Le ambizioni cinesi sull’Africa

La politica cinese nei confronti dell’Africa ha avuto un percorso lungo e paziente, che dura da oltre dieci anni; in questo periodo la diplomazia di Pechino ha operato un costante avvicinamento nei vari paesi africani compiendo quasi ottanta visite da parte delle più alte cariche cinesi in almeno quarantatre paesi del continente nero, oltre a diverse missioni diplomatiche, che hanno avuto lo scopo di favorire la penetrazione cinese nelle nazioni africane. Per Pechino l’Africa è considerata strategica sia nel breve periodo, che nel periodo lungo. Il ragionamento cinese ha, dunque, una duplice valenza sia politica che economica, ma che muove da una visione di sviluppo che è conveniente per i paesi africani, ma, prima di utto per la Cina stessa. Se si ragiona sul breve periodo, la disponibilità di materie prime, unita ad un costo del lavoro molto basso, rappresentano un motivo di interesse fondamentale e funzionale alla crescita dell’economia cinese, che è sempre la ragione principale che muove gli interessi di Pechino; tuttavia nel ragionamento di breve periodo deve entrare anche lo sbocco delle merci cinesi in economie che sono in rapida crescita ma che necessitano di ingenti capitali esteri da destinare al proprio sviluppo. Il dato che testimonia meglio questa tendenza è quello del volume degli scambi economici tra Cina ed Africa: all’inizio degli anni 2000 si attestava sui 10 miliardi di dollari, mentre nel 2017 è arrivato a 170 miliardi di dollari. Ma la Cina ritiene che questo dato possa aumentare ancora, infatti nella visione di lungo periodo di Pechino c’è la valutazione dell’aumento della popolazione africana, che dall’attuale miliardo, dovrebbe passare al doppio entro il 2050 ed addirittura arrivare a 3 miliardi entro la fine del secolo. Si tratta di una previsione che consentirebbe al continente africano di avere più abitanti di quelli di Cina ed India sommati: un mercato potenzialmente enorme, se sarà sostenuto da una crescita economica adeguata. Per sostenere questi obiettivi la Cina ha deciso di incrementare gli investimenti in Africa, grazie ad una grande disponibilità di liquidità finanziaria, che è il vero strumento di penetrazione nel continente. La recente visita in Africa del presidente Xi Jinping si è concretizzata una linea di credito di 60.000 milioni per finanziare la crescita; precedentemente una somma analoga era stata investita a favore del continente africano. Tuttavia soltanto una parte di questi finanziamenti sono senza interesse e ciò viene ritenuto una sorta di pericolo per la sovranità dei paesi africani, perchè la Cina avrebbe una posizione di vantaggio sui governi proprio a causa del debito che questi finanziamenti provocano. La questione pone aspetti di natura geopolitica tutt’altro che irrilevanti: appare chiaro che Pechino sta mettendo una seria ipoteca sui paesi africani e sull’influenza che potrà esercitare su di loro, sia in termini assoluti, che in termini relativi a questioni contingenti, che potranno sorgere nel futuro. Non è un caso che la percezione positiva della Cina sia calata notevolmente in paesi molto rilevanti del continente, come Egitto, Ghana, Kenya, Senegal e Tanzania. Le manovre cinesi però rischiano di diminuire sensibilmente l’influenza occidentale in Africa: occorre riconoscere che Pechino ha operato in modo accorto ma non in maniera nascosta, certo la grande disponibilità finanziaria ha favorito i piani cinesi, ma la risposta di Usa ed Europa è stata troppo inferiore a quanto offerto dalla Cina; si tratta di una miopia politica che potrebbe avere ripercussioni pesanti proprio sul lungo periodo perchè il presidio dell’Africa potrebbe, in futuro, essere determinante sia in termini di potenza economica, che di potenza politica a livello internazionale; non per niente Pechino ha già in funzione una base militare a Gibuti, che sembra rappresentare il primo punto di appoggio per le forze armate cinesi nel continente, a cui potrebbero seguire altre installazioni militari. La pericolosità di questa evoluzione deve essere inquadrata in un contesto nel quale il paese cinese intrattiene relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con governi non solo democratici, ma anche di paesi dove i governano dittature e vi è il rispetto dei diritti civili. D’altra parte neppure nella stessa Cina i diritti sono assicurati e ciò deve rappresentare un allarme per un paese che investe sempre di più a livello mondiale per diventare centrale e conquistare una rilevanza politica non ancora raggiunta. Alterare la posizione africana nel quadro geopolitico mondiale può essere un elemento fondamentale per sovvertire i delicati equilibri attuali, ma che rappresenta una chiara ipoteca sul futuro non solo del continente africano, ma anche su quello dello scenario globale.

