fratelli musulmani potrebbe offrire una occasione per essere incanalato verso il terrorismo. Riguardo ad Hamas le critiche dello Stato islamico vertono anche con l’alleanza che l’organizzazione palestinese ha in corso con l’Iran ed Hezbollah, entrambi di matrice sciita. L’avvicinamento di Hamas, i cui componenti sono sunniti, agli sciiti è stata una mossa obbligata in quanto tutti e tre i soggetti hanno come nemico principale lo stato israeliano. Una delle conseguenze ed anche delle responsabilità di Tel Aviv e di Washington è stata proprio quella di spingere Hamas verso l’Iran, a causa della dissennata politica di espansione nei territori palestinesi, delle discriminazioni della popolazione della striscia di Gaza e, da ultimo, il riconoscimento unilaterale di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico ad opera degli Stati Uniti. Ciò ha contribuito al successo, anche se per ora limitato, dello Stato islamico tra i palestinesi, che vedono nel califfato una sorta di ultima occasione per combattere Israele in maniera efficace. Per ora a Tel Aviv non sembrano essere preoccupati dalla presenza dello Stato islamico a pochi chilometri dal territorio israeliano, infatti i timori maggiori riguardano sempre la presenza minacciosa di Hamas; questo particolare potrebbe vedere con favore, da parte israeliana, un aumento del confronto tra Stato islamico ed Hamas in ottica di ridimensionamento dell’organizzazione palestinese. Questo eventuale atteggiamento, sommato ad una sottovalutazione della presenza dello Stato islamico nel Sinai potrebbe rivelarsi molto pericoloso per gli equilibri regionali e la stessa sicurezza di Israele. Sulle altre possibili ragioni del confronto con Hamas, da parte del califfato, occorre ricordare che nella fase iniziale lo Stato islamico ha probabilmente ricevuto finanziamenti da diversi stati sunniti, che avevano come obiettivo quello di fare cadere il regime di Assad e destabilizzare la parte sunnita irakena, per la presenza a Bagadad di un governo espressione degli sciiti. Il pericolo che questa parte della storia si ripeta, anche visto il diverso atteggiamento della Casa Bianca, in funzione anti Iran e quindi contro gli alleati di Teheran è una possibilità da non scartare, dato che gli equilibri della regione non si sono affatto assestati nonostante la fine, o presunta tale, del conflitto siriano. Manovrare un gruppo come lo Stato islamico, formato da fanatici spesso votati al martirio, non sembra troppo difficile, più complicato sarebbe rimediare agli eventuali disastri provocati da un eventuale sostegno al califfato.

Afghanistan: la pericolosa rivalità tra talebani e Stato islamico

L’evoluzione della situazione afghana pone in rilievo una competizione all’interno del terrorismo islamico, che può concretamente vanificare tutti gli sforzi per dare stabilità al paese. Il progressivo distacco degli Stati Uniti, ha determinato, sopratutto con la presidenza Trump, una diversa tattica per la salvaguardia del governo di Kabul, incentrata quasi esclusivamente sull’opzione militare, che ha preferito privilegiare le operazioni delle forza aerea con bombardamenti, che hanno spesso anche colpito i civili. La scelta della risposta militare ha notevolmente ridotto gli interventi umanitari, che avevano come scopo quello di accreditare presso la popolazione locale il governo centrale ed i suoi alleati stranieri. Ciò ha contribuito ad una diminuzione di fiducia e di consenso presso le autorità di Kabul, che ha favorito il crescente inserimento dei talebani come soggetto politico. L’intenzione dei talebani è quella di diventare una forza politica riconosciuta all’interno del processo di pacificazione nazionale, grazie anche alla componente tribale, la cui rilevanza dovrebbe essere la base per l’accredito nelle trattative con il