Stabilire standard universali per le centrali nucleari

Sarkozy in visita in Giappone ha dichiarato che il livello standard della sicurezza delle centrali nucleari deve essere riformata verso parametri generali a livello mondiale. La dichiarazione, del primo capo di stato in visita in Giappone dopo il disastro nucleare seguito al terremoto, ha una duplice valenza: sia come capo di stato della nazione che dipende maggiormente dall’energia nucleare, sia come presidente in carica del G-20. Proprio in sede di G-20, il presidente francese intende riunire i responsabili della politica nucleare dei paesi membri per gettare le basi della regolamentazione futura delle centrali nucleari.
Il primo ministro giapponese Naoto Kan ha appoggiato l’idea, proprio per evitare disastri come quello in corso nel suo paese. Dare regole universali di elevati standard di sicurezza rappresenta l’unica via per uniformare la produzione di energia nucleare e ricercare la prevenzione di possibili incidenti, che hanno effetti difficilmente contenibili. La strada da percorrere è quella giusta, tuttavia se sarà problematico mettere d’accordo già tutti i paesi del G-20, ancora più difficile sarà imporre a paesi fuori dall’organizzazione, si pensi all’Iran, ma non solo. Tuttavia con un accordo a livello generale, che comprenda gli stati più importanti come USA, Cina e Russia e che preveda sanzioni, anche pesanti per chi non si adegua alle norme fissate, si potrebbe prefigurare una applicazione degli standard stabiliti, in un’ottica di sicurezza maggiore per l’intero pianeta.

L’immigrazione fonte di disaccordo in Europa

La questione migratoria è al centro della discussione e del dibattito in Italia. La posizione geografica della penisola favorisce il flusso migratorio dalla costa sud del mediterraneo, questa particolarità ha costituito preoccupazione per il belpaese, tanto da stringere, spesso accordi con regimi non proprio cristallini. La politica migratoria di Roma si è quindi fondata su una serie di manovre per limitare all’origine i flussi dei migranti, chiudendo spesso gli occhi, sulle modalità con le quali questi flussi venivano bloccati. L’Europa ha guardato a questo tipo di risoluzione girando la testa dall’altra parte, ben contenta che altri risolvessero il problema nei confini merdionali del continente. L’Italia, peraltro, ha basato esclusivamente su questi accordi tutta la propria politica migratoria, senza pianificare un modello alternativo che contemplasse situazioni di emergenza. La questione delle rivolte nei paesi arabi ha colto di sorpresa le autorità italiane, che si sono trovate spiazzate senza più poter contare sui loro “guardiani” delle frontiere. La particolare vicinanza alle coste africane dell’isola di Lampedusa, territorio più a sud dell’Italia e vera e propria porta dell’Europa, ha provocato la congestione della piccola isola con continui arrivi dalle coste tunisine e libiche. L’Italia, impreparata a gestire un tale traffico ha praticato una gestione del problema giorno per giorno, riuscendo solo a programmare una serie di campi di accoglienza dove confinare i migranti. L’Europa, aldilà dei discorsi di principio e qualche visita di cortesia di europarlamentari che hanno interpretato la parte per propri fini di visibilità, ha lasciato Roma da sola a gestire la situazione, facendo venire i nodi al pettine della scarsa lungimiranza di Bruxelles. Ogni singolo paese si è rinserrato nel proprio orticello ed ha dichiarato che avrebbe rifiutato eventuali ingressi di immigrati provenienti dall’Italia. La questione riguarda particolarmente la Francia dove la maggior parte dei migranti è diretto e per i quali l’Italia rappresenta una sola tappa di passaggio. La questione è spinosa, perchè Parigi pretenderebbe, con Schengen in vigore, che l’Italia tenesse ferme sul suo territorio delle persone contro la loro volontà; di fatto la Francia abdica la propria responsabilità nei confronti degli abitanti delle ex colonie. Questo avviene in un momento di particolare tensione tra i due paesi transalpini, a causa della guerra libica ed i diversi atteggiamenti dei due paesi. In verità si è più volte sospettato che l’interventismo francese sia dovuto, più che a ragioni umanitarie, al petrolio libico ed al tentativo di accreditarsi presso i ribelli come partner principale, per togliere alle aziende italiane le ricche commesse con la Libia. In ogni caso la questione immigrazione è esplosa nel peggiore dei modi e l’Europa ancorauna volta non ha una linea comune di fronte ad un fenomeno che potrebbe diventare senza progetti adatti un problema enorme sia dal punto di vista umanitario che economico. Occorre mettere in campo subito azioni che facciano parte di un piano più ampio, per incanalare la problematica: senza interventi diretti nei paesi da cui provengono i migranti, la situazione sarà sempre più difficile.

