Cina: 90 anni di Partito Comunista

La Cina festeggia i primi novanta anni del Partito Comunista. Fondato a Shangai nel 1921 il Partito Comunista cinese guida la nazione più popolosa del mondo dal primo ottobre 1949, quando Mao Tse-Tung proclama la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Nel periodo della sua vita il partito comunista più grande del mondo, attualmente sono circa ottanta milioni i cittadini cinesi con la sua tessera in tasca, ha mantenuto il potere in virtù di una ferrea censura interna e senza indulgere alle posizioni più critiche, stroncandole con metodica violenza. Il dominio sulla società ha assicurato l’esercizio di un potere decisionale totale, che sta alla base della crescita a due cifre del paese. Nonostante le sue dimensioni gigantesche, il partito è comunque una elite in un paese di un miliardo e trecento milioni di persone, ed il suo incremento si aggira sui tre milioni di nuovi tesseramenti annuali a fronte di ventuno milioni di domande d’ammissione. Dato il grande potere di indirizzo del partito, l’ingresso al suo interno è visto attualmente come ascensore sociale in un contesto che richiede la benedizione della casta dominante anche in questo momento di industrializzazione spinta. E’ questo l’aspetto più rilevante del panorama internazionale ed anche storico: una contraddizione in termini, dove il partito che più dovrebbe difendere i diritti dei lavoratori è invece lo strumento che ne garantisce la maggiore oppressione in nome di un processo di crescita nazionale sbilanciato a sfavore della manodopera. Lo sfruttamento della forza lavoro è maturato in un contesto di censura ma anche di corruzione, il male che più affligge il partito. Sopratutto nelle province più lontane dell’impero cinese, il potere dell’organizzazione partitica fa sentire ancora maggiormente il suo peso con indirizzi arbitrari e speculativi, che generano proteste e disordini spesso soffocati nel sangue, oltre che nel silenzio. Per i dirigenti cinesi questo anniversario è l’occasione di enfatizzare al massimo l’evento per mettere a tacere l’opposizione interna e fare apparire all’esterno un paese coeso, capace di marciare come un solo uomo. Tuttavia l’organizzazione parallela alle feste ed alle parate, ha preso le misure contro possibili manifestazioni di dissenso, blindando intere zone, come il Tibet, all’ingresso degli occidentali. La Cina, più volte ripresa da altre nazioni ed organizzazioni internazionali, vuole dimostrare con questi festeggiamenti l’unità nazionale, rivendicando la legittimità dei propri ordinamenti, ma essendo ben conscia di non potere sfondare sul piano internazionale senza assicurare quella dose minima di diritti di base al proprio popolo. Allora l’autocelebrazione del partito cinese serve a fortificare quella coscienza interna che giustifica l’autoreferenzialità del potere di fronte alla massa intera del popolo. In realtà dimostra anche la propria debolezza e l’incapacità di reagire, se non con mezzi antiquati, al vento modernizzatore che da tempo striscia nel paese, sebbene alimentato ancora da una minoranza.