governo. Tuttavia, se da un lato, diversi settori politici afghani si sono detti favorevoli ad una soluzione che potesse comprendere i gruppi talebani al tavolo delle trattative, le offerte fatte sono state giudicate insufficienti, anche per la contrarietà statunitense, orientamento già intrapreso con la presidenza Obama. La strategia dei gruppi talebani è così diventata quella di fare mancare la percezione della legittimità del governo centrale, creando instabilità con attentati, che, all’inizio erano mirati contro installazioni militari o governative e che non dovevano coinvolgere i civili. Nel contempo, però, l’ingresso di miliziani dello Stato islamico provenienti dalle province pakistane confinanti con il paese afghano, ha creato una situazione inedita, che ha avuto il risultato di cambiare le modalità terroristiche dei talebani. Gli obiettivi degli uomini del califfato, almeno per il momento, non sembrano avere un orizzonte politico ben definito o paragonabile alle ambizioni dei talebani, la percezione è che intendano fare dell’Afghanistan una sorta di campo di addestramento dove raccogliere i miliziani fuggiti dal territorio dove veniva esercitata la sovranità dello Stato islamico ed, allo stesso tempo, quello di reclutare gli afghani più radicalizzati.  A differenza dei talebani, il califfato sembra avere focalizzato la propria attenzione sulla capitale Kabul, con attentati tipici del terrorismo che venivano eseguiti, ad esempio in Irak, prima dell’affermazione dello Stato islamico e che sono ripresi dopo la sconfitta militare del califfato. Si tratta di atti terroristici particolarmente violenti, praticati spesso da kamikaze, che colpiscono luoghi frequentati dalla popolazione locale o da stranieri e che devono avere una grande risonanza mediatica. Per competere su questo terreno i talebani hanno dovuto adeguarsi a queste tecniche terroristiche per contenere l’ascesa mediatica delle milizie del califfato presenti nel paese; lo Stato islamico ha individuato una parte della popolazione, quella più radicale, che non si trova d’accordo con l’intenzione dei talebani di diventare un soggetto politico ufficiale e quindi, seppure tra tutti le distinzioni possibili, collaborare con un governo che fonda la sua esistenza grazie all’intervento esterno. Dal punto di vista internazionale l’ingresso del califfato in Afghanistan ha una valenza molto pericolosa: se, da un lato sembra impossibile la ripetizione di quanto accaduto in Siria ed in Irak, proprio grazie alla presenza dei talebani, esiste la concreta possibilità che alcune parti del paese, le più remote e meno controllate, possano diventare una base dell’integralismo islamico presso cui ricostruire quelle ambizioni di sovranità o, comunque, che diventino il centro da cui inviare il terrorismo in tutto il mondo. La vicinanza con il Pakistan, i cui servizi segreti sono frotemente sospettati di contiguità con il radicalismo islamico, alimenta questo timore. Per una normalizzazione del paese afghano, necessaria alla stabilità regionale, occorre sfruttare questo antagonismo, cercando di integrare il movimento talebano, partendo dalle sue componenti meno estremiste e più ragionevoli, nell’amministrazione del paese: ma ciò è molto difficile perchè la condizione necessaria è che quelli che sono individuati come forza straniera di occupazione lascino il territorio nazionale.  Ciò spaventa la parte della popolazione che è contro l’integralismo e non assicura al governo del paese la sopravvivenza, l’unica soluzione, purtroppo non certo veloce, è la riapertura di negoziati che abbiano come punto di partenza maggiori concessioni ai talebani e la ricerca di punti di contatto comuni. Nel mentre l’attività principale delle forze armate afghane dei suoi alleati sarà quella di cercare di sventare più attentati possibili.

