Se il conflitto libico si allarga in Tunisia

La pacifica transizione tunisina è messa a dura prova da una pericolosa evoluzione presa dal conflitto libico. Un confronto armato tra l’esercito di Tunisi e le truppe leali a Gheddafi, è avvenuto presso la frontiera di Dehiba. L’antefatto è stata la perdita del controllo del posto di frontiera da parte delle truppe del rais, a favore delle milizie ribelli, circa due settimane prima. Questo episodio ha causatolo sconfinamento delle truppe lealiste in territorio tunisino, con l’intento di sfuggire ai ribelli. Successivamente le truppe di Gheddafi hanno lanciato il contrattacco, ed è stata la volta dei ribelli cercare rifugio in Tunisia, dove sono stati inseguiti per circa un chilometro. Il governo tunisino ha mostrato preoccupazione per le continue violazioni territoriali, cui il proprio stato è sottoposto e che hanno dato origine allo scontro a fuoco tra le forze armate dei due paesi. L’analisi che deriva da questi fatti non può non tenere conto di una possibile manovra concertata dallo stato maggiore di Gheddafi, per creare un diversivo nello scenario di guerra, fino a coinvolgere lo stato tunisino, oggetto di una transizione verso la democrazia, ma con un governo provvisorio alle prese con la difficile gestione di questo passaggio. Tunisi, dal punto di vista delle istituzioni appare ora indebolita, e potrebbe facilmente essere preda di un allargamento del conflitto che rischierebbe di compromettere tutto ciò fino ad ora conquistato. Sul piano internazionale una tale ipotesi sarebbe oltremodo problematica per le ripercussioni sulle relazioni internazionali e sulla questione energetica.

L’azione dei Fratelli Musulmani in Siria

In Siria i Fratelli Musulmani si appellano alla popolazione per manifestare contro il regime di Assad. Il presidente siriano è apertamente accusato di perpetrare un genocidio a danno di chi rivendica l’applicazione dei diritti civili anche trai i confini del paese. Il movimento dei Fratelli Musulmani, uno dei protagonisti della rivolta egiziana, è fuori legge in Siria, ed il fatto che chiami pubblicamente alla protesta, è un segnale eloquente di come si stiano aprendo delle brecce nelle strette maglie della censura. I Fratelli Musulmani possono mettere in campo l’esperienza già maturata durante la rivolta di piazza Tarir a Il Cairo, dove hanno assicurato ai dimostranti l’appoggio logistico e medico. Pur essendo un movimento ritenuto composto anche da fazioni estremiste, il comportamento all’interno del variegato insieme, sceso in campo per la rivoluzione egiziana, è stato improntato alla totale democraticità, senza alcuna ricerca di imporre la visuale tutt’altro che laica, che li contraddistingue. Anche nell’appello di condanna ad Assad, più che a valori religiosi, viene fatto riferimento a temi civili, quali la libertà politica e la lotta alla corruzione. Si assiste, dunque, alla ricerca di uno schema analogo a quello verificatosi in Egitto, dove attorno alla mancanza dei diritti civili e politici, si sono potuti aggregare parti diverse e talora contrastanti, della società. Va detto che il controllo in Siria appare ancora più pregnante di quello esercitato in Egitto, a causa dei molti anni di vigore della legge speciale, che limitava fortemente ogni opposizione, tuttavia sia la pressione internazionale, che le rivolte interne, hanno causato ampie spaccature nel regime, che potrebbero determinare, anche se con tempi che non paiono brevi, la caduta di Assad.

