The European Parliament asks the European governments to act coherently for Palestine

The European Parliament considers legitimate the request of Palestine to be recognized as a sovereign state. While identifying the need to protect Israel, the European Parliament considered a necessity and a natural outlet for the creation of a Palestinian state, also with a view of the necessary international peace, understood as the result of the resumption of negotiations. The dignity of the Palestinians was to recognize, for the European parliament must still fall within the natural river bed at the UN General Assembly negotiations. The European Parliament approved by a majority a motion in which it is expressly asked for twenty-seven governments that make up the EU, to take a common position, to avoid divisions in front of the international scene, compared to repeatedly stressed by the EU, through the representative foreign Policy Catherine Ashton, about the legitimacy of the principle which provides for the two states based on 1967 borders, with Jerusalem as its capital. The text drafted by the European Parliament has an important indication about the necessity of self-determination of the Palestinian people and states of the unquestionable right to have its own sovereign state. In this part of the request from the Israeli government to freeze new settlements in the Palestinian territories, to facilitate the peace process. The demand for unity of action made ​​to the EU governments, is also covered in an attempt to share the same resume peace negotiations in the EU, especially in light of the developments brought by the Arab spring. In conclusion, the European Parliament’s intention is to allow, thanks to a compact and shared action, of using the request for recognition of the state of Palestine, to be able to affect the player in the peace process.

Il Parlamento UE chiede ai 27 un’azione unitaria per la Palestina

Il Parlamento europeo ritiene legittima la richiesta della Palestina di essere riconosciuta come uno stato sovrano. Pur individuando la necessità di tutelare Israele, il Parlamento europeo ritiene una necessità ed uno sbocco naturale la nascita dello stato palestinese, anche in ottica della necessaria pacificazione internazionale, intesa come risultato della ripresa delle trattative. La dignità di stato da riconoscere ai palestinesi, per il parlamento europeo deve comunque rientrare nel naturale alveo negoziale presso l’Assemblea Generale dell’ONU. Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza una mozione in cui viene espressamente chiesto ai ventisette governi che compongono la UE, di tenere una posizione comune, che eviti divisioni di fronte al panorama internazionale, rispetto a quanto più volte ribadito dalla UE, attraverso la rappresentante per la politica estera Catherine Ashton, circa la legittimità del principio che prevede i due stati sulla base dei confini del 1967, con capitale Gerusalemme. Il testo elaborato dal Parlamento europeo contiene una indicazione importante circa la necessità dell’autodeterminazione del popolo palestinese ed afferma l’indiscutibilità del diritto di avere un proprio stato sovrano. In quest’ottica rientra anche la richiesta al governo israeliano di bloccare nuovi insediamenti nei territori palestinesi, per facilitare il processo di pacificazione. La richiesta di unitarietà di azione fatta ai governi UE, rientra anche nel tentativo di fare riprendere quota alla stessa UE nei negoziati di pace, anche alla luce degli sviluppi portati dalla primavera araba. In conclusione l’intenzione del Parlamento europeo è quella di consentire, grazie ad una azione compatta e condivisa, di sfruttare l’occasione della richiesta per il riconoscimento dello stato di Palestina, per potere incidere da protagonista nel processo di pace.

U.S. and Pakistan at loggerheads

The relations between the U.S. and Pakistan is decreased. The U.S. has explicitly accused Islamabad of having contacts with the network Haqqani Islamic terrorists linked to the Taliban through Pakistan, which seeks to extend its influence into Afghanistan. Beyond the ritual statements, which speak of regret for the position in Washington, Islamabad has been clear, the U.S. should not touch the members of the Haqqani Network, otherwise called into question the alliance. The U.S. attitude is, however, in the opposite direction, without a contribution from the U.S. will proceed in Pakistan unilaterally. The threat is considered real, former occasion the physical elimination of Bin Laden, U.S. forces have operated, without warning and without consent, on Pakistani soil, just because they did not trust the intelligence in Islamabad. The issue between the two countries has dragged on for long, so that the unofficial position of senior military personnel have become well known, the reliability of the Pakistani government for the American military is at historic lows. The most serious suspicions in Washington is that Pakistan believes the Afghan government and the democratic system built by the U.S. very weak and which will exacerbate the risk of a fall when NATO forces will abandon the land.
In this situation the occurrence of Pakistan could extend its influence on the country through an alliance with the Afghan Taliban. Behind it all seems silhouetted profile of China, which has in fact replaced the U.S. as a partner and perhaps even political comercial. Pakistan has already spoken several times in official statements from Beijing as the nation’s leading friend. The Chinese expansionism driven by a hunger for new markets, but also to new manpower in identified areas of strategic territories of Pakistan and Afghanistan, especially in view of the competition with India. China aims to encircle it his most dangerous competitor trying to scorched earth around him. With the alliance with Beijing, Islamabad feels stronger against the U.S. and also allows diplomatic slights as not to attend meetings on the topic of terrorism. Despite all the U.S. hold back irritation, since they consider that the fight against international terrorism is won just between Afghanistan and Pakistan, however, if they can count on the loyalty of the Karzai government, over time the suspects were on Pakistan, perhaps, too much to do to become exacerbated Islamabad more than a potential adversary. If the current situation between the two states will not see progress in détente with facts from Pakistan, the situation will worsen a lot, and any developments could revise the plans to re-entry of U.S. forces from Afghanistan. In fact without the support of Pakistan, which at this point may even become an enemy, the United States should, by necessity, to keep the actual number to guard the fight against Islamic terrorism effectively.

