L’Iran rifiuta il negoziato sui missili balistici

L’Iran toglie ogni possibilità ad un negoziato sui missili balistici con gli USA. La posizione di Teheran viene giustificata con la politica americana di alleanza con i nemici degli iraniani, che provoca, tra l’altro, la massiccia vendita di armamenti statunitensi alle monarchie sunnite del Golfo Persico ed a Israele. L’Iran, sostanzialmente, starebbe operando una sorta di equilibrio degli armamenti di fronte ad una analoga operazione degli avversari. La rinuncia al negoziato conferma lo stato di tensione tra Washington e Teheran, che continua, andandosi ad affiancare alla questione del nucleare. Il comportamento degli Stati Uniti, con la presidenza Trump, ha riportato il livello di confronto a toni aspri, che si erano progressivamente attenuati con la presidenza Obama, attraverso una politica più moderata, culminata con la firma sul trattato per il nucleare e con la collaborazione delle forze armate iraniane nella lotta allo Stato islamico. Trump ha fatto un argomento centrale della sua politica estera il confronto con l’Iran, da un lato perchè ha ritenuto privilegiare i rapporti con l’Arabia Saudita, a causa dei vantaggi economici che la monarchia sunnita ha consentito di guadagnare per gli USA, sia perchè gli stati sunniti sono stati considerati alleati strategici nel confronto con la Russia, per bilanciare l’attivismo di Mosca in Siria. La questione centrale è la situazione della pace nella regione: esistono troppi fattori potenziali che possono scatenare un conflitto tra stati, che avrebbe ricadute sull’economia mondiale. Teheran si sente accerchiata ed è sotto pressione a causa delle sanzioni americane, che mettono in grande difficoltà una economia già depressa; la tattica statunitense sarebbe quella di esasperare la popolazione, la vera vittima delle sanzioni e non il regime, per scatenare una rivolta contro il potere religioso: questa tattica ha dimostrato di non dare i risultati sperati, sia per il controllo delle forze isituzionali del paese, sia per un nazionalismo sempre presente nella popolazione iraniana, che rifiuta l’ingerenza americana anche negli strati più avversi al regime. Dal punto di vista militare, se per l’industria USA il mercato delle monarchie sunnite ha fatto registrare un incremento delle vendite, la tattica di armare gli avversari di Teheran, ha prodotto nel paese iraniano un grande risentimento, che ha avuto come logica conseguenza la volontà di proseguire nel proprio programma di armamento. Per arrivare all’apertura di un possibile negoziato sarebbe necessario che gli USA sospendessero le forniture di armi agli avversari dell’iran e questo appare il reale intento di Teheran: provocare Washington su questo tema, facendo ricadere la responsabilità di un fallimento dei negoziati, proprio sulla Casa Bianca. Ciò appare un tentativo ulteriore da parte iraniana per rompere il proprio isolamento, dopo avere sollecitato direttamente l’Europa, ma anche indirettamente Pechino e Mosca, a trovare soluzioni che costringano gli Usa al rispetto del trattato sul nucleare. Aggiungere che i missili balistici non possono essere oggetto di trattativa significa dare un segnale non solo agli USA, ma al mondo intero per mettere le potenze mondiali di fronte al pericolo di una escalation militare, con conseguneze incalcolabili per l’economia mondiale. Teheran, di fronte alla potenza messa in campo da Washington, prova a controbattere con quanto gli è disponibile, costruendo una tattica di pressioni dirette ed indirette che sono rivolte a tutta la scena diplomatica mondiale. Evitare una deriva militare nella regione, deve essere, comunque, l’obiettivo primario della comunità internazionale,la quale, tuttavia, non ha ancora prodotto quella azione diplomatica necessaria a rendere la situazione più distesa e favorevole ad un confronto differente tra Washington e Teheran. L’atteggiamento generale, cioè, sembra essere troppo attendista, nessuna potenza sembra volere entrare seriamente nella questione, probabilmente per non irritare gli USA e provocare l’ennesima minaccia di sanzioni economiche, che Trump ormai usa in maniera troppo disinvolta, tuttavia, una maggiore partecipazione appare necessaria per scongiurare un pericolo sempre più probabile.