Egitto: aperto il valico di Gaza, Il Cairo protagonista sulla Palestina

Uno degli effetti tanto temuti da Israele per la destituzione di Mubarak, si concretizzerà a breve: l’Egitto, infatti, riaprirà in modo permanente la frontiera di Gaza. La misura fa parte del quadro complessivo della nuova dirigenza egiziana di allentare la pressione sulla striscia di Gaza, dove la condizione dei palestinesi resta molto difficile. Rimane chiusa la frontiera di Rafah, che potrà essere aperta solo per ragioni di carattere umanitario. L’importanza strategica della frontiera di Gaza è data dal fatto che è l’unico varco, per entrare nella striscia non controllato da Israele. La chiusura della frontiera di Gaza è, da molti osservatori, ritenuta la causa dell’incremento della popolarità di Hamas nella striscia, quale reazione estrema alle condizioni imposte da Tel Aviv. La misura egiziana, oltre ad avere uno scopo pratico di tipo umanitario, ha una sicura valenza politica sia per quello che riguarda l’universo palestinese che per ciò che concerne i rapporti con Israele. Dal punto di vista palestinese pare evidente che questa apertura punta ad indebolire Hamas, che detiene la maggioranza dei consensi nella striscia, a favore di una visione più moderata, come può essere quella di Al Fatah. Con l’apertura della frontiera, infatti, dovrebbero migliorare sensibilmente le condizioni di vita dei palestinesi della striscia, grazie all’arrivo costante e continuativo di medicinali, generi alimentari e forniture di materiale vario, favorendo la diminuzione del tasso di adesione alle posizioni estremiste. Sempre che Israele non decida una strategia repressiva che riporti in auge le ragioni di Hamas, il cui gradimento nella striscia è funzionale alla politica del governo in carica a Tel Aviv; governo che si trova ora a fronteggiare questo nuovo problema, dopo la pacificazione tra Hamas ed Al Fatah. Sicuramente l’apertura della frontiera rappresenta un fattore negativo per il paese della stella di David, perchè oggettive ragioni logistiche permettono al popolo della striscia di alleviare le proprie condizioni, ma anche di rifornirsi di armamenti, potenzialmente utilizzabili contro Israele. Tuttavia questa prospettiva, è sicuramente meno importante del cambiamento di atteggiamento egiziano, che si pone ora in maniera differente, di fronte al problema palestinese, rispetto alla gestione Mubarak. Quella che emerge è una volontà di protagonismo di fronte al problema: in pochi giorni tramite l’azione egiziana si è concretizzata la riunione delle due anime palestinesi e l’apertura del varco di Gaza. Due episodi cruciali nell’ottica delle future relazioni con Israele.
Difficile però pensare che dietro questi due fatti non ci sia stato il placet americano, se così fosse Tel Aviv dovrebbe iniziare a ripensare le proprie posizioni sulla creazione dello stato palestinese.

Siria, ONU e aspetti conseguenti

Il regime siriano accusa i primi scricchiolii dopo le dimissioni di membri del partito di governo appartenenti alla regione di Deraa, teatro delle violente repressioni. Si parla anche di scontri armati avvenuti tra diversi reparti dell’esercito, dovuti ad opinioni contrastanti sulla feroce modalità dei metodi usati per sedare la rivolta. Per la prima volta il regime siriano accusa, quindi dei dissidi, che provengono dal suo interno, è questo l’elemento nuovo che compare sulla scena di Damasco; ciò può volere dire che anche per il più granitico dei regimi si stanno creando delle crepe che ne possono inficiare il futuro. Intanto, sul piano internazionale, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, boccia la richiesta proveniente da Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo, per una risoluzione che impedisca alle forze armate siriane di usare violenza sulla popolazione civile. Si sarebbe trattato di una risoluzione analoga alla numero 1973, che riguarda la Libia. Sono, tuttavia, presenti delle differenze con il paese affacciato sulla sponda sud del Mediterraneo, in quanto in Siria, per il momento, non esistono due forze contrapposte, che combattono per il potere; non esiste, cioè, una guerra civile, ma soltanto rivolte tutto sommato circoscritte. Questo non allevia la gravità della repressione, ma permette di essere un argomento usato da alcuni paesi componenti del Consiglio di Sicurezza per bocciare la richiesta di una risoluzione riguardante la Siria. Infatti la ragione con cui Cina, Russia e Libano hanno respinto la risoluzione si basa proprio sul fatto di evitare una possibile guerra civile nel paese siriano. Se pare scontato il giudizio di Cina e Russia, rimaste scottate dalla loro stessa astensione, che ha permesso di approvare la risoluzione 1973 e quindi la guerra in Libia, che viola la propria concezione di politica estera, dove si rifiuta la pratica dell’ingerenza negli affari interni degli altri paesi, meno comprensibile appare la scelta libanese, unico paese arabo nel consiglio, che non è in rapporti propriamente definibili come amichevoli con la Siria. In realtà esiste una ragione politica dietro la scelta del Libano, che risulta essere condivisa anche da altre nazioni, tra cui, per un caso curioso delle relazioni internazionali, anche da Israele: il mondo può permettersi una guerra in Libia, le rivolte nei paesi arabi, ma non può non sapere in quali mani potrebbe finire la SIria, che rappresenta la chiave della pace nella regione. Se per alcuni siriani, il regime di Assad è deplorevole per molti motivi, per l’estero, pur con tutte le riserve a riguardo, la continuità di Damasco, offre una elevata percentuale di mantenimento dello status quo regionale e quindi scongiura la possibilità del deterioramento della situazione. In un momento di rivolgimenti epocale, come quello attuale, nessun schieramento di qualsivoglia indirizzo, può permettersi che cada un tassello nel complicato incastro del panorama internazionale. Il conto di tutto questo equilibrio per i dimostranti di Daraa.