I paesi nordafricani rifiutano i centri di accoglienza sui loro territori

La decisione approvata lo scorso 28 giugno, dall’Unione Europea circa la costruzione di campi di accoglienza per migranti fuori dai propri confini, si è subito rivelata una soluzione avventata, perchè non ha tenuto conto della volontà dei paesi nord africani, dove Bruxelles intendeva costruire le strutture di ricovero, per impedire l’emigrazione non autorizzata sul vecchio continente. Nelle intenzioni europee i paesi della fascia costiera meridionale del Mediterraneo dovevano diventare una zona di attesa autorizzata per i migranti, in attesa che venissero valutate le richiestedi ingresso. Le intenzioni dichiarate erano quelle di evitare le stragi del mare e le questioni con le Organizzzioni non geverantice, impegnate nel salvataggio dei profughi e dei relativi sbarchi, quasi tutti in porti italiani. La decisione presa dai paesi europei era, però, sbagliata in partenza in quanto non aveva contemplato una consultazione preventiva dei paesi che dovevano ospitare le strutture di accoglienza. Tale modalità ha rivelato una scelta approssimata e destinata ad un sicuro fallimento, come poi si è puntualmente verificato. Probabilmente la vera intenzione è stata quella di costruire un alibi nei confronti del paese italiano per continuare a lasciare a Roma la gestione dei flussi migratori. Occorre però specificare che spesso i punti di partenza delle rotte nautiche verso l’Italia sono appartenenti a stati nord africani che hanno rifiutato la proposta europea; spesso il controllo delle coste non è assicurato dagli organismi statali di questi paesi, che di fatto favoriscono i traffici umani e le rischise traversate verso le acque italiane. La risposta dei paesi della fascia costiera mediterranea meridionale è stata compatta nel rifiutare i centri di accoglienza, ma questa decisione pone degli interrogativi sugli effettivi controlli che esercitano alle loro frontiere. Per partire dalle coste mediterranee, infatti i migranti devono attraversare i confini ed il relativo territorio degli stati che rifiutano la collaborazione con l’Europa. Se, da un lato, la gestione delle frontiere è complessa, dall’altro sembra essere presente una sorta di volontarietà nel permettere il traffico e la partenza dei migranti, in questo caso il dubbio dell’uso di uno strumento di pressione verso l’Europa non sembra essere del tutto impossibile. I motivi del rifiuto, che resta, peraltro, molto comprensibile, sono generalmente simili per tutti i paesi nord africani: la percezione dei centri di accoglienza è quella di campi di internamento, ai quali sia le classi politiche che quelle sociali sono fermamente contrarie. Anche in paesi come la Tunisia, che dal punto di vista del processo democratico è una dei più avanzati e che, quindi, presenterebbe delle caratteristiche specifiche, il timore che si ripeta la situazione patita durante il conflitto libico, per di più in un contesto economico depresso, è motivo ulteriore di rifiuto della soluzione proposta da Bruxelles. Per l’Egitto la questione del rifiuto sembra essere quella organizzativa, perchè il paese delle piramidi patisce una situazione già molto pesante in termini di accoglienza di profughi provenienti da ben cinquantotto nazioni differenti. Algeria e Marocco si dicono in disaccordo con questa soluzione, ma con questi stati occorrerebbe stringere accordi sui migranti provenienti proprio da questi paesi, che contribuiscono ad aumentare il numero dei migranti. Infine con la Libia non sembra possibile neppure prefigurare un accordo, per il trattamento risetrvato ai migranti, spesso tenuti in condizioni inumane e venduti come schiavi. Tenere centrale la trattativa con la Libia appare controproducente, perchè i rappresentanti dei due governi libici sembrano attuare la strategia di Gheddafi, che regolava il flusso dei migranti in base alle propria esigenze, instaurando un regime di ricatti, il cui soggetto maggiormente interessato era l’Italia. Gli attuali esecutivi libici sembrano tenere una doppia condotta, che può essere conseguenza della divisione del paese, ma anche della limitata capacità di gestione dei flussi migratori, a cui deve essere aggiunta anche un certo calcolo nell’usare lo strumento di pressione delle partenze dei migranti. L’Europa, dopo avere tanto elaborato una soluzione così inutile, deve trovare ancora nuove soluzioni al problema migratorio e deve trovarle necessariamente al proprio interno, senza contare su collaborazioni esterne o su modelli, come quello basato sulla collaborazione con la Turchia, inapplicabili nei paesi nord africani. Le uniche soluzioni possibili sono quelle della revisione del trattato di Dublino e l’obbligatorietà delle quote, con la previsione di forti sanzioni per chi non le accetta.

L’Egitto alle elezioni

Le elezioni presidenziali egiziane, che si svolgono in queti giorni, hanno un esito già definito. Le alternative per i circa sessanta milioni di elettori non sono molte e l’unica candidatura, oltre al presidente uscente Al Sisi, che uscirà vittorioso dalle urne, è un politico che fa parte di un partito che ha sempre fornito tutto il suo appoggio al governo in carica. Una elezione, quindi, che ha come valore soltanto l’espletamento di un dovere legale, senza una effettiva competizione, perchè si svolge all’interno dello stesso campo politico. Messi fuori gioco i Fratelli musulmani, formazione politica che aveva vinto le ultime elezioni dove vi era stata un reale contraddittorio, ma, che, successivamente all’insediamento al potere avevano abusato della loro posizione maggioritaria, tutte le altre formazioni o i competitori in grado di raccogliere un numero di consensi significativo, sono stati costretti ad uscire dalla vita politica attiva del paese. Le modalità sono note: l’uso della forza è stato preponderante nella dialettica politica egiziana, attraverso la tortura, la pena di morte ed in generale il terrore e la repressione come strumenti di politica a senso unico. Se, all’inizio, Questa metodologia è stata usata contro gli oppositori di matrice politico religiosa, successivamente la dittatura egiziana ha ampliato la sua azione anche contro partiti e movimenti più moderati o di natura laica, che reclamavano soltanto un maggiore tasso di democrazia nel paese. Questa spaccatura nella società egiziana può essere la ragione del maggiore timore del vincitore già annunciato: l’astensionismo. Infatti una bassa affluenza alle urne potrebbe determinare una minore legittimazione dell’investitura di Al Sisi e potrebbe, di conseguenza, aggravare i problemi sul piano internazionale; il governo egiziano è stato sottoposto a giudizi profondamente negativi, proprio a causa della violenza delle repressioni a cui sono stati sottoposti gli oppositori, tuttavia, nessun provvedimento pratico, come ad esempio le sanzioni, è mai stato preso contro Il Cairo. Il governo egiziano svolge un compito essenziale per l’occidente in funzione anti integralismo islamico, ruolo, peraltro molto apprezzato anche da buona parte della società del paese, che preferisce una dittatura militare ad una dittatura religiosa, come era diventato l’Egitto con i Fratelli musulmani al governo. In questa parte, più o meno favorevole al regime, è compresa la minoranza dei cristiani, che, comunque, arrivano ad essere circa il quindici per cento del totale della popolazione; con Al Sisi al governo i cristiani si sono sentiti maggiormente tutelati e le previsioni sono che voteranno quasi interamente a suo favore. Il vero pericolo di queste elezioni sono i possibili attentati, che richiamerebbero l’attenzione sull’Egitto e potrebbero compromettere il controllo del paese del presidente in carica. Per questo motivo sono state attivate misure di controllo ancora più stringenti sul paese, anche se la zona ritenuta più pericolosa è sempre quella del Sinai. In questo territorio la presenza di diverse componenti del terrorismo islamico, saldate con le parti più estreme dei movimenti palestinesi, hanno costretto le forze armate egiziane ad una azione costante e massiccia, che non è ancora chiaro quali risultati abbia dato. I militari egiziani sono sostenuti dagli alleati statunitensi ed israeliani nel contrasto alle forze avverse che trovano rifugio nel deserto del Sinai e questa alleanza è la migliore giustificazione internazionale della permanenza di Al Sisi al governo del paese, proprio in funzione di evitare all’Egitto una deriva fondamentalista islamica. Per quanto riguarda la situazione interna, l’economia è in una situazione molto difficile ed il paese sopravvive grazie ai contributi esteri, che vengono concessi proprio mantenere un controllo su ormai improbabili ritorni del fondamentalismo islamico. La popolazione egiziana sembra accettare il governo del Generale, anche per la mancanza di alternative valide, dovute, sia alla repressione, che all’esaurimento del consenso per gli altri movimenti che non hanno saputo o voluto integrarsi con il regime di Al Sisi. Quello che appare è una sorta di rassegnazione che risulta essere l’elemento determinate di questa tornata elettorale.