Il sudamerica sempre più indipendente ed importante sulla scena internazionale

Il sudamerica pare procedere compatto nella condanna alla guerra libica, se ciò era scontato da parte del Venezuela, è arrivata più inaspettata la condanna dell’Argentina, mentre il Brasile, che siede nel consiglio di sicurezza dell’ONU, riguardo alla risoluzione 1973 ha votato con un’astensione, che la dice tutta sulla convinzione dell’intervento libico. Questo è solo un esempio che sta a dimostrare che il sud america sembra acquisire una nuova coscenza della propria forza, sia politica che economica; in passato i giudizi sulla politica estera non erano slegati dall’indirizzo statunitense, con l’incremento della democrazia e l’affrancamento economico, le nazioni tendono ad avere posizioni non più speculari alla superpotenza americana. Quella che si sta sviluppando è una vera e propria unione d’intenti che si sta affermando nel continente sudamericano, gli scambi nella regione si sono incrementati con mutua convenienza ed il livello delle relazioni internazionali è intenso, nonostante le differenze di vedute dei governi. Non è azzardato pensare che se i rapporti tra gli stati procederanno in questa direzione, potrebbe formarsi un blocco, ancorchè eterogeneo, territoriale con potenzialità di crescita economica molto rilevante e di conseguenza con la possibilità di accrescere il proprio peso sulla scena diplomatica. Siamo in una zona chiave del pianeta, che si affaccia su entrambi gli oceani e può godere di risorse ingenti, la crescita democratica favorisce la crescita di nuovi ceti sociali e dall’allargamento dei ceti medi, che si presentano sul mercato economico affamati di novità e di consumi. Il peso politico di personaggi come Lula, ma anche, pur nelle sue contraddizioni, Chavez, fa salire la considerazione del continente sudamericano negli osservatori e negli analisti politici, che pronosticano un futuro da sicuro protagonista al subcontinente americano.

Birmania: democrazia disciplinata, democrazia falsata

In Birmania si afferma la “democrazia disciplinata”, secondo la definizione di Than Shwe, uomo forte del regime militare. Neppure un governo soltanto in apparenza civile, come quello destituito lo scorso mercoledì, ha potuto resistere alla ferrea dittatura militare in vigore dal 1962. L’apparato militare ha ritenuto troppo libertaria anche la forma esteriore che si era riusciti a raggiungere dopo le elezione del 7 novembre scorso. Dal punto di vista legislativo, nonostante la norma preveda la possibilità di un dibattito parlamentare, il potere legislativo sarà limitato tramite una regolazione che prevede che ogni proposta sia presentata dieci giorni prima davanti ad una commissione che dovrà rilasciare un’autorizzazione per la discussione. Si tratta di un evidente ostacolo all’attività legislativa, una vera e propria tutela dell’organismo parlamentare. La norma esplica chiaramente quale metodo i militari, veri detentori del potere, attuino per frenare il processo di democratizzazione richiesto dal paese, imbrigliando e canalizzando le proposte legislative, plasmano a loro piacimento la costruzione materiale della legge, per esercitare, sotto forma legale, la continuazione della propria dittatura.