Israele e l’unione di Al Fatah con Hamas

Al Fatah ed Hamas uniti potrebbero non piacere ad Israele. Impossibile non pensare che Tel Aviv non veda di buon occhio la pacificazione tra le due anime palestinesi. La prima conseguenza potrà essere la rottura delle relazioni con la riunita compagine palestinese; non si vede infatti come sia possibile che Israele possa sedere ad un eventuale tavolo delle trattative con esponenti di Hamas. Ma se le relazioni saranno rotte, le conseguenze potranno essere nefaste sul piano delle azioni militari, con effetti devastanti per ambo le parti. Tuttavia per i governanti in carica israeliani, che stanno perseguendo l’avanzata dei coloni nei territori palestinesi, una eventuale rottura delle trattative potrebbe essere parte di una strategia volta a guadagnare tempo, bene, insieme all terra, di cui a Tel Aviv hanno sempre più bisogno. Se, da un lato la pacificazione dei due movimenti palestinesi, può essere letta come un elemento positivo nel quadro palestinese, potrebbe essere anche visto come un autogol nell’ambito delle relazioni con il paese della stella di David. Israele, con un governo di destra, ha l’obiettivo di aumentare il suo territorio, ed attua questa mira con la politica dei coloni e dei loro insediamenti nelle zone palestinesi. L’ANP per arrivare alla pace, come ribadito nei recenti colloqui francesi con Sarkozy, vuole riaffermare il trattato del 1967, quindi le linee ideali dei confini si sovrappongono a sfavore dei palestinesi. E’ qui che entra in campo il fattore tempo, Israele pensa che una volta costruiti gli edifici dei coloni, questi non potranno più essere sfrattati; la tattica è oltremodo cinica: espone i coloni a ritorsioni molto probabili e, di fatto, dimostra la totale assenza di volontà a perseguire il processo di pace. Dire che Tel Aviv sta giocando con il fuoco è una metafora neanche troppo azzeccata, quello che si rischia è più di un conflitto locale. Inoltre Tel Aviv sta forzando la mano a Washington, che pur restando il più grande alleato, ha in questo momento talmente tanti fronti su cui è occupato, che una crisi ulteriore nei territori sicuramente non sarebbe ben vista.