Le sfide della presidenza polacca

Sul tavolo delle questioni chiave che accompagneranno la presidenza polacca alla UE vi sono la ricerca di unitarietà nell’azione diplomatica, che sarà messa a dura prova a settembre con la questione del riconoscimento dello stato palestinese, e la necessità di una forza armata europea capace di sostenere, nei casi necessari, l’azione diplomatica. La questione militare non è nuova ed è all’origine del dibattito fra i fautori della necessità di una struttura militare sovranazionale per adempiere alle necessità comunitarie ed i sostenitori dell’esclusivo monopolio della forza da parte delle singole nazioni, perchè con funzioni esclusivamente difensive. Questa interpretazione parte da ragioni totalmente condivisibili, ma pensate in tempi differenti da quelli attuali, caratterizzati da minore velocità dello scorrere degli eventi, sostanzialmente con posizioni più cristallizzate. La mutazione dello scenario internazionale, con emergenze dilaganti impone un ripesamento dell’impostazione della difesa europea e del suo ruolo. Non occorre dire che alcun esercito straniero tenterà di invadere la UE o singoli stati suoi componenti, ma l’importanza del fattore diplomatico, peraltro da sempre rivendicato dall’Europa, appare zoppo senza il sostegno della gamba rappresentata dalla forza militare. Si tratta di creare una forza armata sovranazionale capace di operare in ambito umanitario, innazitutto una forza di primo intervento capace di interporsi tra fazioni in combattimento per tutelare la popolazione civile ed intanto permettere alla diplomazia di lavorare alle soluzioni più adatte. Senza questo sostegno l’azione diplomatica, per i casi necessari, risulta notevolmente più difficoltosa ed oltremodo lenta. Ma l’azione diplomatica ha anche la necessità di essere univoca e non ambigua, presa in contropiede dall’incalzare degli avvenimenti la politica estera europea è apparsa divisa e frammentata, con azioni spesso in contrasto prese dai singoli stati. E’ invece necessario dare unitarietà per acquisire autorevolezza di fronte al mondo, la UE non è più una etichetta di garanzia, che basta da sola per garantire il prodotto diplomatico sulla scena internazionale, ma necessità di un indirizzo univoco, sostenuto da una chiara azione di politica estera. Settembre srà un banco di prova fondamentale per l’indirizzo che verrà assunto di fronte alla questione palestinese, ma da subito la presidenza polacca dovrà sapere dare unitarietà davanti alla guerra libica, alla questione siriana oltre che sapere dare tutto il sostegno necessario allo sviluppo democratico in Tunisia ed Egitto. L’augurio è che si sia preso coscenza della necessità per la UE di ritornare protagonista, senza ripetere gli errori più recenti.

Polonia presidente di turno dela UE

Dal primo luglio prossimo, il quarto paese ex comunista, la Polonia, assumerà la presidenza della UE. Il momento di avvicendamento alla spenta presidenza ungherese è particolarmente difficile perchè deve affrontare situazione contingenti particolarmente gravose. L’agenda presidenziale polacca dovrà affrontare, sul piano interno, la questione economica, con particolare attenzione alla crisi greca, cercando di preservare al massimo l’unità continentale, sollecitata in maniera dura dalle spinte localistiche, legate proprio alla difficile gestione della prolungata crisi economico finanziaria. Ma non basterà gestire l’emergenza, compito di per se già arduo, giacchè occorrerà pensare a politiche di sviluppo nuove, che permettano, cioè, di ricostruire e rivitalizzare il tessuto connettivo dell’unione. Il presidente Tusk intende accelerare ed incrementare la libera circolazione delle merci, puntando sulle nuove tecnologie, come motore propulsivo del commercio comunitario. Particolare attenzione verrà senz’altro data allo sviluppo commerciale verso i paesi ex URSS, che possono già vantare notevoli collaborazioni con la UE. Sul piano internazionale l’Europa dovrà riconquistare la sua primaria importanza nel contesto diplomatico, impegnandosi ad una maggiore incisività e sopratutto velocità negli interventi non militari, per favorire vie d’uscita non cruente dalle difficili situazioni in corso. Puntare sull’abilità diplomatica ed ottenere successi tangibili, potrà consentire alla UE di trattare da posizioni di ritrovata forza. E’ chiaro che il ruolo preminente della presidenza polacca sarà di cercare la massima unitarietà, sia dal punto di vista politico, che normativo, rendendo più snelle le procedure decisionali, sopratutto in tema di politica estera. I recenti tentennamenti sulla crisi libica, hanno depotenziato la forza dell’apparato diplomatico europeo, che va senz’altro rivisto in un’ottica di maggiore coinvolgimento nelle vicende internazionali. La sensazione di apparente distacco e trattamento burocratico delle crisi internazionali, va rivista in maniera da consentire al mondo la percezione di un coinvolgimento fattivo e di grande livello risolutivo. In questo quadro la creazione di una fondazione europea per la democrazia, come caldeggiato da Tusk, può essere solo il primo passo per muoersi nella giusta direzione.