L’insufficienza della risoluzione 1973

La risoluzione 1973 si presta ad interpretazioni linguistiche che rischiano di incrinare sia la coalizione dei volenterosi, che il consiglio di sicurezza dell’ONU. Secondo una lettura restrittiva l’uso della forza, tramite l’istituzione della zona di non volo, serve ad impedire il massacro della popolazione civile, in teoria l’applicazione della risoluzione dovrebbe avere un carattere di imparzialità tra i contendenti. Ora, con l’ennesimo rovesciamento delle sorti del conflitto e con la ripresa delle posizioni delle truppe lealiste, che sta avvenendo in forza di un uso massiccio e preponderante dell’artiglieria pesante, l’azione della forza aerea non basta più a garantire, non solo la vittoria dei ribelli, ma neppure la salvaguardia dei civili. Il rebus sta nel fatto che se Gheddafi vince, per la popolazione della parte orientale del paese, partirebbe sicuramente la repressione, quindi, secondo l’interpretazione della coalizione dei volenterosi la lettura della risoluzione va intesa non in forma restrittiva, ma ampliata nella direzione di fornire un qualche aiuto ai ribelli affinchè rovescino il regime in carica. Questa interpretazione viene ritenuta forzata da quelli stati che hanno consentito la risoluzione, non con l’esplicita approvazione ma con l’astensione in sede di consiglio di sicurezza ONU, ed in special modo Cina e Russia, ma anche Germania, che pur essendo in costante contatto con Francia e Regno Unito, ha sempre rigettato l’opzione militare. Il problema maggiore è che con l’evoluzione del conflitto, le relazioni di alcuni stati con la Libia di Gheddafi, sono talmente peggiorate da non potere prefigurare un suo mantenimento del potere. La constatazione della previsione dell’insufficienza della forza aerea per vincere il conflitto, apre a sviluppi che nessuno stato si augura, che evidentemente prevedono l’impiego di forze di terra per assicurare la vittoria alle forze contrarie al rais. Se si volesse intraprendere questa via, la risoluzione 1973, strettamente interpretata, non sembrerebbe contemplare un uso terrestre della forza, nel cui merito peraltro, esistono perplessità anche dagli USA, giacchè, secondo fonti di intelligence, tra i ribelli si sarebbe registrata la presenza di elementi di Hezbollah. Quindi, data l’insufficienza della risoluzione a cui si appoggia l’impalcatura dell’intervento e senza speranza di ottenerne una ulteriore con prerogative militari allargate, per Francia e Regno Unito si tratterebbe di intraprendere la via della decisione bellica al di fuori del complesso quadro della diplomazia internazionale. E’ una situazione ingarbugliata, da cui Parigi e Londra possono difficilmente tornare indietro, ma che, nel frattempo, crea un’impasse utile solo al colonnello.

La dottrina Obama: flessibilita’ e nuovi metodi della politica estera USA

In questi giorni, che coincidono con la presa del comando della guerra libica da parte della NATO, si parla di dottrina Obama, nel campo delle relazioni internazionali. Fin dal suo insediamento una parte del mondo riponeva molte aspettative nel nuovo presidente americano, anche in funzione degli equilibri geopolitici del pianeta; l’attività in politica estera fino a questo punto si è caratterizzata per un mix di cautela e di interventismo, condizionato fortemente da cause contingenti. C’è da dire che l’eredità della precedente amministrazione è stata pesante: la gestione di Iraq ed Afghanistan pesano sulle spalle americane non poco, tuttavia la gestione Obama ha cercato di trovare metodi alternativi al solo intervento militare, prediligendo, quando possibile, la via del dialogo, perseguita con azioni di sostegno sociale. In questo quadro l’obiettivo dell’exit strategy si è potuto inquadrare, pur tra mille difficoltà, ed indirizzarsi verso una soluzione condivisa. La lotta al terrorismo è stata portata avanti, diminuendo i metodi repressivi ed incrementando l’azione di intelligence al fine di prevenire il fenomeno, si è scelto, insomma una linea di basso profilo che non mettesse gli USA al centro della scena e questo anche in funzione della ricostruzione dell’immagine statunitense fortemente deteriorata. La politica di Obama ha puntato su di un’azione capace di mettere gli interessi americani avanti a tutto, ma portata avanti con un certo understatement, per conciliare il fatto della tutela degli interessi nazionali con le svariate sfaccettature del panorama internazionale. L’applicazione di questi precetti allo svolgimento, sopratutto recente, del divenire del panorama internazionale ha disvelato una politica duttile e flessibile, che si caratterizza per una preferenza incondizionata dell’azione diplomatica su quella piu’ prettamente militare, tipica di altre amministrazioni. Anche per la crisi libica, gli USA hanno preferito un attendismo, ingiustamente scambiato per indecisione, che alla fine si e’ tradotto in un aspettare il giusto momento dell’intervento. Non che la politica estera USA, non interpreti ancora il ruolo, spesso fastidioso, di gendarme del mondo; quello che appare cambiato sembra l’intento finale, che pur essendo in funzione dell’interesse americano, guarda anche, piu’ positivamente ai principi ispiratori cui Obama dichiara di ispirarsi: quelli dell’interesse generale.