Il Presidente egiziano potrà mantenere il potere fino al 2030

La permanenza al potere di Al Sisi, in Egitto, è destinata a durare fino al 2030; una proposta effettuata da parte di deputati particolarmente fedeli all’attuale presidente egiziano, prevede un allungamento del mandato da quattro a sei anni e la possibilità di candidarsi ad un terzo mandato, eventualità espressamente non prevista dalla costituzione attuale. L’approvazione della proposta da parte dell’Assemblea popolare è sicura, gli appartenenti alle forze di opposizione sono appena quindici, successivamente dovrà la riforma costituzionale dovrà essere approvata anche tramite un referendum popolare, il cui esito non dovrebbe rappresentare preoccupazione per Al Sisi e la sua forza politica. Inizialmente il periodo di potenziale permanenza nella carica di presidente doveva essere fino al 2034, ma la Commissione giuridica ha limitato questa possibilità fino al 2030, facendo un esercizio di finta legalità, che consente al partito del presidente di presentare come legittima questa riforma (che potrà comunque essere modificata successivamente). L riforma contiene anche la possibilità per il presidente di avere maggiori poteri circa la nomina dei magistrati, andando ad intaccare, oltre che praticamente, anche formalmente l’indipendenza dei giudici egiziani e l’introduzione di una seconda camera rappresentativa, il Senato, e la creazione di quote nei rappresentanti popolari a favore delle donne e dei copti, minoranza religiosa cristriana egiziana.Si tratta di concessioni alla democrazia che sembrano essere soltanto formali e che sono funzionali a distogliere l’attenzione dalla concentrazione di potere nelle mani del dittatore egiziano. La situazione politica del paese è conforme a quella di una nazione dove le forze armate si sono impadronite del potere con un colpo di stato, inizialmente diretto contro la dittatura religiosa imposta dai Fratelli musulmani, che ha, poi, investito ogni forma di dissenso, anche chi era contrario all’islamismo al potere e voleva una democrazia laica. Secondo alcune stime i prigionieri politici in Egitto sono circa 40.000, mentre la repressione è in continua evoluzione e controlla anche il dissenso via web. Secondo i sostenitori del presidente la riforma è necessaria per permettere ad Al Sisi di completare il suo ciclo di riforme e cerca di includere nelle isituzioni i ceti popolari cercando di allargare il consenso, segnale che il 98% dei voti con i quali è stato eletto Al Sisi nello scorso anno non è ritenuto affidabile nemmeno dallo stesso apparato del dittatore. Come è stato più volte sottolineato l’Egitto rappresenta l’esempio principale del fallimento del processo verso le democrazie delle rivolte popolari: ilpaese, infatti, è passato da Mubarak ai Fratelli musulmani per poi ritornare ad una dittatura di tipo miitare. Nel frattempo gli assetti e la sensibilità internazionale sono molto variati: Trump apprezza Al Sisi, tanto da definirlo un grande presidente e paesi come Israele e le monarchie sunnite lo considerano un alleato strategico nella regione. Più in generale Al Sisi rientra nella categoria degli uomini forti che stanno riscuotendo successo a livello mondiale, come lo stesso Trump, Putin o il presidente cinese. La differenza del presidente americano è che il sistema statunitense non consente derive istituzionali come in altri paesi, ma la sua permanenza al potere è un chiaro indice della sensibilità democratica attuale che è presente in USA. Del resto anche nei paesi europei il culto della personalità reppresenta una deriva pericolosa già da tempo e comunque un personaggio come Al Sisi al comando in una nazione cruciale come l’Egitto offre garanzie ben maggiori che un sistema democratico instabile e poco collaudato non può assicurare; certamente, poi, perchè Al Sisi continui ad essere un alleato dell’occidente dovrà essere adeguatamente finanziato.

Il distacco occidentale verso i fatti di Algeria, Libia e Sudan

Se, durante le primavere arabe i governi occidentali si dimostravano più coinvolti ed anche interessati ad uno sviluppo della situazione che potesse evolvere i sistemi di governo dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo in democrazia, attualmente i sommovimenti, seppure diversi nella loro forma, che riguardano Algeria, Libia e Sudan sono osservati con distacco. Una delle ragioni è di ordine generale: le attese di una evoluzione in sistema  democratico vicino a quelli occidentali è andata delusa per la scarsa attitudine di grandi parti della popolazione a sistemi politici mai praticati e visti con sospetto dagli unici movimenti capaci di orientare il popolo, quelli di matrice religiosa. Il caso egiziano è uello maggiormente esplicativo: i Fratelli musulmani andati al governo grazie al voto democratico hanno assunto ogni forma di potere, relegando ai margini le minoranze e cercando di imporre la legge islamica, il consegunete rovesciamento di questo esecutivo si è concretizzato grazie all’intervento delle forze armate che hanno ristabilito un regime diverso ma sempre dittatoriale. L’atteggiamento isolazionista americano, nettamente cambiato rispetto alla presidenza Obama, provoca la mancanza di un paese leader nel campo delle istanze democratiche occidentali, causando la mancanza di un effetto traino per gli altri paesi dell’Occidente. Infine l’Europa, lacerata al suo interno mostra tutta la preoccupazione possibile per una nuova ondata migratoria, causata dal conflitto libico, che non potrà essere gestita dall’Italia, sia per l’avversione del governo di Roma, che per il rifuto degli altri paesi a farsi carico del problema degli immigrati irregolari. Un ulteriore pericolo è rappresentato dalla potenziale presenza di elementi legati al terrorismo islamico, pronti ad imbarcarsi per arrivare in Europa.  Le questioni non sono secondarie, se Roma continua a tenere chiusi i porti italiani occorrerà vedere quale sarà l’atteggiamento degli altri paesi europei e della stessa Unione: senza un accordo comune le tensioni già presenti all’interno di Bruxelles rischiano di deflagrare; occorre, poi, tenere presente come sarà composto il parlamento europeo che uscirà dalle elezioni di maggio. Peraltro le elezioni europee e la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rappresentano dei fattori politici che distolgono la concentrazione necessaria per occuparsi delle questioni africane, sia direttamente, che come elemento di pressione presso le Nazioni Unite. Se si può, almeno in parte, comprendere questo distacco, non lo si può certo condividere: la stabilità di stati vicini, che sono anche fornitori di materie prime energetiche, è un elemento dal quale non si può prescindere e ciò dovrebbe richiedere un maggiore impegno da parte di Bruxelles, che pare poco presente. Certamente i mezzi che consentirebbero una azione efficace non appartengono all’Unione: l’assenza di una politica estera e di proprie forze armate slegate alle logiche nazionali, limitano di molto il raggio d’azione comunitario. Inoltre gli interessi nazionali dei paesi europei sono spesso in contrasto e le manovre sotterranee funzionali ad interessi singoli non aiutano il necessario ruolo da protagonista che Bruxelles dovrebbe interpretare. L’azione è lasciata così a stati che si muovono in modo neanche troppo nascosto e che hanno interessi contrari a quelli dell’Unione. Senza l’aiuto degli Stati Uniti, che non hanno ancora compreso che il loro isolazionismo danneggia prima di tutto se stessi, l’Europa si trova in una posizione di debolezza eccessiva, ma ciò non è una sorpresa, giacchè la mancanza di strumenti per sopperire all’assenza americana era cosa già ben nota.