Hezbollah trasferisce i suoi arsenali dalla Siria

Nonostante la repressione e la mancanza di notizie dovuta alla censura di Damasco, si è presentato un elemento nuovo, che può dare una indicazione di come procede la rivolta siriana. Sono infatti iniziate grandi manovre per spostare in Libano i depositi degli arsenali di armamenti convenzionali e missilistici, presenti sul suolo siriano, appartenenti alla milizia scita Hezbollah. La fornitura di questi armamenti proviene esclusivamente dall’Iran, che ha sempre usato, con il beneplacito del governo di Assad, la Siria come piattaforma logistica per rifornire e stoccare gli arsenali per Hezbollah, nel quadro della lotta allo stato di Israele. Il fatto che sia iniziato il trasferimento delle armi, tra cui missili di importanza strategica, non può che significare il fatto, che sia Hezbollah, ma sopratutto l’Iran, temano concretemente la fine del regime di Assad. Intanto continua la feroce repressione che ha visto ancora una volta i cecchini governativi sparare sulla folla, ma questo è l’ennesimo segnale della mancanza di una soluzione alla crisi interna. Quello che filtra è che la nazione è in preda all’instabilità e fino ad ora a nulla è valsa l’insistita azione militare, messa in campo da Assad per riprendere in mano la situazione. Quello che si presenta è un ventaglio di possibilità molto ampio, ma la manovra di Hezbollah contempla la reale possibilità che il regime perda il potere. In quest’ottica apparirebbe reale l’azione sottotraccia di potenze occidentali, non come innesco della rivolta, ma come aiuto successivo per portare al potere in Siria le forze di opposizione. La reale posizione chiave della Siria, guadagnata all’occidente, o almeno più vicina alla Turchia, membro NATO, sarebbe un colpo mortale per la strategia iraniana nella regione e porterebbe il movimento Hezbollah al totale isolamento: in un colpo l’assetto geostrategico della regione cambierebbe a favore dll’occidente, permettendo di affrontare la questione palestinese, sopratutto per gli USA, con maggiore calma e con minore assillo per la difesa militare di Israele. L’occasione pare unica per lasciarla sfuggire, ma è necessaria una operazione diplomatica sul filo del rasoio per ricucire i rapporti compromessi tra Ankara e Tel Aviv; il ragionamento pare, però possibile, solo su tempi medi perchè richiede l’avverarsi di una serie di condizioni che solo potenzialmente sono in divenire. Tuttavia il segnale del trasferimento degli arsenali militari di Hezbollah sembra essere motivo di accelerazione verso la definizione della situazione.

Considerazioni sul ritorno delle frontiere interne della UE

Con la reintroduzione del controllo interno di frontiera nei pesi dell’area di Schengen, la UE compie un passo indietro nel processo unificatore che dovrebbe portare al compimento degli Stati Uniti d’Europa. E’ bastata l’emergenza libica per fare crollare quello che era un castello di carte, fondato sull’acquisto, in moneta sonante, della collaborazione dei dittatori della sponda sud del Mediterraneo, che assicuravano il contingentamento dell’emigrazione, con metodi spesso violenti. Alla fine la politica europea sul problema migratorio era tutta così condensata: un puzzle non organizzato di misure tampone, costruito indipendentemente stato per stato, con modalità spesso in contrasto. Quello che è emerso è tragico per le legittime speranza dei popoli europei, che hanno governi nazionali incompetenti e strutture sovranazionali inette. Se un colosso come l’Europa non riesce a trovare un piano di intesa, che non sia la chiusura e l’irrigidimento, per un problema epocale come l’emigrazione vuole dire che ha i piedi d’argilla. Ma il problema costituisce un segnale che va ancora oltre perchè significa che si sta affermando sempre più la tendenza frammentatrice su quella aggregatrice e ciò, se non vuole dire fine sicura, va nella direzione di una profonda diminuzione della spinta unificatrice europea. Quello che sta succedendo è l’apertura di una breccia, che se non sarà subito richiusa, può provocare un diverso atteggiamento su altri temi cruciali per la vita dell’Europa. Ma questo è anche un risultato figlio delle tendenze politiche localistiche e xenofobe, che stanno condizionando le nazioni europee, non è un caso, infatti, che il provvedimento sia partito da Francia ed Italia, paesi in eterna vigilia elettorale, dove il partito di Marine Le Pen e la Lega Nord, esercitano sui governi in carica pressioni molto forti, tali da condizionarne l’azione politica. Per converso, significa anche, che la UE non ha la forza necessaria e neppure gli strumenti per contrastare queste spinte endogene che lavorano per allontanare lo spirito unificatore. L’errore dei legislatori europei è stato quello di non cogliere la nascita di queste esigenze localistiche fin dalla loro nascita ed operare per ricondurle all’interno dell’alveo europeo, valorizzandone i contenuti positivi, come la salvaguardia delle tradizioni, ma senza essere in grado di smorzare gli eccessi negativi come la paura del diverso; anzi in alcuni casi è stata proprio l’istituzione comunitaria a fare in modo di essere percepita come ostacolo al mantenimento delle particolarità locali, ma viceversa, di essere un fattore di omologazione proveniente dall’alto. Si è mantenuto un atteggiamento burocratico quando i tempi consentivano una certa tranquillità per affrontare un cambiamento graduale, ma il tempo è passato invano e le situazioni contingenti come le crisi economiche ed i cambiamenti epocali delle primavere arabe si sono abbatuti in maniera che i lenti tempi di risposta della UE non potessero elaborare una risposta adeguata.