UE: occasione persa nella vicenda libica

Mentre la zona di non volo sta passando sotto il comando NATO, Italia e Germania lavorano ad una soluzione diplomatica che permetta, con il cessate il fuoco, una uscita conveniente per Gheddafi. Il succedersi degli eventi sulla scena politica internazionale porta alla ribalta Roma e Berlino ed arretrano Parigi e Londra. Sopratutto per Parigi lo smacco diplomatico è evidente: l’eccessivo decisionismo, slegato dagli ambiti dei propri alleati e dalla dovuta collegialità ha determinato la messa all’angolo di Sarkozy. La mossa del presidente francese, se efficace dal punto di vista militare, sopratutto agli occhi delle forze avverse a Gheddafi, dal punto di vista politico si è rivelato un azzardo che ha messo in una luce non proprio favorevole la Francia. Al contrario, per Germania ed Italia, l’opzione diplomatica si sta rivelando un buon viatico per risolvere la questione e per recuperare posizioni sulla vicenda, dato l’immobilismo che ne aveva contraddistinto l’atteggiamento, durante l’inizio della vicenda. In realtà, modi a parte, senza l’opzione militare voluta da Parigi, le trattative diplomatiche, che ora sono molto apprezzate, non partirebbero dalle attuali posizioni di forza; quindi la sinergia tra le due visuali molto probabilmente permetterà di raggiungere l’obiettivo. Questa è la dimostrazione che si è persa una grande occasione di unità europea, di fare finalmente apparire la UE come una unica potenza con identità di intenti ed unicità di azione; dietro le schermaglie e la volontà di apparire della Francia, delle titubanze italiane, delle perplessità tedesche vi è una grande immaturità del sentimento europeo; ed anche l’incapacità di gestione di Bruxelles denuncia una grave lacuna di direzione di indirizzo degli organi centrali. L’occasione persa deve almeno insegnare qualcosa per il futuro: riorganizzare da subito la diplomazia della UE e dotarla di strumenti adatti deve essere il primo passo per non ricadere nell’errore.

Gli USA non si occuperanno della crisi siriana

Una partecipazione degli Stati Uniti, in una eventuale operazione militare in Siria, paese dove si stanno verificando rivolte e dove la repressione della polizia ha causato diversi morti, è da scartare totalmente. Così la segretaria di stato Hillary Clinton in una intervista alla CBS. La Clinton ha precisato che una evenineza del genere richiede troppe condizioni, difficilmente verificabili contemporaneamente: una coalizione della comunità internazionale, ina risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU, una richiesta della Lega Araba ed una condanna universale del regime di Hassad.
La situazione siriana non è paragonabile con quella libica, per quanto siano gravi le proteste e la repressione non è in corso alcuna guerra, ed anzi il governo ha promesso aperture per superare lo stato delle cose. Dal punto di vista diplomatico, inoltre appare assai improbabile l’impiego di una forza occidentale, ed in special modo americana, in un paese che relazioni molto strette con l’Iran; ciò potrebbe sembrare una pericolosa provocazione nella regione, dove, tra l’altro la Siria si trova contigua allo stato di Israele: una miscela altamente esplosiva.