Le implicazioni internazionali del nuovo conflitto libico

Le forze avverse al governo legittimo di Tripoli starebbe accerchiando la capitale della Libia, riaprendo il conflitto rimasto latente fino ad ora. Dietro il capo della Armata Nazionale Libica si intravedono manovre internazionali, che rivelano una nuova possibile escalation nella sponda meridionale del Mediterraneo. Le principali nazioni coinvolte sono la Francia, la Russia e l’Arabia Saudita, ognuna con interessi particolari, ma che determinano una convergenza pericolosa su di una personalità appartenente al regime di Gheddafi. Se il sostegno pare comune gli intenti che muovono i tre paesi sostenitori sono differenti: la francia mira ad ampliare la sua influenza sul nord Africa sottraendo all’Italia, che appoggia il governo legittimo, i particolari contatti che legano Roma e Tripoli: la manovra di Parigi non deve essere letta come segnale di ostilità contro l’attuale governo italiano, giacchè è stata storicamente tentata più volte dagli inquilini dell’Eliseo, ma, piuttosto, come sfruttare una situazione di  isolamento internazionale, che il governo sovranista italiano ha provocato con la propria avventatezza e scarsa preparazione internazionale. Il comportamento della Francia appare irresponsabile anche nei confronti dei potenziali sviluppi che investiranno l’Europa, non è azzardato prevedere che l’arma di pressione delle migrazioni tornerà ad essere usata in maniera più massiccia, anche grazie alla imminente stagione estiva. L’attuale governo italiano ha intrapreso una politica di chiusura dei porti ed una aperta ostilità verso le Organizzazioni non Governative, che in caso, di aumento dei migranti nel Mediterraneo provocherà una crisi molto grave tra i paesi dell’Unione aggravando le difficoltà di Bruxelles. La Russia continua la sua politica di espansione internazionale, secondo alcune segnalazioni sarebbero presenti mercenari di Mosca in appoggio alle forze che assediano Tripoli e ciò sarebbe un chiaro segnale di come la contrapposizione con gli USA, presenti con effettivi militari sul suolo libico, venga continuata, come in Siria, sul terreno internazionale. Il ruolo dell’Arabia Saudita, fiancheggiata dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, ufficialmente è quello di avere un alleato contro l’estremismo islamico ti tipo jihadista, tuttavia la vera intenzione  sembra  essere quella di avere un ruolo ancora più attivo di quello tenuto in Egitto, nella zona araba del Mediterraneo orientale; risulta significativo che l’attacco sta avvenendo una settimana dopo che il leader della fazione avversa al governo legittimo sia stato in visita Riyad. L’Arabia Saudita avrebbe già fornito rassicurazioni circa l’appoggio aereo in favore degli assedianti di Tripoli. Dal punto di vista geopolitico si deve considerare l’importanza della Libia con le sue coste vicine all’Europa, il suo potenziale energetico ed il fatto che è rimasto l’unico paese della zona che può finire sotto l’influenza di altri stati, data la sua grande instabilità politica. In quest’ottica si possono comprendere gli obiettivi della Russia, che potrebbe rimpiazzare gli Stati Uniti se Trump continuerà nella sua miope politica estera anche in un punto del mondo così importante, così come quelli delle monarchie sunnite, ma non quelli della Francia, che starebbe ripetendo la pessima gestione di Sarkozy durante l’epilogo del regime di Gheddafi.  Bruxelles per ora tace o poco più, rinunciando ancora una volta ad assumere una iniziativa propria ed a ostacolare le singole iniziative francesi, completamente slegate da una visione comune europea.