Il ritiro USA: una vittoria talebana?

Il repentino ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan pone interrogativi e domande sul futuro di Kabul. Intanto il primo effetto provocato è il ritiro, in numero proporzionale ai militari USA dei soldati delle truppe francesi. Si sta operando un abbandono del paese? Per certi versi la ritirata americana è paragonata al sistema adottato trent’anni prima dai sovietici, che con il loro abbandono hanno provocato la guerra civile ed il conseguente insediamento dei talebani, con la conseguente dittatura islamica. E’ pur vero, che quello che lascia Obama è una nazione con maggiori anticorpi contro il verificarsi di quella ipotesi, tuttavia la struttura messa in piedi per favorire il passaggio alla democrazia di Karzai, non pare ancora completamente autonoma per regggere possibili attacchi alla sua integrità. Il pericolo maggiore riguarda i territori al confine con il Pakistan, che non sono stati completamente bonificati e dove i talebani hanno, di fatto, messo in piedi una struttura parallela a quella ufficiale di Kabul. Ora, se il ritiro americano, in primis, ed occidentale, di conseguenza, significa che l’Afghanistan non è più ritenuto una fonte di pericolosità per il mondo occidentale e si ritiene che i pericoli del terrorismo, per i quali è stata iniziata la guerra, siano del tutto finiti, lo sganciamento dall’operazione afghana, ha una qualche giustificazione, anche se rimangono dei dubbi legittimi sulla reale risoluzione del problema. Se, invece, l’obiettivo era sanificare del tutto la nazione afghana e portarla in un alveo di democrazia compiuta, allora il ritiro avviene in anticipo sulla realizzazione del progetto. Occorre prestare attenzione, perchè alla fine i due obiettivi, alla fine, sono lo stesso. Si può dire di non temere più il terrorismo talebano e nello stesso tempo lasciare parte del paese agli integralisti islamici? Si può credere che, allora, la reale intenzione di una guerra sanguinosa, sia stata la sconfitta totale del terrorismo proveniente dall’Afghanistan? Se la risposta a queste due domande è positiva, il significato più profondo è che gli USA escono da Kabul con una mezza sconfitta. E’ vero che Obama si è ritrovato a gestire una cosa non iniziata da lui e che uno dei suoi obiettivi elettorali era proprio il ritiro dei soldati USA, ma se si guarda la situazione da un punto di vista più alto, la questione riguardava l’intero mondo occidentale ed il suo rapporto con il terrorismo islamico. In quest’ottica non si può parlare di missione compiuta, ma di un risultato abborracciato che lascia la questione in sospeso. Il dato finale è che la soluzione tanto cercata non è stata trovata, nonostante l’ingente investimento economico ed umano. Non vi è, cioè, la sicurezza che il terrorismo talebano non rialzi la testa e torni a colpire quell’occidente che viene visto come invasore sconfitto, come fu per l’Armata Rossa.