USA e Pakistan ai ferri corti

I rapporti tra USA e Pakistan subiscono un peggioramento. Gli USA hanno esplicitamente accusato Islamabad di avere contati con la rete Haqqani, terroristi islamici legati ai talebani, attraverso i quali il Pakistan cerca di estendere la propria influenza verso l’Afghanistan. Al di la delle dichiarazioni di rito, che parlano di rincrescimento per la posizione di Washington, Islamabad è stata chiara, gli USA non devono toccare i membri della rete Haqqani, pena la messa in discussione dell’alleanza. L’atteggiamento USA va, però, nella direzione contraria, senza un intervento pakistano gli USA procederanno in modo unilaterale. La minaccia è da considerarsi reale, già nell’occasione dell’eliminazione fisica di Bin Laden, le forze armate americane hanno operato, senza avvertimento e senza consenso, sul suolo pakistano, proprio perchè non si fidavano dei servizi segreti di Islamabad. La questione tra i due paesi si trascina da tempo, tanto che le posizioni ufficiose degli alti gradi militari sono diventate ormai note, l’affidabilità del governo pakistano è per le forze armate americane ai minimi storici. Il sospetto più grave di Washington è che il Pakistan ritenga il governo afghano ed il sistema democratico costruito dagli USA molto deboli e su cui graverebbe il pericolo di una caduta nel momento in cui le forze NATO abbandoneranno il terreno.
Nel verificarsi di questa evenienza il Pakistan potrebbe estendere la sua influenza sul paese afghano mediante l’alleanza con i talebani. Dietro a tutto sembra stagliarsi il profilo della Cina, che ha di fatto, sostituito gli USA come partner comerciale e forse anche politico. Il Pakistan ha già parlato più volte in dichiarazioni ufficiali di Pechino come amico principale della nazione. L’espansionismo cinese dettato dalla fame di nuovi mercati, ma anche di nuova manodopera ha individuato nelle zone di Pakistan ed Afghanistan dei territori strategici, sopratutto nell’ottica della competizione con l’India. La Cina punta così a circondare il suo più pericoloso concorrente cercando di fargli terra bruciata attorno. Con l’alleanza con Pechino, Islamabad si sente più forte nei confronti degli USA e si permette anche sgarbi diplomatici come non presenziare a riunioni sul tema del terrorismo. Nonostante tutto gli USA tengono a freno l’irritazione, giacchè ritengono che la lotta al terrorismo internazionale si vince proprio tra Afghanistan e Pakistan, tuttavia, se possono contare sulla lealtà del governo di Karzai, nel tempo i sospetti sul Pakistan si sono, forse, troppo acuiti tanto da fare diventare Islamabad più che un potenziale avversario. Se l’attuale situazione tra i due stati non vedrà progressi nella distensione, con fatti concreti da parte dal Pakistan, la situazione è destinata a peggiorare molto e gli eventuali sviluppi potrebbero fare rivedere i piani di rientro delle forze armate USA dall’Afghanistan. Infatti senza più l’appoggio del Pakistan, che a questo punto potrebbe diventare addirittura un nemico, gli Stati Uniti dovrebbero, per forza di cose, mantenere numerosi effettivi per presidiare la lotta al terrorismo islamico in maniera efficace.