La rivolta algerina non è seguita dai governi stranieri come le primavere arabe

Ad alcuni anni di distanza dalle primavere arabe la situazione algerina ritorna di attualità. La rivolta popolare contro un presidente non abile al ruolo sembra interessare soltanto i mezzi di informazione ma non, almeno direttamente, i governi vicini o quelli di matrice islamica.  Esiste una differenza con le rivolte del 2011, dove alcuni stati, anche per tutelare i propri interessi geopolitici, appoggiavano apertamente i manifestanti: era il caso della Turchia, che inseguiva il suo progetto di esercitare la sua influenza sui territori dell’ex impero ottomano e si appoggiava alla fede religiosa comune, come mezzo per raggiungere i suoi fini. Così come il Qatar, che voleva proporsi come alleato, con una visione moderna in aperto contrasto con le dittature che restringevano le libertà. Attualmente, sul piano internazionale, vi è una maggiore cautela ed i governi, che prima si impegnavano direttamente, manifestano una maggiore cautela.  Il timore più diffuso è quello di appoggiare una rivoluzione che possa diventare di matrice religiosa, capace di portare al governo movimenti come i Fratelli musulmani, dove la connotazione religiosa appare troppo esasperata; si tratta di una paura giustificata, dato che questi movimenti sono molto radicati nelle società arabe, perchè vanno a coprire il vuoto sociale causato dalla repressione contro partiti e sindacati. Si deve anche ricordare che quando sono stati al potere in Egitto i Fratelli musulmani, pur vincendo le elezioni in maniera democratica, hanno inteso la vittoria elettorale in maniera esclusiva, non rispettando le minoranze ed imponendo la legge islamica senza alcun rispetto verso le parti laiche della società. A questo stato di cose è poi seguito il colpo di stato che ha portato al governo in Egitto i militari, facendo passare il paese dalla dittatura di Mubarak a quella religiosa, per finire con la dittatura militare. L’attuale congiuntura politica non favorisce comunque, un interessamento da parte di Ankara e Doha: per i turchi, al momento, le priorità sono altre, come la questione curda all’interno e sui propri confini, mentre il Qatar ha in corso la disputa con l’Arabia Saudita ed i suoi alleati, che hanno isolato il paese, e la scelta di mantenere un atteggiamento defilato appare come obbligatoria. Le stesse monarchie del golfo si limitano a guardare con sospetto la rivoluzione algerina per il solo timore che questa produca una deriva islamista. Al limite chi è più interessata è la Tunisia, per ragioni di vicinato e per lo scambio economico che ha con l’Algeria, ma le dimensioni del paese tunisiono sono troppo più piccole per potere influenzare Algeri. Essendo una cirisi isolata e non inserita in un movimento più vasto, come era accaduto per le primavere arabe, occorre considerare la scarsa propensione del paese algerino ad essere influenzato da enetità esterne, grazie anche alla disponibilità di materie prime energetiche, gli idrocarburi, che gli consentono un commercio redditizio con i paesi occidentali. Del resto proprio in occidente vi è molta cautela, i media seguono l’evoluzione della crisi algerina, ma i governi mantengono un profilo distaccato in attesa di una maggiore definizione degli eventi: l’appoggio incondizionato dato alle primavere arabe ha prodotto diverse delusioni, perchè non si è tenuto conto della scarsa pratica con la democrazia delle popolazioni arabe, tenute sotto regimi dittatoriali per troppo tempo, società dove le strutture sociali necessarie all’attività politica, erano state cancellate con la conseguenza della mancanza di un retroterra culturale necessario per la vita democratica. I guasti prodotti in Libia ed in Egitto hanno avuto ripercussioni sul continente europeo, anche per una scarsa coordinazione degli stati del vecchio continente occupati a rincorrere i propri interessi particolari anzichè elaborare una maniera comune capace di affrontare il problema. La prospettiva di una mancata stabilità del paese algerino potrebbe portare nuove inquietudini sulla sponda meridionale del Mediterraneo, Algeri potrebbe riprendere le ostilità con Rabat per l’egemonia nel Maghreb, ma sopratutto potrebbe diventare un’altra Libia per il traffico dei migranti mettendo in ulteriore pericolo gli assetti nell’Unione Europea. La presa di posizione dei militari contro il presidentein carica sembra assumere un ruolo di stabilizzazione del paese, sperando che ciò non comporti una involuzione come accaduto a Il Cairo.