La crisi migratoria come sintomo del fallimento dell’Europa

Il piano, che Bruxelles sta elaborando per gestire l’emergenza profughi, sembra basarsi su di un progetto che vuole coinvolgere i paesi africani per impedire le migrazioni. Al momento la distinzione che si attua è quella tra migranti per causa delle guerre, come i siriani, e migranti economici, mentre non vi è alcuna distinzione per chi è costretto ad emigrare dalle carestie di cibo e di acqua, per cui queste persone sono fatte rientrare nella categoria dei migranti economici. Queste distinzioni contengono in se una certa dose di ipocrisia, sopratutto se si pensa al trattamento riservato a quelli che fuggono realmente da conflitti presenti nelle loro zone di origine. Questa premessa è necessaria per inquadrare la situazione in cui l’unione intende muoversi per evitare che i problemi che sta patendo l’Italia, siano l’occasione di un grave conflitto diplomatico interno all’Europa. La posizione geografica del paese italiano favorisce il movimento migratorio dalla coste libiche, che si sta incrementando in maniera non più sostenibile per Roma; il problema è che questa emergenza non vuole essere suddivisa tra gli altri membri europei: all’ostilità più volte manifestata dai paesi dell’est europeo, si è aggiunta l’assenza di collaborazione dei maggiori paesi mediterranei, come Francia e Spagna. Inoltre vi è il ruolo, sempre più importante, giocato dalle Organizzazioni Internazionali non appartenenti all’Italia, che svolgono un ruolo meritevole, per quanto riguarda l’aspetto del salvataggio dei profughi, ma che non conducono queste persone nei porti dei loro paesi, ma in quelli più vicini, cioè sempre in Italia. La soluzione, nella prima fase, è quella di affidarsi ai libici per fermare il flusso dei migranti, attraverso una contribuzione economica sostanziosa; questa ipotesi presenta molte lacune, che, vanno, dalla reale volontà e capacità dei libici di svolgere questo compito, fino alla questione del trattamento ricevuto dai migranti, che, secondo numerose testimonianze, violerebbe i più elementari diritti delle persone. Questa soluzione, anche al netto delle perplessità sopra esposte, resta un piano di breve periodo, troppo soggetto a tante variabili, che ne possono precludere l’efficacia. Anche i maggiori contributi, previsti per l’Italia rappresentano una soluzione che deve essere intesa a gestire l’immediato, il proponimento è essenziale per evitare altre morti, ma non risolve la mancanza di coinvolgimento degli altri stati membri, condizione necessaria per una soluzione a livello europeo, quale elemento essenziale per continuare il dialogo tra i paesi all’interno dell’Unione. Sovvenzionare gli stati africani soltanto con denaro, una eventualità prevista da Bruxelles, appare ugualmente criticabile, sia perchè i governi ed i sistemi politici di questi stati presentano aspetti oscuri nella gestione della cosa pubblica, sia perchè sarebbe più utile sviluppare sistemi economici e produttivi in maniera congiunta, in modo da controllare direttamente l’impiego dei finanziamenti e la progressione dei progetti. Bloccare alla fonte il traffico migratorio è possibile soltanto consentendo una crescita dei paesi da dove questo fenomeno proviene, ciò è possibile con un impegno gravoso di risorse, non solo economiche, che soltanto una organizzazione sovranazionale come l’Unione Europea potrebbe garantire. Ma il problema è proprio questo: la mancata collaborazione all’Italia, lasciata sola, aldilà di tante parole, a gestire una situazione, che doveva essere più equamente divisa è il segnale e la conferma di una debolezza politica incapace di sorpassare le situazioni contingenti presenti nei singoli stati, come elezioni, gruppi di pressione al fine di potere avere una visione d’insieme, capace di permettere sforzi ed obiettivi comuni. L’incapacità di Bruxelles di gestire le crisi migratorie, probabilmente oltrepassa anche la questione finanziaria, che è stata centrale fino ad ora, proprio perchè investe la capacità di dimostrare che i valori democratici sui quali si fonda l’Europa non sono solo sulla carta. Senza trovare un’intesa valida la conseguenza dovrà essere quella di ridiscutere tutto il sistema della alleanze e della ripartizione delle contribuzioni verso Bruxelles, fino ad arrivare a porre regole certe, altrimenti il fallimento dell’Europa non potrà che essere riconosciuto.