Between Serbia and UE, the Kossovo is the obstacle

The entry for Serbia in the EU is becoming increasingly difficult. Despite the sustained efforts by the Belgrade government to bring to justice international war criminals of the Serbs followed the dissolution of Yugoslavia, the issue of Kosovo is now the most difficult obstacle to overcome. The strategy of Serb extremists, which refers to a very anachronistic reconstruction of Serbia, held hostage the development of the country economically and diplomatically. For the truth about the Kosovo question the motives of extremists collect a lot of success within the legal boundaries Serbs. The population believes Kosovo’s independence a violation of its territory and also play some reasons for revenge against the West, towards which, despite everything, are not completely erased the aversion to the economic embargo and NATO Bombardment. Much of the country lives as another interference in internal affairs of the state, the recognition that much of international public opinion, has given to Kosovo. In this game easy Serb extremists fomenting the square has, in so doing, however, go against the legitimate aspirations of the country to be part of the European Union. How Merkel said the German cencelliera, more and more leaders of the EU in pectore, if Serbia does not change attitude towards the issue of Kosovo, the entrance to Brussels is precluded. However, even the EU itself there is no unanimity in the direction laid down by Germany, are in fact five EU countries that recognize Kosovo. The question, in short, remains fluid, though, in hindsight, Kosovo is in practice only a matter incidental Serbia, what worries most is the weight well, always important, that the nationalist idea, well represented by extremist movements, has within the country. The real concern is that the EU not to carry inside a country still crossed by deep tensions, which has failed to overcome the conflicts within it and that could be a large reservoir of potential sources of destabilization. Too bad because from an economic standpoint, Serbia is a case from both sides, the country is growing and already represents a good market in Europe and has virtually labor at low cost but highly specialized: the conditions then From this side, we are all to enter the EU, what is lacking is political stability and a conviction more than anything else, to Europe, part of the whole body politic of the country, CEH has rebdersi willing to accept the rules and common European vision, overcoming the momentum ancestral beliefs, have been superseded by history.

Tra Serbia ed UE c’è l’ostacolo Kossovo

Per la Serbia l’entrata nella UE appare sempre più difficile. Malgrado gli sforzi sostenuti dal governo di Belgrado, per assicurare alla giustizia internazionale i criminali serbi della guerra seguita alla dissoluzione della Jugoslavia, la questione del Kossovo rappresenta ora l’ostacolo più difficile da superare. La strategia degli estremisti serbi, che si richiama ad una anacronistica ricostruzione della grande Serbia, tiene in ostaggio lo sviluppo economico e diplomatico del paese. Per la verità sulla questione del Kossovo le ragioni degli estremisti riscuotono parecchio successo entro i confini legali serbi. La popolazione ritiene l’indipendenza del Kossovo una violazione del proprio territorio ed in parte giocano anche motivi di rivalsa contro l’occidente, verso cui, malgrado tutto, non sono del tutto cancellate le avversioni per l’embargo economico ed i bombardmenti NATO. Gran parte del paese vive come l’ennesima ingerenza negli affari interni dello stato, il riconoscimento, che gran parte dell’opinione pubblica internazionale, ha regalato al Kossovo. In questo gli estremisti serbi hanno gioco facile ha fomentare la piazza, così facendo, però, vanno contro le legittime aspirazioni del paese a fare parte dell’Unione Europea. Come ha detto la cencelliera tedesca Merkel, sempre più leader in pectore della UE, se la Serbia non muta atteggiamento verso la questione kosovara, l’ingresso a Bruxelles le è precluso. Tuttavia anche nella stessa UE non vi è unanimità nella direzione enunciata dalla Germania, infatti sono ben cinque i paesi UE che non riconoscono il Kossovo. La questione, insomma resta fluida, anche se, a ben vedere, il Kossovo è soltanto una questione accessoria nella pratica Serbia, quello che preoccupa ben di più è il peso, sempre importante, che la stessa idea nazionalista, ben rappresentata dai movimenti estremisti, ha all’interno del paese. La vera preoccupazione della UE è quella di non portare al suo interno un paese ancora attraversato da tensioni profonde, che non ha saputo superare i conflitti al suo interno e che potrebbe costituire un serbatoio consistente di potenziali fonti di destabilizzazione. Peccato perchè dal punto di vista economico, la Serbia rappresenta un affare da ambo i lati, il paese è in crescita e già costituisce un buon mercato, praticamente dentro l’Europa e dispone di manodopera ad un costo contenuto ma molto specializzata: i presupposti quindi, da questo lato, ci sono tutti per entrare nella UE; quello che manca è una stabilizzazione politica ed una convinzione, più che altro, verso l’Europa, da parte di tutto il corpo sociale del paese, ceh deve rebdersi disponibile ad accettare le regole comuni e la visione europea, superando di slancio ataviche convinzioni, ormai superate dalla storia.