I curdi siriani chiedono aiuto ad Assad contro la Turchia

Nel conflitto che la Turchia ha intentato contro i curdi siriani, attraverso azioni militari e bombardamenti condotti in territorio straniero, quello siriano, appunto, si registra la novità della richiesta di aiuto al dittatore siriano Assad, quale capo di stato, da parte dei dirigenti curdi della Siria. L’ossessione del presidente turco, Erdogan, contro i curdi che si trovano al di fuori dei confini della Turchia è dovuta alla consapevolezza di non riuscire ad esercitare contro queste parti del Kurdistan un adeguato controllo per impedire la costituzione di una entità autonoma curda sui confini di Ankara. Erdogan ha imperniato la sua strategia politica sull’avversione dei curdi, come nemico interno ed esterno, per mascherare le conseguenze, anche economiche, del suo pessimo governo e per distogliere l’attenzione dei pochi media superstiti all’interno del paese dalla direzione dittatoriale intrapresa. Ad Ankara tutti i curdi che sono fuori dai confini nazionali vengono considerati terroristi, sopratutto quelli appartenenti a milizie armate, che, con il loro impegno hanno contribuito alla sconfitta dello Stato islamico. La capacità di combattimento ed il buon equipaggiamento di queste milizie sono una fonte costante di apprensione per Erdogan, sopratutto se sono vicine ai confini del paese e, quindi, se possono intrattenere rapporti con il Partito Curdo Combattente, ritenuta la massima organizzazione terroristica presente in Turchia. Dal 20 gennaio le forze armate turche hanno iniziato una operazione, fuori dai confini nazionali, per combattere le milizie appartenenti all’Unità popolare di protezione, che, sembra, essere alleata del Partito curdo dei lavoratori. L’offensiva è stata molto cruenta ed oltre a colpire appartenenti alle milizie, sono state numerose le vittime tra i civili. La Turchia è arrivata a minacciare anche gli effettivi degli Stati Uniti, che sono presenti in zona in un numero di circa 2.000 unità, che dovrebbero collaborare proprio con i curdi, sia in funzione anti terrorismo islamico, sia per bilanciare la presenza russa nel paese siriano e, sopratutto, contro il governo di Damasco. La risposta del Pentagono è stata perentoria: se i soldati americani saranno attaccati risponderanno per difendersi. Ciò rappresenta l’ennesimo scontro, per ora a livello verbale, tra la Turchia e gli Stati Uniti, formalmente alleati ed entrambi membri dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia la presenza americana, come alleato dei curdi siriani, non ha scongiurato la violenta controffensiva turca che si è materializzata contro i curdi con una evidente disparità di forze messe in campo. Da qui la decisione degli amministratori della regione curda siriana, obiettivo di Ankara, di chiedere l’aiuto di Damasco, quale autorità legittima della zona violata da truppe straniere. Il rapporto tra i curdi siriani e Damasco è stato fino ad ora altalenante, da una parte se hanno goduto di indipendenza amministrativa, prima all’interno del regime siriano e dopo durante il conflitto, sono stati anche usati via via come mezzo contro i Turchi ed il califfato, ma sono stati anche oggetto di reperessione da parte delle forze governative; il loro appello riveste, però, una grande valenza poltica perchè, se accolto, rischia di aprire un conflitto tra la Siria , quindi, l’Iran e la Russia contro la Turchia alla quale si affiancheranno certamente i paesi sunniti. Il ruolo di Washington sarebbe tutto da prevedere, perchè i curdi sono alleati naturali degli Stati Uniti, a cui è andato l’aiuto americano proprio in funzione anti Assad (oltre il ruolo strategico ricoperto contro lo Stato islamico). D’altra parte la Turchia, pur essendo un membro dell’Alleanza Atlantica con il quale sono in corso varie divergenze, ha stretto un legame solido con l’Arabia Saudita anche in funzione anti iraniana e l’attuale amministrazione americana ha rivalutato proprio i rapporti con i sauditi; il pericolo è che i curdi si siano sentiti non del tutto sicuri dell’appoggio americano ed abbiano tentato la soluzione estrema della richiesta di aiuto ad Assad. Se Damasco decidesse di dare corso a questa richiesta, anche, eventualmente, con l’appoggio russo, la Siria potrebbe presentare una situazione internazionale del tutto nuova, che implicherebbe potenzialmente anche un rimescolamento delle alleanze e dei rapporti diplomatici. L’altro scenario possibile è che ancora una volta i curdi e le loro legittime ragioni potranno essere sacrificate in nome di interessi superiori, fino alla prossima volta.