USA e sudamerica

La politica estera di Obama nel centro sud america non ha fatto registrare grosse variazioni; per Cuba non ci sono sostanziali avanzamenti tra i due paesi, le misure messe in campo dal fratello di Castro sono ancora poca cosa, se viste da Washington, ed i problemi con la dissidenza anticastrista sono ancora di tale entità da bloccare ogni sviluppo di relazione bilaterale. Sullo sviluppo del trattato di libero scambio con Colombia e Panama esistono degli aspetti ancora da limare, la sensazione è che il presidente USA, voglia portare a termine l’accordo nel 2012, come dote elettorale da gettare nella campagna. Il problema più grosso è il Venezuela, sospettato di fornire uranio all’Iran, il rapporto con Chavez è difficoltoso, e la sensazione che fornisca Teheran non aiuta, tuttavia per il momento la presidenza USA non intende forzare la mano, anche in virtù dell’assenza di prove concrete. Il quadro che appare è che la diplomazia USA al riguardo dei paesi latinoamericani è in una fase di attendismo, probabilmete a causa di esigenze più pressanti, tuttavia l’obiettivo è di incrementare l’influenza americana nel continente per sottrarre partner commerciali all’avanzata cinese. E’ probabile che questo piano si attuerà con aiuti destinati al problema educativo ed infrastrutturale per innalzare il livello degli interlocutori territoriali.

Guerra umanitaria e guerra preventiva

Qual’è la differenza tra intervento umanitario e guerra preventiva? Non è una domanda retorica, dato che ormai spesso le due cose coincidono. Con l’avvento della dottrina della guerra umanitaria, che deve cioè essere intesa come operazione di polizia internazionale tesa a difendere la popolazione civile da atti militari contro di essa, le organizzazioni sovranazionali hanno spesso esercitato questo diritto/dovere intervenendo, appunto come forza esterna, a sanzionare “manu militari” l’oppressore di turno. La questione è quale è stato e quale deve essere il motivo che fa scattare questa reazione? Nel passato i casi più eclatanti sono stati l’impiego della forza contro Serbia, Iraq ed Afghanistan (questi ultimi due peraltro operazioni ancora in corso), attualmente una coalizione occidentale sta agendo in Libia. Mentre in questi paesi si è agito più o meno speditamente in altri casi l’intervento è stato limitato al presidio territoriale di caschi blu, spesso inefficienti, o nel maggior numero delle evenienze non vi è stato alcun intervento diretto, ma solo blande sanzioni o dichiarazioni d’intenti a cui non è seguito nulla. Il sospetto che dietro la giustificazione della cosidetta guerra umanitaria si nascondano altri motivi è stato da subito strisciante. In effetti, pur essendo presente la possibilità o peggio la certezza di gravi azioni sulla popolazione inerme, l’intervento militare è spesso parso come operazione intrapresa a causa di quell’unico fine. Se in Serbia non vi era petrolio era pur vero che stava accadendo qualcosa di pericoloso dentro i confini europei, in una zona strategica dove non si potevano permettere zone d’ombra di instabilità; in Afghanistan l’intervento è stato dettato dal periodo seguente all’undici settembre e si può vedere come un investimento sulla sicurezza occidentale, per fermare la formazione e lo sviluppo delle formazioni terroristiche; più complesso il caso iraqeno, dove la presenza di un dittatore che angustiava il proprio popolo, è stato eliminato, in ritardo, con un falso motivo, la presenza di armi di distruzione di massa, su di un territorio ricco di greggio. E siamo alla Libia, dove l’intervento in corso è partito tra mille fraintendimenti e difficoltà contro un personaggio con cui gli stati che ora lo attaccano, hanno sempre avuto rapporti duraturi. Tutti questi casi, parlano chiaramente di interventi dove l’emergenza umanitaria esiste ma non è condizione sufficiente a determinare l’intervento, ne consegue che la regola è che deve essere presente anche una ragione accessoria, che però è spesso quella determinante per l’intervento militare. Siamo così alla guerra preventiva, lo schema è quello di intraprendere una azione militare per regolare una situazione potenzialmente pericolosa, per l’avvio è necessaria una causa che faccia presa sull’opinione pubblica e giustifichi l’intervento. Siamo nello stesso caso della guerra umanitaria? La risposta è si, in questo momento storico le due cose coincidono, è lo schema vigente per operare azioni militari su vasta scala, speriamo che il prossimo passo sia riuscire a scindere le due cose e si intervenga per tutti i casi di emergenza umanitaria, ma per fare questo è necessaria una forza armata dell’ONU.