L’Egitto cerca una dimensione maggiore nel mondo sunnita

La cessione delle piccole isole egiziane, situate nel Mar Rosso, a favore dell’Arabia Saudita, deve essere inquadrata nell’offensiva che le monarchie saudite hanno intrapreso contro il Qatar e nell’ambito più generale della contrapposizione tra sunniti e sciiti. La decisione di donare le piccole isole disabitate, ma con grande valenza strategiche del Mar Rosso, da parte de Il Cairo, che ne aveva il controllo fin dal 1906, ha suscitato pesanti polemiche e contrasti nel paese egiziano ed anche dal punto di vista legale la Corte costituzionale del paese aveva dato parere contrario, rovesciato, però da un tribunale di grado inferiore. Il Presidente egiziano Al Sisi ha dimostrato, una volta di più, quale sia il grado del proprio rispetto delle istituzioni del paese e di come sia vigente una dittatura. Dal punto di vista della politica internazionale l’Egitto ha ceduto le isole nel quadro dell’alleanza con le monarchie saudite, in cambio di ricchi aiuti, diretti a risollevare una economia in forte crisi, ma sopratutto per sancire in modo più fermo l’alleanza politica con le monarchie saudite: una contrapposizione generata dal blocco sunnita contro l’Iran, che ha come obiettivo diminuire il peso politico di Teheran. La presenza alla Casa Bianca di Trump ha favorito questo nuovo scenario, che, tuttavia, si basa su base molto meno solide di come appare. Le accuse al Qatar, di finanziare il terrorismo, infatti, provengono da un insieme di paesi fortemente indiziati di avere anch’essi contribuito allo sviluppo del terrorismo nell’area mediorientale, con l’intento di arrivare all’influenza sulla Siria e l’Iraq. In questo scenario la posizione del Qatar non è stata differente dagli stati che gli hanno dichiarato l’attuale ostracismo diplomatico, la questione sembra essere, invece, quella di contrastare un membro all’interno dell’area saudita, che sta cercando una dimensione più autonoma rispetto alle altre monarchie sunnite; i legami commerciali con l’Iran e l’appoggio ai Fratelli Musulmani, rappresentano un oggettivo elemento di turbativa all’integrità del fronte sunnita. In questo contesto l’inserimento dell’Egitto, anche con la donazione delle isole all’Arabia Saudita, rappresenta per Il Cairo, l’obiettivo di una nuova dimensione all’interno dell’area regionale e nel blocco sunnita. Se questo dovrà accadere a scapito del Qatar è presto per dirlo, anche perchè il Qatar, malgrado le accuse, è ancora strategico per gli Stati Uniti. Quello che si deve registrare, che dalla penisola arabica il blocco sunnita si estende al paese egiziano con maggiore coesione, con il chiaro intento di circondare l’area di influenza che Teheran mantiene sulla Siria. In questo le monarchie saudite hanno un alleato importante, anche se non ufficiale, in Israele, che ha in comune l’avversione all’Iran. Sul versante irakeno, la questione è però più complessa: la sconfitta dello Stato islamico non può non prescindere dall’impiego diretto sul terreno, sia dalle milizie curde, che da quelle sciite, due protagonisti, che, per ragioni diverse, non sono graditi alla galassia sunnita, sopratutto se si ricomprende in questa alleanza anche la Turchia. Il punto centrale è che nella scenario già fortemente instabile del medio oriente la frattura all’interno del blocco sunnita non può che portare ad ulteriore incertezza, specialmente se si considera il ruolo ambiguo e, sopratutto , incerto di Trump. In questo contesto la ricerca di emergere di soggetti, seppure importanti, ma più periferici nel contesto regionale, come l’Egitto rappresenta una novità, che deve essere contestualizzata alle necessità de Il Cairo, che cerca, sostanzialmente, una via internazionale per risolvere i propri problemi interni, sia di ordine politico, che di ordine economico. Cedere una parte del proprio territorio e, di conseguenza, perdere sovranità su posizioni strategiche, comporta un sacrificio calcolato, ma soltanto alla situazione contingente, che non tiene conto del praticamente certo malcontento che si va ad aggiungere ad una popolazione già fortemente provata. La strategia di Al Sisi, che cerca di recuperare posizioni sul piano internazionale, potrebbe rivelarsi fatale sul fronte interno, alimentando l’ostilità della popolazione anche per la troppa vicinanza con Tel Aviv e riportare il paese ad un punto critico, che non potrebbe che complicare il quadro generale della situazione araba.