Gli USA intendono creare una forza curda ai confini con la Turchia

L’intenzione statunitense di creare una forza militare di circa 30.000 effettivi, composta da arabi, turcomanni, ma, sopratutto da curdi, avente lo scopo di presidiare i confini con la Siria settentrionale, sotto il controllo di Assad, ha provocato la forte reazione di Damasco ed Ankara. Se tra Washington e la Siria di Assad restano motivi di contrapposizione, la Turchia resta formalmente un alleato americano ed anche un appartenente, tra l’altro l’unico membro islamico, dell’Alleanza Atlantica. La valenza politica, quindi, della decisione del Pentagono appare molto rilevante. Appoggiarsi alle milizie curde, significa riconoscerne, implicitamente, il diritto all’autonomia territoriale, l’argomento peggiore per il presidente turco, che ha fatto dell’integrità territoriale del paese turco un suo punto di forza. Infatti la prima reazione del governo della Turchia verso gli USA è stata di condanna per la minaccia alla sicurezza nazionale. Il ministro degli esteri turco ha denunciato la mancanza di informazione preventiva da parte di Washington, un aspetto non certo secondario nella vicenda, che aggrava i rapporti tra i due paesi. La percezione è che gli Stati Uniti non abbiano avvisato Ankara per impedire un boicottaggio preventivo della costituzione della nuova forza militare ed anche per la scarsa fiducia in un regime che ha probabilmente sostenuto lo Stato islamico. Al contrario per i curdi essere parte integrante di questa forza militare, ha un significato preciso, che consiste nella grande considerazione che godono presso i comandi militari americani. Ciò costituisce un ulteriore punto di distanza tra Turchia ed USA, anche perchè il pentagono, con questa mossa, dichiara esplicitamente in chi ripone fiducia per mettere un argine alla possibile espansione di Assad. Probabilmente sono state fatte anche considerazioni di natura di opportunità circa la convenienza di affidarsi ai militari turchi per fronteggiare Assad, non ultime tra le quali anche la volontà di non esasperare un confronto tra due soggetti internazionali su campi opposti, che potrebbe degenerare in un nuovo conflitto. A sostegno di questa forza militare ci saranno circa 2.000 militari statunitensi, inquadrati insieme a miliziani curdi, che la Turchia ritiene terroristi, una visone analoga a quella di Damasco, che considera i siriani inquadrati in questa forza militare alla stregua di traditori. Con queste premesse il ruolo della nuova forza militare si annuncia molto difficile. La Turchia, infatti, ha già schierato al confine con la zona curdo siriana una serie di batterie missilistiche pronte a colpire gli insidiamenti militari curdi. Washington sembra avere approfittato del momento di stasi del conflitto siriano per occupare, proprio con l’aiuto dei curdi ed anche in aiuto di questi, una porzione di territorio anche per bilanciare l’intervento russo, mantenendo però un basso profilo: intenzione vanificata dalla protesta di Ankara. Per la diplomazia statunitense la sfida è conciliare la vicinanza con i curdi con le ragioni trascurate dell’alleato turco, tenendo conto della reale possibilità di vedere militari americani coinvolti in conflitti contro i militari turchi: cioè quello che verrebbe a verificarsi sarebbero confronti ostili tra appartenenti dell’Alleanza Atlantica. Trump non sembra avere espresso giudizi positivi o negativi su Erdogan e neppure il coinvolgimento dei curdi sembra opera sua, la realtà è che tra i militari americani, e forse anche tra i diplomatici di professione, la svolta autoritaria di Ankara non è stata gradita, mentre la fiducia nei curdi non è mai venuta meno, specialmente dal punto di vista politico e militare. Tatticamente i curdi, peraltro fino dalla guerra contro Saddam, hanno sempre offerto una piena collaborazione all’esercito statunitense, svolgendo anche impieghi dove non era possibile coinvolgere direttamente i militari USA: la tensione con la Turchia, che va avanti già dalla presidenza Obama, ha accelerato la collaborazione con le forze curde quasi come un atto obbligato e nonostante l’alleanza formale all’interno dell’Alleanza Atlantica che lega Washington ad Ankara. Certo questo può rinforzare la legittima aspirazione curda all’autonomia, scatenando reazioni molto pericolose.