Le ambizioni cinesi sull’Africa

La politica cinese nei confronti dell’Africa ha avuto un percorso lungo e paziente, che dura da oltre dieci anni; in questo periodo la diplomazia di Pechino ha operato un costante avvicinamento nei vari paesi africani compiendo quasi ottanta visite da parte delle più alte cariche cinesi in almeno quarantatre paesi del continente nero, oltre a diverse missioni diplomatiche, che hanno avuto lo scopo di favorire la penetrazione cinese nelle nazioni africane. Per Pechino l’Africa è considerata strategica sia nel breve periodo, che nel periodo lungo. Il ragionamento cinese ha, dunque, una duplice valenza sia politica che economica, ma che muove da una visione di sviluppo che è conveniente per i paesi africani, ma, prima di utto per la Cina stessa. Se si ragiona sul breve periodo, la disponibilità di materie prime, unita ad un costo del lavoro molto basso, rappresentano un motivo di interesse fondamentale e funzionale alla crescita dell’economia cinese, che è sempre la ragione principale che muove gli interessi di Pechino; tuttavia nel ragionamento di breve periodo deve entrare anche lo sbocco delle merci cinesi in economie che sono in rapida crescita ma che necessitano di ingenti capitali esteri da destinare al proprio sviluppo. Il dato che testimonia meglio questa tendenza è quello del volume degli scambi economici tra Cina ed Africa: all’inizio degli anni 2000 si attestava sui 10 miliardi di dollari, mentre nel 2017 è arrivato a 170 miliardi di dollari. Ma la Cina ritiene che questo dato possa aumentare ancora, infatti nella visione di lungo periodo di Pechino c’è la valutazione dell’aumento della popolazione africana, che dall’attuale miliardo, dovrebbe passare al doppio entro il 2050 ed addirittura arrivare a 3 miliardi entro la fine del secolo. Si tratta di una previsione che consentirebbe al continente africano di avere più abitanti di quelli di Cina ed India sommati: un mercato potenzialmente enorme, se sarà sostenuto da una crescita economica adeguata. Per sostenere questi obiettivi la Cina ha deciso di incrementare gli investimenti in Africa, grazie ad una grande disponibilità di liquidità finanziaria, che è il vero strumento di penetrazione nel continente. La recente visita in Africa del presidente Xi Jinping si è concretizzata una linea di credito di 60.000 milioni per finanziare la crescita; precedentemente una somma analoga era stata investita a favore del continente africano. Tuttavia soltanto una parte di questi finanziamenti sono senza interesse e ciò viene ritenuto una sorta di pericolo per la sovranità dei paesi africani, perchè la Cina avrebbe una posizione di vantaggio sui governi proprio a causa del debito che questi finanziamenti provocano. La questione pone aspetti di natura geopolitica tutt’altro che irrilevanti: appare chiaro che Pechino sta mettendo una seria ipoteca sui paesi africani e sull’influenza che potrà esercitare su di loro, sia in termini assoluti, che in termini relativi a questioni contingenti, che potranno sorgere nel futuro. Non è un caso che la percezione positiva della Cina sia calata notevolmente in paesi molto rilevanti del continente, come Egitto, Ghana, Kenya, Senegal e Tanzania. Le manovre cinesi però rischiano di diminuire sensibilmente l’influenza occidentale in Africa: occorre riconoscere che Pechino ha operato in modo accorto ma non in maniera nascosta, certo la grande disponibilità finanziaria ha favorito i piani cinesi, ma la risposta di Usa ed Europa è stata troppo inferiore a quanto offerto dalla Cina; si tratta di una miopia politica che potrebbe avere ripercussioni pesanti proprio sul lungo periodo perchè il presidio dell’Africa potrebbe, in futuro, essere determinante sia in termini di potenza economica, che di potenza politica a livello internazionale; non per niente Pechino ha già in funzione una base militare a Gibuti, che sembra rappresentare il primo punto di appoggio per le forze armate cinesi nel continente, a cui potrebbero seguire altre installazioni militari. La pericolosità di questa evoluzione deve essere inquadrata in un contesto nel quale il paese cinese intrattiene relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con governi non solo democratici, ma anche di paesi dove i governano dittature e vi è il rispetto dei diritti civili. D’altra parte neppure nella stessa Cina i diritti sono assicurati e ciò deve rappresentare un allarme per un paese che investe sempre di più a livello mondiale per diventare centrale e conquistare una rilevanza politica non ancora raggiunta. Alterare la posizione africana nel quadro geopolitico mondiale può essere un elemento fondamentale per sovvertire i delicati equilibri attuali, ma che rappresenta una chiara ipoteca sul futuro non solo del continente africano, ma anche su quello dello scenario globale.