Palestina: Al Fatah ed Hamas riuniti

I principali movimenti palestinesi Al Fatah e Hamas sono venuti ad un accordo per rimuovere gli ostacoli all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al Fatah, del presidente Habbas, controlla la Cisgiordania e Hamas ha invece il predominio sulla striscia di Gaza, la divisione è stato uno dei principali ostacoli alla nascita dello stato palestinese, a causa delle profonde divisioni sulle rispettive visioni. Uno dei principali motivi di discordia è stato quello di attribuire ad Hamas di subire le influenze iraniane. Al Fatah ha individuato nella repubblica teocratica il responsabile dietro le azioni più violente di Hamas contro Israele, ritenendole profondamente deleterie nel quadro del processo di pace. Il solco tra i due movimenti ha costituito spesso fonte di aspri confronti, spesso sfociati nella violenza. La divisione è stata anche uno strumento con cui Israele ha esercitato la propria supremazia nella lotta contro i palestinesi. Ora, tramite la mediazione egiziana, a cui conviene avere al confine uno stato legittimo e sotto il controllo delle proprie legittime autorità, le due parti si incontrano cercando di arrivare ad un accordo che permetta di raggiungere la riconciliazione bloccata da più di due anni. La comprensione che soltanto superando le divisioni è possibile arrivare ad uno stato palestinese, sta dietro la volontà dei due schieramenti di arrivare ad un accordo, con la prospettiva di presentarsi uniti alle trattative per la nascita dello stato, davanti ad Israele. Il primo passo sarà quello di costituire un governo unitario che porti la Palestina a nuove elezioni, da cui dovrà nascere l’esecutivo che, verosimilmente, dovrà condurre le trattative per la nascita della tanto agognata nazione palestinese. Si suppone che Israele non accoglierà favorevolmente la richiesta al suo interno, malgrado dovrà fare buon viso a cattivo gioco, quello che viene a mancare è uno strumento importante, basato sulla divisione dei palestinesi, che permetteva un ampio spazio di manovra di fronte al problema palestinese.

Cina ed USA si incontrano sul tema dei diritti

Partono oggi gli incontri bilaterali tra Cina ed USA sul tema dei diritti umani. L’incontro è stato sollecitato dagli USA, che vedono una pericolosa recrudescenza della repressione verso gli oppositori nello stato cinese. Gli USA arrivano a questo summit in una posizione di debolezza, le rivelazioni di wikileaks, sul trattamento e sui modi di reclusione dei detenuti di Guantanamo, hanno aperto uno squarcio sconcertante per la nazione che si è più volte posta come esportatrice di democrazia nel mondo. L’intento americano è quello di fare scendere la violenza e l’intensità della repressione di Pechino, che avviene, sostanzialmente per un motivo preventivo; infatti la paura dell’estendersi fino all’estremo levante del continente asiatico del vento della primavera araba si coniuga alla difficile situazione cinese dovuta, nel momento attuale, all’aumento inflattivo dei prezzi, che sta generando, nella terra del comunismo egualitario, un profondo divario tra ceti ricchi e poveri. Questa situazione viene vissuta con viva apprensione dalle dirigenza cinese, che ha basato la propria politica statale sul principio dell’armonia totale, ormai oggettivamente molto difficile da mantenere. Sul tutto aleggia poi il problema dei diritti civili, con il quale il Partito Comunista Cinese ha da sempre un rapporto molto difficoltoso. La Cina ha sempre affermato di non tollerare ingerenze sulla propria politica interna, atteggiamento che bilancia affermando di non volere ingerire in campo internazionale (assunto opinabile giacchè la Cina, attraverso la propria ingente liquidità interviene molto sulla politica interna di diversi stati, ad esempio di molte nazioni africane), ma il fatto che abbia accettato di partecipare a questo vertice su di questo esplicito argomento rappresenta quindi una novità. Quello che appare, con l’accettazione dell’incontro, sembra essere un riconoscimento implicito del problema; la Cina è conscia di essere al centro dell’attenzione internazionale per le repressioni che infligge al suo popolo e ciò risulta essere controproducente anche dal lato economico. Ma l’ulteriore novità è che gli USA non partono da una posizione tale da potere effettuare i rilievi che intende fare alla Cina. La situazione rischia di creare un’impasse, uno stallo dove entrambi i soggetti possono rinfacciare all’altro la scarsa autorità in tema di diritti umani. La questione non è irrilevante, ormai le superpotenze sono solo due, la Russia è retrocessa e la UE non ha mai assunto quel ruolo da protagonista sulla scena internazionale tale da permettergli di relazionarsi alla pari con i due colossi.
Se la credibilità americana subisce una defaillance come quella creata da wikileaks, non vi è un interlocutore accreditato per addebitare alla Cina i propri metodi repressivi. Tra l’altro non è da escludere che Pechino abbia accettato il confronto proprio in questo momento di difficoltà per Washington. Tuttavia per la Cina appare impossibile procrastinare un cambio di direzione al proprio interno, la forte sperequazione dei redditi è già fonte di profondi dissidi sociali e la questione dei diritti civili deve essere affrontata in una qualche maniera positiva, concedendo almeno alcune prerogative fondamentali legate alla cittadinanza. In questa ottica, se ci sarà una revisione della politica interna, la Cina potrà rappresentare un interessante laboratorio sociale.