La Siria in difficoltà sul piano internazionale

La Siria contrattacca sul piano diplomatico. La pressione internazionale sul regime siriano, dovuta alle feroci repressioni, provoca un’alzata di scudi da parte del capo della diplomazia siriana, il ministro degli esteri Walid al Mualem. La tesi del complotto ai danni del regime è la spiegazione prevalente che viene data dal ministro: agenti europei, di nazioni non bene identificate, starebbero dietro alle manifestazioni che vogliono rovesciare Assad. Inoltre anche Al Qaeda si sarebbe mossa nelle stessa direzione. E’ chiaro che la teoria del ministro fa acqua ed è una contraddizione in termini. Ipotizzare, seppure in maniera velata, una alleanza tra il movimento terroristico più estremo ed emissari europei è veramente un tentativo maldestro, che svela la confusione che regna nell’apparato amministrativo di Damasco. Il ministro degli esteri siriano contrasta anche la tesi europea che richiede un cambio nelle leggi del paese con il fatto che il presidente Assad starebbe per dare il via ad un cambio effettivo nella costituzione del paese e giustifica le repressioni con il tentativo governativo di mantenere l’ordine e la legalità nel paese. Quello che appare, dai confusi tentativi della burocrazia siriana, è il tangibile timore di un pericoloso isolamento, dovuto principalmente alla pressione turca, che h oramai portato il paese a essere nel centro delle discussioni delle cancellerie internazionali, anche più della stessa guerra libica. Per Damasco si tratta di una situazione totalmente nuova da gestire, come difatti, mostrano gli scarsi risultati. La Siria non è abituata a vedere mostrati sulla piazza internazionale i propri fatti interni, forte di uno storico controllo rigidissimo sui mezzi di comunicazione; ma ora anche Assad pare vittima di internet, che garantisce all’opposizione strumenti di comunicazione totalmente nuovi e che possono sfuggire al controllo della censura. E’ stata proprio la congiuntura portata dai mezzi di comunicazione con la crisi economica il fattore scatenante dell’attuale situazione siriana. Per l’ONU e l’occidente è il momento di schiacciare sull’acceleratore delle sanzioni per dare speranza a chi combatte per la presenza della democrazia in Siria.

Cresce il numero dei rifugiati

Sale il problema dei rifugiati nel mondo. Le guerre, le carestie ed i disastri naturali sono la causa dello sviluppo esponenziale del numero dei richiedenti asilo, ma la pressione maggiore a cui le nazioni sono sottoposte, dalle masse dei rifugiati, contrariamente a quanto si crede non è nei paesi industrializzati, il cosi detto primo mondo, ma nei paesi in via di sviluppo. E’ significativo registrare che i maggiori paesi che danno rifugio sono: Pakistan, Iran e Siria, ed anche considerando un rapporto di rifugiati con il reddito per abitante, i paesi in via di sviluppo sono notevolmente avanti rispetto al mondo industrializzato. Lo scenario che si para davanti ad un osservatore attento, presenta subito uno squilibrio di grande portata, i paesi ricchi non fanno molto per risolvere il problema. Non solo, inoltre hanno messo tutti in piedi, indiscriminatamente, sistemi legali atti ad ostacolare ed ostracizzare l’ingresso dei rifugiati all’inerno dei loro territori. Si tratta, evidentemente, di un modo di preservare risorse e livello di vita, in un momento di grossa crisi economica, non sacrificando alcuna parte di reddito per dare aiuto. Anzi, l’incremento del successo elettorale di partiti e formazioni che coprono un ampio spettro, che va dal localismo fino alla xenofobia più marcata, hanno accentuato questa modalità di esclusione. Ma è irreale che paesi più poveri, affetti da problemi endemici di carenza strutturale, con povertà conclamata, possano farsi carico della gran parte della massa dei rifugiati. La prima ragione dello stato di cose attuale è una impreparazione storica dei paesi ricchi, che hanno vissuto prima da colonizzatori materiali, poi da sfruttatori economici dei paesi poveri, senza mai porsi la questione che la storia avrebbe, prima o poi presentato il conto, si è trattato di andare avanti su uno stato di cose sedimentato e stratificato che non ha mai creato nei governi una mentalità di gestione dell’accoglienza; a questa mancanza si è cercato di supplire con strategie improvvisate, fino alla chiusura di questi ultimi tempi, vista come soluzione alla loro stessa incapacità. La seconda ragione, è figlia della prima, la mancanza di capacità di governare il fenomeno da partae delle organizzazioni sovranazionali è dovuta al fatto, che gli organi di comando e controllo sono composti, in maggior parte da rappresentanti dei paesi ricchi, così il cane si morde la coda. D’altro canto questi paesi sono i maggiori finanziatori degli enti sovranazionali e così il cerchio si chiude. La soluzione immediata non esiste, ma è chiaro che la situazione sta diventando di una portata difficilmente ancora gestibile, senza un adeguato coordinamento, ma sopratutto con uno stravolgimento nella modalità di affrontare le cose, la bomba a tempo non può che scoppiare.