La visita del Papa in Egitto

La missione in Egitto di Papa Francesco, che diventa il ventisettesimo stato visitato dal pontefice, riveste un duplice ruolo, sia diplomatico, all’interno del dialogo delle fedi, necessario per l’attenuazione dei fondamentalisti, sia per portare alla comunità cristiana egiziana, che è la più importante del medio oriente, con i suoi quasi dieci milioni di fedeli, una vicinanza che vuole significare e sottolienare l’importanza della presenza cristiana nella regione, sopratutto dopo le persecuzioni degli islamici radicali. Il tentativo del Vaticano è quello di favorire un dialogo con l’islamismo moderato, come costruzione di un ponte interculturale basato sui rapporti interreligiosi, quale strumento di affermazione del necessario rapporto di convivenza all’insegna del reciproco rispetto e collaborazione. Gli interlocutori del Papa sono i religiosi islamici moderati, che sono storicamente radicati nel paese egiziano, grazie anche alla conduzione della più importante scuola teologica islamica, fondata nel decimo secolo e che conta circa 300.000 studenti. L’influenza di questa istituzione islamica è preponderante nel mondo confessionale arabo e rappresenta, quindi, l’interlocutore principale per chi vuole attaccare i fondamentalisti da un punto di vista teologico e dottrinale. Tuttavia la manovra del Papa rischia di focalizzare l’attenzione proprio degli islamici radicali sui rapporti con il principale esponente del cattolicesimo, individuato come fattore di contaminazione della purezza e supremazia religiosa della fede islamica su qualunque altra confessione. Ciò potrebbe portare a volere colpire gli islamici moderati egiziani come monito per chi si vuole contaminare con le altre fedi attraverso il dialogo. La strategia del Pontefice e del Vaticano è quella, non tanto di combattere entità come lo Stato islamico, ma di cercare di prevenirne di nuove; nello stesso tempo ciò vale ancheper i musulmani moderati, che nello stesso tempo, mirano a promuovere una integrazione dei tanti musulmani presenti in Europa, nei paesi di emigrazione. Questo intento ha come obiettivo anche quello di evitare la radicalizzazione al di fuori del mondo arabo, che tanta avversione ha creato ai credenti islamici non radicali. Una preoccupazione analoga vale anche per il Papa, che mira a creare una rete di protezione per i cristiani nelle regioni arabe, per evitare le persecuzioni a cui sono stati sottoposti i seguaci del cristianesimo. L’obiettivo finale e congiunto è creare o, meglio, ricreare, un regime di convivenza e reciproco rispetto, come elemento fondamentale della sicurezza reciproca e come fattore di isolamento del fenomeno radicale. Il Pontefice, proprio con la visita in Egitto, parte dalla ricerca della protezione e del rispetto dei cristiani copti, che vantano una presenza millenaria sul territorio e che rappresentano una parte importante del tessuto sociale egiziano, pur essendo minoranza religiosa. Nella strategia vaticana è importante che un paese importante come l’Egitto, da molti sempre visto come lo stato guida della regione araba, assuma un impegno formale nella protezione dei credenti cristiani, perchè ciò potrà costituire un esempio anche per altri stati di confessione islamica. Lo stato del Vaticano è però conscio che la posizione del governo de Il Cairo, riconosciuto come una dittatura da più parti, potrebbe risultare non gradito alle potenze occidentali, tuttavia, il pontefice potrebbe fare appello alla propria influenza anche per cercare di migliorare l’atteggiamento di Al-Sisi ed attenuare la violazione dei diritti civili che sta patendo il paese. D’altro canto garantire la libertà religiosa, può diventare uno strumento fondamentale per il governo egiziano al fine di riguadagnare considerazione sulla scena diplomatica e la ribalta della visita del Papa assicura una visibiltà mondiale che deve essere continuata per portare l’Egitto fuori dall’attuale isolamento. Il paese delle piramidi, che ha fallito la prova della democrazia, potrebbe diventare un laboratorio di tolleranza religiosa, esempio per tutti i paesi arabi, e ciò potrebbe costituire un punto di partenza anche per un eventuale sviluppo della democrazia, soffocata, prima dalle modalità di governo dei Fratelli musulmani e poi dalla giunta militare, ma che il reciproco rispetto religioso potrebbe fare diventare di nuovo ed in maniera estesa, una necessità del popolo egiziano, anche di quello laico.

La Germania vuole coinvolgere i 20 paesi più industrializzati per lo sviluppo dell’Africa