La caduta dello spirito di Schengen

A Francia ed Italia, si affianca anche la Germania per richiedere una riforma del trattato di Schengen. Quello che viene richiesto alla UE è che in particolari casi avvenga la sospensione della libera circolazione entro i confini dell’Unione. Le dichiarazioni ufficiali parlano di volontà di affermare lo spirito del trattato, ma che con questi sviluppi storici, il trattato stesso rischia la morte. Viene quindi individuata la necessità di una riforma per mantenere viva la libera circolazione, ma solo con specificati requisiti. E’ la bandiera bianca dell’Europa di fronte allo sviluppo delle migrazioni come effetto più ampio della globalizzazione. Di fronte all’impreparazione ed all’incapacità di gestire il fenomeno le nazioni si limitano a chiudersi in se stesse, aspettando che passi, in qualche modo, il problema. Non pare l’atteggiamento giusto cui orientarsi al problema. Nel fatto contingente, si possono anche capire le ragioni della sospensione della libera circolazione, ma ciò non deve essere una variazione strutturale ma, appunto contingente, un punto da cui ripartire per elaborare un approccio di diversa natura al problema più ampio. Abdicare sul tema della libera circolazione delle persone significa ammettere il fallimento dello spirito di Schengen, che rappresenta, insieme all’euro, la moneta unica comune, l’elemento unificante del continente europeo, attraverso lo strumento politico dell’Unione Europea. Esistono ragioni elettorali che condizionano purtroppo, la visione d’insieme, sia Francia, con Sarkozy, pressato dal Fronte Nazionale di Marine Le Pen, sia l’Italia, con Berlusconi, schiacciato dalla volontà della Lega Nord, non possono avere un indirizzo scevro da ragioni di pura contabilità politica. Sul piano comunitario si paga l’immobilità degli organismi centrali che non hanno preso di petto la questione, determinando soluzioni ricercate al di fuori dell’ambito comunitario, da parte dei singoli soggetti statali. Senza alcun cambiamento l’Unione Europea è destinata al declino delle sue funzioni, regredendo nella sua funzione essenziale, che è quella di coordinare i problemi a livello superiore dei singoli stati, nell’ottica unificatrice del continente in soggetto di diritto internazionale con prerogative ben definite, tali, cioè, da interpretare il ruolo di soggetto primario nell’ambito mondiale.