I significati della visita in Cina del Presidente francese

La visita in Cina del presidente francese, Macron, appare più che un semplice scambio diplomatico, ma annuncia l’intenzione, da entrambe le parti, di cercare di spostare ul vertice di importanza sulla scena internazionale. Certamente il vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti facilita queste intenzioni, ma la volontà propulsiva dei due paesi spinge per creare dei nuovi centri mondiali di riferimento. Non è un caso che uno dei temi maggiori che saranno trattati nel vertice bilaterale sarà quello dell’ambiente, un argomento che sollecita la grande attenzione dell’opinione pubblica mondiale e che diventerà sempre più un cavallo di battaglia contro la direzione presa dagli Stati Uniti di Trump. Infatti, aldilà delle ovvie, ma necessarie, dichiarazioni di intenti di Pechino e Parigi, il problema ambientale ed i suoi tentativi di risoluzione, può diventare una sorta di legittimazione per la Cina ad assurgere a grande potenza, malgrado l’assenza di democrazia all’interno del suo territorio, e per la Francia un tentativo di uscire dai suoi confini e per accreditarsi al ruolo di guida dell’Unione Europea. Macron in questo viaggio porta senz’altro avanti la causa francese, ma, in concomitanza, con l’assenza di un governo in Germania, esercita quasi un ruolo di supplenza della Merkel, a nome dell’Europa, che ne disvela le intenzioni e le ambizioni. Nell’agenda del vertice, oltre alle questioni economiche, ci sono temi di politica internazionale, che vanno aldilà del rapporto tra i due stati: oltre ai cambiamenti climatici, infatti, all’ordine del giorno c’è la lotta al terrorismo ed il problema della Corea del Nord. Appare però molto rilevante, dal punto di vista della politica internazionale, l’intenzione dei due paesi di collaborare in Africa alla costruzione di infrastrutture ed allo sviluppo commerciale del continente nero. L’attività cinese in Africa ha assunto dimensioni considerevoli per la quantità di investimenti e per la rilevanza dell’impegno: Pechino ha individuato nel continente africano le migliori possibilità di sviluppo futuro, realizzando investimenti di lungo periodo e, nel contempo, ha intrapreso uno sfruttamento intensivo delle materie prime africane, suscitando il sospetto di una pratica quasi colonialista nei confronti dei paesi poveri africani. La Francia ha ancora interessi in Africa, sia economici, che politici, retaggio del colonialismo praticato nei secoli scorsi. La percezione è che Macron tenti di inserirsi nei piani di sviluppo cinesi, come alleato più esperto nella gestione dei conflitti con le autorità e le società locali, al fine di contenere le possibili cause di ostacolo all’avanzata cinese. Per Pechino si tratterebbe, da una parte di un rischio, ma dall’altra dell’opportunità di collaborare con una democrazia pienamente riconosciuta come quella francese, con la quale dividersi i rischi di mmagine derivanti dalle politiche industriali, spesso invasive, portate avanti nei paesi africani. Il presidente francese in cambio, oltre alla collaborazione in Africa, chiederebe, un riequilibrio, almeno parziale, della bilancia commerciale con la Cina, attualmente a favore di Pechino nella misura di 30 miliardi di euro. Per la Francia la Cina, rappresenta comunque il partner commerciale più grande del continente asiatico ed un maggiore accesso della sua produzione sul territorio cinese, magari nel settore del lusso, visto la grande crescita dei miliardari cinesi, potrebbe diminuire il deficit commerciale. Questa visita denota, la volontà del presidente francese di giocare un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale, sia dal punto di vista personale, segnalandosi per il suo attivismo che vuole significare la volontà di diventare di uno dei personaggi politici sempre più influenti, che per il suo paese, che secondo il suo progetto, deve assumere un ruolo almeno paritario con la Germania in Europa, ma anche essere in grado di recitare un ruolo singolo nel rapporto con le più grandi potenze, sfruttando le possibilità che la congiuntura internazionale può offrire. Resta da vedere se questa strategia di grande impegno sulla scena diplomatica sia soltanto un piano di sviluppo per la Francia o anche la volontà di nascondere le difficoltà interne che Macron sta trovando nel suo paese. Lo schema che prevede una grande visibilità estera è stato spesso applicato nel tempo da diversi statisti per mettere in secondo piano i problemi interni e per un presidente come quello francese, che ha riscosso un grande successo elettorale, subito ridimensionato nel gradimento una volta insediato, sembra nelle condizioni ideali per utilizzarlo.