La Germania, attraverso la presidenza dei venti paesi più industrializzati, che Berlino assumerà dal prossimo giovedì, intende esercitare una azione che possa provocare una diminuzione delle correnti migratorie, che stanno mettendo in grande difficoltà l’Europa. L’intento del paese tedeco è quello di agire sulle cause strutturali che determinano le migrazioni economiche, attraverso la stesura di programmi di spesa pubblica e di rendere disponibili denaro con bassi interessi per agevolare un accesso al credito più esteso, in modo da stimolare le economie dei paesi africani, da dove provengono i maggiori flussi migratori. Si comprende, come queste intenzioni, ancorché condivisibili, siano tardive, rispetto alla situazione in essere e possano essere validi per un futuro non certo immediato. Sicuramente quella della Germania è la strada da seguire fin da subito, ma senza, tuttavia, attendersi risultati apprezzabili in tempi brevi per la riduzione delle migrazioni. Diverso è se, assieme a questi propositi, vengono attuate strategie mirate ad ottenere una diminuzione del traffico migratorio, che non possono prescindere da un insieme di azioni, che devono ricomprendere l’attività diplomatica, quella militare, quella sanitaria ed anche quella economica e di assistenza ai governi africani, da portare avanti in contesti differenti e su piani diversi. Certamente risulta importante l’azione tedesca nel tentativo di coinvolgere le maggiori economie mondiali per farsi carico, in modo congiunto, del problema africano: ma senza una azione coordinata l’ottenimento di risultati sul breve periodo appare impossibile. Quello che è necessario è un impegno prima di tutto militare, per combattere le organizzazioni che traggono notevoli vantaggi economici dai traffici degli esseri umani. Questo tipo di contrasto non si può esercitare soltanto da lontano, ma deve essere attuato nei paesi dove questi traffici si svolgono. Purtroppo la nazione maggiormente coinvolta è la Libia, sopratutto a causa della propria situazione politica e dove le componenti interne non hanno ancora trovato una sintesi per evitare i combattimenti tra fazioni contrapposte e contro gli estremisti islamici, che coincidono proprio con con le bande di trafficanti di esseri umani. Il sostegno militare al governo libico, come ad altri governi appare essenziale, così come è imprescindibile una azione più decisa della diplomazia a livello sovranazionale, vedi Unione Europea, che superi ogni approccio dei singoli stati, sopratutto quelli maggiormente coinvolti. Questo è possibile, però, soltanto con una collaborazione tra gli stati europei, che al momento non esiste e non permette un impegno militare condiviso. Senza superare questi ostacoli anche le intenzioni tedesche potrebbero avere difficile attuazione perchè uno dei maggiori ostacoli da superare è la corruzione che affligge molti governi africani. Il necessario controllo delle risorse finanziarie destinate a combattere la povertà africana ed aumentarne il tessuto produttivo, deve essere esercitato a livello globale, per avere una maggiore incidenza sopratutto nelle relazioni internazionali e diplomatiche. Questa deve essere quindi la via per avviare una collaborazione internazionale, che rappresenti una sorta di globalizzazione degli aiuti, in grado di bilanciare la globalizzazione selvaggia, che tanto ha contribuito a generare gli scompensi economici che hanno colpito il continente africano. Ciò dovrebbe comportare una correzione dei processi di crescita, intesi come mero dato quantitativo globale, verso una attuazione maggiormente indirizzata all’aspetto qualitativo, grazie ad una redistribuzione maggiormente efficiente. Se lo scopo è quello di creare lavoro per impedire alla popolazione dei paesi africani di non abbandonare i propri paesi è fondamentale impedire che i finanziamenti abbiano come destinazione concentrazioni economiche già esistenti. Il ruolo dei paesi industrializzati non può quindi essere soltanto quello di promotore di piani economici, attraverso la stesura di interventi e del loro finanziamento, ma anche, e forse, sopratutto, del controllo di come le risorse dovranno essere utilizzate. Occorre anche prevedere gli ostacoli a questo percorso: i vantaggi politici di alcuni stati, rispetto ad altri, dell’esistenza dell’emigrazione come fattore destabilizzante di soggetti sovranazionali come l’Unione Europea, i fattori economici di sfruttamento delle materie prime africane, che sono concentrate in poche società che hanno interesse a mantenere lo status quo, l’uso della povertà e dello sfruttamento come fattore aggregante per i gruppi estremisti. Queste ragioni rappresentano le prime sfide alle quali il governo tedesco dovrà fare fronte, se vorrà dare attuazione in modo efficace al programma di aiuti per l’Africa.

L’instabile situazione egiziana

I recenti fatti egiziani dimostrano che il paese governato da Al Sisi è ritornato in un grave stato di instabilità, contraddistinto da una feroce politica di repressione, ma anche da una pericolosa spaccatura che attraversa la società egiziana. Dalla primavera araba, alla caduta di Mubarak, fino all’instaurazione per via democratica della dittatura islamica di Mursi si è ritornati all’inizio alla dittatura militare di Al Sisi, costruita sul modello di quella di Mubarak, ma ancora più violenta e repressiva. Quello che impressiona sono le modalità dell’esercizio della violenza, attuata con sempre maggiore vigore e di fronte ad una opinione pubblica internazionale incapace di sostanziali azioni di contrasto, per il timore di una nuova presa di potere degli islamisti. Questo è il fatto centrale che impedisce ad uno scenario internazionale inorridito dalla repressione del governo de Il Cairo, di attuare le dovute contromisure, come le sanzioni, per fermare le pratiche repressive; d’altro canto è proprio su questo fattore che Al Sisi fonda i suoi metodi e la sua impunità, tuttavia, la crescente insoddisfazione del popolo egiziano, basata su ragioni economiche, oltre che politiche, sembra andare verso le condizioni che hanno determinato la caduta di Mubarak, con una tragica replica di quanto già visto. Se, da un lato, è pure vero che l’esercito continua ad essere la forza dominante del paese, anche nei settori delle forze armate starebbero emergendo preoccupazioni relative alla crescente diffidenza di ampi settori del panorama internazionale, che cominciano a chiedersi quale sia il male minore tra la repressione di Al Sisi ed il possibile ritorno degli islamisti. In realtà una via d’uscita potrebbe essere rappresentata da una alleanza dei settori moderati delle forze armate con gli esponenti dei partiti laici, anch’essi, per ora, oggetto della repressione. Occorre ricordare che, pur non condividendo i metodi dell’attuale governo, praticati contro i Fratelli musulmani, che avevano instaurato una dittatura religiosa, le forze laiche all’inizio avevano parzialmente appoggiato Al Sisi, nella speranza di portare il paese verso un pluralismo democratico che non avesse l’influsso degli islamisti, ma nemmeno dei militari. In altri termini Al Sisi veniva visto come una sorta di passaggio essenziale per una evoluzione democratica dell’Egitto. I rappresentanti dei partiti democratici si sono accorti presto dell’errore di valutazione compiuto nei confronti del generale, che ha voluto instaurare un dittatura militare nella quale concentrava gran parte del potere statale. Le offerte di facciata di Al Sisi, prontamente rifiutate dai democratici, ne hanno poi determinato il loro allontanamento ufficiale dalla vita politica, ponendo fuori legge tutti i partiti. Dal punto di vista internazionale, abbiamo visto, che il regime sfrutta la paura occidentale per gli islamisti, anche se questa visione non è più così scontata, ma dal punto di vista interno il governo non ha fattori altrettanto convincenti per sedare il malcontento popolare. Una dittatura è già difficile da sopportare con condizioni economiche positive, ma la situazione egiziana, da questo punto di vista, registra minimi storici tali da essere molto preoccupanti per che deve assicurare il controllo del fronte interno, oltretutto aggravati da una corruzione che registra livelli sempre più alti e che riguarda i detentori del potere a tutti i livelli. Si spiega così un uso incessante di una propaganda a cui pochi credono ancora e l’utilizzo di una repressione senza ritegno, che colpisce oppositori e giornalisti, sia egiziani, che stranieri. In questi giorni i casi di scomparsa di attivisti ed oppositori del regime sembrano aumentati, diventando così una prova indiretta delle responsabilità della morte del ricercatore italiano, impegnato in una analisi dei sindacati del paese, che continuano ad essere un potenziale soggetto di contrasto al regime. In questo quadro i fedeli di Al Sisi stanno diventando una minoranza, sempre sostanziosa, ma comunque in diminuzione, che si attesta, prima di tutto nei militari, ma anche nelle classi più agiate dell paese, le stesse che godevano di privilegi al tempo di Mubarak, tuttavia la crescente pressione sociale dei ceti più sfortunati, denota un atteggiamento di disperazione nei confronti della situazione del paese, che non sembra potere decrescere, ma è anzi, destinata ad aumentare. Si tratta di un segnale molto indicativo per Al Sisi, che dovrebbe ricordare quello che è accaduto a Mubarak, per cercare di cambiare il proprio modo di governare, sempre che non sia troppo tardi, viceversa il futuro del generale egiziano sembra segnato e ciò potrebbe aprire nel paese scenari troppo inquietanti per le ripercussioni internazionali per essere trascurati dalle potenze occidentali e dalle stesse Nazioni Unite, che dovrebbero adoperarsi per una transizione morbida e guidata per evitare ulteriore violenza in una nazione chiave degli equilibri regionali.