I paesi nordafricani rifiutano i centri di accoglienza sui loro territori

La decisione approvata lo scorso 28 giugno, dall’Unione Europea circa la costruzione di campi di accoglienza per migranti fuori dai propri confini, si è subito rivelata una soluzione avventata, perchè non ha tenuto conto della volontà dei paesi nord africani, dove Bruxelles intendeva costruire le strutture di ricovero, per impedire l’emigrazione non autorizzata sul vecchio continente. Nelle intenzioni europee i paesi della fascia costiera meridionale del Mediterraneo dovevano diventare una zona di attesa autorizzata per i migranti, in attesa che venissero valutate le richiestedi ingresso. Le intenzioni dichiarate erano quelle di evitare le stragi del mare e le questioni con le Organizzzioni non geverantice, impegnate nel salvataggio dei profughi e dei relativi sbarchi, quasi tutti in porti italiani. La decisione presa dai paesi europei era, però, sbagliata in partenza in quanto non aveva contemplato una consultazione preventiva dei paesi che dovevano ospitare le strutture di accoglienza. Tale modalità ha rivelato una scelta approssimata e destinata ad un sicuro fallimento, come poi si è puntualmente verificato. Probabilmente la vera intenzione è stata quella di costruire un alibi nei confronti del paese italiano per continuare a lasciare a Roma la gestione dei flussi migratori. Occorre però specificare che spesso i punti di partenza delle rotte nautiche verso l’Italia sono appartenenti a stati nord africani che hanno rifiutato la proposta europea; spesso il controllo delle coste non è assicurato dagli organismi statali di questi paesi, che di fatto favoriscono i traffici umani e le rischise traversate verso le acque italiane. La risposta dei paesi della fascia costiera mediterranea meridionale è stata compatta nel rifiutare i centri di accoglienza, ma questa decisione pone degli interrogativi sugli effettivi controlli che esercitano alle loro frontiere. Per partire dalle coste mediterranee, infatti i migranti devono attraversare i confini ed il relativo territorio degli stati che rifiutano la collaborazione con l’Europa. Se, da un lato, la gestione delle frontiere è complessa, dall’altro sembra essere presente una sorta di volontarietà nel permettere il traffico e la partenza dei migranti, in questo caso il dubbio dell’uso di uno strumento di pressione verso l’Europa non sembra essere del tutto impossibile. I motivi del rifiuto, che resta, peraltro, molto comprensibile, sono generalmente simili per tutti i paesi nord africani: la percezione dei centri di accoglienza è quella di campi di internamento, ai quali sia le classi politiche che quelle sociali sono fermamente contrarie. Anche in paesi come la Tunisia, che dal punto di vista del processo democratico è una dei più avanzati e che, quindi, presenterebbe delle caratteristiche specifiche, il timore che si ripeta la situazione patita durante il conflitto libico, per di più in un contesto economico depresso, è motivo ulteriore di rifiuto della soluzione proposta da Bruxelles. Per l’Egitto la questione del rifiuto sembra essere quella organizzativa, perchè il paese delle piramidi patisce una situazione già molto pesante in termini di accoglienza di profughi provenienti da ben cinquantotto nazioni differenti. Algeria e Marocco si dicono in disaccordo con questa soluzione, ma con questi stati occorrerebbe stringere accordi sui migranti provenienti proprio da questi paesi, che contribuiscono ad aumentare il numero dei migranti. Infine con la Libia non sembra possibile neppure prefigurare un accordo, per il trattamento risetrvato ai migranti, spesso tenuti in condizioni inumane e venduti come schiavi. Tenere centrale la trattativa con la Libia appare controproducente, perchè i rappresentanti dei due governi libici sembrano attuare la strategia di Gheddafi, che regolava il flusso dei migranti in base alle propria esigenze, instaurando un regime di ricatti, il cui soggetto maggiormente interessato era l’Italia. Gli attuali esecutivi libici sembrano tenere una doppia condotta, che può essere conseguenza della divisione del paese, ma anche della limitata capacità di gestione dei flussi migratori, a cui deve essere aggiunta anche un certo calcolo nell’usare lo strumento di pressione delle partenze dei migranti. L’Europa, dopo avere tanto elaborato una soluzione così inutile, deve trovare ancora nuove soluzioni al problema migratorio e deve trovarle necessariamente al proprio interno, senza contare su collaborazioni esterne o su modelli, come quello basato sulla collaborazione con la Turchia, inapplicabili nei paesi nord africani. Le uniche soluzioni possibili sono quelle della revisione del trattato di Dublino e l’obbligatorietà delle quote, con la previsione di forti sanzioni per chi non le accetta.

L’Egitto alle elezioni

Le elezioni presidenziali egiziane, che si svolgono in queti giorni, hanno un esito già definito. Le alternative per i circa sessanta milioni di elettori non sono molte e l’unica candidatura, oltre al presidente uscente Al Sisi, che uscirà vittorioso dalle urne, è un politico che fa parte di un partito che ha sempre fornito tutto il suo appoggio al governo in carica. Una elezione, quindi, che ha come valore soltanto l’espletamento di un dovere legale, senza una effettiva competizione, perchè si svolge all’interno dello stesso campo politico. Messi fuori gioco i Fratelli musulmani, formazione politica che aveva vinto le ultime elezioni dove vi era stata un reale contraddittorio, ma, che, successivamente all’insediamento al potere avevano abusato della loro posizione maggioritaria, tutte le altre formazioni o i competitori in grado di raccogliere un numero di consensi significativo, sono stati costretti ad uscire dalla vita politica attiva del paese. Le modalità sono note: l’uso della forza è stato preponderante nella dialettica politica egiziana, attraverso la tortura, la pena di morte ed in generale il terrore e la repressione come strumenti di politica a senso unico. Se, all’inizio, Questa metodologia è stata usata contro gli oppositori di matrice politico religiosa, successivamente la dittatura egiziana ha ampliato la sua azione anche contro partiti e movimenti più moderati o di natura laica, che reclamavano soltanto un maggiore tasso di democrazia nel paese. Questa spaccatura nella società egiziana può essere la ragione del maggiore timore del vincitore già annunciato: l’astensionismo. Infatti una bassa affluenza alle urne potrebbe determinare una minore legittimazione dell’investitura di Al Sisi e potrebbe, di conseguenza, aggravare i problemi sul piano internazionale; il governo egiziano è stato sottoposto a giudizi profondamente negativi, proprio a causa della violenza delle repressioni a cui sono stati sottoposti gli oppositori, tuttavia, nessun provvedimento pratico, come ad esempio le sanzioni, è mai stato preso contro Il Cairo. Il governo egiziano svolge un compito essenziale per l’occidente in funzione anti integralismo islamico, ruolo, peraltro molto apprezzato anche da buona parte della società del paese, che preferisce una dittatura militare ad una dittatura religiosa, come era diventato l’Egitto con i Fratelli musulmani al governo. In questa parte, più o meno favorevole al regime, è compresa la minoranza dei cristiani, che, comunque, arrivano ad essere circa il quindici per cento del totale della popolazione; con Al Sisi al governo i cristiani si sono sentiti maggiormente tutelati e le previsioni sono che voteranno quasi interamente a suo favore. Il vero pericolo di queste elezioni sono i possibili attentati, che richiamerebbero l’attenzione sull’Egitto e potrebbero compromettere il controllo del paese del presidente in carica. Per questo motivo sono state attivate misure di controllo ancora più stringenti sul paese, anche se la zona ritenuta più pericolosa è sempre quella del Sinai. In questo territorio la presenza di diverse componenti del terrorismo islamico, saldate con le parti più estreme dei movimenti palestinesi, hanno costretto le forze armate egiziane ad una azione costante e massiccia, che non è ancora chiaro quali risultati abbia dato. I militari egiziani sono sostenuti dagli alleati statunitensi ed israeliani nel contrasto alle forze avverse che trovano rifugio nel deserto del Sinai e questa alleanza è la migliore giustificazione internazionale della permanenza di Al Sisi al governo del paese, proprio in funzione di evitare all’Egitto una deriva fondamentalista islamica. Per quanto riguarda la situazione interna, l’economia è in una situazione molto difficile ed il paese sopravvive grazie ai contributi esteri, che vengono concessi proprio mantenere un controllo su ormai improbabili ritorni del fondamentalismo islamico. La popolazione egiziana sembra accettare il governo del Generale, anche per la mancanza di alternative valide, dovute, sia alla repressione, che all’esaurimento del consenso per gli altri movimenti che non hanno saputo o voluto integrarsi con il regime di Al Sisi. Quello che appare è una sorta di rassegnazione che risulta essere l’elemento determinate di questa tornata elettorale.