La Cina prova a riavvicinare le due Coree

Era dal 2016 che non avvenivano contatti ufficiali tra le due Coree, l’interruzione, dovuta a rispettivi irrigidimenti, aveva creato il crescendo della tensione, che si è poi ampliato agli altri attori internazionali presenti nella regione. A parte la concomitanza delle prossime olimpiadi invernali, che si svolgeranno proprio in Corea del Sud, dietro la ripresa dei contatti tra Seul e Pyongyang non si può non intravvedere il ruolo cinese, che è il maggiore paese interessato alla stabilità regionale. Per Pechino sia l’ipotesi diuna riunificazione delle due Coree, che lo stato di tensione permanente, rappresentano una preoccupazione costante, in una parte del mondo troppo vicina ai suoi confini. Per lungo tempo l’impressione è stata che anche la Cina, sebbene fosse l’unica nazione vicina alla Corea del Nord, fosse incapace di avere una influenza positiva su Pyonyang, per limitare la sua azione nucleare. Ciò è stato, presumibilmente, dovuto a possibili tentativi di Pechino di rovesciare il regime al comando del paese, che sono, poi, culminati inuna feroce repressione di Kim Jong-un. Anche se non se ne ha la certezza è innegabile che c’è stato un periodo di raffreddamento tra i due paesi, il cui motivo non è stato ufficiale. Nonostante ciò per la Cina è sempre preferibile che le due Coree siano separate e che quella del nord, in qualche modo, ricada sotto l’influenza cinese, per evitare una riunificazione dove avrebbe la meglio la Corea più ricca, quella del sud, tradizionalmente alleata degli Stati Uniti. Quello che Pechino vuole evitare è di avere direttamente sui suoi confini i militari americani. Questo status quo, che non conviene ai cittadini nordcoreani, permette di evitare una grande tensione tra Cina ed USA, che potrebbe avere una pericolosa evoluzione. Un motivo ulteriore, ma tutt’altro che secondario, è la necessità per la Cina, di mantenere il più possibile sicure le linee mercantile marittime ed evitare che la questione nucleare inneschi una presenza militare statunitense maggiore nella regione, come richiesto da Seul e Tokyo. Un abbassamento della tensione con la Corea del Nord, sebbene provvisorio ed incerto, potrebbe permettere, all’interno di un periodo di distensione, la ripartenza dei colloqui con Seul e di aprire anche una fase nuova con gli USA, eventualità verso la quale anche il Segretario di stato americano ha manifestato la propria disponibilità. Tutto deve partire dalla ripresa dei colloqui tra le due Coree, come presupposto principale per permettere di sviluppare dei negoziati con Pyongyang. L’approccio corretto è senz’altro quello di coinvolgere la Corea del Nord, senza isolarla ulteriormente, in trattative pacifiche che cerchino di ridurre, in modo consensuale, la pericolosità atomica. Certamente occorre sempre tenere presente la bassa affidabilità del regime nordcoreano, tuttavia l’inasprimento delle sanzioni ha provocato grandi difficoltà interne, che hanno contribuito ad alzare il livello di tensione e l’incremento delle minacce da parte di Kim Jong-un. Probabilmente, dal punto di vista politico, quello che si patisce di più a Pyongyang è lo stesso isolamento nel quale il regime ha gettato il paese: il mutamento della situazione generale e di quella contingente della nazione nordcoreana fa percepire questo isolamento internazionale, sopratutto quello provocato dalle sanzioni, come imposto da forze esterne; d’altra parte una delle ambizioni di Pyongyang è quella di venire riconosciuta ufficialmente come potenza nucleare attraverso un negoziato ufficiale con gli Stati Uniti. In questa fase di riapertura il ruolo di Corea del Sud e della Cina appare essenziale in maniera diretta, proprio per la necessità di mantenere aperto un canale di dialogo sempre aperto con Pyongyang, ma il ruolo degli Stati Uniti, se interpretato a dovere, non sarà meno importante, perchè sarà essenziale non cadere in eventuali provocazioni nordcoreane per cercare di mantenere un basso profilo e permettere così l’avanzata delle trattative. Probabilmente potrebbe essere necessario concedere qualcosa a Pyongyang, ma riuscire a riprendere i contatti con la Corea del Nord, in questo momento appare rpioritario ben oltre i confini regionali.