L’arrivo del governo appoggiato dalle Nazioni Unite provoca tensione in Libia

Usando una sottile differenza nella definizione del gruppo che è arrivato ieri a Tripoli, in rappresentanza del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, il premier designato Fayez Al Sarraj ha proclamato l’entrata in funzione del proprio esecutivo. Tuttavia la differenza semantica tra “Consiglio Presidenziale”, inteso come gruppo ristretto del governo, rispetto a tutto l’esecutivo vero e proprio, rivela l’intenzione del premier di non alzare il livello di uno scontro, già di per se elevato, con gli altri governi presenti nel paese libico. Il modo stesso di arrivare da Tunisi del capo del governo, che è arrivato nella capitale con un mezzo navale, anziché con un aereo rivela tutta la difficoltà del compito che attende l’esecutivo appoggiato dalle nazioni Unite. In Libia, attualmente ci sono tre governi, più il potere esercitato dallo Stato islamico, che sfrutta proprio la debolezza politica e la divisione del paese. Oltre al governo, che dovrebbe essere di unità nazionale, che gode del favore delle Nazioni Unite, vi è il governo di Tripoli, che è caratterizzato da una più o meno moderata tendenza confessionale e quello rifugiato a Tobruk, che, secondo il responso elettorale sarebbe quello legittimo ed anche riconosciuto dalla comunità internazionale. L’atteggiamento del governo di Tripoli verso l’esecutivo delle Nazioni Unite è di aperta ostilità ed infatti lo ha definito “gruppo di intrusi” ed ha fatto appello a tutti i rivoluzionari a mobilitarsi contro questo esecutivo che viene considerato usurpatore. Il governo delle nazioni Unite è ospitato in una base della Marina Militare libica, che è stata subito circondata da mezzi armati dei sostenitori del governo di Tripoli, provocando una forte tensione in città. Esiste anche il rischio concreto che si dia avvio ad un forte contrasto tra le diverse armi delle forze armate libiche, dato che la Marina, come si è visto, appoggia il governo delle Nazioni Unite, mentre l’esercito, tramite il suo portavoce, ha dichiarato la sua contrarietà per la connotazione troppo religiosa del governo. Questo punto avrebbe dovuto rappresentare un motivo di riflessione più approfondito da parte delle Nazioni Unite, giacché il premier Fayez Al Sarraj ha ribadito che la sharia resta la fonte del diritto da applicare allo stato libico. Se questa mossa è studiata per arrivare ad una conciliazione con il governo di Tripoli, sembra già fallita, mentre l’aperta contrarietà dell’esercito rappresenta un fattore potenzialmente notevolmente destabilizzante del percorso di unificazione del paese. Anche con il governo di Tobruk i rapporti non sono buoni, dato che l’esecutivo legittimamente eletto ha bocciato per cinque volte consecutive la fiducia all’esecutivo delle Nazioni Unite. Tutti questi particolari indicano come probabile il fallimento di questo governo e suscitano interrogativi sulla scelta delle Nazioni Unite, che pare un azzardo, dato che cerca di imporre in un paese dove sono già presenti due governi, un terzo esecutivo che costituisce un elemento aggiuntivo di contrasto; inoltre il carattere apertamente confessionale di questo governo, che, ricordiamo, riconosce la legge islamica come legge fondamentale dello stato, appare un fattore di turbativa nella società libica ed in contrasto con ogni prospettiva futura di pacificazione, rischiando di replicare la situazione egiziana, dove si è innescato un colpo di stato militare, anche il Libia l’esercito è contro l’islamizzazione della politica, con gli effetti attuali che sono sotto gli occhi di tutti. Forse una soluzione sarebbe quella di dare l’avvio ad una divisione del paese sulla base dell’assetto presente prima della conquista coloniale italiana, che ha causato la formazione della Libia cone nazione unica senza le necessarie basi storiche, politiche e culturali che potessero sostenerne l’unificazione, se non sotto una forma di governo autoritaria. Per fare ciò è però necessario liberare la parte centrale del paese dall’occupazione dello Stato islamico e l’intenzione delle potenze occidentali è quella di non impegnarsi direttamente sul terreno, ma di creare le condizioni affinché questo conflitto sia condotto e vinto dagli stessi libici. L’intenzione delle Nazioni Unite, vista in questa ottica potrebbe avere un senso, tuttavia, la scelta non unisce ma sembra ottenere ancora maggiori divisioni, indebolendo la struttura del paese e favorendo proprio la presenza delle truppe del califfato. In sostanza il rimedio studiato dalle Nazioni Unite appare peggiorativo e, se si vuole puntare su una prossima divisione del paese, per pacificare l’intero territorio si potrebbe studiare una forma di collaborazione temporanea , imperniata su pochi punti fondamentali, tra Tripoli e Tobruk, finalizzata alla liberazione del territorio occupato dallo Stato islamico per poi affrontare in maniera più serena una eventuale divisione amministrativa del paese in più unità sovrane, anche federate, possibilmente alleate all’occidente dal quale dovrebbero avere tutto l’aiuto economico e politico per stabilizzare tutto il territorio libico.