La crisi migratoria come sintomo del fallimento dell’Europa

Il piano, che Bruxelles sta elaborando per gestire l’emergenza profughi, sembra basarsi su di un progetto che vuole coinvolgere i paesi africani per impedire le migrazioni. Al momento la distinzione che si attua è quella tra migranti per causa delle guerre, come i siriani, e migranti economici, mentre non vi è alcuna distinzione per chi è costretto ad emigrare dalle carestie di cibo e di acqua, per cui queste persone sono fatte rientrare nella categoria dei migranti economici. Queste distinzioni contengono in se una certa dose di ipocrisia, sopratutto se si pensa al trattamento riservato a quelli che fuggono realmente da conflitti presenti nelle loro zone di origine. Questa premessa è necessaria per inquadrare la situazione in cui l’unione intende muoversi per evitare che i problemi che sta patendo l’Italia, siano l’occasione di un grave conflitto diplomatico interno all’Europa. La posizione geografica del paese italiano favorisce il movimento migratorio dalla coste libiche, che si sta incrementando in maniera non più sostenibile per Roma; il problema è che questa emergenza non vuole essere suddivisa tra gli altri membri europei: all’ostilità più volte manifestata dai paesi dell’est europeo, si è aggiunta l’assenza di collaborazione dei maggiori paesi mediterranei, come Francia e Spagna. Inoltre vi è il ruolo, sempre più importante, giocato dalle Organizzazioni Internazionali non appartenenti all’Italia, che svolgono un ruolo meritevole, per quanto riguarda l’aspetto del salvataggio dei profughi, ma che non conducono queste persone nei porti dei loro paesi, ma in quelli più vicini, cioè sempre in Italia. La soluzione, nella prima fase, è quella di affidarsi ai libici per fermare il flusso dei migranti, attraverso una contribuzione economica sostanziosa; questa ipotesi presenta molte lacune, che, vanno, dalla reale volontà e capacità dei libici di svolgere questo compito, fino alla questione del trattamento ricevuto dai migranti, che, secondo numerose testimonianze, violerebbe i più elementari diritti delle persone. Questa soluzione, anche al netto delle perplessità sopra esposte, resta un piano di breve periodo, troppo soggetto a tante variabili, che ne possono precludere l’efficacia. Anche i maggiori contributi, previsti per l’Italia rappresentano una soluzione che deve essere intesa a gestire l’immediato, il proponimento è essenziale per evitare altre morti, ma non risolve la mancanza di coinvolgimento degli altri stati membri, condizione necessaria per una soluzione a livello europeo, quale elemento essenziale per continuare il dialogo tra i paesi all’interno dell’Unione. Sovvenzionare gli stati africani soltanto con denaro, una eventualità prevista da Bruxelles, appare ugualmente criticabile, sia perchè i governi ed i sistemi politici di questi stati presentano aspetti oscuri nella gestione della cosa pubblica, sia perchè sarebbe più utile sviluppare sistemi economici e produttivi in maniera congiunta, in modo da controllare direttamente l’impiego dei finanziamenti e la progressione dei progetti. Bloccare alla fonte il traffico migratorio è possibile soltanto consentendo una crescita dei paesi da dove questo fenomeno proviene, ciò è possibile con un impegno gravoso di risorse, non solo economiche, che soltanto una organizzazione sovranazionale come l’Unione Europea potrebbe garantire. Ma il problema è proprio questo: la mancata collaborazione all’Italia, lasciata sola, aldilà di tante parole, a gestire una situazione, che doveva essere più equamente divisa è il segnale e la conferma di una debolezza politica incapace di sorpassare le situazioni contingenti presenti nei singoli stati, come elezioni, gruppi di pressione al fine di potere avere una visione d’insieme, capace di permettere sforzi ed obiettivi comuni. L’incapacità di Bruxelles di gestire le crisi migratorie, probabilmente oltrepassa anche la questione finanziaria, che è stata centrale fino ad ora, proprio perchè investe la capacità di dimostrare che i valori democratici sui quali si fonda l’Europa non sono solo sulla carta. Senza trovare un’intesa valida la conseguenza dovrà essere quella di ridiscutere tutto il sistema della alleanze e della ripartizione delle contribuzioni verso Bruxelles, fino ad arrivare a porre regole certe, altrimenti il fallimento dell’Europa non potrà che essere riconosciuto.