Le possibili ragioni esterne della crisi iraniana

Le proteste iraniane, questa volta, non sembrano essere originate da motivi politici ma dalla congiuntura economica negativa, che ha determinato il rialzo dell’inflazione ed il conseguente aumento dei prezzi, tra i quali, dei generi di prima necessità. La popolazione appare delusa dai tanto attesi e mancati effetti del raggiungimento dell’accordo sul nucleare, che doveva essere il volano per fare ripartire l’economia iraniana. Uno dei principali fattori che hanno concorso a determinare questa situazione è stata l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti: il successore di Obama non ha seguito la politica del suo predecessore ed ha assunto una posizione molto critica con Teheran e contro l’accordo firmato anche dagli USA, di fatto mantenendo le sanzioni contro l’Iran. La mossa è strumentale ai legami sempre più stretti che Washington sta intrattenendo con Arabia Saudita ed Israele, storici nemici dell’Iran, seppure per ragioni diverse. Gli interessi concomitanti di queste tre potenze potrebbero avere determinato la crisi economica iraniana, che è sfociata nelle manifestazioni di piazza di questi giorni. Per gli USA attuali e per i suoi alleati, una situazione di destabilizzazione del paese iraniano, in grado di danneggiare il governo riformatore in carica, può rappresentare un fattore di contrasto alla linea espansionistica che l’Iran ha deciso di tenere in Siria e Libano. Un indebolimento dei riformatori con un eventuale ritorno dei conservatori, potrebbe permettere di rappresentare l’Iran in maniera ancora più illiberale e ciò potrebbe provocare anche un atteggiamento differente dei paesi europei, per ora fermamente decisi a mantenere gli impegni firmati nell’accordo sul nucleare. Indirettamente i conservatori ed i religiosi iraniani potrebbero trarre vantaggio da queste proteste proprio per un eventuale ritorno al potere; non sembra casuale che la città da dove sono partite le contestationi sia proprio una roccaforte dei movimenti più conservatori del paese. D’altra parte appare innegabile che le colpe del governo siano effettive: il drenaggio finanziario a favore degli investimenti militari e dell’intervento in Siria e per fermare il fondamentalismo sunnita ha provocato una mancanza di risorse che l’esecutivo ha pensato di compensare con l’aggravio dei costi su settori merceologici, come gli alimentari, che hanno un impatto diretto sulla popolazione. Un ulteriore aspetto da contestare al governo è la crescente corruzione presente del paese, che non permette una vita economica libera da condizionamenti ed un’altro fattore di sottrazione alle finanze del paese, oltre che un motivo di impedimento di investimenti stranieri, necessari per il rilancio dell’economia del paese. Tuttavia se questa lettura della crisi in corso avesse dei fondamenti, la mossa costituirebbe un azzardo di non poco conto da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati: un ritorno dei conservatori e degli ultra religiosi al potere non potrebbe che acuire la crisi in corso con una deriva potenzialmente molto pericolosa, non solo per la regione, ma per gli equilibri del mondo intero. Se si vuole esasperare la situazione interna di un paese, anche attraverso l’uso sconsiderato dei social network e si è il presidente della più grande potenza mondiale, c’è qualcosa che non va bene; la percezione è che ancora una volta il dilettantismo di Trump abbia la meglio sulla necessaria prudenza che sarebbe necessaria in politica estera. Le conseguenze di una crisi iraniana potrebbero avere anche delle ripercussioni sul rapporto, già difficile, tra Washington e Mosca, sopratutto dopo che il Cremlino ha fatto sapere di ritenere inamissibile una intromissione in quelli che considera esclusivi affari interni di Teheran. Il rapporto tra Iran e Russia si è particolarmente rinforzato con l’alleanza che è servita per gestire la crisi siriana, dove entrambi i paesi avevano obiettivi comuni. Alzare la tensione con la Russia, anche attraverso la crisi interna iraniana, potrebbe creare uno stato di tensione molto dannoso per lo scenario internazionale, sarebbe preferibile un atteggiamento di basso profilo, che non privilegi gli interessi regionali di qualche alleato; peraltro la politica della Casa Bianca sembra sempre più spostarsi ad oriente tralasciando il naturale rapporto con l’Europa, che, infatti, fino ad ora si è mantenuta molto cauta sui fatti iraniani. Al mondo un Iran che torna ad essere esclusivo bastione degli sciiti non serve a molto, al contrario sarebbe auspicabile un coinvolgimento di Teheran nella politica internazionale: un programma che Obama non è riuscito a completare e che per essere compiuto necessita di una situazione economica del paese iraniano ben diversa da quella attuale. Per l’Europa potrebbe essere la duplice occasione di recitare un ruolo di primaria importanza sia nel campo diplomatico chein quello economico.