L’attuale situazione libica

Cinque anni dopo la fine del regime di Gheddafi, la Libia non è solo alle prese con la minaccia dello Stato islamico, ma per i suoi abitanti le difficoltà di tutti i giorni sono di ordine economico. Non che le due cose non siano connesse: le due amministrazioni che si dividono il paese che dovrebbero costruire un governo di unità nazionale, sono ancora alle prese con le divergenze politiche e, nel frattempo, non esercitano l’azione di governo. L’economia è in mano al mercato nero che crea inflazione, i lavoratori specializzati provenienti dagli altri paesi ritornano in patria, creando problemi in diversi settori, come quello della sanità ed l’industria edile è ferma per mancanza di fondi. La situazione economica potrebbe diventare un fattore estremamente destabilizzante e favorire la presenza dello Stato islamico. In questo scenario il governo di Tripoli e quello di Tobruk stentano a trovare un’intesa e mantengono separate le rispettive forze armate, che separate non possono combattere il califfato. La presenza dei fondamentalisti islamici rappresenta un pericolo concreto per il paese libico e, di conseguenza, per i paesi occidentali, primi fra tutti, quelli affacciati sul Mediterraneo. Il pericolo concreto è che le forze dello Stato islamico abbiano saccheggiato gli arsenali di Gheddafi, ma non soltanto quelli contenenti armi convenzionali, ma specialmente quelli contenenti armamenti chimici e forse nucleari. Progettare un attacco con questi armamenti dal Golfo della Sirte verso il paese italiano sembra essere una possibilità non troppo remota. Sulla questione dell’intervento occidentale in Libia le posizioni non sono univoche: se gli Stati Uniti hanno già condotto raid aerei sulle forze del califfato, non lo hanno potuto fare dalle basi italiane, ma partendo da quelle inglesi, con difficoltà tecniche legate ai rifornimenti in volo di non poco conto. L’italia, che è il paese maggiormente interessato all’evoluzione della situazione libica, mantiene una posizione giudicata anche troppo prudente, ma che ha una sua giustificazione evidente. Roma richiede, per impegnarsi in prima persona e quindi per concedere la proprie basi , una copertura delle Nazioni Unite o, almeno, un accordo con i paesi occidentali, che non ripeta la sciagurata gestione del periodo successivo alla caduta di Gheddafi. In ogni caso, come hanno difficoltà i due governi libici a trovare una sintesi, la situazione si ripete nel consesso occidentale, dove sembra cominciato il procedere ognuno per proprio conto; infatti dopo le operazioni aeree statunitensi, pare che forze speciali francesi siano sul terreno segretamente per difendere le installazioni di aziende della Francia, senza alcun coordinamento con gli alleati. Questa situazione sembra la ripetizione di cinque anni fa, quando fu proprio la Francia la più attiva nella guerra al colonnello, per l’ambizione di rimpiazzare l’Italia negli accordi energetici. Se allora mancava un progetto condiviso, basato sopratutto sul futuro del paese, ora la situazione sembra ripetersi in un contesto con i due attori politici del paese in evidente difficoltà a raggiungere un accordo. Secondo molti analisti un impegno diretto di forze occidentali contro lo Stato islamico, nel paese libico, avrebbe più controindicazioni rispetto ai vantaggi: il richiamo di nuovi combattenti pronti a misurarsi contro gli occidentali nelle file del califfato, sarebbe il pericolo maggiore con l’ovvia conseguenza di un prezzo elevato in vite umane. Per scongiurare questa possibilità sarebbe preferibile fornire aiuto ai combattenti libici, che potrebbero impegnarsi in prima persona per liberare il proprio paese. L’aiuto non dovrebbe essere, questa volta soltanto di tipo militare, ma sopratutto politico, per fornire le strutture necessarie, sia materialmente, che dal punto di vista formativo al nascente sistema di governo libico. Prima di ciò è però necessario uno sforzo diplomatico maggiore di quello prodotto fino ad ora, che permetta l’unità delle forze politiche locali in un quadro di unione nazionale dettata dalle condizioni di emergenza; il tutto in un contesto assolutamente democratico, che dovrà essere protetto, allora si anche con la presenza sul territorio della Libia di personale militare per affiancare le forze regolari contro ogni possibile tentativo di ricomparsa di ragioni divisive per l’unità del paese, viceversa una soluzione praticabile è quella sempre valida di creare stati separati sulla divisione attuale esistente: un espediente che permetterebbe una maggiore velocità, ma che aprirebbe tutta una serie di nuove situazioni sulle problematiche delle alleanze e degli accordi commerciali ed energetici.