L’Egitto cerca una dimensione maggiore nel mondo sunnita

La cessione delle piccole isole egiziane, situate nel Mar Rosso, a favore dell’Arabia Saudita, deve essere inquadrata nell’offensiva che le monarchie saudite hanno intrapreso contro il Qatar e nell’ambito più generale della contrapposizione tra sunniti e sciiti. La decisione di donare le piccole isole disabitate, ma con grande valenza strategiche del Mar Rosso, da parte de Il Cairo, che ne aveva il controllo fin dal 1906, ha suscitato pesanti polemiche e contrasti nel paese egiziano ed anche dal punto di vista legale la Corte costituzionale del paese aveva dato parere contrario, rovesciato, però da un tribunale di grado inferiore. Il Presidente egiziano Al Sisi ha dimostrato, una volta di più, quale sia il grado del proprio rispetto delle istituzioni del paese e di come sia vigente una dittatura. Dal punto di vista della politica internazionale l’Egitto ha ceduto le isole nel quadro dell’alleanza con le monarchie saudite, in cambio di ricchi aiuti, diretti a risollevare una economia in forte crisi, ma sopratutto per sancire in modo più fermo l’alleanza politica con le monarchie saudite: una contrapposizione generata dal blocco sunnita contro l’Iran, che ha come obiettivo diminuire il peso politico di Teheran. La presenza alla Casa Bianca di Trump ha favorito questo nuovo scenario, che, tuttavia, si basa su base molto meno solide di come appare. Le accuse al Qatar, di finanziare il terrorismo, infatti, provengono da un insieme di paesi fortemente indiziati di avere anch’essi contribuito allo sviluppo del terrorismo nell’area mediorientale, con l’intento di arrivare all’influenza sulla Siria e l’Iraq. In questo scenario la posizione del Qatar non è stata differente dagli stati che gli hanno dichiarato l’attuale ostracismo diplomatico, la questione sembra essere, invece, quella di contrastare un membro all’interno dell’area saudita, che sta cercando una dimensione più autonoma rispetto alle altre monarchie sunnite; i legami commerciali con l’Iran e l’appoggio ai Fratelli Musulmani, rappresentano un oggettivo elemento di turbativa all’integrità del fronte sunnita. In questo contesto l’inserimento dell’Egitto, anche con la donazione delle isole all’Arabia Saudita, rappresenta per Il Cairo, l’obiettivo di una nuova dimensione all’interno dell’area regionale e nel blocco sunnita. Se questo dovrà accadere a scapito del Qatar è presto per dirlo, anche perchè il Qatar, malgrado le accuse, è ancora strategico per gli Stati Uniti. Quello che si deve registrare, che dalla penisola arabica il blocco sunnita si estende al paese egiziano con maggiore coesione, con il chiaro intento di circondare l’area di influenza che Teheran mantiene sulla Siria. In questo le monarchie saudite hanno un alleato importante, anche se non ufficiale, in Israele, che ha in comune l’avversione all’Iran. Sul versante irakeno, la questione è però più complessa: la sconfitta dello Stato islamico non può non prescindere dall’impiego diretto sul terreno, sia dalle milizie curde, che da quelle sciite, due protagonisti, che, per ragioni diverse, non sono graditi alla galassia sunnita, sopratutto se si ricomprende in questa alleanza anche la Turchia. Il punto centrale è che nella scenario già fortemente instabile del medio oriente la frattura all’interno del blocco sunnita non può che portare ad ulteriore incertezza, specialmente se si considera il ruolo ambiguo e, sopratutto , incerto di Trump. In questo contesto la ricerca di emergere di soggetti, seppure importanti, ma più periferici nel contesto regionale, come l’Egitto rappresenta una novità, che deve essere contestualizzata alle necessità de Il Cairo, che cerca, sostanzialmente, una via internazionale per risolvere i propri problemi interni, sia di ordine politico, che di ordine economico. Cedere una parte del proprio territorio e, di conseguenza, perdere sovranità su posizioni strategiche, comporta un sacrificio calcolato, ma soltanto alla situazione contingente, che non tiene conto del praticamente certo malcontento che si va ad aggiungere ad una popolazione già fortemente provata. La strategia di Al Sisi, che cerca di recuperare posizioni sul piano internazionale, potrebbe rivelarsi fatale sul fronte interno, alimentando l’ostilità della popolazione anche per la troppa vicinanza con Tel Aviv e riportare il paese ad un punto critico, che non potrebbe che complicare il quadro generale della situazione araba.