USA: ritiro anticipato da Kabul e possibili sviluppi

L’approssimarsi, sempre più veloce, delle elezioni americane, accelera il ritiro anticipato degli USA, dalla guerra afghana. Obama ha bisogno di mietere consensi in maniera esponenziale e raggiungere l’obiettivo di un ritiro anticipato può significare la mossa decisiva in chiave elettorale. Gli USA non negano neppure più l’evidenza, come fatto fino ad ora, di avere in corso trattative con i talebani, per arrivare ad una qualche conclusione. Il fatto che non vi sia più alcun tipo di rammarico nell’ammettere le relazioni ufficialmente con i peggiori nemici, significa che la necessità di uscire dal pantano afghano si è fatta più pressante. Obama deve comunque combattere su più fronti, non solo quello elettorale, sganciarsi da Kabul, significa anche liberare risorse, sia logistiche che economiche, per affrontare le nuove emergenze che si affacciano sullo scacchiere. Non è un caso che la questione palestinese sia costantemente monitorata. L’amministrazione USA, pur essendo il principale alleato di Israele potrebbe dovere intervenire come forza di dissuasione, oltre che di protezione, proprio nei confronti di Tel Aviv, se la situazione dovesse degenerare, anche grazie ai nuovi assetti del mondo arabo. Inoltre lo scenario siriano, cui dietro sta l’Iran ed il conseguente atteggiamento della Turchia, membro della NATO, potrebbero richiedere forme di intervento da valutare.

Israele mette in pericolo il trattato di Oslo

Israele ha paura del riconoscimento dell’ONU per la Palestina. Mentre si avvicina la data della discussione per l’ingresso nelle Nazioni Unite della Palestina, Tel Aviv teme che il processo di riconoscimento internazionale inneschi una azione irreversibile che la costringa ad una trattativa da posizione di svantaggio. La battaglia per ora è tutta diplomatica, ma Israele mostra un timore significativo e si agita come una belva ferita. La minaccia di disconoscere il trattato di Oslo, segna un punto critico fino ad ora mai raggiunto. Intanto brilla il silenzio USA, che pur lavorando sottotraccia, sul piano pubblico ostenta una distanza che ha una sola valenza: Israele non gode dell’appoggio del suo maggior alleato sullka questione. Il governo in carica a Tel Aviv sta isolando il paese in un momento particolarmente delicato, i sommovimenti politici ai suoi confini consiglierebbero una tattica contrassegnata da maggiore cautela, ma la direzione presa va nel senso opposto. Stressare la situazione sul piano internazionale, può costringere l’intera scena a schierarsi dalla parte della Palestina, che in fondo richiede, solo un riconoscimento internazionale, praticamente a costo zero. La strategia rigida di Israele non può che essere perdente, sia che la Palestina ottenga il riconoscimento, sia che non l’ottenga, in questo secondo caso l’atto formale sarà solo rinviato, ma la discussione che ne potrebbe discendere potrebbe provocare danni ancora maggiori per Tel Aviv, come dimostra la pressione di questi giorni di soggetti sovranazionali come la Lega araba. Ad un osservatore esterno appare lampante come il riconoscimento palestinese, sia ormai un atto dovuto e costituisca un primo fondamentale passo nel processo di pacificazione. Il problema, a questo punto è che il governo in carica in Israele non voglia realmente regolare le cose, ma se così fosse sarebbe meglio chiarirlo del tutto, con tutte le conseguenze del caso. Infatti anche sul fronte interno l’opposizione sta montando e la partita è ancora tutta aperta.