Nucleare: discussioni e misure

In occasione dell’anniversario del tragico incidente di Chernobil, la Russia, attraverso il suo presidente Medvedev, intende promuovere un summit dei paesi del G8 per migliorare i livelli di sicurezza delle centrali nucleari. Il tema è più che mai attivo, data la situazione che si sta protraendo a Fukushima, dove continuano le emissioni nucleari, dopo l’incidente dovuto al terremoto nipponico. L’intenzione è di individuare una responsabiltà imputabile allo stato ove accadano i disastri nucleari e nel contempo creare un maggiore controllo e prevenzione sulle problematiche atomiche, che, non possono incidere solo nello stato in cui accadono. Intanto il Giappone richiede una revisione della scala con cui vengono misurati gli incidenti nucleari, giacchè ritengono che Fukushima non sia paragonabile, come pericolosità a Chernobil. La richiesta deriva dal fatto che entrambi gli incidenti sono stati classificati come grado 7, cioè il massimo previsto dalla scala. Ora secondo i giapponesi la differenza sta nel fatto che a Chernobil l’incidente fu causato da un malfunzionamento della centrale stessa, mentre a Fukushima è stato provocato da eventi esterni alla centrale cioè il terremoto e lo tsunami. La differenza rilevata dai giapponesi appare però ininfluente al fine della misurazione delle radiazioni e dei loro effetti, che sono poi quelli che incidono sulla salute delle persone. Probabilmente a Chernobil ci fu una esplosione e l’emissione conseguente fu immediata, a Fukushima, viceversa, si sta assistendo non ad una fusione quasi istantanea del nocciolo come in Ucraina, che ha prodotto da subito l’elevata emissione di radioattività, ma ad una emissione progressiva dovuta al progressivo deterioramento della centrale. I casi sono effettivamente diversi ma entrambi hanno prodotto una quantità elevata di emissioni, inoltre il fatto che il guasto sia stato provocato da elementi naturali non mette in salvo i progettisti ed i costruttori dalle deficenze della centrale nucleare. Per il Giappone avere un guasto paragonabile a Chernobil, significa un colpo clamoroso alla propria immagine di efficenza che rischia di ripercuotersi in tutta la filiera produttiva. Inoltre i lunghi silenzi del governo hanno di molto insospettito sia i cittadini giapponesi che il panorama internazionale circa il fatto che non tutto è stato detto e che elementi fondamentali della vicenda siano stati tenuti nascosti; questa richiesta di cambiamento della scala ha così generato domande sulle reali ragioni che l’hanno provocata. La questione non è da poco, perchè aggiungere un grado alla scala, potrebbe spostare i parametri di pericolosità degli impianti nucleari con ripercussioni sia in fase progettuale che in fase di prevenzione, quello che occorre, invece, è un ripensamento responsabile che permetta l’elaborazione di standard elevati e condivisi, anche mediante ispezioni di tipo internazionale.

Siria: storia e repressioni, il passato che ritorna

Nonostante la faccia rassicurante che guarda serafica dai cartelloni celebrativi, la bella moglie con l’acconciatura occidentale, che viene mandata in giro per il mondo con l’intento di rassicurare le nazioni in cui viene ospitata, Assad, il dittatore siriano, ricalca le orme del padre: brutalità e violenza cieca contro ogni opposizione. Negli anni ottanta le vittime della repressione sono state decine di migliaia, ora il figlio, dopo trenta anni, sta riprendendo le orme del genitore. Il tempo non ha annacquato il sangue della famiglia di dittatori e le variazioni epocali trascorse in questi anni, non hanno intaccato la rigida applicazione dei metodi di governo. La feroce repressione di Daraa rappresenta la continuazione ideale con la violenza paterna: ora, come allora, la giustificazione dei massacri era impedire la creazione di una enclave di musulmani estremisti. Nel paese siriano i mezzi di informazione saldamente in mano al governo presentano costantemente questo pericolo, tanto che una parte consistente della popolazione rimane fedele al governo in carica, tuttavia la portata della repressione è parsa del tutto esagerata agli osservatori internazionali. Un gruppo di paesi UE, presenterà una richiesta di condanna all’ONU, mentre gli USA hanno bloccato i beni siriani presenti sul proprio territorio. Il segnale costituisce una attenzione particolare verso cui si muove il mondo diplomatico, in questi anni la Siria è rimasta ai margini del teatro internazionale, pur conservando la propria importanza strategica, Damasco non ha fatto molto parlare di se, il giovane presidente veniva considerato protagonista di manovre debolmente riformatrici e gli USA hanno recentemente riallacciato i rapporti diplomatici. Le modalità della repressione hanno di nuovo allontanato la Siria dall’occidente, i problemi per Damasco non finiranno con il bagno di sangue, ciò che più viene temuto è di esaltare gli integralisti, finora tenuti al margine della società. Se le ribellioni sono partite per motivi economici ora rischiano di approdare verso lidi religiosi molto pericolosi per la stabilità della regione: se trent’anni prima il processo di è arrestato nel sangue non è detto che la storia si ripeta.