The problem of work crucial question to be resolved

According to the OECD unemployed in the world are around 200 million people, of whom 30 million have lost their jobs over the past two years. The outlook for the short term are just as disastrous, the economic crisis that is gripping the planet is likely to further erode jobs, further reducing the possibility of employment. The implications of this alarming fact likely to depress the economy even more stifling consumption. What can come true, if not reversed course, is a spin of the final consumption of all able to sink the hopes of recovery. This analysis, although macro-level economic, indicates the need for intervention to correct the structural unemployment as soon as possible. In addition, the social consequences, induced by a system of lack of work come to a profound degree of inequality, they risk suffering from dangerous social tensions, which when triggered can be fraught with unmanageable problems. The widening of the gap between rich and poor has widened in an abnormal, partly as a result of the impoverishment of the middle class and low to medium on which the fiscal burden, more and more oppressive states, forced to deal with sovereign debt forever particularly hard hit by higher and lower employment. The problem must be addressed globally, we need a coordination that appropriately addresses the resources earmarked for the development of jobs. The defeat of unemployment must be scheduled through and reach certain goals, such as an increase of only 1.3 percentage points could return to pre-crisis level of employment by 2015. Strategies must be developed between governments, which give priority to the actual work against the ephemeral finance, which must act on the fiscal levers to find the resources that would enable more people to work. Reduce the importance of finance must be a primary objective to give due importance to the work visible, by which to ensure a stable level of employment. The challenge for economic recovery can not pass through the defeat of unemployment.

Il problema del lavoro nodo essenziale da sciogliere

Secondo l’OCSE i disoccupati nel mondo sono intorno a 200 milioni di persone, di cui almeno 30 milioni hanno perso il lavoro negli ultimi due anni. Le prospettive per il breve periodo sono altrettanto disastrose, la crisi economica che attanaglia il pianeta rischia di erodere ulteriori posti di lavoro, riducendo ancora la possibilità di impiego. Le implicazioni di questo dato allarmante rischiano di deprimere ancora di più l’economia soffocando i consumi. Quello che si può avverare, se non si inverte la rotta, è un avvitamento definitivo dei consumi in grado di affondare del tutto le speranze di ripresa. Questa analisi, pur essendo a livello macro economico, indica il bisogno di un intervento strutturale che corregga il dato della disoccupazione al più presto. Inoltre le conseguenze sociali, indotte da un regime di mancanza di lavoro giunte ad un profondo grado di diseguaglianza, rischiano di fare partire pericolosissime tensioni sociali, che una volta innescate potranno essere gravide di problematiche difficilmente gestibili. L’allargamento della forbice tra ricchissimi e poveri si è dilatato in maniera abnorme, anche in ragione dell’impoverimento dei ceti medi e medio bassi, su cui gravano le politiche fiscali, sempre più vessatorie degli stati, costretti a fare fronte a debiti sovrani sempre più alti e particolarmente colpiti dalla diminuzione dei posti di lavoro. Il problema va affrontato a livello mondiale, è necessaria una coordinazione che indirizzi le risorse opportunamente accantonate per lo sviluppo dei posti di lavoro. La sconfitta della disoccupazione deve essere pianificata attraverso obiettivi certi e raggiungibili, ad esempio con un solo incremento di 1,3 punti percentuali si potrebbe tornare al livello occupazionale pre crisi entro il 2015. Devono essere elaborate strategie comuni tra i governi, che diano la priorità al lavoro reale contro quello effimero della finanza, sulla quale devono agire leve fiscali per reperire le risorse che possano permettere l’incremento dell’occupazione. Ridurre l’importanza della finanza deve essere un obiettivo primario per dare la giusta importanza al lavoro tangibile, mediante il quale assicurare un livello stabile dell’occupazione. La sfida per il rilancio dell’economia non può non passare attraverso la sconfitta della disoccupazione.