USA e Corea del Nord potrebbero intraprendere un negoziato

Il Segretario di Stato americano, Tillerson, avrebbe affermato che gli Stati Uniti potrebbero intraprendere colloqui diretti e senza condizioni con la Corea del Nord. Fino ad ora Washington, per effettuare colloqui ufficiali con Pyongyang, aveva sempre messo la condizione di un diverso atteggiamento e di una moratoria sull’arsenale nucleare nordcoreano. Se questi colloqui dovessero avvenire, oltre all’atteggiamento responsabile statunitense, ci sarebbe, senz’altro, la vittoria diplomatica della Corea del Nord, che, fino ad ora, aveva messo come richiesta di essere trattata alla pari con gli Stati Uniti senza condizione alcuna. Ciò implicherebbe un riconoscimento ufficiale del regime di Pyongyang, cosa che è stata sempre rifiutata fermamente dalle amministrazioni americane. Questo passo, se, da un lato, potrebbe evidenziare un cambio nell’atteggiamento degli USA, potrebbe diventare una sorta di vittoria per Kim Jong-Un, che potrebbe essere speso con la Cina, proprio in prospettiva antiamericana. Pyongyang, cioè, potrebbe diventare un alleato maggiormente affidabile e quindi impedire l’unione tra le due Coree: una ipotesi sempre rifiutata da Pechino, timorosa di avere i militari statunitensi sui suoi confini. Resta, comunque, da vedere l’affidabilità di una dittatura da sempre imprevedibile nelle sue decisioni, anche considerando che Pyongyang non ha ancora avuto alcuna reazione ufficiale. Per altro dell’iniziativa del Segretario di Stato non si conoscono ancora a fondo i dettagli e neppure la considerazione che Trump possa avere per questa mossa diplomatica ufficiosa: infatti dalla Casa Bianca sono arrivati segnali ambigui dall’entourage del presidente statunitense, che non si capisce ancora bene se ha dato indicazioni all’amministrazione guidata dal Segretario di stato, o se, al contrario, la considera una perdita di tempo. Le opinioni di Trump sulla Corea del Nord non sembrano, infatti, essere cambiate: la condotta del paese asiatico è sempre considerata pericolosa, sia per gli equilibri internazionali, che per la stessa nazione nordcoreana. Le intenzioni del Segretario di stato potrebbero essere il risultato finale di colloqui non ufficiali tra i due paesi che non sono mai stati interrotti, perchè portati avanti da una sorta di diplomazia parallela. Questi canali non ufficiali hanno permesso di mantenere aperto un dialogo, anche nei momenti più acuti della crisi, aldilà delle profonde contrarietà tra i due paesi e delle preoccupanti dichiarazioni provenienti da entrambe le parti. Attualmente la situazione è in una fase di stallo, ma la Corea è sempre alla ricerca della necessaria tecnologia per il trasporto delle testate atomiche miniaturizzate. Un eventuale incontro ufficiale potrebbe permettere di guadagnare tempo a Pyongyang, un aspetto che non potrebbe contribuire ad un atteggiamento positivo del presidente USA verso gli eventuali negoziati, ma, nello stesso tempo, potrebbe mostrare una disponibilità americana alla trattativa, che permetterebbe a Washington di avere minor pressione internazionale. Una delle considerazioni americane è, però, se la sincerità della Corea del Nord a mantenere le promesse derivanti dal negoziato, sia veritiera. Uno dei fattori caratteristici del regime nordcoreano è la sua imprevedibilità, mentre sull’affidabilità non ci sono certezze neppure da parte di Pechino. Nel caso del mancato rispetto degli accordi da parte di Kim Jong-un la rappresaglia americana di tipo militare, diventerebbe più probabile e questa considerazione potrebbe fare decidere la Casa Bianca a non intraprendere alcun negoziato ufficiale, perchè in caso di mancato rispetto degli accordi, un mancato intervento americano sarebbe considerato una sconfitta sul piano internazionale. Cosa augurarsi, quindi? La situazione attuale impone riflessioni serie ed attente, sopratutto nella valutazione dei costi e dei benefici, in un clima di grande incertezza, tuttavia in un negoziato ufficiale gli Stati Uniti sarebbero notati per la loro disponibilità con un paese che gli ha sempre attaccati sul piano diplomatico e minacciati con assurda veemenza.