Israel insists the settlements in the territories

The idea of ​​authorizing new settlements in East Jerusalem, its capital, elected by the Palestinians, is yet another false move of the Israeli state. Even the United States have broken their now traditional reserve, who are holding the Israeli Palestinian issues, expressing deep displeasure, through the words of Hillary Clinton. Benjamin Netanyahu insists on the dual-track policy: words measured before international public opinion, offering eternal restart of negotiations, but at variance with the facts as given, allowing settlers to new opportunities to expand the settlements. Obama has so far taken a cautious approach, while not sharing intimately the current Israeli government policy, has had to maintain an attitude of façade to protect the alliance with Tel Aviv, also with a view election. However, it is clear that the coldness characterizes the current phase of relations between the U.S. and Israel. Despite these caveats, characterized by deep silences Americans, the reaction to U.S. approval for new settlements, marks a shift in the U.S.. The impression is that this time Israel has pulled too far, creating a reaction clearly unusual. It is not clear, especially at this crucial stage, characterized by the request of the UN recognition of a Palestinian state, what is the strategy of Tel Aviv. Israel, in fact, has been isolated in the region and the sympathy that collects at the international level are less and less, if the sliding friction with the U.S. administration should take a more marked way, the problem for Tel Aviv would handle isolation even more pronounced . Netanyahu is likely to be taken for granted that the U.S. will never abandon Israel, and this should be yes, but also in a framework of alliance there are degrees. If the U.S. is tired of seeing their efforts thwarted, underground as to not offend the sensibilities of Israelis, because of the misconduct of the government in Tel Aviv, may adopt a different attitude, with an extended range of consequences that can go to exercise pressure, also consisting of Israel. It ‘clear that the tactics of the Israeli government, which does not share much of the population, is to plant most of the possible settlements on the Palestinian territories, then treat, if ever it comes from a position of strength, even though they are illegal. The evaluation of the goodness of this tactic takes into account only internal elements, ignoring the effects that come and diplomats have been caused. But at this point must be the U.S. and the UN to take the situation and Manola force, for its own interests, especially Israel to change its attitude to the facts.

Israele insiste con le colonie nei territori

L’idea di autorizzare nuove colonie presso Gerusalemme est, eletta a propria capitale dai palestinesi, costituisce l’ennesimo passo falso dello stato israeliano. Perfino gli Stati Uniti hanno rotto il loro, ormai tradizionale riserbo, che stanno tenendo per le questioni israelo palestinesi, manifestando profonda contrarietà, attraverso le parole di Hillary Clinton. Benjamin Netanyahu insiste nella politica del doppio binario: parole misurate di fronte all’opinione pubblica internazionale, che propongono il riavvio degli eterni negoziati, ma fatti discordanti con quanto pronunciato, concedendo ai coloni sempre nuove opportunità di ampliare gli insediamenti. Obama fino ad ora ha tenuto un atteggiamento prudente, pur non condividendo intimamente l’attuale politica del governo israeliano, ha dovuto mantenere un atteggiamento di facciata per tutelare l’alleanza con Tel Aviv, anche in ottica elettorale. Tuttavia è evidente che la freddezza caratterizza l’attuale fase dei rapporti tra USA ed Israele. Nonostante queste cautele, caratterizzate dai profondi silenzi americani, la reazione USA al benestare per i nuovi insediamenti, segna un punto di svolta nell’atteggiamento americano. L’impressione è, che questa volta Israele abbia tirato troppo la corda, generando una reazione chiaramente inconsueta. Non si capisce, specialmente in questa fase cruciale, caratterizzata dalla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese all’ONU, quale sia la strategia di Tel Aviv. Israele, infatti, è rimasto isolato nella regione e le simpatie che riscuote sul piano internazionale sono sempre meno; se l’attrito strisciante con l’amministrazione USA dovesse prendere una via più marcata, il problema per Tel Aviv sarebbe gestire un isolamento ancora più marcato. Netanyahu, probabilmente da per scontato che gli USA non abbandoneranno mai Israele e questo dovrebbe essere certo, ma anche in un quadro di alleanza vi sono gradi diversi. Se gli USA si stancano di vedere vanificati i propri sforzi, sotterranei per non urtare la suscettibilità degli israeliani, a causa del comportamento scorretto del governo di Tel Aviv, possono adottare un diverso atteggiamento, con una gamma estesa di conseguenze che possono andare ad esercitare una pressione, anche consistente su Israele. E’ chiaro che la tattica del governo israeliano, che gran parte della popolazione non condivide, è di impiantare la maggior parte di insediamenti possibili sui territori palestinesi, per poi trattare, se mai si tratterà, da posizioni di forza, ancorchè illegali. La valutazione sulla bontà di questa tattica tiene conto di soli elementi interni, tralasciando gli effetti diplomatici che verranno e vengono provocati. Ma a questo punto devono essere gli USA e l’ONU a prendere in manola situazione e costringere, per il suo stesso interesse, Israele a cambiare atteggiamento sopratutto con i fatti.